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COPERTINA 800 gennaio OK 18-01-2010 11:06 Pagina 1

N°19 - FEBBRAIO - MARZO 2010 - Semestrale - Anno VIII - Spedizione in A.P. - art.2 comma 20/B legge 662/96 - Direz. Comm. Imprese Emilia Romagna - € 6.9

IL SECOLO ROMANTICO

OLCE D M EDITERRANEO


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15 16 I NUMERI ARRETRATI DISPONIBILI A €8,3 cad. (SPESE POSTALI COMPRESE) ORDINARE A:

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Emily ickinson D

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Il Secolo Romantico continuerà il 1° settembre 2010 con Dossier

PROFUMO DI PROVENZA FELICITÀ IMPERFETTA di M. Giulia Baiocchi e Annalina Molteni

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PER CONOSCERE: ❖ L’AMORE ❖ LA MORTE

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❖ LA NATURA ❖ LA POESIA

“Felicità imperfetta” (NEM Editrice, 2009, € 14.00) è un romanzo imperniato sulla ricerca della felicità. Ambientato a Luino, sul Lago Maggiore, il libro ha come protagoniste due scrittrici: la giovane Elena Donati e la matura Magda Signorelli. Elena, acquistando la casa che fu di Magda, inizia con la donna un rapporto epistolare che diventa una vivace riflessione sulla ricerca della felicità, mentre Magda, ossessionata dai fantasmi di un passato difficile, continua l'allucinato percorso iniziato alla tragica morte del compagno, lo scrittore Carlo Bosisio. “Felicità imperfetta” è costruito in modo originale e le due storie, scritte secondo registri stilistici differenti, s’incastrano perfettamente l'una nell'altra trovando il punto d'incontro e di complementarietà nel confronto continuo sulla possibilità della scrittura come fonte di felicità. I due diversi punti di vista conferiscono alla storia una vivacità e un ritmo che ne tengono sempre alta la tensione sino al sorprendente finale. IN LIBRERIA INFO: www.nuovaeditricemagenta.it


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OTTOCENTO Il secolo romantico

4 LA LUCE

E IL COLORE DEL SUD: I PITTORI SICILIANI DELL’800



E LA VITE: GLI SPOSI IDEALI

di Maria Giulia Baiocchi

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LA SPONDA NORDAFRICANA

DELTA EDITRICE Borgo Regale, 21 43100 PARMA

© Copyright Delta Editrice Parma (Italia)

27 L’OLMO

di Laura Fanti

N° 19 - Febbraio - Marzo 2010 Anno VIII - periodico culturale. Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Parma con il N.5 del 15.02.2001

tel. (0039) 521 287883 fax (0039) 521 237546 e-mail: deltaed@iol.it



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IN COPERTINA Mareggiata al tramonto di E. Kremp e Nereidi di E. Tito

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OLCE EDITERRANEO





12 DENTRO

IL MEDITERRANEO

di Maria Giulia Baiocchi

52L’ECO

ROMANTICA DI ULISSE

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COORDINAMENTO Bertani Tiziana

DOPO I MAC CHIAIOLI: IL MEDITER RANEO NELLA

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO

EDITING Susanna Servello GRAFICA Mirella Stano AMMINISTRAZIONE Lucia Dall’Aglio

17 I MALAVOGLIA di Susanna Servello

18 LA MITOLOGIA DEL MARE

di Susanna Servello

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta a disposizione per regolare eventuali spettanze. Copie arretrate € 8.3. I versamenti si effettuano sul Conto Corrente Postale 74152307 intestato a Delta Editrice di Corrado Barbieri C.P.204 - 43121 Parma. ISSN-1593-2125 STAMPA TEP (Piacenza) Distribuzione: concessionaria per la distribuzione in Italia: SO.DI.P. S.p.A. Via Bettola 18 - 20092 Cinisello Balsamo (MI)

di Susanna Servello

di Susanna Servello

DIRETTORE RESPONSABILE Corrado Barbieri

Maria Giulia Baiocchi, Ilaria Biondi, Elena Greggio, Laura Fanti, Susanna Servello

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IL MEDITER RANEO DI UN IMPRESSIONISTA LOMBARDO: I DIPINTI MARINI DI POMPEO MARIANI

CAMPAGNA TOSCANA

di Laura Fanti

44 FËDOR 22 I

PROFUMI DEL MEDITER RANEO

di Maria Giulia Baiocchi

DOSTOEVSKIJ IN VIAGGIO PER MARE

di Maria Giulia Baiocchi

di Elena Greggio

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LA ‹‹ GALLEG GIANTE SOLITUDINE ›› AL LARGO DEL MEDITERRANEO -

IL DIARIO MARITTIMO SUR L’EAU L’EAU DI GUY DE MAUPASSANT MAUPASSANT

di Ilaria Biondi

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L’ISOLA

DI MONTECRISTO

di Maria Giulia Baiocchi

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Dolce Mediterraneo

La luce e il colore del sud: i pittori siciliani dell’800 Q di Laura Fanti



uando si parla di pittura italiana dell’Ottocento, la mente corre in cerca di nomi noti e rapidamente evoca quelli di Giovanni Fattori e Giovanni Segantini; con uno sforzo in più, arriva al grande e singolare Telemaco Signorini. In un momento in cui la pittura francese e quella inglese la fanno da padrone, gli artisti

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italiani sembrano evanescenti; ancor più difficile che qualcuno ricordi gli artisti siciliani: al più si conoscono artisti napoletani come Domenico Morelli o esponenti della scuola di Posillipo. La Sicilia appare marginale e ancora pochissimo studiata, per questo si cercherà di rendere merito ad alcuni artisti con queste righe. In primis, è necessario


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Trentacoste e Vincenzo Ragusa; vi si stampavano libri, traduzioni di testi importanti (tra i molti, i Pensieri sulla morte e l’immortalità di Anselm Feuerbach, nel 1866) e non erano così isolate come, forse, ci piace immaginare. Indubbiamente, non tutti gli artisti potevano

permettersi di viaggiare per studiare ed aggiornarsi, ma le novità arrivavano, soprattutto grazie alle stampe, alle fotografie e ai ricordi di viaggio dei maestri. Il più grande di questi era Francesco Lojacono (Palermo, 1838-1915), ritenuto, ancora oggi, il più importante artista



ricordare che le città siciliane, Palermo in particolare, erano centri culturali vivissimi. Diedero i natali al filosofo Cosmo Guastella (autore de Le ragioni del fenomenismo), a scrittori quali Federico De Roberto e Giovanni Verga, agli artisti Ettore Ximenes, Domenico



A fronte: Marina di Palermo e Monte Pellegrino, di Francesco Lojacono. Sopra: la splendida Mareggiata al tramonto di Erminio Kremp.

siciliano dell’Ottocento. Lojacono studiò a Napoli con i fratelli Palizzi e introdusse in

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Dolce Mediterraneo Sicilia le novità della pittura napoletana, a sua volta aggiornata su quella francese. Durante la maturità conobbe anche la pittura dei Macchiaioli, grazie alla frequentazione con Antonino Leto (Monreale 1844 - Capri 1913), esponente della Scuola di Resina, a sua volta amico di Michetti e di De Nittis. Divenne presto un maestro per molti, tanto che i suoi dipinti si trasformeranno in icone da emulare, ma pochi pittori manterranno la stessa freschezza espressiva e

intuizione coloristica. La sua pittura puntava allo schiarimento della tavolozza, alla resa della luce, non sui contrasti, ma sulla sovraesposizione, in modo da collocare in primo piano gli elementi del paesaggio. Marina di Palermo e Monte Pellegrino (1886) è uno dei più vivaci esempi della nuova pittura che inizia finanche a sganciarsi dai maestri francesi per assurgere a piccola cellula innovativa. Se in alcuni aspetti, come i colori tenui e lo studio dell’acqua, persiste il ricordo di Corot,





in altri, come il taglio sinistra: Barche tra le fotografico e la nitidez- Arocce, un olio su tela di za degli elementi, Michele Catti. Sopra: Lojacono dimostra tutta Veduta del Golfo di Palermo con monte la sua originalità di Pellegrino, sempre di Michele maestro “meridionale”. Catti. A destra: Campagna Quello che in alcuni con raccolta delle olive, parambienti rischia, infat- ticolare, di Mario Mirabella. ti, di sembrare artificio, in Sicilia appare come “ladro di sole”. naturale emanazione Tra i migliori epigoni del proprio microco- di Lojacono abbiamo smo, della luce non un altro palermitano, sognata o immaginata, Michele Catti (1855ma realmente percepita 1914), suo allievo dalla su di sé. Non si può vita tormentatissima. non tener conto di que- Questi, ventenne, si sta realtà nel constatare allontanò dalla famiglia la differenza che passa che voleva avviarlo tra un artista francese all’avvocatura e visse in che si ispira alla luce gravi ristrettezze, arridel Sud e un siciliano vando al punto di venche in quella luce è dere i propri lavori per immerso. Non a caso un pacco di pasta… Lojacono era chiamato Bohémien per scelta o per 6 OTTOCENTO


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Dolce Mediterraneo



A sinistra: Cortile con mulo, 1902, di Michele Cortegiani. Sotto: Veduta di Monreale, 1899, dello stesso artista. A destra: Alba a Capo Zafferano, di Michele Catti.

Alba a Capo Zafferano è il titolo che accomuna più di un dipinto dello stesso autore. In quello riprodotto in margine a questo articolo, Catti si distingue da Lojacono per un preannuncio di divisione del colore, per una compenetrazione dei colori, insomma, per una maggiore pre-

necessità? I primi riconoscimenti arrivarono solo agli inizi del Novecento; tra essi, l’importante premio del 1911, quando il suo dipinto Ultime foglie ricevette la medaglia d’oro all’Esposizione Nazionale di Roma. Catti derivò dal maestro Lojacono l’attenzione alla luce della propria terra, ma ben presto se 8 OTTOCENTO

ne allontanò, perché non condivideva quella che considerava eccessiva attenzione al dettaglio e alla resa fotografica della realtà. Il suo stile si riconosce, nonostante le molte somiglianze con i soggetti del maestro, dalla resa atmosferica della luce e del colore, più vicina all’impressionismo di un Monet che al realismo di Courbet.


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Dolce Mediterraneo disposizione alla sensorialità che diventa anche una lieve forma di espressionismo, interessata non tanto al fenomeno luministico, quanto ad infondere alla natura una sorta di emotività; non a caso la sua pittura è stata definita “fragile e inquieta” (Barbera, Electa, p. 530). Catti non dipinse solo paesaggi, ma anche preziose vedute di Palermo, importanti per ricostruire l’assetto della città prima dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Altro allievo di Lojacono fu Michele Cortegiani (Napoli 1857Tunisi 1919?), artista dalle oscure vicende biografiche, noto per le sue marine, per i suoi ritratti e, soprattutto, per le decorazioni di gusto rococò al Teatro Massimo di Palermo (1897), attività che continuò a Tunisi dove si trasferì nel 1900. Un altro artista da rivalutare, e sul quale le fonti sono carenti, è Mario Mirabella (Palermo 1870-1931). Ennesimo allievo di Lojacono, al punto che alcuni dei suoi dipinti sono stati scambiati per quelli del maestro, assorbe la

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lezione dell’en plein air e dello studio della luce, trasformandola in una pittura più materica e sintetica. Un felice incontro tra lo spirito mediterraneo e l’anima nordica avviene nell’opera del tedesco Erminio Kremp (18601936), allievo e amico di Michele Catti, qui riprodotto ad apertura di articolo. Di nuovo le fonti non ci aiutano a capire l’artista, a volte pericolosamente accademico e “borghese”, ma alcune sue marine sono la migliore espressione della sua

arte. Anche se scavalcano il secolo di nostro interesse, esse sono dense di romanticismo e di impeto, a tratti degni di stare accanto alle marine ❂ di Courbet.


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A fronte, in alto: una scenetta di strada a Palermo titolata da Michele Catti Allegra passeggiata. In basso: Marina, che rappresenta ancora Capo Zafferano, di Michele Catti. Nella foto al centro, Federico Morello 1875-1938. In alto: Gabbiani, una splendida tela di ampio respiro di Federico Morello. A destra: La raccolta delle olive, di Francesco Lojacono.

