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DELAY MAGAZINE NUMERO 1 ANNO 1 OTTOBRE 2009 Art Director Lorenzo Perrotta Copy Serena Laterza Redattori Paolo Caserta Antonio Bazzano Hanno collaborato Dario Procopio Katia Bertino

Quello che, fino a un pò di mesi fa, era XYZ magazine diventa ora Delay Magazine. Abbiam cambiato il nome per vari problemi :D, ma non abbiamo cambiato la voglia, la passione e la ricerca che mettiamo in ogni numero. Insomma continua la storia di questo ambizioso progetto, nel caos piÚ totale del mondo. Noi continuiamo, tu che fai?

CI SEGUI? on air Hocus Pocus - Voyage immobile


UN DISSESTO IDROLOGICO CAUSATO DALL’ABUSIVISMO.....

LE FRANE UCCIDONO LE PERSONE... ??????

SPAZIO DEDICATO ALLE VITTIME DELLE FRANE DEL MESSINESE 01/09/09


Insomma si può sapEre che ti è successo ieri sera?

scritto d a Sinn er

I DON’T

CARE

mi chiese seriamente Emmett. Perchè le checche sono così insistenti? Non possono semplicemente limitarsi a pensare solo al sesso come tutti? Alzai gli occhi al cielo sospirando, talmente esasperata dalla sua insistenza che mi decisi a parlargliene. Ma non troppo dettagliatamente. Non volevo che muovesse tutta la comunità gay della città per trovare la misteriosa ragazza della serata prima, anche se sospettavo l’avrebbe fatto ugualmente. “Ok ok parlo, basta che non me lo chiedi più. Allora ieri ho flirtato con un paio di ragazze ma niente di che, non mi piacevano così eccessivamente, così me ne sono andata al bancone a bere qualcosa fin quando il mio occhio non è caduto su.. Una ragazza, che ballava al centro della pista e... Bho non saprei come dirti, mi sono sentita attratta come una calamita non appena i miei occhi hanno incrociato i suoi, così sono andata da lei che dopo un pò mi ha trascinata nella Dark Room e.. Non si è fatta baciare.. E quando ho provato ad avvicinarmi al suo collo se n’è andata con un maledetto sorriso sulle labbra. Ecco.” Seguirono degli attimi di silenzio in cui il ragazzo davanti a me osservava il soffitto pensieroso. “Bhe non saprei che dirti sinceramente, non l’ho nemmeno notata questa tipa, ero occupato in altro... Ma... Cosa c’è che non va? Ti rode che ti abbia “rifiutata”?” chiese con un sorrisetto. Sbuffai, anche le checche erano superficiali, un pò meno degli etero, ma lo erano lo stesso. “No non si tratta di quello, non muoio se per una notte finisco in bianco. Comunque niente, forse è solo il mio periodo pre-mestruo e mi innervosisco facilmente.” Em annuì accettando la risposta e si zitti, anche perchè erano arrivate le ordinazioni. Qualche ora dopo, passate commentando i ragazzi e le ragazze presenti nel discopub, che via via attendevano ansiosi lo spettacolo della serata il quale venne annunciato intorno all’una da una donna vestita da presentatrice di un circo, annunciando che una certa Morganne avrebbe eseguito lo spettacolo, scegliendo una ragazza dal pubblico, ovviamente solo se consensiente, e ci invitò dunque nella sala privée. In breve la stanza si riempì e Emmett, ovviamente, mi trascinò proprio sotto il palco, non voleva perdersi un solo passaggio, dicendo che avrebbe voluto applicare su qualche sua conquista.

Dovevo ammettere però, che anche io ne ero parecchio incuriosita quindi lo assecondai, attendendo l’inizio dello spettacolo. Dopo circa dieci minuti le luci si abbassarono, dando alla stanza un lieve bagliore rossastro, mentre il palco iniziava ad illuminarsi e una lieve musica provocante accompagnava i passi di una ragazza che lentamente si fece avanti. Il suo volto era coperto dal naso in su, i suoi capelli raccolti lasciando solamente qualche ciocca ribelle. Aveva i capelli rossi. “Buona sera a tutti voi, non pensavo di risquotere così tanto successo sinceramente, meglio per me no?” l’affermazione fece sorridere i presenti. “Bene, direi che posso iniziare dicendo subito che il Bondage, dolce o non, si basa sostanzialmente sulla piena fiducia dei due, o più, che lo praticano. Al di là di arrossamenti e delle corde c’è dietro una grande fiducia, che si tratti di due sconosciuti o di due che si conoscono da anni. Nel bondage viene praticato il legamento, e difficilmente implica soffocamento o frtustini come spesso i comuni mortali confondono con il Sadomaso. L’oggetto più utilizzato, come stavo accennando, è la corda, anche se può capitare di non essere in possesso di questa, perciò si usano dalle maniche della felpa, alla cintura e qualsiasi altro oggetto che possa legare.” disse interrompendo il discorso, ridendo insieme a noi spettatori. “Una delle pratiche più diffuse con la corda è lo Shibari, nato in Giappone, ma non mi dilungo raccontando il perchè o il percome. Direi di passare alla parte pratica, sceglierò una ragazza del pubblico, non me ne abbiate a male ragazzi ma preferisco le donne” e ci fu un altra pausa risate. Era davvero una bella ragazza, indossava un reggiseno bordeaux gessato con piccole linee nere e bordato di pizzo nero, una camicia bianca slacciata e sotto aveva un mini-mini-mini pantaloncino nero e camminava a piedi nudi sul palco. Aveva una carica attrattiva sorprendente, inutile dire che riusciva a rapire l’attenzione dei presenti con estrema facilità. “La ragazza che sceglierò sarà libera di accettare o no la proposta di farmi da “cavia” e premetto che prima di salire sul palco dovrà privarsi di indumenti, rimanendo in intimo.” finì con un sorrisone, accompagnata da applausi. Poi passò in rassegna la stanza, mentre la musica di sottofondo si alzava un pò, per creare suspance, giurai di aver visto i suoi occhi da dietro la maschera guardare anche a me, ma sicuramente non mi avrebbe scelta, non ero così sexi e provocante quella sera da invogliare qualcuno a scegliermi come cavia da spettacolo, camminò avanti e indietro, finchè non parlò nuovamente.


FREE WEB RADIO

WWW.RADIOBOMBAY.IT “Bene, ho fatto la mia scelta, spero che questa accetti.” e indicò qualcuno più dietro di me, alchè sospirai di sollievo. “Tu, con i capelli lunghi e neri, accetteresti?” disse gentile. Tutti ci voltammo verso una ragazza minuta, in fondo alla stanza che arrossì come un peperone non appena venne illuminata dai riflettori. La sua voce arrivò timida fino al palco, con un fioco “no, grazie”. “Oh che peccato, bhe sarà per la prossima volta magari... Dunque, chi scelgo?” Il suo sguardo si posò su numerose ragazze, finchè, inesarabilmente, si fermò su di me. “Oh... Ma ciao” disse Morganne avvicinandosi a me, maledetto Emmett, proprio li ci dovevamo mettere? Questa si piegò sulle ginocchia, avvicinandosi ancora di più. Fui costretta a rispondere. “Ehm.. Ciao.” “Non mi dire che anche te rifiuti il mio gentile invito come quella dolce ragazza in fondo, con tutto il ripetto tesoro” disse poi rivolta alla mora “allora, che ne dici di divertirti un pò? Mi sembri un pò giù di morale”. C’era un che, negli occhi che intravedevo dietro la maschera, che mi spingeva ad accettare, senza starci troppo a pensare. “O-okey..”. Questa sfoggiò un sorriso a trentadue denti mentre mi indirizzava verso la scaletta che portava dietro le quinte dove avrei dovuto lasciare i miei indumenti e rimanere in mutande. Fortuna che mi ero messa un completo non troppo schifoso quella mattina, così, un pò imbarazzata mi diressi verso il palco.

Era davvero una bella ragazza, indossava un reggiseno bordeaux gessato con piccole linee nere e bordato di pizzo nero

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A voi il benvenuto su DELAY magazine. Iniziamo parlando un po’ di voi. Chi sono i ragazzi dell’A.S.C. Tirrenia Wave?

“Intervista a Umberto Calipari, Presidente dell’A.S.C. Tirrenia Waves”

Grazie prima di tutto per il benvenuto. A.S.C. sta per Associazione Surf Calabria e i ragazzi della Tribù Tirrenia Waves sono i surfisti calabresi (e non solo) che amano e praticano assiduamente ogni forma di sport da tavola, principalmente il surf, ma ovviamente anche skate, snow, wake, skim, snake, indo e ogni possibile forma già inventata o inventabile. Com’è nato questo progetto? Narrateci un po’ la storia di questo percorso..

