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N°14 - SETTEMBRE - OTTOBRE 2007 - Semestrale - Anno VI - Spedizione in A.P. - art.2 comma 20/B legge 662/96 - Direz. Comm. Imprese Emilia Romagna - € 6.9

IL SECOLO ROMANTICO

La

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del

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Volo di Gabbiani di Federico Morello (1875-1938)


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e luci cominciano a brillare sulle rocce: il lungo giorno declina: la luna si arrampica lenta: intorno si lamenta l’oceano con molte voci. Venite, amici, non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo. Spingetevi al largo e in buon assetto fendete le onde sonanti; perché voglio navigare oltre il tramonto, dove si tuffano tutte le stelle d’occidente, finché muoio.

L

Alfred Tennyson (da Ulysses)

LA VOCE DEL MARE 4LTUMULTUOSO ’OCEANO 40LA MER DI CLAUDE DEBUSSY TUMULTUOSO DI WINSLOW HOMER di Corrado Barbieri

12ISPIRATI ISPIRATI DAL MARE di Maria Giulia Baiocchi

14INSEGUENDO MOBY DICK di Maria Giulia Baiocchi

17NEL MARE DI EMILY EMILY di Maria Giulia Baiocchi

18LEGGENDA ONDE DI di Susanna Servello

23ILSEGRETO COMPAGNO COMPAGNO di Barbara Ielasi

25ILCASPAR VIANDANTE CASPAR FRIEDRICH di Elena Greggio

di Alessandra Moro

42GIAPPONESI LE ONDE di Laura Fanti

44ILTURNER MARE DI di Laura Fanti

49MARE SOGNANDO IL CON JULES VERNE di Maria Giulia Baiocchi

52LEGORDON AVVENTURE AVVENTURE DI PYM di Barbara Ielasi

53LEMONET FALAISES FALAISES DI E IL MARE IMPRESSIONISTA IMPRESSIONISTA di Fabiola Di Fabio

59DELL’INCONSCIO IL MARE DELL’INCONSCIO

di Simona Guffanti 31diHORATIO HORATIO NELSON Maria Giulia Baiocchi 60I COLORI DEL MARE NEOIMPRESSIO35PER I VIAGGI DI SISSI NISTA MARE NISTA di Elisa Rubini

di Laura Fanti


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L’oceano tumultuoso di inslow omer

W H di Corrado Barbieri

“C







Sopra: un dagherrotipo del 1867 di Winslow Homer. A destra: Costa del Maine, particolare, 1896, olio su tela di cm 76x101 (cortesia Metropolitan Museum of Art, New York). Caratteristica peculiare delle marine di Homer era la violenza delle onde che si infrangevano sulla costa rocciosa.

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redo di essere nel posto giusto qui, non ho dubbi, ho tanto di interessante su cui lavorare” scrive Winslow Homer al fratello Charles da Prout’s Neck, nel Maine, dove si era trasferito dal 1883 e dove dà vita alle sue opere più importanti aventi come soggetto il mare. Da considerarsi la serie di dipinti più ricca e significativa mai apparsa su questo tema. Il mare che Homer ha davanti possiede la forza dell’Oceano Atlantico, delle sue onde, delle sue tempeste e dei colori che cambiano rapidamente. Uno scenario grandioso, spesso drammatico, in grado di ispirare immagini che tolgono il fiato per forza e fascino, che suscitano angoscia o stupore. Il mare è una costante nella vita di Homer e l’apparizione nelle sue opere data i primi anni della sua attività di artista. Tuttavia è attorno all’ultimo decennio del secolo che assu-

merà un ruolo nuovo e fondamentale nei suoi dipinti. A Prout’s Neck Homer studierà il mare in continuazione, in tutte le condizioni di luce e di tempo, fino a farlo divenire lo specchio della sua essenza stessa di uomo e artista, in bilico tra il mistero e il fascino suscitato dalla grande distesa dell’oceano e la sua potenza distruttrice, tra dramma e bellezza. La costa, le rocce e le spiagge sono il luogo dove la terra combatte con il mare, dove le creature umane possono soccombere o sopravvivere. Sensazioni presenti nell’uomo fin dall’antichità, ma che vengono espresse pienamente nella loro essenza a partire dal diciottesimo secolo. “C’è qualcosa di così vasto che possa riempire la mente umana quanto l’oceano?” si chiede Edmund Burke. Se però il mare appare innumerevoli volte nelle opere di altrettanti numerosi artisti dell’Ottocento, il mare di Homer è diverso, essendo diversa la


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visione dell’autore, che si pone talmente vicino al soggetto e al suo agire da fargli acquisire una forza inedita. Le scene dominanti dei dipinti di Homer sono le onde che si infrangono sulla costa e che finiscono per annullare visivamente ogni altro aspetto. Si può ravvisare la controparte europea di Homer nelle marine di Courbet, sebbene sia difficile poter dire se l’artista americano abbia tratto qualche ispirazione dal maestro realista nel rappresentare la forza del mare. Di unico, per certo, nella pittura marina di Homer vi è l’approccio: egli dipinge, abbozza, sulla riva, con



Sopra: Chiaro di luna a Wood Island, del 1894, olio su tela di cm 78x102 (Metropolitan Museum of Art, New York). A fronte, sopra: Risacca. Si tratta di un olio su tela di cm 75x121 conservato allo Sterling and Francine Clark Art Institute di Williamstown, MA. Sulla costa si svolge per Homer il dramma umano, tra vita, morte, speranza e tragedia. Qui il pittore ha voluto ritrarre il drammatico salvataggio di una donna. A destra: West Point Prout’s Neck, 1900. Questo olio su tela di cm 76x122, è una delle opere più belle di Winslow Homer e senz’altro da annoverare in assoluto fra le più belle marine della storia. L’artista ritrae l’alba sul freddo oceano, non mancando di rappresentare ancora una volta gli spruzzi dell’onda che si frange sugli scogli (Sterling and Francine Clark Art Institute di Williamstown, MA). Sotto: fotografia del 1884 che ritrae lo studio di Homer a Prout’s Neck; il pittore è affacciato alla balaustra.


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Nordest, olio su tela di cm 87x127 del 1895 (Metropolitan Museum of Art, New York), in questa scena l’oceano mostra tutto il suo impeto e i suoi colori, sotto un cielo plumbeo. Viene naturale chiedersi come Homer si posizionasse per riuscire a riprendere simili inquadrature. Si dice che avesse costruito una sorta di cabina dotata

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di opportune finestre che installava nei punti più impervi di sua scelta. Lì abbozzava la scena e i movimenti principali del mare, che poi rifiniva nel suo studio. In effetti l’altezza dell’onda in questo soggetto avvalorerebbe questa ipotesi un po’ bizzarra.

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ogni tempo, decide di vivere il mare e sul mare, mentre per i pittori europei il mare consiste in una esperienza breve, occasionale, con un pronto ritorno ad altri soggetti e al proprio atelier. Analizzando per linee essenziali i dipinti di Homer, abbiamo sempre la terra, il mare e il cielo, ma quest’ultimo rimane un aspetto di secondo piano per far apparire solo onde e rocce che vi oppongono resistenza, in un tumulto che definisce lo stesso nostro mondo. �





In alto: Perduti sul Grand Banks, 1885 olio su tela di cm 125x80. Sotto: una foto che ritrae Winslow Homer con il padre e il cane. A destra: Sale la marea a Scarboro, Maine, 1883. Uno stupendo acquerello conservato alla National Gallery di Washington. A fronte: Cannon Rock, 1895, Metropolitan Museum.

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ella riproduzione del mare impetuoso e dei suoi scenari drammatici il grande pittore realista Gustave Courbet aveva preceduto Homer, anche se è difficile ipotizzare se il pittore americano si sia in effetti ispirato all’artista francese per iniziare la sua serie di marine drammatiche. Nell’illustrazione L’Onda, del 1869 (Nationalgalerie, Berlino).





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spirati Idal Mare La Voce del Mare



4: “Sopra un mare mirabile navigando in silenzio, conosci tu la riva, o pilota, dove non urlano i marosi, dove non è più tempesta?”

di Maria Giulia Baiocchi

(Emily Dickinson) John Keats (1795-1821) Sul mare: “Di sussurri immortali avvolge lidi desolati/ E con ansito possente riempie mille caverne,/…Oh tu che hai le pupille stanche e afflitte,/nutrile dell’immensità del mare;/Tu che le orecchie hai stordite di volgare rumore/O troppo sazie di troppo ricche melodie,/Ascolta, sino a trasalire, ciò che dicono le vecchie caverne: /il coro, sembra, delle antiche ninfe del mare”.

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695: “Come se il mare separandosi/svelasse un altro mare, /questo un altro, ed i tre/solo il presagio fossero/d’un infinito di mari/non visitati da riva –/il mare stesso al mare fosse riva –/questo è l’eternità”. (Emily Dickinson)

Samuel T. Coleridge (1772-1834) La ballata del vecchio marinaio: “Cadde la brezza, caddero le vele/fu triste quanto può cosa essere triste;/noi parlavamo solo per spezzare/il silenzio del mare./In un cielo cocente, arso, di rame/stava il sole sanguigno a mezzogiorno/a picco sopra l’albero e il sartiame/non più grande che luna… Acqua soltanto, acqua d’ogni parte,/e le tavole aride e contorte;/acqua soltanto, acqua d’ogni parte,/non una goccia per la nostra arsura”.


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Emily Brontë (1818-1848) 89: “Calma, felicità! Sono parole/che un tempo non avrei saputo unire/ amavo allora l’impeto della marea/il cielo mutevole i giorni di vento,/ più del mare sereno e i cieli senza nubi/e le brezze solenni che mormorano e placano/ e non destano sospiri nella foresta/ né strappano lacrime alla verde spuma…”.

Villiers De L’Isle-Adam (1838-1889) Sulla riva del mare: “All’uscita del ballo seguimmo la spiaggia./Verso la casa di un esilio, affidandoci alla strada/andavamo: un fiore appassiva nella sua mano./Era una mezzanotte di stelle e di sogni./ Nell’ombra, intorno a noi, cadevano flutti oscuri./Verso lontananze d’opale e d’oro, sull’Atlantico, /l’oltremare spandeva la sua luce mistica./Le alghe profumavano gli spazi ghiacciati…”

Walt Whitman (1819-1892) Nella scia della nave: “Nella scia della nave, dietro i venti che fischiano,/dietro le vele grigiastre, tese ad alberi e sartie,/sotto, miriadi e miriadi d’onde che s’affrettano, sollevano il collo,/ e il flusso incessante verso la scia si protendono,/onde dell’oceano, ciangottano, effervono, scrutano allegre,/onde, ondulate onde, liquide, varie, emule onde… /La scia della nave dopo che è passata, sfavillante e ridente sotto il sole,/vario corteo con molti biocchi di spuma e molti relitti,/segue la nave maestosa, rapida, e avanza nella sua scia”.

Arthur Rimbaud (1854-1891) Marina: “I carri d’argento e di rame –/ Le prue d’acciaio e d’argento –/ Battono la schiuma –/Sollevano i ceppi dei rovi./Le correnti della landa, /e le carreggiate immense del riflusso, /filano circolarmente verso est, /verso i pilastri della foresta,/verso i fusti del molo,/che turbini di luce investono in un angolo”.

Emily Dickinson (1830-1886) 162: “Il mio fiume corre a te –/azzurro mare, mi vorrai ricevere?/Il mio fiume è in attesa di risposta –/Ti prego mare, accoglimi benigno!/Ti porterò ruscelli/da nascondigli umbratili –/Mare, ti prego – prendimi!”;

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Inseguendo

Moby Dick

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o scrittore americano Herman Melville (1819-1891) pubblica Moby Dick nel 1851. La trama del libro è famosa: a bordo della baleniera Pequod, il capitano Achab, sostenuto dall’equipaggio, lotta strenuamente per uccidere la balena bianca chiamata Moby Dick. La struttura dell’opera di Melville è molto complessa e, come tanti suoi scritti, non incontra il favore del pubblico mentre egli è ancora in vita. Il suo narrare, fluido e avvincente, diventa via via incalzante e pregno di significazioni. In primis, il Pequod, ben ancorato nel porto, rappresenta una baleniera come tante. La vicinanza della terra ferma, il viavai dei ma-

di Maria Giulia Baiocchi

rinai, dei carri, il vociare dei mercanti o dei commessi legano la nave ad un sistema produttivo riconosciuto da tutti: il Pequod è lì per affari, pronto a salpare, raggiungere le balene, ucciderle e stivare il loro grasso per ottenere un alto profitto. Alle sue spalle si estende il mare. Infinito, straniero, inquietante con i mille misteri insoluti e i profondi abissi dove si celano spaventosi mostri marini. Levata l’ancora il Pequod si muta in un microcosmo e in mare aperto la tragedia può avere inizio. Ismaele, il narratore, profondamente attratto dal mare e dalla caccia alla balena, è affascinato dal viaggio appena intrapreso, ma è anche l’unico a rendersi conto



della trasformazione subita dal capitano Achab durante il trascorrere dei giorni. In principio, il miraggio di una caccia ricca, la brama del guadagno, il mare calmo e il tempo bello fanno scivolare la baleniera sulle onde con leggerezza. Nonostante ci siano da percorrere miglia e miglia prima di raggiungere i mari frequentati dalle balene, gli uomini si danno il cambio sulle teste d’albero appena lasciato il porto e stanno di guardia ispezionando l’orizzonte, pronti a segnalare l’avvistamento di un cetaceo. Ma Achab non vuole un cetaceo qualsiasi, egli vuole incontrare di nuovo la balena bianca: Moby Dick. “Sì, sì! E le darò la caccia oltre il Capo di

