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Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico Moderno Consiglio Nazionale delle Ricerche Napoli Cultura Meridionale Collana di testi della cultura filosofica e scientifica meridionale Direzione scientifica Manuela Sanna Redazione scientifica Silvia Caianiello Rosario Diana Alessia Scognamiglio Comitato scientifico Josep Martinez Bisbal Giuseppe Cacciatore Pierre Girard Matthias Kaufmann Stefano Poggi Manuela Sanna Maurizio Torrini

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a mio figlio Lorenzo


Indice

Alessia Scognamiglio Introduzione

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Nota al testo

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Ferdinando Galiani Socrate immaginario. Commedia per musica 

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Indice dei nomi 

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Introduzione La buona filosofia comincia col dubitare e non finisce mai con l’ostinarsi 

Ferdinando Galiani

1. Una singolare figura di abate «L’abate Galiani, l’uomo più profondo, più acuto e forse più sporco del suo secolo – egli era assai più profondo di Voltaire e quindi anche notevolmente meno loquace»1. Così Friedrich Niet‑ zsche in Al di là del bene e del male delineava un icastico ma quan‑ to mai significativo profilo di Ferdinando Galiani, consegnando agli anni a venire un giudizio particolarmente forte su questa sin‑ golare, eccentrica ed inquieta figura di abate, e nello stesso tempo allontanando tra di loro con uno iato incommensurabile due figli del secolo dei lumi, l’“immorale” Galiani e il “candido” Voltaire. Chi fosse veramente l’abate Galiani è infatti uno degli inter‑ rogativi più frequenti che deve porsi lo studioso che si accinge ad occuparsi della poliedrica personalità di quest’uomo: Galiani il libertino, l’esperto di economia, l’homo politicus, il petit abbé bril‑ lante animatore dei salotti parigini, il “Machiavellino” – come con stima lo chiamavano gli amici francesi – amante del riso e della 1   F. Nietzsche, Al di là del bene e del male. Genealogia della morale (1883), in Id., Opere, a cura di F. Masini, edizione italiana condotta sul testo critico stabilito da G. Colli e M. Montinari, Milano, Adelphi, 1968, vol. VI, t. II, p. 34. Nietzsche ritorna ancora su Galiani nello stesso testo: «Dove oggi si predica la compassione  –  e, se si ascolta bene, non si predica oggigiorno alcun’altra religione – apra i suoi orecchi lo psicologo: attraverso tutta la vanità e tutto il rumore che è caratteristico di questi predicatori (come di ogni predicatore in genere), potrà udire un rauco, gemebondo, genuino accento di disprezzo verso se medesimi. Tale disprezzo è proprio di quell’offuscamento e abbruttimento d’Europa che già da un secolo stanno crescendo (e i cui primi sintomi sono già annotati a titolo di un documento in una pensosa lettera di Galiani a Madame d’Epinay): a meno che non ne sia addirittura la causa! L’uomo delle “idee mo‑ derne”, questa scimmia orgogliosa, è smisuratamente insoddisfatto di se stesso: ciò è assodato. Patisce: e la sua vanità vuole che egli si limiti a “con‑patire”» (ibid., cap. VII, pp. 129‑130).

