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A voi lettori, che siete l’anima della mia fantasia e permettete ai miei sogni di divenire realtà.

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PARTE II

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LA BATTAGLIA primo scontro

L

a mattina che precede la notte del raduno è come tutte le altre. Io, Marchal, Albert e Ricky, ci alziamo molto presto per fare colazione. Mentre mi raccolgo nello studio tra la montagna di libri accatastati sul piccolo scrittoio della mia camera, i miei fratelli iniziano a lavorare nei campi e nostra madre esce di casa per andare a badare al bambino dei Geoffrey, giovani coniugi newyorkesi trasferitosi da poco a nord della nostra città. Tutto scorre nella normale monotonia d’ogni giorno. In questo momento avrei una voglia matta di correre da Mary, di raccontarle tutto e poter liberare il mio cuore dalla pena costante a cui ultimamente è sottoposto. Ma so che non servirebbe a nulla, non riuscirei mai a svuotarmi del tutto e, come ho sempre pensato, metterei solo a rischio la mia povera amica. È già mezzogiorno e non ho ancora iniziato a preparare nulla per il pranzo. In più, nel pomeriggio dovrò terminare le decorazioni e gli addobbi per la festa di compleanno di domani. Mi chiedo se avrò la testa per riuscire a finire tutto in tempo. Ho poi deciso quale libro regalare ad Albert: “Il fu Mattia Pascal”. Noi esseri quasi immortali, dobbiamo fare il callo con le multiple identità che nel corso del tempo siamo costretti a indossare. Inizio a tagliare le carote, la cipolla e il sedano per il soffritto, ho intenzione di preparare delle deliziose polpette fritte, piatto tipico italiano che Mary mi ha recentemente insegnato. Ma bussano alla porta. Detesto quando qualcuno giunge nel momento sbagliato, e lo stato di tensione per stanotte è talmente alto da rendermi intrattabile… Robert? Il secondo dei fratelli Johnson. «Come mai da queste parti, Robert? Sarah ha forse bisogno di qualcosa?». Mi guarda incerto. «Yvonne…disturbo? Passavo di qui e ho pensato di ammazzare un po’ il tempo, prima di andare a casa per il pranzo». E devi venir proprio a casa mia per perdere tempo? «Capisco…entra pure, allora. Mettiti comodo in soggiorno. Puoi accendere la tv se vuoi. Io purtroppo sono occupata in cucina, gli altri sono ancora tutti fuori». Spero di smorzare un po’ il suo entusiasmo e di farlo battere in ritirata. Possibile che non possa godermi neanche un pizzico di meritata solitudine? «Non voglio rubarti del tempo prezioso, Yvonne. Non temere». 4


La mia noia è così palese? «Volevo solo poter parlare con qualcuno. Se preferisci, tolgo il disturbo». «Ma cosa dici, Robert? Dai, entra dentro. Perché non ti offri come mio aiutante cuoco?». Ammicco cercando di risultare più simpatica al mio ospite. A volte dimentico completamente le buone maniere. Lo faccio accomodare in cucina, i fratelli Johnson sono di casa. Con la coda dell’occhio, noto che sta osservando in silenzio i nostri modesti mobili componibili: forse gli sembrano troppo spoglie le ante di legno color miele o esageratamente tappezzato di calamite e biglietti ricordo, il frigorifero? Forse trova eccessivamente retrò le tendine di pizzo bianco alle finestre, fermate da enormi fiocchi blu. Che uno dei fratelli Johnson sia venuto a farci visita in un orario poco consono, non è una grande novità. Ma che quell’uno dei cinque fratelli rompiscatole, sia Robert, è proprio da scoop. Robert. Il timido, introverso, educato, impeccabile e anonimo Robert. L’unico dei cinque lupacchiotti troppo cresciuti che ha sempre dimostrato di avere un comportamento a dir poco esemplare. Ma non è questo il punto. Quel che mi turba non poco è la sua espressione inquietante: sembra avere la testa fra le nuvole, anche se non mi sfugge il suo sguardo attento e indagatore. «È successo qualcosa, Robert? Non mi sembra tu stia molto bene». Mi guarda con fare incredulo, come se stessi dicendo un’assurdità. «Cosa te lo fa pensare, Yvonne? No, sto benissimo. Davvero». «Non me la dai a bere, Roby. Ci conosciamo da…ormai ho perso il conto. Siamo cresciuti insieme. Cosa ti preoccupa? Non abbiamo mai avuto un grande rapporto io e te, ma abbiamo sempre capito quando uno dei due stava attraversando un periodaccio». Ma avviene un singolare episodio. Un piccolo, importante gesto, che non dimenticherò mai: il ragazzo dai capelli rossi si alza dalla sedia impagliata che occupa con una postura da vero signore, si avvicina a me con passo lento, studiato. I suoi occhi sono limpidi, languidi. Come due pietre di giada pura, senza ombra, mi osservano ingenui e in attesa di una risposta. «Yvonne…posso chiederti un abbraccio? Non ti sembro indiscreto, vero?». Non potrei mai rifiutare. Né vorrei respingere la sua richiesta. In fondo, so di desiderare anch’io in questo momento un gesto di tenerezza, di bene sincero. E l’unica persona in grado di donarmelo è proprio il ragazzo dallo sguardo spaurito che mi sta di fronte. Il mio vecchio amico d’infanzia, il piccolo Roby soprannominato da tutti carotina occhialuta. Non conosco il vero motivo per cui sia venuto, ma non importa: quel che conta adesso, è sapere di poter avere una spalla su cui riversare le mie lacrime cariche di segreti tormenti. So che anche per Roby dev’esserci qualcosa che non va. Chissà, forse una questione amorosa. Problemi con i suoi. Litigi con i fratelli, con un amico. O ancor più semplicemente, un breve e temporaneo 5


cedimento dovuto al fardello di dover avere per sempre impresso il marchio di licantropo sulla sua pelle. «Vieni qui, mattacchione. I miei cinque ragazzi dal pelo rosso avranno sempre un posto particolare nel mio cuore, lo sai». Una sensazione d’incredibile pace interiore, nell’accoglierlo tra le mie braccia. Sostituita poi, senza alcun motivo, da un improvviso senso di oppressione, di tristezza; forse anche Roby ha avuto una simile percezione, perché è appena trasalito ritraendosi leggermente dal mio abbraccio. O probabilmente, ha solo sentito rientrare Albert e Ricky… sarebbe impossibile non sentirsi disturbati dal fracasso che riescono a creare. «Ohi ohi ohi….! Cosa stavate combinando voi due?!». Esclama Ricky con fare teatrale. Davvero insopportabile quando comincia a prendere di mira le sue prossime vittime da gossip. «Abbiamo interrotto qualcosa?». «Piantala, Ricky! Non sei affatto divertente», cerco di difendermi. Albert assume un’espressione colma di finto disgusto. «Robert! Davvero, tu…non riesco a crederci!». Il povero Roby arretra con le braccia alzate a mo di arresa. «Smettetela, ragazzi! Non stavamo facendo nulla di male, non è come credete!». «Dai, testa rossa! Fermati con noi a pranzo. La nostra sorellina deve aver preparato qualcosa di buono a giudicare dal profumo». «Grazie davvero, ma stavo per andare via. Ci vediamo a mezzanotte, ok?». Albert e Ricky si sono già precipitati sulla pentola per degustare il pranzo prima che lo serva in tavola. A volte, quando fanno così, appaiono realmente simili a due scimmioni. Lo accompagno alla porta, alzando gli occhi al cielo per la pazienza da dover adottare con i due lupi grigi che stanno per divorare le mie polpette. «A quanto pare dobbiamo salutarci». Gli sorrido, oramai del tutto libera dalla scura coltre che mi era scesa addosso. Anche i suoi occhi sembrano essere tornati sereni. «Non dimenticherò mai questo momento, Yvonne. Dal profondo del mio cuore…grazie». Se ne va via, lasciandomi un sorriso. Faccio spallucce, seppure mi senta leggermente preoccupata, e torno dai miei fratelli nella speranza che sia rimasto anche per me qualcosa da mettere sotto i denti.

Il cielo è così terso da poter distinguere ogni piccola stella, persino quelle timide che a volte cercano di nascondersi rimanendo accanto ad una loro sorella più luminosa e superba. Non si muove neanche una foglia, il venticello che aveva rinfrescato il pomeriggio è svanito. La luna, splendente e candida, sorride mestamente guardandoci dall’alto.

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Credo non manchi oramai nessuno all’appello: i licantropi di questo territorio sono tutti presenti. Il vecchio John. La famiglia Johnson. Le sorelle Tiffany e Lilian. I Thomson. Peter e i suoi dieci. Walter. La mia famiglia. E, infine, solitaria e senza vincoli di sangue tra i presenti, io. Trenta lupi uniformemente compattati, uniti in un solo pensiero capace di renderli simili ad un’unica, letale macchina da guerra. Il trentunesimo individuo, una ragazza mezzosangue, un misto tra umano e vampiro, tra normale e soprannaturale, è in evidente stonatura con il branco riunitosi in questa radura al saluto di luna piena. Per l’occasione mi s’impone d’indossare qualcosa di non troppo colorato, che non metta in eccessivo risalto il chiarore della mia pelle in contrasto con le brune pellicce dei lupi. Il mio elegante abito da cerimonia consiste in un aderente tubino nero, con maniche velate e scollatura leggermente pronunciata. Legata da un sottile laccetto, lungo le mie spalle scende una mantella nera con largo cappuccio, simile a quelle utilizzate nei film per rappresentare chissà quale macabra setta segreta, che arriva a sfiorare le mie caviglie. «Benvenuti, amici miei!». Walter è al centro dell’adunata, in piedi sopra un grosso masso rivestito da un sottile strato di muschio: «Siamo tutti riuniti qui per celebrare, come di consueto, il saluto alla nostra madre Luna. Se anche siamo oramai abituati a questo rituale, non dobbiamo considerarlo con superficialità. Sarebbe piuttosto giusto festeggiare con sincera gioia un momento così importante per noi, uomini lupo». I volti di tutti sono tesi in un inespressivo sorriso. Ascoltano le parole di Walter con religioso silenzio. Ognuno dei presenti indossa una mantella simile alla mia, la quale dovrà essere sciolta e lasciata cadere al suolo, al momento della trasformazione. Peter -leggermente appartato rispetto al resto del branco- forma un piccolo gruppo a sé, insieme ai suoi ragazzi. Sorride compiaciuto, le braccia conserte e gli occhi socchiusi in un’arguta fessura. Mi scocca un occhiolino in segno d’intesa ed io ricambio il gesto in apparente tranquillità. «Spero vi siate esercitati per la danza di mezzanotte. Stanotte sembra esserci amica, il nostro ballo si svolgerà nel migliore dei modi». Tutti sorridono entusiasti, lievi mormorii si alzano nell’aria. «Ma…prima d’impegnarci nel nostro rito cerimoniale, sapete bene che bisogna affrontare l’importante argomento che ci ha toccato profondamente in quest’ultimo periodo». Scende il silenzio. Temo si possa sentire il pulsare improvviso del mio cuore. Rudi Johnson fa un passo avanti e prende la parola: «Sono già trascorsi troppi giorni, Walter. A parer mio e della mia famiglia, avremmo già dovuto agire contro i vampiri. Vorremmo chiedere perché si è atteso così a lungo, per iniziare la caccia a quegli assassini». Con il suo solito sorriso cordiale, Walter si rivolge a Rubi allargando le braccia. «Le tue parole dicono il vero. Sei sempre stato uno dei membri più saggi e leali del nostro branco, e quel che hai appena detto lo dimostra apertamente. Avremmo dovuto repentinamente 7


metterci sulle tracce dei Veneziani. Sono loro i vampiri che hanno impestato il nostro territorio, infrangendo il patto stipulato con noi appena sette anni fa. Contrariamente alle nostre regole però, abbiamo atteso fino ad oggi per muoverci contro il nemico. Ed esiste ovviamente un perché alla decisione presa». Rubi sembra inspiegabilmente agitato. Il suo odio verso i vampiri dev’essere più forte del suo autocontrollo: «Spiegaci dunque questo motivo. Credo siamo tutti curiosi di conoscerlo». Il sorriso di Walter diviene più…ironico. «Non avere fretta, Rubi Johnson. Credi forse che potrebbero esserci dei segreti all’interno del branco? Da quando metti in dubbio la mia parola?». L’espressione del povero Rubi diviene un misto tra l’incredulo e l’impaurito. «Non mi permetterei mai, Walter. La mia voleva essere solo una domanda alle stravaganze degli ultimi tempi. Ciò non significa certo dubitare di quel che è, ed è sempre stato il branco». Vedo la tensione trasparire dai suoi pugni chiusi, dalle piccole gocce di sudore che imperlano la sua fronte. Un lugubre silenzio è sceso sulla chiazza di radura occupata dai trenta licantropi che conosco da quasi un secolo. Poi, improvvisamente, la risata di Walter echeggia tra le alte fronde degli alberi, seguita da quella di Peter e dei suoi giovani dieci lupi. Il resto dei presenti resta rinchiuso nella sua assenza di rumore. «Non c’è alcun bisogno che ti preoccupi tanto, Rubi! Ecco qui a te e a tutti i presenti, le prove di quel che stavo cercando di spiegarti». Smorza la risata -a mio avviso inadeguata alla situazione- estraendo dall’interno della sua mantella un mucchio di lettere sgualcite unite da un laccio rosso porpora. «Quelle che vi sto mostrando, amici miei, sono le avvisaglie inviateci dai Veneziani. Vere e proprie lettere di minaccia verso l’incolumità nostra e degli umani che cerchiamo di difendere dal tempo in cui siamo giunti fin qui per occupare questo territorio. I biglietti sono stati trovati accanto alle porte della mia abitazione, o sui davanzali di alcune finestre. Il contenuto è quasi sempre lo stesso in ogni lettera, potete vedere anche voi». Scende con un agile e ampio salto dal masso sopra il quale parlava come da un palco e, porgendo ad alcuni membri del branco i fogli che tiene in mano, li divide tra loro. «Sono tutti firmati dallo stesso vampiro. Suppongo sia il loro portavoce. Ecco anche a te, Yvonne. La tua testimonianza è fondamentale». La mia cosa…? «A cosa ti riferisci, Walter?». Poggia una mano su una mia spalla ed un brivido attraversa la mia carne. «Ovvio: ad un biglietto molto simile a questo, che tu stessa mi hai fatto vedere pochi giorni fa». Osservo il foglio che mi ha posto fra le mani, cercando di controllare il più possibile il tremore che mi ha colta all’improvviso. È la stessa calligrafia di Alain. La 8


riconoscerei tra mille. Ma quale motivo può averlo spinto a stilare questa serie di minacce senza senso? «Non riesco a capire. Anch’io ho ricevuto un biglietto da parte dei vampiri, come già sai. Ma se ricordi bene, il contenuto era ben diverso…Chiedevano solo di poterci incontrare durante quest’adunata per metterci al corrente di alcuni eventi che provano il pericolo in cui ci troviamo. Non vi era scritto niente di così meschino in quelle poche righe». «Yvonne ha ricevuto una lettera da parte dei veneziani?!». Gridano -quasi sincronizzatiAlbert e Ricky. «Vi ha nascosto l’accaduto solo per proteggervi. Non fategliene una colpa», interviene Marchal, premurosa. «Vostra madre ha ragione, ragazzi. Yvonne è subito venuta da me per chiedere consiglio. È ovvio che vostra sorella non abbia capito che i vampiri speravano solo di giocare sulla sua natura simile alla loro, per accaparrarsi un valido aiuto. Ma dopo i chiarimenti che io stesso sono riuscito a darle, ha accettato di buon cuore la nostra proposta». «Di quale proposta parli, Walter?». Chiede con aria preoccupata Tiffany. «Del suo contributo alla battaglia che presto affronteremo, mia cara. Ma come?», si rivolge a me, «Non avevi ancora detto a nessuno che stavolta combatterai al nostro fianco? Pensavo fossi fiera di aver ottenuto quel che hai da sempre desiderato». La sua espressione addolorata assume un non so che di ridicolo. «Yvonne…tu combatterai? Contro i tuoi simili?». La domanda di Lilian suona colma di stupore e sdegno. «La mia famiglia siete voi, Lilian. Non dimenticartene. Tuttavia, stavolta non ci vedo affatto chiaro sulle lettere che ci stai mostrando, Walter». I miei occhi devono essere colmi di sfida, a giudicare dall’espressione incupita del capo branco. «Non dobbiamo creare inutili ansie. Rimanere compatti è l’arma migliore per impedire al nemico d’infiltrarsi», risponde, cercando di deviare il discorso e fingendo di non prestare eccessiva importanza all’argomento. Se Alain dovesse mettere piede qui, adesso, con il resto del suo clan, sarebbe la fine per loro. Ti prego. Ti prego. Ti prego! Non venire, Alain. Resta dove sei. «Abbiamo aspettato la data del nostro raduno per poter decidere insieme la prossima mossa da effettuare». Walter riprende la parola, stavolta con molta più serietà di quanta mai ne abbia avuta, per quanto mi possa ricordare.

