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CONFESSIONI DI UNA GIOCATRICE D’AZZARDO Rayda Jacobs

Traduzione di Filippo Nasuti

© 2007 Del Vecchio Editore


La prima cosa che devo confessare è che sono musulmana. Ho quarantanove anni e indosso ben due veli e un hijab, un fazzoletto per raccogliere i capelli. Ho cresciuto i miei figli secondo la Parola di Dio. Se m’incrociaste per strada, non mi notereste nemmeno, sono una di quelle donne avvolte nel velo che sembrano non avere meta. La seconda cosa che devo confessare è che amo il rischio. Non so a quando risalga questo amore, potrebbe essere nato a scuola quando, sia alla mia amica cristiana Merle che a me, piaceva lo stesso ragazzo. Lui mi aveva già scritto un bigliettino dove mi invitava ad andare un pomeriggio a teatro, ma poi Merle gli ha fatto dare una sbirciata nella camicetta e allora ci ha portato lei. Da quel momento cerco di riprendermi le cose che ho perso, come dice il mio consulente psicologico. Non so se ha ragione, non so neppure se i soldi c’entrino qualcosa, non mi manca nulla, pensano a tutto i miei figli. Una delle cose belle della mia religione è che le madri non devono giocare sul senso di colpa, come spesso viene rimproverato a molte mamme ebree. Nel nostro Libro, Dio dice chiaramente che il paradiso giace sotto i piedi di una madre. Si può pregare una buca nel terreno, digiunare fino allo sfinimento, ma chi disonora la madre sa bene cosa aspettarsi. I miei figli lo sanno, sono cresciuti senza un padre, ma non senza il Corano. Ora hanno tutti un buon lavoro; uno dà più degli altri, ma comunque quello che dà meno mi capisce meglio e quindi è il mio preferito. Nonostante quello che dicono gli esperti, una madre può avere un preferito, soltanto che non può ammetterlo. Comunque, ho dei bravi figli. Il maggiore ha scoperto il mio segreto mentre il più piccolo mi ha protetto dai gemelli, nati per secondi. Con i gemelli devi essere pronta a fare il doppio di tutto. Prima di parlare del nome dei miei figli, vorrei spiegare com’è iniziata la storia. Era il gennaio del 2002; la mia amica Garaatie, che ha un bastardo di marito, era venuta da me a raccontarmi l’ultima angheria. Perché mai sua madre le abbia dato un nome simile non lo so; i nomi sono molto importanti. Il suo lo storpiavano sempre in Garaatonna. In effetti, era abbondante, come il nomignolo suggeriva, ma certamente non un pesce! Comunque sia, Garaatie aveva trovato nella tasca del marito un numero di telefono con a fianco un nome: Moena. Facendo finta di essere del comune, aveva chiamato quel numero, aveva preso l’indirizzo, era salita sulla sua utilitaria blu ed era andata fino a Woodstock. La creatività di Garaatie a volte mi soprendeva. Rimase scioccata quando, arrivata, si trovò di fronte una ventenne. Pensava di aver fatto un errore colossale e stava quasi per andarsene, ma l’espressione di quella ragazza la frenò: era come se le avesse fatto capire di averla già vista. – Sei Moena? – chiese allora.


