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28 TUTTO SULLO SKYRUNNING

Uomini e Sport - numero 28 | Ottobre 2018 | Pubblicazione periodica gratuita

Verso il cielo, di corsa: è un fascino che afferra, a prima vista


EDITORIALE

Spero di poter interessare i numerosi amici e lettori di “Uomini e Sport”, se ritorno su un argomento che avevo già introdotto a inizio anno, con l’editoriale pubblicato sul numero 26 della nostra rivista. Quanto riprendo ora non si scosta molto da ciò che avevo scritto su quel numero, ma penso che sia il completamento di un concetto di un certo interesse, formulato sulla base di un’esperienza maturata su un tempo inconsuetamente lungo. Avevo accennato allora, in forma alquanto generica, allo sviluppo storico e sempre più ottimizzato che aveva interessato gli articoli sportivi, che ormai hanno invaso il mercato, grazie anche alla crescente diffusione del benessere in tanti paesi. Mi ero soprattutto soffermato, a titolo esemplificativo, sul miglioramento tecnico relativo a ciò che concerne lo sport dello sci e all’incredibile incremento della sua pratica, come paradigma di ciò che si stava verificando anche sugli altri fronti dello sport. In questa sorprendente evoluzione della tecnologia e dell’ambiente sociale sportivo, ho avuto la fortuna di non essere rimasto estraneo, pur con una partecipazione che riconosco modesta, nella mia professione di imprenditore del commercio, in quanto, per natura e per convinzione, sono stato sempre particolarmente vicino alle persone interessate alla pratica di ogni disciplina sportiva. È soprattutto grazie a questo vivo e continuo contatto che si è accentuata la mia sensibilità, che mi ha consentito di percepire, quasi anticipandole, le loro spicciole esigenze dirette a modificare e migliorare sia le attrezzature che l’abbigliamento di cui fruivano. Mi sono presto immedesimato nella passione e nell’entusiasmo di tanti giovani che trovano sempre qualche spunto per avanzare nuove proposte, che naturalmente mi sforzavo di approfondire e valutare, prima di farmi loro portavoce presso le aziende fornitrici. Posso affermare che, con il tempo, non mi sono nemmeno accorto di essere diventato un vero esperto e competente nei vari prodotti che arricchiscono il mercato dello

sport, tanto che potrà sembrare strano e inverosimile che vi dica qual è stato il mio punto di partenza. Avrei potuto rinnegare la mia origine familiare, l’indirizzo da cui erano partiti il nonno Giuseppe e il papà Ambrogio? Già loro, subito dopo gli anni della seconda guerra mondiale, si erano messi a realizzare artigianalmente uno scarpone con suola Vibram, utilizzando pellami in vera pelle o crosta, per ottenere un prodotto molto robusto e rigido. Veniva così proposto sul mercato un articolo che avrebbe consentito di camminare più agevolmente in montagna, ma che soddisfaceva anche chi aveva voluto provarlo per il lavoro, perché sostituiva confortevolmente gli scarponi con suola chiodata. Sono partito proprio dalle calzature: ma, per inciso, credo doveroso rendere merito e onore a colui che è riuscito a mettere a punto questo modello specifico per l’alpinismo. VIBRAM sta infatti per Vitale Bramani, che con la sua invenzione, a partire dagli anni ’30, ha rivoluzionato il modo di salire la montagna e nel 1954 ha contribuito ad accompagnare Lacedelli e Compagnoni alla conquista del K2. Vi faccio allora seguire la storia delle scarpe, nel loro rapporto con lo sport, e nello specifico con le discipline sportive che riguardano la montagna. Con riferimento ancora allo scarpone classico da montagna, troviamo che con l’avvento delle produzioni industriali questa categoria di prodotto viene pian piano a sparire, finchè verso la fine degli anni ’70 subisce una vera rivoluzione. Questo perché dallo scarpone pesante, da usare nelle brevi escursioni e nell’outdoor, si passa ad uno scarponcino decisamente più leggero, con un’ottima stabilità, con suola in Vibram e membrana idrorepellente. Mentre ci si sente soddisfatti nel riscontrare che si cammina meglio, ci si rende insieme conto che si abbassano notevolmente anche i tempi di percorrenza per raggiungere cime e rifugi. Arriviamo agli anni ’80, quando si valuta che la quantità dei pezzi venduti si divide in pari misura tra scarponi e scarponcini: ora si può affermare che inizia l’avvento della scarpa bassa da outdoor. A partire dagli anni ’90 sono sempre più numerose le aziende, in particolare nel Triveneto, che si impegnano nella ricerca per realizzare un prodotto sempre più leggero, stabile e idrorepellente, da utilizzare anche in alta quota. La reazione del cliente di fronte a questa innovazione è massimamente positiva, per cui il nuovo prodotto decolla raggiungendo vendite di crescente consistenza, passando nell’arco di un breve tempo dai 42.000 pezzi venduti in un anno ad un quantitativo pressoché raddoppiato. Nel frattempo infatti, all’alpinismo nella forma del professionista e come tendenza amatoriale,

si sono via via aggiunte numerose altre discipline sportive, dove la marcia e la corsa in montagna hanno coinvolto uno sterminato seguito di praticanti e di sportivi impegnati a competere nelle diverse gare suddivise per specialità. Accenno sommariamente alle varie discipline, ognuna delle quali esige di poter essere praticata avendo ai piedi calzature tassativamente idonee, per indicare la specifica tipologia di scarpa a loro riservata: così, se per l’alpinismo di alta quota si adattano per lo più gli scarponi, per il trekking, l’escursionismo, i raid e le alte vie vengono consigliati scarponi e scarpette. Per il running, l’ultratrail e la corsa in montagna, invece, sono indicate scarpe alte e basse con suole scolpite. L’arrampicata sportiva, nel suo aspetto, esige ulteriori particolarità in aggiunta, perché oltre alle scarpe alte e basse con suola scolpita, consiglia pure pedule con suola a mescola liscia. Mi rendo conto che, data semplicemente così, l’indicazione dovrebbe venire ampliata e definita in modo più preciso: riferendomi infatti anche solo all’attribuzione delle scarpette, bisognerebbe distinguere tra il tipo realizzato con una forma che le rende più adatte ad essere utilizzate di bordo, sulle piccole asperità della roccia, a differenza di quelle studiate per l’arrampicata in aderenza. Si tratta di particolari quasi esclusivi, che si isolano da uno standard intermedio che viene usato normalmente. Potrei dilungarmi ancora nel presentare i significativi dettagli che corredano attualmente le calzature nel loro specifico uso, ma penso possa bastare aver visto come la tecnologia e la concorrenza sono venute in soccorso di coloro che, di generazione in generazione, ci richiedevano per camminare in montagna in modo più sicuro, più efficace, più comodo, e anche con una buona ammortizzazione. Mi sento di affermare che, nell’ampia gamma di prodotti di ogni genere, destinati alla pratica di tutte le attività sportive, ho sempre avuto un particolare riguardo, non solo affettivo, per l’articolo che è stato come l’emblema della dinastia Longoni. Nella succinta storia delle calzature di montagna, come l’ho sopra accennata, ritrovo quasi il filo conduttore dell’intera storia della mia vita come operatore nel commercio, anche se ciò evidentemente rimane offuscato quando si entra nel mirabolante turbinio delle invitanti esposizioni che caratterizzano i punti vendita di DF Sport Specialist.


SOMMARIO OT TO B R E 2 0 1 8 - A N N O I X - N° 2 8

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2 11 18 30

Editoriale

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I punti vendita DF Bicimania a Legnano

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Anche qui c’è DF

8

Il punto di vista Giancarlo Citterio e Luigi Spreafico

10

I consigli degli esperti Running

11

“Un nome”: da non dimenticare Andrea Oggioni

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Accadeva nell’anno... 1969 - La prima invernale sulla “Via delle Guide”

18

Sport a tutto campo Sky e trail running

26

I record dello skyrunning Un confronto aperto

30

Sport per passione Tor des Géants®: l’ultratrail più duro al mondo

32

Amici in corrispondenza...

33

Invito alle ferrate CermiSkyline, la ferrata dei laghi

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Abbiamo letto per Voi

38

A proposito delle serate “A tu per tu” Uno sguardo sulle ultime affollate serate I prossimi appuntamenti alle serate di Sirtori

Fondatore: Sergio Longoni Coordinamento della pubblicazione: Giuseppe Zamboni Redazione: Renato Frigerio - Sara Sottocornola Realizzazione grafica: Margherita Moretti

“Uomini e Sport” è consultabile e scaricabile online sul sito www.df-sportspecialist.it

Numero chiuso in redazione: 10/10/2018 Diffusione: 8.000 copie Distribuzione nei negozi DF Sport Specialist

DF Sport Specialist Redazione “Uomini e Sport” - Via Figliodoni, 14 - 23891 Barzanò - LC

Posta e risposta: Angolo dei lettori uominiesport@df-sportspecialist.it

In copertina, le competizioni dello skyrunning si svolgono spesso anche nei più incantevoli scenari che ci vengono offerti dalla generosità della natura: qui ci troviamo nel ripido pendio che conduce alla Capanna Regina Margherita, sulla Punta Gnifetti, una delle quattro vette oltre i 4000m del Monte Rosa. [Foto: Giacomo Meneghello]


I PUNTI VENDITA DF

BICIMANIA

APRE A LEGNANO UN NUOVO PUNTO VENDITA 1000 metri quadrati di bici di Cristina Guarnaschelli

Cresce la catena di negozi specializzati Bicimania, di proprietà di Sergio Longoni, con l’apertura sabato 9 giugno del terzo punto vendita a Legnano. Il nuovo negozio, presso il Centro Grancasa, si sviluppa su una superficie di 1.000 mq, tutti dedicati al mondo della bicicletta: un vero e proprio paradiso per gli appassionati. “Metti la passione che corre su due ruote, il fascino, la storia e il valore simbolico ed evocativo, di cui la bicicletta è portatrice, mezzo ideale per spostarsi in città, per fare sport o per pedalare liberamente nella natura.” Questo è il senso e la filosofia che Sergio Longoni, Presidente di Bicimania e DF Sport Specialist, ha voluto dare ai suoi negozi “Specialisti della bici” e a tutto ciò che ruota intorno a questo mondo in tutte le sue sfaccettature. Nel nuovo punto vendita di Legnano, che si aggiunge allo storico negozio di Lissone e al più recente di Milano, in Via Adriano 85, la gamma di biciclette proposta è ampia e in linea con le ultime tendenze del mercato: mountain bike, corsa, city bike, urban, trekking, gravel, bimbo, e-bike, sono tutte categorie trattate in tutti i loro aspetti.

Il taglio del nastro è opera di Riccardo Borghi, direttore del punto vendita di Legnano.

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Dalla bicicletta agli accessori, all’abbigliamento e alla nutrizione: con più di 20 marchi di abbigliamento, Bicimania propone un’offerta tecnica con diverse fasce di prezzo per incontrare le necessità, i gusti e la capacità di spesa dei suoi clienti. Con l’esperienza dei più importanti marchi di nutrizione sportiva, il negozio propone un’ampia gamma di alimenti dedicati alla reintegrazione, per partire o ripartire con la giusta carica di energia, per far passare la fatica più velocemente o per migliorare le proprie prestazioni durante l’uscita. Vasta anche la scelta di scarpe da corsa e mtb, per ogni esigenza di forma del piede, e di occhiali sportivi delle marche più prestigiose e di caschi strada, mountain bike, città, bambino e freeride. Non solo prodotti! Da Bicimania si punta molto anche ai servizi: l’officina è specializzata in riparazione e montaggio di ogni tipo di bicicletta e assistenza e-bike. Spazio anche per una postazione dedicata al lavaggio a mano, asciugatura, lucidatura e lubrificazione. Per chi sente che la sua pedalata non è sufficientemente redditizia o si verificano degli indolenzimenti nel corso dell’uscita in bicicletta, il personale tecnico di Bicimania è disponibile per consigli sul posizionamento in sella, con l’obiettivo di migliorare l’assetto sulla bicicletta e il comfort di pedalata. Il personale di Bicimania è il fiore all’occhiello dell’azienda: direttori sportivi, guide di mountain bike, ex professionisti, campioni regionali, viaggiatori su due ruote, tutti sono appassionati praticanti e mettono al servizio della clientela l’esperienza vissuta sul campo, la competenza e la professionalità per suggerire e consigliare il prodotto giusto per ogni esigenza tecnica ed economica.

La gestione dell’ampia gamma delle due ruote esposte nel nuovo punto vendita è affidata ad un personale di Bicimania che è il fiore all’occhiello dell’azienda. Fotografie di Gianmario Besana

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ANCHE QUI C’È DF

5:45 Run Walk BreakFast a Sirtori in 250 a sfidare il maltempo alle prime luci dell’alba per promuovere uno stile di vita sano e per far conoscere il piacere dell’esercizio fisico 5 km non competitivi, seguiti da una colazione salutistica preparata per l’occasione dal “Time Out Café”. Il tutto pensato per promuovere uno stile di vita sano e la buona abitudine ad una prima colazione equilibrata, per poter iniziare al meglio la giornata. La seconda edizione del Memorial Claudio Cappelli, in ricordo dell’imprenditore barzanese, vittima nel 2016 di un attentato terroristico in Bangladesh, è una manifestazione a partecipazione libera e gratuita, organizzata dal Cab Polidiagnostico con il supporto di Df Sport Specialist. Ai blocchi di partenza, giovedì 5 luglio alle 5:45 a Bevera di Sirtori, si sono schierate accanto all’immancabile Sergio Longoni, le runner lecchesi - e testimonial DF Sport Specialist - Monica Casiraghi e Daniela Gilardi. Presenti all’iniziativa, anche numerose associazioni locali, dalla Croce Rossa al CAI di Barzanò, allo Spartacus Triathlon di Lecco. Il primo a giungere al traguardo è stato Francesco Canclini (triatleta 22enne di Renate), con un tempo di 24 minuti, seguito da Alberto Besana di Missaglia e da Mirko Zanin di Barzanò.

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Reinhold Messner a Colico Con lui, il fascino dell’impossibile

Pubblico delle grandi occasioni venerdì 29 giugno per la serata organizzata dal CAI Colico in collaborazione con DF Sport Specialist e il supporto di molte aziende e realtà locali. Erano centinaia gli appassionati accorsi in riva al lago a Colico per “il Re degli Ottomila“, Reinhold Messner; moltissimi in piedi o seduti su gradini o per terra per tutta la durata dello spettacolo, che si intitolava “Il fascino dell’impossibile”, in cui Messner ha raccontato, tramite l’ausilio di immagini satellitari, della quarta dimensione della montagna ripercorrendo lo sviluppo dell’alpinismo attraverso tredici cime leggendarie. Un racconto avvincente narrato da colui che ha scritto la storia dell’alpinismo essendo stato il primo uomo a scalare tutte le 14 cime sopra gli Ottomila metri della Terra, senza ossigeno. Lunedì 22 ottobre Reinhold Messner sarà all’Auditorium di Milano (Largo Gustav Mahler) alle ore 20.30, con lo spettacolo “L’assassinio dell’impossibile”. Inserita nel Fuori Festival del Milano Montagna Festival, la serata a cura di Aldo Faleri, sarà presentata da Alessandro Filippini. DF Sport Specialist ha contribuito in qualità di sponsor alla realizzazione della serata.

foto Maurizio Torri

Daniel Antonioli vince il Pizzo Stella Skyrunning 2018

L’atleta dell’Esercito e testimonial DF Sport Specialist, è riuscito ad avere la meglio su tutti i 300 atleti al via domenica 8 luglio, e incidere per la seconda volta il proprio nome nell’albo d’oro della prova principe da 35km (2650 D+). Giunta alla sua 4ª edizione, la corsa a fil di cielo disegnata tra le valli alpine di Spluga, Lei e Bregaglia aveva una doppia valenza: tappa di Italy Series e prova del circuito lombardo Valetudo Serim.

I primi a prendere il via da piazza San Luigi Guanella a Fraciscio, sopra Campodolcino in Valchiavenna, sono stati i 200 della gara lunga. Mezz’ora più tardi è stata la volta dei 100 iscritti alla neonata sky proposta per aprire le porte anche a runner meno avvezzi alle lunghe distanze. Sempre al comando dall’inizio alla fine il polivalente atleta lecchese del Cs Esercito è riuscito a ripetere e migliorare il risultato ottenuto nel 2016.

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Giir di Mont

12° Rosetta Skyrace

Un tour che unisce i 12 alpeggi del territorio di Premana: 32 Km di paesaggi tanto ripidi quanto affascinanti, ecco in sintesi il Giir di Mont, in dialetto appunto “giro degli alpeggi”, giunto domenica 29 luglio alla 26° edizione. DF Sport Specialist da anni offre il suo contributo alla buona riuscita dell’evento, fornendo gli archi gonfiabili per marcare ed identificare il percorso e mettendo a disposizione numerosi premi e gadget per tutti gli atleti presenti!

Una corsa in montagna, ai confini del cielo, per ricordare Sandro Piganzoli e Pietro Ferroni. L’international Rosetta Skyrace si snoda su un panoramico e spettacolare anello di 22,4km, 1740m di salita e altrettanti di discesa, disegnato sfruttando antichi sentieri e mulattiere della Valle del Bitto, all’interno del Parco delle Orobie Valtellinesi. Una strepitosa cavalcata a fil di cielo, tra alpeggi ricchi di storia, che porta i concorrenti al Pizzo dei Galli. Partner tecnico dell’iniziativa, DF Sport Specialist ha ideato come gadget per i partecipanti alla gara di domenica 2 settembre 2018, un capo tecnico e versatile: un’utilissima giacca da running, antivento e antipioggia! La vittoria della gara, e nuovo record sul percorso, è andata a Davide Magnini (2h03’43”), mentre il testimonal DF Sport Specialist Daniel Antonioli 2h09’02”, che ha preceduto Martin Stofner 2h10’34”, ha ben figurato come secondo piazzato.

Trofeo Kima È andato in scena domenica 26 agosto, un Trofeo Kima da record. A Kilian Jornet la vittoria della dura competizione, ed il nuovo record di percorrenza 6h9’19’’. Da più di 20 anni il Trofeo Kima è un evento di punta per gli skyrunner, grazie ai suoi 52 km di un percorso estremamente tecnico, che si snoda su sette passi per un totale di 8400m complessivi di dislivello. DF Sport Specialist, partner della manifestazione, ha contribuito alla realizzazione dei pacchi gara e dei premi per i 250 partecipanti.

Foto: sportdimontagna.com

[Foto: Maurizio Torri]

6° ZacUp

Campionato Europeo di Bmx 2018 Marco Radaelli (15 anni - cat. allievi) del Team BICIMANIA Garlate, è di nuovo campione Europeo, per la terza volta dopo il 2014 e 2017. Il 13/14 luglio, a Sarrians (Francia) si è imposto, fin dalle prime fasi, sui 1720 iscritti provenienti da tutta Europa.

Si è svolta domenica 16 settembre, la 6° edizione della Skyrace del Grignone, un tracciato estremamente tecnico: 27,5 chilometri con un dislivello positivo pari a 2650 metri. Partenza da Pasturo, lungo i sentieri del Grignone dal versante Nord si raggiungono i 2410m della vetta, per poi ridiscendere a Pasturo dal versante Sud, toccando i 4 rifugi: Riva, Bogani, Brioschi e Antonietta al Pialeral. DF Sport Specialist, sponsor dell’evento, per l’occasione, ha realizzato un pantalone running 3/4 adatto per la stagione invernale, omaggiato a tutti gli atleti! Per quanto concerne i risultati per la prima volta nella storia della gara, due atleti africani, nelle sezioni maschile e femminile, Jean Baptiste Simukeka e Primitive Niyirora, calcano il gradino più alto del podio. Daniel Antonioli, testimonial DF Sport Specialist, è buon secondo, e diventa campione italiano Fisky.

Sopra: Marco, in maglia azzurra della Nazionale Italiana, mostra la targa di Campione Europeo. Accanto a lui, il padre ed allenatore, Andrea Radaelli. A lato: una foto dell’atleta in azione.

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Foto: leccoonline.com


Anno 2018 - Campionato Italiano Downhill e Campionato Italiano Enduro: la maglia tricolore è di Davide Cappello - Team Bicimania Garlate Si è svolta domenica 10 giugno a Santa Margherita Ligure (Ge) la gara che assegnava il titolo di Campione Italiano Enduro in Mountain Bike. I 250 atleti, provenienti da tutta Italia, si sono affrontati in 4 prove speciali sui sentieri all’interno del Promontorio del Monte di Portofino, ed una quinta prova in città. Davide Cappello “Team Bicimania Garlate” categoria esordiente (13/14 anni), ha conquistato la maglia tricolore, riconfermando il titolo di campione italiano conquistato a Tavernerio nel 2017. Domenica 22 luglio, a Pila (Ao), tra le maestose Alpi della Valle d’Aosta, è stata invece la volta del Campionato Italiano Downhill 2018. Il tracciato di gara, su una delle piste più famose a livello internazionale, con uno sviluppo di 2400m ed un dislivello di 500m, si è presentato asciutto ma non troppo polveroso, un terreno ideale per i riders. I due atleti del Team BICIMANIA Garlate, Davide Cappello, già titolato l’anno scorso a Bormio, e Andrea Bonanomi, si sono messi in evidenza nella categoria esordienti, tagliando il traguardo rispettivamente al primo e terzo posto.

Davide Cappello durante una delle prove disputate a Santa Margherita Ligure, per il titolo di Campione Italiano Enduro in Mountain Bike.

Luca Manfredi Negri vince l’Adamello UltraTrail 2018 Già terzo due anni fa, Luca Manfredi Negri, new entry tra i testimonial DF Sport Specialist, ha vinto sabato 22 settembre l’AUT 2018, dopo un serrato testa a testa con Jimmy Pellegrini e Andrea Mattiato ha tagliato il traguardo di Vezza d’Oglio in 28h33’51”.

[Foto: ufficio stampa AUT/Davide Ferrari]

Il podio del Campionato Italiano Downhill 2018 categoria esordienti - Davide Cappello, in maglia tricolore, Andrea Bonanomi terzo.

Stefano Carnati conquista “Biographie” Il 21 settembre a Céüse, in Francia, favorito dalle condizioni meteo ottimali, e dalla preparazione fisica e mentale, Stefano Carnati - testimonial DF Sport Specialist, e atleta dei Ragni di Lecco - ha ripetuto Biographie, la linea di riferimento mondiale per il grado 9a+, aperta nel 2001 da Chris Sharma. Si tratta di oltre 60 movimenti su una parete per lo più a strapiombo, dove il passaggio chiave è un 7c tecnico nella parte alta. Stefano Carnati entra così nella rosa dei venti scalatori in grado di scalare questa mitica via, detta anche Realization.

Etna Extreme: nuovo record per Monica Casiraghi Vittoria con record della gara per Monica Casiraghi, già vincitrice dell’edizione 2017. L’atleta - testimonial DF Sport Specialist domenica 9 settembre, oltre ad essere la vincitrice della gara femminile, si è classificata 5^ assoluta, abbassando il miglior tempo della 100 km del vulcano di quasi un’ora e un quarto, fermando il cronometro a 11h57’28”. Il percorso, che attraversa il territorio di tutti i comuni che lambiscono il cratere sommitale, accumula oltre 2400 metri di dislivello positivo, arrivando poi fino ai 1900m di quota del rifugio Sapienza, attraverso colate laviche e pendii fitti boschi, con sempre sullo sfondo il cratere fumante di sua maestà l’Etna.

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IL PUNTO DI VISTA

Gli stessi duplici interessi rendono vincente una coppia di imprenditori nel rispettivo ambito aziendale e in quello comune di manager di una insolita squadra di calcio. Giancarlo Citterio e Luigi Spreafico, oltre il dovuto impegno per le rispettive aziende, nutrono allo stesso modo una infuocata passione per il calcio e la loro squadra. È grazie a loro se una realtà calcistica paesana riesce ad imporsi in ambito professionistico nella serie C. interviste di Sara Sottocornola

Luigi Spreafico, a sinistra, con a fianco Giancarlo Citterio.

Nel panorama del calcio italiano c’è un’eccellenza che si distingue per un perfetto gioco di squadra sia sul campo sia a livello dirigenziale sin dal 1947. Una squadra che in oltre settant’anni di calcio ha costruito passo dopo passo, una storia di successo fondata sulla massima serietà, sbarcando ad alti livelli nel calcio professionistico, nonostante abbia sede in un paese di soli 4000 abitanti. Se viene chiesto all’A.C. Renate “qual è il vostro segreto”, la risposta è una sola: i “Presidentissimi” Giancarlo Citterio (classe 1936) e Luigi Spreafico (classe 1954), imprenditori e uomini simbolo del territorio che conducono con successo, oltre alla società di calcio, ognuno un’azienda in proprio. Il loro sodalizio, fondato sulla passione per questo sport e sulla convinzione che anche in questo campo le cose vadano gestite prima di tutto in modo manageriale, dura da oltre 25 anni.

