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MFS MONTEFALCONE STUDIUM


Coordinamento redazionale Leandro del Giudice Grafica Anna Bartoli Redazione Giovanni Cascavilla Muriel Benassi in copertina Tulkarm check point, 21.02.2010 Fotografo: Oren Ziv ISBN 978-88-8103-836-7 Š 2016 Edizioni Diabasis Diaroads srl - vicolo del Vescovado, 12 - 43121 Parma Italia tel. 00 39 0521 207547 - info@diabasis.it - www.diabasis.it


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L’occupazione israeliana A cura di Enrico Bartolomei, Giulia Daniele


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L’occupazione israeliana A cura di Enrico Bartolomei, Giulia Daniele

9   Prefazione all'edizione italiana 15  Prefazione 16   I registri della violenza 27  Introduzione 30   Il contesto 33    La gestione della popolazione ebraica in Israele 35    L’introduzione di mezzi di controllo nei territori occupati 38   Modalità di potere 42   Eccessi e contraddizioni 44    Una genealogia del controllo 49    Il percorso del libro 57  Capitolo 1. L'infrastruttura di controllo 60   Il sistema giuridico 64    Le forze militari e la burocrazia amministrativa 65    Il servizio generale di sicurezza 67    L’alta corte di giustizia 68    Il regime dei permessi 69     Permessi riguardanti il sostentamento palestinese 70     Permessi riguardanti lo spazio palestinese 71     Permessi riguardanti il sapere 73     Permessi e controllo 75   Sorveglianza 77     Collaborazionisti palestinesi come parte del sistema di sorveglianza 79     Sorveglianza e controllo 80    Andare oltre il bastone e la carota


89   Capitolo 2. «L’occupazione invisibile» 92    Misure coercitive e logica della limitazione 97   L’istruzione 104    La promozione della prosperità 116  Capitolo 3. Cavalli e cavallieri 117   Il controllo dell’economia 122   La manodopera palestinese 124    I programmi del New Deal 126   I corsi professionali 127    L’inserimento degli operai palestinesi nella forza lavoro israeliana 128     Il livello individuale 131     Il livello regionale: la Cisgiordania 134     Il livello regionale: la Striscia di Gaza 135     Il livello nazionale 137   Effetti infrastrutturali 145  Capitolo 4. Il problemma dell'identificazione 148    Le municipalità come apparati di controllo 150    Le municipalità della Striscia di Gaza 151    Le elezioni municipali del 1972 153    La ricomparsa del nazionalismo palestinese 155    Le elezioni municipali del 1976 157    Le municipalità come luogo di resistenza 158   L’amministrazione civile 160    L’accentuazione del potere sovrano 162    Le leghe di villaggio 165   Conclusioni 174  Capitolo 5. Il controllo civile 177   L’appropriazione della terra 179     I meccanismi burocratico-giuridici, 1967-1980 181     La confisca di fatto 184     Appropriazione dell’acqua 186     I meccanismi burocratico-giuridici, 1981-1987 190    Sempre più insediamenti e strade di passaggio 192    Limitazione del movimento e dello sviluppo 197   La sorveglianza


199   Il controllo etnico 203   La distinzione etnica 204   Eccessi e contraddizioni 212  Capitolo 6. L’intifada 215   Eccessi e contraddizioni 219   La rivolta 221    La reazione di Israele 231    Il controllo individuale palestinese 232   Le conseguenze dell’intifada 238    Capitolo 7. L’esternalizzazione dell’occupazione 242   La riorganizzazione del potere 246    La ristrutturazione dello spazio palestinese 250   Un’occupazione democratica 251   Gli effetti immediati 252   L’economia politica dell’esternalizzazione 257   L’abbandono dell’individuo 259    La gestione della popolazione occupata 263    Insediamenti, coloni e strade di collegamento 266   Conclusioni 271  Capitolo 8. Il principio di separazione 273    Dalla colonizzazione alla separazione 275   La violenza 279    Lo stato di diritto 280    La politica di morte 283   Lo spazio palestinese 287    La barriera di separazione 289    Dalla geografia alla demografia 292    Di frontiere e ghetti 293   L’ascesa di Hamas 305  EPILOGO 309  GLOSSARIO & APPENDICI 316  RINGRAZIAMENTI


