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Anno 2009/2010 1

numero 2 Inverno

Valbron@ Valbron@turismo ‌ e molto altro NOTIZIE DI RILIEVO:

Come eravamo

Lo stemma comunale

I Corni SOMMARIO:

La leggenda dei corni

Cenni storici


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E d i t o r i a l e

Valbron@turismo

:

Prosegue l’avventura di questo“giornalino” autarchico e territorialmente parlando,integralista !!! Ci onoriamo di questa specifica e su queste pagine vogliamo continuare a parlare e descrivere solo e soltanto la “nostra” bella e amata Valbrona. Consapevole di ciò,in questo numero oltre alle nozioni sullo stemma del comune e ad una ricostruzione legata allo sviluppo demografico,voglio regalare ai miei compaesani(sperando di fare cosa gradita)il frutto di una mia ricerca che rappresenta una vera e propria chicca : “La leggenda dei

Corni”. Ne sono entrato in possesso casualmente e non conosco quindi la provenienza,tanto meno la fondatezza,la prendo per quello che è,una leggenda appunto e come tale ai nostri lettori,la inoltro.

Fausto Forni

Cari cittadini, scusatemi se approfitto della vostra benevolenza e con una certa mia disinvoltura già vi considero amici. Insieme abbiamo iniziato questa piacevole avventura che è il “giornalino della Valbron@turismo“ quando leggerete questa mia missiva avrete già preso visione del primo numero e spero che vi sia piaciuto e che lo riteniate uno strumento per valorizzare il vostro territorio , Vi

sarei grata in un vostro parere critico per migliorare il contenuto e anche la grafica, vi scrivo il nostro ’indirizzo e-mail “efferre.editore@libero.it” dove potrete contattarci per suggerimenti e consigli. Come potete constatare la nostra avventura continua con il secondo numero e vorrei ringraziare tutti coloro che con entusiasmo nonostante gli impegni quotidiani dedicano parte del loro

tempo alla ricerca di materiale per la realizzazione del giornale, dato che siete voi il giornale della valbrona . Auguro a tutti buona lettura e cordialmente vi saluto.

Direttore Editoriale Fernanda Rodi


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“ E la nuova redditizia coltura induce altre spese ed altri inconvenienti per la famiglia contadina e la sua esilissima economia ”. Prosegue nella sua descrizione Giovanni Cantoni sulle condizioni economico-morali del contadino in Lombardia in << L’Italia del popolo >> Milano 1848. << Poi che se crebbe il quantitativo dei bachi da seta che il colono può allevare,crebbero pur anco le spese per le tavole,per carta,per legna da fuoco,per assistenza necessaria all’uopo,spese e cure che per intero sono a lui addossate.

Valbron@turismo

Inoltre che se sul suo fondo vennero piantati molti gelsi,il contadino,oltre li maggior lavori per allevamento,impagliatura e potatura degli alberi stessi,soffre anche maggior ombra a scapito del prodotto sottostante suolo e nondimeno continua per lui l’egual fitto in grano,anzi bene spesso questo gli viene all’incontro aumentato,sotto titolo del cresciuto prodotto del fondo in galette. E su questo riguardo dei gelsi non possiamo lasciar di notare una grave ingiustizia che corre in quasi tutte le scritture co’ mezzaiuoli ed è la

dichiarazione fattavi esser la foglia de’ gelsi tutta di diritto padronale,ciò che significa che se il proprietario,o chi per esso,trova di propria convenienza vendere la foglia in natura,in luogo di usarne per allevar bachi,il può far senza renderne ragione al colono e in tal caso il ricavo è per intero di sua spettanza. Cotesto patto poteva reggere nelle vecchie investiture di circa un secolo (verso l’epoca del censimento Milanese)