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Dentro il Me 12 OTTOCENTO



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a catena montuosa delle Alpi, che si estende dall’ovest all’est dell’Italia, con i suoi picchi, i canaloni, i ghiacciai eterni, le valli aperte e soleggiate, oppure buie e strette, ha sempre rappresenta-

di Maria Giulia Baiocchi

to una barriera naturale, una dura linea di confine fra il gelido nord e il caldo ed esotico sud. Le montagne inaccessibili vestono i confini che albergano dentro le anime, rendono materiali le diffidenze, la paura dell’ignoto e del-



l’altro, il timore che il diverso sia una condizione peggiorativa. Nell’Ottocento era più facile nascere e morire nello stesso luogo che andare alla scoperta di nuovi orizzonti. Era il buon senso che lo suggeriva: i figli perpetravano l’esistenza dei

genitori che, a loro volta, avrebbero ceduto il testimone alle nuove generazioni. La terra si possedeva attraverso le mani che dimostravano la fatica di coltivarla, la casa era la dimora avita da preservare, dove le anime continuavano a respirare a dispetto del


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Mediterraneo  …L’Italia



Due rare fotografie scattate a fine 800 da Mons. Arturo Marchi sull’Adriatico.

tempo. Per i popoli a nord delle Alpi, l’Italia e gli altri paesi mediterranei erano al di là della loro immaginazione; di bocca in bocca poteva capitare di cogliere delle narrazioni dove tutto s’ingrandiva e stupiva: il clima, la vegetazione,

il modo di vivere e forse, chi c’era stato, investito da tanta attenzione, amava colorare le parole usando la propria fantasia. Fra i viaggiatori abituali, tanti erano gli artisti o i letterati, persone abituate ad abbattere i propri di confini, prima di supera-

re quelli materiali. Era d’uso, fra gli intellettuali, effettuare il Grand Tour che, addirittura dall’America o dalla più vicina Gran Bretagna, conduceva in Europa e, quindi, nel bacino mediterraneo. Anche dal nord Europa, scrittori e artisti erano

è dall’altra parte! Ma come vigili sentinelle s’ergono fra noi le Alpi solenni – le Alpi sirene eterne barriere! (Emily Dickinson)

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Dolce Mediterraneo



Sopra: Spiaggia a Capri, di Antonino Leto, un’inquadratura luminosissima e vivacizzata da bambini al bagno.



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attratti dal Mediterraneo, e una dimostrazione dell’amore che accompagnò la scoperta dell’Italia e del suo mare la diede il viaggio che compì lo scrittore romantico tedesco per eccellenza: Johann W. Goethe (1749 - 1832). La sua fu un’esperienza assoluta, agognata, sentita in ogni fibra. L’Italia scorreva nelle sue vene come il desiderio più ghiotto, un’aspirazione che avrebbe coinvolto le sue vibrazioni più profonde e l’averne lasciata un’ampia testimonianza rende, a distanza di tempo, le sue parole eternamente vive. I suoi occhi ci raccontano il mare come lo vide, per la prima volta a Venezia. “8 ottobre. Sbarcati, abbiamo attraversato tutto il Lido; ed ecco un violento mugghio: era il mare, che subito dopo ho veduto slanciarsi sulla spiaggia per poi ritirarsi.



John Keats, che all’inizio fu stranamente intristito dal blu del Mediterraneo.

Era appunto mezzogiorno, l’ora del reflusso. Così ho visto, proprio con questi occhi, anche il mare…”. Sono parole che trasmettono uno stupore infantile, una gioia immediata come se, finalmente, un’antica promessa fosse stata mantenuta. Goethe passeggia sulla spiaggia, raccoglie le conchiglie, le più belle, le più strane, forse pensa di regalarle agli amici; in altre pensa di essiccarvi il liquido della seppia, come un primitivo ca-

lamaio. Intanto guarda, incantato, le onde morire sul bagnasciuga seguite incessantemente da altre. Gli occhi abbracciano l’orizzonte irraggiungibile e dentro di sé gioisce di tanta bellezza, dell’infinita azzurrità che lo imbeve, della luce viva, degli argentei luccichii dell’acqua. Il suo vagabondare mediterraneo iniziò in quel lontano autunno del 1786. Il lungo viaggio, che durò sino alla primavera del 1788, lo condusse verso altri mari. “…era una giornata incantevole; la vista di Castellammare e di Sorrento, che parevano a due passi, deliziosa. I napoletani poi si trovano come a casa loro; alcuni dicevano che, senza vedere il mare, non è possibile vivere…”.

E ancora più a sud, in Sicilia: “Se un uomo non s’è visto circondato dal mare, non può avere un’idea del mondo e della sua posizione rispetto al mondo. Come pittore di paesaggio poi, questa linea semplice e grandiosa mi ha anche ispirato pensieri del tutto nuovi”. C’è sempre una nota di argentina felicità nel suo diario, un desiderio di fissare per sempre le sue impressioni, di non perdere neppure un istante di tanta magnificenza. Goethe è un viaggiatore instancabile, in grado di trarre energia dalla bellezza, capace di guardare ogni cosa con l’acuto sguardo dell’intelligenza e la profondità dell’animo sensibile. *** Tutt’altro rapporto con il Mediterraneo ebbero John Keats, Percy B. Shelley e George G. Byron. Il mare, visto con i loro occhi, rispecchia le inquietudini e le


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paure che li contraddistinguevano. Keats lo attraversò con la morte nel cuore, Shelley lo sfidò con rabbia, Byron s’illuse di possederlo. *** Keats (1795 – 1821) arrivò a Napoli il 21 ottobre 1820. Fu prigioniero del Mediterraneo mentre aspettava, con gli altri, di poter sbarcare. Allora, quel mare così diverso da quello inglese, perché caldo, blu ed esotico, estraneo come la gente che abitava il golfo, quel mare cantato dai poeti, tanto caro ai suoi contemporanei, egli lo sentì più lontano della sua patria. Keats lo guardava senza vederlo; gli occhi colmi d’immagini del suo paese e della dolce e amata Fanny che non avrebbe mai più rivisto. Passò la lunga settimana di quarantena lamentandosi per la noia, già tediato dall’intermi-



Sopra: Sorrento, di Alceste Campriani. A destra: ritratto di Percy Bysshe Shelley. Sotto: Marina ligure, di Enrico Reycend.

nabile viaggio. Il destino gli divorava il tempo e quelle acque blu lo intristivano, proprio lui che volle essere ricordato come l’uomo il cui nome fu scritto sull’acqua. Quando Shelley (1792 – 1822) seppe della

morte di Keats, fu colto da un dolore profondo. Era la sua maledetta sensibilità a rendergli insopportabile la morte del giovane poeta. La sua immaginazione galoppava senza freno portandolo sempre più in basso, nelle spire di una violenta crisi depressiva. La vita, la morte, il destino, la poesia in boccio di Keats ormai stroncata, tutto turbi-

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della disgrazia, parve di non avere nient’altro da fare se non rimettersi a vagabondare. La morte dell’amico lo aveva scosso; la giovinezza, colma di promesse, si mutava in un’età più avara. L’esistenza si complicava svelando le nere trame della menzogna. Byron conosceva l’Italia, la Grecia, la Turchia, l’Albania, la Spagna, il Portogallo. Byron nuotava come un pazzo perché adorava l’acqua. Byron affrontava il mare con la spavalderia che lo contraddistingueva e che segnò la sua vita. Un epilogo si può scrivere in poche frasi: Byron partì per la Grecia rincorrendo un sogno; di nuovo attraversò il mare, ma ad ucciderlo non fu una



nava in un’anima che non trovava pace. E per Shelley, salire sull’Ariel e ritrovarsi in mare era come essere all’interno della sua anima. Movimento, forza, tempesta, vento, nuvole, pioggia… così il Mediterraneo, così il suo sentire. Il mare ricalcava il medesimo spartito e Shelley provò ad essere il suo direttore d’orchestra. La sfida era riuscire a domarlo, invece scrisse una tragedia. Una tempesta dalle fauci enormi divorò tutto: il poeta, un amico, un marinaio e l’Ariel. Poi li ributtò sulla spiaggia, l’8 luglio 1822. Shelley, in tasca, aveva le poesie di Keats; poco lontano il Mediterraneo cullava, indifferente, le sue acque. A Byron (1788 –1824), testimone impietrito



In alto: Innamorati al chiaro di luna, 1871, di Benedetto Musso. A sinistra: ritratto di John Byron.

alla rena e ai sassi. Ed egli, ormai indifferente: “…vagava… sui ciottoli splendenti e le conchiglie / lungo la spiaggia liscia e indurita / sui ricettacoli selvaggi e lisci / che la tempesta aveva edificato…”. ❂ tempesta, non le battaglie desiderate. Sorpreso dalla pioggia, portato a casa su una barca a remi, s’ammalò e morì. Si trovava a Missolungi, città della Grecia, ed era il 19 aprile 1824. Quel giorno, un temporale violento aveva frustato il cielo; il mare, irato, aveva flagellato le rive e la schiuma rabbiosa si era mescolata

Bibliografia: J. W. Goethe, Viaggio in Italia, Biblioteca Sansoniana Straniera;Shelley, Keats e Byron – I ragazzi che amavano il vento, Universale Economica Feltrinelli, 1996, trad. Roberto Mussapi; Elizabeth Longford , Byron, Rusconi, 1978, trad. Mario Manzari.


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I Malavoglia S di Susanna Servello





ono otto i faraglioni che si stagliano davanti al piccolo paese di Aci Trezza, nel catanese, dove Giovanni Verga (18401922) ambienta la sua opera più famosa. Si dice che queste pietre enormi furono scagliate in mare dall’ira di Polifemo, una volta che il gigante venne accecato e beffato dalla scaltrezza di Ulisse; otto scogli che se ne stanno lì, in balia del mare e delle sue bizze, come gli otto membri della famiglia Toscano, detti i Malavoglia, attorno a cui ruotano le vicende narrate nel romanzocapolavoro della corrente letteraria verista. I Malavoglia formano un nucleo familiare di tipo patriarcale guidato dal vecchio padron ‘Ntoni, che custodisce un proverbio e una perla di saggezza per ogni evenienza. Oltre a lui, il figlio Bastianazzo, “grande e grosso quanto il San Cristoforo che c’era dipinto sotto l’arco della pescheria della città”; la nuora Maruzza, detta “la Longa”, umile e minuta, dedita alla salatura delle acciughe e alla tessitura, e cinque nipoti: ‘Ntoni, il maggiore, che finirà in carcere per contrabbando; Luca, che morirà nella battaglia di Lissa; Mena,



detta “Sant’Agata”, per il tempo che passa seduta al telaio accanto alla madre; Lia, che vivrà esperienze umilianti; Alessi che riuscirà, alla fine, a risollevare il buon nome della famiglia. E un’abitazione, la “casa del nespolo”, che viene venduta per far fronte ad una sorte che è amara come i lupini che trasporta la Provvidenza, la barca che incarna il sogno del benessere, ma che finisce distrutta dalle onde, trascinando con sé il povero Bastianazzo. I Malavoglia, infatti, sono gente di mare, che di mare vivono e che, per il mare, talvolta muoiono, protagonisti di una storia di “vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e una fonte di sostentaannegati”. mento, quando mostra Il Mediteril suo carattere “liscio e raneo, ambiguo e imprevedibile, orlato di rocce, ulivi e fichi d’India, fa da sfondo alla vita del paese, alle sue chiacchiere e ai suoi pettegolezzi: rappresenta

  











Giovanni Verga

lucente”, e una minaccia di rovina, quando le sue acque sono come “color di lavagna”. Un mondo antico e lontano, quello dei Malavoglia, spesso sonnolento, in cui vivere sicuri significava rimanere aggrappati ad uno scoglio, per evitare la paura di lasciarsi andare, per aggirare il timore di affrontare la corrente “e come il paese stesso andava addormentandosi, si udiva il mare che russava lì vicino, in fondo alla straduccia, e ogni tanto sbuffava, come uno che si volti e rivolti pel letto”. ❂

