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1 A cura di Maurizio Chierici Comitato di direzione Annamaria Cavalli, Isotta Piazza, Marco Deriu, Giulio Iacoli

diabasis


Coordinamento editoriale Leandro del Giudice Logo di Collana Giovanni Cascavilla Copertina Anna Bartoli Immagine di copertina Š VNY Media / La VOCE di New York ISBN 978-88-8103-902-9 Š 2018 Edizioni Diabasis Diaroads srl-Str.San Girolamo, 17/b - 43121 Parma Italia telefono 0039 0521 207547 www.diabasis.it

Questo volume della collana Domani vede la luce anche grazie al sostegno economico non condizionato di Alberto Chiesi.


PERCHÈ DOMANI

La ricerca che raccoglie una tesi accompagna i passi di chi chiude i libri per affrontare le contraddizioni in agguato oltre la soglia dell’università. Disarmonie sfogliate con l’ottimismo della giovinezza. Identità che la realtà lentamente ripiega nelle novità quotidiane, vanità e sopravvivenza. E la scienza dei libri aiuta fino a un certo punto la coerenza dell’impegno. Contraddizioni che le cronache del passato non hanno mai nascosto. In fondo Napoleone, il più francese dei francesi, non era francese. Stalin, il più russo dei russi, non era russo. Hitler, il più tedesco dei tedeschi, non era tedesco. E gli idealisti con la laurea in cornice si immergono nella contraddizioni di una società più complicata di come immaginavano. Operatori sociali che non operano. Politici che scelgono ma non dicono. Elettori che votano ma non scelgono. Televisioni organizzate per far vedere ciò che vogliono che la gente creda. E le onde dei social immiserite nelle furbizie del niente. L’impegno della ricerca approfondisce ( e diffida ) l’ordine-disordine liquido confuso da illusioni e vanità. Insomma, la vita di tutti apre un cammino dagli strani confronti. E Il disordine che ha costruito la storia predispone alla non meraviglia ingegneri, filosofi, sociologi, comunicatori e analisti della società immaginata fra i banchi; non meraviglia nell’ affrontare i problemi che complicano gli ideali della speranza. È successo, risuccederà. Come recita l’impegno del Comitato Scientifico “al

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centro delle indagini si collocheranno figure, fenomeni e trasformazioni capaci di imprimere una traccia significativa sull’oggi e di aprire, appunto, al domani”. Primo volume L’eredità di Basaglia nell’ Italia indifferente 40 anni dopo la legge 180. Studio su come sopravvivono nel secolo nuovo intuizioni ed idee, umanità e impegno sociale dello psichiatra che “slegava i matti “ sepolti nei lager-manicomi. Ricerca di Katia Dell’Eva nella disarmonia di un 2000 compresso dalla razionalità delle tecnologie, con malati e anziani che retrocedono a larve marginali nell’attenzione della “modernità”. Il filo del libro è la scommessa di un “barone-primario” contro il quale si scatenano baroni-primari avvolti in un potere nel tempo avvilito dalla politica, ma 40 anni fa imperiosamente in cattedra. Spogliarsi dei camici immacolati per confondere ogni ora del giorno con gli stracci senza nome e senza censo, pesava come una minaccia “ irresponsabile “ dell’utopia che nessun manuale confermava. E la casta non ne sopporta il tradimento. Non importa se i nuovi psichiatri se ne innamoravano e Jean Paul Sartre fa sapere al professore la felicità dell’incontro con “un intellettuale concreto”. Concreto per aver scoperto a Gorizia – il “suo” primo manicomio – che il disordine mentale di gran parte dei degenti nasceva dalla voglia di scappare dalla vita agra, povertà, fatiche, pochi soldi. Bevono, bevono. Sbornie che li trasformano in fantasmi “ insopportabili per le autorità “. Detronizzato a Gorizia, Basaglia arriva a Parma nella reggia- manicomio di Colorno mentre i ragazzi del ’68 si innamorano della sua “follia”. Occupano l’ospedale dai letti senza catene. Ecco l’incontro fatale con Mario Tommasini, assessore alla Sanità, terza elementa-


