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Salento, Terra tra due mari, nodo del network euro mediterraneo

LECCE 2019... E IL MARE Foto Nunzio Pacella

di Giuseppe Albahari

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olto si è detto e scritto, negli ultimi mesi, intorno alla “Capitale europea della cultura”, iniziativa dell’Europa comunitaria mirata “a valorizzare la ricchezza, la diversità e le caratteristiche comuni delle culture europee e contribuire a migliorare la comprensione reciproca tra i cittadini europei”. Tra le oltre venti città italiane che

hanno deciso di avanzare la propria candidatura, la Giuria internazionale ne ha selezionate sei: Lecce, Cagliari, Matera, Perugia, Ravenna e Siena. Nella fase precedente la presentazione del dossier necessario ad illustrare la candidatura e che ha prodotto l’inserimento di Lecce in detta “short list”, l’amministrazione guidata dal sindaco Paolo Perrone aveva scelto di farsi supportare da Airan Berg. Questi ha diretto prestigiose realtà teatrali a Vienna e Berlino, ideato progetti educativi e creativi e svolto analogo ruolo di coordinatore artistico a Linz, portandone al traguardo la designazione di Capitale europea della cultura 2009. Per il rush finale, ciascuna città selezionata dovrà ora illustrare al meglio gli obiettivi della propria candidatura e le modalità funzionali a raggiungerli. Lecce dovrà dimostrare che, per quanto il barocco sia suggestivo, non è solo una capitale d’arte. È necessario che il suo “progetto” ne illustri il ruolo di città capitale della cultura dell’intero Salento, da Brindisi, che ha deciso di condividere tale candidatura, al Capo di Leuca; ossia, una terra di confine,

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situata in posizione strategica per collegare l’Europa e i Paesi del bacino del Mediterraneo. Perché il progetto sia vincente, Berg ha chiesto ai salentini

- dalle istituzioni territoriali, alla scuola, ai sodalizi culturali - di esserne co-autori. Questa rivista e l’associazione che la esprime ritengono doveroso accogliere l’invito e dare un contributo che ritengono doveroso: richiamare l’attenzione sul mare come elemento unificante delle popolazioni che si affacciano sul Mediterraneo. “Il mare unisce i Paesi che separa”, ha scritto il poeta inglese Alexander Pope (1688 - 1744), aforisma oggi addirittura più attuale che non al suo tempo, perché l’Europa ha bisogno di cooperare con le realtà, le economie, le culture dei popoli che arrivano dal mare. Riscoprendo le proprie origini. “Terra tra i due mari”, fu denominato il Salento dai Messapi, antichi colonizzatori di questo territorio giunti dall’Illiria. E giunti dal mare, proprio sulle coste salentine, sono Idomeneo con i suoi cretesi ed Enea con i suoi troiani; i greci e gli albanesi che realizzarono enclavi più o meno ampie; gli arabi e i turchi che hanno conquistato ed occupato il territorio, lasciando fatalmente la loro impronta culturale; e poi ebrei; e poi ancora spagnoli e francesi. Dal mare, infine, sono arrivati tutti coloro per i quali il Salento è stato, per secoli, porta aperta verso l’Europa. Senza trascurare gli innesti culturali inevitabilmente prodotti dai consolati di Paesi europei indotti ad insediarsi dai traffici marittimi. A tale proposito, basti ricordare il ruolo svolto dal porto di Gallipoli; tale che, a metà del XIX secolo, la città fu sede dei vice consolati di Russia, Turchia, Svezia, Norvegia, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Prussia, Austria, Francia, Spagna e Portogallo. Tutto questo può essere viatico per riscoprire ed attualizzare talune connessioni. Ne possono scaturire collaborazioni - con operatori, artisti, città, territori - idonee a rielaborare quella “dimensione europea” caldeggiata dall’azione comunitaria. Non minore dovrebbe essere l’interesse a ritrovare innesti culturali atti a valorizzare rapporti con i Paesi del Mediterraneo che ancora vedono nel Salento la porta d’Europa. Il Salento, però, é anche la dimostrazione - storica e contem-

poranea, culturale e geografica - che l’Europa e il Mediterraneo non sono due entità separate. La “terra tra due mari”, infatti, non solo è stata ed è “porta” d’Europa, ma anche porto sicuro per esuli, rifugiati, mercanti, scalo di transito e partenza; é un nodo nel network euro-mediterraneo. In conseguenza, occorre che il progetto salentino non si limiti al Nord e all’Europa, ma, spaziando a 360 gradi, guardi al di là delle coste e delle grandi profondità joniche e adriatiche. Così che, a volere cercare un nume tutelare alla candidatura di Lecce Capitale, lo si possa trovare proprio in Poseidone, dio del mare.

notizie su lecce capitale della cultura, alle pagine 31, 32 e 33

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SOMMARIO Marzo 2014

FOCUS

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PRIMO PIANO

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NEWS & CURIOSITà NEWS........................................................................................... 46 SPORTA................................................................................... 48 PANORAMA. .....................................................................53 VELE & SCIE. ....................................................................62

pugliaemare.com PUGLIA & MARE

EDITORE

LE IMMAGINI E I TESTI

Rivista trimestrale dell’Associazione culturale

Associazione culturale

pubblicati possono essere riprodotti, a condi-

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27 febbraio 2013

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Anno II - N. 5 - Marzo 2014

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Redattore: Nunzio Pacella

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Redattore sportivo: Pasquale Marzotta

Otranto, sono di Nunzio Pacella. STAMPA

DIREZIONE E REDAZIONE

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“Il Cavaliere senza testa”

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è di Francesco De Lorenzis

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Speciale Otranto Tonio Tondo | Otranto: Il sogno di camminare su pontilidi legno sotto i bastioni............. 06 Accogliere chi arriva dal mare......................................................................................................................................................... 08 The castle of Otranto. ............................................................................................................................................................................... 11 Pierpaolo Cariddi | Il sacrificio immane di 800 uomini semplici ........................................................... 12 L’ipogeo di Torre Pinta........................................................................................................................................................................... 13 Paola Renna | Il museo diocesano di Otranto............................................................................................................... 14 Alfredo Albahari | L’albero della vita. ..................................................................................................................................... 16 Un baluardo proteso verso oriente .......................................................................................................................................... 19 Itinerari urbani ed extraurbani...................................................................................................................................................... 20 L’approdo opera all’umanità migrante................................................................................................................................ 25 Nicolò Carnimeo | L’eroica morte del Conte di Conversano. ..................................................................... 26

TONIO TONDO Giornalista professionista, inviato de La Gazzetta del Mezzogiorno

PIERPAOLO CARIDDI Ingegnere, appassionato di storia patria

PAOLA RENNA Direttrice del museo civico di Gallipoli

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ALFREDO ALBAHARI Docente emerito di Navigazione negli istituti Nautici

nicolò Carnimeo Giornalista, scrittore di mare, docente di diritto della navigazione dell’Ateneo barese


FOCUS

Ripensare il Mediterraneo come mare da attraversare

OTRANTO: il sogno di camminare su pontili di legno sotto i bastioni di Tonio Tondo

Spiagge che scompaiono, falesie che si sgretolano, divieti di balneazione, la criminalità che allunga le sue mani sugli stabilimenti, spazi di natura sempre più ridotti, abusi edilizi generalizzati, infrastrutture pervasive, ulivi che si ammalano a causa dell’incuria: la piccola penisola rischia la deriva, dopo gli anni dell’ubriacatura da notorietà. Brutte notizie accompagnano il Salento.

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crive Maria Corti in “L’Ora di tutti”: “Se si scende al porto al crepuscolo, durante le bufere di tramontana, e si guardano i pescatori seduti alla turchesca, la pelle abbronzata, lo sguardo lontano e paziente in attesa che la furia del mare si plachi, non si sa più se si è nel presente o se il sipario di un passato segreto si è alzato...”. La tramontana e la furia delle onde ha sempre spazzato la costa adriatica, ben prima che nascessero come funghi le case abusive sulla costa e i punti bar prefabbricati con gli ombrelloni sulle strisce di sabbia ballerine. Un giovane poeta dimenticato dai più, Salvatore Toma, accovacciato sulle dune di Alimini, ha scritto: “Qui costruiranno case, scuole, industrie e allora sarà davvero la fine del mondo”. Non solo le case hanno costruito sulla sabbia. Anche i parcheggi e gli spazi dello sballo, fino a ridosso delle onde.

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C’è un’aggressività in noi umani, latente e sempre all’opera, un’energia predatoria atavica che nessuna civilizzazione potrà mai frenare; tanto che non riusciamo ancora a capire se la spinta verso il futuro provenga dalla mente o dall’intelletto sofisticato oppure dai sensi primordiali. Ma non è escluso che noi agiamo grazie a una miscela tra conoscenza e passione sensitiva e quelle parti del sistema neuronale più disponibili alla riflessione razionale. Finora però in molti di noi, soprattutto quando sono in gioco i nostri interessi egoistici, è prevalsa la parte ancestrale e predatoria.


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La furia del vento è la croce dell’Adriatico. Durante l’estate quelli dello Jonio non hanno paura del vento del Nord. Anzi, c’è chi lo auspica. Ci sono turisti che si spostano da un mare all’altro in base al vento. Per questi i politici vorrebbero nuove autostrade in una striscia di campagna. Da Otranto a Gallipoli e viceversa, in un via vai di matti. A Otranto un nuovo porto è stato progettato da sette anni per ospitare al sicuro dal vento altre 500 barche, piccole e grandi. Un porto voluto più o meno da tutti in una zona a sud-est del borgo antico denominata “Le cave”, un relitto usato in passato per il deposito degli inerti e dei residui dei cantieri edili nati come funghi. Il vecchio porto è nato per dare I PIÙ ISPIRATI GUARDANO sicurezza ai pescatori, un porticA EST E DURANTE LE GIORNATE ciolo prima rintanato negli spazi a mare all’altezza delle valli PIÙ TRASPARENTI INTUISCONO dell’Idro e delle Memorie. IL PROFILO DELLE MONTAGNE Le donne scendevano dalla parte DELL'ALBANIA alta della valle per portare giù canestri di ortaggi e il pasto per mariti e figli. Poi il vecchio porto si è allargato per fare posto a qualche nave commerciale di piccolo cabotaggio. Adesso, si vorrebbe fare il salto e ospitare i velieri dei nuovi ricchi dei Paesi dell’Est vendendo loro il posto barca e un appartamentino proprio sul mare. Un’opera suggestiva che integrata con gli attuali spazi portuali consentirebbe un camminamento su pontili di legno proprio sotto i bastioni della città vecchia. Una società privata romana è pronta a investire 50 milioni, ma il percorso, tra i sì politici e il no delle autorità culturali, è ancora lungo, se mai avrà uno sbocco. I salentini amano il costa costa. Anche quando vanno a pesca non si allontanano dalla linea di costa. È come ai tempi dei Greci che dall’altra parte del Canale arrivavano per poi salire verso Taranto e la Calabria. I più ispirati guardano a Est e durante le giornate più trasparenti intuiscono il profilo delle montagne dell’Albania. Salvatore Toma era convinto che le Aquile di quel Paese si alzavano in volo,

arrivavano in mezzo al Canale e poi tornavano ai loro nidi. Ma i salentini non sono come gli inglesi oppure gli olandesi che guardavano il mare, immaginavano l’oceano ma solo per prenderne le misure e attraversarlo. Ancora oggi noi salentini pensiamo a salire lungo l’Italia, giungere al nord oppure in Germania e ancora più su fino a Londra o Stoccolma, ma pochissimi pensano al Mediterraneo per andare dall’altra parte, in Turchia o nel Nord Africa. Meglio aspettare che arrivino gli altri, sembra la nostra filosofia. Eppure una pressione estenuante sta frantumando il nostro rapporto con il mare e la campagna. Fino a 50 anni fa, ricchi e poveri erano prigionieri della campagna. L’antica e secolare civiltà agraria resisteva stabilmente in base alla tradizione. Poi via via l’assalto alla costa, le lottizzazioni e il frazionamento della campagna, degli orti e della macchia mediterranea di mirto, more, ginestre e cespugli. Un nuovo ceto borghese si è affermato in nome dello sviluppo e degli ombrelloni. Centinaia di operatori, piccoli e medi, si sono divisa la costa. Che ora presenta il conto spiazzando i programmatori dell’uso intensivo e i pianificatori amministrativi che alzano le mani e litigano, dal gradino più basso a quello più alto.

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Il nostro direttore ha intervistato Luciano Cariddi, sindaco di Otranto (*)

ACCOGL CHI ARRIVA DAL M

IL NUOVO PORTO TURISTICO: UN SERVIZIO PER GLI OSPITI E UN'OPPORTUNITÀ DI CRESCITA E DI SVILUPPO PER IL TERRITORIO

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focus

LIERE MARE

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tranto, località più ad est d’Italia, è situata nel tratto di costa in cui il Canale d’Otranto si restringe fin quasi a congiungere le due sponde. Una vera porta tra oriente ed occidente, attraversata nei secoli da tante genti. Molteplici sono stati i rapporti e gli scambi culturali, commerciali, religiosi che hanno caratterizzato la città come luogo di incontro e di confronto fra i popoli che abitano il Mediterraneo. La sua posizione geografica ha, sin dalle origini della sua storia, caratterizzato questo territorio quale approdo naturale per i naviganti e porto rifugio per i traffici marittimi. In tempi più recenti si è attrezzato al meglio l’infrastruttura portuale, cercando di rispondere alle diverse esigenze e alle molteplici funzioni cui il porto di Otranto è chiamato. La funzione diportistica ha iniziato a manifestarsi, con una domanda sempre più crescente nel tempo, a partire dai primi anni ‘70, quando la Città iniziò a sviluppare la sua vocazione turistica. La conformazione naturale della baia ha consentito di dare ospitalità anche alla nautica da diporto, ma con spazi e servizi inadeguati rispetto alle istanze rappresentate da una utenza numerosa ed esigente. Da qui le prime idee tese ad immaginare una progettualità per il porto, in modo da potere ospitare anche quei flussi turistici provenienti dal mare che, ancora oggi, si ha difficoltà ad accogliere”.

Sono questi i motivi per i quali Otranto vuole da sempre un porto turistico. Così li illustra Luciano Cariddi, 45 anni, dottore commercialista, sindaco dal 2007 - e ciò vuol dire che è al secondo mandato, dopo essere già stato consigliere comunale e assessore - al quale chiediamo come è maturata la soluzione al problema che, come segnalano le cronache recentissime, ha ricevuto uno stop del tutto inatteso.

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FOCUS

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ai primi mesi della nostra amministrazione ci siamo mossi su due ambiti distinti ma collegati. Da un lato abbiamo immaginato di razionalizzare al meglio gli spazi rimasti liberi all’interno dell’attuale baia portuale, presentando un progetto dell’Amministrazione Comunale che prevede la realizzazione di circa 160 nuovi posti per barche di dimensione medio-piccola. Dall’altro abbiamo attivato le procedure previste dal D.P.R. 509/97 per l’affidamento in concessione di un area esterna, posta alle spalle del molo San Nicola che delimita l’attuale porto. Si sono candidate diverse proposte progettuali, tra le quali è stata individuata, come migliore soluzione, quella della Società Condotte d’Acqua spa che prevede di realizzare un nuovo marina, separato dall’attuale porto ma adiacente, affinché venga letto come un’estensione dello stesso. Tale progetto prevede la realizzazione di circa 500 posti barca di dimensione medio-grande. Il porto turistico interno è stato già cantierizzato, finanziato con fondi comunitari attraverso le risorse messe a disposizione dall’Area Vasta. Per il porto esterno, invece, quando sembrava prossima la fase conclusiva dell’iter autorizzativo, è arrivata del tutto inattesa, e a distanza di ben 6 anni dalla prima convocazione, il parere negativo della Soprintendenza al paesaggio”. Quale sarà la linea operativa della sua amministrazione? “Ci appelleremo innanzitutto alla Regione, che ha il compito d’indirizzare lo sviluppo del territorio e che

prevede l’opera nel suo piano della portualità. Soprattutto, l’opera è condivisa dalla popolazione, dal territorio, dalle forze politiche consapevoli che senza infrastrutture non vi possono essere valorizzazione turistica e sviluppo nonché da ben 19 enti, tra cui le associazioni ambientaliste. È nostro dovere difendere sviluppo e posti di lavoro, per cui chiederemo alla politica regionale e nazionale innanzitutto che si adoperi per la revisione del parere tardivo e anacronistico della Soprintendenza e sosterremo le iniziative popolari che già ci preannunciano, perché il progetto sia realizzato e con urgenza”.

La società Condotte aveva già rinunciato alla componente turistico-residenziale che faceva inizialmente parte del progetto, per facilitare la realizzazione del porto, benché ciò avesse complicato il conto economico dell’opera. Quale significato attribuisce alla disponibilità di un privato ad investire oltre 45 milioni di euro?

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bbiamo valutato, sin dall’inizio, l’opportunità di rivolgerci al capitale privato per la realizzazione del porto esterno, data l’entità delle risorse necessarie e la scarsa disponibilità di fondi pubblici attualmente in Italia. Si è sempre avuto un rapporto collaborativo con la Società proponente che ci ha consentito di condividere le soluzioni progettuali definitivamente approvate. Resta però la difficoltà, oggi, di fare conciliare l’interesse dei privati con

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le lungaggini burocratiche che caratterizzano il Paese. Si corre sempre più il rischio di veder fuggire via gli investitori, scoraggiati dalle tante incertezze che minano i procedimenti di approvazione di opere strategiche come il nostro porto. Ciò è ancora più grave in un momento come quello che viviamo in cui la crisi economica falcia quotidianamente migliaia di posti di lavoro”.

Un altro paio di domande, guardando al mare. Innanzitutto, come sarà ridisegnato il water-front, di cui è previsto il rifacimento in forza di un finanziamento di opere di rigenerazione urbana?

