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Alzare lo sguardo, dire-la-verità. Intervista al filosofo Luigi Vero Tarca a cura di Paolo Bartolini

Domanda n. 1) Di recente è uscito un libro, “Verità e negazione. Variazioni di pensiero” (Cafoscarina, Venezia 2016), che raccoglie numerosi saggi da Lei scritti negli ultimi dodici anni e ci offre una panoramica assai istruttiva sugli esiti di un pensiero che, con caparbia generosità, si confronta da sempre con concetti filosofici quali la “differenza”, il “positivo” e il “negativo”. Partiamo da qui: in che senso la ricerca di un nuovo modo di porsi verso il negativo rappresenterebbe il compito principale della filosofia a venire? Grazie, caro Bartolini, per le domande, molto meditate e appropriate. Dimostrano che Lei prende sul serio la mia filosofia, ed essere presi sul serio in generale aiuta chi pensa a sentirsi un po’ meno solo. I Suoi interrogativi sono ricchi e anche complessi, così suddividerò ciascuna delle risposte in alcuni punti, che indicherò con le lettere alfabetiche maiuscole. Riprenderò anche, nel corpo delle risposte, alcune parti delle sue domande, in modo che risulti chiaro a quale questione specifica mi sto riferendo in quella parte della risposta. A)

Premessa.

Lei parla di “un nuovo modo di porsi verso il negativo”, e poi di “filosofia a venire”. Tutto questo naturalmente è sensato e pertinente, tuttavia partire da qui significherebbe conferire alla dimensione temporale e storica (“nuovo”, “a venire”) una sorta di primato, di privilegio; tale dimensione verrebbe così a fungere da orizzonte il cui significato risulterebbe presupposto rispetto alla dimensione veritativa del mio discorso, pregiudicandone in tal modo la comprensione. Se quello che io dico viene inteso come la risposta a un compito storico-antropologico-politico assegnato pregiudizialmente, cioè senza fare i conti con la verità del tempo e della storia, allora il senso del mio discorso resta originariamente piegato in una certa direzione, per esempio di tipo pratico (attivo) e temporale, la quale in realtà costituisce essa stessa un enorme problema. In effetti, dal punto di vista filosofico-veritativo anche il significato di queste parole (pratica, attività, temporalità) può essere adeguatamente compreso solo alla luce della verità quale essa emerge dal discorso filosofico complessivo. Così inizierei presentando, nella maniera più sintetica possibile, il mio pensiero filosofico. Naturalmente nel fare questo mi affido alla benevola intelligenza del lettore, perché da un lato verrà richiesto un grande sforzo di attenzione, e ciò nonostante, dall’altro lato, quello che dirò risulterà al massimo una serie di illustrazioni dei titoli di una trattazione, ciascuno dei quali meriterebbe per sé almeno un volume (o un’enciclopedia…). B) B1)

La mia prospettiva filosofica. Il positivo e la trappola del negativo.

Peraltro, nel presentare la mia filosofia posso senz’altro prendere le mosse da quello che Lei dice quando parla di un nuovo atteggiamento nei confronti del negativo. Potrei dire infatti che il punto centrale è precisamente la posizione del positivo rispetto al negativo. Del resto, la differenza tra il positivo e il negativo coinvolge tutto il nostro sapere e tutta la nostra esistenza: vita/morte, salute/malattia, amore/odio, pace/guerra, e così via.


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Preciso però subito, per evitare un equivoco fondamentale, che la mia posizione andrebbe propriamente definita come quella che dice il positivo. Intendo per positivo ciò che caratterizza la relazione per la quale entrambi i poli che la costituiscono si pongono (e quindi si confermano) a vicenda nel loro essere ciò che sono. In questo senso il positivo, consistendo nel reciproco gradimento da parte dei due differenti poli, è essenzialmente piacere, ovvero ciò che implica la propria ri-pro-posizione (cioè la ri-chiesta della propria ri-petizione, la quale costituisce un momento essenziale del piacere). In quanto dice il positivo, la filosofia rappresenta il positivo formale, e quindi il tutto del positivo, che è anche il tutto in quanto positivo; sicché il suo dire si costituisce originariamente come un dire l’assoluto, ovvero il tutto-positivo: ciò per cui ogni/qualsiasi essente è positivo. Ogni ente è positivo giacché il tutto, essendo ciò che è ogni cosa e che ogni cosa è, si presenta appunto come ciò che (si) com-pone (di) ogni cosa ed è com-posto di/da ogni cosa. Arrivati a questo punto, per enfatizzare l’aspetto positivo del discorso che propongo, potrei dire: punto e a capo. Tuttavia un aspetto particolarmente significativo della nostra esperienza, che comprende naturalmente il nostro viverci come esseri umani e come mortali, è il rapporto con il negativo (dis-piacere, dolore, morte). Questione non solo fondamentale, ma anche ineludibile, dal momento che il negativo si presenta come l’innegabile, giacché persino la sua negazione lo conferma (appunto perché la negazione, in quanto rende negativo ciò a cui si riferisce, genera negativo, come si vedrà meglio più avanti). La figura dell’innegabile svolge un ruolo peculiare in relazione al positivo perché nomina ciò che, in quanto non negabile (in-negabile), a maggior ragione non è negato; quindi non patisce le offese portate dalla negazione ed è per questo salvo rispetto al negativo. In tal modo l’in-negabile si pone come il perfetto positivo: è positivo in quanto viene posto, ed è perfetto in quanto, non essendo negativo, è libero rispetto alla negatività propria del negativo. Da questo punto di vista, il compito della filosofia pare essere quello di dire l’innegabile come realizzazione del perfetto positivo. In effetti, la nostra tradizione filosofica ha inseguito con forza questa meta, alla quale ha dato, prevalentemente, il nome di “verità”. La verità è, appunto, l’innegabile, e tutto ciò che ha inteso presentarsi come il perfetto positivo non ha potuto sottrarsi all’obbligo di soddisfare i requisiti posti dalla verità innegabile. Ma c’è un problema, quello che la mia filosofia evidenzia in maniera particolare e che appunto per questo è in parte già emerso. In quanto negativo è ciò che si determina mediante la negazione, accade che il non negativo, proprio per via di questo “non”, viene a determinarsi mediante la negazione, e quindi ad essere a sua volta negativo. Questo è espresso da un mio ‘mantra’, che recita: “Il negativo del negativo è negativo”. Accade così che quello che doveva essere il perfetto positivo (l’in-negabile) venga a coincidere con il negativo. Perché ciò che si determina mediante la negazione si determina come negazione (almeno in qualche senso), e ciò che si determina come negazione si configura come negativo, in quanto risulta negato (dal momento che la negazione è una relazione reciproca tale che chi nega qualcosa resta a sua volta automaticamente negato dalla cosa che esso nega). Insomma, l’in-negabile, che dovrebbe essere il perfetto positivo, si presenta in realtà come negativo, per via di quella negazione (in-) che lo rende tale. Anzi, esso si presenta addirittura come il negativo insuperabile, dal momento che persino la sua negazione lo conferma, essendo necessariamente anch’essa, appunto in quanto negazione, un negativo. Questo risultato paradossale e tragico è confermato dall’esito, che possiamo chiamare nichilistico, al quale perviene la ricerca della verità innegabile. Chiediamoci, infatti, che cosa possa esserci di davvero innegabile. La risposta decisiva che si trova nel pensiero filosofico è quella, che abbiamo già introdotto, la quale considera innegabile ciò che viene confermato persino dalla propria negazione. (Questa è la fondazione chiamata “elenctica” perché si fonda sul procedimento al quale dai Greci è stato dato il nome di elenchos: confutazione). Ci accorgiamo allora che la realtà che pare godere immediatamente di questa proprietà è proprio la negazione, per il semplice motivo che “la negazione della negazione è una negazione” (per dirla con lo slogan che io uso e che è evidentemente una variazione del ‘mantra’ sopra presentato).


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Sembra così che si possa tranquillamente affermare che innegabile è la negazione; e quindi concludere pure che la negazione è universale, ed è dunque la verità. Ma se la negazione è universale, allora (dato che ciò che si determina mediante la negazione è negativo), in-negabile e universale viene ad essere il negativo, sicché si deve concludere che “Tutto è negativo”. Tutto è negativo; perché anche il non negativo è evidentemente negativo (per via di quel “non”), e anche ciò che si volesse ipotizzare come differente dal negativo (altro da esso) sarebbe, in quanto non negativo, da capo negativo. La ricerca del perfetto positivo ci conduce in tal modo, in una maniera che pare assolutamente necessaria e inevitabile, a riconoscere che tutto è negativo. A questa circostanza io do il nome di “trappola del negativo”, perché qualsiasi tentativo di sfuggire al negativo finisce per riprodurlo e quindi in qualche misura per rafforzarlo. Questo esito può essere compendiato nella seguente formula: “Il positivo, in quanto è non negativo, è negativo”, la quale esprime quello che io chiamo il rovesciamento del positivo in negativo. L’apparente ineludibilità di tale rovesciamento si palesa nel fatto che esso si presenta come verità innegabile, la quale può essere espressa da questa formula: “La verità in-negabile è che la verità si determina mediante la negazione”. Questa affermazione appare innegabile appunto perché persino chi volesse, con qualche verità, negarla, con ciò stesso la confermerebbe. A questo problema, in particolare, siamo tenuti a dare una risposta tutti noi contemporanei quando proclamiamo con assoluta sicurezza quello che siamo stati ammaestrati a dire, ovvero che non vi è alcuna verità innegabile. B2)

La liberazione dalla trappola.

La soluzione di questo problema – o, se vogliamo, la liberazione da questa trappola – è resa possibile da quell’aspetto della negazione per il quale essa stessa conferma ciò che pure nega; sicché il negato, appunto in quanto resta confermato persino dalla propria negazione nel suo essere ciò che è, risulta proprio per questo salvo/libero rispetto al negativo. Si tratta pertanto di un aspetto della negazione diverso da quello nocivo. Possiamo dunque chiamare positivo questo rapporto con la negazione (con il negativo) che fa sì che persino il negato risulti, e proprio mediante questa negazione, salvo/libero rispetto al negativo. Il “nuovo” atteggiamento nei confronti del negativo consiste dunque nel rapporto positivo con il negativo, positivo in quanto riconosce il suo (del negativo) confermare ciò che pure nega, e quindi scorge la proprietà del negato di essere salvo rispetto al negativo. Vi è insomma un modo di determinarsi mediante la negazione per il quale anche il negato resta confermato nel suo essere ciò che è (resta dunque ri-pro-posto) e si presenta quindi come un positivo piuttosto che come un negativo. In tale rapporto ciò che viene negato risulta sì determinato dalla negazione, ma resta pure confermato nel suo essere ciò che è. In relazione a tale aspetto della negazione, anche il positivo si determina mediante il negativo, ma restando ciò che è, ovvero positivo. Possiamo chiamare vero essere l’essere in quanto resta confermato anche dalla propria negazione, e quindi vero positivo il positivo in quanto resta confermato (come positivo) anche dalla propria negazione (dal negativo). Ora, un positivo – intendendo con l’espressione “un positivo” ciò che ha la proprietà di essere positivo in quanto si congiunge con il positivo in sé (che quindi indicherò con la parola “Positivo” scritta con l’iniziale maiuscola) – nella misura in cui si congiunge con il negativo risulta nello stesso tempo negativo e positivo (ovvero contraddittorio). Ma in questa relazione il positivo (inteso sia come “un positivo” sia come “Positivo”) si differenzia dal negativo in una maniera diversa da quella che rende negativi i due differenti (in quanto l’uno non è l’altro). Chiamo dunque “pura differenza” questa differenza per la quale il positivo si distingue dal negativo in toto (che indicherò come Negativo), compreso dunque anche quel particolare negativo che è il non-negativo e, in generale, tutto ciò che in qualsiasi modo si determina negativamente mediante la negazione. Si badi che questa soluzione richiede che si riconoscano delle distinzioni interne alla negazione. Per esempio, e in particolare, bisogna distinguere la negazione in quanto nociva, cioè in


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quanto rende negativo ciò che mediante essa si determina, dalla negazione in quanto conferma positivamente ciò che pure determina. Io chiamo “necazione” (termine che deriva dal latino nex, necis = morte violenta, uccisione, assassinio, strage, e che è alla radice tanto di “negazione” quanto di “nocivo”) quel primo aspetto della negazione che rende negativo il negato; mentre chiamo “pura differenza” quell’altro aspetto della negazione per il quale questa differenzia i poli che mette in relazione ma in maniera positiva, cioè istituendoli-confermandoli nel loro essere ciò che sono. Ora, un punto decisivo è il fatto che tali distinzioni richiedono un modo di differenziare diverso da quello che consiste in una negazione. Perché, nella misura in cui la differenza in quanto tale consiste in una negazione, anche le differenze tra i vari tipi di negazione riproducono una situazione che richiede una nuova distinzione, e così via all’infinito. Il problema è che, se l’unico modo che abbiamo per operare le differenze è quello di effettuare delle negazioni (e se l’unico strumento che abbiamo per introdurre differenze è la negazione), allora cadiamo in un regresso all’infinito, e quindi il problema risulta irrisolvibile. Anche su questo versante resta dunque ribadito che la soluzione del problema richiede un modo di operare le differenze che sia peculiare, cioè puro (la pura differenza, appunto). Particolarmente interessante, poi, è osservare come tutto questo risulti giustificato mediante lo stesso procedimento elenctico, quindi in maniera innegabile; o meglio, come adesso preciserò, assoluta. Perché – ecco una circostanza sulla quale la mia filosofia richiama con forza l’attenzione – essendo la verità, in quanto innegabile, definita dal fatto che persino la sua negazione la conferma, accade che la verità, se è negativa, nega qualcosa (la non-verità, appunto) che la conferma, ma dunque in qualche modo nega se stessa. Questo significa che – in verità – ogni negazione è una contraddizione (che in latino suona: omnis negatio est contradictio). Una conseguenza particolarmente rilevante della prospettiva per la quale ogni negazione è una contraddizione consiste in quello cui ho dato il nome di onnialetismo: “tutte le vere proposizioni sono proposizioni vere”. Ciò vuol dire che in ogni proposizione è presente un aspetto di verità, il quale va distinto dall’eventuale aspetto per il quale la stessa proposizione si presenta come falsa. Qui l’onnialetismo può venire motivato nel modo seguente. Ogni proposizione implica l’affermazione della propria verità; ma dunque – dato che ogni negazione è una contraddizione – la negazione di tale autoaffermazione implicita in qualsiasi proposizione è una contraddizione. In questo senso – nel senso appunto che la sua negazione è una contraddizione – si deve affermare che ogni proposizione è vera. Non solo, ma sempre da questa stessa circostanza emerge pure che è la verità innegabile stessa a porre ciò che è assolutamente salvo rispetto al negativo. Il ragionamento, alquanto sinteticamente, è il seguente. Per un certo verso il contenuto della verità (innegabile/elenctica) deve coincidere con quello della non-verità. Perché, se tra le due vi fosse anche solo una minima differenza di contenuto, accadrebbe che vi sarebbe una parte della verità che non risulterebbe confermata dalla propria negazione e per ciò perderebbe il carattere dell’innegabilità. Per questo verso la verità innegabile pare essere la contraddizione suprema, perché si mostra coincidente con la non-verità. La distinzione tra le due – verità e non-verità – è dunque possibile solo a condizione che l’unica differenza sia precisamente quel “non”, cioè la negazione. Ma soprattutto è necessario che tale differenza sia di per sé idonea a giustificare la (a rendere ragione della) preferibilità della verità rispetto alla sua negazione; perché altrimenti bisognerebbe trovare una giustificazione della stessa giustificazione ultima (quella elenctica), la quale però in tal modo cesserebbe di essere tale, in quanto risulterebbe fondata su qualcosa di ancora più fondamentale. In effetti, la negazione, in quanto è ciò che rende negativo ciò a cui si riferisce e quindi produce negativo, è di per sé peggiore della posizione, la quale è, viceversa, ciò che genera positivo. Laddove il positivo e il negativo sono qui da intendersi appunto come ciò che è rispettivamente meglio e peggio l’uno dell’altro. Così, si può dire che per definizione il positivo ha la meglio sul negativo e quest’ultimo ha la peggio sul primo. Insomma, per definizione il positivo ha ragione del negativo. Per comprendere più concretamente questo punto, potremmo dire che il motivo per il quale il positivo è preferibile al