A I N E TIRR . . . S E V WA FOTO : TIRRENIA WAVES STAFF

All’inizio ero l’unico surfista locale della mia zona, in un paese di 6000 abitanti dove, un pò di anni fa, hanno costruito una barriera per proteggere il lungomare dall’erosione costiera e hanno iniziato a rompere le onde. Il desiderio del surf e delle onde c’è sempre stato; facevo skate da quando avevo 6 anni e sono cresciuto praticamente davanti al mare. Allora la mia unica informazione era di un’onda a sud della Calabria che veniva surfata da ragazzi di tutta Italia e che c’era qualche gruppo di surfisti sia sul versante tirrenico che su quello ionico. Ricordo che mi buttavo in condizioni assurde, da solo e con una tavola indescrivibile che pesava oltre 20 chili legata al piede da una corda. Era tanta la voglia di imparare e cercavo i posti migliori spostandomi lungo la costa tirrenica. Studiavo a Napoli per l’università e anche lì cercavo di andare a mare il più possibile. Mi portavo la tavola nei mezzi pubblici e non era facile. In quel periodo, uno dei miei migliori amici mi ha convinto a fare il primo viaggio in Portogallo dove surfavo ogni mattina con Alessandro Marcianò. È stato proprio lui che mi consigliò di fare l’Associazione e mettere su una scuola di surf e riunire così la comunità surfistica del sud. Intanto avevo conosciuto i surfisti di Cosenza e Catanzaro. Quindi sono iniziati i vari viaggi in Italia, la nascita dell’associazione, la crescita di una tribù che raccoglie molti surfisti della Calabria e di varie altre regioni, i corsi e i brevetti di Istruttore e Giudice ISA, le gare e gli eventi nazionali dove sono stato convocato fino al primo contest di selezione regionale per il sud Italia (Calabria, Sicilia, Puglia e Campania), organizzato interamente da noi, che si è svolto a Settembre 2008 e che è stato valevole come unica tappa di campionato interregionale per l’accesso al circuito italiano Surfing Italia Open 44 2009. Ora chi vuole avvicinarsi al surf con un corso di circa 10 lezioni impiega 3 mesi a imparare quello che da solo, a suon di legnate e ovviamente con tutti i rischi che comporta, puoi tirare fuori in 2 o 3 anni. Quali sono le zone da voi predilette per surfare? E in particolare nella nostra Calabria?

Chi ne ha il tempo cerca di fare viaggi in posti come Francia, Spagna, Portogallo o anche più lontano perché l’Oceano offre onde ogni giorno, mentre in Italia il surf dipende dalle perturbazioni e quindi la viviamo diversamente aspettando le mareggiate e vedendo le previsioni sui vari portali meteo. La Calabria è una delle regioni maggiormente esposte e possiamo surfare quasi con tutte le perturbazioni, ma bisogna conoscere i posti e le strade per raggiungerli, oltre ovviamente a una buona conoscenza dei fondali per capire quali spot offrono onde in relazione ai vari fattori di una swell come direzione della mareggiata, direzione del vento e tutto il resto. Gli spot sono il tesoro di ogni comunità surfistica, alcuni sono conosciuti e noti come lo spot della scuola di surf a San Lucido o Guardia Piemontese dove abbiamo fatto il contest la scorsa stagione, mentre altri spot sono considerati secret, ossia frequentati maggiormente dalle comunità surfistiche locali, sono posti con fondali e accessi insidiosi e indicati per chi ha più esperienza. Ogni sport regala diverse e grandiose sensazioni. Come descrivete voi l’emozione che si prova cavalcando un’onda? A lasciare spazio libero alla risposta, per ogni surfata, ci sarebbe una lunga lista di sensazioni da descrivere. Ciò che si prova su una tavola appartiene solo a te e alla tua tavola, è tutto così veloce che puoi farlo solo tuo, in pochissimi secondi ti scorre davanti uno scenario sempre diverso mentre dentro le sensazioni si agitano 100 volte di più del moto ondoso che stai surfando. Poi di colpo tutto svanisce avvolto da una schiuma o semplicemente con un rapido turn che ti riporta a remare verso la line up dove aspetti la tua prossima onda e tutto ricomincia nell’istante in cui vedi un dosso che si avvicina.. è il tuo turno, quell’onda è la tua e inizi a remare. Di contro l’emozione e la gioia di ogni onda la condividi con gli amici con i quali surfi. Fra le sensazioni e le emozioni c’è una grande differenza e alla fine della giornata è un classico ritrovarsi a bere una birra insieme commentando la surfata, rivedendo le foto o i video. A volte ci sono periodi di piatta che durano anche settimane e stai li a guardare 10 volte al giorno le previsioni, ti prende la smania di trovare un volo a basso costo per le coste oceaniche, programmi di andare anche per uno o due soli giorni a 1000 Km di distanza e accetti di dormire anche in macchina per entrare in acqua all’alba. Il surf ti porta a scoprire posti nuovi, nuova gente, culture diverse e poi magari dopo un pò di tempo senti l’odore della paraffina o del neoprene e ti ritornano in mente il ricordo e le sensazioni che fanno da contorno a una giornata o a un periodo pieno di onde. Di sicuro tutto ciò che si prova non ha livelli, ogni sensazione ha una sua intensità, ma ogni momento ha qualcosa di particolare e unico, dalla prima onda all’ennesima manovra.


Un certo Francesco Longo dice “Il surf è come la letteratura, più parlato che praticato”. Provate a commentare… Ognuno vive e matura il surfin a modo proprio e secondo la propria cultura. Certo ci sono cose che hanno influenzato intere generazioni come la musica o i film, da un “Mercoledì da leoni” e “Point break”, che una volta erano gli unici dove potevi vedere un pò di surf fino ai video di oggi reperibili con pochi clik su internet. La storia del surf è bella ed è ricca di storie e leggende, ma in fondo in fondo, oltre a tutto questo, ogni surfista ritiene più importante qualcosa di diverso, custodisce la propria storia, quella delle sue surfate, dei suoi viaggi, delle sue esperienze, delle persone che surfano insieme a te, dei posti che hai conosciuto e vissuto sia in acqua che fuori. Sono queste le cose che ti restano dentro e hanno un grande valore, proprio perché sono le cose che fanno parte della pratica. Il surf è prima di tutto uno sport ed è uno sport diverso dove i tuoi limiti devi conoscerli prima di metterti in gioco, perché non è come giocare a calcio o fare una corsa che quando sei stanco ti fermi e riposi, in acqua non sei tu a decidere ma è il moto ondoso. Da questo punto di vista l’approccio psicologico ha molta importanza e forse è proprio questo che fa del surf qualcosa di singolare e unico. Chi fa surf si trova a cercare questo equilibrio fra mente e corpo immerso nella natura, così tutto ciò che viene detto del surf assume un sapore di incanto e magia. In Italia il livello è cresciuto tantissimo e anche la possibilità di avvicinarsi al surf grazie alle numerose scuole che, mettendo a disposizione materiale e istruttori brevettati, stanno facendo in modo che questa pratica cresca e sia sempre più accessibile, così che il tempo che resta per le parlare diventa sempre meno e quando accade racconti la tua surfata e la tua giornata sulle onde ;-) Partecipate ad iniziative, manifestazioni e contest? C’è un certo movimento nella zona? Come detto sopra le iniziative dell’Associazione sono tante ma tutte nel rispetto della scena locale. Siamo l’unica Associazione del sud Italia affiliata alla Federazione Italiana SURFING ITALIA, che è promotore dei campionati nazionali e regionali ai quali anche noi partecipiamo. Per la Tirrenia Waves, ciò che si organizza mira all’informatizzazione e alla crescita di una cultura positiva, ma deve e dovrà sempre rispettare quelli che sono “usi e costumi” del posto e del gruppo. Ogni comunità surfistica e ogni luogo hanno la loro identità e vanno rispettate. Anche se io sono il promotore delle iniziative credo di essere prima di tutto un surfista locale e mi piace confrontarmi con il pensiero di tutti prima di dare il via a qualche evento o progetto. È un pò come una ricerca di equilibrio, da una parte c’è la tua surfata e dall’altra c’è il tempo che scorre, ragazzi che nascono e crescono e come te vogliono imparare a surfare. Tutti hanno diritto a vivere ciò che la natura offre, ma c’è chi quel posto lo vive da anni e lo ha fatto crescere e se in determinati posti c’è un’onda che si può surfare è merito di chi per quel posto ha fatto e fa tanto. Uno dei maggiori e più bei ricordi riguardante la vostra passione.. Nel sito dell’associazione ci sono molti report delle surfate fatte. Ogni tanto li riguardo e la gioia è davvero grande. Forse un giorno il più bel ricordo sarà semplicemente il fatto di aver iniziato a fare surf e aver continuato a farlo finchè sarà possibile. Ognuno di noi ha le sue esperienze però quello che ci accomuna è quando riusciamo a fare