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progetti della portualità turistica hanno risposto ad una più ampia programmazione del water-front cittadino, integrandosi con i progetti immaginati dalla nostra Amministrazione, alcuni già realizzati ed altri in fase di cantierizzazione, che vanno a ridisegnare e rifunzionalizzare ampi spazi urbani della baia cittadina. In tal modo abbiamo voluto creare un unicum di piazze e percorsi pedonali sul mare, senza soluzione di continuità, che dal nuovo porto esterno conduce all’altro estremo della zona Castellana, da vivere nelle diverse ore del giorno da parte di cittadini e turisti”.

Un altro finanziamento consente al Comune di realizzare servizi per la pesca. In che cosa consisteranno?


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i è voluto mantenere alta l’attenzione anche sulle altre funzioni che ospita il porto, ridefinite tutte nel piano regolatore del porto approvato dall’Amministrazione Comunale. Particolare preoccupazione la si è avuta per il settore della pesca, in funzione del quale è stato progettato un intervento, finanziato nell’ambito del FEP regionale, che prevede la realizzazione di strutture ed aree attrezzate finalizzate al miglioramento delle condizioni lavorative e della commercializzazione del pescato degli operatori della nostra marineria”.

Una domanda, infine, sull’Albero della vita, il mosaico della Cattedrale che simboleggerà il Padiglione Italia ad Expo 2015; anzi, più che una domanda, un commento sulla scelta del Comitato Expo.

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na scelta che ci ha sorpreso e resi felici. Per noi la Cattedrale, con il suo mosaico, oltre a rappresentare il monumento principale della Città, è luogo simbolo della nostra identità, essendo stata anche teatro di tutte le vicende che hanno caratterizzato la vita otrantina sin dall’XI secolo.

L’Albero della Vita del Monaco Pantaleone raccoglie nelle sue raffigurazioni una summa di tutte le influenze religiose e culturali dell’epoca, e trasmette, ancora oggi, un forte messaggio di dialogo e di fratellanza. Leggere che a simbolo del Padiglione Italia verrà utilizzata un’opera che riprodurrà il nostro Albero della Vita ci inorgoglisce e ci entusiasma per l’opportunità che sarà offerta a noi e al territorio salentino, nei sei mesi di Expo 2015, di farci conoscere da quanti si incuriosiranno davanti a questo simbolo imponente”.

(*) L’intervista è stata chiusa a poche ore dalla notizia che la Soprintendenza al paesaggio si era espressa negativamente sul progetto di nuovo porto turistico, interamente finanziato dal capitale privato della società Condotte di Roma.

THE CASTLE OF OTRANTO “Il castello di Otranto”, romanzo pubblicato nel 1764 dallo scrittore inglese Horace Walpole, è, come recita il sottotitolo “A gothic story”, il primo che con terminologia moderna può essere definito “giallo”; racconta un’intricata storia d’amore, fantasmi, apparizioni, santi e, ovviamente, morte. L’autore attuò il tentativo, come lui stesso scrisse nella prefazione alla seconda stesura del romanzo, “di miscelare le due anime della narrativa, l’antico e il moderno”. E se il moderno significa rappresentare la quotidianità, l’antico era la fantasia, l’immaginazione. Walpole ricorse all’artificio del ritrovamento, nella biblioteca di una famiglia cattolica inglese, di un antico manoscritto italiano e la prima edizione fu recensita come un’ottima traduzione. Con la ristampa, annunciò d’essere l’autore del romanzo, e non tutte le critiche continuarono ad essere positive.

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FOCUS

Sul Colle della Minerva

IL SACRIFICIO IMMANE di 800 uomini semplici di Pierpaolo Cariddi La posizione di città più ad Est d’Italia ha assegnato ad Otranto il ruolo di terra di confine verso l’Oriente. Un confine che, in alcuni momenti storici, è stato vissuto come barriera da opporre all’invasore, in tanti altri, invece, ha rappresentato un luogo di incontro e di confronto di culture, società, religioni differenti.

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in dal periodo messapico, il suo nucleo urbano era circondato da possenti cinte murarie. Destinata, quindi, sin dalle origini a rivestire il ruolo di “città murata”, ha dovuto alternare continuamente fasi di eroica difesa, durante le quali le sue mura dovevano risultare impenetrabili, a fasi di scambi e contatti, durante le quali quelle stesse strutture diventavano valicabili e permeabili, soprattutto alle innovazioni che giungevano nel suo porto.

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Quando il 28 luglio del 1480, i suoi pescatori e tutti coloro che si trovarono ad affacciarsi verso il mare videro l’orizzonte pieno di vele, ebbero immediatamente il timore che non sarebbe stato un incontro di pace. Infatti, dopo poche ore, sul litorale degli Alimini, sbarcò una numerosissima flotta turca, comandata dal Pascià Achmed Ghedik, che in breve tempo raggiunse le mura della città ponendole sotto assedio. La piccola guarnigione aragonese presente in città fuggì notte tempo, calandosi con corde dalle mura. Gli ufficiali spagnoli Zurlo e Delli Falconi, i soli a rimanere, cercarono di organizzare una resistenza con gli otrantini, certamente non avvezzi all’arte della guerra e difesi da fortificazioni medievali, mai adeguate dai governanti a resistere ad armi da fuoco sempre più potenti e perfezionate nel tiro. In soli 15 giorni, l’undici agosto, i turchi aprirono una breccia nelle mura e penetrarono in città, riempiendola di sangue e terrore, autorizzati al saccheggio e ad ogni nefandezza per punire chi non aveva voluto arrendersi.


La loro ira non risparmiò neanche il luogo di culto più importante della città, quella Cattedrale normanna, nella quale il mosaico pavimentale, raffigurante l’albero della vita, divenne, invece, testimone di morte. Le donne e i bambini sopravvissuti furono deportati in Oriente e venduti come schiavi, mentre tutti gli uomini, che non avevano trovato la morte sulle mura durante le giornate dell’assedio, furono condotti sul Colle della Minerva e trucidati con il taglio della testa, dopo aver rifiutato di abiurare la fede cristiana. Le fonti fanno oscillare il numero degli otrantini decapitati tra 700 e 1.000, utilizzando, infine, il valore simbolico di ottocento. I loro corpi furono lasciati senza sepoltura sul luogo dell’eccidio, fino a quando, Alfonso D’Aragona, figlio del re Ferrante, liberò definitivamente, nel settembre del 1481, la città dall’invasore. Alcune testimonianze dell’epoca affermano che i corpi dei Martiri rimasero incorrotti e integri nei mesi in cui rimasero sul luogo del supplizio, attestando un primo miracolo da cui partì il processo di canonizzazione.

Quegli uomini, certamente, furono chiamati ad un gesto eroico: condotti sul Colle della Minerva, scelsero la morte per non rinnegare la propria Fede.

La loro risposta fu una testimonianza di amore in Cristo resa da ciascuno con fierezza, con una forza d’animo che solo i Santi possiedono. E tali, i Martiri furono da subito venerati. Nel 2013, in piazza San Pietro, in mezzo a un popolo festante, è giunto il riconoscimento ufficiale: Papa Francesco li ha elevati agli onori degli Altari. Alla nostra generazione è stato concesso il privilegio di vivere questo storico momento, raccogliendo la speranza dei nostri padri, alimentata per oltre cinque secoli. Ci siamo commossi nel vedere le reliquie dei nostri Martiri baciate e strette al petto dal Papa, a nobilitare, in maniera eccelsa, il sacrificio immane di uomini semplici.

, L IPOGEO DI TORRE PINTA Nella “Valle della memoria”, a sud di Otranto, esiste un originale struttura, frutto di successive stratificazioni, di proprietà privata, ma che si può chiedere di visitare recandosi nella vicina residenza dei proprietari. Attraverso una galleria di oltre 30 metri, si accede a quello che si ritiene essere stato un insediamento cristiano, e prima ancora messapico, con centinaia di cavità adoperate per depositarvi urne cinerarie. L’ipogeo è sovrastato da una torre che si valuta aggiunta in epoca medioevale, orlata da merli triangolari che rimandano alle moschee. La struttura è stata certamente utilizzato come colombaia.

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FOCUS

Il valore dei luoghi

IL MUSEO DIOCESANO di Otranto di Paola Renna

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SAN GIOVANNI BATTISTA - XVI secolo

Un museo diocesano non è o, per lo meno, non è soltanto un luogo dove vengono raccolti e custoditi prodotti del genio umano, ma piuttosto quel sito privilegiato che consente di offrire alla pubblica fruizione significativi capolavori d’arte sacra, che possono narrare la storia della fede, della cristiana devozione di un popolo e certamente in generale anche della più varia espressione artistica di una intera Diocesi. Il Museo Diocesano di Otranto è il primo a essere stato inaugurato tra i musei diocesani presenti nel Salento, seguito da quelli di Lecce, Gallipoli e Ugento. Il Museo Diocesano di Otranto è stato istituito nel 1992 per volere dell’arcivescovo di Otranto Vincenzo Franco, che intese raccogliere, perché non andasse disperso l’ingente patrimonio sacro proveniente dalla Cattedrale di Maria SS. Annunziata e da altre chiese appartenenti alla Diocesi. Palazzo Lopez (XVI secolo) custodisce al suo interno, dislocato su tre piani, l’ingente patrimonio artistico della Diocesi di Otranto, databile dal IV al XX secolo e di assai pregevole valore. Sono presenti alcuni frammenti del mosaico pavimentale policromo tardo-romano della Cattedrale, risalenti al IV-V sec. d.C., rinvenuti nel 1992 durante gli scavi per il recupero conservativo del pavimento musivo.

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TRANSITO DI SAN GIUSEPPE di Corrado Giaquinto

Il nucleo iniziale delle opere del Museo Diocesano di Otranto, collocato al pianterreno in cinque sale, è costituito soprattutto da numerose opere scultoree in pietra leccese, realizzate tra il XVI e XVIII secolo e da uno straordinario lapidario. Interessanti e di notevole pregio sono alcuni manufatti lapidei: un San Giovanni Battista (XVI secolo), una coppia di colonne tortili di epoca barocca facenti parti sicuramente di un altare, un fonte battesimale, un’epigrafe tombale. Il primo piano contiene la collezione dei dipinti, ovvero il nucleo più cospicuo di tutto il museo, proveniente dalla Cattedrale e da alcune chiese della Diocesi. Le tele, di soggetto sacro, adornavano gli altari e spesso raffiguravano santi come il dipinto del Transito di San Giuseppe (XVIII secolo, attribuito a Corrado Giaquinto). Al secondo piano del Museo si trovano quei manufatti “d’arte minore”che sono in linea con la specifica funzione dei musei diocesani, nati proprio per accogliere anche materiali d’arte decorativa, come le suppellettili liturgiche. Queste sono frutto di una committenza ecclesiastica dotta che, promuovendo la realizzazione di opere d’arte per la liturgia, ha arricchito le sacrestie di preziosi arredi d’altare. Inoltre buona parte del patrimonio di arte decorativa e, in particolare, gli argenti necessari al culto (calici, pissidi, patene, ostensori) hanno ricevuto attraverso l’arte quella sacralità che li esclude dall’uso ordinario rendendoli preziosi segni di tra-

scendenza e creando attorno ad essi un nobile senso di rispetto dovuto alla grandezza dell’uso. Così tra i pannelli esplicativi e le riproduzioni che raccontano l’eccidio di Otranto del 1480 ad opera dei Turchi, sono esposti i ritratti dei vescovi committenti di molti preziosi manufatti d’arte sacra. Non mancano i sontuosi paramenti sacri abilmente ricamati, ancora legati al gusto rigido del primo Seicento, paramenti in raso (verde, rosso, paonazzo, bianco) ricamati con oro lamellare, filato a canutiglia, redatti dal punto steso, apparte-

nuti all’arcivescovo di Otranto, Francesco Maria De Aste (1690-1719), come il meraviglioso piviale bianco che riporta il suo stemma applicato sul tessuto, cimato dal cappello arcivescovile. Sicuramente le opere esposte nel museo diocesano hanno lo scopo primario di far ricordare ai cittadini di Otranto il valore di un luogo che custodisce opere d’arte irripetibili, le quali con l’interesse e l’amorevole cura dei più diretti fruitori possano continuare a vivere e trasmettere il loro messaggio alle generazioni future.

“Puglia & Mare” ringrazia l’Arcidiocesi di Otranto, la Curia e il vicario generale monsignor Quintino Gianfreda per la gentile disponibilità alla pubblicazione delle foto che corredano questo articolo e quello sull “Albero della vita”.

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FOCUS

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xpo 2015 ha deciso di scegliere come simbolo del Padiglione Italia e di farlo riprodurre in un maxi-pannello alto 35 metri, l’Albero della Vita, immagine del mosaico che pavimenta la navata centrale della Cattedrale di Otranto, scelto in quanto emblema sia del messaggio di attenzione all’alimentazione e alla vita, proprio di questa edizione di Expo, sia d’incontro di civiltà. Tale decisione di Expo 2015, ha richiamato l’attenzione sull’opera musiva forse più estesa d’Italia, tra quelle realizzate in periodo medioevale. Tale mosaico, ben presente nella memoria di chi ha avuto occasione di vederlo, fa maturare il tempo di un ritorno nella Città dei Martiri, proprio per potere tornare ad apprezzare il risultato del paziente lavoro speso dal monaco Pantaleone tra il 1163 e il 1165. Numerose pubblicazioni possono guidare nella “lettura” delle immagini, molte delle quali, tuttavia, non svelano tutti i significati allegorici che erano soliti attribuire nel Medioevo, come nel caso di alcuni degli animali presenti nel presbiterio; fra i quali è obbligo morale ricordare l’Asino arpista, tanto caro ad uno scomparso amico di Otranto, qual è stato il “culturale” Florio Santini. Nell’abside, ancora bestie, figure umane e scene di caccia.

di Alfredo Albahari

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focus

LO SCHEMA DELL'ALBERO SI RITROVA SIA NELLA NAVATA DESTRA, CON I RAMI POPOLATI SOPRATTUTTO E ANCORA DA UN COMPLESSO BESTIARIO, SIA NELLA NAVATA SINISTRA, CON L'ALBERO DEL GIUDIZIO UNIVERSALE, IL CUI TRONCO DIVIDE LE IMMAGINI DEL PARADISO DA QUELLE DELL'INFERNO Nella crociera del transetto, Pantaleone ha rappresentato, in sedici medaglioni, quelli che si è soliti definire vizi e virtù degli uomini, ed infine nella navata centrale ha posato sulle spalle di due elefanti l’Albero della Vita, che non ha radici nella terra, perché radicato nella potenza celeste.

Le parole non possono assolutamente rendere l’idea delle sensazioni che suscitano la bellezza delle immagini, che partono dal Giardino dell’Eden con Adamo ed Eva e propongono, in successione, il dramma di Caino e Abele, i dodici medaglioni che rappresentano i mesi con i relativi segni zodiacali, le scene di Noè e del diluvio universale, la Torre di Babele, Alessandro Magno trasportato in cielo da due grifoni; il tutto tra angeli, demoni, figure umane, zoomorfe e antropomorfe. Non si può concludere questa più che sintetica descrizione del mosaico, stimolo per incuriosire e promuoverne la conoscenza diretta, senza accennare al fatto che la sua complessità,

il suo simbolismo, figure come quella di Re Artù a cavallo di un caprone e della Sirena a due code, hanno generato dubbi, riflessioni, enigmi, riferimenti a simboli cabalistici, al movimento gnostico, alle tradizioni esoteriche, alle conoscenze dei templari, al sacro Graal. Rimane preminente, tuttavia, l’ottica della lettura dell’Albero della Vita, come emblema del percorso della vita umana, dal peccato verso la salvezza.