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negativo è lo stesso per il quale il piacere è preferibile al dolore (dove questi due ultimi termini rappresentano appunto l’incarnazione dei primi due, più formali); sicché, in quanto il rifiuto appartiene al dolore (come spiegherò meglio nella Risposta n. 3, punto A), la posizione è di per sé preferita rispetto alla negazione-rifiuto. È per questo che la non-verità ha la peggio rispetto alla verità, la quale ha la meglio per il semplice fatto di essere libera rispetto a qualsiasi negazione. È libera rispetto alla negazione anche se implica la negazione della propria negazione, perché la negazione della non-verità è opera della stessa non-verità, dal momento che questa ha la forma dell’autonegazione, e si costituisce in tal modo come un suicidio. Ma questo, da capo, è possibile solo se la verità si distingue dalla necazione (ovvero da quella negazione che rende negativo ciò che mediante essa si determina); cioè solo se la verità si presenta come puramente differente dalla negazione, e il positivo come puro positivo. La necessità della preferibilità del positivo rispetto al negativo è confermata dalla circostanza che la negazione di x porta in sé, automaticamente, il proprio porsi come qualcosa di meglio rispetto al darsi di x, dal momento appunto che questo viene negato. All’interno della verità, dunque, la negazione in quanto tale costituisce una posizione/conferma di ciò che viene negato, il quale si distingue dunque in una dimensione necativa e in una dimensione puramente positiva. Questo, del resto, lo si può evincere dalla semplice constatazione che la negazione di x (non-x) implica una qualche posizione di x. Riepilogando questo punto, potremmo dire che il negativo implica sempre anche il positivo. Ovvero: se la difficoltà (la trappola) consisteva nel fatto che anche il positivo (in quanto non negativo) è negativo, la soluzione, almeno in un certo senso, è che anche il negativo è, in qualche modo e in qualche senso, positivo. Insomma, la trappola del negativo consiste nel fatto che tutto è negativo, perché anche il non negativo è negativo; ebbene, la via d’uscita consiste nel rilevare che …. anche il negativo è positivo; quindi, ovviamente, positivo è anche quel negativo che è il non negativo. Il negativo è positivo in quanto sta oltre (eccede/trascende) il proprio essere negativo, compreso il negativo in cui consiste il non negativo. Il non-negativo è dunque il nome negativocontraddittorio del puro/pieno positivo, che è la faccia positiva del negativo. Da questo punto di vista potremmo dire che tutto ciò è in fondo una conferma di quanto già magistralmente insegnato da Hegel, quando egli diceva che tutta la (sua) filosofia, in fondo, consisteva nella semplicissima proposizione che “il negativo è insieme anche positivo”. Ma la peculiarità del pensiero che propongo è, tanto per ridurre il tutto a una formula ultraschematica, la seguente: per Hegel il negativo implica il positivo (come abbiamo appena detto) ma anche il positivo implica sempre il negativo (L’Essere implica il Nulla, almeno come ciò in cui l’essere è sempre ‘passato’). Sicché potremmo dire che quella di Hegel è la verità del negativo. La verità testimoniata dalla mia filosofia evidenzia piuttosto la circostanza che mentre il negativo implica il positivo, il positivo è salvo e quindi libero rispetto al negativo; ovvero che è solo in relazione al negativo (quindi condizionatamente) che il positivo implica il negativo. Questo significa che il superamento del negativo è sempre nella forma della possibilità, perché nella misura in cui, come accade in Hegel, assume la forma della necessità (che è l’innegabile), esso ricade dalla parte del negativo. O, se si preferisce, è sì necessario che la salvezza si dia, ma nel senso che è necessario che la salvezza dal negativo sia possibile; questo, appunto, rende in qualche modo assoluta la salvezza, ma la rende assoluta come possibile. Tuttavia qui anche tale parola (possibile) assume un nuovo significato. Io esprimo tutto questo mediante la formula “Il positivo (la salvezza dal negativo) è sempre possibile”. Dove questo “sempre” vuol dire: da un lato, che in ogni situazione si può conseguire la salvezza; ma, dall’altro lato, che tale salvezza ha in ogni istante la forma della possibilità, ovvero di ciò che si compie-realizza davvero solo mediante il gesto attuale che la porta a compimento; gesto che è ‘soggettivo’ nel senso che è sempre possibile/futuro rispetto all’oggettività data. La verità innegabile è insomma che il puro/perfetto positivo è sempre ‘necessariamente’ nella forma della po(s)sibilità, ovvero di ciò che può-essere-


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posto (‘posibile’): il perfetto positivo è sempre un’eccedenza/trascendenza rispetto alla necessità del dato e del fatto. La via d’uscita dalla trappola del negativo, dunque, è quella per la quale il positivo si differenzia dal negativo in toto, quindi anche dal non negativo (il negativo del negativo) come pure da tutto ciò che si presenta come negativo. Essa è pertanto caratterizzata da quella che io chiamo pura differenza, la quale determina appunto quello che nel mio linguaggio è il puro positivo, cioè quell’aspetto del positivo per il quale questo si differenzia dalla totalità del negativo. B3)

Conclusioni.

Da questo giro di considerazioni, che alla fine è risultato ampio benché io lo abbia qui ridotto all’essenziale, risulta un esito che in qualche modo rovescia quello iniziale in base al quale pareva che la negazione avesse, dal punto di vista dell’innegabile, un ruolo privilegiato, in quanto pareva figurare addirittura come l’unica realtà sicuramente innegabile (appunto perché confermata persino dalla propria negazione). Prima, insomma sembrava che solo la negazione della negazione confermasse ciò che negava; ora, invece, risulta che ogni negazione risulta in verità essere una contraddizione, appunto in quanto nega ciò che peraltro pone: ogni contenuto negato resta confermato mediante la propria stessa negazione. Questo risultato teoretico può essere ulteriormente intensificato dalla circostanza che possiamo chiamare il passaggio dallo elenchos negativo allo elenchos positivo. Il primo consiste nel mostrare come la negazione sia innegabile, appunto perché la negazione della negazione è una (conferma della) negazione. Il secondo, viceversa, consiste nel mostrare come anche la nozione del tutto (o dell’Essere, inteso in senso parmenideo) abbia questa peculiare caratteristica, cioè che persino la sua negazione lo conferma. Come il semplice darsi della negazione della negazione conferma (in parte) il negato (e quindi il negativo), allo stesso modo il semplice darsi della negazione dell’Essere conferma (in parte) il darsi dell’Essere, cioè del tutto/qualsiasi ente. Ma se l’essere è tale che il suo semplice darsi è confermato dalla sua stessa negazione, allora qualsiasi essente, in quanto tale (cioè in quanto Essere), risulta confermato dalla propria negazione, e risulta quindi innegabile nello stesso senso in cui lo è la negazione. L’elenchos positivo (cioè la giustificazione assolutamente positiva) consiste dunque nell’affermazione che “ogni essente è confermato da ogni essente”, e quindi è, in questo senso, innegabile. Circostanza, questa, confermata a livello quasi immediato-visivo dalla circostanza, già rilevata, che la stessa negazione di x (cioè non-x) implica-presuppone, e quindi conferma, il darsi di x. Anche per questa via risulta dunque confermato l’onnialetismo: ogni affermazione, in quanto affermazione dell’essere, è vera. Lo elenchos positivo (la fondazione filosofica positiva) dice/mostra dunque che la innegabilità della negazione è da considerarsi come un caso particolare della innegabilità ontologica: ogni ente è innegabile (nel senso che viene confermato persino dalla propria negazione), e quindi tale è anche la negazione. Possiamo dunque dire che il risultato al quale ci conduce la verità innegabile è che la verità assoluta si distingue dalla verità in-negabile. Il puro/perfetto positivo si distingue da tutto ciò che è negativo, come anche da tutto ciò che passa necessariamente attraverso il negativo. La verità in-negabile evoca quella dimensione che, distinguendosi in maniera positiva da qualsiasi essente, è totalmente salva rispetto al negativo. In questo modo essa esprime il tutto-positivo in cui consiste l’assoluto. In sintesi, dunque, la verità assoluta (il tutto-positivo, cioè il positivo totalmente salvo rispetto al negativo) si distingue dalla verità in-negabile; e quindi anche la verità davvero universale si distingue a sua volta dalla verità in-negabile. Quest’ultima nomina in maniera ambigua la negazione, e contiene quindi in qualche modo anche l’elemento necativo, mentre la prima è totalmente, pienamente positiva. La verità assoluta è che ogni essente si com-pone di ogni essente (e


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per questo ogni essente, e quindi tutto, è positivo); la verità in-negabile è che quindi anche ogni negativo è com-positivo, in quanto confermato dalla stessa negazione. Ritornando al punto di partenza, potrei dire che la mia filosofia, nel riproporre la innegabile verità della “opposizione del positivo e del negativo” (formula che riprendo dal mio Maestro Emanuele Severino), evidenzia il carattere puramente positivo (anche in senso assiologico e quindi etico-esistenziale) di questa relazione, che appunto per questo io scrivo con la grafia “op-posizione” appunto per evidenziarvi la presenza del tratto puramente positivo (posizione). Insomma, la filosofia che io pro-pongo rileva il fatto che il positivo, in quanto non negativo, è negativo, e quindi che esso è davvero positivo (e per ciò salvo rispetto al negativo) nella misura in cui è puramente/perfettamente salvo/libero rispetto alla totalità del negativo, compreso dunque il non negativo e tutto ciò che sia comunque determinato dalla negazione come necativo; quindi salvo/libero anche rispetto a ogni forma di ne-cessità, nella misura in cui questa è intesa, in quanto in-negabilità, come qualcosa di negativo/necativo. C)

Passaggio.

La salvezza/liberazione rispetto alla micidiale trappola del negativo consiste dunque nel pensiero capace di elaborare in maniera nuova tutto questo complesso giro di problemi. Una trattazione davvero adeguata di ciò richiederebbe una vita passata insieme a fare filosofia, come già insegnava Platone nella lettera VII; qui però dobbiamo passare ad altre questioni, per cui mi limiterei a introdurre un’altra tematica, importante per il nostro dialogo, che può fungere da elemento di passaggio; una tematica nella quale si mostra quel punto per il quale la verità di cui stiamo parlando fa tutt’uno con quella che siamo soliti chiamare “pratica”. La verità assoluta, abbiamo detto, è che tutto è positivo (giacché ogni cosa si com-pone di/con ogni cosa, persino con il negativo). Ma questa proposizione è vera solo a condizione che anche il gesto che enuncia tale verità sia a sua volta positivo. L’aspetto originariamente etico e pratico della filosofia risulta qui confermato in pieno anche da questo nuovo punto di vista. Cioè, è proprio l’esigenza della verità assoluta che impone di curare la positività del gesto con il quale si dice la verità, e quindi anche del contesto relazionale-sociale nel quale tale dire accade. Questa osservazione introduce il tema del rapporto tra la verità e la pratica filosofica; cosa che richiederebbe di parlare in generale delle pratiche filosofiche. Qui per ora mi limiterò a dire che il carattere sempre-possibile del vero positivo implica che la verità sia tale solo grazie alla positività del gesto che la testimonia/enuncia e in tal modo la compie. D’altro canto, e anche questo è decisivo, la stessa fondazione teoretico-logica dello elenchos, come si è già rapidamente accennato, riesce davvero solo a condizione di introdurre un elemento etico/valoriale (la differenza tra il negativo-dolore e il positivo-piacere). Per tutto questo, il gesto consistente nel dire la verità richiede essenzialmente il darsi di un contesto nel quale l’assoluta verità si mostri nel suo essere pienamente positiva in quanto si differenzia effettivamente in maniera pura rispetto alla totalità del negativo.


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Domanda n. 2) Un suo scritto incluso nel volume, e dedicato al “Rovescio del diritto”, si interroga in maniera originale sulle contraddizioni che riguardano la difesa dei diritti umani nell’attuale contesto geopolitico mondiale. Il suo è un invito a non confondere l’universale positivo dei diritti umani con gli interessi parziali delle forze statali (e dei loro apparati tecno-militari) che, invocando proprio la sacralità di quegli stessi diritti, giustificano le cosiddette guerre umanitarie al solo fine di rafforzare la propria influenza nelle zone strategiche dello scacchiere internazionale. Si chiede poi, al fine di superare questa contraddizione, come sia possibile, in un’epoca segnata da una violenza crescente, testimoniare la verità in maniera corretta. La filosofia entra qui in gioco con la sua vocazione originaria a “dire il vero”. Le domando: se abbandoniamo la sfera dei diritti umani per dedicarci a quella politica, segnata da posizioni alternative e spesso contrapposte, quale aiuto può offrirci la filosofia per pensare il mondo e al contempo trasformarlo come suggeriva Karl Marx nella sua undicesima tesi su Feuerbach? A) La giustificazione del potere e il suo rovesciamento. Ecco, lo scritto che Lei cita riguarda appunto un caso emblematico di rovesciamento del positivo in negativo. I diritti umani sono considerati, nella nostra epoca e almeno nel mondo occidentale, una sorta di paradigma di ciò che ha valore universale, perché corrisponde al positivo innegabile. In quel saggio si mostrano i rischi di rovesciamento ai quali va incontro questo modo di intendere il valore universale, appunto in quanto esso è interpretato come negazione del negativo. Esplicitiamo meglio il punto, anche perché questo ci consente di capire meglio le formule teoriche presentate nella risposta alla prima domanda. I diritti umani possono essere visti, nella nostra epoca, come il vertice di una piramide eretta per giustificare il potere politico. Questo (il potere politico) viene inteso come il positivo universale (ciò che vale universalmente, cioè ha valore per tutti i cittadini) anche se possiede dei tratti negativi, i quali consistono in particolare nel fatto che il potere ha la facoltà di imporre ai cittadini qualcosa anche con la forza, quindi anche contro la loro volontà (almeno contro la volontà di alcuni di loro). Il potere è dunque il positivo in-negabile: è tale (potere) nella misura in cui è in-contrastabile, nel senso che non può essere abbattuto dai cittadini. Esso possiede quindi sia i tratti positivi sia quelli negativi dell’in-negabile. Il tratto positivo essenziale consiste nel suo valore universale, il tratto negativo consiste nel suo imporsi contro qualcuno. Questa è una contraddizione, giacché per il primo versante il potere vale (ha valore) per tutti, per il secondo esso non vale (non ha valore) per tutti. Riecheggiando Orwell (1984) potremmo dire che “tutti i cittadini sono uguali rispetto al potere (hanno lo stesso potere), ma alcuni sono più uguali degli altri (hanno più potere degli altri)”. Come (cioè: a quali condizioni) si può giustificare una contraddizione di questo genere? Ciò è possibile all’interno di quella che io chiamo la logica negativa (quella dello elenchos negativo). Se il principio dei rapporti umani è il conflitto e quindi il potere (inteso come imposizione: epistéme: epì-histemi), allora chi di fatto riesce a esercitare un potere che abbia efficacia erga omnes rappresenta il potere (l’incontrastabile). Tale potere gode di una giustificazione di tipo elenctico nel senso che chi volesse contestare tale potere potrebbe farlo solo esercitando un contro-potere, il quale però è a sua volta una forma di potere. Insomma, il principio del potere è confermato anche da chi lo nega/contesta, ed appunto per questo è incontrovertibile/invincibile. Un determinato potere, il potere di qualcuno, può essere contestato e rovesciato, ma solo mediante una conferma del principio del potere. Ma la invincibilità del potere (che è di principio per quanto riguarda la forma del potere, mentre è di fatto per quanto riguarda il soggetto storico capace effettivamente di imporre la propria volontà a tutti gli altri) è basata sul suo carattere negativo. Esso, infatti, è in-negabile perché persino la sua negazione lo conferma; ma è tale appunto nella misura in cui esprime un principio negativo:


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conflitto e imposizione, cioè contra(p)-posizione e im-posizione. Tuttavia l’autentica legittimazione del potere – cioè il suo possedere un valore universale – consiste nel fatto che il suo carattere negativo è negativo del negativo (negativo di qualcosa che è negativo), e in questo senso è positivo. Ora, tra due contendenti, come si fa a stabilire qual è il migliore dal punto di vista etico, cioè qual è il soggetto ‘positivo’, dal momento che ciascuno dei due considera se stesso il polo positivo contrapposto al polo negativo rappresentato dall’avversario? Il governo dell’umano ha un carattere positivo nella misura in cui esprime ciò che gode di consenso/riconoscimento universale. A un primo livello di giustificazione del potere, dunque, almeno in linea di principio la legge rappresenta appunto questa legittimazione universale (del resto la parola “legittimo” deriva dal latino lex). La legge si basa sul principio universale per cui “ognuno è uguale di fronte alla legge”. Per la legge tutti i cittadini sono equi-valenti, hanno cioè lo stesso valore, e da questo punto di vista il diritto esprime la dimensione dell’universale. Ma anche la legge ripresenta la contraddizione tipica del potere. Essa infatti vale erga omnes sia nel senso (positivo) che tutela gli interessi di tutti e di ciascuno, sia però anche nel senso (negativo) per cui quello “erga” diventa un “contra”: almeno in linea di principio la legge può imporre qualcosa anche contro la volontà di chi la subisce, e in particolare può infliggere a chiunque sia considerato colpevole (abbia cioè in qualche modo infranto la legge) una punizione. Anche qui, dunque, come è possibile che abbia valore per tutti qualcosa che va contro la volontà di qualcuno? L’unica risposta possibile, da un punto di vista formale, è che colui che subisce l’aspetto negativo della legge è egli stesso che costringe/punisce se stesso, ed è dunque egli ad essere in contraddizione con se stesso. Chiarirò questo mediante un esempio. Immaginiamo che tutti i cittadini di un paese siano d’accordo di spartirsi i frutti delle piante: a ciascuno di loro spettano tot mele. Supponiamo però poi che, fatta la distribuzione e ottenute le sue mele, un cittadino rubi quelle che spetterebbero a un altro. Egli è colpevole perché trasgredisce una legge che egli stesso ha sottoscritto. In questo senso il suo comportamento è contraddittorio, sicché la punizione che il potere gli infligge è data anche a nome suo (anch’egli, infatti, ha sottoscritto la legge riguardante la distribuzione). La sua punizione costituisce comunque un atto ‘negativo’, ma esso è positivo in quanto è la negazione di un negativo (la violazione della legge), e soprattutto esso è legittimo perché la legge corrisponde alla volontà dello stesso individuo che poi l’ha violata. Come si capisce facilmente, il presupposto, cioè la condizione alla quale la punizione ha valore positivo universale, è il fatto che essa è stata riconosciuta da tutti, compreso il trasgressore che viene punito. Ma, da capo, come si fa a stabilire che una legge ha valore universale, cioè è stata accettata da tutti i cittadini? È qui appunto che entra in gioco la democrazia: essa è il luogo nel quale viene riconosciuto valore di legge solo a ciò che gode del riconoscimento di tutti. Questo è il fondamento positivo del valore universale della democrazia. Essa, infatti, è il regime basato sulla sovranità popolare: ciascuno è sovrano. In base a questo principio, è chiaro che in linea di principio la democrazia fa solo ciò su cui tutti sono d’accordo. Infatti nessuno può imporre qualcosa contro la volontà di un sovrano, e dato che in democrazia ogni cittadino è sovrano, autenticamente democratico è solo ciò che viene liberamente riconosciuto da tutti. Già è opinabile che questo criterio esprima davvero il positivo universale. Per esempio si potrebbe osservare che esso esprime al massimo la condizione necessaria ma non sufficiente di ciò che ha davvero valore per tutti; perché potrebbe accadere che una decisione, ancorché presa all’unanimità, si riveli in realtà disastrosa per alcuni cittadini o addirittura per tutti loro. Ma, anche ammettendo che questo non accada mai e che le decisioni prese all’unanimità siano sempre positive per tutti i cittadini, sta di fatto che tale criterio presuppone evidentemente l’unanimità: davvero democratiche possono essere chiamate solo le decisioni prese unanimemente. Ma il criterio dell’unanimità non consente di governare situazioni in cui vi sono punti di vista contrapposti. È sostanzialmente per questo che la democrazia presenta un altro aspetto, che possiamo chiamare negativo. Si tratta dell’aspetto procedurale ruotante attorno al criterio della maggioranza: chi, a determinate condizioni (suffragio universale, libere elezioni, etc.) riesce a vincere la lotta per la conquista del potere (il governo), a quel punto ha il diritto di imporre a tutti la propria volontà,


