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SOMMARIO

Editoriale

Un anno di REvolution

Un anno di REvolution di Giando Carbone

Interviste Nuovo cinema italiano

Dan Solo di Giando Carbone

Strappami il cuore

Malatja di Manuela Tolve

Cianfrusaglie e britpop

The Charlestones di Mirko Fagnocchi

Rubriche

on ck

L'alba

Love Affair di Giordano Criscuolo

C'era una volta il deserto

Il Monsignore di Mauro Savino

Democrazia planetaria

Tipi Tosti di Cinzia Ficco

Ritratti Rock

Ritratti Rock di Roberto Cavone

Road to Lubecca

Il Viaggiatore di Giuliano Volpe

Quintorigo/Gli Sportivi

Fleisch Inside di Arthur Stuart

RePlayer

Nick Drake - Pink Moon di Antonio Asquino

Se l'amore non basta a generare

REverie di Sabrina Tolve

Zio David

Videolezioni di Renato Pezzano

In the wild Jungle

Serie B.ci di Luca Cardone

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IDEATO E DIRETTO da Giando Carbone CAPOREDAZIONE Francesco Volonnino REDAZIONE Giando Carbone Roberto Cavone Giordano Criscuolo Mirko Fagnocchi Cinzia Ficco Renato Pezzano Mauro Savino Arthur Stuart Manuela Tolve Sabrina Tolve Giuliano Volpe

GRAFICA Antonio Mattia Vazza

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UN ANNO DI REVOLUTION Editoriale di Giando Carbone

“REvolution Rock e’ la webzine della Diavoletto Netlabel. Nasce come appendice naturale al lavoro di promozione svolto dall’etichetta. Abbiamo pensato ad un’uscita con cadenza mensile, ma non chiedeteci precisione, siamo pur sempre Rock’n’roll. Nutriremo queste pagine con interviste, curiosità, recensioni, informazione e tutto quello che circonda il mondo della Diavoletto e dell’arte in generale. Per cui scordatevi politica, sport, ammiccamenti e paraculaggini varie. It’s a revolution not devolution.” Questo era l’editoriale del numero 0 di REvolution Rock, scritto un anno fa, quando ancora la webzine era soltanto una scommessa. Dopo un anno siamo qui, non sappiamo se quella scommessa l’abbiamo vinta o persa ma siamo consapevoli di aver creato una realtà indipendente dalla Diavoletto, in grado di camminare da sola e soprattutto con un seguito consolidato. Una buona percentuale di questo risultato e’ dovuto a voi, che ci seguite appassionatamente e che ci date l’energia per impegnarci sempre di più in questo progetto. Il primo ringraziamento va dunque a voi, amici di REvolution Rock. Ma non dimentichiamo nemmeno tutti coloro che tengono in piedi questa struttura, animandola con passione e dedizione, tutti coloro che sono passati per la redazione e hanno lasciato il loro prezioso contributo. Detto questo possiamo partire con i festeggiamenti e gustarci questo numero del primo compleanno. Un numero ricco di sorprese come sempre. Si parte con l’intervista esclusiva ai Malatja che ci presentano in anteprima il loro nuovo album. La qualità delle nostre rubriche a cui se ne aggiungono due nuove: una dedicata ai viaggi fai da te e un’altra di recensioni di dischi fatte tramite immagini e sensazioni. Vi regaliamo l’ascolto in streaming per una settimana di tre brani estratti dall’ultimo lavoro dei Quintorigo, interamente dedicato a Jimi Hendrix. Allora, la soffiamo insieme questa candelina?

Buon compleanno

REvolution Rock on ck

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DAN SOLO

NUOVO CINEMA ITALIANO Di Giando Carbone

esempio di microsocietà, come lo è la famiglia, una sorta di clan. È un luogo di espressione a trecentosessanta gradi, almeno dovrebbe esserlo, almeno secondo l’ideale che perseguivo. Oggi, dopo tante e diverse esperienze, quell’ideale di Gruppo rimane in me, e sembra essere immutato. E proprio per questo, ho sentito il bisogno di metterlo in discussione, di guardarmi allo specchio, di verificare quanto fosse ancora valido. Non mi restava altro da fare che “rinnegarlo”, per poterlo osservare da un’altra angolazione, da quel diverso punto di vista che mancava al mio bagaglio di esperienze. Parlare di carriera solista mi sembra prematuro, non sono un cantante nel senso tradzionale, scrivo parole da sempre che lascio interpretare ad altri; in questo momento, però, avverto la necessità di esprimerle personalmente quelle parole...

Cominciamo ringraziandoti per la disponibilità a questa intervista ma soprattutto, da vecchio fan dei Marlene Kuntz, ringraziandoti per le emozioni che ci hai regalato negli anni con le tue note. La prima domanda e' questa: dopo anni e diverse esperienze in gruppo cosa si avverte dentro tanto da intraprendere una carriera, ma che sia anche un solo album, da solista? Prima o poi ognuno dovrebbe, ad un certo punto della sua vita, fare i conti con la propria anima e tirare le relative somme. Da quando inziai a suonare il basso, ormai parecchi anni fa, ho sempre avuto ben chiaro in testa che cosa stavo cercando e quale “ideale” intendevo perseguire. Cercavo un Gruppo, con la G maiuscola, con cui poter condividere note, emozioni, ritmi... Ma anche, con cui confrontarsi a livello umano, interpersonale, sociale. Il gruppo musicale è un novembre2012 #dodici

"Nuovo Cinema Italiano" ci è sembrato un pezzo raffinato ed intrigante come il videoclip che ne accompagna la sua 5

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promozione. Ci parli un po' di questo pezzo e perché hai scelto questo titolo? Ho scelto questa canzone perchè mi sembra quella che meglio rappresenta, in prima battuta, il concetto di “cambiamento nella continuità”. Cercare nuove forme e modi espressivi, mantenendo il bagaglio di esperienze che ho acquisito in questi anni. Le dodici canzoni che ho scritto e che cercherò di pubblicare una alla volta, come se fossero dei quaranticinque giri, sono come i capitoli di un libro; scivolano l’una dentro l’altra in un percorso introspettivo variegato. “Nuovo Cinema Italiano”, il titolo si spiega da sè. L’amore al tempo della crisi, della virtualità, delle “olgettine”, dei social networks, dell’apparire a tutti i costi, della smania di vedere, di guardare, di guardarsi... Non mi trovo molto a mio agio nel descrivere il testo di una canzone, anche perchè mi sembra di forzare e forse anche fuorviare le immagini che spontaneamente si formano nell’ascoltatore. Mi piace ricordare che, musicalmente parlando, questa canzone è stata prodotta da me insieme a due musicisti che stimo molto e con i quali attualmente collaboro, Max Bellarosa, che mi ha aiutato nella stesura della parte vocale, e Christian Coccia, che si è occupato di scrivere ed eseguire le parti di chitarra. Sempre in riferimento al tuo nuovo singolo e tenendo presente l'esperienza di "Pornodrome" (lungometraggio che narra le vicende di un tuo ex-gruppo che si scioglie senza essersi mai esibito), il sesso sembra essere un fil rouge che tiene legate queste due opere: e' solo un'impressione-coincidenza o c'è qualcosa che in effetti collega entrambe le cose? Non è intenzionale. Pornodrome non era solo sesso. Era sì fisicità, una giovane fisicità, ma anche danza, ritmi, parole diverse...

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Nuovo Cinema Italiano è una canzone, una sola, è forse presto per trarre delle conclusioni, cercando dei collegamenti con Pornodrome. Evidentemente, essendo io l’autore delle parole in entrambi i progetti, accade che si percepisca una continuità stilistica, di vocabolario; ma questo è talmente normale, da risultare quasi banale a dirsi... Mi interessa il sesso, naturalmente. Fa parte dei nostri bisogni, ed è sicuramente il veicolo di trasmissione di emozioni più potente che abbiamo. Per Freud il sesso è il cardine su cui poggiano le azioni di ogni individuo, che ne determina i comportamenti. Forse è una visione un po’ estrema, che non mi trova pienamente d’accordo, ma non c’è dubbio che dopo il bisogno di mangiare, viene il bisogno di fare l’amore. Dico così, perchè sesso e amore sono legati. Non c’è amore senza sesso, non c’è sesso senza amore. Penso che si possa fingere di cercare il sesso o l’amore in maniera disgiunta, ma, prima o poi, inevitabilmente, all’uno mancherà sempre l’altro... Come è stato comporre la colonna sonora di "Indagine su un cittadino di nome Volonte'"? E’ stata una sfida vera e propria, in tutti i sensi. Per motivi contingenti e non dipendenti dalla mia volontà, ho avuto a disposizione un tempo ridicolo per scriverla registrarla e produrla. In pratica, non ho dormito per quattro giorni di fila per riuscire a portare a termine il lavoro. In questa condizione di pressione e assenza di sonno, a posteriori, mi rendo conto di aver accentuato la parte più onirica del documentario. Un documentario importante, costruito sui racconti che le persone care a Gianmaria, ci hanno regalato, mostrandoci la sua parte più umana, più intima. Confrontarsi, poi, con il Maestro, Ennio Morricone, autore di moltissime delle colonne sonore dei film interpretati da Volontè, inizialmente mi sembrava una sfida improba. Poi, umilmente, mi sono detto, il Maestro è insuperabile, ma l’allievo deve fare un bel lavoro comunque. E così, partendo dalla mia sensibilità, ho cercato di immedesimarmi nel Maestro e, con il mio stile, di avvicinarmi alla sua sensibilità. La figlia di Gianmaria, presente in sala a Torino, durante la proiezione del documentario, mi ha fatto i complimenti personalmente, cosa che mi ha fatto ovviamente un immenso piacere, e che mi ha anche fatto capire di essere riuscito nel mio intento. Una volta mi capito' di leggere che il tuo nome faceva riferimento ad uno stato interiore di solitudine ed inquietudine che ti portava ad essere una persona solitaria. Col passare del tempo e' cambiata questa condizione o si è accentuata maggiormente? Non sono una persona solitaria, anzi. Lo stato di solitudine interiore è più una conquista che un problema, e l’inquietudine deriva dalla lotta per raggiungerlo. Il mio nome serve in primis a me stesso, a ricordarmi questa lotta. La solitudine ha un’accezione positiva, spaziale, ti lascia spazio, appunto. Ti permette, se usata attivamente, di fare ordine sul tavolo, di fare ordine nella tua mente. Devi eliminare il rumore delle parole se vuoi trovare la poesia. Devi partire dal silenzio se vuoi sentire la musica. E devi farlo da solo, e poi, se vorrai, potrai condividerlo. Cosa pensi della attuale scena musicale italiana? C'è qualche artista che ti colpisce particolarmente? Non mi pare che ci sia alcuna scena italiana, in questo momento. C’è un gran fermento, questo sì. Vivo a Torino, una città che ha un’altissima concentrazione di musicisti, da sempre. Ognuno con i suoi progetti, i suoi suoni. Ognuno un po’ per i fatti suoi, comunque. Sono lontani gli anni novanta, quando invece, improvvisamente, dalle cantine emersero progetti validi e interessanti, tutti insieme, e tanti per di più... Confido che la situazione oggi sia destinata a cambiare e mi auguro che salti nel più breve tempo possibile questa sorta di coperchio chiamato crisi, e che si riesca a tirare fuori tutto quello che bolle in pentola.