– Senta, – rispose la ragazza – parli con suo marito. Garaatie era come indemoniata e proprio lì, sullo zerbino, afferrò Moena per il collo e le diede un ceffone. Essendo una donna robusta, immagino i segni sulla faccia di quella ragazza. La madre di Moena si precipitò fuori non appena sentì le grida, guardò le due donne e incominciò a sospettare il perché Garaatie fosse lì, quindi ordinò alla figlia di rientrare. – Le dica di stare lontano da mio marito! – urlò Garaatie. Quella sera, tornato a casa, Mahmood chiese subito alla moglie perché era andata a casa di quella ragazza. Non era uno di quei mariti che sceglieva una seconda o terza moglie per motivi sbagliati, lui tradiva tranquillamente alla luce del sole. Quindi, quando Garaatie non rispose alla domanda, le diede un colpo in testa con le nocche. A quel punto Garaatie commise un grave errore: citò le Parole di Dio, cosa che amava fare. – Sai cosa dice Dio sullo sposare più di una donna? – chiese. – Se non sai essere equo, devi averne soltanto una. Ti credi forse un profeta tu?. – Non venirmi a dire certe sciocchezze! – urlò il marito. – Io posso averne anche quattro di mogli. Non ho voluto sposarne un’altra prima, ma adesso ne ho trovata una che mi soddisfa pienamente e forse è ora che me la sposi. Anziché scagliargli un baule addosso, Garaatie corse fuori della stanza in lacrime. Se c’è una cosa che non puoi permettere ad un uomo di vedere è proprio questa. Piangi in bagno, chiama un’amica, sputagli nel tè, ma non crollare davanti a lui. Il figlio maggiore di Garaatie, Sulaiman, viveva poco distante. Lei gli fece una telefonata e lui andò. Padre e figlio rimasero seduti in cucina a discutere a lungo e, quando Sulaiman andò a parlare a sua madre in camera da letto, le diede la cattiva notizia: – Papà ne ha il diritto, mamma. Non ne sono felice, ma è così. – Garaatie rimase a letto per due giorni interi; non si lavava i denti, non rassettava, non cucinava né si lavava. Si alzava solo per fare pipì. Il terzo giorno, venne a trovarmi, non sapevo nulla dell’accaduto e mi disse soltanto: – Perché non andiamo al casinò? – La guardai con aria incerta. – Al casinò, – ripeté, come se avessi dovuto capire al volo – lo sai che ce n’è uno qui a Città del Capo, vero? – Non lo sapevo, invece. I libri li leggevo, ma i giornali no, non ero mai stata alle corse dei cavalli, non avevo mai partecipato ad una riffa, né comprato un biglietto della lotteria in tutta la mia vita. Non avrei saputo del casinò a meno che non me lo fossi trovata davanti o me ne avessero parlato i miei conoscenti. – Dai, andiamo, – disse – non dobbiamo starci a lungo. – Ci sei già stata prima? – chiesi. – Sì, con Shariefa. – Davvero? – Shariefa era una gran fitnah, una pettegola. Chi voleva che le cattive notizie raggiungessero Port Elizabeth più veloci di un tornado, bastava lo dicesse a lei, chiedendole di non dirlo a nessuno. – Shariefa non è un problema, – rispose Garaatie, percependo il mio scetticismo – anche lei ha avuto una delusione. – Solo che la sua è dovuta alla bocca larga che si ritrova. Hai giocato?


– Soltanto 50 rand, che poi ho perso, ma ti distoglie la mente dai problemi, sul serio. E poi è proprio divertente. – Sentire Garaatie pronunciare la parola divertente fu un’altra sorpresa. Lei era una donna vecchio stile: lavorava per la comunità, per il dihn e per il marito. Era quella la sua vita. Quella parola non faceva parte del suo vocabolario, non sapeva come concedersi un’ora di piacere personale. Quante volte l’ho invitata a passeggiare con me e Nabeweya di domenica mattina sulla spiaggia di Muizenberg o a venire alle ‘serate film’ che organizzavamo io e Rhoda. Diceva sempre di avere da fare e le sue faccende consistevano nel rovistare nelle tasche del marito in cerca di prove. Mahmood non ce lo vedevo con Garaatie, ma non perché fosse indiano, anche se esisteva la vecchia faida tra malesi e indiani: i malesi non avrebbero mai accettato del tutto che le loro figlie sposassero degli indiani e, a loro volta, gli indiani avrebbero sempre creduto di essere migliori dei malesi. Certamente il termine malese è un'altra nota dolente, ma questa è una storia diversa. Dirò solo questo: i miei avi saranno anche originari delle isole attorno all’oceano indiano, ma io non sono certo malese. Lo Stato ha fatto una cosa davvero orribile negli anni ’40 decidendo che i malesi erano carne e gli indiani pesce; da allora sono sempre stati due cose ben distinte. C’è una spaccatura, non enorme, ma ogni tanto si sentono storie di ‘scontri’ come quella che mi raccontò Garaatie quando tutte le cognate dovevano preparare dei piatti e un dolce in occasione della riunione di tutti e cinquanta i parenti per il pranzo di fine Ramadan, l’Eid. Garaatie preparò gamberetti al curry e del tiramisù seguendo una ricetta che aveva testato per tre volte sulla sua famiglia. Prima di tutto mangiavano gli uomini e, secondo le usanze, le donne dovevano aspettare che finissero. Quando finalmente toccò a loro, Garaatie le guardò con disappunto passarsi tra loro il pollo beyani e il sosaatie e ignorare i suoi gamberetti. Mi dispiaceva per lei e una volta le consigliai di porre fine al matrimonio se si sentiva così infelice. Me ne disse talmente tante che non glielo ripetei mai più. Così, mi avviai al casinò con Garaatie e, per proteggermi da tutto quel divertimento in vista, mi portai dietro solo 50 rand. Avevo dei soldi da parte in un conto, ma di sicuro non li avrei toccati. Arrivate al maestoso ingresso, rimasi sorpresa dalle dimensioni dell’edificio e dall’area enorme che occupava; il parcheggio era grande quanto un campo da golf e tutti sembravano essere in vacanza, con indosso camicette floreali e bermuda. Anche i controlli di sicurezza che dovemmo attraversare mi stupirono, ma nel momento in cui varcammo la grande porta di vetro e ci ritrovammo in una hall tutta di marmo fui completamente rapita. Era come quando io e Rhoda eravamo a Istanbul e l’autobus turistico passò davanti a un iper-centro commerciale. C’erano centinaia di negozi, tutti sotto un solo tetto e abbiamo detto all’autista di non aspettarci. Ecco, entrare nel casinò fu esattamente come quella volta. Ero completamente sopraffatta dalle luci, dal mormorio e dall’atmosfera. Garaatie e io gironzolammo per un po’ e rimasi affascinata dal numero di persone che si aggiravano lì dentro, c’erano perfino donne col velo e uomini col fez. – Perbacco, Garaatie, ci sono dei musulmani qui.


