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...e le gioie semplici sono le piĂš belle, sono quelle che alla fine sono le piĂš grandi...

Fra Emanuele


“La vocazione è un sussurro, raramente un terremoto, qualcosa che comincia come un seme, per dare frutto poco a poco”.

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r a E m a n u e l e è nato a Gazzaniga domenica 21 dicembre 1980, da papà Antonio e mamma Martina, primogenito di due figli. Dopo la scuola dell’obbligo, frequenta il liceo scientifico “E. Amaldi” di Alzano Lombardo e consegue il diploma di maturità nel 1999. In seguito s’iscrive alla facoltà di ingegneria per l’ambiente e il territorio all’Università degli studi di Brescia, trasferendosi in città. Dopo alcune esperienze ad Assisi, a ventisei anni inizia il postulato presso l’eremo dei frati minori francescani di Monteluco (PG). Nel 2008 inizia il noviziato nel convento di San Damiano ad Assisi, l’anno successivo avviene la professione temporanea dei voti di castità, povertà e obbedienza; nel contempo prosegue gli studi presso l’Istituto

Alessandro D'Avenia

teologico di Assisi e riceve l’accolitato e il lettorato. Tra il 2011 e il 2012 vive un’esperienza di sei mesi nella Repubblica del Congo e impara le basi della lingua francese. Partecipa a missioni al popolo organizzate dall’OFM (Ordo Fratrum Minorum), prende parte a corsi vocazionali e svolge il compito di santuarista presso la Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli dove tuttora risiede, dopo un periodo di residenza a Farneto. Nel 2014 ha luogo la professione perpetua dei voti, nel 2015 consegue il Baccalaureato in Sacra Teologia. Riceve il diaconato presso la Chiesa Ipogea del Seminario di Bergamo dal vescovo Francesco Beschi nell’ottobre 2017.


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arissimo fra Emanuele, scrivo questa introduzione allo speciale sulla tua ordinazione sacerdotale mentre nella comunità di Leffe c’è un gran fermento per preparare la festa in tuo onore. Vedo la gioia dei tuoi familiari, degli amici e di un’intera comunità per un giovane che ha lasciato crescere dentro di sè la risposta generosa alla chiamata del Buon Pastore. Vedo la preghiera di molti che ti accompagnano nel tuo cammino. Vedo anche l’orgoglio della comunità cristiana di Leffe che vede un suo “figlio” abbandonarsi a questo grande progetto d’Amore. Vedo attese ed entusiasmi, ma anche fatiche e preoccupazioni. Vedo scorrere nei racconti e nei ricordi dei tuoi genitori, dei sacerdoti e degli amici i diversi passaggi della tua storia , che anche le foto raccolte testimoniano. Passaggi che sono scritti soprattutto nel tuo cuore che non si è lasciato spaventare dall’impresa che sicuramente in taluni momenti sembrava assai ardua e, forse, impossibile. Ma nulla è impossibile a Dio… Come vedi per l’occasione mi hanno vestita a festa e ne sono felice. Tra l’altro anche tu sei stato tra i redattori per diversi anni, quando curavi le belle pagine del Samma News. E questo riempie anche me di un sano orgoglio! Santa Caterina da Siena in un suo scritto definisce i preti “amministratori del Sole”. È una definizione bellissima. Ecco, tu ora sei un “amministratore del Sole” che è il Corpo di Cristo, il figlio di Dio. Il mio augurio, che diventa anche quello di tutta la comunità cristiana di Leffe, è che tua sia sempre un amministratore innamorato di quel Sole, appassionato e misericordioso, con il cuore aperto verso i fratelli che troverai nel tuo cammino, sui passi di San Francesco e Santa Chiara. Buona strada! “Antenna”


In mezzo alla gente, come pastore

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arissimo fra Emanuele, stai per diventare prete. Sacerdote novello, si diceva una volta. Ma io non ho mai amato quel modo di dire perché mi faceva venire in mente i polli novelli, mentre i preti giovani sono e devono sentirsi dei vivaci e decisi aquilotti. Con don Battista e don Federico, con i quali, come sai, ho un bel rapporto di amicizia, di confronto e di scambio pastorale (auguro qualcosa del genere anche a te) s’è parlato della tua ordinazione. È anche a nome loro che ti dico che siamo tutti contenti per te e con te.

Pur essendo un religioso, stai in mezzo alla gente, come pastore. Diventare preti è proprio un bellissimo modo di impostare la vita. Tanto che io mi meraviglio che siano così pochi quelli che desiderano diventare preti. Il primo augurio che ti facciamo alla vigilia della tua ordinazione è quindi che in tutta la tua vita sacerdotale, anche nei momenti più difficili, che non mancheranno, non ti venga mai a mancare quella letizia di fondo che viene dal fatto di essere stato scelto come aiutante del Buon Pastore. Pastore secondo il suo cuore, anche tu condurrai fuori le sue pecore, camminerai davanti a loro guidandole a nome suo con la tua voce. Insisto su questi verbi: condurre fuori, camminare davanti, guidare. Ricordo un giovane prete al quale avevo detto che il nostro compito è di aiutare la gente a vivere la fede. Reagì immediatamente: «Chi siamo noi per aiutare gli altri a vivere la fede?». Io gli risposi: 4

«Se vuoi dire che noi preti non siamo meglio degli altri, hai ragione. Ma il popolo di Dio ha bisogno di chi lo aiuta a vivere la fede: con la predicazione e la catechesi, la celebrazione dei sacramenti, e tutte le iniziative connesse. Inoltre la comunità cristiana, come ogni comunità umana, per esistere e operare, ha bisogno del servizio dell’autorità che la governa. Tu, sentendone la vocazione, ti sei fatto avanti. La Chiesa ti ha valutato, ti ha preparato, ti ha approvato, e anche se non sei più cristiano degli altri, ti ha consacrato per questo. E ora ti manda a fare quello di cui la gente ha bisogno». Caro Emanuele, non abdicare mai al tuo compito di pastore per un frainteso senso di democrazia. Certo, non smettere di sentirti anche tu “pecorella di Dio”. Sai bene quello che S. Agostino diceva di sé: “Cristiano con voi, pastore per voi.” La Chiesa non è una democrazia dal basso, è una comunione fraterna creata per convocazione del Signore e portata avanti pastoralmente. Sentendo la tua testimonianza proposta ai ragazzi, vedo che hai un grande desiderio di stare con la gente, soprattutto con i giovani. In mezzo alle “pecorelle di Dio” per usare l’immagine cara a Gesù. Il secondo augurio che io ti faccio è che non ti accontenti di stare in mezzo e basta, ma che voglia “stare in mezzo” come pastore e che sappia coniugare bene i verbi cari al Buon Pastore che sono quelli che ho sottolineato prima: condurre fuori, andare avanti, guidare… Guidare le pecore, ma dove? Per questo sarà importante sapere dove condurre, verso che cosa guidare le pecore... Parlando con gli altri sacerdoti della parrocchia, nella nostra conversazione su di te, è emerso anche un ragionamento che può servire a rispondere a queste domande. Ci siamo ricordati a vicenda che nei tempi passati, quando uno diventava prete, si diceva che “prendeva Messa”. Prendere Messa era la realizzazione della vocazione; era il sogno dei lunghi anni di seminario che sembravano non finire mai. Oggi è un modo di dire che non si usa più. Anche negli scritti su Àlere dei sacerdoti bergamaschi di quest’anno, non ho visto traccia di questa idea centrale del sacerdozio dei preti di una volta. Forse la sparizione del “prendere Messa” significa, Dio non voglia, che la Messa ha perso la sua centralità nella


vita del sacerdote e nel suo ministero. Non so se vedo giusto. Allora voglio richiamare alcuni passi del Concilio, che sicuramente ti verranno fuori dalle orecchie tanto ti saranno stati inculcati negli anni di formazione: «Il fine cui tendono i presbiteri con il loro ministero e la loro vita è la gloria di Dio Padre in Cristo. E tale gloria si dà quando gli uomini accolgono con consapevolezza, con libertà e con gratitudine l’opera di Dio realizzata in Cristo e la manifestano in tutta la loro vita. Perciò i presbiteri, sia che si dedichino alla preghiera e all’adorazione, sia che predichino la parola, sia che offrano il sacrificio eucaristico e amministrino gli altri sacramenti, sia che svolgano altri ministeri ancora in servizio degli uomini, sempre contribuiscono all’aumento della gloria di Dio e nello stesso tempo ad arricchire gli uomini della vita divina» (Presbyterorum Ordinis 2)

«Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d’apostolato, sono strettamente uniti alla sacra eucaristia e ad essa sono ordinati… L’eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» (Presbyterorum Ordinis 5) «La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore» (Sacrosanctum Concilium 9s) Il terzo augurio che ti faccio di cuore è che tu non perda mai di vista che la Messa è lo scopo diretto e indiretto di tutto il nostro darci da fare come pastori. Primum in intentione, si diceva nei tempi passati. Cioè, anche le attività più disparate, che farai nel tuo ministero per i bambini, i giovani, gli adulti, le famiglie, gli anziani, i malati, i “lontani”, tutto dovrà essere fatto con l’intenzione di aiutare le persone ad accogliere «con consapevolezza, con libertà e con gratitudine l’opera di Dio realizzata in Cristo e la manifestano in tutta la loro vita». In altre parole, ti auguro che ogni volta che nella Messa, alzando il Corpo e il Sangue di Gesù verso il cielo, dirai: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e ogni gloria», tu senta il desiderio di convocare lì tutte le persone del mondo, in particolare tutte quelle a cui stai dedicando il tuo tempo e la tua vita in quel momento. Don Giuseppe


A Te che importa? Tu Seguimi La lettera del vescovo Francesco ai preti novelli della nostra diocesi

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ari giovani, state per ricevere il dono di Dio, il sacramento che vi consacra al suo servizio come presbiteri. La Chiesa che è in Bergamo si rallegra di questa grazia. Il Vescovo benedice il Signore per voi. Le vostre comunità, i vostri cari, tanti amici partecipano della vostra gioia. La gioia si diffonde e coinvolge anche chi sembra indifferente. Non si tratta soltanto delle persone che si sentiranno partecipi di questo evento, ma di tutta la vostra vita. È come una luce che raggiunge non solo il vostro passato, fin dalle origini, ma si proietta sul vostro futuro: l’intera esistenza può essere pervasa da questa gioia. È una gioia che vi auguro abbiate già assaporato nell’ordinazione diaconale e nell’esercizio di questo ministero. Il servizio, nel suo spessore umano, misurato dai piccoli e dai bisognosi, è diventato sacramento, comunicativo di grazie, di vita nuova. Diventerete presbiteri, rimarrete diaconi: non lo dimenticate. Il vostro ministero si qualifica come servizio della fede, della grazia e dell’amore al popolo di Dio, cominciando dai “disperati”. Abbiamo celebrato da poco tempo i giorni di Pasqua. Una delle considerazioni che mi ha accompagnato in questo tempo, anche in rapporto alla nuova strutturazione della Diocesi, è la consapevolezza sempre più viva che il Signore, il Risorto e il suo Spirito ci precedono sempre. “Dite ai miei discepoli di tornare in Galilea, io li precedo”. Vorrei che non lo dimenticaste, soprattutto quando assaporate il frutto della delusione e dell’abbandono.