Presidenti, siete insieme per l’A.C. Renate da oltre un quarto di secolo. Com’è iniziata la vostra storia? CITTERIO: Sono diventato presidente all’inizio degli anni Ottanta, quando eravamo in Seconda Categoria, anche se già seguivo la squadra e ne ero coinvolto da qualche anno. Il Renate è una realtà sportiva davvero importante per un paese così piccolo e sono orgoglioso di sostenerla da così tanti anni. SPREAFICO: Sono entrato come sponsor a metà degli anni Ottanta, grazie all’amicizia con Giancarlo e alla passione comune per il calcio. Il contatto iniziale è stato un caso: ho acquistato un capannone di Cassago da un dirigente dell’A.C. Renate, per l’ampliamento della mia azienda. Ho conosciuto Giancarlo e da allora seguiamo la squadra: il calcio per noi è una passione che viene da lontano. Si dice che il segreto della squadra sta proprio in voi due. In che modo siete stati determinanti per questa bella storia di successo? CITTERIO: Dopo 48 anni di calcio io e 38 lui, posso permettermi di affermare che questa realtà

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c’è perché abbiamo dato un contributo importante non solo a livello di sponsor ma come impostazione manageriale: è una società a tutti gli effetti, con segretari, direttori, personale che svolgono questo lavoro ogni giorno con estrema professionalità. È gestita con le persone giuste al posto giusto, rispettando tutte le regole; nessuno ci ha mai richiamato: ne siamo molto fieri. SPREAFICO: Lavorare con i piedi per terra, da persone serie senza fare passi più lunghi della gamba. Questo è il nostro stile. Esistiamo perché abbiamo persone che lavorano tutto il giorno sul campo con serietà. Se siamo quello che siamo dobbiamo ringraziare tutto il team che lavora per la gestione della squadra, dal direttore generale Massimo Crippa al segretario Primo Sironi, che ha cominciato a lavorare in questo ruolo nei primi anni 70 a soli 20 anni ed è ancora attivo. Noi siamo Presidenti, ma abbiamo anche le nostre aziende da gestire e per tutte le attività quotidiane il merito è loro. Qual è il successo più bello di questa squadra? CITTERIO: Siamo un riferimento per la zona

attorno a Renate non solo locale, da dieci anni rappresentiamo un certo valore in tutta la Lombardia. SPREAFICO: Al di là della prima squadra, che ha raggiunto livelli professionistici che forse nemmeno immaginavamo all’inizio, ci tengo a sottolineare che siamo stati miglior società del settore giovanile di tutta Italia in serie C: nel 2016 siamo diventati campioni nazionali e avremo lo scudetto cucito sulla maglia under16. Il settore giovanile oggi è fondamentale, e non è facile essere i primi nella propria categoria: in prima squadra conta anche la capacità commerciale di compravendita, ma nel settore giovanile ogni successo è frutto di duro lavoro e della capacità di coinvolgere e far crescere dei ragazzi. Qual è il vostro prossimo obiettivo, la serie B? CITTERIO: Devi sempre pensare di andare avanti e alzare l’asticella. Poi se riesci, bene, altrimenti l’importante è aver fatto un buon lavoro. Negli anni passati non siamo mai retrocessi, e in nove anni di C abbiamo sempre fatto bene, anzi benissimo: è un orgoglio e vogliamo proseguire su questa linea. Abbiamo gestito in


Gli Under 16 battono il Pordenone e si laureano campioni d’Italia 2017/2018.

modo preciso e manageriale la nostra società, sempre unendo le nostre forze, ed è sempre andata bene. Siamo cresciuti, nonostante il paese sia piccolo e non abbiamo lo stadio (dobbiamo giocare a Meda); questo purtroppo ci penalizza dal punto di vista del numero dei tifosi che ci seguono, anche se il calcio Renate raccoglie una grande popolarità sul territorio. Qual è il vostro più grande orgoglio? SPREAFICO: Ciò che facciamo e che abbiamo creato nel settore giovanile, senza dubbio. Abbiamo 12/13 squadre e coinvolgiamo 250 ragazzi partendo dai pulcini. Sono squadre ai vertici italiani nelle loro categorie, e anche lo scorso anno abbiamo dato 4 giocatori all’Inter. Giochiamo su tutto il territorio italiano, in città come Catania, Lecce, Livorno, Vicenza, Venezia e Cuneo. Quando siamo entrati in serie C ricordo che molti pensavano che Renate fosse uno sponsor perché non conoscevano il paese, ma ci siamo fatti conoscere con i nostri successi. Il nostro ricordo più bello è forse la finale al terzo turno della Coppa Italia Tim dello scorso anno, dove siamo arrivati battendo l’Empoli che poi ha vinto il campionato di serie B. Insieme avete creato e sostenuto questa splendida realtà sportiva, ma singolarmente avete creato due solide aziende che danno lavoro a molte persone. Com’è la vostra storia di imprenditori?

Mister Oscar Brevi “tiene a rapporto” la squadra durante il ritiro di Serina.

CITTERIO: La nostra, Citterio Giulio Spa, è un’azienda storica: la prima iscrizione in Camera di Commercio, come artigiano, l’ha fatta mio padre nel 1945. Faceva maniglie in galalite, non esisteva la plastica. Poi noi giovani abbiamo dato un’impronta aziendale all’attività e siamo cresciuti. Oggi non è un periodo d’oro ma l’azienda è solida e va bene: abbiamo 50 dipendenti qui e 20 in un’altra azienda che opera in un altro settore. SPREAFICO: Io ero un commerciale delle Officine di Costamasnaga e ho avviato la mia azienda nel 1980 quando là hanno chiuso un ramo d’azienda e ci hanno licenziato. Sono rimasto nel settore carrelli elevatori e per 15 anni ho girato il mondo come importatore di prodotti. Nel 1992 sono diventato importatore per l’Italia della Yale e l’azienda lì ha avuto una grossa spinta: oggi abbiamo 130-140 dipendenti e siamo divisi in due realtà, la Unicar Spa e la Carer Srl. La passione per il calcio vi unisce; a livello personale che sport praticate? CITTERIO: Non so se si possa definire sport, ma la mia passione sono le motociclette. Ho una collezione di moto d’epoca e quando ho del tempo libero vado in moto, nonostante i miei 82 anni. SPREAFICO: Io corro a piedi, è l’unico sport che pratico in prima persona. Ma la mia passione è il calcio, non c’è dubbio.

A.C. RENATE L’Associazione Calcio Renate Srl ha sede nel Comune di Renate, in Provincia di Monza e della Brianza. Venne fondata con il nome di Unione Calcio Renatese nel 1947, da un gruppo di abitanti del posto che scelsero per la neonata Società i colori nero e azzurro. Milita con successo per decenni nei campionati regionali raggiungendo nella stagione ’95-’96 la Promozione e nel 19981999 l’Eccellenza. Nella stagione 2004/2005 raggiunge la massima categoria dei dilettanti, la serie D: un traguardo storico. Nel 2010/ viene ammessa in Lega Pro Seconda divisione entrando nel calcio professionistico. Nella stagione 2018-2019 milita in Serie C, terza divisione del campionato italiano di calcio. [Info: www.acrenate.it]

LA ROSA UFFICIALE 2018/2019 portiere n.22 CINCILLA MATTEO ANTONIO portiere n.1 ROMAGNOLI ANDREA portiere n.12 VINCI ANTONIO difensore n.7 ANGHILERI MARCO difensore n.21 CACCIN GIACOMO difensore n.24 FRABOTTA GIANLUCA difensore n.27 GUGLIELMOTTI DAVIDE difensore n.3 PRIOLA GIUSTO difensore n.13 SAPORETTI LORENZO difensore n.5 TESO DARIO difensore n.16 VANNUCCI DIEGO centrocampista n.14 D’ALENA ANTONIO centrocampista n.6 DONINELLI ANDREA centrocampista n.4 PAVAN NICOLA centrocampista n.20 RADA ARMAND centrocampista n.17 RANKOVIC PETAR centrocampista n.25 ROSSETTI MATTEO centrocampista n.8 SIMONETTI LORENZO attaccante n.23 FINOCCHIO FRANCESCO attaccante n.9 GOMEZ GUIDO attaccante n.11 PATTARELLO LORENZO attaccante n.10 PISCOPO RENO MAURO attaccante n.19 SPAGNOLI ALBERTO attaccante n.18 VENITUCCI DARIO

L’undici delle pantere di scena domenica 7 ottobre a Terni! [photo: Alex Zambroni]

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I CONSIGLI DEGLI ESPERTI a cura di Paolo Rusconi, buyer DF Sport Specialist

LA SPORTIVA “TEMPESTA GTX” SCARPE DA TRAIL RUNNING - UOMO Calzatura impermeabile da Winter Running pensata per allenamenti ed utilizzo quotidiano. Versatile, leggera e rapida da calzare grazie alla costruzione Sock-Shield è perfetta per la corsa su diversi tipi di terreno off-road grazie alla suola chiodabile con At Grip Spikes. La suola aderente permette di affrontare al meglio superfici scivolose e di mantenere il grip su terreni cedevoli o ghiacciati grazie ai tasselli pronunciati ed alla compatibilità con chiodi amovibili AT-Grip Spike. Tomaia: Single mesh idrorepellente anti-abrasione con stampa in sublimazione + collarino a costruzione Sock-Shield Fodera: Gore® Flex Construction Plantare: Ortholite Mountain Running Ergonomic 4 mm Intersuola: MEMlex EVA ad iniezione con inserto stabilizer Suola: Mescola FriXion AT compatibile con chiodi amovibili AT Grip Spikes Drop: 10 mm Peso: 680 g (al paio, misura 42)

SALOMON “S/LAB ULTRA” SCARPE DA ULTRARUNNING - UNISEX Sviluppata insieme a François D’Haene, la S/LAB SENSE ULTRA 2 unisce comfort per le lunghe distanze a grip e calzata di precisione, a cui si aggiunge lo speciale design grafico che ripercorre i vari passaggi di una ultra. Adatta sia per sia per la gara che per l’allenamento, non teme nessun tipo di terreno: bagnato e sporco, roccia asciutta e terra battuta, principalmente bagnato, principalmente asciutto. CHASSIS™: Pellicola Profeel Film INTERSUOLA: EnergyCell™+ EVA compressa doppia densità; Calibrazione della struttura SOTTOPIEDE: OrthoLite® sagomato GESTIONE DELLA CALZATA: SensiFit™; Quicklace™ COSTRUZIONE DELLA TOMAIA: OrthoLite® Impressions LINGUETTA/COLLARINO: Tasca per le stringhe; EndoFit™

HOKE ONE ONE “MAFATE SPEED 2” SCARPE DA TRAIL RUNNING - UOMO La MAFATE SPEED 2 è stata costruita per offrire supporto e ammortizzazione su qualsiasi tipo di terreno e distanza. Con un profondo Foot Foot attivo per il supporto e un MetaRocker accordato per facilitare le transizioni fluide attraverso il ciclo del passo. La suola utilizza profonde scanalature di flessione per adattarsi a una varietà di terreni e il battistrada Vibram Mega-Grip da 5 mm affronta anche le superfici più difficili. MAFATE SPEED 2 è pronto per eseguire miglia e miglia, anche se la tua avventura trail ti porta lontano. Hoka Race-Lace System sistema elastico di allacciamento rapido delle stringhe. Extra Laces: lacci di ricambio inclusi nel pacco. Lace Holders: consente di personalizzare il vostro modo di allacciare le scarpe. Reinforced Toe Cap: protezione della parte frontale della scarpa. Strobel Last: fusione dela tomaia all’intersuola in EVA per un maggior comfort e ammortizzamento degli urti. Offset: 4 mm; Avampiede: 29 mm; Tacco: 33 mm Peso: 295,00 g (al paio, misura 42)

ADIDAS “TERREX AGRAVIC XT GTX” SCARPE DA TRAIL RUNNING - UOMO Scarpe da trail running, impermeabili che offrono un grip superiore sullo sterrato. Pensate per i sentieri con rocce e radici, presentano un design impermeabile e traspirante che assicura protezione e ritorno di energia a ogni passo. L’intersuola in EVA garantisce reattività e controllo ideali sui terreni accidentati, mentre la suola robusta fornisce un grip affidabile in ogni condizione, anche sul bagnato. Tomaia in mesh e TPU sagomato con zone saldate e protezione in TPU sulla punta. Suola in gomma Continental™ per un grip ottimale anche sul bagnato; passante sul tallone. Intersuola con struttura in EVA; fodera in GORE-TEX® traspirante e impermeabile. Struttura avvolgente; chiusura con i lacci.

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OGNI VOLTA “UN NOME”: DA NON DIMENTICARE

a cura di Renato Frigerio

Andrea Oggioni: una grande figura dell’alpinismo Le foto a corredo sono state tutte recuperate dall’archivio di Camillo Zamboni

La breve, ma intensa biografia del grande alpinista brianzolo, che qui ci viene offerta, non potrà essere letta senza sentirsi invasi da profonda commozione, e non solo per gli ultimi attimi presentati nella tragica vicenda che lo ha stroncato quando, nel pieno della sua straordinaria ascesa alpinistica, si trovava sul Pilone Centrale al Monte Bianco per tentare l’agognata via verso la vetta. Nel rievocare oggi una figura di alpinista dello spessore di Andrea Oggioni, non ci si deve nemmeno fermare al rimpianto di un’epoca che ci appare sempre più lontana e inimitabile. Se è pure vero che ogni stagione si svolge nelle caratteristiche dovute all’evoluzione di molti fattori, è giusto che ci aspettiamo e speriamo che in questa stessa evoluzione riusciamo a scorgere ancora, nel rapporto con la montagna e l’alpinismo, quei valori che abbiamo ammirato in Andrea Oggioni e nelle persone che sono vissute alla sua maniera. Perché chi tanto ha avuto dalla montagna, se intende essere come lui, dovrà sentirsi disposto a renderle non da meno, sapendo che da lui ha preteso l’intera vita.

Arthur Koestler nel suo “Nascita di un mito” così si esprime nel ricordare un giovane amico aviatore caduto in circostanze leggendarie durante la battaglia d’Inghilterra: “Scrivere di un amico morto è un po’ come scrivere, contro il tempo, è un andare a caccia di un’immagine che ci sfugge, significa inseguirlo, afferrarlo prima che si pietrifichi in un mito…” Ora, nel parlarvi di Andrea Oggioni, nobile figura di uomo e di alpinista, io corro lo stesso rischio, anche se cercherò di non lasciarmi trasportare dalle forti emozioni che ho provato nel leggere le relazioni sulla sua attività alpinistica. Andrea Oggioni nasce a Monza il 20 luglio 1930 e vive col papà, la mamma, un fratello ed una sorella in una piccola casa a Villasanta, alle porte della città brianzola. Diventa operaio, e addirittura lo cercano ogni qualvolta vi sia qualche operazione di Soccorso Alpino da svolgere. E Andrea parte tempestivamente, sempre pronto a dare il proprio contributo disinteressato. La passione per la montagna lo porta a cimentarsi inizialmente sulle cime vicine della Grignetta e del Resegone, per poi passare alle Dolomiti ed infine alle Alpi occidentali e a spedizioni extraeuropee. Ancora giovanissimo entra a far parte del gruppo alpinistico “Pell e Oss” della Sezione U.O.E.I. di Monza e qui conosce Walter Bonatti, e Josve Aiazzi, col quale formerà cop-

pia fissa nel corso di importanti scalate. La loro cordata venne anche definita “la cordata più affiatata d’Europa”. Pensate, non ancora ventenne ha già ripetuto tutte e tre le vie, famosissime, di Riccardo Cassin: al Badile (1), alla Walker delle Jorasses (2), alla Cima Ovest di Lavaredo (3). Per questo viene ammesso al Club Alpino Accademico Italiano, del quale risulta essere il più giovane fra tutti. Legato poi a Bonatti o ad Aiazzi, in occasioni diverse, compie delle prime ascensioni considerate di livello mondiale. E qui voglio citare quel capolavoro di scalata che è stata la salita del “Gran diedro della Brenta Alta” (VI e A2), che un referendum di alcuni anni fa ha collocato fra le dieci scalate su roccia pura più difficili e più significative in tutta la storia dell’alpinismo. Ma vediamo come si è svolta questa scalata: 24 luglio 1953 – base della parete Est della Brenta Alta, ore 5,30’. Il sole è già alto quando Oggioni, appena ventitreenne, attacca la parete, sormontando tratti difficili ma soprattutto friabili. Supera poi un camino, attraversa un ballatoio e una volta raggiunto da Aiazzi, i due alpinisti possono concedersi un minuto di riposo. Oggioni riprende a salire per una fessurina che solca la gialla parete e si porta sotto il grande tetto che chiude la strozzatura. Aiazzi, da sotto, in modo sempre perfetto ed impeccabile, gli presta la dovuta as-

sicurazione, poi lo raggiunge. Oltrepassato anche il tetto che costringe i due alpinisti ad una arrampicata di estrema difficoltà, si trovano sulle rocce di una nera paretina, alla cui sommità vi è una cengia ben visibile anche dalla base. Qui si slegano e riposano per circa un’ora. Si riprende: Oggioni si alza per una quindicina di metri e supera un diedro giallo strapiombante. Le difficoltà? Sesto grado naturalmente. Aiazzi raggiunge il compagno e, attraversando a sinistra, la cordata si porta su un comodo terrazzo proprio sotto al gran diedro. Considerando che sono le 17 e che durante la giornata si sono nutriti con il succo di un limone, decidono di fermarsi e prepararsi per il bivacco. La notte passa in un dormiveglia continuo, e alle quattro escono dai loro giacigli. Il cielo si è tinto di rosso e le stelle sono quasi tutte scomparse. Un tè caldo ed una scatola di frutta sciroppata è quanto consumano per colazione. Si riparte: per rocce nere raggiungono la seconda fascia di tetti, poi ancora rocce friabili e grandi difficoltà. Viene aggirato un altro tetto poi, attraverso un complicato passaggio, pervengono su di un comodo terrazzino. Si riprende fiato. Ora si trovano di fronte ad uno spigolo molto arrotondato che, una volta scalato, porterà i due alpinisti tra le linee di un diedro che più in alto si restringe e diventa camino. Nonostante la sete e la stanchezza che comincia a farsi sentire,

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Foto cartolina, con firme autentiche, della spedizione monzese del 1958. Posano da sinistra: Magni, Frigeri, Merendi, Sterna, Mellano, Zamboni e Oggioni.

Oggioni e Aiazzi arrampicano abbastanza velocemente, fino a raggiungere gli ultimi metri che li separano dalla vetta. Ma qui preferisco fermarmi e proporvi quanto, in proposito, ha scritto Oggioni: “Quando pongo i piedi sulle rocce piane della cresta Est, prima di far salire Josve, mi abbandono a un attimo di felicità completa: credo di non aver mai provato tanta emozione. Poi faccio salire il compagno. Un abbraccio senza parlare e col cuore pieno di gioia; ci sdraiamo sulle calde rocce”. Il lavoro in fabbrica lo assorbe totalmente, ma non appena può lascia la città per dirigersi verso qualche cima. La Cima Su Alto, nel gruppo del Civetta, è una di queste e Oggioni, sempre legato ad Aiazzi, la supera nel 1952 compiendo la prima ripetizione della via Livanos-Gabriel (o dei Francesi), aperta nel 1951, attraverso il gran diedro che solca la parete Nordest: un balzo di oltre 800 metri che presenta difficoltà considerate al limite delle possibilità umane. Poi si dedica alla conoscenza del gruppo del Monte Bianco dato che l’amico Walter Bonatti, nel frattempo diventato guida alpina e stabilitosi a Courmayeur, gli offre tale possibilità. Così i due amici percorrono una serie di salite che vanno dalla Ovest del Petit Mont Gruetta alla Ovest dell’Aiguille Noire de Peutèrey (4), dall’Aiguille du Gèants ‘Dente del Gigante’ (5) alla Tour Ronde, dal Mont Maudit alla Nord delle Grandes Jorasses, e dalla prima ascensione sul Pilastro Rosso del Brouillard (5/6 luglio 1959) alle più difficili vie che portano sulla vetta del Bianco. Ad Andrea Oggioni vengono anche offerte possibilità di partecipare a spedizioni extraeuropee, che lui ovviamente non si lascia scappare. Così il 30 aprile 1958 a bordo della motonave “Marco Polo” la spedizione guidata da Giancarlo Frigeri e composta da altri 5 effettivi: Pietro Magni (operatore cinematografico), Umberto Mellano (medico), Romano Merendi, Gianluigi Sterna e Camillo Zamboni (alpinisti) lascia il porto di Genova diretta in Perù meridionale. La meta: alcune vette delle Ande della Cordillera Apolobamba, sul confine fra Perù e Bolivia, a Nord del grande Lago Titicaca. Dopo 25 giorni di navigazione e lunghe marce d’avvicinamento per portarsi ai piedi delle montagne, vengono scalate ben 19 cime, in 40 giorni di attività alpinistica. Alcune di queste cime nell’ordine sono: Nevado Ananea (6020m), Nevado Callyon (6080m), Nevado del C.A.I. (5810m), Nevado Ochocollo (5755m), Nevado Palomani Cunca (5888m), Nevado Palomani Grande (6085m), Ne-

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vado Fior di roccia (6010m), Nevado Salluyo (6050m), Nevado Città di Monza (5987m), Nevado Angelicum (5750m), Nevado Chaupi Orco (6100m), il monte più alto, salito dal versante Ovest, e il Pico Villasanta (5982m). Un bel bottino, non c’è che dire! Nel 1961 nuova partenza da Milano per il Perù con Walter Bonatti, Giancarlo Frigeri e Bruno Ferrario, ai quali si uniranno poi tre portatori tanto da formare una spedizione leggera. La meta prescelta è la terribile parete ghiacciata del Rondoy Norte, una montagna situata nella Cordillera di Huayhaush, che si eleva a 5820m nelle Ande peruviane, gruppo dell’Jirischanca. Il Rondoy è una delle cime più belle e difficili di tutta la Cordillera: una massa di ghiaccio e roccia a forma di piramide, dalle creste fragili e sporgenti. Dopo la prevista acclimatazione, durante la quale vengono scalati il Nevado Paria Norte (5172m) e il Nevado Ninashanca, (5637m), è la volta del Rondoy, che viene conquistato tra pessime condizioni atmosferiche e a prezzo di fatiche inenarrabili. Scrisse Bonatti nel suo resoconto: “L’euforia della vittoria ormai prossima e il pensiero che durante la notte avremmo potuto tornare nella grotta più sotto ci diede la forza d’insistere. Alle 17,10’ del 6 giugno ponemmo prima le mani e poi i piedi sulla cima. Io avanzai e, nel turbinio della neve, trovai improvvisamente il vuoto dinanzi a me: ero sull’orlo della cornice estrema. Indietreggiai rapidamente urlando ad Oggioni di stare all’erta: la cornice avrebbe potuto staccarsi da un momento all’altro. Ci guardammo in faccia, ci stringemmo la mano e preoccupatissimi, in mezzo alla tormenta, cominciammo immediatamente la discesa”. Questa in sintesi, l’attività alpinistica svolta da Andrea Oggioni. Non è poco se si pensa che ha perso la vita a soli 31 anni. Era un mite, buono d’animo e sempre cordiale e disponibile verso gli amici. Dopo una settimana di ritorno dalla seconda spedizione in Perù, con Walter Bonatti e Roberto Gallieni, si porta nel gruppo del Bianco per tentare la difficilissima scalata del Pilone Centrale del Freney che costituisce una “via diretta” alla cima più alta d’Europa. Ma qui, nel risalire il Colle dell’Innominata, dopo giorni di maltempo (tormenta, grandine, neve e temperature a 20 gradi sottozero) il 16 luglio 1961 muore di sfinimento. Pierre Mazeaud, uno dei migliori alpinisti francesi di


Tracciato della via Oggioni-Aiazzi sul Gran Diedro della parete Est di Brenta Alta. Una prima assoluta che è entrata nella storia dell’alpinismo. Le affilatissime creste del Rondoy, meta della spedizione monzese del 1961. La vetta Nord fu raggiunta per la parete Est da Walter Bonatti e Andrea Oggioni. La sagoma allettante del Nevado Chaupi Orco, fotografato dal Nevado Salluyo.

successo del dopoguerra, che si era unito alla cordata italiana, è l’unico testimone della morte di Oggioni, dato che i due erano rimasti attardati nella corsa verso la capanna Gamba al Chatelet (attualmente sostituita dal rifugio Monzino). Mazeaud, Bonatti e Gallieni furono gli unici sopravvissuti alla terribile ritirata dei sette componenti le cordate (6). Ed infine, per meglio inquadrare la figura di questo grande uomo ed alpinista, penso che non vi sia nulla di meglio che leggere la parte terminale della relazione dello stesso Mazeaud: “…Io resto solo con Andrea. Saliamo lentamente. Siamo sfiniti… È mezzanotte. La tempesta infuria. Non c’è più nulla di umano se non la morte che ci circonda… Ora sono le due. Andrea si muove, comincia a parlare, mi stringe le braccia. Io non so l’italiano, ma nella semi inconoscenza intuisco che mi parla dei suoi cari… Mi guarda e il suo viso è così dolce! Lo tengo contro di me e gli parlo una lingua a lui sconosciuta. Siamo due uomini che si capiscono anche se non parliamo allo stesso modo. Alle due e un quarto Andrea si spegne fra le mie braccia”.

(1) – anno 1949: 5° ascensione assoluta e 4° italiana, in cordata con Josve Aiazzi e Baldassarre Alini; (2) – anno 1949: 6° ascensione assoluta e 2° italiana, in cordata con Walter Bonatti, Mario Bianchi e Emilio Villa; (3) – anno 1950: 8° ascensione assoluta e 5° italiana, in cordata con Josve Aiazzi; (4) – anno 1949: via Ratti-Vitali, 2° ripetizione assoluta e 1° ripetizione italiana, in cordata con Walter Bonatti e Emilio Villa. (5) – Qui: sulla parete Sud, lungo la via Burgasser-Leisz, Oggioni è stato protagonista di un eccezionale volo conclusosi fortunatamente senza conseguenze. (6) – Con Andrea Oggioni morirono Antoine Vieille, Robert Guillaume e Pierre Kohlmann. Bibliografia: “Tricolore sulle più alte vette” – Commissione Centrale delle Pubblicazioni – Club Alpino Italiano; “Atlante di Alpinismo Italiano nel Mondo”– Commissione Centrale delle Pubblicazioni – Club Alpino Italiano; “Andrea Oggioni – diario olografo. La vita del grande alpinista attraverso immagini e appunti inediti”. – Collana “Campo Base” – Nordpress Edizioni; “Andrea Oggioni. La vita dello Spirito nel Ritmo delle Cose” – Editore Tamari; “Badile. Cattedrale di granito” – Bellavite Editore; “Walter Bonatti – Le mie montagne” – Editore Zanichelli; “Walter Bonatti – I giorni grandi” – Editore Zanichelli; “Walter Bonatti – Una vita libera” – Editore Rizzoli - RCS Libri “Pierre Mazeaud – La montagna è una parte di me” – Editore Tamari; “Gian Piero Motti. Storia dell’Alpinismo” – Istituto Geografico De Agostini.

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1969

ACCADEVA NELL’ANNO...

a cura di Renato Frigerio

L’articolo che qui proponiamo riproduce per intero la minuziosa relazione stesa da uno dei quattro componenti della cordata che nel 1969 si era aggiudicata l’ambita prima invernale di una via dolomitica. Era allora una simpatica e importante consuetudine che il CAI di Lecco pubblicasse sulla sua rivista “Vita di Club” gli articoli con i quali i suoi più qualificati alpinisti illustravano le loro più prestigiose ascensioni, e così era stato anche per quella di Antonio e Gianni Rusconi, Gianluigi Lanfranchi e Robi Chiappa. La relazione di quest’ultimo, pubblicata nello stesso anno della conquista, contribuì come il solito a favorire il particolare clima di quegli anni in cui non veniva mai meno il giusto orgoglio per l’appartenenza, per cui tutti i soci della Sezione lecchese venivano coinvolti nell’esultanza per i grandi successi, fino al punto di avvertire le stesse emozioni e soddisfazioni dei protagonisti. Nel seguire lo svolgimento dell’articolo non potrà sfuggire di notare l’eccezionale affiatamento che esisteva tra gli alpinisti già affermati e i Il canalone Nord della Cima Tosa, denominato Canalone Virgilio Neri. A sinistra, una parte della Torre Gilberti. A destra del canale, la parete Nordest del Crozzon di Brenta.

più giovani che li osservavano con ammirazione, quasi stupiti di venire accolti perfino in una cordata alle prese con una difficile ascensione di grande prestigio.