– Lo so, ma non giochiamo d’azzardo, – mi disse – ci divertiamo solo un pochino. – Va bene. Questo lato di Garaatie non lo conoscevo affatto. Trovammo due macchinette nella stessa fila ma non una a fianco all’altra, Garaatie si scelse quella con le scritte wonder, mentre io presi quella ‘lucky seven’ e la osservai inserire una banconota da 50 rand e iniziare il gioco. Con esitazione, feci lo stesso e mi successe la cosa peggiore che può capitare a chi va al casinò per la prima volta: giocare con una macchinetta scelta semplicemente per l’aspetto, di cui non si conosce il funzionamento, né quanto possa far vincere. Mi erano rimasti solo 12 rand, quando d’improvviso sentii uno zing, zing, zing in rapida successione e vidi tre sette bianchi allinearsi perfettamente. – Ha fatto jackpot! – gridò qualcuno dietro di me. – Quattromila! – Beeda! – Garaatie si alzò dalla sua postazione per venire a vedere. – Perbacco, che fortuna! Tutto accadde in un momento: le luci si accesero, i campanelli suonarono impazziti e la gente cominciò a radunarsi attorno a me. – Con quanto ha iniziato? – mi chiese una signora. – Sono venuta con 50 rand – risposi. Rivolta ad un signore accanto a lei, disse: – È venuta con 50. Ci credi? Sono rimasta a quella macchinetta per mezz’ora, ma niente. Lei ha vinto i miei soldi, signora, ci ho buttato 100 rand lì dentro. – Sono sempre quelli con 20 rand a vincere – disse qualcun altro. Una ragazza con una divisa a righe mi si avvicinò e mi chiese se volessi i 4000 rand sulla mia tessera o su assegno. Guardai Garaatie che, invece, i soldi li aveva persi. Aveva detto che avrebbe giocato solo 50 rand, ma alla fine ce ne aveva messi il doppio. Notai anche qualcos’altro: il suo sorriso amaro. – È una bella somma, – disse. – puoi usarla per farci la spesa. – L’assegno va bene. – dissi alla ragazza. Sapevo di dover dare qualcosa a Garaatie, ma il perché lo ignoro. Se lo sapessi, saprei anche perché ho un debole per mio figlio più piccolo. Si chiama Reza. Gli ho dato un nome alquanto ricercato: avevo letto da qualche parte che lo Shah di Persia aveva un figlio che si chiamava così. Suonava principesco e avevo bisogno di qualcosa, qualunque cosa, che portasse un po’ di luce nella mia vita dopo essermi ritrovata sola al nono mese di gravidanza. Quando mio marito se ne andò, lasciandomi con tre bambini e il quarto in grembo, piansi fino a farmi scoppiare la testa. Ero talmente disperata che il primogenito Zane - aveva solo sette anni all’epoca - andò a chiamare la vicina. La signora Petersen si mise a sedere con me sul bordo del letto e chiese a Gesù di togliermi il dolore. Il giorno dopo non riuscivo a guardare quella donna negli occhi. Comunque, feci sedere i miei figli al tavolo per cena e dissi: – Avete ancora un padre, soltanto che non vivrà più qui e adesso la mamma deve trovarsi un lavoro. Zane non la prese bene, era un ragazzino che rifletteva molto, era serio. I gemelli di quattro anni, Munier e Marwaan, corsero nella loro cameretta. Pensavano fosse una qualche specie di gioco.