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vita, ma pure tanto incline alla malinconia. La sua fama, insom‑ ma, nasce sicuramente dalle mille sfaccettature dei suoi interessi, sebbene il suo nome sia passato alla storia soprattutto grazie alla fortuna dei suoi scritti di carattere economico e politico, come te‑ stimonia il fatto che il suo nome appare in quasi tutte le riflessioni dei secoli XIX e XX, da Marx a Schumpeter. Di certo l’intera attività intellettuale dell’abate Galiani segue il passo oscillante del suo secolo, segnandone la problematicità e la duplicità, e per que‑ sto iscrivendo l’interpretazione del suo pensiero essenzialmente entro due tradizioni: l’una erudita, che tende a celebrare lo stu‑ dioso di problemi economici e politici insieme all’uomo attento ai fatti del suo tempo, l’altra più vicina ad un filone apologetico, che si concentra sulla ricca aneddotica che riguarda la sua biogra‑ fia e la sua brillante personalità. C’è da dire comunque che al di là di questa forte tradizione interpretativa dei “due Galiani” per valutare correttamente il pensiero dell’abate non bisogna mai di‑ menticare che sotto le scandalose opinioni in campo morale, civile e religioso che circondavano la sua immagine  –  e che sono poi state tramandate nel tempo – è sempre sottesa una ratio politica molto acuta, che affonda nell’orizzonte “libertino” la sua più vera ed autentica essenza, introducendo questo singolare personaggio nella controversa storia del pensiero morale e politico dell’età moderna. Per cogliere, poi, l’esatto orizzonte entro cui collocare la pratica libertina di Ferdinando Galiani non bisogna neanche dimenticare le due precondizioni che hanno segnato il libero pen‑ siero italiano, ovvero un rapporto particolare con la chiesa e un indirizzo rigorosamente machiavelliano della teoria e della prassi filosofico‑politica, come pure bisogna tenere presente il fatto che il libertinismo – sviluppatosi dal cuore stesso del clero sempre in bilico tra dissimulazione ed eresia – assunse in Italia i connotati del più estremo relativismo etico e religioso2. Il Galiani più vero ed autentico emerge comunque attraver‑ so il suo epistolario3, sebbene la corrispondenza dell’abate – so‑   Cfr. G. Spini, Ricerca dei libertini. La teoria dell’impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Editoria universale, 1950. 3   L’abbé F. Galiani, Correspondance avec Madame d’Epinay, Madame Necker, Madame Geoffrin, Diderot, D’Alembert, De Sartine, D’Holbach, 2 voll. a cura di L. Perey e G. Maugras, Paris, Calmann Lévy, 1881. L’epistolario di Galiani presenta una serie spinosa di problemi non solo inter‑ 2

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prattutto quella con l’amica parigina Madame d’Epinay  –  non appare assolutamente come un mero esercizio privato, ma anzi lascia apertamente intravedere che le lettere di Galiani, come pure quelle dei suoi corrispondenti, furono concepite per essere pubblicate postume dato il loro carattere di testamento personale. Ed è per questo che la Corrispondenza  –  oltre che rappresenta‑ re un vero e proprio “problema” filologico  –  è stata da sempre giudicata dalla critica, a prescindere dalle singole posizioni, una parte integrante, se non addirittura decisiva, della produzione di Galiani, ed è proprio da essa che si possono evincere insieme ai dati biografici e storici anche molte riflessioni sulla produzione intellettuale dell’abate. Come pure è importante esaminare i tantissimi studi com‑ piuti da Croce e da Nicolini, il cui incontro e sodalizio intellettua‑ le avvenne – caso vuole – proprio grazie alle carte di Ferdinando Galiani che erano in possesso della famiglia Nicolini4 e tramite le quali il giovane Fausto incominciò ad intraprendere la carriera di pubblicista5. Il discorso sulle posizioni interpretative e critiche dei due studiosi è comunque piuttosto complesso, e per questo credo che non possa essere sottaciuto del tutto e che meriti alme‑ no un seppur breve accenno. È nota da parte di Croce una certa avversione nei confronti di Ferdinando Galiani, che lo studioso non cela affatto ma che anzi giustifica in nome di Vico e contro Nietzsche6 : attribuendo infatti all’abate napoletano l’imprecisa etichetta di “non filosofo” Croce sembra voler riprendere una vec‑ chia formula interpretativa, legata alla tradizione risorgimentale, secondo la quale il “vero Illuminismo” italiano – ma pure napole‑ tano – si sarebbe sviluppato in maniera del tutto autonoma rispet‑ to alla consuetudine europea, e questo sarebbe accaduto a causa pretativi ma anche editoriali per i quali rimando alla puntuale e attenta rico‑ struzione fattane da P. Amodio, Il disincanto della ragione e l’assolutezza del bonheur. Studio sull’abate Galiani, Napoli, Guida, 1997, pp. 66‑79 e passim. 4   F. Nicolini, I manoscritti dell’abate Galiani, in «La Critica» I (1903), pp. 393‑400. 5   Id., Benedetto Croce, Torino, UTET, 1962, cfr. in partic. pp. 183‑187; P. Piovani, Elogio di Fausto Nicolini, Napoli, Morano, 1967, cfr. in partic. pp. 19‑20. 6   B. Croce, Il pensiero dell’abate Galiani, in «La Critica» VII (1909), pp. 399‑404, poi in Id., Saggio sullo Hegel seguito da altri scritti di storia della filo‑ sofia, Bari, Laterza, 1913.

