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www.diavolettolabel.com

luglio 2012 #08

REvolution rock FREE webzine di Diavoletto Netlabel

afterhours il disordine delle cose divenere


REvolution Iniziativa editoriale di

rock

Diavoletto Netlabel LUGLIO 2012 N. 8 cover by Ilaria Magliocchetti

Ideato da Giando Carbone Diretto da Anurb Botwin Caporedazione Francesco Volonnino Laura Ibisco Redazione Andrea Furlan Giordano Criscuolo James Cook Leo Romaniello Mara Cappelletto Ceccamea Mauro Savino Mirko Fagnocchi Riccardo Botta Sabrina Tolve Grafica Giulia Pedrazzi Collaboratori Massimo Miriani Rocco Spagnoletta Segreteria di REdazione revolution@diavolettolabel.com Ufficio Stampa e Comunicazione info@diavolettolabel.com

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photo by Ilaria Magliocchetti

indice editoriale...................4

_Patti Smith - Banga di James Cook.........................38

revoluzioni in diavoletto

rubriche da re _Love Affair

di Anurb Botwin.........................5

intreviste _Speciale Afterhours Intervista

di Giordano Criscuolo.....................39 _Il Monsignore di Mauro Savino........................43

di Anurb Botwin e Giando Carbone.............9

_Sex and Concert di Catherine...........................49

Un giorno a Villa Arconati

di Massimo Miriani e James Cook.............17

_#Salvaciclisti di Luca Cardone........................51

_Il Disordine Delle Cose di Anurb Botwin.........................25

_REverie di Sabrina Tolve........................57

_Divenere di Mirko Fagnocchi.......................29

facce da re _Intervista a Giovanna Onofri

recensioni _Vinicio Capossela-Rebetiko

di Sabrina Tolve........................59

di Andrea Furlan........................33 2


_editoriale

photo by House Nerd


editoriale

C

di Laura Ibisco

hi ci conosce da un po’ lo sa già. Chi ci ha appena scoperto l’ha capito, con l’aria di chi la sa lunga. Quello che avete tra le mani è un nuovo REvolution Rock, rinnovato e rivoluzionario in tutto. Nuova grafica, nuovo layout, nuovi contenuti, ma la stessa voglia di sempre: mostrarvi le novità della musica indipendente italiana, intrattenervi, informarvi e aggiornarvi sulle novità di Diavoletto Netlabel. Dopo l’esordio su Vimeo di The Bunker, il programma contenitore condotto da Mirko Fagnocchi, con spunti, parole e video delle band targate Diavoletto Netlabel, grosse novità bollono in pentola per questo mese di Luglio. REvolution Rock si rinnova con le IntREviste e parte da uno speciale dedicato agli Afterhours. La band milanese, portavoce del rock alternativo made in Italy, ci parla di musica, ispirazione e soprattutto del loro ultimo album in uscita, Padania. Imperdibile ma soprattutto, in esclusiva per voi. Insediandoci nel panorama indie italiano di qualità, vi presentiamo una lunga intervista alla band Il Disordine Delle Cose, in occasione dell’uscita del loro ultimo album La Giostra, secondo lavoro del gruppo piemontese, registrato interamente nelle fredde terre dell’Islanda. E per chiudere con le interviste, non poteva mancare l’ultimo ingresso nel catalogo Diavoletto: i DIVENERE. Potrete addentrarvi nelle nostre Rubriche da RE, tutte da scoprire tra storie di amori trasversali, apparizioni, ecologia e visioni oniriche fantascientifiche. Se tutto questo non vi sarà bastato, abbiamo riservato per voi il nuovo spazio Facce da RE, dedicato questo mese alla fotografa Giovanna Onofri. Prima di abbandonarvi alla lettura, leggete il bando per il seminario Il Talento Come Risorsa che si terrà in occasione del Pollino Music Festival 2012 organizzato in collaborazione con Diavoletto Netlabel. Iscrivetevi numerosi perché noi saremo lì il 4 Agosto, all’interno del calendario delle attività del festival, per sentire cosa ha da dirci Teresa Mariano su come selezionare un artista, come percepire il suo talento e svilupparlo senza freni e contaminazioni. Dopo tutto questo, possiamo consigliarvi solo una cosa: lasciatevi trasportare dalla nostra musica. Lasciatevi travolgere da noi.


revoluzioni ni diavoletto

di Anurb Botwin

O

gni rivoluzione si basa su idee semplici, la nostra è il free download. Partendo da questo principio, Giando Carbone nel 2010 fonda un’etichetta discografica, una netlabel dai tratti alquanto anomali per il panorama musicale italiano. L’attività della Diavoletto Netlabel si orientata da subito verso la distribuzione e la promozione di tutto quanto rientra nella scena musicale underground, quella che alcuni definiscono “di nicchia” ma che nei fatti è lo specchio di un sistema obsoleto, che a tratti opprime la vera libertà di espressione a favore di logiche commerciali da cui Diavoletto si discosta. Nei primi mesi di attività, con lo zelo e l’impegno della Diavoletto, si crea un catalogo di bands lucane che immediatamente trova seguito tra gli utenti del web e che oggi, a circa 2 anni dalla sua fondazione, vanta la presenza di 20 bands di provenienza geografica non più limitata alla sola Basilicata, un altissimo numero di downloads sostenuto da oltre 25.000 visite sul sito web e un inaspettato seguito anche oltreoceano. Ma Diavoletto Netlabel non è solo free download, è un’idea di libertà dell’arte e dell’arte in libertà. Questo dogma assoluto per la Diavoletto, ha condotto all’iniziativa editoriale che prende il nome di REvolution Rock, partita nel Novembre 2011 e arrivata oggi alla ottava uscita, grazie alla passione e allo zelo di chi l’ha ideata e di tutti i redattori e collaboratori che a diverso titolo contribuiscono dinamicamente alla riuscita di ogni singolo numero.Il numero di Luglio 2012 ha l’ambizione di essere il numero della REvoluzione in Diavoletto, frutto dell’impegno spassionato di una rete di collaboratori giovani e interessati che provengono da diverse regioni d’Italia e che hanno preso a cuore la causa Diavoletto. Le evoluzioni sono sempre segno di attività dinamica e in Diavoletto Netlabel questo prezioso elemento sinergico non manca. Da questo numero in poi, REvolution Rock decide di rinnovarsi e di adottare una nuova grafica come naturale evoluzione di un programma cominciato mesi fa e cresciuto esponenzialmente, sia in qualità che in quantità di energie che si sono magicamente intrecciate. Enjoy REvolution Rock e mandateci il vostro parere su questa nuova rivoluzionaria veste! Buona lettura!

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photo by Jöyköping

“Ti prego ascoltami, ascoltami bene almeno una volta…

L’idea di Diavoletto Netlabel è molto semplice: promuovere i gruppi aggratis. Certamente non è una cosa semplice e del tutto naturale. Registrare un disco comporta delle spese nelle quali è sempre arduo rientrare. Se un artista non vende il proprio lavoro, investirà a perdere e campar di sola gloria non è ambizione dei più, soprattutto in un modo materialista come quello dei nostri giorni. E’ altresì vero che se non hai un qualche canale di distribuzione, il lavoro che hai autoprodotto sei costretto a venderlo a mano durante i concerti (sempre troppo pochi) o alla cerchia di amici. Diavoletto è l’anello mancante tra l’autoproduzione e la distribuzione a mano. Scaricare un disco oggi comporta un dispendio energetico minimo (basta muovere il mouse e cliccare il tasto destro) e soprattutto una spesa economica uguale a zero. Ciò può sembrare a tutto vantaggio dell’utente che tra una mail e un aggiornamento di stato su facebook può avere a disposizione un’offerta musicale gratuita e nuova. Ed è proprio così in effetti. Però questa è soltanto la logica merceologica a cui siamo abituati. Se la pensate diversamente, vi accorgerete che nel momento in cui l’utente scarica un disco di un gruppo sconosciuto, avrà contribuito ad una piccola rivoluzione. E piccole cellule di questo macro organismo possono insieme, dar vita ad un sistema nuovo, fresco, rivoluzionario. Non vi chiediamo molto, solo di contribuire a questo cambiamento, perché oggi questo è possibile, perché oggi qualche ragazzo come voi dagli USA o dalla Cina ha scaricato e conosciuto il disco dei Damash, dei The Personagg, del Ristretto o di altri. E se questa catena si innesta maggiormente, tutti avranno la possibilità di essere ascoltati. In tutto il mondo. Per far questo abbiamo bisogno di te. Liberati da ciò che ti propongono i cari sistemi e scegli secondo il tuo gusto. Contribuisci anche tu a questa piccola rivoluzione rock. In fondo e’ gratis” Giando Carbone, REvolution Rock n°0


POLLINO MUSIC FESTIVAL XVII edizione 3-5 agosto San Severino Lucano (PZ) Parco Nazionale del Pollino

IL TALENTO COME RISORSA Seminario di Management Artistico e Culturale tenuto da Teresa Marano Info&adesioni: www.diavolettolabel.com

Programma Concerti Pollino Music Festival 2012: VenerdĂŹ 3 agosto (Piazza San Vincenzo)

M.C.O. 22,00 99 POSSE 21,00

Sabato 4 agosto (Piazza San Vincenzo)

ESQUELITO 21,30 DENTE 22,40 A TOYS ORCHESTRA 23,50 BUD SPENCER BLUES EXPLOSION 21,00

Domenica 5 agosto (Mezzana salice)

GIOACCHINO FITTIPALDI / ACQUATINTA / ANTONIO LANGONE / AEGUANA WAY / DAMASH/ MELTING DRUMPOT 21,00

IGRESSO LIBERO Free Camping info@pollinomusicfestival.it www.pollinomusicfestival.it


16 luglio

Seguici sulla Web TV di Diavoletto Netlabel


_intreviste

Afterhours

“E’ TROPPO FEROCE ESSERE NORMALE”


speciale

Tornano gli Afterhours con il nuovo rumoroso e agghiacciante disco, PADANIA. Li abbiamo intervistati per voi a meno di due mesi dall’uscita del loro ultimo capolavoro.


_intreviste

di Anurb Botwin e Giando Carbone

P

er la band più influente del rock italiano indipendente degli ultimi 15 anni, non c’è bisogno di troppe spiegazioni. Sono gli Afterhours, e per qualcuno può bastare. Corre l’anno 2012 e la band milanese riparte da Padania con una formazione spaventosamente autorevole con gli storici Manuel Agnelli e Giorgio Prette, con Rodrigo D’erasmo e Roberto Dell’Era, Giorgio Ciccarelli e il ritrovato Xabier Iriondo. Gli Afterhours sono la dimostrazione che questo rock italiano, nato e cresciuto tra i meandri della scena musicale indipendente italiana (e non), ha da raccontare note sempre nuove a chi sa apprezzare il rinnovamento, la continua sperimentazione e la forza avanguardista. Questo disco è feroce, è una vomitata fuori dai denti verso un sistema marcio e alienante. Ma c’è così tanto stile in questi nuovi quarantenni che, ancora una volta, gli Afterhours sanno dirci che in questo paese abbiamo bisogno di riappropiarci della parola artista, perchè è l’arte che cambia il mondo ed è l’unica via di fuga per salvarci dall’ostruzione mentale celata dietro quei luoghi senza geografia che si insinuano nella nostra mente.