Poi ci sono gli allievi che imparano e migliorano e ci sono le foto degli eventi. Organizzare un evento oggi diventa sempre più difficile e sono poche le persone che si mobilitano, così quando arriviamo alla fine di un contest o di una manifestazione ed è il momento dei ringraziamenti e delle premiazioni è sempre una bella emozione e quando rivedo le foto mi sembra di rivivere quei momenti. Credo sia così per tutti quelli che hanno vissuto e vivono queste occasioni insieme a noi. Oltre il surf, praticate altro? Quali altri interessi vi tengono occupati? Dopo il surf (molto dopo) ciò che ha priorità di scelta sono lo snowboard e lo skate. Anche in queste direzioni il livello è davvero alto e diventiamo sempre di più. È come una corrente che raccoglie e trasporta tutto ciò che trova. Solo che per il surf serve più sacrificio specialmente nei mesi freddi, mentre quest’anno per esempio abbiamo avuto l’invasione sulle piste di neve con moltissimi amici che hanno provato e hanno iniziato a fare snowboard. A livello didattico pratichiamo indo board che è uno dei migliori allenamenti per i tutti gli sport da tavola e durante l’estate organizziamo varie iniziative dove questa tavola con il suo rullo sono i protagonisti. E infine c’è l’alternativa del surf trainato. Ho iniziato un’estate di 4 o 5 anni fa grazie a un signore che mi dedicava mezz’ora tirandomi con la sua barca come se dovessi fare sci nautico e ora, grazie al nostro Luca, facciamo delle regolari uscite di sci nautico usando al posto degli sci il wake, un surf con le strap o le nostre tavole da surf. Ci sono in corso dei progetti per il futuro? L’unico progetto è quello di rimanere sempre in un clima positivo e promuovere sempre iniziative, non solo verso la crescita della disciplina, ma anche verso tutti quei problemi che fanno da contorno alla nostra realtà come l’inquinamento, l’abusivismo e tutto il resto. Abbiamo partecipato alla raccolta dei rifiuti anche quest’anno con Surf Rider Foundation che si occupa a livello mondiale di monitorare come e dove i rifiuti si riversano lungo le coste, i fiumi e nei laghi e dove questi si concentrano maggiormente e lo faremo anche nelle prossime stagioni. Inoltre inizia proprio in questi giorni la seconda edizione del progetto “Calabria Dream Waves” che ha dato a tutti la possibilità di condividere le nostre onde con surfisti professionisti di altissimo livello. Poi c’è la Scuola di Surf, attualmente la prima e unica del sud Italia regolarmente riconosciuta dalla federazione italiana Surfing Italia con istruttori brevettati ISA, e infine i contest e tutte le altre iniziative che potrete trovare sul nostro sito.

Lasciateci dei consigli per chi da poco ha iniziato a praticare surf o desidera avvicinarsi ad esso. Per chi ha già iniziato consigliamo di entrare in acqua il più possibile sempre in accordo alle condizioni e al proprio livello e mai da soli. Inoltre consigliamo per chi ha un pò di esperienza di fare anche qualche viaggio sull’oceano. Per chi vuole avvicinarsi c’è un avviso e un consiglio. L’avviso è che una volta che provate non riuscirete più a farne a meno, mentre il consiglio è che si è liberi di imparare da soli, con l’amico che ti presta la tavola o facendo un corso presso una scuola, ma in quest’ultimo caso si ha una bella guida e un percorso da seguire dove i rischi e il tempo necessario per imparare si riducono drasticamente. In ogni caso il merito non è e non sarà mai dall’istruttore o della scuola ma sarà dell’allievo. Sta a te tirare fuori l’energia e la grinta necessarie, specialmente all’inizio. Nel surf gli ingredienti fondamentali sono “Volontà, Testardaggine e Determinazione”. È importante avere sempre un buon equilibrio e una buona consapevolezza di se stessi. A volte ci si lascia prendere dall’entusiasmo e si spendono soldi per una tavola che non fa per te e le difficoltà aumentano notevolmente, mentre per tutti c’è un percorso e delle fasi che non si possono saltare. Il caso più frequente è l’acquisto di una tavola troppo piccola che compri perché è bella e poi ti trovi a lottare solo per riuscire a stare a galla. Il risultato è che dopo poche uscite torni nel negozio e compri quella tavola più grossa come qualcuno ti aveva consigliato o ancora peggio metti in vendita la tua bellissima tavoletta perché pensi che non sarai mai capace di fare quelle cose che fanno i surfisti. Bene seguendo il giusto percorso e rispettando i tempi tutti possono riuscire a imparare e, mentre impari, il surf ti insegna a conoscere te stesso e i tuoi limiti e dai un significato e una dimensione al quel tempo che trascorri sulla tavola. E ora qualche contatto in modo che i lettori interessati sappiano a chi e come rivolgersi. Questo è il link dell’Associazione Surf Calabria TIRRENIA WAVES: www.tirreniawaves.com E questi sono i contatti dell’Associazione e della scuola di surf dove oltre alla possibilità di imparare c’è disponibilità di pernottamento nella nostra surf house, riparazione surf board, guida all’acquisto e sconti presso il nostro negozio di riferimento, il 274 Denim Department di Cosenza con il quale siamo convenzionati e tanto altro:


E’ il momento dei saluti. Grazie Terrenia Wave. Questo spazio è tutto vostro! Il ringraziamento maggiore va a DELAY Magazine che ci hai dedicato la vostra attenzione e a tutti i surfisti calabresi e della Tirrenia Waves che credono nella nostra Associazione e nell’Amicizia che ci lega.

Buone onde !


CHALLENGER

STORIA DI UNA LEGGENDA

DODGE

oordinate c e u s le n co DELAY Mag prire uno a le o u v i nal tridimensio nsionaime id b alla icato spazio ded E DELAY. OVI M i d E E AZION lità. MOTOR la pao c ic p a n u prire Vogliamo a cinema, n u u s i s e rent spero apg a M Y A L E D i di che gli amic a che si ic r b u r a n nno. U prezzera e ha come h c ema in c n occupa di u tutto e ile b o m o l’aut punto focale rno; vista o t in a t o u vi r quello che rasporto t i d o z z ome me non solo c a vera e t is n o g a t o ome pr ma anche c ografit ema in c a scen propria della . caChallenger La Dodge è una delle più note muscle car americane, una delle ultime pony car prodotte negli Stati Uniti. Nasce nel 1970 nelle versioni Challenger Six, Challenger V8, Challenger T/A e Challenger R/T; quest’ultima versione è quella di cui parleremo in questo numero. La Challenger R/T è la versione più performante e sportiva; monta motori fino a 7 litri e rappresenta l’auto sportiva americana semplice, strapotente e a buon mercato; per alcuni un vero e proprio mito. Progettata sulla base della Plymouth Barracuda, con le dovute modifiche, è quasi da considerarsi un’auto da corsa. Il cambio meccanico, a sei rapporti, con la leva a forma di calcio di pistola e la spropositata potenza dei propulsori, ne rappresentano al meglio l’anima corsaiola: un proiettile sparato sulla strada a quasi 300 all’ora. Esce di produzione nel 1974 e viene riprodotta con molto meno successo, come sempre, quando si ha a che fare con dei miti, tra il 1978 e il 1983. Un auto cinematograficamente parlando molto presente. Tante le pellicole nelle quali il bolide fa comparsate o è presente da vera protagonista. Dagli anni 70 ai giorni nostri è un classico che, principalmente nel cinema americano, sfreccia in diverse pellicole o nei tubi catodici delle tv di mezzo mondo. Dalle apparizioni in episodi di “Miami Vice” del 1984, all’ ultima serie di “NCIS”, “Kate & Kim” o “Drive”, è presente in molte TV series che la confermano protagonista delle fantasie motoristiche di molti, anche in Europa. Nel mondo della celluloide il discorso cambia. Qui, la Challenger, si ritaglia degli spazi più ampi e propri. Ultima apparizione in ordine di tempo è il terzo capitolo della saga “donne e motori gioie e dolori” di Fast & Furious dal titolo 2 Fast 2 Furious dove, circa a metà film, fa il suo ingresso in scena con un’ accattivante livrea arancione a strisce nere e tutta la potenza dei suoi 425cv HEMI. Diventerà l’auto di uno dei protagonisti, Roman Pearce (Tyrese Gibson), dopo essere stata vinta da quest’ultimo in uno scontato duello all’ultimo pistone contro uno sgonfiato e ispanizzato “Terminator”. Uscirà di scena spiaccicata contro un enorme SUV da boss del narcotraffico nello stile tipico del film. Andando a ritroso la ritroviamo nel fantastico Natural born killers del 1994, di Oliver Stone, tratto da una sceneggiatura di Quentin Tarantino, per il quale è stata fonte di ispirazione anche per il recente Grindhouse, Death Proof. Un impasto di serial-tv, videoclip, road-movie, bianco e nero e colore, rallenty visionario e frenesia omicida, dove la Challenger, questa volta rossa, in versione convertibile, accompagna Mickey (Woody Harrelson) e Mallory Knox (Juliet Lewis) nelle loro gite omicide in giro per le strade degli States. Nel 2002 esce l’album d’esordio degli Audioslave. Nell’omonimo album troviamo la traccia n°2 intitolata Show me how to live che ha un curioso videoclip, dove un’auto sportiva, una Dodge Challenger R/T del 1970 appunto,t by DARIO PROCOPIO