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MALATJA STRAPPAMI IL CUORE INTERVISTA DI Manuela Tolve

"Angri non era Los Angeles, ma a noi piaceva: così statica così priva di opportunità, così fatalmente decadente". Comincia così la biografia di uno dei gruppi rock più importanti del sud Italia. Attivi da più di 20 anni, hanno cantato, tra l'ironico e il serio, storie di vita vissuta tra difficoltà di crescita, camorra, inquinamento e tutto ciò che preclude ogni possibilità di una vita sana. In fondo anche questo e' Rock'n'roll. Li abbiamo incontrati per il lancio del loro quarto album in studio di cui ci parleranno in questa intervista esclusiva. Allora partiamo, per gradi, dal nome del vostro gruppo: Malatja.. che per quanto mi riguarda è emblematico, soprattutto per la situazione socio-economica-culturale-ecologica in cui imperversa il nostro paese, ma quando siete nati, all’inizio degli anni ’90 probabilmente non c’era ancora il sentore di quello che sarebbe accaduto. Malattia di chi, di cosa o per cosa?

Ci siamo semplicemente abituati ad essere degli outsiders ma vi avverto siamo molto agguerriti e pronti alla rivoluzione delle idee e non solo. Rivogliamo la nostra campania felix, le nostre radici sane e lotteremo per avere tutto questo anche con la forza trascinante del Rock&Roll. La scelta del Napoletano come lingua ufficiale della vostra band è connessa in qualche modo alla voglia di spiattellare in faccia ai vostri ascoltatori le vostre origini? E se così non fosse perché questa scelta, che di certo rende il vostro approdo ad un pubblico più ampio molto più difficoltoso?

Il nostro è un po' il tema del poeta veggente, l'artista che legge fra le righe e scorge, grazie alla sua sensibilità, le dinamiche più nascoste del mondo che lo circonda. Avevamo capito che la società si stava ammalando gravemente e che avrebbe sortito su di noi effetti devastanti.

La scelta del dialetto, un ibrido campano dovuto alle mie influenze vernacolari miste,è sicuramente legato inconsciamente ad un forte attaccamento alle nostre radici ma è anche una sicura scelta fonico/timbrica che sposa benissimo le sonorità aggressive del nostro sound. Per quanto riguarda il pubblico più ampio non ci riguarda molto, non lo abbiamo mai cercato, forse non ci serve affatto... I vostri testi sono spesso ironicamente di denuncia, Paolo, credi che sia questa la giusta via per smuovere le coscienze dormienti, oppure è solo un modo per sdrammatizzare?

Da quanto ho letto nella vostra biografia (che consiglio a tutti di leggere, perché sottilmente pungente), tra “carciofi arrostiti nella periferia del mondo” avete un rapporto singolare con la vostra terra d’origine: la Campania, più precisamente la provincia di Salerno. Nonostante siate estremamente legati ad essa, tanto da non volervi allontanare e da darle voce imponente in ogni vostro pezzo, siete abbastanza lucidi e coscienti di tutte le brutture ad essa connesse. Vi chiedo: come è possibile riuscire a stare su quel sottile stato di equilibrio che c’è tra consapevolezza e rassegnazione? on ck

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L'ironia ci aiuta a vincere le frustrazioni quotidiane , è quindi terapeutica. Smuoverà gli animi dei dormienti? Forse con qualche buon riff qualcuno tornerà a vivere e gridare per i suoi diritti... Una domanda per Daniela, che, per chi non avesse mai visto i Malatja dal vivo, sul palco sprigiona una grinta magnetica estrema: il numeroso avvicendarsi di bassisti all’interno del gruppo come ti fa sentire? Inoltre suonare del crossover con due uomini ha, in qualche modo, influito su quello che eri prima? Beh, come dicono Paolo e Camillo "comm sò furtunat a sunà cu' lor"......... a parte gli scherzi, il feeling musicale che si è creato tra noi non mi lascia pensare che io stia facendo "un giro di prova", lo spirito "rock'n'roll" è lo stesso, gli obiettivi e le idee anche....ho già suonato in passato in bands maschili e generi un pò più estremi, con loro sono semplicemente ancora più a mio agio perchè, a parte il feeling, sono tutt'altro che noiosi!!!!!

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A dicembre uscirà il vostro nuovo disco, con la Diavoletto Netlabel, dai centri sociali (per il disco Munnezz’) ad una netlabel, perché? Che evoluzione ha avuto la vostra musica e il vostro pensiero a riguardo? Quale sarà il titolo del nuovo album? Siamo felicissimi per l'uscita del nuovo album con la Diavoletto netlabel in primis perchè crediamo nella professionalità e dedizione dei ragazzi della label ed in secundis perchè il web è senza dubbio il nuovo fertile terreno della promozione discografica...il titolo: STRACCIACORE: power trio studio experience... Inoltre, dal brano Freak si evince anche un certo astio nei confronti dei cosiddetti fricchettoni “sono un freak perciò m’atteggio”. Cosa vi hanno fatto, di grazia, i fricchettoni, spesso frequentatori dei centri sociali? Vi assicuro che non avevamo questo intento anzi io sono un freak da anni e mi atteggio come nessuno mai... (PAOLO) e poi siamo cresciuti nei centri sociali durante il boom vero e proprio degli anni '90 suonando un po' ovunque. Non a caso il nostro primo demotape del '94 è stato registrato nel centro sociale autogestito MACELLO di Angri. “Non sia mai dio che perdiamo la faccia e la dignità” potete commentare questa frase, e scrivercela nella vostra lingua madre? Oltretutto, sembra che voi la faccia non vogliate mettercela per nulla perché quasi mai visibile, “nascosta” dietro un accurato make-up o, come nel video “non sia maje Dio” (da cui è tratta la frase), da maschere di ogni genere e tipo. Perché questa voglia di rendersi invisibili nel visibile e viceversa? Il nostro è un brano di denuncia nei confronti dell'omertà dilagante non solo nel mondo della politica e della musica, esso delinea l'ambiguità dei rapporti fra le persone comuni sempre meno trasparenti ed inclini alla falsità ad all'inganno. Non temete, la verità verrà a galla ed a viso finalmente scoperto rideremo di brutto...

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THE CHARLESTONES Cianfrusaglie e BritPop di Mirko Fagnocchi

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Benvenuti sulle pagine di REvolution Rock, arrivate da Tolmezzo e dopo due album "Don't Believe in the Man with braces and belt" e "Out from the blue" del 2010 si cominciano ad avere i primi riconoscimenti per questo quartetto di BRIT-POP italiano che sceglie la forma del cantato in lingua madre "GREAT BRITAIN" , da cosa dipende questa vostra scelta? Grazie, e' un piacere fare due chiacchiere con voi. Come puoi immaginare e' una domanda che ci viene posta molto spesso e ci trovi piuttosto preparati nonostante in realta' non ci sia molto da dire. Non abbiamo mai fatto diversamente, tutto qui. Finora non ci e' mai passato per la testa di farlo in un altra lingua e come dico spesso (Mattia) prima dell'italiano ci sono molte altre lingue in cui lo farei, in francese di sicuro. OFF THE BEAT con questo titolo sottolineate l'appartenenza a questo genere o volevate letteralmente far capire che pigiate il tasto "OFF" sul BEAT? Off The Beat ci sembrava un bel titolo, prima di tutto per come lo vedi scritto. Inevitabilmente riporta alla mente il genere con cui siam cresciuti e questa e' una buona cosa. E' il cinquantenario dell'uscita del primo album dei Beatles, sapevamo che sarebbe stata una parola parecchio ricercata sui motori di ricerca. State davvero scavalcando le charts dell'indie/Rock , tanto e' vero che "OUT FROM THE BLUE" e' stato nei Record Store in oriente a fianco ai cofanetti dei FAB- FOUR. Questo e' davvero gratificante per una band cosi' giovane arrivata gia' al dovuto e meritato successo! E' stata una bella botta, in effetti. Ora aspettiamo solo di andarci. on ck