LA LUNGA INVERNALE SULLA “VIA DELLE GUIDE” di Robi Chiappa

La “via delle Guide” sulla parete Nordest del Crozzon di Brenta, tracciata nell’agosto del 1935 da Bruno Detassis e Enrico Giordani, era sempre presente nei discorsi dei miei amici di montagna, come una salita che compendia eleganza, arditezza, logica: un insieme che soddisfaceva le mie preferenze alpinistiche, portate verso arrampicate non di estrema difficoltà, ma possibilmente lunghe e di carattere spiccatamente alpinistico. Nella sede del CAI Belledo avevo letto sulla guida di Ettore Castiglioni la relazione di questa salita che diceva consistere in 1100 metri di V+/VI grado. A quei tempi ero solo un iniziato alle scalate e mi venne spontaneo il confronto fra la mia più impegnativa salita all’attivo, cioè la “via Lecco” ai Torrioni Magnaghi sulla Grigna meridionale e questa via classica ambita da alpinisti che vanno per la maggiore. Ma il tempo lavorò a mio favore; crebbe la mia dimestichezza e familiarità con la roccia, e in qualità e quantità crebbe la mia attività. Percorsi in Brenta salite quali il Gran Diedro “via Oggioni-Aiazzi”, la “Detassis” sulla parete Nordest della Brenta Alta: e intanto la “via delle Guide” rimaneva sempre un prestigioso traguardo che le tappe percorse mi rendevano sempre più reale e concreto. Rientrava ormai nei miei obiettivi anche la realizzazione di qualcosa che mi desse viva soddisfazione in invernale. Mi ero preparato e caricato moralmente in questa direzione, poiché volevo compiere qualcosa che uscisse dall’attività alpinistica solita dell’estate, per mettere alla prova le mie capacità fisiche e morali in condizioni ambientali e atmosferiche avverse, e per provare sensazioni ed esperienze nuove. Delle tante maniere di salire la montagna, la scalata invernale, a prescindere dalle difficoltà della via, mi era stata definita la più completa sotto ogni aspetto, con ostacoli che non si riscontrano d’estate: tra questi, le poche ore di luce a disposizione e soprattutto le particolari condizioni atmosferiche. Volevo ben comprendere quella somma di ragioni che qualificano l’alpinismo invernale come meta di una esigua cerchia di alpinisti, e capire se, una volta superati tutti gli ostacoli e raggiunta la vetta, molto più grande fos-

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se la gioia e la soddisfazione della conquista. Nel mese di dicembre avevo messo in programma con gli amici Gianni Stefanon, Piero Ravà e Gianluigi Lanfranchi, la “via dei Ragni” sulla Est del Grand Capucin, recentemente vinta in prima invernale da Gogna e Cerruti (9/11 marzo) e con Piero Ravà per Santo Stefano ero deciso a tentare la “via CAI Alto Adige” sulla parete Est della Punta Centrale del Catinaccio: ma entrambe le volte sulla montagna gravavano condizioni atmosferiche insistentemente proibitive. Al rientro dalle Dolomiti, venni a conoscenza che il mio amicone Gianluigi Lanfranchi si era portato al rifugio Maria e Alberto (2182m) ai Brentei con Antonio e Gianni Rusconi, con obiettivo la “via delle Guide” in invernale. Seppi poi che al rifugio invernale dei Brentei con lo stesso scopo si trovavano anche Alessandro Gogna, in compagnia dei milanesi Andrea Cenerini, Leo Cerruti e Romano Polvarini, accompagnati da Carlo Ciceri. In questo tentativo il 24 dicembre la cordata composta da Gogna e Cerruti sale tre tiri di corda e poi ridiscende, mentre gli altri milanesi con Gianni Rusconi portano materiale all’attacco della via. Mi sia concesso di muovere una critica al sistema che Gogna e soci misero in atto in questo tentativo, cioè il fatto di attrezzare la parete con corde fisse, ricorrendo al sistema usato lo scorso anno sulla Nordest del Badile. Con questo controverso sistema, logico sull’Himalaya per ragioni facilmente intuibili, si proseguì sempre durante questo tentativo sviluppatosi fino all’altezza della prima cengia, cioè per 300 metri di parete. Il 25 dicembre Andrea Cenerini con Romano Polvarini si guadagnarono in altezza altri due tiri di corda. I fratelli Rusconi rientrarono a Lecco, da dove solo Gianni ritornerà a bivaccare in cengia il 28 dicembre, portandosi con lui Gianluigi Lanfranchi. Dalle note del diario del primo tentativo rileviamo che il 26 dicembre Gogna e Cerruti, arrivati alla prima cengia, scendono poi a corde doppie per trascorrere la notte al rifugio ai Brentei. Il 27 dicembre Polvarini rinuncia. Gogna, Cerruti e Cenerini trascorrono il primo bivacco in parete


sulla cengia. Il 28 dicembre anche Cenerini si ritira. Il 29 dicembre Gianni Rusconi e Lanfranchi superano un tiro e mezzo del “muro” e la notte bivaccano in cengia con Gogna e Cerruti. Il 30 dicembre, con Gogna capocordata, proseguono per altri 40 metri: ma a questo punto matura la decisione di scendere e di desistere dal tentativo. I motivi della ritirata erano diversi: la cordata procedeva con eccessiva lentezza, lo strato insidioso di neve e ghiaccio che ricopriva la roccia e gli appigli intasavano le fessure ostacolando il procedere della cordata, in quanto richiedevano troppo tempo per essere liberati e resi atti alla progressione. Questa decisione tanto perentoria di Gogna non trovava la totale approvazione di Gianni Rusconi e Lanfranchi. Gogna era però irremovibile, anzi, per dar maggior forza alla sua opinione, disse che per lui quella salita in un inverno tanto nevoso e lungo sarebbe stata impossibile da superare. Ma Gianni Rusconi non si dette per vinto: da quel momento la sua mente si tese verso questo obiettivo con impegno e volontà pazzesca. Ritenta ancora con suo fratello Antonio e Lanfranchi, e poi una terza volta a distanza di pochi giorni. In questo tentativo mi sono aggiunto anch’io, ma una caduta abbondante di neve nella notte di bivacco sulla prima cengia ci convince a rinunciare. La mia presenza in questa impresa era stata propiziata dalla rinuncia che Aldo Anghileri, interpellato dai Rusconi, aveva dovuto manifestare a malincuore per impegni familiari. Subito subentrato io nella richiesta, ero stato accettato: devo essere grato per questo all’amicone Lanfranchi. Già nel primo approccio notai la difficoltà di portarsi alla base del Crozzon a causa della neve troppo inconsistente e la necessità di provvedersi di una grande quantità di attrezzatura per poter far fronte ad ogni imprevisto o repentino mutamento delle condizioni atmosferiche. Però confesso di essere troppo contento di trovarmi qui per darmi pensiero delle condizioni della montagna, anche se la sagoma possente del Crozzon si presenta assai repulsiva e con tutta quella neve e quel ghiaccio induce a sagge riflessioni. Intanto Gianni, con una determinazione ed una volontà più unica che rara, proponeva sempre il tema. Un nuovo impulso gli venne propiziato da alcune confidenze fatte da Gogna (amico di Rusconi e più volte ospite a casa sua) a comuni amici, ai quali asseriva che non era di Rusconi che doveva preoccuparsi, in quanto la “via delle Guide” non gliela avrebbe soffiata di certo: ritengo che Gogna si troverà pentito di questo eccesso di superficialità e valutazione. Considerando poi che Gogna trae dall’alpinismo la sua professione, e quindi ha il tempo che necessita per ogni obiettivo, mentre Rusconi con questi tentativi e con l’impresa sul Crozzon si è soffiato le ferie sino al 1970, rimango allibito della mostruosa volontà di Gianni: qualcosa di incredibile! Totalizzando, sono ormai falliti sette tentativi. L’ottavo ha inizio il 5 marzo 1969, e tutto si svolge con una certa apprensione, perché sappiamo che Gogna è partito senza comunicare l’obiettivo e temiamo che cambiando parere intenda tentare la ‘nostra’ “via delle Guide”. Giungiamo a Madonna di Campiglio a tarda sera e ci rivolgiamo all’amico Bonapace, titolare della Pensione Fontanella, ed a Cesare Maestri, che ci tranquillizzano su questa nostra ansia. Il tempo è incerto, ma di buon mattino ci mettiamo in cammino e nel canalone che porta ai Brentei ci riscalda il sole. Passiamo la notte nel rifugio invernale ai Brentei: è una notte piena di incubi, rappresentati dal timore del freddo, dalla paura di un tempo troppo lungo necessario per superare gli strapiombi sopra la prima cengia, dalla prospettiva di tanti bivacchi da passare in parete. Non faccio mistero di queste apprensioni a Lanfranchi e ne parliamo sommessamente: è un sollievo. Il giorno seguente, venerdì 7 marzo, ci portiamo sotto la parete e risaliamo i primi 300 metri già attrezzati nel primo tentativo, raggiungendo la prima cengia. Siamo decisi a sferrare l’attacco definitivo e provvediamo a togliere tutto il materiale, abbandonando quindi il sistema himalayano per adottare il sistema classico. Arrivati alla prima cengia, Lanfranchi ed io proseguiamo l’arrampicata e superiamo il primo tetto, mentre Gianni risalendo su una corda laterale effettua delle riprese cinematografiche. Scendiamo, in corda doppia, al bivacco già predisposto dai Ru-

Gianni Rusconi con i due fratelli Detassis: Bruno a sinistra e Catullo a destra. I due fratelli sono stati personaggi storici nell’albo dell’alpinismo italiano. In particolare ricordiamo la loro spedizione al Cerro Torre effettuata nel 1958. Si trattava del primo tentativo italiano, sul versante Est, per dare l’assalto ad una vetta ambita, che sembrava invincibile. Bruno, poi detto “il re del Brenta”, oltre che alpinista, è stato apprezzato gestore per decenni, a partire dal 1949, del rifugio Brentei.

sconi mentre noi attrezziamo il tratto sopra. In questo primo giorno mi sono trovato in difficoltà in quanto le mani mi tremavano per lo sforzo: Lanfranchi dice che la colpa non è da attribuire allo sforzo, ma al sistema di arrampicare con le corde fisse, col nodo Prusik (cioè un autobloccante doppio che si esegue facendo un nodo strozzato con un cordino e avvolgendolo ripetutamente intorno alla corda di arrampicata), col quale ero alla mia prima esperienza. Il mattino del sabato, Lanfranchi e Gianni affrontano un tetto, aggirandolo e superando di 50 metri il limite di Gogna: la progressione della cordata è lenta e faticosa. Oggi siamo avanzati di soli 50 metri, su difficoltà molto impegnative e sulle quali ho visto Lanfranchi giocare molto di equilibrio senza mai poter godere di una sufficiente assicurazione. Il mattino seguente si riparte con la cordata di punta Lanfranchi e Gianni, che si alternano al comando per superare difficoltà notevoli e particolarmente insidiose, costituite da terrazzi inclinati, scomodi d’estate ed ora ghiacciati. Per la progressione della cordata viene sfruttato ogni minimo rilievo della roccia, vengono liberate le rugosità intasate dal ghiaccio: è un concentrato di difficoltà. Gianni, che era l’unico ad avere già percorso la “via delle Guide” sia pure una sola volta, ricordava in uno di questi passaggi l’esistenza di un ausilio determinante per avanzare, cioè un manettone di roccia. Malauguratamente lo stesso Gianni lo rompe nell’opera di liberare dal ghiaccio l’appiglio. Il tempo passa senza proporzione e, quando si è ormai propensi a piazzare un chiodo a pressione, si riesce a vincere l’ostacolo, pressando una fessuretta con un cuneo e piantando nel legno un chiodo… tiene! Siamo sempre nel vivo degli strapiombi e bivacchiamo assicurati alla parete su una cengia, scavata nella neve. La nostra previsione era di uscire dagli strapiombi: ci troviamo invece a circa 100 metri da quel punto. Il nostro arrampicare non ci ha concesso un attimo di distensione. Fra noi intercorre un linguaggio secco, ma di una logica assoluta: ognuno sa cosa deve fare e si muove a proposito. Si parla l’indispensabile per l’intesa della cordata.

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Gianni Rusconi e alla sua sinistra il fratello Antonio: una coppia affiatata che dal 1968 al 1977 ha occupato le cronache giornalistiche per imprese memorabili, sorprendenti in particolare per le loro durissime invernali. Robi Chiappa a destra di Gianluigi Lanfranchi: amici e compagni di cordata nell’apertura di vie nuove e prime invernali sulle Alpi e nella partecipazione a numerose spedizioni extraeuropee.

La notte nel bivacco trascorre silenziosa e lunga, a volte mi sorprendo ripetere mentalmente un motivo fisso all’ossessione. È il quarto giorno quando Lanfranchi di buon mattino entra in azione con tutto il materiale e compie meraviglie in bilico per superare i restanti 100 metri di strapiombi. In libera supera un tetto appuntito, a sembianza di naso, e si trova senza possibilità di proseguire. Non si vede dove poter piantare un chiodo, sono attimi di brivido. Lo vedo riprendere fiato, forse riordina le idee, poi rompe gli indugi. Lanfranchi ce la fa: è uscito dalla trappola! Io, come ultimo di cordata, ho assistito dal basso impotente. Mi sento tanto piccolo, mentre chiedo a me stesso che parte ho nella cordata: porto sì lo zaino voluminoso, ma è Lanfranchi che sta facendo miracoli, che tira la via, che ci traccia la strada. Il mio posto di retroguardia assume compito di collaborazione: io non valgo certo Lanfranchi e davanti vanno i migliori. La serietà, il coraggio e la modestia di Antonio Rusconi, che svolge pressappoco le mie funzioni, mi infondono però serenità e orgoglio. Superato questo tetto, si è sulla seconda cengia e si affronta il misto. Gianni passa al comando della cordata e, dopo aver affrontato un tiro di IV grado, ci annuncia di intravedere i salti di neve che stanno a indicare la fine delle difficoltà in estate. Ci accingiamo a bivaccare nello stesso posto della notte precedente, dove io e Antonio siamo rimasti tutto il giorno, stanchi e avviliti, quando una voce gentile di donna, la signorina della funivia del Monte Spinale, ci giunge via radio come melodica musica rossiniana. In questa giornata non abbiamo potuto far altro che ammirare Lanfranchi, sempre calmo, sicuro, elegante come impostazione tecnica, e ripararci dalla massa di neve ghiacciata che cadeva dall’alto sotto l’avanzare della cordata di punta. Mi faceva piacere e mi riempiva d’orgoglio pensare all’amicizia che mi legava a Lanfranchi. Rivivevo le nostre prime arrampicate in Grignetta, preso fin dai primi anni dalla sua semplicità e schiettezza, e lieto della reciproca stima e fiducia. Durante il bivacco siamo continuamente perseguitati dalla neve che, portata da piccole slavine, ci investe e ci si infila addosso. È un bivacco penoso, anche perché, da quando siamo in parete, non siamo riusciti a collegarci a mezzo radio con l’amico Bonapace: e poi accusiamo una certa preoccupazione per i viveri che scarseggiano, per il timore di malaugurate nevicate, quando ormai non possiamo più ritornare. Il tempo infatti si sta guastando e a valle si vedono rincorrersi banchi di nebbia. Cerchiamo di sviare i nostri pensieri, e Lanfranchi ci parla delle sue esperienze galanti: ci si scopre aperti e confidenziali, come non si è nella vita di tutti i giorni. Il quinto giorno, Gianni riprende la marcia in testa, su neve cedevole: si progredisce lentamente, con uno sforzo snervante, estenuante. Io, come ultimo di cordata, devo ricuperare tutto il materiale, e rischio in maniera più costante di scivolare. Purtroppo svaniscono oggi le nostre speranze di arrivare in vetta al Crozzon e passare la notte in un bivacco tipo Apollonio di 6 cuccette (costruzione in legno,

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prefabbricata, rivestita in zinco, realizzata a cura della SAT – Società Alpinisti Tridentini), che significava in un certo modo l’esistenza dell’uomo, per noi che da giorni eravamo isolati a contatto con la natura integrale. Restiamo in azione fino alle 19,30’ profondendo tutte le nostre forze per poter passare la notte nel bivacco Ettore Castiglioni (3100m): ma alla fine dobbiamo desistere e rassegnarci a bivaccare in una cengia di piccole dimensioni (sui ghiaioni misti), a 150 metri dalla vetta. Alle 21,30’ circa le Guide di Campiglio – Serafini, Alimonta e Franceschetti – ci chiamano giro radio: comunichiamo loro che siamo ormai prossimi alla meta, ed essi plaudono con calore alla nostra fatica. Sono momenti di intensa commozione per noi: io piango, sono toccato dalla fraternità della gente della montagna. Al sesto giorno partiamo di buona lena senza toccar cibo, tanta è la nostra smania di raggiungere il bivacco piazzato sulla sommità del Crozzon, colossale pilastro che si stacca verso Nord della Cima Tosa, e lì rifocillarci. L’ospitalità confortevole del bivacco di vetta l’abbiamo sognata tutta la notte. Ma, dopo aver superato un salto di 40 metri, vado in crisi. Su questa neve impalpabile, mi sento svuotato senza energie. Il bianco pendio che porta alla vetta mi vede annaspare, immerso nella neve fino alla cintola, rosicchiare la distanza decimetro su decimetro. Gianni, che ci guida verso la fine dell’altezza, abbandona lo zaino. Lanfranchi lo raccoglie e glielo trascina. Continua invece il mio Calvario, il mio drammatico incedere su quella neve tanto ostile, mentre impreco e maledico ogni cosa. Il mio zaino pesantissimo sembra mi voglia schiacciare sotto il suo peso. Raggiunta la cima a quota 3135m, è tale il nostro logorio che non ci rendiamo quasi conto di quanto abbiamo fatto: siamo come automi, non ci abbandoniamo a nessuna effusione. Non avrei mai immaginato di sentirmi tanto arido al termine di un’impresa così importante: sembra che il premio della nostra conquista consista solo nel raggiungere ora il bivacco del Crozzon, dal quale ci separano una cinquantina di metri soltanto. Un vento di intensità notevole che soffia da Sud ci accompagna nel tratto che ci separa dal bivacco Castiglioni: mi riesce per ora simpatico, se lo confronto alla penosa avanzata sul pendio con molta neve appena superato, che si era trasformato in un sdrucciolo liscio. Varchiamo la soglia del bivacco, e finalmente prorompe la nostra gioia per la vittoria sulla “via delle Guide”: una vittoria sofferta metro per metro, in questa tremenda prima invernale! Sono emozionato e commosso, vorrei fermare questo momento, fermare tutto ciò che mi circonda. Quanto tempo è passato? Non lo so e non mi interessa. Quello che stiamo vivendo non si può misurare con l’orologio né conteggiare sul calendario. Non sono più crudele quando penso alle fasi della scalata e rivedo la neve gelata che i miei compagni sgomberavano sulle difficoltà per trovare un appoggio per i piedi ed un appiglio per le mani, e che mi pioveva addosso di volta in volta, ora con folate gelide, ora con colpi dolorosi. I nostri discorsi si intrecciano e


non hanno altro argomento che le considerazioni sulla nostra conquista. Provvidenzialmente troviamo nel bivacco del tonno farcito e delle zollette di zucchero che divoriamo: ora però siamo rimasti completamente senza viveri. Comunichiamo via radio con quel grande amico che è Bonapace, e ricorderò per sempre la sua commovente gioia nel sentirci vittoriosi e la sua festosa esultanza. Ci assicurano che manderanno da Campiglio un elicottero per gettarci dei viveri, ma il brutto tempo che imperverserà non favorirà l’operazione, e quindi troveremo un nuovo nemico nella fame. Fuori intanto il vento continua a soffiare intensamente, e quando le corde di ancoraggio del bivacco sbattono trasformano il brusio in un assordante rimbombo. Ma sotto le coperte e al caldo riposo del bivacco Castiglioni, i miei occhi si appesantiscono: mi assopisco dopo aver intrecciato vari discorsi con gli amici, e cado in preda a un dolce sopore. Gli sgradevoli rumori del vento non sono certo i più indicati a rendere dolce il risveglio: forse anche per questo il problema della discesa comincia ad apparire subito preoccupante. Come si potrà trovare la direzione per discendere se non si vede niente? Piegati sulle ginocchia per resistere al vento fortissimo, che ci scaglia sulla faccia la neve, cerchiamo di orientarci e infiliamo un canalino. Dopo due tiri di corda raggiungiamo una selletta. È un inferno: Antonio è in panne, svanito, disfatto, indeciso. Questo tremendo vento ci toglie il respiro e costringe ad urlare anche se il compagno è ad un passo. Puntando verso Sud, proseguiamo sulle crestine, affrontando difficoltà che sarebbero di III grado in condizioni normali, ma che in questo inferno risultano impossibili. Gianni ci infonde coraggio e ci esorta con l’esempio a moltiplicare i nostri sforzi. Più volte sto per volare soprattutto a causa del vento fortissimo che sembra voglia strapparmi via. Affondiamo nella neve, dopo aver superato creste e cucuzzoli, e quando proprio non ne posso più, riusciamo a intravedere di sfuggita la caratteristica Cima Tosa. Riprendo coraggio: verso le ore 19 siamo in vetta, a 3173m. Anche oggi abbiamo passato una giornata tremenda, sovrumana: abbiamo superato esili cornici di neve, e quando in alcuni tratti i piedi partivano, dovevamo affidarci soltanto alla forza delle braccia. Scaviamo nella neve un buco per passarvi il nostro settimo bivacco, sicuramente il più terribile. Mentre mi riposo, m’accorgo di avere i vestiti ghiacciati addosso. La neve mi è entrata dal collo e sono tutto bagnato, dalla testa ai piedi. La neve turbina intorno infilandosi rabbiosa per tutta la notte tra i vestiti ed entrando nei sacchi chiusi. Ci sentiamo molto deboli perché siamo rimasti completamente digiuni tutto il giorno, ed ora non abbiamo di che alimentarci. La notte trascorre lentissima, mentre parliamo di varie cose e Gianni trova l’ardire di parlare di nuovi ambiziosi progetti di montagna: è indomita la sete di montagna di questo caparbio alpinista. Il mattino seguente si riparte percorrendo lo scivolo di 200 metri della Tosa fino al salto di rocce e, dopo una doppia, ci sleghiamo. Quasi contemporaneamente comincia a nevicare: la visibilità è quasi nulla. Gianni, che conosce la via di discesa, è in testa. Affondiamo nella neve, siamo stanchi, disfatti, ci sembra che ormai ci stia abbandonando anche la volontà di resistere. Invece dobbiamo assolutamente continuare, per uscire fuori in giornata; dobbiamo arrivare fino al rifugio Tomaso Pedrotti (2491m), in prossimità della Bocca di Brenta, per rifocillarci. Ma scendendo in quelle condizioni, ci portiamo fuori direzione: sono sfiduciato, provato, ma sento che non mi devo rassegnare al peggio, che devo combattere e vincere ogni pensiero tragico. Le soste e le cadute si fanno sempre più frequenti. Comincio a pensare di non farcela, anche Antonio prova lo stesso senso di abbattimento. Lanfranchi, celiando, asserisce con la sua semplicità che non esiste morte più bella. Gianni, che si mantiene muto e trova sempre la forza di rialzarsi, si sforza di incitare anche noi. Non riusciamo più ad orientarci, siamo allo stremo delle forze. Mi sembra di essere assalito da una rabbia feroce per essermi messo in questa impresa, ma sono incapace di reagire: la fame e gli sforzi mi riducono alla remissività. Affondiamo nella neve fin quasi alle spalle e decidiamo allora di gettare via tutto il materiale, le corde, la ferraglia. Gianni continua ad incitarci. Con zaini più leggeri, continuiamo il doloroso, lento procedere: impieghiamo circa un’ora a percorrere 30 metri.

Gianluigi Lanfranchi, mentre lo vediamo impegnato nella traversata sotto il tetto, punto chiave della salita.

Da sinistra: Robi Chiappa e Gianni Rusconi, in fase di riposo, al terzo bivacco sulla cengia che si trova alla base della parte centrale, prima dell’attacco agli strapiombi.

Una lieve schiarita quanto mai provvidenziale ci permette di vedere dei mughi. Intuiamo di essere a valle, e infatti scorgiamo il lago: siamo ora certi di essere arrivati al pittoresco villaggio di Molveno (864m), di essere salvi! Giungiamo finalmente in un angolo di mondo abitato: sono le 15 quando il paese deserto raccoglie i nostri passi stanchi e gli operai delle segherie ci scorgono e ci si fanno incontro. È finita, abbiamo sofferto e vissuto giornate e notti intense: sensazioni e sentimenti che non potremo mai descrivere, ma che vivranno sempre dentro di noi. Ci sentiamo più uomini, più maturi: ed è forse questo il premio più bello che la “nostra” invernale ci ha procurato. Le foto a corredo sono state offerte da Gianni Rusconi, cui la redazione rivolge viva riconoscenza.