re, parole in dialetto, solidarietà che precede l’intuizione del professore. Svuota gli orfanatrofi prima del primo incontro. Distribuisce alle famiglie che accolgono i bambini abbandonati, quanto spende per mantenerli nella solitudine dei cortili. Anche il manicomio diventa scatola vuota. Trasferisce i contadini, invecchiati dietro le sbarre, inchiodati ai letti-tortura, in una fattoria dove ritrovano la vita dei campi. Rifioriscono nella felicità bizzarra di un tran tran normale. E il rigore della ricerca si scioglie nell’ammirazione man mano che la Dell’Eva risale il cammino delle novità. Che gli anni impallidiscono: Basaglia se ne va, se ne va Tommasini, la casta dei baroni rialza la testa. Eppure l’autrice non perde la speranza rincorrendo l’impegno di chi non si arrende. Maurizio Chierici

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Ai miei genitori, per avermi insegnato che i diritti non sono una cosa “normale�


Katia Dell’Eva

L’EREDITÀ DI BASAGLIA NELL’ITALIA INDIFFERENTE Un viaggio a 40 anni dalla 180


And if your head explodes with dark forebodings too I’ll see you on the dark side of the moon. (E se anche la tua testa esploderà di cupe inquietudini Ci incontreremo sul lato oscuro della Luna) Brain Damage, The Dark Side of the Moon, Pink Floyd


PARMA, l’assopirsi di un insegnamento

1. La vasta e intricata rete di servizi giornalieri che non “profuma” di casa 1969. Franco Basaglia, futuro promotore della Legge 180, è a Parma. Ci rimarrà solamente un anno e mezzo; eppure questa città rappresenterà nel suo percorso una svolta: dietro le spalle Gorizia, l’esperienza destinata a essere ben presto, nonostante la sua fama mediatica, snaturata e a fallire. Davanti a sé Trieste, la realtà che lo consacrerà come proprio mentore, divenendo, 40 anni dopo, la locomotiva di un’Italia che arranca nei diritti del malato psichiatrico. Parma, che all’altezza di quegli anni ha già conosciuto da vicino la follia; che è già passata attraverso il ciclone di liberazione messo in atto da Mario Tommasini e sta per subire un’ulteriore scossa; che oggi ha, nonostante tutto, perso la sua energia rivoluzionaria. Cosa resta, infatti, di quel che il medico veneziano e l’assessore del Pci avevano tentato di costruire nel capoluogo emiliano? Cosa resta di una lotta forse un po’ ideologica, ma essenziale? 1.1. Tra ambulatori e CSM Centro di Salute Mentale “Parma Est”, largo Palli, 1; Centro di Salute Mentale “Parma Nord-Ovest”, via Vasari, 13. Sono a oggi questi i due principali CSM adibiti

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al servizio della città, per quanto concerne la psichiatria per gli adulti. Accanto ad essi – stando ai report ufficiali, a cura degli Uffici del Sistema Informativo e dell’Osservatorio sulle Dipendenze dell’Ausl – una fitta, fittissima rete di ulteriori servizi dedicati alla neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e alle dipendenze patologiche, nonché una serie, altrettanto vasta, di strutture differenti (ambulatori, residenze, appartamenti, ospedali e un centro diurno) sempre dedicati alla cura della malattia mentale in pazienti che abbiano superato la maggiore età, cui si aggiungono la rassegna La salute della salute mentale, e una stazione radio attiva contro i pregiudizi, Non ci sto più dentro. La prima impressione, per qualcuno che, come chi scrive, conosce la psichiatria solo in superficie, è pertanto quella di un forte interessamento alla “follia” da parte della città, ancora vivo dopo 11 anni dalla scomparsa di Tommasini, l’assessore che mosse Parma alla comprensione di questa malattia e dello stigma che portava con sé, e a 37 da quella di Basaglia, che approdò nel Comune emiliano con i suoi insegnamenti e le sue sovversive regole di parità e democraticità. Eppure, allo stesso tempo, la sensazione che si ha, è quella di una profonda burocratizzazione delle loro lezioni, che riporta il paziente a essere – come denunciava il medico veneziano ben prima della 180 – “un pacco”, quasi che il “matto”, finalmente libero dal manicomio, sia ora stato inserito in un complesso ingranaggio di “smistamento”. I due CSM cittadini, infatti, ben distanti dall’immagine domiciliare che si riscontrerà più in là nelle analoghe strutture triestine, si presentano entrambi come forme ambulatoriali del servizio psichiatrico. La differenza con i veri e propri ambulatori, definiti con questo termi-