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delle radici classiche proprie della nostra cultura, che avrebbero modificato in senso civile ed intellettuale i vecchi assunti ideologi‑ ci ed etico‑sociali che sono alla base del secolo dei lumi7. È questa dunque la ragione per la quale Croce tende a lasciare fuori l’abate Galiani dai confini dell’Illuminismo italiano e a creare per lui una categoria interpretativa a parte, ostinandosi a non volere con‑ siderare opere come il trattato Della moneta (1750) e i Dialogues sur le commerce des bleds (1770) come alcuni dei frutti più belli che ha prodotto l’Illuminismo del nostro paese, e non volendo assolutamente concedere deroghe al fatto che Ferdinando Galia‑ ni non è assolutamente estraneo alla cultura italiana ed europea del Settecento, ma che più semplicemente, entro quei confini, egli segna un percorso del tutto particolare ed autonomo. Altrettanto complessa mi sembra sia pure la posizione di Fausto Nicolini, il quale peraltro è stato senza ombra di dubbio il più esperto cono‑ scitore delle carte di Galiani: la posizione di Nicolini appare in‑ fatti piuttosto ambigua e può sicuramente meravigliare il fatto che un erudito come lui si possa essere tanto appassionato ed interes‑ sato al “problema” Galiani, tanto da dedicare a quest’eccentrica figura più di mezzo secolo di studi. Ed infatti il primo approccio di Nicolini alle cose di Galiani è un approccio di tipo erudito, che solo successivamente, e probabilmente sotto l’influenza di Croce, ha modificato la propria traiettoria fino a spingere lo studioso a tracciare di lui un’immagine anti‑illuministica, e ad inscriverlo entro una non del tutto chiara tradizione napoletana, entrando per questo in aperta polemica con chi come Sainte‑Beuve aveva assegnato all’abate un posto di rilievo nella tradizione culturale francese8. Nicolini infatti difese sempre ad oltranza la “napoleta‑ nità” di Galiani fino a farne addirittura una categoria interpretati‑ va9, come pure cercò sempre di trovare motivi e spunti vichiani nel suo pensiero e nei suoi scritti, rasentando tuttavia il più delle volte   Su questa controversa lettura di Croce dell’Illuminismo italiano cfr. G. Co‑ Croce e l’Illuminismo, Napoli, Giannini, 1970; E. Nuzzo, Il “giovane” Croce e l’Illuminismo. La formazione del giudizio crociano sull’Illuminismo, in «Atti dell’Accademia Pontaniana» XX (1971), pp. 105‑153. 8   Cfr. C.‑A. Sainte‑Beuve, L’abbé Galiani. Causerie du Lundi 26 août 1850, in Causeries du lundi, t. IIe, Paris, Gamier Frères, 1853, pp. 329‑345. 9   F. Nicolini, Il pensiero dell’abate Galiani, antologia dei suoi scritti editi e inediti con un saggio bibliografico, Bari, Laterza, 1909. 7