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Pagina 4 4 quando in ogni terra dell’alto milanese sì poche piante di gelso si contavano,che lo si teneva quasi come albero di lusso;ma a questi giorni che siffatte piantagioni sonosi tanto moltiplicate da averne quasi tutto ingombro il suolo e che perciò i lavori e le cure che il contadino deve per esse prodigare col danno anche dell’ombratura,sono per modo cresciuti che un tal patto è divenuto manifestamente oppressivo,giacchè giustizia vorrebbe che il colono avesse a fruire della metà del ricavo in foglia:eppur vediamo non di rado gli agenti ed i fittaiuoli valersi tuttavia del privilegio loro concesso da quel patto e solo i più coscienziosi fanno al colono il bonifico del quinto o del sesto del ricavo. E quest’è la principal cagione della poca cura mostrata da alcun mezzaiuolo per l’educazione del gelso,poichè in vista di quel patto egli ne viene a portare tutti i pesi,mentre il padrone ne gode intiero il profitto. Aggiungasi poi che essendo in facoltà del padrone il determinare la quantità dei bachi che ciascun colono deve allevare,soventi accade che per brama di maggior lucro gliene assegni più che non può alimentare coi propri gelsi e quindi necessiti l’acquisto di foglia,il più spesso in luoghi molto discosti,a prezzi elevati ed in quantità eccedente il bisogno;ed allora il contadino che è obbligato a rimborsargli la metà dello speso e a sottostare in ogni modo agli errori ed ai capricci dell’agente o del fittaiuolo,si trova poi a rendiconti menomato di molto l’ammontare della sua parte in galette. Ma altre ragioni pur vi sono perché il mezzaiuolo non apprezzi tanto questo prodotto:dapprima la grande incertezza in cui egli si vede d’una buona riescita dei bachi,attese per le malattie del segno e del negrone * le quali sembrano esser piuttosto andate crescendo coll’aumentata grandezza e ventilazione dei locali,contrariamente alle

Valbron@turismo predizioni dei bacologi e poscia il non percepire esso al raccolto alcuna parte del ricavo in denaro,venendone invece fatta soltanto annotazione nei libri di conto e quindi per lui differita indeterminatamente la riscossione dell’utile ad arbitrio dell’agente o del fittaiolo,come si avvertì più sopra. In breve per il cumulo di tutte queste condizioni avviene che il tanto vantato profitto del colono nelle galette si residua alla fin fine a ben poca cosa. E infatti se noi prendiamo a scorrere i libri delle partite coloniche,vedremo che nel turno d’alcuni anni v’ha pareggio fra i debiti e i crediti parziali dei mezzaiuoli,se pur non eccedono i debiti;che per quanto dire non poter mai costoro farsi degli avanzi. E se per caso trovaste per più anni di seguito riescir creditore il contadino,vedrete pur anco appresso che il proprietario ha imposto loro un tal fitto da equilibrare le partite >>. La pebrina o mal delle petecchie era una delle malattie più diffuse e temute negli allevamenti di bachi. Era provocata da un protozoo, il Nosema bombycis. Attaccato da questo protozoo,il bruco perdeva progressivamente l’appetito, dimagriva, si raggrinziva e incominciava a presentare sul corpo macchie nerastre (petecchie). In dialetto era detto Mal del sègn . Altra malattia molto temuta era il calcino,provocata da una crittogama,la Botrytis bassiana. Il nome di

calcino derivava dal fatto che lo sviluppo della botrite determinava una mineralizzazione dell’animale che si trasformava in una specie di corpo gessoso, friabile, biancastro. In dialetto, il calcino era detto Calsìn, Calsèn, Calcinètt, Mal del ges. Va anche ricordato,fra le malattie dei bachi da seta,la macilenza o atrofia,che attaccava il bruco in ogni momento dell’età larvale,ma in prevalenza nella quarta e quinta età. Colpiti dalla macilenza,i bachi riducevano progressivamente la loro alimentazione,dimagrivano e morivano riducendosi a piccoli cadaveri scuri e mummificati. Se colpito nell’ultima età,il bruco poteva anche giungere a filarsi un bozzolo piccolo,entro cui però moriva senza trasformarsi in crisalide. Nell’uso popolare questa malattia era detta : Mal di gattin ( e gattin stava per i bachi colpiti ) o anche Risciùn o Passìt. C’era infine il giallume. Come per la macilenza non erano chiaramente conosciute le cause del male. I bachi colpiti dal giallume divenivano gonfi oltre il normale, flaccidi, color giallastro sporco, poi traslucidi e infine morivano con le lacerazioni della pelle ( fuoriuscita di un liquido giallastro ). Il giallume era conosciuto in dialetto come Gialdùn , Ciaritt, Lüsìrö, S-ciopirò. Va infine detto che con il nome Negrun *, Marsciùn , Marciùn , erano abbastanza genericamente indicati i bachi afflitti da malattie