Se è libertà, tu ora ce l’hai.


speciale Partiamo dal titolo di questo album, cosa è per voi Padania? Il titolo è stato una sorta di provocazione e l’abbiamo scelto perchè riassume in sè diversi riferimenti e significati. Padania fa subito pensare a una zona dell’Italia, che è quella dove noi siamo nati e cresciuti, però per noi non è un esperimento territoriale perchè la Padania di fatto come territorio non esiste ed è anche una parola fastidiosa, se ci pensi. Al di là del riferimeto che porta a pensare a certe spiacevoli situazioni italiane, il disco non ha un riferimento politico diretto, cioè non parla del nord Italia e non parla della Lega. Questo disco è un concept emozionale che vuole parlare di stati d’animo e stati emotivi che le persone vivono in questo momento, dalla solitudine alla rabbia alla frustrazione alla disperazione. Parla di persone comuni, che passano la vita a combattere delle battaglie e che durante il percorso si accorgono di non sapere più per cosa stanno combattendo. Parla di persone che cercano di raggiungere la realizzazione economica che inevitabilmente porta ad un distacco totale dalla realizzazione a livello umano. Non si racconta una storia unica in tutto l’album, seppure esista un filo conduttore presente nelle canzoni. La tempesta è in arrivo è un brano realizzato anche per la miniserie Faccia d’angelo che parla di Felice Maniero. Lui è un 12


_intreviste pò il protagonista di Padania? Non è il protagonista diretto ma è un esempio che rientra perfettamente nel concetto del disco perchè Felice Maniero era un ragazzo con una capacità intellettiva fuori dalla norma che, dai margini della società, opta per una forma di ribellione drastica e violenta diventando un criminale che per mantenere quello che ha, perde completamente se stesso. Ha fatto una carriera da criminale incredibile, però alla fine quello che ha raggiunto non aveva niente a che fare con il suo progetto di riscatto iniziale. Non è stato una fonte di ispirazione per il disco, però rientra esattamente nel concetto di quello di cui si parla, di quel filo conduttore che percorre tutti i brani. Molti hanno definito Padania come l’album della maturità. E’ dovuto a questa esplosiva formazione oppure al fatto che col tempo cambia il modo di vedere e concepire le cose? Questo album è frutto della nuova formazione – che è forse la migliore che ci sia mai stata negli Afterhours – e contemporaneamente è frutto anche della fase della nostra vita. Ogni album fa parte di un intero percorso e rappresenta una tappa di per sè fondamentale. Guardandoci indietro non cambieremmo niente di quello che abbiamo fatto perchè ogni album è figlio dei precedenti. E’ frutto di tutto il percorso fatto che non può prescindere dall’evoluzione e dalla crescita a 360 gradi. Se così non fosse, non potremmo andare avanti. Di certezze nella vita non ce ne sono, però per noi è certo che non potremmo mai andare avanti senza credere in questo progetto, non potremmo mai farlo per il solo mestiere di fare musica che, per carità non c’è niente di male, però noi sappiamo benissimo che non ci sentiremmo bene. Padania è un disco di alta qualità, al pari se non migliore di molti lavori della scena mu-

sicale europea. Queste sonorità nascono da un progetto ben definito fin dall’inizio oppure questo disco si è plasmato in corso d’opera? C’è di tutto un pò, ma è soprattutto frutto di come l’abbiamo lavorato. Rispetto ai tre dischi precedenti, abbiamo cambiato completamente modo di lavorare. Quello che non c’è, Ballate per piccole iene e I milanesi ammazzano il sabato sono stati registrati live in studio, il che significa che prima si fa tutto il lavoro di composizione e arrangiamento dei pezzi e poi c’è la registrazione in studio tutti insieme. Quando abbiamo iniziato Padania sentivamo l’esigenza di portare in questo disco l’impatto e anche la “sporcizia” degli Afterhours dal vivo ma, anche grazie all’esperienza, ci siamo resi conto che non era più necessario lavorare come nei precedenti dischi per ottenere quel risultato e abbiamo deciso di lavorare, sia in fase preliminare che in fase di registrazione, tutti separatamente. E’ stato un vantaggio non solo perchè cambiare metodo di lavoro è sempre molto stimolante, ma soprattutto perchè ha fatto la differenza da un punto di vista creativo. Suonare tutti insieme in una stanza può talvolta rappresentare psicologicamente un limite perchè ognuno deve trovare delle emozioni che funzionino, ma in tempi anche relativamente rapidi. Questo da un lato può portarti a tirar fuori il meglio di te in meno tempo possibile, però contempo-

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>> Questo album è frutto della nuova formazione che è forse la migliore che ci sia mai stata negli Afterhours <<


speciale

raneamente è anche vero che ti accontenti della prima soluzione valida che trovi. Invece, lavorando separatamente abbiamo avuto tutti la possibilità di sperimentare e andare oltre. Provare e cercare delle cose da soli può portare a livelli di creatività e sperimentazione superiori. Avere anche solo la libertà di poterlo fare fa la differenza, perchè vai oltre te stesso e oltre gli altri provando e sperimentando qualunque cosa. Poi magari non trovi niente lo stesso, però hai una libertà creativa mentale e psicologica che fa davvero la differenza. Perchè ultimamente nei concerti si prediligono le tre chitarre con suoni imponenti piuttosto che le vecchie ballate? 14

In realtà non seguiamo nessuna regola, tendenzialmente facciamo quello che sentiamo di fare e abbiamo voglia di fare in un determinato momento. L’uso delle tre chitarre è principalmente dovuto al ritorno in formazione di Xabier Iriondo. Il mini tour del 2010 e dell’estate scorsa è stato caratterizzato da una scaletta con molti pezzi del vecchio repertorio con pezzi veloci e aggressivi da Germi e da Hai paura del buio. E’ un pò come per i dischi…ad esempio Ballate per piccole iene era un disco di rock traditional con ballate e canzoni, I milanesi ammazzano il sabato era già più misto. Se andiamo avanti è perchè vogliamo fare sempre qualcosa di diverso. Infatti, in questo disco di canzoni nella forma di scrittura tradizionale ce ne sono veramente poche e sono mischiate a pezzi più schizofrenici. La verità è che se facciamo un disco di ballate ci dicono che facciamo troppe ballate, se facciamo un disco come questo ci dicono che sono meglio le ballate...però è anche questo il bello. Poco prima di Padania è uscito Meet some freaks on route 66, un ottimo prodotto (con eccezionale cover finale Dolphins di Fred Neils) della tournè negli Stati Uniti con icone del rock indipendente come Greg Dulli e Mark Lanegan. Questo viaggio ha influenzato un pò Padania? E soprattutto, alla fine i freak li avete incontrati? Ha avuto influenza da un punto di vista


_intreviste attitudinale, da un punto di vista musicale no. Le influenze sono sempre abbastanza dirette alla singola persona e diverse per ogni individualità che compone la band, anche se poi finiscono per essere metabolizzate da tutti. Però in qualche modo un’influenza attitudinale su come abbiamo fatto il disco sicuramente si, ma dal punto di vista musicale no. Riguardo i freak, oggi ci sarebbe davvero bisogno dei freak nel senso artistico del termine. In Italia non si può dire che la cultura navighi in acque serene e in questo momento ha davvero un gran bisogno di aiuto e di supporto perchè la cultura è fondamentale, è il nutrimento dell’anima delle persone. È quello che fa l’identità e la coscienza di un popolo. E’ una questione generazionale... in ogni forma d’arte, nella musica, nella cultura, nell’istruzione in generale e in qualunque ambito professionale purtroppo l’Italia è un paese che schiaccia i giovani che, per quanto possa sembrare un’affermazione banale, sono il futuro di un paese e la risorsa fondamentale per la costruzione del futuro. Quella dei giovani, è la fase della vita in cui ci sono più energie mentali, fisiche, stimoli, idee e in Italia questa preziosissima risorsa è schiacciata completamente. Per fare un esempio banale, quando ti rendi conto che anche i giovani calciatori di talento – in un paese in cui il calcio sembra essere la cosa più importante del mondo – devono andare a giocare all’estero per realizzarsi, ti rendi conto di come è messo male questo paese. Oggi gli Afterhours agli occhi del pubblico che li ha sempre seguiti fin da tempi non sospetti, sono visti in modo quasi autorevole. Sentite un pò vostro questo ruolo? Noi siamo musicisti, cittadini adulti…ultraqua-

rantenni ormai. Usiamo i mezzi che abbiamo a disposizione per sostenere la cultura, le forme espressive e cercare di fare comunicazione. Non ci sentiamo dei fari. Forse siamo un pò un punto di riferimento, non c’è niente di speciale in questo. In questa fase della nostra vita è indispensabile avere un senso in quello che facciamo. C’è un’età in cui fare il musicista ha una valenza, poi arriva un momento in cui devi trovare un senso nuovo di fare il musicista, cercare di guardare oltre e per noi questo significa anche usare lo spazio comunicativo che abbiamo a disposizione, per trasmettere valori e idee e sostenere quello che riteniamo opportuno. Poche settimane fa avete fatto un concerto a l’Aquila. Come è nata questa idea? A livello puramente ideale è nata poco dopo il terremoto. Quando ci sono questi eventi drammatici nell’immediato c’è una grande attenzione da parte dei media e proliferano le tante iniziative benefiche a sostegno, poi con il passare del tempo il clamore passa e le persone che vivono questi eventi così

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>> Parla di persone comuni, che passano la vita a combattere delle battaglie e che durante il percorso si accorgono di non sapere più per cosa stanno combattendo <<


speciale traumatici però rimangono. Quindi abbiamo pensato che sarebbe stato interessante fare qualcosa fuori tempo, lontano dal clamore iniziale dei media. Recentemente poi con l’uscita del disco abbiamo pensato di fare il primo concerto del tour a l’Aquila gratuitamente senza gravare in nessun modo sulle istituzioni locali, in modo totalmente autofinanziato, per riportare l’attenzione su l’Aquila. Poi in realtà gli Afterhours avevano partecipato alla canzone Domani ideata da Mauro Pagani con cui si erano raccolti circa 1 milione e mezzo di euro per la ricostruzione del concervatorio de l’Aquila. Però a un certo punto era venuto fuori che questi soldi erano ancora parcheggiati su un conto corrente e non erano stati ancora utilizzati, quindi volevamo riportare l’attenzione anche su questa cosa. Ora comunque sappiamo per certo che i soldi non erano stati ancora usati solo per questioni burocratiche, ma verranno utilizzati a breve. Per noi era iportante che tutto ciò non passasse ancora inosservato.

Con la crisi delle strutture di produzione e distribuzione culturale in Italia è aumentata molto l’autoproduzione e in questo contesto qualche anno fa siete stati promotori dell’iniziativa de Il Paese e’ reale. Concettualmente rifareste una compilation simile per sostenere realtà come Diavoletto Netlabel? Per promuovere e sostenere la scena italiana, si. Dipende dal fatto che si trovi l’occasione giusta per farlo. Il Paese è reale era in realtà la continuazione concettuale del Tora! Tora!, un festival musicale in cui convergeva il meglio della scena alternative italiana. Il concetto di quel disco dava un senso alla nostra partecipazione al festival di San Remo perchè non volevamo andare lì a rappresentare solo noi stessi. Volevamo invece approfittare dell’enorme spazio mediatico per portare all’attenzione artisti che a noi piacciono e che sono una realtà nel panorama italiano, pur non avendo la visibilità che meriterebbero.

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_intreviste

un giorno a villa arconati di Massimo Miriani e James Cook

O

ggi, 30 giugno 2012 è un pomeriggio caldissimo e afoso, mentre raggiungo Villa Arconati a Castellazzo di Bollate per il secondo evento in programma del consueto festival estivo. Stasera suonerà il gruppo più importante della scena rock indipendente italiana: gli Afterhours. A 4 anni dall’uscita de I Milanesi Ammazzano Il Sabato, gli Afterhours tornano con Padania che presenteranno stasera in occasione del loro tour estivo iniziato da qualche settimana. Assisto al soundcheck e l’impatto è più che positivo: il suono che scaturisce dal sistema di amplificazione è nitido, pulito e ben delineato, il che mi fa pensare che si assisterà ad una performance di grande livello. Manuel Agnelli e compagni provano gran parte dei pezzi che eseguiranno da lì a qualche ora. La meticolosità professionale nel ritoccare e mettere a punto particolari tecnici si fa notare. Nulla viene lasciato al caso e alla fine tutto è perfetto e pronto per il concerto. Poco dopo

le 21:30 gli Afterhours salgono sul palco. Il violino di Rodrigo D’Erasmo e il basso di Roberto Dellera suonato ad arco in stile violoncello, danno origine ad un tappeto sonoro molto suggestivo che introduce il pezzo di apertura della serata Metamorfosi. Manuel intona il canto “Se è libertà, tu ora ce l’hai”, prende

