Page 1

copertina 19_02_07

19-02-2007

15:21

Pagina 1

N°13 - MARZO - APRILE 2007 - Semestrale - Anno VII - Spedizione in A.P. - art.2 comma 20/B legge 662/96 - Direzione Comm. Imprese Emilia Romagna - € 6.9

IL SECOLO ROMANTICO DOSSIER

Sdiogno

9 771593 212002

70013

primavera


pagina Emily 2007

21-02-2007

11:50

Pagina 1

Per entrare «nel cuore dell’enigma» Il volume

«Nel Bianco Respiro di Emily» di Maria Giulia Baiocchi e il CD con la più bella raccolta recitata delle poesie di Emily Dickinson abbinati, A SOLI € 12 COMPLESSIVI IL P IÙ BEL REGAL O P ER CONOSCERE IL FASCINO DELL A VITA E DELLE OP ERE DELL A POETESSA AMERICANA. o rdinabile a DELTA EDITRICE B.go Regale, 21 Tel.0521 287883 - fax 0521 237546 e-mail: deltaed@iol.it - www.ottocentoromantico.it


indice corretto x 800

19-02-2007

15:19

Pagina 3

Sogno di

Primavera 28

LE NOTE DELLA PRIMAVE RA NORDICA: EDVARD GRIEG di Alessandra Moro

IN COPERTINA Donna in un giardino di Frederick Carl Frieseke OTTOCENTO Il secolo romantico N° 13 - Marzo - Aprile 2007 Anno VII - periodico culturale. Pubblicazione registrata presso il Tribunale di Parma con il N.5 del 15.02.2001 DELTA EDITRICE Borgo Regale, 21 43100 PARMA tel. (0039) 521 287883 fax (0039) 521 237546 e-mail: deltaed@iol.it ©Copyright Delta Editrice Parma (Italia) DIRETTORE RESPONSABILE Corrado Barbieri

4 L’EVOLUZIONE 13 MARCEL

PROUST di Maria Giulia Baiocchi

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Maria Giulia Baiocchi, Fabiola Di Fabio, Laura Fanti, Barbara Ielasi EDITING Adriana Zuchi GRAFICA Mirella Stano SEGRETERIA Tiziana Bertani AMMINISTRAZIONE Lucia Dall’Aglio Riguardo alle illustrazioni, la redazione si è curata della relativa autorizzazione degli aventi diritto. Nel caso che questi siano stati irreperibili, si resta a disposizione per regolare eventuali spettanze. Copie arretrate € 8.3. I versamenti si effettuano sul Conto Corrente Postale 74152307 intestato a Delta Editrice di Corrado Barbieri C.P.409 - 43100 Parma. ISSN-1593-2125 STAMPA TEP (Piacenza) Distribuzione: concessionaria per la distribuzione in Italia: SO.DI.P. S.p.A. Via Bettola 18 - 20092 Cinisello Balsamo (MI)

53

LA PRIMAVE RA ITALIANA DI CARLO FORNARA di Laura Fanti

DEL PAESAGGIO IN CLAUDE MONET di Laura Fanti

58

30 L’ULTIMA

PRIMAVERA DI VINCENT di Corrado Barbieri

42

HARDY

DOROTHY WORD SWORTH di Maria Giulia Baiocchi

22

45 LA

14

OMAGGIO ALLA PRIMAVERA

21 THOMAS LA PRIMAVERA PARIGINA DI UNA AMERICANA di Fabiola Di Fabio

PRIMAVERA AD ORIENTE di Laura Fanti

49

ROMANTICA PRIMAVERA di Maria Giulia Baiocchi

STORIA DI UNA CAPINERA di Barbara Ielasi

59

VERGA E IL VERISMO di Barbara Ielasi

60 UNA

PRIMA VERA DIMEN TICATA Gli impressionisti americani sulle orme di Monet di John Milner

66

L’ULTI MO FIORE DELLA PRIMA VERA DI MANET


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:46

Pagina 4

Sogno di Primavera

L’evoluzione d 

“N

Claude M di Laura Fanti



on dor- tura di ampio respiro, l’amata Le Havre, dove mo più radicalmente nuova. trascorse gran parte per col- Nel 1856 Monet, nel- dell’infanzia, conobbe pa loro. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Ciononostante non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato di dirlo. E i miei giorni sono contati. Domani, forse…” (Monet a proposito delle sue ultime ninfee, l’anno prima di morire).

4 OTTOCENTO



L’incontro con Boudin e Jongkind Sorprende che l’artista universalmente noto per i suoi paesaggi, l’uomo che non ha mostrato quasi nessun interesse per la figura umana, abbia iniziato la sua attività artistica come caricaturista. Un gioco nato sui banchi di scuola ben presto diventerà un lavoro su commissione, con grave disappunto della famiglia, ma ancor più velocemente sparirà per far posto a una pit-

Eugène Boudin. Il primo incontro non fu felice poiché Monet sdegnava i dipinti di Boudin, che erano esposti accanto alle proprie caricature in un negozio di cornici. A lui quella naturalezza dei cieli e quella trasparenza delle acque, che Boudin riusciva a rendere preparando la tela con ocra e biacca, e che tanto erano ammirate da Corot, il quale per questo lo chiamava “re dei cieli”, non sembravano autentica pittura. Monet, abituato ai pittori del Salon, non concepiva una pittura così fedele al vero, così fresca. Per molto tempo evitò di incontrare l’artefice di quei dipinti, finché l’incontro non avvenne casualmente. In quell’occasione Boudin cercò di convincere il giovane Monet a tralasciare le caricature e ad aprirsi alla natura: “Studia, impara a vedere e a disegnare, In alto: Monet nel suo studio a Giverny mentre lavora alla serie delle dipingere, fare paesagninfee. Sopra: Ninfee, uno dei primi dipinti dedicati a questo sogget- gi. Sono così belli, il to. A fronte: Donne in giardino, una tela di grandi dimensioni, cm mare e il cielo, gli ani255 x 205, contenente tutta l'atmosfera della primavera. mali, la gente e gli




800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:46

Pagina 5

del paesaggio in

Monet

OTTOCENTO 5


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:46

Pagina 6

Sogno di Primavera

alberi, così come la natura li ha fatti, con il loro carattere, il loro vero modo di essere, nella luce, nell’aria, proprio così come sono”. Monet non era particolarmente sensibile alle teorie e alle parole, e comprenderà questi insegnamenti solo sul campo, andando a dipingere con il maestro; da quel momento, parole di Monet, “i miei occhi finalmente si aprirono ed io compresi veramente la natura e imparai al tempo stesso ad amarla”. Il solidale rapporto In alto: Il giardiniere. In una composizione piramidale di alberi in con Boudin convinse fiore, appare sullo sfondo la figura di un giardiniere. Sopra: fotogradel tutto Monet a difia del maestro con il critico Gustave Geoffroy. A fronte, in alto: Angolo di giardino a Montgeron. Sotto: Camilla e Jean Mo- ventare pittore e a tranet nel giardino a Argenteuil, dedicato alla moglie e al figlioletto. sferirsi nella natia Pa-



6 OTTOCENTO



rigi, dove conobbe Courbet e Delacroix; la permanenza non durò a lungo, perché molto presto Monet venne chiamato per il servizio militare in Algeria. Due anni dopo (1862), ammalatosi, rientrò in Francia e a Parigi iniziò a frequentare lo studio di Gleyre, dove strinse amicizia con Bazille, Renoir e Sisley. A Le Havre, in estate, ebbe l’altro incontro fondamentale per la sua crescita artistica, quello con Johan Barthold Jongkind, un artista olandese (stabilitosi da tempo a Parigi), che si ispirava ai fiamminghi del Seicento e a Corot. Egli non dipingeva intera-


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

mente en plein air come Boudin, ma rispetto a quest’ultimo aveva un occhio più spregiudicato, più disincantato davanti alla realtà. Ciò colpì molto Monet, il quale dichiarerà che grazie a lui ebbe “l’educazione definitiva del suo occhio”. Fu infatti Jongkind ad indirizzarlo verso la pittura a piccoli tocchi luminosi, nella quale è riconosciuto uno dei maggiori contributi dell’Impressionismo tout court. Molti saranno in seguito i momenti importanti per Monet, soprattutto i viaggi a Londra e quello in Olanda, tutti volti a formare nella sua coscienza il valore

12:46

Pagina 7

fondante del paesaggio e della luce. Grazie a questi insegnamenti, Monet potrà camminare con le proprie gambe e avviare la sua rivoluzione pittorica. Dal 1865 inizierà a creare i suoi capolavori. Femmes au jardin e la pittura en plein air Nel 1865 Monet dipinse il quadro destinato a segnare uno spartiacque tra la sua prima produzione (courbettiana) e quella impressionista, il Déjeuner sur l’herbe; titolo che faceva palesemente il verso all’omonimo dipinto di Manet di due anni prima.

OTTOCENTO 7


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:46

Pagina 8

Sogno di Primavera

L’opera non piacque a Courbet, così che Monet la lasciò in pegno al proprietario della pensione di Chailly dove alloggiava. Quest’uomo, ignaro del valore del dipinto, lo mise in cantina. 8 OTTOCENTO

Monet lo ritroverà anni dopo e riuscirà a salvare dall’umidità solo la parte centrale. Quel dipinto costituiva uno dei primi esempi di pittura en plein air. Anche se nel passato gli artisti dipinge-

vano all’aperto (soprattutto schizzi e studi), ad esser nuovo da questo momento in poi non è tanto l’atto in sé, ma la predisposizione mentale dell’artista: il paesaggio, secondo i citati insegnamenti di

Boudin e Jongkind, diventa un universo da conoscere, studiare in tutte le sue componenti spaziali e luministiche, e, in parte, da interiorizzare. Per la realizzazione del dipinto Monet si servì


19-02-2007

delle figure umane come manichini, come modelli per notare gli effetti della luce sui corpi, sugli abiti e quindi sulla natura. Rispetto al Déjeuner di Manet, dove era rappresentata una donna

12:46

Pagina 9

nuda tra uomini vestiti, dove il paesaggio era sì predominante, ma interpretato alla maniera classica e dove tutte le componenti erano state studiate in previsione dell’effetto sullo spettatore, l’ope-

ra di Monet doveva apparire come naturalistica: egli ha raffigurato una colazione “borghese”, slegandosi dalla tradizione pittorica, senza lasciar spazio all’immaginazione né a spunti concettuali. L’anno seguente Monet dipinse altri due capolavori, La robe verte, giudicato da Zola “una finestra spalancata direttamente sulla natura”, e Femmes au jardin. Per entrambe le opere posò la futura moglie Camille. Femmes au jardin è un dipinto che, per la derivazione manettiana e per le figure ben delineate (con il colore, si badi bene, e non con il disegno), può non sembrare propriamente impressionista. In realtà, esso è il preludio all’Impressionismo, storico, quello della prima mostra del gruppo del 1874, per intenderci.



800 13 da pag. 4 a 27



A fronte: Fanciulla che legge. Questo dipinto, che è stato a lungo nella collezione di Mary Cassatt, è una delle testimonianze più felici del soggiorno di Monet a Argenteuil: la luce inonda tutto il dipinto e giunge al suo massimo nelle macchioline sull'abito della donna che, come disse Zola, sembrano "scintille di luce simili a grosse gocce d'acqua". Sopra: Attraverso gli alberi, Isola della Grand Jatte, olio su tela del 1878.

L’intera composizione è costruita abolendo la prospettiva, non c’è un punto di fuga, ma tutto ruota attorno all’albero, secondo la costruzione à pivot. Le donne sembrano infatti muoversi in una successione, da sinistra verso destra: dalla figura chiusa di profilo alla figura in movimento a destra, che ci lascia intuire uno spazio immaginario al di là del quadro. In questa composizione un po’ geometrica, i fiori sono

OTTOCENTO 9


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:46

Pagina 10

Sogno di Primavera

punti di colore che ravvivano le ombre, ombre colorate, come sarà sempre nelle opere di Monet, che sembrano quasi annullare i colori scuri. Inoltre, momenti, macchie di colore che assurgono quasi a forma autonoma: il giallo del ruban della donna seduta, il rosso dei fiori del bouquet, ma anche il bianco dell’altro nastro della donna sulla sinistra che sembra quasi scultoreo, il punto massimo dell’irradiazione della luce. La composizione è avvenuta per paratassi, quasi un collage di 10 OTTOCENTO

figure, inserite nel paesaggio ma nettamente staccate le une dalle altre. A questi momenti sintetici fanno da contrappunto le margheritine in basso a sinistra e il tronco dell’albero, resi con fedeltà al vero. Fuori dalla composizione, e quasi dalla narrazione, in alto a destra uno spicchio di cielo, poco luminoso, piatto. Giverny, gli ultimi anni “Questa misura senza fine del suo sogno e del sogno della vita, egli l’ha formulata, ripresa, e di nuovo

formulata senza sosta col travolgente sogno della sua arte davanti all’abisso luminoso del bacino delle ninfee […] Ha scoperto e dimostrato che tutto è dappertutto” (Gustave Geoffroy). Costruendo il proprio giardino (su modello dei giardini giapponesi), creando da sé la propria ispirazione, Monet ha iniziato un nuovo processo nella storia dell’arte. Quel momento, intuito bene da Francesco Arcangeli, che prelude alla nascita non solo dell’astrattismo ma di tutta la modernità e che possiamo collocare

negli anni Novanta dell’Ottocento, comporta la definitiva autonomia dell’artista dal soggetto raffigurato. Monet con il suo solito approccio da naturalista (più che da scienziato) dipinge i pioppi, i covoni, la cattedrale di Rouen e quindi le ninfee con un nuovo metodo. Lavora in serie, ossia dipinge uno stesso soggetto anche decine di volte, a seconda del mutare delle condizioni atmosferiche e delle ore del giorno. E dovrà essere velocissimo per condensare la propria visione, tanto che


19-02-2007

dipingerà le serie dei pioppi sull’Epte in sette minuti! Monet sfida il tempo, la sua è una corsa per appropriarsi di fenomeni luminosi e meteorologici, consapevole dell’inadeguatezza dell’occhio. Questa corsa lo porta a soffermarsi sempre più sulla luce, rispetto a vent’anni prima non limitata a tocchi di colore e macchie ma pervadente l’intera composizione, al punto che il soggetto spesso risulta irriconoscibile. Ricordo che Kandinskij, nel 1895, rimase folgorato dalla vista di un quadro di

12:47



800 13 da pag. 4 a 27

Pagina 11



A fronte: Lo stagno delle ninfee. Per oltre trent’anni Monet si siede quasi tutti i giorni sulla riva di questo stagno nella tenuta di Giverny per penetrare il tranquillo mistero delle ninfee (Museo di Caen). In alto: Il giardino a Giverny, olio su tela del 1900, rutilante di colori (Parigi, Museo d'Orsay). Sopra: Il ponte giapponese, il celebre ponticello ritratto più volte nella sua tenuta.