Pagina 5 5 differenti ( escluso il calcino ) per le quali morivano come imputridendo e anche i bozzoli nei quali il bruco moriva e marciva. I bozzoli ben riusciti,di prima qualità,erano detti : Real e Realìn. Quelli incompleti, difettosi, piccoli

Per ricostruire l’iter burocratico che ha portato alla nascita dello stemma,così come lo conosciamo oggi,bisogna fare un passo indietro nel tempo di 15 anni e leggere cosa dichiarava l’allora Amministrazione Comunale : Tratto dal periodico d’informazione << Qui Comune >> n°4 Anno V del Dicembre 1994 Il Comune di Valbrona non ha ancora uno stemma riconosciuto dalle competenti autorità araldiche,forse perché nessuno a tutt’oggi si è interessato di questo particolare,urgendo in alto problemi di più vasta risonanza. De minimis non curat praetor. Ma questo particolare non poteva e non doveva sfuggire al raccoglitore di queste memorie,il quale o doveva giustificarne la mancanza o,ancor meglio,ritrovare lo stemma fra i documenti presi in esame. La ricerca non era del tutto nuova perché fu tentata dal predecessore dell’attuale parroco,Don Legnani,ma con esito incerto. Ci risulta che l’attuale podestà Ing. Comm. Cesare De Marchi fece indagare presso varie consulte araldiche,ma poi non se ne fece più niente. Noi più fortunati nelle ricerche,abbiamo potuto trovare quello che riteniamo giustamente lo stemma del nostro Comune e lo proponiamo all’attenzione degli studiosi

Valbron@turismo erano detti : Falope o Falopie. Tratto da : << La crisi economica del Lombardo-Veneto nel decennio 1850-1859 >> in Nuova Rivista Storica di B.Caizzi 1958. Spunti tratti da :

in materia. Questo stemma è diviso in due campi : quello inferiore,in sfondo oro,porta una torre con ponte levatoio,un grifo e la dicitura <<Adaperiens claudo>> in quello superiore,a sfondo azzurro con la costellazione dell’Orsa Maggiore,spicca tra il verde dei monti il massiccio dei tre Corni. Fu trovato dipinto nella sala parrocchiale,che dal 1639 al 1869 servì anche per le adunanze comunali. In archivio dovevano essere conservati i documenti probatori,ma disgraziatamente andarono distrutti nell’incendio del 1755. Il Comune tuttavia doveva avere il suo stemma. E come non averlo quando lo potevano vantare diverse nobili famiglie Valbronesi ? Come si spiega allora lo stemma da noi ritrovato ? In tempi assai remoti questa valle era gremita di fortilizi,torri,castelli eretti nei punti più strategici in difesa e in offesa degli irruenti nemici e dei Barbari che da settentrione,per la via lacuale,calavano nella Lombardia. Lo storico Cesare Cantù opina che la maggior parte siano stati innalzati tra i sec. IX e X per premunirsi contro le spaventose invasioni che in quei tempi fecero nelle nostre contrade gli Ungari. Nel 1555 il Governo Spagnolo ordinava di smantellare tutti i castelli per timore che servissero d’asilo ai

Il gelso e la vanga di Roberto Leydi editi in Como e il suo territorio (Silvana Editoriale D’Arte) ( 2 continua )

Francesi che stavano per invadere la Lombardia. In Valbrona si ergevano quattro torri(cfr. Storia della Vallassina del Prevosto Mazza)una presso la Madonna della Febbre,di cui si vede ancora tutto il pietrame;la seconda esistente tuttora a Maisano;la terza sita in Osigo,dalla quale la denominazione <<Fondo della Torre>> al luogo dove sorgeva la quarta posta probabilmente a Candalino. Le torri spesso avevano una semplice funzione di segnalazione,dovevano cioè comunicare alla torre vicina la presenza o l’avvicinarsi dell’invasore:quattro torri a questo scopo sembrano comunque troppe,il che fa supporre che esse fossero un sistema ben organizzato di difesa. Con questo rite-


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niamo giustificata la presenza della torre nel nostro stemma. Il grifo è di ovvio significato:sta ad indicare con i suoi occhi acuti ed attenti alla preda,come quelli degli uccelli di rapina,il terribile invasore costretto ad indietreggiare di fronte all’offesa proveniente dalla torre. Cosi si spiega anche il motto araldico dello stemma << Ada-periens claudo>> cioè qui apro e chiudo le porte dello Stato Milanese. Più