Il Signore ci attende in ogni piega della nostra esistenza, raggiunge ogni angolo della nostra vita: Lui ci precede con l’energia mite e consolante del suo Spirito. Se il Signore ci precede, a noi non resta che seguirlo, fino alla fine. “Tu seguimi”: non ti deve importare d’altro. Mentre questo diventerà sempre più esperienza personale, non solo la potrete narrare, ma ne diventerete protagonisti: non pigri, non osservanti, ma apostoli, mandati dal Signore a raggiungere come Lui e in suo Nome ogni angolo di vita, ogni oscurità e ogni luce. Solo se lo seguiamo, sempre, altri attraverso di noi, potranno seguirlo. Ed è questa, l’ultima considerazione che condivido con voi. Raccontate con la vostra vita e con le vostre parole di questo misterioso gioco che vede protagonisti ogni persona umana e Dio stesso e che noi abbiamo intitolato vocazione. La vostra scelta ammirata e nello stesso tempo incompresa, riconosciuta e paradossale, diventi proposta semplice, limpida, interiormente capace di affascinare, piccoli e grandi. Per ogni giovane sia luce che illumina una prospettiva segnata decisamente dall’incontro e dal legame, da cui scaturisce un’esistenza destinata alla gioia e non alla solitudine. Non si può essere felici da soli. Una vita come risposta libera e appassionata ad un amore riconosciuto è l’attesa di ogni donna e di ogni uomo. E dunque di cosa ti importa? Tu seguimi. Un abbraccio. + Francesco, Vescovo


Sentirsi amati !

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i gnore, se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti». (Sal 139, 8) Con questo versetto del salmo 139 faccio iniziare, idealmente, la mia vita di cristiano “adulto”. Poche parole lette in un libricino regalato a mio fratello Roberto per la sua prima comunione, avevo 15 anni, che da allora non hanno mai smesso di accompagnarmi e di risuonare nei miei pensieri e nel mio cuore. Quel versetto mi colpì allora e lo fa ancora oggi perché la sua semplicità è disarmante così come la verità che contiene: Dio esiste, mi ama e mi vuole incontrare, ovunque io sia o vada, sono prezioso ai suoi occhi e degno di stima. Parole che ad un adolescente un po’ imbranato ed insicuro qual ero, donavano una grande forza e un’inaspettata consolazione, e soprattutto indicavano una possibilità di vita, una strada lungo la quale percorrere il mondo essendo compagni di viaggio di Gesù.

Mi ci son voluti altri 11 anni prima di comprendere che il Signore mi chiamava ad essere un compagno di viaggio molto particolare, un frate francescano che, sulle orme del Santo di Assisi, poteva contribuire a rendere più bello il mondo annunciando a tutti che con Gesù la vita è più profonda, ricca e feconda! Nel 2014, con la professione solenne dei voti religiosi, con la regola di S. Francesco, la mia vita cristiana prendeva una forma definitiva, che chiedere di più quindi al Signore? Ho davvero sperimentato che lasciando tutto per Lui, già su questa terra mi è donato il cento per uno e la vita eterna dopo la morte, ma Dio era di nuovo pronto a stupirmi attraverso la Sua Chiesa. Sì, perché nel mio cuore piano piano maturava il desiderio di aiutare la Chiesa sempre 8

più a fondo, anche in una forma ministeriale, cioè di ulteriore servizio, mettendo ancor più a frutto i doni che il Signore mi ha offerto. Ecco quindi che dopo altri tre anni di cammino e discernimento, il prossimo 23 giugno 2018, sarò ordinato sacerdote con altri cinque confratelli. Un sacramento che mi avvicina ancora di più al cuore di Cristo e a quello di tutti gli uomini di questo mondo; perché il sacerdote è colui che si prende cura del gregge a lui affidato, che lo guida sulla giusta via indicando la meta, che è stare con Dio, camminando con Lui in mezzo alle gioie e ai dolori di tutti i giorni. Essere sacerdote non è motivo di gloria o di onore personali, ma fonte di gioia per tutti, perché si aiuta la gente a diventare santi annunciando la presenza di Gesù nel mondo. Ecco perché vi chiedo con tutto il cuore di pregare per noi sacerdoti, affinché il Signore ci “tenga la mano sulla testa” e ci renda testimoni credibili del Suo amore, non volendo essere perfetti o impeccabili, ma veri, onesti e umili con tutti. Non ho tagliato nessun traguardo, ma solo attraversato un nuovo inizio, in un cammino ancora lungo che, attraverso strade e luoghi che ancora non conosco, mi porterà sicuramente ad incontrare tanta gente, tra fatiche e cose belle. Su questa strada che sto percorrendo ci siete stati e ci siete tutti voi, compagni di viaggio per un breve o lungo tratto che voglio sinceramente ringraziare. La vostra presenza è stata indispensabile per formare la mia persona, se sono quello che sono oggi è perché, attraverso gli incontri e gli scontri che abbiamo avuto, il Signore mi ha dato di crescere e, ne son certo, siete cresciuti anche voi. Mentre la mia vita in convento procedeva io vedevo i miei amici e parenti “metter su famiglia”, avere figli, trovare e cambiare lavoro, maturare! Pur su strade diverse siamo diventati grandi. L’augurio che rivolgo a voi e a me stesso è quello di continuare a camminare insieme al Signore Gesù, certi che la vita con Lui è tutta un’altra cosa! Vale la pena di essere cristiani perché Gesù non ci toglie nulla, ma ci dona tutto, anche la sua vita! Abbiamo cura allora della nostra vocazione, della fede e dell’amicizia che c’è tra noi, grazie di cuore! Il Signore vi benedica, a presto! Fra Emanuele Gelmi


Il cammino di un figlio

Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza

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n vista dell’ordinazione sacerdotale di nostro figlio abbiamo pensato di ripercorre le tappe principali della sua vita e condividerle con la comunità.

È nato nel 1980, poco prima di Natale, perciò è stato bello e appropriato chiamarlo Emanuele, “Dio con noi”. È stato battezzato da don Giuseppe Cesani e dallo zio don Pietro. In veste di padrino e madrina erano presenti anche lo zio Andrea e la zia Maria, i quali saranno di nuovo accanto a lui nel giorno della Cresima. Dopo aver frequentato con diligenza le scuole elementari all’Istituto “Malta” di Gazzaniga, sotto l’attenta egida di suor Teodolinda, fu la volta delle medie a Leffe, dove venne formato e educato da bravi professori. Emanuele ha vissuto un’adolescenza tranquilla, sempre rispettoso in casa, andando a messa la domenica e partecipando ai sacramenti. Si è inserito gradualmente anche nell’ambiente dell’oratorio: qui ha trovato in don Giuseppe Navoni, e poi in don Giuseppe Bellini, due guide preziose che gli hanno trasmesso sani valori esistenziali. Avendo un carattere socievole e disponibile, non gli sono mancate buone amicizie, che durano tuttora. Con i suoi amici coetanei ha condiviso ore di allegria e spensieratezza: hanno partecipato a tornei di pallavolo, fatto escursioni in montagna; si sono cimentati con la mountain-bike e si sono goduti “rumorosi” concerti rock. Diventato catechista, si è impegnato anche a seguire i ragazzi del CRE nelle lunghe estati degli anni ‘90. Nel frattempo stringeva nuove amicizie al liceo “Amaldi” di Alzano, dove ottenne la maturità con ottimi voti, per poi decidere di proseguire gli studi. La sua

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(dal Salmo XV)

scelta è stata per l’Università degli Studi di Brescia, nel promettente ramo dell’ingegneria ambientale. Dopo circa cinque anni, tuttavia, a pochi esami dalla laurea, decise di non insistere oltre per dare un’altra direzione alla sua vita. Mia moglie ed io abbiamo ancora ben impresso in mente quella sera del sei gennaio, quando, appena tornato da Brescia, con un aspetto serafico Emanuele ci ha invitato a sederci perché aveva una bellissima notizia da condividere: «Mi faccio frate!». Sorpresi e quasi increduli gli chiedemmo subito come gli era nata quell’idea. Rispose: «Due anni fa sono partito da Brescia per andare ad Assisi, con un mio compagno d’università, per seguire un corso formativo. Quell’incontro con i frati minori mi ha conquistato. Sono rimasto affascinato dalla Porziuncola, sapete cos’è?» Da allora, infatti era cresciuto in lui il desiderio di conoscere più a fondo il vivere francescano ed era tornato in Umbria più volte a nostra insaputa, per unirsi alle marce e agli incontri organizzati dai frati minori di Santa Maria degli Angeli. San Francesco aveva illuminato il suo cammino, la sua decisione e l’annuncio a noi genitori ne è stata diretta conseguenza; forse i suoi amici, più intuitivi, o meglio informati, erano già al corrente della cosa, o comunque avevano presentito la svolta... Ancora un pò sconcertato da quella notizia, ricordo che mi sono recato da don Bellini all’oratorio per sentire il suo parere. Don Beppe, da uomo a uomo, mi ha sorriso e mi ha raccontato che i suoi genitori si erano trovati nella stessa situazione, quando anche lui, dopo il servizio militare, disse loro che voleva diventare sacerdote. «Stà tranquillo, lascialo andare per la sua strada, farà tanto bene, e accompagnalo insieme a tua moglie con la preghiera, quello sempre». Spinti, tuttavia, da un timido egoismo e asciugata qualche lacrima, inizialmente abbiamo in parte disatteso questo saggio consiglio e tentato di convincere nostro figlio a non andare così lontano, l’Umbria è distante, suggerendogli di ripensarci e diventare prete a Bergamo. Emanuele, invece di prendersela, mantenendo la sua affabilità di tutti i giorni, ci ha ascoltato e ha iniziato a seguire un corso vocazionale in città, sotto la sapiente guida di don Davide Pelucchi, ora vicario diocesano. Dovendo scegliere, infine, tra il convento e il seminario, ha deciso però per il convento, dove era nata la scintilla della chiamata. E così ha preso il volo per


l’Umbria, come destinazione la Basilica di Santa Maria degli Angeli, principale santuario dei frati minori (OFM), dove risiede, salvo alcune parentesi, ormai da undici anni. Questo è stato il suo cammino, apparentemente lineare, ma non privo di difficoltà. Abbiamo voluto ricordare solo i momenti decisivi del suo percorso di fede e sottolineare i momenti di gioia, alla fine sono queste le tappe che rendono una vita realizzata. Noi genitori siamo ora trepidanti, ma sereni, come i nostri compaesani, per l’imminente evento e ringraziamo il Signore per averci concesso questa grazia, senza alcun nostro merito particolare. Invochiamo la Madonna, S. Francesco e i nostri defunti perché accompagnino fra Emanuele sempre nel suo cammino al servizio del prossimo. Martina e Antonio


Un fratello divenuto Padre

Credi sempre in ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni

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e oggi penso a quanto è cambiato mio fratello, nel fisico e nella mente, mi accorgo che è rimasto la stessa persona, però ora parla con un accento diverso, usa un tono di voce deciso e veste dei sandali demodé. Nell’autunno del 2007, quando andai per la prima volta in Umbria a salutare Emanuele, gli confidai che ora incominciava per tutte e due una nuova vita. Mentre lui avrebbe passato un anno in un eremo, io avrei varcato, ironia della sorte, il chiostro dell’ex convento di Sant’Agostino in Città Alta per iniziare il percorso di laurea in lettere. Sapevo che avrei dato il massimo negli studi, non ero ancora sicuro, invece, se la vocazione di mio fratello avrebbe vinto la sfida del tempo. Avevo il preconcetto ingenuo che la sua fosse una scelta di ripiego, una fuga dalle responsabilità della vita. Gli ho rinfacciato più volte il fatto di non essersi laureato in ingegneria, poteva conseguire quel traguardo e poi decidere se dare un’altra direzione alla propria vita.