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forzature evidenti10. Il discorso sarebbe comunque ancora molto lungo da fare anche a causa dell’estrema versatilità degli interessi di Galiani, e della sua straordinaria capacità di farli convergere in un’unitarietà di intenti ed atteggiamenti mentali, ma ripeto questi sono stati solo brevi accenni per introdurre la singolare biografia di Ferdinando Galiani, e quindi il Socrate immaginario. 2. La vita e gli anni di formazione Ferdinando Galiani nacque a Chieti il 2 dicembre del 172811 dove il padre Matteo, gentiluomo di Foggia, si trovava allora in qualità di regio uditore. Ancora bambino, all’età di otto anni, si trasferì a Napoli insieme al fratello Berardo (destinato a divenire archeologo e critico di architettura, oltre che traduttore e com‑ mentatore di Vitruvio) presso lo zio Celestino Galiani, Regio Cappellano Maggiore alla corte borbonica, figura centrale della vita intellettuale e scientifica del tempo, ed animatore della cele‑ bre Accademia delle Scienze12. A Napoli egli venne pertanto in contatto con un humus colturale straordinariamente vivace, e suoi maestri furono intellettuali del calibro di Marcello Cusano, futuro Arcivescovo di Palermo, Alessandro Rinuccini, grande esperto di cose politiche ed economiche, e Bartolomeo Intieri, che lo accolse   Cfr. Id., Giambattista Vico e Ferdinando Galiani, in «Giornale storico della letteratura italiana» LXXI, XXXVI (1918), pp. 137‑207, ma cfr. in generale tutti gli scritti di Nicolini su Galiani. 11   Le biografie di Ferdinando Galiani sono tutte più o meno ripetitive e no‑ iose, e si rifanno sostanzialmente a L. Diodati, Vita dell’abate Ferdinando Ga‑ liani, Regio Consigliere &c &c &c., Napoli, Orsino, 1788. L’opera del Diodati, condotta con palese intento apologetico, è ben documentata, ed ha il merito di porre l’accento sul Galiani “serio”, nulla concedendo all’immagine dell’abate giocoso e “pulcinellesco”, quale s’andava accreditando attraverso certi aspetti delle testimonianze dei contemporanei (come ad esempio di Voltaire e Dide‑ rot), che l’avevano visto brillante animatore dei salotti parigini, o l’avevano inteso bavarder, ormai inacidito e disincantato, negli anni dell’«esilio napole‑ tano». 12   Su Celestino Galiani cfr. F. Nicolini, Due secoli di attività scientifica della R. Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche, Napoli, tip. G. Genovese, 1940; Id., Un grande educatore italiano. Celestino Galiani, Napoli, Gianni‑ ni, 1951; Id., Monsignor Celestino Galiani. Saggio biografico, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, 1931; V. Ferrone, Celestino Galiani: un inquieto cattolico illuminato nella crisi della coscienza europea, in Id., Scienza, natura, religione. Mondo newtoniano e cultura italiana nel primo Settecento, Napoli, Iovene, 1982, pp. 317‑454. 10

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nella sua villa di Massa Equana e che segnò profondamente la sua vita intellettuale. Grazie allo zio egli conobbe e frequentò i mag‑ giori studiosi e letterati del tempo, venne in contatto con Vico, con Giuseppe Pasquale Cirillo e Nicola Fraggianni, con Alessio Simmaco Mazzocchi, con Matteo Egizio, Giacomo Martorelli e Gioacchino Poeta, con Agnello Fiorelli, Domenico Sanseverino, con Nicola e Pietro De Martino, con Francesco Serao ed altri an‑ cora, e fu introdotto in varie Accademie, senza contare che ebbe a completa disposizione una biblioteca  –  quella della famiglia Galiani – che a Napoli insieme a quella di Giuseppe Valletta an‑ noverava, tra i suoi titoli, quasi tutte le pubblicazioni scientifiche, e vecchie e nuove, comprese quelle di circolazione clandestina e quelle ufficialmente messe all’indice. Grazie agli stimoli che gli vennero dallo straordinario ambiente intellettuale con il quale era in contatto incominciò pertanto ad interessarsi molto presto alla filosofia antica e contemporanea, si appassionò agli scritti di Machiavelli, agli studi giuridici, alle scienze matematiche, alla geografia e alla mineralogia, facendosi addirittura apprezzare nei salotti napoletani come straordinario cembalista ed esperto di musica13. La sua intelligenza era particolarmente duttile e ricet‑ tiva, e questo gli permise di elaborare una posizione intellettuale molto personale che si accompagnava tuttavia ad una condotta di vita oltremodo spregiudicata, sebbene ben presto prese i voti e non di certo per vocazione, ma piuttosto per potere contare su di una rendita economica stabile. Nel gennaio del 1759, già famosis‑ simo come letterato, fu nominato Segretario di Stato e Casa reale, e quindi inviato nel mese di aprile dello stesso anno da Bernardo Tanucci a Parigi con l’incarico di Segretario di Ambasciata. Gli anni trascorsi nella capitale francese furono��– secondo quanto egli stesso riferisce  –  i più belli della sua vita: a Parigi, infatti, Fer‑ dinando Galiani divenne il punto di riferimento della brillante società intellettuale del tempo anche grazie al suo spirito e alla sua vivace intelligenza. Il «caffè d’Europa» del XVIII – come il petit abbé soleva definire la capitale francese  –  lo accolse d’altronde a braccia aperte, e con grande entusiasmo lo introdusse nei suoi 13   Per una ricostruzione analitica degli anni di formazione culturale del gio‑ vane Galiani cfr. F. Nicolini, La puerizia e l’adolescenza dell’abate Galiani (1735‑1745), in «Archivio storico per le province napoletane», n. s. (1918), pp. 105 sgg., e L. Diodati, Vita dell’abate…, cit.