All’Autorità civile spetta ora,quando lo voglia,far riconoscere lo stemma felicemente ritrovato e adottarlo come emblema ufficiale del nostro Comune. Nota : il campo d’oro significherebbe la fertilità della terra che si voleva custodire e che l’invasore voleva far sua. (Dal Cronicus parrocchiale)

tardi,pensiamo,fu aggiunto allo

Il 9 di Febbraio un decreto a firma del Capo dello Stato,Oscar Luigi Scalfaro,ha concluso l’iter della concessione di uno stemma e di un gonfalone che il Comune di Valbrona aveva avviato con istanza del 30 marzo 1993. Con questa istanza aveva presentato fotografie dello stemma disegnato nel 1956 da Carlo Sa-

stemma originario qui descritto,il massiccio dei Corni in campo azzurro stellato per rivendicare l’appartenenza di detto massiccio al territorio comunale di Valbrona. Abbiamo mostrato i risultati delle nostre ricerche a competenti di araldica,i quali li hanno trovati seri,sereni ed oggettivi.

Stemma attuale posto all’ingresso del municipio

la(in copertina di questo numero invernale di Valbron@turismo)uno studioso che aveva così coronato una lunga ricerca negli archivi. Di questo stemma il Comune,in passato,non aveva mai chiesto il riconoscimento ufficiale. Alla presidenza del Consiglio dei Ministri,questo stemma non è affatto piaciuto e la risposta è stata inviata il 9 aprile successivo. Una stroncatura dello stemma presentato e la proposta contenente uno schizzo con relative spiegazioni di come avrebbero dovuto essere lo stemma e il gonfalone di Valbrona,poi realizzati sulla base di queste indicazioni. STEMMA : troncato : nel PRIMO,di azzurro,alla costellazione dell’Orsa Maggiore,formata da sette stelle di otto raggi,d’oro;alla pianura di verde,cimata a sinistra del monte,dello stesso;nel SECONDO,di argento,al torrione di rosso,mattonato di nero,uscente dal fianco destro,merlato alla ghibellina di quattro,finestrato di due in palo,di nero,fondato sulla pianura di verde,caricata dallo specchio d’acqua,posto in banda,di azzurro,pianura e specchio d’acqua cimati dal ponte levatoio abbassato,di nero,unito al torrione,esso ponte munito della catena di nero,posta in banda,fissata alla parete del torrione,il tutto accompagnato dal grifone,posto a sinistra,volante in banda,di rosso. Ornamenti esteriori da Comune.


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Ci sono stati tempi lontanissimi in cui gli Arcangeli facevano guerra ai Diavoli e le due opposte schiere erano fittissime, così che non c’era pace in nessun angolo del cielo e della terra; dall’una e d’altra parte si combatteva e si picchiava. Da quaranta giorni era tutto un turbinare d’ali bianche e nere, di spade fiammeggianti e di palle di fuoco, parolacce e scherzi umilianti; né si veniva a capo di nulla. Gli Arcangeli, furenti come non erano mai stati in grazia della loro natura angelica, decisero di porre fine alla lotta con uno scherzo malvagio o una fregatura solenne, insomma con un’estrema soluzione per sconfiggere Canzio generale dei Diavoli e tutta la

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sua diavoleria. Era Canzio un essere gigantesco e cattivissimo, con orribili corna sulla testa, grande come l’attuale Pian d’Erba; quando apriva la bocca era come se si spalancasse una voragine e quando bestemmiava era come se mille tuoni rombassero tutti insieme. Della delicata questione fu incaricato un Arcangelo che anche lui un “ciappino dell’altro mondo” quanto a furberia e che colse l’occasione di domenica, all’alba. Innanzitutto la


Pagina 8 8 La domenica è già un giorno gramo per i diavoli, poi suonano le campane della Messa solenne, inoltre i villani tirati a lucido si riuniscono per cantare inni al Signore. Come se non fosse sufficiente tutto ciò, il gran Canzio non stava affatto bene: aveva due denti infiammati e bestemmiava come un turco a causa di un callo, che gli faceva vedere le stelle e lo costringeva a stare carponi. In quei tempi, come ognuno sa, non si portavano brache e da qualunque punto del cielo erano visibili i giganteschi emisferi sotto la coda, sollevata e attorcigliata per il dolore. Vide questo l’Arcangelo e preso un pugno di grani di pepe primordiale, li infilò veloce nel sottocoda di Canzio. Questi per il bruciore intollerabile che sentiva, girò la testa e non fece in tempo a dire nemmeno “porca miseria”, che l’Arcangelo gli soffiò in faccia polvere di elleboro, massimamente starnutoria, attraverso una cannuccia. Il gran diavolo non riuscì a reprimere un colossale starnuto, così potente che