Buona Speranza, al di là del Capo Horn, al di là del grande Maelstrom di Norvegia, oltre le fiamme della perdizione… Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca in tutto il mondo…”. Il mare appartiene a Moby Dick, è la sua casa dalle mura liquide e trasparenti, eppure così dure e compatte; sono suoi gli abissi più antichi dell’uomo, è sua l’acqua degli oceani che fu il principio di tutto. Le storie sulle balene affondano le loro radici nella Bibbia, ben lo sa Melville che inzuppa il suo libro di citazioni religiose; gli episodi biblici sono narrati sulla baleniera come se fossero contemporanei. Curioso è il mescolarsi


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…in verità dovrai vedere sul mare due carri funebri: il primo non costruito da mano mortale, e l’altro fatto di legno visibile cresciuto in America. Moby Dick, Il sogno del Parsi di patteggiare con il demonio. Furioso, accecato dal mito di Moby Dick, egli dapprima distrugge gli strumenti nautici, simbolo della razionalità, e poi battezza l’arpione, che dovrà uccidere la balena, in nomine diaboli, spezzando così ogni regola e cancellando ai suoi occhi l’umanità dell’equipaggio visto solo come un mezzo. Al contrario, ad Ismaele non sfuggiranno il cambiamento di Achab, tanto che saprà coglierne ogni ombra, e neppure la pluralità dei marinai, così diversi nelle loro consuetudini. Eppure essi seguiranno il capitano sino all’estremo combattimento, accecati dalla luce folle da lui emanata, uno scintillio diabolico incapace però di intaccare il marinaio di colore

Pip, libero solo grazie alla sua pazzia. Sullo sfondo il mare è l’elemento scenografico per eccellenza: infinito, mutevole, implacabile ed eterno. “Ma non soltanto



della storia a bordo della nave, sia per i riferimenti biblici sia per le riflessioni sulla rivoluzione francese. Tutto sembra accadere nell’attimo in cui è detto e il presente si fonde con il passato, il tempo diventa Uno e la contemporaneità è incoronata quale sua amorevole regina. Ismaele vede il capitano Achab spogliarsi in tutta fretta del retaggio puritano che sembrava appartenergli, spezzare, senza rimpianto, il legame che lo univa alla natura, rompendone l’armonia e innescando la catastrofe. Lo avvolgono la superbia, la certezza d’essere invincibile, l’orgoglio smisurato di sentirsi superiore. Achab ad un tratto si erge come un dio e s’illude di indossarne la potenza capace di investirlo di un mandato divino in grado



A fronte: “un’enorme e vaga sagoma appare tra la nebbia”. Sopra e sotto: il Pequod nelle illustrazioni di una antica edizione di Moby Dick .

il mare è un tale avversario dell’uomo

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con maestria il suo estremo ruolo. È, infatti, il mare a divorare ogni cosa, tranne un relitto e il corpo moribondo di Ismaele. Come al tempo del diluvio universale: “…poi

nuerà a conservare le sue caratteristiche fisiologiche. E il marinaio Ismaele si salverà per raccontarcelo. “Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – …pensai di darmi alla navigazione…”. ❂



che è per lui un estraneo; esso è anche un nemico diabolico delle proprie creature… nessuna pietà, nessun potere, tranne il suo, lo governano. Considerate ancora il cannibalismo universale del mare: come tutte le sue creature si predano a vicenda mantenendosi fin dall’inizio del mondo in guerra eterna. …Ora, nel tempo calmo, nuotare in mare è altrettanto facile per un buon nuotatore che viaggiare… ma la solitudine tremenda è intollerabile. L’intenso concentrarsi dell’io in mezzo ad una simile spietata immensità, mio Dio, chi può esprimerlo?”. Il mare è dunque lo sfondo ideale, mentre la tragedia si dipana irreversibile sino al funesto epilogo, dove anche l’acqua reciterà

tutto ricadde e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa”. “Chiamatemi Ismaele” aveva chiesto il narratore nel celebre incipit del romanzo, come a sottolineare la precarietà esistenziale insita nell’uomo. Ma l’Ismaele salvato dalla nave Rachele è ben diverso dall’uomo che vedeva nella caccia alla balena un’eccitante avventura o addirittura un modo per vivere il mare guadagnando denaro. Della sua terribile esperienza gli rimarranno cucite addosso le mille sfaccettature dell’animo umano e della civiltà che altrimenti avrebbe continuato ad ignorare. Moby Dick rimarrà per sempre il simbolo di una ricerca metafisica, anche se, complice la caccia spietata della baleniera, conti-



A sinistra: “Moby Dick colpì con il suo enorme capo la barca dei balenieri che si capovolse”. Sotto: La copertina di una antica edizione del romanzo e, in basso, la scena finale del film, interpretato da Gregory Peck.


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Nel mare di mily







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mily Dickinson, lo scrisse lei stessa, non vide mai il mare, eppure lo conosceva. Lo nominò spesso nelle poesie impossessandosi del mormorio dell’onda, del suo sentore, descrivendo l’ondeggiare dell’acqua o immaginando porti sicuri. Come sempre la percezione acustica dei suoi versi spaziava nell’infinito, perché Emily sapeva incrociare gli elementi più disparati seguendo uno spartito che solo lei riusciva a interpretare. La musica delle parole, delle sensazioni e dei sentimenti impregnava la sua anima, la melodia era scritta in lei. Emily sconfinava continuamente dall’ovvio, rimestando, con raffinata sapienza, nel crogiolo stregato del suo linguaggio interiore. Per questo il mare poteva essere “di giunchiglia” e solo “due navi di porpora” si scorgevano “oscillare dolcemente”, mentre “dei marinai fantastici” s’aggiravano intorno a un “molo silente!”. Che cosa poteva vedere Emily dalla sua finestra se non “un mare



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Non vidi mai brughiere e mai vidi il mare: pure so com’è l’erica so quale aspetto ha l’onda.

di Maria Giulia Baiocchi





In alto: In Giardino di Winslow Homer. Un raffinato acquerello del 1874. Questo dipinto potrebbe ricordare l’immagine di Emily Dickinson intenta ad accudire il suo giardino. Sopra: la nota fotografia della stanza di Emily Dickinson, come appariva qualche decina di anni fa. Un piccolo spazio il cui orizzonte era vasto come l’oceano.

sullo stelo”? Se per il contadino e l’uccello era solo un pino, per lei era un “membro del regale Infinito”, una “celeste rotta” e la terra e il sole erano il suo bacino. Ma il mare era anche distanza: “Un’ora è un mare/fra pochi, e me –/con loro sarebbe il porto”. Ed esisteva anche un “dolce mare” che lambiva la casa, “un mare d’aria estiva” solcato da una nave capitanata da una farfalla, mentre l’ape fungeva da timoniere “e un intero universo/il gioioso equipaggio”. Pregna di un erotismo vulcanico, violenta come un grido nella notte, è quella lirica che preoccupò tanto il capitano Higginson, mentre stava preparando la pubblicazione delle poesie di Emily nel 1891: “O frenetiche notti!/ Se fossi accanto a te, queste notti frenetiche sarebbero/la nostra estasi!/Futili i venti/a un cuore in porto:/ha riposto la bussola, ha riposto la carta./Vogar nell’Eden!/Ah, il mare!/Se potessi ancorarmi/stanotte a te!”. E pare d’immergersi in un liquido eden dove l’audacia rapisce ogni pensiero.



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verso meraviglioso, nascosto dai riflessi delle onde: “In mezzo al mare l'acqua è azzurra come i petali dei più bei fiordalisi e trasparente come il cristallo

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più puro; ma è molto profonda, così profonda che un'anfora non potrebbe raggiungere il fondo; bisognerebbe mettere molti campanili, uno sull'altro, per

arrivare dal fondo fino alla superficie. Laggiù abitano le genti del mare”. Figure dallo sguardo sincero o, al contrario, dalla “bugiarda voce”,

così come Arturo Graf le immagina ne Le Danaidi (1897), le sirene sono le protagoniste intriganti di tanti racconti, innamorate del loro mondo di acqua e

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Onde di La Voce del Mare

leggenda



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ospinta dalla brezza che, fino a sera, soffia dalla distesa azzurra verso la terra, l’eco delle gesta di quegli eroi che, in mare, hanno osato sfidare mostri e tempeste, è giunta ad ammaliare l’Ottocento, insieme al fascino di una bellezza femminile che nemmeno i dolori e i tormenti più atroci sono riusciti ad offuscare. Scrive Friedrich Heinrich Karl de La Motte Fouqué nella sua Ondina: “...tutto ciò che il mondo antico possedeva di così bello che i tempi presenti non sono più degni di averlo e di gioirne, i flutti ora lo avvolgono nei loro misteriosi veli argentei...”. Sarà... Eppure, grazie all’arte di maestri come Heinrich Füssli (1741-1825) e Herbert James Draper (18631920), nel secolo romantico è possibile

di Susanna Servello





Sopra: particolare di Ulisse e le sirene, realizzato nel 1909 dall'artista londinese Herbert James Draper. Il celebre episodio raffigurato è narrato nel libro XII dell’Odissea in cui Ulisse, grazie ai consigli della maga Circe, riesce con astuzia ad ascoltare il canto delle sirene. A destra: La sirena, dipinto del 1864 di Edward John Poynter.

ripercorrere il viaggio di eroi mitici del calibro di Ulisse, lottare con lui, aggrappati ad una zattera, contro l’ira di Poseidone e di ricevere l’aiuto prezioso di Ino Leucotea, “la dea bianca” dalla storia tragica che, trasformatasi nella divinità protettrice dei marinai, con il suo velo permetterà al naufrago di raggiungere l’isola dei Feaci, per proseguire poi in quel cammino che lo porterà a conoscere i segreti del mare, ad affrontare le sue insidie e ad udire incolume il canto delle sirene, a cui nessun uomo è in grado di resistere. A loro, alle enigmatiche donne-pesce che la tradizione vuole essere prive di un’anima, ma che ardono del desiderio di possederne una, nel 1837 Hans Christian Andersen dedica La Sirenetta, una delle fiabe più belle della storia letteraria, che ci permette di immergerci in un uni-


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fantasia, oppure attratte dalla realtà umana che sognano, distese su una roccia, mentre la luce della luna rischiara il loro incarnato con bagliori di perla. Nelle sue Fiabe delle West Highlands, lo scrittore scozzese Thomas Campbell (1777-1844) narra la storia di un pescatore a cui una delle mitiche creature del mare predice la nascita di tre figli, in cambio di uno dei quali gli promette una pesca straordinaria. Ma quando il figlio predestinato si trova un giorno, ormai adulto e sposato ad una principessa, ad essere realmente rapito da colei che



Sopra: Venere Anadiomene emerge dalle acque del mare in tutta la sua armoniosa bellezza. Il dipinto, a cui JeanAuguste-Dominique Ingres lavorò dal 1808 al 1848, è custodito nel Musée Condé di Chantilly, Francia.

aveva stretto il patto con il padre, la moglie accorre sulla spiaggia per suonare la sua arpa, nella speranza di riuscire, in quel modo, ad attirare la sirena che, più di ogni altro essere ama la musica, e ad avere di nuovo libero il proprio uomo. Ancora, Alfred Tennyson (1809-1892), Barone e Poeta Laureato del Regno Unito, nei suoi versi dà vita a splendide descrizioni della “ninfa del mare”, dalle braccia candide e dalla lunga chioma, la quale canta commossa mentre osserva le onde azzurre increspare la superficie dell’acqua, e di Galatea, la nereide

amata dal ciclope Polifemo, il cui nome ricorda la spuma bianca che solca il blu durante le mareggiate. Non solo di figure femminili, ma anche dei mermen, i tritoni dalla bizzarra barba verde, parla Benjamin Thorpe (1782-1870) nel libro Northern Mythology, narrando la storia di una giovane mortale che uno di questi esseri marini vede sulla spiaggia intenta a raccogliere sabbia nel suo grembiule e che non si trattiene dal portare via con sé, promettendole tutto l’argento che il suo cuore avrebbe potuto desiderare. Tuttavia, nell’animo della giovane, la nostalgia della terraferma si fa presto così grande da spingerla a lasciare il mondo subacqueo e a ritornare alla sua vita di sempre. Fin dalla notte dei tempi, il mare affascina l’umanità nascondendo, nel profondo, un mondo che mai potrà essere esplorato e conosciuto nella sua interezza. Per questa ragione, l’uomo ha spesso elaborato teorie fantasiose per cercare di dare una spiegazione ai fenomeni naturali più suggestivi. È curioso, a questo proposito, scoprire che in un numero della rivista Gentlemen’s Magazine del 1882, viene





A sinistra: particolare di The Crown Returns to the Queen of the Fishes di Henry Ford. I colori vivaci e la composizione dinamica dell’opera evocano la magia di un’atmosfera onirica.

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narrata la credenza dei marinai delle isole Shetland secondo i quali, negli abissi, sarebbe esistito un mostro che, con il suo respiro, avrebbe dato origine all’alta e alla bassa marea. Le leggende e i miti del mondo marino, nordico e mediterraneo, s’incontrano rinnovando l’incanto. Alla mitologia greca classica s’ispira Jean-

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Auguste-Dominique La Gorgone e gli eroi, di Giulio Aristide Sartorio (1895Ingres (1780-1867) Sopra: 1899). A sinistra: Una sirena, di John William Waterhouse per la Venere Anadio(1900 circa). Sotto: Ifigenia, di Anselm Feuerbach 1862. mene, opera iniziata nel 1808 che ha richiesto quarant’anni per essere ultimata, nella quale la dea greca “che nasce dalle onde” è accompagnata dal gioco degli amorini immersi nella schiuma del mare e rivela la propria bellezza nelle linee morbide e nella posa sinuosa, tra le acque calme. Un mare non più sereno, ma agitato come l’animo dei protagonisti, è invece quello della scena (Angelica e Ruggero) che, nel 1819, lo stesso Ingres realizza per re Luigi XVIII e che si rifà, questa volta, alla vicenda carica di pathos e di tensione che, nel decimo canto dell’Orlando Furioso, la fantasia di

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A sinistra: Ulisse naufrago sulla zattera riceve da Ino/Leucotea il suo velo sacro, di Heinrich Füssli (1803). In basso: Angelica e Ruggero, di Jean-AugusteDominique Ingres (1819). In entrambe le opere, i protagonisti vengono aiutati a superare le situazioni drammatiche in cui si trovano e a salvarsi, così, dalle tante insidie che il mare nasconde.