>> Padania come territorio non esiste << il via la performance e subito il suono compatto avvolge il pubblico. Segue Terra di Nessuno, con la notevole voce di Manuel nei registri alti e il potente muro di suono creato dalle chitarre di Xabier Iriondo e Giorgio Ciccarelli che enfatizzano e danno intensità alla parte vocale nei versi “Il debole muore da sé…”. L’arrangiamento del pezzo impegna non poco la band e Gior17

gio Prette incalza il ritmo. Parte quindi un brano del passato La Verità che Ricordavo che infiamma e fa definitivamente esplodere il pubblico che si unisce nel canto a squarciagola agitandosi insieme a Manuel che fa roteare il suo microfono, proprio come Roger Daltrey faceva con gli Who. Alla fine del pezzo è il momento della lettura tratta dall’agenda rossa di Borsellino. Il reading, presente in tutte le esibizioni degli Afterhours in questo tour, è una preghiera di sensibilizzazione su uno dei tanti gravi problemi che affliggono il nostro paese, la cultura. Si prosegue con un altro pezzo del passato, Male di Miele e l’energia sprigionata dalla band è intatta come allora, arricchita da una nuova linfa che scaturisce dalla maturità artistica raggiunta nel corso degli anni. Si prosegue con altri 4 pezzi dell’ ultimo album Costruire Per Distruggere, Spreca Una Vita, Padania e Ci Sarà Una Bella Luce. Enorme il lavoro di D’Erasmo, Ciccarelli e Iriondo che alternano strumenti tradizionali quali trombe e chitarre a strumenti “preparati”, alcuni di questi nati dal genio sperimentale di Xabier e che ben si inseriscono nell’arrangiamento, indispensabili nel loro apporto espressivo ed emozionale. Suonano brani del passato quali


speciale Ballata Per La Mia Piccola Iena, che Manuel introduce solo con chitarra e voce lasciandosi accompagnare nel canto dal pubblico, E’ Solo Febbre, Bungee Jumping, Il Paese E’ Reale e Sulle Labbra con il celeberrimo verso “io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va…”. Si arriva poi a Nostro Anche Se Ci fa male, ballata toccante per intensità, come da tradizione nella produzione afteriana, che ancora una volta sa colpire nel cuore e nell’anima di chi ascolta. Segue Io So Chi Sono ed infine La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo, brano che meglio di chiunque altro, a parere di chi scrive, evidenzia il passaggio ad una nuova era per Manuel e compagni. In questo pezzo c’è la consapevolezza, la maturità artistica e professionale che ha raggiunto la band. La loro rabbia, l’energia e la crudezza con cui raccontano la realtà non sono svanite, ma si sono semplicemente trasformate maturando notevolmente. Su questo brano mi soffermo a pensare alla loro carriera: sono passati 17 anni da Germi e di strada ne hanno fatta molta, hanno saputo imporsi con il loro stile senza mai cambiare identità nonostante le mode, i cambi generazionali e le difficoltà che una band “alternativa” ha dovuto affrontare e sopportare dal-

la seconda metà degli anni ‘90 sino ai giorni nostri. Mi torna in mente Glicine Del Cosmo, questo fantomatico personaggio che appare in uno dei racconti contenuti nel libro Il meraviglioso tubetto, scritto da Agnelli insieme a Emidio Clementi (Massimo Volume) sul finire degli anni ‘90. Cerco di immaginare cosa direbbe oggi Glicine Del Cosmo di fronte a ciò che hanno saputo realizzare Manuel e compagni. Forse l’unica cosa che potrebbe fare è rimanere in silenzio e prendere atto di quanto si sbagliava. Piccola pausa e ricomincia la carrellata dei bis. L’emotività e la partecipazione del pubblico manifestata per tutto il concerto arriva alla band e a Manuel che, avvicinandosi al microfono, dichiara che quello di stasera è il miglior concerto fatto a Milano negli ultimi anni e introduce il pezzo Tutto Fa Un Po’ Male. Il concerto finisce con i brani classici della produzione Afterhours quali Pelle, Voglio Una Pelle Splendida e Quello Che Non C’è. Abbiamo assistito ad una performance intensa, emozionante e di grande livello sia dal punto di vista artistico che professionale. L’organico della formazione a detta di Manuel è la migliore che gli Afterhours abbiano mai avuto e si è visto e sentito! Si confermano anco18

ra una delle migliori, se non la migliore in assoluto, rock band italiana che ha saputo rinnovarsi mantenendo intatta l’identità e l’espressività artistica che li caratterizza. Nel pubblico ci sono tre generazioni di fans appassionati che, indipendentemente dall’età, può avvicinarsi e rimanere infettato dal loro “germe”. Uscendo dalla villa, negli occhi di tutte le persone che incrocio, pubblico, musicisti o lavoratori dell’organizzazione, si legge la soddisfazione per una performance memorabile. E tra di noi la certezza che il gruppo sicuramente avrà ancora tanto da dire sulla scena rock per i prossimi anni. A settembre gli Afterhours partiranno alla volta degli Stati Uniti, appuntamento consueto in questi ultimi 4 anni, che li vede impegnati e protagonisti anche all’estero tant’è che sono stati annoverati negli U.S.A. come una fra le 100 band che vale la pena ascoltare. Nonostante la crisi che stiamo attraversando, riescono a mantenere un buon richiamo di pubblico ad ogni data e in ogni location, sintomo che l’interesse per questa band che, oltre a proporre la propria musica, divulga anche cultura, e’ davvero altissimo.


_intreviste “Sono vecchio, sono passato, sono irreale, sono fuori tempo, sono goffo, sono un fantasma, sono un illuso e sto per venire” da Il Meraviglioso Tubetto - Manuel Agnelli “Lui è GLICINE DEL COSMO, signore del cielo e della terra e degli spazi siderali. Pittore, scultore, attore, giornalista, grafico, critico, musicista, musicologo, discografico, manager, perito chimico quasi filosofo, papà fidanzato e pessimo cuoco. E GLICINE DEL COSMO mi dice: “Lo capisci vero Manuel che non combinerai mai un cazzo?”. Poi si siede sulla poltrona, apre la sua agendina, alza la cornetta e comincia a fare un numero ... Vorrei dirgliene tante, ma tante, ma sono cosi tante ... E lo sono cosi stanco ... Cosi non gliele dico. E invece faccio: “A chi telefoni GLICINE?”. Vedo se riesco a trovarti un paio di date, cosi tiri su qualche soldo e vendi un paio di dischi, meglio che un pugno in un occhio. Mi alzo e mi metto a contare gli scatoloni dei dischi, belli in pila, appoggiati al muro di fronte. Nel mercato alternativo italiano, in media, quando il tuo disco ha venduto mille copie è andato bene ... Conto gli scatoloni: sono 4, ognuno da 125 copie. Penso: “Se ne compro una ventina io, apriamo lo scatolone più in alto, cosi è un altro scatolone aperto” GLICINE parla, parla e annuisce. Annuisce come se sapesse già tutto. Lui SA Tutto. Lui conosce tutte le regole del mercato e della musica e della creatività. E sa 19


speciale anche come mi sento di merda quando lui mi dice: “Lo capisci vero Manuel che non combinerai mai un cazzo?”. Lui sa tutte queste cose e anche di più, e me lo dice, SEMPRE. Me lo dice prima di salutarmi, me lo dice quando sto per aprir bocca e se lo dice da solo, quando sta pisciando di là nel cesso. Però poi si accorge di parlare da solo e allora alza la voce, cosi che possa sentire anch’io. Riconto gli scatoloni: chissà che con il potere della vista non si consumino e diminuiscano... Il pensiero mi ha distratto, cosi li riconto ancora... Il Niente. Non c’è niente! e GLICINE...”Nessuno vuole organizzare concerti di questa roba, cazzo, te ne devi andare da questo paese, senno’...’’ e fa segno con le dita: “ciccia”. Il Sei bravo, Manuel, ma di gruppi come il tuo ce ne sono a centinaia... Economicamente la PAX COCK non può andare avanti cosi, se fosse per questi gruppi avremmo già chiuso da un tot. Per ingranare ci vogliono un paio di pezzi con una buona base dance. Io conosco della gente che potrebbe lavorarci su...Ho questo tape di questi ragazzi, i Van Gogh Post Scriptum, questi si possono fare con un po’ di lavoro...E un tape carino, vieni stasera, suonano all’Incrocio.” I Van Gogh Post Scriptum suonano all’Incrocio e fanno pure cagare. E’ il medioevo: le classifiche pullulano di professionisti eccezionali, magnifici conoscitori dell’arte dell’arrangiamento e della produzione, orribili mestieranti che hanno ridotto finalmente e definitivamente la musica al ruolo di occupazione lavorativa con sindacati, tasse, percentuali, taglieggiamenti, raccomandazioni, il riverbero Dox sul rullante invece che il riverbero Fiss sulla voce, il servizio in terza pagina su “Rockesirizza” che quei figli di puttana non hanno messo perché non gli abbiamo comprato la pubblicità, ecc... Ma nella musica ufficiale è sempre stato cosi. Ora però anche 20


_intreviste

â&#x20AC;&#x153;Lo capisci vero

Manuel che non combinerai mai un cazzo?â&#x20AC;?


speciale

le indipendenti, da fucina di talenti musicali, sono diventate fucina di nuovi piccoli managerproduttori-musicologi. Mostri con la faccia intelligentissima e gli occhi intelligentissimi e sanno anche il karate. E non c’è SPAZIO per nessun altro!!! Il medioevo. Il medioevo e anch’io sto li a contare gli scatoloni, a domandarmi se l’arrangiamento e la produzione della base ritmica non siano troppo spinti, troppo vecchi, troppo nuovi, troppo banali, troppo originali ... E’ il medioevo e i Van Gogh Post Scriptum fanno proprio cagare. Cosi saluto GLICINE DEI COSMO e vado a casa dove mi spoglio, prendo un tubetto di crema dopobarba, un GROSSO flacone di shampoo e mi siedo sul letto. Metto un po’ di crema dopobarba sul medio della mano sinistra e me lo passo intorno e nel buco del culo, poi spalmo anche il flacone. Me lo infilo sotto facendolo entrare piano e cercando di rilassare i muscoli dell’ano. Entra facilmente, con il mio compiacente stupore: GROSSO!!! Comincio ad andare su e giù, immaginandomi di essere una donna sopra un uomo: sensazione positiva. Poi immagino di essere un uomo sopra un uomo: la sensazione è comunque positiva. Sono completamente in tiro, cosi comincio a menarmelo veloce. E’ Il MEDIOEVO. “E’ il medioevo” è quello che penso. Continuo a menarmelo velocemente andando su e giù lentamente. Il medioevo. Il medioevo. Il medioevo e comincio a venire. Dura tanto, è dura, ma cerco di non contrarre i muscoli dell’ano. Ho smesso di andare su e già, ma continuo a menar-melo veloce. Il medioevo e sto per venire. Sono vecchio, sono passato, sono irreale, sono fuori tempo, sono goffo, sono un fantasma, sono un illuso e sto per venire.”


_intreviste

il disordine delle cose di Anurb Botwin

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l Disordine delle Cose è una band piemontese, presente sulla scena indipendente italiana dal 2007 e composta, nella sua formazione attuale, da Marco Manzella (voce e chitarre), Alessandro Marchetti (basso), Luca Schiuma (piano e organo), Vinicio Vinago (batteria), Emanuele Sarri (chitarre) e Mattia Boschi (violoncello). Nello stesso anno della loro formazione registrano l’omonimo disco d’esordio, pubblicato nel 2009 e che ha visto la partecipazione di diversi artisti della scena musicale italiana per ogni brano: Syria, Carmelo Pipitone di Marta suitubi, Paolo Benvegnù, Marco Notari, Naif Herin, Perturbazione. In quello stesso anno, la loro attività musicale si snoda tra i live club di tutta la penisola con oltre 100 concerti in un solo anno, con l’apporto di Mattia Boschi dei Marta sui tubi, che diventa così membro fisso del gruppo. Ad agosto 2011 la band registra il secondo album al Soundlaugin Studio di Moesfellsbaer in Islanda con Birgir Jòn Birgisson, manager e fonico dei Sigur Ros. La produzione artistica dell’album dal titolo La Giostra (pubblicato a febbraio 2012) è stata firmata dalla band stessa che per l’occasione fonda l’etichetta indipendente Cose in Disordine. La loro musica è intrisa di una psichedelica ed intima dimensione onirica in cui ognuno di noi a modo suo

può ritrovarsi. Un album ispirato dall’immensa quantità di cieli del nord, il loro ultimo lavoro è a tratti un inno alla natura, alla vita, all’uomo e all’amore. Un viaggio tra suoni perfettamente assemblati e melodie evocative che parlano di aria rarefatta, ghiaccio, nuvole e fuoco. Abbiamo incontrato Marco Manzella che ci ha accompagnato in questo viaggio in disordine tra Islanda e musica indipendente.