ne anche in ambito amministrativo, sta tutta negli orari di offerta del servizio: se l’ambulatorio propriamente detto è accessibile due giorni a settimana, per poche ore al giorno, e funge essenzialmente da punto informativo, il CSM svolge la sua attività sette giorni su sette, per dodici ore al giorno, offrendo al paziente una serie di attività mediche e/o ricreative, che vanno dalla seduta psichiatrica, alla ginnastica o al massaggio terapeutico. Lontani, dunque, da qualsivoglia idea di casa, i due CSM di Parma, privi anche di nome, se non fosse per quella definizione geografica, legata alla zona di interesse, “Est” e “Nord-Ovest”, non presentano alcun tratto domestico: non c’è nessuna porta sempre aperta (come si vedrà invece altrove); non ci sono stanze colorate; non c’è alcuno spirito di “famiglia” e “normalità”. La prima cosa cui ci si trova di fronte, al contrario, è – e si prenda il caso del CSM di largo Palli come metro per entrambi – una imponente porta a vetri, aperta, certo, ma solamente negli orari di attività del centro (quindi di giorno). Varcata la prima soglia, proprio come in un qualsiasi ambiente medico, una guardiola, nella quale una figura, sempre presente, svolge la funzione di segretarioportinaio, dando indicazioni ai nuovi arrivati su dove sia meglio recarsi. Il Centro di Salute Mentale, infatti, occupa solo una frazione della struttura in cui risiede: per raggiungerlo, è necessario prendere un ascensore o salire alcune rampe di scale. Giunti al piano, un’altra porta. Per farsi aprire, quanto meno dall’esterno, stavolta, è necessario chiedere ad un altro segretario-portinaio in un’altra guardiola. Premuto un pulsante, finalmente, il via libera per accedere ad un corridoio, sul quale affacciano una serie di studi

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medici. L’ambiente è asettico, a metà strada tra la sede di un ufficio (che potrebbe tranquillamente essere di contabili, pubblicitari o di qualsiasi altra professione) e l’anonimo e banale contesto ospedaliero, col suo caratteristico odore sterile e il suo consueto candore. Circa 1200 utenti, ogni anno, si servono di questo CSM e dei suoi servizi, messi a disposizione da 7 medici, uno psichiatra, un assistente sociale e una dozzina di infermieri. Tra loro, i diversi operatori sociali, pur seguendo uno dei dettami cardine del pensiero basagliano (che verranno descritti e messi in atto dai più fedeli applicatori triestini) e non indossando camici, ne contraddicono l’altro, dandosi reciprocamente del “Lei”, mentre il direttore della struttura viene chiamato “dottor Pellegrini”: quell’assenza di gerarchie e quella parità tra i differenti ruoli, che per Basaglia e la sua équipe hanno svolto un ruolo fondamentale, sul quale edificare l’intera rivoluzione della psichiatria, non esistono più. Il medico non è un infermiere, ed entrambi non sono un paziente. I confini tornano – almeno nelle formalità – a essere ristabiliti. 1.2. Intervista a Pietro Pellegrini, direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche Pietro Pellegrini, nato nel 1955, ha studiato medicina e chirurgia presso l’Università di Parma, per poi specializzarsi in Psichiatria presso l’Ateneo di Bologna e in Psicoterapia dell’adolescenza a Modena. Con un passato professionale, a partire dall’81, interamente svolto sul territorio


della provincia di Parma, dal 2006 è direttore del CSM “Est”, e dal 2012 direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche. Racconta, in occasione della visita al “suo” Centro, la situazione attuale della città.


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L’EREDITÀ DI BASAGLIA NELL’ITALIA INDIFFERENTE Un viaggio a 40 anni dalla 180 - Katia Dell'Eva  

Quanti sono, realmente, i futuri medici, i futuri informatori, i futuri governanti di questo Paese, che hanno esperito la differenza di trat...

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