Prefazione all’edizione italiana Neve Gordon, aprile 2015

Scrivo questa prefazione alla traduzione italiana di L’occupazione israeliana quasi sette anni dopo la prima comparsa dell’edizione in inglese. Nel frattempo, il Medio Oriente ha subito una marcata trasformazione, e una serie di rivoluzioni sono scoppiate in Tunisia, Libia, Egitto, Yemen, Siria e Bahrein. Ciò che in principio sembrava essere una primavera araba, caratterizzata da rivolte popolari e pacifiche contro dei regimi oppressivi, si è tramutato rapidamente in un inverno arabo. Fatta eccezione per la Tunisia, le proteste di massa non violente sono state spinte nell’ombra mentre i dittatori militari hanno cominciato a combattere i fondamentalisti post-moderni. In qualche caso, mentre i fanatici religiosi assumevano il controllo su alcune fasce di terra, gli stati autoritari si sono disintegrati; in altri casi, invece, gli apparati di sicurezza statali hanno riportato la vittoria reprimendo con brutalità le libertà civili fondamentali. Le ricche monarchie del petrolio, insieme alle democrazie liberali, in particolare gli Stati Uniti, non si sono tenute fuori dai combattimenti: muniscono di armi le parti in guerra e nel contempo inviano sub-contraenti militari privati a istruire i militanti dei diversi orientamenti nel loro uso. In questo teatro di violenza in espansione vengono schierate anche armi ad alta tecnologia, in particolare droni Hellfire che danno la caccia ai militanti in Pakistan e Yemen. Per la prima volta nella storia la lotta si fa sempre più digitale, perché i social media − tra cui Facebook, Youtube e Twitter − diventano parte integrante dell’arsenale del tempo di guerra, mobilitando il pubblico e portando i racconti e le immagini delle atrocità sui telefoni cellulari e sui computer di tutto il mondo . Nell’arco di appena mezzo decennio centinaia di migliaia di persone sono morte in queste nuove guerre mediorientali e milioni sono stati strappati dalle loro case. Se la maggior parte degli espropriati è stata trasferita all’interno dei suoi stessi paesi, ci


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sono anche molti profughi che cercano di farsi una nuova vita in paesi come la Giordania e la Turchia, nonché in Europa. Senza dubbio questi sviluppi hanno influenzato la piccola regione su cui mi concentro in questo libro e si possono individuare con facilità diversi cambiamenti in Israele/Palestina. Per esempio, Hamas negli ultimi anni si è trovato su una specie di otto volante. Quando nella primavera 2011 è scoppiata la guerra civile in Siria, il partito al governo di Gaza ha preso posizione contro il regime del presidente Bashar al-Assad e ha trasferito da Damasco i suoi uffici internazionali. Così facendo, ha irritato il suo mecenate principale, l’Iran, e ciò ha portato a una crisi organizzativa e di bilancio che ha inciso a fondo sulle capacità di Hamas di fornire servizi sociali alla popolazione assediata di Gaza. Ma un anno dopo in Egitto è stato eletto presidente Mohamed Morsi, che ha offerto il suo appoggio al governo islamista di Gaza. Questo cambio di scenario, però, non è durato a lungo poiché dodici mesi dopo Morsi era già stato deposto da un colpo di stato militare e in seguito Hamas è stato qualificato dal presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi come organizzazione terrorista. Mentre scrivo questa prefazione corre voce che i rapporti tra Hamas e l’Iran si stiano di nuovo ravvivando, cosa che potrebbe produrre una serie di nuove conseguenze nella Striscia di Gaza. Ma come il lettore scoprirà presto, in L’occupazione israeliana io non prendo in esame i rapporti diplomatici di questo tipo, in quanto mi interessano di più gli sviluppi effettivi in campo in Cisgiordania e a Gaza, non ultime delle quali le forme quotidiane di violenza che hanno colpito i palestinesi sotto regime militare: la tortura e le detenzioni amministrative, la confisca di terra, la demolizione di case, la restrizione al movimento, le limitazioni al trasferimento di generi alimentari, l’espropriazione dei soldi delle tasse e le regolamentazioni monetarie imposte agli abitanti palestinesi. L’analisi è di tipo strutturale e punta a mettere in luce le forme mutevoli del controllo israeliano, nonché le forme via via in cambiamento della resistenza palestinese a livello locale. Su un piano più generale, mira a illustrare in che modo operi il potere coloniale, esaminando nel contempo perché e in che modo tale potere cambi forma nel corso del tempo. Ciò che trovo estremamente preoccupante è il fatto di poter ancora assumere, a dispetto dei drastici cambiamenti in Medio Oriente, le dichiarazioni pessimistiche esposte alla fine dell’edizione del 2008. In breve, sostenevo che i cambiamenti strutturali nell’occupazione israeliana hanno