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Voi avete iniziato a suonare parecchi anni fa, parlaci un po’ del percorso che ha portato all’attuale formazione. Il progetto musicale iniziale è partito da me, chiedendo subito aiuto a due miei amici di vecchia data, Alessandro Marchetti ed Emanele Sarri; insieme abbiamo subito autoprodotto un EP che serviva per fare dei provini per delle etichette. Da qui è iniziato il nostro percorso insieme, intendendo fin da subito la musica come un’arte di

gruppo. Da lì l’idea di formare il gruppo, chiamando altri due amici di vecchia data Vinicio Vinago e Luca Schiuma con i quali avevamo già condiviso diverse esperienze musicali. Poiché l’EP iniziale si intitolava Il disordine delle cose, abbiamo deciso di chiamarci così. Questo nome in realtà derivava dal disordine globale causato dal periodo in cui viviamo e ci è sembrato per questo particolarmente calzante. Dopo il primo disco, volevamo ampliare e completare la nostra sonorità aggiungendo degli archi e così

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_intreviste

abbiamo chiamato Mattia Boschi al violoncello. Il vostro disco La Giostra è stato registrato in Islanda nello studio dei Sigur Ros con il loro fonico e manager Birgir Jòn Birgisso. Com’è stata questa esperienza con degli artisti così importanti? Poiché nella band siamo tutti amanti dei Sigur Ros, avevamo azzardato a mandare una mail di presentazione e loro ci hanno subito risposto chiedendoci dei pezzi. Già questo mi aveva riempito il cuore di gioia. Poi nel momento in cui ci hanno detto che potevamo registrare nel loro studio non ci credevamo finché non siamo atterrati in Islanda e non abbiamo visto lo studio, che è la loro sala prove dove persino le prese della corrente sono marchiate Sigur Ros. La nostra grande soddisfazione è stata come quella di un pittore che ha in mente un colore e dopo tanto tempo lo trova esattamente come lo aveva immaginato. Noi avevamo già chiaro nella nostra mente i suoni che volevamo e che avrebbero dato un valore aggiunto al nostro disco. Per quanto la nostra musica sia di fatto diversa da quella dei Sigur Ros, alcuni di quei suoni che cercavamo li avevamo già ascoltati in alcuni loro lavori. E quando siamo entrati in quello studio, abbiamo trovato proprio quello che stavamo cercando. Quando suoni un piano elettrico degli anni ’70, suoni proprio quella nota e dici “Eccolo! E’ esattamente il suono che volevo!”, è una soddisfazione grandissima. Poi in generale, noi siamo molto legati al freddo nei momenti di composizione perché penso che il genere che facciamo noi ti dia qualcosa che difficilmente si possa trasmettere in una giornata di caldo. Per il primo disco ci siamo chiusi in una baita di montagna per una settimana intera senza avere contatti con nessuno e per questo secondo disco siamo andati in Islanda, uno dei paesi più freddi e civilizzati a nord. Così come per il primo disco, anche questo è stato registrato lontano dalla quotidianità. I posti in cui fate le cose, in realtà influenzano il risultato… I posti in cui fai le cose condizionano tantissimo il risultato. Per La Giostra, i brani erano già stati tutti pre-prodotti in Italia ma, a livello creativo, stare lì con quell’atmosfera ci ha sicuramente dato un valore aggiunto, che poi è esattamente quello che cercavamo.


Vivendo lì in mezzo a quei posti incredibili ci sono venute in mente delle idee pazzesche come suonare i gradini delle scale con le bacchette della batteria oppure le pentole o alcuni strumenti insieme che non pensavamo di poter suonare. Ci sono cose che ti possono venire solo se stai in una certa atmosfera. E’ molto difficile descrivere le sensazioni che lasciano quei posti. Io andavo in giro da solo con le cuffie e ascoltavo i testi camminando immerso in quei paesaggi incredibili cercando poi di fare in modo che la musica, le parole e tutto ciò che c’era intorno si integrasse nel miglior modo possibile. L’intro del disco è volutamente un inno alla natura e il titolo è il nome del paese in cui lo abbiamo suonato. Quando sei in quei posti straordinari, ti rendi conto delle condizioni in cui viviamo. Poi dopo un po’ ti riabitui alla quotidianità e ti dimentichi, com’è normale che sia. Ci sono dei posti incredibili al mondo e poi noi viviamo in queste città. Quei posti mi hanno davvero lasciato un segno profondo e ci tornerei domani…quando ci penso mi vengono i brividi. Per il vostro disco La Giostra avete ideato un cofanetto e a breve il disco uscirà anche in vinile. Siete molto legati al “contenitore” in un momento in cui la musica viaggia impalpabile su internet. Vi sentite

La nostra grande soddisfazione è stata come quella di un pittore che ha in mente un colore e dopo tanto tempo lo trova esattamente come lo aveva immaginato

un po’ rimastini psichedelici? Si, tutta la vita! Si siamo molto legati al contenuto materiale, ci piace ancora toccare un disco e poterlo tirar fuori dalla custodia e ascoltarlo, perché secondo me il contenitore racconta molto. Anche il fatto di andare in Islanda è stato fortemente legato alla ricerca del contenitore giusto dove collocarlo. E ogni cosa, se la fai nel posto che ritieni più adatto o dai la collocazione o la “scatola” più adatta, acquista inevitabilmente valore. Nei vostri dischi ci sono suoni molto puliti che poi invece si confondono quando siete sul palco, dove mostrate molta più intensità… E’ una cosa voluta. Quando registriamo, cerchiamo di rendere un suono il più pulito possibile per renderlo poi preciso, perdendo ovviamente di intensità. Dal vivo cerchiamo invece di dare qualcosa in più e qualcosa anche di diverso dal disco. Immedesimandoci in chi ascolta, non ci piacerebbe ascoltare un gruppo che ripropone esattamente quello che ha già fatto durante la registrazione. Il momento dell’ascolto del cd, in cui magari sei in macchina o in casa, è un momento più intimo e fisico col disco invece il momento live è quello in cui possiamo dare sfogo alla nostra intensità cercando di lasciare qualcosa in più a chi


_intreviste

viene ai nostri concerti. Questo disco è stato autoprodotto e inoltre avete fondato una vostra etichetta Cose in disordine. Credi che oggi possa esserci davvero futuro per queste scelte artistiche strettamente indipendenti? Sinceramente io penso che un gruppo quando è giovane e propone un genere facile all’ascolto e quindi vendibile e commerciale (nel senso buono del termine), può aspirare ad avere l’etichetta che paga il disco, perché le majors investono una certa cifra perché stimano le vendite e sanno come potrebbe andare quel prodotto sul mercato per poterci poi guadagnare. Se non vuoi però ragionare con il compromesso delle stime e delle vendite reali, devi creare un’etichetta indipendente e questo consente al gruppo di fare il disco a prescindere dalle stime delle persone a cui piacerà e che poi lo compreranno. Quando un gruppo come il nostro de-

cide di fare le cose perché piacciono al gruppo e perché non vuole scendere a compromessi solamente per questioni commerciali di vendita, allora si avverte l’esigenza dell’etichetta indipendente. Ci sono anche etichette indipendenti che investono, ma anche in questo caso devi fare dei calcoli di guadagno, perché non possono andare sempre in perdita, e alla fine anche loro devono fare le stime di vendita…insomma, è molto complicato destreggiarsi in questo settore. Noi semplicemente abbiamo deciso che, non essendo un gruppo giovane/commerciale che riempie gli stadi, potevamo investire da noi dei soldi per il nostro disco. Cosa pensi delle netlabels, credi che siano una realtà destinata a cambiare il mercato della musica oppure al contrario credi che nel futuro non ci sarà speranza per attività discografiche non basate sul profitto?

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Ci sono cose che ti possono venire solo se stai in una certa atmosfera. E’ molto difficile descrivere le sensazioni che lasciano quei posti

Purtroppo credo che con la crisi la gente abbia sempre più difficoltà ad andare ai concerti a pagamento e peggio ancora a comprare i dischi. Penso che bisognerà puntare sempre di più sui prodotti di qualità e sulle prestazioni live che devono essere fatte nel momento giusto nel locale giusto, cercando di non intasare questo sistema. Soprattutto i gruppi giovani, devono partire dall’esperienza live, portando dal vivo le proprie creazioni e farsi conoscere dalla gente e poi cercare l’etichetta, che oggi ha più una funzione di promozione e supporto alla band. Io vedo che oggi ci siano città in cui non ci sono mai concerti e città in cui ci sono diversi concerti indie in una stessa sera. Questo porta a una divisione del pubblico e anche alla mancanza di riconoscimenti per alcune band. Secondo me, bisogna fare magari meno, ma meglio. Io ovviamente spero che in futura internet non sostituisca completamente né la musica dal vivo né i supporti fisici. Per seguire Il Disordine delle Cose visitate il sito www.ildisordinedellecose.it Photos by Starfooker www.starfooker.com

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DIVENERE I DIVENERE entrano a far parte del catalogo Diavoletto Netlabel con il loro ultimo lavoro Your City Light On. Li abbiamo intervistati per dargli il benvenuto nella famiglia Diavoletto. di Mirko Fagnocchi

>> Si tratta di piccoli sogni malinconici in cui facciamo affogare il nostro, a volte anche banale, mondo reale <<

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arlateci della nascita della band, della vostra formazione e di come si è consolidata in questi anni in cui avete dimostrato di essere molto attivi musicalmente. Ci siamo formati nellâ&#x20AC;&#x2122;inverno del 2005 a Roma. Io, Claudio e Stefano abbiamo iniziato il nostro viaggio insieme partendo da formazioni ed esperienze passate che, seppur diametralmente opposte, ci hannoportato quasi subito verso scelte compositive comuni e ben definite. Siamo partiti da un rock alternative cantato in italiano, ricco di influenze post rock in bilico tra distorsione ed elettronica. Dopo vari ep, nel 2007 abbiamo prodotto il nostro primo full-lenght In/Verno 29


ed il nostro primo video Stella Muore che ci ha portato una discreta fortuna dal punto di vista della visibilità. Nello stesso anno insieme al nostro chitarrista e produttore artistico Claudio, abbiamo creato uno studio di registrazione (OZ Studio) che, oltre a permetterci di lavorare ai nostri brani in maniera del tutto libera e sperimentale, ci ha dato la possibilità di far uscire esattamente il sound che desideravamo. Quindi tutto quello che ascoltate ed ascolterete proviene dal nostro studio. Del tutto Indipendenti, nella piena accezione del termine. Nel 2008, dopo vari cambi di line up e numerosi concerti, Dario ha completato definitivamente la formazione, aggiungendosi in maniera decisiva e personale, ma assolutamente in linea col nostro progetto, come se fosse stato con noi da sempre. A questo punto è avvenuto un repentino, ma assolutamene cercato, cambio di rotta. Nel 2010 abbiamo iniziato le registrazioni del secondo album Should we say Goodbye?, 10 canzoni totalmente diverse dalle precedenti, questa volta in inglese, forse stranamente più vicine alle nostre origini. Da quell’album tiriamo fuori le sei tracce dell’ Ep Your City Light On, che conoscete benissimo. Le vostre canzoni già al primo ascolto danno l’impressione di avere un impatto sonoro molto forte. Come nascono i vostri brani? Di solito da bozze che io o Claudio portiamo in sala dove, vivisezionate e ricomposte a dovere, con il contributo di tutti, diventano vere e proprie canzoni. Ci piace lavorare insieme confrontandoci ed anche scontrandoci a volte…Per quanto riguarda i testi, cerchiamo sempre di creare delle immagini poetico-sonore che raccontino, in maniera simbolica, i nostri sentimenti o le

nostre sensazioni. A volte può trattarsi di una semplice situazione che ci ha provocato una sensazione forte e diversa dal solito, che ci ha in qualche modo scosso. Non siamo legati ad un argomento piuttosto che a un altro e non tentiamo di creare un disegno complesso o razionale di un qualcosa definibile. Si tratta di piccoli sogni malinconici in cui facciamo affogare il nostro, a volte anche banale, mondo reale. Le vostre sonorità evocano molto il new wave anni ’80 e il post-rock alternativo. Quali artisti vi hanno più influenzato nel corso del tempo? Come ho già detto, proveniamo da generi ed ascolti anche molto diversi. Dagli anni ‘70 dei Beatles e dei sempreverdi Ac/Dc, attraverso i più cupi anni ‘80 dei Depeche Mode e Joy Division, ai grunge ‘90 di Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden fino al New Metal dei Deftones, Korn e Tool. Poi arriva il tutto e niente dell’Indie nel quale tutto si mescola, mentre i Radiohead continuano nella loro linea al di sopra di tutti i generi e le mode. Interpol, Strokes, The Killer ed il post rock elettronico dei Notwist, Lali Puna e Blonde Redhead con la genialitá dei Sigur ros e Mew.... senza dimenticare piccoli barlumi italiani tra 30


_intreviste

>> Sistemi come quello di Creative Commons si presentano perlomeno come una reazione, una evoluzione nell’utilizzo e nella fruizione delle opere creative, che sono rimaste per troppo tempo ancorate al concetto rigido di copyright <<