Parlatemi un po' della vostra scena locale, riflessioni e critiche a riguardo? Esistesse una scena “locale o non� con cui confrontarsi credimi che il livello generale della musica indipendente in Italia sarebbe notevolmente piu' alto. Il vostro genere si accomuna molto al Brit- Pop dallo stampo Indie dato anche le etichette indipendenti da cui siete prodotti, MOSCOW (ITALY) e This time records (Japan), che ne pensate della nuova tecnologia riguardo le netlabel come la nostra Diavoletto e il popolo del free download Mainstream? Non lo so, e' complicato. Troppi pro e troppi contro da entrambe le parti. In Italia, nel panorama indipendente, avercela o non avercela un'etichetta non e' purtroppo una questione cosi cruciale. E' una praticita', tutto li'. Diec'anni fa dicono le cose andassero diversamente, ci crediamo ma non possiamo dire nulla a riguardo. This Time Records si e' presentata entusiasta, e questa e' secondo noi la cosa piu' importante. Ci vuole entusiasmo, ci vuole fiducia, spirito! La provenienza del vostro nome da un negozio di "Cianfrusaglie" e' di un 'originalita assoluta, spiegateci meglio, riguarda una location della Carnia o Trieste? Il negozio e' a Trieste. Cianfrusaglie proprio. L'insegna e' la sola parte carina della storiella! Westfora Carillon viene scelto come brano su itunes Italia e vi porta sin alla stretta collaborazione come Line-up del festival insieme a MTV NEW GENERATION, raccontateci questa scalata! 12

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Westfora Carillon ha portato parecchia fortuna, fin dall'inizio. MTV New Generation ci ha dato una grande spinta iniziale. Il portale esisteva da relativamente poco ed era gestito da gente entusiasta, propositiva (lo e' tuttora). Ci hanno dato l'opportunita' di fare molte cose: il video e' stato per parecchio tempo in rotazione su MTV, siamo stati ospiti a Hitlist Italia, abbiamo suonato da apertura a White Lies e Kasabian. Grandi cose insomma! La vostra musica e' un onda costante di RIFF, alternati da bellissime ballate electric-acoustic, si sente, nonostante la vostra giovine eta', che siete degli attenti ascoltatori e divoratori di SOUND, chi vi ispirate? Ci ispiriamo a cio' che abbiamo sempre ascoltato, e' chiaro. Ma c'e' una buona dose di spontaneita' in questo gesto, di naturalezza. Non ci chiediamo da dove arrivino certe cose, da chi o come. Semplicemente con inconsapevolezza mettiamo insieme i pezzi e le idee per come ci piacciono. Non ne sappiamo molto di cio' che facciamo, e' questo il trucco.

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Love Affair di Giordano Criscuolo

rubriche in revolution

photo Krappweis

L’Alba

L’alba ha sempre qualcosa di irreale. Nella luce tagliente del sole morbido i sogni sembrano confondersi con la realtà, nelle ombre lunghe dei lampioni sulla strada la quotidianità pare tingersi di visioni oniriche. Lo straniamento è dietro l’angolo, sotto il portone magari, mentre un gatto attraversa una strada terribilmente vuota e un barbone si sveglia dando subito un sorso al cartone di Tavernello. Non brina rasserena l’alba napoletana, non rugiada la lucida: solo il profumo delle sfogliatelle inonda l’aria riportando il passante alla netta realtà. Via i sogni, via le illusioni, via le sensazioni da poeta scapigliato, è ora di colazione. “E via anche questi piccioni maledetti”, pensai battendo i piedi sul marciapiede. La vetrinetta di “Dolci Momenti” era già zeppa di ghiottonerie. “Dunque, un cannolo siciliano, una sfogliatella e due caffè alla nocciola da portare”, dissi al garzone assonnato che ascoltava la radio dietro al registratore di cassa. Lui si fece la croce e capii di essere il primo cliente della giornata. Napoli è una capitale in cui vigono leggi proprie. Se si è propensi ad amare il mondo per le diversità che esso ci offre, Partenope ci apparirà magica. Se invece si vuole restare chiusi nel proprio cerchio e non accettare le cose “strane” che vengono fatte al di fuori, Napoli sarà una città terribile, da eliminare, da bruciare, da infangare. Insomma, solo se non si è nazisti Napoli o Londra, Il Cairo o Tokio, Dublino o Bangkok, appariranno fantastiche. E a me, quello che avvenne mentre ritornavo a casa, parve meraviglioso e fece ridere per tutta la giornata. Un vigile, alla mia sinistra, rimboccava seccato le maniche alla camicia mentre all’incrocio di Piazzale Tecchio una panda scassata in sosta vietata, col motore acceso e senza nessuno dentro, insozzava l’aria pulita del mattino. Improvvisamente, con un giornale tra le mani, un tipo sulla quarantina vi entra dentro e, più veloce di un pilota di F1, parte con una sgommata tutta… mediterranea, diciamo così. I semafori a Napoli hanno poca importanza, figuratevi dunque a quell’ora. Questo qui, infatti, in maniera totalmente disinteressata, come se il rosso del semaforo manco l’avesse visto (anzi, dirò di più, come se non avesse mai saputo di questa invenzione che serve a regolare il traffico), passa dritto all’incrocio senza fermarsi. Il vigile a quel punto mi guarda indignato e allungando il braccio destro a indicare la macchina mi fa: “e tu vir a chist”. Io “schiattai a ridere” e mi dissi: “cioè, cavolo, io posso pensare una cosa del genere, non un vigile”. Un vigile dovrebbe multare, fischiare, al limite cazziare ma non esclamare come un qualunque cittadino napoletano “e tu vir a chist”. Nonostante tutto, pensai che esistono sempre delle spiegazioni razionali, magari inconsce ma mai del tutto incomprensibili, dietro gesti inconsueti del genere. Probabilmente, il vigile era consapevole del fatto che fermare il tipo alla guida per affibbiargli successivamente una multa sarebbe stato un gesto vile, un atto ignobile che quasi certamente avrebbe compromesso la stabilità economica di quella persona. Perché chissà se quella persona cento euro per pagare una multa ce l’aveva, perché chissà se quei soldi li avrebbe mai guadagnati in una giornata di lavoro, perché chissà se li aveva mai visti tutti d’un pezzo, cento euro. Arrivai a casa che la sfogliatella era ancora calda e il caffè tiepido. Rosita dormiva, ignara dell’alba appena sfumata che ora, in maniera più decisa ma non meno deliziosa, le carezzava le guance filtrando tra le tendine freak. “Non mi va di svegliarla”, mormorai sedendomi sulla poltroncina trovata accanto al cassonetto. Tornato stanco, ma di quella piacevole stanchezza giovanile, mangiai il cannolo e poi, estasiato, bevvi il caffè. L’aria fuori era calda, aprii leggermente la finestra e accesi una sigaretta. Guardai la sfogliatella accanto al comodino e pensai che questa ennesima magia napoletana non avrebbe comunque avuto il merito e il diritto di svegliare Rosita. “Se la vita mi sta dipingendo questo quadro io devo godermelo”, ritenni portando dietro il capo nella vana lotta di restare ancora un po’ con gli occhi aperti. “Vuol dire che la mangerà fredda”.

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Love Affair di Giordano Criscuolo

photo Boogy_man

rubriche in revolution

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il Monsignore di Mauro Savino

rubriche in revolution

C'era una volta

IL DESERTO

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il Monsignore di Mauro Savino

rubriche in revolution

Accade alle volte che le relazioni umane si costruiscano e si consolidino dove apparentemente non c'e' nulla da costruire o consolidare. L'America regalo' il sogno di una vita di opportunità diverse e migliori a tutti quelli che non avevano niente da perdere quando il mondo era ancora relativamente grande e non avviluppato nella bolla della globalizzazione, che (troppo) spesso ha finito con l'apparire come un' inedita forma di solitudine travestita da nuova frontiera dell'intersoggettivita' per gentile concessione di N.S. Rete e del Nuovo Ordine Mondiale (soprattutto finanziario). E' un fatto che quel sogno sia tramontato definitivamente l'11 settembre. Così come e' un fatto che il nostro attuale piccolo e asfittico mondo si regga sempre più sulla contraddizione per cui si può conoscere chiunque senza conoscere nessuno. Se le coordinate delle relazioni umane cambiano, se i luoghi d' incontro non sono quasi più luoghi fisici ma virtuali, se non esistono più 'frontiere', se ciò che una volta era possibile oggi appartiene alla sfera del mito, e l'America dei sogni e' stato un grande mito del Novecento (che diverse generazioni di turisti della vita, di disperati di ogni genere e di artisti di talento hanno toccato con mano), come l'idea della mutualità tra gli individui declinata anche attraverso ideologie pur non sempre memorabili, allora chi volesse recuperare una 'fisicita'' dell'incontro con l'altro e dell'altro dovrebbe perlomeno rifarsi a ciò che ha dimenticato:i luoghi, le persone, l'attivismo nei vari contesti della vita. Ma le relazioni umane sono complesse e contraddittorie come l'epoca incenerita di inizio millennio e come quella che bruciava le sue ultime scorte alla fine del secolo scorso. Tanto complesse e contraddittorie da condizionare anche i loro prodotti artistici. Accade che la città degli angeli non sia poi sempre e comunque irresistibile e che lo diventi invece il deserto. Il deserto circondato da un mondo esploso. Non stupisce, o stupisce fino ad un certo punto, che qualcuno desideri farla finita col mondo cd. civilizzato e sparisca tra le dune. Quello che stupisce certamente di più e' che tra le dune ci si possa riorganizzare esistenzialmente e artisticamente e diventare un fenomeno rock. Il deserto non e' più il deserto. Sembrerebbe questa la lezione dello Stoner Rock.