Garaatie e io ritirammo l’assegno alla cassa e le diedi 250 rand. – Puoi giocare un altro po’. – le dissi. – Anch’io ho 250 rand, il resto lo metto in banca. – Grazie, – mi rispose sorridendo – non dovevi. – Sei tu che mi hai portato qui, non avrei vinto se non fosse stato per te. – Oh, Allah! – esclamò Garaatie. – Spero che Dio non ci stia ascoltando! Portarti in un casinò… Non è bene. – E Mahmood questo non lo deve sapere. – aggiunsi. – C’era una cosa che non mi piaceva di Garaatie: a prescindere da qualunque crudeltà la sottoponesse il marito, non appena lui le diceva qualche parola dolce o le faceva qualche moina, lei spifferava ogni genere di cose. Questo mi porta a parlare della mia amicizia con lei; Garaatie non è una cattiva persona, è solo debole con gli uomini. Conosce i suoi diritti, ma non li esercita, è come se si guardasse allo specchio chiedendosi come è riuscita ad accalappiare un uomo. Vi spiego che intendo: quando era diciottenne, Garaatie frequentava un ragazzo che la andava a trovare ogni venerdì sera. Un giorno suo padre gli chiese di dichiarare le sue intenzioni. I padri le fanno certe cose. Durò tre settimane, al terzo venerdì disse al ragazzo che non doveva tenersi il posto caldo senza intenzioni serie. Il poverino, seppure a mezza bocca, riuscì a biascicare che le intenzioni le aveva. Ma quando? Pretendeva di sapere il padre di Garaatie. Il ragazzo disse qualcosa riguardo ad un lungo fidanzamento e il venerdì successivo non si fece vivo. Garaatie gli telefonò, lasciò messaggi alla sorella, ma lui non c’era mai, così si presentò sul suo posto di lavoro a Paarden Eiland dove faceva il falegname. Alla fine venne fuori che aveva un’altra ragazza e l’avrebbe sposata l’anno seguente. Proprio lì nella bottega, di fronte a tutti, Garaatie lo supplicò di darle un’altra opportunità. Dignità zero. Nessuna vergogna. Poco dopo quell’incidente, incontrò Mahmood ad una grigliata di famiglia. Quello era il periodo delle sbaciucchiatine al Rhodes Memorial o a Signal Hill sul sedile posteriore della macchina. Garaatie rimase incinta e non aveva nessuna storia strappalacrime da raccontare ai suoi genitori dopo il fatto: Mahmood doveva riparare al danno. Garaatie, comunque, è di buon cuore: una volta mi ha prestato duemila rand, una gran somma per una donna che deve rendere conto di ogni centesimo che spende. Reza non era l’unico a darmi dei grattacapi, anche i gemelli, più o meno dall’inizio delle scuole superiori, finivano spesso nei guai. Garaatie mi aveva aiutato con le parcelle dell’avvocato, dato che i problemi dei gemelli erano stati proprio con la legge. Quelli di Reza, invece, erano con l’Onnipotente. Ma non parlerò di Reza adesso, perché devo essere di umore particolare per parlarne, un umore strano: mi viene da piangere. Me la prendo con Dio. Ma sono diventata una di quelle madri comprensive che si vedono in TV, che si tengono informate e consultano degli psicologi. La verità è che non capisco affatto. A volte riesco ad accettarlo, altre volte no. Sono una donna dai molti segreti e una grandi peccati. Alcuni dei miei segreti moriranno con me. Al peccato ci arriverò. Prima, però, vorrei parlare delle mie due amiche: una gioca a fare la vittima e l’altra gioca a fare il carnefice. Oltre a Garaatie, Rhoda è l’altra mia grande amica, ha più o meno la stessa età di Garaatie, quarantacinque anni, è più giovane di me ed è l’unica delle tre ad aver preso il diploma. Io mi sono