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«L’unico modo per poterli attaccare, cercando di avere il minor numero di vittime possibili dei nostri, è richiamare nel nostro territorio il branco dei Lupi Viola». No. Non possono voler chiamare proprio loro. «Walter…credi davvero che ce ne sia il bisogno? Il clan dei Veneziani non è poi così numeroso. Potremmo affrontarli benissimo da soli, e senza rischiare di perdere membri delle nostre famiglie». Avanza con fare incerto, Valiant. L’espressione di Walter è dura, spietata. Non disponibile alla replica. «Se sono giunto ad una simile conclusione, dev’esserci un valido motivo, non credi giovane lupo? Rubi, dovresti tenere a freno la lingua dei tuoi avventati figli e addestrarli meglio al combattimento. Al branco servono lottatori cauti e calcolatori. Non ingenui temerari e imprudenti». Il capo famiglia dei Johnson sta per replicare, apre la bocca, ma la richiude subito arretrando di un passo e lanciando una severa sbirciata verso Valiant, il quale rimane fermo sui suoi passi, gli occhi socchiusi in una fessura. «Se i Lupi Viola dovranno venire in soccorso, avanzeranno delle pretese nei nostri confronti?». Chiede Tiffany con fare riflessivo. «No, non temete. Stipuleremo prima un accordo. Certo, pretenderanno qualcosa in cambio...ma questo sarà un punto da discutere al momento in un’assemblea generale», rassicura con un vacuo sorriso Walter, volgendo un frettoloso sguardo nella mia direzione. Che significhi qualcosa? I Lupi Viola. Il branco più antico nella storia dei licantropi, che vanta il numero di ben cento lupi dalla massa corporale portentosa e dalla pelliccia grigia sfumata di riflessi viola -da qui il nome con cui tutti li riconoscono-. La loro fama di spietati combattenti li rende i lupi più temuti tra i licantropi. Non si sa dove vivano, si dice che abbiano eretto un loro mondo e che ogni tanto decidano di mischiarsi tra la gente comune, senza dare troppo nell’occhio. Se accetteranno di venire fin qui per aiutare il nostro piccolo branco comandato da Walter, dev’esserci senz’altro qualcosa di molto, molto più grosso della semplice presenza dei vampiri di Venezia nel nostro territorio. Più questa storia va avanti, più non riesco a vederci chiaro. «La decisione spetta comunque al branco. Diamo il via alle votazioni». Che razza d’ipocrita. Farebbe molto meglio a dare il verdetto senza bisogno di tanti preamboli. Davvero, non riesco a capire quest’improvviso cambiamento nella personalità di Walter. È sì sempre stato un bravo manipolatore, ma mantenendosi senza eccezione nei limiti della giustizia. Perché adesso non permette ad alcuno di esprimere la propria opinione? Perché non lascia che i nostri ipotetici nemici possano dare la loro versione dei fatti, prima di dichiarare loro guerra aperta? È dura ammetterlo e, non avrei mai voluto fare un simile 10


paragone, ma non ha agito in maniera tanto scorretta -persino quando ne avrebbe avuto ogni diritto- contro Stephen Dan. Sento che un pericolo imminente stia minacciando la vita dei miei cari..sento che stavolta non sono i vampiri gli elementi più temibili d’affrontare, e..sento, ora più che mai, di dover prendere le loro parti. «Prima di dare il via alle votazioni, avrei una domanda da porti, Walter». Mi lancia uno sguardo altezzoso e fa cenno con la mano perché io prosegua a parlare. «Se, come dici, i biglietti di minaccia sono stati lasciati fuori casa tua, com’è mai possibile che tu o qualcun altro rimasto fuori di guardia, non abbiate sentito l’odore del nemico? Voi licantropi godete di un olfatto a dir poco impressionante. Tutte queste lettere come possono essere state recapitate da un vampiro indisturbato nel nostro territorio?». Il mio sorriso brilla trionfante, nel sentire aumentare il mormorio attorno. Walter rimane imperturbato nell’ascoltare le mie parole accusatorie. D’un tratto, sorride anche lui attraverso la pelle di cioccolato. «Constatazione davvero interessante, Yvonne». Fa scorrere una mano sui suoi capelli mori, questa sera lasciati sciolti sul collo. «Devo dire che sei una ragazza piuttosto perspicace. Ci servirai parecchio durante la battaglia, il tuo intuito è ammirevole. Ma per rispondere alla tua domanda, a mia volta te ne porgo cordialmente un’altra». Stavolta, il suo sorriso mostra l’intera schiera di denti bianchi: «Com’è mai possibile…che il tuo olfatto non abbia percepito la presenza di un vampiro, fuori dalla finestra della tua camera?». Peter Callaghan muove qualche passo nella mia direzione. I suoi occhi vitrei, inespressivi, mi gettano in uno stato d’autentico terrore. Sta per smascherarmi? O forse ha già detto tutto a Walter? Sono stata una sciocca a credere di potermi fidare di lui. Inizia a parlare: «Il tuo fiuto è infallibile almeno quanto il nostro, Yvonne. Come spieghi la mancanza di cui ci accusi, avvenuta anche da parte tua?». Albert e Ricky mi guardano con terrore e una maschera di disgusto stampata sui volti. Mia madre sembra impietrita. I Johnson sono quasi tutti con la bocca spalancata. John e Tiffany ciondolano la testa in un gesto di sincero dispiacere e rammarico. Chissà, forse il vecchio John si sente responsabile per aver appoggiato il mio desiderio di accompagnarlo a Venezia, sette anni fa. I coniugi Thomson abbracciano la piccola Nancy in segno di protezione, mentre Nico e Daniel, per non parlare della perfida Lilian, sogghignano sotto i baffi. L’idiota starà assaporando il suo momento di bramata vendetta, nel vedere Peter schierato contro me. Non devo lasciarmi prendere dal panico. Quando arriveranno Alain e gli altri? Che razza di scema. Ma come mi è saltato in mente di fargli quella stupida domanda? «Non precipitiamo le cose. Ti abbiamo solo rivolto lo stesso interrogativo che tu hai giustamente posto a noi. Sai risponderci, bellezza?». Peter non si smentisce neanche in questi momenti. 11


«Io…io devo essermi addormentata. È l’unica spiegazione che riesco a trovare. Come ben dite, sarebbe impossibile che l’odore di un vampiro sfugga a me, come a voi del resto. Davvero, non so cosa dirvi. So solo che una mattina ho ritrovato il biglietto di cui parliamo, fuori dalla finestra della mia camera». Sarò stata credibile? Ne dubito. «Come vedi, Yvonne…hai trovato da sola la risposta alla tua stessa domanda. Quella che hai appena dato, è anche la nostra spiegazione. Si potrebbe mai dubitare della nostra buona fede, come anche della tua?». La tensione sembra scemare velocemente. Le parole di Peter procurano un effetto molto più balsamico delle mie. «Bene», sibilo tra i denti. No, non posso arrendermi adesso: «E cosa mi dici dell’incontro che hai avuto con coloro che adesso accusi, senza alcuna prova, dell’omicidio nel bosco? Ti ho visto parlare con i Veneziani, Peter Callaghan. Prima che tu mi rifilassi la menzogna dell’accordo con loro preso, per farli entrare nell’adunata di stanotte». «Di quale accordo state parlando?», interviene stavolta il capo famiglia dei Thomson, con tono sospettoso. Noto che il nostro alfa assume un’aria tesa e contrariata. A questo punto, non ho alcun dubbio: Walter è a conoscenza dei segreti -e al momento inspiegabili- piani di Peter. Slego in un moto d’ira i lacci della mia mantella e la getto a terra, puntando un dito verso il licantropo traditore. «L’unico e vero infedele al branco, sei tu, Peter. Non so ancora cosa stai tramando a discapito di tutti noi, ma una cosa è certa: non ti permetterò di uscire integro da questa storia! I vampiri, stavolta, sono innocenti». «Sei solo ridicola, Yvonne! Pensi davvero che qualcuno tra noi possa credere alle tue parole? Alle parole di una mezzosangue? I vampiri..innocenti!». La sua perfida e isterica risata risuona attraverso gli alberi che ci circondano, mentre tutti osservano la scena fissando ora lui, ora me. Ma...Oh, no. È giunto il momento che temevo più d’ogni altra cosa. Gli uomini lupo presenti iniziano ad arricciare il naso, ad assumere espressioni disgustate. Ad alcuni inizia persino a comparire la bava alla bocca. Molti sembrano in procinto di volersi trasformare. «Davvero, fossi in voi non perderei questo tempo per un gruppo di sporchi bevitori di sangue». Delle lievi risate, simili a trilli di campanelle allegre, echeggiano nell’aria stemprando l’atmosfera divenuta così tesa e allarmante. Da dietro il fitto fogliame che ci circonda, alla nostra sinistra, iniziano ad uscire i vampiri tanto discussi. La loro pelle è luminosa come la perla solitaria della collana che porto al collo. Nel profondo dei loro occhi vibra una fiamma rosso fuoco. I bianchi sorrisi lasciano brillare i denti trasudanti di veleno. 12


A parlare, è stato Alain. Ovviamente. Speravo decidessero alla fine di non venire. «Arrivare persino a chiamare i Lupi Viola mi sembra una mossa troppo azzardata per battere un gruppo di sprovveduti come noi…non credi anche tu, Callaghan? Dov’è finita la tua disponibilità nel volerci incontrare per dare modo anche al resto del branco di capire quel che sta accadendo nell’ultimo periodo?». Non si perde tempo da noi. Peter sembra non aspettare altro. Si lancia in un salto acrobatico a mezz’aria e, senza rispondere alle accuse dirette di Alain, assume le sembianze del lupo che vive in lui. Alain non si muove di un passo, tanto meno gli altri suoi compagni rimasti alle sue spalle. Il sorriso sardonico che gli dipinge le labbra potrebbe risultare alquanto indisponente. Osservandogli la linea perfetta della bocca, un brivido pervade la mia schiena al solo ricordo di ieri notte. Il soffio del suo bacio riuscirebbe a scuotere il mio intero corpo. Continua a voler stuzzicare Peter, sembra quasi divertito: «Così non va…è un po’ da vigliacchi il tuo comportamento. Trasformarti per non dover ricorrere alle parole che riuscirebbero a discolparti, non credo sia la giusta strada da seguire». «Chi diavolo vi ha dato il permesso di mettere piede su questo territorio, sporchi Veneziani?! Non solo avete infranto il patto stipulato con noi alcuni anni fa, ma avete persino superato i limiti delle barriere da sempre esistite tra le nostre razze, infiltrandovi in un nostro raduno!». «Non c’è bisogno di scaldarvi così tanto, Walter. Forse il vostro fidato braccio destro non vi ha detto nulla sul nostro colloquio? Ci ha dato la sua parola, promettendo un incontro civile durante il quale avremmo potuto spiegare la nostra presenza all’interno del vostro territorio». Walter lancia un’occhiata torva in direzione di Peter, il quale lo ignora del tutto continuando a ringhiare verso Alain, le zanne schiumose e gli artigli aperti come lance. Poi, rivolgendosi nuovamente verso il vampiro portavoce del clan, il capo branco alza una mano chiusa a pugno, il volto contratto in una smorfia pronta a lacerarsi per cedere il posto al lupo che scalpita nelle sue vene. «Non ci sarà nessun dialogo tra noi! Non avete diritto di parlare, quel che avete fatto ha già detto tutto da sé. Non vi permetteremo di spargere ancora una volta morte e desolazione tra le nostre genti. Se eliminarvi dovesse comportare anche la nostra morte, e sia!». I pochi istanti che seguono queste parole, sono avvolti da rumori vellutati. Non si ode nessun respiro, i volti di tutti sono ingessati, privi di alcuna espressione. Ognuno segue e riproduce, nei minimi particolari, i gesti di Walter, del loro capo branco. I miei sensi sono improvvisamente accesi, la mia testa brucia. Il delicato strofinio dei lacci sciolti e delle mantelle lasciate cadere al suolo, è simile allo stridore di trenta lame spezzate. Sento il tremore delle carni di tutti coloro che conosco da quando la mia memoria mi 13


permette di ricordare. Sento il lacerarsi dei loro abiti, sotto la trasformazione delle membra febbrili e violente. Vedo, con terrore misto ad incanto, i trenta licantropi acquistare le loro pellicce e prendere la forma della nobile bestia che reclama il suo territorio. La loro pelle viene investita da un sottile strato di luce, nel momento in cui cede il posto alla folta e robusta peluria, ai muscoli incredibili che guizzano, desiderosi di poter agire. Non saprei dire quali delle due razze, se i vampiri o i licantropi, abbia più luce negli occhi. In questo momento non riesco a scorgere in nessuno di loro un minimo bagliore. Le ombre della morte stanno per prendere il comando nei cuori di ognuno. I vampiri sono in netta minoranza, ma a dispetto di ciò, sorridono come se non stessero aspettando altro che essere attaccati. Che il branco abbia ragione? Saranno davvero solo degli sporchi assassini assetati di sangue, incapaci di desiderare altro nella loro misera esistenza? Ma io so cos’ho visto sette anni fa, varcando quella porticina verde ed entrando in un mondo che mi sarebbe appartenuto, se le cose fossero andate diversamente: un gruppo di ragazzi semplici, come me. Ecco cos’ho visto. Nelle cui vene però, è stato iniettato un potente veleno che ha alterato il loro stile di vita, rendendoli agli occhi del mondo intero degli esseri raccapriccianti. Le loro esistenze sono marchiate per l’eternità non di certo per volere dei medesimi. Subiranno per sempre le conseguenze del loro stato. E, per quanto mi riguarda, so di risultare più ripugnante io, nel dire ciò, che i vampiri stessi…eppure, avrei preferito essere una di loro che una mezzosangue. Né umana, né mostro. Né buona, né spietata. I Veneziani si apprestato nell’avvio della loro flessuosa danza. I corpi marmorei iniziano a girare su se stessi, creando vortici di vento che si uniscono a seconda dei passi che effettuano. A vederli così, sembrerebbero i ballerini di uno spettacolo di danza sincronizzata. I vortici di vento creano disegni nell’aria, simili a simboli di una lingua per ora a me sconosciuta…sono certa vogliano dire qualcosa. Poi, improvvisamente, gli undici vampiri saltano come frecce scoccate da un arco. Ed ha inizio la battaglia. I rumori vellutati svaniscono con il soffio dei corpi dei lupi che galleggiano a mezz’aria saltando fino a raggiungere le loro prede, lasciando il posto allo stridore metallico dello scontro dei loro corpi. I primi volti che cerco, tra i licantropi, sono quelli della mia famiglia. Ricky e Albert si sono lanciati sopra i gemelli Jonatan e Carl. Il combattimento per ora sembra essere ad armi pari. Le coppie di fratelli cercano di schivare i colpi senza attaccare in maniera esageratamente violenta. Forse, tutti e quattro non vogliono rischiare di perdere uno dei reciproci consanguinei.

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Mi fa tremare il colpo lacerante che Lilian ha appena inferto ad una spalla di Sara. Il rumore è come lo scontro di due sassi che vengono strofinati tra loro. L’urlo di dolore della bella vampira è terrificante, la vedo schizzare come una gatta isterica mentre cerca di strappare con tutta la sua forza una zampa posteriore della lupa troppo avventata. Un cupo e profondo singulto di dolore esce dalle fauci di Lilian quando, improvvisamente, Alain ferma il colpo mortale della sua compagna, ammonendola con gli occhi fumosi e neri. Sara annuisce stizzosa, mentre molla la presa e lascia cadere esanime la povera Lilian, che striscia a terra come una biscia cercando di allontanarsi il più possibile dalla battaglia. Sotto il mio sguardo incredulo, il pezzo ciondolante della spalla di Sara si ricompone in un leggero e quasi impercettibile lampo luminoso, tornando al suo stato marmoreo come se non fosse mai stata ferita. I miei occhi corrono ad un’altra scena. I coniugi Thomson, Ronald e Claire, hanno da poco attaccato Isabella. Le loro pellicce ramate, nei movimenti veloci, sembrano voler mandare in fiamme la bionda e fluente chioma della vampira che, con scatti fulminei, schiva ogni zampata dei due lupi. Fin quando Ronald decide d’attaccarla brutalmente, cercando di lanciarsi direttamente sul suo viso, mentre Claire si sposta alle spalle d’Isabella, saltando su esse e avvinghiandosi al collo esile e luminoso con le spaventose zanne schiumose. Il vampiro femmina sgrana gli occhi bui, lanciando un grido acutissimo che si dilaga per tutta la foresta. Afferra poi con le mani forti la lupa che le infligge il terribile dolore e la scaraventa in avanti facendola balzare da sopra la sua testa. Alla vista di ciò, la piccola Nancy si precipita sul corpo della madre, seguito da quello del padre, colpito in egual modo dalla loro avversaria. Il ringhio della piccola lupacchiotta è incredibilmente profondo e pauroso. Rivolge i suoi occhi infuocati in direzione del nemico e si lancia in una corsa fulminea verso lei. Balza in un salto per raggiungerla, ma viene bloccata a mezz’aria da Susan, la ragazzina vampiro, e da Paul, il giovane vampiro dai riccioli blu. Le zannate di Nancy sono schivate continuamente dalla danza dei due acerbi vampiri, che ridacchiano divertendosi della rabbia crescente nella loro facilmente battibile avversaria. Dei movimenti leggeri, sfumati, quasi impercettibili, catturano il mio interesse. È il combattimento -alquanto singolare- tra Dorothy e i Johnson, affiancati anche dai fratelli Thomson, Nico e Daniel. Un’unica vampira circondata da nove lupi. Il suo volto dai lineamenti dolci e quasi sorridenti risulta piuttosto impressionante paragonato ai visi contratti in mostruose maschere ringhiose dei miei amici. Sembra quasi lanciarmi un appena accennato sorriso attraverso le teste dei licantropi in procinto di attaccarla, quando improvvisamente, non appena Valiant si slancia in un’ altissima capriola per precipitare sul vampiro, il corpo di quest’ultimo si sposta in una maniera a dir poco insolita: è come se il suo fisico perdesse per qualche istante la consistenza della materia, sfumando la sua immagine in una serie riprodotta lungo la scia del suo movimento. Il risultato è una terribile confusione causata nei poveri Johnson, i quali tentano in ogni modo di attaccarla, di fermare la sua trottola ingannatrice. Ma niente da fare. Ogni zampata,

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ogni salto, ogni azione è del tutto inutile, il loro continuo tentativo serve solo a privarli delle forze necessarie per una vera lotta. È la volta di John e Rebecca. Il mio sguardo cade sul vecchio lupo centenario e sull’intellettuale vampira che non manca di schivare un colpo dell’avversario. La loro lotta è meno articolata rispetto quella degli altri combattenti. Simile a quella dei miei amati fratelli e dei gemelli Jonatan e Carl. Giro su me stessa e mi manca letteralmente il respiro, quando i miei occhi raggiungono Marchal e Marina. Un nodo mi stringe la gola, vorrei precipitarmi tra loro per fermare quel che da un momento all’altro potrebbe accadere. Ma i miei arti restano immobili, impossibilitati a qualsiasi movimento. Vorrei poter intervenire, aiutare quella che da sempre considero mia madre, e al tempo stesso togliere dal pericolo la mia simile che ho sentito -sin dal primo istante- inspiegabilmente così vicina a me…eppure il mio corpo è imprigionato, i piedi fissati come pali sul terreno, incapaci di muovere un solo passo. Le movenze di Marina sono simili a quelle di Dorothy, solo però, molto più scattanti, meno sfumate. Il suo impercettibile spostamento da un punto all’altro del cerchio da combattimento è fulmineo, somigliante ad una danza ricca di veloci ed eleganti saltelli. Ma la velocità di cui è sempre stata dotata Marchal non rende il gioco facile alla vampira. Più volte riesce a colpire la sua pelle diafana, graffiandola leggermente. Questa, analoga ad una superficie gessosa al rompersi, emana una fumosa polverina dall’odore piuttosto dolciastro che svanisce velocemente nell’aria. Immediatamente però, le lievi ferite si rimarginano, facendo tornare la pelle ancor più luminosa di prima. Riesco a sentire il flusso violento del veleno sgorgare dai miei denti e girare all’interno della mia bocca in vortici violenti e bramosi. Sarei pronta anch’io ad attaccare, ma resto ancora impietrita e impotente. Fin quando una forza aliena, improvvisa ma già a me divenuta cara, mi travolge afferrandomi per la vita e trasportandomi dal centro della mischia verso un angolo più isolato e riparato della radura. La sua voce mi soffia in viso, profonda e lieve: «Non muoverti di qui, Yvonne. Devi ascoltarmi! Mi senti?». I miei nervi scossi impediscono persino alla mia lingua di muoversi come vorrebbe, di dire quel che vorrebbe. Ma i suoi occhi, colmi di preoccupazione, m’infondono la forza per emergere dal baratro in cui sono caduta. «Alain…devo anch’io unirmi alla battaglia. Non posso rimanere qui ad assistere senza far nulla…» «No, Yvonne. Tu devi restare ferma. Non sei in grado di combattere. Aspetta che tutto sia finito, vedrai. Non accadrà nulla d’irreparabile, la situazione è sotto controllo».