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operato una trasformazione nei repertori e nel grado di violenza e che con il procedere degli anni Israele avrebbe probabilmente utilizzato ancora più violenza letale contro i palestinesi. Nelle mie dichiarazioni intendere che questa tendenza − e oggi lo ripeto − sarebbe durata fino a quando la struttura non fosse cambiata di nuovo, in quanto la violenza a cui oggi stiamo assistendo in Israele/Palestina ha poco a che fare con la composizione di un qualsiasi specifico governo israeliano o con l’identità del gruppo dirigente palestinese, ma è invece una componente dell’attuale struttura dell’occupazione stessa. Il tragico è che, dalla pubblicazione dell’edizione in inglese, Israele ha lanciato tre guerre contro Gaza mettendo in campo contro la popolazione palestinese dei potenti meccanismi di violenza a distanza − violenza che ha portato alla morte di più di 4.000 persone. Questo numero può essere relativamente piccolo in confronto ai morti che abbiamo visto nei combattimenti in Siria e in Iraq, ma in proporzione è una cifra molto più grande se paragonata ai 6.200 palestinesi uccisi nel corso di tutti i primi quarantuno anni di occupazione. Va anche notato che, sebbene la destra israeliana abbia sostenuto che le guerre a Gaza non sarebbero avvenute se Israele non avesse smantellato gli insediamenti ebraici e non avesse ritirato le truppe dell’esercito dalla Striscia di Gaza, le cifre relative ai decessi umani fanno intendere in effetti che il ritiro sia servito, in un certo senso macabro, agli interessi di Israele. Nel corso dei dieci anni di tempo dall’agosto 2005, quando Israele si è ritirato da Gaza e ha messo in atto un assedio ermetico alla regione, a oggi, sono stati uccisi dai palestinesi circa 220 israeliani. Ciò in confronto agli oltre 900 israeliani uccisi nei cinque anni precedenti il ritiro, vale a dire in media 22 persone all’anno contro 180 . Mentre il numero di morti israeliani è diminuito, il numero di morti palestinesi è aumentato, creando una discrepanza che val la pena notare. Per esempio, durante la sola ultima guerra a Gaza − chiamata da Israele Margine di protezione − sono stati uccisi più di 2.100 palestinesi, 1.500 dei quali erano civili. Sul lato israeliano, sono state uccise 72 persone, 66 combattenti e sei civili. Non si tratta solo del fatto che Israele abbia ucciso 250 volte più civili palestinesi di quanti israeliani siano stati uccisi dai palestinesi, ma del fatto che la percentuale di morti civili tra i palestinesi sia stata molto maggiore: il 70% di chi è stato ucciso dagli israeliani era costituito da civili rispetto all’8% di chi è stato ucciso dai palestinesi. Queste cifre, sostengo, rispecchiano i cambiamenti


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nella struttura della dominazione coloniale israeliana esaminata nell’ultimo capitolo. Al presente, quella dominazione opera in primo luogo attraverso dei meccanismi di controllo a distanza, mentre è probabile che la propensione alla violenza che impronta tale struttura, ritengo, finirà con il caratterizzare anche le forme di governo in Cisgiordania. Concludendo questa prefazione, meritano di essere citati due cambiamenti significativi che non vengono esaminati nel libro, uno tecnologico e l’altro ideologico. A livello tecnologico stiamo assistendo a un enorme cambiamento nei meccanismi di guerra delle potenze di tutto il mondo, dove robot di vario tipo stanno sostituendo i soldati. Lungo il confine tra Israele e la Striscia di Gaza, i robot stanno compiendo un numero crescente di missioni terrestri, aeree e marittime. I droni volano di continuo sulla Striscia di Gaza raccogliendo informazioni, mettendo insieme diverse forme di dati, interpretando le comunicazioni elettroniche provenienti dalle radio e dai telefoni cellulari palestinesi e collegando le telefonate con le coordinate GPS della persona che usa il telefono. Ma la ricognizione non è la loro unica funzione; questi droni vengono utilizzati anche per compiere esecuzioni extragiudiziali di militanti palestinesi, e uccidendo di frequente anche i civili presenti sul luogo. Molte torri di osservazione al confine non sono più presidiate ma piuttosto controllate da soldati che si trovano in bunker a diversi chilometri di distanza e adoperano delle barre di comando per azionare diversi tipi di telescopi, nonché di fucili mitragliatori. Delle automobili-robot senza personale umano chiamate Guardium pattugliano la strada lungo la barriera che separa la Striscia di Gaza da Israele; sono dotate non solo di sensori per avvistare i palestinesi, ma anche di una tecnologia di «acquisizione automatica del bersaglio» con cui poterli eliminare. In mare, le navi-drone stanno cominciando a pattugliare le acque e, anch’esse, sono armate di missili. Questi robot che uccidono stanno cambiando in modo netto sia la logica che l’etica della guerra . Quando i soldati possono azionare da grande distanza un drone, una torre di guardia, un veicolo corazzato o una nave non rischiano più la vita. E quando la guerra diventa priva di rischi, come sostiene Grégoire Chamayou, la tendenza critica della cittadinanza nei loro confronti si trasformerà a un tale livello che i politici potrebbero non avere più bisogno di mobilitare i cittadini a sostegno delle guerre. Di fatto, una volta che gli eserciti cominceranno a schierare dei robot invece che delle persone, non ci sarà più bisogno −in effetti − che il pubblico neppure


