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N°16 - SETTEMBRE - OTTOBRE 2008 - Semestrale - Anno VII - Spedizione in A.P. - art.2 comma 20/B legge 662/96 - Direz. Comm. Imprese Emilia Romagna - € 6.9

IL SECOLO ROMANTICO

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I NTIMI V IAGGI


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Intimi Viaggi

Il viaggio Americano

Iniziamo il viaggio per gli Stati (Sì, per il mondo, spinti da questi canti, Di qui salperemo verso ogni terra, ogni mare) Noi, disposti a imparare da tutti, a insegnare a tutti, ad amare tutti. (In viaggio per gli Stati - Walt Whitman)

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stere nell’immaginario collettivo come una frontiera pericolosa e selvaggia. Il termine wilderness, appunto luogo selvaggio, si contrapponeva a plantation, vale a dire l’agglomerato urbano, anche in senso dispregiativo, dell’insediamento dei coloni. Ma wilderness indicava anche la terra desolata dove l’uomo era solo, senza una guida, e quindi diventava il prediletto bersaglio del demonio, come soste-

 nevano i Puritani, che si consideravano gli eletti biblici giunti alla Terra Promessa. C’è un altro termine, errand, ben conosciuto dai Puritani del New England, che indica





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recento anni dopo la sua scoperta, l’America, diventata indipendente dall’Inghilterra, e di riflesso anche dall’Europa, nel 1776, si era mutata in un continente che ricordava le macchie sul manto di un leopardo. L’Est si era sviluppato a vista d’occhio: porti, città, fabbriche e svariate opere pubbliche erano stati edificati; l’Ovest, invece, continuava a resi-

di Maria Giulia Baiocchi



Sopra: Mountain Jack e il Minatore Errante, di E. Hall Martin. A destra, in alto: Tramonto nella wilderness (1860), di Frederic Edwin Church (Museum of Art, Cleveland). Sotto: Fiume tra le Catskill Mountains, (1843), di Thomas Cole (Fine Art Museum, Boston).


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Sopra: Il Grand Canyon del Colorado, 1892, di Thomas Moran (Philadelphia Museum of Art). A sinistra: Accampamento nelle pianure, particolare, di Worthington Whittredge. Sotto: Tra le nuvole all’alba, 1849, di Frederic Church. A destra a fronte: Veduta della valle di Yosemite, 1865-67, di Albert Bierstadt.

l’obiettivo da raggiungere grazie alla migrazione, al pellegrinaggio e al progresso. Nel 1800, la visione puritana era ben salda nella mente degli americani, che si sentivano non un popolo ma il popolo e, fra gli scrittori, the Spirit of America, ben lontano dalla realtà storica, imperversava come l’ideale assoluto da conquistare. L’affermazione dell’Io, 6 OTTOCENTO

dimostrata nella capacità di saper cogliere le opportunità, essere pronto a viaggiare e quindi accettare il nuovo, diventò l’elegante cornice argentata dove racchiudere l’American Dream. Il nuovo era sempre più ad Ovest e il prototipo dell’americano, senza radici e dislocato (rootless e displaced), raggiungeva un luogo per abbandonarlo in cerca di un altro, per-

ché il passato si doveva dimenticare in fretta a beneficio del futuro che era là, nei pressi della nuova frontiera, colmo di dolci promesse. Anche nel mondo letterario cresceva il desiderio d’incamminarsi lungo un percorso diverso, lontano dall’Europa che, se geograficamente era posta di là dall’oceano, intellettualmente incombeva sulla lingua, lo stile


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fessionista d’America; fra i suoi più famosi seguaci, si annoverano Edgar Allan Poe e Nathaniel Hawthorne. James Fenimore Cooper (1789-1851) colse nei suoi libri la conflittualità dell’uomo di frontiera che, pregno di una civiltà pronta a mutare a contatto con il mondo e le virtù degli indiani, si costruiva un nuovo codice morale, in quelle aree dove aveva davanti a sé la bellezza mozzafiato di paesaggi



e i temi trattati. Charles Brockden Brown (1771-1810) trovò il modo per creare una letteratura che rispecchiasse gli orizzonti fisici e i disagi psicologici del Nuovo Mondo. Egli prese a modello il romanzo gotico inglese e lo adattò alla storia e alla geografia americane, ponendo il terrore all’interno dei personaggi e non più al di fuori di loro. Brown può essere considerato il primo scrittore pro-



incontaminati e terribilmente solitari. Egli Sopra: I grandi alberi (The Great Trees, Mariposa ne ricavò dei romanzi Grove, California),1876 di (fra i più famosi: I racAlbert Bierstadt. Sotto: conti di Calza di Cuoio e Charles Brockden Brown L’ultimo dei Mohicani), (1771-1810) in un ritratto di James Sharples, 1798. dove l’America splendeva nella sua bellezza vergine, al contrario di E. A. Poe (18091849), che del Nuovo Mondo descrisse le ambiguità. Gli americani erano esaltati dalle continue scoperte e risorse del nuovo continente e, nello stesso tempo, angosciati dalla vastità,

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Intimi Viaggi





A sinistra: Le cascate del Niagara dalla Table Rock, 1835, di Samuel Finley Morse. Sopra, ritratto di Ralph Waldo Emerson.

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dallo stato selvaggio e dal bisogno di civilizzare e domare una natura superba e inviolata. Il rigore calvinista, retaggio del Settecento, che poneva un Dio severo ovunque, si andava però stemperando nell’Unitarismo, che diffondeva l’idea di un Dio benevolo, propenso a lasciare l’uomo libero di decidere per se stesso e di immergersi, con fiducia, nel creato. Il passo successivo fu il Trascendentalismo, che aboliva la religione formalista e si rivolgeva ad ogni singolo, per invitarlo a



Sopra a sinistra: ritratto di James Fenimore Cooper, a destra di Henry David Thoreau. Sotto: Hetch-Hetchy Valley, 1874-1880, di Albert Bierstadt.

cercare e a trovare nella solitudine dell’intimo una comunione idilliaca con la natura. Ralph Waldo Emerson (1803-1882), nei suoi lunghissimi sermoni, invitava gli americani a dimenticare l’Europa per iniziare un nuovo viaggio, soprattutto interiore, che li aiutasse ad attivare un diverso rapporto con il continente che li aveva accolti. Il suo seguace Henry David Thoreau (1817-1862) andò addirittura a vivere nei boschi, sulle rive del lago di Walden, solo e in perfetta armonia con la natura, in verità non sempre benigna. Entrambi furono tra gli esponenti del rinascimento americano; essi si posero in bilico fra il vecchio e il nuovo e in quell’eterno viaggio dell’uomo verso il futuro, testimoniarono le mutazioni del loro tempo, gettando le basi per un ponte invisibile che altri poi si accinsero ad attraversare, prepotentemente spinti verso un secolo nuovo che avrebbe visto germogliare altri semi. ❂


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Venite...è 

Venite è tempo di partire. Andiamo per un lungo viaggio. (Chippewa)

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mmaginare… Immaginare uno spazio infinito e un cielo così largo, da non vederne né i confini né l’orizzonte. Immaginare decine di nuvole ammassate e poi scorgerle libere di affrontare il vento, di spezzarsi, di riunirsi, di vivere e morire mille volte; immaginare una notte stellata in ogni sua piega e una luna vezzosa che getta a terra raggi d’argento. Immaginare il canto di uomini che solcarono le praterie immense sentendo il respiro d’ogni cosa. Immaginare di udirne le voci recitare parole di passione, paura, disprezzo, amicizia o rispetto, mentre suoni di

tempo di Partire... di Maria Giulia Baiocchi



più strumenti musicali accompagnano l’insolita cadenza e altri uomini ancora danzano, le lucide membra illuminate a tratti dai bagliori del fuoco. Immaginare, fuori da quell’insolito cerchio, un silenzio compatto, rotto dal fruscio di brezze sconosciute, da ansiti e sospiri resi ignoti dal buio, dallo scalpiccìo di memorie scomparse. Immaginare il viaggio di uomini attraverso il palpito delle loro anime. Immaginare… “È là che stanno i nostri cuori,/nell’infinità dei cieli” (Pawnee) recita un antico canto indiano, capace di racchiudere in due versi l’amore di un uomo e una donna che sentivano d’appartenere l’una all’altro, in comunione con i luoghi che costituivano il loro scenario quotidiano. È un viaggio strano questo; esso raccoglie lo scintillio di anime che sapevano coltivare dentro di loro l’unicità dell’Universo. “Io sono grande al di sopra./Io domo la nera

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Intimi Viaggi memoria, molte delle quali raccolte lungo il Diciannovesimo secolo, un triste periodo per la popolazione indiana. Intimi viaggi, intime miniere che racchiudono anime vibranti e coraggiose come quella di Petalasharo, un giovane Pawnee che nel cuore celava, come i più puri diamanti, l’amore e la giustizia. Egli salvò una giovane indiana Comanche che stava per essere immolata alla Stella del Mattino. Il guerriero tagliò i lacci che la tenevano prigioniera e fuggì con lei. Viaggiò a lungo, sino alle terre Comanche e la riportò alla sua gente. La Stella del Mattino, senza la sua vittima, non cadde dal cielo come pensavano i superstiziosi Pawnee. Anni dopo, il giovane





nube” (Olelbis, Il creatore – Wintu); “Il giro Alla pagina precedente: della terra che tu vedi/La viso di un indiano Piedineri. In basso: due dipinti di dispersione di stelle nel George Catlin raffiguranti cielo che tu vedi/Quello è una scena di caccia e uno streil posto per i miei capelli” gone Mandan. Sopra: Caccia al bisonte, di John Mix (Stella polare – Wintu). Stanley. A destra e sotto: Sono voci disperse dal una foto dell’epoca e un dipinto vento, portate a noi di accampamenti Piedineri e sulle fragili ali della Comanches.