Monet rappresentante un covone, tanto da dichiarare anni dopo: “sentivo sordamente che in quell’opera mancava l’oggetto [il soggetto], però con stupore e sgomento constatavo che non solo essa sorprendeva, ma si imprimeva indelebilmente nella memoria e si riformava davanti agli occhi nei suoi minimi particolari. La pittura mi apparve come dotata di una potenza favolosa, e inconsciamente l’“oggetto” trattato nell’opera perdette, per me, parte della sua importanza come elemento

OTTOCENTO 11


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:48

Pagina 12

Sogno di Primavera

indispensabile ”. La pittura con Monet diventa, per così dire, “pura”, assoluta, e può servirsi di qualsiasi soggetto per lasciar posto alle impressioni dell’artista. Non si tratta solo di impressioni retiniche ma di un complesso di sensazioni che avvolgevano totalmente Monet: egli quei cam12 OTTOCENTO

biamenti atmosferici li portava non con sé, su di sé, dipingeva en plein air con qualsiasi condizione climatica, tanto da sentire su di sé il vento, la neve, la pioggia. Anche sotto questo aspetto, Monet è stato il capofila degli artisti moderni: nell’essere la sua persona direttamente coinvolta nel-

l’operare artistico, nell’essere quasi nel quadro. E allo stesso tempo nel far sì che lo spettatore si senta nel quadro. Capiamo ora meglio la frase di Geoffroy, e soprattutto quel “tutto è dappertutto”. In due sensi: nel giardino di Giverny, Monet avrebbe avuto la possibilità di trova-

re tutta la sua ispirazione giocando con ogni più piccola foglia, con ogni riflesso acquatico delle ninfee, e contemporaneamente il tutto, costituito dalla pienezza dell’arte, si può trovare in qualsiasi luogo. Il punto di partenza da questo momento in poi sarà la spiritualità dell’artista. ❂


12:49

Pagina 13





arcel Proust M All’ombra delle



19-02-2007



800 13 da pag. 4 a 27

fanciulle in fiore



ensibile sino all’eccesso, raffinato, amante di una scrittura complessa capace di seguire l’incessante flusso del pensiero legato al ricordo, Marcel Proust (1871-1922) si servì sovente della memoria per riscoprire il significato della realtà. E’ questa l’essenza de Alla Ricerca del tempo perduto, il lavoro più importante della sua esistenza che portò avanti fino agli ultimi giorni di vita. Secondo il suo pensiero, solo affidandosi alla memoria l’uomo può cogliere, grazie a un unico sguardo, le continue trasformazioni alle quali il tempo lo sottopone. Gli anni, con l’inesorabile succedersi delle stagioni, segnano il nostro fuggevole passaggio terreno, ma pongono in risalto anche le molteplicità del nostro io e di come esso possa variare a seconda delle circostanze. Disse Proust a proposito dei suoi appunti per la stesura del volume All’ombra delle fanciulle in fiore: “Avevo scorto a Querqueville, una sera, una massa amorfa e deliziosa di fanciulle, sorta di vaga costellazione, di indistinta via lattea in cui riusci-



vo a distinguere un viso solo per tornare a perderlo e dimenticarlo in seno al tutto. Strette le une alle altre, erano ancora a quell’età, a quella formazione elementare in cui l’individualità non ha ancora impresso il suo suggello sui volti (...) visetti con una piccola smorfia, come in una fotografia mossa”. Queste le sue fanciulle-primavera, appena lambite dal chiarore di un’aurora ingannevole nella sua lenta ascesa. Ancora non sapeva dove avrebbe collocato nel suo romanzo le fanciulle-primavera, poi egli le disseminò ovunque fra le pagine del suo libro: volti dai morbidi contorni, sorrisi deliziosi, occhi ridenti e guance rosate a testimoniare la grazia e l’avvenenza di delicati boccioli. Si legge nel romanzo: “Benché ognuna fosse un tipo assolutamente



diverso dalle altre, tutte avevano una certa bellezza; ma, a dir vero, le vedevo da così pochi minuti, e senza osare guardarle fissamente, che non ne avevo ancora individuata nessuna. (…) vedevo emergere un ovale bianco, degli occhi neri, degli occhi verdi, non sapevo se fossero gli stessi che mi avevano già deliziato un momento prima… E si propagava attraverso il gruppo un ondeggiamento armonioso, la traslazione continua di una bellezza fluida, collettiva e mobile”. Magia e incanto dell’acerba bellezza delle fanciulle in fiore. All’ombra delle fanciulle in fiore – Marcel Proust, a cura di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, Ed. CDE su licenza Giulio Einaudi Editore, 1989.







Sopra: JeanneMarguerite Lecadre in giardino. Il giardino fiorito è il vero protagonista di questo dipinto, ma la figurina femminile a sinistra lo impreziosisce e gli dà rilievo. Esami ai raggi X hanno rivelato, verso sinistra, la presenza di una figura maschile sotto le fronde; Monet voleva forse contrapporre una figura in ombra a quella al sole.



S

di Maria Giulia Baiocchi



OTTOCENTO 13


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:49

Pagina 14

Sogno di Primavera

ma Oalla di Maria Giulia Baiocchi





...Lei vide che erano trascorsi veloci i primi giorni di primavera. «Ah, il tempo non ha indugiato per me!» mormorò con un sospiro.

C’

è nell’arrivo d’ogni primavera una forza travolgente e violenta, uno spaccarsi ed erompere di vita, come dimostra il seme coraggioso che s’immola per l’esistenza del germoglio. Se durante l’inverno tutto pare sopito o morto, smunta la luce, silenziosi i boschi spogli, zittita l’acqua imprigionata dal ghiaccio, la primavera frantuma ogni cosa portando scompiglio ovunque. Le gemme turgide e gonfie, quasi doloran14 OTTOCENTO

Emily Brontë ti, si aprono con violenza al tepore del sole, alla carezza del vento, allo scorrere benefico della pioggia; la terra si sgretola imbevendosi d’acqua e il ghiaccio si ritira imbronciato, lasciando, sino all’ultimo, un gelido artiglio e la promessa rabbiosa di uno scontato ritorno. Nel turbinio della natura appena desta c’è il desiderio incontrollabile di crescere, germogliare, riprodursi e aprirsi, una folle corsa destinata a cambiare il paesaggio nei colori, negli effluvi e nei suoni. La primavera

muta l’abito alla natura, getta la vecchia e lacera veste invernale per indossarne una nuova di zecca. Solo la primavera compie questo miracolo, perché l’estate s’accontenta di accenderne i colori, l’autunno di dipingerla d’oro e di rame, mentre l’inverno la ricopre di perle e cristalli. “Marzo ci piace./Ha calzari di porpora - è giovane ed altero -/fa il fango per il cane e l’ambulante -/asciuga la foresta -/La lingua della vipera s’accorge del suo arrivo/e prepara la macchia -/il suo sole

è così vicino e forte/che ti incendia la mente./E’ il messaggero d’ogni novità -/Sarebbe un’audacia morire/mentre gli uccelli azzurri fanno preda/nel suo britannico cielo” – (1213) così scriveva, nel 1878, la poetessa


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:49

Pagina 15

maggio

primavera indaco o solari ranuncoli, è sempre stata, per i poeti e gli artisti in genere, una sfida continua nel corso dei secoli; ancor di più ha dominato con la sua continua presenza le liriche dell’Ottocento, il secolo romantico per eccellenza. Il poeta inglese William Wordsworth (1770A fronte: il noto dagherrotipo 1850), ritenuto con di Emily Dickinson. Sopra: Taylor ritratto di William Wordsworth. Samuel (1772Sotto: dipinto inglese di ignoto. Coleridge



americana Emily Dickinson (18301886), abituata ad indagare e cogliere ogni respiro della natura che la circondava, come il giardino della casa paterna e, più lontano, i monti che le chiudevano l’orizzonte, apparentemente immobili ed eterni. La natura è sempre stata un’irresistibile tentazione per i poeti, gli scrittori, i musicisti o i pittori. Osservarla, comprenderla, dipingerla, descriverla ha costituito, in tutte le epoche, un passo obbligato per ogni artista, non solo perché pregna di fascino e di bellezza, ma perché insita nell’uomo, inscritta in ogni sua fibra. Fra le stagioni, la primavera, con la sua vittoria sulla morte, la volontà di vincere il lungo sonno invernale e l’accendersi di nuove passioni, con le sue distese dorate di narcisi, di giacinti color



1834) il fondatore del Romanticismo inglese, trascorse l’infanzia e la prima giovinezza nella cornice suggestiva del Lake District, nel nord del Cumberland. Quegli anni, pregni del sentore dei boschi, dell’effluvio di distese fiorite, del canto chiacchierino dei ruscelli e di quello appena accennato dei laghi, segnarono il suo animo sensibile che scorse

OTTOCENTO 15


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:49

Pagina 16

Sogno di Primavera



Sopra: ritratto di Samuel Coleridge. Coleridge stabilì un sodalizio con William Wordsworth da cui nacque il progetto delle Lyrical Ballads.

mata. (…)”. E’ luogo comune ritenere che la vita di Samuel Coleridge, amico di Wordsworth, fu influenzata dalla sua mancanza di volontà. Molti lo descrissero così, come un uomo incapace di portare a termine un progetto. Eppure aveva un’intelligenza brillante e la sua poetica influenzò i poeti a lui contemporanei e quelli successivi. Nella lirica Il dipinto, egli descrisse la visione di una dama circondata da fiori: “Il capo degli alti fiori che crescono dietro lei, Fior cuculi, ed epilobi, e campane del digitale…”. John Keats, Percy Bysshe Shelley e George Gordon Byron, i grandi poeti

romantici inglesi della seconda generazione, attraversarono come meteore una piccolissima parte del diciannovesimo secolo, consumando la loro breve esistenza in una manciata d’anni. Nati all’alba del Romanticismo, morirono quando l’aurora iniziava a schiarire la loro vita, come se fossero stati rapiti da un forte vento primaverile, lo stesso che imperversa ancora oggi in alcune fredde giornate di marzo, insistente e gelido, a frustare i primi germogli. La morte, dunque, colse in modo tragico i tre giovani poeti che ebbero modo di conoscere solo la primavera



16 OTTOCENTO

come stelle che brillano/e luccicano nella via lattea,/si estendevano in una linea infinita/lungo il margine della baia:/Al primo sguardo ne vidi diecimila/Che scuotevano il capo in una danza ani-



sempre nella natura un’amica ineguagliabile e preziosa. Nei suoi versi, austeri e purissimi, Wordsworth seppe evocare attimi già incisi nella memoria di tutti ma che, secondo il suo pensiero, solo i poeti erano in grado di cogliere e interpretare. Vi è nel suo linguaggio la capacità di trapassare le cose, come se le radiografasse con la potenza dello sguardo. Il suo profondo amore per la natura, l’acuta capacità d’osservare e coglierne ogni suo aspetto ne hanno fatto il suo cantore. Un’elezione che il poeta non tradì mai. Scrisse a proposito dell’anemone bianco,

detto anche “Fiore del vento”: “La sua umiltà ben si soddisfa/Con un piccolo fiore selvatico (non dirlo abbandonato)/Un Fiore del vento, sotto il petto/Più per amore che per ornamento”. E al bucaneve dedicò questi versi: “Fiore solitario ornato di neve, e com’essa bianco/ma ben più forte, ancora una volta ti vedo piegare/La fronte quasi timoroso di offendere,/Come un ospite non invitato. (…) Casto Bucaneve, audace messaggero della Primavera,/Che malinconico ricordi gli anni fuggitivi!”. Per la Celidonia, dai fiori color del burro dorato, Wordsworth compose questi versi: “Viole, gigli, margherite,/lasciate che vivano dei loro elogi;/Finché ci sarà un sole che tramonta,/Le primule avranno la loro gloria;/Finché ci saranno violette/avranno un posto nella storia:/E c’è un fiore che sarà mio,/Questo è la piccola Celidonia”. E infine, contemplando una distesa di narcisi, Wordsworth, ammirato, non poté fare a meno di notare come quella visione dovesse influenzare l’animo d’ogni poeta. Scrisse nella prima parte di una poesia: “Erravo come una nuvola/Che fluttua nell’aria e sopra le valli e le colline,/quando all’improvviso scorsi una folla/una moltitudine, di narcisi dorati;/Vicino al lago, sotto gli alberi/si agitavano e danzavano nel vento./Intermittenti



Sopra: ritratto di George Gordon Byron Spirito libero e irrequieto, condusse una vita sfrenata ed errabonda.

della vita. Eppure essi riuscirono a disseminare, in quei pochi anni, delle passioni violente, capaci di scuotere gli animi di coloro che li avvicinarono. Emarginati dalla società, esaltati e disprezzati, solcarono per un breve attimo il firmamento poetico, ma, prima di abbando-


19-02-2007

narlo, lo incisero con forza lasciando scritti che eternarono le loro voci. “Se quattro stagioni colmano la misura dell’anno,/Quattro stagioni ha pure l’animo dell’uomo:/C’è la prima-

vera sensuale, quando la chiara fantasia /Ogni bellezza accoglie con facile mano (…)” scriveva fra il 7 e il 13 marzo del 1818 un giovanissimo John Keats (1795-1821), appena tre anni prima di morire, a Roma, stroncato dalla tubercolosi. Il giovane, in una lettera a proposito di questa poesia, osservava: “A volte sono così scettico da arrivare a pensare che anche la Poesia stessa sia un semplice fuoco fatuo (…) Le cose eteree possono dividersi in tre categorie: Cose reali, Cose semireali, Inesistenti.(…). Le Cose semireali come l’Amore, le Nuvole ecc. sono quelle che richiedono un benvenuto dello Spirito per entrare interamente nella realtà (…)”. Dotato di un’immaginazione vivida e lussureggiante, Keats scrisse poesie dove si mescolavano e si sovrapponeva-