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sappia che si sta intraprendendo una guerra (possiamo cominciare con il chiederci quanti americani siano davvero consapevoli della guerra con i droni del presidente Obama in Pakistan). Così, se da una parte i robot, con la riduzione dei rischi, aiutano a produrre la legittimazione sociale e l’accettazione morale della guerra, dall’altra rendono irrilevante la legittimazione sociale nei confronti del processo decisionale politico concernente la guerra. Ciò abbassa nettamente la soglia necessaria per il ricorso alla violenza, rendendo la violenza un’opzione prestabilita nella politica estera degli stati più forti. In che modo ciò inciderà di preciso su Israele e Palestina è qualcosa che vale la pena di esaminare. Infine, stiamo assistendo a un cambiamento ideologico incrementale in Europa, e in Italia, dove l’islamofobia e l’arabofobia sono in aumento. Questo cambiamento ha a che fare con le nuove guerre in Medio Oriente e la crescita rilevante del movimento attraverso le frontiere internazionali di persone che fuggono, per così dire, dalle zone di guerra alla ricerca di un luogo più sicuro dove vivere. Come s’è detto, alcuni di questi profughi riescono a recarsi in Europa e tentano di entrare a far parte della forza lavoro nei paesi europei, alcuni dei quali, tuttavia, stanno al momento subendo a loro volta una crisi finanziaria. I politici di destra, dalla nazionalista francese Marine Le Pen e da Geert Wilders in Olanda alla Lega Nord in Italia, mobilitano il pubblico contro questi immigrati, utilizzando un linguaggio islamofobico e arabofobico per denigrarli. I progressisti di sinistra spesso si uniscono alla grancassa mettendo in mostra i propri pregiudizi e facendo vedere che le formazioni islamofobiche vanno ben oltre la retorica dei partiti di estrema destra. Il punto è che la crescente intolleranza verso i musulmani e gli arabi in Europa ha anche delle implicazioni in politica estera sul grado di pressione che i governi europei sono disposti ad applicare su Israele affinché fermi il proprio progetto coloniale: quanto più islamofobica diventa l’Europa, tanto minore è la pressione che è incline a imporre a Israele. Pertanto, al fine di porre termine alla dominazione coloniale israeliana, sarà fondamentale anche lottare contro la crescente ondata e le crescenti tendenze islamofobiche e arabofobiche in patria.


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Note 1. A. Kuntsman, R. Stein, Digital militarism: Israel’s occupation in the social media age, Stanford University Press, Palo Alto 2015. 2. Le cifre sono tratte da B’Tselem e mentre io mi riferisco solo ai morti palestinesi nella Striscia di Gaza, i numeri comprendono anche i morti israeliani nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Israele. 3. G. Chamayou, A theory of the drone. The New Press, New York 2015 (trad. it. Teoria del drone: principi filosofici del diritto di uccidere, DeriveApprodi, Roma 2014, trad. di M. Tari).