Ludovico Ariosto ha scelto di ambientare al largo delle coste irlandesi, precisamente a Ebuda. Qui, nell’isola del pianto, Angelica, la bellissima figlia del re del Catai amata da cristiani e saraceni, si ritrova legata ad uno scoglio per essere offerta in pasto ad un’orca marina, il mostro a cui gli abitanti del luogo devono sacrificare, ogni giorno, una fanciulla. Un dipinto dallo sfondo cupo, sul quale spicca l’armatura lucente di 22 OTTOCENTO

Ruggero, giunto a cavallo del favoloso ippogrifo per liberare la giovane che, esasperata, a sua volta risalta nella nudità eburnea e desolante del proprio corpo. Un mare inquietante e pericoloso, dunque. Un mare che ospita creature terrificanti come Medusa e le altre Gorgoni nate da Forco, vecchio dio marino, e nipoti di Ponto e di Oceano. Ma anche un mare che rappresenta l’ultimo orizzonte di uno sguardo malinconico, che il destino vor-

rebbe spegnere con crudeltà: quello di Ifigenia, figura tragica

del mondo greco, destinata ad essere sacrificata per porre termine alla lunga bonaccia che impedisce alle navi degli eroi di salpare e ai poeti come Arturo Graf, il quale come Odisseo nacque in Grecia nel 1848, di ricordare, una volta terminata l’avventura, i rischi che questi eroi hanno corso e le fatiche che hanno sopportato: “Già quattr’anni passar da poi che Ulisse/in Itaca tornò… grato alla sorte/che dall’ira de’ venti e del vorace/mar scampato l’avea…”. Eroi che hanno spesso abbandonato la certezza e hanno solcato le acque in cerca di gloria, svanendo poi nelle pagine di un libro e nelle pennellate di un dipinto. Tra le onde. ❂


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e Il compagno segreto, breve romanzo di Conrad del 1909, un giovane, da poco al comando di un equipaggio già consolidato, accoglie a bordo della sua nave un uomo in circostanze misteriose. Inquieto per la responsabilità del comando e per il senso di estraneità che ancora gli procura la nave, una notte il capitano scorge in acqua quello che gli pare un cadavere senza testa. Si tratta in realtà di Leggatt, un marinaio fuggito dopo aver ammazzato un compagno. Il capitano nasconde Leggatt nella propria cabina finché non riesce a portarlo in salvo a terra, qualche notte dopo, grazie al favore delle tenebre e a una manovra poco ortodossa. Tra il capitano e Leggatt si stabilisce da subito un legame quasi viscerale, fatto di una complicità tanto profonda quanto discreta. L’ambivalenza di Leggatt, al confine tra uomo e creatura dell’ombra, richiama con prepotenza il tema del doppio così caro alla neonata psicoanalisi e alla letteratura moderna; spesso il capitano si riferisce a lui chiamandolo “my double”, sottolineando con stupore le affinità,

di Barbara Ielasi

anche fisiche, con il giovane. E solo nel momento della separazione tra i due, il capitano raggiunge la propria sicurezza: “La nave si portava già avanti. E io ero solo con essa. Nulla! Nessuno al mondo si sarebbe ora frapposto tra di noi, a gettare ombra sulla via della silenziosa conoscenza e del mutuo affetto, la perfetta comunione tra un marinaio e il suo primo comando”. Il male si affronta dandogli un nome e un volto; il dissidio è tutto interno. A fare da scenario è l’oceano, che il protagonista all’inizio del viaggio assume come ideale alleato: “…gioii della grande sicurezza del mare paragonata al travaglio della terraferma, della mia scelta di quella vita priva di tentazioni che non mostrava inquietanti problemi, pervasa da un’elementare bellezza morale per l’assoluta franchezza del suo richiamo e per la schiettezza del suo scopo”. Se il mare è l’esistenza, qui si manifesta una fiducia quasi positivistica nella ragione e nella rettitudine morale, baluardi contro il Male e le sue ombre. Ispirato da una vicenda realmente accaduta, Conrad costruisce

 un’architettura narrativa ricca di rimandi interni; un’opera coesa, che evoca il più tardo Linea d’ombra, dove il titolo allude, oltre che alla realtà sensibile dei pericoli del viaggio, soprattutto a quella demarcazione tra la smania di onnipotenza del giovane e la malinconica saggezza dell’uomo maturo, legata all’esperienza, ma anche a una meditata consapevolezza.

Joseph Conrad

J

ózef Teodor Konrad Korzeniowski, in arte Joseph Conrad, nasce in Ucraina nel 1857. A quattro anni è a Vologda, dove il padre, un nobile studioso polacco, viene esiliato. Nel 1874, già orfano di padre e madre, per evitare la leva nell’esercito zarista approda in Europa, dove comincia la sua ventennale carriera nella marina. Dopo una vita lunga, ricca di spostamenti, successi letterari e alterne fortune economiche, Conrad muore in Inghilterra nel 1924.

Scrittore prolifico, drammaturgo mancato, famoso anche oltreoceano, Conrad firma alcuni classici della letteratura di lingua inglese a cavallo tra i due secoli. Dal suo Cuore di tenebra, dove narra gli orrori del colonialismo, il regista Francis Ford Coppola trae ispirazione per il suo capolavoro Apocalypse Now.

                        

IL COMPAGNO SEGRETO 

                        





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Il viandante

Caspar Friedrich C

di Elena Greggio

aspar David Friedrich (1774-1840) è l’artista “manifesto” del romanticismo. Friedrich consacra la sua esistenza all’arte e vive i fermenti romantici della sua generazione. Egli propone una pittura visionaria, espressione dell’irrazionale, che rispecchia la sua voce interiore, impregnata da una visione intima e spirituale del cosmo, punto d’incontro tra esperienza esteriore e interiore. La pittura di Friedrich va oltre la pittura stessa: è storia, è musica, è poesia, è “sacro”. Friedrich considera l’arte “infinita” perché, diceva, “contiene l’infinito”. L’arte diviene il luogo di congiunzione tra natura, uomo e Dio, “poiché il quadro è il luogo dove si manifesta lo spirito, dove abita il divino; ogni punto del quadro, ogni pennellata, sono portatori del divino”. L’artista nasce a Greifswald (Pomerania



svedese) nel 1774 in un’umile e numerosa famiglia di saponai. Il piccolo Caspar è un bambino sensibile e curioso verso il mondo, che riceve un’educazione severa dettata dai principi del protestantesimo, i quali influenzeranno la visione del mondo del pittore. La sua infanzia viene segnata dalla morte della madre e del fratel-



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A sinistra: Riva del mare nella luce della luna, 1835-36 (Kunsthalle, Amburgo). Sotto: il celeberrimo Viandante sul mare di nebbia del 1818 (Kunsthalle, Amburgo).

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dei canti di Ossian), nascono i primi disegni di paesaggio. Egli comincia a creare il suo stile personale e acquista sicurezza nel tratto. Successivamente si specializza nel disegno colorato a seppia e rice-



lo, annegato tra lastre di ghiaccio per salvare lo stesso Caspar. Il dolore lo segna, e per tutta la vita si sentirà un sopravvissuto. Sin dall’infanzia nutre una passione per l’arte, e sotto la guida di Johann Quistorp compie, dal 1790, i primi studi artistici. In seguito, si iscriverà all’accademia di Copenhagen, e nel 1798 proseguirà i suoi studi universitari a Dresda, dove entrerà in contatto con alcune della maggiori personalità romantiche dell’epoca, come Goethe e Novalis. Con il suo viaggio del 1801 nell’isola di Rügen, nel Baltico (dove spesso ritornerà per vivere l’atmosfera



In alto: Luna nascente sul mare, 1821 (Ermitage, San Pietroburgo). Sotto: un autoritratto di Caspar Friedrich databile al 1810 circa, (Staatliche Museen Berlino).

ve il prestigioso premio di Weimar, che gli viene consegnato da Goethe (1805). Nel 1807 comincia a dedicarsi alla pittura ad olio e nascono così i primi capolavori. Nelle sue opere si colgono alcuni motivi tipici del romanticismo: lo stupore al cospetto dei grandi fenomeni della natura, l’anelito all’infinito e la volontà di cogliere l’intimo essere del mondo e il senso stesso dell'universo, che l’artista trasferisce nel quadro in una complementarietà totale degli elementi. Scrive: “devo compiere un atto d’osmosi con quello che mi circonda, diventare una sola cosa con le mie nuvole e le

mie montagne per potere essere quel che sono”. Nei quadri dell’artista tedesco, la tempesta, l’impeto e la nostalgia di Dio sono visti in una prospettiva di fiducia, di fede nella continuità tra vita terrena e vita eterna, in una perfetta alchimia. Ecco il conforto di quella croce e di quell’ancora di Croce Sul Baltico (1815). Il forte sentire di Friedrich traspare nelle sue tele e l’artista approfondisce il lato mistico della natura, dipingendo la contemplazione dell’Assoluto nella sua forma finita. Emblematico quindi diventa il dipinto Viandante sul mare di nebbia (1818), che rac-


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chiude il mito dell’eroe romantico. Il personaggio del quadro, che vive il limite dell’esperire umano, non è attore ma spettatore che si lascia rapire dall’Incomprensibile.

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Il matrimonio nel 1818 con Caroline Bommer, giovane donna piena di vita, sembra dare uno spiraglio di luce all’animo inquieto del pittore. I dipinti di questo

periodo come Sul veliero (1818), il quale sarà acquistato dallo zar Nicola I, sono caratterizzati da una forte luminosità. Il suo stile si snoda attraverso la cura di particolari



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Uno straordinario senso di profondità e di infinito ci viene dato da Le bianche scogliere di Rügen del 1818 (Winterthur).

solenni ed ermetici. L’artista giunge a que-

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sto risultato tramite un procedimento esecutivo ricercato e raffinato, costruito con costanza e con la sovrapposizione di delicate velature che donano una straordinaria trasparenza e brillantezza ai colori. Frequenti nelle sue tele il tema lunare, simbolo della tensione romantica e desiderio d’evasione, i ricorrenti bassi orizzonti, dove l’uomo si perde, immerso spesso in tramonti dai colori cupi. Significativo è Luna nascente in riva al mare (1821): in esso alcuni velieri hanno intrapreso il loro viaggio al crepuscolo e la paura della morte riecheggia alternata da speranza e consapevolezza. La metafora del viaggio si concretizza nella forma del Veliero e la peregrinazione dell’esistere si intreccia al tema del naufragio, immagine che personifica la fragilità dell’uomo in balia degli elementi. I velieri non vengono mai ritratti, a differen28 OTTOCENTO

za di altri pittori romantici, nella furia delle tempeste, ma già scampati al naufragio o nell’intraprendere un viaggio. Con il passare degli anni, le condizioni di salute peggioreranno e le difficoltà economiche della famiglia Friedrich aumenteranno, finché

l’artista si ripiegherà sempre più su se stesso, isolandosi e rifugiandosi nella fede e nella pittura. Uno dei suoi massimi capolavori è Il mare di ghiaccio/Naufragio della speranza (1824/1825): il dipinto, esposto per la prima volta a Praga nel 1824, non è compreso

dai contemporanei. Il quadro s’ispira alla fallita spedizione al Polo Nord di Sir William Parry ed è ricco di contenuti esistenziali. Tra i ghiacci del mare del Nord, nell’aspro paesaggio marino, emergono gli alberi della nave, che trasmet-


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tono all’osservatore un senso tragico. Il sottotitolo del dipinto Naufragio della speranza, rinvia al tema religioso: il Polo Nord diviene il luogo del divino, metafora dell’eternità di Dio. È la parabola della sconfitta cosmica dell’uomo che tenta di comprendere e di penetrare il mistero del mondo e di Dio, che inesorabilmente fallisce.





A fronte, in alto: Luna nascente sul mare, 1822 (Nationalgalerie, Berlino). Sopra: Sera sul mar Baltico, 1831 (Gemäldegalerie, Dresda). A destra in alto: Croce sul Baltico, del 1815. A destra: Il mare di ghiaccio, del 1824. Senz’altro il dipinto più drammatico dell’artista tedesco (Kunsthalle, Amburgo).