una Dodge Challenger R/T del 1970 appunto, bianca, con i membri della band a bordo, sfreccia a tutta velocità cercando di sfuggire alle forze dell’ordine. Il video si rifà ad un exploitation movie del 1971 dal titolo Wanishing point (uscito in Italia con il titolo Punto zero) per la regia di Richard D. Sarafian dove, alle riprese della band, si alternano spezzoni originali del film. E’ proprio in questo lavoro di Sarafian che la vettura in questione ha il massimo della sua notorietà. Il tutto parte alle 10:02 di una domenica californiana e ci presenta un uomo, Kowalski (Barry Newman) che si dirige a bordo della Challenger a tutta velocità verso un posto di blocco. A questo punto si torna indietro. Kowalski, solo Kowalski, senza un nome. E’ un’entità, si sa poco di lui. Grazie a dei flashback cominciamo a saperne qualcosa di più. Lavora per un servizio di trasporto auto a Denver, Colorado, lavoro che è una sorta di seconda possibilità. Reduce dal Vietnam, pluridecorato, abbandona il mondo delle corse sia automobilistiche che motociclistiche in seguito ad un grave incidente. Entra in polizia ma viene espulso perché sospettato di essere coinvolto in storie di droga con dei malviventi, in seguito perde anche la fidanzata in un incidente di surf. Forse tutta questa serie di eventi lo portano alla convinzione che ormai nella vita non ha più niente da perdere. Appena riportata un’auto a Denver, nonostante i consigli del titolare del garage di riposare, prende in consegna la Challenger che deve essere consegnata a San Francisco in California. Passa da un amico in un bar di motociclisti per comprare delle pillole di benzedrina per il viaggio e scommette di riuscire a consegnare l’auto in 15 ore. Comincia l’avventura. Il protagonista è taciturno, non parla (sentiamo la sua voce solo nei flashback), le pattuglie della stradale che lo inseguono crescono esponenzialmente al passare del tempo. La fuga di Kowalski è in realtà una metafora: la voglia dell’uomo moderno di fuggire alle crudeltà della vita (il non poter più gareggiare, la perdita dell’amore, l’espulsione dal corpo di polizia). Nella scena la fanno da padrona la musica rock trasmessa da DJ Super Anima di radio K.O.W. ma soprattutto il rombo del motore HEMI della Challenger, che sembra lasciata libera di sfrecciare in un enorme parco giochi che è il leggendario West (rappresentativa ne è la scena della fuga nel deserto). Vanishing point è una sorta di road movie che percorre, a bordo della nostra protagonista, gli Stati Uniti sud-occidentali, attraversando città, canyon, deserti, lingue d’asfalto infinite, sulla scia di un desiderio di libertà o di una rassegnazione agli eventi della vita, che Kowalski esprime sfrecciando a tutta velocità e non fermandosi neanche al volere delle forze di polizia. Le necessarie soste per il rifornimento o la sostituzione di un pneumatico forato, portano in scena una serie di personaggi tipici del post Woodstock;

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r e g n e l l a h C La suo piloe il ono ormai ta s siderati con u’ “gli i p i a d i o r e i m i t ul hippy, nudisti, topi del deserto, motociclisti, organizzazioni religiose. La Challenger e il suo pilota sono ormai considerati dai più “gli ultimi eroi americani”. In tanti si cominciano a radunare di fronte la sede della radio K.O.W. (per l’occasione rinominata K.O.W.ALSKI), per augurare buona fortuna al nuovo ultimo eroe e al suo destriero. L’abilità al volante del pilota e le qualità superiori della Challenger rispetto alle auto della polizia, sembrano non poter arrestare la loro corsa. La fuga, da non si sa cosa, attraverso quattro stati ha fine nei pressi di Cisco, quando la stanchezza e gli effetti della benzedrina sembrano aver convinto Kowalski, con in viso uno strano sorriso, che è ormai arrivato il momento di uscire di scena; due bulldozer piazzati sulla strada fermano la Dodge lanciata a tutta velocità in una palla di fuoco, spargendo i suoi pezzi tutto intorno e lasciando sbalorditi tutti i presenti radunatisi. Il film diventò subito popolare tra i cultori del genere, soprattutto in Europa; addirittura ne fu fatto un remake nel 1997 con protagonista Viggo Mortensen. Molte le differenze a livello concettuale con l’originale; dalla figura di DJ Super Anima al dubbio sull’effettiva morte di Kowalski al non sense della fuga (nel remake è dato un motivo a Kowalski che in questa occasione ha anche un nome, Jim, per correre lungo le strade americane: raggiungere la moglie in cinta ricoverata in ospedale). Notevoli in questa versione gli slow motion che mettono ancora di più in risalto le linee e le caratteristiche della Challenger che addirittura viene definita l’auto per antonomasia. Dopo l’uscita di scena delle pony car all’inizio della crisi petrolifera degli anni ’70, vista la grande quantità di carburante necessaria per nutrire i potenti motori, ora sembra tornare la voglia delle muscle car made in USA, nonostante vi sia una situazione simile a quarant’anni fa. Nel 2006 esce una nuova versione della Challenger che subito attira su di se l’attenzione di molti appassionati e in questi periodi dovrebbe uscire la nuova versione modello R/T proprio come quella di cui abbiamo parlato finora. Le fotografie dell’anteprima richiamano le linee e lo stile della sua antenata con una bella iniezione di tecnologia. Magari vista la propensione del cinema internazionale di proporre remake di parecchi film degli anni ’70, e visto il nuovo lancio di un modello storico della Dodge, la Challenger potrebbe essere chiamata di nuovo in causa per “recitare” in un ennesimo remake del capolavoro di Sarafian magari con al volante un attempato Berry Newman in una sorta di riunione tra vecchi amici.


Negli ultimi tempi nuovi stili di danza si stanno propagando nel nostro paese coinvolgendo grandi masse di ragazzi. Jumpstyle, Tecktonik, Drum & Bass dance, sono le recenti attrazioni per coloro che amano scatenarsi a suon di musica. Basta spulciare le migliaia di pagine di YouTube per rendersi conto di quanto queste innovative forme per interpretare diversi tipi di musica col corpo, siano praticati e ben apprezzati in Italia e soprattutto nel panorama straniero. 
In particolare, la Jumpstyle, nata nel 1997 in Belgio, non solo popola le piazze o i borghi di città fra gruppi di ragazzi amanti del genere, ma comincia anche a prendere piede come specialità sportiva nelle palestre, facendo un po’ da sostituta all’aerobica o allo step. Eseguita su note techno, hardstyle, hardcore, si basa su movimenti principalmente delle gambe e su salti, come dice il termine stesso dall’inglese “jump” che appunto significa “saltare”. A tal proposito abbiamo intervistato Ventu, uno jumper amante del genere, e MatX, jumper e fondatore del JumpStyle-Italia forum.

Innanzitutto benvenuti su XYZ. Presentatevi, dunque.. chi siete?

Avete mai partecipato a contest o manifestazioni a riguardo?

V: Come prima cosa un GRAZIE per averci dedicato questo spazio, sperando che la Jumpstyle si diffonda maggiormente anche nel nostro paese. Io sono Andrea, su internet conosciuto anche o soprattutto come Ventu; ballo la Jumpstyle da ormai un anno e faccio parte di un team, la TJP. Quello che posso dire a tutti è di provare ad incamminarsi per questa strada, che a me personalmente, ma anche ad altre persone, ha dato e continua a dare molte soddisfazioni. M: Ciao!! sono Massimo, aka MatX, ho 19 anni e tra quelli che ho conosciuto sono il più grande che pratica ancora jump. La pratico da circa un anno e mezzo ma non mi definisco un ottimo jumper. L’unica cosa che faccio è ballare quando ho un po’ di tempo da dedicargli e quando sento una bella canzone mi devo alzare e saltare è più forte di me.

V: Si, organizzato dal forum Jumpstyle-Italia il 1° raduno l’8 novembre in Piazza Duomo a Milano. Successivamente il 22 febbraio, organizzato dalla TJP, il 1° jumpstyle contest e infine l’ultimo JumpMeeting ancora a Milano il 21 Marzo, organizzato sempre dalla TJP. M: Di contest sono stati organizzati varie sul forum. Ora siamo a quota due, o torneo come lo chiamiamo, ma io sono relegato a ruolo di giudice in quanto organizzatore e a quest’ultimo torneo non partecipare mi fa rosicare un po’. Anche per le manifestazioni mi tocca rosicare. Purtroppo, per motivi di numeri, vengono organizzate tutte al nord Italia e io essendo nel Lazio mi ritrovo a vedere solo i video degli eventi. Il mio co-intervistato, più fortunato di me, ha partecipato a tutti gli eventi e manifestazioni praticamente e ha preso anche parte all’organizzazione degli ultimi.