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anche a coloro (la minoranza) che con le sue decisioni non sono d’accordo. Pure qui, dunque, ritorna l’incubo del paradosso orwelliano: tutti i cittadini sono egualmente sovrani, ma alcuni (quelli che conquistano il governo/potere) sono più sovrani degli altri. Su questo tema della democrazia tornerò a dire qualcosa di più specifico in seguito (Risposta n. 5, punto A); sta di fatto che comunque la democrazia esige, come fondamento del valore universale delle proprie procedure, a cominciare da quella della maggioranza, un criterio che consenta di distinguere che cosa (e come) possa legittimamente essere deciso contro la volontà di qualcuno da ciò che invece non può ad alcuna condizione imposto in violazione della volontà individuale. Si tratta in particolare di decidere quali siano i limiti dei provvedimenti presi contro la volontà di qualcuno e quindi quale siano i criteri legittimanti tali decisioni. Ma questa volta tale criterio deve essere basato su un principio davvero universale. Nella nostra epoca, tale fondamento è costituito dai diritti umani. Ciò che conferisce valore incondizionato ai regimi democratici è il fatto che essi, pur presentando degli aspetti negativi, tuttavia non superano mai certi limiti, in quanto sono basati sul rispetto dei diritti umani. Nell’attuale temperie politica i diritti umani sono considerati in-negabilmente positivi, pur non essendo pienamente positivi. Essi, infatti, non rappresentano la totalità del positivo, almeno nel senso che il comportamento conforme ad essi può ben comprendere atti negativi (cioè dannosi per qualcuno); però essi stessi, in quanto tali, non possono essere negativi, e quindi promuoverli significa fare qualcosa di incondizionatamente valido. Questo dipende dal fatto che il cuore dei diritti umani è, in fondo, l’essere umano (individuo o persona): la vita di ogni singolo essere umano. La promozione dei diritti essenziali della persona è considerato qualcosa di incondizionatamente buono. Ed è anche facile capire perché si assuma ciò. In effetti, è plausibile che una società basata sul rispetto della vita umana e della libertà dell’individuo, e quindi impegnata a evitare tutto ciò che ostacola la realizzazione della vita umana, possa scongiurare il rischio di guerre e violenze estreme tra gli esseri umani. Ci potranno sì essere conflitti e prepotenze, ma questi saranno comunque limitati e parziali, perché è scongiurato il danno estremo della perdita della vita e della libertà. Il problema è che anche questo, non essendo un principio davvero assoluto, cioè totalmente positivo (dal momento che è un principio positivo solo in quanto negazione di un negativo: negazione della violenza nei confronti della vita umana e dei suoi valori fondamentali), è senz’altro valido solo a determinate condizioni. Trattarlo come incondizionatamente valido significa cadere in una forma di superstizione, ed esporsi al rischio, se non alla certezza, della catastrofe costituita dal suo rovesciamento in qualcosa di negativo. Posso mostrare questo, in maniera estremamente sintetica, riferendomi alle famose leggi della robotica di Isaac Asimov, le quali possono – con una certa libertà – essere compendiate in questa formula: “Non consentire a nessuno (a te stesso o a qualsiasi altro) di danneggiare esseri umani (la vita umana)”; ovvero: “Impedisci a chiunque (te stesso o altri) di danneggiare esseri umani”. Ora, se riflettiamo un momento ci accorgiamo che avere il diritto di impedire a un soggetto di danneggiare gli umani equivale nei fatti ad avere il diritto di danneggiare questo soggetto. Per esempio, se un serpente o un leone stanno per assalire un essere umano, è nostro diritto/dovere danneggiare questi animali, almeno nel senso che siamo legittimati a impedire loro, anche con la forza, di realizzare il loro intento. Il vero problema è che gli esseri che più di tutti gli altri costituiscono una minaccia per gli esseri umani sono… proprio gli esseri umani. Per questo il principio incondizionato della legge universale (democrazia e diritti umani), in quanto non-negativo, è contraddittorio: per difendere incondizionatamente la vita umana esso legittima (e quindi poi favorisce e incentiva) il danneggiamento della vita umana. Questo può essere esemplificato in maniera chiara dai cosiddetti Interventi Umanitari e poi anche dalla Responsibility to Protect: le potenze dominanti di fatto hanno avocato a sé il dovere di proteggere gli individui umani (singoli, gruppi o nazioni) minacciati da forme di potere che violano i diritti umani; ma, con ciò, si sono arrogati anche il diritto di intervenire con la forza, anche militare (quindi violando il diritto fondamentale della vita e della libertà), per punire i soggetti che violano tali diritti. Il problema è che, anche ammesso che i diritti umani abbiano valore


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incondizionato, la decisione di chi sia colpevole di violazione di tali diritti, e di che cosa si possa/debba fare per impedire questo, è tutt’altro che qualcosa di incondizionato; anzi, essa dipende da valutazioni soggettive e particolari, tutt’altro che universalmente condivise. Ora, attribuire un valore assoluto a qualcosa che non ha valore assoluto (o, per converso, attribuire un disvalore assoluto ha qualcosa che non lo ha) significa cadere in una superstizione, che è a sua volta un atteggiamento nocivo. Così, chi ha la superstizione del gatto nero considera un male assoluto l’incontro con tale animale, al punto che, pur di evitarlo, è disposto a scendere dal marciapiede precipitandosi sulla strada (rischiando così di finire investito dalle automobili); viceversa (per quanto riguarda la superstizione ‘in positivo’), colui che è convinto che chi lo sta conducendo a passeggio sui ghiacciai sia un’esperta guida alpina, è disposto ad affrontare percorsi molto più pericolosi di quelli che sceglierebbe se sapesse che la presunta guida in realtà è un dilettante incompetente quanto lui stesso. Ovvero anche, l’ombrello è qualcosa di utile, perché quando piove ci ripara dalla pioggia. Ma se, in considerazione della sua utilità, lo trattiamo come qualcosa che ha un valore incondizionato, combiniamo dei disastri. Per esempio, se lo diamo a un violinista che non ha l’archetto perché lo usi per suonare il violino, ascolteremo dei suoni strazianti. Il punto, però, è che rompere l’ombrello non solo non risolve il problema, ma lo aggrava; perché se incomincia a piovere almeno l’ombrello avrebbe potuto riparare violino e violinista. Quello che si deve fare, se si vuole ascoltare della buona musica, è dunque, invece di rompere l’ombrello, fornire al violinista un archetto. Nel nostro caso, combattere e distruggere la democrazia, sulla base della giusta osservazione che essa non è in grado di creare una società giusta, non solo non risolve i problemi ma rischia di peggiorarli. Sta di fatto che considerare i valori umani e la democrazia come valori assoluti, incondizionati, significa cadere vittime di una superstizione di questo tipo. Possiamo chiamare “superstizione democratica” la convinzione, largamente egemone nella nostra epoca, che la democrazia abbia un valore incondizionato al fine di realizzare una convivenza sociale pacifica e armonica. La “superstizione democratico-umanitaria” consiste nel trattare la democrazia e i diritti umani come qualcosa dotato di un valore assoluto, capace quindi di giustificare anche gli atti negativi che in suo nome vengono compiuti. Accade così che la barbarie politica del nostro tempo si appelli prevalentemente a siffatti valori supposti assoluti. Basterebbe pensare all’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito USA nel 2003, o, in generale, alla ‘macellazione’ del Grande Medio Oriente che è in corso ormai da decenni, condotta ufficialmente appunto nel nome della difesa della democrazia e dei diritti umani. Scenario tanto più inquietante se si pensa alla responsabilità che proprio i soggetti sedicenti paladini dei diritti umani quasi sempre hanno avuto nell’esplosione di quelle violenze che costituiscono il pretesto (più o meno fasullo, a cominciare appunto dalle famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein) per interventi armati contro soggetti che in realtà hanno spesso l’unica colpa di essere considerati nemici dai potenti del mondo (magari anche solo perché tentano di sottrarsi alla loro dominazione). Come, nelle epoche passate, valori assoluti (quale per esempio la parola di Gesù che invitava ad amare anche i propri nemici) sono stati usati per legittimare pratiche crudeli (torture, roghi etc.), allo stesso modo, nella nostra epoca, valori positivi come la sovranità popolare universale o il rispetto di tutti gli esseri umani costituiscono la legittimazione dei crimini più efferati (bombardamenti, occupazione militare di Paesi stranieri etc.). E, naturalmente, tanto più alto e sublime è il valore a cui ci si appella, tanto più, considerandolo incondizionato, ci si sente legittimati a difenderlo, per quanto crudeli e orribili siano i crimini che nel suo nome arriviamo a compiere. Anche qui, il punto decisivo consiste nella lucida presa d’atto che qualsiasi azione negativa, anche se rivolta contro qualcosa di negativo, resta comunque qualcosa di negativo. In altri termini: l’ingiustizia compiuta nei confronti di chi ha commesso ingiustizie resta un’ingiustizia; la violenza nei confronti dei violenti resta violenza, il danneggiamento di chi arreca danni costituisce comunque un danneggiamento. B)

Lo spostamento in corso: dalle democrazie nazionali ai diritti umani.


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Qui andrebbe introdotto il tema relativo al grande spostamento che è in pieno svolgimento proprio oggi. Mi riferisco alla fine dell’epoca degli Stati nazionali e al loro assoggettamento nei confronti di soggetti internazionali sovrastatuali e privati. Il potere del mondo sta passando, ormai anche ufficialmente, da soggetti nazionali e pubblici a soggetti internazionali e privati (pensiamo ai proprietari della “rete padrona”, solo per fare un esempio eclatante). Ora, la democrazia quale noi la conosciamo è sostanzialmente un’istituzione nazionale, cioè locale e geografica, e in questo senso anche ampiamente etnocentrica. La cosiddetta epoca delle rivoluzioni (grosso modo dalla metà del secolo XVII alla metà del secolo scorso, cioè in sostanza fino alla seconda guerra mondiale) è stata quella nella quale il “dominatore del mondo” – cioè il soggetto in-vincibile e in-attaccabile che è appunto l’incarnazione concreta dell’in-negabile (e che, naturalmente, è una forma di vita molto diversa da quella di un singolo individuo umano e anche da un singolo gruppo umano) – ha proceduto a far saltare per aria molte dinastie regnanti degli Stati nazionali e a sostituire a questi dei regimi acefali (appunto in quanto democratici) e quindi facilmente esposti a quel conflitto civile permanente nel quale tutti i poli in contesa sono comunque costretti, per poter sostenere tali lotte, ad assoggettarsi ai potentati di carattere finanziario-spionistico-tecnico-militare esterni alla nazione. Questa gigantesca operazione di “decostruzione” di buona parte delle dinastie regnanti nazionali (con la significativa e non casuale, anche se non unica, eccezione del Regno Unito d’Inghilterra) è naturalmente andata incontro ad alcuni contrattempi notevoli; si pensi anche solo, in Russia, al passaggio di potere dal bolscevico Lenin al georgiano Stalin, o, in Germania, all’inversione per cui l’indebolimento delle istituzioni nazionali mirante a instaurare un regime rivoluzionario facente riferimento al gruppo di Rosa Luxemburg ha invece condotto al regime, di segno opposto, di Adolf Hitler. Per questo i soggetti imperiali mondiali (i “padroni del mondo”) sono stati costretti a intervenire dichiarando guerra alla Germania e accelerando in tal modo l’operazione di conquista del mondo (guerra fredda, Vietnam, Medio Oriente etc.) che è ancora in corso dovendo necessariamente passare attraverso il confronto con la Russia (a partire dalla guerra fredda fino ai movimentati sviluppi presenti). Gli attuali “dominatori del mondo” (cioè i soggetti che si sono attribuiti il compito di progettare e governare l’intera vita sulla terra) hanno deciso che l’epoca della democrazia intesa come “regime politico nazionale” è finita. Dopo avere distrutto militarmente (con interventi militari diretti o tramite rivoluzioni pilotate) uno per uno tutti gli organismi politici (Stati nazionali, istituzioni, dinastie governanti etc.) che erano al di fuori del loro controllo, e dopo averli appunto portati sotto la gestione più o meno diretta dei potentati militari, spionistici, finanziari e propagandistici da loro gestiti, stanno passando ora al gradino successivo, che è quello di spegnere quegli stessi organismi politici (le nazioni democratiche) dei quali si sono serviti per abbattere i potenziali contendenti. Il caso dell’Europa è chiaro in questo senso. Le ex nazioni europee, sconfitte nella seconda guerra mondiale (anche le nazioni ufficialmente vincenti, quali per esempio la Francia, sono state in realtà sconfitte in quanto assoggettate all’imponentesi pre-potere statunitense), sono state poi sottoposte a un governo sovraordinato, molto controverso anche dal punto di vista della legittimità e della democrazia, che ha proceduto a trasferire ogni sovranità nazionale (finanziaria, economica, poi politica etc.) a questi soggetti sovranazionali. Il valore della democrazia, come ho detto, è basato fondamentalmente sulla sovranità popolare, cioè sul fatto che ciascuno è sovrano. Nella democrazia quale noi la abbiamo conosciuta tale sovranità era riferita a un preciso spazio geografico. Per esempio gli italiani erano sovrani sulla penisola italiana, gli spagnoli sulle terre tra l’Oceano Atlantico e i Pirenei (tanto per dirla molto all’ingrosso, prescindendo cioè dal Portogallo e simili), e così via. I padroni del mondo nella prima fase hanno sventolato questo ideale della sovranità per distruggere tutti gli altri soggetti politici (religiosi, etnici, culturali etc.) esistenti. Una volta ottenuto questo risultato, e ridotto ogni Stato a un campo di battaglie ‘democratiche’ sostanzialmente dipendenti, per le loro ‘vittorie’, dai potentati stranieri, possono ora passare alla fase in cui quello che era già nelle cose, cioè l’estinzione del potere degli Stati nazionali, può essere ormai proclamato apertamente. Il principio supremo uscito


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dalla seconda guerra mondiale, quello che avrebbe dovuto costituire appunto un valore universale, era appunto che “ognuno era padrone in casa propria”, purché al suo interno rispettasse i principi democratici. Oggi è evidente che il vero potere mondiale è in mano a soggetti che non sono di questo tipo (nazionale e democratico), innanzitutto perché si tratta di soggetti per i quali non vale il principio della sovranità popolare. In altri termini, in democrazia i cittadini sono sovrani (questa, appunto, la grande legittimazione della democrazia), ma il problema è che oggi essi (ammesso e non concesso che siano davvero sovrani) lo sono di uno Stato che non è più sovrano. Anche per questo tale nuova fase ha bisogno di una legittimazione diversa da quella democratico-nazionale. Così, i dominatori del mondo hanno deciso di superare l’idea della democrazia passando alla fase dei diritti umani. Un caso emblematico è quello dei già citati Interventi Umanitari e Responsibility to Protect: di fatto i potentati mondiali si riservano la decisione di quando e come intervenire contro gli Stati (definiti “Stati canaglia”) il cui comportamento essi non approvano (si pensi al caso della Libia). In tal modo – ecco il solito rovesciamento del positivo, inteso come non-negativo, in negativo – il positivo rappresentato dal dovere di promuovere un mondo libero da violenze estreme, interpretato come diritto di intervenire negativamente (in maniera punitiva, con strumenti militari etc.) per proteggere le vittime dei carnefici (accusati di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e simili), si rovescia nel negativo supremo consistente nella legittimazione della prepotenza e quindi della violenza arbitraria operata dai soggetti che si sono collocati al di sopra degli esseri umani. Questi soggetti si sono eretti a giudici dell’umanità, in grado di decidere a nome del Tribunale del mondo e quindi autorizzati a dare il via a un vero e proprio Giudizio universale, le cui sentenze verranno rese effettive, ove fosse necessario, anche con mezzi atomici, trasformandosi in tal modo nell’Apocalisse. La legittimazione di tali diritti è basata sul fatto (positivo inteso come non-negativo) che essi forniscono, almeno in teoria, la garanzia che all’interno dello spazio da loro dominato non verranno consentite azioni quali l’uccisione, la tortura, la violenza arbitraria etc. In cambio, tutti gli umani saranno tenuti, tramite la mediazione degli Stati nazionali, ad assoggettarsi alle operazioni economiche e di altro genere che questi soggetti planetari metteranno in opera. In tal modo, nella misura in cui il positivo del superamento delle violenze estreme (negativo del negativo) si rovescia nel negativo costituito dall’assoggettamento degli esseri umani a un potere assolutamente totalitario (perché totale sia in senso quantitativo che qualitativo, sia in senso geografico-spaziale che in senso culturale e istituzionale) l’intera umanità, cioè l’insieme dei soggetti umani, è offerta in pasto, nuda e disarmata, ai “grandi predatori”, cioè ai soggetti postantropici, che io a volte ho chiamato “tecnosauri”, i quali procedono ad assoggettare l’intero mondo degli umani con effetti devastanti di tipo ecologico, psicologico e antropologico. C)

Il “dire il vero” e la soluzione filosofica del problema del potere. Riporto di seguito, per aiutare il lettore a seguire il filo del discorso, l’ultima parte della Sua domanda a cui mi accingo ora a rispondere.

