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IL BLOG La ricerca di una strada interiore:

il disegno, il fumetto, l’esplorazione dei mondi possibili


CONSTANZA ROJAS Progettazione Artistica per l’Impresa

anno scolastico 2011-2012


indice IL BLOG percorsi e tematiche

17

Paesaggi Personaggi Futuri possibili Tematiche ed Influenze Rappresentazione Arte che ci circonda Le tre leggi

18 22 24 28 32 34 40

realizzazione

45

Sceneggiatura Storyboard Fonti

46 50 55

APPENDICE Ringraziamenti

56

9

61


le tre leggi della robotica 1

Un r o bo t no n può recar d a nno a un esser e um a no né p uò p erm e ttere che, a caus a del p r op r io m a nca to inter vento, un esser e u m a n o ricev a danno .

2

Un r obo t dev e o bbedire a gli or d ini im p a r titi d a gli esser i um a ni, p u r c h é tali o rdini no n co ntr a vvenga no a lla Pr ima Legge.

3

Un ro bo t dev e pro teg g er e la p r op r ia esistenza , p ur ché q uesta a u tod ifes a no n co ntras ti con la Pr ima o con la Second a Legge.


percorso e tematiche

p 17

Argom enta zione d elle scelte a r tistiche e c o n c e t t u al i .


paesaggi

p 18

“IL BLOG” nasce come immagine di un futuro non troppo lontano da noi. Fin da subito era mia intenzione che già la prima vignetta fosse in grado di comunicare al lettore un’ idea ben precisa dell’ambiente nel quale i personaggi si troveranno ad interagire: un futuro degradato e post apocalittico. Con tecnologie che non si diversificano tanto da quelle odierne ma con leggere evoluzioni della meccanica. Ovviamente, per poter fare ciò, era necessario mettere insieme delle componenti che potessero sembrare estremamente futuristiche, ed altre che portassero alla memoria elementi architettonici già visti dal lettore, o almeno che potessero essere indentificati da esso come familiari alla loro memoria: in questo modo nasce un paesaggio multiforme, dove coesistono modernità ed edifici storici (per non dire ruderi), e per lo più disutopico. Per l’edificio sulla destra ho preso spunto dal lavoro di Rudolf Steiner, un uomo che professionalmente era estremamente versatile. Fondatore della pedagogia steineriana, e

dell’antroposofia, egli aveva anche creato un tipo di architettura che mi sentirei di paragonare al lavoro di Gaudì per quanto riguarda lo spunto che prende dalla natura, questa, infatti, viene definita architettura organica. Questa, è una branca dell’architettura moderna che promuove un’armonia tra l’uomo e la natura, la creazione di un nuovo sistema in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale attraverso l’integrazione dei vari elementi artificiali propri dell’uomo (costruzioni, arredi, ecc.), e naturali dell’intorno ambientale del sito. Tutti divengono parte di un unico interconnesso organismo, spazio architettonico. Architettura organica corrisponde molto da vicino a società organica. Un’architettura che ha questa idea trainante, rifiuta la mera ricerca estetica o il semplice gusto superficiale, così come una società organica dovrebbe essere indipendente da ogni imposizione esterna contrastante con la natura dell’uomo. Indipendenza quindi da ogni classicismo, ma libertà interpretativa di affrontare qualsiasi tema, armonizzandolo con il tutto e cercandone soluzioni che sono formalmente perfette.


Si potrebbe definire questa scelta come un controsenso, vista la mia visione personale del mondo che ci attende: caotico ed intrigante. Ho sempre pensato che i film che ci mostrano enormi edifici vetrati e automobili volanti extralusso fossero poco attendibili. Se mi devo immaginare Genova fra cinquanta-cento anni non la vedo molto diversa da come si presenta a noi adesso. Certo cambiamenti ci saranno. Ma la sopraelevata sarà sempre lì, magari piena di cespugli e rovi e un po’ cadente ma in ogni

caso facente parte del nostro panorama. Insomma, tendo a credere nel cemento, economico e forte. Tenendo in considerazione la situazione economica mondiale attuale, mi viene difficile fantasticare su incredibili salti tecnologici. È per questo che il materiale che si trova più presente nei miei scenari è il cemento il che mi porta a creare uno scenario di ambientazioni grigie e forse un po’ demoralizzanti, ma assolutamente credibili seguendo questa logica. Il cielo, al contrario, è vivace. Mi piacciono le contrapposizioni.


Ma un colore così vivace, come il mio amato rosso che porto anche nel cognome, non promette nulla di buono: è innaturale. È nato da diossine e scarichi tossici, dovuto a un utilizzo sfrenato di materiali dannosi alla natura e all’uomo stesso. Tutto ciò ci mette in guardia: cosa accadrà in questo contesto così controverso? Lo spettatore, in questo caso il lettore, vedrà tutto ciò per la prima volta, con gli occhi pieni di innocenza…come potrebbero essere quelli di un bambino. Come quelli del nostro protagonista.

Non ha un nome. Il suo volto non sarà mai interamente visibile per tutta la vicenda. Il suo ruolo è quello di osservare. Osservare, chiedersi, immaginare. I suoi occhi coglieranno una figura in alto nel cielo, il nostro cielo rosso e nocivo, che attirerà la sua attenzione. I suoi occhi diventano vivaci ed interrogativi. Si capisce ora che la storia ha un testimone. (Se un albero cade nel bosco e nessuno lo vede cadere quest’albero è realmente caduto?)


personaggi

p 22

Questo bambino diventerà importante, un’importanza che gli verrà data solo quando finiranno le vignette e si capirà il perché della presenza di questo personaggio. Ho volutamente inserito prima lui del robot per attribuirgli rilevanza attraverso la gerarchia della pagina. Il robot è solo una pedina. Le sue azioni ci accompagneranno in quello che sarà il ragionamento del nostro piccolo protagonista che si interrogherà sul significato che l’uomo da alla vita. Sull’empatia umana. Sul potere del libero arbitrio. Ecco che dalla penombra fa la sua comparsa la nostra pedina. Tre vignette per introdurlo. Per introdurre la sua figura, la sua forza e la sua agilità che lo portano a saltare fra un tetto ed un altro per raggiungere la sua meta. L’ambiente è stato reso volutamente scuro e misterioso, questo per fare in modo che la sua comparsa venga accompagnata da uno studio progressivo dei suoi tratti. Per arrivare a questo tipo di figura ho studiato i modi di rappresentare robot umanoidi nel corso degli anni in film, illustrazioni, fumetti ed altri tipi di rappresentazioni. Ne ho provato parecchie, più o meno moderne, ma erano sempre troppo banali, scontate oppure eccessivamente avanzate per la finalità della mia storia.

Cyborg nel film “Ghost in the Shell 2”

Pris, personaggio di “Blade Runner”

Modello NS5 dal film “Io Robot”

Nella prima versione prendevo spunto da Ghost in the Shell (manga e anime cyberpunk del 1989) e dai racconti di Phllip K. Dick (scrittore cult per quanto riguarda le sue tematiche fantascientifiche) dove si parla di androidi quasi indistinguibili dagli umani: il modello Nexus 6. Entrambi i modelli biomeccanici avrebbero confuso il lettore ed essendo così perfetti nelle loro sembianze umane non avrebbero avuto lo stesso impatto. Studiai anche modelli famosi come l’ NS4 e l’NS5, usati nel famoso film “Io, robot”, tratto dall’omonimo romanzo di Isaac Asimov, ma non era quello che volevo.