Come nasce il forum Jumpstyle Italia? M: Nasce l’11 novembre 2007, poco dopo che ho scoperto la jumpstyle. Cercavo un posto dove condividere la mia passione per la jump e non trovandone nessuno l’ho creato. All’inizio non si chiamava nemmeno JumpStyle Italia e molte sezioni sono state aggiunte dopo. Tutto è cresciuto attraverso gli utenti che lo hanno frequentato e che tutt’ora lo frequentano. L’attuale forum è stato creato dopo il successo, inaspettato, del primo su forumfree; gli utenti mi chiedevano un dominio tutto italiano e non il semplice .net, così ho cercato di accontentarli ed ora tutto procede in modo più che soddisfacente per me e, per questo, sto cercando di ampliarlo ulteriormente. Anche per dare più visibilità al jumpstyle in Italia che oramai è diventato importante per tutta la community del forum. Quando e come vi siete avvicinati a questo stile di ballo? Narrateci un po’.. V: A raccontarla così qualcuno potrebbe anche scambiarla per una favola. Ebbe inizio tutto l’anno scorso, maggio 2008. Mancava poco alla fine della scuola, niente lezioni, niente compiti e per evitare che la noia mi travolgesse, ascoltavo di continuo l’iPod di un mio compagno di classe. Canzone dopo canzone arrivai ad un titolo strano, “Holiday”, un brano simpatico, carino che mi metteva allegria. Il mio compagno si avvicinò e mi disse “Ventu! Vai a cercare su youtube Jumpstyle, guarda! È stupenda!”.Appena la vidi… fu amore a prima vista. M: Navigando in rete su Youtube, mi imbattei su un video di dj Ravine che ballava oldschool in mezzo alla neve; li per lì provai solo a copiare i suoi movimenti ma senza neanche capire quel che facevo. Pochi giorni dopo mi ritrovai nuovamente quel video davanti e ho esclamato: ”nooooooo adesso devo imparare”. E da quel momento ho iniziato a cercare e vedere video tutorial costantemente.

A tal proposito, quanto ha preso piede la Jumpstyle nel nostro paese? V: E’ difficile da dire perché comunque molti ragazzi la conoscono ma solo superficialmente, mentre negli adulti è proprio sconosciuta.
Secondo me basterebbe qualche piccolo spazio dedicato a questi nuovi balli in TV; la televisione è il miglior mezzo di comunicazione per farsi conoscere. Da quanto ho visto, infatti, in questi mesi su internet si può osservare che in altre nazioni, come per esempio in Germania, vengono invitati ragazzi in Tv a spiegare questa nuova “disciplina”. La fascia di età che balla la Jumpstyle in Italia va dai 12 massimo 18-19 anni, mentre negli altri paesi, come Germania, Olanda, Polonia è totalmente diverso. Insomma per farci capire, c’è gente di 30 anni che ancora la balla. M: C’è una spaccatura tra l’Italia del nord e quella del sud purtroppo. Al nord ha preso molto più piede che al sud e al centro. Così è anche per la musica che si ascolta e può darsi sia anche dovuto a questo. In alt’Italia è molto più diffusa l’hardstyle, quindi molte più persone vengono a conoscenza della jump come ballo, di conseguenza ci sono molti più ragazzi che provano a ballarla, ma sono ancora pochi quelli che effettivamente la praticano tutti i giorni. Credo tutti i jumper si impegnino per farla conoscere sempre più. Com’è visto questo ballo dalla nostra generazione? V: Questo dipende dai punti di vista. Ovviamente i vecchi gabber, che hanno sempre ascoltato Hardcore, la Jumpstyle la odieranno. Mentre la maggior parte della gente, appena lo vede s’innamora, ma quando capisce la fatica che bisogna fare per impararlo, lascia subito perdere.
Un vero peccato che la società italiana sia così “svogliata”. M: Sicuramente come un ballo nuovo.. poi c’è a chi piace e a chi non piace. I ragazzi molto spesso la apprezzano appena la vedono, ma il fatto che sono ragazzi molto giovani principalmente a ballarla rende i più grandi scettici su questo ballo.


Anch’esso è un derivato dell’hardcore, melodico. La differenza è che queste canzoni sono composte di una parte iniziale...

Quali sono i progetti che avete in mente per il futuro? V: Sfortunatamente la Jumpstyle non ha molti sbocchi lavorativi, il massimo a cui si può aspirare è essere chiamato come ospite nelle discoteche o magari partecipare a qualche videoclip. Ovviamente la strada è molto lunga, questo è solo un sogno che io insieme al mio gruppo speriamo di riuscire a coronare. M: In cantiere per il momento c’è la creazione del portale dedicato al mondo jump. E diffondere più possibile questo ballo in Italia. Cosa consigliate ai ragazzi che desiderano avvicinarsi alla Jumpstyle? V: Beh sicuramente di impegnarsi fin da subito e non pensare che è facile. A prima vista lo sembra, ma il coordinamento che bisogna avere braccia – gambe e soprattutto saper creare coreografie belle da vedere è difficile. Purtroppo in Italia ancora non ci sono scuole specializzate, esistono comunque in rete molti tutorial dettagliati che spiegano come fare ad imparare. M: Prima di tutto devono capire e scegliere lo stile giusto per loro.. la jump offre molte varianti. Una volta iniziato non si devono abbattere alla prima difficoltà e non correre con gli allenamenti, ma fare una cosa per volta e farla bene. Ovviamente trovare un gruppo e confrontarsi con loro è ottimo per la crescita come jumper. Lasciateci qualche contatto in modo che chiunque sia interessato sappia a chi rivolgersi o colmare la sua curiosità. V: Sicuramente il forum: http://jumpstyle-italia.it
O per chi volesse contattarmi personalmente scrivetemi un messaggio privato attraverso il mio canale di YouTube: http://www.youtube.com/user/andreaventu M: Beh iscriversi a Jumpstyle-Italia.it ovviamente. Attraverso il forum è possibile conoscere e magari anche incontrare qualche jumper delle proprio zona e consultando i profili è possibile scambiarsi i contatti e approfondire le conoscenze.

Le note su cui viene praticato sono note techno, hardcore o anche house. Spiegateci un po’ meglio.. V: La Jumpstyle prima di tutto comprende una serie di stili di ballo (vedi Old skool, Hardjump, Freestyle, Ownstyle, Tekstyle ecc..). In base allo stile la musica cambia anche se comunque il genere non varia più di tanto.
Inizialmente tutti ballavano su melodie jumpstyle derivate dell’hardcore, molto melodiche e soprattutto lente, ma alla lunga ripetitive. Mentre ora la maggior parte dei jumpers balla su Hardstyle, anche se non creato appositamente per “jumpare”, cominciato a diffondersi agli inizi del 2000. Anch’esso è un derivato dell’hardcore, melodico. La differenza è che queste canzoni sono composte di una parte iniziale, indispensabile per mixare un brano con un altro, una centrale dove in questo caso il jumper balla, e la parte finale dove pian piano la musica si spegne e si mixa con la canzone successiva. L’hardstyle ha un ritmo che va dai 150 ai 160 bpm (battiti al minuto) ed è caratterizzata da un’onda del suono quadrata. M: Si è creata una corrente musicale attorno a questo ballo, un genere specifico quasi addirittura per ogni stile; come il ballo si è evoluta anche la musica. La musica jumpstyle e hardjump specifica per questo stile ormai viene ascoltata e ballata molto poco, dai principianti maggiormente o dai nostalgici e tradizionalisti. Da notare anche come l’hardstyle, musica che era usata solo per lo shuffle (ballo tendenzialmente parallelo alla jump) abbia subito un mutamento incredibile in questi ultimi anni che da musica essenzialmente per lo più shuffle sia diventata anche “musica da jump”. Per quanto mi riguarda mi trovo a jumpare molto bene, anzi a volte meglio, anche su alcune canzoni hardcore, quelle leggermente più commerciali. Per la parte “tecnica” invece la canzone deve avere dei battiti forniti da dei bassi abbastanza pesanti, costanti e ben definiti per scandire il tempo e ritmo al ballo. Quanto tempo dedicate alla vostra passione? V: Dipende. In media ballo ogni giorno, poi c’è il giorno che sono carico, il giorno che manco mi alzerei dal letto oppure il giorno che per sfogarmi ballo. Comunque generalmente ballo per circa 30 minuti, ovviamente non di fila; bastano per tenersi sempre in allenamento ;-) M: Dati gli impegni scolastici e impegni vari, mi impegno a ballarla per almeno 3 ore settimanali. Poi quando capita, come specificavo prima, mi alzo e ballo con una bella canzone o aspettando qualcuno: è un ottimo passatempo. Praticate altri sport o interessi? V: Praticavo calcio l’anno scorso, il quale mi ha aiutato molto per la resistenza nella Jumpstyle.
Ora invece mi dedico a tempo pieno alla Jumpstyle anche se sicuramente come interessi ho gli amici. M: Ultimamente mi sto avvicinando al tamburello, che ho iniziato a praticare a scuola partecipando ai campionati studenteschi. Per chi non lo sapesse è una specie di tennis che si gioca in squadra da tre o cinque e si colpisce la pallina con un tamburello, appunto. Se la fortuna mi assisterà potrei avere la possibilità di entrare in una squadra di serie A. Poi c’è la scuola, quest’anno ho gli esami e a luglio vorrei riuscir ad entrare alla facoltà di ingegneria alla Sapienza di Roma.