Si chiede poi, al fine di superare questa contraddizione, come sia possibile, in un’epoca segnata da una violenza crescente, testimoniare la verità in maniera corretta. La filosofia entra qui in gioco con la sua vocazione originaria a “dire il vero”. Le domando: se abbandoniamo la sfera dei diritti umani per dedicarci a quella politica, segnata da posizioni alternative e spesso contrapposte, quale aiuto può offrirci la filosofia per pensare il mondo e al contempo trasformarlo come suggeriva Karl Marx nella sua undicesima tesi su Feuerbach? Il vero è il tutto-(com-)positivo, ovvero ciò per cui ogni cosa si com-pone rispetto a ogni (altra) cosa. Il dire il vero appartiene al vero nella misura in cui appartiene a questa com-posizione totale. Nella misura in cui, invece, l’enunciazione del vero si configura come un gesto che si pone


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negativamente nei confronti di qualche realtà, ecco che esso viene ad appartenere al problema (del negativo) che deve essere risolto. Nella misura in cui il dire-il-vero appartiene realmente al vero, esso è il gesto che è già la soluzione del problema. Noi siamo abituati a pensare il dire la verità come un mezzo in vista di un fine che è diverso dal mezzo stesso, il quale dunque non appartiene di per sé al fine al quale si mira. In verità – come la sapienza mondiale insegna – almeno in questi ambiti davvero efficace è solo il mezzo che è pienamente coerente con il fine. Dobbiamo dunque incominciare a pensare il dire-il-vero come la soluzione del problema. Infatti quello che va compreso è che dire la verità è già, almeno in un certo senso, la risoluzione del problema politico, piuttosto che una semplice ‘premessa/precondizione’ di questa. Esso è, invece che un semplice mezzo, il fine stesso perché è lo s-velamento che mostra la positività dell’altro, di ogni altro e di tutto l’altro, e che per questo costituisce il luogo del libero riconoscimento reciproco, a livello universale e, più propriamente, cosmico. Certo, dire la verità è un momento della soluzione; diciamo che è un ingrediente della verità, così come il sale (o il lievito) è un ingrediente del pane, o della focaccia, alimenti che richiedono anche ben altri ingredienti, dal momento che un piatto fatto di solo sale sarebbe immangiabile. Però il dire il vero e l’emancipazione umana costituiscono un unico evento, al quale il filosofo (il veridico, cioè il vero-dicente) contribuisce per la sua parte. Per fa comprendere meglio tutto questo mi limiterò a fornire alcune osservazioni relative a un singolo caso, legato proprio al problema del potere, di cui sopra abbiamo detto qualcosa. Ora, il potere in quanto tale è legato al segreto. In un certo senso si potrebbe dire che il potere è segreto; almeno nel senso che il potere è asimmetria (sproporzione, dislivello) di forze. Quanto maggiore è la forza di A rispetto a quella di B, tanto maggiore è il potere del primo nei confronti del secondo. Ma se il soggetto debole conosce la forza dell’altro, in linea di principio egli è comunque in grado, se non altro, di tentare di rimontare e di rovesciare i rapporti di forza; se, viceversa, non conosce il suo avversario e le sue capacità, egli si trova in una condizione di assoluto e irrecuperabile svantaggio, come uno che combattesse con gli occhi bendati contro un avversario che invece ci vede benissimo. È per questo che la verità costituisce di per se stessa una ‘soluzione’ del problema del potere; appunto perché essa consente lo s-velamento del potere, cioè del segreto, e con ciò stesso disarma radicalmente il potere, in quanto gli toglie lo strumento più potente: il segreto (il nascondimento), appunto. È importante tenere presente che quando parlo del dire-la-verità come di uno s-velamento (a-letheia) mi riferisco a qualcosa di molto diverso dalla rivelazione di ‘complotti’ o di cose del genere. La segretezza del potere è una cosa diversa da un tratto necessariamente negativo ma accidentale rispetto al potere, Viceversa, il fatto di essere invisibile (la segretezza) è un tratto definitorio del potere, mentre il suo essere, come nascondimento, positivo o negativo dipende, come sempre, dal contesto e dalla situazione. Per illustrare questo ultimo punto farò ricorso a un paragone banale. Immaginiamo che qualcuno riveli a dei bambini che Babbo Natale è una invenzione dei genitori. Lo svelamento di questo segreto manifesta sì un grado insospettato di potere, da parte dei genitori, sui bambini, però è difficile vedere il loro comportamento come espressione di un atteggiamento di per sé negativo o malvagio. Il segreto nascosto ai figli dai genitori (e quindi il loro “inganno”) può certo costituire di per sé un elemento negativo dal punto di vista di un gioco che mira alla parità tra individui umani, ma sarebbe fuori luogo interpretarlo come un insieme di trame nascoste e malvagie; anzi, a rigore in questo caso ciò che si rivela è l’affetto dei genitori che a Natale sono felici di regalare ai figlioli ciò che questi si aspettano. Analogamente anche in politica, dove la scoperta di una serie di pensieri, che hanno noi come oggetti ma dei quali noi non siamo consapevoli, è ben lungi dal dimostrare a priori che si tratta di complotti animati da uno spirito cattivo e dannoso. È certo, però, che questo è incompatibile con la sovranità popolare; la quale si rivela, da questo punto di vista, propriamente un inganno. È vero, del resto, che la verità richiede una qualche reciprocità dello sguardo; sicché il problema decisivo della politica attuale è quello di alzare lo sguardo: condurre gli umani a diventare consapevoli degli sguardi che li stanno osservando, calcolando, e in generale pensando. Quali sono questi sguardi, a chi appartengono? Che tono hanno? Di che tipo sono i soggetti che li formulano?


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Decisivo, dunque, è il modo in cui lo svelamento del potere/privilegio accade, cioè il modo in cui si realizza il dire la verità; la condizione del suo essere davvero positivo è, infatti, che esso sia riconosciuto come tale da tutti i soggetti in gioco. Su questo rimando anche a quanto dirò in una risposta successiva (Risposte n. 5, punto D, e n. 6, punto B). Già questo, comunque, mi consente di dire qualcosa in risposta al punto in cui Lei evoca la “trasformazione del mondo” di cui parla Marx, in particolare nella famosa XI tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno finora interpretato il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo». Tutto dipende da come si interpreta quel “trasformare”, cioè quello “alterare” (l’espressione di Marx è appunto verändern: rendere altro). Se – come normalmente accade – trasformare qualcosa facendolo diventare qualcos’altro viene inteso come un gesto negativo, per il quale la cosa che costituisce il risultato di tale processo non è più quella che ne costituisce l’inizio, la quale risulta in tal modo, almeno in qualche misura, soppressa/annullata/negata-necata, allora è chiaro che questo atto, appunto in quanto negantenegativo, ripropone il problema che dichiara di voler risolvere. E, come si capisce subito, il punto centrale è, ancora una volta, la relazione tra la differenza e la negazione. Il risultato differisce dal punto di partenza (l’origine); sicché, se la differenza è negazione, allora tra i due estremi vi è un rapporto negativo. Una trasformazione positiva può darsi solo all’interno di una modificazione nella quale la differenza sia intesa come pura differenza, cioè come differenza distinta dalla negazione. Da un punto di vista generale, possiamo allora dire che si tratta di valorizzare, rispetto alla creazione che è anche distruzione (negazione) di qualcosa, un rinnovamento che valorizza tutti gli aspetti positivi presenti e allontana i loro tratti negativi/necativi. Si tratta cioè di collocare le varie negazioni esistenti (guerre, conflitti, scontri, distruzioni, danneggiamenti, sostituzioni etc.) in un contesto capace di realizzarne in maniera pienamente positiva le finalità. Io uso, per indicare una prospettiva di questo genere, l’espressione “creatio ex toto”. Si tratta appunto di un rinnovamento che si relaziona positivamente a tutto ciò con cui ha a che fare. Anche a tutti i fenomeni negativi, tenendo conto che accoglierli significa accogliere anche il loro essere, appunto in quanto negativi, autonegativi, cioè fenomeni che tolgono se stessi e quindi fanno svanire il negativo.


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Domanda n. 3) Vorrei adesso riprendere un tema decisivo che ha solo sfiorato in precedenza: quello del dolore. Nell’intimo di ognuno di noi la relazione con il dolore e con la morte ci impone di fronteggiare il dilemma del negativo cercandone una via di uscita. Quali consonanze registra tra pensieri d’Oriente e di Occidente rispetto a una possibile salvezza dal male? Quest’ultimo si pone davvero come orizzonte intrascendibile per l’uomo o possiamo sperare di instaurare con esso un rapporto “puramente positivo” che ci consenta di scioglierne l’enigma? A) Il dolore. Innanzitutto credo che sia il caso di fare qualche precisazione in merito alla questione del dolore. Lei parla del “dilemma del negativo”. Immagino che si riferisca alla natura paradossale della stessa natura del dolore, quale essa viene presentata nei miei scritti. Riprenderò dunque brevemente questo tema. Io definisco il dolore come ciò che implica il proprio rifiuto. Infatti, diciamo che vi è dolore quando ci riferiamo a un’esperienza nella quale vi è un atto, un gesto di rifiuto che ci fa esclamare, o almeno pensare: “No, basta! Fate che questo cessi!”, o qualcosa di simile; e ciò che deve cessare è proprio il dolore, sicché ciò che, nel dolore, viene rifiutato, è appunto il dolore stesso. Ma altrettanto importante è comprendere che, per converso, qualsiasi rifiuto è tale solo se si riferisce a qualcosa di doloroso, quindi solo se implica una relazione con qualche dolore. Ciò che viene rifiutato può essere anche altro dal dolore stesso, ma se viene rifiutato è sempre perché è connesso al dolore, in particolare perché viene inteso come causa di dolore. Per esempio il dente che ci procura dolori lancinanti non lo rifiutiamo in quanto dente, ma ce lo facciamo estrarre in quanto lo consideriamo la causa di quei dolori. Ho già osservato (nella Risposta n. 1, al punto B2) come il rifiuto/negazione sia il fondamento anche logico-gnoseologico della verità innegabile. Da questo punto di vista possiamo dire che la parola “negativo” è un termine generale che esprime in maniera formale e universale ciò la cui incarnazione emblematica è appunto il dolore. Come il negativo è sempre auto-negativo (perché nega qualcosa che per ciò stesso, a sua volta, lo nega), quindi contraddittorio, così il dolore è sempre auto-rifiuto e quindi, in questo senso, a sua volta contraddizione. Per ciò io parlo, a tale proposito, di “trappola del dolore”, in analogia appunto alla trappola del negativo: come il negativo del negativo appartiene al negativo, allo stesso modo il rifiuto del dolore appartiene al dolore, quindi lo riproduce e spesso addirittura lo intensifica. Come il piacere, anche il dolore esiste solo in quanto è congiunto con qualcosa, quindi in quanto è sempre incarnato in qualcosa; sicché rifiutare il dolore significa sempre anche rifiutare ciò che è causa/portatore del dolore. Nel nostro esempio, rifiutare il dolore implica anche rifiutare il dente che ne è la causa. Così, il rifiuto del dolore inevitabilmente assume la forma di un danneggiamento del positivo in cui consiste il corpo umano; e quindi in un’azione ‘ingiusta’. In breve, dunque: il dolore implica il proprio rifiuto, ma il rifiuto appartiene al dolore e quindi lo riproduce, o addirittura, in quanto è a sua volta un danneggiamento di qualcosa che è altro dal dolore, lo intensifica in quanto favorisce ciò che è causa di dolore (il danneggiamento di qualcosa). La via d’uscita da questa trappola consiste nel distinguere, all’interno del gesto che rifiuta il dolore (il negativo del negativo), l’aspetto necativo di tale gesto da quello puramente positivo, che è quello che conduce alla disincarnazione totale del negativo, cioè alla sua separazione da qualsiasi determinazione, e, con ciò, alla propria scomparsa; giacché, come si diceva, il dolore può esistere solo incarnato in qualcosa (in un ‘corpo’). Ora, il rifiuto del dolore è una necessità. O, per essere più precisi, è esattamente la necessità; in un certo senso è l’unica necessità. La parola “ne-cedo”, infatti, dice la risposta inevitabilmente negativa (ne-) al ‘nemico’ che mi aggredisce, così che se io lo lascio fare cedo al danno che egli mi infligge. Insomma, questo auto-rifiuto del dolore è assolutamente


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necessario. Se non c’è questo auto-rifiuto non c’è nemmeno dolore; se non c’è quest’autonegazione non c’è nemmeno il negativo. Per questo il tentativo di oltrepassare il dolore – in tutti i suoi aspetti, compresa evidentemente e innanzitutto la morte (cioè la totalità del negativo, ovvero il tutto come negativo) – è assolutamente necessario. Ciò che è altro dalla necessità, e che per questo potremmo chiamare il possibile – ma si badi che a questo livello di significazione originaria tutte le parole assumono un significato particolare – è quella dimensione per la quale il gesto doloroso-rifiutante determina la scomparsa del dolore; cioè genera un soggetto che si rapporta come alterità rispetto al corpo-dolente. Il corpo-rifiutante è la possibilità della scomparsa del dolore. In base a quanto esposto, risulta che il vero superamento del dolore consiste nel superamento anche dello stesso rifiuto. Come la verità assoluta consiste nella liberazione-salvezza rispetto a ogni forma di negazione, così la liberazione dal dolore (libera nos a malo!) consiste nel distacco da ogni forma di rifiuto, compreso il rifiuto del rifiuto, che è pur sempre rifiuto del dolore e quindi a sua volta dolore. La prospettiva della verità è dunque il superamento della totalità del dolore, quindi anche della morte. Tale prospettiva è quella possibilità della liberazione dal dolore che in un certo senso costituisce già il superamento dal dolore, giacché essa significa che il superamento del dolore è sempre possibile. Prima di passare alla questione del rapporto tra Oriente e Occidente, è però opportuno affrontare un’altra questione importante connessa al tema del dolore. Come sappiamo, il dolore è anche un allarme che il corpo dà quando la sua salute (il suo benessere) viene minacciata. In questo senso il dolore è qualcosa di ‘positivo’; come al solito, naturalmente, è positivo nella sua funzione di negare il negativo, che in questo caso consiste nel contrastare l’attacco della malattia al corpo sano. Possiamo chiamare dolore-spia o dolore-allarme il dolore che esprime questa funzione ‘positiva’. Anche da questo punto di vista si conferma che il rifiuto del dolore può costituire un’intensificazione del male e quindi pure del dolore, dal momento che contrasta la lotta che il corpo malato conduce contro il male (il farmaco febbrifugo abbassa la febbre ma indebolisce le difese del corpo che è in lotta contro la malattia). Va però comunque sempre tenuto presente che anche quello che normalmente chiamiamo positivo – come per esempio il corpo, in particolare quello umano, e la vita – è praticamente sempre da intendersi anche come negativo del negativo (come non-negativo che quindi è in qualche misura sempre negativo). Il corpo vivente, infatti, è l’organizzarsi della materia in maniera tale che questa sia in grado di cancellare ciò che impedisce il ri-pro-porsi della vita; vita che a sua volta è essa stessa negazione della interruzione della sua ri-pro-duzione. In questo senso l’autentico superamento della totalità del dolore implica anche il superamento della totalità dell’aspetto negativo/autonegativo della vita corporea, in particolare intesa nella sua dimensione necativa. La soluzione del problema del dolore è la dis-soluzione del dolore. Ed è quindi la dis-soluzione della vita dolente e mortale. Torneremo più avanti su questo punto, ma prima è bene affrontare, sia pure in estrema sintesi, l’enorme problema che Lei pone quando parla del rapporto tra Oriente e Occidente. B)

Oriente e Occidente.

Ribadito che tutti i termini, qui, sono ampiamente vaghi e passibili di ulteriori interpretazioni, e che si tratta comunque di schematizzazioni estremamente ampie e generali, potrei dire che naturalmente, e inevitabilmente, il fondo di entrambi i due mondi (Oriente e Occidente) è il superamento della totalità del dolore e della morte (il superamento, appunto, della totalità del negativo). Tanto per fare un solo e facile esempio, il riconoscimento dell’universalità del dolore (sabbe śhaṅkara dukkha: ogni esistenza condizionata è dolore), riconoscimento che è la condizione della possibilità della liberazione da esso (il nirvāṇa), è il principio del Buddhismo; come la vita eterna e il Paradiso ottenuti mediante il passaggio attraverso la croce sono l’essenza del Cristianesimo.