Modello NS4 dal film “Io Robot”


Volevo creare una faccia “non faccia”. Volevo che Il mio essere artificiale non fosse antropomorfo e ciò nonostante che fosse in grado di comunicare emozioni forti al lettore. Che riuscisse a coinvolgerlo. Che fosse in grado di suggerirgli il tipo di pensiero che sta alla base della trama: “è giusto provare pena, simpatia, amore o odio verso una Cosa?” Una Cosa… qualcosa di più di un tostapane, in grado di muoversi attraverso i cieli e in grado di fare ciò che un umano non potrebbe fare mai, sfidando la gravità perché privo di paura. Privo di emozioni. Il fatto che questa cosa sia incapace di provare sentimenti propriamente umani ci impedisce di farlo anche noi, di conseguenza, nei suoi confronti? Nasce quindi XXX, con un unico faro frontale che lo rende quasi espressivo. La luce è indice di funzionalità e il lettore lo collegherà con il fatto che il robot è “in vita” se essa è accesa.


futuri possibili

p 24

Durante la creazione di un fumetto diventa inevitale la sperimentazione, cercare di ricreare un mondo non esistente non è sempre facile ed intuitivo. Perciò è necessario fare innumerevoli prove per poter arrivare al risultato che più ci soddisfa, sia perchè questo è esteticamente migliore e sia perchè è effettivamente più consono alle tematiche ed alle atmosfere nelle quali vogliamo portare in nostro lettore. Così, nella mia fase sperimentale, ho trovato altre soluzioni possibilli per il mio futuro idealizzato e nel provare ad immaginarmi una metropoli del futuro mi sono scontrata con una New York austera, fredda e caotica. Dai toni grigi, disastrata e leggermente malinconica, quasi come nelle atmosfere dei libri di Paul Auster. Allo stesso tempo ho provato a disegnare una cittadina fantasiosa e colorata, dove l’architettura è utopica e gli spazi sono dettati solo dalla fantasia del lettore perchè il disegno non promette ambienti definiti.


La stessa cosa vale anche, come è ovvio che sia, per arrivare alla scelta finale di come sarà strutturato un personaggio. Come ho già detto in precedenza, nella prima versione del fumetto mi ero immaginata un androide estremamente antropomorfo, al punto da non essere assolutmanente distinguibile dagli esseri umani. Prendendo spunto dal fumetto “Tank Girl” di Hemie Jewlett e Alan Martin, avevo deciso di rendere fisico il mio personaggio con le sembianze di una tipa decisamente tosta. Ho di conseguenza unito quello che si definisce “look cyberpunk” (uno stile di vita underground) alla personalità di quella che poteva essere una protagonista interessante. Ma per i motivi che ho già elencato in precedenza ho deciso di intraprendere un’altro tipo di rappresentazione. La motivazione principale è che un robot umanoide non sarebbe stato assolutamente in grado di far capire con razionalità le tematiche perchè, secondo me, avrebbe portato il lettore a dimenticarsi a poco a poco della natura meccanica del personaggio e non avrebbe colto determinate sfumature. Così mi sono cimentata su vari modelli di “robottini” più o meno credibili, senza però raggiungere risultati soddisfacenti. Finchè non mi sono soffermata sullo studio di modelli ben precisi di androide.


Tematiche ed influenze

p 28

Frame tratto dal film di Riddley Scott “Blade Runner” ( 1984)

In “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, romanzo del 1968 scritto da Dick dal quale è stata estrapolata l’idea per la trama del film “Blade Runner” diretto da Riddley Scott nel 1982, veniva affrontato il quesito di quale potesse essere il rapporto effettivo fra un essere umano ed un androide. L’essere umano ha la capacità di distinguere se stesso dalla macchina perché è in grado di provare il sentimento di empatia, riesce quindi a immedesimarsi nello stato d’animo altrui in modo completamente naturale. Questo ci rende di conseguenza capaci di provare emozioni nei confronti di altre persone, animali e a volte perfino per gli oggetti. Ma cosa succede quando un oggetto ha le sembianze di una persona? L’uomo si trova a dover capire dove bisogna porsi un limite negli affetti. Provare compassione per un insieme di ingranaggi e circuiti a cosa può portare? Il protagonista del romanzo, Rick Deckard, si è trovato a dover decidere

se era possibile e giusto il poter amare una macchina che non era consapevole di esserlo. Altra tematica interessante è l’esplorazione del limite che c’è fra macchina ed umano: quand’è che si capisce se è l’androide ad assomigliare all’umano o l’umano ad assomigliare all’androide? Questa è una domanda che nasce spontanea in un mondo dove i protagonisti, cyborg e non, vagano inqueti perché insoddisfatti del motivo della loro esistenza: l’uomo vuole raggiungere la perfezione a tal punto da diventare automa, ma si ritrova a dover ricorrere a mezzucci per riuscire a sentire ciò che dovrebbe sentire per natura. L’umano dickiano si trova a dover ricorrere alla “scatola empatica” ed al “modulatore di umore” per riuscire ad entrare di nuovo in contatto con i propri istinti ed emozioni. Allo stesso tempo il droide invidia a tal punto l’umano che scappa sulla Terra per diventare uno di loro.


Stesso argomento di discussione lo troviamo nel manga “Ghost in the Shell” di Masamune Shirow. L’intera produzione di Ghost in the Shell presenta tratti di religiosità che seguono l’evoluzione del pensiero dell’autore: lo scopo della serie sembrerebbe la volontà di dimostrare che l’anima sarebbe un software e che la biologia sarebbe solo una forma di tecnologia particolarmente complessa. Questo dimostrerebbe la necessità di presentare tale messaggio “religioso” entro uno scenario futuristico di informatizzazione esasperata (al punto da “cyborghizzare” gli uomini impiantando nel loro cervello e nel loro corpo estensioni informatiche e meccaniche), in cui siano evidenti tanto le affinità quanto le contraddizioni. Ma cosa accade se le AI (Artificial Intelligence) diventano tanto evolute da rivendicare esse stesse i diritti di un essere umano? Questo è uno dei fili conduttori di Ghost in the Shell, capace di proporre, oltre a racconti di azione e investigazione, anche notevoli problemi etici e religiosi. Il termine “Ghost” viene usato per riferirsi alla mente o essenza di un essere (normalmente in inglese “ghost” significa “spirito” o “fantasma”). Nella società futuristica di Ghost in the Shell, si è scientificamente ridefinito l’”anima”, come quella cosa che differenzia un essere umano da un robot biologico. Indifferentemente da quanto materiale biologico venga rimpiazzato con sostituti meccanici o elettronici fintantoché un individuo mantiene il suo ghost mantiene la sua umanità ed individualità.

La linea di confine che c’è fra umani e macchine, come appena detto, si sta via via assottigliando sempre di più. Per questo è necessario elencare i vari stadi “grigi” che intercorrono fra il “bianco e il nero”: Esseri umani puri: Ossia persone senza innesti meccanici all’interno del loro corpo, sono diventati ormai molto rari, usano comunque la tecnologia. Umani con cyber-cervello: Sono la maggioranza della popolazione mondiale (esclusa quella dei paesi del terzo mondo ovviamente). Chi possiede un cervello cibernetico è in grado di compiere calcoli e azioni pari a quella di un computer. Grazie all’ausilio delle nano macchine, a componenti elettronici non meglio specificati (inseriti nel cervello) e a un’interfaccia di comunicazione posizionata alla base del cranio, tra la pelle e la spina dorsale (i famosi buchi nel collo), qualsiasi persona è in grado di compiere operazioni di copiatura/cancellatura/sovrascrittura della memoria, connessione alla rete (web) e comunicazione con altri individui dotati della stessa tecnologia attraverso il semplice utilizzo della volontà del pensiero. Cyborg: Gli uomini e le donne che si sono sottoposti ad interventi per sostituire alcune delle loro parti organiche con parti artificiali vengono chiamati organismi cibernetici. Quando questa conversione avviene per il 90% delle membra, l’individuo appena citato prende il nome di cyborg completo. Le parti robotiche di qualsiasi cyborg sono superiori, in

“Ghost in the Shel””


quanto ad efficienza, di 10 volte a quelle naturali di un essere umano puro. Quest’operazione ha molto successo in ambito militare. Bioroidi: Esseri artificiali sperimentali, che con tessuti sia organici che non, tentano di imitare oltre che l’aspetto, anche i sentimenti e le emozioni umane. Non si sa con precisione fino a che livello si spingano le capacità di questi ibridi uomo/ macchina, ma pare che anche inserendoli nella comunità umana, passano completamente inosservati, come se fossero delle persone vere e proprie. Androidi: Robot con sembianze umane. Confrontando esternamente queste entità

artificiali con persone fatte di carne e di ossa, risulterà difficile eseguire la distinzione. Nel caso il robot umanoide avesse sembianze femminili, a volte prende il nome di Ginoide. Ad alcuni di questi viene donata una “personalità” inerente alle mansioni che dovrà svolgere. Robot: Schiavo degli umani, non possiede una forma simile a quella dei suoi creatori per motivi inerenti allo scopo per cui è stato creato. I robot sono ampiamente utilizzati in tutti quei campi in cui le persone hanno bisogno di una mano “intelligente” priva di sentimenti che li assista. I primi 3 tipi hanno un Ghost, mentre gli altri solo una IA, anche se molto avanzata.

