Page 1

NATO DI SABATO Ray Banks Traduzione di Carla De Caro

Š 2007 Del Vecchio Editore


Ad Anastasia, alla sua magica pazzia. Non c’è menzogna nella sua passione.


Sometimes I think about Saturday’s child, And all about the times that we were running wild… Tim Buckley, Dolphins

Ho sempre vissuto nel dubbio. Il dubbio è un’arma a doppio taglio. Ti spinge a indagare più a fondo nella tua anima ma, così facendo, scopri che oltre la soglia ti aspetta il buio di un nuovo dubbio. Derek Raymond, The Hidden Files


PARTE PRIMA Nato di sabato


Verrai condotto alla reception della prigione. Il nome “reception” mi faceva pensare a una grande stanza ventilata con una bionda spumeggiante dietro un bancone, tutta occhi e sorrisi. Era una stanza, e qui finivano le somiglianze. Era male illuminata e puzzava vagamente di merda, anche se non riuscivo a capire da dove venisse il tanfo. Che importava. Mi sarei abituato. Dovevo convincermene. Ti sarà permesso tenere alcune cose. Queste diventeranno le tue “proprietà”. Ti chiederanno di firmare un modulo in cui dichiari di aver visionato il contenuto della tua borsa che è stato poi sigillato in tua presenza. Mi chiesero se capivo cosa mi stava succedendo. Io fissai il grassone con la pelle butterata oltre il bancone. Guardavo la sua faccia, il modo in cui la muoveva. Le guance gli cedevano ai lati della bocca. Prima che potesse chiedermelo di nuovo, feci cenno di sì. Capivo esattamente cosa mi stava succedendo. Mi allungai per firmare il modulo. Premere sulla penna mi faceva dolere il polso. Quando la misi giù notai dell’inchiostro blu sul palmo. Puoi fare un bagno o una doccia. Avevo già fatto la doccia quella mattina. Mi ero sbarbato da poco, la mia pelle era ancora liscia. Ti verrà assegnato un numero di matricola e un posto per dormire. Verrai visitato da un membro del personale sanitario. Se sei depresso o ti senti prendere dal panico, o se non riesci a controllare le tue emozioni o paure, devi riferirlo al personale sanitario. Sarà considerato segreto medico. Mi sottoposi alla visita medica senza lamentarmi. Stavo bene, dissi al dottore. Benissimo. Non avevo paura. Non ero preoccupato. Andava tutto bene. Perché avevo detto a me stesso che era inevitabile. A vent’anni mi ero rassegnato al volere di Sua Maestà. Le imputazioni del cazzo che mi avevano affibbiato erano acqua passata già


da un pezzo. Avevo già sputato alla polizia, creato casini al sergente, ed ero finito qui, con una costola incrinata (in via di guarigione) e non molto altro. E poi, Cristo, anche se non lo davo a vedere, mi sentivo un groppo allo stomaco. Spaventato non è la parola giusta. Pietrificato. Atterrito. Terrorizzato come se avessi un cadavere freddo come il marmo steso sui piedi, cazzo. A volte non conta se sei innocente oppure no. A volte ciò che importa è come sconti il tuo tempo. Ho un massimo di cinque anni da aspettare con trepidazione. Grazie a Mo Tiernan.


UNO

Regola numero uno: ricevete sempre i clienti in ufficio. Fateli venire in ufficio o cercheranno di fottervi. Soprattutto se sono fuori di testa. Ma il mio cliente non è un cliente. Se lo fosse, non mi avrebbe seguito nel bagno degli uomini in un pub chiamato “The Denton”. Non tremerebbe come se avesse il Parkinson. E il suo ghigno non sarebbe così maledettamente disperato. – Hai sbagliato Innes, amico, – gli dico. Quel tipo smilzo, con la faccia come un giornale spiegazzato, scuote la testa da un lato all’altro. Ha davvero sbagliato Innes. Sta cercando mio fratello, Declan. Il fratello che ora è fuori città, in riabilitazione, e che adesso è solo l’ombra del tossico che era una volta. Ma provate a dirlo al tremolante psicopatico che mi sta di fronte. – Non ho niente, dài. Roba di pochi soldi, ma per quella posso fare anche da solo. Lo sai che posso fare da solo. – Apre la bocca scoprendo una fila di denti marci. Un sotto prodotto del metadone. Le gengive chiazzate di viola, gli occhi torbidi come biglie. Deve essere Valium, o Temazepam. La quantità di sedativo che ha in corpo dovrebbe tenerlo a bada, ma oltre l’annebbiamento c’è ancora una volontà ostinata. Perché dietro quello sguardo ci sono milioni di pensieri che fanno mulinello intorno a una sola inossidabile idea: che gli sto nascondendo qualcosa. – Non ho niente, amico. Credo che ci sia stato un equivoco. – Cerco di essere diplomatico, mentre sento il mio sedere contrarsi al ritmo del battito cardiaco. Comincio ad arretrare. Mi muovo lentamente, ma è ancora troppo veloce per lui. Sto nascondendo qualcosa, e non mi lascerà andare senza prima provare con la forza. Una lama scivola nella sua mano. Corta, seghettata, sembra un taglierino. Ne ho già visti altri in giro. Ne avevo uno anch’io, non molto tempo fa. Vorrei che Paulo fosse qui. Lui avrebbe saputo come gestire la situazione. Lavorava come buttafuori sin dai tempi in cui Moses portava i blue jeans. Ma non è qui, perciò mi arrendo. Alzo le mani e gli faccio vedere che non ho nulla. Non c’è niente qui, amico. Niente neanche dentro la manica.