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Rimango con la bocca semiaperta, non riuscendo a parlare. Da sola, senza che lui possa udirmi, termino comunque la frase che stavo per dire: «Ascolterò le tue parole, Alain. Resterò qui ferma, non preoccuparti per me. Ma ti prego…torna presto». Se fino ad ora non ho rivolto l’attenzione dovuta ad Alain, non è certo per mancanza d’interesse. Tutt’altro. Il mio è solo terrore. Terrore allo stato puro di poter assistere a qualcosa di assolutamente irreparabile. In quel caso, -ed è a questa domanda che il mio cervello va in fiamme- di chi andrei in aiuto? Soccorrerei i miei compagni, l’unica famiglia che io abbia mai conosciuto…o il vampiro Alain? L’uomo che mi sta facendo conoscere qualcosa di cui ignoravo persino l’esistenza, fino a poco tempo fa? La polvere si alza, mescolando l’odore dolciastro del sangue dei lupi e l’aroma inebriante della pelle fredda dei vampiri. Yari è in una strana posizione d’attacco. Simile a quella di un lupo. I denti famelici sono esposti dalla terrificante maschera rabbiosa in cui il suo bellissimo viso è contratto. Dai suoi occhi bui, senza alone di luce, fissa Walter, il capo branco rannicchiato sopra il grande masso da dove poco fa parlava a gran voce cercando di galvanizzare i suoi uomini. Prima o poi, i due si attaccheranno di certo. Uno di loro cederà. D’improvviso, tra la massa dei combattenti inferociti, una voce si alza quasi divertita: «Peter e i suoi dieci. Fate davvero un bel gruppetto, complimenti». Alain è completamente solo. Ancora una volta solo, di fronte quel gruppo di lupi selvaggi, vagabondi e rabbiosi, pronto ad affrontarli tutti. Come al solito, Peter non agisce mai senza i suoi dieci bastardi dal pelo nero. Vigliacco. Lo scontro è imminente, so che nella frazione di un secondo sentirò lo schianto del corpo splendido di Alain contro quello massiccio e fenomenale di Peter. Ed io non riesco ancora a liberarmi dalla rete in cui mi sento prigioniera. Ma basta il suono di un respiro, cupo e soffocato, a destare la mia mente, a liberarla dalla grigia nebbia da cui è stata avvolta in questi…minuti? Ore? A scuotermi è stato lo spasimo di Robert. Da quest’istante in poi, ogni movimento viene percepito dalla mia vista a rallentatore. Ogni altro gruppo di combattenti si divide, raggiungendo il più velocemente possibile quello composto dai cinque lupi rossi, Nico e Daniel da una parte, e Dorothy il vampiro dall’altra. I miei arti si risvegliano come da una lunga congelazione. Prendono di nuovo vita. Gli occhi di Alain cercano i miei, che gli rispondono in un muto grido di costernazione. Il corpo di Robert è accasciato al suolo, immerso in una pozza di sangue. Le sue carni tendono a sciogliersi, a dileguarsi tra il terriccio che preme sulla sua ferita. Incastonato nella profonda lesione, come un diamante nel proprio anello, brilla un piccolo ed elegante pugnale 17


d’argento. Unico e solo materiale in grado di distruggere la vita di un licantropo, oltre al veleno di un vampiro. Dura tutto poco più di qualche istante. Anche se non mi trovo più avvolta dalla nebbia, resto lontana dal corpo del mio povero amico, diversamente da tutti gli altri che adesso lo circondano. I suoi occhi annaspano in ogni dove, fermandosi sui volti contratti dal dolore dei suoi fratelli, dei suoi genitori, tutti ora tornati alle loro sembianze umane. Poi, un istante prima che la sua carcassa si disciolga completamente, posa il suo sguardo sul mio viso. Lontano, in questo momento freddo come la pelle dei suoi assassini. Può sembrare assurdo, ma credo i suoi occhi mi abbiano appena sorriso. Il rallentatore smette di scorrere. Le grida disperate di Sarah squarciano l’aria, il cielo, la terra. I cuori di ogni presente. «È stata lei!», ringhia Peter in uno sputo e indicando Dorothy, la quale è ancora immobile, gli occhi di carbone fissi sul liquido rosa sparso al suolo, unici resti della vita di Robert. «Prendiamola!». Gli uomini e le donne del nostro branco si trasformano ancor prima che Walter termini la frase. I veneziani si dileguano tra la fittissima vegetazione che circonda la radura, fuggendo ognuno in direzioni diverse. Il branco procede sempre unito. I vampiri no. Per i lupi sarà impossibile catturarli. Alain scocca un’occhiata nella mia direzione, ma è troppo tardi per farmi capire quel che forse vorrebbe dirmi. Accanto al liquido di Robert restano Sarah, piegata in singulti soffocati di dolore. Marchal, che cerca di sostenerla unendosi al suo pianto. E, infine, la piccola Nancy, ancora sconvolta per la scena certamente del tutto nuova per lei, come per me del resto, alla quale è stata costretta ad assistere. Mi avvicino anch’io verso loro, adesso libera dai lacci che mi costringevano fino a poco fa. Non mi sento degna, né in grado d’infondere conforto alla madre cui è stato strappato il proprio cuore; il mio silenzio è l’unico modo che mi permette di stare accanto alla povera Sarah. Un bagliore metallico però, cattura la mia attenzione. Poco distante dalla chiazza rosastra, giace il piccolo pugnale d’argento. Un moto irrefrenabile, inspiegabile, mi spinge a fare quel che forse in pochi farebbero. Mi accosto ancor più vicino alle spoglie del mio giovane amico, mi accovaccio sulle mie stesse ginocchia. È strano accorgermi solo ora di essere ancora impeccabilmente avvolta dal mio elegante abito nero. I segni della battaglia da poco avvenuta sono invisibili sul mio corpo, al contrario del resto della mia famiglia. 18


Marchal e Sarah non si accorgono di nulla. Afferro il fatale oggetto d’argento, il quale sarebbe di certo rimasto a marcire qui. Essendo d’argento, nessuno dei nostri avrebbe potuto prenderlo; la sua lama è ancora impiastrata dalla carne disciolta di Robert. Un conato sale violento dal mio stomaco, ma tengo duro e nascondo l’arma portando le mani dietro la schiena. Mi guardo per un’ultima volta attorno, rassicurandomi sul fatto di non essere stata vista da nessuno. L’odore dei vampiri è ancora nell’aria. Quello dei licantropi me lo sento addosso. Il sole sta per sorgere. Il tutto è durato parecchie ore, mentre io non ho fatto altro che sentirmi perduta nella bussola del tempo… Solo adesso posso dire che la battaglia è finita.

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A CACCIA

I

l vapore esce dalla pentola creando una lieve patina di condensa sui vetri della cucina. Il

profumo dello stufato di Marchal riempie i polmoni e solleva un’aurea di buonumore nell’ambiente domestico. Albert gioca alla playstation, Ricky cerca di riparare il suo mp3. Io, seduta comodamente sulla mia solitaria poltroncina in vimini, stringo tra le mani Via col vento. “Domani è un altro giorno”. Da quando la morte del caro Robert ha segnato una linea di silenzio tra tutti noi, nulla è più come prima. So bene cosa pensano i miei fratelli di me, della parte di responsabilità che mi addossano riguardo tutto quel che è accaduto. Immagino persino le segrete discussioni che avranno avuto con la povera Marchal, mia ferma protettrice alla quale devo ogni ringraziamento per il semplice motivo di poter ancora vivere sotto il tetto di casa Smith. Tuttavia, non posso accusare Albert e Ricky di nulla: anch’io, al loro posto, avrei nutrito gli stessi dubbi, lo stesso disgusto per l’evidente tradimento subito. Chi altri, se non il mio cuore malsano, può conoscere la verità? Capirebbero mai i miei fratelli quel che realmente ha fatto sì che io agissi per come ho agito? Comprenderebbero o avrebbero ripugnanza del sentimento in me sbocciato come un fiore carnivoro per un essere a loro oltre ogni misura nemico? Rifiuto di far emergere la verità: in fondo, Albert e Ricky non conoscono Alain. Per loro è un nemico come un altro, solo un mucchio di carne fredda e dura da fare a pezzi. Se solo sapessero della sua importanza nella mia inutile vita, farebbero di tutto per mettersi sulle sue tracce e ucciderlo senza ripensamenti. «Albert, potresti andare a prendere le bottiglie del latte? Sono rimaste davanti alla porta d’entrata. Quando sono tornata avevo troppi sacchetti della spesa tra le mani e non sono riuscita a prenderle». Chiede a capo chino Marchal, mentre continua a girare lo stufato. Albert bofonchia nervosamente, molla sul divano il telecomando del videogioco e si avvia verso la meta richiestagli. Non posso perdere anche quest’opportunità. O adesso o mai più. «Non preoccuparti, fratellone. Vado io». Sentire il suono della mia voce dopo due giorni di assoluto silenzio, è una sensazione veramente strana. È simile ad uno stonato trillo in grado di dar fastidio a chiunque. Contemporaneamente, i volti dei miei fratelli e di mia madre si muovono finché non fissano gli occhi colmi di stupore su me. Sapevo di andare incontro alla discussione scampata in questi giorni:

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«Hai ritrovato l’uso della parola…sorellina?». Il tono di Ricky è aspro. Preferirei uno schiaffo in pieno viso che scorgere l’acidità nella sua voce fino a pochi giorni fa così premurosa nei miei confronti. «Non ho aperto bocca, è vero. Ma voi potete dire il contrario?». Oramai l’ira ha preso in me il sopravvento, so che adesso correrò come una Ferrari. «Se non fosse stato per nostra madre, nessuno di voi due avrebbe provato ad avere un minimo contatto con l’altro! Che razza di uomini siete? Vi rendete conto che ora più che mai dovreste essere uniti e pronti ad affrontare il pericolo che incombe su tutti noi?». Il mio desiderio è stato esaudito. Non ho neanche dovuto attendere troppo: lo schiaffo che Albert mi ha appena stampato in viso, non è stato niente male e, se la mia pelle non fosse stata così resistente, sono certa vi avrebbe lasciato un evidente rossore come ricordo. «Robert è morto! Yvonne, ti rendi conto? Morto!». Le lacrime accecano i suoi occhi dorati. Le linee delle sue labbra tremano. Tiene ancora la mano alzata verso me, mentre io ho portato la mia sulla guancia colpita, sebbene non abbia alcun dolore da lenire. Ricky ha smorzato il sorrisetto ironico che gli dipingeva le labbra. Marchal si muove velocemente verso noi. «Che diavolo ti è saltato in mente, Albert?! Vuoi forse combattere contro tua sorella?». Dice a gran voce agitando il cucchiaio di legno con cui mescolava lo stufato. «Tutto bene, Marchal. Non è successo nulla, davvero. Albert aveva...bisogno di farlo». Entrambi ci fissiamo negli occhi. Sa che ho capito. «Bisogno di farlo? Di fare cosa? Di colpirti?!». Marchal è in iperventilazione. Temo si possa trasformare da un momento all’altro. «No, mamma», spero di addolcirla rivolgendomi a lei con quest’appellativo, «di punirmi. Albert crede che io vi abbia traditi. Che abbia tradito l’intero branco». «Vuoi forse dire che non sia così? Te lo ripeto ancora una volta, razza di maledetta succhiasangue. Robert è morto. E questo è accaduto grazie a te e alla stirpe a cui appartieni! Tu e i tuoi luridi amici avete impestato il nostro territorio, portandovi solo l’ombra della morte!». Il suo respiro è affannato, il sangue gli sta andando alla testa. «E la chiami sorella? No, mamma. Non è mia sorella. E questo l’ho capito sulla mia pelle, quando ho iniziato a provare per lei sensazioni…sentimenti che vanno bene aldilà di quel che sia lecito provare per chi ha il tuo stesso sangue che scorre nelle sue vene!». Così dicendo, corre via. Albert esce di casa sbattendo con violenza il portoncino d’entrata, lasciando ancora qui, vicino a me, l’aroma leggero e salmastro delle lacrime che avevano appena iniziato a scorrere sulle sue guance bronzee. Inspiegabilmente, è come se solo adesso riuscissi a sentire il bruciore del suo schiaffo. Nessuno, dei presenti rimasti, si preoccupa di me. Nessuno mi rivolge uno sguardo. Ricky e Marchal si osservano in una muta discussione che mi esclude, lasciandomi libera di correre verso la mia stanza.

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La verità. La mia verità è solo una al momento: quella di voler fuggire via da tutto e tutti. Da me stessa. Albert. Il mio tenero e forte lupacchiotto dal pelo grigio. Quell’ammasso di pelliccia calda, quelle robuste zampe nel cui abbraccio mi sono sempre sentita così al sicuro, così…amata. Perché non ho capito nulla? Oh, Alain…dove sei adesso? L’unica certezza che può alleviare le mie pene, è quella di saperti al sicuro. Le ricerche non sono mai state sospese, ma se qualcuno dei veneziani dovesse essere catturato, si saprebbe subito. L’unica speranza che mi tranquillizza è credere che si siano allontanati abbastanza d’aver fatto perdere le loro tracce. Ho ancora impressa nella mente la scena che ha dipinto tragicamente il liquefarsi del corpo di Robert. Nelle ventiquattrore appena trascorse non ho fatto altro che pensare agli occhi sbarrati di Dorothy. Il suo stupore, il suo sguardo perso e, a dire il vero, apparentemente disgustato, rodono i miei ragionamenti. Solo uno dei veneziani può aver impugnato quel minuscolo e letale pugnale d’argento. Se non è stata lei, chi può aver colpito al suo posto? Peter l’ha subito proclamata colpevole…l’avrà realmente vista mentre infliggeva la ferita al nostro amico? Del resto, nessuno degli altri era a loro così vicino da poter colpire Robert. Ogni sospetto è lecitamente riversato su Dorothy. Eppure… Adesso basta. Nessun ragionamento potrebbe dare delle risposte certe a queste mie domande. Quel che adesso riesco a bramare più d’ogni altra cosa al mondo, è una. Solo una. Il sangue. Desidero sentirne la fluida consistenza scorrere all’interno della mia bocca. Anelo la voglia d’inchiodare la carne di una bestia ai miei denti assetati e bisognosi di attingere alla loro principale fonte di sostentamento. Senza pensarci su, afferro la mia borsetta a tracollo -dove all’interno tengo al sicuro il pugnale di cui mi sono appropriata, seppure illegittimamente- e corro via. Via. Lontana da qui, lontana da questo luogo divenuto così angusto, così privo adesso di quei legami che mi ricordavano di possedere quella parte umana che ho sempre desiderato di avere interamene. Il bosco è l’unico posto sicuro dove poter trovare quel briciolo di libertà di cui ho bisogno e che mi permette di lasciarmi andare ai miei istinti primordiali. Balzo fuori dalla finestra con un agile e atletico salto. La corsa è lieve e leggera, non sento altro che il vento frizzante scontrarsi con la mia pelle e gli innumerevoli odori di tutto quel che mi circonda investire i miei sensi; le lacrime offuscano la mia vista, i rami spinosi dei 22


bassi cespugli che ostacolano il sentiero, graffiano la mia pelle morbida e rosa, così diversa da quella fredda e marmorea dei Veneziani, eppure forte e resistente almeno quanto la loro. Nei pochi minuti che mi separano da casa Smith ho già percorso non so quanti chilometri, ritrovandomi quasi in cima ai Monti Rocciosi. L’aria è divenuta ancor più sferzante, i miei nervi sono tesissimi. Arresto la mia corsa appena giunta in una piccola chiazza di terreno del tutto disboscata. Sento il cuore in aperta fibrillazione, le mani pronte ad avvinghiare la mia prossima preda, le gambe in attesa di slanciarsi in saettanti falcate. Una lieve patina di sudore ricopre il mio corpo febbricitante intensificando, sulla mia pelle, la freddura del venticello che, insistente, fa tremare le foglie degli alberi. Ma guarda un po’…fin troppo facile per i miei gusti. Ecco avvicinarsi a me un orso di media taglia, proprio a circa cento metri dalla postazione in cui mi trovo. L’aroma del suo sangue caldo e dolciastro carezza il mio naso, richiamando il mio fisico ad un invito irrinunciabile. Quel che ne segue è normale amministrazione. Il mio andare a far la spesa. Attraverso la distanza che separa me dalla preda nel giro di quattro secondi. Senza che questa abbia il tempo di percepire la mia presenza, si ritrova innanzi a me, a pochi centimetri dai miei occhi infuocati e dai miei bianchi denti gocciolanti veleno: il respiro affannoso, la linea del terrore che attraversa i suoi piccoli occhi neri. Cerca di colpirmi con ampie zampate, mostrandomi le grosse fauci aperte. Non mi è mai piaciuto giocare troppo con il cibo. Mi aggrappo dunque alla sua schiena, avvinghiandomi con i denti al grosso e tozzo collo. Le mie mani afferrano la sua grassa pancia. La povera bestia inizia a dimenarsi in violente convulsioni e, in pochi istanti, si accascia inginocchiandosi a terra fino ad emettere gli ultimi soffi di vita. Ha così inizio il mio pasto. Lo scorrere del sangue che tracanno con avidità, sembra riuscire ad annebbiare l’oscura coltre rabbiosa che la sconvolgente rivelazione di Albert mi aveva gettato addosso. Sento i miei nervi rilassarsi lentamente, quando la portentosa carcassa dell’orso inizia a dare cenni di svuotamento. Ma la mia gola brucia ancora di sete…non ricordo di aver mai sentito il mio fisico sottoposto ad un così forte bisogno di dissetarsi. «Non credevo andassi a caccia anche di giorno, Yvonne dei lupi». Trasalgo al suono dell’improvvisa voce che risuona nell’aria. È Alain. Il mio Alain. Il mio Alain…? «Devo ammettere che hai imparato a cacciare davvero come un lupo. Credimi, nessuno noterebbe la differenza». Il suo sbilenco sorriso mostra i denti brillanti. La concentrazione nella caccia prima e, nel pasto poi, deve aver fatto vacillare i miei sensi a tal punto da non essermi accorta della sua presenza. Un po’ com’è accaduto al povero orso con me. Se al posto di Alain vi fosse stato qualcun altro, sarebbero stati seri guai… 23


«Il rosso vivo del sangue ti dona molto. La tua pelle assume un non so che di…appetitoso». È evidente il suo divertimento nel prendermi apertamente in giro. Mi accorgo solo ora di essere rimasta in posizione d’attacco, con il viso e la maglietta impiastrati dal sangue della bestia ai miei piedi. «Che diavolo ci fai qui? Non dovresti essere il più lontano possibile da queste terre, adesso?», riesco solo a dire. «Così dovrebbe essere. Ma… evidentemente, il tuo branco non è poi così bravo nel fiutare i propri nemici. Siamo sempre rimasti qui, vagabondando tra queste montagne. Eppure, nessuno tra i lupi sembra aver fiutato la nostra presenza. Alquanto strano…non trovi?». Averlo così vicino mi rende nervosa, impacciata. Non oso immaginare lo stato pietoso in cui devo apparirgli e sapere che da dietro quegli scuri occhiali mi osserva dalla testa ai piedi mi fa venir voglia di scappar via a gambe levate. «La verità è che non dovreste più essere qui. Non certo per il patto già infranto, è ovvio. Sarebbe un motivo ridicolo». La mia voce è dura. Vorrei poter tornare indietro, ma non posso. Cerco di ripulirmi con il braccio il viso, ma il sangue è ormai incrostato sulla pelle. Con gesti sicuri, eleganti, Alain si denuda improvvisamente dagli occhiali. Ombre violacee segnano profondamente il contorno occhi. Prova inconfutabile della sua fame. Non deve nutrirsi da molto, per esser ridotto in questo stato. «E per quale altro motivo non dovremmo essere ancora qui?». «Hai il coraggio di chiedermelo?». Inevitabilmente, sento il sopraggiungere delle lacrime che minacciano di scorrere senza controllo. «Robert è morto. Morto…disciolto in una melma che si è mostrata crudelmente agli occhi della sua famiglia come unico resto dell’esistenza trascorsa. E a porre fine a questa vita, siete stati voi. Anche se per te il nome Robert non significa nulla, perché legato alla maschera del licantropo che tanto odi, devi pur sapere che era un amico per me...un vero amico. Una di quelle poche persone che abbiano saputo leggere qualcosa nel mio stupido corpo anomalo, oltre la scritta mezzosangue. Scende su noi un silenzio inquietante. Solo adesso mi rendo conto di quanto sia sciocco il mio senso di vergogna per il pasto che stavo consumando: Alain è abituato alla vista del sangue e della morte, molto più di quanto lo sia io. Mi osserva attraverso i suoi occhi spenti, senza luce, senza gioia. Colmi di soffocata sofferenza e insanabile rabbia. Ad un tratto, la sua voce soave, dal timbro caldo e pacato, risuona nel silenzio. «Credi realmente che sia stato uno di noi ad uccidere il tuo amico?». Questa domanda non mi è affatto nuova. Me la sono posta io stessa innumerevoli volte in questi due maledetti giorni.