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A sinistra: Sul Veliero, 1818 (Ermitage, San Pietroburgo). In basso: Le età dell’uomo, 1834-1835, una delle ultime opere realizzata da Friedrich.

mare sulla riva, due bambini si contendono la bandierina della Svezia, paese natale del pittore. Il tema della morte ricorre più volte nel quadro: sulla riva si notano i cupi contorni di una barca che sembrano quelli di una bara. L’uomo anziano di spalle è l’artista. Il suo sguardo non è rivolto alla persona che lo chiama con un cenno della mano, ma si perde nell’altrove, verso l’orizzonte, come se avvertisse un presagio di morte. A Freidrich, infatti, corrisponde la nave centrale, che viene avanti ammainando le vele. In quello struggente tramonto prenderà congedo dai propri affetti e dalla propria vita: morirà a Dresda, il 7 ❂ maggio 1840. In questi anni le condizioni psichiche e fisiche del pittore continuano ad aggravarsi e l’artista smette quasi di dipingere. Il buio dell’animo dell’artista emerge dal quadro Riva del mare nella luce della luna (1835/1836), mentre il dipinto Le età dell’uomo (1834/1835) è uno degli ultimi realizzati prima del colpo apoplettico che lo ucciderà nel giugno del 1835: al calar del sole, cinque personaggi scrutano il 30 OTTOCENTO


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HORATIO NELSON L’UOMO CHE SCONFISSE NAPOLEONE SUI MARI glie, d’indole taciturna, ostinata, ambiziosa e romantica: ecco Horatio Nelson, il predatore dei mari. Il mare, attraverso gli occhi di Nelson bambino, era una distesa d’acqua fredda e plumbea come il cielo carico di gelida pioggia,







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i corporatura minuta, i capelli ondulati e imbiancati in fretta, portati con la discriminatura nel mezzo, gli occhi grandi e un poco sporgenti, il fisico minato dalle malattie e martoriato dalle batta-

di Maria Giulia Baiocchi



oppure blu come l’oSopra: il più bel ritratto di rizzonte sereno della Nelson, di Heinrich Friedrich breve stagione estiva Füger, 1800. delle coste settentrio- Sotto: questoVienna splendido dipinto nali del Norfolk, in rappresentante la Victory di Inghilterra. Nelson a Trafalgar, è stato reaLa spiaggia desolata lizzato ai giorni nostri dal pittore inglese Geoff Hunt. dove andava a passeggiare bambino, poco Thorpe, dove era nato, lontano dalle case del gli appariva ogni giorvillaggio di Burnham no in tutta la sua algi-

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In alto: Nelson giovane ufficiale di marina, di Francis Rigaud, 1771-81. Sopra: la moglie di Nelson, Frances (D. Orme).

già di diventare un eroe. Ma l’infanzia a quei tempi si concludeva in fretta e ben presto i sogni furono divorati da una realtà dura e spietata. Morta la mamma, Catherine Suckling, ad appena 42 anni, rimasto con il padre e i sette fratelli, il piccolo Horatio, nove anni, iniziò a 32 OTTOCENTO

penalizzavano la convivenza. Inoltre, il cibo e la pulizia non eccellevano certo e il lavoro da svolgere era tanto e faticoso. Il mare, con i suoi segreti e le insidie nascoste, doveva essere considerato spesso un nemico, sia al Polo, quando i ghiacci rischiavano di soffocare la nave, sia nei mari tropicali, quando il sole, riflettendosi sull’acqua, diventava



da e selvaggia bellezza come un punto di partenza verso l’infinito orizzonte che profumava d’avventura. Forse, con i fratelli, poco distante dalla battigia dove morivano le onde bianche di spuma, giocava alla guerra vincendo contro i francesi, odiati dalla madre e magari, chissà, sognava

pensare al suo futuro che aveva un solo sbocco: il mare. A soli 12 anni chiese di essere imbarcato al servizio di uno zio materno, il comandante Maurice Suckling, in partenza per le Falkland, minacciate dagli spagnoli che sembrava volessero impadronirsi delle isole, già colonie britanniche. Nonostante Nelson fosse debole e gracile, lo zio accettò di prenderlo con sé. Il pericolo della guerra contro la Spagna svanì, ma Horatio per i successivi cinque anni riuscì, sia con lo zio sia con altri comandanti, a restare in mare. Furono anni duri per lui, che apprese, però, tutto quanto c’era da imparare non solo sulle navi ma anche sul mare. Ben presto passò dalla nebbia e dagli scogli di sabbia del Tamigi al mare di ghiaccio del Polo Nord alla ricerca del mitico passaggio a nord-ovest verso l’India; trascorse mesi in un viaggio che lo portò anche a visitare l’Oriente, si ammalò di malaria e, pur ridotto ad uno scheletro, riuscì a sopravvivere e a ritornare a Londra. Sono poche le testimonianze di questi lunghi viaggi, ed allora bisogna immaginare Horatio di fronte a quei mari che vedeva per la prima volta. La vita sui velieri era difficilissima e rischiosa; bisognava andare d’accordo per lungo tempo con l’equipaggio e gli spazi esigui



Sopra: un ritratto di Nelson realizzato da William Beechey nel 1800. A destra: Emma Hamilton, amante di Nelson, in un ritratto che a volte trovava posto nella sua cabina.

implacabile e insostenibile e le febbri erano sempre in agguato. La bellezza selvaggia dei luoghi, i colori abbaglianti delle coste orientali bagnate di luce, il cielo stellato aperto come un libro di viaggio, tutto questo deve essere penetrato fra le maglie dell’uomo Nelson, a pochi anni dal diventare il creatore del suo mito romantico. Rientrato in patria nel

1776, la notizia che subito lo colpì fu l’entrata in guerra, nel 1775, delle tredici colonie americane in lotta per l’indipendenza contro l’Inghilterra, la madre patria. Il mare, da azzurro infinito, stava lentamente tingendosi di rosso scarlatto. Nelson era pronto a versare il suo sangue per l’Inghilterra e soprattutto voleva annientare gli avversari, prima i ribelli americani e poi gli odiati francesi agli ordini del nemico numero uno: Napoleone. Iniziò dunque la grande corsa di Nelson alle armi, alla gloria, alla violenza, all’insaziabile sete di vittoria che lo animava. Il mare, dunque, altro non era se non un campo di battaglia da conquistare sacrificando se stesso e i suoi uomini, senza alcuna esitazione. Vennero anche gli amori giovanili, una moglie creola, Fanny Nisbet, che amò teneramente e in seguito abbandonò, proprio come Napoleone lasciò la moglie creola, Giuseppina Beauharnais. Ci fu anche un’amante famosa, Lady Emma Hamilton, per la quale si concesse


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qualche follia. Sopra: La Captain di Nelson nella battaglia di Capo St. Con le vittorie giunseVincente, dove sconfisse gli spagnoli (cortesia del Museo della ro anche la fama e la città di Portsmouth). Sotto: il famoso dipinto di Benjamin notorietà che lo trasfor- West, pittore di soggetti storici per il re d’Inghilterra, raffigumarono in un uomo rante Nelson avvolto in un sudario bianco come Gesù amato e odiato. Pieno Cristo, sollevato da Nettuno e offerto a Britannia, (cortesia di Anthony Cross). d’orgoglio egli parlava di sé in terza persona: “Nelson arriva, l’invincibile Nelson”, così scriveva a Fanny. Ancora: “Nelson è tanto al di sopra dei comportamenti scandalosi o meschini, quanto i cieli sono al di sopra della terra”, scrisse ad un commissario che lo accusava di aver lucrato sugli acquisti di bordo. Arrivò poi l’ultimo combattimento a rendere di rubino le acque di Trafalgar e, come sempre, incurante del pericolo, Nelson stesso combatté con il coraggio e l’audacia che lo distinguevano, come se ogni volta volesse sfidare la morte. A bordo della Victory,

che si era affiancata alla nave francese Redoutable, Nelson fu colpito con estrema facilità da un cecchino francese che lo individuò molto bene dalla sua divisa. Fu un’epica vittoria degli inglesi e una dura sconfitta per la Francia e la Spagna. E il mare, come se piangesse le centinaia di vittime, continuò a gemere e ad agitarsi per altri quattro giorni dopo quel 21 ottobre 1805. Il cielo rovesciò sulle acque piogge sferzanti e il vento cercò invano di disperdere il lamento dei morti. Poi calò un silenzio luttuoso rotto dalle onde che s’infrangevano sul promontorio di Trafalgar, muto testimone dell’ultima battaglia di Horatio Nelson. ❂

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Voglio costruire una barca! Sarebbe bellissimo vederla sempre nell’alto e vasto mare. Libertà sarà scritto sull’albero maestro e ubriaca di libertà viaggerà. …grida il gabbiano a gran voce: “Urrà siamo liberi e pronti a prendere il volo…” Quanto sono felice in alto mare! Tratta dalla poesia Liberty, composta nel 1880 e pubblicata nel 1998 in Sissi, Warheit und Legende (Sissi, verità e leggenda). 34 OTTOCENTO


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I viaggi

issi S

di

per mare E 





A sinistra: ritratto dell’imperatrice in vestito da camera, dipinta da Winterhalter nel 1864. Sopra: veduta dell’Isola di Odisseo, Corfù, tratta da un libro dell’epoca. Questa atmosfera tipicamente romantica impressionerà Sissi a tal punto da farle eleggere l’isola uno dei suoi rifugi prediletti. A lato: L’imperatrice a bordo di una nave (acquerello di Leopoldine Ruckgaber).

lisabetta, Sissi, Erzébet, Imperatrice d’Austria e Regina d’Ungheria, Titania: molti nomi per descrivere i tanti volti di una donna poliedrica e misteriosa che rappresentò una sfida per il suo tempo e un’immagine controversa non solo per la corte di Vienna, ma per il mondo intero. Sissi e il mare, un binomio di fuga e desiderio di incontrare se stessa, misto al bisogno di evasione. Il mare diventò gradualmente la sua meta e il suo elemento. Si identificava con i suoi tumulti e sognava di volare come un gabbiano sulle sue alte onde. Il desiderio del mare nacque non appena Elisabetta approdò alla Hofburg nel 1853. A quel tempo Sissi era una ragazza di sedici anni appartenente

di Elisa Rubini

al ramo cadetto della famiglia reale di Baviera, educata in piena libertà e non avvezza al contegno e alla diplomazia, ritrovatasi sola nel mezzo di una corte ostile che aveva cercato in tutti i modi di mettere sul trono, in mancanza di una straniera cattolica, almeno una delle brillanti contesse della vita di corte. Invece la

scelta dell’imperatore era caduta sulla sua giovane cugina, rivista in occasione del suo ventitreesimo compleanno a Bad Ischl e subito eletta a futura sposa. Elisabetta, soprannominata Sissi, dimostrò quasi subito l’insofferenza per la vita di corte e il desiderio di fuga. Nei



suoi diari poetici, ricchi di versi che lei stessa dedicò alle anime del futuro seguendo l’amato poeta Heinrich Heine, traspare con chiarezza la sua insoddisfazione e amarezza per una vita non vissuta pienamente, per le delusioni del matrimonio iniziato con trasporto e naufragato nel protocollo e nelle necessità del paese. E fu per questo che iniziò il pellegrinaggio di Sissi in cerca di se stessa e il mare diventò l’elemento chiave del suo viaggiare. Il viaggio era l’occasione per distrarsi, ma non per vagare senza meta, e soprattutto per sottrarsi allo sguardo dei curiosi. La rotta e le destinazioni venivano studiati con largo anticipo e preparati con cura ed attesa. Niente come attraversare l’Oceano rappresentava il suo sogno. Avrebbe voluto recarsi in America, ma il nuovo conti-

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nente era troppo lontano per un’imperatrice in fuga dai suoi problemi e dal protocollo. L’occasione del suo primo viaggio venne da una malattia ai polmoni che colpì Sissi nel 1860 dopo la nascita dell’erede al trono, il figlio Rodolfo. Le gravidanze (Sofia, Gisela le due figlie, la prima morta tragicamente a soli due anni, e Rodolfo) avevano troppo indebolito la fragile costituzione dell’imperatrice che reclamava spazio per se stessa. La preoccupazione per la sua salute divenne pressante e l’imperatore accettò l’offerta della regina Vittoria d’Inghilterra, così Sissi salpò sullo yacht Victoria and Albert, gentilmente prestato dalla sovrana, alla volta di Madera. Il viaggio e il soggiorno nell’isola furono scelti non solo per il meraviglioso clima, ma anche per la lontananza da Vienna che avrebbe reso poco frequenti le visite dell’imperatore e del seguito. Francesco Giuseppe si abituò a pensare a sua moglie più come a un’immagine ideale e sublime che come a una donna presente con cui poter condividere la vita di ogni giorno. In com36 OTTOCENTO

nenza al mare, erano gli unici rimedi per la sua malattia, la quale più che fisica aveva connotazioni psicologiche. Sissi si rivedeva nei panni di un gabbiano che volava libero sul mare toccando le onde, e non come un uccellino in una gabbia dorata. Anche quando fece ritorno alla corte per far fronte ai suoi impegni di imperatrice non rinunciò ad alcune puntatine verso il mare. Utilizzando le carrozze del treno allestito per lei, secondo i suoi desideri e necessità, Elisabetta si avventurava attraverso i Balcani alla volta delle spiagge allora inesplorate della Croazia per godere dello splendido mare e per tuffarsi nelle onde. La pratica del soggiorno balneare non era molto in voga a metà dell’Ottocento, mentre erano apprezzate le loca-

lità termali, di cui l’Austria era particolarmente ricca. Sissi però disdegnava qualunque occasione mondana al di fuori della caccia, che rimase sempre uno dei suoi passatempi preferiti, soprattutto perché le permetteva di esercitare la sua destrezza di



penso però la salute dell’imperatrice migliorava, la foto che la ritraeva in compagnia delle sue dame a Madera suonando il mandolino e cantando fece il giro della corte e suscitò maldicenze. Il rilassamento e la tranquillità, che le venivano dalla perma-



In alto a sinistra: ritratto di Elisabetta da fidanzata, all’età di sedici anni (autore anonimo), 1853/54. Sopra: Villa Ermes presso il giardino zoologico di Vienna. La costruzione della Villa Ermes, realizzata dall’architetto Carl Hausenauer, era un regalo dell’imperatore per Sissi. Sotto: monumento di Sissi a Hellbrunn presso Salisburgo, realizzato da Edmund Hellmer.

amazzone. Mentre la prima donna dell’impero si preoccupava di viaggiare, negli anni a cavallo tra il 1859 e il 1870 la situazione politica era delicata: l’Austria stava perdendo i territori in Italia e la sua influenza sulla lega tedesca dimi-

nuiva drasticamente. Tuttavia questi timori non impedirono a Sissi di continuare per la sua rotta. Aveva un costante bisogno di passare da un luogo all’altro e proprio questa condizione di passaggio la rendeva felice. Amava i viaggi in barca perché si sentiva stretta nell’abbraccio del mare senza fine, e sognava di essere un gabbiano, come spesso si legge nei suoi diari. Si sentiva particolarmente a suo agio nell’acqua e, come testimoniano le lettere di Maria Festetic, sua fida dama di compagnia e confidente, i viaggi erano strapazzanti. Sissi non rinunciava ad imbarcarsi nemmeno con la tempesta, si muoveva senza sosta sulla nave, non soffriva di alcun mal di mare, anzi amava le grandi onde. Rimaneva inchiodata ad una seg-


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giola nel mare in tempesta, mentre tutto l’equipaggio temeva per la sua vita, e ricalcava l’esempio di Ulisse con le sirene. Il suo canto, però, era quello delle onde che la travolgevano e da cui sognava di essere a sua volta travolta in un oblio. In viaggio non rinunciava ad alcune delle sue abitudini preferite. Era nota la sua passione per il latte, e si portava in mare una capra per essere sicura di avere il latte fresco. Nel peregrinare dei suoi viaggi nel Mediterraneo visitò Grecia, Turchia ed Egitto, in differenti anni tra il 1860 e il 1889. Si innamorò della cultura e della storia di questi luoghi, specialmente degli antichi fasti della In alto: Il castello di Miramare nei pressi di Trieste, costruito Grecia. per l’arciduca Ferdinando Massimiliano tra il 1856 ed il In compagnia del suo 1860. La coppia imperiale ritenne Miramare uno dei più piaceprofessore privato Co- voli luoghi di soggiorno. Sopra: l’imperatrice Elisabetta alla stantin Christomanos, finestra dell’Atelier Albert a Monaco in una fotografia del 1865. imparò fluentemente



greco antico e moderno, per leggere ed interpretare i grandi classici, specialmente l’Iliade e l’Odissea. Da questa passione per il mondo greco venne il desiderio di costruirsi un rifugio nel cuore del Mediterraneo, nell’isola di Corfù. Sissi studiò e seguì i lavori per la costruzione dell’Achilleon, un’imponente villa neoclassica intesa come glorificazione del suo eroe preferito Achille e della sua passione per il mare. Tutto all’interno dell’edificio seguiva il gusto dell’imperatrice, fino ai dettagli delle posate create a forma di conchiglia e con soggetti ispirati ai frutti del mare, al peristilio con i busti dei filosofi. L’Achilleon rappresentava la ricerca di bellezza, equilibrio e perfezione che era propria dell’imperatrice.