Il deserto non e' certo un posto per gente ambiziosa ma per fortuna le idee sono migliori dei loro portatori, spesso sedotti dalla vanagloria. E ambiziosi non devono essere stati quei giovani musicisti che sul finire degli anni 90 scrissero senza premeditarlo pagine interessanti della musica rock che oggi ancora leggiamo. Almeno non nella misura in cui lo erano i loro colleghi metropolitani, chiacchieroni e intrallazzati come vuole ogni business che si rispetti, anche musicale. Ma accade anche di diventare delle rock star. E di questo si occupa meglio di tutti certa stampa specializzata, concertara e dal frasario parasportivo. Quello che e' più interessante e' la dinamica di relazione tra individui e gruppi altrimenti irrintracciabile. Le bands 'aperte' e le sessioni desertiche, per esempio, sono un prodotto tipicamente Stoner. Ma l'artefice del tutto, ancora una volta rimane il deserto. La ripetizione del deserto: come renderla in musica? Con la ripetizione sonora, con una robotica del suono. L'ossessione e' infatti una peculiarità desertica. Agisce come collettore di frustrazioni di vario genere e nel nostro caso porta ad una sinistra reiterazione del movimento musicale. Raduni, ossessione, liberta' creativa sotto forma di partecipazione a progetti altrui prima di tornare alle proprie cose. Dunque estemporaneità:cosa può essere definitivo nel deserto a parte il deserto stesso? La condivisione artistica diventa così lisergica per eccellenza, perciò certe storiacce di droga interessano solo come portato di certa instabilità psicologica o di rischioso lenitivo del mal di vivere umano. Perciò restano a latere di ciò che conta davvero. La rielaborazione del proprio essere attraverso una coraggiosa ribellione e indifferenza a un mondo che non può più promettere nulla. Josh Homme si reco' in una Seattle fangosa e post-grunge deciso a trovarsi un lavoro qualsiasi e senza lo stereo in macchina, figlio di silenzi com'era. Divento' famoso. Secondo l'estetica del deserto questo fatto equivale ne' più ne' meno che a dire: capita.

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photo Bonesdog

Deserto, sole, pietre (il sesso e la droga sono qui variazioni sul tema). Dietro l'angolo c'e' una Los Angeles divenuta Caos Angeles e Cobain e' morto. Il rifugio, la meta disperata dell'immaginario collettivo diventa invece un focolaio di idee, in questo caso musicali. Il deserto, appunto. Che notti sono quelle a base di musica sparata al massimo da gruppi elettrogeni che infiammano la volontà di vita di gente altrimenti troppo disincantata e stufa per vivere? E pronta a fare un lavoro qualsiasi per campare senza tante storie?

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

rubriche in revolution

DEMOCRAZIAINTERVISTA PLANETARIA DI Cinzia FIcco

Francesco Filippi, nato a Milano nel ’56, ingegnere meccanico, con la passione per il design – realizza oggetti e sculture – ci sta lavorando dall’11 settembre 2001. Si tratta di un progetto rivoluzionario e ambizioso. Lui lo sa, ma non si arrende. Ma di cosa si tratta? Per spiegarlo, dice che il Main World altro non è altro che una sorta di Facebook delle decisioni, il Google Map del sentiment umano. ”Il sentiment – dice – è un termine usato in borsa, nel trading, in cui molte delle forme grafiche hanno nomi di emozioni umane. Il sentiment è qualcosa che tu conosci, anche se non ne hai le prove, ma che ti serve per capire se il mercato andrà giù o su. Solo parole, semplici percezioni senza fondamento? Niente affatto. Il “Main World, a sentire il suo ideatore, sarebbe uno strumento che, se attivato, darebbe ai cittadini la possibilità di influire sulle decisioni prese in tutto il Mondo. Un’utopia? Può darsi. Francesco va avanti e cerca qualcuno che gli finanzi l’idea. Facciamoci spiegare tutto da lui. Dunque, cos’è esattamente Main World? E’ il primo sito di democrazia planetaria esistente, che dà la possibilità a ciascuno di prendere decisioni in modo virtuale per il futuro del Mondo, su temi scelti dagli iscritti.

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Cioè, su cosa? Istruzione, economia, politica, scienza, etica, ambiente, sicurezza, con tutti quei temi che normalmente non sono soggetti a scelte collettive. Le decisioni maggiormente votate sui temi proposti vengono prese in funzione di valori condivisi verso i quali ciascuno desidera che la società tenda. Questi valori, scelti dagli iscritti al sito e costantemente aggiornati, potrebbero riguardare: pace, serenità, benessere, istruzione e sanità per tutti, giustizia sociale, riduzione dell’inquinamento, della povertà, dei conflitti e molti altri. Ognuno può esprimere in coscienza il proprio contributo al miglioramento del Mondo. Poi? Le decisioni finali, secondo una parte sperimentale di questo progetto, potrebbero, in un futuro, venire elaborate da un sofisticato algoritmo predittivo (tipo DSS = Decision Support System), che darebbe come risultato un’ indicazione: dire se i valori verso i quali si vuole che il Mondo tenda, scelti inizialmente, possano essere raggiunti. Oppure no.

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

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In sintesi, a cosa tende il progetto Main World? Alla creazione di un laboratorio pilota sulla responsabilità etica, con la volontà di mostrare come negli anni responsabilità ed etica si formino nell’individuo e di come queste qualità possano modificare il futuro del Mondo, amplificando quella che viene chiamata “intelligenza collettiva”. Main World vuole essere un progetto di studio a favore della società, dei giovani, di scuole e Università, perché ogni giovane, ma in generale tutti, inclusi soprattutto gli adulti, possano constatare in tempo reale quanto sia più profittevole agire nell’interesse collettivo rispetto a quello individuale. Un’idea del tutto originale? Non ho copiato questa idea da nessuno. In seguito allo sviluppo del progetto Main World ho iniziato, però, a cercare su internet per vedere se esistesse già qualcosa di questo genere, proprio per evitare di copiare altri. Ci faccia capire meglio! Se parliamo del software pensiamo a quello delle previsioni meteorologiche, nel quale metti i dati di pressione, temperatura, velocità delle correnti, eccetera. Così sai se in quella zona ci sarà bel tempo oppure no. Se parliamo, invece, del perchè ho voluto inserire questo software, allora lo spiego meglio. Immaginiamo che uno dei valori più gettonati, dichiarati dagli iscritti al sito, sia la Pace. Dopo l’11 settembre supponiamo che qualcuno avesse proposto di decidere se fare guerra o no all’Iraq e supponiamo che l’80% degli americani avesse voluto questa vendetta (percentuale registrata nella realtà a quel tempo). Il software di previsione su Main World avrebbe indicato che la Pace non sarebbe stata raggiunta nel breve tempo secondo le percentuali registrate, ma ci sarebbe stata un’escalation di terrore e atti terroristici.

Quando è nata l’idea? L’idea di questo progetto è nata dal disastro dell’11 settembre 2001 e dal fatto che nei sette anni precedenti alla tragedia mi occupavo di crescita personale. Facevo un percorso personale per comprendere come lo sviluppo della responsabilità e dell’etica influiscono sul rapporto tra le persone nel Mondo. L’ispirazione è nata da un susseguirsi di pensieri legati all’impossibilità di potere decidere e quindi modificare alcune realtà fondamentali per la vita dell’uomo. Faccia un esempio! Beh, parlo della impossibilità di impedire di dichiarare guerra ad un altro Paese, risolvendo i conflitti con altre modalità. Ho pensato di creare qualcosa che desse la possibilità alle persone di poter esprimere le proprie opinioni sul web. Anzi, di poter scegliere gli argomenti su cui esprimere le proprie opinioni prima e successivamente di potere decidere su un argomento. Non escludo che qualcuno nel Mondo possa avere avuto un’idea simile, comunque.

Quindi? Quello che voglio far notare è che se non c’è coerenza tra ciò che si vuole raggiungere e le azioni che si compiono collettivamente, gli obiettivi e i valori da noi sognati diventano irrealizzabili. Ma c’è un altro importante effetto anche a distanza di tempo, dovuto alle azioni che compi adesso, di cui in un futuro si perderanno le tracce e le motivazioni. In concreto?

Quanto ha investito nel progetto? Attualmente il progetto ha avuto solo un costo: il mio tempo.

Vogliamo un habitat pulito, ma lo inquiniamo continuamente, critichiamo la disonestà dei nostri politici, ma siamo i primi che non emettiamo lo scontrino fiscale o evadiamo le tasse. Uno potrebbe dire: “Perchè devo pagare io se i più ricchi non pagano?” Ma quando finirà questo rincorrersi di responsabilità? Mai, dico io, se qualcuno non inizia a pensare in modo diverso. Vada avanti! In una sezione del sito è possibile confrontare le proprie scelte con quelle degli altri, attraverso una Piattaforma Decisionale. Le finalità di questo metodo, già esistente nella realtà, sono quelle di rendere valida una decisione nel momento in cui tutti i partecipanti condividono la stessa scelta, nessuno escluso. In questa piattaforma, persone anche molto distanti geograficamente, possono confrontarsi. Le decisioni prese con questa modalità possono anche essere molte diverse da quelle prese dalla maggioranza, dando così un’indicazione molto forte sull’ idea che il futuro del Mondo non può e non deve prescindere dall’ interesse di tutti. Scendiamo nei dettagli! Nella sezione del sito “studia” è possibile ampliare la propria conoscenza sugli argomenti proposti allo scopo di migliorare le proprie decisioni. novembre2012 #dodici

Cosa ha scoperto? Esistono alcuni siti che si adoperano per cambiare le cose nel Mondo in relazione a problemi segnalati, come http://www.avaaz.org/it/. Ma, il mio progetto è pensato anche per istruire i giovani sui temi che li riguardano. E’ studiato per insegnare alle persone a decidere eticamente.