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Dolce Mediterraneo

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a mitolog

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l pari di un lapislazzuli, il Mediterraneo brilla di una miriade di schegge di mito e poesia che solcano le sue acque fin dall’antichità e che giungono all’Ottocento infondendo un rinnovato interesse verso quel mondo grecoromano a cui la storia del mare deve tanto. “Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, /

di Susanna Servello

Zacinto mia, che te specchi nell'onde / del greco mar da cui vergine nacque / Venere, e fea quelle isole feconde / col suo primo sorriso (…)”. Quella che oggi è conosciuta come Zante è una piccola isola dello Jonio orientale che, nel 1803, quando Ugo Foscolo (1778-1827) scrisse questi versi, si trovava sotto il dominio della Repubblica di Venezia. La leggenda vuole che Afrodite sia nata pro-



prio in quelle acque, dalla schiuma del mare, e che abbia reso fertili e rigogliose quelle terre grazie al suo sorriso; Cipro e Citerea, tuttavia, a loro volta rivendicano il vanto di avere dato i natali alla dea. La mitologia è un mondo affascinante, soprattutto quando anima una dimensione, come quella marina, che con i suoi abissi insondabili e suoi moti potenti rappresenta, già

di per sé, un limite per la conoscenza umana. La vita di Ettore Tito (1859-1941) è inondata dal profumo del mare. Nato a Castellammare di Stabia, trasferitosi a Venezia fa suo lo splendore della laguna e assimila gli insegnamenti di maestri stranieri quali John Singer Sargent (1856-1925) e Anders Zorn (18601920). Splendida è l’opera Nereidi in volo, nella quale creature fantasti-


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gia del mare 

che, quasi rapite da una frenetica danza bacchica, si librano sulla superficie dell’acqua, mentre un cavallo, imbizzarrito come le onde, ne disarciona una. Le ninfe sono figure incantevoli. Figlie immortali di Nereo e dell’Oceanina Doride, la tradizione vuole che siano parte del corteo del dio del mare assieme ai tritoni. Tra di esse si ricordano, in particolare, la sensibile Alimede, il cui nome significa “delle acque salate”, Actea, che vive sulla costa del mare, e Teti, madre di Achille, considerata la più bella. Tra colori e pennelli, rie-

A fronte: Nereidi in volo, di Ettore Tito; in alto: Afrodite, di Robert Fowler. Qui sopra: Didone ed Enea, 1815, di Pierre-Narcisse Guérin.



cheggiano, poi, pagine indimenticabili della letteratura classica, a cominciare dalla leggenda di Enea, che il barone Pierre-Narcisse Guérin (1774-1833), fra i più illustri rappresentanti dello “stile impero”, dipinge in una tela datata 1815, in cui il giovane eroe narra la rovina di Troia ad una Didone già persa d’amore per lui e che ascolta le sue parole rapita nello sguardo e nella posa. Sullo sfondo, il golfo che segnerà il suo destino. Enea, infatti, s’imbarcherà per continuare il suo viaggio e

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soddisfare, così, il volere degli dei, lasciando la regina di Cartagine in preda alla disperazione. E’ il 18 gennaio 1823 quando, al teatro Regio di Torino, Saverio Mercadante (17951870) mette in scena, su libretto di Pietro Metastasio (1698-1792), il dramma per musica Didone abbandonata. Dieci anni dopo, a Eugène Delacroix (1798-1863), il più rappresentativo esponente del romanticismo francese, viene commissionata la decorazione della biblioteca e della Sala del Re di Palazzo Bourbon a Parigi. Proprio in quest’ultima, l’artista realizza una grande allegoria del Mediterraneo, accompagnata dalla rappresentazione dell’Oceano e di diversi fiumi. Simbolo della bellezza per eccellenza, l’eleganza di Venere si fa leggerezza nell’opera del britannico Robert Fowler (1853-1926), in cui la dea, che viene rappresentata avvolta da un turbine di vento e dal volo dei gabbiani, sembra nascere dal mare sfidando le leggi della natura, come se un vortice la stesse facendo emergere dalle acque, invece che risucchiarla. Dea dell’amore e dell’armonia, Afrodite è, infatti, uno dei tanti volti del Mediterraneo, anche quando, vestita di veli e seduta su uno scoglio, riposa sulla sua riva, assorta nei propri pensieri. Di Pierre-Henri Picou (1824-1895) è, invece, una Venere adagiata su di un’enorme conchiglia, 20 OTTOCENTO



Dolce Mediterraneo



A sinistra: La nascita di Venere, di Robert Fowler. Sotto: I cavalli di Nettuno, particolare, di Walter Crane.

sensualissima, con lunghi capelli biondi mossi come le onde. Re incontrastato del mare resta comunque Poseidone (Nettuno, nell’antica Roma) che dal suo cocchio domina la distesa azzurra. Esiste una leggenda curiosa a proposito dei suoi cavalli. Si narra che, un giorno, il dio si trovasse a percorrere i propri possedimenti nell’area della Camargue, la zona umida nel sud della Francia, compresa fra il Mediterraneo e il delta del Rodano. In prossimità della foce del fiume, scorse un uomo nuotare e lamentarsi. Il dio, quindi, brandendo il suo tridente e avvicinandosi a lui con fare adirato, gli chiese chi fosse. Costui si presentò come Lou Camarguen, il Camarghese, e raccontò di vivere in quel luogo incantevole, ma di essere costantemente in pericolo, perché inseguito da un toro con le corna a forma di lira. Nettuno gli concesse, allora, il suo aiuto e gli donò uno dei suoi cavalli bianchi per consentire all’uomo di far fronte all’animale. Da quel giorno, la leggenda vuole che, in Camargue, gli uomini governino i tori in sella a splendidi cavalli bianchi e armati di tridenti. Nel 1892, Walter Crane (1845-1915) dipinge il vecchio dio nell’atto di guidare il galoppo dei suoi destrieri: un dinamismo eccezionale che


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nasce e si fonde con le onde. Il mare, come metafora di incontro e di separazione, si può ritrovare nella figura di Medea. Nell’Ottocento, la leggenda degli Argonauti è un tema che viene rivisitato da diversi autori: nel 1810, si ha la versione di Gianbattista Niccolini (17821861); quattro anni più tardi, quella del duca di





Sopra: Venere, un’opera di Pierre Henry Picou. A sinistra: Il Mediterraneo, 1833-1837, di Eugène Delacroix. In basso: Medea, 1889, di Evelyn De Morgan

Ventignano Cesare Della Valle (1824-1900); nel 1821, il drammaturgo austriaco Franz Grillparzer (1791-1872) termina la trilogia Il vello d’oro mentre, del 1855, è la Médée di Ernest Legouvé (1807-1903). Sullo sfondo di un palazzo sfarzoso, la pittrice preraffaellita Evelyn De Morgan (1855-1919) dà vita alla disperazione

della maga del mar Nero che, con sguardo assente, porta l’ampolla contenente il veleno che le servirà per attuare la sua premeditata vendetta. Temi e soggetti anacronistici per il XIX secolo? Ricordiamo come, nella polemica con i fautori del Romanticismo, Vincenzo Monti (1754-1828), nel Sermone sulla mitologia del 1825, difenda e rimpianga il mondo del mito: “Il mar che regno in prima era d'un Dio / scotitor della terra, e dell'irate / procelle correttore, il mar soggiorno / di tanti Divi al navigante amici / e rallegranti al suon di tube e conche / il gran padre Oceàno ed Amfitrite, / che divenne per voi? Un pauroso / di sozzi mostri abisso. Orche deformi / cacciãr di nido di Nereo le figlie, / ed enormi balene al vostro sguardo / fur più belle che Dori e Galatea”. Quello della mitologia, si sa, è un mondo antico, ma eterno. Come il ❂ mare.

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Dolce Mediterraneo “Su la docile sabbia il vento scrive con le penne dell’ala, e in sua favella parlano i segni per le bianche rive…” Il vento scrive, Gabriele D’Annunzio

Iprofumi del

Mediterraneo



C

di Maria Giulia Baiocchi

hiudere gli occhi e immaginare d’essere lungo le coste del Mediterraneo in un pomeriggio di sole di un giorno qualsiasi dell’Ottocento. Vedere...le lunghe strisce di sabbia deserte disseminate di conchiglie madreperlate, di sassi levigati dalle carezze ossessive dell’acqua, di rami o tronchi sbiancati dal sale;vedere… i piccoli borghi dei pescatori dalle case di un bianco abbagliante, le reti stese ad asciugare al sole, le paludi che s’addentrano nel mare mescolando, come in un antico rito pagano, le acque diverse, le rocce rosse o bianche, grigie o nere modellate dal vento, pronte ad accogliere il respiro rit-

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mato delle onde. Ascoltare… la voce uggiosa del mare, i richiami degli uccelli, il rincorrersi dei venti, i remi che si tuffano nell’onda, le voci salmodianti dei marinai. Sentire… l’odore del mare, del pesce, dei legnami marciti, della palude, della terra vicina, l’effluvio dei fiori, il ronzio degli insetti, lo strisciare rapido dei piccoli rettili fra il fitto fogliame. Ovunque, cogliere con lo sguardo la vegetazione che preme verso il mare, piante e arbusti generosi, oppure avari, con le radici affondate saldamente nella terra, le chiome piegate dal vento, i tronchi nodosi e ingobbiti. Chiudere gli occhi e immaginare di appoggiare, sulla rena umida, l’impronta di un piede,


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sami beati / per te Grazie apprestino, / per te i lini odorati / che a Citere porgeano / quando profano spino / le punse il pié divino …”. E’ invece d’oro come il sole la ginestra, dalla spartana bellezza, che convinse San Luigi a chiamare l’ordine da lui fondato l’Ordre du Genest, rifacendosi appunto all’umiltà e alla modestia che il fiore ispirava. I cento cavalieri dell’Ordine della Ginestra, il cui motto era “esalta gli umili”, prestavano servizio nella guardia reale. Eppure, secondo una leggenda siciliana, l’arbusto fu maledetto da Gesù perché il crepitio dei fiori svelò la sua presenza ai soldati, mentre pregava nell’orto di Getsemani. Giacomo Leopardi (1798 – 1837) immor-

talò la ginestra nell’omonima poesia che evidenzia la caducità dell’uomo e delle sue

opere, al contrario della natura destinata a perdurare nel tempo: “Qui su l’arida schiena / Del



di respirare l’aria salmastra e pregna di odori, di sfiorare le piante per scoprire quali segreti le legarono ai poeti che le scorsero e alle quali vollero dedicare versi e pensieri. Ogni pianta svelerebbe allora la sua storia, come il lino, coltivato da sempre nel bacino mediterraneo, dagli splendidi fiori azzurri che, nel linguaggio ottocentesco dei sentimenti, volevano significare: “sento i tuoi benefici”. Il lino, conosciuto soprattutto come una fibra preziosa da tessere per ricavarne un pregiatissimo tessuto, tanto amato dalle donne che lo utilizzavano per confezionare della biancheria finissima, ce lo ricorda Ugo Foscolo (1778 – 1827) nell’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo: “I bal-



A fronte in alto: il mirto in fiore, un’ essenza che troviamo citata anche ne La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio. Sotto: Ulivi a Corfù, di John Sargent. In alto: Viottolo nel bosco, di Mario Puccini. Sopra: Natura morta con cesto di fiori, di Antoine Vollon. A sinistra: ritratto di Ugo Foscolo.

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A sinistra: un ramo di alloro e ritratto di Giacomo Leopardi. Qui a fianco: due immagini che ritraggono, rispettivamente, Giosué Carducci e Giovanni Pascoli. In basso: la scrittrice Katherine Mansfield.

formidabil monte / Sterminator Vesevo, / La qual null’altro allegra arbor né fiore, / Tuoi cespi solitari intorno spargi, / odorata ginestra…”. E’ per questo che, nell’Ottocento, chi non credeva nelle utopie politiche dell'epoca amava la ginestra. Giosuè Carducci (1835 – 1907), nel suo Canto di primavera, ci evoca il mirto: “Te allor, cinti la chioma / De l’arbuscel di Venere, / Canterem, madre Roma; / Te del cui santo nascere / Il lieto april s’onora / Te de la nostra gente arcana Flora”. Simboleggiava la vittoria, meglio ancora se ottenuta senza spargimento di sangue, ma era anche considerata 24 OTTOCENTO

una pianta funebre. Il doppio significato di vita e morte caratterizza diverse specie vegetali; in questo caso, il mirto, lasciato da Dioniso nell’Ade, dove era sceso per liberare la madre folgorata da Zeus, è legato a una divinità che rappresenta un dio ucciso e risorto: un dio delle tenebre e della luce. Giunse dal lontano Oriente l’albicocco, dapprima emigrato in Armenia e, in seguito, diffuso in Sicilia, Andalusia e Africa del nord, detto da Giovanni Pascoli (1855 – 1912) “armellino”, come lo chiama nella sua poesia La cinciallegra: “Avevi i piedi ignudi su la soglia / tremavi come un armellino in fiore / che trema tutto al vento che lo spoglia”. Il suo fiore, nel vocabolario d’amore dell’Ottocento, ha un significato malinconico: “Il mio amore non è ricambiato”.