E’ il momento dei saluti. Grazie di averci dedicato il vostro tempo. Questo spazio è tutto vostro. Ciao! V: Grazie a voi per l’opportunità che ci avete dato! GRAZIE ANCORA! M: Grazie a voi e a Serena che mi ha contatto per l’intervista e per l’interesse dimostrato verso la jump. Ne approfitto per ringraziare gli utenti del forum per l’appoggio che dimostrano quotidianamente e tutto lo staff passato e presente.


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Cari lettori

Torniamo sul reggae con DELAY MAGAZINE. Parliamo di new artist della scena reggae nazionale, di ragazzi che da un bel paio di anni stanno bruciando in lungo e largo tutto lo stivale con le loro splendide liriche. Parliamo sempre del contesto nazionale della reggae music e se fin’ora abbiamo avuto il piacere di presentarvi degli artisti originari dalla Calabria e dalla Capitale, nel terzo numero non ci si poteva dimenticare di quegli artisti provenienti dalla terra che da più anni brucia la passione del reggae nella nostra penisola: il Salento! In questo 3° numero del magazine vi vogliamo far conoscere uno dei nuovi volti della scena pugliese. Vi presentiamo un gruppo che dall’uscita del suo primo cd “UNO” (consigliatissimo agli amici lettori) ha collezionato solo successi e apprezzamenti, per la profondità dei testi trattati e per la qualità di beat scelti dalla massive di tutta Italia. Ecco a voi.. BOOM DA BASH e i suoi due big singer Biggie & Paya, dei ragazzi meritevolissimi del successo ottenuto, capaci di amalgamare in unica melodia il salentino e l’inglese, rendendolo orecchiabile e accattivante per ogni tipo di ascoltatore.

Cari lettori, è arrivato il momento di conoscerli meglio e di far parlare un pò loro. Buona Intervista!

BOOM DA BASH Quando e come nasce la vostra crew? Innanzitutto, prima di iniziare, a fare le veci di bdb è Biggie, singer ed mc della crew. Bdb nasce grossomodo nel 2000. Potrei dirti che prima che bdb assumesse le attuali connotazioni, l’attività alla quale eravamo dediti era quella del classico reggae sound system, nonostante la caratteristica fondamentale che ci contraddistingueva fosse la volontà di creare delle performance che dessero un’impronta ampia e variegata di tutto il panorama della reggae music. Quello che siamo adesso e’ stato frutto di un naturale processo di evoluzione oramai, dopo aver iniziato l’avventura di Biggie & Paya’la massive ed il pubblico dello stivale considerano bdb più un vero e proprio gruppo musicale che un crew di dance hall fanatics. E non ti nascondo che abbiamo lavorato molto proprio in questo senso per portare Biggie e Paya’ da progetto interno e parallelo a punto di forza della formazione. Ed eccoci qua. Da cosa nasce il nome Boom da Bash e dove inizia a suonare?

Personalmente sono entrato a far parte della crew ufficialmente qualche anno dopo la nascita effettiva, dopo un bel po’ di gavetta, quindi dopo che il nome BOOMDABASH era già venuto fuori. Ad essere sincero credo che non ci sia stata una vera e propria scelta etimologica, piuttosto si è tenuto conto del fatto che suonasse bene alle orecchie, non fosse scontato e magari fosse anche un minimo originale a parer mio. Spesso anche se delle parole grammaticalmente non possiedono un senso compiuto in particolare, il suono che producono messe una accanto all’altra fanno venire in mente dei concetti precisi: quando penso a Boomdabash la prima cosa che mi viene in testa e’ “esplodi il colpo”, quindi mi dà una sensazione diciamo puramente “uditiva”. Inizialmente abbiamo calcato le yard del nostro salento, non senza difficoltà, difficoltà di integrazione in particolare. Alcuni di noi vengono dalle zone del brindisino che, non si sa in virtu’ di quale fonte storica (inesistente ovviamente), vengono considerate meno salentine di quelle del leccese. Dopo un po’ di acqua passata sotto i ponti, grazie a dio, adesso siamo considerati parte integrante della scena reggae salentina e italiana, dopo aver portato i nostri spettacoli praticamente nei 4 angoli dello stivale, dal nord al sud fino in Sicilia ed anche nella bellissima Calabria. Posso dire che non c’è una yard in Italia in cui Boomdabash non abbia preso un mic in mano.

BOOM DA BASH


Quanto è stato importante per voi iniziare la vostra carriera in una terra come il Salento, madrina del reggae in Italia? Faccio un piccolo appunto. Musicalmente è stato importante crescere in salento ma e’ stato fondamentale NASCERE in Puglia. Il salento ha dato tanto e continua a dare tanto alla musica italiana con i Sud Sound System e altri stimati artisti, ma tutta la Puglia da sempre e’ stata un punto di riferimento per il battere e levare. Ricordate i DIFFERENT STYLE? La prima formazione reggae italiana, membro della quale era il grande Papa Niko, membro attuale dei Suoni Mudu’. Da Lecce a Bari quindi, da un capo all’altro del tacco d’Italia. Questo era il passato, il presente continua sempre in questo senso con artisti come Fido Guido e Mama Marjas, Madkid, Moddi che nonostante non siano di provenienza salentina portano alto lo stendardo della nostra mamma Puglia, riconosciuta a tutti gli effetti come inesauribile fonte di musica e cultura.


4) Quali sono stati i fondatori del sound, i membri del gruppo passati e quelli attuali? Boomdabash è stato fondato dal Blazon, attuale selector, produttore nonché sound engineer della formazione. Poi ci siamo io, Biggie Bash e Payà, le due voci. A seguire Gandj, altro selector con un debole per gli oldies ed il foundation e Mr ketra beat maker ufficiale della famiglia bdb, autore di molte degli hit contenute nel nostro lavoro d’esordio “UNO”. Il tuo riferimento a membri passati mi fa capire che sei a conoscenza del fatto che fino a un po’ di anni fa facevano parte di bdb anche Madmike e Moiz impegnati adesso nel progetto Kalibandulu. Le nostre strade si sono divise per scelte professionalmente diverse, il processo di evoluzione di cui ti ho parlato prima, senza il quale non saremmo quello che siamo adesso. La loro attitudine in materia di reggae music è senz’altro più vicina agli obiettivi del loro attuale sound che a quelli di Boomdabash. Come si dice.. ad ognuno il suo.

 Qual’è lo stile della Boom da Bash crew? Direi che abbiamo più di uno stile nella linea musicale che seguiamo. Io sono un grande amante del roots mentre Payà è più legato al raggamuffin made in jamaica dei gloriosi anni 80. In più lui usa il suo dialetto di nascita mentre io uso l’inglese ed il patois caraibico. Due mondi lontani ma più vicini di quanto si possa pensare.

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Faccio un piccolo appunto. Musicalmente è stato importante crescere in salento ma e’ stato fondamentale NASCERE in Puglia.

Quali sono state le crew e i sound che hanno collaborato di più con voi e con quali big sound vi siete ritrovati a condividere la console? La macchina bdb e’ molto grande e complessa. Tutto il lavoro che è stato fatto lo si è fatto in stretta collaborazione con alcuni tra i nomi più di spicco del panorama italiano. Da Macro Marco (Gramigna), Soundquake e Treble(ex sss) a Mighty Cez, passando per tutti i sound che hanno creduto nel progetto Boomdabash e l’hanno spinto, promosso e coltivato come Ematoras, MadKid, Frisco sound e altri. In più Boomdabash annovera nel suo curriculum performance al fianco di grossi nomi della scena internazionale come SHAGGY, GENTLEMAN, BABY CHAM, ERROL DUNKLEY, BOB ANDY, MYKAL ROSE, JUNIOR REID, NAS, SPICE, BRUSCO, TIPPA IRIE, HEARTICAL SOUND, RUNN SOUND, ONE LOVE HI PAWA, SHABLO, CAPRICE, CASINO ROYALE, KAOS e altri.
 Da un pò di tempo, quando si sente parlare di Boom da Bash si pensa subito a due dei suoi componenti: Biggie & Paya, perchè?

 In realtà abbiamo scelto di intitolare l’album a Boomdabash anziché a Biggie & Payà proprio per evitare di identificare tutta la crew con due sole facce. Ogni membro ha la stessa e identica dignità professionale e spessore d’attività di Biggie e di Payà. Noi due siamo solo i frontmen di un gruppo nel quale ognuno lavora giù dal palco, giorno per giorno, con la stessa intensità e passione di chi invece ci sta sopra. A quali artisti di livello internazionale si sono ispirati Biggie & Paya per iniziare la loro carriera?

Per quanto mi riguarda io ritrovo il mio stile in artisti sia del passato che odierni come Yami bolo, Mykal rose, Don Carlos, Triston Palma e Tenor Saw, ma anche Gentleman, Damian marley, Tanya Stephens. Payà credo sia più affezionato ad altre sonorità come quelle di Shabba Ranks, Super Cat, Bunny General, Ranking Joe, Cutty Ranks.. ma sono sicuro che non storcerebbe il naso se ci buttassi in mezzo Shaggy, Bounty Killer e Kartel.