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Ma vediamo in concreto come ognuno di noi potrebbe decidere sulle sorti del Mondo. Una persona vorrebbe, ad esempio, creare un parco di pannelli solari in un terreno senza destinazione d’uso nella propria città. Fa la proposta sul sito Main World. Tutti gli iscritti al sito vengono informati via email che c’è una nuova proposta. Tutti vanno sul sito e dicono sì o no alla proposta. Naturalmente gli iscritti possono stabilire quali email desiderano ricevere, su quali temi, da quali Paesi, che possono essere più o meno distanti dal punto di vista geografico. Fase successiva? Viene definito un intervallo temporale, superato il quale i risultati della decisione vengono riportati su un grafico, che riporta un dato: come la decisione si evolve. Se poi si vuole perfezionare la decisione e discutere come la scelta di mettere i pannelli ad energia solare possa essere attuata, ci si incontra all’ interno del sito stesso, sulla Piattaforma Decisionale, grazie alla quale ci si può confrontare, parlare delle varie proposte e decidere come procedere, con l’unica condizione che siano

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

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tutti d’accordo.

senza esserlo. E questa è la prima grande differenza. E ancora una cosa.

Sì, ma le decisioni sono virtuali. Niente di concreto! Prima che le decisioni possano venire attuate ci vorrà molto tempo. Attualmente Main World è un sito di influenza. La decisione in tempo reale non sarà immediata. C’è un tempo da rispettare. Il processo evolutivo di un simile strumento si realizza attraverso vari step, così come qualsiasi processo decisionale e può durare molti anni. Perché? Prima le persone diventano consapevoli del problema, nel senso che si accorgono, ad esempio, che i potenti prendono decisioni sbagliate, poi cercano uno strumento che le aiuti ad affrontare tale problema. Successivamente verificano quante sono le persone che hanno la stessa idea. Poi, provano. Bisogna partire da un presupposto importante: qualsiasi azione tu compia nel Mondo ha un effetto di ritorno uguale. In qualche modo, da qualche parte il Mondo è un tuo riflesso, è il riflesso della combinazione delle azioni che ciascuno di noi compie ogni giorno. Il mio progetto va in una direzione: porta l’umanità alla consapevolezza che insieme si fa meglio. Sì, ma questa non è una novità! E’ vero che non è una novità. Tutti lo sanno, ma pochi applicano questo metodo. I motivi sono svariati e spesso passano attraverso un interesse economico o personale. Il mio Main World è l’inizio. Servono soldi per arrivarci. Forse il mio progetto è il Flyer dei Fratelli Wright o forse non è niente. Forse darà lo spunto a qualcuno per compiere un’impresa così fantastica che Main World scomparirà nel nulla e io non lo saprò mai. Stiamo parlando di open source, di intelligenza collettiva. Sa, temo una cosa. Cioè? Non che qualcuno lo copi, ma che lo utilizzi come strumento di influenza politica, perché attualmente Main World può diventare questo, se gestito da mani sbagliate. Sto pensando di realizzarlo con una struttura così trasparente che tutti possano rendersi conto della sua utilità senza essere costretti ad insinuare che è stato costruito per creare caos o interessi nella società. Non deve essere percepito come fazioso. Sto cercando di pensare a come trasformarlo in uno strumento di studio per le Università. Faccio un esempio. Immaginiamo che durante una lezione di sociologia un docente dica: “Ragazzi, oggi parleremo di diritti umani. Proviamo a postare questo argomento su Main World e la settimana prossima alla nostra consueta lezione del pomeriggio vediamo cosa è stato deciso sulla scelta XY”. Insomma, Main World per me è il Facebook delle decisioni, il Google Map del sentiment umano. Questa è la mia vision. Ricordo che questa idea è stata selezionata nel 2010 da Milano in Progress come una delle prime venti migliori idee su più di duecento in concorso.

Prego! Main World reagisce in tempo reale ad eventi e nuove realtà, dando la possibilità alle persone di cambiare idea subito, senza aspettare che qualcosa possa andare storto. La politica spesso è come se fosse un tir lanciato a duecento orari su un’autostrada a corsia singola. Se succede qualcosa che la obbliga a fermarsi, ci vuole parecchio tempo prima che questo avvenga. Nel frattempo può succedere di tutto. Prossimo step? Potrebbe essere un modulo decisionale, in cui le persone creano decisioni collettive e un piccolo sito su una tematica sola, ad esempio, l’ambiente. Si sente tosto o pazzo? Non ho mai pensato se sentirmi tosto o meno. Sicuramente non mi arrendo alle prime difficoltà. Comunque, è entusiasmante pensare e realizzare un progetto come Main World. Se lo dice lei… E’ utopico al cento per cento in un mondo che, prima di muoversi, pensa al tornaconto economico. La nostra realtà e la nostra vita esistono in funzione di un meccanismo di sopravvivenza, che vede le persone collaborare in funzione di un ritorno personale di stabilità e felicità. Questo progetto ha lo scopo di dimostrare come la comprensione delle esigenze altrui e il dare abbia un ritorno cento volte superiore al tenere per se stessi. Main World è un progetto a favore dell’umanità. Voglio lasciare a mia figlia, ma in generale ai giovani, qualcosa di meglio di ciò che ho ereditato.

Fino ad ora non ha trovato persone interessate a supportarla. Attualmente non mi ha supportato nessuno, ma spero che una volta lanciata questa idea porti tanti ad aggregarsi. Non è semplice farla partire. Le ho detto dei finanziamenti. E poi c’è l’estrema complessità della gestione di un sito simile. Non solo, mi è difficile rendermi credibile. So che non sarà possibile realizzarlo al cento per cento, ma ci proverò. In futuro tenterò di coinvolgere vari professionisti. Diciamo sognatori come me. Tante difficoltà. Molti le dicono che si tratta di una follia. Ma ne vale la pena? Guardi, so che è difficile credermi, sembro un visionario, ma ci credo profondamente. E sa perché? Se parte, potremo sapere quali sono i problemi percepiti dal Mondo, cosa pensano i popoli gli uni degli altri, quali sono le vere decisioni che gli individui prenderebbero se fossero al potere, anche

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Tipi Tosti di Cinzia Ficco

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Il Viaggiatore di Giuliano Volpe

ROAD TO LüBECK La maggior parte dei viaggiatori “fai da te” è ormai in grado di districarsi agevolmente tra le sottili insidie del web, da un banale acquisto accidentale di un’inutile assicurazione di viaggio all’evitare problemi più gravi come il rischio di clonazione delle carte di credito non prepagate. Questi miglioramenti sono indubbiamente dovuti all’esperienza diretta e ai consigli degli amici: ciò che mi propongo di fare è sostenere quest’utile passaparola raccontandovi di itinerari interessanti, con un occhio di riguardo alle ‘mine vaganti’ da schivare. Vi parlerò di un modo originale per spostarvi da Amburgo a Lubecca - 60 km in linea d’aria - interponendo una “piccola” deviazione di 4000 km attraverso i paesi scandinavi! Cinque anni fa, ad Agosto, il viaggio inizia con un budget molto limitato e con un volo d’andata RyanAir a prezzo (e servizio) bassissimo, da Milano a Lubecca, prenotato con tre mesi di anticipo. Le compagnie low cost risparmiano su tutto e cercano di volare sempre in fasce orarie economiche per loro e scomodissime per noi. Per questo motivo, atterrando a notte fonda, siamo costretti ad aspettare molto per un mini-bus diretto in città. Ultimamente prendo sempre più spesso in considerazione la possibilità di investire dieci o venti euro in più in favore di altre compagnie, guadagnandoli in salute. Fisicamente spossati, veniamo ricompensati dall’atmosfera calorosa del B&B: ancora una volta, le offerte e le recensioni di Booking.com e Laterooms.com si sono dimostrate affidabili. Tra me e me, benedico l’ora trascorsa su questi siti e su vari forum (backpacker.it\forumviaggiatori e tanti altri) e mi ripropongo di ritagliarla anche per i futuri viaggi. Il giorno successivo ci saluta presentandoci la nostra nuova amica, ovvero una Smart a noleggio – sì, proprio così, una fedelissima Smart! – della Europcar, pronta ad affrontare i cinquecento ventosi chilometri che ci separano da Copenhagen. on ck

photo Eduardtrag

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Contrariamente a quanto comunemente si pensa, il noleggio di un’automobile da parte degli over 25, per più di 4 giorni e con ritiro e restituzione presso la stessa agenzia, risulta mediamente più economico e più comodo del barcamenarsi tra i mezzi pubblici locali. In paesi come la Danimarca, la Norvegia e la Svezia, più costosi di molte città italiane ma con valuta più debole dell’euro, è conveniente approvvigionarsi di corone presso gli uffici di cambio locali, nonché pagare il più possibile con carte di credito non prepagate (comunque obbligatorie per noleggiare un’automobile). Vivamente consigliato l’utilizzo del navigatore satellitare, visto l’alto rischio di svoltare a Frederikssund invece che a Frederiksberg! Superate le difficoltà monetarie e linguistiche, la patria di Andersen ci mostra subito la sua bellezza e un clima un po’ ostile. Del resto, l’estate scandinava è pazza come la nostra primavera. Per una sosta di tre giorni, è sufficiente farci condurre per mano dalla simpatica guida Routard, unita ai consigli dei viaggiatori incontrati sul web e negli ostelli locali (prenotati grazie a hostelworld.com e hostels.com). Purtroppo, due volte al giorno, è necessario dedicare del tempo all’estenuante ricerca di punti ristoro adeguati alle tasche di due studenti! Questo aspetto ci perseguiterà, non senza risvolti ironici, per tutta la vacanza: almeno siamo stati bravi nel prenotare gli alloggi in anticipo, accaparrandoci in ogni tappa le poche offerte papabili. Ciò comunque non toglie il gusto dell’improvvisazione, visto che spesso si è liberi di cambiare gratuitamente le prenotazioni entro due giorni dall’arrivo prestabilito. Terminata la visita, volgiamo la barra verso Malmo. Attraversiamo il meraviglioso ponte che separa il mare del Nord dal mar Baltico e ci inchiniamo ai bianchi cubi del Turning Torso, lo spettacolare grattacielo di Calatrava. E’ ancora mattina e la destinazione finale è Oslo.