La scrittrice Katherine Mansfield (1888 – 1923), all’inizio del suo diario riportò come fosse ghiotta della marmellata di albicocche, assaporata, con semplicità, su una fetta di pane. E fu proprio nel 1832 che, per il principe Klemens W. L. Metternich–Winneburg, Franz Sacher scelse la gustosa confettura d’albicocche per farcire la celebre torta che porta il suo nome. Sono ancora oggi un simbolo di verginità e di purezza le candide zagare, dall’intenso e sensuale profumo che quasi stordisce; i loro frutti, le arance, ricordano dei piccoli soli e le piante, giunte anch’esse dall’Oriente, celebrarono con il Mediterraneo un’unione ancora oggi ben salda. Il mandorlo, un’altra pianta tipicamente mediterranea, cela nel suo frutto un profondo significato simbolico: raggiungere la mandorla è scoprire l’essenza di una persona.

Nell’Ottocento, invece, il suo fiore evocava la sbadataggine; se era doppio simboleggiava la falsità, mentre, se proveniva da una pianta nana, indicava la necessità di vigilare. Il mirto, il corbezzolo, il leccio, l’olivastro, il ginepro, il lentisco, l’alaterno, il pino e la tamerice si ritrovano a macchie lungo le coste rocciose del Mediterraneo. Forti e tenaci, donano al paesaggio quell’aspetto che da sempre lo caratterizza e che tanti

artisti, poeti e scrittori hanno ripreso nelle loro opere, come Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) nella sua celebre La pioggia nel pineto: “Ascolta. Piove / dalle nuvole sparse. / Piove su le tamerici / salmastre ed arse, / piove su i pini /scagliosi ed irti, / piove su i mirti / divini, / su le ginestre fulgenti / di fiori accolti, / su i ginepri folti / di coccole aulenti (…). E il pino / ha un suono, e


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monda, /il croscio che varia /secondo la fronda / più folta, men folta. (…)”. D’Annunzio dedicò una poesia anche all’olivo, una pianta dal tronco contorto e cavo, apparentemente fragile, in realtà longeva e forte, desiderosa di luce e di sole, ma di poca acqua, le cui foglie argentate brillano nell’azzurrità mediterranea. Così lasciò scritto: “Laudato sia l’ulivo nel mattino! / Una ghirlanda semplice, una bianca / tunica, una preghiera armoniosa / a noi son festa. / (…) Esili

foglie, magri rami, cavo / tronco, distorte barbe, piccol frutto, / ecco, e un nume ineffabile risplende / nel suo pallore!”. L’olivo, che una leggenda vuole essere stato piantato per la prima volta da Atena sull’Acropoli, simboleggia la castità. Sempre il poeta abruzzese cantò anche le virtù del grano dorato, la cui storia risale a tempi remoti. La spiga,

citata nell’Antico Testamento, tesoro dal valore inestimabile per tutto il bacino mediterraneo, considerata una benedizione divina dagli Ebrei, simbolo di fecondità e donata alle giovani coppie di sposi



il ginepro / altro ancora, stromenti / diversi / sotto innumerevoli dita. (…) Non s’ode la voce del mare. / or s’ode su tutta la fronda / crosciare / l’argentea pioggia / che



In alto: Pescatorello ad Antignano, di Raffaello Gambogi. A sinistra: i fiori e il frutto del bergamotto. Sotto: Gabriele d’Annunzio.

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Dolce Mediterraneo

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menta, entrambe selvatiche e amanti dei luoghi incolti, ad una ninfa: “A mezzodì scopersi tra le canne / del Motrone argiglioso l’aspra ninfa / nericiglia, sorella di Siringa; / L’ebbi su’ miei ginocchi di silvano; / e nella sua saliva amarulenta / assaporai l’origano e la menta”. Il poeta evocò nelle sue liriche anche l’oleandro, dai profumati fiori bianchi, rosa o gialli. “Erigone, Aretusa, Berenice, / quale di voi accompagnò la notte / d’estate con più dolce melodia / tra gli oleandri lungo il bianco mar?” Nel linguaggio d’amore ottocentesco simboleggiava la baldanza, forse per il potere della sua bellezza sensuale e penetrante. Era un complimento paragonare la bellezza di una donna alla flessuosità e all’altezza di una palma, come si legge persino nel Cantico dei Cantici. Le

Mediterraneo, e che sono legate alla sua geografia e alla storia, non poteva mancare il fico, pianta della fecondità e della conoscenza nota sin dall’antichità, che porta fra le sue chiome leggende che risalgono addirittura ad Adamo e Eva, fuggiti dal Paradiso terrestre coprendosi le nudità con le sue foglie. La sua presenza nell’Eden ne fece, al di là delle numerose e successive interpretazioni popolari, un simbolo di resurrezione, ossia della vittoria della vita sulla morte, a rammentare come, ad ogni primavera, la natura si risvegli dal sonno a cui l’inverno l’ha condannata. ❂



in Sardegna e in Corsica, è così inneggiata dal Vate nell’Alcyone: “Laudata sia la spica nel meriggio! /Ella s’inclina al Sole che la cuoce, / verso la terra onde umida erba nacque; s’inclina e più s’inclinerà domane / verso la terra ove sarà colcata / col gioglio ch’è malvagio suo fratello, / con la vena selvaggia / col ciano cilestro / col papavero ardente, / cui l’uom non seminò, in un mannello”. Ancora dall’Alcyone, un’altra poesia legata all’origano, una pianta che, per il suo aspetto delicato, era considerata capace di lenire i dispiaceri, soprattutto d’amore. Per questo, le donne lo regalavano alle ragazze che soffrivano per una grave delusione sentimentale, ma era dato anche agli uomini depressi: era dunque il simbolo del conforto. Ecco i versi che associano l’origano e la

palme, con la loro eleganza, impreziosiscono ancora oggi i viali e i giardini mediterranei. I poeti vedevano in esse una fonte ispiratrice, forse per la loro svettante e armoniosa chioma immersa nel cielo turchino e limpido. Moltissime anche le leggende che fiorirono intorno ad esse; numerose quelle legate al cristianesimo. In Sicilia, tagliando con delle forbici d’acciaio tre foglie di palma si cacciavano le streghe che apparivano a mezzogiorno, ma, contemporaneamente, si dovevano recitare questi antichi versi: “Chista parma, sientu tagghiari, / E la tiagghu ‘ ’n campu e’n via, / Cu voli mali a la casa mia”. In questo breve excursus fra alcune delle piante più note che si ritrovano nei paesi bagnati dal



A sinistra: foglie e frutti di fico. Sotto: il melograno.


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L’olmo

e la vite Gli sposi ideali



S

di Maria Giulia Baiocchi

i narra, sin da tempi remoti, dell’unione perfetta fra l’olmo e la vite, piante comuni nel bacino mediterraneo, legate a leggende antiche che s’intrecciano alla comparsa dell’uomo e alla sua evoluzione. Esse erano considerate una coppia perfetta, il simbolo di un’unione felice, dove l’olmo, il marito, sosteneva la vite, sua moglie, tanto che una vite senza olmo fu definita “vedova” dal poeta Catullo. Cesare Ripa, studioso perugino vissuto fra il 1555 e il 1622, raccolse in una sua opera molto erudita e originale, Iconologia, una serie di figure allegoriche che in diverse e successive edizioni furono anche illustrate. Il volume fu ampliamente saccheggiato da artisti e scrittori della sua epoca e di quelle successive che attinsero a piene mani alle sue fonti. Sfogliandolo, si apprende che il Ripa rappresentò l’unione matrimoniale con una donna che portava sul capo una corona di vite intrecciata, in mano un ramo d’olmo e, sullo stesso braccio, un alcione. L’olmo e la vite simboleggiano l’unione, come già diceva Marziale che, volendo descrivere l’affetto che univa due coniugi, li definì appunto come le



due piante citate. L’uccello, invece, si riallaccia alla leggenda della bella figlia di Eolo, il re dei venti, che si chiamava Alcione. Il greco Ceice, giunto alle Eolie dove viveva Eolo, aveva conosciuto e ammirato l’affascinante fanciulla, si era innamorato di lei e l’aveva chiesta in moglie. Questa aveva accettato e i due si erano sposati. Tornati in Grecia, dopo un periodo idilliaco, Ceice dovette partire e lasciare sola Alcione, dalla quale non si separava mai. Durante il viaggio in mare, il giovane desiderava raggiungere un oracolo, ma annegò dopo che la sua nave fu sorpresa e distrutta da una tempesta; il suo corpo, martoriato, fu gettato a riva. La sua sposa, preoccupata per la lunga assenza, ebbe una visione e grazie ad essa ritrovò il suo amato, ma ormai era troppo tardi. Disperata lo pianse sino a quando Zeus, mosso a pietà, la mutò nell’omonimo uccello; la medesima sorte toccò anche a Ceice. L’alcione è un uccello simile al gabbiano, solitario e un po’ scontroso. Nidifica in posti inaccessibili sulle rocce in prossimità del mare, solitamente nella settimana dal 21 al 28 marzo, quando i venti si placano secondo il volere degli dei che desi-

Con il fiore della bocca umida a bere Ella attinge il cristallo. Io lentamente le verso a stille il vin dolce ed ardente entro quel rosso fior del piacere; e chinato su lei, muto coppiere, guardo le forme dilettosamente: la sua testa d’Ermete adolescente e la sagliente spira de ‘l bicchiere. Or, poi che le pupille e l’amorosa Concordia de le due forme stupende Io solo, io solo, io solo ho dilettate, godo infranger la coppa preziosa; e improvviso un desio vano mi prende d’infranger le membra bene amate. Gabriele D’Annunzio

derano favorire la sua riproduzione, come si credeva un tempo. Sempre dall’Iconologia del Ripa si può ammirare la rappresentazione di una donna che abbraccia un olmo secco, al quale si avvinghia una vite verde. Secondo l’autore, questa immagine simboleggia l’amicizia, come sentimento capace di

durare nel tempo e, soprattutto, in grado di sostenere nei momenti di maggior bisogno la persona amica. Nell’allegoria, la vite è il frutto dell’amicizia, mentre l’olmo, grazie alla sua nota longevità, allude alla durata che questo sentimento dovrebbe avere nel tempo. ❂

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SpondaN Dolce Mediterraneo

La

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A

bordo del suo panfilo Bel Ami, lo scrittore francese Guy de Maupassant (1850-1893) viaggiò molto attraverso il Mediterraneo, arrivando a toccarne le sponde meridionali e ad entrare in contatto con realtà naturali e culturali di grande interesse. Le descrisse nelle sue opere con enfasi e ricchezza di particolari, portando il lettore a ricreare, davanti agli occhi, quegli scenari straordinari che sfumano dal bianco abbacinante delle abitazioni, alle diverse gradazioni di colore delle sabbie del deserto, fino al blu più intenso del mare. Già nel 1830, nel nord dell’Africa la Francia aveva dato inizio ad una politica coloniale che, nel corso dei decenni successivi, l’avrebbe portata a esercitare la propria supremazia su gran parte degli stati maghrebini. L’assoggettamento dell’Algeria ebbe inizio con il falso pretesto dell’offesa arrecata al console francese da parte del Bey Mustafà. Quest’ultimo, nel corso di un acceso diverbio, avrebbe infatti colpito il diplomatico con un ven-

di Susanna Servello



taglio, per il rifiuto opposto dallo stato europeo a pagare i propri debiti: il risultato di questo gesto, tanto inconsulto quanto irrisorio, fu che Algeri venne attaccata e, da quel momento in poi, prese il via una dominazione lunga più di un secolo. L’occupazione militare fu accompagnata da una strategia politico-economica che mirava a soddisfare i bisogni dei coloni e ad assicurare loro condizioni di particolare benessere. E’ in questo contesto che s’inserisce la storia di una delle meraviglie della capitale, il Jardin d’Essai, uno splendido esempio di giardino cosiddetto “di acclimatazione” (uno spazio verde in cui vengono create le condizioni necessarie affinché specie vegetali non tipiche di un luogo possano tuttavia adattarsi e compiervi l’intero ciclo vitale) che nel tempo raggiunse fama internazionale. Realizzato su un terreno bonificato, perpendicolare alla costa, fu in seguito reso più fertile grazie a sistemi d’irrigazione e di protezione dall’aria salmastra. Il parco costituì un vero e proprio paradiso per i naturalisti e gli appas-