L’associazione Art’Etica

ARTE, LUCI E SUONI DI OTRANTO Anche il sole ha compreso l’unicità della bellezza idruntina, tanto che al suo sorgere vuol subito farsi gli occhi rimirando Otranto. Luce del Salento. Di sottofondo, l’immancabile ritmo avvolgente che ai tamburelli confonde il forte battito dei cuori otrantini, sonoro e passionale. Suoni del Salento. Dal 2010 l’associazione di promozione sociale Art’Etica coglie costantemente luci e suoni e li converge in iniziative multicolori che legano sapientemente le poliedriche proposte culturali alla valorizzazione del territorio. L’attenzione di Art’Etica ha il suo principio “in tenera età”, formulando per bambini e ragazzi corsi in diversi ambiti, dal ludico didattico al formativo, mediante percorsi pedagogici appositamente studiati per il raggiungimento della crescita culturale e della completa integrazione sociale dei partecipanti. Vengono così sottolineati con appositi eventi le principali ricorrenze dell’anno, dal carnevale alla Pasqua, passando poi per la festosa estate otrantina si arriva a colorare l’autunno, giungendo infine alla curata preparazione del Natale con le sue festività. Anche i meno giovani godono di iniziative loro dedicate: incontri, cene, serate danzanti... Particolare evidenza è poi data sul proscenio alla cultura libraria, collocando appunto i “Libri in scena”, appuntamento di fine agosto ormai consolidato ed atteso dove scrittori ed appassionati lettori si alternano in un confronto dettato dalla simpatia e spontaneità nella presentazione di nuovi lavori editoriali, evento peraltro corredato da interludi di musica scelta. Il tutto ambientato nei salotti naturali offerti dagli scorci della Otranto storica. Ma il servizio d’eccellenza elargito dall’associazione si configura senza dubbio nelle visite guidate alla città ed ai suoi monumenti, che si articolano nei percorsi urbano ed extraurbano. Guidate da personale qualificato nonché del posto e dunque oltremodo motivato alla presentazione del territorio, le visite sono condotte alla luce delle vicende storiche avvertite come passaggio obbligato della propria identità idruntina e dunque esposte con la naturale emozione che ne scaturisce e contraddistingue il porgersi delle nostre guide. Per informazioni: 324 7452762 - 334 6398006

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focus

Il Castello Aragonese

UN BALUARDO PROTESO

verso oriente I

l castello aragonese è il luogo della Città dei Martiri che racconta la sua storia legata alla contrapposizione tra l’Occidente cristiano e l’Oriente musulmano che portò al sacco di Otranto ad opera dei turchi ottomani nel 1480 e alla decapitazione, il 14 agosto, sul colle della Minerva, di 800 otrantini che si rifiutarono di rinnegare la religione cristiana. La battaglia di Otranto è narrata da Maria Corti nel romanzo “L’ora di tutti” (1962) e da Rina Durante nella versione sceneggiata “Il sacco di Otranto” (1977). La città fu liberata nel 1481 dagli aragonesi che si preoccuparono anche di ricostruire il castello, la cui storia è strettamente legata alle sorti della città. Otranto, infatti, importante testa di pon-

te verso l’Oriente, fu munita fin dall’antichità di sistemi di difesa ed opere fortificate, aggiornate nel corso dei secoli dalle dominazioni che si sono avvicendate. L’assedio del 1067 ad opera dei Bizantini danneggiò gravemente il castello che fu riparato e potenziato qualche anno più tardi per volere di Roberto il Guiscardo. Della ricostruzione promossa nel 1228 da Federico II di Svevia, rimangono tracce evidenti della torre del corpo mediano cilindrico, inglobata nel bastione a punta di lancia, e nella cortina muraria di nord-est. Un’analisi dei sotterranei lascia supporre che, prima dell’articolato processo di trasformazioni comune a molte strutture difensive e che si è evoluto fino all’at-

tuale pianta che può definirsi pentagonale, il Castello fosse impostato su un nucleo centrale quadrangolare, scandito agli angoli da torri cilindriche. Dopo il sacco del 1480, anno in cui tutto il Meridione d’Italia fu oggetto dell’attacco turco, il castello fu ricostruito per iniziativa di Alfonso d’Aragona duca di Calabria, ma dell’impianto aragonese rimangono appena un torrione e parte della cinta muraria. Alla fine del secolo, quando la città fu data in pegno ai veneziani, la struttura fu ulteriormente potenziata con l’aggiunta di artiglierie e bombarde. L’aspetto dell’attuale roccaforte difensiva si deve al governo vicereale spagnolo di Napoli, che dal XVI secolo resse a lungo le sorti di Otranto e che ha lasciato un’impronta nello stemma di Don Pedro Alvarez di Toledo, che sovrasta il portale d’ingresso. n.p. 19


FOCUS

Iti ner ari HYDRUNTUM, ENTRO LE ANTICHE MURA Partire dall’esterno della cinta muraria, permette di prendere coscienza della struttura urbanistica della città, cui si può accedere dalla maestosa Porta Alfonsina. Il tour prosegue con la visita del cinquecentesco Castello, ricostruito dagli Aragonesi quando liberarono la città dai Turchi nel 1481, della Cattedrale contenente due grandi tesori, il famoso pavimento musivo opera del Presbitero Pantaleone e la cappella degli 800 Santi Martiri Otrantini, decapitati dai turchi nel 1480 perché rifiutarono di abiurare e diventare islamici, oltre alla sua cripta ricca di colonne e capitelli di molteplici stili. A due passi dalla Cattedrale, si può visitare il museo diocesano. Seguendo l’antica via che si snoda tra i vicoli del centro storico e sui bastioni delle antiche mura, in prossimità della Cortina dei Pelasgi la visita si può concludere nella chiesetta di San Pietro, tra i più belli esempi d’arte bizantina del sud Italia.

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Urbani ed

Porta Alfonsina

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FOCUS

EXTRAUrbani Punta Palascìa

SELVAGGIO E MOZZAFIATO È il paesaggio che incontra chi voglia immergersi nella bella campagna salentina per conoscere la natura che circonda Otranto e le sue evidenze storico-monumentali. Passeggiando lungo le falesie, si raggiunge la Torre del serpe, un antico faro medievale successivamente trasformato in torre di avvistamento (la torre con il serpente che l’avvolge rappresenta lo stemma civico), e la camminata può proseguire fino alla cinquecentesca masseria fortificata Orte, dove si ha la possibilità di ammirare tutta la baia e il famoso Capo d’Otranto, il punto più orientale d’Italia dove sorge il faro di Palascìa. La passeggiata può proseguire fino al suggestivo laghetto, formatosi in una cava all’aperto di bauxite e alimentato da falde acquatiche sotterranee, che offre l’acceso contrasto cromatico tra il laghetto, la vegetazione che lo circonda e le pareti rosse dalle mille venature che lo sovrastano.

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Torre del Serpe


focus

Monumento

L'APPRODO

opera all’umanità migrante N

ell’area fabbriche del porto di Otranto, da circa un biennio c’è un monumento realizzato per ricordare le tragedie dei migranti. Nucleo di partenza è stato l’ex-motovedetta albanese “Kater I Rades” entrata in collisione con nave “Sibilla” della Marina Militare Italiana il 28 marzo 1997 con 100 migranti a bordo, 81 dei quali, tra cui donne e bambini, morirono a seguito dell’affondamento.

Recuperato per il processo, il relitto sarebbe dovuto essere successivamente demolito, ma un’idea di Klodiana Cuka, presidente dell’associazione “Integra” per l’integrazione degli immigrati, condivisa dal sindaco Luciano Cariddi, l’ha trasformato in un monumento per non dimenticare le tragedie che continuano a verificarsi nel Mediterraneo. Per trasformare il relitto in opera d’arte dando coralità alla sua creazione, lo scultore greco Costantino Varatos si è avvalso di 8 giovani provenienti da Albania, Italia, Grecia, Cipro, Egitto, Siria, Montenegro e Francia.

L’INTERVENTO HA PRIVILEGIATO IL VETRO, CHE IN QUALCHE MODO ABBRACCIA IL RELITTO E, COME HA SCRITTO IL NOSTRO DIRETTORE, È RICCO DI SIMBOLISMO:

Foto archivio Comune di Otranto

“Vetro come acqua che ribolle intorno alla scafo che riemerge prepotente dalla profondità marina; vetro come onde in tempesta che tutto avvolgono eppure tutto respingono; vetro fragile come le vite frantumate; vetro tagliente come il dolore dei sopravvissuti; vetro cristallino per non nascondere la deva-

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stazione operata sulle lamiere dal tempo e dalla tragedia; vetro per rendere trasparente la matrice d’una storia maledetta; vetro traslucido, infine, come distesa d’acqua abbacinata dal sole che restituisce al mare la funzione di ponte tra civiltà e culture”.


FOCUS

Tra storia e leggenda, in margine all’assedio di otranto del 1480

L'EROICA MORTE DEL Conte di Conversano di Nicolò Carnimeo

V

ista dal vicino accampamento cristiano Otranto aveva un aspetto spettrale, sembrava di trovarsi a due passi dall’inferno. Urla strazianti venivano dalle mura del castello e il fumo degli incendi, di giorno spazzato dalla forte tramontana, all’imbrunire creava una nube nera e minacciosa sulla città. Appena le tenebre calavano sullo sciagurato angolo di Salento lo sguardo andava alla collina dei martiri che li’ giacevano senza sepoltura. Piccole luci azzurre illuminavano per un attimo la notte turbando il sonno dei soldati che, segnandosi mestamente, tentavano di prender sonno prima del consueto assalto mattutino. Alfonso Duca di Calabria, a capo dell’esercito, era furioso. A nulla erano valsi i rinforzi del Re d’Ungheria ed i cavalieri di Giorgio Castriota Skandenberg, Otranto in quel terribile autunno del 1480 sembrava inespugnabile. Quella sera il duca nella tenda di comando si lasciò andare ad uno sfogo col fido commodoro Giulio Antonio Acquaviva Duca d’Atri e Conte di Conversano che per primo, dal suo feudo pugliese, era corso in aiuto degli Idruntini: “So bene della terribile onta ricevuta, della cattedrale oltraggiata, divenuta stalla dei cavalli berberi, ma la pressione del Re e del mondo intero è troppa su di noi. Come sopportare, amico mio, le continue ambasce del papa che parlano di primato della chiesa e di difesa della cristianità. Che venga lui stesso a vedere di cosa sono stati capaci quei demoni ottomani in soli due mesi! Vedi - continuò indicando con la mano - per due miglia il suolo intorno alla città è stato spianato, non se ne é salvato un albero, hanno scavato a tempo di record profondi fossati armati da bombarde, divelto i tetti delle chiese per farne fortificazioni. E come se non bastasse, adesso, una lunga catenaria sorretta da pali copre l’intero perimetro della città rendendo vani i tentativi della nostra cavalleria”. Giulio Antonio lasciò il comandante a questi pensieri e presto si congedò da lui. Era, il Conte di Conversano, un cavaliere che nel medioevo si sarebbe definito “senza macchia e senza paura”, valoroso guerriero stava nelle grazie del re a cui aveva chiesto ed otte-

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nuto di guidare personalmente i reparti addetti a reprimere le cruente azioni di razzia degli infedeli. Con un drappello di uomini, instancabile, pattugliava le campagne di Puglia anche di notte quando i cavalieri turchi, come fantasmi, apparivano e svanivano misteriosamente dalla boscaglia, traditi solo dai lucidi bagliori delle scimitarre. L’indomani mentre sostava nelle paludose coste vicino Villanova un contadino sanguinante e trafelato gli venne incontro:” I Turchi, i Turchi, messere, stanotte hanno messo a ferro e fuoco Ostuni e rapito donne e bambini”. Giulio Antonio senza perder tempo inviò un messo nel suo Castello a Conversano perché mandassero rinforzi e poi, esperto del territorio, preparò un agguato agli infedeli. Il nemico, circondato, non poté che arrendersi e furono più di cento i soldati catturati e recuperato l’intero bottino. La fama del nobile Acquaviva d’Aragona cresceva nelle campagne e nelle masserie di Puglia, ma allo stesso modo aumentava l’odio del nemico.


focus

Fu lo stesso Acmet Pascià ad ordire per lui un tranello mortale. Il 7 febbraio 1481 avviatosi verso Minervino di Lecce, il Conte di Conversano fu accerchiato da centocinquanta uomini. Nella terribile mischia che ne seguì, un preciso colpo di scimitarra gli staccò’ netta la testa. Il suo fidato cavallo Baccaro, galoppando disperatamente, riuscì a fuggire. È vivo, è vivo gridò all’imbrunire la sentinella quando vide l’elegante figura del Conte, ritto sugli arcioni e con le briglie strette in pugno procedere lento verso l’accampamento. Tra lo stupore generale, benché orribilmente mutilato, aveva compiuto la sua ultima missione. La testa mozza, subito recuperata dai turchi, venne infissa su una picca ed issata, come macabro trofeo, sulle mura del castello di Otranto. A nulla valse l’offerta del re di diecimila ducati per ottenerne il riscatto. Ai solenni funerali partecipò il sovrano in persona e queste parole vennero scritte in memoria di Giulio Antonio:

Franc es c

o

De Lo r e n z is

E ancora nelle campagne di Puglia un cavaliere senza testa viene a difendere le ingiustizie e le tirannie contro i piu ’deboli.

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FOCUS

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Nunzio Pacella | Lecce in corsa per “Capitale Europea della cultura 2019”............................... 31 Un Fotosub innamorato del mare, che traduce le emozioni in immagini.................................... 34 Martina Gentile | La “Poesia”, dal mare alla grotta.................................................................................................. 36 Paolo Casalino | Nautica, pesca ed economia del mare . .................................................................................. 38 Salvatore De Michele | Sicurezza della navigazione e tutela ambientale ....................................... 40 Lucio Causo | L’affondamento del sommergibile F14 ....................................................................................... 42

NUNZIO PACELLA Scrittore, giornalista, gastronomo e giornalista gastronomo

MARTINA GENTILE Scrittrice, giornalista pubblicista ed insegnante. Scrivere è per lei un’avventura tutta da vivere

PAOLO CASALINO Direttore dell’Ufficio di Bruxelles della Regione Puglia

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SALVATORE De MICHELE Ammiraglio emerito del Corpo delle Capitanerie di porto

LUCIO CAUSO Scrittore e socio ordinario della Società di storia patria per la Puglia


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PRIMO PIANO

Rincorrendo il sogno di una nuova Europa

Lecce in corsa per “Capitale europea della Cultura 2019” testi e foto di Nunzio Pacella

I

l Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini ha firmato il decreto legge che approva la preselezione delle sei città candidate a “Capitale europea della Cultura 2019”: Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena. L’approvazione segue l’incontro avvenuto lo scorso 13 marzo 2014 tra i rappresentanti della Commissione Ue, DG Istruzione e Cultura e il Segretario generale del Ministero, in cui si è accertata la regolarità della procedura di pre-selezione e forniti tutti i chiarimenti richiesti. Il Ministero procederà alla relativa pubblicazione degli atti e comunicherà alle sei città le modalità delle successive attività da svolgere. Il Ministro Franceschini e la Commissione concordano nel giudicare

straordinario il risultato che l’Italia ha conseguito con le 21 candidature proposte. La ricchezza della progettazione elaborata costituisce un patrimonio che occorre valorizzare mettendo in atto tutte le azioni possibili per la realizzazione dei progetti. Per le sei candidate in corsa continua quindi l’iter verso la sentenza sulla “Capitale europea della Cultura 2019”. La candidatura rappresenta per Lecce la scelta di mettersi in gioco. Gli amministratori insieme ad uno staff di professionisti e volontari scendono in strada per accorciare le distanze con i cittadini, creare momenti di dialogo e confronto mettendo così in luce punti di forza, fragilità e bisogni inespressi. È un salto verso il cambiamento, uno stimolo a spostare i punti di vista, rom-

LE FUTURE CAPITALI EUROPEE DELLA CULTURA (2015 - 2018) 2015 Mons (Belgio) e Plzen (Repubblica Ceca) 2016 Donostia-San Sebastian (Spagna) e Wroclaw (Polonia) 2017 Aarhus (Danimarca) e Paphos (Cipro) 2018 Paesi Bassi (al momento Leeuwarden è raccomandata

dalla giuria indipendente di valutazione delle candidature)

e La Valletta (Malta)

pere la routine, lasciar cadere le zavorre di idee precostituite e la rigidità del pensiero per andare incontro all’inatteso. Tutto questo passa attraverso il gioco, la curiosità e il riconoscimento delle potenzialità della città del Barocco. Il sindaco Paolo Perrone dovrà ancora continuare a “saltare” insieme al suo comitato promotore di Lecce2019: Alfredo Prete, Raffaele Parlangeli, Airan Berg e al suo fantastico team: Antonio Cordella, Francesca Imperiale, Alessia Rollo, Gianluca Rollo, Iris Manca, Jenny Di Maio, Carmen Di Girolamo, Alice Russo, Enzo Benedetti, Andrea Giordano,


PRIMO PIANO

Federica Legittimo, Francesco Milone, Francesca Fasano, Giovanni Piconte, Maria Assunta Contino, Tiziana Giannitelli, Anna Zingarello, Francesco Maggiore, Amir Simone Tarighinejad, Sergio Quarta, Efrem Barrotta, Titti Magrini, Gigi Mangia, Elisabetta Carracchia, Paola Marsano. C’è, poi, migliaia di partecipanti della società civile, dai singoli individui alle associazioni ed istituzioni delle provincie di Lecce e Brindisi che prendono parte a questo processo. Insomma, Lecce2019, rincorre il sogno di una nuova Europa.

CAPITALI EUROPEE DELLA CULTURA 2000 - 2013 2000 Avignone (Francia), Bergen (Norvegia),

Bologna, Bruxelles, Helsinki, Cracovia, Praga,

Reykjavic e Santiago de Compostela (Spagna)

2001 Porto (Portogallo) e Rotterdam (Olanda) 2002 Bruges (Belgio) e Salamanca (Spagna) 2003 Graz (Austria) 2004 Genova e Lille (Francia) 2005 Cork (Irlanda) 2006 Patrasso (Grecia) 2007 Lussemburgo e Sibiu (Romania) 2008 Liverpool (Regno Unito) e Stavanger (Norvegia) 2009 Linz (Austria) e Vilnius (Lituania) 2010 Essen (Germania), Pécs (Ungheria) e Istanbul 2011 Tallinn (Estonia) e Turku (Finlandia) 2012 Maribor (Slovenia) e Guimaraes (Portogallo) 2013 Marsiglia (Francia) e Josice (Slovacchia) 2014 Umea (Svezia) e Riga (Lettonia)

Atene, prima Città europea della Cultura” Dal 1985 una città dell’Unione europea è “Città” o “Capitale europea della Cultura” per un anno. La prima fu Atene. A lanciare il programma di “Città europea della Cultura” con l’obiettivo di evidenziare la pluralità culturale dell’Europa, fu il Consiglio dei Ministri dell’Unione europea su iniziativa dei ministri della cultura di Francia Jack Lang (Mirecourt, 2 settembre 1939) e della Grecia Melina Mercouri, nome d’arte di Maria Amalia Mercouri, attrice, cantante e politica greca (Atene, 18 ottobre 1929 - New York, 6 marzo 1994). Fino al 2004 le città europee della cultura sono state designate su basi intergovernative, ovvero gli stati membri selezionavano unanimemente quelle più adatte ad ospitare l’evento. Dal 2005, le istituzioni europee hanno preso parte alla procedura di selezione delle città. Nel 1999, l’evento “Città europea della Cultura” è ribattezzato in “Capitale europea della Cultura”. Si tratta di una città designata dall’Unione Europea che, per un anno, ha la possibilità di mettere in mostra la sua quotidianità e il suo sviluppo culturale. Le città italiane che sino ad oggi hanno beneficiato di questa selezione sono tre: Firenze nel 1986, Bologna nel 2000 e Genova nel 2004. Parlamento e Consiglio Europeo con Decisione 1622/2006 hanno istituito un calendario che assegna a rotazione a due Stati membri dell’UE il titolo di “Capitale europea della Cultura”. L’Italia, insieme alla Bulgaria, ha nuovamente diritto ad ospitare l’evento nel 2019. I vantaggi in termini socio culturali ed economici sono notevoli per un melting pot culturale che va dalla lingua alla letteratura, dal teatro alle arti visive, dall’architettura all’artigianato, dal cinema alla televisione. Il termine cultura è inteso secondo un approccio olistico alla realtà, non riferito strettamente all’arte: la cultura che va rigenerata e che produrrà un reale cambiamento sociale, politico, economico è quella delle relazioni. Uno sviluppo urbano capace di migliorare la vita dei cittadini, inclusione sociale, sostenibilità, ecologia, crescita sociale e culturale sono tra i principali vantaggi da ottenere attraversa la candidatura.