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salotti di dame, di philosophes e beaux esprits, celebrandone l’in‑ telligenza e la disincantata e disinvolta attitudine storico‑politica, ed attribuendogli da subito il soprannome di “Machiavellino”, non di certo con tono caricaturale in riferimento alla sua piccola statura, ma anzi per riconoscere incondizionata ammirazione nei confronti della sua capacità intellettiva che avrebbe saputo attra‑ versare il secolo dei lumi con un apporto decisamente originale. A Parigi, tuttavia, Galiani si attirò le antipatie del duca di Choiseul, ministro della politica estera francese, il quale nel 1769 lo fece richiamare a Napoli, dove al suo rientro trascorse anni piuttosto bui, vivendo da “esiliato” nel costante rimpianto di Parigi e dei suoi numerosi e brillanti amici, in una città a suo dire vuota, no‑ iosa e provinciale, ed adempiendo con una certa noia ai doveri di funzionario di Stato. Morì a Napoli il 30 ottobre del 1787. 3. Il Socrate immaginario. Il problema dell’attribuzione e le edizioni Gli interessi culturali ed intellettuali di Ferdinando Galiani furono davvero molteplici, e spaziarono dai trattati di economia (che lo resero celebre in Europa) alle orazioni, dalle riflessioni sul dialetto napoletano agli “scherzi letterari”, fino addirittura a comprendere la stesura di una commedia per musica, il Socrate immaginario, destinata ad avere un notevole successo, e a segnare un mutamento profondo nel quadro della produzione teatrale di area meridionale di quegli anni. La vicenda editoriale del Socrate immaginario è decisamente complessa, e si intreccia con una problematica di filologia testuale che riguarda l’attribuzione stessa del testo a Giambattista Loren‑ zi14 o a Ferdinando Galiani. Questa lunga controversia filologi‑ ca, iniziata a partire dalla prima edizione a stampa dell’opera del

14   Giambattista Lorenzi nacque a Napoli nel 1719. Fu Accademico Costante con il nome di Eulisto, e pastore arcade con il nome di Alcesindo Misiaco. Autore di una trentina di libretti d’opera Lorenzi vantò nella sua lunga carriera numerosi successi teatrali sia in qualità di librettista che di commediografo, tra i quali si ricordano il Don Anchise Campanone o sia tra i due litiganti il terzo gode che fu la sua prima commedia musicata da Gennaro Astarita, Il furbo malaccorto, L’idolo cinese, La luna abitata, La finta maga per vendetta, il Don Chisciotte della Mancia tutti musicati da Paisiello, fino a L’apparenza inganna o sia La villeggiatura e Il mito disperato musicati da Cimarosa. Morì a Napoli nel 1807.

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1780 che reca la firma di Lorenzi15, attraversò i secoli XIX e XX concludendosi – dopo avere percorso fasi alterne – con la convin‑ zione che l’ideazione della trama e del soggetto sono di Galiani, visto che lo spirito che anima il Socrate immaginario è molto vicino a quello che domina negli altri suoi scritti, mentre la stesura del libretto e quindi la versificazione sono opera di Lorenzi, in quanto lo stile stesso della commedia combacia con quello di gran par‑ te delle sue opere, e soprattutto con quello del Don Chisciotte e dell’Idolo cinese. Ripercorrere i momenti salienti di questa lunga vicenda fi‑ lologica è stato giudicato sovente dalla critica un atto sterile, e dunque privo di qualsiasi significato ai fini dell’importanza di quest’opera nel panorama culturale entro cui essa è stata com‑ posta. Eppure proprio in quanto problema, oltre che di natura filologica, anche comprensivo dell’ideologia di un autore e quin‑ di dello spessore letterario di un testo, ritengo opportuno dare conto almeno delle posizioni più significative che hanno investito il complesso dibattito riguardo la presunta paternità del Socrate immaginario. Il problema dell’attribuzione si complica poi oltremodo te‑ nendo conto pure dell’iter compositivo di questa commedia – iter con cui la vicenda della presunta partenità si intreccia di dirit‑ to  –  che in parte può essere ricostruito attraverso la corrispon‑ denza tra Galiani e Madame d’Epinay a partire dal settembre del 1775, e cioè da un mese prima della rappresentazione del Socrate al teatro Nuovo. Ed infatti se il 9 settembre l’abate così scriveva da Napoli all’amica parigina intervenendo esplicitamente su una commedia dal titolo Socrate immaginario: «(…) je suis excédé d’af‑ fairs ennuyeuses, et je m’en donne d’aamusantes avec mon Hora‑ ce, et une pièce comique, que je sais occupé a faire achever sous ma direction. Elle aura puor titre le Socrate immaginaire: il n’y a rien de plus fou (…)»16, in un’altra missiva inviata alla d’Epinay il 16 settembre così argomentava: «(…) je vous parlerai de une pièce 15   Questa edizione, apparsa a stampa a Napoli senza il nome del tipografo, è conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli con segnatura LUCCH. PALLI. Libretti A41, come pure presso la Biblioteca del Conservatorio di Mu‑ sica S. Pietro a Majella di Napoli con segnatura Rari 10.8.11/12. 16   L’abbé F. Galiani, Correspondance…, cit., Galiani a Mme d’Epinay, lettera del 9 settembre 1775.