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SPORT A TUTTO CAMPO

GENERAZIONI A CONFRONTO Dallo skyrunning alle Ultra, e altro ancora… nell’emozione di competizioni, già tutte al limite dell’impresa di Renato Frigerio Nell’ampio panorama delle discipline sportive, troviamo che la corsa brilla come la regina dell’atletica, per motivi di storia e di coinvolgente attrattiva. Con la nostra presentazione nella rubrica “Sport a tutto campo”, le abbiamo dato un particolare e dovuto risalto in una delle prime puntate, cercando di esaurire ognuno dei suoi numerosi aspetti. Non si è trattato di un’imperdonabile svista se in quell’occasione non abbiamo preso in considerazione la corsa che si svolge in montagna, e nemmeno quelle interminabili corse che mettono a dura prova i pochi atleti che le disputano, soprattutto in funzione di aggiudicarsi encomiabili record. Proprio per il loro fatto di essere entrati nella storia relativamente solo di recente, queste competizioni sono state oggetto di una tardiva attenzione da parte degli organismi sportivi internazionali, dei quali, quasi esclusivamente, deriva poi quell’autorevolezza e visibilità che giustifica e garantisce il seguito dei media e del pubblico. Sfortunatamente il loro ingresso ufficiale e rumoroso nella storia dello sport è avvenuto nel momento del nostro mondo in cui ogni cosa nasce, si evolve e si trasforma in modo stupefacentemente rapido, specialmente per non aver avuto alla base il fondamento temporale dove si potesse ancorare. Non ci meravigliamo allora se perfino la presentazione da parte di The International Skyrunning Federation (ISF), l’organismo competente che nel 2008 si riferiva alle tre discipline che definiscono questo sport che non si basa sulla distanza, ma su salite verticali e difficoltà tecnica – Sky, Ultra e Vertical – non risulta sufficiente per coprire le forme attuali del running. Non per nulla un giornalista competente e aggiornato come Giuliano Orlando – che ritroveremo subito qui come autore principale dell’intero servizio – afferma che l’ultra runner in realtà è un termine ormai superato, perché oggi quelle specialità che si chiamano trial e ultratrial si portano dietro galassie intere come Wing for Live World Run, staffette, Urban Trail, Strongman Run, Spartan Race, Color Run e altre realtà. Quelle che adesso prendiamo in considerazione sono comunque le gare che si svolgono prevalentemente in fuori strada, lungo percorsi di alta montagna, caratterizzati per lo più da una tipologia di terreno sconnesso e che possono comprendere tratti innevati o ghiacciati, la cui difficoltà alpinistica non supera però il secondo grado. Attualmente le gare che fanno parte del calendario sportivo della IAAF (la Federazione Internazionale di atletica leggera) sono i campionati mondiali ed europei che si svolgono a cadenza annua, dove in alternanza viene proposto un percorso di sola salita, mentre nell’anno successivo il percorso va in salita e discesa, su un unico giro o su un circuito da ripetere più volte. Le competizioni dello skyrunning hanno luogo su percorsi con distanze variabili da 20 a 50 km e più, secondo le diverse categorie, per salire oltre i 2000 metri di quota, con pendenza media fissata al 13%. Per la categoria Sky è stabilito per il vincitore un tempo massimo di 5 ore. Per la categoria SkyRace si assegna al vincitore il tempo massimo di 3 ore, su un dislivello minimo di 1140 metri. Per la categoria SkyMarathon è fissata una distanza minima di 30 Km, con dislivello minimo di 1900 metri, e tempo massimo oltre le 3 ore. Rientra in questa categoria anche uno SkyRace che sale oltre quota 4000 metri. Per la categoria Ultra SkyMarathon è stabilita una distanza minima di 52,5 Km e un dislivello minimo di 2500 metri, consentendo al vincitore oltre 5 ore 15’ di tempo. Per la categoria Ultra XL Marathon la distanza supera i 52,5 Km, con un dislivello che cresce fin oltre un minimo di 5000 metri, ma avendo a disposizione più di 12 ore.

Può risultare interessante conoscere gli ultimi dati ufficiali relativi allo svolgimento delle gare sopra descritte, che sono state conteggiate 202 numericamente nel corso di un anno, con svolgimento in 18 diversi paesi e con la partecipazione di 50.000 atleti, in rappresentanza di 65 nazioni. *

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Come prima accennato, l’insieme e la diversità dello skyrunning, trovandosi tuttora in piena evoluzione, non può venire esaurito semplicemente parlandone in questo momento e in questa rubrica che non pretende di essere in grado di anticiparne gli sviluppi e ancor meno di conoscere quali delle forme ora presenti andranno, più o meno presto, a scomparire. L’argomento rimane tuttavia di attualità, per cui è comprensibile l’interesse con cui sarà seguito attraverso l’approfondito studio elaborato, in modo, come sempre brillante, da Giuliano Orlando, che lo completa poi con le sue consuete provocanti interviste, rilasciate questa volta da tre dei più significativi protagonisti dello skyrunning, e che ci offrirà anche il modo, con un’ulteriore intervista, di entrare negli orizzonti spettacolari delle corse su distanze che sembrano non avere mai fine. Sarà poi la volta di un accorto confronto tra due esponenti di diversa generazione, che si sono impegnati nello skyrunnig, a concludere questo nutrito servizio, con le interviste rilasciate a Sara Sottocornola. [Fonte: Wikipedia – Corsa in montagna e Skyrunning] Sotto: panoramica del Monte Ben Nevis, “The Ben”, Scozia. In questo ambiente selvaggio si è svolta la prima gara ufficiale dello skyrunning, per coprire un dislivello di 1340m. [Foto: Pixabay]

1963 - Ben Nevis Race - Start

18 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

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L’evoluzione delle corse in altura e di resistenza Dallo skyrunning all’ultratrial nelle sue diversificazioni di Giuliano Orlando Per migliaia di anni, le vie di montagna si chiamarono sentieri e tali restarono anche se in qualche occasione vennero violentate da eserciti (invasori) che le usarono come scorciatoie. Il più famoso fu quello guidato da Annibale, il generale cartaginese (218 avanti Cristo) che, partendo dalla Spagna, attraversò le Alpi in ottobre, giungendo in Italia, lasciando lungo il percorso oltre la metà dei 100.000 soldati e una quarantina di elefanti. Viaggio allucinante, che solo l’ambizione e la stupidità di un condottiero considerato un genio della guerra, poteva pensare e realizzare, senza prendere in considerazione il prezzo da pagare. Ritenendo i soldati carne da macello. I resti di quella spedizione, giunsero nella pianura Padana, dove affrontaro-

no i Romani lungo il fiume Trebbia, non lontano dall’attuale Piacenza. Nonostante i pochi elefanti rimasti, che, salvo uno, trovarono la morte in quell’occasione, Annibale uscì vittorioso dalla sfida con le legioni romane, inferiori di numero e male organizzate. La storia prosegue con altre battaglie, ma non è questo che mi interessa far conoscere. Il discorso riguarda la montagna e i suoi sentieri. Che hanno resistito nel tempo e ancora oggi rappresentano i mille rivoli di terra, capaci e indispensabili a renderla viva e indispensabile. Nel suo immenso palcoscenico si sono snodate storie infinite. Non solo guerre. L’alta quota era e resta terreno di caccia, lo è stato di contrabbando e negli ultimi anni di confronti agonistici, sviluppati e amplificati

nel tempo. Questa la tematica che intendiamo creare: l’evoluzione delle corse in altura di lunghezza, velocità e resistenza. Dallo skyrunning al trial, che sono poi anelli di una stessa catena, direi consequenziali l’uno dell’altro. L’evoluzione coinvolge tutto, anche l’alpinismo classico. Chi segue questo affascinante settore saprà molto bene che negli anni ’30, Giusto Gervasutti, detto “il Fortissimo”, (atleta a tutto tondo, vinse anche il Mezzalama nel 1933), fu il precursore delle nuove tecniche di scalata, rendendo più snelle le arrampicate. La differenza sta nell’attenzione dei media che creano le mode, e purtroppo o per fortuna, la montagna ne subisce il fascino.

UN PO’ DI STORIA PER CAPIRE DUE FENOMENI DI COSTUME NEL MONDO DELLE CORSE IN ALTURA E NON SOLO Gli inglesi, che hanno nel Dna la primogenitura di ogni attività, non potevano mancare l’appuntamento con la montagna. La scalata del Ben Nevis, in Scozia, la cima più elevata della Gran Bretagna (1344m), rappresenta il primo riferimento ufficiale nella casistica dello skyrunning. Nello specifico spetta a tale William Swan, barbiere di Fort Williams, il villaggio ai piedi del monte. Il 27 settembre 1895, il signor Swan chiude la bottega e decide di percorrere nel minor tempo possibile i quasi 16 km (salita e discesa), concludendo la fatica in 2 ore e 41 minuti. L’impresa desta l’attenzione della Scottish Amateur Athletic Association, che tre anni dopo (1898) dà il via alla prima edizione, con dieci concorrenti alla partenza. Vince il locale Hugh Kennedy, 21 anni, senza superare il crono di Swan. Nel 1903 la competizione assume continuità ed Ewen MacKenzie, che lavora nell’osservatorio posto sulla cima, ottiene lo strepitoso tempo di 2 ore e 10 minuti. Passa quasi un secolo prima che sia migliorato: accade nel 1984. Nell’occasione doppio record: 1h.25’34” per gli uomini, 1h.43’25” quello femminile. Primato tutt’ora imbattuto. La suddetta corsa si tiene il primo sabato di settembre, col tetto di soli 500 partecipanti. Limite imposto da un percorso impervio e pericoloso, che richiede ai concorrenti l’esperienza di almeno tre corse specifiche nel curriculum personale. Spulciando nella storia, si scopre che proprio in Scozia, nell’anno 1000, l’allora sovrano Malcom II, detto “il distruttore”, che necessitava di contare su messaggeri veloci per trasferire i suoi ordini alle zone di guerra, ebbe l’idea di indire una corsa sul monte Creag Choinnich, non lontano da Braemar, nota per l’imponente castello, vanto della cittadina che detiene un primato particolare: il 10 gennaio 1982, fece registrare la temperatura di -27.2°, la più bassa in Gran Bretagna. La breve ma ripida salita (km 2.5), doveva indicare i migliori per quel compito. Un passato remoto troppo lontano per inserirlo nella storia attuale, comunque reale, vista la testimonianza certificata da ritrovamenti negli anni ’90. L’altra veterana delle skyrunning, si trova negli Usa: si tratta della Pikes Peak Marathon, nello stato del Colorado, da molti considerata la maratoneta più dura, oltre che (forse) la più antica. La prima edizione ufficiale data solo al 1956, e ha festeggiato nel 2009 il mezzo secolo di vita. Nella sua storia, spunta una prima volta datata 1936 con tanto di vincitore: Lou Wille, che impiegò 3h00’55”. Il tracciato oltre all’alta quota, partenza a 2382 e arrivo a 4302m, la cima del Pikes Peak, la più alta

dell’America orientale, è decisamente impegnativo, sia per le condizioni meteorologiche, soggette a cambiamenti repentini, che per la variabilità del percorso, che comprende parecchio sterrato, ostacoli naturali lungo la foresta e diversi tratti, compresa la lunga parte conclusiva, sulla roccia. Corsa divisa in due categorie: chi si ferma in cima e chi prosegue scendendo, per completare la distanza classica dei 42 km e spiccioli. Per questo 1800 iscrizioni per l’ascesa e 800 ai maratoneti. Distanze coperte in un paio di giorni. Grande dominatore Matt Carpenter, nato nel North Carolina, il 20 luglio 1964, diventato corridore al tempo dell’università “…per evitare la noia dell’ozio e riempire i tempi vuoti”, scoprendosi uno dei più forti corridori d’altura e resistenza. Talmente forte che la Fila lo sponsorizzò nel 1993, mantenendo l’accordo fino al ritiro. Vincitore per 16 volte (6 solo ascesa, 10 nella maratona), suoi tutti i record: 3h33’07” la maratona, 2h08”27” la versione breve. La corsa americana più famosa nacque per scommessa. Nell’estate del 1956, in concomitanza con i 150 anni della prima scalata della cima, il dottor Arne Suominen, un finlandese ex maratoneta, lanciò la sfida, tra fumatori e non, a scalare la cima e tornare indietro. Voleva dimostrare quanto il fumo fosse deleterio per chi praticava sport di resistenza. Nel contempo la American Tobacco Association, offrì ben 20.000 dollari se avesse vinto un fumatore, puntando su Lou Wille, vincitore due volte a Pikes Peak alla fine degli anni ’30, fumatore da due pacchetti al giorno. Willie rappresentava la più grande minaccia per i non fumatori. Al via si presentarono in 13, solo tre quelli dal fumo facile, compreso Wille, che giunse primo in vetta, ma rinunciò alla discesa avendo esaurito fiato ed energie. D’obbligo la squalifica, vittoria per Arne Suominen. La Pikes Peak Marathon vanta il primato di aver aperto la corsa alle donne. Accadde nel 1956, ma solo nel 1959, Arlene Pieper riuscì a finirla, mentre la figlia Kathy di 9 anni l’accompagnò fino alla cima, evitando il ritorno. Sul versante rosa Lynn Bjorklund, col tempo totale di 4h15’08” e 2h33’31” nella sola risalita, ottenuti nel 1981 resta la primatista assoluta. La maratona esplode anche in Europa e tutte le grandi metropoli si fanno vanto di allestirne una. Nel 1982, guarda caso a Londra, nasce l’AIMS, The Association of International Marathons a presidenza inglese, purtroppo senza alcun rappresentante italiano, anche se gli storici assicurano che la prima “maratona” agonistica in Europa viene corsa nel 1974, denominata

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Maratona notturna del Mugello, lungo le colline di Firenze, con 48 partenti. Il movimento cresce ovunque nel mondo, oggi si calcola che siano oltre 5000 le 42 km ufficiali. Nel frattempo le corse in montagna escono fuori dall’anonimato, iniziano ad interessare media ed emittenti. Negli anni ’80-‘90, il movimento ha il suo epicentro in Italia, grazie all’intuizione di un alpinista-atleta che si scopre organizzatore e manager. Si chiama Marino Giacometti, e grazie a lui la corsa d’altura diventa un fenomeno nazionale. La nascita delle Sky Runner World Series è la bomba positiva che fa esplodere la specialità. L’intervista al suo ideatore, illustra l’evolversi della sua intuizione: Giacometti, che in gioventù è stato ottimo alpinista e agonista di alto livello. In questo contesto, la Lombardia in generale, e la Valsassina nello specifico hanno dato un contributo notevole, ha mosso le pedine giuste nel momento giusto. Nel calendario di quegli anni, accanto alle Sky nel Borneo, negli USA, in Europa e in Gran Bretagna, figura il Trofeo Giacomo Scaccabarozzi, conosciuto come “Il Sentiero delle Grigne” a Pasturo, ai piedi dei due giganti di pietra tra i più belli del mondo, nato nel 2001 e proseguito per 12 edizioni consecutive fino al 2012, creatura del GSA Missaglia, ritenuto il percorso tecnicamente più completo come skyrunning. Accanto va inserito il Giir di Mont a Premana, Alta Valsassina, vanto e merito dell’organizzazione locale. Una trentina di nazioni, dall’Azerbajan al Brasile, dalla Costa Rica a Hong Kong, Malesia, Perù, Filippine, Russia, Sud Africa, Usa e Venezuela, per ricordarne alcune delle più attive, scandiscono il calendario mondiale della SRWS, con l’Italia in primo piano. Il “Sentiero 4 luglio”, chiamato La Maratona del Cielo a Corteno Golgi, nel bresciano, la Dolomite SkyRace a Canazei, senza dimenticare lo storico Trofeo Kima, in Val Masino in Valtellina, sul Sentiero Roma, nato nel 1995, vinto tre volte da Fabio Meraldi, lungo le cui edizioni apposero la firma dei vincitori anche Poletti, Bellati, Gatta, Gianola, fino al grande Killian Jornet Burgada, che ne conquistò quattro edizioni, definendolo la corsa più bella del mondo. In Italia le sky attive sono centinaia e tutte hanno partecipanti fedelissimi. Se vogliamo trovare un anello di congiunzione tra sky e ultratrail possiamo indicare proprio il Kima come corsa che unisce le due caratteristiche. È sky perché ha passaggi ripidi e nel contempo, sia per l’aspetto panoramico e della lunghezza oltre i 50 km, assume connotazioni da ultratrail, che esistevano da tempo, anche se avevano altra denominazione. La loro crescita è stata più lenta per la semplice ragione che rendere popolare traversate di catene montuose è uno sforzo titanico e ancor più convogliare eserciti di partecipanti. Il Mezzalama e il Pierra Menta, i due giganti che uniscono sci e alpinismo, la prima forse la veterana nata nel 1933, mentre quella francese è del 1986, e Meraldi ne è stato il dominatore assoluto con dieci vittorie, fanno parte di una costellazione diversa e inimitabile, mentre la varie traversate scarpinando, si sono fatte strada grazie all’attenzione dei media e ad una necessità di rispettare la montagna pur attraversandola. Il problema del rispetto dell’ambiente è ormai talmente drammatico che ne va della sopravivenza dello stesso. Purtroppo la punta negativa nasce dalle montagne himalayane, per il traffico di troppi pseudo alpinisti, portatori di rifiuti di ogni tipo, ma anche per la scarsa disciplina generale. Il fenomeno ha toccato livelli drammatici, al punto che il governo nepalese ha imposto leggi severe per i trasgressori. Non si conosce se queste vengano messe in pratica. Personalmente sono d’accordo con Marino Giacometti nel considerare un falso problema il dualismo tra le due discipline. Possono esistere e coesistere tranquillamente: semmai l’eventuale rivalità è uno stimolo positivo. Nel chiudere questa introduzione non posso esimermi dal ricordare l’amico Sergio Longoni, che mi ha proposto di trattare l’argomento, visto che abbiamo seguito per anni fianco a fianco le gare, io come cronista e inviato, lui da mecenate, senza mai mettersi in mostra. Sergio è uno di quei personaggi di cui si sono perdute le tracce da tempo. Il suo marchio “DF Sport Specialist” lo trovavi a tutti gli appuntamenti delle skyrunning, e lo trovi ancora oggi ai grandi appuntamenti come nelle più modeste non competitive di casa nostra. Da sempre, non ha mai fatto mancare il suo contributo e incoraggiamento a chi organizza sport: una continuità incredibile. Uomo di montagna e non solo. Vi svelo un episodio di cui pochi sono a conoscenza. Nel 2003 sono riuscito a portarlo a New York per disputare la maratona più famosa del mondo. Evento eccezionale, ma fino ad un certo punto. L’incredibile è che lungo il percorso si taglia la parte superiore delle scarpe, non certo di fresco conio, visto che lo sfregamento gli ha fatto sanguinare le dita. Rispettando il vecchio detto che il calzolaio ha sempre le suola delle sue scarpe bucate. Ma non è finita, la sera ci ha invitati a cena, facendoci percorrere il tratto dall’albergo al ristorante Roma a Little Italy, in una lussuosa limousine. Per l’occasione, il “sciur” Longoni sfoderava scarpe nuove. Grande Sergio!

20 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

Da esperto uomo di montagna, oltre che conoscitore del territorio, come hai avuto l’intuizione che la corsa in montagna, praticata a livello molto amatoriale e sporadico fino al 1990, potesse avere uno sviluppo agonistico programmandola con tanto di calendario. Arrivando nel 1998 ad allestire il primo campionato del mondo di skyrunning, vinto tra l’altro da Bruno Brunod, un valdostano di ferro, e nel 2000 ad allestire a Cervinia le Olimpiadi del cielo, con la partecipazione di venti nazioni di tutto il mondo. A quegli appuntamenti ai quali hanno preso parte tutti i più grandi specialisti, da Carpentier, Meraldi, Mejia, Pellisier e donne come Corinne Favre, Gisella Bendotti, Danelle Ballengee e la nostra Gloriana Pellisier. Oltre a tanti e tante altre. Le motivazioni di quel successo furono la spinta per inventare la Sky Runner World Series sotto il segno della FSA, che fu anche una tua creatura, o altro? Le SWS iniziate nel 2003 erano in effetti la continuazione del Fila Skyrunner Trophy degli anni ’90. Infatti, dopo l’apice raggiunto nel 2000 c’è stato un faticoso periodo di transizione in cui la Federazione fondata nel ’95 doveva correre con le sue gambe. L’ideazione delle SWS ha permesso la sopravvivenza della nostra struttura. Grazie anche a Buff e poi ad altri sponsor, sono ora il circuito mondiale più importante dello skyrunning e non solo. Certo, lo skyrunning è il mio “bambino” ma farlo crescere è più difficile che farlo nascere.


Marino Giacometti Nato a Corteno Golgi (Bs) il 5 settembre 1951, presidente e fondatore della Federation for Sport at Altitude. Si deve a lui l’evoluzione e la programmazione delle sky running, fino alla metà degli anni ’90, molto attive ma prive di programmazione e di un calendario. Nel ‘95 fonda la Federation for Sport at Altitude e avvia una vera a propria rivoluzione ed evoluzione della disciplina. Non arriva certo dal nulla. Ufficiale degli Alpini Esploratori nel 197273, alpinista a tutto tondo, spedizioni e scalate dalla Cordillera Vilcanota (Perù) alle spedizioni al Nanga Parbat (8125m) nell’81, come di spedizioni scientifiche (Karakorum-K2) in Pakistan, salite sul Rosa e sul Bianco, fino alla Maratone dell’Everest. Molta intuizione organizzativa, coordinatore logistico del Team 8000 del CNR nella costruzione del laboratorio alla base dell’Everest (5050m), e altre ricerche scientifiche in quota, promotore del progetto Mountain Fitness per sentieri salutistici e del Giro dei Parchi e del progetto Ecosport. Responsabile FILA Sport per il running e outdoor, programmi sportivi, sviluppo prodotti e progetto Fila maratona. Conoscenza informatica e di tematiche della montagna. Coautore di numerosi articoli ed estratti di ricerche scientifiche su riviste specialistiche straniere. Tra il 2006 e il 2008 coorganizzatore del Vertical Sprint e del circuito mondiale gare di corsa sui grattacieli. 1993, Rosa Race

Come sei riuscito a convincere un colosso come la FILA a diventare lo sponsor maggiore di una disciplina antica come cultura, ma assolutamente inedita per il grande pubblico? I casi della vita sono strani. Nel ’89 al Campo Base dell’Everest ho incontrato casualmente l’ad di Fila, il Dott Enrico Frachey, grande appassionato di montagna e dei suoi sport. Dalla sua corte erano già passati i mostri sacri dell’alpinismo, da Giorgio Bertone a Reinhold Messner. Parlando di gare in alta quota, scarpe e vestiario sportivo .. il resto è venuto da sé. Eravamo 20 anni in anticipo come prodotto, ma come novità mediatica abbiamo dato molta visibilità al marchio, emozioni e credibilità al prodotto. Frachey ha contribuito all’invenzione dello skyrunning, ha supportato i primi passi dell’arrampicata sportiva e insieme abbiamo favorito e sponsorizzato il ritorno del Trofeo Mezzalama. Certo le sponsorizzazioni dei runners, con i quali abbiamo vinto ad esempio la maratona di NY e Boston, potevano apparire più consoni al prodotto Fila, ma le emozioni non hanno confini, anche per il marketing e il Frachey “mecenante” ha avuto delle grandi intuizioni non solo per le magliette con le righe per Borg. E per questo ho sempre pensato che business e passione alla fine si incontrassero in chiave positiva. Insomma Fila non ha buttato i soldi, e sono stati 7 anni fantastici. Quanto è durata questa fiammata di popolarità, che ha fatto il giro del mondo, almeno nei programmi? Il riscontro italiano che importanza ha avuto rispetto all’estero? Credo che questa sia una percezione un po’ casalinga. In termini sportivi, la disciplina è sempre stata in crescita. Certo la novità riguardava i nuovi Paesi.

Per Italia, Spagna, Francia, era diventato uno sport come altri. I motivi del declino, dello skyrunning e se c’è stato? Se per declino si intende l’attenzione mediatica in questi Paesi della carta stampata, posso essere d’accordo. C’è stata una transizione in cui è stato prioritario lo sviluppo sportivo e poi il boom dei social media che hanno avuto la prevalenza sulla classica tv o riviste cartacee. Oggi arriviamo a quasi 200.000 followers fra facebook, twitter, Instagram, .. solo come SWS e Federazione internazionale. I vari circuiti nazionali e gare famose vanno da 10.000 a 50.000 seguaci. Numeri da capogiro per questi sport. Oggi come si pone questa realtà della skyrunning rispetto alle ultratrail che sembrano averlo scavalcato? Dal punto di vista mediatico i numeri danno lo skyrunning ben più avanti di qualsiasi altra disciplina similare, che si tratti di scialpinismo o di trail, dove le proporzioni potrebbero essere di 3 a 1, anche se parlassimo di ITRA (la Federazione embrionale del trail running) o Ultra Tour. Certo in termini di gare e strutture nazionali ora che il trail ha un suo nido nella IAAF la situazione si ribalta, ma la novità è passata per tutti e l’inflazione del trail è dietro l’angolo. È vero o si tratta di due cose ben diverse che possono coesistere? Non vedo nessuna rivalità, tranne in quelli piccole realtà locali dove prevalgono stupide gelosie. Lo skyrunning tende ancora a salire le montagne e il trail a girargli attorno. Per noi la parte essenziale è salita, discesa e quota. Per il trail è la distanza. Persino il CONI ha elencato il trail nell’atletica e lo skyrunning nell’alpinismo. Tirare una riga tra le due tipolo-

gie di gare è però impossibile e inutile gridare alle invasioni di campo. Ognuno scelga la sua parrocchia liberamente. Certo un campionato nazionale o mondiale dovrà essere sempre su un vero percorso sky running. Si parla di vento nuovo nel running. Recentemente è stata fatta una classificazione del modo di correre e la città sembra aver copiato dalla montagna, dando alla corsa una forma folcloristica: dal wing for life world run, inseguimento uomo e macchina, gare di notte, colorandosi il corpo, ostacoli in città (Spartan Race) e via di questo passo. Un tuo giudizio? Le novità attirano sempre. La cosa bella è la trasversalità degli atleti. I migliori riescono ad essere campioni in più discipline. Gli altri trovano il gusto di raccontarlo sui social e agli amici. Come procede la strada del riconoscimento del CONI? In Italia non seguo direttamente la questione dell’osservatorio CONI in cui si potrà puntare alla disciplina associata, sotto una mega Federazione. Internazionalmente siamo Unite Member dell’UIAA che riconosce la nostra disciplina, oltre all’Ice Climbing e che raggruppa tutte le Federazioni di montagna e i Club alpini del Mondo. Quale potrebbe essere il futuro della corsa in montagna? Non ho la palla di vetro. All’inizio degli anni ’90 abbiamo fondato la Federation for Sport at Altitude con l’idea di raggruppare non solo la corsa di alta montagna, ma anche gli altri sport di questa arena. La FSA esiste ancora. Chissà se il ritorno della Monte Rosa SkyMarathon a 4554m, possa di nuovo ispirarci.