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Il Viaggiatore di Giuliano Volpe

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Addentrandoci nel cuore della Norvegia, capiamo subito che abbiamo fatto bene a non visitarne soltanto la capitale: in quale altro posto è possibile vedere automobili che scortano famiglie di anatre per allontanarle dall’autostrada? Appena termina la prima sensazione di stupore, ecco apparire alci sul bordo della carreggiata e laghi da sogno in mezzo a centinaia di chilometri boschivi. Chiaramente il posto ha una magia tutta sua e decidiamo di visitare anche Drobak, la versione norvegese del paese di Babbo Natale. Visitiamo l’ufficio postale stracolmo di richieste di regali in tutte le lingue e vediamo il primo fiordo del tragitto. Rischiamo di arrivare ad Oslo in notturna, ma non ce ne importa. Inizialmente il nostro coraggio non viene premiato: tra Drobak e Oslo foriamo un pneumatico e non ne abbiamo di scorta. Quale occasione migliore per toccare con mano la straordinaria gentilezza locale? Un simpatico gigante guarda la ruota e ci fa segno di seguirlo. Nel fitto bosco, un suo amico meccanico risolve gratuitamente il problema, evitandoci ritardi in ostello e una notte con gli orsi. Durante i successivi tre giorni visitiamo Oslo, il suo fiordo, il bellissimo centro e il parco di Vigeland. Per quest’ultimo capolavoro, dovreste riservare una mezza giornata abbondante. A questo punto del viaggio, qualora aveste a disposizione una settimana in più, potreste puntare verso Capo Nord, ma noi non possiamo e quindi ci dirigiamo verso Stoccolma. Questa perla scandinava ha una struttura insulare che contrappone l’antica Gamla Stan (provate il cono gelato “arrotolato a pedali”!) alla moderna Norrmalm. Nel loro punto di congiunzione, un po’ defilata, troverete una delle zone dei locali e della vita notturna, da me scoperta solo quattro anni dopo, alla mia seconda escursione nordeuropea. Mangiare a basso costo è prerogativa delle zone periferiche come Sodermalm e i dintorni del simpatico parco-zoo di Skansen. Non fatevi comunque mancare un kanelbullar a colazione e, almeno una volta, il trancio di salmone. Nonostante la voglia di incatenarci a quegli indimenticabili luoghi, volgiamo la rotta verso i romantici canali di Amburgo e il cuore fiabesco di Lubecca, prevedendo una breve sosta intermedia a Lund, città universitaria molto carina e giovanile. Anche se il tragitto è diverso rispetto all’andata, continuiamo a non trovare caselli autostradali a pagamento, fatta eccezione per quanto successo in precedenza all’ingresso di Oslo: dovevamo premunirci di 20 corone appena entrati in Norvegia. Carte non accettate. In quell’occasione si è creata una coda spaventosa dietro di noi, risolta da una signora caritatevole che ha pagato al posto nostro. Nessun altro imprevisto: distributori di benzina frequenti e carta d’identità mostrata velocemente alle frontiere. Adesso non ci resta che il volo di ritorno, speculare all’andata, ma con un notevole carico supplementare di ricordi. Grazie ad una semplice mezza giornata dedicata a prendere qualche informazione in più e ai consigli di amici, reali ed “elettronici”, abbiamo potuto godere serenamente di queste due settimane di vacanza che oggi ho voluto condividere con voi e che spero replicherete durante la prossima estate.

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Fleish Inside

di Arthur Stuart

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GLI SPORTIVI reato. È difficile per voi italiani realizzare un disco dal sound inglese/americano perché non è tanto la cura del suono, gli arrangiamenti, i dettagli, e' un qualcosa che hai dentro. È una cavalcata nel mid-west, in una giornata dal sole giallo e un freddo che taglia la faccia. Per questo apprezzo i BSBE e Gli Sportivi. Loro non sanno imitare, loro sono li presenti. Perché loro hanno quel qualcosa dentro che li rende capaci di trasmetterti quelle sensazioni di cui parlo. Roba che non tutti hanno, mettetevelo in testa. Gli amanti del rock, quello puro come una frustata di bourbon, non dovrebbero farsi mancare Black Sheep perché Lorenzo Petri (chitarra e voce) e Nicola Zanetti (batteria) son due ragazzi come voi in grado di prenderci per mano e trasportarci su una cadillac scappottata percorrendo la Higway 50, dal Maryland alla California. Rock'n'roll guys.

Avete presente i Bud Spencer Blues Explosion? La riva placida del Missisipi tra un ingollata di vecchio bourbon e distorsioni macinate su ritmi secchi, come il clima da quelle parti. Gli Sportivi sono un duo veneziano, chitarra e voce come i BSBE e come questi lanciati in un'orda di rock profondo, grezzo, essenziale, energia pura che si sfilaccia tra intrecci di ritmiche puntuali. Ma c'era bisogno di un altro duo-rock? La risposta e' si! soprattutto se suonano come loro (e mi riferisco anche al duo romano). Black Sheep e' il titolo del loro album d'esordio. Un viaggio lungo le esplanades della California che parte con Gimme Gimme Your Hand che sembra tranquillizzare il viaggiatore con la ritmica accomodante e le pennate puntuali sulle corde di una chitarra che ti butta li' una frase come "ehi amico, non aver paura, come on!". Le distorsioni sono moderne ma il clima e' quanto di più vicino possa essere al 70' american groove. Nirvana raffinati ed educati, The Strokes usciti dalla radio e che sanno, finalmente, cosa fare. Le colline di San Bernardino cominciano ad affacciarsi alla vista con I'm a cop e mettere un braccio fuori da queste parti non è mica un on ck

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photo Antonio Campanella

[Sono un inglese trapiantato in Italia. Nella mia vita ho passato più tempo ad ascoltare rock'n'roll che a fare nodi alle cravatte.]

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Fleish Inside

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di Arthur Stuart

QUINTORIGO EXPERIENCE [Guardo sempre oltre la tecnica e trasformo in immagini ciò che ascolto. Se volete una recensione normale questo e' il posto sbagliato dove cercarla.] Chiunque suoni una chitarra si sarà approcciato, nel bene ma soprattutto nel male, a colui che ha detto al mondo "ehi gente, la chitarra elettrica si suona così!". La notizia e' che anche chi suona un contrabbasso, un violino o una viola non ha potuto fare a meno di confrontarsi con il mancino di Seattle. E come dargli torto. La musica di Hendrix e' imprescindibile, ha inventato un modo di suonare, ha inventato un genere contaminandone altri. I Quintorigo questo lo sanno bene, difatti non sono nuovi al mondo Hendrixiano, basta ricordare la cover di Purple Haze con la quale si misurarono qualche anno fa. Ora sembrano maturi i tempi per un disco intero dedicato al grande Jimi. E così l'ensamble romagnolo si cimenta in un'interpretazione tutta archi e ottoni dei suoi più famosi brani. Il risultato e' magistrale. È una visuale diversa da dove ammirare quel panorama visto e rivisto da una vita. È un gusto nuovo sotto le papille gustative del rock, una morbida forma a ciò che ha sempre scintillato e graffiato nel corso degli anni. La mia e' accademia e banalità, ma quando entro in una pizzeria nuova per la prima volta ho bisogno di assaggiare una pizza margherita per capire la maestria del pizzaiolo. E in questo disco Ehy Joe non solo e' composta da un impasto morbido e poco farinoso ma è cotta al punto giusto tanto da sciogliersi in bocca. Ok cameriere, porta pure le altre pizze! I Quintorigo sono sempre stati un gruppo originale partendo dalla classicità e non si son mai nascosti nello strizzare l'occhio al rock, ai suoni sporchi, alle urla, ne è ulteriore conferma l'English garden tour. Questo disco e' l'anello mancante alla loro attitudine, la chiusura del cerchio. Se amate Jimi Hendrix questo natale dovete assolutamente regalarvi "Quintorigo Experience". REvolution Rock mi ha dato la possibilita' di gustarlo in anteprima e questa possibilita' l'avete anche voi lettori con i 3 brani ascoltabili in streaming per una settimana. A questo punto push on play e tuffatevi nella grazia interpretativa dei Quintorigo. In caso contrario continuate ad aggrovigliarvi le dita su un'improbabile cover di Foxy Lady.