Per questo motivo, le ultime parole che ci scambiammo un decennio fa non furono esaltanti, anche se l’abbraccio che seguì valse più di molti sproloqui: il tempo avrebbe confermato la bontà della sua decisone e fugato le mie ubbie adolescenziali. È difficile separarsi da una persona che ha significato tanto nella vita di tutti i giorni. Sapere il proprio fratello maggiore a 500 chilometri di distanza, e sentirlo al telefono ogni due settimane, non aiuta a continuare un rapporto che fa della condivisione assidua la sua forza. Emanuele è stato per me un punto di riferimento già da piccolo, negli anni ‘90, vedevo la sua bravura sul tavolo 12

da ping-pong, la sua perizia nel disegnare personaggi dei cartoni animati; ascoltavo le audio-cassette e poi i CD che comparivano magicamente per merito suo in casa… Ho scelto di frequentare il suo stesso liceo e negli anni di studio mi ha dato una mano nelle materie scientifiche; mi sono affidato alla sua lungimiranza, infine, per imparare a usare il primo computer, un 486, e lo smartphone. Senza contare i concerti visti insieme, le escursioni in montagna (come quella in vetta al pizzo Arera nell’estate del 1998), le vacanze al mare con partite interminabili di racchettoni. Considerata l’importanza di avere un fratello così versatile, in questi anni mi sono chiesto a più riprese se Dio non avesse preteso troppo chiamando Emanuele lontano da noi. Avrebbe potuto dare una mano ai nostri genitori e, nei momenti più duri e noiosi della vita, avrei voluto fosse vicino, per domandargli una parola di conforto, un passaggio in auto, un po’ di tempo per parlare di qualcosa che andasse oltre i luoghi comuni. Da credente, tuttavia, ho evitato le risposte facili e ragionando in termini superiori mi sono convinto, invece, che la scelta presa da Emanuele è stata il dono più grande con il quale abbia potuto stupirci. Ha fatto bene a me, mio padre e mia madre, ci ha fatto conoscere il mondo francescano e ha portato una ventata di aria nuova nelle nostre vite. Personalmente ho scoperto una regione meravigliosa come l’Umbria, la bellezza degli affreschi di Giotto ad Assisi, quella più discreta dalla Porziuncola, ma anche l’accoglienza dei frati minori. Per noi dev’essere un onore avere come compaesano un custode di quei luoghi così ricchi di storia. È stato un percorso lungo, l’abbiamo vissuto scandendo i vari appuntamenti imprescindibili. Dalla rivelazione “choc” in quel di Bani d’Ardesio al diaconato in Città Alta e oggi l’Ordine. In questo elenco, la tappa che ho trovato più significativa è quella durata sei mesi in Congo. Ricordo negli occhi di Emanuele l’entusiasmo, che velava un’ansia comprensibile, nei giorni prima della partenza, gli auguri spediti via email il giorno di Natale, il suo personale visibilmente dimagrito al suo ritorno. Pensai che dopo quella prova per lui tornare indietro ormai fosse impossibile, o comunque molto improbabile. Dover interrompere gli studi e obbedire ai superiori per intraprendere un viaggio all’Equatore non è da tutti.


Il percorso di preparazione del frate minore, infatti, non consiste semplicemente nello stare sui libri, aspetto comunque fondamentale. A questo proposito, ritengo un privilegio poter parlare di Teologia con mio fratello, con una persona che ne conosce i fondamenti e li vive tutti i giorni. Un aspetto che ammiro in lui, così in mio zio don Pietro, è il loro modo di vivere la fede senza derive miopi, ma cercando di attualizzare le Scritture alla luce del nuovo millennio. Privilegio ancor più grande è la possibilità di avere un fratello sul quale contare per gli anni venturi e confrontarsi su dove va il mondo. La scelta coraggiosa di Emanuele, dunque, vuole essere un esempio di anticonformismo di cui c’è estremo bisogno. Rinnovo anch’io le più grandi felicitazioni per il lieto avvenimento e gli auguro di ricevere “già ora, in questo tempo” il centuplo, come promesso dal figlio dell’Uomo. Roberto


Lui non ci molla mai

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arissimo fra Emanuele, quando nell’ormai lontano 1997 lasciavo Leffe dopo i primi sei anni di sacerdozio vissuti in un bellissimo coinvolgimento di persone, iniziative, speranze…, la mitica classe 1980 compiva i diciassette anni, un passo dalla maggiore età. Ne ricordo la capacità e la voglia di esserci, di fare gruppo, di impegnarsi, di inventare. Ora che di anni ne sono passati altri, ti ritrovo frate, diacono (c’ero anch’io all’ordinazione il 31 ottobre scorso nell’Ipogea del Seminario) e prete. Quando alcuni anni fa ho saputo del tuo cammino nella terra di San Francesco, insieme ad un primo moto di meraviglia, ho provato una grandissima gioia, ricordando il percorso fatto a Leffe proprio su Francesco e Chiara, il pellegrinaggio ad Assisi e la scelta di mettere nelle aule dell’Oratorio ristrutturato e nella cappella le croci di San Damiano dipinte dai giovani. Da alcuni anni nelle comunità bergamasche circola un’espressione suscitata dal titolo delle lettere che il Vescovo Francesco invia all’inizio dei diversi anni pastorali: Donne e uomini capaci… Capaci di cosa? Capaci di Vangelo (2013-2014) Capaci di Eucarestia (2014-2015) Capaci di Carità (2015-2016) Mi piace allora unire le diverse priorità di questi anni con una figura luminosa, Chiara d’Assisi, “pianticella di Francesco”, come lei ama definirsi, spesso raffigurata mentre tiene tra le mani l’ostensorio per difendere le sue sorelle dall’assalto dei saraceni. Le fonti francescane così descrivono l’episodio: “I saraceni, giunsero presso San Damiano, dentro i confini del monastero, anzi fin dentro il chiostro delle vergini. I cuori delle “signore” si sciolgono dal timore, e le voci tremano dalla paura e portano i loro pianti alla madre, la quale, pur essendo malata, con cuore impavido ordina che la conducano alla porta e che la pongano davanti ai nemici, facendosi precedere dalla cassa d’argento racchiusa nell’avorio ove si conservava con grande devozione il corpo del Santissimo”. Chiara si fa “precedere” dalla presenza di Cristo nel povero e inerme segno dell’Eucaristia mentre affronta l’assalto al monastero da parte di questi uomini che

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vengono da lontano. Il pane eucaristico non viene impugnato come una spada contro i nemici, ma è come se aiutasse questi uomini temibili a essere ammansiti e disarmati dal segno proprio e più vero della nostra fede, che è quello di un Dio che si fa pane offerto e condiviso, incapace di imporsi e sempre pronto a lasciarsi mangiare. Come già Francesco con il lupo di Gubbio e sotto la tenda dorata del sultano, così Chiara si distanzia dal sentire comune e non si lascia contaminare nemmeno dalla paura delle sue sorelle. Nel momento del grande pericolo, si fa precedere dal segno dell’ Eucaristia e così si lascia aiutare dal mistero pasquale di Cristo a trovare i gesti, le parole, gli sguardi e i doni più adeguati per disarmare la furia degli assalitori, non prima di aver neutralizzato in se stessa il morbo della paura. Invece di pensare a Chiara armata dell’Eucaristia è bello guardare a Chiara che si lascia “precedere” dall’ Eucaristia e se ne fa, con le sue sorelle, discepola amorosa e fedele. Donne e uomini “capaci di carità” perché preceduti dal dono d’amore, l’Eucarestia, e perché da questo dono si lasciano forgiare il cuore, non dimenticando che “avevo fame, avevo sete, ero ammalato, forestiero…” Questa Eucarestia adesso la renderai presente anche tu nel sacerdozio, gustando continuamente, ed è quello che anch’io vivo dopo più di venticinque anni, che Colui che ci precede è lo stesso che ci accompagna e ci segue, insomma, non ci “molla” mai. Carissimo fra Emanuele ecco il mio augurio: la compagnia di Francesco e Chiara ti aiutino a lasciarti sempre precedere dall’Eucarestia, per essere discepolo amoroso e fedele. Buon Cammino Don Giuseppe Navoni


Perfetta letizia

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atechista, animatore in oratorio, collaboratore e impaginatore di “Samma News”, l’inserto di “Antenna” che in quegli anni raccontava la vita dell’oratorio, appassionato di pallavolo, di giochi di ruolo, di bici e montagna. Poi l’inizio della sua ricerca, su cosa fare da grande (ingegnere lo ingabbiava un po’), con gli incontri vocazionali per giovani a Bergamo e poi, definitivamente dietro al Signore, con San Francesco e compagnia. Ma, dei tanti ricordi di e con Emanuele nei miei 10 anni in Samma, quello che sempre mi balza alla mente è l’esperienza dell’estate 2004, la prima mitica camperata dei giovani dell’oratorio. Quattro camper, 19 giovani, a scorazzare per 15 giorni su e giù per l’Italia. Solo per darvi un’idea anche della follia che ci accompagnava: partiti la mattina dal Gran Sasso con indosso felpe e pile, per ritrovarci il pomeriggio in costume da bagno in Puglia. In quell’avventura mi è facile trovare qualche indizio o qualche traccia del cammino di fra Emanuele. Indizio 1: era sul camper da 7 posti popolato esclusivamente da 5 uomini, praticamente sembrava una diligenza del far west: avvisaglie della vita di comunità con i suoi fratelli francescani? Perché no! Indizio 2: sempre sorridente e positivo anche negli inevitabili inghippi della vita da camperista: monta, smonta, tira giù, tira su, carica l’acqua, controlla il frigor, a chi tocca svuotare le acque nere…: allenato al servizio comunitario! Indizio 3: a proposito di acque nere. Come non ricordare il tappo del cassetta che raccoglieva appunto le acque nere, che durante lo svuotamento va a finire nello scarico della fogna? Nessun problema, ci pensa fra Emanuele… questa è perfetta letizia. Solo se sappiamo abbassarci, sporcarci le mani, possiamo guardare lontano, guardare in alto e aiutare anche gli altri a trovare il punto della loro vita. Avanti … procedi così fra Emanuele. Don Beppe