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Fabio Meraldi Nato a Valfurva (So) il 5 agosto 1965, il più completo talento delle corse in montagna. Autodidatta fin da piccolo, prima lo sci alpino, poi la corsa in montagna. In parallelo a 14 anni, impara l’arte di fare il pane di notte. Fisico d’acciaio, poche ore di sonno e allenamenti di giorno. Battesimo delle gare a 18 anni. Diventa Guida Alpina, il sogno più ambito. Professionista della montagna. Per anni alterna corsa in estate e sci d’inverno, dove vince ovunque. Non solo, testa materiali e indumenti innovativi, attacchi e tutte le attrezzature con l’azienda artigianale Crazy Idea di Valeria Colture. Siamo nei primi anni ’90, Marino Giacometti inventa il Circuito dello Skyrunner. Fabio è uno dei grandi protagonisti in tutte le prove, oltre che sperimentatore. Elencare quanto e cosa ha vinto è impossibile. In inverno ha dominato per 10 edizioni il Pierra Menta, in Alta Savoia, la corsa di sci alpinismo che i francesi considerano la più importante al mondo, due volte secondo e una terzo, sei volte il Sella Ronda Ski Marathon e il Trofeo Mezzalama, nato nel 1933, la storica gara da Breuil Cervinia a Gressoney attraverso il Monte Rosa, la più completa del suo genere. L’ha vinto nel 1997, assieme a Pedrini e Oprandi col record della gara. 4 coppe Europa e altrettanti europei, oltre a titoli italiani. Nel complesso più di 100 vittorie. D’estate, in simbiosi con lo Sky Runner oltre a tante vittorie altrettanti record, qualcuno ancora imbattuto come quello dell’Adamello, del Monte Kenya e delle Tofane. Ha vinto la Maratona dell’Everest, ha trionfato negli USA, in Messico, in Tibet, in Africa e in Europa. In Italia si è imposto tre volte nel Trofeo Kima, due al Sentiero 4 Luglio, al Sentiero delle Grigne, al Giro dei laghi del Bitto, al Breithon, lo Skyrunner delle Dolomiti e tante altre... Per non farsi mancare nulla si è cimentato con successo nel freeclimbing. A proposito di record, nel 1995 autore della più veloce ascesa di un 8.000 (lo Shisha Pangma in Tibet in 12 ore); con lo stesso metodo non-stop – tre giorni dopo una maratona di 42 chilometri a 5200m in meno di 4 ore. Il tentativo, fatto con un atleta spagnolo, è riuscito in 16 ore dal campo base-cima-ritorno, senza nessuna assistenza esterna e senza aver precedentemente salito la montagna. Il Monte Kenya in 5h03’. In Nepal, da Tengboche Namche Bazar – Piramide e ritorno in 3h40’; il record di salita e discesa dell’Aconcagua (6962m) in Argentina: partenza ed arrivo, sul versante Ovest, dal rifugio Plaza de Mulas (4230m) alla vetta in 4h50’. In Italia, la salita e discesa del Monte Bianco da Courmayeur (54 km) in 6h45’24”; il Monte Rosa da Alagna in 4h24’ (6.720m di dislivello); il Monte Adamello da Temù in 5h05’; Cima Tofane e ritorno da Cortina d’Ampezzo in 3h08’; quattro pareti Nord, Tresero-Pedranzini-Dosegù-S Matteo, in 6 ore. Attivo nel soccorso alpino.

Lo skyrunning ha segnato il primo passo agonistico e la popolarità di una disciplina che, pur essendo praticata da sempre, aveva la connotazione di passeggiata, arrampicata, addirittura scampagnata in montagna. Dagli anni ’80 sotto la spinta di uno spirito agonistico nuovo, diciamo quello del dopo maratona, è iniziata l’epoca della scoperta della corsa in montagna, prima in modo sporadico, locale, poi sotto la regia di Marino Giacometti, sono arrivati i programmi, i calendari, la internazionalizzazione e addirittura il quasi riconoscimento di sport olimpico. Tutto questo fino al 2010 in grande stile. Tu che rappresenti con Kilian Jornet le punte di questo movimento mondiale, come hai vissuto quel periodo e ti rendevi conto del fenomeno in atto? Oggi, pur mantenendo viva l’attività, forse è decresciuta dagli anni d’oro delle Sky Runner Wolrd Series, con tappe in tutto il mondo. A tuo giudizio i motivi del declino, se tale si può chiamare, da cosa derivano? Inizialmente andare in montagna era una necessità. Sia per trovare cibo e anche per curiosità. I monti sono misteriosi e l’uomo è curioso. Le corse in montagna hanno preso piede nel momento in cui i valligiani hanno sentito la voglia di confrontare il valore di ciascuno. Gli alpinisti salgono le montagne con passione,

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ma l’orologio è una parte di tutti i frequentatori. È insito in noi il senso del tempo che impieghi. Anche se non sei in gara. Lo fai a titolo personale, senza un accertamento di giudici e controlli antidoping. A quel punto è venuta fuori la geniale idea di Marino Giacometti: regolamentare e programmare, salendo fino al …cielo. La ciliegina (corridori del cielo) sulla torta della competizione. Ricordo il primo circuito nel ’90, salita e discesa dell’Adamello, idem sul Monte Rosa alla Capanna Margherita da Alagna, il Bianco da Courmayeur e infine la maratona dell’Everest. Si formarono i team, ed io ne ero entusiasta. Arrivi a sfiorare il cielo e poi la discesa. Inizialmente solo una trentina, poi l’esplosione prevista. Come tutte le cose, ci furono aggiustamenti e riconoscimenti. Le Federazioni nazionali e quella internazionale ISF, in Italia la FISKY che controlla ed è stata inserita dal CONI sotto l’ombrello dell’alpinismo. Non poteva essere diversamente, visto che ogni organizzatore si assume pesanti responsabilità. Dico questo perché è fondamentale proteggere la montagna e nel contempo assicurare i concorrenti senza sminuire il valore tecnico della gara. Prima non era così, si saliva sui ghiacciai slegati, un tempo non troppo lontano, ma noi eravamo i pionieri delle skyrunners. Il calo? Non condivido. Adesso c’è

più ordine e questo è un gran bene. Per gli atleti e per l’ambiente. Attualmente sono in grande spolvero le ultratrail, ovvero i lunghi percorsi, sui fianchi delle montagne e su distanze molto lunghe, oltre i 100 km, con la traversata delle cime più famose, gare di lunga durata e di indubbio impatto ambientale. A tuo giudizio a cosa si deve questo orientamento, forse a scapito delle sky tradizionali o in alternativa? Misurarsi su distanze lunghe 100km e oltre porta l’avventura personale vicino ai propri limiti. Le ultratrail hanno il vantaggio dei cancelli orari, che sfoltiscono ed eliminano i meno forti, tra l’altro molto larghi per consentire a un numero alto di superarli. A differenza delle sky, dove i tempi sono tirati. L’avventura delle ultratrail consente di poter percorrere lunghe distanze in ambienti dove l’aria è sottile e il panorama è pazzesco, assicurando emozioni che lasciano il segno. Questo il motivo per cui gli organizzatori hanno sempre più partecipanti. Diverso per chi affronta una gara sky, dove guardi solo in alto e hai sensazioni diverse. L’estremo non lo voglio paragonare a una droga, ma a una bellissima donna che quando ci si innamora si fanno cose immaginabili. Aggiungo che l’innamoramento deve durare una vita, e solo così la passione non tramonta mai.


Si tratta di una moda o di una presa di coscienza, visto che la tecnologia sta uccidendo il pianeta. La montagna come hobby, fino a pochi anni fa era riservata ai ceti più abbienti, che potevano godere della sua maestosità. La novità di affrontare la montagna correndo non è stata vista di buon occhio da chi classicamente saliva le montagne. Due interpretazioni in antitesi. Ma proprio il fatto che dietro ogni gara c’è una organizzazione e le persone che affrontano diversamente la montagna (correndo), sono un arricchimento e anche una scuola di maturità. Costoro e i loro accompagnatori si accorgono che l’ambiente va preservato e mantenuto pulito. Mai dimenticare che la vita inizia dalla montagna, il contenitore delle più importanti riserve d’acqua. Sono fiducioso sul futuro del nostro pianeta, certo che la forza della natura, con lentezza ma inesorabilmente, si riappropria dei

suoi spazi. Quello che le strappi se lo riprende (vedi frane, alluvioni, terremoti ecc. ecc). Purtroppo o per fortuna, questo nostro mondo è troppo bello, e come le cose belle non ci si accontenta di stargli accanto discretamente! Le corse estreme, diciamo quelle tradizionali dal Mezzalama al Pierra Menta, dalla The North Face Ultra Trail du Mont Blanc, che è la riunificazione di antichi percorsi, come le corse off-limits nei vari stati in America, cosa rappresentano? Un tuo giudizio, sia agonistico che di prospettiva. Molto semplice: le grandi gare tradizionali dipendono dalla passione degli organizzatori che sono spesso i responsabili della località. Fino a che trovano amici e sponsor e anche il ricambio generazionale, vanno avanti. Poi il rischio della chiusura è concreto. Un peccato, perché le corse che hai citato, sono la storia incancellabile del territorio.

Dopo le ultratrail, prevedi possa esserci una nuova evoluzione della corsa in montagna, e si potrebbe tornare indietro? Il mio pensiero è che fintanto che le persone si muovono sui monti, l’evoluzione ci sarà sempre. È nello spirito innovativo dell’uomo. Diversamente sarebbe la fine. Chiudo con un mio motto che mi ha spinto inconsciamente verso l’alto: salire e salire, per vedere cosa c’è al di là...

Alla seraccata del Khumbu, Everest 2003: uno dei passaggi tra i ghiacci dell’Icefall.

Monica Casiraghi Nata il 4 aprile 1969 a Merate, residente a Missaglia (Lecco). Campionessa mondiale 100km nel 2003 a Taiwan (Rep. Taipei) Cina. - Vice campionessa europea 100 km del Passatore Firenze Faenza 2005; Campionessa europea 100km 2006 a Winchotthen (Belgio); vice campionessa europea delle 24ore su pista Madrid 2007 con record italiano sulla distanza: 219km - Bronzo mondiale ed europeo a Bergamo 2009; vice campionessa mondiale ed europea a Bruce (Francia) 2010 con record Italiano sulla distanza: 231km. Ha vinto 14 medaglie: 3 oro, 6 argento, 5 bronzo, nelle gare ufficiali e vestito 20 volte la maglia della nazionale. Record personali: maratona 2ore 45”; mezza maratona: 1ora, 17”; 47 le maratone vinte, due volte prima alla Swiss Alpine Davos (Svizzera) di 79 km; ha vinto quattro volte la Pistoia-Abetone e tre volte il Passatore considerata la 100 km più tecnica in assoluto; si è imposta tre volte alla Monza - Resegone, la più famosa corsa della Brianza. Come ti sei scoperta atleta di resistenza, ovvero come hai iniziato a correre? Corro da sempre, da quando ero una bambina, quando ancora c’erano i Giochi della Gioventù. Questo nonostante non avessi una salute fortissima, ma forse questa difficoltà è stata lo sprone per andare oltre le difficoltà. Sentivo dentro la voglia di correre come una liberazione del mio corpo. Per questo ho deciso che la corsa sarebbe stato il mio sport. Debbo sottolineare che la famiglia mi ha sempre sostenuta in ogni circostanza. Da allora non ho più smesso. Più grandicella, ho partecipato a gare veloci, poi a mezze maratone e maratone. A 21 anni ho corso la mia prima maratona a New York: un primo grande sogno realizzato. Il passaggio alle ultra è stato quasi automatico: sentivo che era la mia strada. Alla fine di ogni maratona potevo continuare ancora per molti chilometri. La mia prima ultra è stato il mondiale di 100 km nel 1999 in Francia. Era l’esordio della Nazionale - accompagnata da mia mamma che spesso mi seguiva, con grande discrezione - su quella distanza e lì ho capito che sarebbe stato l’inizio di una meravigliosa storia. Se stai bene, correre per sette o otto ore significa volare: vivere una fantastica avventura.

Seguii da inviato in Francia, la prima volta dell’Italia alla 100 km. Servizi logistici da brivido, alloggiati in un dormitorio con 50 letti, in un incredibile disordine, donne e uomini assieme, senza divisori, con servizi all’aperto, mentre i dirigenti andarono in albergo. Nell’occasione domandai a Monica quale filosofia adottasse per una distanza così lunga. La risposta fu stupefacente: “Quando arrivo a metà corsa, mi pongo il quesito di fermarmi o meno. Poi faccio un semplice calcolo, girala come vuoi, comunque debbo sempre percorrere altri 50 km. Così proseguo e arrivo al traguardo”. Nella tua lunga carriera hai praticato ogni tipo di corsa lunga. Dalla maratona alle 100 km ma anche le 24 ore e altre gare alternative. Hai fatto corse in montagna di media e lunga percorrenza. Le attuali ultra trail e le più ripide sky running. Sì, è vero. Sono tutte distanze e tipologie di gara molto diverse fra di loro. La 100 km è una corsa con te stessa e con la tua fatica, anche se può sembrare incredibile, ma ormai è una corsa veloce e per certi versi assai dolorosa, perché chiedi tutto al tuo fisico e devi superare momenti difficili. Non esiste chi disputa 100 km di corsa e non accusa la crisi.

La 24 ore in pista è una fatica impressionante per il fisico. Ti consuma energie in modo pazzesco. Comunque qualsiasi distanza tu percorri, ultra trail, sky running e altro, chi comanda è la testa, il corpo si adegua e si rigenera lungo il percorso, il tuo cervello è quello capace di fare la differenza. L’esperienza ti aiuta perché dopo ogni gara capisci di aver imparato qualcosa e devi cercare di mettere a frutto quello che hai assorbito. Ho imparato a tenere duro anche nei momenti molto difficili. L’ultimo, recente e purtroppo drammatico, è stata la perdita di mia sorella Alessandra, che praticava alpinismo, la sua grande passione. Una ferita ancora aperta, ma proprio per questo non voglio arrendermi. Debbo crederci per realizzare i miei sogni, dedicandoli a lei. Mai fatto l’atleta professionista, ho sempre lavorato in fabbrica, allenandomi tantissimo e duramente, nel tempo libero, senza mai lamentarmi. Con la corsa lunga non si guadagna, valutando gli allenamenti, sicuramente sei in credito tra il dare e avere. Ugualmente rifarei tutto da capo”. Sei stata l’unica donna italiana ad aver vinto il mondiale della 100 km su strada nel 2003 a Taiwan dall’altra parte del mondo. Il punto esclamativo di una carriera completa.

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Nella tua filosofia di atleta, cosa preferisci: la montagna con le sky running oppure le ultra che negli ultimi anni sembri frequentare di più? Vincere un titolo mondiale, tra l’altro lontanissimo da casa, nell’isola di Taiwan in condizioni climatiche al limite della praticabilità del percorso è il punto esclamativo di una carriera che prosegue tutt’ora. Col tempo fai scelte più precise. Ci sono gare che sento più vicine a me, altre meno, ma tutte mi hanno dato qualcosa, arricchendomi e completandomi come atleta e donna. Che differenza trovi tra le corse di sky running e le attuali ultra trail, in particolare quelle che percorrono lunghi tratti su percorsi lungo i fianchi delle grandi montagne, tipo le traversate del Bianco, del Rosa, l’Adamello e altre anche fuori dall’Europa, piuttosto estreme. Il tuo giudizio tecnico e di approccio. Parliamo di gare tecnicamente molto diverse, addirittura in antitesi, viste le caratteristiche sia di lunghezza dei percorsi che di altitudine e gra-

dualità delle salite. Le sky running hanno un tasso tecnico decisamente superiore, quindi devi anche prepararle in modo specifico, con non pochi margini di approssimazione. Per quanto riguarda gli allenamenti delle ultra trail dipende da come le affronti. Se tenti la performance, occorre una preparazione adeguata e anche la predisposizione allo sforzo prolungato unito ad una resistenza non comune. Questa è la regola per ogni corsa. A giudizio degli esperti le ultra sembrano aver compiuto un salto di qualità, per alcuni a scapito delle sky running. Condividi? Probabilmente l’ultra trail, per quanto sia fondamentale un’ottima preparazione, trattandosi di una disciplina molto impegnativa, che non si può certo improvvisare, consente un avvicinamento meno difficile alla montagna e quindi un vivere l’ambiente montano in modo differente, rispetto alle sky running, che hanno una filosofia e anche difficoltà diverse. Non vedo conflittualità, semmai il contrario. Due scelte da incentivare per chi desidera vivere un’esperienza agonistica e di qualità in montagna. La 100 km passata sotto la giurisdizione della FIDAL, per la prima volta dal 1999, non avrà una donna, contro 5 maschi, alla prossima edizione mondiale. Il tecnico Germanetto ha spiegato che nessuna italiana ha ottenuto il minimo di 8 ore per partecipare. Il tuo pensiero? Intanto molta tristezza, ma ci sono anche responsabilità dei vertici. Alla 100 km di Seregno in aprile, il test principale, nei primi classificati ci sono stati due atleti trovati doping. Tra questi la prima donna, Pitonto, che fa la farmacista. Le altre due più veloci sono risultate Federica De Stefano e Fabia Becò, lontane dalla 8 ore.

Perché? Non c’è una programmazione, manca attenzione al movimento, non crescono le giovani ovviamente. Mi è stato chiesto di prepararmi per la convocazione. Mi sembra ridicolo, che un’atleta a 50 anni possa partecipare al mondiale. Significa che siamo alla frutta. Se per Federica e Fabia avessero programmato una preparazione, sicuramente avrebbero ottenuto il tempo richiesto. Questo è il frutto di una politica che non considera la 100 km. A parte che tra iscrizioni e collocazione, per partecipare ad una 100 km spendi un capitale, mentre è molto più facile correre le ultra trail: sono alla portata e offrono ambienti più affascinanti. Quale gara ti ha dato la più forte emozione e quale la maggiore delusione. In futuro quale corsa vorresti disputare? Sono state due. L’oro mondiale della 100 km e quello della 24 ore. Con queste due medaglie al collo, Monica Casiraghi aveva realizzato il grande sogno, tenuto nel cassetto quando muoveva i primi passi di corsa. Sono passate tante stagioni, ho vinto molto e qualche delusione c’è stata, ma ho sempre avuto la forza di riprendermi. Per questo non penso di appendere le scarpette al chiodo. In passato il pensiero fisso era la classifica, adesso lo faccio per stare bene. Ma c’è anche un altro aspetto non secondario. Alla partenza e all’arrivo di ogni gara la gioia più grande è quando ragazzini e ragazzine mi vengono a salutare e mi dicono che vogliono diventare come la Casiraghi. Diffondere la passione per la corsa, per me, va ben oltre lo sport, ma diventa una missione.

Marco Bonfiglio Nato a Magenta (Mi) il 2 settembre 1977, residente ad Abbiategrasso. Gruppo Podistico Impossible Target ASD. Il più forte italiano e tra i migliori al mondo nelle ultra su strada. Ha iniziato a correre nel 2003 e ad oggi ha disputato più di 300 gare tra maratone e ultramaratone. Nel 2015 ha disputato 40 corse e percorso oltre 14.000 km tra allenamenti, maratone e ultra; nel 2016, 43 gare tra ultra e maratone e 10.000 km in totale; nel 2017, 42 tra maratone e ultra e 10.000 km. In carriera ha vinto la Boavista Ultramarathon (Capo Verde), 100 Km Rimini Extreme, 100 km MadridSegovia (Spagna), Chott Marathon Extreme (Tunisia), Trittico d’Inverno (due maratone e una ultra di 47 km), Nove Colli di Cesenatico, 50 km S. Benedetto del Tronto, Maratona dei Leoni, 12 ore Raidlight a Brisighella, 100 miglia Graveyard nel North Carolina (Usa), 12 ore Slovenia Run, Spartathlon di 246 km e Atene-Sparta-Atene di 490 km, 50 miglia Raw Ultra, Roundwood (Irlanda), Olympian Race – Nemea-Olympia (Grecia) 180 km, 10 maratone in 10 giorni, Lago d’Orta – Gozzano (record del mondo), Maratona di Montesilvano, 6 ore di Torino, Maratona di Suviana, Euchidios Race, 215 km Delphi-Platea-Delphi (Grecia), Maratona di Suviana, Nocni Marathon, Novi Sad (Serbia), 100 miglia di Berlino, Badwater 135, 217 km – 10/11.07.2017 – 2* classificato assoluto, 25h44’. Miglior piazzamento e prestazione italiana di sempre. Molte di queste corse le ha vinte più volte, inoltre vanta podi importanti in molte altre ultra e maratone all’estero.

Marco Bonfiglio, un milanese che sognava di diventare campione di calcio, ma che un incidente di gioco (legamento crociato del ginocchio destro distrutto) avvenuto nel 1997 a vent’anni, sembrava aver chiuso ogni possibilità di proseguire non solo da calciatore, ma su tutto il fronte agonistico. Come hai reagito a questa negativa previsione? E come sei salito al top assoluto nelle ultra trail?

24 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

Dopo il verdetto dei medici, ho tentato di riprendere l’attività da calciatore, ma essendo uno sport molto fisico e di contrasto, rischiavo continuamente di farmi ancora male. Visto che non ero il sosia di Maradona, tra l’altro giocavo da terzino, ho pensato a possibili alternative pur restando nel mondo dello sport. Nel 2003, dopo aver preso qualche chilo in più, per tenermi in forma inizio a correre sul Naviglio nella zona Sud di Milano. Dopo un po’ di


tempo, un signore che incontravo spesso negli allenamenti, mi consiglia d’iscrivermi ad un gruppo podistico. In pratica la nuova carriera inizia da lì, e in poco tempo mi rendo conto che la corsa è entrata nella mia vita. Ricordo l’entusiasmo e l’emozione nel corso della preparazione della mia prima maratona. Addirittura la notte precedente non chiusi occhio. Continuavo a pensare a come fare tutti quei 42 km. In corsa mi rendo conto che più aumentavano i km e più stavo bene. Tagliato il traguardo, avevo già in testa di farne un’altra a tempi brevi. Oggi sei l’italiano e non solo, più forte delle ultra su strada, uno specialista che snocciola km in modo pazzesco. Come sono stati gli inizi? Come hai realizzato che la stessa maratona era un passeggiata di riscaldamento? Come ho detto sopra, già al debutto mi rendo conto che per le mie peculiarità, il meglio potevo esprimerlo su distanze superiori alla maratona. Una trasformazione quasi incredibile, se penso che la corsa doveva risultare l’alternativa alla sedentarietà. Potrei definirlo un innamoramento, una cotta. Infatti da oltre 15 anni, mi è entrata dentro, diventando la mia grande passione e amica. La voglia di sfidarmi e mettermi sempre alla prova mi piace e mi dà sempre nuovi stimoli. Le maratone sono gli allenamenti che faccio per preparare le gare di ultra; sempre col giusto rispetto per la regina delle corse… Hai una particolarità: non intendi partecipare alle corse in montagna. Perché le rifiuti? Che differenza trovi tra strada e sterrato? Nessuna prevenzione, la semplice conseguenza di chi si allena sempre e solamente lungo il Naviglio, dove non esiste un metro di dislivello, piatto come un biliardo. Il terreno ideale che prediligo. Poi mi piacciono e riesco anche a fare bene le gare con molte salite e discese, ma sempre e solo su cemento o asfalto. Lo sterrato proprio non mi piace e soprattutto non ci so correre sopra. Strada e sterrato per me sono due mondi molto diversi, che richiedono per ciascuna gara, allenamenti completamente differenti. Non hai mai preso parte alle sky running, ma sicuramente le conosci. Che differenza riscontri tra le salite in altura e quelle poco accentuate ma infinite delle ultra? Le salite delle sky sono per me impossibili, dovendole affrontare con altra tecnica e diverso impegno, brevi ma durissime, spesso vere arrampicate su sentieri da capre. Purtroppo, quando sono obbligato a camminare, entro in crisi quasi subito. Mentre lungo le salite anche molto dure e lunghe ma su strada, per le mie caratteristiche risultano tutte corribili, essendo meno tecniche. Indubbiamente molto dipende anche dagli allenamenti che uno svolge. Nel tuo curriculum la Atene-Sparta-Atene qualcosa come 490 km dominata nel 2015 e lo scorso anno la terribile Badwater 217 km nel Deserto della Morte in California a metà luglio. In cosa si differenziano queste due corse al limite della resistenza umana? Rappresentano esami con te stesso. Al limite della resistenza, ma diverse nel contesto tecnico. La Atene-Sparta-Atene rappresenta una ultra tra le più lunghe, quasi 500 km ma si tratta di un percorso climaticamente normale. Quando nel 2015 decisi di provarla, ero reduce dalla Spartathlon corsa in maniera sbagliata, quindi piuttosto preoccupato. Dovevo gestire la distanza senza esagerare. Tra l’altro ti devi gestire autonomamente. Ogni corridore è seguito dalla propria auto, presente un commissario e un addetto per il supporto logistico. Posti fissi di ristoro e punti di controllo. Contatto telefonico con la base operativa. Tutto il resto è affidato alle tue gambe e principalmente alla tua testa. Parliamo di una corsa di 80 ore, che vinsi con uno strepitoso tempo di 78h.49’, record assoluto. Nell’occasione andò tutto bene. Non ebbi crisi e quando staccai il greco Koutsioukos, una leggenda delle ultra, giunto secondo, sei ore dopo, badai a non esagerare. Avevo indovinato tutto, dall’equipaggiamento alle scarpe, in quel caso le americane Skechers, direi magiche visto che al termine non avevo una vescica. È vero che hai rischiato di perdere la corsa per colpa del tuo commissario? Dopo 280 km in piena notte, al posto di ristoro, è sceso dalla macchina entrando in hotel chiedendo una stanza. Voleva assolutamente dormire, altrimenti avrebbe rinunciato al compito. Infatti venne sostituito mezz’ora dopo. Ma l’episodio più simpatico, riguarda un mio desiderio espresso a metà strada. Volevo un gelato al pistacchio, ma nessuno era in grado di soddisfarmi. Ci pensò la mia partner Brenda che avvisò gli organizzatori, e loro me lo fecero trovare all’arrivo.