Valbron@turismo la sua testa andò a conficcarsi in terra, staccandosi di netto le corna dalla fronte nel tentativo di svellerle; il cozzo rese instabile la protesi e alcuni denti finti gli uscirono di bocca, fissandosi qua e là nel terreno. Della sua schiera alcuni dissero “salute” e uno disse “crepa”: si trattava di un grosso Diavolo di nome Piombo. Canzio furibondo, a pedate potenti lo sprofondò fino al centro del mondo, poi dette l’ordine di ritirata. Neppure questa fu eroica: doveva andar piano, claudicante per via del callo e per il bruciore al sottocoda e come piangeva di rabbia ! Tanto da riempire di lacrime le sue gigantesche orme ... così va il mondo ! Gli Arcangeli, a cui si unirono i Serafini e i Cherubini, levando grida di gioia e di clamore, chiesero a Dio di unirsi a loro e dare un segno della propria soddisfazione. Dio Onnipotente volle che le corna di Canzio e i suoi denti fossero mutati in pietre e prendessero forma di monti col nome di “Corni di Canzo”, delle “Grigne” e del “Resegone”. Poi dette ordine

che il baratro aperto dal luogotenente Piombo sì chiamasse “Buco del Piombo”; che le lacrime dessero origine a un fiume perenne, da chiamarsi “Lambro”; che le impronte colme di liquido incolore diventassero azzurri laghi e che quella regione, teatro di tante lotte e ora dolce e bellissima, si chiamasse “Brianza”. ( Anonimo )


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Valbron@turismo P a g i n a

Come avete potuto vedere nel primo numero d el giornalino Valbron@turismo,viene espressamente specificato che non si vuole prendere una deriva politica o approfittare di questi spazi,per fare polemiche con chicchessia. Negli intenti si vuole solo creare uno strumento per valorizzare e promuovere il nostro territorio. Quale mezzo migliore da offrire alle varie Associazioni che operano a Valbrona. Su queste pagine si potranno pubblicizzare in anticipo i programmi o le manifestazioni

Il comitato di redazione del giornalino Valbron@turismo,estende a codesta Amministrazione Comunale,con le medesime modalità di cui sopra,l’opportunità di promuovere le varie iniziative o manifestazioni da loro organizzate. Ognuno è responsabile del proprio materiale pubblicato,anche in rispetto della legge n°675/96 ai sensi dell’Art.10 ( Garanzia sulla privacy ) Per eventuali ed ulteriori contatti rivolgersi a : Forni Fausto allo 031-661664 oppure al 392-6137829 E-mail: fausto.forni50@tele2.it

che s’intendono realizzare,mentre delle stesse in seguito si potranno pubblicare le valutazioni ed il resoconto finale,sempre rispettando i criteri sopraccitati di non polemizzare e non discutere di politica. Il tutto gratuitamente. Ad ogni responsabile di Associazione chiediamo solo di avere il materiale(foto in digitale e articoli già pronti)in tempo per la stampa. Indicativamente,per il numero di Primavera che comprende i mesi di Marzo-Aprile-Maggio entro il 15

di Febbraio,per l’edizione Estiva che abbraccia i mesi di GiugnoLuglio-Agosto entro il 15 di Maggio,entro il 15 di Agosto per la copia d’Autunno che vale per i mesi di Settembre-OttobreNovembre ed entro il 15 di Novembre per l’edizione Invernale che vale per i mesi di DicembreGennaio-Febbraio. Il tutto andrà spedito via e.mail a : efferre.editore@libero.it