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Nordafricana 

sionati che si ritrovavano a poter osservare e studiare tipi diversi di vegetazione, fonte di infinite curiosità. Tra di essi si ricordano: l’indaco, l’henné, il guado e il cartamo, da cui si ricavavano tinture; piante da essenza come il gelsomino d’Arabia, la citronella, il patchouli e il vetiver; fibre tessili quali la canapa, la iuta ed il lino e, ancora, sesamo e zafferano, utilizzati per insaporire i cibi. Al suo interno, poi, non mancavano lunghi viali per passeggiare: uno di platani, uno di bambù, uno di ficus e, infine, uno splendido percorso di dracene, intervallate a palme, che arrivava fino al mare. Ne rimase colpito anche Karl Marx (1818-1883) che, durante il suo soggiorno in Algeria, tra i mesi di febbraio e maggio del 1882, scrisse a Friedrich Engels (18201895): “con il tram abbiamo raggiunto il Jardin Hamma o Jardin d’Essai utilizzato come “Promenade pubblique”, ove si tengono concerti di musica militare, utilizzato come vivaio, per la crescita e la diffusione della vegetazione indigena, oltre che per la sperimentazione botanica e scientifica e come giardino di “acclimatazione”. (…) Per visitarlo



A fronte, in alto: Nel porto di Algeri, di Anders Zorn. In basso: La moschea nuova di Algeri, in un’immagine di fine ‘800. A sinistra: La giovane moresca. Campagna d’Algeri, di Frederick Arthur Bridgman. Sotto: una fotografia della Borsa di Alessandria d’Egitto.

con attenzione, serve almeno un giorno intero (…)”. Nel tempo, Algeri, così come Tunisi, Alessandria e tutte le città che subirono l’impronta coloniale, cambiò aspetto e carattere, e si realizzò quell’incontro di genti e di culture che fece sì che, per le strade, non di rado s’incrociassero turbanti e cilindri, chador e papillons. Nella baia antistante la città, si apre la quarta scena del primo atto del dramma giocoso L'italiana in Algeri, musicato da Gioacchino Rossini (1792-1868) su libretto di Angelo Anelli (17611820) ed eseguito, per la prima volta, il 22 maggio 1813, al teatro San Benedetto di Venezia: Spiaggia di mare. In qualche distanza un vascello rotto ad uno scoglio e disalberato dalla burrasca, che viene di mano in mano cessando. Varie Persone sul bastimento in atto di disperazione. Arriva il legno dei Corsari;

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Dolce Mediterraneo (Isabella) che, partita dall’Italia in cerca del proprio amato Lindoro (schiavo di Mustafà), viene catturata e portata nell’harem del sovrano. Sfoderate le sue doti d’astuzia, Isabella riuscirà a farsi beffa di lui e a ripartire con Lindoro. Sembra che le vicende narrate si ispirino ad un fatto di cronaca realmente accaduto, nel 1805, ad Antonietta Frapolli

Una storia lunga quella dei pirati e degli schiavi. Gli assalti alle navi e i rapimenti erano eventi non rari nelle acque del Mediterraneo e la schiavitù venne messa ufficialmente al bando solo nei primi anni del secolo. Nei documenti dell’epoca si ritrovano nomi e cognomi di uomini e donne di ogni età, perfino anziani e bambini che soffrivano di questa

Suini, dama milanese in crociera nel Tirreno su di un veliero attaccato dai corsari algerini e costretta a vivere per qualche tempo nell’harem del Bey, prima di ritornate in Italia a bordo di un vascello veneziano.

condizione: Cintolo Alise; 10 anni; patria: Bari; condizione: marinaro; durata della





Sopra: La venditrice di datteri, di Edwin Longsden Long. A destra: Mandorli ad Algeri, di Georges Antoine Rochegrosse. In basso a sinistra: l’ospedale Sadiki di Tunisi, nel 1899. A destra: Bab el Khadra, la Porta Verde di Tunisi, nel 1890.

altri Corsari vengon per terra con Haly e cantano a vicenda i cori. Indi Isabella e poi Taddeo. La trama è piuttosto semplice, ma l’effetto comico è assicurato e, in occasione della sua prima rappresentazione,

l’opera ottenne un successo strepitoso. Haly, capitano dei corsari algerini, viene incaricato dal Bey Mustafà, stanco della moglie Elvira, di procurargli una donna italiana. I pirati assaltano la nave di una giovane

schiavitù: 4 anni. Cristofaro Minonni; 78 anni; patria: Marittimo in Lecce; condizione: terrazzano; durata della schiavitù: 13 anni. Maria Carella; 18 anni; patria: Capo S. Maria; condizione: filatrice, durata della schiavitù: 12 anni. Vito Zocchi; 55 anni; patria: Lecce; condizione: artigiano; durata della 30 OTTOCENTO


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nella galleria sovrastante, un arabo con la barba lunga, la testa coperta con uno spesso turbante ed il collo cinto da collane di rame, lasciò il suo braccio coperto di gioielli e le sue dita inanellate penzolare sopra la balaustra. Sorrise nell’ascoltare questo rumore. E’ un malato di mente, libero e calmo, che crede di essere il re dei re e di regnare pacificamente sui pazzi furiosi rinchiusi al di sotto”.

Esteri, 4145, Tunisi. A. Riggio, “Un censimento di schiavi in Tunisia ottocentesca”, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, VIII (1938), pp. 333-352.

lati del cortile, celle strette come gabbie confinavano uomini che, non appena ci videro, si alzarono in piedi premendo i loro visi smorti e infossati contro le sbarre. Uno di loro, subito dopo, stendendo la mano e scuotendola fuori, urlò degli insulti. Gli altri si misero improvvisamente a saltare come animali in uno zoo, alzando la voce mentre,



schiavitù: 14 anni. L’elenco è lungo. Al di là delle atmosfere incantate dei paesaggi, del fervore delle città e del fascino esotico della vita maghrebina dell’Ottocento, esistono altre realtà di cruda disperazione. Ne dà testimonianza ancora una volta Maupassant, in visita all’ospedale Sadiki di Tunisi, nel 1887: “Intorno a me, sui quattro



Sopra: Venditrice di frutta nordafricana, di Giuseppe Signorini; a sinistra: In un cortile, Tunisi, di Ferdinand Max Bredt. Sotto: la moschea Ketchaoua di Algeri nel 1899 .

Schiavitù e colonizzazione; sofferenza e alienazione: realtà opprimenti che invocano aiuto da una sponda all’altra. E un mare in comune, sempre lì, a unire le genti e i destini. ❂ Per le informazioni relative agli schiavi italiani in Tunisia, vedi: Arch. Di Stato in Napoli:

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Dopo i M IL MEDITERRANEO TO

32 OTTOCENTO

montani e quelli che dipingono la campagna. Non è solo una differenza di luce e di colore, ma anche una sostanziale

diversità d’animo. Se Segantini, grandissimo pittore delle Alpi, e Nomellini, artista toscano divisionista, divergo-



C’

è una notevole differenza tra gli artisti che dipingono paesaggi

no, è perché dietro ai loro lavori c’è un vissuto personale, intrecciato indissolubilmente al proprio luogo di nascita.

di Laura F


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Macchiaioli TOSCANO DEI POSTMACCHIAIOLI



È vero che un’opera d’arte parla da sé, ma è anche vero che un’opera ci parla del proprio autore e del suo univer-



aura Fanti



so. A fronte: Ultimo raggio di sole, 1900, di Plinio Nomellini, Il Mediterraneo non fa un’opera di straordinario fascino in cui l’artista impiega colori caldisrima con il Sud: quasi simi e blu intenso. Sopra: Marina ligure o il Golfo di Genova, tutta l’Italia è 1891, di Plinio Nomellini, un olio di grandi dimensioni in cui il Mediterraneo e non ha grande artista toscano coniuga poesia e colori con tecnica divisionista.

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Dolce Mediterraneo

nostro territorio. Mediterranea, quindi, non è solo la pittura napoletana o siciliana, ma anche quella degli allievi e degli eredi di Giovanni Fattori (18251908), tradizionalmente considerato il più importante esponente del gruppo dei Macchiaioli, che non fu certo un meridionale, essendo nato a Livorno, nell’alta Toscana. I suoi eredi, e quelli degli altri grandi, Silvestro Lega (1826-

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senso farlo sposare con il mare di Napoli, oppure farlo sconfinare fino a Tunisi se, in primis, non si pensa che è italiano. È un errore comune, fatale, perché ci porta ad escludere gran parte del



In alto: Tramonto in pineta, 1890, di Ferruccio Pagni. Sopra: Angolo d’orto con figure di bambine di Mario Puccini. A destra: Paranza, sempre di Mario Puccini.

1895) e Telemaco Signorini (1835-1901), vengono chiamati PostMacchiaioli, per aver assorbito la lezione dei maestri che invitavano a dipingere dal vero e con il chiaroscuro. Tra i molti, abbiamo Vittorio Corcos, Oscar Ghiglia, Plinio Nomellini, Mario Puccini e, persino, un espressionista come Lorenzo Viani. La loro diversità stilistica ci fa intuire che siamo in un momento di transizione.


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ad una temperie che ne fa, paradossalmente, la prima corrente europea; si hanno i primi partiti politici, che in Italia vedono come capostipite il Partito Socialista nato nel 1892; le lotte per i diritti dei lavoratori e

per l’emancipazione femminile, ecc. Non si sta cercando di mettere in un unico calderone tante cose, ma si vuole dire che gli artisti fanno maggiormente i conti con il proprio presente, e se un artista apparente-



I Macchiaioli sono indubbiamente dei maestri, ma ci sono fermenti culturali che attraggono e ai quali non ci si sottrae: in Europa nasce il simbolismo, che non corrisponde esattamente ad un movimento, ma



Sopra: Spiaggia a Biarritz, 1880-1885, inquadrata dall’alto da Vittorio Matteo Corcos.

mente calmo e “borghese” come Plinio Nomellini (1866-1943), tutto l’opposto del pro-

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totipo dell’artista maledetto, bohémien e incompreso, ad un certo punto si stanca di vivere a Firenze, si trasferisce a Genova (1890) per stare accanto alle lotte dei lavoratori e arriva ad essere incarcerato con l’accusa di anarchia (1894), i tempi stanno cambiando notevolmente e si deve tenerne conto. Agli antipodi di Nomellini c’è Mario Puccini (1869-1920), artista



Sopra: Padule dopo la pioggia di Mario Puccini. Sotto: La pesca, 1893, eseguita con straordinario effetto di luce da Nomellini. A fronte in alto: La diana del lavoro, 1893. Nomellini esegue con tecnica divisionista un’opera a chiaro contenuto sociale. Sotto: Canneto, 1890, di Francesco Gioli.

difficile, malato di depressione al punto da essere rinchiuso più volte in manicomio, solitario, schivo e dal modo di dipingere, ose-


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Dolce Mediterraneo





In alto a sinistra e a destra: due opere di Mario Puccini, Pini a Castiglioncello e Barca con garitta. A sinistra: Uomo a cavallo, di Mario Puccini. Sotto: l’artista in due diversi periodi.

rei dire, avulso da tutto, molto individuale. Alcuni di loro lavorarono persino per l’alta nobiltà, come Vittorio Corcos (1859-1933), il quale ritrae i reali di Italia, Germania e Portogallo e deve la sua fortuna al contratto stipulato con il mercante Goupil. È difficile includere arti38 OTTOCENTO

sti così diversi sotto una sola etichetta, anche se è a tutti comune il valore della luce, lo studio en plein air e l’aggiornamento sulla pittura europea, impressionista, post-impressionista, oltre che sui Macchiaioli. Molti nacquero a Livorno e studiarono a Firenze, dove appunto

insegnava il maestro Fattori. Alcuni di loro si riunivano al Caffè Bardi (dal 1908) e vi lavorarono come decoratori (Bartolena, Michelozzi, Natali, Nomellini, Puccini, Razzagutta, Romiti), frequentavano la casa di Giacomo Puccini a Torre del Lago, e poeti quali Giovanni Pascoli e


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anche se nei suoi dipinti non trapela nessuna morbosità e nessun dramma interiore e la pittura è vissuta come gioia ed esplosione di

colore, dove dominano tutte le tonalità e le sfumature del giallo. Un capitolo a sé è formato dai dipinti sociali, come quelli realizzati a



Mario Novaro. Il più mondano fu proprio Plinio Nomellini, il quale lavorò incessantemente, attraversando fasi stilistiche molto diverse tra loro. Era grande amico di Giovanni Pascoli, di Gabriele D’Annunzio, Isadora Duncan ed Eleonora Duse, e fece da cerniera tra la pittura dei Macchiaioli e quella dei “decadentisti”, a loro modo simbolisti, Galileo Chini (1873-1956) e Aristide Sartorio (18601932). Costante nei suoi lavori è, sicuramente, la luce, filtrata da uno specchio d’acqua o divisa in filari d’erba, oppure sfondo di un dipinto di impegno sociale. L’artista sembra essere tutto nello stile e nei generi: divisionista e simbolista; engaged, ma anche dolcemente borghese, soprattutto nei ritratti intimi e nelle fantasie allegoriche,



Sopra: Il ponte alla Sassaia. Sotto: Il Mandraccio a Livorno, due opere di Puccini caratterizzate dal blu e dal giallo, usati in svariate tonalità.