A quali artisti di livello internazionale si sono ispirati Biggie & Paya per iniziare la loro carriera? Per quanto mi riguarda io ritrovo il mio stile in artisti sia del passato che odierni come Yami bolo, Mykal rose, Don Carlos, Triston Palma e Tenor Saw, ma anche Gentleman, Damian marley, Tanya Stephens. Payà credo sia più affezionato ad altre sonorità come quelle di Shabba Ranks, Super Cat, Bunny General, Ranking Joe, Cutty Ranks.. ma sono sicuro che non storcerebbe il naso se ci buttassi in mezzo Shaggy, Bounty Killer e Kartel.

 Di cosa parlano i testi di Biggie & Paya? Ti dico subito che non siamo molto vicini alla slackness di una certa fascia della dance hall attuale.. quindi tutte le robe che scriviamo sono rigorosamente conscious. Questo non significa che non apprezziamo o puntiamo il dito contro gli artisti che invece la slackness la usano eccome. Semplicemente non è il nostro percorso e non appartiene a noi. Proveniamo da una terra che per anni è stata e continua ad essere dilaniata dalla mafia, dalla disoccupazione e dalla disillusione giovanile, non è il caso di riempire la testa dei ragazzi con gangsterismi vari, pistole e donnine nude. Preferiamo parlare dell’amore, del rispetto e della libertà di ogni giovane di esprimersi liberamente anche e soprattutto usando la musica per abbattere ostacoli anziché crearne.

 Quanto ha influenzato la conoscenza e il rapporto lavorativo con Treble a.k.a. Lu Prufessure per Boom da Bash? La prima persona che ha detto “facciamo un album” è stato proprio Treble. Lo consideriamo come il nostro padrino, ci ha aiutato, consigliato e tenuto per mano nella strada che abbiamo fatto fino ad ora. Ha saputo capire che avevamo qualcosa da dire e volevamo farlo a tutti i costi con la reggae music e ha messo a disposizione la sua esperienza per dare una forma più concisa ed forte a bdb. Si sentono nell’aria molte voci che inneggiano al salento e dicono di voler promuovere i giovani talenti ma di fatti nulla si fa per aiutare tutti i ragazzi che vogliono emergere ed hanno i numeri per farlo. Si predica bene ma si razzola male purtroppo, nella maggior parte dei casi. Inutile dirti che aldilà del rapporto professionale che ci lega, siamo stretti da un forte collegamento umano alla figura di Treble. Stimiamo prima l’amico e dopo il produttore.
 Come rispondete in genere alle interviste quando vi definiscono i nuovi Sud Sound System? 
Se ci accomunano a Nando, don Rico e Fabio perché vedono in noi la stessa passione e tenacia nel fare musica, rispondiamo che ci sentiamo onorati. Ma se si parla di scelte stilistiche e musicali direi che abbiamo delle strade parallele ma differenti.

 Lo scorso inverno è uscito il vostro primo cd ufficiale, “UNO”, che ha portato la crew al successo in tutta Italia. Ad un anno di distanza come è andata la sua promotion? Non ci aspettavamo un feedback così positivo e grande. Avevamo delle aspettative positive certo, frutto del pizzico di autostima che mettiamo nel fare questo lavoro, ma nella musica spesse volte saper cantare e scrivere dei testi carucci non basta a guadagnarsi il rispetto e la stime della gente. Vedere che in qualsiasi yard italiana i ragazzi conoscono alla perfezione i nostri tunes e ce li urlano contro quando siamo di fronte a loro con il mic in mano è stata la più grossa soddisfazione che ne potessimo ricavare

La prima persona che ha detto “facciamo un album” è stato proprio Treble.


Nel tempo, a livello di singer, Biggie & Paya hanno collaborato con molti artisti e produttori della scena nazionale, con chi e per quali progetti? Beh, abbiamo dei forti legami professionali con artisti come Brusco, Killacat e Gioman, Fido guido e lo stesso Treble, ma altri ne sono nati di recente come con Soundquake per il quale abbiamo stampato il nostro ultimo singolo”She’s mine” sull’Here I am riddim, sempre di fattura soundquake. Con Brusco e Killacat ci sono delle robe in uscita ma non posso dirti altro, segreto professionale.

 Quali sono i progetti futuri di Boom da Bash? Questa è sempre la domanda sulla quale andiamo con i piedi di piombo nel rispondere. Abbiamo iniziato i lavori per il nostro secondo album, nel quale ci saranno in ballo collaborazioni molto più grosse ma come prima non posso dirti altro. Senz’altro sarà un prodotto più maturo e variegato, racconterà ancora altri aspetti di bdb che ancora non sono venuti fuori. Il nostro augurio è che la gente che ci ha seguito fino ad ora continuerà a farlo e non rimarrà delusa. E perché no, contiamo che qualcuno ai piani alti si interessi al nostro progetto e ci dia la possibilità di far sentire la nostra voce più di quanto abbiamo fatto fino ad ora.



Avete visto che validissimi amici che vi presentiamo mese per mese? Un consiglio cari lettori se ancora non conoscevate questo gruppo andate subito ad ascoltare i loro pezzi dallo space www.myspace.com/boomdabash e appena avrete la possibilità di vederli e sentirli di dal vivo , siamo sicuri che ci ringrazierete per averveli presentati o fatti conoscere meglio.

SODDISFATTI O RIMBORSATI… GARANTITO!!! Alla prossima ragazzi.


by PAOLO CASERTA


...SEMPLICI PASSIONI UMANE...

by SERENA LA TERZA

Salve a tutti. Mi chiamo Francesco, vivo a Ravenna e ho 18 anni. Ho svariati interessi, differenti ma che si fondono perfettamente fra di loro: RPG (videogiochi di ruolo, non il lanciarazzi), pc, filosofia, tradizioni europee, occultismo, musica (suono il piano da quando ho 6 anni e mezzo inoltre mi interesso di metal, ambient, classica), psicoattivi e reazioni/funzionamento del proprio corpo. Ho iniziato a suonare il pianoforte all’età di 6 anni e mezzo circa, iscrivendomi a un corso per bambini in cui si imparavano le prime cose, come ritmo, note etc. Ho proseguito poi gli studi da insegnante privato e ho iniziato da qualche anno il percorso degli esami (ho dato quello di solfeggio). In contemporanea a questo sin da piccolo mi interessava riascoltare colonne sonore di, che ne so, Anime o film e anche videogames. E quindi questo probabilmente è stato uno dei fattori che mi ha spinto verso il settore Ambient della musica come ascolto. La musica appunto mi piace perchè l’ho sempre identificata con questa parola: “Ambient”. Alla fine qualunque vero genere di musica tende a ricreare un certo “luogo”, sia esso un vero e proprio luogo o una determinata situazione psichica. Quindi sia senso proprio che figurato. In questo senso ho sempre usato la musica per cercare di ricreare attorno a me quello che vi è scritto sullo spartito o di immergermi in questo luogo tramite anche l’ascolto. Credo che per vivere veramente si abbia bisogno di esperienze concrete e materiali, ma anche di esperienze che potremmo definire acausali, ovvero ciò che possiamo sperimentare con la nostra mente, la nostra volontà. Negli ultimi 4-5 anni mi sono stabilizzato su vari generi all’interno dei campi della musica che apprezzo. Per quanto riguarda il pianoforte apprezzo la musica classica. Per quanto riguarda l’ascolto mi concentro su dark ambient e sul black metal, genere che inizialmente ho abbordato poichè lo ritengo capace di esprimere attraverso la musica ideali concreti (n.b. il genere, non gli artisti. La musica spesso proviene anche dal nostro” inconscio”). In poche parole credo nella musica come esperienza acausale e quindi in ogni genere cerco questo, una crescita, un esperienza e il BM (NSBM in particolare), oltre a fornire una forte esperienza di questo tipo, la unisce anche a energie presenti nell’uomo, energie concrete e reali. In definitiva, vorrei proseguire ancora il pianoforte (anche se non necessariamente attraverso un percorso di esami) e di iniziare anche lo studio di altri suoni (chitarra, basso, batteria, voce), poichè sono interessato in un futuro a provare ad esprimere la Mia musica; Mia nel significato di musica, energia espressa da me, quindi vorrei riuscire a elaborarla a partire dal mio “Io” senza ulteriori contaminazioni esterne, in modo da ricreare ciò che è “contenuto” in me, allo stato puro.