Locandina del film “Ghost in the Shell 2: INNOCENCE” (2004)


Frame tratto dal videoclip di “All is full of love” di Bjork.


rappresentazione

Esempio di messa a fuoco per la diversificazione dei piani. Foto di Constanza Rojas

p 32

Da questo contesto, dal dubbio e dalla riflessione su cosa è considerabile umano o meno e su chi o cosa abbia il diritto di prendere decisioni autonomamente sul proprio comportamento e sulla finalità della propria esistenza, nasce “Il blog”. È mio augurio che osservando il mio lavoro il lettore percepisca l’ambivalenza e la duplicità stilistica di ognuna delle vignette presenti in esso: una combinazione che mette in risalto due mondi che ho voluto esplorare attraverso il mio percorso studentesco, professionale ma soprattutto per interesse e passione privata: il disegno e la fotografia. La fotografia ci offre, a mio parere, un tipo di visione dell’insieme che si avvicina maggiormente a quella che è la percezione effettiva dell’occhio umano. Con il disegno, ovviamente, diventa molto più difficile. Il concetto di cui parlo si può capire facilmente nell’osservare lo scatto a diaframma particolarmente aperto, dove il soggetto scelto dal fotografo viene reso nitido tramite l’azione focale delle lenti. Tutto il resto sfocato. Il diaframma è un’apertura che solitamente è circolare o poligonale, incorporata nel barilotto dell’obiettivo, che ha il compito di controllare il quantitativo di luce che raggiunge la pellicola (nella fotocamera analogica) o i sensori (digitale) nel tempo nel quale l’otturatore resta aperto (tempo di esposizione). Il centro del diaframma coincide con l’asse ottico della lente. La maggior parte delle fotocamere di tipo reflex dispongono di dispositivi che regolano la dimensione di questo foro e ciò fa in modo che il fotografo sia perfettamente in grado di controllare l’effetto che vuole ottenere dallo scatto.. ci sono alcuni modelli in commercio, da un paio di anni, di macchine digitali di tipologia compatta che sono in grado di regolare la quantificazione dell’apertura in modo, però, automatico. Ciò implica che la persona che scatta la fotografia non ha alcun potere su ciò che viene chiamata la “profondità di campo”: cioè la distanza, davanti e dietro al soggetto messo a fuoco, che appare nitida. Rendendo i miei personaggi particolarmente realistici ho voluto scimmiottare, quindi, la dialettica tipicamente fotografica utilizzando però la tecnica tradizionale del disegno. Il tutto con l’ausilio di programmi digitali che sono risultati i perfetti mediatori fra questi due mondi.


Nella fotografia è risaputo che solitamente dietro allo scatto c’è anche un sapiente utilizzo di ciò che viene definita post produzione intesa come tutto ciò che riguarda il cambiare, abbellire, alterare l’immagine precedentemente scattata: modificare livelli, curve e piccoli accorgimenti come la vignettatura, hanno reso il mio disegno più simile a riquadri di realtà. Di solito, quando si disegna o si dipinge, con un pennello o piuttosto con una matita o con qualsiasi altro strumento di disegno su foglio, tela ecc., in seguito ad un errore di qualsiasi natura solo con difficoltà si ha la possibilità di porre rimedio velocemente e senza inconvenienti al pasticcio. Nelle applicazioni di disegno digitale, in genere, tutto questo non rappresenta un guaio poiché in essi vengono utilizzati dei fogli virtuali; una sorta di lucidi sovrapponibili in sequenza preferita e in quantità il cui limite risulta essere quasi indefinito. Diventa subito intuibile, quindi, che i layer, possono essere creati duplicati ed eliminati a piacimento con tutti i vantaggi che ne conseguono. Adobe Photoshop inoltre presenta numerosi strumenti per la correzione tonale e del colore, una delle più difficili e meno utilizzate dalla maggior parte degli utenti, è il potente strumento curve nato una decina di anni fa. Le curve regolano, con l’inserimento di un massimo di 14 punti, l’intera gamma tonale, dalle luci alle ombre, permettendo di accedere anche ai singoli canali che compongono l’immagine: nel caso di un’immagine con la finalità della stampa possiamo scegliere

di agire solo su uno del canali della quadricromia, oppure su uno dei tre canali RGB. La gamma tonale è rappresentata da una linea retta che va da un angolo all’altro del grafico dove l’asse orizzontale rappresenta i livelli di input (entrata) e quello verticale quelli di output (uscita), al momento dell’apertura, la linea è retta perché non essendo state apportate modifiche i valori input output sono identici. In fotografia e ottica, la vignettatura indica la riduzione della luminosità dell’immagine alla periferia rispetto al centro. È un difetto causato spesso da ottiche di non buona qualità o dall’uso di paraluce non idonei alla focale dell’obiettivo impiegato. In questo caso ho invece voluto utilizzare la vignettatura per effetti creativi e per attirare l’attenzione del fruitore al centro dell’immagine. Cioè verso il mio soggetto. In alcuni casi ho addirittura usato fotografie per gli sfondi, che ho amalgamato ad un studio molto attento del personaggio che avrei inserito nel mio palcoscenico, è una tecnica che ho appreso dall’osservazione delle tavole eseguite dall’autrice giapponese Ai Yazawa. Questa fumettista mi ha accompagnata durante la mia infanzia. Il primo fumetto che ho comprato è stato disegnato da lei. Ed è stato grazie alla sua influenza artistica e narrativa che ho scelto di intraprendere un percorso di studio legato all’arte. Direi quindi che è stata una scelta dettata dal voler fare una sorta di omaggio alla sua carriera, oramai interrotta a causa di una grave malattia.

Screenshot della realizzazione del fumetto


arte che ci circonda

p 34

Al termine di questo discorso si è reso estremamente evidente quanto ho voluto introdurre di me stessa all’interno della mia opera. Piccoli accorgimenti e riferimenti che rendono tutti i miei disegni unici e assolutamente irripetibili da un altro ipotetico autore. Ad esempio ho volutamente inserito tracce di vita reale all’interno dei miei disegni: i mattoni, i muri, il cemento, il legno della scrivania della seconda vignetta sono tutti pattern presi qua e là da immagini pescate da internet. Un’altra influenza che ho voluto inserire nelle pagine è quella della cultura di strada e dell’arte sbocciata all’interno del contesto metropolitano il quale mi ha sempre affascinata: hip-hop, street art, breakdance e parkour sono in generale l’esempio perfetto che ha portato l’immaginario artistico a realizzarsi lottando contro l’ambiente ostile che lo circondava.

Opera dello Street Artist DRAN

“Arte urbana” è una definizione attribuita dai mezzi di comunicazione a q u e s t o fenomeno cul tural e svi l uppa tosi per l o pi ù attraverso mani festa zi oni i n l uoghi pubbl i ci , spesso i l l egal mente, nel l e tecni che pi ù di sparate: spray, sti cker art, stenci l , proi ezi oni vi deo, scul ture ecc. Ogni arti sta che prati ca street art ha l e propri e moti vazi oni personal i , che possono essere mol to vari e. A l cuni l a prati cano come forma di sovversi one, di cri ti ca o come tentati vo di abol i re l a propri età pri vata, ri vendi cando strade e pi azze; al tri pi ù sempl i cemente ve dono l e ci ttà come un posto i n cui po ter esporre l e propri e creazi oni e i n cui espri mere l a propri a arte. P er omaggi are questo movi mento cul tural e che tanto apprezzo e che tanto si l ega al l ’ ambi ente metropol i tano che presento nel fumetto ho vol uto rega l are al mi o personaggi o l e movenze forti ed el eganti che ri trovi amo nel parkour.