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Fermare il pulmino

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on sempre si capiscono “al volo” le cose che capitano al primo istante. Spesso, col passare del tempo, rivalutiamo e apprezziamo alcuni avvenimenti che, nel momento esatto in cui li abbiamo vissuti, non sono stati capiti o addirittura sono stati fraintesi. Nell’estate del 2002, ero impegnato con i miei compagni di seminario in una settimana di lavoro. Nella sperduta località di Colpalombo (una piccola frazione di Gubbio) stavamo preparando con il nostro vicerettore le varie iniziative del secondo anno di teologia. La nostra sistemazione era qualcosa di veramente eccezionale, immersi nelle colline umbre potevamo ammirare quello che lo stesso Dante aveva definito “il colle eletto del beato Ubaldo”. Sembrava che da là in cima, lo stesso Sant’Ubaldo, patrono di Gubbio, volesse scrutare la bellezza del creato che poteva dominare da quell’invidiabile posizione. A metà del nostro percorso avevamo scelto Assisi come meta per il “giorno di pausa”. Ad un tratto, quando stavamo risalendo la strada verso la Basilica di San Francesco, il nostro vicerettore (che fungeva da autista) accostò il pulmino a lato della carreggiata. Lo spettacolo di fronte ai nostri occhi era sorprendente: le nubi avvolgevano quasi completamente la sommità della Basilica, e per questo, ci ha ripetuto più volte il nostro “vice”, valeva la pena “fermare il pulmino”. Questo “fermare il pulmino” divenne un vero e proprio tormentone. Il senso di meraviglia dovrebbe coglierci sempre di fronte al creato che il buon Dio ha affidato alla nostra cura. Dico “dovrebbe” perché anch’io al momento avevo bollato l’accaduto con una sintetica considerazione (frutto della migliore sapienza bergamasca); dissi, come mio solito ad alta voce: “Chesto che al ga botep!” (questo qui ha del “buontempo”). Mi ci è voluto del tempo per capire. E forse non ci sono ancora del tutto arrivato. Capire che nel mondo in cui viviamo, non dobbiamo avere paura di stupirci e di esclamare le parole del salmo 138: “Meravigliose sono le tue opere, Signore! ”. Caro Emanuele, sono proprio meravigliose le opere del Signore! La tua ordinazione sacerdotale ci impone di “fermare il pulmino” ed accompagna il nostro cuore alla meraviglia. Da semplice confratello permettimi alcune parole in fraternità. Voglio partire dal Cantico delle Creature di Francesco, la cui testimonianza ti ha portato a rispondere con gioia alla chiamata del Signore. San Francesco nel “Cantico delle Creature” scrive

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così: “Laudato sì, mì Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta e governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”. La terra sulla quale camminiamo e che ci nutre con i suoi frutti ci ricorda il dono e la nostra responsabilità di sustentare e governare la nostra relazione con Cristo, fonte e culmine del nostro ministero sacerdotale. La pazienza dell’agricoltore ci insegna ad impegnarci, a rendere il nostro cuore una terra buona dove la generatività del “sì” a Lui può germogliare giorno dopo giorno. Non dobbiamo mai smettere di sustentare questa relazione soprattutto nei deserti che la nostra vita ci porterà ad attraversare. È bello custodire questa ardente e dolce forza del suo amore. Per questa cosa vale sempre la pena “fermare il pulmino” delle nostre preoccupazioni e lasciarci curare da Lui. Sempre nel Cantico delle Creature, Francesco ha descritto sorella acqua come “utile e humile et pretiosa e casta”. Umile, perché “manca” di molte cose, non ha colore, sapore, forma. Eppure non solo è utile e preziosa, ma essenziale, perché è proprio lei a rendere possibile la vita sulla terra. Per gli appassionati di immersioni l’acqua è il luogo dove scendere in profondità. La sfida del nostro ministero è quella di ritornare un po’ all’essenzialità che l’acqua ci suggerisce, stare sulle rive di quel lago che è l’umanità dei nostri fratelli più piccoli sapendoci immergere in profondità in legami veri e non virtuali. Nel Cantico il fuoco è tratteggiato dal Poverello, come “iocundo e forte”. La sua scoppiettante natura ci esorta ad essere appassionati interpreti di un modello pastorale che è fonte di iocunditas, ovvero “gioia”, che è il Vangelo di Gesù; una gioia che non dice solamente un’emozione del momento ma ciò che come preti siamo chiamati ad essere. Il cantante britannico Ed Sheeran ha interpretato un brano dal titolo Perfect. Il testo parla di un’intensa storia d’amore; di questa canzone esistono diverse versioni: in quella bilingue chiamata Perfect Symphony, Sheraan duetta con Andrea Bocelli. Ad un certo punto il testo si tinge di una speranza che lascia senza parole dicendo: “Ballo con te, nell’oscurità”. L’amore vero è quello che rimane tale anche nelle avversità. Solamente la relazione d’amore con Lui ci porta ad essere veri servitori della gioia, e solo con Lui possiamo ballare con iocunditas anche nell’oscurità dell’esistenza e nelle fatiche del ministero.


Caro Emanuele, il tuo sacerdozio sia il piĂš bel Cantico a Lui. Nutri sempre la tua relazione con Lui e non avere mai paura di stupirti e di riecheggiare le parole di Francesco dicendo con gioia: Meravigliose son le tue opere, Signore! Con affetto Don Marco Gibellini


Come eco di un gioioso canto

C

aro fra Emanuele, fra poco continuerai il tuo cammino di vita non più solo da figlio, da fratello, da amico, da frate... ma anche da sacerdote. Ognuna di queste parole ti ricorda una dimensione esistenziale che dovrai sempre custodire con cura e passione. Che cosa aggiunge l’essere sacerdote all’essere figlio, fratello...? Io ho avuto bisogno di tanto tempo per capirlo, ma quando la nebbia ha lasciato il posto a sprazzi di sereno mi sono trovato di fronte a qualcosa di straordinario: essere sacerdote è impegnarsi ogni giorno a far sì che la gente impari a volersi bene. Il sacerdote non deve essere contento se tutti gli dicono “bravo”, “simpatico”, “buono”..., se la gente gli vuole bene, ma deve gioire quando le tensioni, i rancori, le distanze, le vendette, le gelosie, le invidie che regnano nelle relazioni fra le persone e nelle famiglie lasciano spazio alla luce, all’amicizia, alla gioia di incontrarsi, al camminare insieme, al rispetto reciproco. Ecco che cosa dovrai fare: far sì che le

persone imparino sempre di più a volersi bene tra di loro. Questo impegno è di ogni cristiano, è ciò che ci chiede Gesù. Il sacerdote ci aiuta a non dimenticarlo, lo rende fresco e puntuale, lo sostiene in tutte le forme possibili, lo affida alla coscienza di tutti dall’alba al tramonto, indicandolo come obiettivo quotidiano. Siamo consapevoli di quanto sia difficile tutto questo: bisogna fare i conti con la fragilità umana di cui siamo tutti portatori. Proprio per questo la presenza del “sacerdote” è preziosa! L’avvenimento della tua ordinazione sacerdotale ha creato entusiasmo, gioia, felicità, stupore, serenità e anche un po’ di sano orgoglio in tante persone. Tuo papà e tua mamma, tuo fratello, i tuoi zii e zie, i tuoi cugini, i tuoi amici, la comunità nella quale sei nato e cresciuto e quelle in cui hai vissuto momenti della tua giovinezza guardano alla tua vita, alla tua scelta, al tuo futuro con ottimismo e gratitudine, gratitudine verso il Signore per averti suggerito questa strada da percorrere e gratitudine a te per averLo ascoltato. Chiedo al Signore che le belle energie


ora presenti nel tuo e nel nostro cuore continuino ad accompagnarci “il giorno dopo”, come eco di un gioioso canto che insieme in queste ore stiamo condividendo. Tante altre considerazioni vorrei condividere in queste poche righe. Non vorrei però che soffocassero quanto sono riuscito a dirti fin qui. Ti ho confidato quello che mi stava più a cuore, con la fiducia che rimanga in te sempre. Caro Emanuele, ricordati che per essere un “prete santo e felice” dovrai impegnarti ad essere “un uomo vero”. Sarà la tua autentica umanità che renderà santa e gioiosa la tua vita sacerdotale in mezzo a noi. È l’augurio che con tanta serenità ti faccio, convinto che le mie parole sono già presenti nei desideri e nelle speranze del tuo cuore. Con affetto Tuo zio Don Piero


Un compagno di viaggio sempre presente

I

l Signore costruisce strade nel deserto, appiana monti, riempie vallate… e soprattutto ha il potere di trasformare le strettoie delle nostre vite in quei crocicchi che ci permettono di incontrare persone, di stringere relazioni, di allenarci nell’arte di amare e di restituire con gratitudine le nostre vite. Ho condiviso davvero tanto della mia vita con fra Emanuele, sin dal 2007 quando il Signore ci ha donato di incontrarci iniziando la nostra avventura di sequela a Monteluco, durante il tempo del postulato. Da subito mi sono sentito in sintonia con il suo cuore generoso, con la sua indole sempre positiva, con la sua attitudine all’apertura, all’incontro, al miglioramento e soprattutto con la sua disponibilità a seguire il Signore Gesù. Abbiamo vissuto insieme 7 anni di formazione nella provincia dei Frati Minori di Assisi, non so dire se conti più la quantità di tempo vissuto insieme o la profondità della condivisione che ci è stata donata di sperimentare! Quello che so dire è che c’è stato un tempo davvero speciale in questi anni: il tempo vissuto insieme in Africa nel 2011-2012.

Un’avventura iniziata con molta incoscienza e tanto desiderio di crescere, di conoscere, di donarsi. Siamo stati mandati in Congo Brazzaville, dove da tempo i Frati Minori avevano iniziato un’opera di evangelizzazione basandosi su cinque presenze nel territorio: due conventi nella zona delle foreste del nord (Boundji e Makoua) e tre conventi nei pressi della capitale (Djiri, Makabandilou e Moungaly). Da subito siamo stati separati: io ho vissuto la maggior parte della mia esperienza a Ndako ya bandeko, nei pressi della capitale, con fra Adolfo, fra Italo e i ragazzi di strada che accettavano di farsi aiutare iniziando a vivere in una fraternità accogliente che li aiutava a crescere. fra Emanuele, invece, ha vissuto la maggior parte del tempo a Makoua, con fra Michele e fra Loris in un villaggio nella foresta del nord, in sostegno alla pastorale parrocchiale che i frati esercitavano nella chiesa vicina. Nonostante la distanza ci sapevamo uniti dalla preghiera e dalla comunione di un’esperienza che da subito ha rivelato la sua dirompente profondità. Tutto in Africa allargava il cuore, abbatteva pregiudizi, faceva superare paure e illusioni...