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Valbrona era membro della comunità generale della Valassina, nel ducato di Milano. Nel 1441 la Valle, unitamente alla pieve di Incino, venne concessa in feudo dal duca Filippo Maria Visconti ai conti Dal Verme. Con istrumento del 1 gennaio 1469, fu in un primo tempo infeudata dal duca Galeazzo Maria Sforza a Tomaso Tebaldi di Bologna e con successivo istrumento del 16 giugno 1533, concessa al senatore Francesco Sfondrati. Nel "Compartimento territoriale specificante le cassine" del 1751, Valbrona era inserito nel ducato di Milano, nella Valassina, ed il suo territorio comprendeva anche i cassinaggi di Vosigo, Candalino, Voneda, Caprante, e "Cassina a Monte". Dalle risposte ai 45 quesiti della giunta del censimento del 1751 emerge che il comune, che contava 675 abitanti, era infeudato al "conte della Riviera" al quale versava per convenzione una somma annua di lire 39.3. Il comune disponeva di una vicinanza che si riuniva sulla pubblica piazza. Eleggeva ogni tre anni tre deputati a cui era affidata l'amministrazione e la cura dei riparti. Si avvaleva inoltre di un

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Incaricato delle riscossioni dei carichi e del pagamento delle spese era un solo esattore, eletto per incanto in pubblica piazza ogni tre anni. Valbrona salariava inoltre un fante. Il comune era sottoposto alla giurisdizione del podestà feudale, con ufficio pretorio in Asso, a cui veniva annualmente pagato un salario unitamente alle altre comunità della valle. Il console era tenuto a prestare il giuramento annuale al podestà nelle mani del suo attuario. Sempre inserito della Valassina, Valbrona compare nell'"Indice delle pievi e comunità dello Stato di Milano" del 1753 ancora appartenente al ducato di Milano. Nel nuovo compartimento territoriale dello Stato di Milano pubblicato dopo la "Riforma al governo e amministrazione delle comunità dello stato di Milano", il comune di Valbrona venne inserito tra le comunità della Valassina, nel territorio del ducato di Milano. Nel 1771 il comune contava 677 abitanti. Con la successiva suddivisione della Lombardia austriaca in province, il comune di Valbrona, sempre collocato nella Valassina, venne inserito nella Provincia di Como. A seguito della morte senza

discendenza, avvenuta nel 1788, del colonnello Carlo

Sfondrati, conte della Riviera, tutti i territori a lui assegnati in feudo, tra cui la Valassina, vennero devoluti alla regia Camera. In forza del nuovo compartimento territoriale per l'anno 1791, la Valassina, di cui faceva parte il comune di Valbrona, venne inclusa nel V distretto censuario della provincia di Milano


Pagina 11 11 A seguito della suddivisione del territorio in dipartimenti, prevista dalla costituzione della Repubblica Cisalpina dell'8 luglio 1797, con legge del 24 aprile 1798 il comune di Valbrona venne inserito nel Dipartimento della Montagna, Distretto dell'alto Lambro. Con successiva legge del 26 settembre 1798 il comune venne trasportato nel Dipartimento dell'Olona, Distretto XXV d'Asso. Nel gennaio del 1799 contava 884 abitanti. abitanti Secondo quanto disposto dalla legge 13 maggio 1801, il comune di Valbrona, inserito nel Distretto quarto di Lecco, entrò a far parte del ricostituito Dipartimento del Lario. Con la riorganizzazione del dipartimento, avviata a seguito della legge di riordino delle autorità amministrative e resa definitivamente esecutiva durante il Regno d'Italia, Valbrona venne in un primo tempo inserito nel Distretto V ex milanese di Canzo, classificato comune di III classe, e successivamente collocato nel Distretto IV di Lecco, Cantone IV di Asso. Il comune di Valbrona nel 1805 contava 904 abitanti. abitanti Il successivo intervento di concentrazione disposto per i comuni di II e III classe vide l'aggregazione del comune di Valbrona al comune di Asso, che fu inserito nel Distretto IV di Lecco, Cantone III di Asso.

Valbron@turismo Prima della aggregazione il comune contava 867 abitanti. abitanti Con la successiva compartimentazione del 1812, il territorio di Valbrona venne invece unito al comune di Onno. Con l'attivazione dei comuni della provincia di Como, in base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto, il ricostituito comune di Valbrona venne inserito nel distretto XIII di Canzo. Il comune di Valbrona, dotato di consiglio, fu confermato nel distretto XIII di Canzo in forza del successivo compartimento delle province lombarde. Col compartimento territoriale della Lombardia il comune di Valbrona venne inserito nel distretto XIV di Canzo. La popolazione era costituita da 1186 abitanti. abitanti In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Valbrona con 1.321 abitanti, abitanti retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, fu incluso nel mandamento VI di Canzo, circondario III di Lecco, provincia di Como. Alla costituzione nel 1861 del Regno d'Italia, il comune aveva una popolazione residente di 1.346 abitanti (Censimento 1861). In base alla legge sull'ordinamento