si recò a Washington un altro lungo viaggio dove alcune alunne di una prestigiosa scuola gli conferirono una medaglia d’argento, per l’atto valoroso grazie al quale una fanciulla era stata salvata. Era il 23 febbraio 1822. Per altre vie ed altri viaggi, nel 1883, Alonzo Thompson, uno studioso, ritrovò in un sepolcreto indiano del Nebraska, annerita dal 10 OTTOCENTO


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tempo, quella medaglia che un giorno lontano era stata posata sul petto di un giovane eroe. C’è un ultimo viaggio ancora da compiere, sino ad una roccia rossa e rotonda in un luogo chiamato Pueblo Jemez, nel New Mexico, che si getta al di fuori delle altre tanto che, arrestandosi al suo orlo, lo sguardo cade per almeno dodici metri. Gli occhi spaziano attraverso le pianure di terra cuprea e lungo il profilo delle basse colline dalle sommità arrotondate; lontano, s’intravede l’imbocco scuro di un canyon, sopra a tutto si stende un cielo compatto. Ma all’alba, quando le ombre ancora non sembrano sazie e s’allungano a rapinare gli angoli più nascosti, quando il profilo delle basse montagne è azzurro e l’aria è pregna d’Oriente, quando la luce incerta svanisce piano in attesa del primo sole, allora, sul ciglio della roccia, nel silenzio perfetto delle prime ore del giorno, si può sentire la corsa di cento, duecento, trecen-



Sopra: il celebre dipinto di George Catlin, Nuvola Bianca, del 1844. Sotto: foto dell’epoca di due Piedineri.

to uomini… dapprima lontani, poi via via più vicini, serrati; sono passi regolari e cadenzati come una strana e sconosciuta musica.

È la corsa dei morti, che si ripete ossessiva e s’annulla con l’arrivo dell’aurora. È il viaggio eterno di passi instancabili, di ombre invisibili che percorrono sentieri a noi sconosciuti. “Chi è quest’uomo che corre con me/E vedo che aiuta la sua ombra?” (Canto della gara - Dal ❂ Sud-Ovest).

Nella grande notte il mio cuore andrà via; Verso di me l’oscurità viene frusciando. Nella grande notte il mio cuore andrà via. (Papago)

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Intimi Viaggi

arti per il tuo viaggio sconfinato 



Parti per il tuo viaggio sconfinato! Le stelle che tu incontri sono simili a te – Non è forse una stella un asterisco ad indicare un’esistenza umana? (lirica 1638)

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na distanza geografica non è nulla, se confrontata agli spazi raccolti dentro un’anima. Nel cammino della conoscenza di sé, del senso della vita e dell’avvicinamento alla comprensione dell’eternità, Emily si pone quale viandante instancabile. Ella è una figura minuta, lucente e sola che cammina sempre, ora fra gli abissi del cuore, ora lungo un sentiero stellato, come se i suoi occhi potessero frugare ovunque senza temere i vulcani, l’irruenza dei mari o l’alito fosco della morte. “Salgo col mio fardello il colle della vita…” ci lascia scritto Emily, che nel suo viaggio cerca risposte, incuriosita com’è dall’esistenza che le tocca vivere in un mondo a volte esaltante, perché l’intenso effluvio dell’amore la inebria, altre pregno di sofferenze che la

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costringono a giacere in balia di dolori in grado di annientarle ogni altro sentimento. Affacciata sull’orlo di un calice profumato, o sull’oscuro confine di un sepolcro, è l’alito dello spirito eterno che la poetessa sente addosso, una veste impalpabile dove il divino s’insinua, per ricordarle l’immortalità dell’anima. È dunque la certezza dell’eternità a starle accanto, invisibile come il vento ma così presente da imporle un dialogo continuo. “Questo mondo non è conclusione./C’è un seguito al di là -/invisibile, come la musica-/ma forte, come il suono-/…è l’intuizione che deve al fine penetrare l’enigma-/Risolverlo confonde i più sapienti-/…” (501). Emily possiede una penetrante sensibilità, che le permette di cogliere ogni soffio più lieve. Immobile, davanti alla minuscola finestra della sua camera,



di Maria Giulia Baiocchi



Sotto: Veduta dal Monte Holyoke, di Thomas Cole, 1836. Erano i luoghi attorno ad Amherst. A fronte: la homestead dei Dickinson.


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rompe ogni confine, mentre lo sguardo corre al di là dei boschi, dei prati e dei colli, spaziando fra terra e cielo, ascoltando l’intero ansimare del mondo, l’afflato caldo come il brodo primordiale di un’umanità continuamente tesa verso la speranza del futuro. “Da un’asse all’altra avanzavo/così lenta, prudente./Sentivo le stelle sul capo,/e sotto i piedi il mare./Questo solo sapevo: un altro passo/poteva essere l’ultimo./Ed avevo quell’andatura incerta/che chiamano esperienza”. (875). Emily viaggia, sempre più sicura del suo incedere, come dimostrano le parole che incidono la carta e diventano l’eterna voce di un’anima immortale. Il suo punto d’arrivo è oltre ogni barriera, è lo spazio infinito dove il tempo smarrisce la sua umana suddivisone, lontano da ogni linea terrena tracciata da mani accecate. “Molto inoltrato era il nostro viaggio:/i nostri piedi erano quasi giunti/a quella strana svolta sul cammino dell’Essere/che ha nome Eternità (…)”. ❂ (615).

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Kate Chopin “Il volatile che vuole librarsi in aria sulla pianura della tradizione e del pregiudizio deve avere Kate robuste ali.” Chopin di Sabrina Bottaro



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l Realismo statunitense della seconda metà dell’Ottocento, trovò una sua inaspettata e spontanea espressione nell’opera di Kate Chopin, nata O’Flaherty, distinta signora borghese del Missouri, figlia di madre francese e padre irlandese. Kate Chopin fu un caso unico nello scenario letterario di quegli anni, sia per la sua produzione preziosa e di gran classe, sia a causa dello scandalo e fortuna del suo romanzo, Il Risveglio, croce e delizia della storia letteraria relativa a quegli anni. Nata nel 1850 a St. Louis, nell’epoca in cui si facevano largo i discendenti dei coloni europei, Kate O’Flaherty era cattolica e studiò alla Sacred Heart Academy. La persona più importante della sua vita fu la bisnonna materna, madame Charleville, che legò così tanto con la bisnipote, da influenzarne la propensione all’aneddoto e, in generale, al racconto, oltre che forgiarne la 14 OTTOCENTO



mentalità in maniera estremamente moderna. Pur non essendo direttamente colpita dalla guerra civile (gli interessi economici della sua famiglia erano al sicuro), il conflitto lasciò nell’adolescente Kate un senso di cordoglio per le perdite umane e per le famiglie disperate. Il matrimonio con Oscar Chopin, nel 1870, la proiettò in una nuova dimensione, quella della vita coniugale: l‘uomo che aveva sposato era un commerciante di cotone allora facoltoso, figlio di un medico francese trapiantatosi in Louisiana. Vissero a New Orleans fino al tracollo finanziario del 1879, che li portò a trasferirsi a Cloutierville, dove aprirono un emporio e dove vissero fino a quando Oscar Chopin morì, nel 1882, lasciando la famiglia, moglie e cinque figli, in difficoltà. Ma Kate O’Flaherty, ora Chopin, non si

perse d’animo e continuò con coraggio l’attività del marito. Tuttavia, nel 1884 tornò con i figli nella sua casa di St. Louis, accorgendosi che nel mondo c’era ben altro oltre al commercio e al cotone; i fermenti culturali della sua città le diedero lo stimolo per cominciare a raccogliere e scrivere cronache della società creola in una bucolica Louisiana. Le sue poesie cominciarono ad apparire su riviste accreditate e anche i suoi molti racconti videro la luce. Notevoli i racconti Al ballo acadiano o Il temporale, ma anche Una donna rispettabile e Storia di un’ora, densi di quel famoso colore locale che caratterizza l’opera della Chopin e di emozioni femminili, scampoli di vita di donne che all’epoca costituivano una grande e pericolosa novità. Nel 1890, la Chopin pubblicò a proprie spese il romanzo Difetto d’amore, nel quale raccontava un’imbarazzante storia di divor-

zio, motivo per il quale fu rifiutato da un editore. Nel 1899 arrivò finalmente il suo romanzo più famoso e controverso, Il Risveglio, che le costò l’ostracismo letterario e l’emarginazione sociale. Romanzo indecente per l’epoca (una donna che lascia marito e figli per dedicarsi all’arte, per avere relazioni sensuali con uomini diversi e che si suicida perché non riesce a sopportare il peso di tali scelte), Il Risveglio è stato bandito da biblioteche e cancellato dalla bocca di tutti per buona parte del Novecento, per diventare il testo-manifesto del Femminismo degli anni Sessanta e per tornare in auge grazie a una fortunata riscoperta dell’intera opera di Kate Chopin. L’autrice soffrì in modo spaventoso per la messa al bando del suo romanzo e della sua persona, il suo miglior personaggio, una donna che voleva soltanto scrivere di donne in un mondo di uomini. ❂


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Paul Gauguin Viaggio fino alla fine del mondo 

















di Giovanna Intra

“Non ci sono più uomini ormai”



mi diceva il fedele Tioka, sfoggiando rispettosamente il berretto di Gauguin... OTTOCENTO 15