fermata a metà degli studi, ma poi mi sono laureata a pieni voti in ‘vita vera’. Mio padre mi insegnò a leggere fin da piccolissima. Non so dirvi qual è l’edificio più alto del mondo o il fiume più lungo, né quanti presidenti hanno avuto gli Stati Uniti, ma mi basta vedere qualcuno una volta, per capire esattamente con chi ho a che fare. Rhoda, invece, faceva la cassiera in banca prima di sposare Rudwaan e aveva un’istruzione superiore, come ci ricordava. Non come i ragazzi di oggi che devono frequentare l’università e non solo, prima di poter anche solo pensare di cercare un lavoro. Shafiq, il figlio di Rhoda, al momento vive in Australia e ha un contratto biennale come risultato della sua grande istruzione. Poi c’è il marito di Rhoda, Rudwaan, un uomo non molto forte. A volte il modo in cui lei lo maltratta è imbarazzante, ma io lo so perché fa così: è frustrata e non cambierà nulla. È come quando si ha un sassolino nella scarpa, fa male, è fastidioso, ma non ci si ferma per toglierlo, si continua a camminare. Così è il matrimonio di Rhoda, taglia di qua, rincolla di là e si tengono su i pezzi. Il suo vero amore, un ragazzo di nome Sadick, lo ha avuto a diciannove anni. Il problema era che Sadick era un centauro e alle ragazze piacciono le moto, quindi aveva un folto sciame di pretendenti che se lo litigavano. Rhoda lo lasciava, poi lo riprendeva, poi lo rilasciava; andò avanti per un po’ di anni quando, alla fine, si venne a sapere che Sadick aveva messo incinta una ragazza e si sarebbe sposato. Due mesi dopo, Rhoda sposò il ragazzo gentile della banca dove lavorava. La mia amicizia con queste donne è di vecchia data, una la conosco dalle superiori, l’altra da quando si è sposata ed è venuta a vivere accanto a casa di mia madre. Eppure ancora fanno a gara per aggiudicarsi la posizione di amica numero uno. Quando siamo sole, Garaatie mi dice: – Quella Rhoda non sa davvero come si tratta un uomo. – mentre Rhoda mi dice: – Non so come mai Garaatie non sbatte fuori a calci in culo quell’indiano. – E così via. Sono d’accordo con Rhoda che non bisogna accettare soprusi dagli uomini, ma a volte esagera davvero. So il motivo per il quale ha sposato Rudwaan. Waanie, lo chiama lei, un omone così! È perché lui asseconda tutti i suoi piani. Una volta è riuscito a coinvolgerlo in un acquisto in multiproprietà e ci hanno rimesso dei soldi. Da non crederci: sono due che non vanno mai in vacanza e si buttano su un centro vacanze a Eastern Cape, a due passi da qui. Ma chi vorrebbe mai andarci? Uno preferirebbe la Thailandia, Gerusalemme o la Terra Santa, ma Rhoda è fatta così. È come un piranha, non appena afferra qualcosa non lo molla fino alla fine. Poi, se non ha voglia di cucinare o stirargli le camice o altre sciocchezzuole che agli uomini piace far fare alle donne, gli chiede se ha una qualche paralisi che gli impedisca di farsi le cose da solo, anche con me presente! In più odia il sesso. Quel poveretto deve lottare per riuscire a metterle una mano in mezzo alle gambe. Parole testuali di Rhoda. Mi dispiace per Rudwaan, non è una cattiva persona, è di indole buona e di bell’aspetto, ma ha solo una stranezza: non ha un dente in bocca. Una domenica sera andai a trovarli e me ne accorsi, così chiesi a Rhoda il perché. Mi rispose che Rudwaan metteva la dentiera solo durante la settimana. Il sabato e la domenica preferiva far riposare le gengive. Beh, vi dirò, sarebbe abbastanza per farmi rimanere dal mio lato del letto. I denti sono ritenuti molto importanti, a Città del Capo, e quasi tutti i miei coetanei hanno la dentiera. Perfino mia sorella maggiore, Toeghieda, ha due piccole lamine d’oro tra i denti. Io e mia sorella minore Zulpha, però, non abbiamo la dentiera, anche se entrambe volevamo essere come