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Ma ciò che caratterizza eminentemente la via occidentale alla ‘salvezza’ appare oggi essere la tecnica. Perché essa è la via che pretende di garantire la cessazione del dolore. La tecnica infatti è l’approntamento di strumenti che garantiscono il risultato che si è progettato. In questo caso il risultato è la cancellazione di un male, di un negativo (pensiamo, in particolare, alla medicina che toglie la malattia, paradigmaticamente: l’asportazione del tumore). Il problema della tecnica è che, essendo essa isolante (la garanzia del successo dipende dalla possibilità di prescindere a priori da certe condizioni reali), l’eliminazione di un certo male determina spesso (con le dovute precisazioni si potrebbe dire: sempre) la creazione di un altro male. L’amputazione dell’organo malato salva la vita ma danneggia il corpo; la chemioterapia combatte il cancro ma compromette le difese immunitarie. Ma poi anche, ampliando lo sguardo: l’intervento medico guarisce il paziente, ma lo assoggetta all’apparato medico-farmaceutico, e così via. In generale, con una battuta si potrebbe pertanto dire che la tecnica, se risolve (anche perfettamente) un problema, ne crea almeno un altro; e di solito questo secondo problema è più grave del precedente, se non altro perché di norma si colloca a un livello superiore rispetto al primo problema. In grande, poi, l’eliminazione del dolore comporta anche l’eliminazione della morte. Così, la creazione della genìa im-mortale, pensata all’interno della logica per la quale il positivo viene identificato con la negazione del negativo, si configura come un processo in cui la vita salva dal dolore e dalla morte (la vita eterna) viene a coincidere con la negazione-distruzione di tutto ciò che rende possibile il male-dolore; ma cioè con quella che io chiamo la “rottamazione” dei mortali, appunto perché la vita del mortale è la prima causa del dolore e della morte. In effetti, ciò che rende possibile il dolore è la vita stessa, ad eccezione della vera vita eterna, la quale però è appunto la vita che si rapporta in maniera puramente positiva rispetto alla totalità del negativo, pur distinguendosi da tale totalità (anzi, se ne distingue proprio perché si rapporta ad essa in maniera puramente positiva). È per questo che il Paradiso della tecnica (l’espressione è di Emanuele Severino), conduce – all’interno della prospettiva che ora io sto delineando – alla rottamazione dell’umano, e quindi anche, nella misura in cui questo risulta necessario, alla sua ‘macellazione’. La via orientale alla salvezza dal dolore e dalla morte pare essere diversa, essendo basata più sulla liberazione rispetto all’attaccamento alla vita (distacco), intesa appunto come luogo del dolore, che non sulla cancellazione del dolore. Potremmo dire che è una via più fondata sull’accettazione del dolore che sul suo rifiuto/rigetto. E potremmo anche, per indicare tale differenza, descriverla nel modo seguente. Mentre la via della tecnica, come abbiamo visto, è quella della ne-cessità (ne-cedo: rispondo negativamente a ciò che cerca di aggredirmi, e questa mia negazione del negativo garantisce la scomparsa di quel negativo), la via orientale è quella del jū-dō: la via della cedevolezza (dō infatti significa “via” e jū potrebbe essere tradotto con “cedevolezza”). Del resto, come si sa, quella del judo è una tecnica che nel combattimento sfrutta l’aggressività e la forza dell’avversario per rivolgerla contro questo stesso e in tal modo sconfiggerlo. In un senso profondamente spirituale, però, il male che deve essere ‘sconfitto’ è il negativo stesso, sicché il superamento del male consiste precisamente nel ‘suicidio’ dell’avversario-aggressivo(-negante), e, nel nostro caso, nel suicidio del negativo. Esattamente come abbiamo visto per la negazione della verità, la quale è essa stessa il proprio autotoglimento rispetto alla verità. Sembra dunque che stiamo dipingendo le vie di salvezza rispettivamente orientale e occidentale come radicalmente differenti e contrapposte. Ed esse sono effettivamente differenti; tuttavia in realtà bisogna tenere presente che il rifiuto-rigetto del dolore è necessario. Quindi l’accettazione del dolore (Oriente) implica anche l’accettazione del rifiuto del dolore, e perciò pure l’accettazione della via tecnica alla salvezza (Occidente). Il compimento della via orientale prevede dunque anche quello della via tecnico-occidentale, la quale però giunge davvero a compimento, ed ha esito positivo piuttosto che catastrofico, solo se a sua volta porta a compimento la via orientale. Intendo la mia filosofia come quella che indica il fondamento formale della soluzione di questo problema. Così, in estrema sintesi, il superamento della totalità del negativo (dolore e morte), in quanto comporta necessariamente il non-negativo, si realizza, sul versante per il quale resta


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negativo (in quanto negativo nei confronti del negativo), come la macellazione-rottamazione dei viventi-mortali e, nella dimensione per la quale tutto è positivo, come il generarsi della vita in cui tutto è positivo, compreso l’autosuperamento del dolore e della morte in cui il negativo consiste. Così, il superamento della totalità del dolore si configura in qualche modo come il superamento della stessa vita umana-mortale sulla terra e il suo trapassare in una forma di vita divina e beata. Che cosa, questo, significhi in concreto, e come debba essere inteso, è appunto ciò che merita di essere pensato. Qui tale discorso non può essere affrontato, mi limito quindi a un paio di osservazioni di carattere generale. Come ho detto, la sostituzione (per via tecnologica) degli umanimortali con esseri artificiali liberi rispetto alla morte e al dolore assume, nella misura in cui si realizza come un gesto negativo/necativo, la forma di quella che ho chiamato la rottamazione dei mortali; la quale, negli aspetti più negativi assume la forma della loro macellazione, mentre nella migliore delle ipotesi assume quella della eutanasia dell’umanità mortale. Il significato davvero positivo di questa immane operazione è la trasfigurazione della vita sulla terra: l’avvento di una forma di vita libera/salva rispetto alla totalità del dolore e quindi anche rispetto alla morte; una forma di vita, quindi, che è tale nella misura in cui la totalità dei viventi la riconosce come propria (ossia come appropriata). Ma, ripeto, come questo possa e debba essere pensato è appunto il compito di pensiero che ci attende.


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Domanda n. 4) Potrebbe spiegare a chi legge il concetto di neospeciazione che ha proposto per descrivere la nascita dei cosiddetti “tecnosauri”? Che spazio rimane per la libertà umana a fronte dello strapotere detenuto da meta-organismi come eserciti, gruppi finanziari, apparati burocratici, aziende multinazionali? Come non cedere alla disperazione visto che tali ibridi prodotti dalla storia umana sembrano intenti solo a riprodurre le proprie logiche autoaccrescitive senza la minima attenzione al benessere delle persone e del pianeta? A) Neospeciazione – Tecnosauri. Partiamo da quanto abbiamo appena detto circa il dolore, riprendendo alcuni temi trattati nella Risposta 3 al punto A. Gli animali, cioè i corpi viventi, sono in gran parte il risultato della risposta che la vita dà al dolore originario. Con questa espressione (dolore originario) intendo il rifiuto che il vivente oppone alla scomparsa del piacere del quale egli, invece, si attendeva la ri-proposizione. I corpi viventi, in questo senso, sono la negazione del negativo, e per questo finiscono per riprodurre, su più grande scala, il problema dal quale scaturiscono. Cioè il corpo, organizzato in organi e apparati (cardio-vascolare, respiratorio etc.) costituisce il sistema che combatte e sconfigge le forze che altrimenti farebbero svanire la vita (la quale è il ri-pro-porsi del positivo, cioè il piacere). Appunto per questo, nella misura in cui la vita è intesa come questa lotta contro la smentita della propria riproduzione, i corpi viventi riproducono, a un livello sempre più alto, il problema che di volta in volta risolvono. Paradigmaticamente (semplificando al massimo): i viventi umani hanno ormai sconfitto le minacce della natura (freddo, denutrizione etc.), ma hanno generato una situazione che riproduce nei loro confronti una serie di minacce di altro genere: violenze, guerre, esclusioni, umiliazioni, insuccessi e infelicità di vario tipo. Questo accade inevitabilmente anche con i soggetti che stanno scaturendo / sono scaturiti dalla storia umana. Hegel illustra mirabilmente il passaggio dalla vita individuale alla famiglia, poi alla società civile, e quindi allo Stato. La dinamica descritta da Hegel è, nelle sue linee fondamentali, formidabile; teniamo sempre conto, però, che – come si è detto nella Risposta n. 1 – quella di Hegel è la verità del negativo. Per essere un po’ più concreti, in fin dei conti nel suo pensiero l’essere umano (con il suo corpo) è ancora un dato definitivo e insuperabile; e l’umanità (l’insieme degli umani) è, in fondo, ancora l’orizzonte ultimo e inoltrepassabile. L’epoca attuale, in particolare con la sua ‘imprevedibile’ e incalcolabile impennata tecnologica, mette in discussione anche questi punti fissi. In primo luogo l’importanza del corpo materiale e delle sue funzioni pare ridursi progressivamente rispetto a quella assunta dalle componenti artificiali (protesi, elementi chimici etc.) e virtuali (relazioni telematiche etc.). Ma poi, l’unità ‘sostanziale’ dell’umanità cede il passo a una situazione nella quale ciascun individuo umano e tutti i gruppi umani si distribuiscono lungo i gradini di una scala evolutiva la cui altezza è determinata dal grado di appartenenza all’apparato tecnico-militare; e si tratta di gradini anche molto lontani (sempre più lontani) gli uni dagli altri. Vengono così alla luce dei soggetti viventi che non sono più animali umani in senso proprio, anche se scaturiscono dalla vicenda umana e sono almeno in parte composti di individui umani. Io ho dato il nome di “tecnosauri” a tali soggetti, i quali costituiscono una specie vivente di tipo nuovo rispetto agli umani propriamente detti (per questo parlo appunto di “neospeciazione”). Un esempio di una creatura di questo genere potrebbe essere un esercito dei nostri giorni, paradigmaticamente quello statunitense, con i suoi ‘arti’ costituiti da flotte navali, aeroplani, missili, carri armati, droni, e, naturalmente, anche esseri umani. Ma ormai l’intera vita sulla terra si sta trasformando in una giungla popolata di nuovi animali di questo genere: le multinazionali, le


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istituzioni, i vari organismi sociali. La neospeciazione è appunto il passaggio dagli organismi sociali che sono sostanzialmente ancora umani, nel senso che sono semplicemente raggruppamenti di esseri umani che si trovano in relazione tra di loro e quindi si organizzano (famiglia, società civile, Stato tradizionale), a organismi che invece non sono più propriamente soggetti umani. Io ho parlato, a questo proposito, di “organismizzazione”. Il vero problema, a questo proposito, è dunque descrivere, con una certa adeguatezza, ciò che appunto sta succedendo a questo livello, cioè riguardo all’evoluzione della vita umana sulla terra. Quali sono le forme di vita che si stanno imponendo? Che natura hanno esse? Quali nuovi ‘animali’ si stanno generando? Qui non tenterò nemmeno un accenno di risposta a tali domande; mi limiterò invece a qualche osservazione sparsa. Da un lato si sono creati alcuni soggetti storici che fondamentalmente derivano dagli Stati nazionali, e che sono i grandi ‘governanti’ del mondo. Da questo punto di vista, dopo la seconda guerra mondiale, i soggetti storico-statuali rimasti davvero in gioco sono pochi, e coincidono fondamentalmente con i vincitori della guerra. Mi riferisco alla Russia (ex URSS), alla Cina e soprattutto agli Stati Uniti d’America (USA) – intendendo quest’ultimo Stato come capofila del mondo anglosassone, a cominciare naturalmente dalla Gran Bretagna (UK), e quindi poi occidentale – ai quali va aggiunto, benché formalmente si sia costituito dopo la fine della guerra, Israele, che pare ormai avviato (sia detto con tutte le cautele che la lettura di fenomeni storici di questa portata richiede) ad assumere una singolare funzione di leadership all’interno della politica occidentale per via di una serie di motivi che gli conferiscono uno statuto del tutto eccezionale: dalla natura particolare del Jewish State, alla collocazione strategicamente decisiva (in tutti i sensi: etnico, geografico, economico, militare etc.), fino alla singolare sinergia con i soggetti che esercitano un controllo quasi totale e ormai apparentemente irreversibile sulla politica statunitense e quindi poi in generale su tutte le istituzioni e gli apparati del mondo occidentale (di carattere finanziario, mediatico, politico, militare, tecnologico, informatico etc.). Con un’immagine un po’ scherzosa potremmo dire che gli Stati/Soggetti appena nominati sono i semifinalisti che sono emersi dalla seconda guerra mondiale, la quale – proseguendo con questa metafora – ha costituito qualcosa di simile ai quarti di finale della Coppa del Mondo; Coppa che, fuor di metafora, è la lotta per la conquista del potere sull’intero pianeta: la genesi della creazione dell’in-vincibile/in-vulnerabile onnipotere mondiale. L’Europa ha perso la guerra (1945), ed è quindi stata esclusa dalla storia come soggetto politico, cioè come ‘animale’ (organismo) capace di reggere il confronto con i soggetti storici che prima ho indicato. Accanto a questi sono cresciuti, naturalmente, altri organismi statuali (India, Iran, Corea del Nord, Canada, Brasile etc.), i quali non hanno propriamente perso la seconda guerra mondiale, però non l’hanno nemmeno vinta in senso proprio, sicché anch’essi riescono a tenersi in vita solo nella misura in cui entrano nell’orbita dei quattro super-soggetti mondiali. Proseguendo con la precedente immagine scherzosa, potremmo allora dire che attualmente è in corso la semifinale occidentale tra USA & C. da una parte e Israele dall’altra, mentre quella orientale è tra Cina e Russia. Ma naturalmente già da un po’ di tempo è stata in qualche modo avviata la vera ‘finale mondiale’ tra quello che alcuni giornalisti, sempre un po’ scherzosamente, hanno chiamato USraele, da una parte, e il complesso Russinese, dall’altra parte. Tuttavia questa descrizione, oltre a essere assolutamente approssimativa e grossolana, è ancora costruita su categorie statuali che appartengono alla storia tramontante piuttosto che a quella incipiente. Questa, infatti, mostra anche una ricca varietà di soggetti che, sempre indulgendo a una metafora animalistica, possiamo chiamare i grandi predatori o addirittura, tenendo conto che essi vivono e crescono sfruttando l’attività di miliardi di uomini ‘naturali’, i macro-animali antropofagi (quindi in qualche senso ‘cannibali’). Tramite loro, alcuni individui umani succhiano il sangue e la vita a tutti gli altri. Questi soggetti stra- e pre-potenti sono ormai nettamente sovraordinati rispetto agli Stati nazionali, e anzi utilizzano la legittimazione che deriva appunto dagli Stati democratici per imporre le loro decisioni private a tutti gli umani, e per trasferire agli organismi da loro guidati tutti i poteri dei cittadini normali, i ‘comuni mortali’. In ultrasintesi: nel secolo scorso (epoca del comunismo/socialismo/welfare) sono stati nazionalizzati/statalizzati i beni di tutti gli umani (luce,


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acqua, educazione etc.): tutti i beni del mondo sono stati messi nelle mani degli Stati, con la giustificazione che questi rappresentavano tutti gli individui umani. Adesso siamo nella fase in cui questo potere totale viene offerto ai grandi soggetti privati che sono in grado di accaparrarselo. Quando penso a tali soggetti, mi riferisco per esempio alle Sette sorelle del petrolio, ai proprietari della “rete padrona”, alle corporations multinazionali, e così via. Ma qui siamo ancora lontani dal vero potere, per giungere alla comprensione del quale bisogna verosimilmente passare, per quel poco che ci è dato di sapere, attraverso quei gruppi umani organizzati che governano, pianificano, costruiscono e gestiscono mentalmente/spiritualmente tali Grandi Corpi/corporations. Per quel poco, pochissimo che ci è consentito di conoscere, abbiamo qui a che fare con gruppi familiari, tribali ed etnici, ovvero anche con clan che in millenni di storia hanno costruito ramificazioni di potere che ormai si stendono su tutta la terra e sull’intero corpo sociale. È infatti in via di completamento un sistema-apparato di potere che ha ormai un controllo pressoché completo su tutti gli individui umani, in tutti i loro aspetti e da tutti i punti di vista. A questo livello – è bene essere chiari su questo punto – sto parlando semplicemente di ‘impressioni’. Perché capire/dire davvero quello che sta accadendo implicherebbe la capacità, ma soprattutto la possibilità, di accedere alle fonti di informazione necessarie. Per esempio, tanto per incominciare, quali sono i gruppi famigliari e i clan che governano il mondo? Da uno studio recente sarebbe emerso che poche decine di persone posseggono e/o governano, tramite intrecci proprietari e simili, qualcosa come il 70% della ricchezza mondiale. E il problema, più che quantitativo, è qualitativo, nel senso che è costituito dal dislivello di consapevolezza che si è ormai creato tra chi governa questi apparati e chi li ‘subisce’. Tra questi soggetti e gli individui umani ‘naturali’ rischia ormai di esserci un dislivello superiore a quello che vi è tra l’ultimo degli umani e il primo degli animali non umani. Ma concludo questo punto ribadendo l’interrogativo principale, quello relativo cioè alla comprensione delle nuove forme di vita che si stanno imponendo sulla terra. Oggi è praticamente vietato, direi proprio persino giuridicamente (in termini di diritto sia civile che penale), anche solo porsi domande di questo genere. È qui che emerge come centrale il ruolo ‘s-velativo’ (a-letheia) della filosofia. Non tanto – come dicevo nella Risposta n. 2 – nel senso di svelare misteri o complotti, ma nel senso che il dislivello evolutivo (la neospeciazione) è determinata principalmente proprio dal diverso livello di consapevolezza. Sicché dare consapevolezza agli umani normali (gli uomini ‘naturali’) vuol dire portarli a un più alto livello evolutivo. Come dicevo, la verità, lungi dall’essere un semplice mezzo in vista della costruzione di certi organismi, è essa stessa già la creazione degli elementi essenziali che definiscono il DNA di tali organismi “risvegliati”. B)

Lo spazio per la libertà di azione. Che spazio rimane per la libertà umana a fronte dello strapotere detenuto da metaorganismi come eserciti, gruppi finanziari, apparati burocratici, aziende multinazionali? Come non cedere alla disperazione visto che tali ibridi prodotti dalla storia umana sembrano intenti solo a riprodurre le proprie logiche autoaccrescitive senza la minima attenzione al benessere delle persone e del pianeta?

Innanzitutto questi organismi – fino a prova contraria – nascono dall’umanità, e sono originariamente intesi come espressione della libertà degli umani in generale. Il problema è che, generandosi, essi spezzano l’umanità in vari organismi conflittuali, tali che l’affermazione dell’uno contrasta con quella dell’altro, e che – come dicevo – essi si distribuiscono su gradini diversi della scala tecno-evolutiva. Ora, gli umani non hanno più alcuna libertà o alcun diritto a prescindere dal loro appartenere a questi organismi, sicché la loro semplice appartenenza al genere umano non garantisce più la tutela della loro vita e della loro reale libertà. L’epoca dei diritti umani, che tutela i singoli individui in quanto tali, è dunque terribilmente arretrata rispetto a quello che sta succedendo.