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«Avrei voluto non pensarlo. Non riesco a pensarlo. Ma è l’unica risposta che si possa trovare a quel che è accaduto. Nessuno tra i membri del branco avrebbe potuto toccare l’argento e lo sapevate benissimo». La sua mezza risata scuote i miei nervi. «Alain, ascoltami: non credo affatto che sia stato tu a colpirlo. Contro ogni logica, sento di potermi fidare di te e so che non avresti commesso un’azione così meschina. Oltretutto, eri troppo lontano dalla scena per essere incolpato del crimine. Ma Dorothy…è stata lei, è inutile che cerchi di difenderla. Non ti crederebbe nessuno». Le fiamme riflesse nei suoi occhi sembrano voler dare vita alla brutalità rinchiusa nel suo cuore inerme. Un brivido scorre lungo la mia spina dorsale. «Credi ancora che possa esistere qualcosa di razionale all’interno delle nostre due razze maledette? Apri gli occhi, Yvonne. So che ti sembrerà impossibile crederlo, ma nessuno di noi vampiri presenti in quel bosco ha mai posseduto un pugnale d’argento per colpire uno dei tuoi. E posso provartelo». Come se i miei arti avessero subito le stesse torture inflitte al povero orso morto dissanguato poco distante da me, questi sembrano perdere ogni forza vitale e cedere, inducendomi ad accasciarmi al suolo priva di resistenza. Nel vedermi così scossa Alain si china su me, afferrando le mie spalle con le sue mani d’acciaio. L’espressione è alterata, i suoi occhi bui sono adesso resi più vivi e splendidi che mai dalla luce verde smeraldo che brilla in essi. «Dorothy ha visto tutto. Lei stessa è rimasta impressionata dalla terribile scena a cui ha dovuto assistere. Non è stata lei, non ha mai ucciso nessuno se non per sete. Avrebbe potuto finire tutta la bella famigliola che l’ha attaccata durante il combattimento, ma non ha mosso un solo dito per colpire realmente qualcuno di loro. Devi credermi, Yvonne. Non voglio, non posso mentirti! Andrei contro la mia volontà se lo facessi. E non ho mai fatto nulla che non desiderassi realmente. La vita del tuo amico Robert è stata stroncata da un suo stesso compagno». I miei occhi d’ametista sono riflessi nei suoi, stringo con le mani la sua camicia stropicciandone avidamente il tessuto leggero. Cos’è questa terrificante forza ignota che mi spinge a credere alle parole di un vampiro? Forse la mia stessa natura impestata da un veleno simile al suo? «Non sono venuto fin qui solo per incitarti a dubitare della tua famiglia. Se posso parlarti così, è perché ho le prove di quel che dico». Lentamente, si siede al mio fianco. I suoi gesti non sono impacciati, anzi, decisi e sicuri. Con dolce fermezza prende il mio capo e lo porta sul suo petto freddo e privo di pulsazioni. A renderlo vivo, solo il ritmo regolare (e inaspettato) del suo respiro.

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«Come ti dicevo, Dorothy ha visto ogni singolo gesto avvenuto all’interno del suo cerchio da combattimento. E ha subito riconosciuto l’arma del delitto, certa di averlo già visto in passato da qualche parte. In questi due giorni, io e gli altri siamo riusciti a risalire alla ricostruzione di quel che è accaduto: ecco il vero motivo per cui Peter e i suoi cani, hanno finto fino ad oggi la caccia al nostro clan. Sperano solo che decidiamo di tornare a Venezia, lasciandoci alle spalle questa storia». Robert è morto. Non per mano di un vampiro. Ma di un suo stesso simile. Ad un tratto ogni pensiero, ogni domanda, ogni perché, ogni emozione viene in me improvvisamente soffocata dal sublime odore appena giunto alle mie narici. La dolcissima e selvaggia fragranza proveniente dal sangue che scorre nel fisico agile e snello di una robusta pantera, invade i miei sensi risvegliandoli dal dolore dell’anima provato per le recenti scoperte. Senza alcun preavviso, divengo comandata e guidata dal potere inappellabile della sete. Mi allontano in un gesto repentino e scattante da Alain. Non tollero corpi estranei a contatto con la mia pelle elastica, quando i miei nervi sono interamente avviluppati dal brivido della caccia. E in pochi istanti, guizzando tra i rami degli alberi che ci sovrastano, raggiungo la mia preda. La lotta per la sua sopravvivenza ha una brevissima durata. Inizio a dissetare la mia gola resa bruciante non solo dalla sete, ma dalla rabbia che batte in ogni mia singola vena. Non mi rendo conto però, di quel che è accaduto durante la mia breve lotta. So solo che Alain è a un centimetro dal mio collo. O meglio…i suoi splendidi e mortali denti in bella mostra sono vicini, troppo vicini, al mio collo pulsante e nervoso. Inspiegabilmente, non riesco ad allontanarmi come potrei fare dal vampiro minaccioso che mi sovrasta. Mi volto lentamente verso lui, cercando di leggere quel che i suoi occhi colmi di muta disperazione cercano di dirmi. Non è la prima volta che Alain tenta di parlare al mio cuore attraverso il suo sguardo indescrivibile, indecifrabile. Ansima, piegato sulle sue gambe. Le mani, simili ad artigli, sono affondate nella terra. Basterebbe un solo secondo per porre fine a tutto. Un suo morso, e la mia inutile esistenza da mezzosangue svanirebbe in una pozza di liquido rosso. Non posso. Non devo. Perché l’aroma del suo sangue è per me così dolce, così irresistibile? Devo resistere…posso farcela. Un sorso del nettare velenoso che scorre nel suo corpo per il quale brucio di desiderio, e la mia esistenza sarebbe dannata per l’eternità. La sua vita non è come quella di un semplice umano…dalla sua vita dipende oramai la mia. Ma chi sei in realtà, Yvonne Smith? Per quale infido motivo sento queste mie fredda membra totalmente e incondizionatamente legate alle tue? Bere il tuo sangue sarebbe come vivere e morire nello stesso istante. Ti voglio…ti avrò, Yvonne dei lupi… 26


«Alain…riesci a sentire la mia voce?». Porta una mano a coprire il naso, la bocca. Arresta il suo respiro e si allontana velocemente dal mio corpo steso su quello della pantera. «Tornerò, Yvonne. Aspetta il crepuscolo. Aspetta il mio ritorno». Così dicendo corre via insieme alla folata di vento che adesso m’investe. Lasciandomi, ancora una volta, sola. Disperatamente sola.

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I LUPI VIOLA

L

e ore che hanno seguito l’insolito incontro con Alain, sono state le più lunghe di tutta la mia esistenza.

Dopo la pantera che ha segnato la fuga del giovane vampiro, non ho più cacciato nulla. Fine della sete, fine di ogni mio bisogno. Eccetto quello di avere lui ancora al mio fianco. Ha appena smesso di piovere, l’aria è impregnata dei profumi che la pioggia fa salire dalla terra. Ho coperto le ferite alle braccia con dei brandelli di stoffa ricavati dalla maglietta che indosso, e ho ripulito il mio viso impiastrato di sangue attingendo dell’acqua dal vicino ruscello. Chissà cosa staranno facendo Marchal, Ricky e Albert. Fino ad ora nessuno di loro è corso a cercarmi. Prima o poi decideranno di farlo, o preferiranno liberarsi definitivamente della pericolosa e fastidiosa mezzosangue? È finalmente il crepuscolo. Chissà se manterrà la parola data o fuggirà via, terrificato dall’impulso irresistibile che l’odore del mio sangue gli ha procurato… «Ehi..allora hai deciso davvero di aspettarmi?». La sua voce divenuta oramai così cara mi coglie di sorpresa. Il mio cuore sussulta. «Sarei potuta andare via, senza aver ascoltato quel che avevi da dirmi?». «Sì, avresti potuto. Non è poi così difficile non dar credito alla parola di un vampiro». Senza alcun sorriso cerca una mia mano ed io, priva di alcuna riserva, gliela porgo insieme al mio cuore. Il tocco è gentile, eppure il gesto è mosso da un desiderio palpabile di tenermi con sé. Sento che anche lui, come me, ha paura di perdermi. «Vuoi seguirmi? Vorrei mostrarti una cosa». Non posso dire di no. «Ti seguo. Ma…stavolta sono io a chiederti di farmi una promessa». «Tutto quel che vuoi». Portami con te… vorrei dirgli con tutte le mie forze. «Mi dirai cos���è accaduto la notte della battaglia? Hai davvero le prove per dimostrare ciò che affermi? Le accuse che muovi contro il branco sono terribili>>. I suoi occhi sembrano illuminati da un bagliore di luce diverso dalle scintille verdi visibili sotto i raggi del sole. Questa volta il chiarore che brilla in essi è di gioia. 28


«Te lo prometto, Yvonne. Ti rivelerò tutto». Le nostre dita si intrecciano. Ci guardiamo con sguardi colmi di aspettativa, di un’ignota fede. E il nostro viaggio ha inizio. La traiettoria della nostra corsa è come un tunnel illuminato dalle chiare e azzurre luci della notte, privo di forme. L’alta velocità in cui ci siamo lanciati impedisce alla vista di cogliere ogni profilo, e il silenzio che ci avvolge è tintinnato dal fruscio del soffice fogliame mosso dal vento che i nostri stessi corpi alzano. Ed è così dolce, così inaspettatamente meraviglioso lasciarmi condurre senza paura dalla mano di chi sto imparando ad amare… D’un tratto percepisco il rallentare della sua corsa, a breve giungeremo sicuramente a destinazione. Man mano che le forme riprendono vita, illuminate dal debole riverbero della luna, i miei sensi tornano ad accendersi percependo l’identità del luogo che Alain ha deciso di farmi visitare. «Siamo ai piedi delle Montagne Rocciose. Perché hai voluto portarmi qui?». «Ci troviamo dalla parte opposta a quella in cui abiti. Non devi temere l’arrivo dei lupi, qui siamo al sicuro». «È questo il nascondiglio di voi Veneziani? Conosco ogni palmo di queste terre da molto più tempo di quanto le abbia potute perlustrare tu. So bene che i miei fratelli non si addentrerebbero mai in questo lato delle montagne». «E…ne conosci anche il motivo?». «La terra maledetta dal clan di Stephen Dan, se non erro». I miei pensieri corrono ai racconti di violente battaglie vissute contro il clan del temibile vampiro conosciuto con il nome di Stephen Dan. Era lui il centro della vita del branco. O meglio, tutto girava intorno alla sconfitta che si sperava d’infliggergli. Per me è sempre rimasto un semplice nome dietro cui si nascondono le numerose vittime cadute durante gli atroci combattimenti effettuati proprio qui, su questo versante delle montagne; sulla terra dove adesso poggio i miei piedi, hanno perduto la vita parecchi dei licantropi che ho conosciuto. Nessuno dei quali però, assassinato nella maniera bassa e meschina utilizzata per uccidere il povero Robert. «Quel che si dice è comunque una fandonia. Non è affatto vero che i tuoi amici lupi non si aggirino in queste zone dalla fine della faida contro il clan di Dan. Ci vengono, eccome. Da quando ci siamo installati in questo territorio, ovvero da circa due giorni, Peter e i suoi si sono ritrovati un paio di volte a pochissima distanza da noi. Impossibile che non abbiano sentito la nostra presenza». «Allora come spieghi il loro comportamento?». 29


Dovrei iniziare a credere che mi stia riempiendo di frottole? I licantropi hanno giurato di aver rinunciato completamente a queste terre maledette per la loro stirpe, escludendole così dai loro confini. Possibile che Peter infranga senza timore un giuramento effettuato durante una solenne cerimonia d’adunata? E per cosa poi? Per catturare un piccolo clan di undici vampiri? No. Neanche per un simile motivo. Solo per far credere al resto del branco, di dar loro la caccia? «Credevo l’avessi già capito. Peter sta solo fingendo di esserci alle costole. Ad essere sincero, non capisco il perché. Ha forse capito di non aver scampo contro di noi…o potrebbe non volere altri guai. Sa bene che Dorothy ha visto tutto quel che c’era da vedere». Mentre continua a parlare, la mia attenzione viene catturata dalla meraviglia provata nello scorgere le figure e nel percepire l’adorabile profumo dei bellissimi Veneziani. Per molti sarebbe inconcepibile la mia gioia alla vista di questi pericolosi assassini, eppure so che qualcuno riuscirebbe a capire il mio stato d’animo, se solo li vedesse anche solo per un istante. Ammetto che quella provata sia una frenesia…una felicità troppo vasta per essere considerata semplice ammirazione. È, la mia, una vera e propria dipendenza da vampiri. Questa non è che un’altra delle mie verità segrete: sin dal primo giorno che li ho incontrati, sono divenuti il mio amore più grande. Con un sentimento tanto crudele e radicato nel cuore, ho trascinato la mia vuota esistenza per sette lunghi anni, nella speranza di poterli un giorno incontrare ancora, pervasa dal malsano desiderio di sentirmi una di loro. E al contempo, augurandomi di mai più rivederli…per non essere costretta a dover combattere contro me stessa, come adesso sta accadendo. Ma qualsiasi desiderio non avrebbe potuto superare quello di rivedere Alain, l’unico tra loro in grado di ridonarmi la memoria. Sono certa che il suo corpo di fresco marmo e la sua mente d’argento possano aiutarmi a ripescare i ricordi che fanno parte del tempo in cui ancora non ero entrata a far parte del branco. Chissà dove saranno, adesso, i miei veri genitori…mi riconoscerebbero? Certo che no. Non mi hanno voluta con loro quando ero solo una bambina. Figurarsi ora…divenuta un’insignificante mezzosangue. «Ecco Dorothy e gli altri». La voce di Alain serve a scuotermi dal torpore di questi miei pensieri. Anche il resto dei vampiri che occupa il territorio ha scorto la nostra presenza. Paul ci saluta da lontano alzando le braccia e slanciandosi in allegri salti, come se ne avessimo avuto bisogno per individuare la loro postazione. Riesco a percepire da qui la tensione di Yari, Sara e Rebecca. Credo siano gli unici a cui dia fastidio la mia presenza tra loro. «Finalmente ci rivediamo, Yvonne dei lupi!», grida inaspettatamente Isabella. Il suo sorriso è radioso, illuminato dai denti di perla e dai capelli d’oro. Alain cinge con un braccio la 30


mia schiena, invitandomi dolcemente a procedere verso il gruppo. Fisso i miei occhi impauriti nei suoi, e il suo sguardo così rassicurante, accompagnato dalla freddura del suo tocco, m’infonde coraggio e padronanza di me stessa. «A dire il vero, non è il nostro primo incontro da sette anni a questa parte. Sebbene il secondo non sia stato del tutto…amichevole». Rispondo con voce ferma, mostrando un atteggiamento molto più impavido di quanto mi credessi capace. «Non certo per nostro volere, cara Yvonne». Controbatte Marina. Oh, Marina…è così bello poter vedere che sta bene. La sua espressione vaga e noncurante non riesce a mascherare la gioia che anch’ella deve provare nel rivedermi. «Ma di quale incontro parla?». Chiede stralunato Jonatan, il gemello dai capelli bianchi. È sempre impressionante, vederlo così…così latteo. «Della notte della battaglia, stupido che non sei altro!». Esclama la piccola e graziosa Susan, i capelli raccolti in due simpatici codini. «Vuoi dire che Yvonne era presente alla battaglia?! Come diamine è possibile che sia riuscita a trasformarsi in un lupo? È diventata una specie di mutante multiforme o qualcosa del genere?!». «Sei più sciocco di quanto credessi, Jonatan! Yvonne non si è affatto trasformata in un lupo. È rimasta per tutta la durata della battaglia impalata come una statua. Non ha mosso un dito per aiutarci. Tanto meno per andare incontro alla sua famiglia, com’era in fondo giusto che facesse». Le parole della bella e antipatica Sara, smorzano la spensieratezza generale. Io chino il viso. Non ha detto altro che la verità, per quanto possa farmi male ammetterlo. Dure ore di allenamento con i miei fratelli, per poi cosa? Deludere ogni aspettativa che il branco aveva riversato su me. «Sapete benissimo che ho chiesto io a Yvonne di non agire all’interno del combattimento. Non sarebbe riuscita a colpire nessuno di noi, e i suoi avrebbero scoperto la segreta alleanza che la unisce al nostro clan». Alain sembra essere pronto ad affrontare tutti i presenti pur di difendermi. Che strano…ci conosciamo così poco, eppure entrambi faremmo di tutto l’uno per l’altra. «Avrebbero insomma capito, che la loro amata mezzosangue non è altro che una doppia traditrice», sputa Rebecca con voce biascicante. «Yvonne non ha tradito nessuno, cercando di ascoltare la nostra versione degli eventi. Deve ancora decidere se credere a noi o al suo branco. Sta solo mettendo in serio pericolo la

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sua incolumità pur di proteggere la sua famiglia e gli umani del territorio che occupa». Continua a spiegare Alain, con un trasporto abbastanza evidente a tutti i suoi amici. «Come farebbe un vero lupo», afferma Yari in un sardonico sorriso che gli dipinge le labbra. «Esatto. Come farebbe un vero lupo». Annuisce Alain, stringendo una mano a pugno e sfidando con gli occhi pesti il più anziano del gruppo. «Ma da che parte stai, Yvonne?». La domanda da un milione di dollari proviene ovviamente dal simpatico Paul. Non è certo questa la prima volta che riesce a chiedermi qualcosa a cui non riesco io stessa a trovare risposta. Il ragazzino dovrebbe davvero imparare a tenere a freno la lingua. «Lasciamo che sia lei a parlare. Diamole lo spazio per esprimere quel che pensa. Poi, saremo noi a decidere se raccontarle tutto o farla andar via senza troppi preamboli». La voce di Marina, puntuale nel soccorrermi, come la prima volta in cui ci siamo conosciute mette tutti a tacere. «Ben detto». È quel che riesce a dire Alain, incitandomi con il suo sguardo penetrante a prendere la parola. «Io…» Il suono della mia voce sembra uno squittio, nel tentativo di uscire degnamente dalla mie labbra aride per la corsa appena fatta. Gli occhi cupi di tutti i presenti -compresi quelli di Alain- mi fissano incuriositi, in attesa di una mia qualsiasi risposta. Non perderti d’animo, Yvonne. Hai la forza di un vampiro. La saggezza di un’umana. «Io non ho ancora fatto la mia scelta, Paul». Preferisco rivolgermi a chi ha dimostrato fino ad ora più benevolenza nei miei confronti. «Credo di avere il diritto di conoscere le colpe di cui accusate i licantropi, prima di rivoltarmi contro loro. Contro chi ha avuto compassione di me, quando tutti i miei simili hanno deciso di voltarmi le spalle». Una coltre di pesante silenzio scende sugli undici vampiri che danno ascolto alle mie parole. «Vuoi dire che la prima ad essere stata tradita sei tu, Yvonne?». Chiede incuriosita Susan. «Sì, piccola. Proprio così». Volgo per un istante lo sguardo verso gli occhi attenti e scrutatori di Alain, poi continuo senza volermi soffermare sull’argomento per me così delicato. 32