Subsonica, Verdena e Marlene kuntz.... Non abbiamo riferimenti precisi e forse anche questo ci permette di non legarci in maniera indissolubile a questo o quell’altro genere. Come avrete, spero, notato i brani sono piuttosto differenti tra loro. Insomma, facciamo quello che ci piace sempre e senza porci troppi problemi. Siete una band di origine lucana e per diversi motivi vi siete trasferiti a Roma. Come vivete la scena musicale romana e cosa vi sta offrendo artisticamente questa città? Io a Roma ci vivo dal ‘96, Stefano ci è nato, gli altri sono arrivati poco dopo. Abbiamo fatto parte di numerose passate e ormai morte scene. Roma è una città dalle mille opportunità, ma al tempo stesso, come tutto questo paese, non è certamente il posto dove regna la meritocrazia. Diciamo che viviamo in un certo rassicurante piattume. Forse questa cosa potrebbe suscitare polemiche. Oggi è assolutamente meraviglioso il fatto che tutti si possano esprimere e produrre la propria musica, diversamente da come accadeva fino a 6/7 anni fa, ma è contemporaneamente pericoloso, perché l’ascoltatore è praticamente bombardato da mille direzioni diverse, da mille cose per lo più identiche che spiazzano e che ti lasciano nella non-scelta. Prima ascoltavamo un cd per giorni, poi decidevamo se ci piaceva o meno, se consumarlo nell’ascolto o dimenticarlo. Oggi gli diamo mezzo ascolto e lo lasciamo, salvo rari casi, morire nei nostri mille hard disk, perché nel frattempo ne abbiamo altri 10 da ascoltare. Siete appena entrati a far parte del catalogo Diavoletto Netlabel. Come mai questa scelta e cosa pensate delle netlabel e, più in generale, del 31


sistema di Creative Commons? Siamo assolutamente felici della scelta fatta. Come siamo felici che esista ancora gente che si dà da fare, anche senza un torna conto economico fine a se stesso. Purtroppo la musica non potrà essere mai totalmente gratis perché altrimenti i musicisti fortunati e/o realmente bravi, che ce la fanno, non potrebbero più condurre le loro dispendiose e dissolute vite....a parte le battute...il presente è in rete, i dischi vendono poco, sistemi come quello di Creative Commons si presentano perlomeno come una reazione, una evoluzione nell’utilizzo e nella fruizione delle opere creative, che sono rimaste per troppo tempo ancorate al concetto rigido di copyright. In tal senso, il lavoro di Voi della Diavoletto è encomiabile, creare una rete nella quale i gruppi si riconoscano e possano pubblicizzare, attraverso il proprio lavoro, anche il lavoro degli altri…come una grande matrioska. Avete in programma un tour per i prossimi mesi? No, per ora nulla. Stiamo in fase di completamento e chiusura del nostro nuovo album che uscirà certamente prima del prossimo inverno e quindi totalmente presi da questo nuovo viaggio. E l’album, piccola anticipazione, ha già un titolo: The Snow Out Her Apartment.

>> Creare una rete nella quale i gruppi si riconoscano e possano pubblicizzare, attraverso il proprio lavoro, anche il lavoro degli altri… come una grande matrioska <<

L’album dei DIVENERE è disponibile in FREE-DOWNLOAD su www.diavolettolabel.com


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Vinicio Capossela Rebetiko di Andrea Furlan “Dopo il mare viene il porto. I porti sono per le musiche quello che è il polline per i fiori.” Vinicio Capossela

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usiche di porto e d’assenza che da tempo attendevano l’approdo! Rientra il navigante, dopo aver affrontato mari omerici, balene, ciclopi e polpi innamorati, dopo essere sfuggito all’incanto delle sirene. A conclusione delle peregrinazioni marinaresche ecco il porto, la Taverna Tsozzos, dove si apre il girone dei rebetici. Attendevo da tempo Rebetiko Gymnastas, da quando cinque anni fa ho saputo che il disco era stato registrato ad Atene, e finalmente il momento della sua pubblicazione è arrivato. L’amore per la musica greca di Vinicio Capossela ha radice lontane, il primo segnale nella sua opera risale infatti a Canzoni a Manovella, l’album che conteneva Contratto per Karelias, brano dal testo originale arrangiato sulla musica di Markos Vamvakaris, uno dei padri del rebetico. Nel suo romanzo Non si muore tutte le mattine l’autore stesso racconta in un paio di capitoli l’incontro folgorante con questa musica, parole da rileggere con attenzione per entrare nella giusta atmosfera e prepararsi all’ascolto del disco. Il rebetico, che in greco significa ribelle, è nato negli anni venti in seguito all’allontanamento dei greci dall’Asia Minore, una delle tante diaspore del secolo scorso, che ha lasciato segni profondi nei rifugiati e alimenta nostalgia e rimpianto per ciò che si è perduto e non si riavrà mai più. Come il blues, il fado portoghese e la morna capoverdiana, è musica intrisa di malinconia, che nasce dal dolore, il cui esercizio (da qui 33

TRACKLIST Abbandonato (Los ejes de mi carreta) Rebetiko you Gimnastika Misirlou Contrada Chiavicone Con una rosa Non è l’amore che va via Contratto per Karelias Corre il soldato Signora Luna Morna Canción de las simples cosas Scivola vai via


>> Fatevi più stretti attorno Questa sera non mi basta il mondo Tornano i miei passi in coro Nel cerchio del rebetiko da solo Come una parata Come in un addio Questo ballo è solo il mio <<

i ginnasti cui allude il titolo) aiuta a vivere, a manifestare la propria identità attraverso la ribellione dell’anticonformismo al tempo presente. Ancora una volta veniamo sorpresi da una straordinaria prova d’artista, nella quale convergono le tante esperienze dell’autore che si è confrontato spesso con altre culture e le ha sapute amare e metabolizzare con estrema sensibilità. Le sue opere, sempre migliori e diverse una dall’altra, si sono costantemente arricchite in questi scambi e testimoniano la creatività dirompente di un autore in continua evoluzione, che non si stanca di esplorare e conoscere, davvero unico nell’attuale panorama italiano. Ecco quindi Rebetiko Gymnastas, non una sterile operazione folkloristica, ma il mondo di Capossela interpretato e rivisto insieme ad un manipolo di ottimi musicisti greci, non un disco di rebetico, ma suonato da musicisti rebetici. Forse una distinzione sottile, ma che rende perfettamente l’idea! Come definire altrimenti un lavoro il cui nucleo principale è costituito da nove brani pescati dal repertorio di Vinicio e solamente uno dei quattro inediti è di un autore greco? Aiutano il nostro un paio musicisti storici del clan caposseliano, Alessandro “Asso” Stefana alla chitarra e Glauco Zuppiroli al contrabbasso, affiancati dai bravissimi Ntinos Chatziiordanou alla fisarmonica, Socratis Ganiaris alle percussioni, Manolis Pappos al bouzouki e Vassilis Massalas al baglama. In questa nuova veste le composizioni che già conosciamo traggono ulteriore linfa vitale e la diversa prospettiva le rende ancora più belle ed interessanti. Con una rosa, impreziosita dal violino di Mauro Pagani ed una fisarmonica assassina si trasforma in elliniko baion, Non è l’amore che va via, dall’incedere lento e malinconico, è ancora più struggente. Morna è una stretta al cuore, “tanto qui c’è soltanto vento e parole di allora”, ospite la chitarra portoguesa di Riccardo Pereira. Eccezionali gli inediti, a cominciare da Canción de las simples cosas, resa famosa dall’argentina Mercedes Sosa e Abbandonato (Los ejes de mi carreta) di un altro autore argentino Atahualpa Yupanqui entrambe dal testo tradotto in italiano da Capossela. Non finisce qui, perché c’è spazio anche per Gimnastika del poeta russo Vladimir Vysotskij e Misirlou, di cui ricordiamo la versione strumentale in Pulp Fiction, che ospita Kaiti Ntali alla voce, canzone del repertorio popolare greco. Manifesto del disco è Rebetiko you stupendo esercizio di stile cui partecipa, ospite alla chitarra, il grande Marc Ribot. Rebetiko Gymnastas è davvero entusiasmante e nonostante raccolga influenze di vario genere, è assolutamente omogeneo nel risultato e piacevolissimo all’ascolto. Se il precedente Marinai, profeti e balene poteva essere considerato in parte un po’ eccessivo e impegnativo (d’altronde trattava temi sovra-umani), qui funziona tutto alla perfezione. L’abilità di Vinicio Capossela e dei suoi bravissimi compagni d’avventura è quella di aver reso gradevole e accessibile un’operazione di altissimo valore culturale. Solamente il Maestro poteva permettersi un così caloroso e personale omaggio al mondo greco che, lo ricordiamo, giunge in un momento storico molto particolare per la culla del mondo occidentale. Dimentichiamo quindi per un attimo la musica anglo-americana, di cui sappiamo già tutto, e immergiamoci nel mediterraneo, accompagnati da questo straordinario album, rapiti da una musica che parla al cuore, racconta di noi e della nostra identità!

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_recensioni

APRIRE UN DISCO E GUARDARCI DENTRO CON GLI OCCHI di Rocco Spagnoletta

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entre gli indiani svendevano su e-bay le proboscidi degli elefanti olandesi, il nano slavo oziava ascoltando Bregovic nella sua discoteca. L’Africa non era lontana, c’era solamente un mare a separare l’ignavia del progresso dal deserto dell’irriconoscenza. I centri commerciali pullulavano di sudati teenagers e le vetrine parevano gabbie per manichini mentre i consumi altalenanti irridevano le crisi mistiche dei fine mese. Intanto freddi garage diventavano set di fiction sui briganti che impiccati ballavano, agitandosi appesi, rumbe di morte, come il cadavere freddo della libertà. Nei bar, gruppi di ragazze brutte cercavano di sembrare intelligenti mentre nelle chiese un qualche illuso pensava ancora di salvarsi. Nelle copisterie tutte intorno all’Università giovani studenti dalle magliette divertenti e dai mortificanti calzoncini cercavano di fotocopiare sogni per risparmiare sull’amore. Visti i tempi! “Non è vero che in amor vince chi fugge?” Chi l’ha detta sta cazzata? L’amore è un duello, vince chi spara per primo! Cancelliamoci i ricordi e ricostruiamo un apparato bello come vuole la realtà. E le canzoni di Tenco? e le poesie di Baudelaire? “Presto sbrighiamoci, arriviamo in cima prima che sia il tramonto!”. Disteso sulla cima della montagna, nel posto che conosci più vicino a Dio, ti chiedi se è poi vero per davvero che la Terra giri intorno al Sole, se è poi vero per davvero che la realtà è quella che vediamo e non quella in cui crediamo. Io lo so. Te lo giuro su Vinicio Capossela.

Diavoletto Netlabel ha pubblicato in anteprima il singolo Te lo giuro su Vinicio Capossela, estratto dall’ultimo album dei Musicamanovella. Ma prima di ascoltare il disco...


patty smith banga di James Cook

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atti Smith è una poetessa rock, un’icona musicale di primissima grandezza con quasi quarant’anni di carriera, cui prime fonti di ispirazione furono Jim Morrison, Jimi Hendrix e John Coltrane. Nel corso degli anni 70 la sua fama è diventata planetaria grazie ad album storici come Horses, Easter e Wave. Poi l’uscita di scena, il rientro, il dolore, i lutti. In pochi anni perde un musicista, il suo più caro amico, il fratello ed il marito. Patti continua comunque a comporre, a suonare e a partecipare a numerosi progetti portando fieramente in giro per il mondo le cicatrici del suo cuore. Oggi, ampiamente superata la boa dei 60, è ancora in splendida forma e ci regala un disco davvero superlativo: Banga, il primo lavoro di inediti dai tempi di trampin’, otto anni fa. In questo periodo ha pubblicato un disco di cover (Twelve) ed un libro di successo, in cui si racconta la storia della grande amicizia tra patti e il fotografo e pittore Robert Mattlethorpe (Just Kids). Poi ancora tanti concerti e una ripetuta presenza in Italia. Banga (il titolo prende spunto dal nome del cane di ponzio pilato nel romanzo Il maestro e margherita di Michail Bulgakov) è un disco religioso e fortemente legato alla nostra penisola. Le prime idee di quest’opera sono state sviluppate nel 2009 durante una crociera nel mediterraneo sulla tristemente nota costa concordia, dove Patti partecipava alle riprese del film socialisme di Jean Luc Godard, ambientato proprio sulla nave. Ed è qui che è nata Amerigo, ouvertoure del disco, ispirata al grande navigatore italiano Amerigo Vespucci. poi ci sono due canzoni registrate ad Arezzo con la casa del vento, tra cui la lunga suite Constantine’s dream: un brano ipnotico ed esaltante di improvvisazioni vocali sulle visioni mistiche del pittore Piero della Francesca - suo è il quadro che ne dà il titolo - e sull’arte italiana. E l’arte si incrocia con la fede, quando, durante lo svolgimento del brano la voce di Stefano Righi recita la poesia semplice 36

TRACKLIST Amerigo Fuji-san April Fool This is the Girl Banga Maria Tarkovsky (The second stop is Jupiter) Mosaic Nine Seneca Constantine’s dream After the gold rush