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 A sinistra: le colonne

dell’Olympeon ai piedi dell’Acropoli ad Atene. Sotto: ritratto informale dell’imperatrice, dipinto da Winterhalter nel 1864. In basso: immagine di una strada di Messina. Il viaggio che Sissi intraprese nell’inverno del 1898 portò l’imperatrice a visitare la Sicilia e il Nord Africa.

stessa. Un’eccentricità che fece inorridire il suo augusto consorte fu la scoperta dell’ancora tatuata sulla sua spalla sinistra. La figlia prediletta Maria Val e r i a , annotò n e i

Sissi esaltò Corfù e la elesse nei suoi diari a soggiorno ideale per il clima, le passeggiate nell’ombra interminabile degli ulivi e la piacevole brezza del mare. La passione marittima si mostrò anche nei simboli che Sissi scelse nell’adornare non solo la villa, ma anche se

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suoi diari la sorpresa per la scoperta del tatuaggio, che venne però ritenuto da lei un’originalità non così scioccante. Sissi si era trasformata, grazie ai suoi viaggi e alla lontananza da Vienna, in una donna consapevole del suo fascino e della sua potenziale influenza nelle questioni politiche come in quelle di corte. La situazione della sua famiglia dopo una parabola ascendente si trovava nella metà degli anni Sessanta ad un bivio cruciale. Il suo amato cognato Massimiliano, spinto dall’ambiziosa moglie Carlotta, aveva lasciato le sue prerogative dinastiche nella successione al trono asburgico per imbarcarsi alla volta del Messico con il titolo di imperatore, assegnato a tavolino da Napoleone III di Francia, ma non dalla volontà del popolo messicano. Sissi accorse per mare, e si riunì a Massimiliano e Carlotta a Miramare prima della loro definitiva partenza per quella che si sarebbe rivelata un’avventura senza scampo. Ancora una volta il mare emerse come protagonista di questa storia di abbracci incrociati tra i due cognati ed amici, e come elemento separatore dei due destini del ramo Wittelsbach. Massimiliano, attraversando l’oceano, approdò in una realtà insperata, non a fondo conosciuta e in ultima analisi fatale. Altri destini infelici quelli delle due sorelle di Sissi, Maria e Matilde: divenute ris-


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LCa MD er di

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urono i boschi dell’Îlede-France e non le onde dell’oceano i paesaggi su cui aprì gli occhi al mondo Claude Achille Debussy, nato a SaintGermain-en-Laye nel 1862, su un altopiano che guarda la Senna e Parigi. E neppure ne vide molto poi, di mare, occupato prima negli studi al Conservatorio di Parigi (1872-84), poi nell’intensa attività di compositore, raffinato nello stile, vicino idealmente alle correnti poetiche simboliste dell’epoca e all’arte degli impressionisti. Composizioni cameristiche, per piano, per balletti, lavori teatrali, opere coristiche, canta-

laude

di Alessandra Moro

te, ma è la musica per orchestra che riflette in maniera più nitida una sua peculiarità, la frequente strutturazione sulle proporzioni della sezione aurea. Principio matematico enunciato da Euclide, la proporzione aurea rappresenta la parte del segmento che è media proporzionale tra l’intero segmento e la parte rimanente; applicata all’arte dai Greci per ricreare l’ottimale riproduzione estetica delle parti (esempio più chiaro il Partenone), tale regola si ritrova anche nella composizione musicale, mediata da un’osservazione del matematico Fibonacci, che nel Liber abaci del 1202 individuò una serie di nume-

ebussy



ri aurei, facilmente rapportabili alle unità di misura musicali come la durata, la quantità di note di battute, e via dicendo. Ne fecero tesoro in particolare Bartòk e Debussy, quest’ultimo con risultati straordinari ne La Mer (1905). Claude ragazzino, ospite a Cannes del suo padrino, il banchiere Achille Arosa, aveva per la prima volta avvicinato il mare; adulto, attraversò due volte la Manica. Qui terminarono le sue esperienze con la distesa d’acqua, che però esercitò sempre grande fascino, come confessò in una lettera del 1903, mentre La Mer cominciava ad albeggiare nella sua mente: "Ho ancora una

grande passione per il mare". Nel 1905, a Eastbourne, sulla costa inglese della Manica, terminò il poema sinfonico, tripartito in De l’aube à midi sur La mer (Dall’alba al meriggio sul mare), Jeux des vagues (Giochi d’onde) e Dialogue du vent e de La mer (Dialogo del vento e del mare). Tornato a Parigi, presentò la composizione il 15 ottobre, su direzione orchestrale di Camille Chevillard. In precedenza, Debussy si era immerso fra le onde scrivendo tre Notturni (1899), dove accanto a Nuages (Nuvole) e Fêtes (Feste) serpeggiavano seducenti Sirènes (Sirene). Molti altri suoi titoli riecheggiano liquidi, tra cui


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I GORGHI DI NARUTO NELLA PROVINCIA DI AWA DI HIROSHIGE E LA GRANDE ONDA DI HOKUSAI

L e onde giapponesi 

A

di Laura Fanti

confronto, le due opere dei più importanti artisti giapponesi dell’Ottocento rivelano il carattere dei loro artefici: tanto Hokusai è attratto dal disegno e dalle linee quanto Hiroshige è affascinato dal colore. Questo non è sufficiente a creare uno iato tra loro perché ad un primo sguardo l’osservatore frettoloso potrebbe immaginare che si tratti addirittura di due opere molto simili: nonostante la diversità di formato, in entrambe ci sono delle onde in primissimo piano, un monte sullo sfondo e, soprattutto, un’enorme onda sulla sinistra che termina in fanta-

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siosi ricci. La prima cronologicamente è l’opera di Hokusai, appartenente al ciclo delle Vedute del monte Fuji, quindi realizzata tra il 1830 e il 1832. Il fascino romantico e sublime del soggetto ne faceva un’opera molto ammirata dagli artisti occidentali, da Whistler a Manet. La notorietà di questo lavoro è tale che raramente si ha consapevolezza che Hokusai non sta solo rappresentando il movimento impetuoso dello tsunami, ma sta anche “raccontando” un evento: la lotta delle barche per resistere alla sua forza, con gli uomini ben presenti e ben rappresentati dall’artista! Un


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altro particolare non secondario che diviene spesso marginale è il monte Fuji sullo sfondo, ridotto alla stessa stregua delle onde, tanto da confondersi in altezza, forma e colore con il mare. Così il cielo e le nuvole divengono forme fluttuanti, senza orizzonte l’uno e quasi forma-specchio dell’onda il secondo. I gorghi di Naruto nella provincia di Awa di Hiroshige è un’opera del 1855. Nasce nel momento in cui il Giappone si apre all’Occidente e segna un passaggio nuovo nella storia dell’arte giapponese, non più definibile come giapponese od orientale soltanto. De La Grande Onda mantiene la struttura, l’assetto, ma a differenza di questa qui è tutto giocato sul colore e sulla sua carica

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simbolica. Domina il blu di Prussia, un colore nuovo per il Giappone, un colore occidentale, il resto è una striscia di rosso nel cielo e una striscia di terra verde (due colori complementari), che sembrano

abbracciare la collina azzurra in fondo (a ricordo del monte Fuji di Hokusai). Il soggetto è in primissimo piano: mentre l’onda di Hokusai era sublime e distante, questi gorghi sono vicini, vengono incon-



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Sopra: La grande onda, di Katsushika Hokusai, uno dei più celebri dipinti giapponesi. Sotto: un trittico di Hiroshige sempre sui Gorghi di Naruto.

tro al nostro sguardo e penetrano quasi nel ❂ nostro io.

Il mare si fa nero: C’è una meta per il le voci delle anatre, vento dell’inverno: il rumore del mare oscuramente bianche Ikenishi Gonsui (1650-1722)

Matsuo Bashù (1644-1694) OTTOCENTO 43


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oseph Mallord William Turner era figlio di un barbiere e di una donna sulla cui esistenza egli preferì spesso tacere per evitare ogni sorta di scandalo: aveva seri problemi psichici e finì gli ultimi sei anni della sua vita in manicomio. La pazzia all’epoca era considerata una vergogna da nascondere. Le umili origini di Turner non trapelano dal suo lavoro, a dimostrazione del fatto che la vita di un artista e la sua opera restano, per quanto gli studi di psicologia vorrebbero il contrario, due mondi a sé. Turner appariva come un uomo semplice, dall’aria poco intellettuale e dall’accento ben poco londinese, pur essendo nato a Londra, l’opposto della raffinatezza e della comples-

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«L’atmosfera è il mio stile» di Laura Fanti





Sopra: Stonehenge, del 1827 circa. Un evanescente e affascinante acquerello riproducente il tramonto sul mare in quella località. A fronte: Pescatori francesi e nave postale inglese, particolare, 1803 (National Gallery, Londra).

sità dei suoi bellissimi quadri. Consapevole della lontananza dall’alta società che frequentava, essendo esponente di spicco della Royal Academy, si ritrasse raramente; la prima volta nel 1799, in un’opera particolarmente intensa, realizzata proprio negli anni dell’internamento della madre, in cui si è rappresentato come un giovane dandy antelitteram, ma con una curiosa macchia attorno agli occhi, un colore che sembra fluttuare e quasi offuscare lo sguardo di chi non vuole vedere o vuole nascondersi. Un disinteresse totale per la figura umana, pochissimi ritratti e pochi esseri umani, ridotti quasi a silhouettes, a piccole statuine che sembrano formare lo scenario di una


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pettivamente regina delle due Sicilie e duchessa di Trani, erano state cacciate dai loro territori, vittime del succedersi degli eventi e del Risorgimento italiano. Per concludere il quadro nefasto, anche all’interno dell’impero asburgico non mancavano i problemi, specialmente con l’Ungheria. La questione ungherese fu l’unico caso di cui Sissi si interessò personalmente, usando il suo fascino e la sua intelligenza per facilitare la soluzione della doppia monarchia, che avrebbe assicurato equità di diritti e doveri per i due popoli e che avrebbe garantito all’impero divenuto austro-ungarico di mantenete un ruolo chiave nonostante i notevoli cambiamenti nello scacchiere internazionale. Una volta risolta la crisi, ci fu un riavvicinamento della coppia imperiale che portò alla nascita dell’ultimogenita Maria Valeria, la prediletta della madre, l’unica che poté tenere con sé e portare nei suoi viaggi attraverso le rotte del Mediterraneo. Il rapporto con la figlia segnò gli anni più tranquilli della sua esistenza. L’idillio familiare fu interrotto dalla tragica morte del figlio Rodolfo nel 1889. Il suicidio-omicidio di Mayerling sciolse i legami di Sissi con Vienna, e ancora di più il matrimonio della adorata Maria Valeria segnò il distacco dal mondo e dalla vita in generale. Nel diario poetico si

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legge lo spartiacque della sua esistenza: “Io rattristata allargo le mie ampie ali bianche, nulla



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mi farà più tornare”. L’immagine della donna affascinante e coraggiosa, dedita al culto della



Sopra: l’Achille morente opera dell’artista berlinese Ernst Herter nel giardino dell’Achilleon, Corfù. Insieme al poeta Heinrich Heine, l’eroe greco rappresentava uno dei miti dell’imperatrice. Sissi si ispirava ad entrambi per comporre i suoi versi e li menzionava con trasporto nelle righe del suo diario poetico, il primo come maestro e il secondo come ideale di bellezza e gioventù. Sotto: Elisabetta con le sue dame di compagnia a Madera nel 1860. L’imperatrice suona il mandolino.

bellezza sfumò nelle sembianze di una mater dolorosa che vaga con la sua pena in cerca di un’assoluzione e di un perdono per non aver amato abbastanza il figlio, il marito e forse anche il paese. Sissi non abbandonerà più il lutto e vagherà senza sosta fino a quando la morte la coglierà per mano di un anarchico italiano, Luigi Licheni, sulle sponde del lago di Ginevra. Scomparve così, in punta di piedi, lontana da tutto, dai suoi affetti, costante pellegrina, come avrebbe voluto, in un soffio, guardando il riverbero dell’amata acqua, colpita a morte da un pugnale mentre scendeva dal vaporetto. In quel momento il suo viaggio terreno arrivò alla fine, ma il suo spirito è ancora presente a Vienna e attira la curiosa attenzione che le riservano le “anime del futuro”: la posterità a cui ha dedicato i suoi versi e da cui si aspettava un po’ di comprensione. ❂

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Nella foto, a fronte: Claude Debussy al piano in una serata con gli amici. Sotto: ritratto del Maestro. Sopra: particolare del dipinto Controluce, 1899, di Giuseppe Sacheri.

arpa. Congedo con il Dialogue du vent e de La mer, che sottolinea la mutevolezza dei paesaggi marini, nell’incontro e nello scontro degli elementi naturali. Claude Debussy morì a Parigi il 25 marzo 1918 mentre l'esercito tedesco

si avvicinava. Pochi anni dopo, Federico García Lorca gli dedicò questo delicato componimento, uno dei Tres retratos con sombras, raccolti nelle Canciones, che non a caso dipinge un onirico ritratto notturno, specchiato sull’acqua: ❂







Mi sombra va silenciosa por el agua de la acequia. Por mi sombra están las ranas privadas de las estrellas. La sombra manda a mi cuerpo reflejos de cosas quietas. Mi sombra va como inmenso cínife color violeta. Cien grillos quieren dorar la luz de la cañavera. Una luz nace en mi pecho, reflejado de la acequia. 