«Ma non è questo il punto. Se ho deciso di volervi ascoltare, è perché io stessa ho constatato degli strani comportamenti all’interno del mio branco, negli ultimi tempi. Le vostre deduzioni m’inducono a pensare ci sia davvero qualcosa di cui dubitare. E mi piacerebbe scoprirne il motivo. Ciò non significa che stia tradendo la mia famiglia: il loro affetto è tutto quel che ho». «Sei stata chiara. Direi che possiamo procedere». Il primo sorriso di Marina. Chiaro, limpido, sincero. Crede nella mia buona fede. Proprio come sette anni fa, ha creduto nel mio vivido intento di stipulare un patto di tregua con il suo clan. Lei e Alain sono al momento gli unici che hanno il coraggio di riporre fiducia in una mezzosangue. «Devi sapere come sono realmente andate le cose, Yvonne. Spero che dopo quel che vedrai, tutto possa mostrarsi chiaramente ai tuoi occhi». Afferma Dorothy con espressione melodrammatica. Sento improvvisamente il sangue pulsarmi alle tempie. Un nodo nello stomaco irrigidisce i miei movimenti. Da dietro tutti i Veneziani che mi stanno attorno, compare la piccola Susan con in mano un grosso libro. Sembra essere molto vecchio, a giudicare dall’aspetto della copertina del tutto scolorita e dalle pagine parecchio ingiallite. «Questo è il Libro degli Antichi». La voce di Yari giunge inaspettata e ottenebrante. L’atmosfera sembra essere divenuta improvvisamente inquietante, macabra, oserei dire. Non riesco a muovermi di un solo passo, ma il resto dei vampiri si riordina in un perfetto cerchio, all’interno del quale rimaniamo solo io e la ragazzina con in mano il libro. Guardandomi fisso negli occhi, lo apre fra le piccole mani diafane. Sono incredibili gli strani segni che costituiscono gli scritti di queste pagine. Non riesco a ricordare quando…dove…ma li ho già visti. Ma certo! Sono gli stessi ignoti segni che ho visto comporsi a mezz’aria attraverso i passi coordinati dei vampiri in fase di attacco, la notte della battaglia. «Il Libro degli Antichi? Dei nostri predecessori, intendete?». «No, Yvonne. Non solo loro formano il Libro. Questo è costituito dai cinque grandi iniziatori del mondo a cui apparteniamo. Ovvero: i Maghi. Le Streghe. I Licantropi. I Vampiri. I Figli di Drago». La meraviglia che si mostra adesso ai miei occhi è impressionante. Non avrei mai sperato di poter venire a conoscenza di un simile tesoro…posso adesso avere tra le mani gli elenchi della nobile gerarchia a cui appartengo. «Questo patrimonio d’inestimabile valore è stato recuperato da noi molto tempo fa. Veniva segretamente conservato in un’antica cattedrale di Budapest e ha sempre fatto gola ai molti clan di tutte le gerarchie». 33


«Già…siamo stati davvero bravi, non trovate?». Ridacchia Paul sotto i baffi, subito ammonito dal severo sguardo degli altri dieci vampiri. «È realmente un tesoro unico al mondo. E vi ringrazio per avermi concesso il privilegio di poterne venire a conoscenza. Ma…cos’ha a che fare con la morte di Robert?». «Molto semplice, Yvonne dei lupi». Sorride ironicamente Yari, facendo segno alla piccola Susan di proseguire. Ella annuisce e fa scorrere attraverso le sue gelide dita alcune pagine, mostrandomi poi un’immagine che colpisce la mia vista più violentemente di un pugno in pieno stomaco. «Lo riconosci?». Il pugnale. Il pugnale d’argento. Quella piccola e maledetta arma che ha segnato la fine del mio giovane amico. La stessa che conservo nella vecchia borsa a tracollo che indosso. Lo estraggo con immediata foga per essere certa di non essere impazzita. Si, è lui. «Quel pugnale, Yvonne…fa parte dell’antico tesoro custodito dai Lupi Viola».

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LA SCELTA «Mi chiedo che bisogno abbiate del fuoco per affrontare la notte». «I lupi. Il fuoco li tiene lontani. Non lo sapevi?». Mentre risponde alle mie sciocche domande, continua ad intagliare un piccolo oggetto in legno, del quale però non sono ancora riuscita ad identificare la forma. Tiene gli occhi bassi, non mi ha rivolto un solo sguardo da quando…da quando le rivelazioni di questa sera mi hanno gettata in una terribile confusione. «Sai, vorrei farti una domanda. Ci penso da quando oggi ti ho vista cacciare». «Dev’essere stato uno spettacolo disgustoso per te, lo so. Ma è stato più forte di me, non sono riuscita a trattenere la sete. Strano…non mi era mai capitato di provare impulsi tanto forti da non poterli controllare». La sua improvvisa, calda, divertita risata che vibra attraverso le foglie degli alberi come nelle corde più intime del mio cuore, è per me un sorso di vita. «Riesci a preoccuparti di quel che ho provato io vedendo te cacciare? Yvonne…sono felice che tu non mi abbia mai visto impegnato nella mia caccia. Credimi…sono certo che sarebbe uno spettacolo molto meno divertente del tuo». Come può scherzare così facilmente sulla morte di qualcun altro? Possibile che il cuore di un uomo sia per lui uguale a quello di una bestia? «Bé, ecco…volevo solo chiederti in che modo riesci a cacciare come…». Nel farmi la domanda, sembra quasi imbarazzarsi. «Un lupo?». «Sì. Come un lupo». Sarà solo il riflesso emanato dalla luce delle fiamme così vicine a noi ma, per un attimo, ho creduto che nei suoi occhi bui, eppure pieni di vita, si riflettesse un lampo viola dei miei, così colmi di domande. «Io vivo con i lupi, Alain. Non dimenticarlo». «Il fatto che tu viva con loro non credo significhi che debba vivere come loro». Stavolta è la mia risata a echeggiare nel silenzio del nostro nascondiglio. «Vivere con loro mi ha aiutata a imparare a cacciare come un lupo. A controllare i miei antichi istinti e a riuscire ad apprezzare il gusto della caccia. Intesa come quella alla quale hai assistito oggi». 35


Una linea di tristezza attraversa il suo sguardo. Avvicina ancora una volta la mano alla mia, interrompendo il lavoro in cui era impegnato. «Ti ha aiutato a non essere un mostro come me». Per la prima volta, da quando sono entrata in contatto con i vampiri, intravedo in uno di loro una radice di profonda sofferenza legata alla sua stessa natura. Vorrei piangere, fargli capire che riesco a sentire benissimo quel che prova in questo momento: il rifiuto verso se stesso. Ma non una lacrima solca il mio viso. Riesco soltanto a stringere tra le mie, le sue fredde dita. «Devi solo volerlo, Alain. Puoi non essere quel che sei e diventare ciò che vuoi». «Come puoi affermare con tanta certezza una cosa simile?! Non sai quel che dici, Yvonne. Credi che per uno come me possa essere facile come per un mezzosangue? Non ti rendi davvero conto della profonda e invalicabile differenza che esiste tra noi due». Il tono adirato della sua voce desta l’attenzione del resto dei vampiri, finora riuniti attorno ad un noioso gioco di carte.0 «Qualcosa non va, Alain?», chiede incuriosito Carl, uno dei gemelli. «Tutto bene. Si stava solo chiacchierando». Lievi e sommesse risate giungono dal gruppetto steso comodamente sul morbido tappeto d’erba. Dopo qualche istante di silenzio, riprende a parlare. Stavolta con voce sommessa e un’espressione molto più rilassata, quasi priva di ombre rabbiose. «Grazie per le tue parole. Per un attimo, ho creduto potessero realmente avverarsi». «Possono avverarsi. Nulla è impossibile». Senza pensarci su, porto una mia mano verso il suo viso, carezzandogli lievemente una guancia. «Cosa può far tanta paura ad un vampiro? Alla creatura più forte, astuta e intrepida che possa esistere?». Per la prima volta, guardandolo, riesco a provare un sinistro brivido di morte lungo la schiena. «La sete. È come la fame per un essere umano. Possibile che tu non riesca a capire? Non è forse così anche per te?». E così, ancora una volta, la mia mente sembra essere ad un tratto travolta da un secchio di vernice nera, così che tutto quel che mi circonda svanisce alla mia vista, cedendo il posto al palcoscenico della mia memoria. 36


Chiudo gli occhi meccanicamente, come se fossi telecomandata da una forza interiore più forte della mia stessa volontà. Inizio a sentire freddo…non ho mai sentito freddo, non avevo mai saputo, prima d’ora, cosa significhi provare appieno questa sensazione sulla mia pelle. È buio. Molto buio. Ricordo perfettamente ogni vivido dettaglio, e vedo con chiarezza la scena che mi ha vista protagonista molto tempo fa. Mi manca l’aria…mi sento soffocare. Mi accorgo di non respirare. Sì, ho interrotto il mio respiro senza rendermene conto. Quando la bolla del silenzio che mi avvolge come in una nuvola, esplode…e le grida più agghiaccianti che abbia mai udito, iniziano a stridere nei miei timpani rischiando di spezzarli, di farli sanguinare. Toccando le pareti che mi isolano dal fracasso, mi accorgo di essere all’interno di una specie di tana o qualcosa del genere. Un nascondiglio coperto da una grossa roccia. Poi, un’alta fessura leggermente più sopra del mio capo cattura la mia attenzione. Una pallida luce polverosa crea l’atmosfera esterna al rifugio in cui mi sento troppo stretta. I lupi. Sento il loro odore. Devono essere proprio qui, a pochi passi da me. Ma nel momento in cui cerco di vincere la luce che ferisce i miei occhi nel tentativo di scorgere cosa stia accadendo lì fuori, una scena a dir poco raccapricciante squarcia ogni barriera che mi separa dalla realtà. La testa di un vampiro donna viene staccata senza pietà e lanciata a mezz’aria come una palla da baseball dal suo corpo snello, bianco e superbamente bello. La chioma dorata e fluente galleggia tra i pulviscoli di terra alzata. Il forte lancio la porta a girare su sé stessa. Sta per voltarsi nella mia direzione. Ancora un attimo e potrò scorgerne il viso… Ma un ululato improvviso e cupamente prolungato interrompe la visione. Riesco ad aprire gli occhi e a fissarli in quelli ansiosi di Alain. «Stai bene?». Mi chiede, preoccupato. «Sì. Anche non avrei dovuto essere interrotta proprio adesso…stavo per vedere qualcosa, qualcuno…» «Non so cosa ti capiti a volte, Yvonne. Vorrei me lo spiegassi. Ma se proprio devi prendertela con qualcuno, puoi farlo con i tuoi fratelli e le loro amichette. Sono venuti a prenderti». Gli ululati si susseguono. Sono in quattro. Come potrei non riconoscerli? Sono Ricky, Albert, Tiffany e Lilian. Sì, sono venuti per me. E così, alla fine sono corsi davvero a cercarmi. Dopotutto non mi odiano quanto pensavo. Non ancora, almeno. «Puoi andare, se vuoi. Non sei nostra prigioniera». In un primo momento ho uno slancio verso i miei familiari. Raggiungerli e poterli abbracciare è quel che più desidero adesso. Ma lo scivolare dolce e silenzioso della presa di Alain dalla mia mano, lascia in me un vuoto. È così che mi sento ormai, quando mi trovo

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lontana da lui: vuota, mancante di qualcosa. Di quel che non mi fa avere paura o vergogna di ciò che sono. Di quel che sento possa riuscire a far rivivere il mio nebbioso passato. «Ci rivediamo presto, Alain. Tornerò». «È pericoloso. Non voglio che tu venga fin qui da sola. Potresti incontrare Peter. Ti ho già detto che in questi giorni si aggira da queste parti». «Dimentichi che per Peter è molto più facile incontrarmi all’interno delle stesse mura di casa mia. E dimentichi un’altra cosa», gli sorrido timidamente, sento le mie guance imporporarsi al vedere le sue labbra mosse ad uno stanco sorriso in risposta al mio: «Sono perfettamente in grado di difendermi da sola». «Non ne dubito», risponde, lasciando definitivamente la mia mano. Senza alcun cenno di saluto, corro via. So che lo rivedrò. Presto. Ma non prima di aver trovato quel che i vampiri mi hanno chiesto di cercare. A testa alta, rallento la mia corsa man mano che i volti dei miei fratelli si fanno più nitidi nel buio della notte. Albert e Ricky hanno già ripreso le loro sembianze umane, al contrario delle due ragazze lupo dal pelo biondo che stanno loro vicino. L’espressione che dipinge il volto di Albert non è certo di benvenuto. Quella di Ricky è una maschera di delusione e preoccupazione. Persino nei volti delle due lupe riesco a scorgere la diffidenza di Lilian e il tormento di Tiffany, attraverso i piccoli occhi dai quali mi osservano. «Muoviti. Torniamo a casa». Sono costretta ad assecondare l’ordine di Albert, il quale adesso mi volta le spalle per dirigersi silenziosamente verso casa. Sono costretta. Se voglio scoprire la verità.

«Cosa pensi di fare, Albert Smith? Credi che riuscirai a tenermi chiusa qui dentro… per quanto tempo?!». «Che ne dici se facciamo…per sempre? Non sarebbe male». La smorfia assunta dal suo volto vorrebbe somigliare a un sorriso ironico. Ancora una volta rinchiusa nella mia piccola cella -la stanza che ha visto il trascorrere dei miei numerosi anni-, sono adesso circondata dai miei quattro coraggiosi soccorritori. Certo, farei volentieri a meno di Lilian…razza di antipatica con la puzza sotto il naso, non smette di guardarmi dalla testa ai piedi con quel suo sorrisetto di disprezzo e commiserazione. «Perché non volete credermi? L’ho visto con i miei occhi! Ho realmente visto il Libro degli Antichi. Non avrei motivo di mentirvi».

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«Se non ne avessi motivo, non ci avresti tenuto nascosto persino il biglietto ricevuto da quei bastardi». Sento che sto per esplodere. Batto violentemente una mano sulla mia piccola scrivania, facendo trasalire tutti i presenti che ora mi guardano stralunati: «Io non ho nascosto un bel nulla. Non appena ho avuto tra le mani quel maledetto foglio, sono corsa dal nostro capo branco per dirgli dell’accaduto. È stato lui a non voler sentire ragioni…a non voler ascoltare quel che i Veneziani avevano da dirgli». Questa piccola mezza verità è necessaria, se voglio riconquistare la loro fiducia. «Forse perché non avrebbe senso ascoltare le parole di quei sporchi bugiardi», sghignazza Lilian alle mie spalle. «Smettila, Lilian! A volte ti rendi davvero insopportabile. Continua, Yvonne. Facci almeno capire cosa sta succedendo». Mi incita la povera Tiffany, uno dei pochi membri del branco che ha sempre creduto in me senza dubitare della mia fedeltà, nonostante la diversità della nostra rispettiva natura. Ricky non riesce neanche a dirigere i propri occhi verso i miei. Decidere di stare dalla mia parte o da quella di Albert: questo dev’essere il nitido conflitto che aleggia sul suo volto teso e pallido. «Cosa dovrei fare per dimostrarvi la mia sincerità? Non vi basta il sottile gioco di Peter? Ha finto di volere andare incontro ai Veneziani, facendo loro credere di poter entrare nella nostra adunata, per poi attaccarli miseramente! Ho visto con i miei occhi il loro incontro, e lui stesso mi ha rivelato la natura di questo». «Non sappiamo di cosa parli. Tu sei proprio matta». Il tono canzonatorio di Lilian mi fa salire il sangue alla testa. «I vampiri non mentono». Albert sembra voler parlare, ma lo metto a tacere immediatamente. «E non dico questo solo per il semplice fatto di essere una di loro per metà. Lo dico perché ho una prova che dimostra chiaramente la colpevolezza dei lupi in tutta questa storia». Mi sembra di essere un po’ come Alain nel pronunciare queste parole. Bè, se tali hanno convinto me, spero riescano a persuadere anche i miei fratelli. «Ti rendi conto della gravità di quel che dici? Robert era uno di noi! Ed è impensabile che sia morto per mano di un licantropo». L’osso più duro sarà di certo Albert. Ma dopo quel che tra poco gli farò vedere, non potrà certo tirarsi indietro. Anche se… scommetto che di qualche passo arretrerà, eccome. «Se le mie parole non possono dimostrarti il vero…questo, lo farà di sicuro».

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Senza permettere a nessuno di aprire bocca, estraggo dalla mia borsa il pugnale d’argento. L’unica prova che spero mi permetterà di smascherare il vero assassino del mio amico, morto ingiustamente e per un motivo ancora velato dal mistero. «Lo riconoscete?». È incredibile quanto potere abbia un oggetto così piccolo, su delle bestie feroci e portentose come gli uomini lupo che mi circondano. Arretrano tutti e quattro di alcuni passi. Gli occhi spalancati per il terrore, le fronti sbiancate. Tiffany copre addirittura la sua vista portandosi le mani verso gli occhi, come se fosse stata accecata dal bagliore dell’arma. Lilian effettua un atletico salto indietro, balzando sopra il mio letto e, in posizione difensiva, arriccia il naso e le labbra deformando il suo bel faccino. Ricky e Albert, invece, arretrano solo di qualche passo, ma oltre ad uno sconcertato stupore nei loro volti, non scorgo alcuna intenzione nel volersi difendere da me. Sanno che non muoverei un solo dito contro di loro. E questa evidente certezza non può che riscaldare il mio cuore e rendermi quel po’ di stabilità emotiva oramai fin troppo vacillante. «Come sei riuscita ad averlo?», chiede con voce apparentemente imperturbata, Ricky. «L’ho preso la stessa notte della battaglia. Nessuno sa che me ne sono impadronita. Ma non è questo ciò che conta...non è il fatto che io abbia l’arma del delitto a dare prova di quel che affermo. Il vero punto sta nel sapere a chi appartenga questo maledetto pugnale». «Bella questa! Vorremmo saperlo anche noi». Sorride nervosamente Tiffany, ancora il panico nei suoi occhi al solo luccichio della lama che tengo in pugno. «I vampiri l’hanno scoperto. E non è stato poi così difficile capirlo». I miei sensi iniziano ad impennarsi improvvisamente, dando innumerevoli impulsi d’allarme al mio organismo. Impossibile cercare d’ignorarli, come sarebbe impossibile far finta di non udire l’arrivo di un treno a vapore: sento il pulsare frenetico dei quattro cuori che mi sono vicini, così vicini da poterne percepire persino l’umidità, la grandezza e la consistenza attraverso il ritmico movimento. Sento…lo scorrere fluido, veloce, violentemente attraente del loro sangue. Lo stato di agitazione in cui si trovano adesso i loro corpi deve certamente renderlo ancor più delizioso, ancora più carico di sapore. «Voi siete le uniche persone di cui mi possa fidare, ed ho bisogno del vostro aiuto per smascherare il vero assassino. Questo pugnale d’argento... appartiene ai Lupi Viola. Agli antichi. Ai vostri predecessori. Come spiegate un simile prodigio? Eravate a conoscenza di questo antico tesoro della vostra famiglia?». Il loro silenzio mi incita a continuare: «Qualcuno dei nostri amici, e i miei più forti sospetti vanno a Peter Callaghan, l’ha impugnato per uccidere Robert. Qualcuno che riesce ad essere immune al metallo che da sempre voi lupi fuggite. I Veneziani sono dalla nostra parte, anche loro hanno dei conti in sospeso da risolvere e temono una pericolosa alleanza tra vampiri e licantropi. Ma voi...siete disposti ad aiutarmi?». 40


Il silenzio impadronitosi della mia piccola camera sembra aver avvolto anche gli odori, i suoni percepiti fino ad un attimo fa. Solo gli occhi di ognuno di noi, danzanti in una ricerca di sguardi, di consensi, di domande. Poi, la voce di Albert, divertita oserei dire, irrompe tuonante. I suoi occhi, dopo tanto risentimento e disprezzo lanciatomi, finalmente…mi sorridono. «Facciamola finita, Yvonne. Raccontaci tutto senza tanti giri di parole. Se il nostro aiuto può servire a vendicare la morte del povero Robert, siamo pronti a darti una mano». Si rivolge verso i tre compagni che lo osservano increduli: «Non è così ragazzi?».