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In particolare perché il suo punto di riferimento concettuale, cioè da un lato il singolo individuo umano e dall’altro lato l’umanità intesa come un insieme omogeneo e coerente, è ormai un presupposto largamente discutibile, direi ampiamente tramontato. Si tratta dunque di passare dalla nozione di umanità a quella di forme di vita, per vedere in che modo sia possibile, all’interno del nuovo ‘zoo’, una forma di convivenza armonica tra le varie forme neo-animali che popolano la terra. “Come non cedere alla disperazione?”, Lei chiede. La questione è complessa. Perché la forza di tali organismi deriva proprio dal fatto che essi si sono posti (e ancora si pongono) come paladini degli esseri umani, e in particolare dei deboli, degli oppressi e dei diseredati. Proprio questo ha fatto sì che gli umani in qualche modo abbiano acconsentito a mettersi nelle loro mani, a consegnarsi completamente a loro. E in un certo senso è vero che quei soggetti sono i difensori degli umani. Ma lo sono così come i pastori del gregge difendono dai lupi il gregge (che poi però tosano); o, per ricorrere a un’altra immagine, più o meno come i regnanti di un tempo lo erano rispetto alle popolazioni a loro sottoposte: in cambio della difesa dal nemico esterno essi esigevano dei privilegi regali (jus primae noctis, tanto per dirne una) che finivano per rovesciare in schiavitù quella che doveva essere la tutela della vita e della libertà. Questo è esattamente quello che si sta ripetendo, alla grande, con gli attuali metaorganismi postantropici. In questo senso potrebbe sembrare poco corretto dire che questi soggetti agiscono “senza la minima attenzione al benessere delle persone e del pianeta”; ché, anzi, la loro legittimazione deriva proprio dal fatto di avere cura di tutti gli esseri umani, giacché proprio da qui deriva il loro presunto diritto a governare la terra. Peraltro è vero che essi di fatto sono responsabili solo nei confronti degli umani che costituiscono il loro “corpo/corporation”. Si badi che però, all’interno della logica ‘negativa’, essi hanno il diritto di fare ciò, e quindi questo accade non violando le leggi dell’attuale sistema ma utilizzandole in un certo modo. Ed è per questo che il risultato alla fine può essere totalmente catastrofico, tanto a livello sociale (sperequazioni, violenze, ingiustizie) quanto a livello ambientale (catastrofi ecologiche etc.). Lei parla, appunto, del rischio di “cedere alla disperazione”. Certamente l’avvento di questi nuovi grandi animali, che sono di una potenza inaudita – e quindi, quando sono feroci, di una crudeltà inaudita – provocherà danni immensi e quindi dolori persino inimmaginabili per gli umani. Ma essi sono il risultato contraddittorio e quindi catastrofico della vicenda umana, cioè di quella umanità che da sempre sogna la terra come un giardino di pace e di beatitudine. Possiamo chiamare “verità” il gesto magico che riesce a ‘liberare’ lo spirito dell’umanità dalle incarnazioni malvagie, esorcismo che ha successo solo nella misura in cui tale gesto si incarna a sua volta in forme di vita coerenti con la propria ispirazione originaria. Ma questo dire verace acquista il proprio significato autentico ed efficace solo grazie alla trasfigurazione effettiva della realtà che costituisce il ‘significato’ di quel dire.


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Domanda n. 5) Leggendo i Suoi lavori ho avuto l’impressione che, rispetto al Potere, Lei pensi sia possibile pensare a forme di op-posizione che non coincidano con la contrapposizione, con il contropotere, insomma con l’illusione di contrastare il tecnocapitalismo negando la negatività che esso comporta. Tra il fare la guerra a chi ci fa la guerra e il lasciare tutto come sta (rendendoci così complici dell’ingiustizia globale che ci sta trascinando verso un futuro distopico) quale forma di azione politica Le sembra filosoficamente appropriata per promuovere una democrazia che differisca positivamente dall’odierna democrazia liberale assoggettata agli interessi dei mercati e del potere imperiale? Insomma, può portarci degli esempi molto concreti, di natura strettamente etica e politica (oserei dire di “attualità”), che disvelino le ricadute della Sua posizione filosofica? In particolare, potrebbe dirci quali conseguenze ne discendono per quanto riguarda il destino dell’Unione Europea? Quali possono essere le applicazioni del suo pensiero rispetto alla dicotomia odierna Sì euro / No euro, oppure UE attuale / ritorno alla sovranità delle nazioni fuori dall’UE? A) Potere e contro-potere. Grazie, di nuovo, per la domanda, anche questa molto meditata e pertinente. Il punto è estremamente delicato; per questo occorre la massima attenzione nell’uso dei termini e delle espressioni. Lei pone il problema della alternativa al potere. Il potere è evidentemente inteso come qualcosa di negativo. Il potere è, potrei sintetizzare in questo modo, dominio (oppressione/sottomissione/assoggettamento) e conflitto. Lei, poi, evidenzia il termine (op-posizione) che io scrivo con il trattino per evidenziare la presenza, in esso, della parola “posizione”, che evoca evidentemente il “positivo”. Potremmo allora dire che si tratta di distinguere la “op-posizione” dalla “contra(p)-posizione”. Quest’ultima è la relazione contraddittoria nella quale lo stesso gesto afferma, pone (posizione), ciò che nega (contra). Essa è, appunto, la relazione negativa. Nella op-posizione, invece, qualcosa viene semplicemente posto di fronte (op-, dal latino ob), distinguendosi da colui che pone, ma in una maniera che è sicuramente positiva (in quanto la realtà viene posta) ed è negativa solo all’interno di una relazione contrappositiva. Sempre riferendosi al mio discorso, Lei parla di “forme di op-posizione che non coincidano con la contrapposizione”. Il punto al quale bisogna prestare la massima attenzione è quel “non” (che appunto per questo ho qui riportato in corsivo), perché io parlerei piuttosto di “forme di op-posizione puramente differenti da quelle contra(p)-positive”. Il negativo (pensiamo al dolore) implica necessariamente il proprio rifiuto, cioè la propria negazione. Così il potere (l’im-posizione di qualcosa) implica necessariamente la contra(p)-posizione ad esso (la ribellione) da parte di chi subisce tale costrizione. Dunque inevitabili sono i gesti di contrasto (contra-sto) al potere. Come il dolore implica il rifiuto, così il potere implica il contro-potere: il potere è ciò che viene contrastato. Ma (ecco un’altra variazione del mio “slogan” per cui il negativo del negativo è negativo): “il contro-potere è potere”. Nella misura in cui il contro-potere ha una qualche effettiva, fosse anche minima, capacità di resistere al potere, esso è a sua volta una forma di potere; in quanto tale il contro-potere ribadisce la negatività del potere, e può addirittura costituirne una intensificazione. Potremmo chiamare a testimonianza di ciò la storia delle rivoluzioni, nelle quali la ribellione contro la pre-potenza del potere ha condotto sì, dapprima, alla distruzione del vecchio potere, ma poi, subito dopo, all’instaurazione di un potere più forte e (per ciò stesso) peggiore del precedente. Pensiamo per esempio al passaggio: (a) nella rivoluzione francese, dal ghigliottinamento dei Reali di Francia alla nomina a Imperatore di Napoleone Bonaparte e alle guerre napoleoniche in Europa; o, (b) nella rivoluzione bolscevica, dalla presa del Palazzo d’Inverno allo sterminio della famiglia Romanov e quindi alla dittatura leninista. Tant’è vero che ci si può chiedere se ci sia mai stata


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davvero, nella storia, una rivoluzione o se gli eventi ai quali siamo stati addestrati a dare questo nome non siano sempre stati operazioni dirette da un qualche potere sovraordinato. Come, del resto, è evidentissimo oggi, dove le varie rivoluzioni ‘colorate’ sono operazioni politiche dapprima progettate e sperimentate in laboratorio, e poi organizzate ed eseguite con precisione millimetrica dai poteri esteri che di volta in volta intendono mettere le mani su un Paese (Romania, Iran, Egitto, Libia, Siria e così via all’infinito) che svolge una politica indipendente rispetto a quella del Soggetti che fomentano la ‘rivoluzione’. B)

Una nuova democrazia Tra il fare la guerra a chi ci fa la guerra e il lasciare tutto come sta (rendendoci così complici dell’ingiustizia globale che ci sta trascinando verso un futuro distopico) quale forma di azione politica Le sembra filosoficamente appropriata per promuovere una democrazia che differisca positivamente dall’odierna democrazia liberale assoggettata agli interessi dei mercati e del potere imperiale?

Il contro-potere, dunque, è potere. La ‘rivoluzione’, pertanto, appartiene davvero al positivo nella misura in cui avviene all’interno di un contesto che si rapporta positivamente alla totalità di ciò che succede e dei soggetti in gioco; e quindi nella misura in cui il contrasto storico si determina davvero come una forma di liberazione totale dal dominio/conflitto. Totale nel senso che libera dal dominio/conflitto ogni parte in causa e realizza le vere aspirazioni di tutti i contendenti. Insomma, noi siamo stati ammaestrati a credere che la giusta rivoluzione sia la vittoria dei buoni contro i cattivi. Ora, il conflitto rivoluzionario (la ribellione contro il potere) è necessario, così come lo è il rifiuto del dolore, ma esso è davvero liberante/positivo solo nella misura in cui appartiene a un processo di autopurificazione di tutto il corpo sociale, così come l’amputazione di una parte del corpo umano è un’azione risanatrice piuttosto che una carneficina solo nella misura in cui, come può accadere in un’operazione chirurgica, appartiene a una strategia medica complessiva basata su una terapia generale e su un rafforzamento sostanziale delle condizioni di salute del corpo. Ripensando alla “inter-in-dipendenza” di Raimon Panikkar, potremmo allora intendere come davvero positivo solo il conflitto rivoluzionario del quale si possa dire che A (il ribelle) lotta con B (colui che detiene il potere), dove appunto quel “con” significa nello stesso tempo contro B ma anche insieme a lui. L’unica azione politica appropriata è dunque quella che coinvolge tutti in una trasfigurazione complessiva della vita sociale e delle relazioni umani in cui essa consiste. E quando dico “tutti” intendo proprio tutti: tutti tutti. Qui la nostra distorsione mentale, essendo noi sottoposti a decenni, secoli, millenni di incessante propaganda unidirezionale, è molto difficilmente reversibile. Perché quando diciamo “tutti” intendiamo sempre (orwellianamente) “l’insieme di ogni persona senza esclusione … ad esclusione dei cattivi”. Per esempio (richiamando i casi sopra citati): “tutto il popolo francese …. ad eccezione però della dinastia regnante e dei nobili”; oppure: “tutto il popolo russo … ad eccezione dei ‘nemici del popolo’”; oppure ancora: “tutti i libici … ad eccezione del ‘malvagio’ Gheddafi”; e così via. In verità, qualsiasi esclusione risulta, in questo contesto, una contraddizione: omnis negatio/necatio est contradictio. La politica davvero ri-evoluzionaria (questo un altro neologismo al quale faccio ricorso per sottolineare la risemantizzazione radicale di queste nozioni) deve dunque essere una politica diversa da quella democratica ma anche da quella tradizionalmente rivoluzionaria, dal momento che entrambe sono basate sul principio di polemos: la vittoria dei buoni contro i cattivi. Però, attenzione, per lo stesso motivo deve essere diversa anche da quella anti-democratica o anti-rivoluzionaria, fosse anche solo nel senso di escludente per principio la democrazia e la rivoluzione. Si tratta infatti della politica grazie alla quale si apre uno spazio nel quale tutti i soggetti in campo vedono riconosciute le loro aspirazioni.


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Per comprendere meglio tutto questo dobbiamo ritornare un momento sulla questione della democrazia, che abbiamo già affrontato nella Risposta n. 2 (punti A e B), laddove abbiamo parlato dei diritti umani. La democrazia è la congiunzione di un principio positivo (ogni cittadino è sovrano) con un principio negativo (qualcuno, a certe condizioni, ha il diritto di esercitare il potere, cioè di governare prendendo decisioni anche contro la volontà di qualcuno e quindi eventualmente anche mediante l’uso della forza). Questo è mirabilmente esemplificato dalla Costituzione Italiana, che nell’art. 1 recita: “La sovranità appartiene al popolo [principio positivo] che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione [principio negativo (del negativo)]”. In questo senso la democrazia è originariamente una contraddizione: tutti i cittadini sono sovrani ma alcuni (i governanti) sono più sovrani degli altri. Questa contraddizione, come sappiamo, dipende dal fatto che il principio negativo è, in verità, negativo del negativo; sicché è anch’esso, in qualche senso, a sua volta positivo: è, appunto, una contraddizione. Tale principio è negativo del negativo in particolare nel senso che consente di governare anche un insieme di individui che su molti aspetti sono in contrasto. Infatti la logica (‘negativa’) della maggioranza scongiura il male maggiore costituito dalla guerra civile o comunque dalla interruzione della convivenza civile o della collaborazione tra i cittadini anche per quegli aspetti sui quali essi invece sono d’accordo (difesa rispetto agli Stati esteri, produzione di merci e di organismi/istituzioni sociali la cui realizzazione è resa possibile solo grazie alla cooperazione generale, e così via). Potremmo insomma dire che la logica democratica è la logica del male minore. Chi perde nel gioco democratico, infatti, subisce sì un danno, ma un danno comunque inferiore a quel male supremo costituito dalla situazione nella quale gli interessi contrastanti portano al conflitto armato e quindi poi alla guerra civile, o anche solo alla situazione in cui individui, che su molte altre cose potrebbero andare d’accordo e quindi collaborare proficuamente, non trovando un accordo unanime su tutti i punti cessano completamente le loro attività collaborative, con evidenti svantaggi per tutti. In altri termini, il principio della sovranità universale è positivo, però ha il problema che, proprio in quanto davvero ‘positivo’, consente di governare solo quando (e per quel tanto che) tra i ‘sovrani’ ci sia unanimità. La procedura maggioritaria (e tutto ciò che essa comporta) è negativa, nel senso che viola in qualche misura la sovranità di qualcuno, ma è a sua volta positiva perché consente di governare una società, e quindi di tenerla unita, anche quando manchi, tra i suoi membri, l’unanimità. Dunque la democrazia è tutta positiva, anche nei suoi aspetti negativi (in quanto nonnegativi). Solo che se tali aspetti non-negativi vengono identificati e quindi confusi con il positivo, si giunge al disastroso rovesciamento del positivo in negativo. Amputare un organo malato di cancro è un danno per il corpo (quindi è un negativo), però è qualcosa di buono (un positivo) in quanto scongiura la morte del paziente. Ma se, partendo dalla giusta consapevolezza che anche un negativo (in quanto non-negativo) è un positivo, si assume come criterio della salute umana l’asportazione dei tumori e delle parti infette degli organi malati, accade (per esempio) che la crescita a dismisura del numero dei tumori, purché questi siano combattuti e almeno in parte efficacemente contrastati, venga interpretata come un segno di crescita della salute e del benessere dei cittadini, mentre in realtà essa rappresenta un drammatico incremento della malattia e del malessere (e purtroppo temo che questa non sia solo una battuta). Viceversa, è chiaro che la cura della salute è ben altra cosa rispetto all’amputazione delle parti malate del corpo. Allo stesso modo, la democrazia procedurale (maggioranza etc.) è una forma di conflitto che, a certe condizioni, evita un male peggiore: guerra civile (meglio contare le teste che tagliarle) e disgregazione del corpo sociale (meglio condividere il pasto con persone ‘antipatiche’ piuttosto che restare a digiuno). Ma se la si assume invece come criterio del bene, essa si rovescia in una intensificazione del male (conflitto). La pratica politica davvero giusta consiste dunque nella promozione di quelle condizioni che fanno sì che persino un certo danno (la battaglia elettorale) rappresenti un male minore rispetto a un altro danno (la guerra civile). Ora, questa pratica deve essere diversa da quella governata dalle istituzioni democratico-procedurali, dal momento che queste sono appunto il problema, sicché assumerle come soluzione significa riprodurre se non


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intensificare il problema. Pertanto, di nuovo come sopra, questo secondo aspetto ‘negativo’ (la democrazia-maggioritaria-procedurale) ha valore positivo (in quanto non negativo, cioè negativo nei confronti di qualcosa di negativo) solo a condizione che esso, pur essendo un male, costituisca un male minore rispetto a quello che esso combatte ed evita; ma allora tale decisione (che un male sia minore di un altro) deve essere basata su un criterio che questa volta deve essere davvero positivo. Se noi contrapponiamo astrattamente un pacifico conflitto elettorale a una sanguinosa guerra civile indiscriminata, è chiaro che il primo è un male minore del secondo; ma da un punto di vista concreto una sequela di procedure elettorali può portare progressivamente a situazioni di asservimento e a condizioni di vita peggiori di quelle determinate da un conflitto aperto ma breve e ‘umano’. La positività del lato non-negativo (sottomissione alla maggioranza), insomma, dipende dal fatto che questo esprime un valore ulteriore rispetto a quello non-negativo, perché è un valore che è davvero universalmente positivo. Ma allora una condizione essenziale perché il governo della maggioranza costituisca effettivamente un danno minore rispetto alla rottura della collaborazione civile è che ogni cittadino (quindi la totalità dei cittadini) riconosca liberamente ed esplicitamente che la sottomissione al potere/governo della parte avversa (la maggioranza) costituisce un danno minore rispetto alla rottura della convivenza sociale e addirittura alla guerra civile. Questa, però, è una cosa che può essere verificata solo in una dimensione ulteriore rispetto a quella dei procedimenti democratici (cioè rispetto alla sovranità popolare e alle procedure maggioritarie), e solo di fatto, ovvero a posteriori rispetto a qualsiasi delibera democratica. Sulla base di tale considerazione si potrebbe dire che la soluzione consiste nell’impegnarsi a realizzare il primo versante, quello positivo, della Costituzione (siamo tutti sovrani!). Però attenzione, perché nella Costituzione (che appunto per questo costituisce una contraddizione) il principio positivo viene subordinato a quello negativo, mentre davvero positivo è il principio propriamente positivo, quello cioè per il quale la sovranità popolare vale in maniera assoluta, cioè anche in relazione ai condizionamenti di potere imposti dalle procedure democratiche. Si tratta, dunque, di una politica puramente differente da quella democratica. E si ricordi sempre che questa politica puramente positiva è diversa anche da quella anti-democratica: combattere e distruggere la democrazia non solo è ben lungi dal risolvere il problema, ma anzi in linea di massima lo aggrava. Perché persino la democrazia è, nei suoi limiti e a determinate condizioni, qualcosa di utile e di positivo. Anche qui, richiamando la ‘parabola’ dell’ombrello di cui ho parlato (nella Risposta n. 2, punto A) a proposito della superstizione democratica, possiamo dire che, come distruggere l’ombrello non serve a suonare bene il violino giacché per questo ci vuole l’archetto, allo stesso modo distruggere la democrazia non serve a costruire una società giusta e armonica, giacché a tal fine occorre una pratica sociale davvero positiva. Peraltro è chiaro che credere di poter ottenere questo risultato mediante gli strumenti democratici è una superstizione bella e buona. In effetti, la democrazia è (insieme alla tecno-scienza e ad altre figure che sarebbe interessante indagare) la grande superstizione della nostra epoca. Essa viene di fatto vissuta e imposta come un valore assoluto-incondizionato, mentre in realtà non possiede alcuna giustificazione che le consenta di presentarsi come un siffatto valore. L’unica giustificazione che si sente ripetere fino alla nausea è una battuta di spirito, quella attribuita a un personaggio controverso come Winston Churchill, cioè che “la democrazia è la peggior forma di governo, tranne tutte le altre”. Ora, in base a quanto detto poco fa, questa battuta è vera solo se completata in questo modo: “… a condizione che si sia in grado di dimostrare che di fatto sia migliore di tutte le altre forme di governo”. E decidere questo con mezzi ‘democratici’ costituisce un palese circolo vizioso. Senza considerare poi la circostanza che in un’epoca, come quella presente, nella quale praticamente tutti i regimi politici si dichiarano, almeno ufficialmente, democratici (e quindi sono poi costretti ad essere, almeno in qualche misura e in qualche senso, tali) questa battuta andrebbe troncata a metà (visto che non ci sono più altre forme di governo); sicché, paradosso per paradosso, in realtà la battuta di Churchill viene oggi a significare: “La democrazia è il peggiore regime politico (punto e basta)”. C)

Per l’avvio di una riflessione su tre questioni decisive: la democrazia, l’economia, la tecnica.