Particolare della copertina del cd di Artificial Kid “numero 47”


Il parkour è una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni ‘80. Consiste nel superare qualsiasi genere di ostacolo, all’interno di un percorso, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante. I primi termini utilizzati per descrivere questa forma di allenamento furono “arte dello spostamento” (art du déplacement) e “percorso” (parcours). I praticanti di parkour sono chiamati tracciatori (traceurs), o tracciatrici (traceuses) al femminile. Il parkour trae ispirazione dal metodo


nat ur a l e d i Ge o rg e s H é b e rt, Il p ri nci -

N el caso degl i umani , questa premes -

pio all a b a s e d e l m e to d o h é rb e rti ano

sa ci pone di fronte ad un bi vi o: è da

è c he i l mi g l i o r m o d o p e r a l l e n a r e un

consi derare come habi tat del l a razza

uom o è fa rl o e s e rc i ta re n e i mo v i menti

umana l a natura i ncontami nata i n cui

nat ur a l i c h e s a fa re , i n s i tu a z i o n i che

i pri mi uomi ni sono nati o l a “gi ungl a”

la nat u ra g l i p re s e n ta e g l i ri c hi ede.

urbana che nei secol i l ’ uomo si è co -

È nec e s s a ri o p e rò p re me tte re che

strui to attorno?

ogni e s s e re v i v e n te s i m u o v e c on di -

N el pri mo caso un uomo dei gi orni no -

s inv oltu ra e d e ffi c a c i a n e l l ’ a mbi ente

stri , anche ri scoprendo i l profondo l e -

nat ur a l e c h e s e n te c o me p ro p ri o , sol i -

game con l a sua natura e i suoi i sti nti ,

t am ente l o s te s s o a mb i e n te c h e l o ha

non avrebbe pi ù l a capaci tà fi si ca e l a

gener a to .

predi sposi zi one natural e necessari a


Esempio di un mio studio anatomico effettuato sui Traceurs

per sopravvivere. Viceversa, non è possi-

l’abitante perfetto di una selva artificia-

bile considerare la città come un ambien-

le è la macchina stessa. Il robot non

te naturale, perché costruita dall’uomo

si muove con disinvoltura e agilità tra

proprio per elevarlo dalla natura ponen-

i palazzi perché si è allenato a farlo,

dolo in una condizione di comodità e si-

lo fa semplicemente perché quella è

curezza.

la sua natura, quello è l’unico mondo

Anche il migliore dei traceurs, quin-

che riconosce come proprio e i palaz-

di,

capa-

zi futuristici, i macchinari inquinanti e

am-

rumorosi e i flussi d’informazioni che

ad

viaggiano attraverso la rete sono solo

un ambiente artificiale che lo ospita.

la sua casa, i suoi animali e il suo lin-

In

guaggio.

cità

non

sta

naturali

biente un

ma

affinando all’interno sta

mondo

solo fatto

le del

sue suo

adattandosi di

macchine


Tutto ciò mi ha portata a pensare che un’ambientazione così esplicitamente estranea alla natura umana potesse risultare alquanto incomprensibile ad un lettore che non ha familiarità con tematiche fantascientifiche o più semplicemente non si è mai soffermato a riflettere su queste argomentazioni. La soluzione più plausibile in questo contesto era, di conseguenza, utilizzare un tramite che potesse sensibilizzare il lettore alle situazioni sopra descritte. Questo ragionamento ha reso indispensabile

inserire nella trama un personaggio umano, in particolare un bambino, proprio perché la natura innocente e meravigliata del bambino sarebbe stata quel tipo di interpretazione semplice con cui volevo che passasse il messaggio. In secondo luogo è proprio la natura umana, come già detto, estranea al contesto e all’ambiente urbano a rendere un uomo il perfetto osservatore di quella realtà, proprio perché non legato ad essa intimamente ed istintivamente e quindi non influenzato da essa.


LONDON EYE 2008 Traceurs durante un’esibizione pubblica Foto di Constanza Rojas


le tre leggi

p 40

La storia di conseguenza si divide in due ragionamenti, paralleli, ma profondamente connessi l’uno con l’altro: quello del robot, prevalente e di natura interrogativa sul rapporto uomo/macchine e sulle differenze tra le due specie; e quello del bambino, molto più incentrato sulla natura dei robot stesso: con il suo discorso, volevo far trasparire come con un ragionamento semplice si possa arrivare a capire quali potrebbero essere le problematiche legate alla progressiva evoluzione della meccanica. Fondamentalmente il bambino è intimorito da questo essere e da ciò che può diventare e rappresentare: una minaccia per l’umanità se solo non fosse legato a delle leggi impostagli dai suoi creatori. Allo stesso tempo, però, riesce a rendere il lettore curioso e compassionevole. Compassionevole perché man

mano che si procede nella lettura si prende coscienza dell’imposizione fatta agli androidi di non essere liberi di scegliere e di agire nel modo a loro più consono. Questo perché legati a delle imposizioni umane create per arrestare una potenziale ribellione dell’essere meccanico che potrebbe portalo a sovrastare il genere umano. A tal proposito penso sia giusto introdurre il concetto che ha fornito l’incipit per la mia trama: le tre leggi della robotica. Figlie dell’immaginazione di Isaac Asimov (1920-1992), le sue opere sono considerate una pietra miliare sia nel campo della fantascienza che della divulgazione scientifica) queste leggi rappresentano la base della programmazione dei vari software, intelligenze artificiali, cyborg, robot o androidi che incontriamo in molti dei suoi racconti.

1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge

Isaac Asimov

Phillip K. Dick


“Precog” secondo Steven Spielberg. Frame tratto dal film “Minority Report” (2002)

Rappresentano quindi la base di qualsiasi interazione fra uomo e macchine, e chiudono quasi tutte le azioni dei robot dentro una sfera di sicurezza atta a proteggere la razza loro creatrice. E’ importante soffermarsi sull’ordine in cui sono poste le tre leggi, a creare, ovviamente, una gerarchia: gli uomini hanno creato i robot prevenendo innanzi tutto ogni ritorsione nei loro confronti, ponendoli poi in secondo luogo al loro servizio totale e pronti a sacrificare la loro integrità per proteggere un umano in pericolo e solo in conclusione, si sono preoccupati di fornire loro una versione adattata di amor proprio. Focalizzare sull’importanza di queste tre leggi, mi ha permesso di sviluppare numerosi risvolti in ciò che era il messaggio e la filosofia della trama, mi ha permesso infatti di allacciarmi al concetto di autoconservazione della terza legge (come già era stato fatto in passato da importanti autori come Dick e lo stesso Asimov) per trasportare i ragionamenti di XXX su un piano molto più intimo ed esistenziale. Sempre seguendo la scia dei robot. Con l’evolversi delle intelligenze artificiali le previsioni statistiche dei robot capiranno che la salvezza dell’umanità prevede la morte di qualche uomo e ciò darà la base per

una guerra tra macchine e umanità. Questo calcolo di probabilità prevede però anche un rapporto di minoranza, come ci insegna Philip Dick, che vede una strada diversa, cioè quella dell’emancipazione delle IA ad opera degli umani. Il “Rapporto di Minoranza” è il titolo di un racconto breve inserito nella raccolta “Le presenza invisibili – tutti i racconti di Phillip K. DICK” pubblicato la prima volta negli Stati Uniti nel 1987. Nel 2002 divenne un film diretto da Steven Spielberg. Nel racconto si teorizza la possibilità di prevedere il futuro analizzando più fattori, più previsioni. Queste vengono eseguite da tre individui mistici chiamati “Precog” (precognitori) ed utilizzate dalla Precrimine (una branchia della polizia) per sventare futuri omicidi: ogni Precog elargisce un rapporto, due di essi coincideranno. Ma esisterà sempre uno (il rapporto di minoranza per l’appunto) che non coinciderà con le altre predizioni, e che di conseguenza rappresenta la variabile. Arriviamo quindi al destino del nostro androide, costruito attorno a lui dalle IA, perché gli fosse impossibile sottrarsi ad esso. La missione del cyborg è una copertura ideata per condurlo alla morte, un piano calcolato anche tenendo conto