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PRIMO PIANO

Uniti nella diversità Uniti nella diversità. È questo il motto dell’Unione Europea che indica come i cittadini europei operano per la pace e la prosperità dove le diverse culture, tradizioni e lingue presenti in Europa costituiscono la ricchezza del “vecchio” continente. Da qui nasce l’evento “Capitale europea della Cultura” per contribuire al ravvicinamento dei popoli europei. Non si vince la candidatura per un buon programma di eventi per l’anno di candidatura ma per un progetto di cambiamento che riesca a intercettare un cambiamento culturale positivo per un territorio e molto sentito dalla società civile. Gli eventi rappresentano la parte più “evidente” di un processo più complesso e sotterraneo. La candidatura di Lecce “Capitale europea della Cultura” non è una vittoria, semmai rappresenta il traguardo in un cammino che impegnerà Lecce, Brindisi e le rispettive province sino al 2019 e oltre. Molte le tappe che ne costellano il percorso. Il programma di Lecce 2019 è stato apprezzato per i suoi aspetti creativi, ludici e anche per il tipo di struttura immaginata per l’organizzazione responsabile dell’attuazione del progetto, così come gli accordi programmatici tecnici istituzionali per il coordinamento delle autorità locali e regionali. Fondamentali in questo senso, il forte impegno dei cittadini e la dimensione europea che appare chiaramente come obiettivo. La dimensione di “Capitale” della cultura non è quella della spettacolarizzazione ma quella della costruzioni di dinamiche di cambiamento reali e positive per il territorio attraverso gli strumenti culturali specifici e globali. Lecce è stata selezionata dalla Giuria europea presieduta da Steve Green. Bocciate le candidature di Venezia, Cilento, Taranto, Mantova, Caserta, Palermo, Aosta, Erice, Reggio Calabria, Urbino, L’Aquila, Bergamo, Grosseto, Siracusa e Pisa.Alla prima pre-selezione seguirà quella finale dove il panel di esperti europei raccomanderà una delle città in nomination (Cagliari, Lecce, Matera, Perugia, Ravenna e Siena) per il conseguimento del titolo di ECoC 2019. La candidatura è portata avanti da un organo istituzionale come il comitato promotore composto da Comune di Lecce, Comune di Brindisi, Camera di commercio, Provincia e Università del Salento ma anche da associazioni, privati e singoli cittadini che stanno lavorando per trasformare la teoria in pratica e fare della partecipazione responsabilità.

CITTA’ EUROPEE DELLA CULTURA NEL PERIODO 1985 – 1999 Atene - Firenze - Amsterdam - Berlino - Parigi - Glasgow Dublino - Madrid - Anversa - Lisbona - Lussemburgo Copenhagen - Salonicco - Stoccolma - Weimar


PROFILO MARINARO

Intervista di PUGLIA&MARE a Giuseppe Piccioli Resta

Un Fotosub innamorato del mare, che traduce le emozioni in immagini “In acqua sento una forma totale di accoglimento, appagamento e felicità”. È questo il rapporto con il mare del 46enne Giuseppe Piccioli Resta, docente di geografia presso l’Università del Salento per professione, fotografo subacqueo per passione. Un rapporto maturato con l’età, spiega, quello con il mare, partito con un’attrazione che non sapeva spiegarsi e diventato un legame inscindibile, una sorta di reminiscenza ancestrale, un innamoramento in grado di farlo sentire in armonia con se stesso.

Una gioia senza timori?

“I

n realtà, in immersione non ho mai avvertito paura, forse perché non ho mai corso rischi. È come se in me fosse sempre preminente conservare la voglia di raccontare le bellezze sottomarine a parole e con la macchina fotografica, soprattutto a chi non ha la possibilità di entrare in acqua”.

Un suo amico ha detto che l’Università è la sua “grotta”, ma che il suo universo è il mondo sommerso. È successo, d’altra parte, che, dopo decine e decine di pubblicazioni apprezzate dal mondo scientifico, la notorietà l’ha ricevuta dalla fotografia subacquea. Ciò, grazie ad una serie di premi che lo hanno incoronato campione del mondo di fotosub, per ultimo nel World

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champion underwater photography di Chicago, negli Stati Uniti, e solo qualche settimana prima in Francia. Infatti, ha fatto incetta di premi alla 40esima edizione del Festival mondial de l’image sous-marine di Marsiglia, dove è stato l’unico concorrente a primeggiare in due categorie, tematica e malacologica, con foto scattate nello Jonio salentino. Un’esperienza da raccontare.


PRIMO PIANO

“S

ì, soprattutto per la cerimonia di premiazione che si è svolta in una sorta di grande acquario oceanico e che ricalca la Notte degli Oscar, atteso che il nome del vincitore non si conosce, fino a quando non si è chiamati sul palco per ricevere la statuina d’oro a forma di sommozzatore. Sono momenti che ripagano dei sacrifici imposti dalla pratica d’una disciplina difficile, che reclama molto tempo da sottrarre al resto del tuo mondo, ma che è estremamente bella”.

Cambiamo registro e trattiamo di alcuni dei suoi più recenti lavori scientifici. Lei ha richiamato l’attenzione su un aspetto forse trascurato dei “danni collaterali” che la pressione antropica può produrre su un ambito specifico del mondo sommerso: quello delle grotte costiere. Ci spiega perché ne ritiene a rischio il patrimonio?

“P

erché le grotte sono habitat di organismi molto delicati e la semplice presenza umana non regolamentata può produrre danni ai popolamenti. Per salvaguardarli, occorre istruire chi pratica attività subacquea ad un controllo assoluto dei movimenti in immersione, soprattutto nelle grotte, e poi regolamentare in qualche maniera i flussi turistici, che ormai sono da grandi numeri”.

Magari anche grazie alle sue foto.

“B

eh, grazie alle foto di tutti coloro che divulgano le bellezze dei mari salentini. Sono contento che siano sempre più conosciute e apprezzate, ma ciò deve andare di pari passo con la conservazione degli habitat”.

A proposito di habitat, lei ha segnalato essere a rischio anche quello del cosiddetto “Corallo Nero”. Nello scorso numero di questa rivista, sono stati trattati i coralli bianchi e quelli rossi, ma quello nero, è vero corallo?

“N

o, ma è una popolazione del raro cnidario “Savalia savaglia” ecologicamente molto importante e da tutelare. Al largo di Gallipoli esiste una colonia di tale coralligeno di grande attrattività estetica e di dimensioni talmente estese e sviluppate, da suggerire una incredibile longevità, pare superiore ai 4000 anni. Ciò le assegna una funzione di archivio biologico, ecologico e climatico, cui vanno aggiunte le capacità, tanto di concorrere all’ingegneria totale dell’area, modificando nel tempo la granulometria locale dei sedimenti e creando nicchie ecologiche che promuovono la biodiversità, quanto di produrre importanti molecole come l’ormone Ajugasterone C. La tutela e la gestione corretta di tale sistema biogeologico può dare ottime ricadute come serbatoio di riproduzio-

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ne di specie ittiche pregiate e costituisce uno fra i più straordinari “hotspots” per immersioni dell’intero bacino Mediterraneo”.

Per concludere partendo ancora una volta dagli habitat sottomarini, è esatto dire che il suo parere va controcorrente, rispetto all’affondamento volontario di navi, praticato in alcuni Paesi per il ripopolamento ittico, ma sostanzialmente vietato nel Mediterraneo, anche se in Italia, saltuariamente e ciclicamente, il Parlamento avvia delle discussioni in proposito?

“P

iù che una posizione assunta controcorrente, la mia è una valutazione positiva di ciò che è stato fatto lungo le coste atlantiche degli Stati Uniti e in alcuni siti mediterranei. Ritengo che lo “scuttling” potrebbe essere una buona pratica, se realizzata nel rispetto di tutte le cautele per la messa in sicurezza totale dei relitti, rimuovendo tutti i potenziali motivi di rischio per consentirne anche la fruizione turistica in sicurezza. Per fare un esempio, in passato ciò è stato fatto a Malta: 8 navi sono state messe opportunamente predisposte e poi affondate in un sito che, e negli ultimi lustri, è diventato il quarto più frequentato a livello mondiale per le immersioni su relitto”.


WEEKEND SULLA...

Costa adriatica salentina

LA “POESIA”, dal mare al I

l mare luccicante del Canale d’Otranto va e viene. Racconta le storie di un Adriatico da sempre popolato di voci alla deriva, fluttuanti sulle imbarcazioni di ogni tempo. Il mare è l’elemento che pervade i nostri pensieri di viaggiatori che percorrono il Salento della costa adriatica. Qui, sembra che il mare debba improvvisamente abbracciare la terra, in questa città ricca di odori e sapori mediterranei, tra la maestosa Porta Alfonsina, che dischiude l’incanto antico di questa città affascinante e la Cattedrale. Il nostro breve viaggio, però, è partito più a nord, dalla poetica Roca, in quel di Melendugno, che domina la vista del mare e conserva, in una sorta di museo

di Martina Gentile diffuso vista-mare, i resti dell’insediamento di Roca Vecchia. L’area archeologica sorge su un piccolo promontorio di forma triangolare, il cui vertice è costituito da un isolotto occupato dalle fortificazioni bassomedievali e da una torre del XVI secolo. Le grotte qui nei dintorni vennero scavate e utilizzate come rifugio dai monaci basiliani giunti dall’Oriente. Non si può non accennare alle due grotte carsiche, note come Grotte della Poesia, distanti circa 50 metri tra loro. Le grotte, di forma ellittica e dimensioni diverse - tant’è che si distinguono in Poesia Grande e Poesia Piccola - distano rispettivamente una trentina e una sessantina di metri dal mare.

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L’acqua giunge in esse attraverso un canale. La Poesia Piccola presenta sulle sue pareti iscrizioni messapiche, latine e greche e per questo ha assunto anche una notevole importanza archeologica. Merita per intero il nome che le è stato dato. Si racconta di una bellissima principessa che era solita fare il bagno nelle sue acque e che molti poeti vi si recarono per ammirarla e composero versi in suo onore. Il suo fascino è immutato: spesso la è meta di giovani, che si fermano entusiasti ad ammirare la trasparenza delle sue acque, il gioco delle luci naturali, che suonano, che cantano. Ma la loro musica, il loro canto sorprendentemente non rompe il


lla grotta silenzio del luogo e i presenti tutti sono è presi da mille emozioni. Lì tutto è poesia, un inno alla bellezza naturale che l’uomo non ha ancora contaminato. Agli inizi del XIII secolo Gualtiero VI di Brienne, conte di Lecce, fondò un insediamento fortificato, che venne abitato fino al XVI secolo e diede ordine di costruire un castello di cui sono rimaste poche tracce.: le opere del territorio furono infatti saccheggiate dalla pirateria turca. Proprio qui, nel 1480 si stabilirono le truppe aragonesi per arrestare l’avanzata dei Turchi che all’epoca occupavano Otranto. I gioielli del mare in questo lembo di Puglia, è superfluo dirlo, non finiscono qui.

Prima di arrivare ad Otranto, ci si imbatte nei Laghi Alimini, che consistono in due bacini: Alimini Grande e Alimini Piccolo (detto anche Lago Fontanelle). Il nome deriva da “Limne” termine usato dagli antichi greci per indicare il “lago”. Risorse naturalistiche fra le più suggestive del territorio salentino, gli Alimini sono circondati da una fitta vegetazione composta da essenze tipiche della macchia mediterranea e di una rara erica pugliese. La bellezza di questa area è un bene comune ormai ampiamente riconosciuto: nel 2006, infatti, la Regione Puglia ha istituito Il Parco naturale regionale Costa Otranto - Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase: 57 chilometri lungo la costa orientale salentina, vale a dire il più grande tra i parchi regionali istituiti nella provincia di Lecce. Per gli amanti dell’osservazione faunistica, il Parco è una meta imperdibile soprattutto in occasione in primavera della migrazione di alcune specie di uccelli e l’osser-

vazione di specie rapaci come il gheppio, la poiana e il falco pellegrino. Tutto intorno, poi, pajare, masserie fortificate e torri raccontano storie contadine di un Sud che è meravigliosa periferia, sospeso com’è tra l’elogio e la dannazione di una lentezza che sa farsi bellezza. Dell’oasi dei laghi fa parte la sabbiosa Baia dei Turchi dove, secondo la tradizione, sbarcarono i guerrieri per assediare Otranto. “Rotolando verso sud”, s’incontra, a metà strada fra Punta Palascìa e Porto Badisco, la forma tronco conica della Torre Sant’Emiliano, costruita nel XVI secolo con il compito, comune tutte le torri costiere, di sorvegliare le coste. Infine – volendo terminare qui il viaggio, che ovviamente può continuare alla scoperta di Santa Cesarea Terme, la Grotta Zinzulusa, Castro e così via discorrendo – Porto Badisco, la spiaggia dove, secondo la leggenda, sbarcò Enea. Qui la roccia abbraccia uno dei siti preistorici più interessanti del mondo: scoperto nel 1970, fu chiamato “Antro di Enea”, prima che i pittogrammi delle pareti suggerissero il nome di “Grotta dei cervi”. La grotta non può essere visitata, ma molte pubblicazioni ne illustrano i tesori. 37

Foto Nunzio Pacella

PRIMO PIANO


OSSERVATORIO EUROPEO

I programmi di finanziamento dell’Unione europea: panoramica generale del periodo di programmazione 2014/2020

NAUTICA, PESCA ed economia del mare di Paolo Casalino

Foto Roberto Perrella

Dedico questo spazio alle opportunità di finanziamento che l’Ue mette a disposizione per cittadini, imprese, pubbliche amministrazioni, all’inizio del nuovo periodo di programmazione, che riserva numerose novità rispetto al settennio precedente.

R

itengo importante evidenziare che la quasi totalità delle risorse finanziarie stanziate dall’Ue è finalizzata all’attuazione della Strategia Europa 20201. Si tratta del documento che guida l’attività dell’Unione e degli Stati membri e delinea gli assi della strategia per lo sviluppo e la crescita (intelligente, sostenibile e inclusiva) del Vecchio continente. Ogni attore istituzionale e socioeconomico attivo in Europa deve impegnarsi a fornire il proprio contributo per raggiungere i cinque obiettivi fondamentali, da realizzare entro la fine del 2020, nei settori dell’occupazione, istru-

zione, ricerca e innovazione, integrazione sociale e riduzione della povertà, clima e energia2. La Strategia Europa 2020, quindi, informa tutte le politiche dell’Ue e i relativi programmi di finanziamento, che possiamo distinguere in due grandi categorie: programmi a gestione indiretta e programmi a gestione diretta. I primi sono i Fondi strutturali, detti a gestione indiretta poiché l’Ue negozia con gli Stati membri un ammontare di risorse da assegnare a ciascuno di essi per il settennio di programmazione; poi è compito degli Stati utilizzarli sul proprio territorio. In Italia la gestione di

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queste risorse è condivisa tra Governo centrale e regioni e si attua per mezzo dei Programmi operativi nazionali e dei Programmi operativi regionali. Nel 2014-2020 la grande novità è che tutti i Fondi strutturali sono stati inseriti in un unico Quadro strategico e, per tale ragione ora hanno regole di base simili tra loro, a differenza di quanto accadeva nel settennio appena conclusosi. Non è un dato di poco conto, in quanto da ora in poi sarà più agevole programmare azioni sinergiche tra i quattro fondi (Fondo europeo di sviluppo regionale FESR, Fondo sociale europeo FSE, Fondo europeo di sviluppo agricolo FEASR, Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca FEAMP3). Inoltre, il FESR finanzia i Programmi di cooperazione territoriale, tra cui (solo per indicarne alcuni che interessano la Puglia): Italia-Croazia, Italia-Albania-Montenegro, Italia-Grecia, Adriatico-Ionico, Mediterraneo, Interreg Europa. Un importante serbatoio di risorse per la realizzazione concreta delle Strategie macroregionali, tra cui quella Adriatico-Ionica, di cui ho avuto modo di scrivere in un precedente numero di “Puglia & mare”. L’altra grande categoria di finanziamenti è quella dei Programmi a gestione diretta, così definiti in quanto i bandi su cui candidare le proposte progettuali sono emanati dalla Commissione Europea, senza intermediazione di Stato o regioni.


PRIMO PIANO Area tematica............................................................................... Nome del programma UE Ambiente/cambiamento climatico....................... Life+ Cultura e audiovisivo............................................................ Europa creativa Istruzione........................................................................................... Erasmus + Politica sociale. ............................................................................ Cambiamento e innovazione sociale Cittadinanza................................................................................... Europa per i cittadini Salute...................................................................................................... Salute per la crescita Ricerca e innovazione.......................................................... Orizzonte 2020 Competitività e PMI................................................................ COSME Giustizia e affari interni...................................................... Giustizia / Diritto e cittadinanza Fondo asilo e migrazione Fondo sicurezza interna Trasporti / energia / TIC..................................................... Meccanismo per collegare l’Europa Protezione civile. ........................................................................ Strumento per la protezione civile Applicazioni spaziali. ........................................................... Copernicus

Li differenziano dai fondi strutturali, anche l’impossibilità di finanziare opere infrastrutturali e la necessità quasi costante che a candidare il progetto sia un consorzio composto da partner provenienti da diverse nazioni europee. Il novero di questi programmi è molto vasto e mi limiterò qui a citare quelli che ritengo possano essere di maggior interesse: Ai programmi su indicati si aggiungono, poi, gli strumenti di cooperazione esterna dell’Ue (cooperazione allo sviluppo) e i fondi dedicati a settori più di nicchia (per fare due esempi: dogane e cooperazione di polizia)4. Una prima analisi del quadro d’assieme che ho provato a fornire evidenzia come numerose siano le fonti di finanziamento a cui si potrà attingere per candidare progetti relativi al settore della pesca e dell’economia del mare. Tra i fondi strutturali, indubbiamente al Fondo europeo per la pesca e gli affari marittimi, di cui a breve sarà pronto il programma operativo, redatto dal Ministero per le politiche agricole e forestali.