In una gara così lunga quanto hai dormito? Ho la fortuna di gestire il sonno secondo la mia volontà. Nell’occasione solo tre soste, la prima dopo 24 ore. Mi sdraiavo sul sedile posteriore e pochi secondi dopo ero già partito. Cosa cambia alla Badwater, ultra di 217 km nel Deserto della Morte in California? Semplicemente tutto. Dai costi al clima infernale. Debbo ringraziare la mia società “Impossible Target” che ha raccolto i fondi. Da solo non avrei potuto. A parte che è riservata a soli 100 atleti su 1500 richieste. Il pettorale costa 1500 dollari e le spese lungo la gara sono a tuo carico. Ho preso a nolo una vettura e tre persone al seguito. Gli alberghi costano l’ira di Dio. Ma l’aspetto che fa paura è il clima e l’ambiente. Parti alle 23 in una zona posta 180 metri sotto il livello del mare, con 40°, costretto a mettermi la bandana attorno al collo per non scottarmi la pelle. Si passa dal caldo umido a quello secco con variazioni climatiche che superano i 30°. Per la maggior parte del percorso corri nel nulla, come se inseguissi un fantasma. Abituato a non soffrire crisi, alla Badwater ho perso il conto. Il dépliant della corsa, indicava località (punti di riferimento) che ho attraversato, quali Furnace Creek, il Passo di Townes e di Lone Pine, il lago di Owen e altri. Non ne ricordo neppure uno. A metà gara, chiedo al mio driver Simone quale strada devo prendere: ne vedevo due. “Guarda che è una sola - mi ha risposto – vai diritto e non sbagli”. A 50 km dalla fine, chiedo di fermare la macchina, sfinito al limite delle morte. Invece di entrare nella vettura, scatto come un pazzo e percorro almeno cinque km sotto i 4’, poi crollo, e Simone mi mette in macchina, alza l’aria condizionata e io dormo mezz’ora. Il sonno più bello della mia vita, ma nel frattempo il terzo della corsa, l’americano Harvey Lewis III, esperto di questa gara, ha ridotto il distacco da un’ora a 6’. Mi aspettano gli ultimi 20 km, i più difficili, salendo il Monte Whitney a quota 2530m, con un dislivello attorno ai 2000 metri. Riparto e, passo dopo passo, stacco nettamente Lewis III e riduco il vantaggio del giapponese Wataru Iino, da 90’ a 46’ all’arrivo. Ci crederete, all’arrivo non ti danno neppure la medaglia. Per placare la fame siamo andati a comprarci il solito sandwich e l’acqua. Anche questa è l’America. Quando rientro a casa, mia madre esclama: “Ma dove sei stato, in un campo di concentramento?” Alla Badwater ho lasciato sette chili, da 58 a 51! Una cura costata 13.000 dollari. La prossima impresa? Gare belle che mi stuzzicano ce ne sono ancora parecchie. Per il 2019 mi piacerebbe affrontare la sfida della ‘Brasil135’, ultra di 217km: questa è l’unica corsa al mondo che farei, pur se in pratica è da correre quasi interamente sullo sterrato. Di cui tutti parlano con ammirazione e molta paura. Gemella della Baderwater, ma su un terreno diverso. Proprio perché è tremenda, farei l’eccezione alla regola. Corse al limite delle forze, come si affrontano? Quanto conta l’organismo (cuore e muscoli) e quanto la testa? La voglia di sfidarsi e mettersi alla prova, vedere quali e dove sono i propri limiti sono degli incentivi importanti per affrontare nuove sfide. Nelle ultra la “sofferenza” in gara è sempre da mettere in conto. Come le crisi che ti possono colpire in ogni momento. La differenza sta nelle motivazioni e nella testa. Ovviamente conta la costanza di allenarsi senza mollare mai. Indispensabili alleati per riuscire bene nelle ultra. Poi chiaramente dipende da persona a persona. Ognuno ha le proprie caratteristiche. Le lunghe distanze sono nel mio Dna, faccio molta più fatica a fare delle maratone veloci, anche se in realtà non ho mai preparato una maratona per fare il risultato, ma come allenamenti per le ultra. Ho molta più resistenza e soprattutto recupero abbastanza in fretta. In futuro potresti assaggiare lo sterrato, magari quelle lunghe attraversate sui fianchi di monti celebri, tipo Rosa, Bianco o qualche montagna all’estero? Per il momento lo sterrato e il trail non rientrano nei miei progetti; solo la Brasil135 potrebbe essere l’eccezione, perché il fondo sterrato dovrebbe risultare corribile. Per il resto no trail, dovrei cambiare tantissimo del mio attuale modo di allenarmi e affrontare quelle le sfide. Comunque mai dire mai. Come ti alleni? Da molti anni lavoro alla Regione Lombardia come operatore informatico. Parto da Abbiategrasso, dove abito, alle 6.45 e arrivo a Milano prima delle 8. Stacco alle 16.30. Dal lunedì al venerdì mi alleno dalle 18 percorrendo dai 20 ai 30 km. Dopo cena chatto con gli oltre 5000 amici in tutto il mondo. La maggior parte in Europa, ma pure in Giappone ed ora anche in Cina. La domenica quando non ho ultra, disputo una maratona per migliorare la velocità.

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UN CONFRONTO APERTO di Sara Sottocornola

Potrebbe apparire superfluo, e perfino fuori luogo, ritornare su Fabio Meraldi, dopo che su questa stessa rivista Giuliano Orlando ce ne ha appena tracciato un profilo completo con una eccellente intervista. E in senso assoluto conveniamo che trovarlo di nuovo qui sarebbe davvero improponibile, se, nel suo aspetto relativo, non fosse subentrato nel frattempo un fatto imprevedibile. La novità è rappresentata dalla recente vittoriosa impresa di Marco De Gasperi, 41 anni, che, assistito da Franco Collé nella gestione dell’impresa, il 28 giugno 2018, sulle ripide pendenze del Monte Rosa, nella salita dal centro di Alagna fino alla Capanna Margherita a quota 4554m, secondo i dati della stampa, ha stabilito il nuovo record della corsa in montagna per averne percorso i 32 chilometri in 4h 20’ 33”, impiegando 3h 10’ 40” per la salita e scendendo poi in 1h 9’ 53”. La salita per di più non è stata semplice, a causa della nebbia che ha ritardato la partenza di 15 minuti e ha reso la neve soffice fino a Punta Indren, rallentandone la corsa. Sotto la vetta, le temperature basse e il vento gelido hanno complicato la progressione, ma De Gasperi è arrivato alla Capanna Margherita con un vantaggio di 4 minuti primi rispetto al tempo realizzato dal precedente detentore del record. È a questo punto che per la seconda volta subentra pertinentemente Fabio Meraldi, perché proprio a lui apparteneva l’onore del record che aveva resistito ad ogni assalto per ben 24 anni. Fabio Meraldi e Marco De Gasperi: due generazioni, due uomini simbolo dello skyrunning, che ora si confrontano da vicino nelle rispettive interviste, manifestando sensazioni, opinioni e riflessioni che rendono chiare molte cose di questa disciplina e facendoci capire anche perché finora a nessuno era riuscito per tutti questi anni di fare meglio di un tempo realizzato nell’ormai lontano 1994.

DA CHI HA PASSATO IL TESTIMONE

Fabio Meraldi Ci faresti sapere prima di tutto se l’impresa di Marco De Gasperi al Monte Rosa ti ha colto di sorpresa, e come la giudichi a 24 anni di distanza dal tuo record? Il talento di Marco è grande e indiscusso. Era molto piccolo quando ha iniziato a seguire le prime gare di skyrunning, e da giovanissimo seguiva già l’atletica. Ha vinto tanti titoli, e ora sta realizzando sogni legati alla sua infanzia con risultati eccellenti, grazie alla sua fisicità, all’allenamento e alla tecnologia. Il suo record passa alla storia: l’unica cosa che mi dispiace è che sia mancata l’ufficialità che aveva introdotto Marino Giacometti ai miei tempi. Io avevo i cronometristi ufficiali della Federazione, uno staff medico che ha tenuto traccia di tutti i miei parametri, un’organizzazione molto evoluta per 25 anni fa. Marino aveva introdotto queste regole per rendere paragonabili prestazioni fatte in tempi diversi: oggi però le cose sono cambiate anche per l’influenza degli sponsor. Ma i record di Marco, sia sul Monte Bianco che sul Monte Rosa, sono un grande risultato. Nel 2015, Marco De Gasperi aveva battuto un altro storico record che mi apparteneva: quello sul Monte Bianco, con andata e ritorno da Courmayeur in 6h43′52’’, quando io avevo impiegato 6h45’24” nel 1995. Tu oggi resti detentore dei record sul Monte Kenya, sulla Tofana di Rozes da Cortina, sull’Aconcagua da Plaza de Mulas e sullo Shisha Pagma. I tuoi tempi, compresi quelli stabiliti sulle montagne dove oggi De Gasperi ha guadagnato il primato, sono a dir poco incredibili, se si riflette sui materiali utilizzati ai tempi in cui sono stati ottenuti. C’è una differenza totale anche solo considerando i tessuti dei vestiti e delle scarpe. Il Goretex esisteva, ma non era applicato alle scarpe, che non avevano alcun paragone con oggi in termini di leggerezza e di tenuta. Non esistevano ramponi leggeri, né scarpe da trail running. Oggi ci sono

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ghettine e ramponcini integrati: io sul Monte Bianco ho affrontato la parte alta con una scarpa del giavellotto a cui avevo applicato dei chiodi più lunghi. Avevamo dei prototipi che elaboravamo con qualche azienda disponibile, come la Fila, che aveva prodotto le prime scarpe leggere con la suola a tacchette e non completamente liscia. È cambiato molto anche l’allenamento: noi andavamo incontro all’incognito, senza punti di riferimento di persone che prima di me avessero corso su questi tracciati. Oggi si ha maggiore conoscenza, io però prima che corridore, ero un alpinista, una guida alpina, che conosceva bene la montagna e i ghiacciai avendoli percorsi molte volte con i clienti, e sono sempre stato tranquillo, consapevole di cosa avevo sotto i piedi.


Fabio, sei stato testimone di 30 anni di skyrunning. Come ricordi gli albori di questo sport, e ti aspettavi questa evoluzione? Correre è stato un modo nuovo di andare in montagna, e siamo stati i primi a proporlo. Per “nuovo” intendo come competizione tra diversi atleti e non solo contro il tempo per battere un record. Nelle gare di skyrunning i tempi sono presi e omologati da persone qualificate, e questo è uno degli aspetti che mi hanno entusiasmato di più: misurare era diventato possibile, anche se molti in montagna si rifiutano ancora oggi di fare confronti. Quando dico “noi” mi permetto di parlare anche di Adriano Greco, perché eravamo sempre insieme. Il nostro obiettivo però, non era tanto la velocità né la competizione: era l’evoluzione dell’attrezzatura e dell’abbigliamento. Oggi parlano tutti di leggerezza e traspirabilità, ma solo trent’anni fa si andava in montagna con le magliette di cotone. La corsa in montagna ha portato ad una importante evoluzione dei materiali: oggi ci sono degli scarponi da montagna con pesi irrisori e termicità impressionante: tutte le aziende lavorano per l’innovazione, ma se nessuno avesse dato questo input verso la leggerezza forse non avremmo raggiunto i livelli odierni di tecnologia. All’inizio eravate pochissimi ad apprezzare questo nuovo approccio alla montagna. Sì eravamo in 4 o 5, con Adriano Greco e pochi altri. All’inizio puntavamo alla salita record di vette come Monte Bianco, Monte Rosa, percorrendo nel modo più veloce possibile la via normale. Poi Marino Giacometti ha voluto impostare la corsa in modo più agonistico, inserendo diversi atleti in contemporanea e l’ufficialità del percorso. All’inizio questa proposta sconvolse: andare di corsa era ritenuto una cosa “malefica”, sembrava strano non utilizzare l’attrezzatura tipica di montagna. Ma eravamo guide, conoscevamo la montagna, con i clienti si andava ai ritmi dovuti ma quando eravamo soli, correre a noi piaceva. Le polemiche “etiche” sono state superate? Qualcuno era contro l’orologio, ma la misurazione esterna è imparziale e alla fine se ne sono resi conto tutti. La corsa in montagna c’era già a livello individuale, ma era una cosa personale, di cui quasi non si doveva parlare: ti guardavano male, come un buontempone, come uno che non ha nulla da fare e che rischia. Marino invece l’ha voluta rendere pubblica: si è scatenato un caos tra chi sosteneva che non fosse più alpinismo, che non fosse sport e altre teorie. A mio avviso le montagne possono essere salite in tanti modi, e se la cosa viene gestita con consapevolezza si può comunque fare. Non è mai bene dare giudizi etici “a priori”, il mondo cambia e lo fa velocemente. Avresti mai pensato che lo skyrunning avrebbe avuto un seguito così ampio? Oggi in montagna si trova quasi più gente di corsa che a piedi… A dire la verità sì, ce lo aspettavamo, era impossibile che non avesse successo: la montagna, a differenza della corsa classica, offre un ambiente unico e spettacolare: lo stesso percorso ogni volta è diverso, e non c’è niente da aggiungere a questa bellezza. Lo skyrunning scatena interesse ovunque, anche sotto l’aspetto mediatico: oggi le pubblicità di montagna le usano tutti, una volta non sarebbe mai venuto in mente. La libertà della montagna, che non ha semafori di accesso, permette di fare esperienze e non ha regole, attrae chiunque la assaggi. Nessuno nasce alpinista: ci sono i dotati, gli allenati, ci sta anche la parte brutta come l’incidente, ma se la montagna viene fatta conoscere, non può che prendere piede. La sua evoluzione ha avuto anche un risvolto economico: oggi la montagna crea un lavoro impensabile trent’anni fa. Tu, Greco, Marco De Gasperi e molti altri. Potremmo in un certo senso dire che in Valtellina nascono tutti i talenti dello skyrunning. Cosa c’è di speciale nella vostra terra? In Alta Valtellina c’è un movimento incredibile attorno allo sport: penso che nel 100% delle famiglie ci sia almeno qualcuno che lo pratica. È il territorio che lo favorisce, anzi quasi te lo impone, con quell’anfiteatro di cime che sfiorano i 4000 e ti guardano ogni giorno. Si va in montagna tutto l’anno, in estate di corsa e d’inverno con gli sci, con performance sempre più belle. In questo clima è nata l’Atletica Alta Valtellina e con lei una mentalità che forse a qualcuno potrà sembrare esagerata, ma che trascina. Non è questione di doti fisiche, ma di testa, di voglia.

Casa Di Centa: con Kari a Paluzza, in provincia di Udine.

Hai portato lo skyrunning a quota 8000 metri. Come si “corre” a quelle quote? Non è ancora nato chi può correre vicino a quota 8000, ma si può andare molto più veloce degli altri alpinisti con attrezzatura ridotta e peso limitato. Qualcuno dice che la velocità è sinonimo di sicurezza, ma non si può prescindere dall’esperienza, perché devi saper prendere decisioni in un tempo ridottissimo. Ci sono comunque pericoli oggettivi da considerare. Ma la montagna è bella anche per questo. Qual è l’impresa di cui sei più orgoglioso? Non ce n’è una in particolare. Ma forse la più bella esperienza è stata il Trofeo Kima, che si svolge sul percorso più spettacolare del mondo. Quando arrivi alla Bocchetta Roma e non capisci nemmeno dove va il sentiero, resti senza fiato per la grandiosità del paesaggio. All’inizio sembrava impossibile poter percorrere quel sentiero in poche ore. Andavamo contro l’ignoto, non è come adesso dove comunque puoi avere come riferimento il tempo fatto da altri. E poi non eravamo professionisti: lavoravamo e correvamo nei ritagli di tempo. Era sempre un’avventura. Ora ti occupi di organizzare le corse, piuttosto che di battere record. Come ti trovi dall’altra parte della barricata? Sono Presidente onorario nella Fisky, Federazione italiana skyrunning, sono molto orgoglioso che il CONI abbia riconosciuto questo sport e ci permetta così di tutelare le competizioni Fisky dal punto di vista della sicurezza. Questo è il grosso problema oggi, dal punto di vista organizzativo. La responsabilità è diventata una questione prioritaria, in passato si andava più “alla buona”, oggi se succede qualcosa si scatenano problemi infiniti. Organizzare competizioni di una certa difficoltà non è facile e le complicazioni, tipo il ghiacciaio, sono state quasi tutte eliminate; i sentieri sono stati attrezzati nei passaggi complicati. Abbiamo dovuto creare l’organizzazione da zero e adeguare ogni cosa affinchè tutti potessero partecipare.

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A CHI È TUTTORA IN CORSA

Marco De Gasperi

Foto: Roberta Orsenigo

Quarantun anni da record. Così potremmo definire la carriera di Marco De Gasperi, l’atleta valtellinese che si è dimostrato capace di stabilire primati storici non solo sulle montagne, ma anche in competizioni particolari come quelle sui grattacieli. Eclettico, determinato e con una irrefrenabile voglia di correre su ogni terreno, De Gasperi è nato a Bormio (So) il 5 aprile 1977. Carabiniere forestale, tesserato per l’Atletica Alta Valtellina, ha iniziato a raccogliere titoli e successi a livello italiano e internazionale a metà degli anni Novanta. Ha vinto 6 titoli mondiali di corsa in montagna e si è messo alla prova correndo gare in ogni angolo del mondo, dal Borneo alle Canarie, con tempi incredibili e battendo campioni internazionali come Ricardo Mejía, Kílian Jornet Burgada, Jonathan Wyatt. Ma le performance a cui è più legato sono quelle che sognava da ragazzino e che sta realizzando in questi anni: il record sull’Ortles (2h 36’ 49” andata e ritorno da Solda), nel luglio del 2015, sul Monte Bianco (6h 43’ 52” andata e ritorno da Courmayeur), per la via degli Italiani, dal rifugio Gonella, e sul Monte Rosa (4h 20’ 33” andata e ritorno da Alagna). Ha da poco intrapreso l’avventura nel mondo dell’Ultra Trail, arrivando quarto recentemente alla CCC® dell’Ultra Trail du Mont Blanc, la gara di trail più famosa al mondo, intorno al Monte Bianco.

Ci complimentiamo vivamente con te per la nuova conquista di un prestigioso record, che allunga la collana del tuo curriculum, dove già brillano due rare perle come record assieme alle tante vittorie ottenute in importanti gare. Durante il percorso di questa ultima impresa, non sei mai stato sfiorato dal dubbio o dal timore di non riuscire a concludere con la vittoria un progetto che forse avevi sognato a lungo? In discesa, a Punta Indren ho capito che avrei dovuto spingere il più possibile, visto che il percorso stava diventando più corribile. Sapevo che quel tratto era l’ultima possibilità per il record, ma solo a tre chilometri dalla fine ho capito che ce l’avrei fatta. Rendo merito al grande tempo di Fabio Meraldi con il quale mi sono sentito all’arrivo. Si è complimentato e mi ha fatto un enorme piacere. Dietro questo risultato, non supportato da condizioni di forma eccellenti, c’è sicuramente la mia grande passione per questo sport, per il quale anche in passato ho saputo correre più col cuore che con le gambe. Dedico questi record alle mie bambine, Lidia e Cecilia: ora finalmente tornerò a fare il papà. Marco, tu sei uno dei nomi più noti dello skyrunning italiano e mondiale, e sei ai livelli top da ormai oltre due decenni. Come ci riesci? Posso dire di essere uno dei “vecchi” atleti che hanno visto nascere la corsa outdoor, ne ho vissuto le diverse ere e provato le diverse specialità. Dai primi anni ‘90 ad ora sono cambiate tante cose, e ho provato tutto ciò che riguarda questa disciplina per trovare sempre stimoli nuovi, anche se non mi sono ancora lanciato sulle lunghissime distanze. Hai citato le ultra-run, che oggi sono molto di moda. Cosa ne pensi? Sicuramente lì c’è oggi il vero boom della corsa in montagna. È il fascino dell’avventura: le gare durano molte ore, anche diversi giorni e notti,

mettono a dura prova i concorrenti e coinvolgono in avventure stimolanti che fanno sognare il pubblico come non può succedere per una gara di un’ora. È una prospettiva molto diversa dagli anni scorsi. Pensi di misurarti con questo tipo di competizioni? Un piccolo passo l’ho fatto a giugno correndo la mia prima 80 km alla Transvulcania, gara trail running e skyrunning che si svolge nell’isola de La Palma (Canarie). Ero alle primissime armi dopo un inverno in cui non sono riuscito ad allenarmi benissimo, ma gestendo la gara con un po’ di testa sono riuscito ad arrivare fino al 4° posto. È un punto di partenza per me. Non credo di essere portato per fare gare molto più lunghe di queste: sono sempre stato un atleta forte sui ritmi veloci e invertire la tendenza per portarmi su gare dove conta di più la resistenza non è facile. Le gambe si stancano prima, è molto differente, richiede anche un cambio di mentalità. Fino a 80 km puoi ancora fare una performance atletica, oltre bisogna essere dei trattori, dei duri che non mollano, capaci di superare crisi anche mentali. I campioni nelle ultrarun hanno caratteristiche molto diverse dalle mie. Comunque mi affascinano, e a settembre ho provato l’Ultra trail du Mont Blanc, punto di riferimento mondiale per queste gare. Nella tua carriera hai dimostrato di amare le sperimentazioni e di essere capace di metterti alla prova in diverse specialità. Penso ai grattacieli… cosa ha significato per te quell’esperienza? Diciamo un “colpo di testa” di gioventù, una moda che volevo provare. I “fondatori” dello skyrunning volevano allargare il pubblico alle città con corse simboliche sui grattacieli, e mi hanno chiesto di provare. Mi divertivo con le corse più lunghe con almeno 10 minuti di gara, dove potevo esprimermi meglio. Era un mondo un po’ inesplorato e c’è stato spazio anche per me.

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Qual è il tuo segreto? Madre natura mi ha donato un fisico leggero e atletico che con l’allenamento mi ha permesso di arrivare ai risultati a cui ambivo. È sicuramente una fortuna, merito dei miei genitori; grazie a queste doti ho potuto fare della mia passione una professione. Adesso a cosa ti dedichi? Sono un carabiniere forestale. Oltre al servizio, mi dedico anche all’organizzazione di eventi e skymarathon, anche se sono ancora un atleta. Il resto del mio tempo è per l’allenamento e la famiglia: gli impegni sono tantissimi, ma sono ancora abbastanza bravo a gestire le situazioni. Hai corso negli ambienti più diversi in giro per il mondo, qual è stata la tua esperienza più bella? Sceglierne una è impossibile. Ho visto tanti posti stupendi, ho corso su creste e ghiacciai, ma anche in luoghi stupendi dove le montagne sono lontane, come in Patagonia. Resto sempre stupito per la magnificenza dell’ambiente. Ma forse le montagne a cui tengo di più sono quelle dove mi sono preparato e organizzato da solo per battere record, come il Monte Bianco, l’Ortles e il Monte Rosa, perché sono legate a progetti di quando ero ragazzino. Realizzarli e viverli è stato incredibile, richiede molto impegno e correre da solo ti fa vivere l’esperienza in un altro modo. Sei uno dei pochi ad aver tenuto testa a Kilian Jornet, battendolo nonostante dieci anni di età in più… Lui è un grandissimo atleta. Sono arrivato a gareggiare con Kilian quando ormai avevo passato i 35 anni e non ero più nel mio top di condizione atletica. L’ho battuto, ma credo sia uno scalino sopra di me, anche dal punto di vista della preparazione: si allena in modo completamente diverso, e lo fa a 360°. Non è un talento solo nello skyrunning: è un camaleonte che gestisce tantissime competizioni diverse.


Marco De Gasperi ritratto mentre è impegnato sugli ultimi tratti dell’estenuante salita che lo porterà a conquistare il nuovo record del percorso di andata e ritorno da Alagna Valsesia alla Punta Gnifetti, sul versante orientale del gruppo del Rosa. [Foto: Giacomo Meneghello]

Nessuno è al suo pari, e credo non ci sarà per tanti anni. Io non riesco più a dedicarmi così tanto all’allenamento e alle competizioni, anche solo per la famiglia che richiede attenzione. Ho due bambine piccole: anche mia moglie è atleta e sa cosa significa, ma quando non sei più solo cambia la prospettiva. Quando ti è venuta la passione per la corsa? Da piccolissimo. Mio padre è stato un atleta molto bravo e teneva molto ai giovani, ci spingeva sia verso lo scialpinismo sia verso la corsa in montagna negli anni in cui questo sport ha iniziato a prendere piede e a trasformarsi da

attività amatoriale a competizione. Così ho iniziato ad appassionarmi e a sognare di diventare anch’io un giorno un atleta. Determinante per me anche l’esempio di Fabio Meraldi e Adriano Greco, pionieri di questo sport e per me una guida. Questo amore per la corsa in montagna sembra dilagare tra molte persone comuni, che magari non fanno sport abitualmente. Cosa ne pensi? Io credo che l’amore per la corsa ci sia sempre stato. C’è stata però una crescita dei runner: chi correva maratone sulla strada ha iniziato

ad apprezzare la natura, a scoprire l’ambiente della montagna coi suoi boschi e i suoi panorami. Passa un po’ in secondo piano il cronometro, ma le emozioni che ne derivano sono molto molto più forti: la montagna coinvolge l’atleta. All’estero questo sentimento è ancora più spiccato. Mi capita di andare in Argentina dove ci sono ci sono corridori che lavorano in ufficio tutta la settimana e poi viaggiano per diverse ore da Buenos Aires alla Patagonia per immergersi nella natura, piuttosto che rimanere in città per la maratona tradizionale.

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SPORT PER PASSIONE

TOR DES GÉANTS® – LA COMPETIZIONE CHE ATTRAVERSA IN QUOTA: MONTE BIANCO, MONTE ROSA, CERVINO, GRAN PARADISO DF SPORT SPECIALIST TRA I GIGANTI DEL TOR

Un passaggio a Ollomont [Foto: Giacomo Buzio]

L’azienda ha sponsorizzato la 9° edizione dell’endurance trail che si è svolto dal 9 al 16 Settembre 2018 lungo i sentieri delle Alte Vie 1 e 2 della Valle d’Aosta di Cristina Guarnaschelli

Le premiazioni a Courmayeur [Foto: Stefano Jeantet]

Le borse aspettano i concorrenti alla base vita di Ollomont [Foto: Roberto Roux]

È una stagione intensa e ricca di appuntamenti di prestigio per DF Sport Specialist, sempre a fianco di importanti manifestazioni sportive, sulla scia della filosofia aziendale “dove c’è sport, c’è passione”. Fortemente legata e attiva sul territorio lombardo con la partecipazione e organizzazione di numerosi eventi, l’azienda ha ampliato quest’anno i suoi orizzonti ai sentieri della Valle d’Aosta supportando il Tor des Géants®. La gara, un endurance trail tra i più famosi al mondo, si corre lungo i 330 km di percorso, con 24.000 metri di dislivello positivo, con partenza e arrivo a Courmayeur, alle pendici del Monte Bianco. Per la prima volta DF Sport Specialist è presente alla manifestazione, ed ha realizzato, in collaborazione con Montane, le borse, che i concorrenti, 886 (di cui 103 donne) provenienti da 70 paesi e 5 continenti, hanno trovato ad ogni base vita lungo il percorso. Il Tor è un evento speciale, ricco di emozioni, sia che per chi lo corre, chi lo vive da volontario, o meglio “VolonTor” (quest’anno 2000 persone), da supporter degli atleti o semplicemente da spettatore, consapevole in ogni caso di essere di fronte a dei Giganti. “La montagna è da sempre nel dna di DF Sport Specialist - afferma Sergio Longoni-: il settore dell’outdoor è sempre stato molto importante per noi e, negli ultimi anni, lo è diventato ancora di più, grazie alla crescita degli appassionati e allo sviluppo di nuove discipline legate all’outdoor. Siamo felici di questa partnership con il Tor des Géants®, una manifestazione prestigiosa e conosciuta a livello internazionale che ci permette di far conoscere il nostro brand e la nostra passione per la montagna.” Per la cronaca, sono 534 gli ultrarunner che hanno portato a termine questa 9° edizione della manifestazione: sul gradino più alto del podio maschile Franco Collé, 39 anni di Gressoney-Saint-Jean, con il tempo di 74 ore e 3 minuti e a soli 37 minuti di distacco Galen Reynolds, 34 anni, il canadese che ha preceduto l’altoatesino Peter Kienzl, 43 anni, che ha concluso con il tempo di 77 ore e 31 minuti. Per il podio femminile, 1° posto per la spagnola Silvia Ainhoa Trigueros Garrote (87h50’31), seguita dall’italiana Scilla Tonetti (95h54’35) e dalla britannica Jamie Aarons (95h54’35). Al Tor des Géants® DF Sport Specialist è stata rappresentata da due atleti che hanno saputo interpretare la gara al meglio, non solo per il suo aspetto competitivo, ma soprattutto anche per lo spirito della manifestazione, regalando grandi emozioni a chi li ha seguiti lungo il percorso. Parliamo di Luca Guerini, che, a fine agosto, ha corso la PTL una delle gare dell’UTMB® (si corre in squadra, fuori dai sentieri battuti e su un percorso di 300 km e 25 000 metri di dislivello positivo) e Roberta Peron che in preparazione al Tor ha partecipato all’Ironman di Nizza. Da loro abbiamo raccolto un breve racconto, denso di emozioni e di ricordi del loro “viaggio”.