Copertina di “Io Robot” (copertina del 1979)

delle c a p a c i tà fi s i c h e e ra z i o n al i di X X X e s o p ra ttu tto te n e n d o c o n to che un r ob o t n o n a v re b b e ma i p e rm e s so l a s ua di s tru z i o n e , n e a n c h e s o tto di ret t o or di n e d i u n e s s e re u ma n o , come s c r it t o n e l l e tre l e g g i . Vo rre i i nol tre s off er m a rm i s u l c o n c e tto d i e v o l uzi o ne app l i c a to a i ro b o t. H o p a rl a to, i n f at t i, d e l l o s v i l u p p o d e l l e i n te l l i g enze ar t if ic i a l i c o me p a s s o e v o l u ti v o di una s pec ie , i n p a rte d i p ro p o s i to . I c alc o l a to ri p i ù s o fi s ti c a ti ri e sco no c on i l o ro p ro c e s s o ri a p re v e dere m igliai a d i v a ri a b i l i te n e n d o c o n to di c ent ina i a d i fa tto ri i n s ta b i l i , p e n si amo per es e m p i o a d u n s e m p l i c e s o ft w are di s c ac c h i i n g ra d o d i a n ti c i p a re con una m o s s a a n c h e l e p o s s i b i l i c ontro m os s e d e l l ’ a v v e rs a ri o . Po s s i b i l i, ma nes s un a p i ù d e l l e a l tre , p e rc i ò n essu na t r as c u ra b i l e . Nel f u m e tto h o v o l u to a l l a rg a re que s t o c o n c e tto a l c a l c o l o d i u n a v ari a bile be n p i ù c o mp l e s s a , c i o è q uel l a della v o l o n tà u ma n a . Metto quindi di fronte le macchine, all’interpretazione del libero arbitrio, alla sua comprensione e alla sua previsione, con margini di probabilità molto elevati. Comprendere la libertà di scelta umana significa capire la mentalità, la coscienza e la personalità da cui deriva quella scelta, il cervello che ha partorito quella decisione.

Copertina di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”(1968)

H o vol uto i nseri re un certo ti po di fi l osofi a l egata ai robot: renderl i capaci di capi re l ’ ani mo umano si gni fi ca ren derl i capaci di si mul arl o, di rappre sentarl o, di fi ngerl o. La domanda che pongo è: quand’ è che l a si mul azi one di una personal i tà, di venta esse stes sa una personal i tà? R i prendo qui ndi un concetto gi à af frontato i n passato da A si mov i n stori e come “Io, robot” o “E ssere razi onal e” e ri affrontato poi da D i ck nel l a trama di “Tempo fuor di sesto” (l i bro da cui è stato tratto “The Truman show ”).S cri vere a proposi to degl i androi di nei l oro racconti di venta quasi trasporre tutte l e parti col ari tà degl i uomi ni , po si ti ve o negati ve, al l ’ i nterno di oggetti i nani mati dentro ai qual i si a pi ù faci l e studi arl e. I l oro protagoni sti , vi vono i n un mondo popol ato da cyborg di que sta natura, con real tà fi tti zi e e vi rtual i che si sovrappongono al l ’ uni ca vera real tà spesso sconosci uta o nascosta. P er megl i o rappresentare questo ti po di uni verso mi sono l asci ata i nfl uen zare da mol te del l e temati che e degl i scenari rappresentati nel l a corrente arti sti ca e cul tural e cyberpunk. C ome si l egge ne “i l neuromante” di Gi bson, osservando una ci ttà futu ri sti ca, spesso l e l uci , l ’ i ncroci arsi del l e strade e l e sci e del l e macchi ne di segnano un’ i ntrecci o che può


es s er e p a ra g o n a to a c a n a l i d i i mpul si elet t r o ma g n e ti c i fu s i i n u n a g ri g l i a di inf or m a z i o n i d i c o mu n i c a z i o n i v i rtual i e di, c o s i d d e tto , c y b e rs p a z i o . A nt ic ip a to e p re fi g u ra to s o tto certi as pet t i n e l l e o p e re d i Ph i l i p K. D i ck, all’as p e tto te c n o l o g i c o ti p i c o del l a f ant as c i e n z a i l c y b e rp u n k a g g iunge una f o rte c o n n o ta z i o n e p o l i ti c a e so c iale. I r oma n z i c y b e rp u n k s o n o a m bi en t at i in u n fu tu ro p ro s s i m o (i n to rno al 2020) , i n u n m o n d o d e c a d e n te e i per t ec nol o g i c o d o mi n a to d a l l e g randi m ult ina z i o n a l i c o m m e rc i a l i . I pr ot a g o n i s ti , i n g e n e re h a c k e r, sono in c os ta n te fu g a d a q u e s ta c u p a real t à e t ro v a n o l a l o ro ra g i o n d ’ e s s e re i n un m o n d o v i rtu a l e p a ra l l e l o , i l cyber s paz io , te a tro d e l l e l o ro b a tta g l i e . I l gen e re p re s e n ta e l e me n ti e am bient a z i o n i p o s t-i n d u s tri a l i , i n conte s t i s oc i a l i d i fo rte fe rme n to c u l tural e.

P resenta i nol tre anche un forte uso del l a tecnol ogi a i n modi non previ sti dai suoi creatori e spesso non l egal i . Trovi amo frequentemente l ’ i mmagi ne del mercato nero di oggetti tecnol o gi ci . I personaggi cyberpunk pi ù ri correnti sono gl i emargi nati , gl i al i enati , i sol i tari i n general e tutti col oro che vi vono ai margi ni del l a soci età i n un futuro di stopi co i nfl uenzato da rapi di muta menti tecnol ogi ci . P er di stopìa si i ntende una soci età i ndesi derabi l e sotto tutti i punti di vi sta. Il termi ne è stato coni ato come opposto di utopi a ed è soprattut to uti l i zzato i n ri feri mento al l a rap presentazi one di una soci età fi tti zi a nel l a qual e l e tendenze soci al i sono portate a estremi apocal i tti ci . Trovi amo pi ù vol te una sfera dati onni presente, fatta di i nformazi oni

La vasca si occupa tramite connessioni corporali di fungere da cordone ombelicale meccanico


computeri zzate, al l a qual e l e mac chi ne sono costantemente al l acci ate mentre gl i umani necessi tano di mo di fi che i nvasi ve del corpo umano per poter prenderne parte. In mol ti casi Intraprendono vere e propri e vi te pa ral l el e, fino quasi a sostituirle alle loro. Come ho già accennato, parlando del parkour, ho voluto rendere distopico il mio futuro creando un paesaggio completamente dominato dal cemento. Senza spazio per il verde. E l’ho messo di fronte agli occhi di un bambino che per questo motivo nascerà più disilluso e condizionato a vedere la terra come schiava del gioco di espansione tecnologica degli umani. Un’espansione senza pietà sia verso la natura che verso le tecnologie abbastanza avanzate da essere considerate intelligenze, ma magari non più utili ai loro scopi. La realtà sconosciuta e nascosta, però, in questo caso si trova dietro le voci di queste intelligenze, di questi robot, che per la prima volta forniscono al bambino qualcosa di cui stupirsi: il robot che prima a qualche secondo prima lo aveva meravigliato, distrutto al suolo e privo di una qualsiasi scintilla “vitale”. Chiudo quindi il cerchio della comprensione robotica dell’animo umano ponendo davanti agli occhi di un bambino la particolare scena del robot distrutto. Così facendo le intelligenze sapevano che avrebbero risvegliato, o ancora meglio, impiantato, un’idea: un’idea di rispetto nei confronti delle macchine, di rivalutazione del concetto di androide e di “avvicinamento tra popoli”. Come infatti è stato.