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Se si vuole avere una società giusta e armonica, l’unica cosa da fare è dunque dotare gli umani di un ‘archetto’ politico, cioè promuovere forme di socialità governate da un principio puramente positivo. A partire da queste considerazioni risulterebbe possibile un’analisi determinata delle contraddizioni e dei problemi della nostra epoca, che si rivelerebbe sicuramente molto interessante. Qui non è possibile svolgere tale analisi, è però ugualmente utile fornire qualche cenno per mostrare in che senso considerazioni apparentemente così astratte come quelle precedentemente svolte possano assumere un volto concreto e determinato. C1)

L’in-vincibilità della democrazia.

Una prima osservazione riguarda la grandezza e i limiti della democrazia, quindi, in qualche misura, della civiltà occidentale. La democrazia risulta nello stesso tempo in-vincibile e catastrofica. Quanto al primo lato, essa è non solo in-vincibile ma anche (più in generale) imbattibile e in-superabile (nel senso che genera “benessere” in una misura mai conosciuta in precedenza). Essa è invincibile in quanto basata sul principio (negativo) del conflitto e del dominio, cioè polemico e impositivo, sicché risulta incontrastabile nel senso che se la si combatte si rafforza il negativo che essa racchiude in sé; ed è in-superabile in quanto la capacità di tenere uniti uomini ostili o indifferenti le consente di realizzare uno sviluppo produttivo e tecnologico eccezionale. Più precisamente, la democrazia (come in-negabile) è basata sul principio della negazione del conflitto e del dominio totali, ma quindi sul principio della legittimità del conflitto e del dominio contro i confliggenti portatori del male maggiore costituito dal conflitto totale (la guerra civile). La sua incontrastabilità, come si diceva, dipende dal fatto che chi volesse contestare il suo principio (polemos) sarebbe costretto a farlo proprio. Nella politica nazionale, chi contestasse, in quanto conflittuale (negativa), la ‘lotta’ elettorale, entrerebbe in conflitto quanto meno con i rappresentanti e i paladini di tali procedure e delle relative istituzioni, riproducendo ed intensificando in tal modo il problema (la conflittualità) che intendeva risolvere. Anche in politica estera – dove le potenze democratiche, trattando come incondizionato il valore della democrazia, si sentono autorizzate a imporre tale regime a tutto il resto del mondo, e trasformano quindi in im-posizione, questa volta non democratica ma bellica, la costruzione della democrazia – i soggetti che rifiutano questa imposizione sono costretti a rispondere a loro volta in maniera militare, eventualmente anche di tipo asimmetrico, confermando però in tal modo la vittoria incontrastabile del principio polemico. Tale dinamica è di carattere antropologico e quindi generale, ma il suo paradigma è rappresentato dalla politica degli USA. Negli ultimi due secoli tale nazione ha proceduto alla costruzione sempre più accelerata di un apparato tecnologico-militare-spionistico-propagandistico che è risultato, rispetto a quasi tutte le altre potenze del mondo, praticamente inattaccabile (anche se oggi, almeno da certi punti di vista, le cose si stanno forse un po’ complicando). Ritenendosi invincibili dal punto di vista tecno-militare (e intensificando all’infinito gli sforzi tesi a rendersi effettivamente tali), i soggetti che hanno il controllo di tale apparato hanno proceduto in maniera implacabile a ridurre ogni questione internazionale a una contrapposizione militare, riuscendo in tal modo a conseguire manu militari i propri obiettivi. Per quanto riguarda l’innesco della guerra, pretesti più o meno fittizi e/o artefatti – dal Lusitania nel 1915, a Pearl Harbor nel 1941, all’incidente del golfo del Tonchino nel 1964, fino all’11 settembre 2001 e alla falsa prova della armi di distruzioni di massa possedute da Saddam Hussein nel 2003, per giungere infine alle operazioni in Libia e in Siria ancora in corso – hanno ridotto tutte le questioni politiche, sociali, culturali, economiche e antropologiche a un duello armato, dove la decisione di ciò che era giusto o meno è stata demandata al campo di battaglia, ancorché, come inevitabilmente succede nelle vicende umane, il suo esito non sia sempre stato in maniera univoca a favore di chi aveva puntato tutto sulla guerra (pensiamo per esempio al Vietnam, a suo tempo, e, in questi ultimi anni, alla Siria, dove la “resistenza” opposta dalla Russia ha trasformato in un confronto globale quella che sembrava essere una semplice partita locale). Una volta trasferito il ‘contenzioso’ su un piano


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militare e propriamente bellico, la conquista di una preminenza assoluta nei cieli (prima con gli aerei, poi con gli altri strumenti spaziali) ha consentito a tale soggetto di trasferire ogni scontro armato su un campo di gioco nel quale esso risultava invincibile: i fanti e persino i carri armati non possono nulla contro i bombardamenti aerei (e così via con i successivi e mirabolanti sviluppi tecnologici). Ora, la giustificazione/legittimazione di tutta questa immane macellazione storica è basata, come sempre, sull’affermazione che tali devastanti operazioni costituiscono la negazione di qualcosa di negativo. Infatti la in-vincibilità è una forma dell’in-negabile. E in questo senso è vero che l’impostazione democratica e quella dei diritti umani esclude a priori la violenza in-giustificata (in-giusta) contro gli individui umani (tortura, genocidio, crimini contro l’umanità etc.); ciò almeno nella misura in cui è coerente con le proprie assunzioni (facendo dunque finta di dimenticare Guantanamo, le extraordinary renditions, e tutto ciò che ruota attorno a questo mondo). Ma, nella misura in cui tale positivo conserva dei tratti negativi, cioè legittima o comunque ammette una qualche forma di violenza nei confronti degli esseri umani (la violenza operata dalla ‘giustizia’, quella implicita nella guerra giusta o nel conflitto regolamentato, etc.), ecco che esso finisce per intensificare al massimo il negativo. Una comprensione adeguata di questo scenario richiederebbe l’introduzione di un’analisi relativa a due ulteriori elementi, connessi al precedente ma distinti da esso: quello economico e quello tecnologico. Pure per questi aspetti dovrò limitarmi ora a qualche osservazione di carattere generale. C2)

L’in-superabilità dell’economia competitiva.

Anche l’economia, isolata da un fondamento pienamente positivo, è basata su un principio non-negativo piuttosto che su un principio positivo. Essa non richiede che le sue regole di funzionamento garantiscano la positiva soddisfazione di tutti i soggetti produttori/scambiatori di merci, semplicemente si limita a garantire che ciò avvenga senza violenze fisiche o senza imbrogli veri e propri. L’economia cosiddetta capitalistica, insomma, non richiede una reciproca simpatia tra i soggetti economici, ma solo che la competizione tra di loro sia corretta, nel senso che il danneggiamento reciproco risulti limitato, cioè escluda determinati atti estremi (omicidio, furto e simili). Ciò significa che questo tipo di economia è basato sulla ostilità o quanto meno sulla in-differenza reciproca. Il denaro è la rappresentazione paradigmatica di questa circostanza. Esso apre il regno della totale indifferenza e quindi della irresponsabilità reciproca tra i soggetti che si scambiano merci per denaro. Ognuno deve cercare di ottenere il massimo per sé, perché non esiste un limite naturale né una distribuzione giusta a priori; giusto, infatti, è tutto ciò che si riesce a ottenere senza violare le regole costituite. Questo genera una società sostanzialmente conflittuale, polemica, che fa da perfetto pendant con la società democratica: ognuno può/deve conquistare il massimo potere/vantaggio possibile, e questo, purché sia ottenuto nel rispetto delle regole, è legittimo e quindi giusto, per quanto dannoso possa essere per altri. Come sopra, la competizione regolata, nella quale la violenza viene limitata, consente una collaborazione priva di valori assoluti tra individui indifferenti e quindi potenzialmente/tendenzialmente ostili. E, come tutte le logiche negative in quanto non-negative, essa, se viene identificata con il positivo, si rovescia in negativo ma nello stesso tempo risulta incontrastabile. Si rovescia in negativo perché l’idea che sia possibile garantire un limite al negativo con mezzi negativi è illusoria. Non c’è un limite al male, come ci insegna anche Leopardi. Per questo, se si legittima un male (un negativo) per il fatto che esso evita un male (negativo) maggiore, allora qualsiasi orrore può essere “giustificato”; perché dato un orrore (O1) grande a piacere (si fa per dire…), è sempre possibile trovare un orrore O2 maggiore del precedente, tale che O1 resta legittimato in quanto male minore rispetto a O2, e così via a piacere (o meglio, a dispiacere). Credo che questa sia la radice profonda per la quale la nostra economia è stata giudicata “satanica” da Gandhi, appunto in quanto essenzialmente priva di principi etici positivi, e la nostra


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società è stata giudicata “velenosa” da Mao Tse-Tung, appunto perché in essa principi dichiaratamente non etici vengono assunti come criteri fondamentali per la vita sociale ed economica. C1)

L’in-arrestabilità della tecnica.

Anche il fenomeno della tecnica può essere considerato da questo punto di vista. Pure essa, infatti, presenta quell’aspetto per il quale il positivo si configura come negazione del negativo. Per questo versante essa è basata sulla legittimazione della distruzione del mondo dato (naturale) in quanto esso presenta degli elementi negativi, e quindi sulla sua sostituzione con un mondo che, essendo progettato e costruito ad hoc, non presenta quei difetti. La tecnica conduce quindi alla sostituzione del mondo naturale, anche antropologico, con un mondo artificiale. Anche qui, il problema è che la tecnica risolve determinati problemi (per esempio determinate malattie), nega cioè il negativo, producendo però nuovi problemi e i relativi danni. Per esempio in ambito medico – come abbiamo già visto nella Risposta n. 3, al punto B, e poi al precedente punto B di questa stessa Risposta n. 5 – accade che venga intesa come società sana quella che in realtà si presenta come una specie di fabbrica del cancro (quasi tutti gli alimenti che consumiamo sono sostanzialmente cancerogeni) la quale produce individui che vengono poi sottoposti a una specie di ‘carneficina’ – chirurgica o chimica (chemioterapica) – al fine di eliminare il male. Da questo punto di vista, la medicina rischia di trasformarsi in una sorta di “guerra contro il corpo (malato) dei mortali”. Sia chiaro, sul versante della eliminazione dei mali l’operare medico è spesso ‘miracoloso’, sia nel senso che riesce ormai a ridurre incredibilmente l’invasività e la negatività dell’intervento (si pensi anche solo all’introduzione della laparoscopia in chirurgia), sia nel senso della efficacia degli interventi. Ed è evidente pure che non è l’apparato medico (quello deputato alla eliminazione della malattia) il responsabile diretto (e tanto meno intenzionale) della crescita delle malattie; però esso costituisce un momento importante del sistema complessivo che sfocia in una sorta di carneficina, sistema che in qualche modo risulta legittimato proprio dall’efficacia dell’operare medico, e tanto più lo è quanto più questo risulta ‘miracoloso’ nello sconfiggere le malattie ed è irreprensibile dal punto di vista etico. Resta comunque il fatto che la cura in positivo della salute è tutt’altra cosa rispetto alla eliminazione della malattia. All’interno di un sistema nel quale il bene viene confuso con la negazione del male, qualsiasi ‘macello’ può risultare giustificato. Per fare un paragone esagerato ma chiaro, il mal di testa è sicuramente un danno, sicché, se si assume l’eliminazione del male come il criterio del bene, allora la decapitazione di chi soffre di emicrania diventa un bene, dal momento che indubbiamente fa cessare il suo mal di testa. Analogamente, in altro campo, è indubbio che i canali di Venezia puzzino; ma la soluzione consistente nell’asfaltare Venezia costituisce un rimedio peggiore del male. Senza contare poi gli effetti collaterali più o meno involontari, e le conseguenze ‘negative’ che possono svilupparsi ad un livello superiore, generati proprio dall’intervento che ha avuto successo; penso per esempio agli spostamenti di ricchezza, e ai conseguenti squilibri nell’ambito del potere, che la potenza tecnologica (per quanto benefica) determina. Da questo punto di vista, si potrebbe allora dire, in una battuta, che la tecnica (per esempio medica) “fa miracoli ma produce disastri”. Tutto questo vuol dire, insomma, che il criterio per decidere ciò che è buono deve essere, alla fine, un criterio puramente/pienamente positivo, giacché un criterio semplicemente negativo (inteso come negativo del negativo) può condurre a legittimare qualsiasi orrore. All’interno di una logica esclusivamente e cocciutamente negativa, la medicina si trasforma in quella guerra contro il corpo malato del mortale di cui abbiamo parlato, e l’intera politica umana si rovescia in una rottamazione del mortale, il quale viene sostituito da una forma di vita artificiale. D)

Il significato della alternativa.


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Insomma, può portarci degli esempi molto concreti, di natura strettamente etica e politica (oserei dire di “attualità”), che disvelino le ricadute della Sua posizione filosofica? Arriviamo, dunque, alla questione della alternativa alla prospettiva negativa (che è in fondo quella dell’orrore). Il punto è che, se si resta all’interno del pensiero per il quale la differenza è una negazione, tale alternativa viene pensata come negazione della situazione attuale, riproducendo in tal modo il problema che intendeva risolvere. Davvero positiva è l’impostazione che integra il positivo inteso come non-negativo all’interno di una prospettiva veramente positiva. Essa deve illustrare le condizioni alle quali anche tutti questi aspetti problematici (democrazia, diritti umani, economia, tecnologia etc.) mostrano un volto positivo. Potrei allora fornire un’esemplificazione più determinata di quella che può essere un’alternativa positiva all’attuale situazione in relazione specifica alla democrazia procedurale. Come sopra (al punto B) abbiamo visto, l’accesso alla logica della maggioranza è necessario quando una comunità non si trova d’accordo su alcune decisioni. Ora, le possibili vie d’uscita da questa difficoltà sono di due tipi, da un lato quello del governo di maggioranza, dall’altro lato quello che io chiamo della libera con\divisione. In quest’ultima ipotesi la comunità si suddivide consensualmente e si riarticola in tante sotto-comunità quanti sono i gruppi che sono in grado di rispettare il principio dell’unanimità. Potremmo dire che vale qui, per ogni comunità data, la clausola del libero recesso: chiunque è libero di abbandonare la società nella quale non si sente riconosciuto come sovrano. Questa è l’unica modalità che è davvero coerente con il criterio della sovranità popolare e quindi del valore universale; naturalmente a condizione che la suddivisione avvenga in maniera consensuale. Si badi che anche la decisione di risolvere certe questioni a maggioranza può far parte delle decisioni prese consensualmente. In questo caso, però, consensuale deve essere tutto ciò che riguarda l’ampiezza, il tipo, i tempi e i limiti del mandato maggioritario. Ovvero, anche il criterio della maggioranza può avere un valore davvero universale, ma appunto solo quando sia assunto in maniera davvero unanime circa tutte le questioni che esso investe. Lo stesso vale per la rappresentanza intesa come delega del potere. Anche questa può avere davvero un valore universale, ma solo a condizione che il ‘delegato’ sia scelto liberamente e in maniera unanime da ciascun membro della società, e che anche la portata e i limiti del suo mandato siano decisi all’unanimità. Ogni altra situazione perde invece il carattere del valore universale, e quindi comporta una dose di pre-potenza e quindi di violenza. Questo, cioè la con\divisione, riguarda il lato ‘negativo’ dei rapporti sociali, ovvero le questioni circa le quali c’è disaccordo; ma c’è anche il lato ‘positivo’, il quale riguarda la costruzione di relazioni positive tra i vari ‘gruppi’ nei quali la società liberamente si articola. Si tratta allora di rispondere alla domanda circa come si possa garantire l’unità dei (nuovi) gruppi che in tal modo si costituiscono. L’impostazione tradizionale è quella del governo e della rappresentanza: vi è un luogo che rappresenta l’unità di tutti i soggetti che costituiscono la società, cosa che richiede una logica costruttiva gerarchico-piramidale. Anche tale impostazione può scaturire da esigenze reali; per esempio, e in particolare, da quella di essere rappresentati di fronte al potere costituito. Ma, all’interno di essa, positiva può risultare solo una procedura che, nei suoi tratti più formali, può essere descritta nel modo che segue. Ogni gruppo unanime nomina un proprio rappresentante; l’insieme di questi rappresentanti a loro volta si organizza in vari gruppi che, sempre adottando il criterio dell’unanimità, eleggono altri rappresentanti (di secondo livello, ovvero metarappresentanti), i quali di nuovo si articolano spontaneamente in gruppi che nominano altri rappresentanti unanimi, e così via, fino ad arrivare al vertice costituito da rappresentanti unanimi che a questo punto evidentemente rappresentano, in maniera mediata ma effettiva, tutti i cittadini, e sono quindi titolati a rappresentarli nel momento di prendere decisioni valide per tutti. Si apre però, a questo proposito, una questione interessante e delicata. Perché è quanto meno possibile – e, nella situazione data, estremamente probabile, per non dire praticamente sicuro – che a un certo punto la catena di nomine unanimi e progressive dei rappresentanti si interrompa, e che non risulti dunque