Prefazione

Mi servì un momento prima di capire perché il mio racconto su alcuni eventi relativamente privi di conseguenze, avvenuti anni prima nella mia scuola superiore, avesse prodotto un tale effetto sugli studenti universitari che frequentavano il mio corso nel primo semestre del 2006. Uno degli aneddoti riguardava dei miei compagni di classe che vivevano negli insediamenti ebraici situati nell’estremità settentrionale della Penisola del Sinai. Era il 1981, e l’anno seguente, come prevedeva una clausola dell’accordo di pace israeliano con l’Egitto, avrebbero dovuto andarsene dalle loro case. Ma in quel momento, dissi ai miei studenti, lo sgombero non sembrava imminente, almeno non nel pensiero di molti adolescenti per i quali ogni anno si estende senza fine. Un problema specifico che ci assorbiva, continuai, era imparare a guidare. Raccontai ai miei studenti che i miei amici delle comunità agricole situate nel Sinai e nella cittadina di Yamil presero lezioni di guida nella città palestinese di Rafah e furono tra i primi a superare gli esami per la patente. I miei studenti trovarono questo racconto incomprensibile. Non potevano immaginare che degli adolescenti israeliani prendessero lezioni di guida nel centro di Rafah, il quale, nel loro pensiero, non è null’altro che un covo di terroristi crivellato di tunnel usati per introdurre illegalmente armi dall’Egitto − armi che poi vengono usate contro obiettivi israeliani. La differenza media d’età tra me e i miei studenti è di soli quindici anni, ma i nostri punti di vista sono radicalmente diversi: la maggior parte dei miei studenti non ha mai parlato con i palestinesi dei Territori Occupati (To), tranne forse da soldato durante il servizio militare. La loro conoscenza dei palestinesi si limita quindi al mordi e fuggi dei notiziari da tre minuti che riferiscono quasi sempre di attacchi palestinesi contro obiettivi israeliani o di assalti dell’esercito israeliano contro le città palestinesi.


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Quando io studiavo alle superiori, invece, spesso tornavo a casa da scuola facendomi dare un passaggio dai taxi palestinesi che si recavano da Gaza a Beer-Sheva. Eppure, nel contesto attuale del conflitto israelo-palestinese, quest’azione è incomprensibile. I taxi non sono autorizzati a entrare in Israele dai To e, anche se riuscissero a ottenere in qualche modo un permesso di entrata, gli ebrei israeliani avrebbero paura ad usarli. I palestinesi, che fino a non molto tempo fa erano parte integrante del paesaggio israeliano, principalmente come lavoratori a basso costo che costruivano le case, pulivano le strade e lavoravano in agricoltura, sono letteralmente spariti. Se nel 1981 la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi poteva muoversi liberamente tra i To e Israele (i confini anteriori al 1967) e, per molti aspetti, si sentiva al sicuro nel farlo, ora i palestinesi sono rinchiusi nella Striscia di Gaza e agli israeliani non è permesso entrare nella regione. Anche i palestinesi della Cisgiordania sono confinati nei loro villaggi e città; tuttavia in questa regione gli ebrei, e soprattutto i coloni ebraici, sono autorizzati ad andare e venire come vogliono. La reazione degli studenti alle mie esperienze adolescenziali ha portato alla ribalta una questione fondamentale che spesso viene trascurata: vale a dire, il fatto che nel corso degli ultimi quattro decenni l’occupazione israeliana sia cambiata in modo netto. L’ovvietà di quest’osservazione, tuttavia, non dice in alcun modo come si possano spiegare con facilità le cause che hanno portato a tale trasformazione. Che cosa distingue, ci si potrebbe chiedere, l’occupazione della fine degli anni Sessanta, degli anni Settanta e degli anni Ottanta dall’occupazione attuale?

I registri della violenza I cambiamenti nei To si sono manifestati in tutti i settori della vita, ma sono evidenti in particolar modo quando si considerano i morti (v. tabella 1). Nel corso dei sei anni tra il 2001 e il 2007 Israele ha ucciso, in media, più palestinesi all’anno di quanti ne avesse uccisi nei primi vent’anni di occupazione. Inoltre, dallo scoppio della seconda intifada gli israeliani hanno ucciso quasi il doppio dei palestinesi da loro assassinati nei trentaquattro anni precedenti. Che senso si può dare alla violenza crescente utilizzata da Israele per sostenere l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e perché il governo militare israeliano ha modificato radicalmente le forme di controllo impiegate per gestire i palestinesi residenti nei To?


Prefazione

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Tabella 1 Numero di palestinesi uccisi dal 1967 Anni Giugno 1967 – Dicembre 1987 Dicembre 1987 – Settembre 2000 Settembre 2000 – Dicembre 2006 Totale