12:49

Pagina 17

no colori, contrasti, sensazioni, emozioni e dolore, com’è evidente nella sua Fantasia, dove si legge: “Lascia sempre vagare la fantasia (…)/Con un solo sguardo coglierai/La margherita e il ranuncolo,/I gigli dalle bianche piume e la prima/Primula che sboccia sulla siepe,/Il giacinto ombreggiato, eterno/Re di zaffiro della metà di Maggio,/E ogni foglia, ogni fiore/Imperlato dallo stesso scroscio (…)”. E ancora, l’8 febbraio 1818 scrisse un sonetto dedicato al Giacinto di bosco, un fiore dall’essenza forte e intensa, molto comune e amato in Gran Bretagna: “(…) Blu! garbato cugino del verde bosco/unito al verde in tutti i più dolci fiori,/Il Non-ti scordar-di-me, la Campanula, e colei/Che del riserbo è regina, la Viola: quali strani poteri hai tu,/semplice ombra? Ma quale immenso potere ti è dato/Quando splendi il tuo sguardo, vivido di fato!”. Keats credeva nella doppia immortalità dei poeti e sosteneva che la vita fosse solo un’ombra di una realtà a venire. Nella sua celebre Ode a un usignolo, i suoi versi sembrano una triste predizione di quella che fu la sua breve esistenza: “E’ stato un sogno soltanto? o una visione?/La musica è svanita: - dormo? son sveglio?”. “(…) e Marzo urla e geme di dolore, e Aprile piange, - ma

voi, Ore, seguite coi fiori più belli del Maggio!” (Canto funebre dell’anno). Questi versi di Percy B. Shelley (17921822) esprimono il suo essere inafferrabile e visionario. Spirito inquieto e anticonformista, anelò alla libertà di pensiero e politica; possedeva della natura un’immagine interiore che caricava di emozioni e fantastiche interpretazioni. Ne La sensi-



800 13 da pag. 4 a 27



A sinistra: ritratto di John Keats. Sotto: ritratto di Percy Bysshe Shelley. Entrambi i poeti morirono in Italia: il primo a Roma, il secondo a Lerici.

tiva, una mimosacea dai fiori rosa, le cui foglie si ripiegano appena toccate, Shelley inneggiava ad un giardino meraviglioso abitato da un’affascinante Signora: “Una sensitiva cresceva in un giardino, e la nutrivano i venti giovinetti di rugiada d’argento, ed ella apriva come ventagli le foglie alla luce, e le chiudeva sotto i baci della Notte. E la Primavera spuntò sul bel giardino, come lo Spirito d’Amore (…) Il bucaneve e poi la viola, sorsero dal terreno umido di piog-

OTTOCENTO 17


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:49

Pagina 18

Sogno di Primavera



 A sinistra: ritratto di

Alfred Tennyson. Sotto: John Clare. A destra: Peach Blossoms di Winslow Homer.

gia tiepida, e il loro alito si unì al fresco odore che mandava la zolla (…) E gli screziati anemoni, e l’alto tulipano, ed i narcisi, i più belli di tutti i fiori, che fissan gli occhi nei recessi delle correnti, fin che muoiono innamorati della loro bellezza (...)”. Shelley concluse La sensitiva affermando che la bellezza del giardino, con i suoi profumi e colori, e l’incanto della Signora non svaniranno mai, perché noi mutiamo e non essi. L’amore, la gioia e la bellezza, invece, ignorano la

18 OTTOCENTO

morte e i cambiamenti. Meraviglioso creatore di miti, la sua fantasia animò le nuvole, i fiori, i venti e gli uccelli, privilegiati inquilini di un universo irraggiungibile. John Clare (17931864), il poeta contadino, figlio di agricoltori, conobbe una certa notorietà intorno al 1820, quando i poeti d’umili origini erano ben considerati. A lui si debbono decine di versi che descrivono soprattutto i semplici e comuni fiori di campo, ben noti al poeta. Depresso e incapace di reagire di fronte alle necessità della vita, trascorse parecchi anni rinchiuso nel manicomio di Northampton. Le foglie lanose del Tasso barbasso, usate dai poveri della campagna per foderare le scarpe durante l’inver-

no, ispirarono a Clare questi versi: “(…) Insieme alle foglie lanose del Tasso barbasso./Questo, benché modesto fiore dimenticato,/Posto qui da una natura frettolosa,/Mostra a un occhio accorto/la sua selvaggia, gradita varietà”. Scorgendo una primula, fiore primaverile per eccellenza, John Clare scrisse: “Benvenuta, o pallida primula, che appari/fra le foglie sbiadite del frassino e della quercia, (…) Quanto la tua presenza abbellisce la terra; con quale dolcezza il tuo orgoglio semplice e modesto/Risplende sulle sponde assolate, e ai margini tiepidi dei Boschi,/dove i tuoi fiori incantati si ritrovano a gruppi”. Alfred Tennyson

(1809-1892) fu un poeta tormentato che non riuscì mai ad accettare la rivelazione che la Natura fosse in contrasto con i fondamenti della religione. Non accettava neppure il progredire della scienza e restò per sempre legato a quel paesaggio di colline boscose e luoghi acquitrinosi che nutrirono la sua solitaria infanzia. Dotato di un’accesa sensibilità visiva ed uditiva, scrisse numerose liriche legate alla primavera e ai fiori campestri che ben conosceva. Alla Farferugine o Calta palustre, dedicò una poesia, La regina di Maggio, dove scrisse: “La selvaggia Calta palustre brilla come fuoco nelle paludi/e negli ameni fossi”. E di un altro fiore di palude, il Fior cuculo, del genere dei biancospini, accenna in un’altra poesia, Il matrimonio di Geraint: “Non pensare mai che la fan-


19-02-2007

ciulla, per quanto bella,/Lo sia di più negli abiti nuovi che in quelli vecchi./E qual-

che dama di corte potrebbe dire che il principe/ Abbia colto un fior di cuculo da una siepe,/E come un pazzo l’abbia condotta a corte”. L’esistenza di Emily Brontë (1818-1848), poetessa e scrittrice inglese, si consumò in una manciata d’anni trascorsi per lo più a Haworth, nello Yorkshire, in una delle case più belle del villaggio, la canonica, in fondo alla strada principale, il cui retro confinava con la brughiera selvaggia. Individualista, romantica, a volte melodrammatica, nelle sue liriche espresse tutta la forza e la passione che la sospingevano verso la vita. Quel suo essere sempre un po’ fanciulla nell’animo la proiettava in un immaginario dove si muoveva a suo agio, quasi a passo di danza, fra invenzione e magia, mistero e divertimento. Nella natura, Emily Brontë s’immergeva o meglio lasciava che la sua anima nuda s’impregnasse dei suoi umori e traesse nutri-

12:49

Pagina 19

mento; ne aspirava il profumo con voluttà e conosceva ogni angolo della sua adorata brughiera. Quelle lande battute dal vento si risvegliavano tardi dal letargo invernale. “(…)Vedi? tra l’erba inaridita/potremmo scorgere fiori d’aprile/il lampo timido della violetta/ e fra le felci le gemme nuove/Soltanto pensieri – per molti notti/la neve coprirà le colline lontane/e la grandine seminerà distruzione/e i venti sferreranno un’aspra battaglia/Prima che l’allodola possa annunciare/l’intreccio di fresche fronde e fiori (…)”, così si legge nel Manoscritto di Honresfeld, uno dei due quaderni composto da 29 pagine e 31 poesie che Emily Brontë riempì con la sua grafia irregolare, spezzata da disegni o schizzi. Nei versi riportati c’è un netto contrasto fra la bellezza e l’esuberanza della primavera e dell’estate e il gelido inverno; pare quasi che il

contrasto sia dentro di lei, un tumulto d’emozioni che forse voleva placare con la parola, una ricerca di quiete che stentava a trovare, unita alla paura che tutto potesse essere irrimediabilmente distrutto prima dell’arrivo del tepore primaverile. “(…) Come la Primavera, tutta speranze in fiore –/Come l’Estate, tutta fuoco di passioni/Come l’Autunno, morente splendore /Come l’Inverno, che nasconde tutti i doni – (…)”, questo stralcio tratto dalla poesia



800 13 da pag. 4 a 27



A sinistra e sopra: ritratti di Emily Brontë e di Christina Rossetti. Sotto: Brughiera con gregge di Williams.

Specchi di vita e morte fu scritto da Christina Georgina Rossetti (1830-1894), figlia di Gabriele Rossetti, rifugiatosi a Londra dopo i moti carbonari del 1821 e sorella del famoso pittore Dante Gabriel. Christina fu donna di forte volontà ma schiva, in lei si fondevano i melodiosi richiami della natura e il desiderio di essere un’asceta, di abbracciare la Rinuncia, quale condizione di vita ricercata dalla poetessa. Fra le sue liriche dedicate alla primavera, ecco alcuni versi della poesia che Christina intitolò I mesi: “(…) Fratello, felicità a te!/Ho portato qualche bucaneve; solo pochi,/ Gioiosi e colmi di speranza nella gelida rugiada/Per amore del pallido sole (…)”. Il poeta americano Walt Whitman (1819-1892), contemporaneo di Emily Dickinson, definito il poeta dell’io e della collettività, pubblicò

OTTOCENTO 19


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:52

Pagina 20

Sogno di Primavera

una sola ma corposa raccolta di liriche, intitolata Foglie d’erba. Whitman continuò, per tutta la sua esistenza, ad arricchire il volume che, egli era ancora in vita, ebbe ben dieci edizioni. Nel suo approccio con la natura Whitman disegnò versi come acquerelli, freschi, immediati e trasparenti come certe pitture su vetro. “Semplice, fresco, gentile, emergendo sul finire dell’inverno,/ Quasi mai non vi fossero stati artifici di moda, affari, politica,/Dall’angolo solatio, annidato nell’erba dorato, innocente come l’alba tranquillo/Il dente di leone, il primo di questa primavera, ci mostra il suo volto fidente” (Il primo dente di leone). Whitman nella sua vita viaggiò pochissimo; cantore dell’America quale novello Eden, lasciò un’unica volta la Costa Atlantica per un breve 20 OTTOCENTO

viaggio a New Orleans e compì un paio di viaggi ormai anziano. Tuttavia era in grado di creare immagini riferite a realtà che egli conosceva solo attraverso letture o scambi d’opinione. Sapeva però interiorizzare ogni cosa e riversarla poi sulla pagina. Fine osservatore, intesseva di sogni i suoi versi rendendoli impalpabili come stoffe filate col vento. “Pomari, gli alberi tutti coperti di fiori,/Campi di grano, lontano e vicino, di vitale smeraldo parati,/L’eterna freschezza inesausta delle ore prime di ogni mattino,/La trasparente foschia giallo-oro del caldo sole al meriggio,/I protesi cespugli dei lillà, con fiori copiosi, purpurei o bianchi” (Dallo Spettacolo di maggio). Così è la sua primavera, una ventata di novità, uno stupore che si rinnova ogni anno e che conserva uno sprazzo di quella natura che lo circondava quando, ancora giovane, amava leggere i classici al cospetto di un paesaggio americano ancora selvaggio e primitivo. Raccolta nel suo mondo, la Regina Reclusa, la strega-bambina, la donna dai mille

volti, la signora in bianco, Emily Dickinson tesseva liriche che si sarebbero scoperte solo dopo la sua morte e comprese molto più tardi ancora. Alla timida viola dedicò questa poesia: “Sono la violetta tranquilla!/Non mi do cura dei cieli imbronciati!/Se la farfalla indugia/posso per questo mancare?/Se il prudente calabrone/rimane nel camino,/più coraggio occorre a me!/Chi difende la mia causa?/Caro vecchio fiorellino!/L’Eden pure è fuori moda! Antiquati son gli uccelli!/E non cambia azzurro il cielo./Io – la piccola violetta -/neppure io mai cambierò!” (176). E ancora scrisse a proposito del mese di marzo, paragonandolo all’inizio di un periodo in cui tutto è attesa e quello che verrà è già in cammino, con il suo carico di delusioni e gioie. “Marzo: mese di attesa./Le cose che ignoriamo/e le persone del nostro presagio/sono in cammino./Ci sforziamo di fingere fermezza/come si deve, ma la gioia solenne/ci tradisce, così come tradisce/il giova-

netto appena fidanzato” (1404). Ed osservando il volo di una farfalla, messaggero della bella stagione, lasciò scritti questi versi, raccolti, come tutti gli altri, in fascicoletti che lei stessa rilegava: “La farfalla ha una gonna di numidia/a chiazze rosse, vampe di colore/da potersi levare contro il sole/eppure preferisce il variopinto/suo ventaglio richiudere planando/-ansimante su un esile trifoglio” (1387). In questo lungo viaggio attraverso le poesie nate per celebrare l’arri-



Una splendida immagine fotografica di Whitman nel 1872.



Sopra: ancora il dagherrotipo di Emily Dickinson, ritoccato post-mortem dalla sorella. Sotto: Girl in a garden di Winslow Homer e a fronte una foto di Alfred Austin.