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arriverà troppo tardi a destinazione; al suo arrivo nessun incontro con il pittore, solo voci, negative per lo più: “Gauguin? Un pazzo: dipinge cavalli rosa”, e ancora: “Gauguin ci dà molto filo da torcere”. Solo in agosto, Ségalen si reca a Hiva-Oa, nella baia di Atuana, nelle Isole Marchesi, a quattrocento miglia marine da Tahiti, per incontrare il maestro. I due, tuttavia, non s’incontreranno mai:

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ennaio 1903: Victor Ségalen, francese, medico della Marina, giunge a Tahiti a bordo della Durance, per portare soccorso alle vittime del ciclone abbattutosi sull’arcipelago delle Tuamotu. Prima di lasciare Parigi, l’amico Remy de Gourmont gli suggerisce, una volta giunto laggiù, di far visita al pittore Paul Gauguin, che tempo addietro aveva scelto la Polinesia come sua nuova patria. Per il giovane medico, Gau-

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guin, però, rappresenta poco più che un nome. Medico, poeta, etnografo, archeologo, appassionato di musica, romanziere e viaggiatore, Victor Ségalen è un animo inquieto, soggetto a crisi nervose e depressive, diviso fra la stabilità di una vita borghese e il desiderio di spingersi oltre, di sapere, di conoscere il mondo. Ottenuto il dottorato in medicina col compito di fare un tirocinio su una nave per due anni, s’imbarca ma, per una serie di circostanze fortuite,


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materia per vari suoi scritti, fra cui Gauguin nel suo ultimo scenario (apparso sul “Mercure de France” nel gennaio 1904): non solo un omaggio al maestro, ma un ripercorrere,



Gauguin è già morto da tre mesi. Questo “non incontro” e l’amara sorpresa di non poter conoscere il pittore di persona, avranno per lui un significato immenso e saranno



In apertura dell’articolo: Autoritratto Verso il Golgota, 1896. Oggi conservato nel Museo di San Paolo in Brasile, fu uno dei due dipinti che Ségalen riuscì a recuperare nell’asta a Tahiti. A fronte in alto: Donne tahitiane sulla spiaggia, 1892; una foto di Victor Ségalen. Sotto: lettera del novembre 1901 di Gauguin a Daniel De Monfreid, con schizzo della sua nuova casa. Sopra: Strada verso i monti, 1891, (Toledo Museum of Art, Ohio).

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Intimi Viaggi attraverso ciò che egli qui ha lasciato, gli ultimi anni di vita di un uomo che, come Ségalen, giunge ai confini del mondo seguendo una voce interiore. L’approccio di Ségalen a ciò che è rimasto di Gauguin si svolge, a tratti, con uno stile che rasenta la pura descrizione oggettiva e, a volte, attraverso digressioni personali. Egli non è mosso da motivi artistici a leggere i manoscritti del pittore, a studiarne e preservarne i dipinti ma, paradossalmente, proprio per questo l’esito che ne avrà sarà quello di una vera e propria scoperta, di un Gauguin visto sotto una luce nuova; quella dell’essere umano, oltre che dell’artista. Giunto a Hiva-Oa, Ségalen trova una natura rigogliosa, selvaggia, un mare inva-

dente che si scaglia contro le rocce. Poco distante, la capanna del pittore, un’abitazione dalla decorazione naturale, con tetto fatto di fogliame, su cui veglia una statua di divinità 18 OTTOCENTO

maori ma con l’atteggiamento e la posa di un Buddha. Sotto c’è una scritta: “Te Atua” (Gli dei sono morti), seguita da versi del pittore stesso: “Gli dei sono morti, e della loro morte


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scritta, “La Maison du Juir” (La Casa del Piacere), circondata da figure di donne indigene in pose “convulse e abbandonate”, seguite da altre parole scolpite: “Siate innamorate e sarete felici/ Siate misteriose e sarete felici”. Nel resto della stanza, oggetti, un armonium, armi indigene, mobili, incartamenti, lettere, scritti: tutto ciò che rimane dopo il passaggio di liquidatori ufficiali, o semplicemente di qualcuno con cui Gauguin aveva debiti o conti in sospeso. Di ritorno a Tahiti, Ségalen si preoccupa di salvare le poche opere rimaste, acquisendone alcune all’asta, fra cui Verso il Golgota e una Maternità del 1896, acquisita, invece, da un suo compagno di Marina, conoscente del pittore. Ségalen giunge quindi



Atuana muore./ Ora le dà sonno il sole che un tempo le dava calore. […]”. L’atelier - capanna presenta una decorazione peculiare: pannelli in legno scolpito con una



Alle due estremità di queste pagine: Teste di donne tahitiane, 1891, una delle quali autenticata da Émile Bernard nel 1929. Al centro: I Raro te Oviri, 1891 (Museo di Dallas).

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mentale, in cui la figura di Gauguin gioca un ruolo importantissimo; un viaggio verso una nuova terra, teatro del contrasto fra la sua bellezza, il suo essere incontaminata e gli effetti deleteri del colonialismo come malattia

irreversibile, materia di riflessione che ritroveremo anche nei suoi scritti successivi. Questo è l’“ultimo scenario”del maestro, come lo percepì il connazionale che si trovò immerso in un mondo rigoglioso e triste allo



nel “quinto mondo”, come veniva chiamata ai tempi l’Oceania, l’ultimo per Gauguin, così diverso dall’Occidente, con i suoi colori, le sue forme, fonte da cui l’artista attinse continuamente. Un mondo la cui scoperta sarà per Ségalen per sempre inscindibile dalla figura del pittore; egli vi si inoltra e ne uscirà profondamente trasformato. È testimone sensoriale, più che oculare, dei suoi ultimi giorni di agonia, non solo per malessere fisico, ma per la sconfitta nei vani tentativi di difendere la popolazione locale. È impressionato dal pittore non solo dal punto di vista estetico, ma soprattutto per il rapporto che questi aveva instaurato con la civiltà polinesiana. Amato dagli indigeni, negli ultimi anni Gauguin lottò per difenderli dall’amministrazione locale e dai missionari, lottò affinché la loro cultura non si perdesse sotto i colpi dell’evangelizzazione, dei soprusi, dei vizi e della morale occidentali. Sarà Tioka, il fedele indigeno, a pronunciare le parole “Non ci sono più uomini ormai”, dopo la sua morte. E ciò non poteva lasciare indifferente un uomo partito dal suo paese non col desiderio di arricchirsi, bensì per conoscere e confrontarsi col “diverso”. È vero che Ségalen dedicherà poi il resto della sua vita a studiare un altro paese, la Cina, ma quello in Polinesia resta un viaggio fonda-



Sopra: Te Tamari no atua (Nascita del Figlio di Dio), 1896, Pinacoteca di Monaco.

stesso tempo, destinato a scomparire, pervaso dalla persistente presenza di un uomo non riconducibile a nessuna categoria, un “mostro”,


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un genio che sul finire fu “ambiguo e dolente, pieno di cuore e ingrato, servizievole con i deboli […] superbo e tuttavia suscettibile come un bambino[…] Fu diverso e, in tutto, eccessivo[…]”. Un uomo conteso fra l’amore per la vita, la voglia di celebrarla nella sua opera, con le cose che lo circondano (non a caso sua è La Casa del Piacere), e la paura della morte, la sfiducia nella pittura. Un uomo che si sente subito a suo agio fra questa gente, emblema di purezza, ma che si sente tradito, solo e abbandonato nel portare avanti la loro causa. Sarà questa complessa e suggestiva personalità ad affascinare Ségalen, partecipe infine di un viaggio alla scoperta di se stesso, oltre che di un uomo con cui, a sor-





A sinistra: nel febbraio 1898 Paul Gauguin scriveva dalle isole Marchesi all’amico Daniel De Monfreid di aver tentato invano il suicidio subito dopo aver portato a termine una grande tela di 4 metri per 1,70, che aveva intitolato Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Il dipinto rappresenta il divenire della vita dalla nascita alla morte. Scrive Gauguin: “l’ho eseguito a memoria con la punta del pennello su tela di sacco piena di nodi e rugosità. Ai due angoli superiori, su giallo cromo, ho messo a sinistra il titolo e a destra la mia firma. A destra in basso vi è un bambino che dorme e rappresenta l’inizio della vita. Tre donne vi sono accoccolate vicino. Due figure vestite di porpora si confidano i loro pensieri, mentre un’altra figura seduta, volutamente contrastante in dimensioni e prospettiva, leva il braccio in alto, stupita che esse non temano di pensare al loro destino. La parte centrale è dedicata al mondo degli adulti con le loro gioie e i loro dolori. Vari animali popolano la tela, nostri compagni di viaggio. In alto un idolo di colore blu sta ad indicare l’altro mondo. In basso a sinistra una ragazza seduta e una vecchia rassegnata ormai alla sua sorte. Ai suoi piedi uno strano uccello bianco tiene tra le zampe una lucertola significando la vanità delle parole. Si svolge tutto sullo sfondo di un corso d’acqua, in un bosco, più lontano il mare e le montagne dell’isola vicina. Il paesaggio è sempre blu veronese e verde, dove le figure nude risaltano in un audace arancione...”

presa, scopre di avere molti punti in comune, e che proprio per questo riuscirà a capirne il sentire, pur non avendolo mai conosciuto di persona. Si riconosce

quindi come artista, A sinistra e sopra: capace di carpire l’essenza umana, ma Maternità. Si tratta di due versoprattutto come uomo sioni differenti, una delle quali sicuramente recuperata da un che ritrova un uomo, compagno di Ségalen ad un’asta che si ritrova fra gli di Tahiti. Uno dei dipinti oggi fa uomini. ❂ parte di collezione privata.