LMDS Recensione di Katia Bertino

LA MUSICA DEL SILENZIO Sergio Bambarèn

“La musica del silenzio” di Sergio Bambarèn, edito da Sperling & Kupfer nel 2007. Sergio Bambarèn, scrittore australiano, nato in Perù e vissuto per tanti anni negli Stati Uniti, è autore di numerosi romanzi che evidenziano la sua sensibilità nei confronti dell’ambiente e in particolar modo il suo amore per il mare. Questo romanzo dal titolo così sofisticato che accosta due termini discordanti, musica e silenzio, narra la storia di un fanciullo, Antonio, cresciuto in un’isola dell’Oceano Pacifico, in armonia con la madre terra, gli alberi, gli uccelli che volano su Huañape, con i quali ammira il tramonto del sole, i delfini, il mare, gli abitanti e, in più, il silenzio, silenzio di cui il padre gli ha insegnato ad ascoltare la musica nascosta. Antonio cresce, dunque, arricchendo il suo animo e dopo sette anni di vita su un’isola felice si recherà in città, sulla terraferma. Passa così da un’isola felice a un’isola di cemento, grigia così come sono grigi i suoi abitanti pieni di pregiudizi nei suoi confronti. Con il passare del tempo e seguendo sempre il suo cuore vive una vita avventurosa e scopre il vero amore, ma non perde mai di vista lo spirito libero che lo ha sempre contraddistinto. Dopo una vita avventurosa sente la necessità, l’esigenza sempre crescente e sempre più forte di tornare all’isola natia che ancora una volta rivela il suo essere. Attraverso la lettura di questo breve romanzo riusciamo a volare da un posto paradisiaco alla realtà quotidiana in cui siamo immersi, sottolineando come spesso non siamo in grado di ascoltare ciò che ci circonda e soprattutto noi stessi. Attraverso la lettura di questo libro potremmo imparare a rispettare ciò che ci circonda e soprattutto a guardare dentro di noi, a sentire quella musica che ci circonda e invade l’animo solo quando siamo immersi nel silenzio e nella solitudine del nostro cuore, negli unici momenti in cui riusciamo a riappropriarci di noi e a capire chi siamo e cosa vogliamo, cosa dobbiamo fare e come superare le difficoltà. Significative le parole dell’autore che ci aiutano a riscoprire noi stessi, ogni minuto che vola via è una nuova opportunità per mutarlo del tutto; ogni istante è un’occasione per cambiare in meglio. Dunque, vita, io ti prometto questo: sarò sempre fedele al mio cuore. Sarò il custode dei miei sogni. Io solcherò tutti gli oceani guardando con occhi miei il magnifico mondo in cui vivo. Avrò caro ogni secondo del tempo che mi è dato come un tesoro immeritato. Ecco, faccio un profondo respiro, per riempirmi d’aria i polmoni, e per colmarmi del mistero e della magia che mi circondano.


TERAPIA D’ASCOLTO RECENZIONI MUSICALI, SUONI INFINITESIMALI

FAT FREDDY’S DROP

Based On A True Story

Questo collettivo electro-dub, roots reggae, r&b della Nuova Zelanda vi lascierà a bocca aperta, non solo per il sound particolarmente ricercato, ma per l’immediato coinvolgimento dato dalla voce estremamente calda del maori Joe Dukie. “Based on a true story” è certamente il biglietto da visita dei Fat Freddy’s: nella maggior parte dei brani l’identità reggae/dub si impone fortemente senza mai rinunciare alla contaminazione jazz e soul, ma anche hip hop come nel brano “Roady“ che parte con una modulazione della sezione fiati in stile jazz anni 30, per poi esplodere in un a ritmica molto trascinante da far sculettare, e tra liriche rap ed echi dub si spinge verso un’esplosione dei fiati e della batteria. Forse andrebbe detto di più a livello tecnico e musicale dei pezzi dei Fat Freddy’s, ma non tutto si può definire e catalogare con nomi e generi. Sono semplici espressioni di emozioni, sono suoni, sono ritmi, che sicuramente hanno radici in determinate tradizioni culturali e musicali, come possono essere quelle del soundsystem e delle session jazz. Ma i Fat Freddy’s partono da lì facendo proprie quelle tradizioni, riproponendole in modo del tutto nuovo ed evoluto. Per ascoltare i Fat Freddy’s non si deve per forza essere legati ad un genere musicale, bisogna solo non essere prevenuti, liberare la mente e ascoltare. E’ di musica che stiamo parlando. www.fatfreddysdrop.com www.myspace.com/fatfreddysdropnz

WHITEY

THE LIGHT AT THE END OF THE TUNNEL IS A TRAIN

Nathan J Whitey è un esempio di matrimonio riuscito tra elettronica e pop. Appartenente alla categoria ‘ fac totum’, visto che scrive, produce, ma soprattutto suona una lista innumerevole di strumenti, coniuga suoni a cavallo tra Gran Bretagna e Germania (si respira una vaga aria kraftwerkiana) a un pop per lo più soffice, all’insegna di un vago disincanto le cui tinte a tratti si scuriscono, fino a rievocare l’inquietudine dei Joy Division. Un pò ci si muove, un pò ci si ferma a riflettere. Il fascino dei suoni è indubbio, anche se andando avanti nell’ascolto si fa strada la sensazione di un’operazione un pò ‘marpiona’ e quella lanciata ai trend in voga è più di una semplice strizzata d’occhio. Ciò nonostante, il disco funziona e bene: le dieci tracce distribuite su tre quarti d’ora circa di durata riescono a mantenere viva l’attenzione, tra l’altro questo gruppo ha una bella forma performante . Insomma: per essere all’esordio, Whitey è smaliziato a sufficienza per assolvere il suo compito di leader. www.myspace.com/hellowhitey

THE FUTURE HEADS THIS IS NOT THE WORLD

Sicuramente di facile approccio alla scena musicale anglosassone, questo album vi farà rendere conto di quanto i marchi di fabbrica siano necessari ad imporre uno stile. Certo, con questo “non voglio fare di tutta l’ erba un fascio”, voglio descrivere un album dall’indole indi-pop trascinante e superlativo: dal singolo The Beginning Of The Twist, con il ritornello sparato ripetutamente che entra in testa e fa cantare a squarciagola, per poi passare all’altro singolo Radio Heart di facilissima presa ed infine arrivare alla title-track che segna e presenta in modo inequivocabile il sound della band dei fratelli Hyde. Scendono appena i ritmi nella più romantica Hard To Bear, ma il relax è giusto di un pezzo perché con Work Is Never Done e la prima canzone pubblicata da questo disco, Broke Up The Time, che fu il free download che segnò la rinascita della band di Sunderland, il disco riprende subito i suoi ritmi acceleratissimi che regalano altri tre ottimi brani con Sleet, che ha un certo deja-vu dello stile e delle liriche del primo insuperabile album. This Is Not The World, come avrete capito, è davvero bello e divertente. www.thefutureheads.co.uk www.myspace.com/thefutureheads

THE RAPTURE

Based On A Pieces Of The People We Love

The Rapture furono tra i primi, quasi precedendo i tempi, a riproporre questo funk-punk che oggi va veramente tanto di moda. Quest’album in particolar modo, atteso inizialmente con particolare trepidazione, fu preso in un secondo tempo come deludente, fuori le aspettative dell’ epoca. Oggi, se lo ascoltate, è realmente attuale con le sue ritmiche tipiche da pista di pattinaggio con sfera disco al centro della pista . Certo che non sbattere nei ricordi dei colori degli anni 70’ è veramente difficile o quanto meno non pensare a qualcosa di già sentito visto l’incredibile senso stereotipato che da il disco-funk come genere. Tuttavia questi giovani di Manhattan se hanno alle spalle i produttori più “in” del momento, come Danger Mouse (Gnarls Barkley, Gorillaz), Paul Epworth (Bloc Party, ) e Ewan Pearson (Franz Ferdinand, Goldfrapp), avrà un senso discografico? Io personalmente non lo so, so solo che questi ragazzi fanno della bella musica e uno ascolto glielo dedicherei, poi ognuno è libero di fare ciò che vuole ed è giusto anche così. www.therapturemusic.com www.myspace.com/therapture

LUDOVICO EINAUDI I GIORNI

Adesso tutto scorre via.. è questo il senso di tutta la musica che fuori esce da questo grande compositore italiano. Apprezzato ormai in tutto il mondo, e le parole credetemi, non bastano a descrivere il senso di riempimento che da con la sua musica al vuoto fra i tasti del pianoforte e della descrizione figurativa che ottiene nota su nota quasi sapesse la giusta collocazione di esse. La musica di Einaudi ha pochi colori e molte sfumature. È fatta di sottili cicli che portano alla riflessione, alla pausa. Il classico da mettere ogni fine giornata per staccare la spina; il contorno di una quotidianità monotona che, con la musica però, acquisisce un senso. www.einaudiwebsite.com www.myspace.com/ludovicoeinaudispace

a cura di Antonio Bazzano


BACHI DI PIETRA

TARLO TERZO

Sicuramente tra le vostre giornate ci saranno quelle degne da racconto metropolitano, pieno di merda e vomito, di pregiudizi e di sofferenza latente, di cui non si sa da dove o cosa la faccia scaturire, però di cui si farebbe certamente meno. Tarlo Terzo è questo oppure la morte di un insetto sotto un bicchiere ucciso dall’ ipocrisia della gente? Il duo, Bruno Dorella e Giovanni Succi, all’ attivo ormai da tempo come “Bachi da pietra”, non vi forniscono una soluzione a tale quesito, anzi, pare ve lo vogliano porre. I testi sono tutto sommato di facile comprensione e il suono minimalista-jazz sembra il contorno più indicato. Il senso lo si trova, anche se non si ha una maturità uditiva, poiché è facile l’intesa: o si è insetti o si è coloro che uccidono gli insetti. Decidete voi.. www.bachidapietra.com www.myspace.com/bachidapietra


photo by Serena Decembrini


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Delay Mag 09/09  

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