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Ghirri, un clic salverà lo stupore del mondo L’interpretazione dell’opera del grande fotografo emiliano dagli inizi negli anni ‘70 fino alla prematura scomparsa nel 1992

E’ molto documentato, finemente scritto ed esaustivo il saggio «Memoria come un’infanzia. Il pensiero narrante di Luigi Ghirri» di Ennery Taramelli, storico e critico dell’arte che alla luce della fenomenologia e con incursioni nella psicoanalisi, ripercorre e interpreta l’opera del grande fotografo emiliano Luigi Ghirri dagli inizi negli anni ‘70 fino alla prematura scomparsa nel 1992. Ben sottolinea la Taramelli il debito, o meglio, la comunità d’intenti di Ghirri con la neoavanguardia modenese degli anni ‘70 (Parmiggiani, Cremaschi, Della Casa) e con quanti, in Emilia e altrove, si muovevano sul limine della sperimentazione verbo-visiva, dunque Adriano Spatola, Corrado Costa, Giulia Niccolai, a loro volta legati al gruppo ‘63 e alla riproposta di una sorta di surrealismo. Tra gli intenti del gruppo quello di liberare la parola e l’immagine dalle incrostazioni di significati sedimentati nel tempo, di decontestualizzare elementi del quotidiano per ricombinarli tramite i procedimenti del collage surrealista o del montaggio fotografico o filmico. Salvare lo stupore del mondo è il fine ultimo, ciò che fa esclamare a Ghirri «non c’è niente d’antico sotto il sole». L’artista gode di totale libertà, la fotografia si slega dal suo compito di documentare o riprodurre la realtà: l’immagine viene colta nello specchietto retrovisore di un’automobile, nella pupilla di un occhio o, come il volto femminile sorridente che pubblicizza la Kerastase, riflessa su una vetrina, mentre sullo sfondo si intravede un contesto urbano sfocato e in movimento. D’altra parte non conta più sfondo o primo piano, entrambi hanno pari importanza, così come non c’è gerarchia tra gli oggetti, ne vengono fotografati di quotidiani e apparentemente insignificanti. In linea ancora con le neoavanguardie, si tratta di sottrarre l’oggetto alla sua funzione di merce e far scaturire le sue potenzialità di oggetto-sogno. Di ritrovare negli oggetti e nel paesaggio urbano l’immemoriale e il senza tempo. L’ars combinatoria si tinge d’ironia e paradosso, si acco stano oggetti improbabili, e il loro incontro è bello come quello «casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio». Così nella sequenza «Pellemondo», un cagnolino maculato bianco e nero accucciato su una poltrona di vimini, viene sostituito nella foto seguente da un mappamondo bianco con macchie nere che designano i continenti, adagiato sulla stessa poltrona.

Nel paesaggio si colgono geometrie inaspettate, come se il mondo fosse un geroglifico da interpretare, vi si ripetesse una misteriosa sezione aurea che allude, chissà, a una mente creatrice o ordinatrice del caos apparente. Ghirri è fotografo-filosofo, il suo compito pensare per immagini, rivelare aspetti che sfuggono ai più, «oscillando dal microscopio al telescopio per poter tradurre e interpretare il reale o geroglifico». Ecco allora, dalla raccolta Kodachrome, sottili fili elettrici che compongono un pentagramma sullo sfondo di un cielo azzurro solcato di nuvole, poi, nella foto seguente, miniaturizzata contro un cielo infinito, la scritta «azzurro» che potrebbe essere l’insegna di uno stabilimento balneare o di un hotel e in altre foto ancora, contro lo stesso cielo, un cavallino-puntale di giostra e una luminaria a forma di stella. Perché tra gli intenti dichiarati di Ghirri c’è il recupero, il cammino a ritroso verso l’infanzia, non solo sua ma archetipa, nella quale tutti possono riconoscersi. Archetipici sono anche certi paesaggi industriali o rurali sprigionanti il mistero di monumenti o reperti neolitici; porte, portali, archi d’ingresso si spalancano su un altrove vuoto somigliante all’Ade, o danno accesso a lussureggianti giardini dell’Eden. Humour, nostalgia, allusione a un’assenza, a un personaggio o evento che potrebbero materializzarsi e che suscitano la suspense dell’attesa, viaggio virtuale tra paesaggi di carta, viaggio reale nella Bassa dell’infanzia o da flâneur tra periferie metropolitane, tutto convive nell’opera di Ghirri, e Taramelli accompagna il lettore passo dopo passo nell’affascinante esplorazione. Con un’avvertenza: il libro, dotto e pieno di suggestive citazioni, non è di facile lettura e non è per tutti. Forse vale per esso, come per molta arte contemporanea, ciò che Pasolini, diceva di certi suoi film, riconoscendo il loro élitarismo, e cioè - la citazione è a memoria e in soldoni - che dal momento che il popolo si era fatto massa, forse l’unica operazione democratica era fare opere come quelle. Francesca Avanzini Gazzetta di Parma 18/08/2017 pag. 39 www.diabasis.it

Ghirri un click salverà lo stupore del mondo gdp recensione  
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Recensione del nuovo saggio di Ennery Taramelli su Luigi Ghirri intitolato Memoria come un'infanzia. Il pensiero narrante di Luigi Ghirri

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