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V nelle

iaggio

tenebre

C uore del

di Giovanna Intra





“[…] Quando ero un ragazzino avevo la passion che. Potevo stare delle ore a contemplare l’’America del Sud, l’’Africa, o l’’Australia, e perdermi nelle glorie dell’esplorazione. A q u tempi c’erano parecchi spazi vuoti sulla terra […] Però ne era rimasto ancora uno, il più vasto e il più vuoto, per così dire, per il quale provavo una autentica brama. È vero, a quell’e poca non era già più uno spazio vuoto. Era an riempiendosi, dalla mia fanciullezza, di fiumi, nomi. Ha cessato di essere uno spazio vuoto di spazio bianco da far riempire ai sogni di gloria Era diventato un cuore di tenebra. […] d 22 OTTOCENTO


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ione delle carte geografiq uei ra le ll’eandato mi, laghi e di delizioso mistero, uno ria di un ragazzo. da J. Conrad, Cuore di Tenebra.

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nizia così il racconto di Charlie Marlow, protagonista di Cuore di Tenebra (1899), l’opera più famosa di Joseph Conrad, un classico della letteratura del XIX secolo. La vicenda è il racconto del suo viaggio in Africa, lungo il corso del fiume Congo, alla ricerca di Kurtz, un agente della “Grande Compagnia di Civilizzazione”, di cui si è persa ogni traccia. È un’opera che troppo spesso la critica ha voluto ricondurre al filone di letteratura marinaresca e avventurosa, inserendola nel grande albero genealogico di cui fanno parte storie di bucanieri e

pirati, le relazioni di viaggio di Cook, i libri di Defoe, Melville, fino a Kipling e Stevenson; avventure in terra straniera, negli scenari esotici delle nuove colonie delle Indie Occidentali o del Mar dei Carabi, spesso vissute in prima persona dagli scrittori, oppure ispirate dalle vite di intrepidi marinai. Lo stesso Conrad passò buona parte della sua vita in movimento. Nato in Polonia nel 1857 con il nome di Józef Teodor Konrad Korzeniowski (otterrà la cittadinanza britannica solo nel 1886), fu presto costretto a seguire i genitori esiliati in Russia. Rimasto orfano a soli 13 anni,

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Nelle due pagine: varie immagini dell’Africa ottocentesca riprodotte da stampe inglesi. Quella in basso a fronte riprende il trasporto di schiavi dall’interno fino alle navi.

di Tenebra nacque infatti dal desiderio di visitare l’Africa, sogno realizzato nel 1889, quando divenne capitano di un vaporetto diretto nel Congo Belga. Tuttavia, l’esperienza traumatica, raccolta poi in Congo Diary (diario in cui egli annotava notizie e impressioni di viaggio), non sarà solo la materia principale del romanzo, ma influenzerà in modo decisivo tutta la sua produzione successiva, nonché la sua visione della natura umana, facendo della sua opera venne affidato alle cure dello zio materno, che diverrà suo istruttore e con cui compirà i primi viaggi. Lettore avido e precoce, appassionato di avventure di mare, a 17 anni, vinte le resistenze dello zio, realizzò il suo sogno imbarcandosi su un veliero francese diretto in Martinica e iniziò a girare il mondo. Solo nel 1894 abbandonò

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per sempre il mare, per dedicarsi alla scrittura. Visse una vita avventurosa, lavorando su imbarcazioni per le più svariate destinazioni quali Martinica, Borneo, Mediterraneo, Australia e Africa; fu coinvolto in commerci di armi e in cospirazioni politiche, visse da bohémienne, sperperando i suoi soldi al gioco. L’idea per Cuore

qualcosa di non più classificabile come semplice letteratura di mare. Sin dalle prime pagine, si ha l’impressione che il viaggio del protagonista sarà nefasto, idea man mano rinforzata dalle impressioni che Marlow ha della foresta in cui sta per inoltrarsi, un “deserto abbandonato da Dio”, una terra intrisa di violenza, degrado e morte, su cui grava una “presenza”, tanto silenziosa quanto reale. Non a caso, il fiume è visto come uno yellow snake, un serpente giallo, come gialla e insana sarà la carnagione del protagonista al termine del suo viaggio, il colore della febbre (lo stesso Conrad contrasse in Africa una


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malattia che lo afflisse per il resto della sua vita). Lungo lo snodarsi del fiume, Marlow non solo conosce un ambiente che non ha nulla di romanticamente esotico, ma anzi si rende conto delle barbarie commesse dai coloni europei sugli indigeni ormai ridotti in schiavitù, dell’ipocrisia degli ideali di civiltà e sviluppo dietro cui si nascondono sopraffazione e avidità di denaro. Un viaggio quindi di denuncia di questi falsi idealismi e della traumatica rivelazione del-

tutto di quest, di viaggio di ricerca, che poi è il motivo per il quale Marlow intraprende questo viaggio, la ricerca di Kurtz. Giunto qui tempo addietro con il preciso incarico di stendere un rapporto sulla popolazione locale, per poterne poi sopprimere i costumi selvaggi, Kurtz cede alla libidine del potere e della ricchezza, sottomette gli indigeni e si fa adorare come un dio. La sua stazione diviene la più grande fornitrice di avorio della Compagnia, ma solo grazie alle barbarie per-

petrate. Il fiume Congo si trasforma in un fiume infernale, attraverso cui Marlow raggiunge la “città sepolcrale” che Kurtz ha creato nel cuore della foresta: un viaggio introspettivo, che lo

porta a scavare nel profondo dell’oscurità del proprio animo. Affascinato dall’ambigua e misteriosa figura di Kurtz, il protagonista forse vi scorge il suo doppio, quello che anche lui vorrebbe esse-

l’orrore dello sfruttamento di cui lo stesso Conrad fu diretto testimone, già dai tempi dei suoi viaggi in Borneo. Il sogno di bambino di esplorare misteriose e affascinanti terre lontane, viene brutalmente infranto da questa scoperta. Sarebbe però limitativo considerare l’opera come una versione romanzata di un’esperienza autobiografica; la vicenda narra sì di un viaggio in Africa, ma da intendersi a più livelli. Si può parlare innanzi-

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Intimi Viaggi e come scrisse Agostino Lombardo in un suo saggio, “[…] il mondo morale è in effetti il centro vero e la ragione della sua arte […]”. Egli, che girò il mondo per buona parte della sua vita, trova la forza delle sue opere nell’animo umano; è attraverso la lettura che compie i primi “viaggi”, cercando forse una via di fuga dalla triste infanzia polacca. È, infine, nella scrittura che cerca conforto dalla solitudine del suo personale cuore di tenebra. ❂

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re. Ma Kurtz è ormai il fantasma di ciò che un tempo era: un uomo colto, dalle spiccate doti oratorie e artistiche; è il Lucifero decaduto, il Faust che ha venduto l’anima al diavolo, ora prigioniero della parte più oscura di sé. Sopraffatto dalla solitudine e perso ogni segno di civiltà, egli non sopravviverà al tentativo di Marlow di riportarlo indietro. Marlow potrà sfuggire a una simile fine, solo grazie alla presa di coscienza di sé, capendo che questo male, ciò che ha portato Kurtz alla follia, non è altro che l’avidità di ricchezza, un male che appartiene all’Occidente del mondo di cui lui stesso fa parte, e di cui è potenziale vittima. Il viaggio in questa terra ostile, oscura, è anche un viaggio a ritroso nel tempo, fino al raggiungimento degli stadi primordiali dell’uomo, della pura animalità e

degli istinti primitivi, dove è negato ogni Sopra e in alto: senso di umanità, un rispettivamente una di una zona mondo che però non è veduta dell’odierno Niger l’Africa, ma rappresen- e di un villaggio ta la vera natura Boscimani dell’Occidente, ipocrinel Sud Africa. tamente mascherata con ideali di progresso. Non a caso, il percorso è circolare: il racconto inizia e termina a Londra, la capitale dell’Impero “civilizzato”, ora avvolta essa stessa da nuvole che sembrano il “[…] cuore di un’immensa oscurità”. Conrad diviene esploratore dell’animo umano,




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di Maria Giulia Baiocchi









Parole in Viaggio 



Haworth, 24 ottobre 1844

“…da sei mesi sto aspettando una lettera di Monsieur – un’attesa di sei mesi è molto lunga, sapete. Tuttavia, non mi lamento…” (Da Charlotte Brontë a Monsieur Héger)