Tutto era diverso da come ci saremmo aspettati, eppure meglio di come avremmo potuto immaginarci, se non altro perché profondamente vero! Ciascuno di noi ha dovuto affrontare fatiche: per quanto riguardava l’uso della lingua, il cibo, il clima, l’emarginazione dovuta al colore diverso della nostra pelle, la malaria… Eppure ciascuno di noi due ha sperimentato la fedeltà del Signore, che non rinnega le Sue promesse, anzi dona davvero il cento per uno per ogni cosa che ci propone di lasciare! Quanti sorrisi, quanti abbracci, quanta gratuità, quanta gratitudine, quanta speranza, quanta vitalità abbiamo ricevuto senza averne alcun merito? Quanto ci siamo sentiti accolti e custoditi dalla famiglia dei frati, che ovunque ha la capacità di parlare il messaggio universale di minorità e di fraternità, intuito e vissuto da San Francesco? Nei due mesi di tempo che abbiamo vissuto insieme in terra d’Africa, io ed Emanuele abbiamo condiviso comunque delle esperienze davvero indimenticabili. Ricorderò sempre quando gli abitanti di un minuscolo villaggio interno alla foresta, raggiunto in bicicletta, ci hanno ospitati dandoci riparo durante un acquazzone torrenziale, offrendoci del cibo nonostante la povertà disarmante in cui vivevano, o tutte le volte che ci siamo

reciprocamente sostenuti per non lasciarci sopraffare dallo sconforto. Ma se c’è qualcosa che si è inscritto indelebile nel mio cuore, ricordando quel tempo in Africa, è la consapevolezza di aver conosciuto un po’ di più l’uomo a immagine di Dio. Nella sua dignità universale, nella sua bellezza disarmante, nella sua povertà imbruttita, nel suo desiderio di vita piena, nella sua nostalgia del volto del Padre, nella sua miseria immensa riempita di grazia infinita, nel suo bisogno di incontrarsi con la misericordia… Ora che il Signore ha separato le nostre strade, rimane la consapevolezza e la gratitudine per un cammino bellissimo e di valore inestimabile vissuto insieme. Sale spontanea la lode a Dio, che in fra Emanuele ci dona un nuovo artefice della Sua Misericordia, un nuovo custode dei Suoi Misteri, un nuovo annunciatore del Suo Vangelo. A laude di Cristo! Fra Andrea Frigo

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Un’amicizia salda e sincera

“È

l’amore la perfezione della Legge e la regola d’ogni vita, la soluzione di ogni problema, lo stimolo di ogni santità. Rafforza questo tuo amore, donati ai tuoi fratelli, cerca i poveri, immergiti nella pasta del mondo come lievito generoso, esci da te stesso, esci dalla tua grotta, non cercare il piacere egoista, non pensare sempre a te, non farti centro dell’universo…” (Carlo Carretto) Carissimo, ci piace iniziare così, con questo caloroso e affettuoso saluto che utilizzi spesso quando ci rivediamo, accompagnato da un forte abbraccio che testimonia l’amicizia salda e sincera che ci unisce. In quell’abbraccio, scorrono velocissimi i fotogrammi delle esperienze di vita trascorse insieme, fin quando eravamo bambini. Sei sempre stato una persona

speciale, mai egoista e sempre attenta alle necessità dei tuoi compagni di gioco. Quanti pomeriggi trascorsi insieme da bambini a giocare a ping pong nel fantastico e mitico garage di casa tua e quante pedalate insieme sui nostri bei monti. I lunghi tragitti in bici, in fondo non sono altro che un tratto di vita che abbiamo percorso insieme, spesso vicini ciascuno con le proprie capacità e i propri limiti. E come quando sulla strada si presentano dei bivi, così la vita di ciascuno di noi ad un certo punto ha preso una precisa direzione. Non sono certo mancati i momenti di difficoltà, di smarrimento e indecisione. Ricordiamo bene quando faticavi a trovare la tua strada all’interno degli studi universitari in ingegneria, nonostante il tempo a Brescia abbia arricchito la tua vita di nuove esperienze e nuove


amicizie. Spesso quando si intraprende una via si fatica a cambiarla, nonostante dentro di sé cresca la consapevolezza che non è quella giusta. Non si vuole accettare la sconfitta o deludere sé stessi ed i propri cari. Tu, grazie all’umiltà e alla grande fede in Dio, ti sei fatto guidare verso una scelta coraggiosa, quella che ti ha portato a vestire il saio per seguire con entusiasmo l’insegnamento di S. Francesco e per donare con gioia la vita ai fratelli nel servizio del Signore. Vocazione che è andata rafforzandosi nel recente cammino da diacono e che ora fiorisce piena nel sacerdozio. E quanto ti abbiamo visto sereno, carico di voglia di fare e felice da quando hai trovato la tua vera strada! Da amici ricordiamo le moltissime esperienze all’insegna dell’allegria e risuonano ancora in noi le tue celebri frasi che ci fanno tuttora sorridere, come quando in barca affermavi che il vento accentuava “l’attaccatura alta” e quando ti sei inaspettatamente infervorato presso un fast food perché non volevamo

ascoltare i consigli sul menù. Le sfide a pallavolo, la condivisione dello stare insieme in squadra, tutti uniti come in fondo lo siamo sempre stati! Non ci è mai mancata la voglia di stare insieme, di condividere i “bei momenti” della vita, ma anche quelli più difficili che ognuno di noi ha dovuto affrontare. Ora vogliamo prima di tutto festeggiare con te per questa nuova chiamata di Dio, per questo dono immenso e assicurarti che saremo sempre al tuo fianco. Sei per noi un amico sincero, leale, pieno di cuore che ci ha sempre offerto il lato migliore del carattere. Vogliamo augurarti tanta serenità e gioia, sicuri che saprai affrontare, grazie all’aiuto del Signore, ogni momento della vita, potendo sempre contare sulla nostra profonda e genuina amicizia. Ti abbracciamo forte nostro carissimo Ema. I tuoi amici “bagnini tibetani”


I buoni amici restano sempre

D

opo la maturità al liceo “Edoardo Amaldi” di Alzano Lombardo, mio fratello ha deciso, con sano spirito d’avventura, d’iscriversi alla facoltà d’Ingegneria per l’ambiente e il territorio all’Università degli Studi di Brescia, sognando un futuro all’insegna della sostenibilità ecologica. Erano i primi anni 2000 e tante le novità: i cellulari tascabili, le connessioni Internet d’avanguardia, le chat improvvisate con computer oggi antidiluviani. Per Emanuele furono anni di studio e divertimento; li visse abitando a Brescia in un convitto I.S.U. (Istituto per il diritto allo Studio Universitario) e spostandosi in bicicletta. Passò dall’essere una matricola inesperta a rivestire il ruolo vagamente ambito dello studente senior, con tanto di 150 ore in curriculum. Ricordo quando mi fece vedere la città, Brescia non aveva più segreti per lui, ne aveva intuito l’essenza ormai multietnica e frentica. Dopo la conversione in quel d’Assisi è rimasto in contatto con i suoi compagni di studio e li incontra ogni volta che torna al Nord per una pizzata. Lascio la parola a Francesca e Andrea, due dei suoi amici più cari di quel periodo di vita goliardica e impegnativa.

C

i è sembrato bello ricordare fra Emanuele e farvelo conoscere così come l’abbiamo apprezzato noi, nella vita di tutti i giorni di qualche anno fa ormai. Vi lasciamo qualche immagine, siamo convinti vi faranno sorridere: è questo il modo migliore per conoscere e ricordare le persone. Perché anche se non ci si vede più tutti i giorni come ai tempi dell’università, si resta ancora comunque in contatto: gli anni passano, ma i buoni amici restano! Francesca e Andrea

Roberto

Chi l’ha detto che Ingegneria è noiosa e pesante?! Basta prenderla nel verso giusto!

Già ai tempi dell'università, Manu (come lo chiamiamo ancora noi) ci ha insegnato che "...non di solo pane vive l'uomo" ma anche di crostata!


Gita in Valcamonica, apprezzata meta di montagna anche dal nostro frate. Dopo tanto studio serve anche tanto svago. PerchÊ l’importante è non perdere la testa!

Oggi nonostante il tempo che passa e le strade che si dividono (e gli abiti che cambiano) ci si vede ancora volentieri!


Viaggiatore del tempo

P

ensando ad un vecchio, giunto al tramonto della sua vita che osserva le immagini della propria esistenza, mi piace ricordare il cammino fatto fin qui con la speranza che il futuro possa essere migliore di quanto ci si immagini. Di fronte a tanto individualismo raccontato nelle cronache di ogni dove, ritrovo quotidianamente quella fiamma sempre accesa alimentata dalla passione di persone che impegnano la propria vita nella ricerca dell’amore lasciatoci in eredità da Gesù. Nel nostro correre quotidiano, non ci accorgiamo di quante persone, ogni giorno, dedicano il proprio tempo e le proprie energie per gli altri. Spesso mi domando a cosa possa servire il nostro pellegrinare verso mete lontane alla ricerca di una “passione” perduta o di un “gesto” impossibile, senza accorgerci di quanti miracoli si materializzano ogni giorno sotto i nostri occhi, senza che noi li vediamo. Ad esempio, chiediamoci quale forza spingeva ogni giorno Vitt..... a più di 90 anni, fino

far gruppo, ricordo in particolar modo quella al lago di Garda nel campeggio “S. Francesco” ... forse un presagio? Tornando alla tua missione, Ema ti confesso che mi sono commosso il giorno che ho appreso la notizia della tua volontà di entrare in convento, senza parlare poi della prima volta che ti ho visto con indosso il saio del nostro amato Francesco. Sai, quando parlo di miracoli, mi riferisco proprio a queste scelte di vita, completamente dedicata agli altri e alla ricerca di quell’ amore che ormai sembra di altri tempi. L’augurio più grande che ti voglio fare, è quello di saper trasmettere a chi incontrerai sul tuo cammino, la capacità di fermarsi e riconoscere i segni di quell’Amore che ti ha cambiato l’esistenza. Gigi

a pochi mesi dalla propria morte, ad uscire di casa e recarsi in Casa Serena per imboccare gli anziani? Per quale scellerato motivo i volontari della protezione civile spesso rischiano la vita per aiutare le persone nei disastri? Chi obbliga i volontari della Caritas nelle lunghe e gelide notti invernali, a recarsi per le strade e donare una coperta o un pasto ai più sfortunati? Poi, arrivi tu fra Ema a confermare tutto questo con la tua scelta. Ricordo con gioia, passione, rabbia, dedizione, i tanti anni trascorsi in oratorio, la scelta di diventare, insieme a Tiziana, educatore degli adolescenti, le serate passate a programmare gli incontri per cercare di trasmettervi un qualcosa di “diverso” rispetto a quanto potevate trovare a scuola con i vostri compagni o in un bar fra amici. Quante volte mi son sentito uno di voi, nelle gite che facevamo con lo scopo di 28


Auguri fra Emanuele dai ragazzi del catechismo

C

arissimo fra Emanuele, il nostro augurio sincero vuole prendere spunto da alcune parole e dalla vita di Don Tonino Bello. Ti auguriamo di essere un sacerdote contempl-attivo, che sappia conciliare nella propria vita, come due facce di una stessa medaglia, l’azione e la contemplazione. Ti auguriamo che la gente che ti incontra dica di te: “Ecco un prete che fa suonare le campane”! Le campane della gioia di Pasqua, le campane della Speranza. Ti auguriamo di essere un sacerdote che indossa il grembiule! Solo se servirai potrai parlare ed essere creduto. Sì fra Emanuele questo è l’augurio che facciamo a te perché la tua amicizia con Gesù diventi sempre più profonda e lo speriamo per noi perché abbiamo bisogno di testimoni autentici di Gesù e del suo Vangelo.