Palestinesi Uccisi

Media Annuale

650 1.491 4.046 6.187

32 106 674

Fonti: le cifre di questa tabella sono tratte da diverse fonti. B’Tselem, il Centro di informazioni israeliano per i diritti umani nei territori occupati, ha documentato il numero di palestinesi uccisi dallo scoppio della prima intifada nel dicembre 1987. Il numero di palestinesi uccisi nei primi due decenni di occupazione è stato raccolto da fonti diverse. Secondo l’Organizzazione palestinese delle famiglie dei deceduti, nei primi vent’anni di occupazione furono uccisi circa quattrocento abitanti di Gaza (Ha’aretz, 23 agosto 2005). David Ronen sostiene che dalla fine della guerra al dicembre 1967 in Cisgiordania furono uccisi 87 palestinesi, si veda il suo The Year of the Shabak, Ministry of Defence, Tel Aviv 1989, p. 57, in ebraico. Meron Benvenisti osserva che tra il 1968 e il 1983 furono uccisi 92 palestinesi in Cisgiordania, si veda The West Bank Data Project, 1986 Report: Demographic, Economic, Legal, Social, and Political Developments in the West Bank, American Enterprise Institute for Public Policy Research, Washington 1986, p. 63. Nel 1986 e nel 1987 ne furono uccisi altri 30, si veda Meron Benvenisti, The West Bank Data Project, 1987 Report: Demographic, Economic, Legal, Social, and Political Developments in the West Bank, American Enterprise Institute for Public Policy Research, Washington 1987, p. 42. Al-Haq nota che nel 1984 furono uccisi 11 palestinesi, si veda J.R. Hiltermann, Al-Haq’s Response to the Chapter on Israel and the Occupied Territories in the U.S.’s State Department, Al-Haq, in «Country Reports on Human Rights Practices for 1984», Al-Haq, Ramallah 1986, p. 5. Di conseguenza il numero totale è 620, anche se mancano dei dati per l’anno 1985 in Cisgiordania.

Chi contribuisce a sensibilizzare l’opinione pubblica in Israele afferma che il drastico aumento di morti palestinesi è dovuto al fatto che i palestinesi hanno cambiato i metodi della violenza impiegata contro Israele e che Israele, a sua volta, ha dovuto cominciare a usare mezzi più violenti per difendersi. In effetti il numero di israeliani uccisi è cresciuto in modo marcato nel corso degli anni. Nell’arco dei tredici anni tra il dicembre 1987 e il settembre 2000, furono uccisi dai palestinesi 422 israeliani, ma nel corso dei sei anni dallo scoppio della seconda intifada alla fine del 2006 furono uccisi 1019 israeliani1. Tuttavia i palestinesi potrebbero capovolge-


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re quest’argomentazione sostenendo di aver modificato i propri metodi di resistenza in risposta all’uso di violenza più letale da parte di Israele. Anche se il costante aumento di morti è rilevante ed è senza dubbio un fattore importante su cui si deve riflettere, simili spiegazioni sono sintomatiche e fanno ben poco per mettere in luce le cause profonde che sono alla base dei processi che conducono all’aumento consistente di morti violente. Non sono di grande aiuto per chi è interessato a cogliere il senso di ciò che accade in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza in quanto sono solo un effetto di altri cambiamenti significativi avvenuti nel corso degli anni. Vale anche la pena di notare che il numero di palestinesi uccisi è relativamente piccolo in confronto a quello degli uccisi in altre occupazioni militari. Durante l’occupazione militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, per esempio, sono stati assassinati in media più civili al giorno di quanti lo siano stati in un anno intero in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza nel periodo tra il 1967 e il 1987. Le Nazioni Uniti riferiscono inoltre che nell’arco dei quattro mesi dal maggio all’agosto 2006 furono uccisi 12.417 civili iracheni, molti di più del numero di palestinesi uccisi nei quattro decenni del governo militare israeliano2.Il bilancio delle vittime civili in Cecenia, a Timor Est e nelle altre aree sottoposte a occupazione militare tende a somigliare al totale delle vittime in Iraq e, in certi casi, è molto più alto3. Ciò che accomuna questi luoghi è il fatto di essere parte di quello che Derek Gregory ha chiamato il «presente coloniale», caratterizzato, tra le altre cose, da due rappresentazioni cartografiche4. La prima è una rappresentazione di sovranità tramite la quale si finge che gli spazi lacerati dell’Afghanistan, dell’Iraq e dei Territori Occupati (dopo Oslo) siano degli stati coesi. Anche se nessuna di queste entità è di fatto uno stato reale, si deve evocare la sovranità per rendere le categorie dell’azione politica dotate di significato. La seconda è una rappresentazione del territorio, tramite la quale delle reti fluide come Al-Qaeda vengono collocate su uno spazio circoscritto che può poi essere legittimamente bombardato e occupato. In effetti, l’attribuzione artificiale di uno spazio fisso e ben delineato ad Al-Qaeda e ad altre reti analoghe giustifica il successivo bombardamento e la conquista militare dello spazio. Pertanto, mentre Gregory cerca di delineare le caratteristiche comuni al presente coloniale, il mio obiettivo è focalizzarmi sulle differenze tra i regimi coloniali contemporanei e i cambiamenti da essi subiti nel corso del tempo. In questo libro mi concentro sui cambiamenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.