– Avanti, metti via quel coltello, eh? – La sua mano destra stringe con forza il manico di legno liscio, come una spina per la corrente in cui qualcuno abbia incastrato una lama. – Mettilo via, forza. – La mia voce si fa più dura. – Non fare il coglione. Ci pensa su e decide per la seconda. È lento. Fa un passo avanti e mi afferra di lato. Conficco il mio piede sul suo, proprio sul collo. Lo inchiodo lì e continuo a spingere finché non lo vedo cedere. Il piede rimane dov’è, ma il suo corpo crolla contro la porta del bagno alle mie spalle. Cade di testa facendo un gran fracasso. Il coltello gli sfugge dalle mani e carambola verso di me. Con un calcio lo allontano verso la porta d’ingresso mentre lui cerca di tirarsi su, appoggiandosi alla tazza. Si volta, ha un occhio chiuso. Cerca il coltello. E ora? Ora è il momento di approfittarne. Devo prenderlo alle spalle, il bastardo. M’infilo dentro il bagno insieme a lui, m’inginocchio e gli afferro la testa con una stretta vigorosa. Non ci sono capelli a cui aggrapparsi ma gli conficco le dita nel cranio. Lo sento contorcersi sotto di me. Gli spingo giù la faccia con forza. A giudicare dal rumore deve aver incontrato un ostacolo. E non è acqua. Lungo le pareti di porcellana inizia a scorrere del sangue. Si contorce in preda agli spasmi. Cerca di tirarsi su, ma rimane incastrato nel sedile della tazza. Sputa sangue sul muro, urlando che mi ucciderà, aspetta e vedrai. La tavoletta sbatacchia nei cardini. Gli spingo giù la testa con tutto il mio peso, ma voglio essere sicuro che vada sotto questa volta. Lui agita convulso il braccio destro, la schiena si irrigidisce. Riesco a tenerlo sotto. Ma non troppo. Giusto il tempo che gli vengano a mancare le forze. Non voglio ucciderlo. Il braccio del tipo ha uno scatto improvviso e il suo gomito si scontra con la mia guancia. Il colpo non mi fa perdere la presa, ma la testa comincia a ronzarmi. Sapore di sangue in bocca. Lui gorgoglia furioso appena sotto la superficie, prendendo aria appena può. Lo tengo sotto fino a che il mio braccio è zuppo e i muscoli della spalla prendono a contrarsi dolorosamente. Poi cede.


Passano circa trenta secondi prima che mi renda conto che lo sto ancora tenendo giù. Allento la presa sul cranio, cerco di rimettermi in piedi. Mi alzo. Lui si tende all’indietro con un urlo. Tossisce, strozzandosi con l’acqua del cesso vecchia di un giorno. Tiene gli occhi serrati, ha la faccia sporca di merda. Continua a tossire, schizzandomi di sangue e piscio. Lo afferro sotto le braccia e lo trascino fuori dal bagno. Scivolo sul pavimento, mentre lui si agita debolmente. Oltrepassiamo barcollando la porta dei bagni ed entriamo nel bar. Lui continua a scalciare colpendo i tavoli di passaggio, facendo tintinnare portacenere e rovesciando birre. Un tizio afferra il suo bicchiere, un po’ di birra chiara gli si rovescia addosso e mi urla di portarlo fuori. – Cosa cazzo credi che stia cercando di fare? Appena raggiungiamo la porta d’entrata lo sbatto fuori. Lui si accartoccia sulle ginocchia e rotola giù per i tre gradini fino alla strada. Si raggomitola sullo stomaco, tossisce ancora e vomita per terra. Rimango sulla porta a guardarlo, mentre cerco di scrollare via l’acqua dal braccio e di sciogliere il muscolo dolorante della spalla. Si mette in ginocchio, sputa un rimasuglio di vomito e mi fissa con aria truce. Tornerà. Ma non sarò qui ad aspettarlo. Oh, certo, non vedo l’ora. Continuo a guardarlo mentre cerca di rimettersi dritto e si allontana lungo la strada. Fuochi d’artificio color arancio urlano nel cielo, falò che annunciano festa da Salford a Hulme. Un razzo esplode triplicando l’ombra di quel tossico prima che scompaia del tutto. L’odore di fumo nell’aria mi fa lacrimare gli occhi. E il puzzo della mia giacca non migliora le cose. Sento i bambini gridare in lontananza. Scrivono i loro nomi nell’aria con i petardi e saccheggiano le zone industriali per procurarsi pagliuzze da usare come micce. L’inferno sulla terra per commemorare un traditore. È abbastanza per mettere sete a un uomo. Sputo sangue sull’asfalto e torno dentro il bar.

Nato di sabato  

Banks è parte della generazione di scrittori post-Rankin per i quali l’hard-boiled non è uno stato d’animo, ma una realtà. La prosa colloqui...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you