comunale del 1865 il comune veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Nel 1867 il comune risultava incluso nello stesso mandamento, circondario e provincia. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.286 (Censimento 1871); abitanti 1.312 (Censimento 1881); abitanti 1.328 (Censimento 1901); abitanti 1.339 (Censimento 1911); abitanti 1.272 (Censimento 1921). 1921) Nel 1924 il comune risultava incluso nel circondario di Lecco della provincia di Como. In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1926 il comune veniva amministrato da un podestĂ . Nel 1927 al comune di Valbrona venne aggregato il soppresso comune di Visino. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.803 (Censimento 1931); abitanti 1.787 (Censimento 1936). 1936) In seguito alla riforma dell'ordinamento comunale disposta nel 1946 il comune di Valbrona veniva amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. Popolazione residente nel comune: abitanti 1.897 (Censimento 1951); abitanti 1.944 (Censimento 1961); abitanti 2.071 (Censimento 1971). Nel 1971 il comune di Valbrona aveva una superficie di ettari 1.392.


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Profilo: Nome : Cinzia Cognome : Righi Nata : a Milano il 01 / 04 / 1963 Stato civile : Coniugata con 5 figli. Fin da bambina vive una sincera passione per la pittura, ha continuato negli anni a coltivare questo hobby fino a quando nel 2003 partecipa ad un corso sulla “figura”, da questo momento inizia ad esporre le sue opere organizzando mostre : 2003 2004 e 2005 2005 2006 2008 2008 2008 2009

Sede della Pro Loco di Valbrona Sala civica di Piazza Freyrie ad Eupilio Battistero di Villa Meda a Canzo Villa Ferranti a Figino Serenza Palazzo Zaffiro Isacco a Merone ex Municipio ad Albavilla Municipio e Biblioteca a Lugago D’erba Sala Consiliare a Valbrona


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Le quattro stagioni viste con gli occhi dell’artista “Cinzia Righi” Nonostante il suo idolo assoluto sia il Caravaggio,ha riprodotto opere anche di Orazio Gentileschi,Van Gogh e Hayez. Per diletto dipinge pure sul muro e sulla stoffa,scrive poesie in Italiano ed in vernacolo,recentemente si è pure cimentata nella scrittura di un romanzo ispirato ad una ragazza che restaurava quadri e affreschi in genere. Una vera artista a 360 °


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Tradizioni da non perdere Pizziga muniga la gata la riga riga rigun pizziga muscun sabet de sira gaina cantava fòra la musca e dentar la cavara Sant’antoni al gheva un pomm Sant ambroeus el l’à fa coeus la madona l’à pelaa e al bambin l’à mangiaa Spusa linusa senza binis senza castègn spusa de lègn


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Il suddetto liquore è stato da me battezzato in questo modo per le sue origini,usando infatti le bacche del Lauroceraso per la sua produzione,viene spontaneo l’accostamento

Procedimento : Mettere in un tegame g.430 d’acqua,con g.430 di zucchero e far bollire per 2 minuti. Lasciare raffreddare. Aggiungere g.320 di alcool puro. Mescolare il tutto e versare in un vaso di cristallo o vetro,preferibilmente con il coperchio,con dentro g.250 di bacche di Lauroceraso Chiudere in modo ermetico e agitare ogni giorno,per un mese di fila. Trascorso tale periodo,filtrare ed imbottigliare. imbottigliare. N.B. La pianta in questione si regola autonomamente e ad un anno con una produzione copiosa di bacche,ne può far seguire un altro con poche o quasi niente. Onde per cui … regolatevi di conseguenza.

Mogliazzi Piera

Redazione Edizione speciale realizzato dalla casa Editrice “EFFERRE edizioni speciali”

Il presente volume deve essere distribuito solo gratuitamente. Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo meccanico, elettronico o altro senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti e dell’autore

Direzione Editoriale: Fernanda Maria Teresa Rodi Redazione: Michele Di Pumpo Fernanda M.T. Rodi Aldo Marturano Lorena Rosati Jessica Caruso


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Aspettando la Primavera

visitate Valbrona “responsabilmente” e “comodamente” ( Un posto a sedere può risultare gradito )


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