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A sinistra: Modello, del 1890, di Plinio Nomellini. Sotto: un Autoritratto ad inchiostro su carta di Nomellini nel 1887.

“ideale” non una pittura visionaria o fantastica come i suoi contemporanei europei, ma esponendo temi patriottici: le opere erano Garibaldi, Alba di gloria, La nave corsara e Gli insorti. Ci piace pensare, e magari andrà studiato in altra sede, che il suo divisionismo, associato a temi sociali, preparò la strada al futurismo, soprattutto ai primi Balla, Boccioni e Carrà. Un destino completamente inverso a quello di Nomellini avrebbe avuto Mario Puccini, se non avesse incontrato dei collezionisti importanti a sostenerlo, soprattutto Gustavo Sforni (18881939), il primo in Italia a comprare un dipinto di Cézanne (Monsieur Choquet). A volte, la vita è più assurda dell’immaginazione e caso ha voluto che l’artista, afflitto da gravi problemi di salute e da manie di persecuzione, vincesse nel 1890 un concorso ministeriale per un Genova, Piazza Caricamento, del 1891 o Sciopero, del 1889, i più vicini alla lezione della macchia, per i quali sicuramente guardò al Quarto Stato (18981901) di Pellizza. I dipinti “simbolisti” costituiscono, invece, la produzione più cospicua degli anni Dieci del Novecento e, nel 1907, hanno avuto un felice incontro con la pittura patriottica alla “Sala del Sogno” della Biennale 40 OTTOCENTO

di Venezia, dove lavorarono anche Chini e Previati e furono esposti dipinti del tedesco Franz von Stuck. Secondo il progetto, vi dovevano trovare posto opere degli artisti che “concepiscono l’arte non come una riproduzione della realtà, ma come una corsa nei campi dell’ideale” (dalle parole del segretario generale Antonio Fradeletto). Nomellini fece una scelta stranissima, concependo come


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A destra e sotto: Sul ponte al tramonto e La raccolta del grano, di Mario Puccini. Sotto: Marina a Genova, 1890, di Plinio Nomellini.

nuovo metodo di proiezioni geometriche. A ben guardare, il suo lavoro appare speculare a quello del suo amico Nomellini, anche se Llewelyn Lloyd racconta che Puccini rimaneva indifferente alle opere dei maestri francesi che Sforni gli mostrava; una derivazione dalla pittura cézanniana è indubbia, a parer mio. La prospettiva, in Puccini, non comprendeva assolutamente la prospettiva centrale o lo studio atmosferico: era forma, contorno, volume…trasferiti in modo “istintivo”; il colore steso senza preparazione sulla ruvida tela, senza cedimenti alle sfumature. Come non pensare ai volumi di Cézanne e al

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Dolce Mediterraneo

vibrante, quasi una “nevrosi ottica” (Raffaele Monti), in una solida struttura dove non c’è spazio per l’immaginazione, che lo rende l’ulti-

mo dei macchiaioli e forse il più autentico impressionista italiano (mediterraneo?). Ritrasse spesso la vita attorno al porto di Livorno, la luce sulle case e sulle barche, ma anche incantevoli nature 42 OTTOCENTO



suo modo di comporre che lascerà tanta eredità al Novecento italiano? Quello di Puccini è, però, anche un impressionismo fatto di colore



In alto: Riposo in montagna, 1884, di Vincenzo Cabianca. Sopra e a sinistra: ancora due opere di Mario Puccini dai colori straordinari: Marina e Barcone all’ormeggio.


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morte, dove l’influsso di Cézanne è stemperato da una più calda e sfumata attenzione agli sfondi, debitrice di Monet. Per concludere, il secondo Ottocento toscano è stato vivacissimo, fremente più di quanto non si pensi: un documento importantissimo dell’Italia post-unitaria. Esso ha costituito, inoltre, un consistente e bellissimo nucleo di pittura mediterranea, fatta di luce, campi di grano, dolci colline e volti pieni di speranza. ❂





A destra: Fascinaia di Mario Puccini. Sotto: I tesori del mare, 1901, di Plinio Nomellini.

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Dolce Mediterraneo

Fëdor

D ostoevskij in viaggio

per mare

Uomo libero, tu amerai sempre il mare! Il mare è il tuo specchio: contempli la tua anima nello svolgersi infinito della sua onda, E il tuo spirito non è un abisso meno amaro

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F

u uno strano viaggio quello di Fëdor Dostoevskij e di Apollinarija Suslova nel Mediterraneo. Così come insolita e complicata fu la loro storia d’amore. Accade agli inizi del 1860, quando Fëdor aveva quasi quarant’anni e la giovane donna poco più di venti. Questa era nata in un distretto sperduto della Russia, figlia di un servo della gleba, cresciuta in campagna, orgogliosa delle sue origini, colta e passionale. Quando conobbe Dostoevskij, lo scrittore, basso, gracile e malato, le apparve, nella sua grandezza letteraria, come l’uomo della sua vita; in lei l’immagine di Fëdor si dilatò al punto d’occuparle ogni

di Maria Giulia Baiocchi

pensiero e, accecata dalla sua grandezza, gli dichiarò un’assoluta adorazione. Fëdor fu turbato dalla forza della passione che lo investì e s’innamorò della giovane, quasi incredulo d’essere diventato il fulcro di un cuore ardente e focoso come quello di Apollinarija. “Il tuo amore è sceso su di me come un dono divino, improvviso, dopo tanta stanchezza e disperazione. La tua giovane vita accanto a me mi prometteva tanto e già tanto mi aveva donato; aveva resuscitato in me la speranza e le primitive forze giovanili” le aveva scritto grato. Fra i due però, sorsero ben presto parecchi motivi di contrasto. Apollinarija accusava Fëdor di non amarla

(L’uomo e il mare) Charles Baudelaire



abbastanza, di essere solo uno strumento nelle sue mani e, soprattutto, l’uomo ideale, che si era costruita nella mente, si sgretolava sotto il peso del quotidiano. Eppure, quando nell’inverno del 1863 Dostoevskij la invitò a compiere un viaggio in Italia nell’estate successiva, la donna accettò. Alla vigilia della partenza, però, Fëdor, a causa di mille complicazioni, dovette rimandare il viaggio e la Suslova, esasperata, partì da sola per Parigi. Rimasto a Pietroburgo, resistette lontano da lei sino a metà agosto e poi, consumato dalla nostalgia, partì per raggiungerla. Fu uno strano viaggiatore Dostoevskij; egli

osservava poco i luoghi, soprattutto se troppo celebrati. Non gli interessavano i monumenti: era preso dalla folla, dall’espressione della gente, dai colori, dalla loro esistenza che cercava di penetrare. In viaggio non smetteva mai di essere uno scrittore: assorbiva caratteri e impressioni, accumulava volti e atteggiamenti, colmando la sua sete di cacciatore di storie. A Parigi, Fëdor e Apollinarija consumarono l’ultimo atto dello strano idillio. Fëdor tardò troppo a raggiungerla e la giovane, nell’attesa, si era innamorata di uno zerbinotto qualsiasi, ma Dostoevskij la convinse a lasciarlo e a partire con lui. Ai primi di settembre,


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da Parigi scesero a Ginevra e dalla Svizzera giunsero poi a Torino. Nel corso del viaggio, Dostoevskij aveva perso al gioco delle somme importanti e, a Torino, lo scrittore fu costretto ad aspettare che gli arrivasse del denaro per poter proseguire. La città risultò a entrambi insopportabile. Per poter vivere impegnarono un orologio e un anello e, uniti nella disperazione di trovarsi in un luogo estraneo e poco amato, rivissero per un breve periodo una calda complicità. Finalmente ripartirono, ed ecco il Mediterraneo: nero, impetuoso, arrabbiato, mugghiante. Fu una tempesta ad accoglierli nel golfo di Genova: l’imbarcazione era sbattuta dalle onde così violentemente che i due temettero per la loro vita. Quando il mare finalmente si calmò, proseguirono per Livorno. Il paesaggio era mutato, le acque erano tornate blu, l’onda s’increspava lieve, l’aria accarezzava

la pelle tiepida, il sole splendeva nel turchese del cielo che s’univa all’azzurro infinito dell’orizzonte lontano. Ma Fëdor e Apollinarija, chiusi nel loro sentire, non percepivano quei luoghi che guardavano senza vederli; essi erano troppo lontani dalle immagini così diverse che gelosamente custodivano nel loro intimo. L’anima di entrambi non apparteneva al calore del Mediterraneo, abituati com’erano a paesaggi dove il bianco divorava gli altri colori e l’aria cristallizzava le parole. La costa toscana risultò troppo pregna di luce, di suoni, di profumi estranei per essere accettata. I due non sbarcarono a Livorno, ma restarono in rada un giorno e poi proseguirono per Roma. Qui, Dostoevskij scrisse all’amico Strachov, gli parlò dei suoi progetti, di alcuni problemi letterari, di creatività. Sulla città, però, non sprecò nemmeno una parola. Lo scrittore e Apollinarija visitarono San



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A fronte: un ritratto di Fëdor Dostoevskij. In alto: Mareggiata, di E. Kremp. Sopra: Apollinarija Suslova, con la quale Dostoevskij compì il viaggio in Italia, nel 1864.