C



harlotte B r o n t ë affidò alle parole gran parte della sua vita: una fitta corrispondenza, i romanzi, le poesie e i pensieri. Sembrava quasi che preferisse di gran lunga usare la scrittura, che spostarsi o incontrare di persona i propri interlocutori. Un viaggio dal suo intimo all’altro, non un viaggio fisico. E furono davvero pochi i suoi spostamenti, odiosi quelli che la portarono a lavorare come istitutrice; inebrianti, ma colmi di profonda sofferenza, i due viaggi che la condussero in Belgio, a Bruxelles, nella scuola di Monsieur Héger. La prima volta partì con Emily, la sorella; entrambe avevano l’idea di perfezionare il francese, perché desideravano aprire una scuola nella solitaria canonica di Haworth. La seconda volta vi andò sola. Furono due



viaggi colmi di speranza, perché le Brontë pensavano di migliorare la loro situazione. All’estero Emily provò insofferenza, Charlotte, invece, vi incontrò, inaspettato, un amore forte e passionale: quello per Monsieur Héger, ammogliato e intoccabile. Dilaniata dall’impossibilità di avvicinarsi a lui come donna, Charlotte, tornata alla sua consueta solitudine inglese, affidò a provvidenziali viaggiatori le sue lettere disperate per Monsieur, cercando di non spezzare il fragile filo che li univa. Le immaginava solcare la Manica, come lei stessa aveva fatto mesi prima, ed approdare nel piatto e monotono Belgio. Ma, al loro ritorno, i provvidi messaggeri non avevano nessuna risposta per lei, che non rivelò mai alle sorelle e, tanto meno, all’amica del cuore Ellen il suo tormento. Lo teneva racchiuso nello scrigno

del suo animo, custodito come il più prezioso dei tesori, ma proprio per il suo grande valore, estremamente difficile da gestire. “Haworth, 8 gennaio 1845 – Mr. Taylor è ritornato. Gli ho chiesto se aveva una lettera per me. ‘No, niente’. ‘Pazienza’ ho detto ‘sua sorella sarà qui presto’. Miss Taylor è ritornata. ‘Non ho niente per voi da Monsieur Héger’ dice ‘né lettere né messaggi’. … Si soffre in silenzio fin quando si ha la forza di farlo ma quando questa forza viene meno si parla senza misurare troppo le proprie parole”. Infine, anche la passione sfumò, stemperata da vicissitudini molto dolorose per Charlotte, che in una manciata di mesi, fra la fine del 1848 e l’inizio del

1849, perse il fratello e le due sorelle. Il 30 marzo del 1855, a soli 39 anni, Charlotte s’incamminò anche lei per il suo viaggio estremo. L’ultima lettera la scrisse ad Ellen, che non dimenticò mai l’amica e le fu fedele oltre la morte. Charlotte chiacchierò, con leggerezza, del quotidiano: “Non parlerò delle mie sofferenze, sarebbe penoso ed inutile. Scrivimi e raccontami il caso di Mrs Hewitt… Salutami con tanto affetto Miss Wooler. Che Dio t’aiuti e ti dia conforto”. Era il 21 febbraio. Un mese più tardi, se n’era andata per sempre. I brani delle lettere sono tratti da Un così forte desiderio di ali (Luciana Tufani Editrice, trad. Franca Gollini, Ferrara 1997). ❂



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Intimi Viaggi

I V

l milio





“S

ono molteplici i poss i b i l i approcci letterari alla variegata, ricca e composita opera salgariana. Sarà sempre più necessario, per rivalutarne la poetica e approfondire sempre meglio lo stile originalissimo, studiare gli intrecci e il loro ripetersi o differenziarsi, analizzare i caratteri dei personaggi, esaminare le costanti stilistiche, l’ampio ricorso a termini stranieri, preferibilmente esotici, l’uso delle accurate note esplicative, la puntuale e rigorosa ambientazione storica (costumi, riti, usi, vestiti, arredi, architetture), l’impiego fedele delle fonti

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E S di Alessandra Moro

narrative e iconografiche, e porre la massima attenzione alla scrupolosa disamina che fa Salgàri del periodo storico nel quale si sviluppano le vicende narrate”. “Rubiamo” l’incipit ad un saggio di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi, appassionati studiosi salgariani, perché meglio non si potrebbe sintetizzare quale deve essere la corretta prospettiva



critica verso un autore per decenni sottovalutato, impropriamente infilato nella ristretta definizione di “scrittore per

ragazzi”. Emilio Salgari scrisse di viaggi senza praticamente viaggiare, grazie a una cultura e una fantasia straordinarie: questa è la sua peculiarità, questa la sua grandezza. Nato a Verona il 21 agosto 1862, crebbe in Valpolicella, nella frazione Tomenighe di Sotto, dove la famiglia, oltre a case in città, possedeva una vasta proprietà; originari del padovano (balza in mente il toponimo Salgaredo e il dialettale salgàr per salice), e presenti fin dal Seicento nel veronese per commercio, alcuni Salgàri si stabilirono nella terra del vino a partire


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S





V

iaggio di algari



tra oceani, porti, foreste ed eroi



...afferrare la giovinetta che era caduta a terra priva di sensi, stringerla fra le braccia... dal 1845. Un’agiata condizione permise a Emilio buoni studi al Regio Istituto Tecnico e Nautico Paolo Sarpi, a Venezia, che tuttavia coltivò senza passione, se non per la geografia e la storia, e che lasciò incompiuti. Tornò a Verona nel 1882, dopo aver compiuto, due anni prima, quello che probabilmente fu l’effettivo unico viaggio, una traversata da Venezia a Brindisi sul trabaccolo

Italia Una. Iniziò a collaborare con “La Nuova Arena”, diretta da Ruggero Giannelli, commentando fatti di politica internazionale con lo pseudonimo di A m m i r a g l i a d o r, scrivendo cronaca teatrale come Emilius e inaugurando l’attività di scrittore con Tay See (La Tigre della Malesia) e La favorita del Mahdi. Dal

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Intimi Viaggi

1885 al 1893 lavorò per L’Arena diretta da Giovanni Antonio Aymo. Due anni prima di trasferirsi a Torino, sposò Ida Peruzzi e con la famiglia si stabilì nella città piemontese dal ’94, per dar seguito in maniera più consistente all’attività letteraria, grazie ai rapporti con gli editori Speirani e Paravia. Dal ’96 rafforzò la collaborazione con l’editore genovese Antonio Donath; soggiornò in Liguria per due anni (1898-1900), e tornò a Torino continuando a dirigere per Donath la rivista Per terra e per mare - un’interessantissima vetrina 38 OTTOCENTO

di sperimentazioni giornalistiche - e diventando per la quarta volta padre: dopo Fatima (’93), Nadir (’94) e Romero (’98), nacque Omar (1900). Nel 1906 lasciò Per terra e per mare, rescindendo il contratto genovese e legandosi al fiorentino Bemporad, ottenendo ottime condizioni contrattuali, con guadagni superiori a quelli di Luigi Capuana, all’epoca autore già molto avviato e stimato. La macchina narrativa salgariana arrivò al suo culmine: sfornò una ventina di romanzi in cinque anni, poi gli ingranaggi cominciarono a incepparsi, a rallentare, usurati da un lavoro frenetico e da una cornice familiare non priva di preoccupazioni, per quanto la situazione economica non fosse così cupa. La salute di Ida, malferma da anni, precipitò nel 1910, portandola al ricovero in manicomio, ed Emilio non resse a lungo la pena dovuta a una moglie amatissima e malata, a un’ispirazione affievolita, a gratificazioni sempre minori. Tragico gene ereditario (prima di lui il padre, nel 1889, dopo i figli Romero, nel 1931, e Omar, nel 1863), il seme del desiderio di morte crebbe, sopraffacendolo il 25 aprile 1911, giorno in cui, come vergò in una lettera amarissima diretta

ai suoi editori: “spezzo per sempre la penna”, si tolse la vita. “Vado a morire nella valle di San Martino, presso il luogo ove quando abitavamo in via Guastalla andavamo a far colazione. Si troverà il mio cadavere in uno dei burroncelli che voi conoscete, perché andavamo a raccogliere fiori”, lasciò scritto ai figli. Abbiamo volutamente tralasciato di punteggiare la biografia con la bibliografia, per citarla ora e consider a r l a sotto la giusta luce critica e con il dovuto spazio. Ci interessa

puntare l’attenzione sui romanzi che vanno ad esplorare terre lontane e narrano di eroi esotici, ovvero del corpus salgariano guidato, spada alla mano, dal Corsaro Nero e da Sandokan, pronto ad estrarre dalla fascia in vita il suo parang. Nell’arco di una trentina d’anni, fra il 1883 e il 1911, Salgari pubblicò un’ottantina di


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romanzi intrisi d’avventura, spaziando nei luoghi della terra più incogniti e misteriosi, affascinanti e spaventevoli. Eppure, al di là del soggiorno scolastico veneziano, del trasferimento a Torino e dell’intermezzo ligure, nulla testimonia altri spostamenti; si ipotizza, per spiegare dieci mesi di buio biografico, un viaggio in India, partendo da Brindisi, nel 1880, ma il punto interrogativo copre completamente questa congettura. Dunque, come si spiegano i cicli dedicati ai pirati della Malesia (undici romanzi), ai corsari caraibici (cinque), ai corsari delle Bermude (tre), agli avventurieri del West (tre), e altre opere in cui gli scenari di eroi ed eroine sono i deserti africani, i ghiacci artici, il cielo e le profondità marine? Emilio non creava d’istinto ma ricercava fonti, si documentava meticolosamente; il suo stile si può definire “scrittura visiva”, poiché prende spunto non solo da altri libri (fu lettore di

Stevenson, Poe, gennaio 1899 all’abate London, Fenimore Pietro Caliari, suo ex Cooper), ma anche da insegnante, raccontava: “anche all’estero già mi faccio assai largo. In Francia, non ostante l’ostilità di Verne, ho collocato quest’anno quattro lavori (…), due in Spagna (…), altri due in Germania (…) e nell’America del Sud, specie nell’Argentina, se ne consumano parecchie migliaia di copie all’anno. Sono pienamente contento, ma non ancora. Aspetto l’Inghilterra e la Russia, diari, repertori naturali- colle quali ho già tratstici, incisioni (alcune tative, ed altri paesi descrizioni sono il per- minori. Spero presto fetto corrispettivo del- di aver i miei l’immagine davanti ai lavori pubblicasuoi occhi). ti in tutte le Figlio della Scapiglia- lingue d’Eutura, aprì le porte al ropa e fare una romanzo europeo in guerra in regoItalia, analogamente a la all’ormai quanto accadde in troppo vecchio Francia per mano di Verne (all’epoDumas, Hugo, Verne. ca settantunenProprio per quest’ulti- ne, N.d.a.)”. mo, Salgari rappresentò Salgari diseuna concorrenza non gnava carte indifferente, a riprova geografiche: fu del suo grande e imme- un viaggiatore diato successo interna- della mente ma zionale, soprattutto nei esperto di luopaesi di lingua spagnola ghi e, quando e portoghese, e del nella lettura talento che ne fece ben appare un elepiù che uno scrittore mento che non per ragazzi. corrisponde In una lettera scritta nel alla realtà, non