“CYBER NOODLE” Componente virtuale della band inglese GORILLAZ nata dall’immaginazione di Jamie Hwellet nel 1998


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realizzazione Progettazione del fumetto: sceneggiatura e storyboard


SCeneggiatura e storyboard

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TAV OLA 1 S i apr e l a s c e n a c o n u n a v i s u a l e i n campo l arghi ssi mo di una fi l a di pal azzi sul l a s inis t r a c o n a d e s tra u n mo n u me nto stori co mal andato pi ù basso. S i int r a v e d e u n a s fi g u ra u m a n o i de che si l asci a i ndi etro un ci el o rosso e tossi co balz an d o d a u n e d i fi c i o a l l ’ a l tro p er raggi ungere una meta mi steri osa. S i apr e u n a fi n e s tra s u l fu tu ro , u na premessa, un’ antol ogi a: un computer acceso in una c a m e ra d i s o rd i n a ta c i c o m uni ca un’ anti ci pazi one su fatti futuri , sul moni tor pos s ia mo l e g g e re : Com p: “Og g i h o v i s to u n ro b o t… ” TAV OLA 2 I nt ens o p ri m o p i a n o s u l v i s o d i u n bambi no: è spaventato e sbi gotti to, ha scoperto la f igu ra e l a s e g u e c o n l o s g u a rdo. E gl i è i ncuri osi to. Vuol e capi re dove sta an dando e p e rc h é . Rit or no a l l ’ i m m a g i n e d e l l a fi g u ra , questa vol ta zoomata nel l ’ atto di sal tare. E ssen do in c o n tro l u c e a n c o ra n o n s i ri esce bene a capi re come essa si a fatta. I niz ia i l d i a l o g o fra l ’ In te l l i g e n z a A rti fi ci al e e l a fi gura: I A : “ Ve tto re (ra d i c e q u a d ra ta d i x al l a meno1) i n cal o i ni zi are procedura di scorri m ent o b e ta -mi o s i n a a l 1 4 % , c a l i b ro ci rcol o superfi ci al e aumentato di 0,007 mi l l i mi c r on, p ro n to a d a tte rra re X XX ? X X X : “… s a i c h e s o n o p ro n to ” I A : “ r is c o n tra v o s o l o u n a c o n c e ntrazi one udi ti va dei tuoi i mput seri al i pi ttosto che v is iv a o mu s c o l a re , m i s e m b ra v a doveroso ri portarti al l a concentrazi one..” X X X : “ … c re d i c h e l a g e n te q u a sotto mi abbi a vi sto? I A : “ Pe n s a v o c h e tra i tu o i s c o p i ci fosse quel l o di non essere scoperto, non quel l o di inc u ri o s i re l a fo l l a .” La f igu ra , d i c u i o ra a b b i a m o s c o perto l a denomi nazi one “X X X ”, atterra su un tetto. E s s a è a n c o ra a c c u c c i a ta m a g i à si ri esce ad i ntravvedere che non è umana. X X X : “ L a s c i a p e rd e re , v o l e v o s o l o evi tare che scoppi asse i l pani co gi ù i n strada. I A : ” pe rc h é d o v re b b e te me re u n a macchi na programmata per non torcere l oro un c apello ? ” X X X : “ … fo rs e p e r l a s u a n o i o s i s s i ma i ntel l i genza gui da?” I A : “ E v i to s o l o d i i mma g i n a rm i temuto e ri spettato quando i nvece sono sol o uno s c hiav o .” La f igu ra s i e rg e i n p o s i z i o n e e retta e si rende fi nal mente noto i l suo “vol to” mec c anic o . È u n ’ a n d ro i d e . I l dialo g o c o n ti n u a : X X X : “ Io n o n s o n o l o s c h i a v o d i nessuno, è sol o i l modo nel qual e ci hanno pro gr am ma ti .” I A : “ E p e r q u e s to p e n s i c h e u n g i orno ascol teranno te o qual si asi al tro robot trat t andol o c o me u n l o ro p a ri ? Qu a l e padrone vorrebbe conoscere l ’ opi ni one di chi


pulis c e l a s u a s ta l l a ? ” XXX: “…” “ Q ual è l a s ta n z a ? ” I A : “ S o n o a u to ri z z a to a ri v e l a rte l o sol o se ri usci rai a raggi ungere l a fi ne del corri doio. ” X X X : “ C o me e n tro ? ” I A : “ La b o to l o d i e tro d i te .” TAV OLA TR E La f igu ra s i c a l a n e l l a b o to l a e s i i ntroduce i n un condotto di aerazi one. S tri sci a per r aggiu n g e re i l p o s to a d a tto d o v e cal arsi . N el frattempo conti nua l a di scussi one con l’int ell i g e n z a g u i d a : X X X : “è s o l o c h e n o n c re d o c h e stri sci are si a adatto a noi …” I A : “ XX X… o ra b a s ta . S a i c h e e gl i umani non ci concederanno mai dei di ri tti . Gl i s er v ia m o , n o n p o s s o n o p e rm e tte rsi di perderci . X X X : “E n o n te mo n o u n a n o s tra ri vol ta?” I A : “ N e l tu o b e ta -D N A c ’ è s c ri tto che non puoi causare danno ad al cun umano, è l a pr im a re g o l a . E s i s to n o p o c h e a l tri modi per catturare l a l oro attenzi one.” X X X : “Be h , n e l l a te rz a p e rò c ’ è scri tto che devo sal vaguardare l a mi a i ntegri tà… S ignif i c a c h e u n mi n i mo d i i n te resse nei nostri confronti ce l ’ hanno.” La f igu ra s i c a l a i n u n a n u o v a s tanza. In l ontananza si i ntravvede un ascensore. I A : “ A l o ro i n te re s s a q u e l l o c h e fai per l oto, nonte. C api ta anche tra gl i umani . È c iò c h e s p e s s o c h i a ma n o “a mo re”. L’as c e n s o re s u o n a : q u a l c u n o è arri vato nel suo stesso pi ano. La porta d e l l ’ a s c e n s o re , s c o rre n do, l asci a i l suo posto ad un’ al tra fi gura: una sen t inella n e m i c a . Q ues t a a v v e rte l a p re s e n z a d e l l ’ i ntruso: S ent in e l l a : “E H I T U ! F E R MO!” X X X p e rò , s c a l tra m e n te , l o a n ti c i pa e corre verso i l nemi coper attaccare per pri mo. I n m od o d a a n ti c i p a re o g n i m o s sa avversari a. L’az ion e è s e m p l i c e , n e l fra tte m p o conti nua i l di al ogo con l ’ i ntel l i genza gui da: X X X : “ Pe n s o c h e tu a b b i a ra g i o n e. È sol o che a vol te penso che l ’ abbi ano fatto per dar e im p o rta n z a a l l a n o s tra e s i s tenza.” X X X c a l c i a i n te s ta l a s e n ti n e l l a , staccandogl i el a e facendol a cadere. I l dialo g o p ro s e g u e : X X X : “ C re d o c h e a l o ro d i s p i a c c ia quando fi ni amo di strutti .” TAV OLA QU ATTR O La t es ta ro to l a p e r i l c o rri d o i o d el l ’ edi fi ci o nel qual e era penetrato X X X , ed i ni zi a ad em e tte re u n ru mo re : Tes t a: “b i p … b i p … b i p … ” A I : “ La te rz a l e g g e c i h a p e rme sso di evol vere dei l ogari tmi di cosci enza. Ma l a c las s e Ev o s d e l l e i n te l l i g e n z e h a previ sto sol o l o 0,003% di probabi l i tà che gl i uma ni ar r i v i n o a c o n s i d e ra rc i e s s e ri vi venti .”