La mia ombra va silenziosa sull’acqua del canale. Nella mia ombra stanno le rane private delle stelle. L’ombra manda al mio corpo riflessi di cose quiete. La mia ombra va come immensa cinipe color viola. Cento grilli vogliono dorare la luce del canneto. Una luce nasce nel mio petto, riflesso nel canale.





dell’Autore, che lasciava alle spalle la cosiddetta “fase impressionistica” di fine Ottocento per riguadagnare nella sua costruzione compositiva una forma classica più matura e ragionata. Con un procedimento quasi maieutico, Debussy in La Mer non declama a chiare lettere, non impone la sua visione, ma suggerisce discretamente spunti per dare all’ascoltatore la possibilità di sentire e vedere a propria immaginazione le danze dell’acqua. De l’aube à midi sur La mer parte con un très lent di fiati, acquistando poi un movimento allegro attraverso il graduale aumento del numero degli strumenti, secondo la tecnica della “stratificazione”. Jeux des vagues si impone invece immediatamente con maggior vigore, tra piatti, campanelli ed



Le jet d’eau (Il getto d’acqua), La mer est plus belle (Il mare è più bello), Jardins sous la pluie (Giardini sotto la pioggia), Reflets dans l’eau (Riflessi nell’acqua), Poissons d’or (Pesci d’oro), Ondine (Ondina), En bateau (In barca), Pour remercier la pluie au matin (Per ringraziare la pioggia al mattino). L’acqua cade, scorre, bagna, impregna, schizza, inonda, avvolge, culla. L’influenza della contemporanea poesia simbolista è molto forte: Debussy si era, con elegante esito, orientato anche a musicare testi di Verlaine, Baudelaire e Mallarmé, in cui protagonista è l’eau, fluida e imprendibile, corrente e sfuggente come il trascorrere dell’esistenza, su un sostrato di malinconia ed evanescenza. La prima parigina di La Mer tuttavia suscitò reazioni discordi: alcuni critici non ritrovarono le ipnotiche evocazioni di Sirènes ed espressero chiaramente la loro delusione, altri intravidero invece, più profondamente, un’evoluzione nello stile

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pièce teatrale, che sembrano assistere allo spettacolo della natura o all’evocazione di un

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evento storico, che Turner spesso dipingeva alla maniera dei capricci settecenteschi, mesco-

lando fonti storiche e vedute. In Turner è la natura, in forma di paesaggio, a

dominare: nelle vedute immaginarie, nelle rappresentazioni dal vero e, soprattutto, negli schizzi

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Sopra: lo straordinario Chiaro di luna azzurro su sabbie gialle, del 1824. In questo dipinto tipicamente romantico Turner esprime una grande poesia e si affianca come suggestioni a Caspar Friedrich. In realtà il chiaro di luna non è azzurro ma è il cielo che lo diventa per lo schiarirsi della luce. Il mare è una pura striscia di colore.

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Turner fece una dichiarazione di poetica, forse involontaria. Non solo l’oggetto dell’opera è qualcosa di tradizionalmente insignificante, ma che s’inserisce perfettamente nel clima romantico inglese di quegli anni tanto da affiancarsi ai contemporanei Keats e Coleridge, e a Friedrich, ma anche il titolo sconvolge: è un quasi sinestetico, il chiaro di luna non è azzurro, semmai è il cielo che diventa azzurro per lo schiarirsi della luce. Inoltre, anche se Turner non ci dice soltanto “studio di azzurro e giallo”, è come se ce lo dicesse: in realtà non sta facendo uno studio per un quadro con un soggetto preciso ma uno studio sui colori, quei colori che più di tutti stanno ad indicare l’alternarsi notte-giorno/buio-luce, l’effetto che più gli interessava. Qui il mare è una striscia di colore. È pura orizzontalità e sarà sempre così negli anni della maturità,



In alto: Mattina dopo il naufragio, 1840. Sopra: lo splendido effetto di Tramonto infuocato, 1825-1827. Sotto: la Foce del fiume Humber, 1824, acquerello di cm 16 x 24 (Tate Gallery, Londra).

dove invece ad accendersi di luce, di fuoco e di tempesta sarà il cielo, come in Tramonto infuocato (1825-27), acquerello romantico per eccellenza di cui, senza

l’indicazione del titolo, probabilmente non avremmo capito molto… ma anche così siamo ai limiti dell’astrazione e possiamo solo immaginare cosa è raffi-

gurato nella parte bassa dell’opera: un lago, una pianura? Una costa marina? A Turner non interessa: tutto il suo lavoro è concentrato sulla parte alta dell’acquarello, dove avviene un’esplosione di rosso corallo e dove un piccolo sole è appena accennato, nascosto tra le nubi, che forse si riflettono sul mare o forse Turner stava ancora abbozzando il mare… non possiamo saperlo. Chissà, forse siamo davanti ad un’altra rivoluzione pittorica: un pre-simbolismo, un’assegnazione di valori nuovi al colore e alla natura, come se qualcosa si fosse finalmente calmato nella vita del pittore, come se avesse smesso di sfidare i veneti e Lorrain per ritrarsi nella propria interiorità e realizzare soltanto opere che nascessero dal suo io profondo, finalmente libero e lontano dall’Accademia e dai sa❂ lotti.


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A destra: il Nautilus accende i suoi fari in emersione. Sotto: nel sommergibile vi era un oblò che consentiva di ammirare la vita sottomarina.



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o scrittore francese Jules Verne ( 1 8 2 8 1905) nacque a Nantes in un periodo in cui la città era ancora un importante porto commerciale. Il piccolo Jules, dalle finestre di casa sua, poteva ammirare gli alberi delle imbarcazioni ondeggiare al lieve movimento della Loira, così vicina al mare da vestirne gli effluvi. Nei suoi Souvenirs d’enfance et de jeunesse, Verne dichiarò con orgoglio d’essere cresciuto “in mezzo al traffico marittimo di una grande città commerciale, punto di partenza e di arrivo di tanti viaggi di lungo

ognando il mare con J ules erne V di Maria Giulia Baiocchi



corso”. Ovunque spuntavano velieri, clipper, golette e il Verne ragazzo, con la fantasia, si arrampicava lungo le sartie, si issava sulle coffe, si aggrappava alla formaggetta degli alberi. Ma, timido com’era, mai avrebbe osato chiedere di salire su una di quelle navi. Solo una volta scalò il bastingaggio di una trealberi rimasta senza guardia. La sua mano afferrò una drizza e la fece scivolare nella puleggia, gli sembrò per un attimo che la nave potesse davvero allontanarsi dal pontile, e lui, otto anni appena, l’avrebbe condotta lontano! Sentiva il vento portargli l’odore della salsedine,

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La Voce del Mare ancora sconosciute ai tempi dello scrittore, il fascino dell’azzurrità infinita degli oceani, la credenza che negli abissi si celassero mostri capaci di annientare interi equipaggi, il fascino di mari che si univano con l’orizzonte, il brillio di stelle dorate appese al cielo reso nero dalla notte, i colori vivaci di pesci dalle livree sgargianti, tutto questo si mescolava e riprendeva vita nella vivace mente di Verne che conciliava la sapienza alla fantasia nutrendo i suoi lettori di storie fantastiche che sembravano vere. Ci fu per Verne il mare

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della geografia, Verne azzardava laddove il sapere umano non usava avventurarsi. I suoi eroi andavano incontro all’ignoto con coraggio, determinazione e intelligenza, affrontando i misteri con razionalità, cercando risposte che potessero soddisfare la curiosità che li spingeva ad andare oltre. E in mare si svilupparono molte delle trame di Verne, da sempre affascinato dalla sua vastità, dai tesori nascosti, dalla vita rude che si conduceva sulle navi, da quegli odori forti che si respiravano a bordo o dall’esistenza vagabonda di marinai votati all’avventura. La grandiosità delle sue acque, tante delle quali erano



intorno a lui il profumo del legno, delle spezie e del catrame lo stordiva come l’ebbrezza per l’improvvisa libertà conquistata. Diventato uomo, sarebbe stato semplice per lui imbarcarsi su un veliero qualsiasi e affrontare il mare andando alla scoperta di mondi sconosciuti oppure abbandonarsi al sogno, all’avventura immaginata con forza, creata grazie alla sua fantasia capace di proiettarlo nel futuro e in grado di stupire i milioni di lettori che lo seguirono attraverso i suoi viaggi fantastici. Complice un secolo che si risvegliava davanti alle continue scoperte della chimica, della fisica, della meccanica e

sotterraneo del romanzo Viaggio al centro della Terra, un mare furioso, dove la violenza di vortici influenzati dalla gravità terrestre trascinava la zattera degli esploratori in un uragano che solo miracolosamente li risparmiò. Proiettati di nuovo all’esterno dall’eruzione di un vulcano, si ritrovarono sulle rive di un altro mare, il Mediterraneo, a ben 1200 leghe di distanza dall’Islanda, la terra dalla quale era iniziato il viaggio. Resta scolpita nella memoria di chi amò Verne la figura emblematica del capitano Nemo, un vero signore del mare, un personaggio leggendario costruito con maestria dallo scrittore. Verne aveva la necessità che questa figura mitica non avesse più bisogno di mettere un piede sulla terra, i fondali marini dovevano essere il suo mondo. Nacque così Ventimila leghe sotto i mari e il capitano Nemo che, a bordo del suo modernissimo sottomarino Nautilus, viaggiava attraverso gli abissi. Egli, attaccato dalla fregata Abraham Lincoln che gli stava dando la caccia, l’affondò e poi raccolse a bordo i tre superstiti: il giovane professor Pierre Aronnax, il suo domestico Conseil e il fiociniere canadese Ned L’equipaggio del Nautilus esce Land. per un’esplorazione in scafan- I prigionieri, ai quali dro sul fondo del mare. Notare salvò la vita, viaggiarol’improbabile fucile nelle mani no sul Nautilus ammidel palombaro. Sopra e a fronte: varie immagini tratte rando dagli oblò gli da libri dell’epoca. splendidi fondali mari-




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ni degli oceani. Essi videro i resti di Atlantide e scoprirono i tesori dei vascelli affondati; scorsero preziosi coralli, pesci multicolori, colonie di ostriche, argentee meduse, polipi giganti, vegetazioni lussureggianti ricche di fiori splendidi e mai veduti da occhio umano. Il Nautilus aveva persino un porto segreto e inespugnabile: un lago marino situato all’interno di un vulcano spento. Il capitano Nemo, attrezzato con speciali costumi da immersione ad aria compressa, si faceva accompagnare dai suoi ospiti-prigionieri nelle battute di caccia, ma guai ad uccidere inutilmente, ammoniva irato il capitano, già preoccupato di salvaguardare la fauna marina. Chi fu più ossessivo? Verne o il Capitano Nemo? Forse il primo, capace di lottare con l’editore Hetzel, una delle rare volte, per difendere la trama del romanzo che doveva essere solo suo. La verità su Nemo, Verne la svelò in un altro notissimo libro dove il mare spadroneggia: L’Isola misteriosa. I naufraghi che l’abitarono, s’accorsero presto che una figura enigmatica accorreva sempre in loro aiuto. Chi si nascondeva negli abissi marini? O forse sotto il vulcano che infine si rivelò pericolosamente attivo? Altri non era che il Capitano Nemo, ormai anziano e

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morente. Egli rivelò la sua storia: era un principe indiano e odiava gli inglesi per tutto quello che avevano fatto al suo popolo. In punto di morte chiese ai naufraghi l’assoluzione dai suoi peccati e poi di essere affondato con il Nautilus e i tesori accumulati, tranne uno scrigno di gioielli che donava loro affinché li usassero a fin di bene. La furia del vulcano insieme alla forze

del mare non tardarono a farsi sentire e presto dell’isola verdeggiante in mezzo al Pacifico rimase solo uno scoglio. I naufraghi furono salvati da un panfilo, ma essi non dimenticarono mai “quell’isola che, per quattro anni, era bastata a tutti i loro bisogni e di cui ormai non restava più che uno spuntone di scoglio granitico battuto dalle onde del Pacifico, tomba di colui che era stato il capitano Nemo!”. ❂

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 A sinistra: Autoritratto,

1799 circa (Tate Gallery Londra). Sotto: Sidmouth, Devon un acquerello del 1825-27. In basso: Nave incagliata, olio su tela del 1828.

ai suoi numerosi viaggi, spesso avventurosi, come testimonia Il molo di Calais con pescatori francesi che escono in mare mentre arriva la nave postale inglese (1803), in cui è narrato un episodio che l’artista visse in prima persona mentre attraversava la Manica. Questo dipinto appartiene al primo periodo della produzione dell’artista, più descrittivo e più legato en plein air, fissati su migliaia di taccuini. Egli si serviva di matita e di acquerelli, a volte preferendo il supporto di carta azzurra, che gli permetteva una migliore resa delle mezze tinte rispetto al bianco abbagliante. In tutti i taccuini, lo studio del mare e del suo moto incessante sono una costante, legata

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a maestri come Poussin e Lorrain che ai pittori contemporanei, anche se è già arricchito da note romantiche, come il vorticare delle onde e l’infuocarsi dei cieli. Il suo periodo più moderno e “avanguardistico” si colloca, invece, dopo gli anni venti dell’Ottocento, periodo che segue al suo viaggio in Italia, quando iniziò a schiarire la tavolozza e a semplificare le forme, ossia a realizzare le opere che lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo, soprattutto come precursore dell’Impressionismo. In quelle opere Turner si è concentrato maggiormente sugli effetti atmosferici del colore seguendo i principi espressi da Goethe in Zur Farbenlehre (1810), il libro sulla teoria dei colori che sarà la base per tanti pittori dell’Ottocento e che Turner poté leggere in una traduzione inglese. Fin dal 1824, nel bellissimo Chiaro di luna azzurro su sabbie gialle,


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Le avventure di Gordon Pym U

cano che, con una brusca virata verso toni quasi esoterici, non si disvela, ma appare in tutto il suo immenso e inquietante splendore.