N

1^ elementare

oi ragazzi di 4 elementare vogliamo augurarti una meravigliosa vita sacerdotale, perché sulle orme si San Francesco e dei santi che abbiamo imparato a conoscere quest’anno tu possa imparare a credere, nonostante tutto come san Tommaso, a obbedire alla Parola di Dio come San Benedetto, a essere servo fedele come San Martino e vera gioia per noi ragazzi come san Filippo Neri! Ti ricordiamo nelle nostre preghiere.

C

4^ elementare

aro fra Emanuele, noi ragazzi della 3° media di Catechismo preghiamo il Signore affinché illumini il tuo cammino e ti protegga sempre, soprattutto nelle difficoltà. Il Signore benedica Te e con la tua vocazione tu possa annunciare a tutte le persone che incontrerai la gioia e la speranza del Vangelo. Ringraziamo e affidiamo tutte le nostre preghiere al Nostro Signore Gesù per averti scelto come uno dei tanti annunciatori della Parola di Dio sparsi in tutto il mondo e per essere un suo strumento di carità per il prossimo, soprattutto per i più piccoli e per chi è meno fortunato di noi. Ti auguriamo tutti noi di essere sempre illuminato dalla Grazia e dalla Misericordia del Salvatore Gesù. 3^ media

“C

he io non cerchi tanto d’essere amato, quanto di amare…” Come San Francesco ha saputo attirare a sé tante persone con l’esempio e la testimonianza della sua vita, anche Tu non stancarti mai di accogliere le persone che incontrerai nel tuo ministero, in particolare conforta coloro che hanno bisogno di un sostegno spirituale. Che tu possa essere sempre uno strumento d’amore nelle mani del Signore. Ti saremo sempre vicino con la nostra preghiera.

C

1^ media

aro fra Emanuele, ci presentiamo: noi siamo i ragazzi che il 27 maggio hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione. Durante i nostri incontri di catechesi del venerdì pomeriggio abbiamo parlato di persone capaci di far “fruttare” al meglio i sette doni ricevuti dallo Spirito Santo; abbiamo quindi rivisto la figura tanto amata e tanto nota di San Francesco ed abbiamo conosciuto anche te… anzi, qualcuno di noi ha avuto il piacere di conoscerti personalmente, durante il pellegrinaggio vicariale dei Cresimandi ad Assisi. Confrontandoci abbiamo cercato di capire perché un ragazzo giovane oggi faccia una scelta di vita così, ormai diremmo, inusuale e… a dire il vero, non abbiamo trovato grandi risposte! Per questo siamo qui oggi: ti auguriamo di vivere questo tuo cammino con grande passione e servizio; insieme a tutta la nostra comunità preghiamo sempre per te e ti chiediamo una particolare preghiera per noi ragazzi, affinchè lo Spirito Santo ci faccia comprendere l’importanza e la meraviglia di vivere la vita all’insegna di Gesù e del Suo immenso amore… e, perché no, magari seguendo il tuo esempio! Grazie fra Emanuele

C

2^ media

aro fra Emanuele noi ti auguriamo di avere un grande cuore, che possa accogliere tutti gli adolescenti che incontrerai sulla tua strada… perché noi abbiamo bisogno di sentirci amati cosi come siamo: un po’ tristi e un po’ felici, un po’ gentili e un po’ maleducati, un po’ impegnati e un po’ pigri, un po’… così’… Buon cammino! Gruppo adolescenti


Il sogno di un bambino La vocazione di fra Emanuele raccontata ai più piccoli

S

eduto sulla riva di un ruscello il bambino guardava la sua barchetta di carta bianca fluttuare e poi scivolare leggera sull’acqua, sicuro che avrebbe raggiunto il mare. Lui il mare l’aveva visto poche volte, soltanto in alcuni giorni d’estate, ma ricordava bene quella meravigliosa immensità blu e verde e il fruscio delle onde che si frangevano sulla spiaggia. Il bambino si sdraiò sull’erba, ranuncoli e pratoline lo accarezzavano dolcemente. Socchiuse gli occhi, guardò il cielo azzurro e rimase un bel po’ a guardare il volo perfetto delle rondini e le nuvole bianche che si rincorrevano, formando figure fantastiche. Si addormentò al tiepido calore del sole di primavera. Sognò paesi e città, fiumi e laghi, verdi montagne, boschi profumati di muschio, sentieri di sassi, baite, greggi e mandrie; e un buon bicchiere di latte appena munto, da gustare e sorseggiare adagio. Il bambino sognò a lungo, sognò anche la notte di velluto nero, le luminose stelle e la bianca luna. E udì la voce del vento che gli sussurrava parole antiche a lui sconosciute. Poi sentì freddo, tanto freddo da battere i denti; poco lontano vide una casa, la raggiunse e bussò alla porta, era una casa poverissima, gli aprì un uomo molto anziano dai lunghi capelli bianchi che lo fece sedere vicino al camino nel quale scoppiettava un fuoco allegro e vivace. Non avrebbe mai voluto svegliarsi, quel sogno era troppo bello.

Il bambino diventò grande, un bel ragazzo alto e magro, riccioli e occhi castani. Nel suo cammino di giovane uomo incontrò la povertà e la malattia e si commosse; vide nel povero e nell’ammalato nostro Signore.

Qualcosa lo scosse delicatamente, qualcosa di umido, caldo e peloso: era il suo cane che voleva giocare con lui, stanco di quel padroncino dormiglione. Si alzò dal letto e si guardò attorno abbracciando il suo amico fedele.

Poi decise: «Mi farò frate francescano e, come San Francesco, mi metterò al servizio degli umili, lodando ogni giorno il Signore per le bellezze del Creato».

Il bambino era un bravo scolaro, studiava e svolgeva i compiti regolarmente. In casa non faceva capricci, solamente ogni tanto bisticciava un pò col fratellino più piccolo che gli faceva i dispetti. Frequentava l’oratorio del paese e gli piaceva giocare a pallone. 30

Pensò che doveva fare qualcosa, pensò a lungo.

Quel bambino si chiamava Emanuele, diventò frate e oggi diventa sacerdote. Forse quel sogno lontano, che lui ricordava spesso, gli aveva indicato la strada della vita. Laudato sì mì Signore Bruna

A.G.


Il significato del Tau La croce tanto amata da San Francesco d’Assisi

L

’ultima lettera dell’alfabeto ebraico nell’antichità rappresentava il compimento dell’intera parola rivelata di Dio. Questa lettera era chiamata TAU (o TAW, pronunciato Tav in ebraico), che poteva essere scritta: /\ X + T. Esso venne adoperato con valore simbolico sin dall’Antico Testamento; se ne parla già nel libro di Ezechiele: «Il Signore disse: Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono…» (EZ. 9,4)”. In questo stesso passo il Profeta Ezechiele raccomanda a Israele di restare fedele a Dio fino alla fine, per essere riconosciuto come simbolicamente segnato con il “sigillo” del TAU sulla fronte quale popolo scelto da Dio fino alla fine della vita. Sebbene l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico non fosse più a forma di croce, come nelle varianti sopra descritte, i primi scrittori cristiani avrebbero utilizzato, nel commentare la Bibbia, la sua versione greca detta dei “Settanta”. In questa traduzione delle scritture ebraiche, che i cristiani chiamano Antico Testamento, il TAU veniva scritto T. Fu poi adottato dai primissimi cristiani per un duplice motivo. Come ultima lettera dell’alfabeto ebraico, era una profezia dell’ultimo giorno ed aveva la stessa funzione della lettera greca Omega, come appare dall’Apocalisse: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dal fonte dell’acqua della vita… Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine” (Ap.21,6; 22,13). I cristiani adottarono il Tau, perché la sua forma ricordava ad essi la croce, sulla quale Cristo si immolò per la salvezza del mondo. Con questo stesso senso e valore se ne parla anche nell’Apocalisse (Apoc.7, 2-3). Segno di redenzione era anche segno esteriore di quella novità di vita cristiana, più interiormente segnata dal Sigillo dello Spirito Santo, dato a noi in dono il giorno del Battesimo (Ef 1,13).

è un privilegio divino (Ap.9,4; Ap.7,1-4; Ap.14,1). È il segno dei redenti del Signore, dei senza macchia, di coloro che si fidano di Lui, di coloro che si riconoscono figli amati e che sanno di essere preziosi per Dio (Ez.9,6). È simbolo della dignità dei figli di Dio, perché è la Croce che ha sorretto Cristo. È un segno che mi ricorda che devo essere anch’io forte nelle prove, pronto all’obbedienza del Padre e docile nella sottomissione, come è stato Gesù davanti alla volontà del Padre. San Francesco e la croce. San Francesco negli anni della sua conversione aiutava i lebbrosi, per questo è venuto in contatto con una comunità religiosa, che a sua volta curava questi malati e usava il Tau come amuleto per difendersi dal contagio. Francesco, poi, ha sicuramente rielaborato questo segno per significare sia la fedeltà per tutta la vita, sia il servizio per gli ultimi. Anche papa Innocenzo III, nel Quarto Concilio Lateranense del 1215, usa il passo dell’Apocalisse con il riferimento al Tau e Francesco si sente quindi legittimato a impiegare questo segno, lo userà addirittura per firmarsi nelle lettere che invia. Perché in legno? Il legno è un materiale molto povero e duttile e i figli di Dio sono chiamati a vivere in modo semplice e in povertà di spirito (Mt.5,3). Il legno è un materiale che si lavora facilmente e anche il cristiano battezzato, deve lasciarsi plasmare nella vita di tutti i giorni, dalla Parola di Dio, essere Volontario del Suo Vangelo.