In streaming gratuito per una settimana a questo link

http://www.diavolettolabel.com/quintorigo.html

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RePlayer di Antonio Asquino

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NICK DRAKE

Pink Moon 1972

Il disco di cui parliamo stavolta sarebbe la perfetta risposta alle domande sull'esistenza dell'anima ovviamente niente a che vedere con i discorsi di religiosa memoria ma ad ascoltarlo si fa davvero fatica a credere che “l'anima” (qualunque cosa questo termine voglia significare) non esista. C'è qualcosa che va oltre l'abilità compositiva,il genio,le capacità tecniche e che non si può semplicemente definire “sensibilità”,questo disco non è fatto con l'anima,è stato scritto e suonato DALL' ANIMA di Nick Drake (al secolo Nicholas Rodney Drake),dall'anima che è completamente inglobata dalla storia di Drake e da tutta la sua vita. La stessa anima che è tuttora qui,laddove la persona in carne e ossa non c'è più e che resiste nelle rappresentazioni di tutti i sentimenti definiti dallo scibile umano che troviamo nella musica del suo autore. Vita e arte senza soluzione di continuità, eternamente fuse insieme senza mostrare linee di demarcazione tracciabili chiaramente, di questo in genere sono fatte le opere d'arte più sconvolgenti e “alte” della storia dell'uomo, musica compresa, ma raramente questo è di difficile analisi come in questo disco. Pink Moon è un disco che rovina la logica,che racchiude emozioni pure,che dà e toglie importanza alle nostre vite mentre lo ascoltiamo,è una meraviglia per cui anche spendere parole con la presunzione di fare critica difficilmente funziona,va vissuto e basta e anche questo mio tentativo di descriverlo è impossibile che gli renda giustizia e non sto mettendo le mani avanti,chiunque lo abbia ascoltato sa benissimo di cosa sto parlando,gli altri che non lo conoscono, sono solo da invidiare per quando gli capiterà la prima volta. La storia della musica deve tanto a Nick Drake e non solo per tutto quello che ha generato l'ascolto e la condivisione dei suoi tre(e sottolineo :tre) dischi,quasi nulli al principio e numericamente impressionanti negli ultimi anni per quantità e continuità(soprattutto dalla seconda metà dei novanta in poi), ma perchè basterebbe la sua opera da sola a nobilitare il mondo della musica agli occhi di qualsiasi cerbero subumano che pensi ad essa come ”puro intrattenimento” e basta. La realizzazione di questo capolavoro parte dall'urgenza comunicativa più intima di un ragazzo pieno di malinconia e dubbi derivati dagli scarsi risultati commerciali dei due dischi precedenti : "Five Leaves Left" (1969) e "Bryter Layter" (1970); due perle (a mio modestissimo parere soprattutto il secondo) di folk acustico, pregevoli arrangiamenti orchestrali, cesellature vicine al jazz,tanto pieni di ispirazione quanto sottovalutati dai contemporanei,forse anche a causa della scarsa propensione del nostro alla promozione e alla leggendaria timidezza dimostrata nelle poche esibizioni dal vivo. Nick Drake ha però la fortuna di avere una casa discografica che ,malgrado tutto, crede ancora in lui e gli mette a disposizione una villetta sul mare in Spagna per permettergli di rilassarsi e concentrarsi sul nuovo lavoro e allora nell'autunno del 1971 contattato il fonico John Wood, uomo di fiducia che ha già collaborato con lui nei dischi precedenti,gli comunica la sua intenzione di fare un disco solo di voce e chitarra, risultato delle idee accumulate negli ultimi mesi. Le registrazioni vengono fissate e in breve tempo questo gioiello splendente di malinconia,umanità e vita vissuta prende forma con tutto il suo messaggio di reazione non solo nei confronti del mondo musicale ma del mondo in generale. Le registrazioni avvengono in due ore, l'artista armato della sua chitarra acustica,delle sue idee e della sua fragilità emotiva,suona e canta la sua epifania infilando tutti i brani che entreranno nel disco uno dopo l'altro senza ulteriori aggiunte, fatta eccezione per una parte di piano inserita due giorni dopo nella canzone che darà il titolo al disco. Il risultato è quanto di più pregno ed emozionale sia mai stato fissato su supporto discografico,il tutto dura meno di trenta minuti ma di intensità folgorante e sanguinante come mai accaduto in precedenza (un disco che sotto un certo punto di vista ha in sé qualche seme di quello che farà Drake potrebbe essere il primo lavoro di Leonard Cohen ma un paragone vero e proprio sarebbe ingeneroso nei confronti di entrambi). on ck

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RePlayer di Antonio Asquino

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Il titolo fa riferimento al colore che assume la luna durante le eclissi e che secondo la tradizione cinese sia portatrice di sventure, messaggio purtroppo verificatosi in pieno ma entriamo in meritoalle undici perle che compongono “Pink Moon”. La prima canzone è anche la title track, l'apertura , affidata ad un arpeggio di acustica, introduce le tristi premonizioni e le visioni del nostro. L'utilizzo di accordature aperte e suonate in ripetizione rimandano principalmente al blues ma anche ai classici del folk .Poche note di delicato pianoforte descrivono uno scenario scarno,malinconico, l'autore sentenzia :”I saw it written and I saw it say/ pink moon is on its way/ and none of you stand so tall /pink moon gonna get you all “. “Place to be” apre uno squarcio nei ricordi, Drake scrive nostalgicamente della sua prima giovinezza in compagnia dell'amata famiglia,nei luoghi a lui cari in cui vorrebbe ritornare cercando appunto il “posto in cui stare. Il procedere circolare della chitarra e il cantato morbido fungono da abbraccio nell'ascoltatore che si ritrova elegantemente trasportato con l'autore nell'atmosfera a lui più cara,il testo recita :”And I was green, greener than the hill/where the flowers grew and the sun shone still/now I`m darker than the deepest sea/just hand me down, give me a place to be”. La terza traccia è “Road” ,è quasi una filastrocca sotto forma di delicata litania . Il testo presenta delle ripetizioni alternando ogni inizio di frase con “I” e “you”,quasi come se Nick volesse interagire con chiunque lo ascolti per chiedere aiuto nella ricerca della strada che fatica a trovare : “You can say the sun is shining if you really want to /I can see the moon and it seems so clear / you can take the road that takes you to the stars now /I can take a road that'll see me through”. “Wich will” ,che segue, ha un incedere dolcissimo una splendida parte di chitarra arpeggiata e un cantato caldo che sembra quasi sereno nel suo chiedere e chiedersi : “Which do you dance for? which makes you shine?/ which will you choose now ?/if you won't choose mine”.Uno dei brani più memorabili del disco e anche uno dei più conosciuti. Il brano numero cinque è lo strumentale e monumentale “Horn” ,una melodia tanto semplice quanto meravigliosa dove Nick “diventa” la sua chitarra e “canta” il suo spleen struggente e intensissimo che colpisce la cuore al primo ascolto. La canzone al numero sei è da molti ritenuta il capolavoro del disco ed è anche la più ricordata dell'artista inglese : “Things behind the sun”. E' la traccia più lunga e rappresenta una sorta di denuncia nei confronti della mancanza di sentimenti puri del mondo, pieno di superficialità ,arroganza ed opportunismo. L'incedere che riesce miracolosamente, ad essere sia crudo che onirico dei passaggi chitarristici e una melodia avvolgente e memorabile ne fanno un brano perfetto sotto ogni novembre2012 #dodici

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RePlayer di Antonio Asquino

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punto di vista. Nick ci mette in guardia cantando: “ Please beware of them that stare/they'll only smile to see you while/your time away/and once you've seen what they have been/ to win the earth just won't seem worth/your night or your day/who'll hear what I say...”. Con “Know” irrompe il blues più scarno, intimo e primitivo,chitarra battente e ripetuta, brano essenziale che lascia ammutoliti per l'efficacia con cui sintetizza l'amore,un fantasma che pian piano tra mugolii appare,canta: “ know that I love you /know I don't care /know that I see you /know I'm not there. ” , si allontana e sparisce. Il brano che preferisco dell'album,mi ha lasciato a bocca aperta la prima volta che l'ho ascoltato e la storia si ripete ad ogni ascolto. “Parasite” presenta un efficace giro armonico arpeggiato e un testo in cui il musicista si seziona quasi chirurgicamente, mettendosi a nudo e quasi disprezzandosi,ritenendosi incapace di ricambiare l'amore ricevuto, si paragona ad un parassita : “And take a look you may see me on the ground /for I am the parasite of this town. /and take a look you may see me in the dirt/for I am the parasite who hangs from your skirt. “

Il corpo verrà ritrovato dalla madre, di mattina, nel suo letto con i “Concerti Brandeburghesi” di Bach nel giradischi e “Il mito di Sisifo” di Camus sul comodino.

La traccia numero otto è "Ride",qui Nick su una base ritmata incalzante e un ritornello a presa rapida, sembra addirittura presentare con ironia il protagonista, dicendo di conoscerlo fin troppo bene e cantando: “know you /I care too/I see through/All of the pictures that you keep on the wall/all of the pictures that you keep on the wall/but hear me calling/won't you give me a free ride” “Harvest Breed” irrompe con il suo suono cupo,frutto dell'accordatura inconsueta che fa apparire quasi scordata l'acustica , in realtà quasi tutte le accordature che Drake usa sono insolite. Pezzo brevissimo, spiazzante e superbo. Il senso di fine imminente non solo è avvertito nell'atmosfera del brano ma è dichiarato apertamente dal testo : “ Falling fast and falling free you look to find a friend /falling fast and falling free this could just be the end /falling fast you stoop to touch and kiss the flowers that bend /and you're ready now/for the harvest breed “.Tutte qui le parole chedescrivono la caduta libera di questo ragazzo solo. L'ultima canzone che Nick ci regala è "From The Morning". I toni sembrano stranamente rilassati nella descrizione di questa quiete (apparente) dopo la tempesta (molto meno apparente). L'ascoltatore viene quasi preso per mano e accompagnato al risveglio,invitato a sorgere come l'alba ,a giocare,a cibarsi di luce e armonia. La musica è intreccio sublime di chitarra arpeggiata e canto quasi pacificato ,l'atmosfera in netto contrasto con il resto del disco parrebbe quasi comunicare che l'artista si sia risvegliato dal suo incubo e superato ogni angoscia e malinconia, purtroppo non è cosi' perché Nick Drake morirà tre anni dopo,il 24 Novembre del 1974, nella casa di Tanworth In Arden, dove si era rifugiato tra le braccia della famiglia per sfuggire alla depressione,alla solitudine e all'insoddisfazione. on ck

Non è mai stato accertato se la morte sia stata effettivamente voluta o solo causata dal dosaggio sbagliato degli antidepressivi che da anni prendeva per sfuggire ai fantasmi che ,sicuramente, hanno contribuito, col genio di Drake, a creare un disco maestoso,irripetibile e di pura meraviglia come “Pink Moon” ma che hanno impedito al suo autore di vivere la vita che una persona straordinaria come lui avrebbe meritato.