_recensioni di San Francesco. Vi si celebrano poi icone vecchie e nuove: Amy Winehouse (This is the girl - che Patti ammirava e vedeva quasi come una figlia), l’attrice Maria Schneider (Maria - in cui si parla della nostalgia per il passato, ed in parte il brano diventa autobiografico) e Johnny Depp (Nine - dedicata all’attore per il suo compleanno). Poi ancora il filosofo Seneca (Seneca - altro brano in cui hanno collaborato i casa del vento), l’attore e regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij (Tarkovsky - the second stop is jupiter - basata su un tema del jazzista cosmico sun ra) ed un brano è dedicato al popolo giapponese vittima del recente terremoto (Fujisan). Di sicuro impatto anche il singolo uscito un paio di mesi fa, April fool. Chiude l’album After the gold rush, commovente cover di Neil Young che termina con un coro di bimbi. Ed è proprio questo il messaggio con il quale Patti vuole salutarci, con un enorme senso di speranza per il futuro. C’è davvero tanto dentro a questo disco, da rimanere storditi, ma soprattutto abbagliati per la bellezza che sprigiona ad ogni nota. Patti Smith torna ai fasti degli anni 70, a tratti sostituendo le chitarre energiche del rock con atmosfere un po’ più sfumate: una viola, un violino, un cello, una fisarmonica, ma sempre con quella voce toccante che sa arrivare direttamente ai nostri cuori. E’ un disco splendido e familiare, registrato in buona parte negli Electric Lady Studios di New York, anche per merito di collaboratori storici che la seguono fin dagli inizi, come Lenny Kaye (chitarrista e coautore di alcuni brani) e Tom Verlaine (che ci regala due ottimi assoli in April Fool e Nine). Suonano inoltre Tony Shanahan (bassista e coautore), Jay Dee Daugherty (batterista), Jack Petruzzelli (chitarrista), i figli Jackson e Jesse. L’edizione deluxe si chiude con un brano in più - Just Kids - naturalmente dedicato alle vicende giovanili di cui si parla nel libro, un’elegante confezione che contiene i testi, tante belle foto e

un’introduzione scritta da patti, dove si racconta la genesi di questa raccolta di canzoni. Un oggetto assolutamente da avere, per passare un’estate indimenticabile, insieme a quella che può ancora oggi essere definita la sacerdotessa rock. www.jame5cook.blogspot.it

“Finalmente al cospetto del mare riuscii a calmarmi. Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un raffaello. Una rosa ferita. Ebbi l’impressione che l’avesse dipinto lui stesso. L’avrei rivisto. Avrei riconosciuto il suo tocco. Fu questo, ciò che mi venne da pensare, e allora seppi che un giorno avrei veduto un cielo dipinto dalla mano di Robert. Vennero le parole e poi una melodia. Raccolsi i mocassini e poi avanzai sul bagnasciuga. Avevo trasfigurato gli aspetti più tormentati del mio dolore, avevo donato loro una veste scintillante, un canto in memoria di Robert. Little emerald bird wants to fly if i cup my hand, could i make him stay? little emerald soul, little emerald eyes little emerald bird, must we say goodbye? In lontananza sentii un grido. La voce dei miei figli. Mi correvano incontro. In quell’attimo di infinito mi fermai. D’improvviso lo vidi, i suoi occhi verdi, le sue ciocche nere. Sentii la sua voce al di sopra dei gabbiani, delle risate infantili e del ruggito delle onde. Sorridi per me, Patti, come io sorrido per te.” (Just Kids - Patti Smith)


Gianmariavolontè Copertine estive

dal 13 Luglio in FREE DOWNLOAD solo su www.diavolettolabel.com


_rubriche da re

Love affair di giordano criscuolo

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pic by Slcarrigy


Love

La promessa

H

o giurato amore eterno a Rosita il 25 Aprile, a Piazza Dante. Lo so, sono cose da poeti, cose da romanzi adolescenziali scritti da furbi vecchietti, cose pop insomma. Ma io, mentre buttavo giù la pizza arrotolata di Vaco ‘E Press, mi sentivo felice come un bambino. Giurin giuretto, le dissi, ti amo. E lo farò per sempre. Inoltre, volete sapere la verità? Questa cosa avrei voluto dirla la notte stessa in cui ci siamo conosciuti. È che mi è sembrata un po’ precipitosa come dichiarazione, per questo ho aspettato 18 giorni. Lei stava mangiando un panino napoletano e appena ha sentito queste mie parole ha sputato il boccone per terra (i piccioni ancora me ne sono grati) ed è scoppiata a ridere. Ma con un sorriso vero, fantastico, pulito. Allora ho capito che avevo fatto bene. Lei mi ha baciato e le sue labbra sapevano esageratamente di pepe. Come si può non amare Napoli? «Facciamo shopping? A me serve una maglietta.» Disse poi Rosita. Io non avevo mai fatto shopping prima d’allora, non sapevo nemmeno come si facesse. E ancora, non mi era mai capitato di pensare a qualcosa del tipo “a me serve una maglietta”. A me serve una maglietta? Come se uno dicesse: “sai, sto collassando in seguito a uno shock anafilattico, rischio di morire nel giro di pochi secondi, mi servirebbe una siringa di adrenalina”. Mettiamola così, a me una maglietta, in un modo del genere, non era mai servita. Non ne avevo mai sentito l’esigenza, ne compravo ogni tanto qualcuna ai concerti e quelle poche mi bastavano per tutto l’anno. E invece, ebbene si, mi scoccia ammetterlo, quella mattina scoprii che anche le rockettare fanno shopping e che dietro il loro look minimalista e

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semiborchiato vi sono incredibili strategie di tasca, di specchio e di attese. Comunque, trascinato da tanto entusiasmo, entrati alla Feltrinelli di Piazza Dei Martiri, comprai l’ultimo album dei Baustelle e un violino. Anche io mi diedi allo shopping. Quella sera mangiammo una pita in un ristorantino greco e, verso mezzanotte, decidemmo di rincasare. Ci trovavamo al centro e Rosita abitava a Campi Flegrei. «Un pullman ogni ora e questo lo abbiamo appena perso.» Mormorò. Accanto a noi un tossico si grattava le braccia. Aveva una faccia orribile, sembrava uscito da un fumetto di Dylan Dog. Misi allora in pratica quella tattica universitaria che prevede di attraversare strade pericolose con la faccia più brutta e arrabbiata che si riesca a fare, come a dire: “ehy, gentaglia, se state pensando di farmi del male sappiatelo, sono più cattivo di voi”. Lui se ne stava calmo in realtà ma io e Rosita non eravamo comunque tranquilli. Si sa, Napoli è Napoli. Al telegiornale dicono tante di quelle cose… Il tipo salì sull’autobus prima di noi e subito si diresse verso uno degli ultimi due posti vuoti. I barboni avevano invaso il mezzo, e dormivano. Dietro, nell’ultima fila, cinque ragazzini chiudevano sigarette strane. Sussurrai a Rosita, visibilmente stanca, di andarsi a sedere accanto al tossico. Andò subito. Era davvero sfinita. A quel punto il tipo si alza e (io tremavo, sono sincero) mi fa: “prego, siediti.

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Love È la tua ragazza? Siediti accanto a lei”. E io: “ma no, figurati, stai, stai, non ti alzare”. Fece finta quasi di non sentirmi e, grattandosi, andò a mettersi vicino all’autista. In piedi. Mi passò la tremarella e mi salì uno strano nodo alla gola, di quelli fitti, da sensi di colpa. Mentre cercavo di sbrogliarlo mi sento una mano sulle spalle. Mi volto e uno di quei diabolici ragazzini mi dice: “stiamo chiudendo una canna. Vi da fastidio?”. “Ma no, figuratevi. Uagliù”. Quel “uagliù” faceva ancora parte della tattica di sopra. “Così mi prenderanno per un di loro”, pensai. Bravi ragazzi. Educati e rispettosi. Non passa un minuto che la stessa mano di prima pretende attenzione. “Diamine, questi scherzavano… ora faranno storie. Cosa vogliono?”. “Uagliù?” Chiesi con domanda spezzata. “No, niente, volevamo chiederti se questa canna volevi accenderla tu, sei stato così gentile”. “No, no, grazie, sto distrutto, stiamo tornando da un seratone esagerato, voglio solo il letto”, dissi fingendo una voce rauca da scapestrato. E mi voltai. Rosita dormiva. Napoli, al di là dei finestrini, mi apparve più bella di sempre. Guardai il tossico in fondo e mi feci una promessa: “non crederò mai più a quel che dicono al telegiornale”. Il tossico si voltò e mi sorrise. “Giurin giuretto”.


Il Monsignore di mauro savino

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Il siamo apparsi tutti a madonna

Q

ualcuno ha detto che del XX° secolo resterà forse solo una canzone di Bob Dylan. Aveva dimenticato il lascito colorato degli anni ‘80: si può fare tutto con poco e chiamare in causa, anche per ragioni di curiosa omonimia anagrafica, niente meno che la Santa Vergine. E per motivi tutt’altro che religiosi. Meno dotata vocalmente della sua profetessa Cindy Lauper, ma dotata di maggiore intuito per i gusti mutevoli di un certo pubblico musicale che consumava musica pop e coca-cola con la stessa nonchalance, Madonna ha saputo reinventarsi di volta in volta con abilità spregiudicata, conciliando operazioni commerciali, provocazione e pezzi che, soprattutto nella seconda metà degli anni ’80 e nella prima dei ’90, hanno fatto ballare e cantare la parte maggiormente dedita al fun di quella Generazione X che tanto incuriosiva i sociologi. Erano gli anni del rampantismo finanziario e dell’economia di mercato all’apice della sua fortuna, prima che ci accorgessimo che il selvaggio West del liberismo di fine novecento era assai meno l’epopea delle luccicanti frontiere del benessere che l’inizio del tramonto dell’Occidente. All’epoca però delle hits di Madonna tutto questo era ancora di là da venire, e se “dai diamanti non nasce niente”, come diceva qualcuno che guardava dentro le cose, questa Marylin di misure più modeste ma dotata di un carisma ben più selvaggio, di diamanti patinati ne sfornò parecchi. Chi allora praticava strade musicali decisamente più laterali certo avrà disdegnato certi prodotti, bollandoli come sottocultura. E se ne

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può anche convenire. Tuttavia i tedeschi insegnano che il termine cultura (Kultur) ha un significato assai più ampio di quello che si è soliti ascrivere alla parola. Cultura può essere praticamente tutto, il vestire, il mangiare, il modo di comportarsi, di parlare. Bukowski è andato anche oltre, definendo “arte” pressoché le stesse cose. Tuttavia, le opposizioni e le dicotomie potevano avere un senso allora, in tempi di guerra fredda e di ideologie che spaccavano il mondo in due. Oggi sarebbe più difficile giustificare un atteggiamento di questo tipo. Come che sia, questo animale da palco-sforna hits ha dato vita ad una mitologia fast-food che ancora oggi ha il suo perché, visto che la Signora non è mai caduta nel dimenticatoio come tante altre meteore di quella decade, che nessuno ricorda più tranne quelli troppo vecchi e troppo nostalgici dei falò sulla spiaggia tuttinsiem’ della loro gioventù. Con le sue studiate provocazioni, le sue canzoni, o canzonette, se vogliamo essere italiofili, Madonna ha costruito un impero pop che vanta a tutt’oggi innumerevoli tentativi di imitazione. Non si tratta in questo caso di una settimana enigmistica, ma, se enigma v’è, bisogna ammettere che dura da trent’anni. Perché? Perché Madonna è stata e rimane ancora un fenomeno culturale. Di quale cultura? Certo ai tempi l’idea che per essere creativi bisognava sperimentare risultò per i più superata. In ambito musicale, la progressive si compiaceva ormai solo di infiniti e virtuosistici assoli, il punk si era dimostrato alla pari della grande e odiata truffa del rock and roll contro cui si batteva. C’erano le sacrosante eccezioni, è vero. Ma il punto è che un’epoca si definisce attraverso l’atmosfera che la caratterizza. E gli anni ’80 sono stati anni di violenta liberazione dall’impegno ideologizzato che vent’anni prima aveva creduto di cambiare il mondo

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Il e che aveva fallito: gli studenti sessantottini con in testa bizzarri copricapi à la Lenin e che ritenevano i libri di testo materiale per roghi di piazza, divennero i professori pedanti e incarogniti che vissero nelle ceneri della Rivoluzione. Altri scelsero vie più semplici. Il benessere capitalistico e alla portata di tutti (chi li vede più gli operai che vanno in ferie con tutta la famiglia?) favoriva un’atmosfera più soft e se si vuole facilona, ma altrettanto liberatoria. E negli stereo, nelle discoteche, nei juke box si mettevano le cassette e i dischi di Madonna. Musica per organi non proprio caldi, ma questo era. Questa era l’atmosfera. Certo quella valle dell’Eden in cui sembrava ci fosse posto per tutti, si sarebbe rivelata l’ennesima illusione del Capitale e di un sistema le cui falle sarebbero diventate le voragini di oggi. Ma intanto c’era Madonna. La caparbia Madonna che grazie ad una buona dose di fortuna e ad un indiscutibile talento per ciò che funziona – per la massa disimpegnata e canterina quanto si vuole, ma intanto funziona – ha trasformato se stessa in un’icona, vendendo milioni di dischi e materiale di sconcertante ma rassicurante banalità. Ha fatto a suo modo cultura. Del resto, tutti hanno avuto, almeno per una volta, Madonna come colonna sonora in quei pomeriggi in cui l’eterna possibilità della bellezza e della gioventù non potevano essere più lontane dalla malinconia con cui ora rimpiangiamo entrambe. La Signora ha fatto anche di più. Se Jeremy Hopkins scrisse di Jim Morrison che le ragioni del suo mito vanno ricercate anche nel fatto che lasciò il suo pubblico inappagato, seguendo così una regola aurea dell’industria cinematografica, Madonna, che il suo pubblico lo appaga da trent’anni, ha seguito la regola esattamente opposta. Dimostrando che funziona lo stesso.