Di che cosa è segno? È il segno concreto di una devozione cristiana, ma soprattutto un impegno di vita nella sequela del Cristo povero e crocifisso. È il segno di riconoscimento del cristiano, cioè del figlio di Dio, del figlio scampato dal pericolo, del Salvato. È un segno di potente protezione contro il male (Ez.9,6). È un segno voluto da Dio per me, 31


Il Cantico delle Creature

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l Cantico delle Creature (anche noto come Cantico di Frate Sole) è un cantico di Francesco d’Assisi composto intorno al 1226. È il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Il Cantico è una lode a Dio che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, che diventa così anche un inno alla vita; è una preghiera da cui traspare una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del creatore: da ciò deriva il senso di fratellanza fra l’uomo e tutto il creato. I versetti incalzano con un laudato sì, mì signore,… per sor’acqua,… per frate vento, …per frate focu… per sora nostra matre terra…per quelli ke perdonano per lo tuo amore, e sostengo infirmitate et tribulatione.

Come omaggio a fra Emanuele presento una lettura del Cantico delle Creature in immagini, attraverso le opere di Fulvio Roiter, un fotografo veneto, ma veneziano d’adozione, nato nel 1926 e morto nel 2016. Esperto di fotografia in bianco e nero usò anche nel colore dei reportages di viaggi una personale tecnica che esaltava luoghi e particolari inediti della scena. Sono venticinque gli scatti che Fulvio Roiter ha raccolto per illustrare San Francesco, provando a rendere in immagini la poetica e il messaggio del poverello di Assisi.

Il cantico delle creature, composto da quattordici lasse di versetti assonanzati, è considerato “la prima grande voce poetica del volgare italico”. Un capolavoro dell’arte di tutti i tempi, che ha ispirato più di un artista. Nel 1954, parte proprio in Umbria l’avventura di Roiter che arriva a Gubbio per realizzare un libro fotografico, incaricato dalla Guilde Du Livre di Losanna. Il progetto prevede che il volume si concluda con una lettura fotografica del Cantico delle creature. Il risultato è particolare: il libro vince il Premio Nadar nel 1956. Ma quel libro è anche il primo passo di una ricerca che lo porterà a rileggere il Cantico fino a divenirne parte e a cercare l’immagine perfetta per il sole radiante, il vento, l’acqua, il dolore e la letizia, la terra e la morte, difficili da fermare in uno scatto. Concludo con altri versetti del Cantico: Laudato sì, mì signore, per sora nostra morte corporale, Da la quale nullu homo vivente pò skappare Guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali; Beati quilli ke se trovarà ne le tue sanctissime voluntati, Ka la morte secunda no ‘l farrà male. Laudate e benedicite mi’ signore et rengratiate Et serviateli cum grande humilitate. Fra Emanuele, questo tuo percorso, che è una risposta a metterti a disposizione come ministro della Chiesa di Dio, e frate minore, è un dono per te e per tutti noi! Markos

Sora madre terra


Sora nostra morte corporale

Cum grande humilitate

Laudate et benedicete

Quilli che perdonano


La chiesa della Porziuncola Luogo delle origini e centro del Francescanesimo

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a piccola chiesa della Porziuncola è stata il punto di riferimento di tutta la vita di Francesco e della sua fraternità. Quando il Santo giunse qui agli inizi del 1200, la chiesetta umile e solitaria dedicata alla Vergine Assunta era circondata da una selva di querce e giaceva in uno stato di quasi totale abbandono. Francesco la riparò con le sue mani.

Fu qui che il 24 febbraio 1208, scese nel suo cuore la parola di Gesù: “Andate… annunciate che il Regno dei cieli è vicino; non procuratevi né oro, né argento, né bisaccia, gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Francesco ne fu folgorato e pieno di gioia disse il suo più grande “Sì” a Dio: “Questo è ciò che voglio, questo è ciò che desidero fare con tutto il cuore!”. Subito abbandonò le ricche vesti, indossò una tonaca a forma di croce e iniziò ad annunciare ovunque il Vangelo. Alla Porziuncola, ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio, stabilì la sua dimora. Qui accolse i primi compagni e fondò l’Ordine dei Frati minori. Da qui partirono i primi frati, inviati da Francesco, ad annunziare la pace. In questo luogo, la notte della domenica delle Palme del 1211, il Santo accolse Chiara di Assisi e la consacrò al Signore. Fu qui che il Santo tenne i primi “Capitoli” dei suoi Frati, riunioni generali cui

partecipavano inizialmente tutti i suoi figli. Qui, in una notte del luglio 1216, riuscì ad ottenere da Cristo e dalla Vergine, che gli erano apparsi, la promessa straordinaria che quanti, lungo i secoli, si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avrebbero ottenuto la completa remissione delle loro colpe: il perdono di Assisi. Qui, infine, concluse la sua vita accogliendo la morte cantando. Era il 3 ottobre 1226. San Pio V vi fece innalzare la relativa Basilica (15691679), su disegno di Galeazzo Alessi. La nuova facciata monumentale, su disegno di Cesare Bazzani, fu inaugurata nel 1930. Con la cappella del Transito, è da ricordare il Roseto, la Cappella delle Rose e il nuovo Museo del Santuario. Il Convento Porziuncola è la sede della Curia, dell’Archivio storico, della Biblioteca provinciale, del Seminario Teologico e dell’Infermeria provinciale. Alla Porziuncola, che fu ed è il centro del Francescanesimo, il Poverello raduna ogni anno i suoi frati nei Capitoli (adunanze generali), per discutere la Regola, per ritrovare di nuovo il fervore e ripartire per annunciare il Vangelo nel mondo intero.


In occasione dell’ordinazione di Fra Emanuele e in sintonia con il prossimo Sinodo dei giovani, la Parrocchia ha indetto un concorso artistico e letterario per i ragazzi delle superiori e i giovani delle università. Questo il tema proposto: “Il sacerdote oggi. Considerazioni, consigli, provocazioni ad un giovane che sceglie oggi la via del sacerdozio”. Di seguito pubblichiamo i due elaborati ricevuti corredati dai disegni realizzati.

Sei stato capace di cercare e trovare il tuo centro riconoscimento altrui. Ma come la mettiamo quando l’altro non è una persona fisica, concreta, tangibile ma è un’essenza, una fede, Dio? È più facile o difficile affidare la propria felicità ad un essere spirituale rispetto ad una persona in carne ed ossa? Lo sanno tutti: errare humanum est. Quante volte diamo fiducia e veniamo delusi? Quante sono le aspettative che creiamo sugli altri e che con un alito di vento vengono distrutte lasciandoci frustrati e profondamente tristi? È il rischio che ci prendiamo ogni volta che contiamo sulle altre persone. E, davvero, è quello che facciamo tutti sempre. O forse no, non tutti, non sempre. E tu, fra Emanuele ne sei l’esempio. Tu, come tutti coloro che hanno deciso di dedicare la propria vita a Dio e a Gesù, hai scelto di porre il tuo desiderio di riconoscimento nelle mani del Signore. Mani grandi, generose, accoglienti, sicuramente più affidabili delle mani di qualsiasi uomo o donna, ma io mi chiedo, mani o guanti vuoti? “Bisogna avere fede” ti dicono. Eh sì, la fede. Quella strana ed imprevedibile compagna che quando va tutto bene rimane al tuo fianco ma che

Gemma Bombardieri (3^ media)

R

ecentemente a scuola abbiamo parlato del gigante della filosofia Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Nella sua opera più famosa, intitolata “Fenomenologia dello spirito”, egli afferma che l’uomo è l’unico animale che, anche dopo aver soddisfatto il suo desiderio di vita tramite l’atto di negazione, rimane e persiste in una condizione di perenne inquietudine che non gli permette il raggiungimento della serenità. Si muove, dunque, in un mondo fatto di fenomeni e di materialità alla ricerca di una dimensione spirituale, non religiosamente parlando, nella quale possa trovare la tanto bramata felicità. E la trova, eccome se la trova. Il tesoro si nasconde nel desiderio stesso, non in quello del singolo individuo ma in quello dell’altro. L’uomo sente la necessità di venire riconosciuto divenendo oggetto di desiderio altrui. Sembrano concetti tanto astratti e tanto lontani dalla nostra quotidianità ma non è affatto così. Basta fermarsi a pensare un attimo alla nostra vita e alle nostre scelte concrete per capire che il nostro obiettivo e desiderio è quello di andare incontro agli altri e che gli altri vengano incontro a noi. Non esiste l’individualità, esiste la ricerca continua del


Celeste Bombardieri (2^ superiore)

sembra abbandonarti di fronte ai grandi drammi della vita. Davanti alle profonde ingiustizie e alle grandi problematiche di oggi tu sei rimasto ancorato a Dio, scegliendolo come compagno di vita, scegliendolo come altro in cui poterti riconoscere. Avresti potuto seguire altre vie eppure tu ne hai percorsa una che oggigiorno pochi, pochissimi intraprendono. La lampante mancanza di vocazioni e il numero sempre maggiore di atei ci palesano che c’è qualcosa che non va. Serve un profondo cambiamento e un rinnovamento nella Chiesa perché è chiaro che non c’è più fiducia e che perciò sempre più persone non arrivano a Dio. Proprio per questo penso che abbracciare il sacerdozio nel 2018 sia molto più difficile e impegnativo rispetto a qualche decennio fa. Soprattutto a noi giovani non bastano più le solite frasi fatte, i dieci comandamenti da imparare a memoria e il Padre Nostro da recitare la sera. Si viaggia di più, si conosce di più, mentalità diverse, mondi diversi che offrono tante strade e tante vie. C’è dunque bisogno di cristiani, sacerdoti ma non solo, pronti al dialogo con coloro che, come me, stanno mettendo in discussione quelle che prima ritenevano essere certezze e che siano in grado di trasmettere, con le parole e con i fatti, il messaggio di gioia che loro hanno trovato nel Vangelo. Bisogna però prima avere la consapevolezza che nessuno possieda la verità assoluta e che è diritto e dovere di tutti continuare ad interrogarsi e a riflettere sulle grandi domande. Solo mostrando che, nonostante la scoperta di nuove realtà e una grande

apertura mentale, Dio rimane il centro della propria vita si può essere esempio e prova della sua esistenza e della sua importanza. Tu con la tua scelta hai dato conferma di quello in cui credi, ossia che in Dio e in Gesù Cristo risieda la giusta via. Sei dunque un potenziale modello di vita per noi giovani alla ricerca della nostra strada. Credo che il sacerdote oggi debba essere una guida che ci mostri un possibile cammino da percorrere, un amico che ci faccia conoscere Gesù perché lui l’ha conosciuto per davvero e non per sentito dire. Dovrebbe essere come un padre che vuole il meglio per i suoi figli e che offre loro il tesoro più prezioso che possiede: Dio. Allo stesso tempo è necessario che il sacerdote sappia lasciarci liberi di camminare, senza abbandonarci ma senza nemmeno ostacolarci nelle scelte diverse da quelle che lui avrebbe fatto. Una volta scoperta la nostra Verità, essa ci porterà a sentirci anche noi riconosciuti come desiderio di qualcuno. Tu sei stato capace di cercare e trovare il tuo centro: Gesù. Ora ti auguro di saperlo infondere, testimoniare, portare a tutti coloro che sono in ricerca e, da amministratore degli affari di Dio (dall’etimologia della parola “sacerdote”), che tu riesca ad inviare il messaggio divino anche a coloro cha hanno problemi di “connessione”. Letizia Bombardieri (4^ superiore )