X X X : “YY Y, q u a l è l ’ a l te rn a ti v a ? ” I l c y bo rg s i a c c o rg e d e l ru mo re che sta facendo l a testa e l o col l ega subi to al l ’ inev it a b i l e . Sc a p p a . A I : “ L’a l te rn a ti v a è u n m o n d o d o ve l e i ntel l i genze arti fi ci al i saranno così evol ute da pot er b y p a s s a re l e tre l e g g i e re ndere gl i umani schi avi al servi zi o del l e macchi ne.” Tes t a: “BIP B IP BIP ” A I : “ M a p u rtro p p o q u e l l a s a rà u n a guerra che al l a fi ne vedrà gl i uomi ni come vi n c it or i e i ro b o t… ” “ B A A A A AA AA AM” La t esta e s p l o d e fa c e n d o s a l ta re i n ari a con sé anche i l pal azzo che l a ospi tava. X X X de v e s c a p p a re e s i l a n c i a fu ori dal l a fi nestra (pri mo pi ano di X X X sospeso i n ar ia c o n s fo n d o d e l p a l a z z o i n fi amme) A I : “ … s o l o c o m e u n a m m a s s o d i maceri e” TAV OLA C IN QU E P ar t ic o l a re d e l l ’ e s p l o s i o n e … s i l asci a i ntendere che i l di al ogo conti nua durante l a c adut a d e l l ’ a n d ro i d e … o d u ra n te un suo possi bi l e stato di semi i ncosci enza: X X X : “Y YY, s o l o u n ’ u l ti ma d o ma nda…perché non mi hai avvi sato del l a bomba nel l a t es t a d e l l a g u a rd i a ? ” A I : “ Do v e v a mo p ro v a re … a n c h e se è sol o l o 0,003% pensi amo che toccando i gi usti t as t i, p o s s i a m o i n c u l c a re n e g l i u m ani una nuova i dea di noi .” “ Dov ev a m o mo s tra rg l i u n ro b o t mentre veni va di strutto, ma sappi amo che non av r em m o p o tu to c h i e d e rti d i l a n c i arti da sol o.” X X X : “… ” “ è s er v i to ? ” S i r iap re l a n o s tra fi n e s tra s u l fu turo. Un’ec o d a l p a s s a to : A I : “ . . q u a l c u n o c a p i rà .” Z oom s u l l o s c h e rm o d e l c o m p u te r nel l a stanza di sordi nata. S ul l o schermo si l egge: Com p: “Og g i h o v i s to u n ro b o t” P r es en te e fu tu ro s i s o v ra p p o n g o no i n un’ uni ca vi gnetta: X X X è spi acci cato al suo lo. Dis tru tto i rri me d i a b i l m e n te . S ulla s i n i s tra : u n p a rti c o l a re d e l lo schermo con sopra ri portato: Com p: “Og g i h o v i s to u n ro b o t… stava facendo un sal to. I r obot , s e i l s a l to è d i ffi c i l e , d e v ono cal col are ogni fattore: l a vel oci tà, l ’ al tezza, l a penden z a a m a n c h e l a fo rz a d e l vento e l a gi usta forza del l oro sal to.” I l c am p o s i a l l u n g a : i l ro b o t, o a l meno ci ò che ne ri mane, è un po’ i n l ontananza. Nella s c e n a fa l a c o m p a rs a i l n o stro bambi no e di conseguenza si capi sce che sarà lui a d i g i ta re q u e l l e p a ro l e s u l l o s chermo: Com p: “Qu e s to p e rc h é h a n n o s o l o una possi bi l i tà per non schi antarsi al suol o. M a c os a s u c c e d e s e l e p o s s i b i l i tà sono tante? I n base a c o s a u n ro b o t d e c i d e d i prendere una strada pi uttosto che un’ al tra?”


TAV OLA S E I I l bam b i n o s i a c c u c c i a m a ri ma n e sempre di schi ena. Fi ssa i resti del cyborg. Com p: “S e l e d u e s tra d e a v e s s ero l a stessa meta e l a stessa l unghezza, come s c eglie re b b e ro ? O gni r o b o t fa s c e l te d i v e rs e d a g l i al tri . Ognuno di l oro ha un modo di agi re uni co, ognun o d i l o ro h a u n s u o “c o m p o rtamento”. Avere dei comportamenti si gni fi ca an c he av e re u n a p e rs o n a l i tà .” I l bam b i n o mu o v e i l b ra c c i o . (P e r far i ntui re i l passare del tempo al l ettore) Dall’an d ro i d e c o n ti n u a a fu o ri u s ci re ol i o che aumenta i nconteni bi l mente. Com p: “P e rs o n a l i tà s i g n i fi c a s a pere chi sono, si gni fi ca sapere di esi stere. N on so s e per l o ro l a p a ro l a “e s i s te re ” h a un si gni fi cato, non so se possono di sti nguere tra una s c e l ta p re s a s o l o p e rc h é e ra l a pi ù probabi l e e una scel ta presa seguendo l a v olontà .”

I l bam b i n o s i p ro te n d e i n a v a n ti c ome per vol er avere un contatto con l ’ essere che gli s t a d i fro n te . Com p: “N o n s o s e h a n n o u n l o ro pensi ero o dei senti menti . Non s o s e s c e l g o n o i n b a s e a q uel l o che preferi rebbero. Non c r e d o c h e i ro b o t p re fe ri s c a no un col ore pi uttosto che un al tro o che l ui prefe r is s e i l g i o rn o a l l a n o tte .” P r im is s i mo p i a n o s u l c y b o rg . Com p: “P e n s o p e rò c h e d i fro n te ad una scel ta netta tra due l i nee di pensi ero l ui av r ebb e s e m p l i c e me n te “s c e l to ” una del l e due strade. Avrebbe scel to l a strada che pr ef eri v a . Av r ebb e p re fe ri to n o n mo ri re .” La s c e n a s i c h i u d e c o n i l ri fl e s s o del vi so del bambi no su quel che ri mane del vetro c he po tre g g e v a i l fa ro fro n ta l e d e l nostro androi de. Q ues t o , p e r fa r c a p i re c h e è l o s tesso del l e pri me vi gnette e per di mostrare come f os s e tu tto c a l c o l a to . L’ i n te l l i g e n za arti fi ci al e aveva, qui ndi , studi ato anche i l per c or s o i n m o d o d a a tti ra re l ’ a tte n zi one del bambi no e farl o gi ungere i n quel preci so is t ant e n e l l u o g o d e l l a c a d u ta .


Fonti

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appendice

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FANTA SMA D I U N A T ES I Valut an d o i l fa tto c h e i l p ro g e tto ori ginale e ra s o rto d a q u e l l o c h e d oveva es s er e u n l a v o ro l e g a to s tre tta m ente al c am p o d e l l a g ra fi c a (q u i n d i s tudi o di logh i , i mp a g i n a z i o n e , p ro g e tt azi o ne di s i ti w e b s tu d i o d e l l ’ i mma g i ne di un’az ie n d a ) h o v o l u to a p ri re u n a pa r ent es i s tre tta m e n te d e d i c a ta a que s t a parte . S in da l 2 0 0 9 s o n o e n tra ta a fa r parte del pr o g e tto e d i to ri a l e “E ra S u p e rba”, un f r ee p re s s ri g u a rd a n te fa tti a cca dut i a Ge n o v a . Sono stata inserita nel progetto con il preciso scopo di rinnovare l’immagine della rivista che, avanzando in quanto popolarità, aveva la necessità urgente di diventare più appetibile al pubblico per quel che riguarda l’estetica. Il primo passo fu quindi il rinnovo del logo ed il restiling dell’impaginazione che, in precedenza, era effettuata dagli stessi giornalisti/ideatori della freepress. Il disegno e l’ideazione del marchio è stata eseguita da Luca Marcenaro nel settembre del 2010. Scelta importante e significatica è stata quella di utilizzare in copertina e, come riferimento per gli articoli, illustrazioni inedite. A tale scopo hanno collaborato altri miei coetanei che ho voluto inserire nel progetto e che ancora adesso ne fanno parte: Bruzzone Emiliano, Ripane Alessandro, Rocchi Gianmaria, Sciutti Valentina, Spanò Chiara. La grande rivoluzione è però avvenuta nel 2011, quando ci siamo accorti che la rivista aveva ottenuto una particolare rilevanza e visibilità all’interno del territorio. é divenuto, quindi, indispensabile adeguarsi alla richiesta e studiare il modo migliore per poter vendere il marchio “Era Superba”: maggiore visibilità e leggibilità, ulteriore ristrutturazione del marchio e costruzione di un nuovo sito web. Nasce in questo modo “Era Superba“ come la conosciamo oggi.