19-02-2007

12:52

Pagina 21





città e dei villaggi. Nei suoi romanzi, Hardy descrisse anche la lenta distruzione della società rurale a causa dell’avvento del progresso che, a poco a poco, rose e trasformò l’antica regione inglese sino a mutarne le sembianze e a renderla irriconoscibile. Oltre alla presenza del Wessex, nell’opera di Hardy è fondamentale il ruolo della natura, presentata come una coprotagonista insieme agli altri personaggi; essa, come nella tragedia greca, è indifferente al destino dell’uomo. Thomas Hardy, nel suo ruolo di narratore, racconta la natura nei minimi particolari: a volte come se fosse un luogo provvisto di un’esistenza distaccata da quella dei personaggi, dove le stagioni continuano a succedersi senza però intervenire nel destino degli uomini; altre invece come se contribuisse a infierire sulla loro vita già infelice e tragica. Nelle narrazioni, muta e indifferente, non si accorge dei drammi che si svolgono intorno ad essa, è dunque di una crudeltà ancora più grande perché capace di ignorare quanto accade sotto i suoi occhi. Eppure la sua grande bellezza, così ben descritta da Hardy, costituisce un elemento affascinante della narrazione; quasi si “vivono”, nelle pagine ad essa dedicate, il calore del





vo d’ogni primavera, ecco altre due voci, quella di Sidney Dobell (1824-1874) poeta minore dell’Ottocento, noto soprattutto perché già tendeva ad esprimere lo stato di insoddisfazione spirituale che cresceva all’ombra del compromesso vittoriano, e quella di Alfred Austin (1835-1913), poeta laureato nel 1896. Il primo scrisse a proposito della primula, fiore primaverile molto amato perché messaggero della bella stagione: “Poi venne la primula,/ Come una danzatrice alla festa,/Spiegò la sua piccola stuoia verde /E sopra di essa danzò./Con un nastro legato alla fronte,/Un nastro sulla sua fronte gioiosa,/Un nastro d’oro intorno alla fronte,/E rubini fra i capelli” (A Chanted Calendar). Il secondo dedicò una poesia a questa domanda che ne divenne il titolo: E’ degna la vita d’essere vissuta?. E la risposta fu: “Sì, a primavera,/mentre i fanciulli nei boschi/I piccoli grembi agghindano/Con crescioni e violette,/E ghirlande di margherite il ❂ loro capo ornano”.

homas Hardy (1840-1928) scrittore e poeta inglese, ambientò la maggior parte dei suoi romanzi nel Wessex, un’antica contea che, nel 1066, dopo l’invasione normanna, scomparve definitivamente. Il Wessex di Hardy, collocato a sud-ovest dell’Inghilterra, comprende l’attuale contea del Dorset, parte del Devon, il Wiltshire, il Berkshire e il Somerset. Hardy giustificò l’adozione del termine Wessex, comparso per la prima volta nella prefazione di Far from the Madding Crowd, pubblicato nel 1873, con il bisogno di dare una definizione territoriale e un’unità scenica ai suoi romanzi. Per lo scrittore, il Wessex rappresentò un legame fra il passato e il presente, fu un sinonimo di origini, ma non fu mai considerato un rifugio. In esso si svolgevano le vicende dei suoi romanzi e quel territorio fungeva da scenografia, una scenografia molto curata nei dettagli, dove si incontravano il caso e la necessità e nessuno dei suoi protagonisti poteva cambiare una virgola del proprio divenire. Per Hardy, il Wessex fu più una regione ideale che reale, anche se egli attinse liberamente alla toponomastica veritiera dei luoghi tanto da conservare i nomi delle valli e degli altopiani, cambiando però quelli delle





T

Thomas Hardy

di M. Giulia Baiocchi



800 13 da pag. 4 a 27



sole, il fruscio del vento, l’acerbo tepore delle azzurre giornate primaverili, ma non c’è mai fusione con le tragedie umane raccontate, nella lettura resta solo la certezza che il susseguirsi d’ogni stagione andrà sempre al di là del vivere umano e del suo inutile affanno. Il Wessex fu dunque per Hardy un contenitore, la natura il suo elemento scenografico e l’Uomo un essere sempre preso dalle sue angosce, concentrato unicamente su se stesso e incapace di combattere e vincere un destino inevitabilmente avverso e tragico. Da Il ritorno del nativo: “Nessuno meglio di Clym conosceva la brughiera. Era permeato dai suoi aspetti, dalla sua sostanza, dai suoi odori. Si sarebbe potuto dire che ne era il prodotto… I fiori da lui amati erano i campanellini violacei dell’erica e la ginestra gialla… Ora mentre guardava l’ampio paesaggio che lo circondava, si sentiva pieno di gioia…” Romanzi - Thomas Hardy, a cura di Carlo Cassola, Meridiano Mondadori, 1995.



OTTOCENTO 21


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:52

Pagina 22

a primav e L Sogno di Primavera

parigina di americana di Fabiola Di Fabio







M

ary Cassatt ( 1 8 4 4 1926) è uno straordinario esempio di donna libera e indipendente, artista in un’epoca in cui la pratica dell’arte era ambito prevalentemente maschile. Originaria della Pennsylvania, dopo aver viaggiato a lungo per l’Europa, nell’estate del 1874 decide di lasciare la famiglia per stabilirsi definitivamente a Parigi, allora centro propulsore della modernità, che ne 22 OTTOCENTO



Sopra: fotografia di Mary Cassatt a Parma nel 1872. A sinistra: Lydia seduta in giardino con un cane in braccio, 1880.

decreterà il successo. Il 1874 è l’anno della prima mostra impressionista, a cui la Cassatt non partecipa, intenta a conquistare le giurie del più prestigioso Salon, allora pista di lancio per i giovani artisti in cerca di visibilità. Viene ammessa ad esporre nelle edizioni del ’74, ’75 e ’76, seguendo le convenzioni accademiche richieste, ma sarà un altro evento a segnare le sorti del suo percorso artistico: l’incontro con Edgar

Degas. Conquistata dalla vista di alcuni pastelli dell’artista francese, che le fanno letteralmente incollare il naso alla vetrina di un negozio, la Cassatt abbandona pian piano il formalismo dell’arte ufficiale e si avvicina agli impressionisti, che allora si definivano “intransigenti”. Nel 1877 Degas la invita a partecipare alla quarta mostra del gruppo che, per motivi organizzativi, si terrà solo due anni dopo e la Cassatt accetta senza esitazio-

ne. E’ una svolta radicale. L’artista sposa il rinnovamento stilistico e tematico portato avanti dagli impressionisti che si propongono di riprodurre lo “spettacolo” della vita moderna, ma la sua pittura assume una cifra del tutto personale: la donna è al centro dei suoi interessi e occupa totalmente lo spazio dell’immagine pittorica. Dalla fine degli anni ’70 le sue opere riflettono la vita che lei e la sorella Lydia conduco-


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

v era

di una no a Parigi, sia nei molti luoghi di intrattenimento pubblico sia nel più intimo contesto domestico. Il teatro è, all’epoca, luogo sociale per eccellenza. Le balconate, riservate ad un pubblico benestante, sono spazi di incontro e messa in scena essi stessi. Mai completamente al buio durante le rappresentazioni, esse offrono lo spettacolo dell’alta società che fa bella mostra di sé e della propria eleganza. Donne abbiglia-





A destra: Autoritratto, del 1880, un raffinatissimo acquerello su carta (National Gallery, Washington D.C.). Sotto: Il bacio e Bambino nudo. Due acqueforti del 1890-91 (Art Institute of Chicago).

12:52

Pagina 23


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:52

Pagina 24

Sogno di Primavera





In alto: Il giardino, del 1880. Un altro ritratto dedicato alla sorella (Metropolitan Museum, New York). A sinistra: Bambino che coglie un frutto (Virginia Museum). Sopra: Tè, olio su tela del 1880-81 (Metropolitan Museum di New York).

24 OTTOCENTO


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:52

Pagina 25

te all’ultima moda risplendono nei riflessi degli specchi, che rimandano ad uno spazio altrimenti invisibile allo spettatore, e la Cassatt ne ritrae la bellezza con pudore e complicità. A teatro e Donna in balconata, nelle varianti a olio e pastello, sono alcune delle tante immagini femminili a teatro realizzate dalla Cassatt in quegli anni ed esposte alle mostre impressioniste del ’79 e ’80. Esse Sopra: la fotografia ritrae Mary Cassatt con Madame Joseph rivelano il metodo spe- Durand-Ruel a Beaufresne. Sotto: uno straordinario e luminoso rimentale seguito dal- pastello del 1880, A teatro. Mary Cassatt ritrasse molte volte l’artista anche nella figure femminili in atteggiamenti naturali a teatro (NelsonAtkins Museum, Kansas City, Mo). tecnica, in cui mescola spesso olio, tempera e pastello con toni forti di giallo, rosso e verde, al fine di esaltare gli effetti cangianti della superficie e i mille riflessi della luce sulla pelle candida delle sue donne. Tale felice stagione è segnata, però, da un tragico evento: nel ’79 viene diagnosticata alla sorella una malattia che la costringerà a un progressivo isolamento domestico portandola alla morte, pochi anni dopo. L’arte della Cassatt assume da allora un tono più intimo e riflessivo. La sua attenzione si concentra sul tempo e lo spazio che la donna vive quotidianamente, secondo i rituali e le consuetudini della società borghese di fine ’800. Protagonista di queste immagini è spesso proprio Lydia, ritratta mentre ricama in giardino, si riposa o prende il tè (Il giardino, Lydia seduta in giardino con un



cane in braccio, Tè). La donna continua a essere il soggetto privilegiato dell’opera, mentre l’ambiente in cui è ritratta è reso con pennellate rapide che non vogliono descrivere con minuzia, ma solo suggerire. Lo spazio è come “appiattito”, quasi senza prospettiva e in ciò si rivela l’influenza dell’arte giapponese, la cui conoscenza si era diffusa in Francia già dagli anni ’60. Sarà poi una grande mostra, organizzata all’Ecole des BeauxArts di Parigi nel

OTTOCENTO 25




800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

12:52

Pagina 26

Sogno di Primavera

26 OTTOCENTO

tro con Degas si avvicina ella stessa all’incisione. All’inizio degli anni ’90, dopo aver visitato svariate volte la mostra all’Ecole des Beaux-Arts, di cui resta entusiasta, realizza una serie di dieci incisioni a colori nelle quali ripropone in

modo originale la monumentale linearità delle stampe giapponesi, la delicata armonia dei colori e soprattutto il tema ricorrente nei maestri del XVIII sec. (Utamaro fra tutti): la vita quotidiana delle donne. Due stampe, in parti-



1890, con più di settecento stampe e quattrocento libri illustrati, a far dilagare la moda giapponese a fine secolo. La Cassatt possedeva numerose stampe Ukiyo_e (“immagini del mondo che fluttua”) e fin dall’incon-



Sopra: Sulla terrazza, 1878-79, uno dei più bei dipinti della Cassatt, sempre dedicato alla sorella Lydia e caratterizzato dal meraviglioso effetto ottenuto nella riproduzione della leggera stoffa del vestito (Art Institute of Chicago). A fronte: A teatro, uno dei vari pastelli con questo titolo.


800 13 da pag. 4 a 27

19-02-2007

colare, Il bacio e Bambino nudo, raffigurano un soggetto a lei molto caro in quegli anni, vale a dire il tenero rapporto madre-figlio. L’artista aveva già dipinto alcune opere con bambini all’inizio degli anni ’80, ma è dopo la

12:52

Pagina 27

morte di Lydia, consapevole del vuoto lasciatole per la mancanza di una famiglia propria, che la Cassatt avverte in modo stringente il bisogno di realizzare immagini sempre più incentrate sulla straordinaria esperienza della mater-

nità. Ci rimangono, del decennio tra la fine del 1800 e l’inizio del ’900, alcune fra le sue opere più commoventi, dove l’amorevole e spontaneo stringersi delle braccia tra madre e figlio, il delicato toccarsi dei volti, i semplici gesti quotidiani,

come il bagno, il risveglio o l’allattamento, si presentano senza enfasi, né retorica. Ritratti dall’inquadratura “stretta”, in cui poco è lasciato a ciò che c’è intorno: solo conta la profonda emozione di quel legame unico. ❂

OTTOCENTO 27


da pag.28 a 48

19-02-2007

12:56

Pagina 28

Sogno di Primavera

Le note della primavera nordica: Edvard Grieg

N

ato da un’agiata famiglia nella norvegese Bergen il 15 giugno 1843, il compositore Edvard Grieg riuscì ad infondere nella dolcezza delle sue note la luminosità ed il calore che alle latitudini nordiche assume contorni meno sfacciati rispetto alle esplosioni mediterranee, ma nondimeno è momento di grazia, nell’abbraccio della natura che rinasce a

28 OTTOCENTO

di Alessandra Moro primavera e rivive il suo ciclo, inno alla vita nei profumi e nei colori dei fiori, nella tenerezza dei germogli, nei limpidi rivoli d’acqua che riprendono il loro corso, usciti dalla morsa del ghiaccio. Un padre ricco mercante ed una madre versata per la musica permisero a Edvard ed agli altri quattro figli di crescere in un ambiente di benessere materiale e di fine istruzione; studiò pia-

noforte con mamma Gesine Judith e dal 1858 proseguì a Lipsia, dove emerse la vocazione alla creatività compositiva. Nel 1862 tornò in patria, stringendo amicizia con Rikard Nordraak, compositore dell’inno nazionale, che rafforzò nell’amico l’amore per la tradizione popolare musicale norvegese. Un primo viaggio in Italia fu occasione per conoscere il connazionale Henrik Ibsen; il

soggiorno romano fu, per il drammaturgo, fonte di ispirazione per Brand (1866), opera in versi che, per tale forma, precorreva il più celebre Peer Gynt, dell’anno successivo, banco di lavoro comune per i due norvegesi; Grieg infatti scrisse la parte musicale e a questa creazione si legò principalmente la sua fama, ben viva ad oggidì. Rientrato ad Oslo, il compositore divenne


19-02-2007

12:57

direttore della Società Filarmonica, nel 1867 fondò l’Accademia Norvegese di Musica e sposò Nina Hagerup, cugina e cantante. I meriti artistici gli valsero, nel 1869, una borsa di studio dallo stato norvegese per tornare in Italia e perfezionarsi accanto all’ungherese Franz Liszt. Nel ’75, nuovamente in patria, si cimenta di nuovo con il teatro musicale, dapprima con la composizione delle musiche di scena per Sigurd Jorsalfar di Bjørnstjerne Bjørnson, poi per il Peer Gynt ibseniano. Nel ’76 fu, a Bayreuth, spettatore alla prima della Tetralogia di Wagner. Professionalmente, continuò a dedicarsi alla musica da camera e alla direzione della Società Filarmonica di Bergen, dal 1880 al 1882. A questa data, l’editore Peters di Lipsia avanzò un’allettante proposta contrattuale, in cambio della pubblicazione in esclusiva di tutte le opere, che Grieg accettò e che gli permise un successivo tenore di vita libero da preoccupazioni economiche e di grande libertà creativa; acquistò una bella dimora in campagna, a Troldhaugen, e nel 1885 vi si trasferì con la moglie. In quella bucolica e serena atmosfera, trascorse le primavere e le estati componendo, occupando invece l’inverno con l'indefessa attività concertistica in Europa. Sul finire dell’estate

Pagina 29

1907, poco prima di imbarcarsi per l’Inghilterra, Grieg cadde malato: ricoverato a Bergen, scomparve il 4 settembre, vinto da una cronica debilitazione fisica. Il richiamo e l’omaggio alla stagione primaverile e alla bellezza della natura, che a lungo allietò l’animo di Grieg soprattutto nella sua amata tenuta di Troldhaugen, si palesa sia in parte dei passaggi dell’elaborato Peer Gynt - il dramma in cinque atti scritto da Ibsen in Italia, pubblicato nel 1867 a Copenaghen e rappresentato per la prima volta a Christiania il 24 febbraio 1876 - sia in alcune successive brevi composizioni, di delicato lirismo. Nel primo, le peripezie del volubile Peer, vagabondo tra Occidente ed Oriente, sono occasione per Grieg di caratterizzare magistralmente suoni, atmosfere, ambienti, emozioni attraverso le potenzialità della scala musicale e degli strumenti. Nelle seconde, disseminate perlopiù in forma di canzone nell’arco della carriera, l’Autore regala identità musicale alla grazia del mondo naturale, celebrando l’armonia dei panorami, dei fiori, dei frutti, del ciclo delle stagioni, della fauna. Due delle 4 canzoni Op. 10 sono dedicate ai fiori ed alla montagna, Blomsterne tale e Sang på fjeldet; delle 4 dell’Op. 21, Jeg giver mitt dikt til våren cele-

bra la primavera. Fra le 6 dell’Op. 25, Med en vannlilje ha per protagonista la ninfea e, nell’Op. 26 Med en Primula Veris, la regina è la primula. Nelle 12 melodie dell’Op.33, ispirate ai poemi di Vinje, non manca la citazione della primavera, con Våren, omonima dell’elegia nell’Op. 34, stagione che torna in Til våren, Op. 41, trascrizione dall’Op. 21, e, ugualmente, nell’Op. 43, che canta anche farfalle, Sommerfugl, ed uccellini, Småfugl. Così, in particolare, si innalza l’ode alla Primavera delle liriche Op.43, datate 1884: “Ancora una volta ho visto l'inverno fuggire davanti alla primavera:/ho visto le fronde del ciliegio rifiorire di nuovi fiori. Ancora una volta ho visto il ghiaccio scomparire dalla terra, la neve sciogliersi/e la cascata del ruscello scrosciare tumultuosa./

Ancora una volta ho visto l'erba verde ricoprirsi di fiori./Ho sentito di nuovo gli uccelli di primavera cantare al sole e all'estate./Tutto ciò che la primavera mi porgeva, e i fiori che ho colto, pensavo fossero gli spiriti dei padri, che danzavano e sospiravano./Per questo ho scoperto un mistero tra le betulle e i rami di conifere./Per questo il suono del flauto che ho intagliato, mi sembra❂ va un pianto".



da pag.28 a 48



In apertura: Grieg al pianoforte davanti alla primavera nordica. Sotto: La strada, dipinto di F. Collett, connazionale del compositore.