Sfrecciano nell’aria, tagliando - come lame la seta- i tronchi d’albero che li ostacolano. Simili a nere saette informi, tingono di ombre le chiazze dorate dello spazio rado da loro popolato e nel quale io mi trovo, in questo momento, esattamente al centro. I loro corpi si sfiorano a mezz’aria rischiando lo schianto. Insieme al suono rimbombante della massa muscolare sottosforzo, i respiri pesantemente affannati e il fracasso dei loro grossi cuori che battono negli ampi toraci viola. D’un tratto, le saette smettono di sfrecciare. L’immobilità s’impadronisce di ogni presente e mi rendo solo adesso conto del numero di lupi che mi circonda. Si aggirano di certo sulla cinquantina. Forse qualcuno in più. Senza alcun preavviso, accade in me qualcosa di nuovo e terribile al tempo stesso. Vorrei trattenere il mio respiro, ma non posso. Non ci riesco. La stessa sensazione provata durante la battaglia in cui abbiamo perso Robert. Quel senso d’impotenza, d’incapacità nel compiere un’azione. E la cosa più sconcertante è il sapere che tale inabilità sia provocata dal branco di Lupi Viola che adesso mi osserva. I piccoli e luccicanti occhi infuocati sono puntati sul mio viso di cera. «Benvenuta tra noi, Yvonne dei lupi». Mi sveglio di soprassalto, la fronte madida di sudore ed il respiro così ampio e profondo da riuscire a percepire ogni sfumatura degli odori che m’investono nel mio reale presente. Non ho mai visto in vita mia i Lupi Viola. Non conosco i loro volti, né le loro voci. Né il loro odore. Eppure, ci scommetterei la testa, erano davvero loro quelli appena incontrati nel terribile incubo avuto. Che siano a conoscenza dei miei piani? In fondo, sono in possesso di una loro arma. Ma che dico, sono in possesso di uno dei pugnali d’argento, antico tesoro degli arcaici licantropi che comandano ogni loro generazione. Come essi riescano ad impugnare l’argento, non lo so ancora. Ma una cosa è certa: riuscirò a far luce su questa storia. Riuscirò a scoprire l’identità del vero assassino di Robert e a compiere, infine, la mia scelta. Devi scegliere, Yvonne. Devi decidere da quale parte stare. Devi.

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SAPORE DI SANGUE

N

on posso asserirlo con certezza, visto che non riesco a ricordare la prima parte della mia vita, ma credo di non aver trascorso una notte più brutta di quella appena passata.

Ho lasciato le imposte della finestra della mia camera aperte, nella speranza che Alain, o qualcun altro dei Veneziani, decidesse di venirmi a trovare. Ma nulla. Possibile che ad Alain non importi sapere che fine abbia fatto nelle mani dei licantropi? Oramai sono considerata -almeno dalla maggior parte di loro- una vera traditrice. Ne sono sicura. Sono una vera stupida…perché mai Alain avrebbe dovuto rischiare la sua vita per me? Ha preso certamente la decisione più saggia, nel non venire a cercarmi. Ma allora…perché continuo a starci male? In fondo, io stessa gli ho detto che sarei tornata da lui. Il che significa che dovrò avventurarmi -stavolta in completa solitudine- all’interno del territorio maledetto, nella speranza che Peter o i suoi non sentano il mio odore in quelle zone. Mi alzo balzando dal letto come una molla. Indosso al volo i vestiti più comodi che ho, spogliandomi della canotta lacera e sporca di sangue che ancora avevo addosso. Stamani non ho neanche voglia di fare una sana colazione, sarà forse per via dell’abbondante caccia di ieri. E, a pensarci bene…scendendo giù in cucina sarei costretta a dover affrontare Marchal, prima di dare inizio alla mia ricerca. Sarà meglio uscire dalla finestra. Non è un’idea originale, ma è l’unico modo per impedire un pedinamento da parte dei miei fratelli. Averli dalla mia parte quasi non mi sembra vero… meglio non tirare troppo la corda. Balzo sull’orlo della finestra, calcolo il giusto slancio per lanciarmi in avanti e.. «Yvonne Smith! Apri subito questa porta. Non farai niente di quel che hai pensato di fare negli ultimi cinque minuti. E finché rimarrai sotto questo tetto, ascolterai le mie parole, che ti piacciano o no». La voce risoluta di Marchal, attraversa la porta per colpire con violenza le mie orecchie. Sbuffo profondamente e ridiscendo il davanzale, tornando con i piedi sul pavimento della mia stanza. «Entra pure, Marchal». Apre la porta con fare impettito, le labbra piegate in una linea sottile sono un segno evidente del suo stato d’indignazione. Rimane ferma nella sua rigida postura, le braccia incrociate e ad osservarmi con fare circospetto dalla testa ai piedi. 42


«Bene, signorina. Cosa credevi di fare?». Dovrei risponderle come vorrei o come si aspetta che faccia? «Stavo solo cercando di uscire senza dover rendere conto dei miei movimenti a nessuno. C’è forse qualcosa di sbagliato in questo?». Le ho risposto come volevo. «Hai il coraggio di chiedermelo? Non è questo il punto, Yvonne. Lo sai bene. La verità è che hai deciso di fuggire da noi. Dalla tua famiglia. E per cosa poi? Per la sincerità di Albert. Solo perché ha preferito aprirti il suo cuore, piuttosto che nascondere ancora i suoi sentimenti. Non è tuo fratello…nulla impedirebbe la vostra unione». Marchal è forse impazzita? «Nulla?! Io sono un vampiro!». «Solo per metà». «E lui è un licantropo!». «Ma pur sempre un uomo». «Conosci meglio di me le regole. La legge vieta, senza eccezione alcuna, l’unione tra un vampiro e un licantropo. Come puoi anche solo pensare ad una possibile relazione tra me e tuo figlio?». I suoi occhi dorati si riempiono improvvisamente di lacrime. Ma l’espressione dura del viso rimane immutata. Marchal...vorrei tanto abbracciarti, stringerti tra le mie braccia. Farti sentire ancora una volta il mio calore di figlia, l’affetto che ho sempre nutrito per te...ma non posso. Non devo. Legarti ancor più alla tua adottiva mezzosangue, non potrebbe che farti del male. L’unica decisione saggia al momento è quella di mantenermi il più lontana possibile dai miei affetti. Solo così posso garantire loro di non correre i miei stessi pericoli. «Non sareste i primi, credimi. Altri giovani licantropi hanno deciso di unirsi a dei vampiri, in passato. Non è impossibile. Sarebbe solo…fuori dal normale. Ma sai dirmi, tu, da cosa sia rappresentato l’essere normale nel nostro mondo?». Come potrei mai rispondere alla sua domanda, essendomela già posta io tante volte? Quel che non riuscirei però mai a dirle, guardandola dritto negli occhi, è il reale motivo per cui sarebbe impossibile l’unione tra me e suo figlio. «Sappiamo bene quale sia stata la fine di chi ha ceduto a simili forme di sentimento. Nessuno dei diretti protagonisti può adesso raccontarci la propria storia. Vorresti che io ed Albert facessimo la loro stessa fine?».

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Il suo improvviso sguardo duro, spietato, m’interrompe bruscamente. Posso dire con assoluta certezza di non aver mai ricevuto tanta freddezza da parte di mia…madre. L’amore viscerale per i propri cuccioli deve davvero superare ogni altra barriera. «Albert ti ama profondamente e sinceramente, Yvonne. Ma sei libera di scegliere, ovviamente». Stavolta ricambio con occhi crudeli il suo sguardo senza amore, manifestando la mia irritazione per la pretesa che sento trapelare dalle sue parole. «Libera di scegliere cosa, Marchal? Spiegati meglio». I lineamenti del suo volto si addolciscono lentamente, finché un debole sorriso compare sulle pallide labbra. «Libera di scegliere se continuare a fare parte della nostra famiglia rivestendo i panni della compagna di Albert o quelli di sua sorella, portati fino ad oggi con sincero affetto e incrollabile fedeltà». So che non dovrei. Ma è più forte di me: le corro incontro e, gettandole le braccia al collo, riverso nelle lacrime che scorrono silenziose lungo le mie guance, tutto quel che le vorrei dire, e che invece continuo a tener chiuso nel profondo del mio cuore. Del resto, tra me e Marchal non sono mai servite le parole. Una sottile linea di solida complicità e silente intesa, ha sempre fatto sì che ci capissimo perfettamente anche senza di esse. Così, mentre fa scorrere le esili dita delle sue mani dalla pelle morbida e curata tra i miei capelli, rimaniamo entrambe mute nel nostro abbraccio, tristemente felici e disperatamente preoccupate per il cuore tormentato del nostro amato Albert.

Ritrovarmi innanzi questo portone sarebbe stata l’ultima delle mie più remote immaginazioni, dopo tutto quel che è accaduto. Codarda. Non ce l’avrei mai fatta, se a spingermi non fosse stato un motivo di vitale importanza. Come quello per cui sto per bussare a questa porta di noce intagliata, con su appesa tanto di targhetta dorata sulla quale è inciso in eleganti caratteri “Dott. Johnson e famiglia”. Un profondo respiro, prima di compiere qualsiasi azione sconsiderata. Tre colpi alla porta. Ad aprirmi è il piccolo Sam. Il suo visino è segnato da un tetro pallore, i capelli sono pettinati in malo modo e gli occhi sono talmente gonfi e rossi da far fatica ad esporsi alla luce del sole. «Yvonne?». Il suo stupore mi fa capire che nessuno, lì dentro, si sarebbe mai aspettato una mia visita. Inoltre, credo che quest’ultima non renda alcuna gioia, a giudicare dallo sguardo circospetto e diffidente del ragazzino. 44


«Ciao, Sam». Il mio disagio è talmente evidente che l’unico desiderio sarebbe quello di scappar via a gambe levate. «Non ci vediamo da parecchio…e così ho pensato di venire a trovare te e i tuoi fratelli. Non ho ancora avuto modo di…» Dieci interminabili secondi di silenzio. Sam non smette di osservarmi attraverso i suoi occhi cerulei socchiusi adesso in una linea sottile. «Non hai niente da fare qui. Tornatene da dove sei venuta». Tenta di richiudere la porta, ma lo blocco inserendo nell’apertura un mio piede. Spalanca i grandi occhi chiari colmi di stupore. Poi, d’un tratto, un cupo ringhio inizia a salire dal suo giovane petto. «Non sono qui per farvi alcun male, Sam. Sono la stessa Yvonne di sempre, non ho fatto nulla che possa aver contribuito alla morte di Robert…mi credi? Devo solo riuscire a parlare con uno dei tuoi fratelli». Non smette di rimanere con l’aria minacciosa dipinta sul volto che dovrebbe incitarmi ad andar via, ma riesco a vedere una lieve scintilla illuminare i suoi occhi e darmi segno di una piccola speranza. «Devi andar via, Yvonne. Non so se dici il vero, ma puoi star certa di non essere al sicuro da queste parti». Con la schiuma alla bocca, fa un cenno con il capo verso le sue spalle. Improvvisamente, infatti, m’investe l’odore agre e pungente del sangue di Walter. Ma è troppo tardi per decidere di fuggire. «Guarda un po’ chi si rivede…il nostro cucciolo adottivo mezzosangue. È già finita la tua reclusione meditativa?». Il sorriso obliquo e quell’aria sprezzante stonano oltremisura nell’ambiente silenzioso e ritirato che sembra aleggiare in casa Johnson. Che tristezza…al solo pensiero delle grida allegre emesse fino a qualche giorno fa dai cinque fratelli rossi, un magone mi stringe in gola. «Non capisco di quale reclusione tu stia parlando. Non mi sembra ci siano colpevoli di alcunché che meritino una simile punizione». Cerco di rispondergli nel modo più evasivo possibile, pur mantenendo in allarme i miei sensi ed ogni muscolo. «Sembrerebbe di no, hai ragione. Sembrerebbe.. eppure, ero certo ti saresti fatta da parte per un bel po’. Non vedo con quale coraggio tu possa presentarti a questa porta, dopo l’insensata accusa che hai osato fare a Callaghan. Come ti è venuto in mente di mentire, dicendo di averlo visto insieme a quei bastardi dei tuoi amici?». Finisce di dire, quasi sputando le ultime parole con un’insolita rabbia trapelante dalla voce leggermente alterata. «Ho semplicemente detto la verità. Io l’ho visto. Ho visto Peter incontrarsi con i vampiri di Venezia, e il suo atteggiarsi non sembrava affatto ostile. Potrei quindi sapere per quale 45


assurdo motivo non sarei dovuta venire dai miei amici, in un momento così doloroso per loro? Credo che la mia presenza qui, Walter, sia lecita almeno quanto la tua. Forse, di più». In fondo alla prima camera che conduce al resto della casa, intravedo giungere Sarah e Rubi. I loro occhi incavati da scure ombre violacee mi fissano con rabbioso contegno. So cosa vorrebbero fare. Ma la presenza di Walter impedisce a loro di potermi liberamente attaccare, e a me di poter dire quel che devono assolutamente sapere. «Se ne sei tanto sicura, entra pure. Perché rimani fuori? I coniugi Johnson saranno felici di poterti avere al loro fianco». Che farabutto. Mi ha nettamente preceduta nei tempi ben pensando di raccontare ai poveri genitori la versione che più avrebbe fatto al caso suo. Cosa staranno pensando di me i cari Sarah e Rubi? Per quale inspiegabile motivo Walter e i suoi seguaci vogliono improvvisamente mettermi contro tutto il resto del branco? E a quale fine sarà condannata la mia famiglia, se deciderà di rimanere dalla mia parte? Il desiderio di lanciarmi contro di lui, azzannarlo con i miei denti straripanti di veleno e finalmente riuscire a dire: «eccoti servito, Walter. I vampiri restano al vertice», è irresistibile. Ma sarebbe troppo doloroso per i miei fratelli, per Marchal…non potrei mai dire tutto questo, sebbene sia ciò che sto iniziando realmente a pensare, da quando sono entrata in contatto con i miei simili. Mente di lupo. Siero di vampiro. Questo il mio attuale stato, nel quale mi sento ancor più mezzosangue di quanto mi sia mai sentita. Il problema è che della mia parte umana sta rimanendo ben poco. «Non mi sembra il momento adatto per poter dare il mio conforto a Rubi e Sarah. Credo che in simili circostanze la solitudine sia il sollievo migliore e qui, al momento, mi sembra ci sia troppa confusione». Scruto gli occhi di Sam, nella speranza che riesca a cogliere il mio messaggio. Ma ho la sensazione di aver creato nei suoi pensieri scossi dal dolore, ancor più disordine. Alzo lo sguardo verso Walter, il quale mi osserva con una luce di trionfo che brilla nelle iridi di ghiaccio. «Se continuerai a volerti mettere contro coloro che ti hanno sempre aiutata, Yvonne, dovrai andare via. Sei consapevole di questo?». «Lo sono. Tuttavia, questa sarà una decisione che, al momento opportuno, spetterà al branco. Sei il nostro alfa, e la tua opinione è la più importante tra tutte, è vero. Ma resta pur sempre a lui, l’ultima parola». Con un lieve segno del capo saluto i genitori del mio amico, o meglio, quel che rimane dei loro volti afflitti dalla disperazione. 46


Devo assolutamente riuscire a dimostrare la colpevolezza dei lupi per la morte di Robert.

Quanta silente pace aleggia in quest’angolo impregnato di leggende, morte e terribili segreti. Saranno trascorse parecchie ore da quando, giunta sul luogo del raduno di mezzanotte, mi sono messa alla ricerca del fodero del pugnale d’argento. Incarico affibbiatomi dai Veneziani, visto che al momento sembro essere l’unica ad avere campo libero sul territorio dei licantropi, anche se non credo sarà così ancora per molto. Ho setacciato ogni palmo di terra sommersa dal rosso fogliame caduto dagli alberi. Ogni angolo dei disordinati cespugli, persino le numerose tane dei piccoli abitanti del bosco. Ma nulla. Non riesco a percepire neanche l’odore del metallo a me vicino. Eppure dev’essere qui…chi ha rubato il pugnale ai veterani Lupi Viola, deve ragionevolmente aver preso anche il fodero in cui era inserito. Portarlo con sé dopo l’omicidio sarebbe stato fin troppo pericoloso, quindi deve averlo lasciato sul luogo del delitto, come del resto ha fatto con l’arma...sicuro del fatto che nessun altro del branco avrebbe potuto toccarlo, pur trovandolo. Un lieve venticello si alza improvvisamente, inebriandomi del delicato profumo dell’erba che si eleva fin sopra le fronde mosse dall’aria frizzantina che mi sfiora la pelle. Chiudo gli occhi cercando di concentrarmi il più possibile sulla percezione degli odori che mi travolgono nel loro vortice caotico. Entro all’interno della mia sfera sensoriale ed è come essere investita da una scarica elettrica che si ferma allo strato superficiale della mia pelle, pervadendo il mio corpo come un’invisibile rete di energia. Ed ecco sopraggiungere un feroce rimbombo a scuotere la terra sotto i miei piedi. Sono le zampe di una grossa belva…il cui respiro gonfia e rigonfia i polmoni stanchi dalla corsa. Sono le zampe di un lupo. Quattro. Tre. Due…Uno. Spalanco gli occhi. Effettuo una capriola inversa e svincolo l’ammasso di carne e muscoli che si lancia sopra di me. Riesco a sentire la consistenza dell’aria simile a quella della seta. Valiant atterra al suolo, la lingua penzolante e carica di schiuma che gocciola sulla terra bruna. Nonostante l’irrefrenabile desiderio della lotta mi inciti ad avanzare, riesco perfettamente a trattenere i miei feroci istinti, indietreggiando sulle gambe e le braccia; le mie movenze adesso decisamente più simili a quelle di un lupo che di un vampiro. «Prima di azzannarmi, devi sapere come sono andate realmente le cose! Non ho paura di morire, ma se proprio devo essere condannata per un errore, vorrei fosse per uno sbaglio effettivamente commesso». 47


Riesco a scorgere il velo di lacrime nei suoi occhi chiari come acquamarina. Pronto ad un nuovo attacco, Valiant inizia a percorrere il breve spazio che ci separa in ampie falcate, saltando d’un tratto sopra l’enorme masso da cui Walter ama fare i suoi noiosissimi discorsi, per rilanciarsi ancora una volta su di me. Il folto e lungo pelo della sua pelliccia rossa ondeggia simile alle fiamme di una fiaccola al vento. Le lacrime si scompongono in minuscole schegge brillanti, carezzate dagli ultimi raggi di sole. Stavolta è inutile opporre resistenza, sono stanca. Stanca. Stanca di essere alla continua ricerca di qualcosa che possa dare un senso alla mia folle, inutile e malsana esistenza. Per una volta, sono davvero curiosa di sapere se mi distinguo, almeno in questo, dai bellissimi Veneziani. Sono curiosa di sapere se anch’io sono una senza anima. Chiudo gli occhi. Rimango immobile nella mia posizione, favorendo il colpo di grazia che Valiant potrebbe facilmente darmi, se decidesse di colpirmi direttamente al collo. Manca un secondo al’impatto. … Non accade nulla…? Riapro istintivamente gli occhi, incredula di fronte ciò che sono costretta a vedere: Alain è improvvisamente comparso senza dare il minimo avvertimento della sua presenza. Forse perché io e Valiant eravamo troppo concentrati sulla nostra lotta. Forse…perché il vampiro è stato talmente bravo da non rendere prevedibile il suo arrivo. È adesso chino sopra il corpo portentoso di Valiant. Lo schiaccia senza pietà con la sua massa di muscoli freddi, mentre con le mani simili a tenaglie gli stritola il collo immobilizzandolo quasi del tutto. Gli occhi oramai fuori dalle orbite, la schiuma giallastra colante dal muso peloso. Il soffocato mugolio che sento provenire dalle zanne momentaneamente innocue, scuote i miei arti paralizzati dalla scena crudele che si svolge a pochi passi da me e mi spinge a scagliarmi contro l’ingiusto massacro che sta avvenendo a causa mia. «Alain, fermati ti prego!». Grido disperatamente con tutta la voce rimastami in gola. Mi lancio sulla sua schiena e sento la presa del suo braccio farsi più debole. Mentre libera Valiant dalla stretta mortale, mi lancia uno sguardo astioso e si allontana bruscamente, lasciandomi pronta a soccorrere colui che stava per uccidermi. «Valiant…cerca di riprenderti». Gli sussurro con le labbra immerse nella sua calda pelliccia. «Perché diavolo non hai voluto che lo finissi?! Stava per farti a pezzi!». Lo guardo con tutto il disprezzo che sento scaturire dal mio essere. Non rivolto a lui. Ma a me stessa.