nostra sorella maggiore quando venne a trovarci, sposata ormai da un anno, con un buco tra i denti. Mia madre non ci diede il permesso: quello che il marito di Toeghieda le permetteva erano affari suoi, lei non voleva mica due figlie senza i quattro denti davanti. Oggi sono contenta di non averlo fatto, non ci sarebbe verso - allora come adesso - di farmi infilare la lingua nella bocca di qualcuno con del cibo rimasto attaccato a una protesi di plastica. Comunque mi diverto con le mie amiche, andiamo alle funzioni religiose, al cinema e parliamo delle nostre vite, anche se io non racconto tutto. Non nomino quasi mai mio figlio minore. – Forse dopo dovremmo provare la ruota della fortuna. – disse Garaatie. Notai un cambiamento nel suo umore, aveva un bel gruzzolo da giocare e sembrava più sicura di sé, e anch’io. Era la mia prima esperienza al casinò, ma me ne andavo in giro come se fossi una possidente. Seguii Garaatie alle ruote della fortuna. – Dovrebbe prendere una tessera prepagata. – mi aveva detto il cassiere quando avevo ritirato l’assegno, così sia io che Garaatie riempimmo i moduli per prenderne una. Successivamente, la inserimmo nella macchinetta e quello che successe non fu piacevole. Povera Garaatie, non era la sua serata, la macchinetta che aveva scelto le inghiottì tutti i crediti in pochi minuti, mentre la mia mi fece vincere 350 rand. Quando Garaatie finì i soldi, mi guardò e disse: “Sei fortunata. Non solo hai vinto il jackpot, ma sei su di 300 rand. Hai recuperato i soldi che mi hai dato”. Il modo in cui me lo disse mi fece stare male e stavo appena per rimettere mano alla borsa per darle altri cento rand, quando Garaatie si accasciò sulla sua sedia e tirò fuori la storia pietosa del bigliettino nei pantaloni e dello schiaffo in faccia. Fine della mia partita. Finimmo a parlare nel retro del ristorante di pesce, bevendo caffè mentre Garaatie mi raccontava ancora una volta di che razza di bastardo avesse sposato. La ascoltai come al solito, senza dare consigli. Quella fu la mia prima notte al casinò. Me ne andai da lì con un’amica molto depressa e moltissimi rand. Era dura sentirsi tristi e felici allo stesso tempo, ma devo essere stata più felice che triste poiché rimasi distesa sul letto tutta la notte a ricordare come tre sette bianchi si erano allineati e a come avrei speso quei soldi. Ma c’era un problema con quella vincita: non erano due o trecento rand coi quali pagare un conto e non pensarci più, erano quattromila! Era un sacco di denaro. Sporco, per giunta. Avrei dovuto tenerlo in un conto separato, magari comprarci un aspirapolvere, un forno nuovo, oppure farci un viaggio. Avevo sempre voluto andare in India. Una cosa che non riuscii a farci fu comprare del cibo. Prima di addormentarmi, pensai al mio defunto amico Abdul. Abdul era stato il mio appoggio per tutti quegli argomenti trattati nel Corano che necessitavano chiarimenti. Sarebbe stata la prima persona che avrei consultato, mi avrebbe detto cosa fare coi soldi e mi avrebbe consigliato di non tornare più al casinò. Ricordo quando era a casa mia, anni fa, insieme a mio figlio Zane con sua moglie Rabia, che gli chiese chiarimenti sul velo. Rabia fece notare che il Corano prescrive di coprire il seno e di vestirsi castamente, non prescriveva di coprire la testa col velo. A quei tempi aveva un senso coprirsi il capo nel deserto, altrimenti poteva evaporarti il cervello, ma noi non abitavamo a Makkah o a


Madina, bensì in Sudafrica. E poi, perché Dio non aveva detto anche ai cristiani e agli ebrei di indossarlo? Una riflessione intelligente. Io stessa non avevo sempre indossato il velo. Abdul ascoltava rispettoso. Sapeva ascoltare e rispondere nel più gentile dei modi. Poi disse che l’ordine era chiaro: serviva a proteggere la nostra au’rah, di cui i capelli erano parte. Ma non dovevamo avvolgerci come mummie, Dio comprendeva la nostra appartenenza alla società occidentale. Alcune donne, ovviamente, prendono la storia della società occidentale troppo alla lettera e le vedi con veli dai colori sgargianti e con vestiti attillati, oppure con solo il collo coperto, usanza nata con le nuove generazioni. Perché metterlo intorno al collo, dico io? Serve a tenerlo caldo? Ad ogni modo, si è sviluppato un movimento pro velo integrale, non saprei se è nato da quando il governo e i cittadini si sentono più liberi, ma è diventata una moda. Velo integrale a casa, per fare la spesa o per far visita agli amici. È diventata una benedizione per alcune donne che possono risparmiarsi la preoccupazione per quei chili di troppo che si notano troppo facilmente con indosso un vestito o una gonna. E poi, il velo è una grande protezione: nessuno mi guarda per strada.


Confessioni di una giocatrice d'azzardo