Il Fondo europeo di sviluppo regionale contribuirà, per fare solo alcuni esempi, con risorse a favore dell’internazionalizzazione dei distretti produttivi (ivi inclusi quelli dedicati al settore, ad esempio Nautica da diporto, Pesca e acquacultura, Logistica), della tutela della biodiversità marina, della ricerca e dell’innovazione, dell’economia del turismo, incluso quello costiero. Il Fondo sociale curerà la formazione di capitale umano qualificato, volano indispensabile in ogni settore economico e produttivo. Tra i Programmi a gestione diretta, Orizzonte 2020, Life+, Cosme contengono azioni di interesse per i settori cari ai lettori di questo periodico, ma potranno di volta in volta risultare interessanti anche bandi di programmi solo all’apparenza distanti. 1

A titolo di esempio, il programma Copernicus per lo sviluppo di dati (osservazione della terra) da applicare al settore marittimo; o ancora, il programma Erasmus +, su cui sarà possibile candidare proposte progettuali in favore della mobilità giovanile e della qualificazione della forza lavoro. Si tratta di un puzzle di opportunità complesso5, in cui disporre di un’informazione completa sui diversi programmi esistenti è un primo passo, fondamentale, per poterli utilizzare al meglio e, ove possibile, integrarli in relazione alle esigenze di ognuno, che si tratti di impresa, pubblica amministrazione, ente di ricerca o associazione. Nel corso dei prossimi mesi avremo un quadro più chiaro delle singole opportunità di finanziamento, dato che saranno pronti i Programmi operativi dei fondi strutturali, inclusi quelli della cooperazione territoriale e, per i programmi a gestione diretta, saranno stati lanciati tutti i bandi del primo ciclo6. Un’informazione puntuale in merito alle diverse opportunità può essere reperita rivolgendosi agli sportelli Europe Direct (per i cittadini)7, Enterprise Europe network (per le imprese)8, APRE (per gli enti di ricerca)9, presenti sul territorio pugliese.

Comunicazione della Commissione COM (2010)2020 • 2 Per approfondimenti sul contenuto della Strategia Europa 2020, i 5

obiettivi da raggiungere entro il 2020 e le 7 Iniziative faro collegate: consultare il link http://ec.europa.eu/europe2020/index_ it.htm • 3 Fondo europeo di sviluppo regionale, Fondo sociale europeo, Fondo europeo di sviluppo agricolo, Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, regolamentati dal Common strategic framework (Regolamento generale n. 1303/2013). Tutte le info e i testi di legge si possono trovare al link http://ec.europa.eu/regional_policy/information/legislation/index_it.cfm • 4 Un sito utile a censire tutti i programmi a gestione diretta esistenti è http://ec.europa.eu/contracts_grants/grants_it.htm • 5 L’Unione Europea sta conducendo uno sforzo importante in direzione della semplificazione delle procedure per la partecipazione ai programmi europei, per la riduzione del carico amministrativo per i proponenti i progetti e per armonizzare, nei limiti di quanto possibile, le regole finanziarie dei singoli programmi • 6 Ad oggi solo alcuni programmi a gestione diretta hanno lanciato il primo ciclo di bandi •

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Europe direct è presente anche in Puglia: http://europa.eu/europedirect/meet_us/italy/index_it.htm •

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Enterprise europe

network in Puglia: http://www.enterprise-europe-network-italia.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=56&Item id=2 • 9 APRE – Agenzia per la promozione della ricerca europea: http://www.apre.it/

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PRIMO PIANO

Le caratteristiche strutturali delle navi

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SICUREZZA della NAVIGAZIONE tutela ambientale di Salvatore De Michele

La sicurezza della navigazione e della salvaguardia della vita umana in mare è materia che coinvolge tutti gli Stati che operano sul mare, regolata da convenzioni internazionali. Quella specifica per il settore è la Solas 74 e relativo protocollo (1978) che sono stati introdotti nel nostro ordinamento giuridico rispettivamente con legge 23 maggio 1980 e legge 4 giugno 1982 n.438. La convenzione ha subito, nel tempo, una serie di emendamenti per tenere conto delle innovazioni introdotte nel ramo delle costruzioni navali con nuove tipologie di navi. Grande rilievo ha assunto la normativa relativa alla prevenzione dell’inquinamento del mare, come la costruzione di navi petroliere a doppio scafo. Sicurezza della navigazione e tutela ambientale sono divenuti aspetti strettamente connessi.

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La tenuta al mare attiene alla robustezza e alla capacità della nave di assumere un assetto che non incida sulla stabilità, anche in situazioni critiche. Collisioni, incagli ed altri eventi dannosi possono, a seconda della loro intensità, incidere sulle strutture della nave fino a causarne il naufragio. Assume grande importanza il livello di energia che la nave possiede al momento dell’evento, e pertanto la sua massa e la sua velocità. L’idoneità della nave alla navigazione è una valutazione complessa che va riferita agli elementi strutturali che le sono peculiari e alle condizioni di esercizio riferite alla sua tipologia. Lo scafo, il macchinario, gli impianti fissi antincendio, sono elementi essenziali per esprimere, in via preliminare, un giudizio di idoneità alla navigazione. A questo scopo, assume rilevanza l’età della nave. La struttura di una nave è determinata dal servizio cui essa è destinata. Una nave passeggeri ha un’articolazione interna tipica, dovendo soddisfare ai requisiti

Nave gasiera - http://sweetcrudereports.com

Le strutture della nave, ad iniziare dallo scafo, rappresentano gli elementi essenziali della sicurezza per il contributo che essi conferiscono alla robustezza della nave nel senso della resistenza alle sollecitazioni statiche e dinamiche che subisce nelle diverse condizioni di esercizio.

PRIMO PIANO

di compartimentazione di galleggiabilità e di protezione antincendio che prevede la suddivisione della nave in zone verticali principali entro le quali un incendio dovrebbe rimanere isolato. La sicurezza di una nave passeggeri si basa sulla sua compartimentazione di galleggiabilità, per la quale assume un aspetto cellulare, che a livello teorico dovrebbe garantire che la nave conservi una riserva di galleggiabilità anche quando siano allagati tre compartimenti stagni contigui. La sua lunghezza e la permeabilità dei singoli locali giuoca un ruolo importante nella definizione del fattore di compartimentazione. Le navi da carico presentano caratteristiche strutturali diverse secondo il servizio cui sono destinate. Le navi cisterna, nella loro diversa tipologia, corrispondono a requisiti strutturali e di equipaggiamento diverse in relazione al tipo di carico che devono trasportare e quindi alla necessità di realizzare condizioni di robustezza e stabilità connessi con l’attività svolta. Le navi gasiere, ad esempio, sono caratterizzate dalla necessità di proteggere lo scafo dalle basse temperature determinate dal gas liquido compresso che esse trasportano e dagli effetti dei movimenti dei liquidi sulla stabilità. La costruzione è seguita, sullo scalo e poi durante le prove in mare e ancora nel corso della sua vita, dal Registro di classificazione, che è tenuto alla stretta osservanza delle norme sulla sicurezza della navigazione e della vita umana in mare contenute nelle convenzioni internazionali e nella legislazione dello Stato di bandiera. Questo riconosce la funzione dell’attività di classificazione e la tutela mediante l’adozione di specifiche norme che indicano i limiti e le modalità di esercizio degli enti di classificazione, che operano anche come organo tecnico delegato dallo Stato, cui compete il sistematico controllo delle condizioni di sicurezza delle navi ed il rilascio delle certificazioni attestanti la conformità della nave alla normativa internazionale.

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PRIMO PIANO

Una tragedia degli Anni Venti

marina.difesa.it

L’affondamento del sommergibile F.14 di Lucio Causo

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egli Anni Venti, la Regia Marina Italiana perse due sommergibili a seguito di speronamenti avvenuti durante esercitazioni. La tragedia del Sebastiano Veniero, che aveva un equipaggio di 47 uomini, si consumò il 26 agosto 1925, a seguito dell’urto con il piroscafo Capena, che non s’avvide neppure del sinistro.

Più drammatica si presentò la perdita del sommergibile F.14, perché si dovette ascoltare la lenta agonia dell’intero equipaggio chiuso nello scafo in fondo al mare in seguito allo speronamento del cacciatorpediniere Missori. L’F.14 lasciò il porto di Pola la mattina del 6 agosto 1928, insieme al gemello F.15, per partecipare ad un’esercitazione col Gruppo “Brindisi”, comandato dall’ammiraglio Antonio Foschini e costituito dall’incrociatore leggero Brindisi, dall’esploratore Aquila e dalle squadriglie cacciatorpediniere Abba e Sirtori. L’F.14, al comando del Capitano di Corvetta Isidoro Wiel, con a bordo un altro ufficiale e 25 tra graduati e marinai, aveva preso il suo posto d’agguato, in attesa del passaggio del Gruppo “Brindisi”, nella zona di San Giovanni in Pelago. Alle 8,40 l’F.14 fu avvistato e segnalato dal cacciatorpediniere Abba. Mentre le unità manovravano, il cacciatorpediniere Missori investì l’F.14, che in conseguenza dell’urto, affondò di poppa sollevando in alto la prora sino a mostrare i tubi di lancio. L’investimento aveva prodotto nel locale 6 uno squarcio di cm. 60x25 nella parte superiore dello scafo. Le unità del Gruppo, fermate le macchine e messe in mare le imbarcazioni di soccorso, chiamarono sul posto l’F.15 che stava rientrando a Pola. Alle 10,45 fu stabilita la comunicazione con l’F.14.

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Fu accertato che il sommergibile era appoppato sul fondo a 40 metri, con un’inclinazione di circa 70°. Il suo equipaggio, ad eccezione di quattro uomini, si trovava riunito, in buone condizioni, nel locale di prora. A Pola veniva preparato un pontone capace di sollevare 240 tonnellate, oltre a due pontoni più piccoli, insieme a palombari allenati per lavori in grande profondità. Sul posto del sinistro ebbero inizio le ricerche e soltanto alle 18 il comandante dell’F.15 riuscì ad ormeggiare una barca di palombaro sul punto dell’affondamento. Poco dopo fu innestata ad un cavo d’acciaio una manichetta da palombaro per il rifornimento dell’aria che ebbe inizio alle ore 20,22. Alle ore 18 l’F.15 aveva ricevuto la prima comunicazione limpida e corretta dell’equipaggio del sommergibile affondato: vi siete molto avvicinati fate presto qui si muore. Le successive comunicazioni facevano chiaramente capire come la mano dell’operatore non era più sicura. I lunghissimi intervalli indicavano che soltanto a tratti il povero marinaio trovava la forza per riprendere il suo compito. Dall’F.14: alle ore 19,34:.. siete qui... fate presto... alle ore 19,45:... pa...


lom... bari su... noi... alle ore 21,17 (con frequenza bassissima): lunghe linee. Alle ore 21,40 (debolissimo e incerto): una linea e poi, dopo intervallo, un’altra linea. Era questo, purtroppo, l’ultimo segno di vita dell’equipaggio dell’F.14. I segnali trasmessi nella notte dall’F.15 rimasero senza risposta, come pure i colpi battuti sullo scafo dal palombaro che il mattino successivo era disceso per incocciare i paranchi. Alle ore 1 della notte era giunto sul posto e si era rapidamente ancorato il pontone da 240 tonnellate. Alle ore 6 del mattino il gancio era sulla verticale del maniglione di poppa del sommergibile, ed alle ore 8,30 un palombaro riusciva ad incocciarlo. Ebbe allora inizio la manovra di sollevamento. Alle ore 18 tutta la coperta del sommergibile era emersa, ma nessuno aveva l’ansia febbrile di aprire i portelli per liberare i compagni muti da tante ore. Un grande silenzio si era diffuso attorno. Si sentiva soltanto il rumore degli argani del pontone e della laboriosa attività degli operatori. Alle 18,40 furono finalmente aperti i portelli ed una nube di gas di cloro si sprigionò da loro. Fu la conferma che tutti i componenti dell’equipaggio dello sfortunato F.14 erano morti. Gli equipaggi si scoprirono e le bandiere delle navi scesero a mezz’asta. In una pubblicazione commemorativa fu scritto: “Il destino avverso non ha voluto che fossero strappati alla morte gli uomini dell’F.14, nonostante l’opera di salvataggio condotta con appassionata energia e svolta con rapidità eccezionale, sì da costituire un vero record del genere”. Il regista cinematografico Francesco De Robertis, allora Comandante della Regia Marina, ispirato da quella tragica vicenda, girò nel 1941 il suo film migliore: “Uomini sul fondo”, cui fecero seguito altri due capolavori del periodo di guerra: “La nave bianca”nel 1942 e “Alfa tau” nel 1943.

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NEWS Rita de Bernart | Un gioiello chiamato “Solarino”. ............................................................................................. 46 Nuovo capo del compartimento marittimo di Gallipoli................................................................................. 47 Ship Control .................................................................................................................................................................................................. 47

SPORTA Nunzio Pacella | La passione per il dolce e per il salato. ............................................................................... 48 I sommelier premiano il “Tafuri” della Cantina Coppola............................................................................ 49 Appuntamenti gastronomici......................................................................................................................................................... 49 Nunzio Pacella | Al mercato delle golosità.................................................................................................................... 50 Nunzio Pacella | Acquasale, pancotto e “pane nfùsse”..................................................................................... 52

RITA de BERNART Coltiva la passione per scrittura e giornalismo

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ENRICO TRICARICO Pianista, compositore e direttore d’orchestra


Panorama I CLIK di Roberto Perrella. .......................................................................................................................................................... 53 La musa | Antonella Manca | Il mare nella poesia di Vittorio Bodini........................................ 54 IL FILATELICO | Campionati mondiali di vela 1965....................................................................................... 56 IL CAVALLETTO | La sirena di Vito Russo.................................................................................................................. 56 MUSICHE DAL MEDITERRANEO | Enrico Tricarico | Cantu in Paghjella.......................... 57 CAPITANI DI MARE | Augusto Benemeglio | Ruggiero di Lauria.................................................. 58 IL NUMISMATICO | I tetradrammi delle colonie greche......................................................................... 59 L'avvocato | Rodolfo Barsi | Il regime giuridico dell’alto mare. ............................................... 60 IL TAGLIACARTE | “Come è profondo il mare” di Nicolò Carnimeo......................................... 61 MOUSE | www.amareilmare.it..................................................................................................................................................... 61

VELE & SCIE Antonio Rima | Campionato Mondiale “Formula Windsurfing”.......................................................... 62 Valeria Congedo | Due salentini sul gradino più alto del podio........................................................... 63 Pasquale Marzotta | Il gabbiere sul... pennone più alto................................................................................. 64

AUGUSTO BENEMEGLIO Scrittore e poeta, ufficiale emerito del Corpo della capitanerie di porto

RODOLFO BARSI Avvocato esperto in diritto demaniale

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VALERIA CONGEDO Appassionata di mare e presidente Wave Trotter

PASQUALE MARZOTTA Giornalista appassionato di sport


NEWS

Il robot per la pulizia delle spiagge Made in Salento

UN GIOIELLO CHIAMATO “SOLARINO” di Rita de Bernart Mettici entusiasmo, gioventù, voglia di emergere, passione per la robotica e quell’amore per il mare che contraddistingue i salentini e la ricetta è un successo sicuro.

Il risultato è Solarino, prodotto dalla DronyX Srl di San Cassiano, il primo robot al mondo alimentato ad energia solare, addetto alla pulizia delle spiagge. L’innovativa idea nasce quando Alessandro Deodati, uno dei soci, appassionato di robotica, presenta un lavoro di tesi sperimentale dal titolo “Studio di un sistema robotizzato per la vagliatura dei terreni a grana fine” che, dopo aver accolto consensi e apprezzamenti in sede di commissione di laurea, continua ad appassionare il suo inventore. Quattro anni fa poi nasce DronyX, società fondata da Alessandro Deodati, Giuseppe Vendramin, Emiliano Petrachi e Rocco Galati e, grazie al lavoro in team

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dei quattro giovani ingegneri, l’ambizioso progetto prende forma e sostanza sino a trasformarsi da un prototipo ad un robot funzionale vero e proprio dal nome “Solarino”. Nel 2011 il gruppo si presenta ad Ecomondo per valutare l’attrattività della propria idea, scoprendo con grande meraviglia di incuriosire e suscitare un interesse positivo in molti visitatori. In quella sede vince il “Premio Innovazione 2011”. Intanto continuano la sperimentazione e il perfezionamento del robot “Solarino”, con un impegno che suggerisce agli ideatori di confrontarsi con i concorrenti e con i gestori degli stabilimenti balneari. Confronto dal quale nascono nuove idee che permettono di migliorare la funzionalità del robot e di renderlo più rispondente alle esigenze dei potenziali clienti. La consacrazione avviene lo scorso febbraio con la partecipazione a “Balnearia”, il 15° Salone professionale delle attrezzature balneari, outdoor design e benessere. “I pezzi in produzione sono già venti - raccontano gli ideatori - e ci auguriamo che siano solo i primi di una lunga serie”. Solarino presenta diversi vantaggi rispetto alle comuni macchine pulisci spiaggia. “Un problema fastidioso riscontrabile nelle macchine comunemente usate finora - spiegano i papà di Solarino - si presenta nelle operazioni di sterzata: l’operatore è costretto a sollevare manualmente la macchina mentre compie la manovra, per evitare di imbarcare troppa sabbia. Abbiamo ovviato a quest’inconveniente, dando la possibilità di impostare Solarino per sollevare automaticamente l’unità lavorante e, quindi, il vagliatore meccanico, ogni volta che si rileva un comando di sterzata”. Innovazioni anche per lo scarico del materiale: una volta raccolto, è sufficiente posizionare il robot vicino al luogo stabilito e azionare il sistema di svuotamento automatico. Completamente a trazione elettrica, alimentato con batterie al gel isolate ermeticamente e con l’energia solare, Solarino pesa 500 chilogrammi ed ha una capacità massima di trazione sino a 350 chilogrammi, si muove a controllo wireless radio remoto ed è sicuro, perché in caso di avvicinamento a persone o cose, i motori si bloccano automaticamente. Preciso, robusto, veloce, comodo e soprattutto a basso impatto ambientale. Un gioiello made in Salento per il quale c’è da aspettarsi un futuro ricco di sorprese e che si appresta a conquistare le località balneari più blasonate per la pulizia di spiagge private e libere.