OTTOCENTO 29


da pag.28 a 48

19-02-2007

12:57

Pagina 30

Sogno di Primavera

L’ultima primavera il maggio del 1890 e nelle ultime ore tras c o r s e all’ospedale psichiatrico di Saint-Paul de Mausole di St. Rémy, dove è ricoverato da un anno, Vincent Van Gogh dipinge ancora una volta una tela avente come soggetto i cipressi. Si tratta, dal punto di vista coloristico, di uno dei dipinti più straordinari della storia. Lo intitola Strada con cipresso e cielo stellato e lo descriverà dopo qualche giorno in una lettera a Paul Gauguin. In quelle stesse ore scrive anche al fratello Theo: “…mi sento più equilibrato di quando sono partito… e confesso che è con grande dispiacere

30 OTTOCENTO

di Corrado Barbieri



so, su proposta di Theo, di andare a stabilirsi vicino a Parigi, ad Auvers-sur-Oise, uno dei luoghi preferiti dai pittori francesi dell’Ottocento, che sarà il suo ultimo scenario, dove vivrà uno dei suoi periodi artisticamente più fecondi. Si appoggerà al Dottor Gachet, amante degli Impressionisti e pittore egli stesso. Arriva a Parigi il 17 maggio e incontra alla stazione il fratello, che resta colpito dal suo ottimo aspetto. Vincent potrà conoscere finalmente la cognata Johanna e il nipotino di tre mesi e mezzo. Sopra: Autoritratto. Si tratta di uno dei meno conosciuti Davanti alla culla i autoritratti dell'artista, che era intenzionato a donarlo alla madre per il suo ottantesimo compleanno, due fratelli rimangoche cadeva il 10 settembre 1889. no silenziosi e con le che ritorno”. Vincent dell’ultimo periodo e lacrime agli occhi, sembra quindi uscito sembra anche rinfran- guardando il bimbo dalle terribili crisi cato e sereno. Ha deci- addormentato.



È

Vincent 

di




19-02-2007

12:57

Durante questa sosta parigina, Vincent incontra i suoi vecchi amici e conosce il critico Albert Aurier. Rivede inoltre le sue tele inviate al fratello che occupano tutta la casa di Theo, stipate

Pagina 31

perfino sotto i letti. Un confronto tra le loro vite deve essere stato inevitabile per Vincent: le sue tele impolverate e invendute da un lato, la vita regolare del fratello dall’altro.



da pag.28 a 48



Sopra: Strada con cipresso e cielo stellato, maggio 1890. E' uno degli apici raggiunti dall'artista, un tipo di rappresentazione che sia Van Gogh stesso che Gauguin chiamavano "astrazione", cioè un'esperienza esaltata della realtà, un tentativo di Vincent di produrre quel genere di pittura per cui era stato incoraggiato da Gauguin ad Arles. Sempre a Gauguin, Vincent scriverà: «...la stella ha una brillantezza esagerata per cui ho usato il rosa e il verde su un blu oltremare». (Riijksmuseum Kröller-Müller, Otterlo).

OTTOCENTO 31


da pag.28 a 48

19-02-2007

12:57

Pagina 32

Sogno di Primavera





Sopra: Albero di mandorlo in fiore. Una delle opere più delicate e destinata quale regalo per la futura nascita del nipotino. Pare che Vincent abbia realizzato prima il soggetto principale, attorno al quale abbia poi “girato” con l'azzurro del cielo. A sinistra dall'alto: Giardino in fiore e La Senna al ponte di Clichy, opere testimoni del periodo dell'artista legato ancora all'Impressionismo. Fotografia di Vincent Van Gogh all'età di 18 anni. Il fratello Theo.

32 OTTOCENTO

Qualche giorno dopo Vincent parte per Auvers. Alloggia all’albergo Ravoux e riprende a dipingere con fervore.


da pag.28 a 48

19-02-2007

12:57

Come soggetti predilige i dintorni del villaggio e i ritratti delle persone che frequenta. Il paesaggio di Auvers consiste soprattutto in

Pagina 33

grandi distese di grano e case contadine con tetti di paglia; egli stesso lo definirà “di una bellezza grave”.

Quanto alla frequentazione del Dottor Gachet, di cui eseguirà il noto ritratto, Vincent scrive a Theo “…il Dottor Gachet

mi ha fatto l’impressione di essere abbastanza eccentrico, ma la sua esperienza di dottore deve tenerlo in equilibrio combattendo la malattia nervosa, della quale mi sembra affetto quanto lo sono io…”. Purtroppo, Vincent non si sbaglia. In quel periodo il legame tra Vincent e Theo sembra ulteriormente rinsaldarsi. Theo non gli è mai stato tanto vicino e, dalle parole che gli scriverà nei giorni successivi, appare quasi preso da un presentimento. Fa una sorta di bilancio della sua vita; forse si sente anch’egli giunto alla fine di qualcosa. L’8 giugno si reca a visitare Vincent ad Auvers, entrambi ospiti del Dottor Gachet. Vincent all’hotel Ravoux vive, come sempre, in modo molto semplice. Si alza alle cinque del mattino e si ritira alle nove di sera. Mangia in famiglia con gli albergatori, di cui ritrarrà le figlie, e loro gli concedono anche uno spazio dove appoggiare le tele ad asciugare. Il 6 luglio si reca a Parigi a trovare il fratello e lì, tra un complimento al nipotino e la conversazione con Johanna, qualcosa incrina il suo umore. Forse collega gli sforzi del fratello per affermarsi e rendersi indipendente come mercante d’arte, col fatto che lo sostenta

OTTOCENTO 33


da pag.28 a 48

19-02-2007

12:57

Pagina 34

Sogno di Primavera

34 OTTOCENTO



economicamente da anni, o forse la cognata dice qualcosa che lo turba. Vincent scivola di nuovo nella depressione. Non ha crisi, bensì mostra una lucidità che lo porta a scrivere: “Mi sento fallito. Ecco, da parte mia sento che è questa la



In alto: Olivi sul paesaggio delle Alpilles, uno degli ultimi paesaggi provenzali ritratti da Van Gogh prima della sua partenza da Saint Rémy. A sinistra: uno degli ultimi acquerelli su carta realizzati a Saint Rémy, Le parc de l’asile. Sopra: una fotografia abbastanza recente di Saint Rémy.


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:00

Pagina 35





In alto: Giardino a Auvers, 1890. Si tratta di uno dei dipinti appartenenti alla serie dei giardini di Daubigny, una rappresentazione audace, fuori dalle regole della prospettiva. L'aiuola si staglia verso un cielo scomparso e le linee sinuose danno quasi le vertigini. A destra: Fiori selvatici e cardi in un vaso del giugno 1890. Sopra: fotografia del caffè dove si incontreranno l'8 giugno 1890 Vincent Van Gogh, il Dottor Gachet e Theo. Per Vincent sarà l'ultima conversazione serena con il fratello.

sorte che accetto e che tando ancora il Dottor non cambierà più”. Gachet, nasca un Pare, inoltre, che visi- alterco riguardo a una

OTTOCENTO 35


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:00

Pagina 36

Sogno di Primavera





Dall'alto: Vaso con fiori e cardi, del giugno 1890. La casa del Dottor Gachet nel 1935, il Municipio di Auvers il giorno della Bastiglia, olio su tela di cm 93 x 72.

36 OTTOCENTO

tela di Guillaumin non incorniciata dal medico, forse un pretesto banale per scaricare un’angoscia montante. Certo è che

Gachet quella sera lo liquida senza troppi riguardi. E’ il momento in cui Vincent acquista l’arma di cui farà uso.

Il suo fragile equilibrio appare quindi infranto di nuovo e lo smarrimento torna ad opprimerlo. Gli resta, ancora una


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:00

Pagina 37





A sinistra: La sponda dell'Oise a Auvers e qui sopra una fotografia della stessa riva con le barche. Il dipinto è realizzato con pennellate estremamente materiche che danno un effetto tattile all'osservatore. Da notare le pennellate orizzontali regolari e i colori usati per rendere l'acqua.

volta, la pittura. In quei giorni esegue tele raffiguranti grandi distese di grano sotto cieli cupi e opprimenti, come

pure opere quali Il giardino di Daubigny, dipinto in varie versioni, quasi un addio alla bellezza dei fiori e dell’erba.

Una mattina, apparentemente iniziata secondo abitudine, Vincent parte per i campi con tele e pennelli.

Rientra dai Ravoux nel pomeriggio inoltrato, attraversando a grandi passi la sala e salendo nella sua stanza. Sembra si tenga un fianco: il gesto è stato compiuto. In piena luce, lontano da tutti come aveva vissuto, di fronte alle distese di grano, Vincent si è sparato. Per la violenza del colpo (passato sotto al cuore e fermatosi nel ventre), Vincent vacilla e cade, ma si rialza per rientrare all’albergo. Gli ci vorranno quattro giorni per morire. Il Dottor Gachet, chiamato subito al capezzale, anziché estrargli la pallottola, consiglia assoluto riposo… Nessun tentativo di salvare Vincent.

OTTOCENTO 37


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:00

Pagina 38

Sogno di Primavera





Sopra: Sottobosco con due figure. Probabilmente realizzato verso la fine del giugno 1890, viene descritto da Vincent in una lettera al fratello. A sinistra: fotografia dell'albergo Ravoux, con i proprietari, nei giorni di Van Gogh. A destra: particolare del noto dipinto Corvi su campo di grano che si ritiene realizzato negli ultimi giorni di vita di Vincent.

Quando arriva Theo da Parigi, Vincent non sembra soffrire. 38 OTTOCENTO


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:00

Pagina 39

E’ seduto sul letto e al fratello che scoppia in lacrime dice: “Non piangere… l’ho fatto per il bene di tutti.” E’ troppo tardi per dare coraggio a Vincent, che aggiunge “E’ inutile, la tristezza durerà tutta la vita”. Fuma la pipa tranquillo, aspettando la fine, una fine che sembra abbia la dolcezza di una morte naturale.

OTTOCENTO 39


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:00

Pagina 40

Sogno di Primavera





Sopra: Campo con covoni. Fa parte della serie delle ultime opere straordinarie quanto inquietanti dipinte da Vincent Van Gogh negli ultimi giorni di vita. Si tratta di quadri caratterizzati da pennellate forti ed elaborate. A destra: la misera stanzetta al piano superiore dell'albergo Ravoux dove Vincent morì confortato dalla presenza del fratello Theo il 29 luglio 1890, oggi luogo di pellegrinaggio da tutto il mondo.

40 OTTOCENTO

Le ultime parole che pronuncia sono: “Vorrei ritornare ora”. Si spegne all’una e mezza del mattino, il 29 luglio 1890. La salma viene esposta nella sala dell’albergo e alle pareti vengono appese le sue ultime tele. I fiori, deposti ovunque, sono del colore che amava, il giallo, simbolo della luce. I pennelli e il cavalletto collocati a

terra. Tanti i visitatori, tra cui artisti, amici, gente comune. Tante le parole scritte dalla cronaca. Riportiamo solo quella mistica di Emile Bernard che contiene il riferimento alla Passione del Cristo. E’ indirizzata al critico Albert Aurier, per comunicargli il tragico evento: “Il nostro caro amico Vincent è morto… penso abbiate

intuito che egli stesso si è ucciso… Sotto lo choc del colpo è caduto, ma si è rialzato, tre volte di seguito, per rientrare dove alloggiava.” Un particolare non certo, ma possibile. Sotto i cieli plumbei tra le distese di grano. ❂ Bibliografia: Pierre Leprohon, Vincent Va n G o g h , R u s c o n i 1990.


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Pagina 41

ÂŤ...sono immense distese di grano sotto cieli torbidi e non mi sono fatto scrupolo di cercare di esprimere tristezza e solitudine estremaÂť OTTOCENTO 41


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Pagina 42

Sogno di Primavera

orothy D ordsworth W

42 OTTOCENTO

accanto. Traspaiono dalle sue parole la bellezza dei luoghi che abitava, le distese fiorite, i cieli tersi o imbronciati, il rumore della pioggia battente o il sospiro del vento. “14 maggio 1800, mercoledì - Avevo il cuore così gonfio che non sono quasi riuscita a parlare mentre salutavo William con un bacio… Ho camminato fin che ho potuto tra i sassi della riva. Il bosco è pieno di fiori: un bel fiore giallo, di un giallo pallido, folto, rotondo e doppio, con un profumo dolcissimo mi è sembrato un ranuncolo. (…) e poi fragole, gerani, violette senza profumo, anemoni di due tipi, orchidee, primule. Il ciliegio selvatico bellissimo con il suo arbusto basso. Il melo selvatico sta germogliando…”. Si prova quasi un sentimento d’invidia a leggere di tanta bellezza oggi sempre più rara. E’ l’esplosione della primavera, la forza dirompente di una natura che avanza inarrestabile.