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comique. C’est une imitation de Don Quichotte (…)»17; salvo poi precisare in una lettera del 9 dicembre: «Il faut (…) vous appren‑ dre que cette pièce a eu le plus sublime de tous les succès. Elle a été défendue du très exprès commandement de la Mayesté, après avoir été donnée six fois au public, et même une fois à la cour. Cela n’etait pas encore arrivè en Italie. En France, le seul Tartufe méri‑ te cet honneur. Ainsi, mettez Socrate au niveau du Tartufe por le bruit qu’elle a fait, pour les cabales, les intrigues, les méchamcetés qu’elle a enfantées»18. Emerge da questa corrispondenza una non celata volontà di filiazione del Socrate immaginario dal capolavoro di Cervantes  –  ad imitazione del quale lo stesso Lorenzi aveva composto nel 1769 il Don Chisciotte della Mancia – filiazione resa poi esplicita nell’introduzione all’opera a stampa, dove l’autore del libretto dichiara appunto che il personaggio di Don Tammaro Promontorio, protagonista della commedia, trae la sua prima e più vera origine proprio da Don Chisciotte, «un modello della più delicata, ed ingegnosa lepidezza». In ogni modo inizialmente l’attribuzione della commedia a Giambattista Lorenzi fu avvalorata dal fatto che non solo la prima edizione a stampa – quella del 1780 – ma anche quelle immediata‑ mente successive ad essa – del 1789, 1825, 1826, 1840 e 1885 –  re‑ cavano la sua firma. Tuttavia già nel 1788 con Luigi Diodati iniziò lentamente a farsi largo l’idea che  –  fatta salva la certezza che la paternità del testo fosse di Lorenzi – il Socrate immaginario era co‑ munque nato dalla fruttuosa collaborazione tra Galiani, che ne era l’autore del soggetto, Lorenzi, che ne aveva scritto la versificazione, e Paisiello, che ne aveva composto la musica19. Qualche anno dopo, nel 1798, pure Pietro Napoli Signorelli espresse un giudizio analogo   Ibid., Galiani a Mme d’Epinay, lettera del 16 settembre 1775.   Ibid., Galiani a Mme d’Epinay, lettera del 9 dicembre 1775. 19   «Galiani volle ancora far comparire sulle nostre scene una commedia di un nuovo e bizzarro argomento. Questo fu il Socrate immaginario, il quale rappre‑ senta un uomo goffo infanatichito per Socrate; e facendogli imitare la filosofia e le azioni di quel filosofo, tutto si stravolge in bernesco con vere e originali le‑ pidezze. Comunicò questo pensiero a D. Giambattista Lorenzi, valoroso poeta ed autore di belle commedie, il quale lo distese. Dopo essere stata scritta dal Signor Lorenzi la commedia, si univano tre volte la settimana l’abate Galiani, il Signor Lorenzi e il celebre maestro di cappella D. Giovanni Paisiello, che ne scrisse la musica: nelle quali sessioni il Galiani aggiunse al libretto molti suoi sali» (L. Diodati, Vita dell’abate…, cit., pp. 62‑63). 17 18