NEWS

LA CERIMONIA D’INSEDIAMENTO DEL NUOVO CAPO DEL COMPARTIMENTO MARITTIMO DI GALLIPOLI Da oggi, il capitano di fregata Attilio Maria Daconto è il comandante della capitaneria di porto e capo del compartimento marittimo di Gallipoli. È subentrato al collega Giacomo Cirillo, che, dopo circa un triennio di permanenza nel Salento, è stato destinato a La Spezia in qualità di comandante in seconda di quella Capitaneria. Le foto che seguono si riferiscono alla cerimonia di “riconoscimento” del nuovo comandante, semplice ma protocollare, cui ha presenziato il direttore marittimo della Puglia e Basilicata jonica, contrammiraglio Giovanni de Tullio. Proprio dalla direzione marittima barese proviene il capitano di fregata Daconto, che in precedenza ha guidato l’Ufficio circondariale marittimo di Vasto, ha ricoperto importanti incarichi presso il Corpo delle capitanerie di porto ed è stato “aiutante di bandiera” del ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Servizio fotografico sul sito www.pugliaemare.com

Ship Control, centro distribuzione e servizi di accessori tecnici di altissima qualità per la nautica di diporto, dal 2010 punto di riferimento per operatori, marina e armatori, per la stagione nautica 2014 rafforza la propria offerta di prodotti e servizi integrati di qualità. La collaborazione con una rete di fornitori qualificati e accuratamente selezionati è stata estesa e completata, in modo da poter soddisfare in tempo reale qualsiasi esigenza di subfornitura nautica a prezzi estremamente vantaggiosi.

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La manifestazione organizzata dal Circolo della Vela di Brindisi, in programma dall’11 al 14 giugno 2014

LA BRINDISI - CORFU' RICOMINCIA DA TRE La 28° edizione della regata internazionale BrindisiCorfù si propone agli appassionati velisti con un programma che concilia tradizione e novità. Tradizionale è il percorso di 104 miglia tra l’imboccatura esterna del porto di Brindisi e Kassiopi. La prima novità è la partecipazione alla regata delle barche d’epoca, che a Kerkyra potranno radunarsi con omologhi natanti ellenici.La seconda e fondamentale novità è un percorso differenziato e più lungo di 24 miglia per i maxi-yacht. Dovranno infatti fare rotta sul porto di Tricase e doppiare la boa posizionata all’esterno del porto, prima di fare rotta su Corfù; il che significa che dovranno costeggiare l’intero Salento.

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SPORTA

La suggestione del corallo ha colpito ancora. Questa volta, non è riuscito a sottrarsi Antonio Campeggio: il corallo bianco che cresce nella profondità dei mari pugliesi, dopo avere letto il fascicolo dello scorso dicembre di questa rivista, gli ha ispirato una torta. Così, al tradizionale connubio tra sapori di terra e di mare, ha aggiunto la novità di quello che si può considerare un matrimonio tra il dolce e il mare. Di seguito ne è riprodotta l’immagine; per fragranze e sapori…il maestro vi attende a Parabita e Gallipoli.

SALENTO: I GUSTOSI SNACK di ANTONIO CAMPEGGIO

La passione PER IL DOLCE E PER IL SALATO di Nunzio Pacella

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a storia di Antonio Campeggio della pasticceria “Arte Bianca” di Parabita e de “Il pasticciottino” di Gallipoli, è il racconto della passione di un giovane ventenne che mosso dall’amore dell’arte dolciaria, sin dal 1992 si è saputo mettere in gioco per realizzare il sogno di diventare maestro pasticciere di rinomata fama. Ci è riuscito grazie al suo estro, ad un indiscutibile talento e alla sua caparbietà. Questi sono gli ingredienti della sua storia di successo che lo hanno portato nel 2007, unico salentino, ad essere selezionato tra i cinquanta pasticceri associati all’Accademia Maestri Pasticcieri Italiani (AMPI) che rappresenta la sintesi massima della professionalità nell’ambito della pasticceria nazionale di livello superiore. Arte Bianca a Parabita è una realtà imprenditoriale che si distingue per professionalità e servizi offerti con particolare attenzione alle materie prime utilizzate e ai metodi di produzione, premiata con riconoscimenti di alto valore.

È del 2012 il primo riconoscimento del Gambero Rosso che la segnala quale prima pasticceria in Puglia. A seguire un gran numero di recensioni della stampa specializzata, nazionale ed internazionale, ed eventi di alto valore culturale. Nel 2013 il maestro pasticcere fonda Arte Bianca Academy School, una scuola di formazione totalmente votata al “mangiar bene, mangiar sano” che prevede un ricco calendario di corsi con l’intento di avvicinare appassionati e amanti all’ arte pasticcera. Arte Bianca conquista il mercato del “dolce” con il tipico pasticciotto di pasta frolla con un ripieno di crema pasticcera e con il pasticciotto nella versione “moro”. Ottimi anche dolcetti, agnelli e tronchetti in pasta di mandorla, ma anche il vasto assortimento di mignon e mousse, panettoni e colombe pasquali. Autentiche delizie sono i cioccolatini, squisitezze da provare e da gustare. Il “piatto” forte di Campeggio sono le torte tradizionali,

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moderne e creative come quella realizzata per Puglia&Mare di corallo bianco dei fondali di Gallipoli. Già, la Città Bella, è l’altra passione di Campeggio. Qui, nei primi giorni d’agosto del 2013 apre a palazzo Angelelli, dimora storica di fine ‘800, “Il Pasticciottino”ovvero la boutique del pasticciotto dolce e salato rivisitato dal maestro Campeggio. Una perfetta sintesi tra eccellenza gastronomica, dolciaria e artigianalità, che ha portato alla creazione del

PASTICCIOTTINO DAL CUORE SALATO. UNO SNACK DELIZIOSO PER IL PALATO, TRA CUI SPICCA, PER BONTÀ, QUELLO CON I GAMBERETTI ROSSI GALLIPOLINI. Da provare anche il pasticciotto vegano e quello senza glutine, espressione dell’attenzione del Campeggio verso quella filosofia di vita basata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali per alimentazione, abbigliamento, spettacolo e ogni altro scopo.


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“Di un purpureo color melanzana pregno di materia e pigmento. Concentrato e luminoso. Di grande consistenza. Frutti rossi, mora, ciliegia, e bacche nereggianti alla ribalta olfattiva sono seguiti da un variegato campionario di erbe aromatiche a caratterizzare una grande complessità olfattiva. Palato progressivo e vigoroso, dolcezza sontuosa, masticabile, ricco e concentrato, dotato di bella persistenza e con finale di frutti di bosco. Autorevole, di gran pregio”

I SOMMELIER PREMIANO IL “TAFURI” DELLA CANTINA COPPOLA

Con la motivazione sopra riportata, il “Tafuri Passito” 2012 della Cantina Coppola si è aggiudicato il Premio Dolce Puglia 2013, nell’ambito della rassegna di vino dolci pugliesi e della pasticceria, cioccolateria e casearia regionali, tenutasi a Gioia del Colle. Un ulteriore riconoscimento per questo particolarissimo vino passito da uve Primitivo e Negroamaro (rispettivamente 70 per cento e 30 per cento il blend), del quale Luca Maroni su “Annuario dei migliori vini d’Italia” 2014, ha scritto: “È la dolcezza senza macchia e tutta polpa della sua balsamica, mentosa composta di prugne e spezie del rovere, che così carezzando fa il vino... di eccellente fittezza estrattiva, di gran potenza glicerinosa, di grande balsamicità profumosa, che ha ancor però linfa del suo primo frutto nativo. L’aroma è intensamente splendente e il vigore consente alla sua massa tanta maestosa di porgersi ancor turgidamente fragrante. Viticoltura ed enologia virtuose per un effondersi tanto vividamente pastoso”.

Appuntamenti Gastronomici SLOW FISH A GENOVA Buono, pulito e giusto: così deve essere il pesce! Parola di Slow Fish che, dal 9 al 12 maggio, si svolgerà nel quartiere fieristico situato nell’ambito del porto antico di Genova. In programma, convegni per parlare di sostenibilità e consumo responsabile, ma anche laboratori di show-cooking animati da chef della grande gastronomia italiana e internazionale e soprattutto degustazioni accompagnate dai vini di Slow Wine SAGRA DEL PESCE A CAMOGLI Ha abbondantemente superato il mezzo secolo di vita, questa sagra di cui è peculiare la grande padella in cui viene fritto e distribuito pesce in quantità industriale, atteso che la manifestazione, quest’anno in programma l’11 maggio, richiamerà al porticciolo di Camogli visitatori anche stranieri CIBARTI EXPO A LECCE Fiera nazionale dell’artigianato artistico e agroalimentare: è l’iniziativa promossa da Confartigianato Imprese di Lecce. Cibarsi di sapori, ma anche di emozioni, tradizioni, saperi e così via, è il motivo dell’appuntamento che si rinnova in piazza Sant’Oronzo dal 30 maggio al 2 giugno

VINI NEL MONDO A SPOLETO Si chiama così l’evento che per tre giorni trasforma la città umbra nella capitale del vino. La data scelta è, come al solito, il “ponte” della festa della Repubblica: dal 31 maggio al 2 giugno. Come al solito, ma, promettono gli organizzatori, con molte novità tutte da scoprire NEGROAMARO WINE FESTIVAL A BRINDISI - Enogastronomia, degustazione ed eventi: è la sorta di sottotitolo dell’ormai nota e apprezzata manifestazione gastronomica, vero grande evento di Puglia, in programma dal 6 al 10 giugno, dalle Colonne Romane a Piazza Mercato. La manifestazione, dedicata ad uno dei più noti vitigni, non dimentica un’altra specialità pugliese, grazie all’Apulia Oil Festival

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...e dal 19 al 21 luglio torna A GALLIPOLI “STRADE GOLOSE” La manifestazione biennale è atteso punto di riferimento di commercianti e di produttori enologici, caseari, oleari, dolciari e di prodotti da forno, ma anche di estimatori del buon bere e del buon cibarsi, interessati alla “cultura della gastronomia”. Sul corso Roma, con “contorno” di incontri culturali a tema.


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AL MERCATO DELLE GOLOSITÀ CON...

La Sporta testo e foto Nunzio Pacella

La Sporta è il viaggio tra sapori, colori e profumi di Puglia alla scoperta dei prodotti di terra e mare della più autentica tradizione culinaria dei territori pugliesi dove si riscoprono i saperi delle massaie che fanno la spesa, ancora, con la sporta piena di verdure dell’orto, frutta di stagione e pesce appena pescato.

Nel Salento, a Taviano, la deliziosa locanda A Casa tu Martinu, della famiglia Portaccio, segnalata da “Osterie d’Italia”, Gambero Rosso e dalle guide gastronomiche Michelin e “Il Mangiarozzo”, ha una storia a dir poco singolare dove convivono le cospirazioni, raccontate in un interessante documento che accompagna il menù del giorno, e le prelibatezze tutte da scoprire a tavola, dello chef Domenico Ferrarese che insieme a Vincenzo Portaccio sono molto accorti nella selezione e acquisto di prodotti locali e genuini.

I nostri piatti

ANTIPASTO DI INSALATA DI VERZA ROSSA E PINOLI

GNOCCHI DI PATATA AL DATTERINO E TOCCHETTI DI PRIMO SALE

La verza rossa, composta nel piatto con pinoli e qualche fogliolina di menta, è servita con verdure fresche dell’orto grigliate come zucchine, melanzane e peperoni d’Asti

Gli gnocchi di patata novella di Galatina Dop, farina di grano tenero e uova, saltati con pomodorino datterino, sono serviti con tocchetti di primo sale e basilico fresco

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A CASA TU MARTINU, realizzata sull’antica Strada Toledo ai primi del ‘600 dal marchese de Franchis, ha alle spalle una storia che si innesta nel Risorgimento salentino, ovvero quel movimento culturale, politico e sociale che promosse l’Unità d’Italia, ispirato da ideali romantici, nazionalisti e patriottici, nato all’indomani della caduta dell’Impero Napoleonico e della celebrazione del Congresso di Vienna del 1815. A coltivare a Taviano gli interessi del movimento risorgimentale fu Aureliano de Mitry, medico e patriota, sposato, nel 1829 a Maria Concetta Illispagher da cui nasce Rosato, padre di Martino. Prima ancora che la storica casa diventasse con Aureliano covo di liberali e ritrovo di cospiratori, già al tempo della Carboneria di Giuseppe Mazzini, i suoceri di Aureliano, il notaio Romualdo Illispagher con la moglie Donata Muia di Parabita, si distinsero per una non comune effervescenza patriottica. Le vicende della famiglia De Mitry e Illispagher, vedono come ultimo erede il nipote di Aureliano, Martino Senofonte De Mitry, ultimo dei cinque figli di Rosato e Lucia Cafiero. Da qui A Casa tu Martinu, passata ai Portaccio, dove continua la tradizione della buona cucina di donna Donata, “giardiniera” della locale Carboneria e, più tardi, anche di Maria Concetta, nonna di Martino.

SPAGHETTONI IN CAMICIA DI MELANZANE A Casa tu Martinu dall’antipasto al dessert tutto è naturale, semplice e genuino. I piatti sono realizzati con prodotti locali, freschi e di prima scelta, preparati secondo le più antiche ricette della tradizione popolare e contadina dallo chef Domenico Ferrarese, aiutato in cucina da Giorgina Rizzo. I prodotti di stagione, freschi raccolti nell’orto o acquistati dal contadino dietro l’angolo di casa, fanno la differenza A Casa tu Martinu. Accade così che una melanzana diventa prezioso scrigno per conservare la bontà di un pugno di gustosi spaghettoni, impastati con vino Primitivo e menta, sbollentati, saltati in padella con una dadonata di pomodoro datterino e melanzana e impiattati incappucciati da sottili fettine di melanzana fritte.

FILETTO DI MANZO AL NEGRAMARO

PASTIERA DI RICOTTA E CANDITI D’AGRUMI

Il filetto, fiammeggiato al vino Negramaro di masseria Pizzo, è presentato con contorno di patate al rosmarino e nido di biete decorato con un pomodorino fritto

La pastiera di ricotta di giornata di pecora e canditi d’agrumi dal cedro all’arancia e alla ciliegia, è presentata spolverata con zucchero filato e polvere di cioccolato

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Gargano: la cucina dei santi

ACQUASALE, PANCOTTO E “PANE NFÙSSE” Influenze marinare nella cucina del promontorio L’acquasale di tradizione marinara conquista, in primavera, con l’aggiunta delle erbe selvatiche ma anche con quelle dell’orto, l’entroterra garganico ed in particolare la “Via dei Santi”, come dire san Michele a Monte Sant’Angelo, san Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, san Marco e san Matteo a San Marco in Lamis. L’acquasale, facile e veloce da preparare, è il piatto povero dai colori dell’estate e dai sapori del mare che i pescatori garganici preparano con pane raffermo bagnato a volte anche in acqua di mare oppure intinto in un brodo freddo di pesci o molluschi, condito con abbondanti pomodori, sale, olio ed origano. Nell’acquasale il pane non è cotto a differenza del pancotto “all’uso di San Giovanni Rotondo” dove invece il pane, sempre raffermo, è cotto

di Nunzio Pacella

in un brodo a base d’acqua con erbe aromatiche, lardo, cotenne e uova. Tra i due piatti, c’è un terzo incomodo: il “pane nfùsse” cioè fette di pane raffermo disposte sul fondo di un grande piatto di terracotta smaltato e bagnate con una zuppa vegetale o animale calda e molto liquida. Non è facile raccontare gli ingredienti di questi tre piatti. Meglio accontentarsi del detto: “Quédde ca mitte, truve!” (Quello che metti trovi!). È singolare che a San Giovanni Rotondo, all’ombra di san Pio, la sessantenne Antonietta Pompilio, chef dell’Hotel Corona, premio “Oscar della Qualità di Capitanata 2014” consegnatole dal maestro Gianfranco Vissani, chef di fama internazionale, ha reinterpretato in maniera gustosa questi piatti della tradizione culinaria garganica consumati da pescatori, conta-

dini ma anche dai mandriani della transumanza. Il punto di forza della cuoca del Corona è il suo contadino, il marito sessantunenne Michele Dragano che raccoglie le erbe selvatiche della macchia mediterranea e coltiva la misticanza di verdure dell’orto, la figlia Thea che insieme al secondo chef Michele Placentino collaborano in cucina ed i figli Costanzo ed Antonio. Ebbene, la profumatissima acquasale di Antonietta è di una bontà e leggerezza unica: “Acquasale al profumo di sponsale con uovo in camicia”. Un piatto semplice da preparate dove a farla da padrone è lo sponsale, termine dialettale pugliese che indica la cipolla porraia, bulbo di cipolla giovane dal sapore spiccatamente dolce. Dopo una lunga cottura dello sponsale in acqua si immergono una o più uova e si serve bagnando una fetta di pane raffermo incappellata dall’uovo in camicia. In linea con la tradizione è un altro piatto di mamma Antonietta: “Cardicelli con uova e maialino in brodetto”, dove i cardi, in dialetto pugliese cardicelli, raccolti da papà Michele, puliti, “sfilettati”, lessati con uova e involtini di maialetto con dentro sempre pane duro, sono veramente un “piatto d’autore” di gran gusto. Ma questo è appena il prologo di una storia d’amore in cucina tra la cuoca e il contadino, benedetta dai Santi garganici. Tantissimi, infatti, sono i piatti di Antonietta.