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Credo sia importante cercare di capire perché, in confronto ad altre occupazioni, sia stato ucciso un numero relativamente piccolo di palestinesi, soprattutto nei primi trentaquattro anni di occupazione. L’assunto di base di questo libro è che vi sia una correlazione inversa tra la pura violenza, usata in primo luogo per sopprimere la resistenza e creare incertezza e insicurezza endemiche, e le forme di controllo finalizzate a normalizzare l’occupazione militare imbrigliando e dirigendo le energie degli abitanti verso le attività che coincidono con gli interessi dell’occupante. Pertanto, l’aumento del numero di palestinesi uccisi è un segno del fatto che gli sforzi israeliani per normalizzare l’occupazione siano falliti. Far vedere che c’è stato davvero un cambiamento nel modo di controllare i To da parte di Israele, tuttavia, non spiega da cosa sia stato provocato tale mutamento. Per questo lo scopo del libro, oltre alla descrizione storica dell’occupazione israeliana, è l’esposizione delle cause che hanno portato alle trasformazioni avvenute in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La tesi centrale del volume è che certi elementi della struttura dell’occupazione, e non delle decisioni prese da un determinato politico o funzionario dell’esercito, abbiano modificato le forme di controllo. Io sostengo che l’occupazione operò per molti anni secondo il principio di colonizzazione, con il quale intendo il tentativo di amministrare la vita della popolazione e normalizzare la colonizzazione sfruttando nel contempo le risorse del territorio (in questo caso la terra, l’acqua e la manodopera). Ma con il passar del tempo una serie di contraddizioni strutturali ha minato tale principio e a metà degli anni Novanta si è aperta la strada ad un altro principio guida, vale a dire il principio di separazione. Con separazione intendo l’abbandono dei tentativi di amministrazione della popolazione colonizzata (con l’eccezione delle persone che vivono nelle zone cuscinetto o attraversano i posti di controllo), persistendo però nel continuare a sfruttare le risorse non umane (terra e acqua). La mancanza d’interesse o indifferenza nei confronti della vita della popolazione colonizzata, peculiare nel principio di separazione, spiega la recente impennata di violenza letale. Pertanto, evidenziando l’aspetto strutturale del governo militare israeliano, spero di poter spiegare per quale motivo l’occupazione israeliana sia stata a lungo molto meno violenta di altre occupazioni militari, e perché sia cambiata radicalmente nel corso degli anni. Tuttavia, prima di passare all’introduzione, che delinea i temi principali del libro, occorre sottolineare due elementi centrali riguardo allo schema storico e spaziale del volume.


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Com’è noto, il conflitto tra israeliani e palestinesi è cominciato molto prima del 1967 e, in larga misura, è stato forgiato dalle lotte iniziate alla fine del diciannovesimo secolo. Queste lotte giunsero al culmine con la guerra del 1948, che gli israeliani definiscono guerra d’Indipendenza e i palestinesi chiamano Nakbah o «catastrofe». Sono fermamente convinto che le attuali controversie del conflitto israelo-palestinese non si possano capire senza tenere conto della pulizia etnica avvenuta durante e dopo la guerra del 19485. Fintanto che i centri decisionali continueranno a riferirsi al conflitto come a qualcosa che si possa risolvere occupandosi dei torti commessi nel 1967 e ignorando invece il 1948 e il problema dei profughi palestinesi, nella regione non vi sarà alcuna soluzione politica duratura. Metto l’accento su questo punto per sottolineare che la mia decisione di concentrarmi sul 1967 e sulle sue conseguenze non intende in alcun modo suggerire che il conflitto israelo-palestinese si possa ridurre all’occupazione militare della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est. Molti dei miei compagni progressisti in Israele, tra cui alcuni membri eminenti del campo di pace, sono ancora riluttanti ad affrontare questa lunga storia. Ciò malgrado, ho deciso di concentrarmi sul periodo successivo al 1967 perché mi interessa indagare in che modo abbia operato l’occupazione militare israeliana piuttosto che esaminare le cause di fondo e le possibili soluzioni del conflitto. Dedicandosi alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, L’occupazione israeliana fa anche una distinzione a livello dello spazio, cosa che sul piano dell’analisi si rivela estremamente utile per gli scopi del libro ma, nello stesso tempo, contribuisce a offuscare il collegamento istituito di fatto tra la Cisgiordania e Israele6. Israele è stato ambivalente in merito all’accentuazione della distinzione di diritto o dell’unione di fatto tra le due regioni, perché in entrambi i casi emerge un’acuta contraddizione. Immaginiamo per esempio che il ministro per gli Alloggi o il Segretario di Stato vivano in permanenza fuori dagli Stati Uniti. Ciò potrebbe sembrare assurdo, ma solo se si prende sul serio la distinzione di diritto tra Israele e i To e non si tiene conto del collegamento di fatto tra le regioni, che è esattamente la situazione di Israele. Diversi legislatori e ministri di governo israeliani vivono nei To e non risiedono quindi all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale del paese che loro sono stati eletti a guidare e a rappresentare. Allo stesso modo, i coloni ebrei che costituiscono circa il 7% della popolazione israeliana vivono in permanenza «all’estero»; votano