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La risposta “Giusta” Cosa avrà pensato Emanuele prima di decidere di diventare frate? Quali riflessioni avranno occupato la sua mente di giovane inquieto alle porte del nuovo millennio? Nel testo che segue proviamo a immedesimarci nel suo vissuto interiore, partendo da una lettura “rovesciata” del Magnificat e non risparmiando l’ironia più tagliente, quella che scava nei problemi attuali. Nella seconda parte, invece, si dà voce alla speranza che apre ad una risposta decisiva. R.G

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’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.” Queste parole mi disturbano! Ogni volta che le sento leggere, ho una fitta al cuore. Partiamo dal presupposto che NON voglio essere servo di nessuno: anni e anni di emancipazione per cosa? Per inginocchiarsi di fronte a chissà quale “divinità”? Per credere in un qualcosa che un giorno asciugherà le mie lacrime? Quante idiozie! Io mi salvo da solo, sono rispettoso, obbediente e studioso. Un giorno avrò un buon lavoro e i miei genitori saranno fieri di me. Mi dite quindi a che mi servono questi pomeriggi di formazione? Un’inutile perdita di tempo! Le chiamano “giornate di vocazione”, perché ovviamente chiamarle “giornate della noia” pareva triste. Eppure, mi sbalordisce sempre pensare ai preti: abito nero, collo stretto in una morsa bianca e vita in solitaria. Niente amici, niente feste, e … niente Ragazze! Ma cavolo: hanno avuto la mia età, o sono nati così?! Secondo me, non hanno nemmeno mai giocato con un pallone da calcio: per forza! Chi glielo avrebbe fatto fare di scegliere questa vita altrimenti? Sono convinto che il 99% di loro alla mia età fosse uno “secchione”: tutto studio e niente divertimento. Lasciato in disparte perfino dai genitori, che piuttosto che tenerlo a casa, l’hanno mandato in collegio! Loro lo chiamano Seminario, come se questi paroloni servissero a cambiare quello che è ai miei occhi: un luogo di studio, silenzio e … castigo! “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” … sì, beata di che?! Di essere diventata mamma a sedici anni? Beh benvenuta nella mia generazione! Ci hanno fatto perfino un format televisivo! Per noi è Normalissimo: siamo nati nel periodo dove tutto è semplice. Al solo pensiero che i miei nonni possano leggere nei miei pensieri mi rabbrividisce. Per loro “certi discorsi sono un tabù”! Sì, loro che hanno circa un milione di fratelli a testa. Lo sanno che non vale la scusa dello Spirito Santo? Spiegatemi come posso credere a cose come questa? Posso capire che un prete di 50-60 anni fa, potesse crederci: suvvia siamo

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nel 2018, possibile che ancora siete così ingenui? Loro li chiamano Dogmi. Se poi chiedi a catechismo maggiori spiegazioni, vedi il rossore solcare le guance delle educatrici e frasi del tipo “Sì, beh, ad alcune cose bisogna credere e basta!”. Grazie mille per la risposta! Alla generazione del “vogliamo sapere il perché di tutto” voi preti insegnate ancora ai catechisti queste risposte? Complimenti! “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono”. C’era un dono dello Spirito Santo che diceva una cosa simile…. Uff non li ho mai imparati … insomma era Timore di Dio o paura di Dio … Ma voi preti, veramente avete ancora “paura” di Dio? Insomma, al giorno d’oggi che differenza c’è quindi tra temere il nostro Dio e temere il Dio del Corano? Abbiamo visto che “grandi cose” ha fatto la religione: crociate, attacchi terroristici, guerre! Come farete a far fronte a tutte le ingiustizie che vi verranno fatte solo perché credete? Non vi piace proprio l’idea di un lavoro più semplice? Al giorno d’oggi un impiegato prende bene sapete? Si, tutto sommato fareste una bella vita, qualche vacanza in giro per il mondo e non siete mica obbligati a sposarvi! Tanti amici dei miei genitori sono scapoli: li mantiene ancora la mamma, niente mestieri da fare, weekend all’insegna del divertimento e dello sballo! E per lo più, non dovete render conto a nessuno, tanto meno a un anziano vestito di bianco che cerca di dettar legge su come essere “una famiglia del 2000” senza aver mai provato cosa significa essere sposato e avere la responsabilità di un figlio da crescere. “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” Ditemi ancora che Dio è buono dopo queste frasi: la Bibbia è piena di frasi dure su quello che è successo a chi nel Vecchio Testamento ha “osato” disobbedire; Ma non parlavate di un Dio misericordioso? A me non sembra così.


Chiara Bosio (2^ superiore)

“Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Si, infatti! Grazie Chiesa che pensi a sfamare i poveri invece di ricoprirti di oro! Visto che non sei abbastanza ricca facciamo che ti aiutiamo noi con il nostro 8 per mille, così non devi fare nemmeno un piccolo sforzo. Se togliessi tutte le croci d’oro dalle chiese e spendessi meno per i paramenti liturgici, beh ecco che allora faresti qualcosa di concreto. E invece, hai ceduto alla debolezza umana della ricchezza, senza accorgerti della vera debolezza: avere ancora la povertà in un mondo di ricchezza sperperata. “Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza…”. Si è visto come Dio si è ricordato di Israele: il popolo senza Stato, così viene alcune volte definito. Come fate, voi preti ad assicurarci che Dio si ricorderà di noi, dopo la nostra morte? A patto che ci sia qualcosa dopo la morte: durante le lezioni di scienze ci viene spiegato cosa accade ad un corpo dopo la morte e… beh cambiamo argomento! “…per sempre”. E poi tutte le volte arrivo qua: quando sento queste due parole le mie consapevolezze

vacillano. Per sempre è tanto tempo. E oggi ci sono sempre meno esempi che questo per sempre possa realmente esistere: le persone a me care se ne vanno pian piano, le relazioni finiscono, i matrimoni sono sempre di meno. Come pensate, voi preti, di poter sopravvivere ancora per tanto tempo? Come pensate di poter rimanere attaccati ai vecchi dettami della legge? Come pensate di poter insegnare a noi, ragazzi millennials, senza sapere? Perché insegnare è sapere, e se non ci capite fino in fondo, non ci passerete nulla. Però qualcuno di voi, pensandoci bene, mi piace. Ho conosciuto in uno di questi “ritiri della noia” un prete di 30 anni: era diverso da molti di voi. Innanzitutto non mi sembrava triste, anzi: era felice! Felice di come 39


stava, di dove stava e della scelta presa. Al momento mi ha fatto un po’ ridere. Diciamo che vestirsi come San Francesco nel 2018 fa specie: però c’è da dire che lo faceva con stile, questo è da ammettere! Comunque, durante questo incontro, lui ci ha saputo emozionare: no, non sono diventato improvvisamente melodrammatico; lui ci ha trasmesso una cosa che a voi manca spesso: l’amore per quello in cui si crede e per quello che si fa. È come con i professori a scuola: l’essere severo o clemente non fa di un professore “un professore bravo”; riuscire invece a trasmettere l’amore per quello che si fa, incondizionatamente e nonostante le difficoltà … beh questo è essere “una forza”! È grazie a lui se oggi sono qua, e mentre leggono ad alta voce i nomi di quelli che saranno i miei futuri compagni di classe in questo percorso, ripenso a quanto sarà difficile. Quanto sarà dura credere ogni giorno che “Dio è il Signore e io sarò al suo servizio”. Signore che dall’ebraico si traduce in “colui che è, che fa esistere”. Si, questa definizione che mi hanno spiegato a scuola, mi aiuterà pensare che lui c’è, ogni giorno, bello o brutto e che è grazie a lui che siamo qui. Credo quindi che ci sarà, anche quando

incontrerò qualcuno che mi deriderà per questa scelta, forse sminuendola, forse criticandola. Eppure, anche altri prima di me si sono fidati di questo Dio, alcune volte un po’ misterioso. Mi fa sorridere la storia di Abramo ad esempio, e dell’alleanza stretta; un’alleanza carica di promesse, perché Dio è entrato nella nostra vita per iniziare una storia di salvezza e questa salvezza si estende a tutti gli uomini. La tua discendenza sarà numerosa come le stelle del cielo: anche io forse ne faccio parte, e così anche Luca e Marco che sono qui vicino a me. Sicuramente da oggi avrò qualche fratello in più! Ho sempre voluto far parte di una famiglia numerosa. Non so se sbaglio, ma io di Dio non ho paura: sono consapevole della sua grandezza della sua potenza, ma io voglio essergli amico, anzi Amico, con la “A” maiuscola! So che sarò un amico fedele, e cercherò con la mia vita di “allargare la nostra compagnia, talvolta un po’ stramba; una compagnia fatta di silenzi, di dialoghi che dall’esterno possono sembrare monologhi e fatta di amore e perdono incondizionati”. E sono sicuro poi, che non sarò mai solo perché c’è anche Gesù! Nonostante la possibilità di Regnare sugli altri, ha scelto non solo di nascere tra i poveri, ma anche di vivere da povero. Lui sapeva che lo Spirito Santo avrebbe vegliato su di Lui: per questo era forte. Non perché con la violenza avrebbe risolto i problemi, ma perché aveva capito che trasmettendo la Pace, si ottiene la Pace. Tra poco tocca a me, e non so cosa rispondere! Ho passato tutta la presentazione del corso di studi del Postulato a ripensare a quanto sono realmente pronto per affrontare questa sfida. Non so dove mi porterà questo percorso. Non so se sarà facile, non so se riuscirò a trasmettere la mia Fede ancora vacillante a qualcuno. Ripenso a Maria, e alla sua forza inesauribile di fronte alla bellezza della Vita consacrata a Dio e alle sue difficoltà. Non mi vengono parole migliori. Ecco tocca a me e come al solito mi inizio a agitare. Però sto per fare una cosa bella! Perché sono così irrequieto? Si sono pronto: è una sfida e voglio coglierla al volo! “Emanuele?” “Eccomi!” Gandelli Federica (Studentessa universitaria)


“Bisogna tornare a essere modelli di vita, come San Francesco, persone da ammirare e da emulare, persone che agiscono, invece di parlare, persone responsabili, che non hanno paura di mettersi al servizio dell’altro, persone che non dedicano il loro tempo alla rivendicazione, ma alla costruzione. Persone che non hanno paura della fragilità, che anzi sono consapevoli che è solo nell’accettazione della fragilità che comincia il cammino di comprensione del nostro esistere.” Susanna Tamaro


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Fra Emanuele Gelmi  
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