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a questo di Diodati20, mentre Antonio Ranieri un secolo più tardi faceva cenno nelle sue memorie ad una rappresentazione al teatro Mercadante di Napoli del «famoso Socrate immaginario dell’abate Galiani, musicato da Paisiello e cantato da Lablache»21, sebbene un anno dopo, nel 1881, Luigi Settembrini riconfermò l’idea che l’ope‑ ra era di Lorenzi, il quale si era tuttavia servito della collaborazio‑ ne del Galiani22. Due anni più tardi – nel 1883 – Michele Scherillo in un capitolo della sua Storia letteraria dell’opera buffa napoletana dalle origini al principio del secolo Diciannovesimo23 – capitolo poi ampliato e divenuto la Premessa all’edizione del Socrate del 1886, che significativamente reca per la prima volta il nome di entrambi gli au‑ tori24 – attribuì a Galiani non solo l’idea, ma anche la “creazione” dei personaggi che nella vicenda hanno un ruolo maggiore, ovvero quel‑ li dei due “filosofi”, Don Tammaro Promontorio (Socrate) e della sua spalla visionaria il barbiere Mastro Antonio (Platone). Sulla base della corrispondenza con la d’Epinay25 il critico Pascal confermò nel 1885 questa tesi dello Scherillo, asserendo che di Galiani era l’idea principale della commedia (il canovaccio), mentre i versi erano ope‑

  «Si vuole attribuire al Galiani la farsa musicale del Socrate immaginario. (…) Ma è un errore generale. Forse il Galiani suggerì al Lorenzi (che ne è l’autore) il pensiero di dipingere un pazzo moderno, imitatore in bernesco dell’antico Socrate; potè unirvi alcuni suoi preziosi motti (…) e potè ispirargli ancora di farvi alcuna allusione al noto Mattei col toccar l’arpa, colla tendenza alla mu‑ sica e con qualche altra particolarità comica, ma tutta la sceneggiatura, tutto il dialogo respira il gusto comico del Lorenzi» (P. Napoli Signorelli, Il Regno di Ferdinando IV, Napoli, M. Migliaccio, 1798, vol. I, p. 193). 21   A. Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, Napoli, Giannini, 1880, p. 40. 22   «Si diceva da molti che il Socrate immaginario sia del Galiani, ma i miei vecchi mi dicono che è di Titta Lorenzi e fu stampata sempre col suo nome, ed ha la maniera, lo stile, il fare che si vede in tutte le altre opere del Lorenzi. Si dà per certo che il Galiani vi pose mano, o forse suggerì l’argomento, suggerì particolari storici o destò l’impegno al poeta, che fece in questo il più bello dei suoi lavori» (L. Settembrini, Lezioni di letteratura italiana, Napoli, Morano, 1881, vol. III, p. 148). 23   M. Scherillo, Storia letteraria dell’opera buffa napoletana dalle origini al principio del secolo Diaciannovesimo, Napoli, Tip. della Reale Università, 1883, p. 260. 24   Id., Il “Socrate immaginario”. Saggio critico, in G. Galiani‑B. Lorenzi, Socra‑ te immaginario, a cura di M. Scherillo, Milano, Sonzogno, 1886. 25   Cfr. Supra, nn. 16, 17, 18. 20

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ra di Lorenzi26. Nel 1888, poi, Gaetano Amalfi ricordò che Galiani era comunque stato autore di un’opera buffa, e che probabilmente il real dispaccio che nell’autunno del 1775 aveva proibito la messa in scena del Socrate immaginario fosse dovuto proprio ad un attacco diretto nei confronti della controversa figura dell’abate, che era per l’appunto ritenuto l’autore dell’opera27. Anche Croce prese parte a questo dibattito e – riprendendo le ipotesi avanzate da Scherillo e da Amalfi, come pure rifacendosi al ricco epistolario dell’abate – so‑ stenne che Galiani aveva ideato la trama della commedia ed aveva suggerito alcuni tratti comici dei personaggi, «lasciando al Lorenzi il carico di sceneggiarla e versificarla»28. Persino Luigi Pirandello nel saggio su L’umorismo attribuì il Socrate immaginario «ad un certo abate del Settecento» il quale si era avvalso del celebre Paisiello per la stesura del libretto29. Seguirono quindi le edizioni a stampa della commedia del 1886 e del 1937 che portavano per la prima volta la firma di entrambi gli autori, rendendo ragione dell’andamento assai complesso di una vicenda filologica che ebbe fine soltanto nel No‑ vecento con le edizioni del 194330, del 195931 e del 196032, pubblicate tutte a nome di Ferdinando Galiani. Ancora Giovanni Macchia è dell’opinione che il Socrate im‑ maginario sia in gran parte opera di Galiani e che solo minima sia la   C. Pascal, Sulla vita e sulle opere di F. Galiani, Napoli, Morano, 1885.   G. Amalfi, Dubbi sul Galiani. Il Socrate immaginario, Della moneta, Dia‑ logue sur le commerce des bleds, Napoli, Tip. Priore, 1888, e Torino, Bocca, 1888, passim. E d’altronde lo stesso Galiani in una lettera alla d’Epinay accenna al fatto che la proibizione di fare rappresentare la commedia era avvenuta in odium auc‑ toris nel momento in cui si era saputo che egli aveva collaborato alla stesura dell’opera (L’abbé F. Galiani, Correspondance…, cit., Galiani a Mme d’Epinay, lettera del 9 dicembre 1775). 28   B. Croce, I teatri di Napoli (1891), a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1992, p. 268. 29   L. Pirandello, L’umorismo e altri saggi (1908), a cura di E. Ghidetti, Firen‑ ze, Giunti, 1994, p. 108. 30   F. Galiani, Socrate immaginario, opera buffa napoletana posta in versi da G.B. Lorenzi per la musica di G. Paisiello, a cura di M. Rago, Torino, Einaudi, 1943. 31   Id., Socrate immaginario, a cura di D. De’ Paoli, Urbino, Istituto d’arte per la decorazione del libro, 1959. 32   Id., Socrate immaginario, a cura di A. Consiglio, Roma, Edizioni Moderne Canesi, 1960. 26 27