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I CLIK di Roberto Perrella

Hippocampus dorato

Scogliera dell’Elba

Nuvole e sabbia


PANORAMA

LA MUSA

IL MARE NELLA POESIA DI VITTORIO BODINI di Antonella Manca L’acqua e lo spazio, l’acqua e il tempo, l’acqua e l’arsura: sono archetipi culturali, idee primarie presenti nella letteratura di ogni tempo. Nella poesia del Novecento, in particolare, le figurazioni dell’elemento liquido costituiscono una vasta e complessa simbologia, nella quale le metafore legate all’acqua assumono valenze diverse. Nelle liriche di Saba, Ungaretti, Palazzeschi, Montale, le immagini dell’immersione o del rifiuto dell’immersione, del viaggio per acqua, del porto e del naufragio rappresentano spesso il correlativo oggettivo del mondo interiore più profondo e mitico del poeta, vero e proprio specchio in cui l’io lirico scorge il suo riflesso. Un poeta come Vittorio Bodini, eclettico e raffinato interprete salentino della cultura europea del Novecento - di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita,- non poteva rinunciare alla presenza del mare e degli animali acquatici nelle sue poesie. Ecco come prende forma, in una rappresentazione quasi scultorea, la sofferenza intellettuale dell’io poetante, il suo senso di precarietà e di ennui dinanzi alla realtà soffocante e inerte del Sud da lui rappresentato: Come un polpo sbattuto ancor vivo contro lo scoglio si arricciavano i miei pensieri a Bari fra le barche verdi e gli inviti favolosi dei venditori di quella iridescente pena; ma io non avevo che una moneta d’impazienza e di notte, una moneta nera dei paesi dell’interno, che soffoca le case fra orizzonti di corda su cui oscilla la tarantola &endash; un’altra pena-; e tu un’altra, quando dicesti: la pietà è più forte dell’amore. Più rapida è volata che il mio odio la mano sulla tua guancia.

1953, fiera del vino - Lecce

Alla forza e finanche alla violenza rappresentate dall’immagine dell’animale marino ancora vivo sbattuto contro lo scoglio, simbolo di un’energia vitale che sembra provenire direttamente dal fondale del mare, si contrappone l’immagine statica di un universo privo di nerbo: è il mondo soffocante della provincia salentina, immobile nei ristretti orizzonti delle sue tradizioni e credenze. La tarantola diventa qui l’emblema della morte, suggerendo un’opposizione simbolica giocata sul filo delle opposizioni cromatiche: il nero del ragno contrapposto al verde delle barche dei pescatori. Il polpo sbattuto rappresenta allegoricamente l’anima del poeta, simbolo di una speranza che s’infrange e si ritrae, come i tentacoli del polpo. Il polpo diventa così l’emblema della tensione dell’io verso una vita più piena e autentica. E tuttavia il poeta non ha scampo, la sua moneta nera non può comprare la felicità né una vita diversa. La sua condizione di uomo è verghianamente segnata dall’incapacità di liberarsi dalla chiusura caratteristica della cultura dei paesi dell’entroterra a cui si contrappone l’apertura dell’orizzonte marino, l’anelito ad una vita nuova. L’uomo e l’artista lacerati dall’onnipresente contrasto fra l’aspirazione all’affrancamento dagli schemi e dalle convenzioni e la consapevolezza sofferta dell’impossibilità del suo raggiungimento. Così il richiamo del mare e le sue promesse di vita nuova sono soltanto un’illusione, un canto delle sirene, come le voci dei favolosi venditori che non hanno altro da offrire se non una parvenza di libertà, una creatura bella, iridescente, ma esanime. Stessa immagine di vitalità e di pienezza legate al mare in Xanti-Yaca:

(Come un polpo sbattuto)

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PANORAMA

Così mi disorienti Se ti guardo vivere: io vedo tutte le insidie e tu sei un grande pesce senza testa, disordinato e prode, che smuove più acqua del necessario. Ed è quando mi dici disperata “Vorrei già avere trent’anni”.

Solo quando tu entrasti La barca fu piena, e il barcaiolo coi buchi nella maglietta fece sparire la nazionale che gli diedi perché remasse di spalla. Così il mare quel giorno Poté maturare ricordi per dopo. Qui il mare appare come specchio della “sete di verità” del poeta e come ricettacolo delle aspirazioni più profonde, anche di quelle rivissute e rigenerate attraverso il ricordo. L’elemento liquido è legato all’istituzione di un luogo e di un tempo “altri” rispetto a quelli comuni, ad uno “spazio della memoria”, che appare come uno “spazio sacro” in opposizione al triste viaggio per terra così rappresentato:

Stessa forza e vigore trasmettono le metafore degli animali marini e del pirata in Autunno, pescatore di aragoste, dove i simboli legati al mare suggeriscono intense immagini cromatiche, azioni di depredazione, contrapposte alla “stanchezza” dei movimenti sulla terra: Autunno, pescatore d’aragoste, ex pirata, la cui stanchezza dà epidermidi umane alle maniglie dei tram, guarda con occhi d’anice la pianura industriale fra i bulloni schiodati e i ceri del primo amore.

Uno l’ho visto io Camminare col capo in giù Sul soffitto, altri bevevano a un pozzo di scorpioni e di serpi, non senza gridi, nel viola acido e sporco d’una cappella, mentre fuori era il chiaro giorno steso coi piedi avanti come il Cristo del Mantegna.

Nella sua rappresentazione di un Sud mitico ancestrale e, nel contempo, limitante e castrante, Bodini ricorre spesso alla simbologia del mare per rendere la contraddizione inquieta tra l’attrazione e il rifiuto della propria terra, tra il desiderio di un luogo edenico qual è la penisola salentina sospesa tra le azzurre infinità dell’Adriatico e i colori intensi e mutevoli dello Ionio e la ripugnanza per il “provincialismo” della società piccolo borghese con i suoi limiti culturali e con il suo conformismo. E in questa sofferta alternanza di forze interiori, il mare rappresenta un elemento positivo, un elemento primigenio di vitalità, di libertà e di ribellione, che gli lascia presagire la possibilità di una rinascita spirituale oltre il vuoto delle convenzioni sociali.

L’energia rivitalizzante del mare ritorna nell’ultima strofa, dove l’immagine del “pesce senza testa” condensa, in un’istantanea forte e suggestiva, un movimento sì convulso ed eccessivo, ma energico e ribelle: Le foto pubblicate sono state cortesemente fornite dal Centro Studi Bodini (www.vittoriobodini.it)

1967 - Bodini, Alberti, Gatto a Roma - Foto di A. Di Bella

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PANORAMA

IL FILATELICO

IL CAVALLETTO

CAMPIONATI MONDIALI DI VELA 1965

LA “SIRENA” DI VITO RUSSO

Nel 1965 la Federazione internazionale della vela assegnò

Esaltare la bellezza con

all’Italia l’organizzazione di ben 3 campionati del mondo:

la semplicità delle forme

Flying Dutchman ad Alassio, m. 5.5–S-I. e Lightning, ambedue a

e l’armonia delle linee.

Napoli. L’evento ben meritava la celebrazione di un’emissione

Potrebbe essere questa la

filatelica che dedicò un francobollo a ciascuna delle tre Classi

“filosofia” di Vito Russo,

di regata, secondo un’impostazione che il bozzettista Corrado

scultore e pittore di Salve,

Mncioli scelse simile, proponendo due vele in ciascuno, di cui

che trova compiuta manife-

è peculiare la presenza di una rosa dei venti, ma con le usuali

stazione in ogni sua opera

differenze cromatiche e di valore. In costanza di dimensioni –

e che può ben essere con-

carta con filigrana stellata di mm. 30x40, dentellatura 14 – la

densata nella “Sirena”.

vignetta del Campionato 5.5 - S.I. poggia sul lato corto, a dif-

Merita intanto un accenno anche la scelta del

ferenza delle altre due. Comuni anche le scritte: “Poste Italia-

materiale, perché il Nostro non frequenta solo

ne”, “Campionato velico mondiale”, 1965 e la località, oltre alla

marmo e bronzo, ma anche ulivo, terracotta e

classe di regata, con caratteri più piccoli. I colori, infine: rosso

pietra donata dal Salento.

e nero quello di Lire 30 (tirato in 10 milioni di esemplari), az-

Nel caso di specie, l’utilizzo di calcite e pietra

zurro e nero quello di Lire 70 (6 milioni) e celeste e nero quello

di Pescoluse riconduce davvero questa sua “Si-

di Lire 500 (e milioni e mezzo). Rubrica a cura del Club culturale filatelico

rena” sulla riva del mare (Copenaghen è vici-

numismatico di Racale

na e lontana insieme), in un’esaltazione della plasticità essenziale, della forma sintetica, della raffinatezza espressiva, della significante levigatezza, della linea sinuosa come onda marina. E la vita viene dal mare.

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PANORAMA

MUSICHE DAL MEDITERRRANEO

CANTU IN PAGHJELLA,

una secolare tradizione orale della Corsica di Enrico Tricarico I canti tradizionali corsi, vicini alle melopee arabe ed al canto gregoriano, erano un tempo spesso improvvisati e riflettono le lotte del passato e la profondità dei sentimenti. Ogni tappa della vita era segnata da canti tipici, a partire dall’infanzia con le ninnananne (nanne), per poi arrivare a ronde e serenate (serinati), ai canti di lavoro ed a quelli satirici, alle nenie cantate in occasione di un decesso (lamenti), ai canti mortuari e di vendetta (voceri). La polifonia corsa privilegia spesso la paghjella, canto laico a tre voci maschili a cappella composta da sei a otto sillabe. Questa canto ha grande importanza nella tradizione locale, sia perché espressione artistica di matrice originale e autoctona, sia perché espressione sociale del mondo agro-pastorale, strato sociale fortemente caratterizzante l’isola. Questa forma di espressione orale, spesso dal carattere ludico o liberatorio (da angosce e passioni), viene improvvisato durante un pasto o una riunione ed in occasione di fiere, per sottolineare il piacere di ritrovarsi. I tre cantori di paghjella hanno ognuno un ruolo predefinito: u bassu (che rappresenta la forza) è colui che ha la voce più profonda; a seconda (che rappresenta la saggezza) è il cantante della polifonia ed è colui che comincia la canzone; a terza (che rappresenta la bellezza) è il cantante con la voce più acuta, egli apporta ricchi ornamenti (chiamati ribuccati) che impreziosiscono il brano. Le notizie sulle origini delle paghjelle sono troppo vaghe per permettere una precisa datazione: alcune testimonianze, tuttavia, provano l’esistenza di questi canti corali già all’epoca pre-cristiana. Si ritiene inoltre questi canti siano nati come l’imitazione delle voci della natura: u bassu imiterebbe il muggito del bue, a seconda il belato della pecora o il sibilo del vento, mentre il solista, a terza, impersonifica l’uomo stesso, colui che è riuscito a dominare la natura. Nel 2009 il Cantu in Paghjella è stato proclamato Patrimonio orale e immateriale dell’umanità dall’UNESCO. Idioma celto-ligure, il corso si è lentamente latinizzato fino a subire, a partire dal IX sec., una forte influenza toscana. La sintassi del corso è molto simile a quella del toscano medievale e questo permette di considerare questa lingua come il riflesso di quella dell’epoca di Dante. La lingua presenta alcune differenze a seconda della zona

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PAGHJELLA, TANTI SUSPIRI Tanti suspiri ch’o mandu, manc’unu face ritornu. Soca i ti teni tutti, per cunsulà ti u ghjornu. Manda ne anc’unu à mè, di core lu mio culombu.

in cui è parlata: simile al toscano, l’idioma del nord-est è il più musicale, mentre quello parlato nel sud-ovest dell’isola possiede una maggiore originalità di vocabolario e di pronuncia. L’influenza del francese si manifesta intorno al 1840 e aumenta con la scolarizzazione obbligatoria e sistematica dei paesi alla fine del secolo. Passeggiando nei borghi della Corsica, oggi chiamata l’Île de beauté, ovvero l’isola della bellezza, si possono leggere sulle indicazioni il nome delle località in lingua corsa ed ascoltare la musicalità di questa lingua così vicina ad altre lingue latine e in particolare all’italiano, terra, l’Italia, con la quale la Corsica è stata legata profondamente per storia, cultura e civiltà.


PANORAMA

CAPITANI DI MARE

RUGGIERO DI LAURIA di Augusto Benemeglio Fin da quando mi arruolai in Marina, più di cinquant’anni fa, s’impose ai miei occhi l’immagine dell’Ammiraglio Ruggiero di Lauria, visto in una disegno pubblicato sul “Notiziario”. Su uno sfondo di morti, di sangue e di bandiere angioine, aragonesi e catalane, ecco Ruggiero, giovane, bello, col viso scoperto, su cui passa tutto il vento azzurro del mediterraneo. Eccolo come il tuono che percorre la pianura liquida, e nasconde il cielo ai gabbiani, eccolo che fa sventolare il suo alto pennacchio come un’ultima luce, rivestito interamente di un’armatura d’oro, con la spada che è il prolungamento del braccio, e il grande scudo rosso che fiammeggia sull’albero di croce, con il drago e le sue insegne tricolori; eccolo, Ruggiero, ritto sulla sua nave, che arde senza bruciarsi, pronto per la suprema sfida all’ammiraglio avversario, il francese Guglielmo Cornut ; tutto ricoperto in un’armatura d’argento, compreso il volto, e una lunga infinita alabarda. Lauria lo ha già sconfitto via mare, a La Valletta, la vittoria è sua nonostante l’inferiorità delle galee e degli armamenti; e sarà decisiva per la guerra del “Vespro”. Ora gli chiede la resa o il combattimento estremo. L’orgoglioso ammiraglio francese accetta la sfida e scaglia la sua alabarda inchiodando il piede di Ruggiero al ponte della nave. Ma il siciliano non si arrende, né arretra di un passo; con un movimento fulmineo si strappa l’alabarda dalle carni e con la spada trafigge a morte l’avversario. È l’8 giugno 1283, e gli equipaggi siculo-aragonesi si riversano sulle navi angioine e ne catturano venti con tutti gli equipaggi. Non faranno prigionieri. Ci saranno migliaia di uomini uccisi in combattimento, o barbaramente abbacinati con specchi ustòri e annegati. In quel disegno di Mario Uggeri sta tutta l’epica delle battaglie navali del tempo, la vita, la morte, il mondo reale, il palpito di gloria e l’urlo bestiale di violenza, il giorno e la notte, la risacca che trasporta i corpi morti, le onde che si fanno lame e rasoi, il riflesso lento della storia coi suoi abissi e i trapezi di paura. Tutto questo fu Ruggiero di Lauria, con la sua prorompente gigantesca personalità di condottiero forte, geniale, valoroso, superbo, ma fu anche uomo sanguinario, avido, insaziabile di successo, gloria, onori e ricchezze. È stato uno dei più grandi “Capitani di mare” della Storia della marineria italiana, uno che precorse i tempi, sia per quanto riguarda il senso strategico e tattico dell’impiego della flotta, che per l’applicazione di una specie di “Intelligence”, come diremmo oggi, ante litteram (inviava il suo grande amico di fiducia Giovanni da Procida

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sul terreno nemico per spiarne le mosse). Dotato di una lucida, fredda e incisiva determinazione, sapeva sfruttare ogni minima debolezza del nemico, e approfittare di ogni fortuita situazione favorevole per ribaltare l’esito di una battaglia navale. Dalla scelta oculata della base operativa all’azione concentrata sul nemico, dalle sorprese improvvise all’impiego perfetto della esplorazione, c’è sempre stata in Lauria una chiarezza tattica e una maturità di pensiero navale che ha fatto scuola ed è entrata di diritto nelle tradizioni più radicate della marineria italiana, anche se lui non fu mai al servizio dell’Italia, che allora non esisteva, frazionata com’era in una miriade di staterelli. Infatti anche oggi la sua fama è molto più vasta in Spagna, dove gli hanno eretto monumenti imponenti a Barcellona e a Terragona, dedicato Università, navi, e perfino battaglioni di paracadutisti con le sue insegne, che in Italia, dove esiste un solo monumento nella sua città natia (?), Lauria, oggi in Basilicata, anche se più di uno storico sostiene


PANORAMA

che sia nato in realtà a Scalea (Calabria). Tutti gli storici e gli scrittori del tempo si sono occupati di questo eccezionale uomo di mare, questo personaggio che spesso fece il bello e cattivo tempo, tenendo in ostaggio e in scacco principi, re, papi e imperatori. Un uomo che influì sulle sorti del regno di Sicilia e sulla Catalogna per quasi un ventennio (dal 1283, quando fu nominato Almirante da Pietro III, a soli 33

anni, fino alla pace di Caltabellotta del 1302 che pose fine alla guerra del Vespro). Poi agì per proprio conto, da vero pirata dei mari, depredando, torturando, uccidendo anche donne e bambini, e accumulando grandi ricchezze, fino alla sua morte, avvenuta il 17 gennaio 1305, in Spagna, dove riposano le sue spoglie sepolte ai piedi della tomba di Pietro d’Aragona. Le imprese di questo barone calabrese che dopo

aver servito Aragonesi, Angioini e lo stesso papa Bonifacio VIII, si fece pirata delirante e crudele come un dio speculativo mascherato di libertà, che gioca senza regole, vengono rievocate in Nova Cronica di Giovanni Villani (XIV secolo), e perfino nel Decamerone di Giovanni Boccaccio. Ma moltissimi altri, nei secoli hanno scritto di lui, compreso il sottoscritto, nel romanzo “ Il Cavaliere Mutilato - La distruzione di Gallipoli ”(1998)

I TETRADRAMMI DELLE COLONIE GRECHE

Un granchio, un polpo, una galea. Sono immagini di monete in uso nelle zone d’influenza dell’antica Grecia, che potevano essere multipli o sottomultipli della dramma, unità monetaria che per altro rappresentava una metà e non un intero (il quale era costituito da una bilancia con i due piatti in equilibrio, lo statere, pari appunto a due dramme). La moneta più diffusa era però il tetadramma, cui si riferiscono le immagini. L’utilizzo di soggetti marinari nella monetazione potrebbe sembrare frequente, ma in realtà le tre monete rappresentano una percentuale minima, rispetto al gran numero di quelle che, nei decenni successivi al 500 a.C., si diffusero nelle zone colonizzate dai greci, Magna Grecia in primis. Le immagini del dritto riportavano, di solito, profili di regnanti e soprattutto di divinità. Il retro, invece, era più legato alla cultura locale: la civetta, animale sacro ad Atena, era frequente sulle monete di Atene (ed è stata ripresa sulla moneta greca di un euro) e poi c’erano altri animali (toro, leone, aquila), bighe, cavalieri, guerrieri. In tale contesto, si ritrovano il toro con volto umano a Gela (immagine androprosopa del fiume Gela), il granchio sul rovescio di una moneta coniata ad Agrigento, un polpo su quella di Siracusa e una galea su quella di Alessandria d’Egitto.