Il passaggio di un concorrente alla base vita di Gressoney [Foto: Giacomo Buzio]

[Foto: Alexis Courthoud]

ROBERTA PERON

30 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

Amante della montagna, Roberta arrampica, fa sci alpinismo, alpinismo, cascate di ghiaccio e triathlon. A queste passioni Roberta ha aggiunto, nel 2007, le gare di ultratrail correndo la Via Marenca. Nel corso degli anni ha partecipato a gare in tutto il mondo, 3 edizioni della Cro-Magnon, UTMB 2008, Toubkal Trail Marocco 2009, Diagonale des Fous (2010, 2014), PTL (2009, 2014, 2016, 2017), 100 km in Libia nel deserto, la grande corsa bianca, Lanzarote Extreme 2007, 100 Miles Istria 2014, 2017, Ultra Tour du Beaufortain, Lavaredo Ultra Trail, Dolomiti Sky Run 2014, Dolomiti Extreme 2017, Ipertrail La Corsa della Bora 2018. Ha partecipato all’edizione 0 del Tor e alla prima, oltre che a quest’ultima. Nel 2013 è stata VolonTor facendo servizio scopa da Valgrisanche a Cogne e in accompagnamento della fine del gruppo fino all’arrivo. Roberta ha concluso il TDG 2018 al 503° posto.


Non avevo programmato nulla, l’accoppiata PTL e TOR nasce casualmente perchè a volte i sogni si avverano o gli ostacoli si allineano. Così quando DF Sport Specialist mi ha dato la possibilità di partecipare a questo Tor decido di cogliere l’occasione al volo, non per fare chissà quale impresa dopo la PTL ma perché è impossibile rinunciare ad un secondo sogno solo perché uno si è avverato. Domenica, rientro da Chamonix con molti dubbi, ginocchia scricchiolanti (regalo di qualche km di pietraie) ma l’apparente sensazione di essere muscolarmente abbastanza integro (giusto per vedere il bicchiere mezzo pieno) ed un arretrato di sonno da smaltire. Inizio la seconda settimana di ferie, di quelle che odio quelle che mi danno la sensazione di essere sprecate ed inutili, imprigionato in casa alternando un po’ di riposo e i preparativi per i materiali e lo zaino, giorni pieni di dubbi soprattutto per un ginocchio dolorante ma spero che il riposo serva ed evito quindi di accennare anche il minimo tentativo di corsa. Unica nota positiva è che ho voglia di mettermi sotto quella linea di partenza e di ripercorrere le alte vie della Val d’Aosta. Sabato, ritiro il pettorale in mezzo a tutti i top runners e mi chiedo cosa ci faccio lì e per di più stanco con un bel carico ancora da smaltire: la tensione inizia a diminuire con l’avvicinarsi della partenza. Finalmente domenica a Courmayeur inizia l’avventura, sono lì in griglia, nel primo gruppo con un sole come a ferragosto, Vasco ti ricorda “e sono ancora qua” e poi lo start ed i pensieri azzerati ed in quel momento in mezzo a tanti top

runners, penso che devo dimenticarmi la PTL perché non può essere un alibi per andare più piano e devo rientrare in modalità racing on. Come da previsioni, nessuna sorpresa, tutti a bomba come se non ci fosse un domani, ma mi ricordo che qualche domani ci sarà da gestire per ritornare a Courmayeur e decido di non esagerare alla ricerca di un ritmo gestibile convincendo le gambe a collaborare nonostante il dislivello già accumulato in questi mesi. Un condensato di emozioni incredibile, se penso che, concatenando le due gare, i numeri portano a 639 Km e 56.000 di dislivello in un totale di 228 ore e 47 minuti ore di emozioni, divise tra le 135 ore tra il tecnico e wild della PTL e 93:45 nel più agonistico Tor con ritmi gara leggermente superiori: faccio fatica a ricordare i passaggi più critici o i colli e le forcelle più belle ma confido che mi resti memoria di almeno un decimo dei sentieri percorsi in questi giorni. Per ora sembra tutto ricondotto banalmente, a grandi lavaggi ai piedi (peraltro utilissimi), pranzi “ospedale style”, liste di santi non nominati esattamente con devozione ma in realtà poi c’è dell’altro altrimenti non tornerei sempre volentieri su questi sentieri del Tor: dell’altro fanno certamente parte i nuovi amici con cui condividi parte della fatica, la sfida di arrivare al traguardo nonostante gli imprevisti e certamente i paesaggi spettacolari delle alte vie. Eccezionale come al solito la macchina organizzativa con i volontari sempre con la massima disponibilità in ogni situazione. Buoni propositi per il 2019, alleggerire lo zaino e riprovarci ancora per migliorarmi se ne avrò l’opportunità.

IL TOR DI ROBERTA PERON

sorridendo.. Sono stata molto felice. Emozioni condivise, soprattutto con gli stranieri che vedevano in me una sorta di aiuto (conoscendo i tratti ed i tempi, molte volte ho dato indicazioni). Emozione nel veder apparire tutto ciò che mi aspettavo... Emozione nel vedere commossa la mia amica al Malatrà. Ricordo bene il mio pianto quando ho partecipato all’edizione zero del Tor… sapendo che presto tutto sarebbe finito. Allargare lo sguardo, cercare di raccogliere quanto di più possibile. Riempirsi gli occhi ed il cuore perché quello che si prova non lo trovi in nessun altro modo. Il traguardo è quello che sogni di più all’inizio del Tor ma quando ne percepisci la presenza vorresti fosse spostato un po’ più in là. Quest’anno sono arrivata con Luigia, splendida e forte donna di Courmayeur. Il nostro traguardo è stato magico, accompagnato dai Beuffon di Courmayeur... Una lunga sfilata per tutto il corso, con soste di birra e prosecco offerti prima dell’arrivo. Gli amici tutti ad attenderci. Tutto scompare, le fatiche, i dolori, le crisi di sonno accantonate. Gli occhi si illuminano della luce raccolta, i profili delle montagne sfumano, le nebbie svaniscono e la realtà ci viene incontro con luce diversa. Il traguardo ci rende migliori, le emozioni sono

Al Tor des Géants® ogni persona arriva con un suo bagaglio fatto di infortuni, malattie, dolori, pensieri... Il bello dei nostri viaggi è che la maggior parte delle volte si diventa un po’, anche se limitatamente per quel periodo, superiori a tutto ciò. Tutto diventa relativo. Ci si sente e si è... più liberi. Le emozioni di questo Tor: parto dalla fine, l’arrivo festeggiato dai Beuffon di Courmayeur (personaggi in costume simbolo del Carnevale) e mano nella mano con una persona speciale trovata lungo il percorso con la quale ho condiviso parte del viaggio. A questo Tor arrivo a parteciparvi a sorpresa, grazie a DF Sport Specialist e questa è la prima emozione che mi sono portata per tutto il viaggio. Conosco il Tor, ho rivissuto situazioni passate mentre ripercorrevo i suoi sentieri. Cercavo i panorami e li vedevo anche se la nebbia a volte li copriva. Sono partita da sola, mi piace perché riesco ad andare a sensazione e così non soffro lo stress. Poi però so che sono una persona estroversa e che va verso l’altro. Non sono mancate le chiacchierate con chi si trovava accanto a me. Cercavo il divertimento e l’ho trovato. Correvo estasiata nel mio mondo e lo ringraziavo

[Foto: Stefano Jeantet]

IL TOR DI LUCA GUERINI

LUCA GUERINI Atleta non professionista di ultratrail running in distanze di oltre 100 KM o di più giorni come il TDG. Luca si allena nel tempo libero sia con la corsa che con lo scialpinismo in inverno. Nella stagione agonistica delle gare ultratrail Luca partecipa a molte gare per conoscere nuovi luoghi ma la corsa a cui è più legato è sicuramente il Tor des Géants® che ha fatto più volte negli ultimi anni ed anche il 4K. Tra i migliori risultati, il 15° posto assoluto al Tor 2017 e 7 assoluto al 4K nel 2016. Nel 2017 ha vinto la 24H Monte Prealba valevole come prova unica del campionato Iuta dei 24 H trail, nel 2018 tra le gare la S1 Ipertrail 100Miglia e la 36H Monte Prealba. Luca ha concluso il TDG 2018 al 19° posto.

difficili da dimenticare. Ho lasciato il cuore su quei sentieri. Non sono i “miei” sentieri, vengo dal Veneto. Quando mi fu chiesto se volevo essere una dei tester del Tor, all’edizione zero di nove anni fa, non mi pareva vero. Dentro di me era già un “sì” determinato, ero già in trepidazione. Fu un’avventura: reduce dalla PTL della settimana prima (5 giorni di gara in autonomia sui monti), non vedevo comunque l’ora di partire. Fu veramente dura, il meteo avverso non ci facilitò, ma il gruppo era tosto e riuscimmo a fare tutto. Non sono una velocista ma sono tenace e determinata e soprattutto non mi abbatto di fronte agli imprevisti. Doti secondo me fondamentali abbinate all’entusiasmo. Il Tor per me è ritornare a casa. Sui suoi sentieri rivivo il passato, mi sento tranquilla, sembra che io sia sempre vissuta lì.. Non temo nulla, mi sento libera. Silvano Gadin dice sempre che il Tor è vita e non sbaglia... parti che sei una persona, arrivi che sei un’altra. Si ha tempo di immergersi nella natura e farsi tante domande… La sofferenza apre innumerevoli porte verso la conoscenza di se stessi. I pensieri man mano svaniscono e si diventa ricettivi. Il Tor è un viaggio con e dentro se stessi.

Uomini&Sport | Ottobre 2018 | 31


AMICI IN CORRISPONDENZA...

Nel presentare questo articolo, non vorremmo che si pensasse che “Uomini e Sport” sia a corto di argomenti o che, in ogni modo, da ora sia possibile dare spazio e disponibilità anche a ciò che esula dall’interesse per lo sport. Quella che segue è la relazione che ci è stata passata da un nostro lettore, di Lugano, che si dichiara insieme “cliente affezionato di DF Sport Specialist”. Considerandolo non semplicemente come cliente, ma soprattutto, come ci sembra, un “amico”, siamo ben lieti in questo senso di accogliere quanto ha scritto per noi, non esitando ad intendere il suo articolo come una collaborazione valida per la rubrica “Amici in corrispondenza…”. Ci auguriamo anzi che il suo intervento possa invogliare altri lettori, e sono ormai tanti, a corrispondere con la redazione per segnalare critica o apprezzamento, per suggerire nuovi indirizzi o richieste varie: tutto perché la nostra rivista risulti sempre più appagante per coloro cui è rivolta.

Da Oscar Sicilia, “Mi trovo nell’himalaya indiano, vicino al confine con Cina, Tibet e Pakistan, nelle regioni dell’Uttarakhand e del Kashmir. La prima e la seconda volta che sono stato in India mi ero ripromesso di non tornarci più, perchè viaggiare in questo paese è tutt’altro che una vacanza. L’India appare sovente caotica, sporca, inquinata, sovraffollata, rumorosa, imprevedibile, incomprensibile, spesso incivile, con una povertà/degrado che ti vien messa crudamente davanti agli occhi. Malgrado ciò, il richiamo animico e spirituale verso questo paese supera ogni logica. Un viaggio in India (culla della spiritualità) è anche un viaggio interiore, una scuola di vita, che ti mette fortemente in discussione ed alla prova a livello umano. Si passa facilmente da uno stato d’animo all’altro. Gli indiani possono ispirare, esasperare, entusiasmare e confondere allo stesso tempo. Detto ciò, conviene lasciarsi trasportare il più possibile dalla “corrente”. Nei precedenti lunghi viaggi, ricordo bene quando in presenza di maestri spirituali, asceti, luoghi sacri ed energetici o in circostanze apparentemente banali, mi sono ritrovato in uno stato di grazia a piangere per la semplice gioia di essere, di respirare, di camminare, di ammirare un volto o un fiore senza catalogarlo. Quante volte ho percepito la sacralità nei semplici gesti o stati di beatitudine ed estasi dove niente era più importante ma ogni singolo secondo era intenso e pieno. La mente razionale e l’ego si mettevano da parte ed esisteva solo il momento presente e l’unità con il creato. Gli indiani sono molto devoti e fedeli alla loro religione, il che fa pensare che siano anche spirituali. In realtà circa il 4% della popolazione pratica veramente un vero e profondo cammino spirituale. Gli altri seguono semplicemente una spiritualità di superficie fatta di riti e cerimonie, quasi di consolazione (perdona il termine) data dalla tradizione e cultura.

32 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

Camminare per strada è un’esperienza molto intensa. Tutti i giorni, in termini di traffico e clacson, sembra quando l’Italia vinceva i mondiali. La vità delle persone scorre al 90% all’esterno e sembra d’essere in un film con una scenografia come cent’anni fa da noi. Per strada, il barbiere fa barba e capelli, passeggiano le mucche, il fruttivendolo con il suo carretto pesa la verdura con la bilancia con i pesi, il calzolaio per terra ripara scarpe, il ragazzo vende succhi di canna da zucchero pressato a mano, il “meccanico” ripara l’auto a bordo strada con attrezzi rudimentali, l’anziano stira le camicie con il ferro da stiro a carbone, la mamma lava il suo piccolo alla fontana che viene pompata a mano, addirittura il “fornaio” che con il suo carretto sforna biscotti appena cotti nel suo forno a legna ambulante, oppure “il pulisci orecchie” ambulante, il lattaio che consegna il latte in bicicletta, e nei campi la terra viene arata con i buoi. Dalla foce alla sorgente, dall’oceano indiano alle montagne himalayane, un viaggio dentro il viaggio. Mi godo la vita di paese, facendo amicizie sia all’asrham (monastero) che fuori. In India capita d’incontrare persone molto semplici, modeste e, perdona il termine, quasi primitive che, s’intuisce, non hanno quasi nulla, che vivono “all’aperto”, alla giornata, (non intendo per forza i mendicanti), ma interagendo con alcuni di essi, taluni mi trasmettevano un senso di pace e serenità d’animo, accompagnato da sorrisi molto intensi e genuini, che mai mi sarei apettato visto la loro condizione. Tali persone sono probabilmente sereni perchè vivono maggiormente in sintonia con la natura, ovvero all’aperto e con dei ritmi e stili di vita ben diversi dai nostri. Nella loro innocenza o ingenuità probabilmente non hanno il condizionamento mentale della dualità (giusto-sbagliato, bello-brutto) o di dover possedere questo o quello e non hanno chissà quali ambizioni, e se comunque arriva qualcosa, come bambini, sanno gioire delle cose semplici. “Simply life, happy life”.


INVITO ALLE FERRATE

CermiSkyline: rinnovata la ferrata dei laghi Verso la vetta del Castel del Bombasel, attraverso selvaggi ed inaspettati panorami Testo e foto di Franco Gionco

Raggiunta la cima Paion del Cermis 2230m con gli impianti di risalita, troviamo subito un pannello informativo con tutte le indicazioni riguardo la ferrata ed il percorso da seguire. Il punto di partenza si raggiunge in 40 minuti, percorrendo l‘ampio sentiero L03/353, fino ai Laghi di Bombasel. Oltrepassato il punto di partenza (start point), segnato da un secondo cartello informativo, si prosegue sullo stesso sentiero L03/353 fino a raggiungere la Forcella del Macaco, 2.278m, dove troveremo le indicazioni per Bombasel Vertigo. Qui, la ferrata CermiSkyline, superando le balze verticali della cresta Nordest, sale verso la massiccia mole del Castel del Bombasel, a 2535m. Raggiunta la croce di vetta inizia la discesa che si effettua a senso unico lungo la Bombasel Highway, il percorso attrezzato sulla cresta Nordovest, fino a raggiungere la Standing Stone. Da qui, lungo il sentiero L04 si torna al punto di partenza chiudendo l’anello. Il rientro verso il Paion del Cermis avviene per lo stesso sentiero L03/353 dell’andata. Difficoltà Ferrata con brevi passaggi di media difficoltà. Bombasel Vertigo, come suggerisce il nome, offre ad escursionisti preparati ed esperti anche alcune varianti più difficili, che si staccano e si ricongiungono con la principale via di salita, dove in tutta sicurezza, si potranno superare affascinanti passaggi. Dislivelli Salita 315m ca. Dalla vetta del Castel del Bombasel si possono ammirare tre laghi che specchiano il cielo: i laghi di Bombasel, a 2267m, il lago di Lagorai, a 1868m, e i laghetti delle Sute o di Lagorai, a 2266m, tutti nella Val di Fiemme, Gruppo del Lagorai, Alpi Trentine.

Uomini&Sport | Ottobre 2018 | 33


ABBIAMO LETTO PER VOI

a cura di Renato Frigerio

“MANOLO – ERAVAMO IMMORTALI” di Maurizio Zanolla

Le caratteristiche: 414 pagine – copertina a 2 ante – foto b/n – formato cm. 14x21,5 – Euro 20,00 – Fabbri Editori.

Manolo è il mitico appellativo con cui veniva indicato, e che ancora continua ad essere chiamato Maurizio Zanolla, l’alpinista bellunese, nato a Feltre e da anni residente a Transacqua in Trentino, che negli anni settanta e ottanta si è posto sulla cresta dell’onda dell’arrampicata, divenendo il caposcuola e il simbolo di un nuovo stile che ha praticamente estremizzato le già spericolate acrobazie degli arrampicatori di ogni tempo. Giunto ora alla soglia dei sessant’anni, viene finalmente convinto a scrivere per la prima volta qualcosa di sé. Non lo fa, come forse lo si sarebbe aspettato, presentando buona parte delle sue incredibili conquiste storiche di pareti di impressionanti difficoltà, ma scegliendo di limitarsi a parlare della parte più lontana e nascosta della sua vita, iniziando dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, per fermarsi al punto in cui, poco più che ventenne, aveva ormai raggiunto la piena maturità nell’”arte” di arrampicare, allo stesso modo dello stile di vita come era stato da lui inteso e praticato. Questo suo duplice atteggiamento, cui si è rigidamente attenuto senza indulgere a compromessi, traspare nitidamente nel suo racconto autobiografico, pure se qui è contemplato un breve tratto della sua vita. Chi poi lo ha potuto seguire nella sua lunga e sbalorditiva attività successiva non avrà difficoltà a riconoscere che il suo percorso umano e alpinistico non si è più discostato dall’indirizzo così bene descritto nel suo libro. “Eravamo immortali” indica qui l’espressione con la quale Manolo si riferisce alla convinzione con cui lui e i suoi amici di cordata in quel periodo affrontavano ogni repulsiva parete senza ricorrere alle protezioni con cui gli altri alpinisti si assicuravano. Lui certamente, a differenza di alcuni di questi amici, grazie anche alle sue eccezionali doti congenite, è riuscito a sopravvivere, “immortale”, nonostante la morte beffarda gli si sia affacciata ripetutamente e molto da vicino, anche quando era ancora nel fiore degli anni. Tutto ciò è incluso nel volume, che comunque afferra sempre e trascina, capitolo per capitolo, per la spontaneità e la scorrevolezza di un’accurata descrizione degli ambienti di avvincente bellezza da lui frequentati e dei personaggi che ci rende presenti e interessanti, per averli conosciuti ed accolti nel suo animo sincero e generoso.

“CERRO TORRE – 60 ANNI DI ARRAMPICATE E CONTROVERSIE SUL GRIDO DI PIETRA” di Kelly Cordes

Le caratteristiche: 408 pagine – copertina a 2 ante – foto b/n e colori – formato cm. 23x15,5 – Collana “I Rampicanti” – Euro 21,00 – Edizioni Versante Sud.

34 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

“Questo libro è lo sguardo più ravvicinato che sia mai stato dato alla lunga storia alpinistica del Cerro Torre. L’approccio di Kelly Cordes, accuratamente documentato e privo di pregiudizi, è coinvolgente”. Da queste righe con cui Rolando Garibotti apre la sua introduzione a “Cerro Torre – 60 anni di arrampicate e controversie sul Grido di Pietra”, si può prendere obiettivamente atto del valore storico e alpinistico di un volume che si aggiunge, per nulla superfluamente, alla già ampia bibliografia e storiografia che ha avuto origine dalla più mitica montagna patagonica. Vale la pena citare anche che la frase conclusiva della prefazione di colui che viene ritenuto il miglior alpinista ed esperto del massiccio di El Chaltèn: “Questo è un libro che va letto, sia che siate interessati nei dettagli della storia alpinistica del Cerro Torre, che negli sfolgoranti, evidenti angoli ciechi che tutti noi abbiamo”. Che poi il volume venga garantito soprattutto da un autore competente e autorevole, basterà sapere che Kelly Cordes, alpinista americano che nel 2007 ha realizzato, assieme a Colin Haley, una prima salita “by fair means” fino alla vetta del Cerro Torre, è stato considerato da Tommy Caldwell “una persona che incarna lo spirito dell’alpinismo più di qualsiasi altro di sua conoscenza e che viene da lui ammirato come uno dei suoi narratori preferiti, per come si dedica completamente alla scrittura e alla montagna”. Si potrà, si dovrà anzi, continuare a parlare e a scrivere attorno al Cerro Torre, perché questa montagna, insieme alla storia emozionante e controversa degli audaci che si sono dedicati alla sua conquista, merita di tener sempre desta l’attenzione di chi ama l’alpinismo sotto tutti gli aspetti. Bisognerà comunque aver sempre presente che nel fare ciò, d’ora in poi, non si potrà mai più prescindere dall’impostazione e dalle conclusioni del volume di Kelly Cordes.


“UN SOGNO LUNGO 50 ANNI – STORIE DELL’ARRAMPICATA FINALESE 1968-2018” di Alessandro Grillo

Le caratteristiche: 324 pagine – copertina a 2 ante – foto b/n e colori – formato cm. 23x15,5 – Collana “I Rampicanti” – Euro 19,90 – Edizioni Versante Sud.

Si amplia ogni anno di più la schiera dei climber che corrono sulle strade della Liguria per raggiungere le ammiccanti falesie che si nascondono sulle alture di Finale. Si potrebbe dire che qui è stata trovata una preziosa miniera che ora va a ruba tra gli appassionati dell’arrampicata, con un richiamo che va ben oltre i confini nazionali. Eppure questo era un tesoro ignorato a lungo, quando invece questa nuova disciplina arrampicatoria aveva un seguito ormai smisurato su tante altre falesie. Le falesie finalesi sono in effetti una scoperta relativamente recente, e la loro storia strana e inconsueta, che inizia nel lontano 1968, viene ora svelata sotto ogni aspetto, come risulta raccontata da Alessandro Grillo, che fu tra i primi che le ha scoperte, subendone il fascino e incominciando a frequentarle e a valorizzarle. Nel suo libro, “Un sogno lungo 50 anni”, l’autore che è stato un alpinista autenticamente innamorato della montagna e un arrampicatore che, quasi con accattivante autonomia, non intenda sopravvalutare le sue eccellenti qualità, ha molte cose sorprendenti da farci conoscere, tutte legate alla storia che per cinquant’anni lo ha trovato ammaliato da queste falesie, dove si sono avvicendati climber di ogni genere e alpinisti di fama internazionale. Scritto con stile brioso e coinvolgente, il suo volume, corredato da numerose e interessanti illustrazioni, presenta le sue vicende personali, che scorrono nell’incrocio con altri appassionati dell’arrampicata, di cui alcuni semplicemente legati a lui da stretta amicizia e altri dal nome noto a livello mondiale. Bella e apprezzabile la parte conclusiva, che si arricchisce di 9 brevi articoli che presentano le esperienze vissute da altrettanti suoi amici su quelle falesie, che hanno lasciato in loro un ricordo indelebile.

“MOUNTAIN BIKE in ADAMELLO – 46 ITINERARI TRA LA VAL CAMONICA E LA VAL DI SOLE” di Alberto Martinelli

Le caratteristiche: 224 pagine – copertina a 2 alette – foto e cartine a colori – formato cm. 21x15 – Euro 26,00 – Collana “Luoghi Verticali” – Edizioni Versante Sud.

È un biker appassionato e competente, anche perché formato dalla specifica cultura nell’Università della Montagna presso Edolo, l’autore che presenta ora la guida “Mountain Bike in Adamello – 46 itinerari tra la Val Camonica e la Val di Sole”. Può sembrare esiguo, a prima vista, il numero proposto dagli itinerari, sia nel confronto con altre simili guide, sia per l’ampiezza del comprensorio di riferimento, che si estende per circa 650 chilometri. Il rilievo in effetti è tutt’altro che negativo, in quanto se ne intravede subito il pregio dovuto a chi, dopo aver percorso sulle due ruote un’infinità di sentieri tra il parco dell’Adamello e dello Stelvio, si è assunto anche l’oneroso compito di selezionare il meglio, per formulare nella sua guida soltanto quelli che certamente riusciranno di maggior soddisfazione ai biker che si accostano a questo territorio. È così che la guida di Alberto Martinelli conduce gli innamorati della mountain bike in un ambiente dove si riesce a gustare pienamente la bellezza della natura nel modo come lui ha fatto, affrontando sentieri flow come quelli lenti e tecnici, scalate lunghe e ripide, o gite tranquille, con dislivello contenuto.