Poe nasce a Boston nel 1809 da due attori girovaghi. Rimasto precocemente orfano, viene adottato da un ricco mercante di Richmond, John Allan, per volere del quale compie gli studi primari in Inghilterra, dove resta fino al 1820. Affettivamente, la sua vita è segnata da amori impetuosi e dalla rottura con il padre adottivo, che lo cancella dall’eredità. Poe riscuote molto successo come giornalista, tanto da giungere a ricoprire un ruolo di alto livello nel Southern Literary Messenger, mentre la sua carriera di scrittore conosce un andamento molto altalenante. Nel 1835 sposa Virginia Clemm, figlia della zia di Baltimora che lo sosterrà econo-







Edgar Allan Poe

micamente per tutta la vita. La morte della moglie, nel 1847, distrugge una sensibilità tormentata e già provata dall’abuso di alcol. Il 3 ottobre del 1849, Poe viene ritrovato in una locanda in stato d’incoscienza. Lo scrittore considerato capostipite di vari generi letterari, dalla fantascienza al poliziesco, morirà pochi giorni dopo.



c’è salvezza. Guidandoci nella lotta cosmica tra le potenze del Bene e del Male, spesso giocate a livello squisitamente fisico (strenua sopravvivenza contro l’accanimento della morte), l’autore ci traghetta oltre, a quell’ar-





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rivoluzionario della sua opera, ma anche perché ai loro occhi egli realizzò quella coesione tra arte e vita all’epoca tanto ambita. In Italia, la fortuna di Poe venne sancita dall’interesse dei neorealisti verso la letteratura americana; la prima traduzione critica del Gordon Pym fu di Elio Vittorini. All’epoca della sua pubblicazione, nel 1838, il romanzo risentì del mito dell’Antartico, che attirò gli esploratori e accese la fantasia degli artisti – si pensi anche al Frankestein di M. Shelley – per i quali il ghiaccio eterno giunse a configurarsi quasi come una soglia di conoscenza. E Poe ne compì una rilettura personale; seppure narrato in prima persona, il Gordon Pym è completamente privo di elementi di introspezione: qui è la Natura stessa delegata alla rappresentazione dell’orrore. Il Male vi è oggettivato nel crescendo di morte e distruzione che Poe, con una forza che è stata associata alla potenza wagneriana (E. Cecchi), mette in opera tra i suggestivi scenari oceanici. Nonostante il protagonista sopravviva, Poe sembra suggerire che per l’uomo non



nico romanzo compiuto di E. A. Poe, Le avventure di Gordon Pym narra le vicissitudini di un giovane imbarcatosi clandestinamente su una baleniera. Nella sua smania di andar per mare, Gordon sogna “fame e naufragi, prigionia e morte tra tribù barbariche, tutta un’esistenza di dolore e di lacrime sopra qualche grigio scoglio desolato, in mezzo a un oceano inaccessibile e sconosciuto”. Il giovane ignora fino a che punto d’orrore il suo viaggio potrà arrivare; di avventura in avventura, infatti, l’equipaggio viene travolto da una spirale di disgrazie che lo condurrà verso un finale misterioso e apocalittico. Letterariamente, il romanzo non è risolto in maniera del tutto felice; sembra, a volte, che l’autore non regga fino in fondo il timone della narrazione. In patria non riscosse grande successo, mentre influenzò tanta poetica europea di fine Ottocento. Per Baudelaire e gli Scapigliati italiani, tra gli altri, Poe rappresentò un riferimento non solo per il respiro





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Sopra: Passeggiata sulla scogliera, Pourville, 1882. Sempre una vista dall’alto delle scogliere in una giornata soleggiata. A sinistra: un bozzetto di Monet su uno dei soggetti preferiti, le scogliere di Etretat, dove sistema il cavalletto a pochi passi dal mare.

trasmette a Monet l’amore per la natura. Lo stimola a dipingere en plein air, a studiare gli effetti della luce sul paesaggio e a notare come i suoi colori cambino a seconda dell’ora del giorno o della stagione. All’inizio degli anni ’60 arriva a Le Havre anche Johan Barthold Jong54 OTTOCENTO

kind, olandese, che ritrae la costa della Francia settentrionale in acquerelli dal tocco leggero: Monet apprezza l’immediatezza della visione e la trasparenza atmosferica dei suoi soggetti. I tre dipingono spesso insieme a Le Havre, SainteAdresse, Honfleur, e nelle opere di quegli

anni Monet è chiaramente influenzato dalla composizione, lo stile e i colori dei due più anziani maestri. I dipinti di quel decennio sono caratterizzati da un tratto fluido ma analitico, che si sofferma con attenzione su ciò che coglie l’occhio del pittore. Le sue vedute della costa normanna, così come quelle di Parigi, manifestano con coerenza la volontà di rispettare al massimo la realtà fisica della perce-

zione. Lo spartiacque è segnato dall’opera che consacra la fama dell'Impressionismo, dando nome al movimento: Impressione. Sole nascente (1872) è dipinto proprio a Le Havre e rivela la straordinaria capacità di sintesi a cui Monet giunge in poco tempo, riuscendo a cogliere l’atmosfera fumosa del grande porto. Rispetto alla nettezza delle opere precedenti, negli anni ’70 la pennellata si va progressivamente frantumando in tocchi sempre più rapidi e sommari. La mano del pittore cerca di tradurre sulla tela la velocità della visione, che cambia con lo scorrere del tempo ed è la natura, col suo aspetto


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sempre mutevole e vario, a offrirgli innumerevoli spunti. L’acqua, in particolare, è pretesto per dipingere superfici ricche di sfumature, dai mille riflessi, e Monet ne fa il soggetto principale della sua ricerca. Nel 1873 si fa persino costruire uno studio galleggiante per dipingere “nell’acqua” e coglierne scorci inediti. L’estuario della Senna, che si dirama fin sulla costa normanna, viene attraversato da Parigi (in località come Bougival e Argenteuil, tra le più frequentate dagli impressionisti), a Le Havre, raggiungibile in battello. Nascono, così, opere mirabili, in cui l’artista riesce a fermare sulla tela l’atmo-

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Sopra: Le scogliere a Etretat, 1886, Monet ritrae la partenza delle barche al tramonto e parla in uno scritto dello splendido spettacolo che gli si presenta. A destra: un altro bozzetto marino ripreso nei pressi delle scogliere di Dieppe.

sfera rarefatta di quei luoghi suggestivi dove torna più volte, a partire dal 1881. Pochi anni prima aveva perso l’amata Camille, la compagna di sempre, da tempo malata, e tale perdita, oltre alle difficoltà economiche, l’aveva fatto precipitare in una profonda depressione. Sarà proprio con il ritorno alla terra d’origine, al mare che l’aveva accompagnato nella sua crescita d’uomo e d’artista, che Monet ritroverà la serenità per-

duta. Le falesie della Normandia (e più tardi la Mer Terrible della costa bretone) offrono vedute uniche, che l’occhio vorace dell’artista divora con inesausta passione. Il capanno a Trouville, bassa marea (1881), Presso Fécamp, marina (1881), Passeggiata sulla scogliera a

Trouville (1882), La Manneporte a Etretat (1883), Le scogliere a Etretat (1886) sono solo alcune delle tante opere che Monet dipinge negli anni ’80 e ’90, prima di trasferirsi definitivamente a Giverny. Egli è ormai padrone di uno stile che sa rendere, in pochi tratti, la potenza dell’acqua e la

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Le falaises di Monet e il mare impressionista 

catturava con qualche colpo di pennello il raggio a perpendicolo o la nube vagante e, eliminato ogni indugio, li trasferiva rapidamente sulla tela. L'ho visto cogliere così una cascata scintillante di luce sulla scogliera bianca, fissarla con un profluvio di toni gialli che rendevano in modo strano l'effetto sorprendente e fugace di quel



riverbero inafferrabile e accecante. Un'altra volta prese a piene mani un temporale abbattutosi sul mare e lo gettò sulla tela. Ed era davvero la pioggia che aveva dipinto, nient'altro che la pioggia che penetrava le onde, le rocce e il cielo appena individuabili sotto quel diluvio” (G. de Maupassant, La vie d'un paysagiste,

in Gil Blas, 1886).

Nel 1856 il giovane Claude Monet (18401926) incontra il pittore Eugène Boudin a Le Havre, in Normandia, dove vive con la famiglia e si guadagna qualche franco disegnando caricature. All’epoca la costituzione del gruppo impressionista è ancora lontana, ma Boudin, In alto: Presso Fécamp, marina, 1881. Monet offre con questa tela autore di marine, già pratica una pittura “dal una vista vertiginosa del mare dall’alto delle scoscese scogliere di Fécamp. Come sempre la luce è elemento determinante della sua pittura. vero”, fuori dall’atelier e



“H

o spesso seguito Claude Monet alla ricerca di impressioni. Non era più un pittore, ma un cacciatore. Camminava, seguito da alcuni bambini che portavano le sue tele, cinque o sei, dedicate allo stesso motivo, dipinto a ore diverse e con diversi riflessi. Le prendeva o le lasciava, seguendo ogni mutamento del cielo e aspettava, spiava il sole e le ombre,

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A sinistra: Il capanno a Trouville, bassa marea, particolare, 1881. Il consueto straordinario effetto di luce e le barche in lontananza. Sotto: Sulla spiaggia a Dieppe, 1885, è del periodo francese di Paul Gauguin, che ancora si ispira ai maestri impressionisti. A fronte: L’evasione di Rochefort, di Edouard Manet. Un soggetto storico del maestro, dove figura uno straordinario effetto della superficie del mare.

Emerge ora, come in altre occasioni, l’influenza dell’arte giapponese, aspetto determinante nella storia dell’Impressionismo: l’orizzonte alto, la composizione asimmetrica e il colore luminoso è tipico di tante stampe che circolavano allora e che Monet conosce e colleziona fin dagli anni ’60. Ne Le scogliere a Etretat, la luce dell’alba è resa con toni giallo-

suggestione dei suoi colori, sempre diversi. Non si sofferma sul dettaglio ma studia l’inquadratura in modo da rendere l’immagine la più efficace possibile. Ciò che lo interessa è trasmettere la vertigine che egli stesso ha provato avventurandosi su quegli scogli impervi, che dominano l’oceano. Da lassù le barche dei pescatori non sono che puntini appena visibili all’orizzonte e anche i personaggi sono figurette che, come in Passeggiata sulla scogliera, servono solo ad accentuare la grandezza di quei dirupi mozzafiato. 56 OTTOCENTO


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verdi che fondono, quasi in un’unica superficie, cielo e mare. In controluce si staglia, grandiosa, una delle tante fenditure che dominano Etretat e che egli ritrae spesso, sfidando persino il mare

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in tempesta (la Porte d’Aval, la Porte d’Amont, la Manneporte). Durante gli anni ’90 ai viaggi sulla costa francese si accompagna la scoperta di un paese magico: la Norvegia. Nel 1892, dopo una

lunga convivenza, Monet aveva sposato Alice Hoschedé, vedova del collezionista Ernest, che conosceva da molti anni. Così nel 1895 è ospite del figliastro Jacques a Sandviken, vicino a Oslo, dove fa

lunghe passeggiate e rimane affascinato dai mutamenti atmosferici su quell’immensità bianca. Il soggetto che gli ispira una vera e propria serie è il monte Kolsaal, una montagna che lo fa pensare al Fuji

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A sinistra: La Manneporte a Etretat, 1883, di Claude Monet. Sopra: ritratto del pittore.