Gli occhi attenti di Dorothy, quasi da predatore, registravano ogni particolare mentre passeggiava fra i boschi, intorno al lago o lungo le strade di villaggi sperduti. Ella coglieva fiori ovunque e poi li portava al suo cottage per trapiantarli; abbelliva così il giardino anche per William, profondamente legato alla natura. E’ facile immaginare i passi della giovane donna, ai tempi di Grasmere aveva solo ventinove anni, mentre calpesta i viottoli e le strade bianche di polvere, seguirla lungo i sentieri ombrosi, vederla attraversare i dolci pendii, scorgerla camminare sulle rive del lago per





D

o r o t h y W o r d sworth (17711855), sorella del poeta inglese William, era di appena un anno più giovane rispetto al fratello. Insieme a Samuel Coleridge formavano un trio definito “Tre corpi e un’anima”. Dorothy visse per il fratello che adorava e fu per fargli piacere che iniziò a scrivere i Diari, pubblicati solo dopo la sua morte. Dorothy scriveva per non perdere nessun particolare che, forse, sarebbe potuto servire a William per qualche sua poesia, per tenerlo al corrente di ciò che accadeva durante le sue assenze, per non spezzare mai l’amorevole filo d’acciaio che li teneva saldamente uniti. Inconsapevolmente Dorothy lasciò, grazie ai diari, dei piccoli capolavori che descrivono la vita rurale dell’Inghilterra all’inizio dell’Ottocento. Pagine pregne di sentimento, di amore, di vita quotidiana, di fatti della porta

di Maria Giulia Baiocchi



Sopra: un ritratto di Dorothy Wordsworth in giovane età. In alto: i luoghi che ispirarono William Wordsworth per la poesia Daffodils. Sotto: lo studio di Dorothy. A fronte: una delle prime edizioni del Grasmere Journals.

poi sostare, persa nelle sue fantasie, seduta su un masso screziato dal muschio.


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Il suo sguardo doveva abbracciare il paesaggio da un punto all’altro dell’orizzonte, rapido, indagatore, pronto ad osservare ogni sfumatura, teso a spiare l’avanzare agognato della primavera, la nascita di un germoglio, l’abbozzo tenero di un bocciolo. “15 aprile 1802, giovedì – Arrivati nei boschi oltre Gowbarrow Park abbiamo visto qualche giunchiglia sulla riva e abbiamo immaginato che la piccola colonia fosse nata dai semi che il lago aveva portato sulla spiaggia. Ma proseguendo ne abbiamo viste sempre di più… Crescevano fra le pietre muschiose e tutt’intorno, certe poggiavano le corolle sulle pietre come per riposare su un cuscino, il resto si agitava, ondeggiava, danzava e pareva ridere sotto il vento che soffiava dal lago.” E ancora: “16 aprile 1802, venerdì Santo – Quando ho tirato le tende stamattina sono rimasta colpita dalla bellezza del paesaggio… Splendeva il sole, il

Pagina 43

vento era cessato e le colline avevano un’aria allegra… Primule sul ciglio della strada, erba favaiola che luccicava come stelle d’oro nel sole, violette, fragole appartate e semisepolte nell’erba… Ho lasciato William seduto sul ponte… Quando sono tornata indietro l’ho trovato che scriveva una poesia sui luoghi e i suoni che abbiamo visto e ascoltato… C’era lo scorrere gentile del torrente, la scintillante vivacità del lago, prati verdi deserti”. Sorprendono la quiete dei luoghi, il loro fascino selvaggio e primitivo, pare quasi di sentire la freschezza dell’aria cristallina accarezzare la pelle. La primavera risorgeva e Dorothy ne era felice, soprattutto quando poteva condividere le sue impressioni con William. Insieme si divertivano a ribattezzare luoghi e cose, secondo l’estro del momento o dei ricordi che suscitavano ad entrambi. Leggendo i diari di Dorothy si disegna, davanti agli occhi del

lettore, il mondo come lei lo vedeva, se ne ascolta il respiro, l’incanto tratteggiato dalla sua penna capace di cogliere ogni particolare e di descriverlo fedelmente. “12 maggio 1802, mercoledì – Mattina assolata ma fredda. (…) Abbiamo riportato a casa fiori di ciliegio e di melo selvatico, anemone nemerosa, farfugine, veronica, quella bella color blu, lo stesso colore del turchese o del vetro usato dagli orefici, con le sue belle foglioline perlate. Anemoni in abbondanza e ancora le care care primule, aiuole di violette, viole del pensiero in abbondanza e l’erba favaiola... farfalle

...L’anfratto è circondato da frassini, sorbi, tassi, edera, agrifoglio, fiori e muschio. Sulla cima della roccia c’è un altro posto... una sorta di piccola alcova... dove c’è un altro delizioso tappeto di muschio. Abbiamo deciso di tornare a piantare fiori in tutti e due i posti domani... da I diari di Grasmere 23 aprile 1803


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Pagina 44

Sogno di Primavera

44 OTTOCENTO

solcato dal candore delle nubi liete di amoreggiare con il vento. Dorothy, sentendosi vicina alla fine, stanca e provata dalla malattia, si struggeva ripensando alla sua esistenza che considerava essere stata povera e inutile, non così piena come forse aveva sognato. Mai si è resa conto della ricchezza che i suoi diari hanno rappresentato sia per i suoi contemporanei sia per noi. Una testimonianza preziosa, capace di eternare l’immagine di un mondo perduto, che solo la potente forza evocativa delle sue parole ci resti❂ tuisce intatto.



di tutti i colori. Ne vedo spesso alcune piccole di un colore lilla chiaro detto “Occhio dell’Imperatore”, che ricorda un po’ il colore del geranio grande che fiorisce vicino al lago”.

Dopo gli anni felici di Grasmere, Dorothy, a causa di una malattia, iniziò un lento declino. Chissà quante volte, dopo che fu costretta a una vita da invalida, avrà ripensato alle sue incantevoli passeggiate nei boschi, alla gioia che l’animava alla vista dei fiori, al piacere di trapiantarli e vederli crescere nel suo giardino; chissà quante volte il suo pensiero sarà corso all’intima felicità che la natura le aveva donato, alla contentezza che aveva provato ad essere sola con William sulle rive del lago, intenti a rimirare un cielo blu



A sinistra: un’altra edizione del Grasmere Journals. Sotto: una riproduzione di una delle dimore di Wordsworth. Trasformata in un museo dai discendenti, è ancor oggi visibile e ricca di suggestioni.


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Pagina 45

Sogno di Primavera

LA PRIMAVERA AD ORIENTE A 

lla metà dell’Ottocento il Giappone usciva dal suo isolamento secolare e

di Laura Fanti

contemporaneamente volgeva al desio il periodo Edo, caratterizzato da un notevole fervore di tutte le arti, in particolare delle stampe a bloc-



chi di legno Ukiyo-e (“immagini del mondo fluttuante”). Quelle stampe, che avranno grande fortuna in Occidente, grazie ad

OTTOCENTO 45


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Pagina 46

Sogno di Primavera artisti come Whistler, Manet, Monet e Degas, nascevano dalla nuova cultura giovanile che si era diffusa nelle grandi città nella metà del XVII secolo. A formare il loro repertorio scene domestiche, scorci di vita cittadina, scene teatrali ma, principalmente, paesaggi e la “pittura di uccelli e fiori”. Quest’ultima, chiamata Kach_ga, nac-

que in Cina nel X secolo e si diffuse in Giappone solo tra il XIV e il XVI secolo negli ambienti del buddismo zen, dove venne arricchita da piccoli poemi. La pittura Kach_ga fu portata a piena maturazione da Utamaro, il quale illustrò volumi poetici con insetti, conchiglie, uccelli e creò continui rimandi di spirito e risonanze tra la

«È fatto di campanule il tetto del mio capanno 

fiori di pruno: è un’ estasi la mia primavera





Nella pagina precedente: Veduta del fiume Sumida in primavera, di Utagawa Hiroshige, 1848-1858. Sopra: sempre di Hiroshige, Stelo fiorito di malvarosa, 1843-1847. A destra: forse il più celebre dipinto di Hiroshige è questo Albero di susino nella casa del tè a Kameido, del 1856. Si tratta di una Nishiki-e, «un’immagine di broccato» (xilografia realizzata per la stampa di tessuti preziosi), e fa parte delle Cento vedute della città di Edo.

46 OTTOCENTO



rugiada del mattino sulle campanule vendute da un uomo rozzo» Kobashi Issa (1763-1828)


19-02-2007

13:03

Pagina 47

parola scritta e l’illustrazione. Dopo di lui, nell’Ottocento, sarà la volta dei due grandi maestri Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige, sul quale ci soffermeremo brevemente. Hiroshige, meno noto di Hokusai, che pure aveva una profonda empatia con la natura, tanto che cambiò il nome in Shunro (“Splendore pri-

del chiaroscuro. Hiroshige era molto dotato sia nelle arti figurative sia nella poesia, al punto da riuscire a compiere una meravigliosa congiunzione tra il repertorio di uccelli e fiori e il mondo poetico. Egli portò al massimo splendore la pittura di paesaggio, superando la pittura Kach_ga e restituendo un perfetto rapporto tra sfondo,

maverile”) e dedicò trentasei vedute al monte Fuji (delle quali fa parte La grande onda), attuò una compiuta e poetica sintesi tra l’Ukiyo-e, la pittura Kach_ga e gli influssi occidentali, grazie anche alla conoscenza della pittura di Maruyama Oky_, il quale aveva importato dall’Europa la tecnica

paesaggio e figure, dove queste, anche se secondarie, vengono integrate pienamente nella costruzione dell’immagine. Le sue illustrazioni conobbero molta fortuna nel campo delle arti decorative, impiegate come carta da parati e come paraventi, e vennero esportate in Occidente dove diven-



da pag.28 a 48



A sinistra in alto: particolare di Coppia di anatre mandarine sull’acqua e rami fioriti, 1832-1834. Sopra: Peonie in piena fioritura, un’altra opera di Hiroshige del 1843-1847. E’ uno scorcio di un ramo di peonia con fiori aperti, boccioli e foglie. Accanto è riportata una poesia di Ryuka.

OTTOCENTO 47


da pag.28 a 48

19-02-2007

13:03

Pagina 48

Sogno di Primavera tarono una vera e propria moda. Tra gli elementi che affascinavano maggiormente nella pittura di Hiroshige, l’utilizzo del blu di Prussia, un colore chimico che egli introdusse dall’Europa e che staccava nettamente con i colori naturali, ocra e marrone, della tradizione giapponese, al punto che molti suoi paesaggi (ad esempio il bellissimo Albero di susino nella casa del tè a Kameido del 1856), con i loro colori al di là del naturalismo e le loro ardite composizioni, furono il preludio più convincente alla pittura simbolista, e cito, una per tutti, quella di Paul Gauguin. Le stampe giapponesi si differenziano notevolmente dalla tradizione occidentale, la loro bidimensionalità, la loro sintesi, il loro à plat sono nettamente in contrasto con la tradizione rinascimentale e con la prospettiva brunelleschiana che ha “condizionato” la pittura occidentale fino all’arrivo degli Impressionisti. Costoro saranno colpiti dai tagli arditi, dalla piattezza delle immagini e dal repertorio figurativo dei giapponesi, nonché dalla loro sensibilità nei confronti della natura. Questa insistenza sul naturalismo non deve tuttavia trarre in inganno, poiché alla base di tutta l’arte giapponese sussiste un forte simbolismo, in parte a noi incomprensibile, che deriva dalla 48 OTTOCENTO

«Dall’età di 5 anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e dal mezzo centinaio in poi ho esposto molti disegni, ma non ho dipinto nulla di notevole prima dei settant’anni. A settantatré ho compreso un poco la forma delle erbe e degli uccelli e degli altri animali, insetti e pesci; perciò a ottanta mi auguro di essere progredito oltre; a novanta di aver carpito il significato segreto delle cose, così che a cento avrò raggiunto il divino mistero e, a centodieci, anche un punto o una linea saranno vivi. Prego chi di voi vivrà abbastanza di verificare queste mie parole.» Katsushika Hokusai

tecnica Mitatee, utilizzata in tutte le arti per evidenziare aspetti nascosti negli oggetti. Aspetti che l’osservatore colto riconosce perché hanno rimandi alle immagini mitologiche classiche. ❂


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:07

Pagina 49

Sogno di Primavera

Romantica Primavera “Oh pace, pace! Poiché nulla spera ormai la donna declinante. Invano fiorisce di viole il colle e il piano: non ritorna per lei la primavera.” PRIMAVERE ROMANTICHE

Guido Gozzano



D’in su la vetta della torre antica,/passero solitario, alla campagna/cantando vai finché non more il giorno;/ed erra l’armonia per questa valle./Primavera d’intorno/brilla nell’aria, e per li campi esulta,/sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Così scriveva Giacomo Leopardi (1798-1837) nella sua poesia Il passero solitario, ma non deve trarre in inganno

di Maria Giulia Baiocchi



Sopra: In giardino, un olio di Francesco Gioli del 1875-1880.

quel suo struggente accenno all’incanto della primavera. Se nell’uomo la vista di tanta bellezza suscita emozioni, essa, come nella tragedia greca, è invece indifferente al suo destino. Così pensava Leopardi, che concepiva la natura come un meccanismo cieco e indifferente alla sorte delle sue creatu-

re, dove la sofferenza degli esseri e la loro distruzione erano essenziali per consentire la conservazione del mondo. Egli arrivava così ad attribuire la causa dell’infelicità dell’uomo alla natura stessa, al moto inesausto delle cose capace di cancellare la vita, la poesia, gli affetti e la bellezza.