“PALE di SAN MARTINO – ARRAMPICATE SCELTE CLASSICHE E MODERNE” di Renzo Corona e Igor Simoni

Le caratteristiche: 292 paqine – copertina a 2 alette – foto a colori – formato cm. 21x15 – Collana “Luoghi Verticali” – Euro 34,00 – Edizioni Versante Sud.

Questa guida nasce per il desiderio di Renzo Corona, un alpinista che ha iniziato ad arrampicare a 16 anni, e che ora intende invitare gli amanti della montagna a conoscere o riscoprire l’invitante gruppo montuoso dove lui è nato e cresciuto. Le Pale di San Martino hanno costituito il punto fondamentale da cui è partito per soddisfare la sua voglia di scalare: ma sono pure le montagne che gli sono rimaste più fortemente ancorate nel cuore, anche dopo averne conosciute molte altre, magari più famose e importanti, tanto sulle Alpi, come in Sudamerica, Pakistan e Nepal. Se le ha tanto amate e frequentate, adesso le vie sulle Pale le vuole proporre nella concretezza di una bellissima guida, di cui è autore insieme a Igor Simoni. Chi si accingerà a ripetere le vie proposte da Renzo Corona, potrà affrontarle con senso di sicurezza e tranquillità, nella consapevolezza che le descrizioni e le chiarissime indicazioni di schizzi e fotografie sono state riportate da un alpinista che per una vita intera ha percorso le stesse vie. Per conferire un ulteriore interesse del tutto particolare alla sua guida, l’autore ha ritenuto di completarla, intercalando la parte tecnica, descrittiva delle 124 vie, con una dozzina di vivaci articoli che raccontano curiose esperienze vissute lassù da altrettanti alpinisti.

Uomini&Sport | Ottobre 2018 | 35


“ARCO FALESIE – 136 PROPOSTE: ARCO – VALLE DEL SARCA – VALLE DEI LAGHI – TRENTO – ROVERETO – VALLI GIUDICARIE – VAL DI NON” di Mario Manica, Antonella Cicogna e Davide Negretti

Le caratteristiche: 704 pagine – copertina a 2 alette – foto, cartine, disegni a colori – formato cm. 21x15 – Collana “Luoghi Verticali” – 33,00 Euro – Edizioni Versante Sud.

Ci vuole del coraggio a proporre la nuova edizione di una guida di arrampicate in falesia, a maggior ragione se la pubblicazione arriva a soli tre anni di distanza da una terza edizione che aveva visto la luce appena nel 2015. Non si tratta certamente soltanto di coraggio che, conoscendo la loro storia, certamente non manca a Mario Manica, ad Antonella Cicogna e a Davide Negretti, ma a spingere verso questa ultima avventura è stata evidentemente per tutti e tre gli autori la forza di un immenso amore per il territorio da loro preso in considerazione e che proprio per questo ha consentito loro di realizzare adesso un importante lavoro che nulla lascia in sospeso per chi intende arrampicare sulle 136 falesie prese in esame e che si stagliano verticalmente nel circondario che include Arco, Valle del Sarca, Valle dei Laghi, Valli Giudicarie, Molveno, Andalo, Val di Non, Trento e Rovereto. Gli autori non hanno badato a lesinare tra competenza, passione, abilità di presentazione e impegno nella precisione e nella concisione: ma se ciò non bastasse, per comporre un volume di 700 pagine, sul quale non si potesse muovere nessun appunto per possibili inesattezze o dimenticanze, non hanno calcolato come ulteriore sforzo interpellare e consultare uno per uno i singoli e i tanti autori delle vie descritte. È così che ognuno che si porrà ad affrontare qualsiasi salita, scelta in base all’accurata descrizione di cui si potrà tranquillamente fidare, alla fine non potrà mancare di rivolgere un pensiero riconoscente ai tre autori, che oltretutto hanno già il diritto di sentirsi soddisfatti e orgogliosi di un’opera che contempla l’impressionante numero di 5260 monotiri e offre 123 muri in più rispetto alla precedente edizione.

“ALPI OCCIDENTALI VOLUME 1” – ALPI LIGURI, ALPI MARITTIME, ALPI COZIE MERIDIONALI, MONVISO – LE MIGLIORI VIE CLASSICHE E MODERNE di Christian Roccati e Cesare Marchesi

Le caratteristiche: 388 pagine – copertina a colori con 2 ante – foto a colori – formato cm. 13x19 – 25,00 Euro – Collana “Il grande alpinismo sui Monti d’Italia” – Alpine Studio in collaborazione con il Club Alpino Italiano

36 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

Alpi Liguri, Alpi Marittime, Alpi Cozie Meridionali, Monviso: chi può dire quante vie di salita sarebbero a disposizione degli appassionati dell’arrampicata sulle pareti affascinanti di tutte queste montagne? Pure riferendosi a questo settore limitato delle Alpi ad Ovest del nostro bel paese – mentre ci auguriamo che presto un secondo volume completi il lungo tratto in questione – si troverebbe davvero in imbarazzo colui che dovesse indicare a chi lo richiede quale via di arrampicata salire tra le centinaia che qui sono state tracciate. Troppe per proporre una scelta adeguata: e allora più che valida appare la soluzione indovinata dei due autori, che hanno subito trovato la condivisione di Alpine Studio e del CAI, di predisporre una selezione intelligente di tutte queste, che consenta a chi magari ha compiuto un lungo viaggio dopo aver consultato un ampio catalogo, di non rimanere deluso della scelta fatta. Christian Roccati e Cesare Marchesi avevano tutte le carte in regola per assolvere un compito più che difficile: un compito che richiedeva impegno fuori misura, la perfetta conoscenza del territorio dall’estensione spaventosa dove svolgere un accurato esame e la competenza autorevole per escludere dal loro elenco anche molto di ciò che pure ammiccava. Ci voleva perciò anche tanto coraggio: e neppure questo è mancato, per poter dichiarare che le 178 vie di arrampicata che andavano a presentare, descrivendone a puntino la fisionomia e tutto quanto serve sapere per salire in sicurezza e con tranquillità, sono su questo settore delle Occidentali “le migliori vie classiche e moderne”. Ne è uscita pertanto una guida che renderà un apprezzato servizio agli appassionati dell’arrampicata che intendono partire da Ovest, con la certezza di essere stati indirizzati dove troveranno piena soddisfazione, assecondati nel loro gusto particolare, nella considerazione del grado di idoneità finora raggiunto.


“L’ARTE DI ESSERE LIBERO” – VOYTEK KURTYKA – L’ALPINISTA LEGGENDARIO di Bernardette McDonald

Le caratteristiche: 296 pagine – copertina b/n con 2 alette – foto b/n e a colori – formato cm. 15x23 – 19,80 Euro – Collana “Oltre Confine” – Alpine Studio

Chi è appena appena informato sulla storia dell’alpinismo, o meglio ancora sui nomi di coloro che l’hanno scritta con le imprese raccontate ogni volta con abbondanza di particolari, non può ignorare l’alpinista polacco, il cui nome è difficile da tenere a mente per l’inconsueta scrittura. Ma quando la difficoltà è superata dal fatto di trovarcelo scritto sul volume di una pubblicazione, anche Voytek Kurtyka fornisce un richiamo più o meno vago, nonostante le sue impressionanti arrampicate, susseguitesi in particolare da inizio 1970 a fine 1980, siano state oggetto di specifica attenzione sui più quotati mezzi di informazione. La sua esplosiva carriera alpinistica, che ha portato a scrivere di lui perfino “che tra tutti i miti dell’alpinismo nessuno è più leggendario”, viene ora insuperabilmente raccontata da Bernardette McDonald, una scrittrice straordinariamente appassionata e competente, che essendo rimasta a lungo in un contatto confidenziale con lui, solitamente restio alla pubblicità, è riuscita a conoscere perché e come è salito sui più alti livelli dell’alpinismo. Ma un pregio incalcolabile del volume, che non manca di emozionare con avvincenti racconti, è di farci scoprire l’incantevole profondità spirituale di un uomo che nell’alpinismo ha espresso uno stile di vita estremamente puro ed esclusivo. Per questo risulta appropriato con precisa intelligenza lo stesso titolo “L’arte di essere libero”, in forza del quale ci si può avviare alla sua lettura con la certezza di trovare qualcosa di inconsueto, dove uno spirito libero e forte, come quello di Voytek Kurtyka, potrà ispirare anche coloro che qui lo incontrano, sotto questo aspetto, per la prima volta. Del resto a promuoverne la lettura si sono esposte già molte e autorevoli recensioni, classificando il libro della McDonald come quello di essere “tra i più attesi libri d’alpinismo del decennio”, e pure come “un’aggiunta importante alla storia e alla letteratura dell’alpinismo”.

“IL LEGAME” – LA VITA AL LIMITE DELL’ESISTENZA di Simon McCartney

Le caratteristiche: 318 pagine – copertina a colori con 2 alette – foto b/n e a colori – formato cm. 15x23 – 19,80 Euro – Collana “Oltre Confine” – Alpine Studio

Simon McCartney, l’autore, era stato un alpinista che già al suo esordio aveva conquistato prestigiosi successi, tra cui facevano spicco due audaci prime ascensioni sulle pareti del Mount McKinley, o, se lo si vuol chiamare con il nome datogli dai nativi americani, del Denali, in Alaska, sulle quali nessuno si era azzardato prima ad effettuare alcun tentativo. Scalava soprattutto in cordata, lui britannico, con lo statunitense Jack Robert, altro mostro dell’arrampicata. Erano ancora insieme nel 1981, quando avevano deciso di tentare quello che sembrava impossibile: la parete Sudovest del Denali, la vetta più elevata del Nordamerica. Era stata una decisione fatale e determinante per Simon che, colpito da edema cerebrale mentre avevano ormai raggiunto i 6000m di quota, si salvò da morte sicura solo per il faticoso e miracoloso intervento di Jack. Fu però un incidente che veniva a spezzare il legame di quella coppia favolosa, in quanto Simon aveva fatto sprofondare nel vuoto dell’inconscio quella che era stata una stupenda amicizia e la sua immensa passione per l’alpinismo. Succede però anche ciò che è incredibile, perché a trent’anni di distanza da quella incomprensibile situazione, a seguito di un casuale accenno al nome di Jack che gli è pervenuto fortuitamente, all’improvviso riaffiora in Simon il ricordo dell’antica profonda amicizia e nello stesso tempo gli ricompaiono i vivi dettagli delle spericolate arrampicate fatte con Jack. Sono tutti questi suggestivi ricordi, resi ancora più attuali e coinvolgenti per le pagine elettrizzanti dei diari cui ha potuto accedere, che costituiscono il racconto scorrevole ed emozionante di questo libro, che, a detta di un alpinista autorevole come Paul Pritchard, offre “una lettura intossicante, raccontata con un’immediatezza tale che ci trasporta direttamente sulla parete della montagna. La parola epica è la parola più abusata nel lessico degli scalatori, ma questa impresa lo è stata nel vero senso della parola”.

Uomini&Sport | Ottobre 2018 | 37


EMOZIONI CHE CONTINUANO: DALLE SERATE DI GIUGNO E LUGLIO

“Finding flow”, con Hazel Findlay Un talento come pochi altri se ne trovano in giro e una passione innata per l’arrampicata, visto che è sbocciata ad un’età che fa tenerezza, spiegano l’apprezzamento che raccoglie da parte di tutti coloro che di arrampicata se ne intendono sul serio ed il successo del pubblico che ha la fortuna di poterla ascoltare. Questa è Hazel Findlay, che oltre ad arrampicare alla pari dei più quotati climber dell’altro sesso, ha elaborato una sua filosofia per chi pratica questa attività, e ha lasciato come ricordo della sua serata a Bevera di Sirtori una serie di concreti consigli per trovare nell’arrampicare un senso esistenziale e uno speciale piacere. di Marco Milani

Classe 1989, Hazel Findlay inizia ad arrampicare a soli 7 anni, dimostrando da subito grande talento: “Non posso credere che tutta questa gente sia venuta qui solo per ascoltare me”. Anche la climber inglese è rimasta stupita della calda accoglienza che “Casa Longoni” riserva ogni volta a tutti i suoi ospiti. Giovedì 14 giugno è toccato anche a lei, protagonista della 195^ serata “A tu per tu con i grandi dello Sport”: “Sono molto contenta di essere qui - ha detto - ma soprattutto sono molto onorata di parlare a una platea così numerosa”. Accanto a lei l’interprete Luca Calvi, che da parecchi anni collabora con DF Sport Specialist, mentre Matteo Della Bordella, testimonial e presidente dei Ragni della Grignetta, ha introdotto questo particolare personaggio: “Sono un grande fan di Hazel: di ragazze forti ce ne sono tante, ma quando si tratta di andare sulle grandi pareti, dove la gambetta inizia a tremare, il discorso cambia. Lei è l’eccezione e poi, per quanto riguarda l’arrampicata ‘trad’, è una delle migliori al mondo in senso assoluto, anche a confronto con gli uomini”. Dopo un breve excursus sugli approcci all’arrampicata (“A 7 anni ho iniziato ad arrampicare; a 11 anni, siccome una bici costava troppo, i miei genitori decisero di regalarmi un via nuova”), Hazel ha raccontato la sua decisione di diventare una climber professionista: “Ho capito che era la mia strada, e così mi sono ritrovata in giro per il mondo dormendo in una macchina”. Per lei l’arrampicata è come un flusso: “Ci sono momenti in cui non puoi fare a meno di lasciarti andare a quella determinata situazione”. Quindi ha mostrato un filmato con una sequenza di movimenti, uno in fila all’altro, eleganti. Gesti precisi che la spingono verso l’alto ed esprimono forza e delicatezza allo stesso tempo: “Ecco cosa è per me questo flusso”. Fotografie di grandi pareti, Yosemite, El Capitan e poi arrampicate trad in Gran Bretagna, protetti solo da micro nuts e ancoraggi improbabili. Tra i momenti più emozionanti, il filmato con una carrellata di cadute: protezioni che saltano e gente che arriva fino a terra: “Ecco, questa è l’arrampicata in Gran Bretagna: se non ci sei nato è difficile capire”. Hazel Findlay, durante uno stop causato da un incidente, ha elaborato una suo filosofia: “Ho cercato di studiare la psicologia dell’arrampicata e ho individuato alcuni punti fondamentali, consigli derivati dall’esperienza pratica che desidero condividere con voi: non abbiate paura di sbaglia-

38 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport

Con Hazel Findlay, gli altri due protagonisti della serata, Matteo Della Bordella che l’ha presentata e Luca Calvi che l’ha interpretata nella perfetta traduzione. Ben visibile la soddisfazione di Sergio Longoni.

re o fallire, ciò che conta è l’esperienza. Diversificate, usate diversi stili e praticate discipline differenti; bisogna avere una motivazione intrinseca; pensate al movimento che state eseguendo e non a ciò che verrà dopo; cercate sfide commisurate alle vostre capacità, solo così si può crescere; se avete dubbi, fatevi una risata, l’arrampicata deve essere un piacere”. Un’altra splendida serata griffata DF Sport Specialist che è andata ad arricchire la vasta galleria di personaggi che sono passati per il negozio di Bevera di Sirtori: “Sta diventando sempre più difficile trovare personaggi nuovi, – ha scherzato Sergio Longoni – cerchiamo di fare tutto il possibile”. La serata si è conclusa con quello che ormai è diventato un rito: la consegna di una piccozza d’oro, il consueto omaggio che Sergio Longoni riserva ai suoi ospiti. E poi, una piccola sorpresa: una piccozza d’oro è stata regalata anche a Renato Frigerio, volto noto nell’ambiente della montagna lecchese: “Senza il suo prezioso aiuto, questa serata e tante altre iniziative non sarebbero possibili” - ha voluto dire - il fondatore di DF Sport Specialist, Sergio Longoni.


“Climbin’in the wind”, con Manuele Panzeri e Tommaso Lamantia “Solo in volo”, con Maurizio Folini La cordata lecchese che lo scorso inverno è riuscita a ripetere la salita al Cerro Torre sulla stessa indimenticabile via dei Ragni, che ne avevano conquistato la vetta il 13 gennaio 1974, si è presentata anche sotto il simpatico aspetto di tre alpinisti che svolgono il loro volontario servizio di soccorso alpino nella XIX Delegazione Lariana. Il loro è stato un racconto appassionante, ma con la loro presenza hanno anche introdotto come meglio non si poteva Maurizio Folini, l’alpinista che il soccorso lo pratica con l’elicottero al limite del possibile, fin quasi agli 8000 metri di quota. Le immagini del suo film hanno conquistato la crescente attenzione di un pubblico che è rimasto sorpreso e soprattutto ammirato.

L’introduzione al secondo filmato con Valentina D’Angella che intervista Maurizio Folini.

di Sara Sottocornola

Splendida serata e grande pubblico per l’evento di punta dell’estate 2018 targato DF Sport Specialist, che giovedì 19 luglio ha accolto all’aperto i numerosi spettatori nell’accogliente negozio a Bevera di Sirtori, dove sono stati protagonisti i film “Climbin’n in the wind” di Tommaso Lamantia e Angelo Poli e “Solo in volo” di Luca Maspes. La serata, condotta dalla giornalista e sceneggiatrice Valentina d’Angella, ha avuto come ospiti Manuele Panzeri e Tommaso Lamantia, alpinisti della scalata al Cerro Torre raccontata nel primo film e il pilota e guida alpina Maurizio Folini, protagonista del secondo film. Panzeri e Lamantia avevano ripetuto, insieme al compianto Giovanni Giarletta, la celebre via dei Ragni al Cerro Torre, 44 anni dopo la prima salita della montagna, compiuta proprio dai lecchesi. I tre alpinisti, tecnici della XIX Delegazione lariana del soccorso alpino, sono arrivati in vetta dopo tre giorni di scalata sulla parete Ovest ed un bivacco a 40 metri dalla cima. “Climbin’ in the wind”, il cortometraggio che racconta la salita, ha coinvolto il pubblico presente, proponendo anche un bellissimo ricordo di “Charly” Giarletta, vittima di un incidente in Grigna poco dopo il rientro della spedizione. “Charly avrebbe voluto festeggiare nel modo migliore possibile questa vetta – ha detto Panzeri –. Per lui era la prima spedizione extraeuropea e la cima ha rappresentato un grande risultato. A lui è dedicato questo video”. “A volte di fronte a ciò che capita in montagna non si può che alzare le mani”, – ha commentato Valentina d’Angella riferendosi alla tragedia in Grigna e introducendo il secondo film – “Ma oggi, grazie ad alcune persone, con capacità straordinarie, e alla tecnologia, si può alzare l’asticella dell’impossibile anche nei soccorsi in alta quota”. Persone come Maurizio Folini, che detiene il record del salvataggio più elevato del mondo effettuato nel 2013 sull’Everest, dove portò in salvo un alpinista in difficoltà con la tecnica della long line. Il film “Solo in volo” con regia di Luca Maspes, parte con il racconto di Luigi Bombardieri, facoltoso banchiere e appassionato di montagna, nato all’inizio del ‘900, che fu tra i primi ad intuire che l’utilizzo dell’elicottero poteva fare la differenza tra la vita e la morte nei soccorsi in montagna. Oggi quell’idea è realtà, ed è arrivata a traguardi ritenuti impossibili fino a pochi anni fa grazie al contributo di molte persone come Folini, che non solo hanno il coraggio di alzare l’asticella, ma si impegnano attivamente

A conclusione della serata, con i protagonisti e il conduttore: da sinistra Manuele Panzeri, Tommaso Lamantia, il fratello di Giovanni Giarletta, Maurizio Folini, Sergio Longoni e Valentina d’Angella.

per la formazione dei giovani. Da anni Folini è impegnato in un progetto di formazione di piloti nepalesi e soccorritori che operano appesi alla long line, dove l’elicottero non può atterrare. “Grazie all’elicottero oggi si salvano sicuramente più persone, e c’è un’impronta professionistica che prima non esisteva” – ha spiegato Folini. “Ci vuole talento, tecnica ma soprattutto condizioni favorevoli. Il volo e la montagna sono due competenze fondamentali perché, per operare con efficacia, bisogna conoscere l’ambiente e i suoi pericoli oggettivi”. Solo quest’anno, Folini ha già compiuto 50 interventi tra i 6000 e 7000 metri di quota. Il suo soccorso sull’Everest, così come i salvataggi di elicottero a metà del secolo scorso, hanno aperto un orizzonte. “Sono orgoglioso di questa serata”, ha detto Sergio Longoni, donando agli ospiti la piccozza d’oro di DF Sport Specialist. “Ha portato una ventata di novità a Bevera e l’esempio di queste persone che operando nel soccorso salvano molte vite. Toccante ed emozionante”.

Uomini&Sport | Ottobre 2018 | 39


Serata di gran lusso sportivo nel negozio di Bicimania a Lissone Ospiti dello staff di Sergio Longoni i rappresentanti della Federazione Ciclistica Italiana e l’acclamatissimo attuale Campione d’Italia di ciclismo su strada Elia Viviani Il negozio di Bicimania a Lissone, ha ospitato lunedì 23 luglio la presentazione ufficiale della 72° edizione della Coppa Agostoni - Giro della Brianza di ciclismo, alla presenza del consigliere nazionale della Federazione ciclistica italiana, Gianantonio Crisafulli, e del presidente provinciale Marino Valtorta; del sindaco di Lissone, Concettina Monguzzi, degli assessori allo sport della Regione Lombardia, Martina Mantegazza e del Comune di Lissone, Renzo Perego; del presidente della locale Sezione di Apa Confartigianato, Giovanni Mantegazza. Ad aprire la serata i saluti dell’immancabile Sergio Longoni, titolare di DF Sport Specialist (di cui anche la catena Bicimania fa parte), Giuseppe Zamboni (responsabile marketing), Dante Barone capoarea di Monza del Banco Bpm (main sponsor dell’evento); Romano Erba, Silvano Lissoni ed Enrico Briganzoli, rispettivamente presidente onorario, presidente e vicepresidente dello Sport Club Mobili Lissone, la società organizzatrice della corsa. Naturalmente a richiamare lo straripante numero di appassionati nell’ampio salone di Lissone, è stata la presenza di Elia Viviani, che si è imposto il 30 giugno scorso nel Campionato Italiano su strada e già campione Olimpionico in carica su pista nell’Omnium. Lo sprinter veronese è il corridore più vincente a livello internazionale in questa stagione. Nonostante gli innumerevoli successi in carriera Viviani, 29 anni, non è mai riuscito a imporsi nella durissima competizione, che quest’anno si è svolta il 15 settembre a Lissone, con arrivo in Via Matteotti, cui hanno partecipato anche le Nazionali Italiana e Svizzera. La Coppa Agostoni, che insieme alla Coppa Bernocchi e alle Tre Valli Varesine, fa parte del trittico lombardo, è stata trasmessa in diretta tv dalla Rai e in diretta web. La serata, che è stata condotta dal giornalista Alessandro Brambilla, si è conclusa con il rituale scambio di doni: Viviani ha donato a Sergio Longoni la maglia tricolore della QuickStep Floors, mentre Luciano Caspani, titolare della Cleaf, ha regalato al corridore veronese la maglia nera della squadra di casa.

40 | Ottobre 2018 | Uomini&Sport


I VISTOSI CARTELLONI CHE PER OLTRE UN MESE HANNO DATO VISIONE PER LE VIE DI MILANO AI PRESTIGIOSI MARCHI DF SPORT SPECIALIST E BICIMANIA


APPUNTAMENTI ALLE SERATE DI SIRTORI “A TU PER TU CON I GRANDI DELLO SPORT” In foto, da sinistra: Nico Invernizzi, Adriano Greco, Marco De Gasperi, Sergio Longoni.

I NEGOZI DF SPORT SPECIALIST: BELLINZAGO LOMBARDO (MI) Centro Commerciale La Corte Lombarda Strada Padana Superiore, 154 Tel. 02-95384192 CREMONA Centro Commerciale Cremona Po Via Castelleone, 108 Tel. 0372-458252 DESENZANO DEL GARDA (BS) Centro Commerciale Le Vele Via Marconi, angolo Via Bezzecca Tel. 030-9911845 GRANCIA / LUGANO (Svizzera) Parco Commerciale Grancia Via Cantonale, Grancia Tel. 0041-919944030 LISSONE (MB) Multisala UCI Cinema Via Madre Teresa / Via Valassina Tel. 039-2454390

I RECORD DI MARCO DE GASPERI

MAPELLO (BG) Centro Commerciale Il Continente Via Strada Regia, 4 Tel. 035-908393 MEDA (MB) Outlet by DF Sport Specialist Via Indipendenza, 97 Tel. 0362-344954

già svolta il

4/10/2018

Bevera di Sirtori

MILANO Via Palmanova, 65 (Ampio parcheggio) MM2 UDINE/CIMIANO Tel. 02-28970877 MILANO (Cycling & Running Store) Via Adriano, 85 Tel. 02-26301479

IN COLLABORAZIONE CON:

“DALLA MARATONA ALL’IRONMAN”

ORIO AL SERIO (BG) Via Portico 14/16 in prossimità del Centro Commerciale Orio Center Tel. 035-530729

SARA DOSSENA, ALESSANDRO DE GASPERI

PIACENZA Centro Commerciale Galleria Porta San Lazzaro Via Emilia Parmense Tel. 0523-594471

ore 20:30

22/11/2018

OLGIATE OLONA (VA) Via Sant’Anna, 16 a fianco di Esselunga e Brico Tel. 0331-679966

SAN GIULIANO MILANESE (MI) Centro Commerciale San Giuliano Via Emilia angolo Via Tolstoj Tel. 02-98289110

Bevera di Sirtori

DF SPORT SPECIALIST AUGURA A TUTTI GLI AFFEZIONATI DELLE SERATE “A TU PER TU” E DELLA RIVISTA “UOMINI e SPORT” UN LIETO FINE ANNO E UN FELICE INIZIO DEL 2019

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SARONNO (VA) c/o Centro Commerciale Bossi Via del Malnino, 5 - GERENZANO Tel. 02-09997330 SIRTORI (LC) - località BEVERA Via Delle Industrie, 17 (Provinciale Villasanta Oggiono) Tel. 039-9217591

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Uomini e Sport n.28  

Tra le pagine del numero 28 - ottobre 2018 troverete la minuziosa relazione sulla "Via delle Guide", di Robi Chiappa uno dei 4 quattro compo...

Uomini e Sport n.28  

Tra le pagine del numero 28 - ottobre 2018 troverete la minuziosa relazione sulla "Via delle Guide", di Robi Chiappa uno dei 4 quattro compo...

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