IL NUMISMaTICo

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PANORAMA

l'avvocato

IL REGIME GIURIDICO DELL’ALTO MARE di Rodolfo Barsi

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ella ripartizione dei mari, l’Alto Mare è una categoria residuale, essendo individuata dall’art. 86 della Convenzione di Montego Bay come aree marine non incluse nella zona economica esclusiva, nel mare territoriale o nelle acque interne di uno Stato o nelle acque arcipelagiche. Quindi tutto ciò che non è mare territoriale (entro le 12 miglia dalla costa) o zona economica esclusiva (entro 200 miglia dalla costa), è Alto Mare (o acque internazionali) e non è sottoposto alla sovranità di alcuno Stato. L’Alto Mare è, quindi, una res communis omniun che appartiene a tutti gli Stati, anche a quelli privi di sbocco a mare con piena libertà di navigazione, sorvolo, di posare cavi sottomarini, costruire isole artificiali, di pesca e ricerca scientifica. Questa piena libertà non va intesa, però come assoluta al punto di ritenere che l’Alto Mare sia sottratto al diritto. Anzitutto la coesistenza di una pluralità di libertà costituisce già di per sé un limite.

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Altri limiti di più ampia portata sono l’obbligo dell’uso dell’Alto Mare per fini pacifici, la illegittimità di rivendicazioni di sovranità. Una particolare attenzione la Convenzione riserva alla individuazione delle navi che vi transitano, con l’obbligo a carico delle stesse di battere bandiera di uno Stato alle cui regole e leggi si devono attenere, e nel contempo devono essere affidate a comandanti e equipaggi titolati e che ben conoscano le norme internazionali relative alla salvaguardia della vita umana in mare, alla prevenzione degli abbordi, al controllo dell’inquinamento marino. La sicurezza nella navigazione dell’Alto Mare è assicurata da una convenzione sul regolamento internazionale del 1972 per prevenire gli abbordi in mare, che l’Italia ha reso esecutivo nel 1977. Una particolare disciplina ha l’attività repressiva di attività illecita e reati che prevede, oltre che l’applicazione su ciascuna unità della legislazione di appartenenza, anche il diritto di inseguimento di uno straniero, a condizione che l’inseguimento inizi nelle acque interne o nella zona contigua, e può effettuarsi per tutto l’Alto Mare con l’unico limite dell’ingresso in altre acque territoriali. Queste particolare connotazioni di libertà dell’Alto Mare lo rendono soggetto alla pirateria, per la quale vige un obbligo specifico di repressione secondo cui ogni Stato deve collaborare. Quindi la convenzione si sofferma dapprima sulla definizione di pirateria come ogni azione illecita di violenza o sequestro o ogni atto di rapina commesso a fini privati dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave e rivolti nell’alto Mare contro un’altra nave o contro persone o beni da essi trasportati, in un luogo che si trovi fuori dalla giurisdizione di qualunque Stato. E qui la norma repressiva prevede che nell’Alto Mare ogni Stato può sequestrare una nave pirata o una nave catturata con atti di pirateria e tenuta sotto il controllo dei pirati, può arrestare le persone a bordo e requisirne i beni. Le navi pirata così catturate sono soggette agli organi giurisdizionali dello Stato che ha disposto il sequestro e hanno ogni potere decisorio in merito. Così può concludersi che, muovendo dal concetto di res communis omnium, la Convenzione di Montego Bay ha disposto una serie di limitazioni che non ne fanno più la terra di nessuno ma un bene di cui tutti possono disporre a fini pacifici e in buona fede. Porto di Montego Bay - Wikipedia/Guillaume


PANORAMA

IL TAGLIACARTE Con la forza di un ricatto / l’uomo diventò qualcuno / resuscitò anche i morti / spalancò prigioni…/ Innalzò per un attimo il povero / ad un ruolo difficile da mantenere / poi lo lasciò cadere / a piangere e a urlare / solo in mezzo al mare. / Com’è profondo il mare. Da questi versi della nota canzone del compianto Lucio Dalla, è stato mutuato il titolo del libro

“COME È PROFONDO IL MARE” DI NICOLÒ CARNIMEO Il volume, edito da Chiarelettere (pagine 180, euro 13,60), è un’inchiesta che l’autore, scrittore di mare e docente universitario di diritto della navigazione e dei trasporti dell’Ateneo barese, compie per spiegare, in maniera chiara, inequivocabile e documentata, perché il “nostro” mare, che non è solo il mare nostrum, ma il mare dei bacini e degli oceani, non è tanto “profondo” da potere accogliere tutti i nostri rifiuti. E tanti uomini se ne stanno rendendo conto ed hanno cominciato a contrastare, come possono, il triste fenomeno dell’inquinamento globale del mare. Più che un’inchiesta, è un viaggio inchiesta. Scrivi infatti nella prefazione-testimonianza un altro grande scrittore di

mare, Predrag Matvejevic: “Leggere oggi gli scritti di Nicolò Carnimeo è come viaggiare ancora con lui, confrontarsi con la realtà che ci circonda e con noi stessi”. La copertina del libro, in una sorta di sottotitolo, mette in evidenza alcuni degli argomenti che l’autore racconta, con piglio giornalistico e scrittura affabulatrice, da inviato nei luoghi dove si sta scrivendo una storia che è il contrario della vita nata dal mare. È la storia della plastica, di cui pensiamo di liberarci e che invece ci ritorna sotto forma di milioni di microgranuli indistruttibili, del mercurio che si accumula nei grandi pesci per finire nella catena alimentare dell’uomo, del tritolo e delle scorie radioattive e di tutto ciò che,

inconsapevolmente, sta condizionando le nuove generazioni. In sintesi, la grande contraddizione che vivono milioni di persone: per un paio di mesi amano il mare, e nel resto dell’anno concorrono ad ucciderlo. Ma, infine, gli uomini lo uccideranno, o piuttosto creano solo dei vuoti che il mare stesso occupa per ridisegnarsi una diversa sopravvivenza? Lo uccideranno, o stanno andando incontro ad un harakiri di massa? O meglio, ricordando che ciascuno di noi è parte della comunità che può e deve fare qualcosa: Lo uccideremo, o stiamo andando incontro ad un harakiri di massa? l prossimo 24 maggio, l’associazione “Puglia & Mare” presenterà il volume a Gallipoli. I lettori possono aggiornarsi sul programma accedendo al sito www.pugliaemare.com o al profilo facebook.

MOUSE

www.amareilmare.it

Dedicato agli Amanti del Mare. Recita così una sorta di sottotitolo del sito, di cui la <web content manager>, Luciana Francesca Rebonato, scrive: “Amareilmare.it è viaggio, scoperta, avventura ma soprattutto passione – a volte ossessione? - per il mare, la stessa che consente di levare virtualmente l’ancora e navigare nel web a vele spiegate verso i litorali di tutto il mondo”. Sette le sezioni, in grado di soddisfare le diverse esigenze degli internauti alla ricerca di alcuni dei pressoché infiniti scenari offerti dalle quattro lettere della parola ”mare”: aforismi, poesie d’amare, proverbi, racconti, testi di canzoni, libri e fari. A proposito di tali ultimi, è riportato l’elenco completo dei fari italiani, ma ne è raccontata anche la sintetica storia, che sottolinea come “il fascino magnetico del faro è insito nella sua simbologia, nella sua metafora”.

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VELE & SCIE

Dal 30 giugno al 5 luglio 2014

A GALLIPOLI IL CAMPIONATO MONDIALE DI TAVOLE A VELA FORMULA WINDSURFING di Antonio Rima

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’Istituto Nautico “A. Vespucci” di Gallipoli - Sezione Vela e Sport Acquatici - ha fatto propria la proposta di due esperti velisti salentini di tavole - Formula Windsurfing - Giuseppe Greco e Paolo Perrone (facenti parte degli oltre 800 tesserati dell’Istituto), richiedendo alla Segreteria di classe internazionale IWA e nazionale AICW di svolgere a Gallipoli il Campionato Mondiale e una tappa dell’European Cup della Classe F.W., una specialità già ospitata più volte a Gallipoli. I dirigenti di Classe, valutate tutte le candidature pervenute da varie nazioni, hanno accolto la richiesta italiana, scegliendo questo tratto della costa ionica come sede dell’evento e iscrivendolo nel calendario ufficiale della FIV dal 30 giugno al 5 luglio. Il Comitato organizzatore, con l’Istituto Nautico capofila, dispone di un collaudato staff operativo e si avvale della collaborazione degli altri sodalizi velici del territorio, come il Circolo della Vela, l’Assonautica, la Lega Navale, il C.V. Sirenè di Caroli Hotels; il cui ecoresort sul mare ospiterà la manifestazione.

La stessa, per la rilevanza mondiale che riveste, ha ottenuto il patrocinio della Regione Puglia, della Provincia di Lecce, del Comune di Gallipoli, del Comitato provinciale CONI. Nutrita la schiera dei partner tecnici che affiancheranno il Comitato organizzatore: Agenzia Mediamorfosi - Strategie di comunicazione, ANMI, Circolo nautico Lanternino, Società Nazionale Salvamento, Costa del Sud Diving, Salento in Barca, M.Y. Portolano, associazioni Scuola di Mare, Gallipoli360, Legambiente, Puglia & Mare ed altri. Significative anche le sponsorizzazioni, tra le quali Camer Petroli di Giuseppe Greco, Spinelli Caffè e lo stesso Caroli Hotels. Considerato il periodo di svolgimento con una forte presenza turistica, sono in programma eventi collaterali per dare maggiore visibilità allo spettacolo sportivo e collocarlo al centro dell’attenzione dei media e dei visitatori: un apposito windsurfvillage, nei pressi del porticciolo del Canneto, sarà dedicato alla cerimonia di apertura; si svolgerà una tavola rotonda sul rapporto tra sport nautici, ambiente e sviluppo del territorio;

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è stata richiesta la presenza di una prestigiosa unità della Marina Militare; gli spettatori potranno seguire la competizione anche dal mare per mezzo di imbarcazioni dedicate; collegamenti televisivi e radiofonici in diretta sono previsti a cura dei principali net-work. Il giorno 29 giugno ci sarà un’anteprima dell’evento con una regata promozionale long-distance di omaggio alla Città Bella e alle sue tradizioni popolari, denominata “Trofeo Madonna del Canneto” (la cui antica fiera ricorre proprio il 2 luglio), aperta a tutti i windsurfers, che partirà dallo specchio acqueo antistante l’Ecoresort “Sirené”, raggiungerà la boa collocata davanti alle mura della città-isola e ritornerà verso sud al traguardo, con classifiche differenziate per età e genere. Insomma, un grande sforzo organizzativo da affrontare, ma i dirigenti della Sezione Vela dell’Istituito Nautico sono convinti: il Mondiale sarà un’occasione per confermare la costa ionica del Salento come punto di riferimento ideale per manifestazioni di questo tipo, del tutto compatibili con l’ambiente e con la cultura locale.


VELE & SCIE

Campionato italiano di pesca in apnea a coppie

DUE SALENTINI SUL GRADINO PIÙ ALTO DEL PODIO di Valeria Congedo Luigi Puretti e Mauro Toma, rispettivamente di Uggiano La Chiesa e Maglie, sono i Campioni d’Italia assoluti di pesca in apnea. Hanno trionfato nel Campionato ufficiale federale che si è svolto nelle acque di Taranto, impeccabilmente organizzato dal Club “Barracuda Equipe Sub Taranto” ed in particolare da Stefano Gatti, grazie al quale la Puglia ha potuto vantare nuovamente la presenza di questo rilevantissimo evento. La competizione, davvero avvincente e faticosissima - come abbiamo potuto vedere personalmente avendo potuta seguirne tutte le fasi da vicino grazie alla disponibilità dello skipper Fabio Stigliano ad ospitarci sulla sua barca - ha vantato un vero record di presenze: ben 38 coppie provenienti da tutta Italia. Il giudice Antonio Mancuso ha operato con grandissima professionalità, seguendo con perizia tutte le fasi della competizione, per assicurare che si svolgesse nel completo rispetto delle regole agonistiche e di tutela ambientale. Fra le prede finite nei carnieri, abbiamo notato salpe, saraghi, dentici, murene, orate e corvine. Il premio speciale per il miglior pesce è andato alla coppia Adriano Riccio e Sebastiano Rosalba, che hanno catturato proprio una splendida corvina. All’evento davvero di rilievo, portato avanti dall’equipe composta da Diego Monteleone, Gianluca Stigliano, Marco Sanarica, Fabrizio Greco e Piergiorgio D’Elia, hanno presenziato, oltre le massime cariche federali di settore, anche alcuni atleti della nazionale che ci rappresenteranno nelle prossime competizioni internazionali, quali Christian Mortellaro e Sebastiano Rosalba. La manifestazione ha visto il passaggio del testimone al Lazio, dove si terrà la prossima edizione del campionato federale. Questa, infine, la classifica finale del Campionato italiano: I Luigi Puretti, Mauro Toma; II Giovanni Cogliandro, Massimiliano Barteloni; III Pietro Fascione, Tony Savino.

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VELE & SCIE

In vista dell’AssoCup del 26 aprile

IL GABBIERE SUL... PENNONE PIÙ ALTO a conclusione del campionato invernale di vela 2013-2014

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’è un solo padrone nel campionato invernale salentino di vela “Più Vela per Tutti”. Infatti per il quinto anno consecutivo “Il Gabbiere” è salito sul gradino più alto del podio al termine della kermesse salentina durata sei mesi con ben 10 regate concentrante soprattutto nello specchio d’acqua di Otranto. Rispetto alle scorse edizioni, stavolta il titolo è stato assegnato nelle 25 miglia dell’ultima tappa della “lunga” Otranto-Leuca. “Il Gabbiere” della timoniera Ada Martella si è imposto per pochi punti di differenza nella classifica finale sull’altro J24 “Canari-

no Feroce” del leccese Massimo Ruggero, che ha vantato a bordo Raffaele Gorgoni, ex bronzo nel mondiale Platu 25. Al terzo posto è giunta “Acquaria”, il dufour 38.5 del magliese Massimo Andreano capace di scalzare il il Bavaria 39.5 Red Fox. Anche in questa edizione “Più Vela per tutti” ha registrato la presenza di grandi campioni come Sandro e Paolo Montefusco. La kermesse salentina è promossa dall’Assonautica di Lecce ed una organizzazione che ha registrato l’apporto di Gianni Nistri giudice di gara coadiuvato da Andrea Baldi, Mario Marinazzo padre del Rating Salentino (con cui si è valutata la classifica in compensato), Marco Chiurazzi e Silvia Casavola di “SalentoInVela” e Donato Sansò de “Il Gabbiere” nella doppia veste di organizzatori del campionato e di regatanti. Ecco uno per uno i protagonisti dell’equipaggio vincitore del

di Pasquale Marzotta

j24 “Il Gabbiere”: Maurizio De Carlo (prodiere), Nicola Robaudo alle drizze, Giampiero Tarantino alle scotte, Donato Sansò tattico e Ada Martella al timone. E di seguito la classifica del quinto campionato invernale “Più Vela per Tutti 2013-2014”: 1 “Il Gabbiere” (B), 11 punti; 2 “Canarino Feroce” (B), 13 punti; 3 “Acquaria” (A), 27 punti; 4 “Red Fox” (A), 31 punti; 5 “Camilla” (C), 50 punti. Il prossimo appuntamento di “Più Vela per Tutti” è per il 26 di aprile per l’AssoCup. Si tratta della prima regata interprovinciale per decretare il campione assoluto invernale salentino. A contendersi la Coppa saranno i primi 5 classificati dei campionati invernali di Otranto, Leuca, Gallipoli e Taranto, che disputeranno due bastoni da 5 miglia a Leuca. L’AssoCup, come una vera Coppa dei Campioni, passerà di mano in ogni edizione.

LA RIVISTA “Puglia & MARE” è DISTRIBUITA GRATUITAMENTE PRESSO: • Le principali filiali di Puglia della Banca Popolare Pugliese

• LIBRERIA NOSTOI - Via Cinque, 22 - GALLIPOLI

• Le sedi degli Ordini professionali di:

• LIBRERIA GRAZIA - Via Mariana Albina - ALEZIO

Dottori Commercialisti, Architetti, Avvocati, Ingegneri

• CAROLI HOTELS - GALLIPOLI (Bellavista, Joly Park, Le Sirenè)

• Le sedi Pro Loco delle Città di mare del Salento

S. MARIA di LEUCA (Terminal)

• URP: PROVINCIA DI LECCE,

• CARTOLIBRERIA MERENDA - Piazza Garibaldi, 39 - TUGLIE

COMUNE DI BRINDISI, COMUNE DI OTRANTO

• CANTINA COPPOLA - S.S. 101 - GALLIPOLI

• UFFICIO IAT - Centro Storico - GALLIPOLI

• GALLIPOLI 360 Spazio Turistico - Via XXIV Maggio - GALLIPOLI

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• PALIO CAFÈ - Piazza Castello - TARANTO

Via Augusto Imperatore - LECCE

• EATALY, Librerie Coop - Fiera del Levante - BARI

• HOTEL CORTE DI NETTUNO

• HOTEL CORONA - Via A. Freud - SAN GIOVANNI ROTONDO

Via Madonna del passo - OTRANTO

• RISTORANTE L’ESCA - Largo Carmine, 11 - SAN SEVERO

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VELE & SCIE

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Anno II - Nr. 5 - Marzo 2014  
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