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novembre2012 #dodici


RE_Verie

rubriche in revolution

di Sabrina Tolve

Se l'amore non basta a generare tra Simone Lenzi e Paolo Virzì

Cantautore dei Virginiana Miller, stavolta Lenzi s'erge al di sopra della musica, per la scrittura di un libello che ha forma di romanzo e scrittura invidiabile. Una prosa ipnotica che oltrepassa e soprassa anche la trama, che snocciolata può apparire leggera, ma non lo è. La generazione non è solo la società: precariato e affanno nel vivere una vita che si prova ad essere normale. La generazione è anche creazione. E quel che più ci fa sgranare gli occhi, tra le pagine di questo libro, è il punto di vista di Guido che tenta, attraverso letteratura, enciclopedismo e filosofia, di analizzare il percorso della vita e gli orologi biologici interni a uomo e donna, senza necessariamente mettere l'accento sulle differenze, ma tentando una comprensione che manca ai più. Lui vorrebbe, lei vuole, un figlio. È già nella sintassi la diversificazione d'intenti. Eppure si prova, quasi in maniera disperata, di creare, di generare, in una sorta di corsa al contrario, l'uno verso l'altra. Lui ha vita notturna, portiere in un albergo, mentre tutti dormono. E lui ha pace per leggere, studiare, documentarsi. Lei è diurna eppure ha carattere saturnino. L'incontro cruciale è il mattino, alla sveglia di lei e poco prima del riposo di lui. E se la natura non basta, gli intarsi della giornata da dedicare a visite mediche, pillole ormonali, e quant'altro concerne la fecondazione assistita, diventano dei minuscoli rituali quotidiani in cui ci si scontra, se la comprensione non è la cosa più importante. Eppure tra affanni, rotture, incomprensioni, recriminazioni, si sente tutto l'amore che due persone possono darsi. Da quel che scrive Lenzi, Virzì ne fa un film, scritto da entrambi: e stavolta il sodalizio è azzeccato, seppure agli amanti della parola, le immagini sono sempre, necessariamente, minori. Eppure Virzì ne fa un disegno attinente, disegnando nella Roma volgare e ignorante che siamo soliti conoscere, un amore che, in qualche modo, vince sul resto. E se Luca Marinelli, già mirabile ne La solitudine dei numeri primi dà vita degna a un Guido timido, riservato, schivo eppure in grado di affrontare la vita, in tutti i modi in cui la vita possa ostacolarci, Thony trova ampia pubblicità come cantautrice, all'interno del film, poiché, per quanto convincente, lei attrice non lo è. Dunque se Lenzi si apre a nuove strade riuscendoci benissimo, per quanto Virzì possa aver fatto un buon film, prosegue il filone tipico dei suoi film in cui il precariato c'è ed è prepotente, e urla in silenzio – nonostante tutto –.

novembre2012 #dodici

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VideoLezioni di Renato Pezzano

rubriche in revolution

ZIO DAVID Nato per caso, per gioco, nel mio salone di casa con quadri di famiglia e gatto che passa e spassa durante le riprese, il video metodo didattico “Suonare nello stile di David Gilmour” poi mutatosi in zio David, riscuote un successo di visualizzazioni, contatti e scaricamenti oltre ogni più rosea aspettativa. I video corsi didattici così come le lezioni online ( via Skype, Messenger ) hanno avuto negli ultimi anni una diffusione notevole, grazie soprattutto a Youtube, questa grossa televisione libera che permette a chiunque ( purtroppo ) di divulgare i propri messaggi e mandarli in tutto il mondo. Una globalizzazione perfetta, non scevra, ovviamente, da negatività ( chiunque può improvvisarsi insegnante e postare lezioni errate ) ma comunque di una potenza mediatica notevole, seconda solamente ai canali televisivi “ufficiali”.

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La didattica online è stato il completamento, per me, di un percorso di insegnamento che dura da quasi due decenni, il modo di arrivare nelle case di tutti gli appassionati di Pink Floyd e di Gilmour in particolare, creando una rete che poi mi ha portato a tenere master class e seminari ben oltre la nostra regione, anche grazie all’apporto “social” di facebook e della sua notevole interattività con il tubo di cui sopra. Il passo successivo è quello di allargare la didattica ad altri strumenti, ad altre persone o volti noti nel panorama musicale lucano, creare rete e, perché no, un marchio di insegnamento che possa, ne sono sicuro, stare al passo con ben più blasonati forum nazionali dedicati alla didattica.

LINKS

http://www.youtube.com/renataccio http://www.renatopezzano.it novembre2012 #dodici


Serie B.Ci di Luca Cardone

rubriche in revolution

IN THE WILD JUNGLE...

(ad Altea Trini e agli altri prima di lei nella tragica lista)

Il marchio #salvaiciclisti è rilasciato sotto licenza Creative Commons e può essere utilizzato per tutte le attività attinenti la promozione della ciclabilità a scopo non commerciale senza il bisogno di alcun permesso.

photo yvanmarn

CRONACA: un altro ciclista barbaramente ucciso.. C’è da avere paura a muoversi in bici quando tocca sentire della ragazza che oggi non entrerà a scuola (e neanche domani) .. del tale che sarà atteso ancora a lungo per la riunione del giorno (credo che dovremo rimandarla a data da destinarsi) .. del nonno che farà freddare la cena di compleanno della nipote (è la prima volta che succede e anche l’ultima). Non voglio impressionare nessuno né tantomeno portare sfiga .. ma lo devo dire .. OCCHI APERTI!!! Sulla strada ASPETTATEVI DI TUTTO .. Il pericolo non è solo quello di essere investiti ma anche di cadere banalmente per evitare un cane (o una persona) che vi attraversa la strada o di imbattersi nell’asfalto sconnesso che vi spacca cerchi e ossa. Se vi hanno detto che la città è una GIUNGLA DI CEMENTO, credeteci .. ma se volete fare un tour-safari con la bici al posto del fuoristrada affrettatevi!!! Siamo in promozione!!! è garantito uno stretto contatto con una grande varietà di ANIMALI. Intanto se siete in Italia il vostro tour-safari sarà “FUORI PISTA” .. perché è probabile che una pista non ci sia! .. e vi dovrete ricavare un percorso in un ambiente in cui sarete considerati degli INTRUSI. Non azzardatevi a montare sul marciapiedi, territorio giustamente difeso dal pedestrem, ominide solo apparentemente innocuo ma che, se si sente minacciato dalla vostra presenza, può avere reazioni diverse che vanno dagli insulti alle bestemmie, dagli sputi agli spintoni. La legge della Giungla di Cemento vi consente di muovervi sulla strada ma prima che abbiate la possibilità di sostenere i vostri diritti, sarete circondati da mandrie di sonantis rotarum (veicoli a motore in genere) di ogni tipo e dimensione, la cui pericolosità è quasi involontaria, dovuta al fatto che il limitato cervello tende a non rilevare qualunque cosa sia inferiore al proprio corpo per dimensione, velocità e rumorosità .. Non sottovalutate quelli in sosta laterale: misuratene a occhio l’APERTURA ALARE poiché lo sportello vi raggiungerà laddove vi sentite più sicuri. Un incontro più raro ma MOOOLTO più critico si può fare con l’incontrastabile TIR-Rex (autoarticolati, camion, autocarri e simili).. Anche la sua pericolosità si può definire involontaria ma mi sono sempre chiesto se essere un bestione di quel tipo non ti faccia sentire padrone della vita e della morte di quelle insignificanti creature che stanno almeno un metro più in basso. Ci sono aree normalmente inaccessibili al sonantis rotarum e ancor più al TIR-Rex .. sono le cosiddette aree ciclo-pedonali, sicuramente più tranquille ma .. ATTENZIONE .. perché sebbene possiate contare su altri ciclisti che fanno gruppo, dovrete condividere lo spazio con il pedes tardus che, a differenza del suo parente stretto pedestrem, è consapevole di non essere il solo abitante di quel territorio ma ciò nonostante sembra cercare uno STRETTO CONTATTO quando voi passate e lui vi taglia la strada salvo poi immobilizzarsi a centro pista al suono del vostro campanello .. Oppure vi cammina davanti, voi fate per sorpassarlo a sinistra e lui si allarga a sinistra, allora rallentate e deviate a destra ma lui ci ripensa e muove verso destra .. Poi occhio se di fronte a voi avrete due individui che camminano mano nella mano, perché sappiate che dopo avervi visto, ognuno dei due si sposterà verso l’esterno senza mollare la stretta della mano .. e allora ANATEMA AL CICLISTA CHE PROVA A SEPARARE CIO’ CHE DIO HA UNITO!!!

novembre2012 #dodici

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REvolution Rock 12