Uncomfortable cigarettes The Playroom

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Diavoletti in tour Radio in technicolor

27 Luglio – Matera International Ukulele Festival M.I.U.F.

Acquatinta

5 Agosto – Pollino Music Festival 2012

Aeguana way

5 Agosto – Pollino Music Festival 2012

Damash

5 Agosto – Pollino Music Festival 2012


& concerts di catherine

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pic by Alshepmcr


Strani accoppiamenti & concerts

C

osì un giorno una cara amica mi propone di scrivere qualcosa. Così oggi il mio scrivere qualunque cosa mi venga in mente diventa una rubrica online con un inizio, un filo del discorso, una certa periodicità, non troppo significato, un po’ di cose da condividere e molte altre su cui ironizzare. Non ho il dono della sintesi però mi serve rompere il ghiaccio e sbloccare la creatività, quindi proverò a spiegare immediatamente e in breve che il mio argomento preferito, quello su cui mi sbizzarrisco teorizzando idee e sparando a salve parole a proposito e a sproposito, riguarda le relazioni tra i sessi. D’altra parte pare che invece l’argomento qui sia un altro e che si tratti di musica. Mescoliamo dunque il mazzo, sperimentiamo un sano mix e proviamo a collegare le due cose. Esistono ibride centrifughe composte da zenzero, banana e sedano non vedo perché non si possa parlare con gusto di sesso e concerti, o ancora meglio di attrazioni e canzoni, o se vogliamo di musicisti e sguardi, di donne e strumenti, di bassi, alti, batterie, ammiccamenti, pene d’amore e piaceri a letto. Non vedo perché non si possa sproloquiare sul quando, il come e il perché questi universi, sensualmente, s’incontrano. Da bravi esseri umani, iniziamo con qualche domanda: siamo sicuri che gli approcci che a vario titolo si consumano in posti in cui la musica pompa a palla e il pavimento brilla di mastrolindo alla vodka siano destinati a una durata che va oltre la scaletta dell’esibizione della band? Quante possibilità ci sono che incontrarsi o scontrarsi con qualcuno, che sia l’obiettivo personificato a cui abbiamo puntato, il tipo che ci si è attaccato alla giugulare e non molla o semplicemente quello a cui abbiamo versato addosso una chiara media, sia sufficientemente produttivo nonostante l’unica lingua che si è in grado di condividere per comunicare sia un labiale biascicato con svariate inflessioni dialettali? Insomma, una storia iniziata, tentata, sperata, creduta o solo immaginata a un concerto ha perlomeno la minima opportunità di durare qualche attimo in più delle 10 tracce dell’album in prossima uscita? Direi di sì. Perché esistono gli sguardi, perché esistono ormoni e feromoni ed esiste una casualità simpatica che combina eventi e persone ovunque e in qualunque stato esse si trovino. Direi di no. Perché la mia visione è distorta da una storia personale costellata da gente incontrata in discoteca, e mio malgrado non sono nella posizione di decantare gli inizi ad alto tasso alcolico e basso tasso conversativo. Direi non lo so. Perché mai dire mai. Perché la musica in fondo straborda di sensualità e sentimento. Direi da verificare. Perché dovrei parlarne con i diretti interessati, uomini e donne che a suon di bassi rimorchiano oppure si innamorano. Direi da condividere. Perché mi piacerebbe ascoltare le storie proprio da chi, divertito, le ha vissute. Andrò in giro alla ricerca di musicali prove empiriche, attenderò di leggere le vostre email ispiratrici. Nei prossimi mesi vi farò sapere.

P

.s. Messaggio implicito: mi piacerebbe raccontare qui di chi mi legge. Non ho dubbi sul fatto che prima o poi a tutti siano capitate situazioni interessanti mentre intanto la musica suonava. Situazioni che parlano di incontri, di sesso, di conquiste, di clamorosi successi o di brutte figure storiche. Situazioni che la mattina dopo fanno sospirare oppure ridere…oppure costringono a non farsi vedere in giro per un po’. Scrivete, tutto è lecito. revolution@diavolettolabel.com - oggetto: sex & concerts


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#SALVAICICLISTI DI LUCA CARDONE

Il marchio #salvaiciclisti è rilasciato sotto licenza Creative Commons e può essere utilizzato per tutte le attività attinenti la promozione della ciclabilità a scopo non commerciale senza il bisogno di alcun permesso.

pic by Andrew Ciclobacchetta

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#SALVA

INNESCO E ESPLOSIONE

D

immi, mentre eri in auto hai dovuto frenare perché un ciclista ti è passato davanti? Poi ti è successo ancora? Quante volte in una mattinata? Scommetterei che da qualche mese a questa parte ti sia venuto spontaneo chiederti “Ma quante XXXXX di bici ci stanno in giro?”. Te lo dico io, TANTE! Poi tu dirai “Sarà la bella stagione!”. E qui ti rispondo, NO! Signori, siamo ad una svolta storica: città dopo città la gente percepisce che c’è qualcosa da cambiare, anzi qualcosa sta già cambiando e nello stesso tempo, per una delle poche volte, ci si accorge di poter prendere parte al cambiamento senza versare una goccia di sangue (magari di sudore, si… ). Migliaia di persone, studenti, lavoratori, casalinghi si sono ricordati all’improvviso di avere da qualche parte una bicicletta. Hanno ingrassato le catene, controllato i freni, gonfiato le ruote e SONO PARTITI!!! Ma ancora qualcuno potrebbe chiedersi “Perché adesso? Cosa c’è di diverso rispetto all’anno scorso? O all’anno prima?”. E qui NON HO RISPOSTE CERTE, ma hai presente le idee che girano nell’aria senza una fonte precisa e poi, ad un certo punto, esplodono insieme o a effetto domino? Ebbene, la CICLOMANIA è una di quelle idee e quel “certo punto”, IS NOW. Ma di una cosa sono certo. Tutte le esplosioni hanno bisogno di un INNESCO e in questo caso l’innesco ha un nome preciso: #salvaiciclisti. Nessuno si offenda. I movimenti ciclistici che da anni investono energie per dire STOP alla precarietà delle strade italiane, sono tanti e hanno sempre sostenuto le stesse OTTIME IDEE ma, lasciatemelo dire HANNO VIAGGIATO SU PISTE PARALLELE!!! Innanzitutto #salvaiciclisti è un movimento spontaneo, nato dal web e già nelle prime 10 settimane di campagna ha ottenuto risultati significativi: Roma Capitale ha approvato all’unanimità il Piano Quadro della Ciclabilità, Milano ha lanciato il Tavolo Permanente sulla Ciclabilità, in Parlamento si sta discutendo il disegno di legge basato sulle proposte #salvaiciclisti e si stanno reiterando quelli FIAB. Penso che i punti di forza del movimento #salvaiciclisti siano sostanzialmente due: 1) Non si è mai posto come al di sopra di altre organizzazioni anzi, ha tratto linfa vitale proprio dal lavoro svolto fin ora e ha potuto RACCOGLIERE I VARI CONTRIBUTI sotto l’ormai noto logo su fondo arancio; 2) I messaggi lanciati non sono solo contestatari ma, partendo da una critica razionale, risultano COSTRUTTIVI e dunque PRODUTTIVI.

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#SALVA LE PAROLE CHIAVE:

UNIONE: ogni gruppo e blog ha raccolto e diramato ai propri aderenti i messaggi #salvaiciclisti.

MASSA CRITICA INCLUSIVA: nessuno è escluso aprio-

ri e tutti possono contribuire a raggiungere gli obiettivi comuni.

MESSAGGI SEMPLICI: le richieste sono oggettivamente sensate e dirette, senza ragionamenti articolati.

DIFFUSIONE PUBBLICA PRIORITARIA: prima che

le Pubbliche Amministrazioni, la gente comune viene sensibilizzata alle esigenze e stimolata alle richieste. Il politico di turno, soddisfacendo le richieste del cittadino critico, ha l’opportunità di raccogliere consensi e di avere visibilità mediatica.

MASS-MEDIA: in un’epoca dominata dalla comunicazione, è

importante che le redazioni mediatiche, i giornalisti, i blogger, etc. facciano parte del gioco.

PIANIFICAZIONE PARTECIPATA: tutti i cittadini inte-

ressati a fare richieste pressanti alle Amministrazioni, non devono accontentarsi della solita promessa elettorale che, nel migliore dei casi, si tradurrà in pochi metri di asfalto senza capo né coda, ma devono stimolare attivamente la produzione di un bici-plan realmente efficace.

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I

l 5 Luglio è stato organizzato l’evento musicale “PETROLIO, TERRITORIO E SVILUPPO ECONOMICO - Musica, Cultura e Resistenza” al Teatro Comunale di Picerno (PZ) che ha coinvolto diverse bands lucane a sostegno della nascita del Comitato di Resistenza alle Trivellazioni. Questo comitato ha iniziato così il suo percorso a spostegno della lotta alla colonizzazione petrolifera del territorio lucano, proprio nel momento in cui un nuovo sito, ritenuto di interesse, è stato identificato per trivellazioni ai fini estrattivi. Il problema petrolio non può né dev’essere limitato alla Basilicata, ma deve diventare questione di argomento nazionale. In tal senso, il comitato nascente sta lavorando ad un coordinamento nazionale volto alla sensibilizzazione rispetto ai danni, a breve e lungo termine, causati dalle numerose trivellazioni in tutto il territorio nazionale. 54


_rubriche da re

Riportiamo il primo manifesto fondatore del nascente comitato lucano.

“Il Comitato NO al Petrolio è un gruppo aperto e non verticistico composto da uomini e donne, del tutto estraneo a interessi partitici e/o religiosi. Nasce dall’esigenza condivisa di difendere il territorio dagli stupri e dalle deviazioni degli interessi legati all’imminente prospettiva delle ricerche petrolifere nel sito denominato Monte Li Foj, comprendente i comuni di Picerno, Baragiano, Pignola, Potenza, Ruoti, Savoia di Lucania, Tito. L’articolo 16 del cosiddetto decreto “Crescitalia” del governo Monti e il Memorandum Stato-Regione Basilicata siglato il 29 Aprile 2011 hanno mostrato chiaramente un interesse degli apparati statali e non alla definitiva colonizzazione energetica della nostra Regione. Ciò, alla luce di un giudizio ormai storicizzato sul tema, non è assolutamente consentibile. Quanto sta accadendo in altri luoghi del pianeta, dalla Nigeria al Medio Oriente, disegna un quadro in cui gli interessi di profitto legati alle estrazioni dell’oro nero vengono pagati dal sacrificio di uomini e donne innocenti. L’interesse dei grandi petrolieri con la collaborazione ormai esplicita dei governi-fantoccio di tutto il mondo, ha portato a un neo-imperialismo spersonalizzante e de-umanizzante, con la continua riproposizione di vecchi modelli coloniali fondati esclusivamente sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. La crisi finanziaria ed economica, tuttavia, diventando crisi sistemica, ha mostrato il fallimento di questo modello: il neo-liberismo è inevitabilmente destinato a crollare e a portare con sé nella tomba l’intero sistema energetico (in) attuale basato sul fossile. Il nostro territorio lucano è martoriato da trent’anni di pratiche estrattive che non hanno tenuto conto in alcun modo dei danni che noi tutti stiamo subendo; il monitoraggio di quegli istituti pubblici preposti al controllo per la salvaguardia della salute, non solo non c’è stato, ma la loro azione è servita a nascondere i danni reali causati dalle pratiche estrattive al fine di salvaguardare gli interessi di chi fa profitto sulla vita degli altri. Le attuali tecniche estrattive evidenziano in maniera non più occultabile i danni irreparabili e del tutto incompatibili con la vita dell’uomo legati al rilascio nei terreni e in atmosfera di quantitativi enormi di veleni. Riteniamo insostenibile che la più grande risorsa della nostra Regione, ossia l’acqua, debba correre il rischio di esser contaminata dall’estrazione di un’altra risorsa, il petrolio, che non ha portato al territorio lucano alcun guadagno, ma soltanto inquinamento e malattie. Il Comitato NO al Petrolio si pone come obiettivo fondamentale quello di informare e sensibilizzare la comunità in relazione ai rischi legati all’imminente ripresa delle attività estrattive del sito Monte Li Foj, configurandosi come unica via quella di formare un vero e proprio blocco fisico in grado di alienare in maniera definitiva tale possibilità. La consapevolezza dell’imprescindibilità delle nostre vite rispetto alle sorti del nostro territorio, la necessità di fare rete con altre comunità, il diritto universale dell’uomo a resistere in funzione di una reale autodeterminazione, rappresentano gli obiettivi primari che il Comitato NO al Petrolio si pone. “