è per ignoranza ma per concessione letteraria, per forzatura richiesta dalla trama narrativa. Mompracem, il covo di Sandokan, esiste; oggi ha solo cambiato nome, è infatti stato identificato con Keraman, “l’isola che scompare”, un piccolo lembo divorato dai tifoni tropicali che si “cibano” delle sue spiagge. Il grande lago di Kini Balù, teatro di una feroce battaglia navale fra la Tigre e il rajah, è una montagna del Borneo; James Brooke, che fu effetti-

...Amal si era appressato alla finestra... OTTOCENTO 39


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Intimi Viaggi











vamente governatore di Sarawak (come lasciò testimonianza ai posteri in The Expedition to Borneo of H.M.S. Dido, scritto con Henry Keppel), scelse tale destinazione nel 1838 per cercarne il misterioso sito. Sandokan deve il suo nome a Sandakan (in lingua locale Sundukan), una città affacciata sulla baia omonima della costa nord-orientale dell’isola, un tempo capitale del Borneo britannico del Nord, oggi Sabah. Nel panorama di questi e altri studi, Claudio Gallo, docente di Storia del fumetto all’Università di Verona e bibliotecario, spicca per il lungo impegno nel recupero dell’opera salgariana, nell’ottica di mettere in primo piano l’autore e sfocare sui particolari privati e drammatici, che certamente fanno più gossip, ma distolgono l’attenzione dal motivo per cui è opportuno leggere Salgari; un uomo che, 40 OTTOCENTO

sto ricordo pose”. Il cimitero monumentale di Verona ne ospita le spoglie: “Emilio peraltro, lasciò poche tracce di sé e spesso mentì. Ottenne contratti editoriali ricchi ma che, nel contesto dei guadagni complessivi, fra vendite e diritti, a lui lasciavano la parte minore, che copriva appena i bisogni di quattro figli da allevare e di una moglie minata dalla malattia psichica, le cui cure e i soggiorni ospedalieri intaccarono fatalmente le finanze e

Salgari Romanziere e poeta dell’avventura qui riposa per volontà della sua Verona”.







“Fra queste mura EMILIO SALGARI visse in onorata povertà popolando il mondo di personaggi nati dalla sua inesauribile fantasia, fedeli ad un cavalleresco ideale di lealtà e di coraggio perché gli italiani non dimentichino la sua genialità avventurosa, il suo doloroso calvario la rivista ‘Italia sul mare’ que-

lo spirito di Emilio, la cui fama Torino ricorda ai passanti di corso Casale al civico 205, con la targa riportata a sinistra. Un nutrito e impegnato gruppo di salgariani, tra cui il Prof. Gallo, che ringraziamo per il fondamentale contributo critico all’articolo, ha fondato Il corsaronero, periodico in supplemento al fantasy magazine Yorick, in collaborazione con la Biblioteca Civica di Verona: raccolta di saggi originali e intelligenti, approfondiscono vita e opere dell’autore veneto, oltre che presentare scrittori e temi affini. Per info e abbonamenti yorickfantasy@yahoo. com ❂


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FREUD









E LA CITTÀ INCOMPARABILE



i g m u n d Freud, il padre della psicoanalisi, aveva due grandi passioni: l’archeologia e i viaggi. Non stupisce, quindi, che la sua meta di viaggio preferita fosse l’Italia, in quanto culla della civiltà romana e che Roma, da lui definita “città incomparabile”, rappresentasse per lui un intramontabile mito. Solitamente, nei mesi di agosto e settembre, la moglie e i figli di Freud si stabilivano in una località di villeggiatura, mentre lui si dedicava ai viaggi, spesso in compagnia del fratello Alexander o della cognata, Minna Bernays. Freud era un viaggiatore curioso e instancabile, attento tanto al mondo esterno, quanto a i p a e sa g g i dell’anima. Se partire per lui era un modo per fuggire dalla poco amata Vienna  e per approfondi-



re le sue conoscenze, i viaggi non costituivano però un allontanamento dall’interiorità, dalle riflessioni su di sé. Al contrario, ogni luogo raggiunto era un’occasione di ricerca, di scoperta interiore. Freud, applicando a sé stesso il metodo psicoanalitico, aveva cercato di capire che significato avesse per lui viaggiare e, in particolare, che significato avesse il suo grande desiderio di vedere Roma. Infatti, egli, contrariamente a una certa tendenza romantica, preferiva Roma ad Atene e per anni aveva accarezzato l’idea di visitare la “Città Eterna”, rimandando più volte il suo proposito e indugiando nei suoi viaggi nell’Italia settentrionale e centrale. Tra il 1895 e il 1900, durante le vacanze estive, egli aveva visitato Venezia, Trento, Milano, Livorno, Pisa,

Firenze, Assisi e numerose altre città, senza però riuscire a spingersi oltre il lago Trasimeno. Freud si concesse di realizzare il proprio desiderio di vedere Roma solo nel 1901. In una lettera all’amico Fliess, egli spiegò che il suo desiderio di andare a Roma era legato alla sua infatuazione, ai tempi del liceo, per l’eroe semita Annibale, il quale aveva come scopo di vita la conquista della città. Freud, che era ebreo, vedeva Annibale e Roma come simboli rispettivamente dell’ebraismo e del cattolicesimo. Annibale aveva fallito; Freud, invece, nel 1901 realizzò coraggiosamente il proprio desiderio,

consentendosi qualcosa di proibito: “fare più strada” del proprio padre. Il viaggio per Freud rappresentava infatti anche un’emancipazione dal padre, al quale egli aveva sempre attribuito la colpa per le difficoltà finanziarie sofferte quando era piccolo. Nel corso della propria vita, Freud tornò a Roma sette volte e ne parlò spesso nei suoi epistolari. Ecco un passo di una lettera al discepolo Carl Gustav Jung, che esprime la sua voglia di un viaggio nell’anima a partire dalla “Città Eterna”: “Ora vorrei tornare a me stesso e cavare qualcosa dal mio intimo. Per questo, la città incomparabile è il posto giusto”. ❂ 





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di Simona Guffanti



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Intimi Viaggi

Memorie dal suolo e dal sottosuolo

VIAGGIO NELLE PROFONDITÀ DELL’ANIMA RUSSA OTTOCENTESCA



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«A

gli occhi dei viaggiatori già si stendeva la larga pianura sconfinata, divisa da una catena di colline. Il sole si era affacciato da dietro la città e con calma e lentezza cominciava la sua opera… Ma non era passato molto tempo che l’aria rimase ferma, la rugiada evaporò, e la steppa delusa riprese il suo solito aspetto di luglio. L’erba abbassò la testa e la vita sembrò finire. Le colline lontane, di un colore bruno che con la distanza sembrava violaceo, la pianura con il suo sfondo vago e il cielo capovolto sopra, che nella steppa, senza alberi né alti rilievi, sembra paurosamente diafano e distante, apparivano adesso sconfinate, immobili in un torpore angoscioso…” Così, ne La Steppa, Anton Cechov descrive quella enorme pianura, in parte prateria e in parte deserto, dal clima secco, che caratterizza la fascia sud del suo immenso Paese. Questa, insieme alla tundra dell’estremo nord, dove solo muschi e licheni riescono a crescere, all’infinita taiga, ricca di conifere, alle grandi foreste, dove regna la

di Adriana De Angelis





Sopra: Dappertutto é la vita, 1888, olio su tela, 212 x 106 cm, di Nikolaj Jarosenko. Mosca, Galleria Tret’jakov.

betulla, alle sconfinate pianure indorate dal grano, al clima rigido, alla neve e al lento scorrere dei larghi fiumi che, mettendo in comunicazione parti lontanissime, raggiungono i rari sbocchi al mare e alle rotte marittime mondiali, provocando negli abitanti dell’interminabile territorio un senso quasi di claustrofobia, è parte integrante dell’essere russo, a tal punto da influenzarne qualunque manifestazione esistenziale e artistica. Il paesaggio e l’alternarsi delle stagioni come specchio dell’anima, dunque: visione valida per tutta la cultura figurativa europea del XIX secolo, ma sicuramente ancor più forte e sentita più a lungo che in qualunque altro luogo e con maggiore forza e intensità, in quella che era la Santa Russia. Il paesaggio come indispensabile componente per interpretare fatti, passioni, realtà, verità, come mezzo di esemplificazione del profondo, nonché come strumento di elevazione spirituale assimilabile alla musica, alla poesia, alla letteratura. Paesaggio come doloroso, intimistico viaggio


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causa della consapevolezza” scriveva, nel 1865, Fëdor Dostoevskij nelle sue Memorie dal sottosuolo. Ed

è proprio a cominciare dagli anni Sessanta, che le correnti veriste ottocentesche si servirono



al di fuori e dentro di sé, alla scoperta dell’Io e della consapevolezza. “La sofferenza, questa è l’unica



Sopra: Mezzogiorno nei dintorni di Mosca, 1869 di Ivan Siskin.