Nelle sue liriche sono diversi gli accenni alla primavera, intesa come principio di vita, giovinezza fuggevole, dolce stagione ingannatrice. Celeberrima la poesia dedicata alla giovanissima Silvia, rapita da una morte crudele: “E tu non vedevi il fior degli anni tuoi; non ti molceva il core/la dolce lode or delle negre chiome, or degli sguardi innamorati e

OTTOCENTO 49


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:07

Pagina 50

Sogno di Primavera

50 OTTOCENTO

venuta primavera./Alla campagna tutto è lieto, e tutti/Fioriscon gli arboscelli ove fra i rami/Zefiro scorre, ed i fioretti spicca/Che, maggior fatto, pe’ pensieri tragge;/E il viator c’alla cald’ora passa/Ne sente il fiato ricreargli il core”. Il profumo asciutto e cipriato della viola mammola, così comune in primavera, impregnava anche le antiche strade di Atene, che l’aveva scelta quale simbolo della città coltivandola soprattutto per il suo potere dolcificante. C’è il sogno dell’estate

che verrà, nei versi pregni di gioiosa primavera di Giosue Carducci (18351907): “Correa la melodia spiritale di



schivi (…)”. E più sotto: “Anche peria fra poco/la speranza mia dolce: agli anni miei/anche negaro i fati/la giovinezza. Ahi come/come passata sei,/cara compagna dell’età mia nova,/ mia lacrimata speme!”. E’ invece colma di gioiosa attesa la poesia L’Aprile di Giambattista Maccari (18321868), grande estimatore del Leopardi; infatti, egli prese come modello gli idilli leopardiani che volse a un più minuto descrittivismo. Insieme al fratello Giuseppe (1840-1867) fu tra i maggiori esponenti della scuola romana che si differenziava dal resto della cultura della città eterna, tutta chiusa in se stessa e superficiale, per un delicato gusto poetico d’indirizzo classicistico. Entrambi morirono poco più che trentenni e parecchie loro poesie furono pubblicate postume. Ecco L’Aprile: “Già la viola che soave olezza/Nunzia in città

primavera/E i peschi e i meli tutti eran fiori bianchi e vermigli,/E fior gialli e turchini ridea tutta l’erba al di sotto,/Ed il trifoglio rosso vestiva i declivi de’ prati,/E molli d’auree ginestre si paravano i colli.” Leggendo uno stralcio di questa poesia, Sogno d’estate, sembra di scorgere quei colori che dovevano impreziosire i prati e i colli ammirati dal Carducci, come se i fiori fossero gemme splendenti ebbre di luce. Un simile paesaggio accarezzato dal sole aveva dunque incantato l’occhio sensibile e contemplativo del poeta, abituato a ragionare più sulle rievocazioni storiche, la poesia di memoria e il senso della morte che sul In alto: una vista di Recanati fascino della natura. con la torre citata nel Passero Invece per Giovanni solitario. Sopra: ritratto di Pascoli (1855-1912) Giacomo Leopardi. A la poesia fu sempre sinistra: Giosué Carducci. scoperta, fu la capacità Sotto: Marzo, di Beppe di osservare le piccole Ciardi.




19-02-2007

13:07

cose della natura con l’occhio del fanciullo. Per questo ogni lirica doveva, secondo lui, essere espressa con un linguaggio spontaneo e antiletterario, perché il poeta doveva essere prima di tutto intuitivo e capace di cogliere l’essenza di quanto lo circondava. E anche lui scrisse dei versi dedicati alla primavera intesa come giovinezza perduta, scivolata via dalle rade maglie del tempo. Nella struggente poesia La quercia caduta, Pascoli racconta la fine di una generosa quercia, ormai a terra, simile ad un gigante

Pagina 51

buono che svela ai passanti, frettolosi solo di accaparrarsi il suo legname, “i nidietti della primavera”, rifugio di “una capinera /che cerca il nido che non troverà”. E’ facile collegare i versi al dolore che Pascoli bambino, all’alba della sua primavera, provò alla notizia del padre ucciso in un agguato. Alla bellezza selvaggia della rosa di macchia dedicò questi versi: “Rosa di macchia, che dall’irta rama/Ridi non vista a quella montanina,/Che stornellando passa e che ti chiama Rosa canina” (Rosa di macchia), rammentando così il fascino di una pianta umile ma forte e coraggiosa. E per la pervinca, la Rondine dei fiori, come è stata soprannominata in Russia, il Pascoli scrisse una poesia, intitolata appunto Pervinca e raccolta in Myricae, dai versi tristi

e malinconici: “So perché sempre ad un pensier di cielo/Misterioso il tuo pensier s’avvinca,/Sì come stelo tu confondi a stelo,/Vinca pervinca;/Io ti coglieva sotto i vecchi tronchi/Nella foresta d’un convento oscura,/O presso l’arche, tra vilucchi e bronchi,/Lungo le mura.”



da pag.49 a 66



A sinistra: Giovanni Pascoli. Sopra: Luci nel bosco, di Eugenio Cecconi. Sotto: Cogliendo fiori, di Pompeo Massani.

Il poeta preferì dare a questo fiore un significato di morte, distaccandosi da coloro che invece lo consideravano un fiore sacro a Venere, capace di cementare

OTTOCENTO 51


19-02-2007

13:07

Pagina 52

Sogno di Primavera





A sinistra: Primavera, di Niccolò Cannicci, 1876. Sotto: Olindo Guerrini.

Anche Guerrini

l’amore fra gli sposi. Il Pascoli ebbe versi anche per la margherita, altro fiore primaverile per eccellenza, tanto da essere chiamato “primaverina”. Simbolo di rinnovamento e di rinascita dell’anno, l’umile fiore di campo ha una bellezza discreta, con i suoi colori, giallo-oro e bianco. Se nel pistillo solare è facile intuire un richiamo all’astro che con la bella stagione ritorna vigoroso, nel candore dei petali appena screziati di rosa 52 OTTOCENTO

sulle punte, si ravvisa invece il niveo lucore dell’alba primaverile che indossa una veste rosata andando incontro al giorno. In questa luce la eternò il Pascoli: “Chi vede mai le pratelline in boccia?/Ed un bel dì le pratelline in fiore/empiono il prato e stellano la roccia. (…) O mezzo aperta come chi non osa,/o pratellina pallida e confusa,/ (…) bianca, ma i lievi sommali, di rosa; tanto più rosa quanto più sei chiusa (…)”.

Olindo (1845-

1916) celebrò la margherita scrivendo in Sole d’inverno (in bicicletta): “Nel pallido meriggio alle romite/Vie che corsi ed amai son ritornato/Ed ho visto fiorir le margherite/Bianche tra le tenaci erbe del prato”. Il poeta-bibliotecario, che visse quasi sempre a Bologna e che pubblicò una raccolta di poesie fingendo fossero di un cugino morto per tisi, scandalizzò la sua epoca per l’audacia erotica di certi versi. Il linguaggio usato, che ignorava le complicazioni etiche e intellettuali dei suoi contemporanei, lo portò a diventare un esponente del Realismo. A Guido Gozzano (1883-1916) il compito di chiudere un percorso che ha toccato alcune delle voci più significative del panorama poetico italiano.

Gozzano, iniziatore del Crepuscolarismo, giovane poeta dall’animo pregno di una grandissima sensibilità, romantico e struggente, in alcune sue poesie lascia, nel lettore, il doloroso rimpianto per ciò che è stato e si è perso per sempre, una sofferenza continua che si acuisce con il ricordo del passato ormai lontano. E nulla si rimpiange più della “nostra” primavera, che c’inganna con promesse profumate d’eterno e che invece fugge via, rapita dall’implacabilità del tempo. “E t’allontani…Come più mi avanzo/all’altra meta, o gioventù, m’avvedo/che fosti bella come un bel romanzo/ Venticinqu’anni. Sono vecchio, sono /vecchio… Passò la giovinezza prima, il dono mi lasciò dell’abbandono:/un libro di passato, ov’io reprima/il mio singhiozzo e il pallido vestigio/ riconosca di lei, tra rima e rima…” (da I collo❂ qui).



da pag.49 a 66



Sotto: una fotografia del giovane Guido Gozzano.


19-02-2007

13:07

Pagina 53

Sogno di Primavera

La primavera italiana di Carlo Fornara 

da pag.49 a 66

di Laura Fanti



OTTOCENTO 53


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:07

Pagina 54

Sogno di Primavera

C

54 OTTOCENTO



a r l o Fornara visse in isolamento nella natia Val Vigezzo per più di quarant’anni, per questo gran parte della critica lo ha considerato un artista provinciale, un isolato. Non era così. Sebbene fosse un introverso, Fornara non era affatto chiuso al mondo esterno, anzi, conobbe tutti i fermenti culturali del suo tempo, pur tenendosi sempre ad una certa distanza, tanto che non arrivò ad assegnare alla propria pittura una svolta decisiva. Egli, oltre ad essere un intellettuale, affascinato in particolar modo dalle teorie sul colore di Chevreul, Helmholtz e Rood, ebbe contatto diretto con le opere dei suoi



Nella pagina precedente: Giardino con ciliegio in fiore. In alto: al periodo divisionista appartiene ancora questo Sera d’aprile. Sopra: Natura morta con frutta e stoviglie. A fronte in alto: La mia casa in Val Vigezzo.

ispiratori grazie, in verità, a numerosi viaggi. Prima di tutto Parigi, l’opportunità per lasciarsi alle spalle l’esperienza divisionista e studiare l’Impressionismo (vedremo come la sua pittura non appartiene né all’Impressio-

nismo né al Divisionismo vero e proprio), quindi San Francisco, dove vinse una medaglia d’argento, poi Monaco, altra occasione di vittoria grazie a Tristezza autunnale (1905) in seno all’Esposizione

Internazionale, infine, l’ultimo viaggio in Sud America nel 1911. Oltre ai riconoscimenti all’estero, ebbe anche una notevole visibilità in Italia, dato che espose tre volte alla Biennale di Venezia. Non un isolato, dunque, piuttosto un solitario, un amante della letteratura (leggeva Huysmans) e dell’arte, che preferiva non avvicinarsi di persona ai grandi maestri, ma continuare a guardarli da lontano con ammirazione profonda e anche un po’ di soggezione. Il corpus artistico di Carlo Fornara contempla varie suggestioni, che spaziano dal giovanile amore per la scuola di Barbizon, per Corot, Courbet e


19-02-2007

13:09

Millet, passione trasmessagli dal maestro Cavalli, a quello per il Divisionismo segantiniano e, infine, a quello per l’Impressionismo. Inoltre Segantini, del quale Fornara è spesso considerato un epigono, fornisce all’artista lo spunto per accennare a note simboliste, inserite in alcuni momenti della composizione: ne è un esempio il ramo spezzato di Vespro d’aprile (1904), un’evidente metafora della morte che contrasta con il ramo colmo di boccioli sulla destra. Alla luce di questa sua ricchezza creativa e pluralità di suggestioni, mi vorrei soffermare sui lavori più maturi

Pagina 55



da pag.49 a 66



Sotto: Vespro d’aprile, un’opera suggestiva evidentemente ispirata all’arte di Segantini, metafora della morte che contrasta con i rami fioriti di primavera.

OTTOCENTO 55


19-02-2007

13:09

Pagina 56

Sogno di Primavera



da pag.49 a 66



A sinistra: Paesaggio collinare, dove le pennellate materiche hanno sostituito i precedenti stili. Sotto: fotografia dell’artista.

(quelli a cavallo tra XIX e XX secolo per intenderci), che maggiormente ci indicano la direzione della sua pittura, per formulare una serie di considerazioni. Prima di ogni cosa il fatto che tutti i riferimenti non diventano mai statici o emulativi, poiché sono delle ispirazioni: la scuola di Barbizon gli serve per sposare l’immersione nella natura (che non sarà mai completamente en plein air visto che egli si servirà sempre di bozzetti ed oli preparatori), il Divisionismo e, in generale, le teorie sulla divisione del colore e sul contrasto simultaneo (in Francia espressi in pittura da Seurat e dai Pointillistes) per liberare la sua pennellata, renderla vivace, l’Impressionismo per irradiare di luce le tele, in particolare quelle aventi per soggetto prati e alberi. Il Simbolismo, infine, 56 OTTOCENTO

non sarà mai consciamente elaborato o abbracciato: Fornara è scevro da ogni intellettualismo, da ogni rielaborazione mentale della realtà; se si accosta al Simbolismo (di matrice segantiniana) non lo fa per aggiungere mistero al proprio lavoro, esso è solo uno dei modi per rappresentare il reale, per dirla più semplicemente, è un mezzo non un fine. Per questo le sue composizioni non hanno nulla a che vedere con l’oscurità, con la morbosità segantinia-

na: anche se alcuni dei suoi lavori più noti riportano un titolo “invernale” (come Tristezza invernale. Agonia della natura, la Morte, l’inverno, facente parte della Parabola della Natura, del 18991901), la maggior parte di essi si riconosce per un’immediata luminosità, per la luce che inonda gli alberi, per i contrasti mai eccessivi tra i colori, toni molto decisi che lo distinguono nettamente da Segantini. Inoltre, sempre nello stesso periodo, avvenne

la sua “incoronazione” a divisionista da parte di Pellizza da Volpedo, Angelo Morbelli e di Plinio Novellini, come reazione alla bocciatura di En plein air alla Triennale di Brera del 1897. Ciò accadde, però, senza che egli ne avesse piena consapevolezza… Divisionista malgré lui. Perché in realtà quella tecnica che gli serviva per ravvivare l’erba, i boccioli, le ombre, a lui non interessava troppo sotto il profilo scientifico, bensì sotto quello empirico di pittore, a volte per i contrasti tra i complementari (verde dei prati e rosso dei fiori, soprattutto), mai resi con aridità piuttosto con una pennellata molto densa, quasi gestuale. Per inciso, a causa del suo interesse per il colore la critica parla di una svolta impressionista verso i primi anni del Novecento, anche se non si tratta di una conversione, ma, come ripeto, di una delle tante suggestioni. Fatto è che, per quanto riguarda i soggetti rappresentati, Fornara si dimostra molto chiuso, convenzionale, qui, forse veramente provinciale e dunque relegato un po’ ai margini della storia ufficiale dell’arte (anche se ricordo che Grubicy lo considerava il più importante


20-02-2007

13:42

emulo di Segantini). Fornara non abbandona mai, non solo nella scelta ma anche nella forma, i soggetti più classici: ritratto, paesaggio, natura morta.