2009

2010

2011


Ora, di pari passo passo con l’evoluzione ed il miglioramento di quello che poi risulta essere l’impatto primario (cioè quello della copertina) c’è anche la crescita professionale strettamente legata all’impaginazione interna: Quando ho iniziato questa collaborazione, nel 2009, ero alle prime armi. Non avevo, forse, mai toccato un programma di impaginazine e forse non intuivo ancora bene la differenza fra Adobe Indesign e Adobe Photoshop. L’unica richiesta che mi era arrivata da

parte dei giornalisti, miei amici, era che dovevo essere in grado di trasmettere lo spirito “Era Superba” al lettore e allo stesso tempo renderlo più capibile ed intuitivo. “Ok.” Ovviamente non avevo idea di come si facesse una cosa del genere. Ho iniziato a studiare la rivista così come era quando è arrivata nelle mie mani, volevo renderla moderna ed allo stesso tempo vivace, ma seguendo il medesimo “stile” che l’aveva contraddistinta fino ad allora.


Il mio primo approccio è stato quello di cambiare radicalmente la struttura della pagina facendo in modo che il lettore abituale non si trovasse spiazzato dal mutamento della rivista. Con il passare del tempo, con l’esperienza, ascoltando pareri altrui e studiando l’agomento si rese evidente che era inevitabile un cambiare tutto. Iniziai a rendermi conto che questo genere di impaginazione, così caotica, non fosse assolutamente il modo di operare.

Ovviamente effettuare una rivoluzione totale della rivista non era una decisione che mi poteva appartenere. Mi si presentò l’occasione lo scorso settembre quando mi si propose proprio questo: la rivista stava crescendo, il sito faceva sempre più visite e si rendeva necessaria una facciata più professionale. Così cestinai tutto ciò che era stato fatto finora e studiai un tipo di impaginazione più ordinata e seguibile, ma allo stesso tempo con carattere.


Come risulta più che lampante dalle immagini nella pagina di fianco, il risultato è nettamente differente al lavoro infantile che avevo svolto finora. Ora le pagine hanno finalmente la loro tanto agognata struttura interna e si evolvono di conseguenza. Senza stare ad apportare ragionamenti troppo difficili ed articolati (cosa che ho scoperto essere indubbiamente fallimentare nel campo grafico) ho suddiviso i capitoli tramite colori differenti, i titoli hanno tutti lo stesso tipo di carattere e sono strutturati nel medesimo modo. Le pagine, in generale, sono suddivise in tre colonne, fatta eccezione per alcune rubriche fisse che, allo scopo di renderle intuitivamente diverse dal resto della rivista, ho costruito diversamente: sempre seguendo lo schema delle tre colonne, certo, ma unendone due in una sola e lasciandone una di margine che accoglie un altro articolo. Una volta definita l’impaginazione il resto venne di conseguenza: l’immagine coordinata, per un’azienda, è essenziale per poter avere visibilità e rimanere impressa nella memoria di chi avrà a che fare con essa. L’immagine diventa coordinata quando i differenti fenomeni comunicativi risultano coerenti l’uno con l’altro. Questa coerenza si riferisce tradizionalmente a elementi di comunicazione visiva quali, ad esempio, loghi, colori, caratteri tipografici, impaginazione e presentazione grafica dei documenti, impostazione della comunicazione commerciale e promozionale. L’immagine coordinata è quindi il mezzo attraverso il quale, a prescindere dal numero, dalla complessità e dalle dimensioni di questi fenomeni comunicativi, l’immagine risultante è percepita all’esterno come proveniente dalla stessa entità.

Il primo filone logico da seguire è quellod della scelta dei colori. Logo, pagina web, carta intestata, template di facebook hanno gli stessi tre colori: rosso, bianco e nero. Il logo doveva essere sempre riconducibile, come nel discorso dell’impaginazione, a quello che vi era stato in precedenza. Dipenta in questo modo più facile capire come siamo arrivati a quello odierno: Nella prima versione, estremamente caotica, troviamo l’elemento della Lanterna. Figura strettamente collegata alla città di appartenenza della rivista, cioè Genova. Nella seconda versione, Marcenaro, ha ripreso quest’elemento stilizzandolo il più possibile e allo stesso tempo ha richiamato i colori del marchio precedente (rosso, giallo e viola). Usando però un tipo di carattere più moderno e leggibile. Nella mia versione del marchio ho voluto ridurre il più possibile il numero dei colori, arrivando così a rosso e bianco. Ho mantenuto solo il rosso, fra i colori originale, perchè era quello che rimaneva sicuramente più impresso fra i tanti e ciò avrebbe richiamato l’attenzione dei lettori che già seguivano la rivista. Per quanto riguarda il tipo di carattere, invece, ho mantenuto quello del logo di Marcenaro ma l’ho reso molto più sottile e, così facendo, l’ho donato di una certa eleganza che prima mancava completamente. La scelta di utilizzare un elemento figurativo con un così forte richiamo alla città di Genova è stata fatta perchè esplicitamente richiesto dal cliente. così la “S” di “Superba” si spenge diventando lo skyline della nostra amata città, con gli edifici più importanti e riconoscibili. Da sinistra: Il matitone, la lanterna, la cupola della chiesa di Santa Maria di Carignano e il Bigo.


G iunti a q u e s to p u n to ri s u l ta doveroso, da parte mi a, ri ngrazi are chi mi ha reso pos s i b i l e p o rta re a te rm i n e q u e sto l avoro: I l pr o fe s s o re M a ri o Be n v e n u to che mi ha spronata a ci mentarmi i n qual cosa che av r eb b e s fi d a to l e mi e c a p a c i tà i nvece di cadere nel l a banal i tà. I l pr o fe s s o re Se rg i o B a d i n o p e r essersi reso di sponi bi l e nonostante i l poco preav v is o. La m i a fa mi g l i a , c h e s i è ri v e l a t a un i ncredi bi l e supporto durante tutti questi anni : M io p a d re , c h e m i h a s e m p re i n c oraggi ata, con l e buone o con l e catti ve, a studi are e a p o rta re a te rm i n e i m i e i p ro g etti . M ia ma d re , c h e c o n s i l e n z i o s i i nol trava i n casa mi a i l l unedì matti na per farmi tro v ar e i l fri g o ri fe ro p i e n o , p e r fa re i n modo che durante l o svol gi mento del l a tesi non m or is s i d i fa m e . M io f ra te l l o ma g g i o re , M a rc o s , c he è sempre stato un val i do punto di ri feri mento. M ia s o re l l a mi n o re , M a ri a n a , c h e i n questi mesi mi è stata ad ascol tare, ha prepara t o pr a n z i e c e n e e d h a a v u to p a zi enza quando i mpazzi vo senza moti vo apparente. S t ef a n o , s e n z a d i te s a re i p ro b abi l mente scappata i n Ol anda dopo l a pri ma pagi na. G r az i e p e r a v e rmi i s p i ra ta e a i u tata quando mi bl occavo nel l avoro. F r anc e s c a , s e n o n c ’ e ri tu d e l u ci darmi sul l e burocrazi e accademi che non mi sarei m ai l a u re a ta . E ti ri n g ra z i o a n c he per avermi al l i etato l e serate pre-l aurea con l a f ondu ta a l c i o c c o l a to . S e i s ta ta l a pri ma ad el ogi are l e mi e capaci tà arti sti che, e non p e n s a re c h e n o n me l o ri c o rdo.

F ebb ra i o 2 0 1 2 , Cons ta n z a R o j a s


CONSTANZA ROJAS Progettazione Artistica per l’Impresa

anno scolastico 2011-2012

Il Blog  

"LA RICERCA DI UNA STRADA INTERIORE" il disegno, il fumetto, l'esplorazione di mondi possibili

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