Pietro, il Foro, il Colosseo, e poi ripartirono per Napoli. Dostoevskij riportò nelle sue lettere di viaggio: “Roma e Napoli mi hanno colpito fortemente. Ma… ho una terribile nostalgia di Pietroburgo”. E la Suslova nel suo diario annotò solo che era rimasta impressionata dalla folla variopinta di Napoli. Nient’altro. Qualche giorno più tardi erano di nuovo a Berlino, dove poi si separarono: Fëdor tornò in Russia, Apollinarija a Parigi. Di quel viaggio restaro-

no una manciata di ricordi e poco più. La bellezza dei luoghi visitati non suscitò emozioni e i sensi rimasero intatti. Dostoevskij però, dopo aver dilapidato parecchio denaro nei vari casinò d’Europa, si ritrovò ricco di materiale per scrivere uno dei suoi migliori racconti: Il giocatore. Apollinarija, troppo presa dalle sue pulsioni, ripiegata su se stessa affondò lentamente in un mare dove la vendetta, la passione, la generosità, la rettitudine e la spietatezza si mescolavano con violenza, come le acque di quel Mediterraneo in tempesta che aveva vissuto. Nel settembre del 1864, riportò nel suo diario: “Mi parlano di Fëdor Michajlovic. Lo odio semplicemente. Mi ha costretto a soffrire troppo quando potevamo fare a meno della sofferenza. Ora percepisco con lucidità che non potrò più amare, non potrò più trovare la felicità nei piaceri dell’amore…”. Di nuovo soli, entrambi iniziarono altri viaggi. ❂

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IlMediterraneo di un i

I DIPINTI MARINI DI PO

O

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live, limoni, salsedine e un tocco di mondanità. Ecco i profumi che si respiravano nella Bordighera di fine Ottocento: un paese piccolo, ma conosciuto nei salotti eleganti d’Europa; una meta ambita dai turisti -in particolar modo quelli inglesi- e una musa ispiratrice per scrittori e pittori. Con il suo straordinario litorale e



In alto: Promenade des Anglais, Nizza, di Pompeo Mariani. Sopra: la villa dell’artista a Bordighera.

la sua natura lussureggiante, infatti, il borgo della Liguria ponentina rapiva il cuore degli artisti che ne respiravano l’atmosfera. In uno dei suoi parchi più belli, il “giardino Moreno” -dal nome del proprietario, commerciante di olio e agente consolare di Franciaancora oggi si può visitare la villa che ospitò il brianzolo Pompeo Mariani, tra i più insigni autori di vedute


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impressionista lombardo 

marine. Qui, tra piante di ogni specie, egli volle realizzare un atelier raffinatissimo, denominato “Specola”, con grandi vetrate da cui poter ammirare l’ampia distesa turchese che bagna la costa ligure e, a poca distanza, la Provenza degli impressionisti. Il mare, sì. Il mare che si riversa nelle sue tele grazie a quelle pennellate cariche e sfuggenti allo stesso tempo, a quei colori



POMPEO MARIANI

di Susanna Servello





Sopra: una magnifica marina titolata Mareggiata a Pegli, 1885. A destra: Pompeo Mariani ritratto con la moglie all’ingresso della loro abitazione. L’artista aveva un aspetto che ricordava molto Monet.

spesso evanescenti che profumano di brezza ed evocano l’inquietudine delle onde. Nato nel 1857 a Monza, città che già aveva dato i natali allo zio Mosè Bianchi (1840-1904), fin da giovane Mariani ebbe l’occasione di sog-

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Sopra in ordine di lettura: Nel porto di Genova, In Arziglia, Passeggiata notturna a Genova, Acquazzone sul porto di Genova, 1884. Sotto: Pompeo Mariani al lavoro con un allievo. A fronte: Marina di Bordighera con gabbiani.

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giornare in Riviera, dapprima insieme alla madre a Pegli (splendida la sensazione di vigore che emana dalla mareggiata dipinta nel 1885, in cui la forza della natura unisce l’acqua alla terra, creando un’alchimia di schiuma bianca e di sabbia che sembra far udire, all’osservatore, il fragore delle onde) e, in seguito, ospite della sorella Anna a Genova. Alla città, Mariani dedicò, tra le altre, alcune opere di grande intensità: Nel porto di Genova e Passeggiata notturna a Genova, con tonalità plumbee che fondono le figure umane ed il paesaggio


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Dolce Mediterraneo in un unico abbraccio e Acquazzone sul porto di Genova (1884), dove i colori del cielo si specchiano sulle acque del mare e sulla superficie bagnata della banchina, creando un suggestivo gioco di luci e riflessi. Riprodusse la costa di Ospedaletti e quella di Cornigliano, con la vita semplice e faticosa della sua gente, e poi, ancora, l’Arziglia ed il suo paesaggio aspro, un tempo la spiaggia dei pescatori: come sostenne il critico Luigi Chirtani, Pompeo Mariani “rapido e sicuro nell’afferrare difficili armonie di tinte e di toni, ha ritratto il mare della Liguria sotto aspetti insoliti e instabili, quando gli elementi più diversi di chiaro e scuro, di luminosità e di tenebre, si contendono la superficie del mare,

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ed i fulgori del tramonto già passato si librano per un istante sull’orizzonte”. Ma non s’interessò solo di questa regione. A Venezia e, fuori dai confini italiani, nella Nizza e nella Montecarlo delle passeggiate e dei casinò, nel suo animo ci fu ancora spazio per il Mediterraneo. Uno straordinario connubio tra natura e arte, perché Mariani, come disse di lui Aldo Carpi, direttore dell’Accademia di Brera, “amava il mare e sempre lo guardava e lo pensava, e lo dipingeva con grande passione e perizia sotto ogni aspetto e luce, nella sua potenza solitaria, cupo o spumeggiante, o nel lirico colore del mattino, con le barche dei pescatori in moto tra le onde”. ❂


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A fronte, in alto: Fanciulla con cerchio, uno dei più bei dipinti di Pompeo Mariani. Sotto: La costa di Ospedaletti; sopra, Lavandaia a Cornigliano, 1882, un’altra delle opere che ritraggono scorci di vita quotidiana e che rappresentano forse la produzione più affascinante dell’artista lombardo.









 















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eco roman ´ L di





Uliss

«Di giorno sedeva sulla spiaggia straziando il cuore con lacrime, e sospiri e affanni, guardando lo sterile mare». Omero di Elena Greggio





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L’

uomo è segnato dalla ricerca del senso ultimo della vita ed il mito del viaggio rincorre la sua storia. In questa cornice, il protagonista assoluto è Ulisse, archetipo dell’errare umano e alter ego dell’umanità stessa, in viaggio verso l’orizzonte, verso un altrove mai definitivo. L’elemento proprio di

Ulisse è la “meraviglia”, con la quale si avvicina a mondi altri: conoscere l’altro è strumento e forza per arricchire il bagaglio interiore ed esistenziale. La meraviglia è il suo motore, chiede la verità sulla vita per allargare il suo sé. Nel mondo greco, Ulisse è l’uomo che torna in patria, ad Itaca, da Penelope, divenendo principalmente l’eroe del



nostos. Con Dante, invece, nasce un personaggio moderno. Ulisse è all’Inferno, tra i fraudolenti. Il poeta condivide il cammino di ricerca verso la sapienza: "Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza", ma l’affanno lo spinge oltre le Colonne d’Ercole, compiendo il folle volo che conduce alla morte, poi-

ché ha sfidato gli Dei. L’Ottocento non può non fare riferimento ad Ulisse che diventa figura dell’inquietudine romantica. Egli porta in sé la forte tensione, la carica di evasione ed il titanismo del romanticismo. L’incapacità di instaurare un rapporto con la realtà e l’impossibilità di riempire di senso la vita accompagnano l’Ulisse romantico che segue la chiamata interiore di prendere il largo verso un mondo lontano, in cui ritrovarsi. Diventa nostalgico, avverte il fluire del tempo e si vede rinchiuso nel confinato, desiderando tutto ciò che è sconfinato. “L’ardor di divenir del mondo esperto” porta alla conseguenza opposta: la sofferenza dovuta all’impossibilità del conoscere. Ritornano le parole di Leopardi che riconosce in Ulisse il desiderio di conoscere d’ognuno, ma ammette che la verità rivela solo il nulla delle cose: “L’uomo non è fatto per sapere, la cognizione del vero è nemica della felicità”. Questo comporta il “naufragar” leopardiano. Anche Ugo Foscolo (1778-1827) è devoto e


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ntica sse





comune agli eroi: “tu non altro che il canto avrai, del figlio, / o materna mia terra; / a noi prescrisse il fato, illacrimata sepoltura”. Alfred Tennyson (18091892), invece, nel monologo Ulysses, ricopre l’eroe di modernità positiva. La morte di Ulisse in mare non è la conseguenza della sfida, ma è giustificata dalla ricerca, che qualifica l’esistenza in quanto tale. Ulisse torna in patria, ma questo non offre la felicità sperata. Itaca sembra un’isola inospitale e ode il richiamo di quello che ha vissuto. “Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.” Il mare lo chiama a sé ancora una volta e comprende che il senso è errare: la vita è l’esperienza del tutto. Vuol seguire “la stella che cade oltre il



profondamente legato al maestro Ulisse che, in A Zacinto, è “bello di fama e di sventura”. Ecco la stima del poeta verso l’eroe greco ed il voler intrecciare i loro destini. Entrambi sono nati sulle coste ioniche ed entrambi sono lontani dalla patria, per il volere del fato. Ma “baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”, sottolinea il diverso finale esistenziale. Foscolo non toccherà più le “sacre sponde”, dopo l’esilio. Il romanticismo porta una nuova concezione eroica: l’idea classica comporta il lieto fine; il peregrinare romantico è continuo. L’esilio diventa una condizione esistenziale: l’eroe perseguitato dal destino diventa un topos letterario e Ulisse ne è l’ispiratore. Foscolo si culla nell’ideale di far parte di un destino



confine del cielo, di là dell’uA fronte: Telemaco e mano pensiero”, perché Eucharis, 1818, di Jacques “tardi non è per coloro che Louis David. Sopra: il celebre cercano un mondo novello”. Odisseo sulla spiaggia, Giovanni Pascoli (18551869 di Arnold Böcklin. 1912), invece, abbraccia una diversa percezione. Il antica” è costretto all’opoeta dedica ad Ulisse il blio. poema L’ultimo viaggio dei A fine Ottocento, Ulisse è Poemi Conviviali. Un vec- un eroe umano e pone le chio Ulisse decide di premesse per l’identità ripercorrere i luoghi miti- novecentesca del comune ci della sua esistenza, Leopold Bloom di Joyce. come profetizzò l’oracolo Ulisse descrive l’Io Tiresia, compiendo un umano ed il suo smarriviaggio a ritroso e ritro- mento, trascendendo le vando le figure che l’han- epoche storiche. Racconta no segnato. Circe, il l’universale cammino, Ciclope, le Sirene, Ca- l’impossibile sapienza, lipso: tutto si rivela una l’universale bisogno d’imfugace illusione. Implora mortalità: nobiltà d’anila verità alle Sirene: “Vi mo, ardore del sapere, ma prego! Ditemi almeno chi anche malinconia e sono io! Chi ero!”, ma que- nostalgia di un paese ste tacciono, ed è naufra- ignoto. gio. Il mito si dissolve Il miraggio della cononella morte. Anche “Il scenza resta tra i flutti, maggior corno della fiamma con Ulisse. ❂



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Dolce Mediterraneo

La «galleggiante solitudine» al largo del editerraneo

M

IL DIARIO MARITTIMO SUR L’EAU DI GUY DE MAUPASSANT

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dell’alta società e della bella vita al fianco di affascinanti guinguettes, ma gli procura anche un sovraccarico intellettuale e fisico che ben presto finisce con l’aggravare le nevralgie di cui soffre fin da giovane. Nel 1888, prostrato dal dolore e dalle allucinazioni, dalle ossessive immagini della morte e dall’ostile fantasma della follia, Maupassant decide di abbandonare Parigi e quella vita febbrile di successi e piaceri che egli ha vagheggiato a lungo, ma che ha finito col trasformarsi in un fardello insopportabile. Fugge dunque in Costa Azzurra e prende il largo a bordo dello yacht Bel-Ami, acquistato grazie ai proventi delle recenti

 fatiche letterarie. L’acqua, il sole e gli incantevoli paesaggi del Mediterraneo riescono per un poco a lenire i tormenti che gli attanagliano il cuore e la mente. Nelle pagine di questo breve diario nautico Maupassant, non più “protetto” dagli infingimenti della prosa letteraria, si mette a nudo con umiltà, confessa paure e preoccupazioni, ma soprattutto benedice lo straordinario scenario che lo circonda, capace di regalargli solitudine e serenità, mettendolo al riparo dagli abissi del dolore. “È la calma, la calma soave e calda di un mattino di primavera nel Mezzogiorno, e di già mi pare di aver lasciato da settimane, da mesi, da anni le persone che





T

ra il 1871 e il 1880, il giovane Guy de Maupassant, poulain échappé originario della campagna normanna, comincia a gettare le basi per la sua folgorante carriera letteraria: decisivi sono l’influenza di Flaubert, amico d’infanzia che lo sollecita ad osservare la realtà con occhi nuovi, e l’incontro con Zola, che pubblica il suo racconto Boule de suif in Les soirées de Medan, breve scritto che gli assicura immediata popolarità e determina la sua vocazione di scrittore. A partire dal 1880, è un susseguirsi di romanzi e racconti che Maupassant pubblica a ritmo frenetico. La fama gli apre le porte

di Ilaria Biondi



In alto: Antibes, 1888, di Claude Monet (Courtauld Institute Galleries - Londra). Sopra: ritratto di Guy de Maupassant.