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Intimi Viaggi





A sinistra: Sono arrivati i gracchi, 1871, di Aleksej Sovrasov. Sopra: Lo zemstvo pranza, 1872, di Grigorij Mjasoedov ,sotto; Autoritratto di Ivan Kramskoj.

di ciascuno di noi, perseguendo fini che vanno ben oltre l’utile, il buon senso, il vantaggioso e che costringono a cambiare. Il possidente Lewin, uno dei protagonisti di Anna Karenina, deciso a costruirsi una

della natura per denunciare brani di vita quotidiana, episodi di polemica sociale, eventi e personaggi che anteponevano all’idillio i forti contrasti presenti sia nell’individuo che nelle masse. La vita dei campi, allora, non venne più rappresentata, come nella prima parte del secolo, con la serenità cara a Venetianov, ma con la consapevolezza che le classi più povere, i servi della gleba, i contadini, le anime morte di Gogol, costituissero la stragran50 OTTOCENTO

de maggioranza che portava sulle spalle l’impero tutto, ricevendone in cambio miseria, tirannie, soprusi e sofferenze. Che fare? si ripeteva Nikolaj G. Cernysevskij mentre, rinchiuso nella fortezza di San Pietro e Paolo, era in attesa di esecuzione. E il viaggio nel “sottosuolo”, incredibilmente simile all’inconscio freudiano, esplorato da Dostoevskij molto tempo prima del padre della psicoanalisi, iniziò, producendo nel nobile e nel borghese il

disagio per una vita superflua e inutile che, attraverso estraniamento e dolore, portò a riconoscere la presenza di forze oscure che agiscono nel profondo


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A destra: Alenuska, 1881, di Viktor Vasnecov. In basso: Bosco di betulle di Archip Kuindz, 1879.

vita serena, lontano dalla società fatua di Mosca, troverà, come sua moglie Kitty, nelle semplici parole di un contadino la spinta verso un rinnovamento interiore di tipo evangelico: “Vàrenka, sola, senza parenti, senza amici, con una triste disillusione, nulla desiderando, nulla rimpiangendo, era proprio quella perfezione che Kitty si permetteva soltanto di sognare. Attraverso Vàrenka aveva capito che bastava solamente gli altri, e si poteva esser gliosi”. sempre Tolstoj dice della dimenticare se stessi e amare tranquilli, felici e meravi- E ancora, in Resurrezione, deportata in Siberia Mària Pàvlovna: “Era diventata una rivoluzionaria, raccontava, perché fin dall’infanzia aveva detestato la vita signorile: le piaceva la vita della gente semplice. Dovevano sempre sgridarla perché stava nella camera della servitù, in cucina, nella scuderia, invece che in salotto. ‘Ma io con le cuoche e i cocchieri mi divertivo, con i signori e le signore, invece, mi annoiavo’ diceva. ‘Poi quando ho cominciato a capire, mi sono

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resa conto che il nostro modo di vivere è proprio detestabile. Mia madre era morta, a mio padre non volevo bene. A diciannove anni con una mia compagna lasciai la casa e mi impiegai come operaia in una fabbrica’”. Mentre Tolstoj si chiedeva Di che vivono gli uomini?, Cechov intraprendeva un lungo viaggio attraverso la Siberia, luogo di deportazione per migliaia di condannati, ricavandone l’ansia di fare qualcosa in campo sociale; egli acquistò, allora, una piccola proprietà nella campagna vicina a Mosca e vi fece costruire scuole e strade per i contadini, che curò durante un’epidemia di colera. Allo stesso modo, pervasi dall’aspirazione alla libertà e alla giustizia sociale, in cui il valore della povertà era visto come baluardo e simbolo della santità del popolo russo e contemporaneamente atto d’accusa nei confronti di un Occidente teso al progresso e alla cieca industrializzazione, i Peredvizhniki, Membri

ro artisti viandanti per missione e, partendo dal superamento dell’arte accademica, si posero come scopo il viaggio nell’anima russa. Kramskoj, Repin dipinsero la Russia cara a Gogol e Dostoevskij; con loro l’opera divenne vessillo di un’arte della realtà vista con l’anima, in cui la rappresentazione dell’uomo trovava corrispondenza e nobilitazione nelle acque dei fiumi e nella natura pronta ad accoglierlo e a rifletterne la grandiosa dignità. Celebrarono anche chi, come Musorgskij, impoveritoSopra: Notte di luna sul Dnepr, 1880, olio su tela, 105 x 144 si in seguito all’approvacm. (San Pietroburgo, Museo Russo). Sotto: Dolore inconsolabile, zione della legge che 1884, olio su tela, di cm 228 x 141. abolì la servitù della della Società per le chiamati anche “Erranti” gleba, fu costretto ad Esposizioni Itineranti, o “Ambulanti”, divenne- abbandonare la città e a ritirarsi in campagna, dove il contatto diretto con i canti e le danze popolari segnò in maniera indelebile la sua musica, pur non placandone il tormento interiore, che lo portò a terminare il suo solitario viaggio terreno con la frase disperata: “Tutto è finito, il dolore sono io!”. Malgrado tanta sofferenza, però, Dappertutto è la vita: basta, infatti, un volo d’uccelli, seppur osservato attraverso le sbarre di una prigione, per ritrovare la forza di andare avanti. E intanto il Dnepr continua il suo placido, lento e inarrestabile scorrere in una serena notte di luna e i gracchi tornano ad arrivare annunciando il risveglio della natura per il sopraggiungere di una primavera simbolica del destino stesso della Russia. ❂




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Il viaggio a Maiorca di

George Sand

Fra esplorazione del luogo ed esplorazione del sĂŠ di Ilaria Biondi



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Intimi Viaggi

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“Non è tanto importante viaggiare, quanto partire: chi di noi non ha un qualche dolore da cui distrarsi o un qualche fardello da scrollarsi di dosso?” (G. Sand, Un Hiver à Majorque)

ta e di una feroce bellezza, sconosciute a quelli del natio Berry ma anche alla Svizzera e al Tirolo, visitati qual-



il 1838 e la scrittrice George Sand, che da poco si è legata al compositore Frédéric Chopin, decide di trascorrere l’inverno a Maiorca, nella speranza che la temperatura mite dell’isola abbia un benefico effetto sulla salute cagionevole del nuovo compagno. I ricordi di questo lungo soggiorno confluiscono nella stesura di Un Hiver à Majorque, testo che fa conoscere al grande pubblico l’incantevole località spagnola. Quest’opera, una delle più interessanti della Sand, è suscettibile di una duplice lettura: come récit de voyage anzitutto, ma anche come resoconto di un’importante esperienza esistenziale. Se la Sand rimane profondamente delusa dall’esperienza umana, accusando a più riprese gli indigeni di arretratezza, rudezza e malevolenza (esperienza, questa, in stridente contraddizione con il “mito del buon selvaggio” partorito dall’immaginario del XVIII secolo, di cui la scrittrice stessa è l’erede spirituale), ella non può, tuttavia, rimanere insensibile al paesaggio naturale dell’isola, che le si offre con caratteri ancor più romantici di quanto lei stessa non si aspettasse: forse, meno soleggiato e ridente del previsto, di certo più aspro, montuoso e selvaggio, attraversato e sconvolto da temporali di una violenza inaudi-

che anno prima. Se la Sand viaggiatrice subisce i disagi di queste intemperie improvvise, la Sand scrittrice



Nella pagina precedente: l’entrata della dimora della Sand a Nohant. Sopra: Ritratto di George Sand di Delacroix (1838). Sotto: il parco circostante la dimora.

romantica attende con ansia lo scrosciare di queste piogge dal fascino selvaggio. L’isola, come le insegnano maestri della levatura di Rousseau, Bernardin de Saint-Pierre e Senancour, è un luogo, prima che reale, mitico e immaginario, cruciale punto d’incontro tra il finito e l’immensità. Maiorca è completamente circondata dalle acque, eppure è uno spazio chiuso, un rifugio. La Certosa di Valldemosa, dove la Sand, Chopin e i figli della scrittrice si stabiliscono verso la metà di dicembre, dopo una serie di infelici vicissitudini, è a sua volta una sorta di isola nell’isola, un luogo ancor più lontano e circoscritto nel quale coltivare “il sogno”. Valldemosa incarna l’immaginario romantico per eccellenza anche per altre due ragioni, essendo un luogo in rovina, circondato da uno scenario montuoso. L’aspetto aspro del panorama di montagna rafforza infatti il sentimento di abbandono e di solitudine trasmesso dalla rovina; l’esperienza mistica dell’altezza e dell’assoluto offerta dalla montagna si ricongiunge inoltre, per rafforzarla, con l’esperienza religiosa, di cui i resti della Certosa Valldemosa sono la più alta rappresentazione. Un hiver à Majorque è anche e, forse, soprattutto, il luogo di un’esperienza interiore, di una profonda presa di coscienza dell’Io; all’interno della Certosa la


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Sopra: per quanto poco visibili, la foto ritrae George Sand nel suo parco con la famiglia nel 1875. Sotto a sinistra: ritratto di Aurore Sand di Frèdèric Lauth (1890), a destra: una fotografia di George Sand, di Nadar, del 1864.

l’andamento monotono delle canzoni arabe, dal ritmo concitato dei bolero, dai sibili e dai fruscii del mare; l’animo romantico della Sand non può rimanere insensibile alla malinconica poesia di questa musica, di cui l’aria stessa sembra essere impregnata. Nonostante la Sand saluti con gioia il ritorno al proprio paese natale, dopo mesi trascorsi a contatto con un popolo gretto e inospitale, fra mille disavventure e difficoltà, ella serba nel proprio intimo un ricordo vivo e intenso di questa terra selvatica, che ha saputo incantarla con la propria pura e straziante beauté: “Quando la vista della nebbia e del fango di Parigi mi fa sprofondare nella malinconia, chiudo gli occhi e, quasi fossi in sogno, rivedo davanti a me quella montagna verdeggiante, quelle rocce aspre e quella palma solitaria, sperduta in mezzo a ❂ un cielo rosa”.