Yama, in un paesaggio di fiordi simile a quello giapponese. Al suo ritorno le tele “norvegesi”, tra cui Il fiordo di Christiania, saranno esposte con successo alla Galleria Durand-Ruel. L’originalità e l’assoluta fedeltà di Monet al “motivo” emergono anche dal confronto con opere contemporanee. Egli dipinge spesso insieme a Frédéric Bazille in Normandia e ad Auguste Renoir e Gustave Caillebotte lungo la Senna. Dopo il 1885 Caillebotte acquista persino una proprietà vicino ad Argenteuil e ferma il cavalletto negli stessi luoghi dove avevano dipinto Monet e Renoir, dieci anni prima. In Barca a vela ad Argenteuil ripropone il tema delle regate, chiudendo l’orizzonte col ponte più volte immortalato dall’amico. Anche Edouard Manet, considerato maestro da molti impressionisti, ci offre spunti interessanti. 58 OTTOCENTO

Non è un paesaggista, come i suoi giovani adepti, e per dipingere il mare trova “pretesti” storici. Ne L’evasione di Rochefort narra un evento a lui contemporaneo: dopo la repressione della Comune a Parigi (1870), il rivoluzionario Henri Rochefort era stato condannato alla deportazione, ma con altri compagni organizza una fuga in barca e Manet lo ritrae proprio mentre solca il mare subito dopo essere evaso. Ben diversi, rispetto a

Monet, lo stile e la composizione dell’immagine, ma è presente anche qui il modello dell’arte giapponese. Paul Gauguin, infine, prima di lasciare l’Europa, cerca ispirazione nei luoghi frequentati dagli impressionisti e nel 1885 si spinge fino a Dieppe, dove realizza immagini che rimandano alle tante tele di Monet dedicate a quelle spiagge. Tuttavia i personaggi in primo piano rivelano un interesse per la figura umana che

Sopra: Il fiordo di Cristiania, 1895. Monet si è recato presso Oslo a trovare il genero e ne approfitta per realizzare un soggetto inusitato di paesaggio marino nordico nel quale riesce a rendere perfettamente le acque gelide di quel luogo.

esploderà appieno negli anni di Pont Aven, in Bretagna, avviando Gauguin sulla strada del simbolismo. La stagione dell’Impressionismo potrà dirsi, allora, con❂ clusa.


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I l mare dell’inconscio 

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l mare ha da sempre affascinato l’uomo e all’acqua, nel corso dei secoli, sono stati attribuiti significati diversi, talvolta opposti: essa è contemporaneamente simbolo di vita e morte, di conoscenza e oblio, di genesi e distruzione. Sigmund Freud, (1856 – 1939), il padre della psicoanalisi, rileva, nell’Interpretazione dei sogni, come l’acqua sia uno dei simboli onirici più comuni: spesso l’acqua rappresenta la nascita, probabilmente per un’allusione al liquido amniotico. Così l’uscire dall’acqua, ma anche l’entrarvi, indicano il parto, e nei sogni, come nella mitologia, la nascita può essere simboleggiata da un’im-

di Simona Guffanti

mersione, mentre i movimenti natatori possono richiamare alla mente quelli fetali durante la gravidanza. Ma, nell’affacciarsi al mare, l’immaginario si popola spesso anche di temi di morte. Nel famoso “sogno del castello sul mare” di Freud compare una suggestiva scena marina: “Un castello vicino al mare; in seguito non era più sul mare, ma su uno stretto canale che portava al mare (…) Poi c’era mio fratello accanto a me ed entrambi guardavamo dalla finestra il canale. Alla vista di una nave ci impaurimmo e gridammo: “Ecco la nave da guerra!”. (…) Poi arrivò una piccola nave, tagliata a metà, in modo comico”. In questo caso l’acqua fa affio-



rare preoccupanti angosce legate alla fine della vita: la nave del sogno ricorda a Freud la “navicella” su cui, in tempi antichi, venivano posti i cadaveri, affidati al mare per la sepoltura. Un rito funebre che pare sottolineare la ciclicità della vita umana: si consegna alle acque ciò che dalle acque ha avuto origine. Con il linguaggio visionario che gli è proprio, Freud, nell’Introduzione alla psicoanalisi, utilizza l’immagine del mare,

con la sua profondità misteriosa, per parlare dell’inconscio, cioè delle tendenze e degli istinti di cui non siamo consapevoli, ma che tuttavia agiscono in noi. Freud paragona ciò di cui l’uomo è consapevole alla punta di un iceberg, che però è solo la piccola parte visibile di una grande massa glaciale, nascosta sotto il livello dell’acqua. L’avventura della psicoanalisi mira a far acquisire all’uomo una maggior consapevolezza. Si tratta dunque di un viaggio di conoscenza negli abissi. Un’immersione che l’uomo prudente spesso evita, lasciandosi sfuggire però anche il bene conseguibile con l’assunzione del rischio. ❂

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el 1886 gli Impressionisti invitano nella loro ultima esposizione collettiva due nuovi artisti che saranno ricordati come i loro successori: Georges Seurat e Paul Signac. È un anno importante che segna la morte dell’Impressionismo tout court, anche se gli artisti opereranno per

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colori del mare di Laura Fanti

parecchi decenni ancora, e la nascita di nuovi fermenti, tra cui il Simbolismo, di cui Jean Moréas scrive il manifesto su Le Figaro del 18 settembre. Seurat e Signac daranno vita al cosiddetto Neo-Impressionismo (termine coniato dal critico Felix Fénéon, più consono rispetto a Pointillisme, utilizzato



prevalentemente in senso dispregiativo), portando alle estreme conseguenze le ricerche ottiche di Monet e Pissarro. Seurat morirà nel 1891 a soli 32 anni, ma in poco tempo riuscirà a compiere una delle più grandi rivoluzioni pittoriche di tutti i tempi. Avido lettore delle teorie scientifiche sul colore

(Chevreul, Blanc, Rood, Henry), è l’artista che più di tutti cerca di coniugare pittura e scienza sulla superficie pittorica. Quella che negli Impressionisti – soprattutto in Monet – era una fascinazione e non uno studio approfondito, diventa con Seurat una vera ossessione: il contrasto simultaneo dei colori,


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eoimpressionista 

A fronte, in alto: Brezza, Concarneau, o Presto, 1891, di Paul Signac. Sopra: Spiaggia a Heiste, un dipinto del 1891 di Georges Lemmen. Lemmen ci dimostra in questa vista che le opere «puntiniste» non sono affatto fredde e prive di poesia come qualcuno arguiva. Il dipinto e l’effetto ottico ottenuto sono di straordianaria bellezza e l’enorme nuvola frastagliata evoca una grande alga, creando un effetto di grande fantasia.





lo studio dei colori primari (rosso, giallo, blu) e dei loro derivati (viola, arancio e verde). Già Monet e Pissarro, e in parte prima di loro Delacroix, avevano intuito che i colori potevano splendere di più se accostati sulla tela con piccoli tocchi, secondo le leggi del contrasto simultaneo: ad esempio il



A sinistra: Georges Seurat ritratto al lavoro da Maximilien Luce. A destra: Paul Signac in tarda età.

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rosso e il suo complementare verde (unione degli altri due colori primari) sono più luminosi se accostati e non sovrapposti tra

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loro. Non si può prescindere da queste considerazioni nel parlare dei quadri di Seurat e compagni. Signac era un artista

meno geniale di Seurat, ma dal canto suo era maggiormente attento alla teoria e agli scambi culturali. A lui dobbiamo l’im-

portante D’Eugène Delacroix au NéoImpressionisme (1899). È Signac che fonda con Guillaumin la Société des Indépendants nel 1884, che fa conoscere Seurat a Guillaumin e a Pissarro, e sarà ancora lui a trasmettere la tecnica divisionista niente meno che a Matisse. Gli altri esponenti di spicco di questa corrente sono Maximilien Luce, HenriEdmond Cross e Theo Van Rysselberghe. Per tutti il campo di prova della tecnica divisionista è il paesaggio più che la figura, ed è comprensibile: quale soggetto migliore degli alberi, dei fiori, dei prati e dell’acqua, con le sue infinite possibilità di rifrazione, per speri-


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mentare gli accostamenti dei colori? L’acqua, in particolar modo, poteva essere ricondotta ad un prisma contenente l’insieme dei colori, per questo più ricca di possibilità coloristiche. E nella sua “emanazione” marina diviene il soggetto preferito dagli artisti. Il mare poteva benissimo fare pendant con l’animo degli artisti: già a partire dal Romanticismo, si trasforma in un topos della letteratura e della pittura. Ciò che affascinava maggiormente, oltre alla dimensione dell’ignoto e dell’insondabile che lasciava più di un margine all’immaginazione, era la sua essenza mutevole, la

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A fronte: ancora una marina divisionista di Paul Signac, realizzata a Venezia nel 1905. Sotto: Saint-Tropez fu soggetto previlegiato da tanti pittori francesi tra cui Signac, che lo ritrae con tecnica divisionista e lo intitola La pineta a Saint-Tropez, nel 1896. Sopra: Il porto di Londra, 1898, di Maximilien Luce. Sotto: L’Arenile del Bas-Butin, Honfleur, dipinto del 1886, di Georges Seurat. Uno scorcio di mare deserto e di costa scoscesa. Uno dei soggetti preferiti degli impressionisti è qui realizzato da Seurat con tecnica divisionista.

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A sinistra: Tramonto ad Ambleteuse, Pas de-Calais, 1899. Il pittore Belga Van Rysselberghe ci dona grande suggestione con questo splendido paesaggio marino di tecnica «puntinista». Sotto: Spiaggia a Gravelines, 1890, di Georges Seurat, una serie di linee orizzontali e pennellate giocate in prevalenza sul giallo dominano questa tela di Seurat sulla quale sono stati trovati granelli di sabbia mescolati al colore, a comprova della sua realizzazione en plein air. E’ evidente nel dipinto la tendenza all’astrattismo dell’artista.

sua ricchezza di possibilità espressive. Da questo momento non è più uno scenario, uno sfondo livido, freddo e piatto, ma un protagonista dell’arte, in particolar modo della pittura. Nelle opere dei NeoImpressionisti il mare è spesso un insieme eterogeneo di macchie di colore, di sensazioni ottiche, a volte freddamente riprodotte, ma altre volte il suo studio si sposa 64 OTTOCENTO

perfettamente con la sensazione interiore, si accorda con note più intime; così sulla tela il fenomeno luminoso non è solo un gioco di colori, ma uno strumento per illuminare, per accendere il soggetto prescelto. Questo è il caso di poche opere e di pochi artisti che arrivano a questa consapevolezza; il più profondo di loro è sicuramente Seurat, soprattutto nel bellissimo La grève du Bas-

Butin, Honfleur (1886), dove non si serve di evidenti contrasti (questi si notano solamente ad una visione ravvicinata), ma crea una simmetria tra la costa e la macchia di vegetazione e tra la roccia e la spiaggia che si uniscono senza soluzione di continuità. Qui, come in altre opere, sono inserite piccole vele e un’imbarcazione, al centro i colori sfumati formano un alone che

congiunge il cielo e il mare, entrambi più scuri man mano che si allontanano dall’orizzonte. In basso a sinistra probabilmente le minuscole sagome rappresentano delle figure umane, ancor più essenziali di quelle dei quadri di vita cittadina di Monet, un preludio all’astrattismo che ritroviamo in altre tele di Seurat come Plage à Gravelines (1890), dove la figurina seduta fluttua in una spiaggia mosaicata di cui non si intuisce né inizio né fine. A questo modo di dipingere la costa fanno da contrappunto opere di altri artisti che puntano di più sul contrasto cromatico, come Théo Van Rysselberghe e Henri-Edmond Cross. Il primo, originario di Gand (Belgio) non considererà mai la tecnica divisionista


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dal punto di vista scientifico, ma solamente un modo espressivo; le sue opere, come Soleil couchant, Ambleteuse (1899), sono giocate sulla vivacità del colore, in particolare, fatto abbastanza singolare, sui colori complementari, ossia l’arancio e il viola e il verde, di cui sono ricche le colline digradanti verso il mare, ma di cui l’acqua è priva. Questa è invece colorata in modo più tenue e con tocchi di colore più delicati. Ancora diverso il caso di Cross, il quale ha Monet come maestro e poi Signac finché non diventerà un esponente dei Fauves, quindi ancor più attratto dai colori vivi e al limite dell’E-

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spressionismo, lontani dal dato naturale. L’eredità del NeoImpressionismo sarà fondamentale per tutta l’arte a seguire, sia per l’Espressionismo sia per il Fauvisme, e soprattutto per



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l’astrattismo per la riduzione della tavoIn alto: Il mare increspato, 1902-1905, di lozza e l’essenzialità Henri-Edmond Cross. delle forme. Sopra: Scogliera a Agay, Nonostante ciò que1903, di Armand sti artisti sono ancor Guillaumin. oggi poco conosciuti, i n p a r t e o s c u r a t i contemporanei Van dalla fama dei loro Gogh e Gauguin. ❂

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IN COPERTINA West Point Prout’s Neck di Winslow Homer OTTOCENTO Il secolo romantico N° 14 - Settembre - Ottobre 2007 Anno VI - periodico culturale. Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Parma con il N.5 del 15.02.2001

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HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Maria Giulia Baiocchi, Fabiola Di Fabio, Laura Fanti, Elena Greggio, Simona Guffanti, Barbara Ielasi, Alessandra Moro, Giuseppina Rinaldi, Elisa Rubini, Susanna Servello.

Passione e solitudine di una donna che si costringe a vivere immersa nell’ossessione per un uomo che nulla le concede se non qualche sporadica ora d’amore. La natura, nel dipanarsi dei mesi, è la muta testimone di questa vicenda che condurrà la protagonista a respingere con violenza l’ultimo fiore. Nelle migliori librerie ExCogita Editore di Luciana Bianciardi Via Ruggero di Lauria 15 Milano Tel.02/34532152 www.excogita.it www.excogitabookshop.it redazione@excogita.it

Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta a disposizione per regolare eventuali spettanze.

ISSN 1593-2125 STAMPA TEP (Piacenza) Distribuzione: concessionaria per la distribuzione in Italia: SO.DI.P. S.p.A. Via Bettola 18 - 20092 Cinisello Balsamo (MI)

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Il Secolo Romantico continuerà il 1° febbraio 2008 con: DOSSIER

I volti della vita Un altro appuntamento da non perdere con l’umano sentire

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Renuccio Renucci Barche in mare olio su tavola, cm 40 x 61 firmato in basso a sinistra: «R. Renucci»

Galleria d’Arte Bacci di Capaci Pittura dell’800 e ’900. Specializzata in pittori macchiaioli e post macchiaioli, pittori della Versilia e gruppo labronico. Consulenza per l’acquisto e la vendita di dipinti dell’800 e ’900, stime, expertise e divisioni patrimoniali. Via del Battistero 15 - 55100 Lucca Italia - Tel.+39 0583 953659 Sito web: www.800artstudio.com - E-mail: post@800artstudio.com

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