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parlano e si agitano; mi sento pervadere dall’ebbrezza di essere solo, la dolce ebbrezza del riposo che nulla turberà, né la lettera bianca, né il dispaccio turchino, né il campanello della mia porta, né l’abbaiare del mio cane. (...) Sono solo, veramente solo, veramente libero. Corre, il nastro di fumo del treno sulla riva! Quanto a me, galleggio dentro una dimora alata che si dondola, graziosa come un uccello, piccola come un nido, più morbida di un’amaca e

che erra sull’acqua, a piacere del vento, senza essere attaccata a nulla”. Lontano dal rumore della vita nella capitale, Maupassant dimentica le inquietudini e i turbamenti dello spirito, recupera forze ed energia, si riconcilia con il suo Io più profondo; in lui si risveglia, prepotente, l’amore per la vita, quell’attaccamento selvaggio e istintivo alla natura, così come lo ha conosciuto durante la sua felicissima infanzia

“In questo diario non si troverà né una storia né un’avventura interessante. La primavera scorsa, durante una mia breve crociera lungo le coste del Mediterraneo, mi sono divertito a scrivere ogni giorno quello che ho visto e quello che ho pensato. Insomma, ho visto acqua, sole, nuvole e rocce – non posso raccontare altro – e ho pensato semplicemente, come si pensa quando l’onda vi culla, vi porta e vi impigrisce.”. (G. de Maupassant, Sull’acqua. Da Saint-Tropez a Montecarlo)

nella campagna normanna: “La carezza dell’acqua sulla sabbia delle rive o sul granito delle rocce mi commuove e mi

intenerisce, e la gioia che mi pervade, quando mi sento spinto dal vento e portato dall’onda, nasce dal fatto che mi abban-

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dono alle forze brute e naturali del mondo, che torno alla vita primitiva. Quando fa bello come oggi, ho nelle vene il sangue dei vecchi fauni lascivi e vagabondi, non sono più il fratello degli uomini, il fratello di tutti gli esseri e di tutte le cose!”. In alcuni momenti, tuttavia, il suo pessimismo fa di nuovo capolino e lo porta a fare amare quanto lucide considerazioni sul suo destino di scrittore: “Ah! Ho desiderato tutto senza godere di nulla. (...) Perché quindi questa sofferenza di vivere mentre la maggior parte degli uomini ne provano solo la soddisfazione? Perché questa ignota tortura che mi rode? (...) Il fatto è che porto in me questa secon-



da vita che è al tempo stesso tutta la forza e Sopra: Vue de Saint-Tropez, 1896 (Musée de l’Annonciade - Saint -Tropez). Paul Signac realizza con tecnica divisionista quest’opera, tutta la miseria degli riuscendo al contempo a rendere un’atmosfera soffusa. Sotto: Cap Marscrittori. Scrivo perché tin, 1884 di Claude Monet. A fronte: Le Bois de Pins, 1896, di capisco e soffro per tutto Paul Signac.


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ciò che è, perché lo conosco troppo bene e soprattutto perché, senza poterlo gustare, lo osservo in me stesso, nello specchio del

mio pensiero”. L’incomparabile bellezza del paesaggio riesce, però, a strapparlo a quei pensieri ango-

sciosi, restituendogli un autentico senso di pace e benessere. Ad incantarlo è, ad esempio, l’atmosfera more-

sca della penisola montuosa denominata “paese dei Mori”: “Attraversai molto rapidamente il golfo in fondo

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A sinistra: Le coucher du soleil à Saint-Tropez, 1896. Signac anche per quest’opera realizza prima un acquerello, usando poi per la versione ad olio la tecnica divisionista con straordinari colori dominanti sul rosalilla. Sotto: una vista di Saint-Tropez.

al quale si getta l’Argens, e non appena fui al riparo delle coste, il vento cessò quasi del tutto. È là che comincia quella regione selvaggia, scura e superba che ancor oggi viene chiamata il paese dei Mori. (…) Saint-Tropez, all’entrata del magnifico golfo chiamato un tempo golfo di Grimaud, è la capitale di questo piccolo reame saraceno (...)”. Non meno intensa è la traversata a piedi della foresta nei pressi della Certosa della Verne, che lo inebria con i suoi colori e i profumi e gli fa provare una 58 OTTOCENTO

sottile quanto piacevole inquietudine, offrendo ai suoi occhi lo spettacolo di dirupi selvaggi e lande desolate: “Mi misi quindi a salire, solo, a piedi e a passi lenti. Ero in una favolosa foresta, una vera macchia corsa, un bosco incantato di liane fiorite, di piante aromatiche dall’odore penetrante e di grandi alberi maestosi. Le pietre di granito sul sentiero brillavano e rotolavano e attraverso gli squarci tra i rami scorgevo all’improvviso larghe valli oscure, che si distendevano a perdita d’occhio,

straripanti di vegetazione”. Alla primitiva bellezza di questo scenario fa eco la brutale forza del mare, “caos liquido e danzante” che gli fa assaporare il contatto con l’infinito: “Chi non ha visto questo mare al largo, questo mare di montagne che si rincorrono rapide e poderose, separate da vallate che si spostano di secondo in secondo, colmate e riformate di continuo, non immagina, non si figura nemmeno la forza misteriosa, temibile, terrificante e superba dei flutti”. Benché Maupassant

abbia l’impressione di essere in viaggio da mesi, la crociera sul Mediterraneo dura qualche giorno appena. A distanza di due anni, egli tornerà a bordo del suo battello, a solcare quelle onde rumorose e a farsi carezzare da quel sole rabbioso, costeggiando l’Italia, giù fino al Maghreb. Le visioni da sogno del Mediterraneo rimangono impresse nella sua mente e gli regalano istanti di tranquillità e di autentica felicità; tuttavia, possono solo allontanare, ma mai sconfiggere, il buio accecante della follia che lo travolgerà, senza più abbandonarlo, fino al momento della morte che lo coglierà, nel 1893, fra le bianche pareti della clinica per malati mentali del ❂ Dottor Blanche.


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L’isola di Montecristo

di Maria Giulia Baiocchi



P

er scrivere Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas si avvalse dell’aiuto dei cosiddetti “negri”, vale a dire di numerosi aiutanti che scrivevano sotto la sua dettatura e che riordinavano diligentemente tutti quei fogli che occupavano la sua stanza in un disordine fastoso e pittoresco, tanto amato dal romanziere. Quando iniziò il libro, Dumas aveva poco più di quarant’anni ed era già un uomo di successo, appassionato di belle donne e viaggi. Un giorno gli capitò fra le mani un raccon-



to, Il diamante e la vendetta, di un certo Jacques Peuchet, inserito in una raccolta intitolata La polizia svelata. Nella storia si narrava la vicenda di un imbianchino, François Picaud, che alla vigilia delle nozze si vide accusato ingiustamente di essere una spia inglese. Il giovane venne arrestato e messo in prigione, dove scontò sette anni di carcere durissimo, “Tornò a posare lo sguardo sui luoghi prima di essere liberavicini; … sotto di lui nessuno; intorno to. Una volta fuori, nessuna barca: null’altro che il mare poté impossessarsi dell’eredità che uno sven- azzurro che veniva a frangersi contro la turato compagno di base dell’isola che quel perenne assalto cella gli aveva lasciato. orlava d’una frangia argentea” La storia si snodava, fra efferati delitti e colpi Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo

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 A sinistra: le pietre granitiche interrotte da cespugli di erica e rosmarino che costituiscono la caratteristica dell’Isola di Montecristo. Sotto: la chiesa, eretta nel Medioevo e abbandonata nel ‘500. In basso: particolare ripetuto de La libecciata di Giovanni Fattori, 1880-1885 (GAM - Firenze).

di scena, per una ventina di pagine; Dumas si appropriò dell’idea e scrisse un romanzo di quasi mille pagine. Narrò la vicenda di Edmond Dantès costruendo con maestria i suoi personaggi, che s’innalzavano nella felicità e nella purificazione o, drammaticamente, cadevano nella sventura, in un’atmosfera drammatica e ossessiva. Dantès è il conte di Montecristo, il signore di una sperduta e disabitata isola di circa dieci ettari, situata di fronte alla Toscana,

dove crescono lentischi, eriche e piante di rosmarino. Ricovero di capre selvatiche, ha tre punte che s’innalzano intorno ai seicento metri e che formano la spina dorsale dell’isola. Ovunque si vedono grosse pietre in precario equilibrio che macchiano il territorio di grigio; tutt’intorno, il mare ne modella le sponde con il continuo infrangersi delle onde Il luogo, isolato, misterioso, disabitato, ben si prestava alle macchinazioni di Dumas e al gusto del pubblico,

spesso un po’ sempliciotto, capace di infiammarsi all’idea di complotti, omicidi, tesori e fughe d’amore. Dantès giunse sull’isola dopo la fuga rocambolesca da un carcere durissimo di Marsiglia, dove era stato rinchiuso innocente. Mutato nell’animo, non era più il ragazzo dolce e ingenuo che credeva nella bontà dell’uomo, ma un individuo misterioso, dedito alla vendetta, spietato, capace di credere che la volontà di Dio potesse colpire per mano sua. Approdò dunque sull’isola inseguendo le tracce di un tesoro che giaceva sepolto da centinaia d’anni; il segreto lo aveva appreso dall’abate Faria, conosciuto in prigione, e che era diventato, per il giovane, come un maestro. Quando il religioso

morì, Dantès prese il posto della salma di costui, rinchiudendosi in un sacco che sarebbe stato gettato in mare. Finalmente libero, l’uomo, dopo essere stato raccolto da dei contrabbandieri, riuscì a raggiungere l’isola, recuperare il tesoro, tornare a Parigi e vendicarsi. Il romanzo, che si snoda fra la Francia, l’Italia, altri approdi mediterranei e l’Oriente, rispecchia la necessità che Dumas

aveva di riempire più pagine possibili. Pubblicato a puntate, come tanti altri suoi romanzi, ogni riga intera gli fruttava la bella somma di tre franchi. Il bisogno di denaro lo obbligava a dilungarsi in dialoghi inutili che si protraevano all’infinito e questo suo vizio lo portò,


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una certa superficialità non avrebbero contribuito a renderlo immortale; eppure il pubblico lo amò e seppe partecipare alle angosce o alla felicità dei suoi personaggi, come il conte di Montecristo, semplice marinaio e ricco signore, bello e

depositario della verità, affascinante ma crudele, ricchissimo e generoso. Entrambi sono ammantati dalla chiara luce d’Oriente, una terra lontana che i poeti, gli scrittori e anche il pubblico adoravano. Intorno ai due personaggi si stempera il mare, capace anch’esso di affascinare con i suoi misteri, i tesori leggendari, le avventure strabilianti. Nell’immaginario comune di Capitano a l l o r a , Nemo di Jules Verne, anch’egli un uomo che si danna- credeva to, proprie-

una volta, a sognare di essere in piedi su una montagna di libri che di punto in bianco si trasformava in una duna di sabbia. La sua coscienza lo obbligava a rendersi conto che la continua prolissità e

tario di un’isola misteriosa e padrone dell’esistenza altrui. Questo Giano bifronte assomiglia, per la sua dualità, al


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scorrere la fantasia e lasciare che essa, con la sua veste leggera, andasse lontano, libera dall’ancestrale paura dell’immensità del mare. ❂



al 1996, l’isola di Montecristo è parte del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano, il più grande parco marino del Mediterraneo, e appartiene al Comune di Portoferraio. Dal 1988, intorno all’isola è stata istituita una zona di tutela biologica per un’estensione di mille metri dalla costa; il limite di accesso è di mille visitatori l'anno, che vengono guidati nei due percorsi dell'isola dal personale del Corpo Forestale dello Stato. E’ abitata solo dal custode e da sua moglie.

grande e minaccioso: quella distesa d’acqua ora setosa e fluida, ora agitata e buia, rendeva diffidenti gli animi. Più semplice era far







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merce che scaricavano era preziosa e unica e i loro racconti pregni di avventure esotiche. Oltre l’orizzonte disegnato dal mare, l’ignoto pareva ancora più



una nave mercantile che rientrava in porto rappresentava già una sorta di miracolo. I marinai erano uomini speciali che avevano visitato altri mondi; la




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 Nessuno di noi ha bisogno di un Fermoposta Paradiso. Nessuno di noi può offrire un tale luogo. Mi guardo bene dal farlo. Il mio Fermoposta Paradiso è dunque un pretesto letterario. Intendo solo porre una domanda silenziosa a chi sia almeno un poco attratto da dubbi, incertezze e certamente dalla fede. Stare ora intorno a un falò estivo col bicchiere in mano tra gli amici. E pensare. Ma poco. www.fermopostaparadiso.it

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