Prefazione

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e pagano le tasse e in sostanza sono cittadini extraterritoriali che, come i diplomatici, si portano dietro il diritto israeliano. Per risolvere questi paradossi si potrebbe porre in evidenza il collegamento di fatto tra le regioni, ma allora si metterebbe in luce la descrizione inappropriata di Israele come unica democrazia del Medio Oriente. La distinzione di diritto aiuta a celare il fatto che da quattro decenni il 30% circa della popolazione che vive nei territori controllati dal governo israeliano non ha la cittadinanza, non può votare ed è privata dei più basilari diritti. Se un’analisi basata sulla situazione di fatto fornisce, per molti aspetti, una rappresentazione più accurata della realtà, la mia decisione di considerare i territori occupati da Israele nel 1967 come un’unità separata è determinata dall’obiettivo principale del libro, anche se un’indagine di questo tipo contribuisce a coprire certe verità storiche e spaziali. A me interessa cercare di capire come funziona l’occupazione militare israeliana. L’obiettivo è scoprire le pratiche quotidiane mediante le quali sono stati gestiti gli abitanti palestinesi dei To, nonché spiegare perché i meccanismi di controllo israeliani siano stati modificati nel corso degli anni. In tal modo, non solo voglio dipanare alcuni dei processi principali che hanno condotto ai cambiamenti ultimi dell’occupazione israeliana, ma anche evidenziare le cause strutturali che hanno portato all’incremento della violenza, nonché le pericolose implicazioni della persistenza israeliana nel continuare a controllare la terra palestinese. I lettori a cui non interessa il mio assunto teorico hanno comunque la possibilità di saltare l’introduzione e andare direttamente al primo capitolo, dove comincio l’esposizione storica delineando l’infrastruttura di controllo.


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Neve Gordon

Note 1. I numeri sono tratti dal sito web di B’Tselem’s: www.btselem.org. 2. Associated Press, U.N.: Iraq Civilian Deaths Hit a Record, in «CBS News», 21 settembre 2006. Oltre ai 6.187 palestinesi uccisi dagli israeliani, meno di 1500 palestinesi furono uccisi da altri palestinesi. Per informazioni aggiornate si consultino i siti www.btselem.org e www.iraqbodycount.org. 3. A Timor Est, per esempio, si stima che siano state uccise duecentomila persone su una popolazione di settecentomila. Si veda M. Jardine, East Timor: Genocide in Paradise, Odonian Press, Tucson 1995. 4. D. Gregory, The Colonial Present: Afghanistan, Palestine, Iraq, Blackwell Publishing, Oxford 2004. 5. B. Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 2nd ed., Cambridge University Press, Cambridge 2003 (trad. it. Esilio: Israele e l’esodo palestinese, 1947-1949, Rizzoli, Milano 2005, trad. di S. Beltrame, S. Cappelletti, E. Peru); I. Pappe, The Ethnic Cleansing of Palestine, Oneworld, Oxford 2006 (trad. it. La pulizia etnica della Palestina, Fazi, Roma 2008, trad. a cura di L.Corbetta, A. Tradardi). 6. O. Yiftachel, Ethnocracy: Land and Identity Politics in Israel/Palestine, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2006.


Cartina 1 Area occupata da Israele durante la guerra del 1967. Fonte: Peace Now.


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L'occupazione israeliana di Neve Gordon  

L’occupazione israeliana rappresenta uno dei contributi più originali e significativi alla storia dell’oppressione israeliana nei confronti...

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