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REverie di sabrina tolve

“I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano“ Fahrenheit 451

S

i è spento il 5 giugno, Ray Bradbury, a 91 anni. Bradbury è uno di quei rari individui la cui scrittura ha cambiato il modo di pensare. Le sue opere pubblicate sfiorano la quota cinquecento, tra racconti, romanzi, opere teatrali, sceneggiature, sceneggiature televisive e versi, ed esemplificano l’immaginazione nella sua forma più creativa. Una volta letto, le sue parole non sono mai dimenticate. I suoi libri più noti e più amati, Cronache marziane, L’uomo illustrato e Fahrenheit 451 sono capolavori che i lettori portano con sé per tutta la vita. Il suo intramontabile, costante richiamo ad un pubblico giovane spiega come mai si sia mantenuto giovane. Diceva, alla soglia degli 82 anni: “Quando mi guardo allo specchio, la persona che mi guarda è un ragazzo giovane, con la testa e il cuore pieno di sogni ed emozioni e l’entusiasmo inestinguibile per la vita. Certo, lui ha i capelli bianchi - e allora? La 57


gente spesso mi chiede come rimanere così giovane, e come sono riuscito a restare giovane. La risposta è semplice: vivere una vita in cui farsi carico di tutti i tipi di metafore, tutti i tipi di attività, e tutti i tipi di amore. E prendere tempo per ridere - trovare qualcosa che ti renda veramente felice - ogni giorno della vita. Questo è ciò che ho fatto io, dai miei primi giorni. Mi sono innamorato con i film quando avevo tre anni. Mi sono spinto alla curiosità quando ho visto Blackstone il Mago sul palco. Poi ho letto le riviste di Amazing Stories quando avevo otto anni e ho visto “Buck Rogers” quando avevo nove anni, e più tardi, a tredici anni, rimasi colpito dal film “King Kong”. La mia vita si riempì di questi eventi meravigliosi e le persone e le immagini, e hanno agitato la mia immaginazione di modo che, compiuti i dodici anni, decisi di diventare uno scrittore.” C’è un vero e proprio racconto che circola in rete, scritto da Bradbury, che parla del Signor Elettrico, l’uomo che pare avergli cambiato la vita dicendogli: “Vivi per sempre”. Ed è quello che Bradbury ha fatto. C’era qualcosa nella sua ansia, nella sua passione per la vita, che l’ha sempre spronato e reso pronto a tutte le cose nuove. Non si spiegherebbe, altrimenti, tutto il suo lavoro. Non solo i capolavori. Bradbury ha scritto tutti i giorni della sua vita, quasi la scrittura fosse per lui una febbre, un dovere necessario. Non ha mai dubitato della sua vocazione, mai. Diceva spesso che non aveva mai smesso di scrivere e dunque, mai smesso di amare. E ha letto, tutti i giorni della sua vita. Così tanto che a 18 anni, causa la carente vista, evitò la seconda guerra mondiale, respinto alla visita di leva. Eppure gli Stati Uniti gli sono riconoscenti. In parte, ovviamente, come solo gli Stati Uniti d’America sanno essere. Niente premio Pulitzer, ma la Medaglia Nazionale delle Arti, donata a Bredbury da George W. Bush alla veneranda età di 84 anni. E così l’uomo che ha raccontato il futuro, il futuro ha potuto viverlo e riservarsi la possibilità di odiare quel che già aveva mostrato come il lato oscuro della tecnologia: a bruciare i libri, a darli al rogo, a distruggere la memoria non è il fuoco. E’ tutto quello che sopperisce alla cultura, eliminando gli stimoli, eliminando la voglia di sapere e standardizzando le persone a massa incapace di pensare. La speranza è che non si finisca come in Angelo, guarda il futuro: «È fatta» disse, e ripensando alla sua arte perduta e alla sua vita sprecata si rimise a letto nella stanza piena di preziosi oggetti di antiquariato. «Il mio errore è stato quello di cercare di descrivere questo folle mondo del duemiladuecentocinquantasette. I razzi, le meraviglie dell’atomo, i viaggi su pianeti e doppi soli. Tutti hanno tentato. Nessuno è capace di farlo. I nostri autori moderni hanno tutti fallito.»

REverie


_facce da re

Thereâ&#x20AC;&#x2122;s a light that never goes out Intervista a Giovanna Onofri di Sabrina Tolve

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F

a caldo, a Roma. Tanto, troppo caldo. Aspetto Giovanna. Giovanna Onofri non ha ancora compiuto 24 anni ed è già alla ribalta come fotografa. E’ promettente e talentuosa (cosa di cui ci si accorge facilmente, facendo un giro in rete). Da Rock in Roma del 2011 agli eventi dell’Angelo Mai, il suo nome rimbalza tra le pagine ormai da un anno. L’attendo all’ombra, dicevo. Ed è lei a riconoscermi. Quasi ci conoscessimo da una vita, ci abbracciamo e salutiamo come vecchie amiche, per poi incamminarci verso un posto che abbia aria condizionata. E’ giovane. E nonostante abbia dormito due ore e non abbia pranzato (confidenza che fa a me mentre ritorniamo indietro, in verità), ha un viso solare e un’allegria contagiosa che ci porta a ridere e scherzare per le successive due ore. Penso agli Smiths non appena la guardo. Non so perchè. Ma tant’è. Inizio a intervistarla praticamente per strada, col caldo soffocante. Ma quando ci sediamo mi sembra di riuscire ad avere le idee più chiare. E iniziamo l’intervista vera e propria. Sei giovane. Eppure ho visto le tue foto e mi hanno colpito moltissimo. Come mai hai scelto di diventare fotografa? In realtà è stato un caso. La scelta poi è dipesa dal fatto che amo cantare e suonare, ma non mi riesce di farlo in pubblico. Con la fotografia, almeno, riesco a trovare un giusto compromesso con la musica. Per caso ho trovato a casa una Reflex analogica e ho frequentato la Cromatica Foto. Avevo già visto altri posti per imparare a fotografare, ma quando sono entrata lì dentro ho detto: “Questo è il posto per me.” Mi sono sentita a casa. 60

>> Con la fotografia, almeno, riesco a trovare un giusto compromesso con la musica. Per caso ho trovato a casa una Reflex analogica e ho frequentato la Cromatica Foto <<


_facce da re

>> E poi vuoi mettere quello che puoi fare con i negativi, in una camera oscura? C’è stato un periodo in cui ero particolarmente attratta dalle sovrapposizioni <<

Inoltre l’uso della camera oscura mi ha permesso di sperimentare diverse tecniche fotografiche. In realtà dopo avrei potuto insegnare ma invece poi casualmente, a una mostra di Officine Fotografiche ho incontrato il redattore di una rivista, Fotografare. Mi ha chiesto di provare, di fare un’intervista a Simone Cicchetti, il fotografo ufficiale del Circolo. L’ho conosciuto e dopo un po’ lui mi ha chiesto di diventare sua assistente. In realtà lavoravamo fianco a fianco, ma facendo ognuno le sue fotografie. E dopo un anno, eccomi qui. Com’è stato entrare a far parte di questo mondo? Inizialmente è stato traumatico. La mia età, la mia scarsa attrezzatura... Ho lasciato l’analogico da poco e comunque ho una Nikon digitale abbastanza piccola e qualche obiettivo che si adatta comunque a una macchina a pellicola. Insomma, il mondo della fotografia non mi ha accolto propriamente a braccia aperte. Però sapevo di poter contare su Simone e per me questo voleva dire tantissimo. Quindi non hai obiettivi per digitale? Sì, uno solo, il 70-200. Poi ho un 50 mm e un 35 mm, analogici. So di non sapere quasi nulla di fotografia, ma anche io sono una fan della pellicola. Mi si può dire quel che si vuole, ma io trovo un’ampia differenza tra il cinema con pellicola e quello in digitale. Mi sembra che la pellicola sia più veritiera.
 Sono assolutamente d’accordo. E poi vuoi mettere quello che puoi fare con i negativi, in una camera oscura? C’è stato un periodo in cui ero particolarmente attratta dalle sovrapposizioni. Preferisci quelle foto o le foto concertistiche?
 Sicuramente le foto che faccio ai concerti. All’inizio, come ti dicevo, non avevo un’attrezzatura propriamente adatta e quindi le foto erano maggiormente panoramiche. Poi, per fortuna, sono passata anche ai dettagli. Visi, o particolari che mi colpiscono durante i concerti. E come sei approdata all’Angelo Mai? Ho visto che tra le tue foto, molte sono di concerti allo spazio delle Terme di Caracalla. Sempre grazie a Simone. Mi ha portato a fare qualche foto lì 61


_facce da re e sono piaciute al collettivo. Quindi faccio spesso fotografie agli eventi dell’Angelo Mai. L’ambiente che si respira lì mi piace tantissimo e poi ho avuto modo di conoscere persone carinissime, all’Angelo Mai. Tanto per citarne qualcuno, Daniele Silvestri e Nicolò Fabi. Il bassista di Daniele Silvestri, Gabriele Lazzarotti fa parte del collettivo, insieme ad Andrea Pesce, che è il tastierista di Carmen Consoli e Fabio Rondanini, il batterista dei Calibro 35. Ho collaborato con Ilaria Graziano e Francesco Forni per le foto del loro album, insieme a Simone. Poi c’è da dire che all’Angelo Mai ci sono davvero tantissimi artisti. Oltre a quelli già detti, Roberto Angelini, Roberto Dellera, gli Afterhours stessi per i quali ho fatto le foto del backstage che sono finite su Repubblica. E poi ho avuto modo di conoscere gli Avenue X, il cui batterista è Marky Ramone dei Ramones. Cosa ti piace di più dei concerti che fotografi? Il calore del pubblico. Credo sia bellissimo e, quando riesco, cerco di fotografare mentre si è tra il pubblico, anche se forse incoscientemente. Voltarti e vedere che tutte le persone intorno a te cantano e ballano e si divertono tanto quanto gli artisti sul palcoscenico…spero solo di non rovinare la mia macchina fotografica! C’è un gruppo che hai seguito e a cui ti sei legata particolarmente? Ho avuto un’esperienza bellissima con l’Orchestraccia. Li ho seguiti per quasi un anno, salvo poi problemi burocratici che 63


hanno allontanato le nostre strade. Però credo che la mia strada sia quella: seguire un gruppo, partire con loro, far foto ai concerti e ai backstage. Amo tantissimo i backstage perché lì vedi l’anima del gruppo, quella che non vedi sul palcoscenico. Ridi e scherzi con i membri della band, ti senti parte di qualcosa di più grande. Hai la loro spontaneità, la loro vita reale. Attualmente c’è qualcuno che stai seguendo come vorresti? C’è un gruppo cui mi sto legando molto, che sono gli Undersea Era. Immagino che collabori con riviste, locali…ma hai anche possibilità di scelta? Collaboro con 06, Oca nera, Rock club e Life city.

Però, fortunatamente, ora posso scegliere i gruppi o i concerti da seguire. Sono libera in questo. Anche perché se vado al concerto di qualcuno che non mi piace, le mie foto non vengono come dovrebbero. Quindi, per fare un buon lavoro, sono quasi costretta a seguire il piacere dell’ascolto. Quest’estate segui qualche evento in particolare? Seguirò il Dinamofest, il San Lorenzo Estate e il Rock in Roma, anche quest’anno. Ritorniamo indietro. Ci abbracciamo e salutiamo come all’inizio. La promessa è di rivederci presto. Magari per vedere qualche concerto insieme.


<<Mise la puntina sul primo lato e mi fece l’occhiolino. Sympathy For The Devil risuonò nell’aria e cominciammo a ballare. “E’ la mia canzone disse lui”>> Just Kids, Patti Smith

photo by The Boy With The Blues


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