”Per quanto mi riguarda, mai ho sentito la nullità delle parole come durante quelle ore di contemplazione passate alla Certosa. Sentivo in me un forte slancio religioso […]”



Sand, a contatto con una natura selvaggia, immersa nel mistero religioso di Valldemosa, muove i primi passi alla scoperta di sé stessa, separata dalla società: anzitutto quella dell’isola di Maiorca, che in qualche modo la rifiuta e la critica, non solo in quanto straniera ma anche in virtù del suo ben noto anticonformismo, ma anche la società parigina, che è lontana miglia e miglia, e infine la società di campagna della sua tenuta di Nohant, che frequenta abitualmente la sua signorile dimora. È grazie alla pace offerta dal chiostro di Valldemosa, che la Sand può scavare nel proprio silenzio interiore, lasciarsi liberamente andare alla riflessione: “Per quanto mi riguarda, mai ho sentito la nullità delle parole come durante quelle ore di contemplazione passate alla Certosa. Sentivo in me un forte slancio religioso […]” La Sand passeggia, scrive e si abbandona alla meditazione soprattutto durante le ore notturne, quando la solitudine e il silenzio del luogo sono rafforzati ed esaltati dal fluire della musica. In quei magici istanti, durante i quali i contorni della realtà sembrano perdere la loro consistenza per assumere sembianze fantastiche, la scrittrice sperimenta una sorta di unio mystica tutta romantica con la natura. Le notti sull’isola spagnola sono cullate dalle note sublimi composte da Chopin, dal-



Sopra: la tomba di George Sand nel cimitero di Nohant.

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“Si deve semplificare per poter rivelare” VIAGGIO VERSO IL SIMBOLISMO di Laura Fanti





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on la consapevolezza che non sono meramente delle date a sancire il sorgere di fermenti culturali e artistici, la tradizione storica attribuisce a due pubblicazioni l’atto di nascita rispettivamente del Simbolismo letterario e del Simbolismo pittorico: il manifesto di Jean Moréas su Le Figaro del 18 settembre 1886, e l’articolo di Albert Aurier sul Mercure de France del marzo 1891, nonostante cenni di arte simbolista, a volte anche significativi (come la poesia di Mallarmé o la pittura di Böcklin e di Gauguin), siano antecedenti. L’arte sintetista e ideista di cui parla Aurier, citando Platone, non è quindi l’apripista del Simbolismo, bensì il punto di congiunzione delle espressioni artistiche che si sono succedute contemporaneamente al Realismo e all’Impressionismo della metà dell’Ottocento. Il Simboli- Sopra: a soli vent’anni Émile Bernard supera l’Impressionismo smo è un’eredità romanlavorando fra gli artisti che si raccolgono intorno a Paul Gauguin a Pont-Aven. tica; il suo carattere di L’albero giallo mistero, gli intenti spiriqui sopra è realizzato nel 1888. Bernard afferma “ ho voluto tuali e intimisti, oltre semplificare la scena per coglierne il senso... l’appassionato risulche idealistici, si accor- tato di una certa sensazione”. I critici non saranno ovviamente dano con la consapevo- teneri con l’artista e nell’esprimersi su questo dipinto, che tuttavia sarà tra quelli che influenzeranno gli stili futuri. lezza di una missione



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che, sulla scia del binomio romantico artistaprofeta, potrà raggiungere solamente pochi eletti capaci di introspezione: “il valore estetico di un’opera d’arte è sempre inversamente proporzionale al numero di persone che riescono a comprenderla”. Questo slittamento dell’occhio dell’artista dalla realtà visibile alla realtà “invisibile” e ideale, ha comportato due novità fondamentali derivanti dall’allontanamento dall’Impressionismo luministico: il rifiuto dello studio del fenomeno naturale e la riammissione nell’estetica figurativa del valore del significato. Da queste premesse, sono sorti diversi tipi di Simbolismo (ancor prima che esso fosse formulato in teorie), tra i quali quello della cosiddetta Scuola di PontAven, ossia degli artisti che hanno lavorato insieme negli anni Ottanta del secolo nel piccolo centro bretone, e che introdussero il Simbolismo stilistico in pittura. Costoro provenivano da parti diverse della Francia o da altri Paesi d’Europa (come Jacob Meijer de Haan e Jan Verkade) e, dopo aver messo piede a Parigi,


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Gauguin nel 1886 (vi resterà fino al 1890), seguito da Émile Bernard, Charles Laval, Émile Schuffenecker e Paul Sérusier. Due anni dopo, saranno realizzate due opere fondamentali

per il Simbolismo sintetista: Visione dopo il sermone - La Lotta di Giacobbe con l’angelo di Gauguin e Il Talismano di Sérusier. Il quadro di Gauguin riprende il famoso epi-



trovandola troppo frenetica e nevrotizzante, se ne allontanavano, compiendo allo stesso tempo un viaggio fisico e spirituale. Il primo a recarsi a Pont-Aven fu Paul



Sopra: Calvario bretone (Il Cristo verde) di Paul Gauguin, 1889. Gauguin simboleggia la sua tragica situazione di quel periodo con una serie di immagini di Cristo realizzate in vari colori.

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Sopra: La visione dopo il sermone o La lotta di Giacobbe con l’Angelo, 1888. É il primo lavoro di Paul Gauguin di tema religioso, ispirato al passo della Genesi. Un soggetto su cui si erano cimentati altri artisti tra cui Delacroix e Moreau.

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Sopra dall’alto: una fotografia di Paul Gauguin. Ritratti rispettivamente di Émil Bernard, Paul Serusier, e Felix Edouard Vallotton.

sodio della Genesi, già dipinto da grandi artisti come Rembrandt e Delacroix. Se il capolavoro di Delacroix è un caposaldo della pittura “pura”, per l’uso innovativo delle ombre colorate e dei colori complementari, il dipinto di Gauguin segna una linea di demarcazione

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tra la pittura dell’Ottocento e quella moderna: abolizione della prospettiva aerea, centralità di particolari insignificanti (come le cuffie delle donne, addirittura viste di spalle), e marginalità del soggetto principale, relegato a un angolo del quadro. La lotta biblica non è il soggetto atemporale del dipinto; il vero soggetto è composto dalle donne che pregano e che hanno una visione dopo aver assistito al sermone in chiesa. Gauguin mette sullo stesso piano un soggetto reale e uno ideale. È questa la vera In alto: Cristo nell’orto degli ulivi di Paul Gauguin, 1889. rivoluzione. Inoltre, Il volto del Cristo è chiaramente quello dell’artista. Sopra: fotointroduce il cloisonnisme, grafia nel corso di una festa alla pensione Le Gloanec a PontGauguin è in primo piano seduto al centro con cappello. la pittura à plat, rac- Aven; A fronte in alto: Donne bretoni alla festa religiosa del chiusa in contorni netti perdono, di Paul Gauguin, 1888. Sotto: Nirvana (Jacob e definiti su modello Meyer de Haan), 1889, di Paul Gauguin. delle vetrate gotiche e L’artista ritrae il discepolo de Haan con un aspetto demoniaco.



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sulla scia del primitivismo, che porta Gauguin e gli altri a rivolgersi ai piccoli centri di provincia e alle loro tradizioni intatte . Il Cristo giallo e Il Calvario - Il Cristo verde seguirono nel 1889, entrambi modellati sui calvari medievali bretoni. Il primo suscitò grande scandalo, per via della somiglianza tra il volto del Cristo e quello dell’artista. Altre volte Gauguin si ritrarrà come un martire, l’artista incompreso, abbandonato dagli amici più cari (Cristo nell’orto degli ulivi del 1889), oppure come un profeta, l’iniziato, come in Autoritratto con aureola; non stupisce che siano tutte opere dello stesso anno. Il Talismano di Sérusier


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Sopra: Il risveglio della primavera o La perdita della verginità, 1891, di Paul Gauguin. A sinistra: Paesaggio Nabi del 1890, di Paul Ranson.

fu dipinto su indicazioni precise di Gauguin nel Bois d’Amour, una località dove gli artisti si recavano spesso a dipingere. Gauguin trasmise a Sérusier quelli che sarebbero divenuti i principi del Simbolismo e poi della pittura 64 OTTOCENTO

astratta: gli alberi non bisogna dipingerli come appaiono in natura, non ha importanza dipingere quello che si vede con i propri occhi ma quello che si vede con la propria immaginazione, una volta interiorizzato il soggetto: se nella pro-

pria mente l’albero corrisponde al concetto di blu, ecco che l’albero sarà dipinto di blu. Il risultato è un piccolo dipinto ad olio su cartone, che segna l’apice delle ricerche sintetiste degli artisti di PontAven, che sarà chiamato

“talismano” e sarà ammirato dai futuri Nabis (da Nebiim, in ebraico profeta, colui che riceve le parole dall’Aldilà), i compagni dell’Académie Julian: Félix Vallotton, Maurice Denis, Pierre Bonnard, Édouard Vuillard, Paul Ranson. Da questo momento, anche senza credere a una storia lineare e causale dell’arte, la pittura sarà sempre più connessa con l’intelletto e con lo spirito: da qui prenderanno le mosse non solo il Cubismo e il Fauvismo, ma anche l’astrattismo di Kandinskij e del Blaue Reiter (Il cavaliere azzurro). ❂

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