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«E tu perché diavolo l’hai fermato?! Non saresti dovuto intervenire». Quel che vedo nei suoi occhi mi ferisce più di qualsiasi altra offesa che avrebbe potuto farmi: incredulità. Disgusto. Sconcerto. «Non ti rendi conto di quel che dici. Hai bisogno di riposo, non sei sicuramente in grado di portare a termine la missione che ti abbiamo affidato». «Ma chi credete di essere?!». Sputo rabbiosa, mentre cerco di sollevare il capo di Valiant, il quale sembra stia per riprendere i sensi. «Chi siete voi, clan di vampiri italiani giunto fin qui per distruggere l’equilibrio di un branco costruito da secoli, per credere di poter dettare ordini a me?». Alain sbuffa ironicamente, mentre le sue braccia vengono scosse da istinti di rabbia certamente repressa. «Un branco costruito sulle menzogne e l’inganno, vorrai dire! Sei ancora orgogliosa di essere stata accolta in questa specie di gabbia comandata da sporchi assassini? Credi che essere un vampiro sia meno onorifico che essere un licantropo? Per questo hai deciso di porre fine alla tua vita?». E nel pronunciare la parola “licantropo” sembra essere percorso da un brivido. Per qualche istante rimaniamo immobili, i nostri occhi gli uni dentro gli altri. Entrambi abbiamo persino bloccato il respiro che ci permette di distinguere gli odori che ci circondano. Ma un lieve tossire cattura la nostra attenzione. Prontamente, abbasso il capo e scorgo il corpo di Valiant nudo dei propri indumenti, tra le mie braccia. Alain fa un gesto di disapprovazione con la mano, indisposto dalla scena disgustosa che lo porta a vedermi gettare le braccia al collo del mio amico. Entrambi ci stringiamo in un abbraccio che non ha bisogno di parole. Non appena ci distacchiamo, Valiant prende il mio volto tra le sue mani, stringendo la presa con tensione. «Devi dirmi quello che sai, Yvonne. Da quel che ho potuto capire, tu e i succhiasangue avete scoperto qualcosa che colpevolizza noi lupi di…omicidio?». «Sì, amico mio. Credimi…i vampiri non sono responsabili della morte di Robert». Un moto di smarrimento attraversa gli occhi arrossati e colmi di dolore del ragazzo dall’incredibile bellezza che mi è così vicino. «Se come dici, quella notte non è stato un vampiro ad uccidere mio fratello…vuoi forse insinuare che sia stato uno di noi?». «Proprio così, ammasso di pelo», biascica Alain, girando gli occhi in aria e mostrando apertamente la sua noia. «Se siete in vena di rivelazioni, e nessuno di voi due non è spinto da idee suicide…» Mi lancia un’occhiata torva, prima di continuare: «Tolgo il disturbo». Volta le spalle facendo un gesto con la mano in segno di saluto. 49


Alain…mi hai salvato la vita. Se dovessi ragionare come un lupo, come del resto ho fatto da quando avevo sei anni, dovrei esserti debitrice per tutta la vita. Nel nostro caso, dunque, per l’eternità. Bé…non so se dovrei esserne felice o meno…ma sono comunque sono certa che chiunque, al mio posto, avrebbe sprizzato felicità da tutti i pori, al solo pensiero di dover trascorrere l’eternità accanto ad un dio vivente come te. «Toccava a me venire all’interno del territorio maledetto! I patti confermavano che non avresti più messo piede sulla terra del branco. Neanche in caso di estrema importanza!». Gli grido dietro, nella speranza che si volti per rispondermi. Ma nulla. Procede a passo lento e quasi trascinato per allontanarsi da questo luogo. O forse, per allontanarsi da me. Non so neanche quando…e se lo rivedrò. Ma ecco che, nel raggio di alcuni chilometri, un ululato agghiacciante si espande per il bosco in cui ci troviamo. Tutto, attorno a noi, sembra tremare al suono del terribile richiamo. Sono lenti e attentamente studiati i movimenti di Alain, Valiant e miei. I nostri occhi si uniscono in un intreccio di sguardi che giunge allo stesso finale. Senza indugi, sfavillanti e furiosi, ci precipitiamo verso il luogo in cui siamo certi sia avvenuto l’irreparabile. Ancora all’interno della mia sfera sensoriale, riesco a percepire l’odore del sangue, il sapore della morte a pochi passi da me. I miei occhi si distaccano per un istante dalla corsia del mio viaggio, per capire se Alain sia sulla mia stessa onda. E lo è. Il vecchio John sta per morire. Il suo corpo è steso al suolo. O meglio, quel che rimane di esso. Le magre gambe sono del tutto liquefatte nella stessa sostanza rosastra che tanto rievoca la fine del povero Robert; solo dal busto in su, le sue membra sembrano voler resistere al disciogliersi, non facendo altro che prolungare in tal modo il mostruoso calvario a cui è sottoposto. Un grigio fumo sale dalla sua carcassa, emanando un forte odore di ambra bruciata. «John!». Mi precipito al suo fianco, alzandogli il capo con le mani che mi s’imbrattano della sostanza collosa in cui oramai il suo busto è immerso. «Chi è stato? Chi ti ha fatto questo?». Cerco di dire tra le lacrime che, insistenti, mi annebbiano la vista. «Scappa pic…cola mia. De…vi…fuggire». Le sue labbra si muovono a malapena, gli occhi sono rossi e allucinati, le palpebre gonfie e pesanti. Saettando dalla mia postazione come un lampo, mi lancio in una corsa senza precedenti all’inseguimento dell’assassino. So che qualcuno alle mie spalle mi segue per non lasciarmi sola nella pericolosa impresa della cattura di un…vampiro? Licantropo? Manca poco, veramente poco per scoprirlo.

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È come se mi trovassi all’interno di un buio tunnel. Tutto quel che mi circonda viene annientato dalla caccia all’odore del nemico che sento sempre più vicino. Esistiamo solo io e lui. Nient’altro. Simile a una torcia umana, il mio corpo brucia per la brama di averlo tra le mani e viaggia ad una velocità incredibile, incurante degli ostacoli che potrebbero fermarlo. Protetta dalla forza che riveste le mie membra di una patina quasi indistruttibile, sento di poter essere invincibile. Una sensazione mai provata prima d’ora, ma certamente molto…molto piacevole. Mentre questi pensieri balzano nella mia testa come biglie lanciate a terra, mi rendo improvvisamente conto di avere raggiunto l’obiettivo della sfrenata corsa. Ne ero sicura, ci avrei scommesso la pelle. È uno di loro. È un membro dei dieci lupi neri comandati da Peter Callaghan. Il parassita ha obbligatoriamente dovuto rallentare la sua fuga per attraversare il fiume che lo condurrebbe in zona “protetta”, ovvero proprio all’interno dei confini del territorio maledetto. Dove nessun altro licantropo del nostro branco metterebbe piede. Alain dice il vero: Peter e i suoi si aggirano anche da quelle parti. Sanno di poter agire indisturbati. Da questo istante in poi, è tutto così veloce, tutto così incredibilmente privo di controllo, da poterlo descrivere difficilmente: al contrario dei lupi, i quali annaspano con movimenti buffi e impacciati, per noi vampiri l’arte del nuoto può essere molto piacevole e di utile aiuto. Immergo il mio corpo nelle verdi acque scalpitanti. La sua testa pelosa e nera avanza verso la riva, irta e in aperta tensione. Sa di avermi alle sue spalle. Le mie movenze fluide, aggraziate, veloci come quelle di una sirena, mi permettono di raggiungerlo in una manciata di secondi. Ed è l’inizio della mia fine. Oltre che della sua. In un batter d’occhio mi avvinghio alla sua schiena e infosso i miei denti all’altezza del collo. Lo sento fremere, tremare, le sue zampe annaspano nel vuoto dell’acqua che lo abbraccia accogliendolo in un silenzio di morte. Sotto la morsa dei miei denti bramosi e assetati la sua carne spessa inizia a cedere, riprendendo lentamente forma umana. Ed è sempre più dolce il sapore del liquido porpora che sgorga a fiotti all’interno della mia bocca. Sì, dolce e aromatico…sa di marzapane, cannella, vaniglia…una tiepida bevanda dissetante della quale, una volta bevutane un sorso, non si può più fare a meno. Percepisco la sua debolezza sopraggiungere sull’inutile resistenza avuta fino ad ora. Sento il veleno iniziare a sgorgare dai miei denti, insistentemente desideroso di potersi riversare nelle vene della mia vittima. Ma non lo accontento. La mia sete è stata placata e, non appena il giovane ragazzo esala il suo ultimo respiro, posso ritenermi dissetata e soddisfatta.

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Alzo il mio volto per cercare quello di chi mi ha seguita sin dall’inizio: Alain è immobile, impietrito. Nel suo viso non c’è sgomento, né meraviglia. Solo un’infinita, cupa tristezza. Con un braccio cerco di asciugarmi le labbra sporche di sangue. So di essere divenuta improvvisamente scontrosa e irritata, e vorrei che nessuno avesse assistito al massacro da me appena effettuato. Poi, quando finalmente ho il coraggio di guardare Alain dritto negli occhi, riesco a vedere in essi lo stesso mostro le cui vesti sono state indossate anche dalla sottoscritta. Mostro. Assassina. Bevitrice di sangue. «Adesso non potremo più sapere il motivo per cui è stato ingaggiato per uccidere il tuo amico». Pronuncia quest’affermazione come se non fosse per nulla turbato. «Non l’avrebbe rivelato comunque. Dobbiamo scoprirlo da soli». Gli rispondo, abbassando lo sguardo e stringendo i pugni fino a far divenire le nocche delle mie dita completamente bianche. Ma ad un tratto, Valiant irrompe nella terribile scena, trafelante e sconvolto alla vista del corpo dissanguato del cadavere galleggiante a pancia in giù. «Peter e i suoi stanno per arrivare. Ti uccideranno, Yvonne...hai appena firmato la tua condanna, facendo fuori uno dei suoi lupi. Devi fuggire!». Termina di dire con le lacrime agli occhi. E senza che possa replicare o quant’altro, Alain mi prende tra le sue braccia per condurmi via, lontano.

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TREGUA

L

a mia mente si desta insieme al cinguettio di alcuni passeri. Non riesco ad aprire gli occhi, la luce è talmente forte da ferire le mie pupille; porto una mano alla bocca e stiracchio le mie povere ossa arrugginite per le troppe ore di sonno.

Sonno? Io avrei dormito? Stupide esigenze da debole umana! Ecco cosa comporta fare convivere la forza di una leggenda con la fragilità di un mondo reale. Improvvisamente, tutte le dolorose immagini degli ultimi giorni invadono i miei pensieri con una violenza terribile da sopportare: Robert…John. La rivelazione di Albert, la lotta con Valiant. Il mio desiderio di morire, lo sguardo incredulo di Alain. E ancora…la morte di un giovane lupo nero. Morte causata dalla mia sete, da quella sete che non perdona, che non risparmia. Le tempie pulsano ferocemente, strette in tenaglie che premono senza pietà. Cerco di sollevarmi dal giaciglio su cui qualcuno deve avermi adagiata per concedermi un po’ di riposo. Meccanicamente porto una mano alla fronte, sento il cranio attraversato da mille lame. I miei sensi percepiscono ogni cosa nel modo più amplificato possibile, ma tanto dolore fisico…non ricordo di averlo mai provato. «A quanto vedo non sei ancora nel pieno delle tue forze». La sua voce calda, serena, funge da balsamo per le mie ferite. Interiori e non. Cos’avrei fatto se adesso non ci fosse stato lui al mio fianco? La mia mente avrebbe retto ancora per molto? So di poter sembrare avventata, inopportuna, ma…sento il bisogno di dover avere la sua mano stretta alla mia. E così la cerco senza giustificarmi con le parole, approfittando del mio stato scosso e confuso che mi permette di poter agire senza tanto remore. «Dove siamo?». Gli domando, percependo una lieve tensione attraverso le sue fredde dita intrecciate alle mie. «Nord. Avranno iniziato le ricerche da sud, quindi abbiamo ancora un po’ di tempo a nostra disposizione per prendercela comoda. Anche se non vorrei aspettare troppo. Gli altri immaginano sicuramente dove ci troviamo, ma non posso mettere a repentaglio la loro incolumità per molto. Aspettano noi per agire». Le fitte alla testa sembrano aumentare. Stringo con maggior energia la sua mano, che ricambia, inaspettatamente, il gesto. «Pensi di aver bisogno ancora di molte ore per riprenderti?». Dev’essere l’alba. Ho dormito quasi una notte intera. Taccio. «Perché non mi rispondi?». Già. Perché non gli rispondo? «Credo di avere…fame. Ho bisogno di mettere qualcosa sotto i denti». Mi guarda con fare circospetto. Come se avessi detto chissà cosa 53


d’incomprensibile. «Fame? Forse volevi dire sete». Sorride mestamente. «Hai una brutta cera, Yvonne. Se potessi, caccerei qualcosa per te…non so cosa fare, dammi delle direttive. Riesci a bere un po’ d’acqua o per te è impossibile quanto lo è per me?». Sicuramente avrebbe voluto dire: riesci a bere altro che non sia sangue? «Posso bere o mangiare qualsiasi cosa. E quando prima parlavo di fame, intendevo davvero…fame. Per una mezzosangue come me il sangue è il sostentamento prediletto, è vero, ma posso mangiare come una vera umana quando voglio. È questo uno dei motivi per cui sono riuscita fino ad ora a trascorrere una vita quasi normale. Studi, amici, ect». I suoi occhi mi guardano ammirati e increduli. Mi rendo conto solo adesso di parlare con un ragazzo vampiro per il quale non esiste nulla di tutto questo, bensì una vita il più possibile ritirata, stracolma d’insidie e sotterfugi, sebbene apparentemente lui e i suoi amici sembrino a loro agio tra le strade caotiche della città. «Dunque…vuoi che catturi qualche bestia selvatica e te la porti? Ci metto pochi minuti, vado e torno». Sta per saettare come un fulmine verso la fitta boscaglia a noi vicina, ma lo precedo e lo fermo afferrando il suo braccio. Ancora una volta, i suoi occhi nei miei. Quando questi s’incontrano così, è come se nulla più esistesse. Non il vampiro o la mezzosangue. Ma un ragazzo e una ragazza il cui reciproco trasporto li spinge ad amarsi di un amore mai esistito prima. «Non lasciarmi sola. Vengo con te». Riesco a dire in un soffio. «Pensi di averne le forze?». La sua voce melodiosa trasuda una sorta di dolce preoccupazione. Sfreccio sotto il suo sguardo meravigliato e mi lancio in una sfrenata corsa tra gli alberi. Il grido divertito che sento provenire alle mie spalle, mi fa intuire che abbia deciso prontamente di seguirmi e sfidarmi ad una gara di velocità. Per pochi attimi, la mia maschera di orrore sembra essere stata sostituita da una meno grave e pesante. Ma l’immagine del volto di quel giovane lupo esanime tra le mie braccia, non smette di accompagnare i miei pensieri per un solo istante. Le lacrime iniziano a scorrere tiepide dai miei occhi, e per fortuna sfrecciano anch’esse alla velocità della mia corsa. Perlomeno, stavolta Alain non avrà modo di commiserarmi. «Arrenditi, Yvonne dei lupi! Non hai nessuna possibilità contro di me!». È davvero meravigliosamente magico sentire la sua voce sotto un aspetto diverso dal solito. «Non ci conterei molto, Alain dei vampiri! Sei pronto ad accettare la tua prima sconfitta? Sai, sono abbastanza allenata…se ben ricordi, sono cresciuta con i lupi!». Ridiamo, spensierati e in totale sintonia con il mondo della natura che ci circonda.

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Per noi bevitori di sangue, entrare in comunione con la natura è la cosa più naturale che possa esistere: grazie all’espansione dei nostri sensi, possiamo diventare -quando solo ne sfioriamo la superficie- albero, acqua, roccia, fiore, terra, fuoco. Qualsiasi cosa s’incontri con l’area fredda e dura del nostro corpo, diviene parte di noi. E noi parte di essa. Ma ad interrompere questi miei pensieri vi �� l’improvviso attacco di Alain alle mie spalle: si lancia per catapultarmi a terra, e insieme razzoliamo lungo un pendio quasi del tutto libero da vegetazione. Quando la corsa dei nostri corpi rotolanti ha fine, ci ritroviamo finalmente l’uno di fronte all’altra, viso contro viso, occhi negli occhi. I nostri respiri non sono affatto affannati, ma regolari e placidi. Sono interamente sovrastata dal peso del suo corpo d’acciaio, il freddo della sua pelle oltrepassa i vestiti di entrambi e raggiunge la mia. Il suo fisico combacia con il mio perfettamente, riesco a sentire ogni muscolo guizzante aderire ai tessuti degli indumenti che indossa. Ad incombere nel delicato silenzio che ci avvolge, il battito frenetico del mio cuore che scalpita come un destriero imbizzarrito. Non appena decide di parlare, il suo alito fresco e profumato inonda il mio viso, ed è immediato -a sfavore di ogni mio presupposto- il rossore che sento salire alle guance. «Sentirti così vicina…dovrebbe indurmi a fuggire. Il profumo del tuo sangue è… davvero insolito. Aromatico come pochi e al tempo stesso pungente. No…più che pungente. Tagliente. I miei sensi subiscono una dolce violenza quando vengono investiti dal tuo … odore». Il suo mezzo sorriso agisce sulle mie forze, su ogni mia resistenza, facendo cedere e crollare tutte le mie finzioni. E trovo, infine, il coraggio di ricambiare il suo gesto. «Dovrei dunque aver paura? In qualsiasi momento potrebbe riaccadere un episodio simile a quello del giorno in cui mi hai vista cacciare. Cosa faresti in quel caso? Avresti paura di uccidermi?». Nei suoi occhi colgo una nota di tristezza. «Ami giocare con la morte, Yvonne. Non dovresti. Credevo che l’episodio di ieri ti avrebbe fatta ragionare». Squarci d’immagini terribilmente angoscianti accompagnano le sue parole nella mia mente. Al contrario di me, Alain non si rammarica affatto di citare qualcosa che possa ferirmi. Anzi, sembra provare quasi un sottile piacere nel vedermi soffrire. Nello spazio di un istante, il suo sguardo da vampiro privo di scrupoli torna a divenire vivo innanzi i miei occhi. «Quello che dici non può certo ferirmi più di ciò che ho dentro. Ma non posso tornare indietro. E, se anche potessi, non cambierei nulla di quanto ho fatto». Pur rimanendo stretti nel nostro abbraccio, sento che le nostre menti non sono più vicine come prima. L’ostilità delle parole può a volte scalfire persino le emozioni più belle. «Tu non sei come me, Yvonne. Non commettere l’unico errore che non ti perdoneresti mai. So che ieri hai ucciso un uomo per la prima volta. L’ho capito dalla voracità che hai 55


mostrato nel bere il suo sangue. È così per tutti all’inizio…ma nel tuo caso nulla è avvenuto per sete. Il vero motivo giustifica la tua azione. Tuttavia, non devi permettere che si ripeta. So bene cosa si prova nel gustare sangue umano… diviene simile ad una droga alla quale non si può rinunciare, una volta provata». Immagino le sue parole siano vere, anche se potrei affermare con certezza di non soffrire in alcun modo la sete di cui Alain sta parlando. Nessun bisogno, nessun desiderio di risentire quel sapore indimenticabile. Qual è il singolare motivo per cui sono immune dalla bramosia che sembra cogliere ogni comune vampiro, dopo il primo sorso? Suppongo sia anche questo ricollegabile alla mia insolita natura da mezzosangue. «Non temere. Non riaccadrà mai più. Sono dotata di una ferrea forza di volontà e, comunque sia, ti garantisco di non desiderare affatto del sangue umano. Forse il regime alimentare fino ad oggi da me seguito, ha fatto sì che il mio fisico si abituasse a diversi sapori a cui voi altri non siete avvezzi». Sembra divenire pensieroso. Avrei quasi voglia di ridere, la sua espressione sfiora il comico. Ma la voglia di rimanere così, stretta tra le sue braccia, supera ogni cosa. E resto dunque immobile, crogiolandomi ancora per un po’ nel suo freddo abbraccio. «Questa potrebbe essere una spiegazione al tuo bizzarro comportamento…» «A cosa ti riferisci?». Ecco, lo sapevo. Sono io quella ridicola innanzi i suoi occhi. «Parli di quel che stavo per far accadere ieri, durante lo scontro con il mio amico Valiant?». «Hai proprio uno strano parametro per classificare i tuoi amici. Di solito cercano di ucciderti?». Gli rivolgo una smorfia indispettita. «Non mi riferivo a questo. Stavo solo notando l’incredibile modo in cui il tuo fisico sta reagendo dopo aver ingerito l’unica vera fonte di sostentamento per un vampiro. Sembra non risentire affatto del bisogno incontenibile del sangue, nonostante si trovi nel primo stadio». «Il primo che? Non so a cosa ti riferisci. Ma ti ripeto, non ho bisogno del sangue, al momento». «È proprio questo il punto. Puoi star certa che qualsiasi vampiro, dopo aver bevuto per la prima volta del sangue umano, si ritrovi a dover affrontare il primo dei tre stadi per raggiungere la perfezione. Perché… saprai bene che noi abitanti della notte dobbiamo inizialmente superare i tre stadi di prova…o sbaglio?». L’incredulità dipinta sul mio volto deve avergli fatto capire di essersi sbagliato alla grande.