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collaborazione di Lorenzi33, mentre recentemente, nel 2005, Roberto De Simone – ripubblicando il testo in occasione della messa in sce‑ na di esso al teatro San Carlo di Napoli a firma della sua regia – ha confermato la tesi dell’attribuzione dell’idea e del soggetto a Galiani, e della versificazione a Lorenzi: «per chi abbia dimestichezza con la produzione di tale autore» – egli afferma –  «risulta inoppugnabile che lo stile del Socrate combacia con quello del Don Chisciotte, de L’idolo cinese, e delle tante opere composte dal Lorenzi»34. La ridu‑ zione – perché di una vera e propria riduzione si tratta – compiuta da De Simone è molto interessante: scorrendo la partitura egli non solo ha rilevato un forte disequilibrio d’estensione tra i lunghissimi reci‑ tativi, le arie e i brani d’assieme35, ma ha altresì constatato, riferendosi alla prima esecuzione della commedia, che «la durata dell’opera, ec‑ cessiva per i nostri tempi, rientrava nelle norme settecentesche, an‑ che se bisogna mettere in conto che nella rappresentazione del 1775 i recitativi non furono cantati ma furono eseguiti in forma parlata da una compagnia di eccezionali cantanti‑attori»36. Alla luce di que‑ ste considerazioni De Simone ha pertanto “ristrutturato” il libretto del Socrate immaginario, sostituendo i recitativi originali con nuovi dialoghi in prosa che ha affidato a personaggi diversi da quelli che erano presenti inizialmente nell’opera: ovvero Ferdinando Galiani, Saverio Mattei e sua moglie Donna Giulia Capece Piscicelli, ma an��� che Eleonora Pimentel Fonseca e un giovanissimo Mozart, il quale visitò Napoli proprio all’inizio degli anni Settanta del Settecento e sicuramente conobbe il dotto musicofilo Mattei. 4. La trama La vicenda del Socrate immaginario si svolge a Modugno, in Puglia, ed ha per protagonista Don Tammaro Promontorio, uomo benestante, il quale dopo aver letto Le vite di Diogene Laerzio, 33   G. Macchia, Galiani e la «nécessité de plaire», in AA. VV., Atti del Conve‑ gno Italo‑Francese sul tema «Ferdinando Galiani» (Roma 25‑27 maggio 1972), Roma, Accademia dei Lincei, 1975, pp. 69‑78, ora anche in R. De Simone, Prolegomeni al Socrate immaginario, Torino, Einaudi, 2005, pp. 73‑84. 34   R. De Simone, Prolegomeni…, cit., p. VI. 35   Per De Simone proprio la doppia paternità del libretto è la causa di questo disequilibrio, oltre che testimonianza che «i recitativi (sono) opera di Ferdi‑ nando Galiani, mentre i testi delle arie, dei duetti, dei terzetti e dei concertati (sono) di Giambattista Lorenzi» (ibid., p. XI). 36   Ibid.

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Socrate immaginario. Commedia per musica