Pagina 57

Ritrae i soggetti a lui vicini e non lascia spazio all’immaginazione, né cerca di rivoluzionare la loro visione, se non, paradossalmente, in una delle sue poche

“sconfitte”, nel citato En plein air, dove, probabilmente suggestionato dai lavori sintetisti dei pittori di PontAven, cerca di abolire la prospettiva e



da pag.49 a 66



Sopra: Angolo del mio orto, uno dei dipinti più belli di Fornara, che nel cielo mostra ancora traccia dello stile divisionista.

costruire l’immagine per piani sovrapposti. ❂

OTTOCENTO 57


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:09

Pagina 58

Sogno di Primavera

Sditoria una Capinera

58 OTTOCENTO



L

a vicenda straziante di un’anima dal suo fiorire alla vita fino alla morte per un amore infelice: questo è il tema di Storia di una capinera, romanzo epistolare appartenente alla produzione meno matura di Giovanni Verga. Scritto nell’estate del 1869, il romanzo viene pubblicato a puntate su una rivista milanese per signore, e poi in volume per Lampugnani nel 1871. Protagonista è l’educanda Maria, costretta a prendere i voti. In campagna, dove si trasferisce per sfuggire al

di Barbara Ielasi

colera, la giovane s’innamora di Nino, che per volere della famiglia ne sposa la sorellastra. Tornata in convento, tormentata dal suo desiderio frustrato, Maria finisce per

«In quel corpicino c’era qualcosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualcosa oltre alla fame e alla sete»

 impazzire e morire. Ecco quanto scrive all’amica, in preda al malessere che prelude all’inizio della passione, predicendo quasi il proprio destino: “Siamo degli umili fio-

rellini avvezzi alla dolce tutela della stufa, che l’aria libera uccide”. Libertà e prigionia, luce e buio: il cammino di Maria si snoda attraverso gli opposti e secondo il ritmo delle stagioni. Le prime pagine sono piene della vitalità della campagna e dell’entusiasmo di un cuore che si schiude alla vita e all’amore: “Quanto sarei felice se tu fossi qui con me, a raccogliere i fiorellini, ad inseguire le farfalle, a fantasticare all’ombra di questi alberi, allorché il sole è più cocente, a passeggiare abbracciate in queste belle sere, al lume di


13:09

luna, senz’altro rumore che il ronzio degli insetti…” scrive Maria all’amica. Vi si respira la spensieratezza intessuta di emozioni fragili e potenti come il canto degli uccelli: “Ci son dei momenti in cui questa folla di pensieri trabbocca e mi riempie la testa di vertigini, m’inebbria, mi stordisce.” Lentamente, insieme a lei, il lettore viene condotto tra le mura del convento: un luogo funereo, animato da figure spettrali e icone di una fede fatta di terrore. “Si vedono sulle pareti disegnarsi figure mostruose, sul capezzale, ai piedi del crocifisso, sta quel teschio informe, si ha paura dell’aria che si respira…” Nonostante lo stile del Verga appaia qui ancora lontano dalla felicità stilistica delle opere più tarde, l’autore gestisce con mano sicura una perfetta partitura, in cui è chiara la ricerca di modulazione della scrittura secondo le diverse stagioni del cuore. Vi si avverte il peso della cultura letteraria ottocentesca,

Pagina 59

tuttavia accanto al patetismo tardoromantico, che segna anche i personaggi di contorno, ingenui bozzetti privi di spessore, si sente il tocco del futuro autore de I Malavoglia. E’ l’interiorità della protagonista a catturarci: con Maria respiriamo la campagna in fiore, sentiamo i primi tremiti amorosi, con lei sbattiamo le ali nella cella nuda come farfalle impazzite. O come capinere, appunto: quegli uccellini dal capo scuro che liberano il canto a primavera. La scelta del titolo è spiegata nell’introduzione, dove l’autore racconta la storia di una capinera in gabbia che muore perché: “In quel corpicino c’era qualcosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualcosa oltre alla fame e alla sete.” Il Verga infonde nell’opera una passione vissuta in prima persona, essendo stato protagonista di un amore impossibile per una giovane in attesa di prendere i voti. Al di là dei limiti dovuti a uno stile ancora acerbo, è forse proprio questo aspetto, combinato con il tragico contrasto tra libertà e costrizione, a rendere la storia ancora attuale, tanto che il romanzo è stato protagonista di tre riduzioni cinematografiche. La più nota è quella di Franco Zeffirelli del 1993, dove il regista disegna tuttavia per Maria un ❂ lieto fine.



Verga e il verismo

G

                        

19-02-2007

                        

da pag.49 a 66

iovanni Verga mentale nella letteranasce a Catania tura italiana. In esso nel 1840 da Verga riesce a realizzauna famiglia di possi- re compiutamente denti. Dopo aver inter- l’impersonalità della rotto gli studi di giuri- scrittura, attraverso sprudenza e aver intra- l’artificio del discorso preso la carriera gior- indiretto libero, e a nalistica, a soli 22 anni comporre un meravipubblica a proprie glioso affresco che, spese il suo primo fedele alle intenzioni, romanzo, che gli spia- pare “farsi da sé” trana la strada verso il mite la voce del poposuccesso. Sia a Firenze, lo; è il punto più alto dove si trasferisce nel del Verismo, declina1865, che a Milano, zione italiana del Verga frequenta gli Naturalismo francese ambienti più vitali di cui massimo espodella cultura italiana. nente fu Emile Zola. Nel 1894, quando Ma già con Mastro Don torna in Sicilia, è già Gesualdo, secondo atto considerato uno dei del ciclo, Verga torna a massimi romanzieri soluzioni più classiche, italiani viventi, tutta- forse anche per la tievia il ritorno a casa pida accoglienza segna una battuta d’ar- incontrata dal primo. resto nella produzione Vittima del dannundell’autore, che morirà zianesimo imperante, nel 1922. Non ci fu relegato ai margini mai, nella produzione culturali e geografici, verghiana, una vera e solo dopo morto, e propria cesura tra stili grazie anche a e tematiche diverse, Federigo Tozzi che lo però il romanzo I indicherà come supreMalavoglia, primo atto mo maestro, Verga di quel “ciclo dei otterrà quel riconoscivinti” che Verga non mento che lo situa tra i portò mai a termine, massimi scrittori itasegna una tappa fonda- liani di tutti i tempi. 

OTTOCENTO 59


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:09

Pagina 60

Sogno di Primavera

Una primavera dimenticata GLI IMPRESSIONISTI AMERICANI SULLE ORME DI MONET 

L

di John Milner



a pittura americana fin dal suo inizio non segue i modelli tradizionali, ispirandosi alla quotidianità, usando un linguaggio simbolico e materiale legato all’attualità. I soggetti sono soprattutto la natura grandiosa e selvaggia, e la gente comune. Tuttavia, nella seconda metà del diciannovesimo secolo l’influenza dell’Impressionismo si fa strada, partendo dallo strato più alto della società, e la pittura diventa una sorta di ponte sull’Atlantico. Si formano associazioni di artisti, alcuni dei quali entrano in diretto contatto con i pittori Sopra: Il ponte bianco di John Twachtman, chiaramente ispirafrancesi, radicandosi to ai soggetti di Monet. A fronte: il dipinto forse più affascinante soprattutto a Parigi e prodotto nella «colonia» di artisti americani che orbitava attorno a Monet è questo Donna in un giardino, di Frederick Carl Londra: dalla maggiore Frieseke, dove una figura femminile si confonde con i colori di un esponente, Mary giardino fiorito. I toni e l’uso di colori puri preannunciano già gli Cassatt, che abbiamo stili successivi del ’900. visto, a John Sargent e James Whistler. Questi libertà nei confronti gerà addirittura una funartisti, pur legati agli degli stili, destinate ad zione trainante nell’arte impressionisti, manter- evolversi nel Novecento mondiale. ranno una loro indipen- in una pittura totalmen- In questa breve trattadenza espressiva, una te autonoma, che svol- zione vogliamo prendere



60 OTTOCENTO



in esame quei nomi, meno noti, che sono giunti quasi all’emulazione dell’Impressionismo e in particolare del grande maestro Claude Monet. Pittori assai raffinati, anche se a volte ripetitivi, ma comunque capaci di trasmettere anch’essi sensazioni intense con i loro colori e il loro accostarsi ai vari soggetti riguardanti la natura. Tra loro spicca senz’altro Frederick Carl Frieseke, che si stabilirà in Francia acquistando a Giverny una casa contigua a quella di Monet e che, all’inizio del Novecento, la rivista americana Art Digest arriverà a definire “il pittore americano più famoso”. Una frase di Frieseke ci spiega in modo semplice la sua spontaneità nell’approccio artistico alla natura: “non dobbiamo dimenticare che dipingere la natura non è questione di intelletto, ma di sensi”. La sua opera più significativa, Femme dans un jardin, presenta un motivo pittorico straor-


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:10

dinario che rivela in parte il superamento dell’Impressionismo e già l’influenza dei pittori “nabis”, soprattutto nell’uso di colori puri e nell’assenza di prospettiva. Più fedele alla tavolozza di Monet è Theodore Earl Butler, che diventerà genero del maestro

Pagina 61

sposandone la figliastra Suzanne Hoschedé. Tutta la colonia di pittori americani che si era stabilita a Giverny frequenterà regolarmente la loro casa, dove per qualche anno regnerà un clima di festoso entusiasmo. Un anno dopo la morte di Monet, Butler

renderà omaggio al padre dell’Impressionismo con un dipinto delicato e minuzioso, degno del maestro, Vue du jardin à Giverny. Uno stile più personale è adottato da Robert Vonnoh, di Boston, che aveva frequentato l’Accademia Julian di Parigi, per poi

stabilirsi a Grez sur Loing. Lì, vicino alla foresta di Fontainebleau, fonderà assieme ad altri artisti americani, inglesi e scandinavi la scuola di Grez, un movimento che si distingue per la luminosità delle opere. Di rilievo è il dipinto Coquelicots en France, in

OTTOCENTO 61


19-02-2007

13:10

Pagina 62

Sogno di Primavera



da pag.49 a 66



A sinistra: Giverny, di Dawson Dawson-Watson, 1888. Sotto: Monet posa davanti al celebre ponte giapponese nella sua tenuta di Giverny. In basso: Campo di fiori a Giverny, di Theodore Wendel.

Watson. Il primo, a differenza di altri, piace subito a Monet che lo autorizza a dipingere nel proprio giardino. I due diventano intimi amici, tanto che Robinson si può definire il testimone impressionista della vita

cui una distesa di papaveri realizzati a colpi di spatola rende l’opera di una freschezza assoluta, pur non raggiungendo l’audacia del celebre Coquelicots di Monet. Altri frequentatori di Giverny saranno Theodore Wendel e John Leslie Breck. Attirati dalla fama di Monet, produrranno dipinti nei quali la natura, soprattutto in prima-

62 OTTOCENTO

vera, se non eguaglia il fascino e la forza di quella ritratta da altri artisti, dà comunque la sensazione del silenzio e della pace che regnava in quel luogo magico della campagna francese. Sempre appartenenti alla colonia americana di pittori che ha soggiornato a Giverny e che lì è rimasta per vari anni sono Theodore Robinson e Dawson Dawson-


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:11

Pagina 63

quotidiana, di quel periodo, della famiglia Monet, di cui riproduce alcuni momenti felici, fra i quali le nozze della figliastra Suzanne con Butler. Anche DawsonWatson, americano figlio di un artista inglese, dopo vario peregrinare approda a Giverny su consiglio di Breck, restandovi cinque anni e





In alto: I gigli, di Carl Frieseke, che affermava non dobbiamo dimenticare che dipingere la natura non è questione di intelletto, ma di sensi. Sopra: Giardino a Giverny, di John Leslie Breck, 1890 circa. A sinistra: una foto del maestro francese con una delle figliastre.

OTTOCENTO 63


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:11

Pagina 64

Sogno di Primavera





Sopra: questa Vista del giardino a Giverny, di Theodore Earl Butler, si potrebbe anche confondere con un’opera di Monet di cui Butler ha adottato in pieno la tavolozza. Sotto: Papaveri in Francia, un bellissimo primo piano di un campo fiorito di papaveri, di Robert Vonnoh. L’inquadratura non è forse audace come quella del celebre Coquelicots di Monet (qui a destra), ma l’effetto cromatico è notevole.

64 OTTOCENTO


19-02-2007

13:11

Pagina 65



da pag.49 a 66



In alto: Giardino di contadino, di Vonnoh, 1890 circa. A sinistra: Il corteo nuziale, di Theodore Robinson, dedicato alle nozze della figliastra di Monet, Suzanne Hoschedé.

realizzando dipinti di grande luminosità. L’elenco dei pittori che si ispiravano all’Impressio-

nismo si allunga ancora con William Chase, John Henry Twachtman, Frederic Childe Hassam, tutti con esperienze parigine, forse meno originali degli artisti connazionali più grandi, ma sempre entusiasti testimoni del fascino di questa straordinaria stagione della pittura. ❂

OTTOCENTO 65


da pag.49 a 66

19-02-2007

13:11

Pagina 66

Sogno di Primavera

L’ultimo fiore della primavera di Manet

È

noto che Manet apprese l’arte del dipingere en plein air dal più giovane Monet, ma solo in tarda età, così che di quella pittura rimangono pochissime testimonianze. Manet, interessato prevalentemente alla figura umana, non si dedicò molto ai quadri di natura, tuttavia le poche nature morte che dipinse sono tutte incantevoli e di altissima qualità. Negli ultimi anni della sua vita realizzò vari quadri di fiori, tra cui questo coloratissimo Garofani e clematide in un vaso di cristallo. Qui l’artista sembra aver assegnato valore simbolico ai fiori tramite una progressione dai colori cinerei in basso a quelli più scuri in alto, quasi metafora della vita e della morte. Così come la clematide viola è in contrasto con un fiore bianco poco riconoscibile. I garofani in alto sembrano un emblema della speranza, in antitesi con il gambo spezzato in fondo al vaso. Il dipinto è del 1882, e fu destinato a passare tra le mani di molti collezionisti, tra i quali il ministro degli esteri tedesco von Ribbentrop ai tempi del nazismo. Dopo la guerra il dipinto tornò in Francia a titolo di risarcimento e oggi è visibile al museo d’Orsay di Parigi. ❂

66 OTTOCENTO


N umeri arretrati

disponibili

2

ordinare a: DELTA EDITRICE B.go Regale,21 Tel.0521 287883 fax 0521 237546

3

e-mail: deltaed@iol.it www.ottocentoromantico.it a â‚Ź 8.3 cad. (spese postali comprese) 6

4

7

8

9

10

11

12

                        

                        

3a di coprtina 21-02-2007 13:47 Pagina 3


4a di copertina di 800

19-02-2007

15:22

Pagina 1

IL PROSSIMO NUMERO

DOSSIER

La Voce del Mare sarà in edicola il 1°settembre

Ottocento n. 13  

http://ottocentoromantico.it/ http://deltaeditrice.it/ http://www.corradobarbieri.it/