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«Mi spiace doverti deludere…ma non sono a conoscenza degli stadi da superare o della bramosia di sangue che dici dovrei avere. Ho solo fame. E quando dico fame, mi riferisco ad ogni cosa che possa essere definita commestibile da una persona comune. Andrebbe bene della semplice frutta…si dovrebbero trovare delle more da queste parti. Ma dimmi: in cosa consistono queste prove per raggiungere la… perfezione? Sono curiosa di sapere a cosa abbia dovuto rinunciare la mia metà da vampiro per far largo all’altra metà umana». L’ostilità sembra volata via. I suoi occhi brucianti tornano ad essere pervasi da un’aurea dolce e trasognate. Il suo abbraccio si fa più forte e il mio cuore ritorna a battere freneticamente. «Devo davvero insegnarti tutto? Dunque…la prima tappa è quella che ti permette di riuscire a controllare la sete, dove e quando essa ci assale. È fondamentale superare questa fase per riuscire a poterci confondere tra i comuni esseri mortali. La seconda tappa è legata al conoscimento di sé stessi: entrare nella totale consapevolezza delle proprie doti fa sì che le si possa utilizzare nel miglior modo possibile. Infine, la terza ed ultima tappa è quella definita da ogni vampiro la prova impossibile». «Sarebbe a dire? Perché mai viene ritenuta impossibile?». La luminosa allegria nei suoi occhi sembra improvvisamente venire meno. «Per raggiungere la perfezione bisogna essere in grado non solo di bere del sangue cosa che potrebbe fare persino un qualsiasi mortale, se sotto determinate pressioni o incitato da infidi motivi di potere-. Per essere un vero vampiro, bisogna anche saper trasmettere il proprio veleno in un altro essere vivente». Solo adesso mi è tutto chiaro. «Insomma…si deve avere una tale forza di volontà da riuscire a sopportare lo scorrere del sangue umano all’interno dei nostri denti -senza cedere all’istinto di berlo- iniettando in esso il nostro veleno e permettendo così la nascita di un nuovo vampiro?». Il suo silenzio tombale mi conferma di aver capito perfettamente. «Non tutti i vampiri ne sono capaci. Nel tentativo di riuscire nell’impresa, molti innocenti sono morti senza motivo. Senza neanche essere prede da caccia...ma solo bersagli di prova». Alain è davvero convinto che uccidere per sete assolva dalla colpa di essere un assassino. Non so cosa gliel’abbia fatto credere, ma sono certa di non poter condividere queste sue idee. «E tu? Hai già raggiunto questo…grado di perfezione? Hai mai trasformato qualcuno in un vampiro?». «No. Mai».

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Ma non c’è ombra di rimpianto nella sua voce. Una sorta di compiacimento, piuttosto. Preferisce forse rimanere allo stato grezzo, che considerarsi uno degli eletti nella sua specie. «Capisco. Sei un po’ come me…rimasto innanzi al bivio che porrebbe fine a tutti i nostri perché. Non saremo mai quello che vorremmo». «Vuoi forse dirmi che tu vorresti essere diversa?». Perché, perché si allontana dal mio abbraccio? Con veloci gesti si distacca da me per sedersi comodamente sull’erba riscaldata dal sole. La fronte alta è frastagliata dalle ciocche di capelli che scivolano leggere come piume. Il naso dalla linea diritta gli dona un non so che di altero, le labbra non sono troppo carnose, ma piene tanto da riuscire a coprire le mie in un bacio, ne sono sicura. Il mento ha i contorni leggermente squadrati, attraversato al centro da una leggera e irresistibile fossetta. «Potrei mai essere felice di quel che sono? I due volti che posseggo non mi permettono di essere un mostro temibile per l’uomo, né un’eroina che combatte per proteggere la specie umana. Non sono nulla. Per i vampiri, come anche per i lupi -almeno per una buona parte del branco in cui vivo-, la mia esistenza non ha alcun significato. E le mie parole sono più che provate dall’abbandono dei miei genitori». Le nostre labbra divengono mute per alcuni interminabili minuti. Senza alcun preavviso, stacca con dolcezza lo stelo di un fiore e lo incastra sopra un mio orecchio, tra i capelli sciolti al vento. Le sue gelide dita incontrano le mie guance scottanti, m’invadono di un brivido intenso e sconosciuto…straniero, al mio corpo inesperto di carezze altrui. «Non abbiamo tempo per pensare ad altro: dobbiamo scoprire il vero motivo dell’uccisione del tuo amico John. Pensi sia collegata alla morte del lupo rosso? I due erano legati da qualche vincolo?». «Assolutamente, no. John è sempre stato molto unito ad ogni membro del branco, pur restando un lupo alquanto solitario. Conduceva così la sua vita da non so quanto tempo, ancor prima che giungessi io. Inoltre…è sempre stato amato e rispettato da tutti. Ha fatto da guida a molti di noi, insegnando ai giovani licantropi le regole per poter affrontare la vita da esseri soprannaturali nel miglior modo possibile. Non aveva nemici». Un groppo in gola interrompe i miei ragionamenti. L’immagine del povero John sconquassato è ancora troppo viva nei miei pensieri. «A meno che…». Un lampo attraversa la mia mente, riconducendomi a quel che di più si potrebbe avvicinare alla verità. «A meno che?», chiede, del tutto coinvolto.

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«A meno che, la morte di Robert e John sia legata a qualcosa di cui entrambi erano venuti a conoscenza. Forse avevano scoperto una verità troppo scomoda al clan di assassini che si sta divertendo ad uccidere uomini…e non solo». D’un tratto, Alain sembra essere colto da un moto d’entusiasmo un po’ fuori dalle righe rispetto la sua solita compostezza. Spalanca i grandi occhi e schiocca le dita di una mano a mezz’aria. «A meno che non sussista un’altra teoria. Molto più probabile della tua, a mio parere». «Sarebbe?». Pochi istanti di silenzio vengono accompagnati da uno dei suoi sorrisi mozzafiato. «La morte di Robert è stata solo una trappola. Un modo quasi perfetto per far ricadere la colpa su uno di noi Veneziani, non solo per l’uccisione di un membro del vostro branco. Bensì -cosa molto più grave- per la morte degli umani che tanto amate proteggere. John, invece…è al di fuori di tutto questo. Una semplice pedina da contorno -come la maggior parte di noi- in tutta questa storia. Credo che...» Il suo sorriso svanisce lentamente per cedere il posto ad un’espressione buia e pensierosa. «Credo che sì: John deve avere scoperto qualcosa. Un importante tassello che avrebbe smascherato l’assassino del vostro amico. O forse...una verità troppo vicina al vero nemico. Robert è stato semplicemente fatto fuori. John doveva essere fatto fuori. La sua morte è stata premeditata, questo è certo». Qualcosa mi dice che Alain si stia avvicinando davvero al nodo degli eventi. Un tonfo improvviso arresta ogni nostra attività mentale fino ad ora in movimento. L’odore intenso del sangue di un orso investe i miei sensi, riempie i miei polmoni e attiva il veleno in circolo nelle mie bramose fauci. La sete inizia a bussare insistente alla mia gola in fiamme ed ogni desiderio di ingerire cibo normale, avuto fino a poco fa, svanisce nel nulla. «Credo sia meglio interrompere per un po’ le nostre ricerche. Hai bisogno di rimetterti in forze». Deve aver percepito lo scalpitio interiore che mi ha colta impreparata. Non riesco a capirne il motivo, ma sebbene abbia già bevuto ieri sera il sangue del ragazzo lupo di Peter, provo una sete incontenibile. «È come se aver bevuto il sangue di quel giovane abbia incitato ancor più il mio bisogno di dissetarmi. Non capisco…» «Non devi preoccuparti, so cosa significa. Il sangue umano non disseta per molto. Anzi…fa crescere in noi il desiderio sfrenato di berne ancora e ancora». I suoi occhi s’incupiscono incredibilmente. Si orlano di profonde ombre scure e creano una barriera estranea e tenebrosa tra i nostri sguardi. 59


Ma il mio bisogno di bere viene momentaneamente soffocato da un pensiero improvviso e avventato. So che potrei rischiare molto. So di voler fare qualcosa che potrebbe portarmi non solo verso una terribile morte ma, ancora peggio, verso la possibilità che Alain si allontani ancora una volta da me. «Alain...Alain dei vampiri. Puoi ascoltarmi?». Gli occhi sbarrati, ogni fibra muscolare del suo corpo è in procinto di scattare via, lontano dalla mia tentazione. «No. È inutile che mi guardi in quel modo, Yvonne. Non lo farò mai. Vuoi capire una volta per tutte che non siamo uguali? Tu sei una mezzosangue! Per te è normale poterti nutrire non solo di sangue umano. Per me no! La mia unica fonte di sostentamento è quello. È inutile che ti tormenti per me: sono e resterò per sempre il mostro che vedi. L’assassino più temibile che sia mai esistito». Scatto come una molla dal mio posto, piazzandomi innanzi a lui con le braccia tese verso il basso e i pugni stretti. «Smettila di commiserarti. Non faresti pena a nessuno, te lo garantisco! Sono anch’io una bevitrice di sangue. Lo sono, e ieri ne hai avuto prova. Lo sono almeno quanto te. Ma l’esercizio, e soprattutto il desiderio di non perdere quel che di umano ancora posseggo, mi ha permesso di fare una scelta. E l’ho fatta. Puoi farla anche tu, non c’è nulla che te lo impedisca. Solo per una volta, Alain. Provaci. Per favore». Non so cosa stia attraversando i suoi occhi spietati e sofferenti. Passa una mano tra i capelli castani con gesti febbrili e nervosi. Poi prende una mia mano tra le sue e incastra, com’è solito oramai fare, lo sguardo al mio. «So che ti deluderò». Mi toglie il respiro. Vorrei gettargli le braccia al collo, baciarlo...baciarlo senza mai stancarmi. Ma riesco solo ad aumentare la stretta delle nostre mani, senza proferire alcuna parola. «Non avrei mai voluto esporti alla vista delle mie debolezze. Tu non puoi capire...ma voglio accontentarti. Solo così avrai prova della veridicità delle mie parole». Gli sorrido, mentre cerco disperatamente di trattenere le lacrime che cercano di scendere. «Non mi deluderai. Non ti deluderai». Ci alziamo tenendoci per mano. Per qualche istante sembra quasi che il freddo della sua pelle si sia intensificato, rischiando d’intorpidire le mie povere dita. «Seguimi e imita quel che faccio, ascoltando comunque il tuo istinto». Annuisce con il capo. Poi, sotto il mio sguardo intimidito e incerto sul da farsi, si spoglia della camicia che indossa, lasciandomi completamente senza fiato alla vista del suo dorso 60


nudo. La linea snella e ben delineata del torace, delle spalle, dell’addome, provoca al centro del mio stomaco un caldo turbine sconosciuto, ma terribilmente piacevole. «Ti consiglio di risparmiare anche la tua maglietta. Non abbiamo altri cambi e, se ben ricordo, l’ultima volta che sei andata a caccia hai letteralmente ridotto i tuoi indumenti a brandelli impregnati di sangue. Così almeno dopo il pasto potrai lavarti e coprirti con qualcosa di pulito». Perché devo essere talmente stupida? Ha perfettamente ragione. Non oso immaginare cos’abbia pensato di me nel vedermi in quello stato. Arrossisco al solo pensiero. Dunque sono quasi costretta ad ascoltare il suo consiglio. Senza indugiare troppo, mi spoglio della maglietta che indosso. Il leggero e trasparente tessuto della biancheria intima copre ben poco i miei seni, turgidi e stuzzicati dal leggero venticello appena alzatosi. Inghiotto silenziosa per mascherare il terribile imbarazzo e cerco di assumere un’aria il più possibile noncurante. Sorride lievemente, si avvicina e mi bacia sulla fronte. Il leggero contatto con la sua pelle mi procura un brivido di freddo misto a un indescrivibile brivido di piacere. «Che abbia inizio la caccia, Yvonne dei lupi». Sussurra attraverso il bacio. E diamo davvero il via alla prova più importante della sua esistenza. Molto più difficile, secondo il mio modesto parere, della prova impossibile di cui mi ha parlato. Insieme, mano nella mano, saettiamo come lampi nel dolce mormorio della natura che ci circonda. In pochi attimi ci ritroviamo a qualche passo dall’orso la cui presenza avevo percepito con tanta gioia. La forza dei nostri corpi si scontra con la portentosa massa feroce che cerca disperatamente una via di scampo. Anch’egli sa di non avere speranza contro il nostro sinistro potere, ma lotta. Sento lo scorrere inarrestabile delle forze oscure che si agitano all’interno del vampiro che mi sta accanto. La sua non è una semplice caccia come la mia: ma una vera e propria battaglia contro se stesso. Non so a cosa porterà l’idea di questo esperimento, ma so che Alain ce la sta mettendo tutta per varcare i limiti della propria natura. L’orso è braccato. Essendo attaccato da entrambi i fronti non riesce a trovare via di fuga, ed è quindi di una facilità incredibile poter affondare i miei denti nella sua pelliccia, all’altezza del collo. Alain gli si avvinghia alla schiena, osservando con malcelato disgusto la mia operazione. Mentre inizio a sorseggiare il sangue dalla corposa consistenza, fisso i suoi occhi annebbiati per cercare di lanciargli un silenzioso invito ad unirsi al banchetto. Nonostante la forte titubanza, anch’egli affonda i micidiali denti velenosi nella spessa carne della povera bestia feroce. Ingurgita il liquido con avidità, assaporando l’aroma sconosciuto dal sapore selvatico e inebriante. Lo stupore nei suoi occhi assume diverse tonalità, in base al gusto che i fiotti di sangue donano alle sue papille. Pur continuando a bere, non riesco a fare a meno di atteggiare le labbra a sorriso. 61


Doveva avere una sete incredibile, vista la voracità con cui continua a tracannare il sangue a disposizione. Per adesso cerco di accontentarmi della mia porzione e lascio libero spazio a lui di terminare l’opera. Questo cambio di programma però, permette alla nostra vittima di sferrare una zampata contro la mia schiena, ferendola profondamente con i suoi lunghi artigli. Mi lancio all’indietro per liberarmi, e affatto preoccupata delle ferite; anche la mia pelle ha una capacità di cicatrizzazione veloce e impeccabile. Non rimarrà un solo graffio tra qualche giorno, come del resto sono già scomparse le ferite alle braccia provocatemi dalla pantera durante l’ultima battuta. Non è certo questo il problema. Bensì la luce opaca e terrificante che vedo brillare improvvisamente negli occhi di Alain: senza alcun preavviso si distacca velocemente dall’orso, il quale cade in ginocchio per poi accasciarsi definitivamente esalando l’ultimo respiro. Mi osserva, immobile e privo di ogni traccia umana. Per la prima volta sento che Alain potrebbe davvero farmi del male. L’odore del mio stesso sangue stuzzica i miei sensi, giunge alla mia gola. E dalla fiamma accesa che brucia nella sua pupilla, capisco che sta per cedere contro ogni tentativo di resistenza. Atterrita, resto ferma nella mia posizione. Vorrei muovermi, ma sarebbe impossibile per me lottare contro di lui. Non ci riuscirei. Non riuscirei a colpirlo. Si lancia come un fulmine nella mia direzione, non alzando un sol filo d’erba durante i brevissimi istanti che separano lo scontro dei nostri corpi. Diversamente dall’attacco di Valiant, stavolta non chiudo gli occhi: desidero guardarlo fino all’ultimo istante. Vorrei poter riempire i miei ultimi pensieri dell’amore che, inaspettato, è nato per lui in questo cuore di donna. Ed eccolo innanzi a me. Il suo corpo mi sovrasta. Il nostri volti sono separati da pochi millimetri. Il suo alito piacevolmente freddo e profumato sembra essere inalterato dal forte odore del sangue che ha appena bevuto. Un battito. Due...battiti... ed è l’inizio. L’inizio di una danza di dolci sapori, di morbide e fredde sensazioni. La sua lingua inizia a tracciare scie gelide che si trasformano velocemente in varchi infuocati sulla mia pelle. Le sue labbra sfiorano le mie, e il bacio che ne segue è terribilmente dolce, passionale. Le nostre lingue annaspano, bramose e inquiete, lungo sentieri inesplorati. Il mio calore si scontra in un indescrivibile piacere contro il freddo delle sue membra, il cui sangue sterile nelle vene è sostituito dal veleno che inizia a bruciare, frenetico e terribilmente desideroso di possedermi. Senza remore, senza via di scampo mi ritrovo così tra le sue braccia. Smaniosa di sentirmi finalmente parte di lui, il Veneziano. Il bevitore di sangue che ha cambiato la mia esistenza, che ha ridato vita alle radici più profonde della mia natura. Il vampiro che ha dato significato alla parola amore nella mia malsana esistenza. Ci amiamo, ci amiamo come si sono da sempre amati l’uomo e la donna. Occhi negli occhi, perdiamo la cognizione del tempo nel languido piacere che ci trascina. ..e nel momento in cui la sua virilità penetra la mia carne, è vita. 62


Ăˆ il nostro nuovo inizio. Il canto delle nostre anime perdute che ritornano.

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Never - Yvonne dei Lupi #2