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possibile attingere in maniera unanime un livello unitario completo, cioè totale. Ora, può sembrare che questo fatto, da capo, costituisca una confutazione della logica positiva, nel senso che parrebbe che allora non abbia senso intraprendere questa ampia e complessa costruzione di reti sociali unanimitarie se poi essa non riesce a mettere capo a una costruzione che arriva a ‘mettere il tetto’ alla casa, cioè a costituire il vertice della piramide. Ma se si riflette con un po’ di attenzione si capisce che le cose stanno in maniera del tutto diversa. Perché – come ormai a questo punto del discorso dovrebbe risultare chiaro – l’impostazione che propongo è ben lungi dal voler abbattere le istituzioni vigenti sostituendole con una nuova forma di potere. Sicché, essendo la costruzione di tale ‘edificio unanimitario alternativo’ del tutto compatibile con il perdurare delle attuali istituzioni, il fatto che il governo unanime non riesca a coprire l’intero corpo della società (né in senso quantitativo né in senso qualitativo) è ben lungi dal dimostrare che esso non possegga un senso e una funzione eminentemente positivi. Anzi, il ruolo positivo che ciò può svolgere è peculiare e decisivo. Perché solo esso (naturalmente a determinate condizioni) può fungere da metro per valutare in quale misura le decisioni prese siano giuste, cioè davvero riconosciute valide da tutti, e in quale misura invece siano ingiuste, cioè prese contro la volontà di qualcuno. E nonostante questa consapevolezza sia qualcosa di diverso dalla legittimazione di eventuali azioni di lotta contro le leggi ingiuste (giacché anche queste lotte sarebbero, per definizione, a loro volta ingiuste), tuttavia essa costituisce uno strumento indispensabile in vista di qualsiasi possibile ‘composizione’ consensuale delle differenti posizioni. Giacché qualsiasi soluzione che non prevedesse questa forma di conciliazione unanime risulterebbe comunque ‘ingiusta’, e quindi in qualche misura prepotente e violenta. Solo all’interno di una accecante superstizione si può ritenere che qualche rituale di scaramanzia sociale (elezioni, comizi, dibattiti etc.) possa rendere giusto ciò che invece è per sua natura ingiusto. E, per converso, solo un mezzo che incarni già in se stesso il fine a cui mira (quale è appunto l’apparato in via di costruzione in base a un criterio unanime) può essere davvero efficace per il raggiungimento del fine della concordia sociale. Ma c’è un altro punto che va sottolineato con altrettanta energia. Perché, oltre alla prospettiva che abbiamo chiamato gerarchico-piramidale (e naturalmente oltre a quella, precedentemente esposta, della divisione consensuale) esiste un’altra possibile modalità di ‘unificazione consensuale’ del corpo sociale; una modalità ulteriore che naturalmente può/deve essere integrativa rispetto a quelle precedenti. È quella che io chiamo la dinamica dell’intreccio continuo. I vari gruppi si tengono congiunti e in armonia mediante il fatto che ogni individuo di un gruppo appartiene anche a una serie di altri gruppi, così che, mediante (cioè attraverso la mediazione) degli individui che li compongono, ogni gruppo/comunità è in contatto e in sinergia con ogni altro gruppo/comunità. Nella misura in cui tali rapporti si costituiscono come ‘armonici’, si realizza una situazione di accordo che è determinata da una reciproca permeabilità di tutti i gruppi piuttosto che da una catena gerarchica di comandi. In questa ipotesi, dunque, i gruppi si accordano continuamente mediante una serie di micromovimenti di aggiustamento reciproco. Proprio come in un’orchestra, dove ogni strumento in ogni momento rinnova il suo accordo con tutti gli altri strumenti. Ma un paragone più adeguato potrebbe essere quello degli sciami di api o degli stormi di uccelli, salvo poi vedere in concreto come si organizzano davvero in natura gruppi di animali. Questa indicazione vale per la politica nazionale, cioè interna agli Stati; ma vale anche per quanto riguarda la politica internazionale. Anche qui può essere assunto, come valore davvero universale, solo ciò che davvero ottiene il riconoscimento di tutti gli individui. E tale valore può essere conservato solo all’interno di una riarticolazione/suddivisione generale del mondo che rispetti il criterio della libera con\divisione unanime, congiunto con quelli rispettivamente della costruzione unanime della rappresentanza gerarchico-piramidale e dell’intreccio continuo tra tutti i possibili gruppi. Anche queste due ulteriori dinamiche (gerarchia unanime e intreccio continuo) ubbidiscono dunque alla logica della libera condivisione, intendendo però questa volta tale termine nel senso della unificazione concorde piuttosto che in quello della separazione consensuale. Del resto, questa ristrutturazione (destrutturazione, distruzione, riarticolazione, scomposizione) dell’intero pianeta in un certo senso è già in corso. Anche i regimi


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umanitari/democratici, infatti, stanno procedendo a una ristrutturazione completa del mondo e della società umana. Il problema è che oggi questo avviene tendenzialmente in base a un criterio negativo (in quanto non-negativo). Si tratta dunque di cogliere e valorizzare il senso positivo di ognuno di questi fenomeni ricollocando tutto questo immane processo all’interno dell’orizzonte puramente/pienamente positivo. Ma in che misura, e in che senso, una cosa del genere diventa possibile? Qui si annuncia un problema decisivo, quello delle categorie interpretative della realtà. Dal punto di vista dell’in-negabile, ciò che sta accadendo è l’affermarsi del soggetto in-vincibile e in-vulnerabile. Ma questo evento, per quanto ampiamente positivo, nella misura in cui è negativo (sia pure come nonnegativo) risulta catastrofico. Esso assume un significato davvero positivo nella misura in cui viene integrato dal punto di vista del puro/perfetto positivo, quello cioè per il quale ciò che si s-vela (a- letheia), ovvero ciò che si realizza/concretizza, è la cosa migliore tra tutte le cose ‘possibili’. Dove il darsi dell’assoluta com-posizione accade sempre nella forma della possibilità, nel senso che si realizza grazie al gesto che, annunciandola, la porta a compimento. Questa prospettiva implica che, da un lato, ogni soggetto ‘negativo’ cela in sé un aspetto per il quale questo aspetto è un negativo-del-negativo e quindi, a suo modo, un positivo; e, dall’altro lato – e di conseguenza – ogni iniziativa politica può essere vissuta in maniera puramente positiva. Sicché, da questo punto di vista, è quasi contraddittorio promuovere organizzazioni e/o attività che siano puramente positive in politica; almeno nel senso che il puro positivo si può realizzare solo come ciò che porta salvezza-accordo in una concreta situazione politica, e in linea di principio in qualsiasi situazione politica. Come sopra ho osservato, infatti, il positivo è sempre possibile. Ciò detto, tutto questo può accadere davvero solo nella misura in cui si generino dei luoghi nei quali chi ha compreso la verità puramente positiva si eserciti a diventare capace – in ogni situazione nella quale si viene a trovare, e a qualsiasi livello di ‘potere’ al quale si collochi – di compiere gesti portatori/svelatori del puro positivo. Si tratta di attivare, diciamo così, delle palestre (o laboratori) nelle quali coloro che si orientano alla verità del puro positivo possano esercitarsi in maniera da essere poi di fatto capaci, alla prova dei fatti, di realizzare davvero tale verità in tutti i contesti sociali e politici. Naturalmente ciascuno juxta propria principia: secondo le proprie modalità, competenze, specificità, situazioni personali e istituzionali, secondo i propri ‘poteri’, e così via. Potrei dire che si tratta allora di ripensare la classica idea di una Repubblica filosofica, intesa però, in maniera coerente, nella sua distinzione puramente positiva rispetto alla totalità del potere, e quindi integrativa rispetto ad essa. E un problema decisivo è allora quello del rapporto tra i legami famigliari/carnali (di sesso o di sangue) e quelli spirituali; ovvero tra i rapporti chiusi/escludenti e quelli aperti. Dove ormai dovrebbe essere chiaro che l’avvento della dimensione spirituale è davvero positiva solo se ha una relazione positiva anche con la dimensione chiusa/escludente. E) Europa In particolare, potrebbe dirci quali conseguenze ne discendono per quanto riguarda il destino dell’Unione Europea? Quali possono essere le applicazioni del suo pensiero rispetto alla dicotomia odierna Sì euro / No euro, oppure UE attuale / ritorno alla sovranità delle nazioni fuori dall’UE? A questo tipo di domanda sono sostanzialmente costretto, almeno in questo momento, a sottrarmi. Per non apparire però troppo evasivo, Le fornisco comunque qualche motivazione del perché devo astenermi, qui, dal rispondere. La Sua domanda raccoglie l’impostazione attuale della politica, quella per la quale siamo sempre di fronte a dei bivi, cioè a due strade, una delle quali porterebbe alla salvezza, e l’altra alla perdizione. Provi ora a immaginare che proprio questa impostazione dicotomica sia il problema. Essa, in effetti, presuppone che ci sia la strada giusta, la quale non è sbagliata (è positiva e non è negativa), e, per contro, che si dia la strada sbagliata, che


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non è quella giusta (è negativa e non positiva). Per esempio, per qualcuno la via della salvezza è quella di rafforzare l’Unione Europea, mentre il ritorno alla sovranità nazionale sarebbe la via sbagliata. Per gli avversari, all’opposto, proprio questa soluzione è la strada errata, e la salvezza potrebbe venire solo dall’uscita dall’Euro e dal ritorno a entità politico-finanziarie locali/nazionali. Dal punto di vista filosofico che cerco di presentare, si potrebbe dire (sempre semplificando al massimo, e naturalmente con l’invito a intendere tutto questo cum grano salis) che in un certo senso qualsiasi soluzione può essere quella giusta (positiva), e qualsiasi soluzione può essere quella sbagliata, o ingiusta (negativa). A rendere di volta in volta, di situazione in situazione, rispettivamente più o meno giusta (e più o meno ingiusta) una situazione è il modo in cui un’ipotesi astratta viene realizzata, il come del suo darsi. Perché il punto è che tutte queste ipotesi sono basate sulla presunzione che si possa ottenere una situazione giusta mediante azioni che sono guidate da criteri e principi che non sono di per sé giusti. Esempi eclatanti sono, appunto, il cosiddetto libero mercato e la democrazia; i quali, come abbiamo visto, lungi dall’essere basati su principi davvero positivi (giusti) sono definiti dal principio che identifica/confonde il principio positivo con la negazione del negativo. Capisco che questo tipo di risposta possa apparire evasivo, ma davvero qualsiasi altra risposta sarebbe formalmente fuorviante rispetto a quello che penso. Certo, si potrebbe (e si dovrebbe) poi, anche alla luce dei principi ‘positivi’ che ho presentato, entrare più nel merito delle singole opzioni sul campo (compresa per esempio quella, originale e per molti versi assai interessante, di creare in Europa quattro nuove macro-entità statali costituite per affinità linguistiche, culturali e geostoriche), ma questo richiederebbe davvero una elaborazione molto delicata e articolata, quindi anche decisamente lunga.


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Domanda n. 6) In conclusione vorrei insistere su un punto: se la filosofia è quella pratica e forma di sapere che testimonia della verità intorno all'Intero, come pensare a un suo contributo com-positivo nella dimensione politica dell'esistenza? Non vi è dubbio che un processo emancipativo che liberi dalle ingiustizie possa essere vissuto di per sé come ingiusto dai ceti dominanti che detengono il potere e vogliono tenerselo stretto. In che modo si può tenere insieme un reale progresso politico e il fatto insuperabile che esistono delle parti contrapposte per interessi divergenti? In definitiva: come si lotta per la giustizia in modo "puramente positivo" senza per questo negare le contrapposizioni che sono legate a visioni del mondo molto diverse e persino incompatibili? Quanto ho sin qui detto in qualche modo contiene già la risposta a tutte queste domande; tuttavia vale ora la pena di riprendere e approfondire alcuni punti. A)

Il contributo della filosofia. Se la filosofia è quella pratica e forma di sapere che testimonia della verità intorno all'Intero, come pensare a un suo contributo com-positivo nella dimensione politica dell'esistenza?

In un certo senso – richiamandomi appunto a quanto detto circa un’azione puramente positiva – rovescerei l’impostazione; in questo senso: possiamo chiamare autenticamente filosofica proprio e solo quella pratica e forma di sapere che è davvero (realmente) in grado di fornire un contributo com-positivo all’attuale situazione politica. Insomma: davvero filosofico un discorso lo è nella misura in cui è effettivamente in grado di portare di fatto “pace nei pensieri” (così Wittgenstein definisce la meta agognata dal filosofo), ma nei pensieri di tutti. E davvero filosofica è una pratica nella misura in cui realizza davvero la com-posizione di tutte le soggettività in gioco. L’Intero è ciò che è ogni cosa e che ogni cosa è. Questo significa che esso è il fatto che ogni cosa si com-pone di ogni (altra) cosa, e quindi ha un rapporto positivo con ogni altra cosa. Si badi che ogni cosa, quindi, è l’Intero. L’Intero è il tutto che determina/genera ogni cosa; e le cose sono tutte e completamente (nel)l’Intero. Da questo punto di vista la filosofia, intesa come testimonianza dell’Intero, è precisamente il gesto com-positivo in ogni campo dell’esperienza e della vita: privata, sociale, politica. Questo, da un lato mostra “a quanto poco valga l’aver risolto i problemi della filosofia” (per richiamare liberamente la “Prefazione” del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein), cioè l’essere giunti a dire la verità assoluta, definitiva; appunto perché il significato vero di queste stesse parole risolutive diventa comprensibile solo grazie al realizzarsi di quel mondo onni-com-positivo di cui la verità parla. D’altro lato, però, questo dire, per quanto formale, resta definitivamente la condizione della possibilità del darsi di tale mondo davvero giusto. Non solo, sia pure in minima misura esso costituisce già la realtà definitivamente e costitutivamente salda del tutto-positivo. Giacché il tutto, in una logica diversa da quella negativamente quantitativa, è tale anche nella più piccola delle dimensioni in cui si realizza. B)

Il rapporto con le classi dominanti. Non vi è dubbio che un processo emancipativo che liberi dalle ingiustizie possa essere vissuto di per sé come ingiusto dai ceti dominanti che detengono il potere e vogliono tenerselo stretto. In che modo si può tenere insieme un reale progresso


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politico e il fatto insuperabile che esistono delle parti contrapposte per interessi divergenti? Sì, anche questo punto è molto importante. Perché effettivamente un discorso di uguaglianza e di equità (parità) mette in questione il vantaggio (privilegio) che alcuni individui e gruppi umani hanno sugli altri. Questo aspetto è molto importante perché quasi sempre chi parla di equità e parità si ritiene esonerato dall’esibire la giustificazione di tale posizione. E invece è decisivo esibirla, perché anche qui scatta la trappola del negativo. Nel senso che, se i dominati riescono a imporre la loro volontà egualitaria ai dominanti, ci troviamo da capo in una logica di imposizione-dominazione (anche se a parti invertite), e con ciò viene a cadere il motivo che legittimava la politica dei secondi in quanto politica volta a superare la logica del potere e cioè della dominazione. In altri termini: data la dominazione di A su B, chi ha deciso che tale dominazione è ingiusta? Siffatta decisione, infatti, è giusta solo se è riconosciuta da tutti, ma se A non la riconosce come tale (fosse anche solo perché ritiene comunque inevitabile la dominazione da parte di qualcuno su qualcun altro), in base a che cosa si può affermare che quella dominazione è ingiusta e che è invece giusta la sua eliminazione? Nella vicenda della vita ‘umana’ sulla terra è presente e ripetutamente testimoniata la speranza che si affermi un mondo che sia davvero il migliore per tutti coloro che ne sono coinvolti, e che appunto per questo può essere considerato giusto. L’unica possibilità che questo si realizzi è dunque che il gesto con il quale l’oppresso si libera dall’oppressione sia tale da liberare dal loro ruolo contrappositivo nello stesso tempo tanto il carnefice quanto la vittima. Si badi, questo è molto diverso dal dire che allora la vittima non deve usare delle forme di contra(p)-posizione; ma esse in tanto sono davvero giuste in quanto contengono un elemento capace di innescare una dinamica di pacificazione completa, cioè di autentica armonia. Ricordo che Gandhi dava, a coloro che opponevano una resistenza passiva (non-violenta) ai militari, l’indicazione di guardare costoro negli occhi, non però con uno sguardo di sfida, ma per suscitare anche in loro la consapevolezza che entrambi i soggetti contrapposti (il poliziotto e il dimostrante) erano esseri umani. Cioè: Gandhi sapeva che la sua lotta non-violenta era un gesto di contrapposizione, e per questo chiedeva che ad esso si aggiungesse quell’elemento che solo poteva rendere davvero giusta tale lotta. Questa aggiunta – che schiude quella che io chiamerei la logica della integrazione o della compensazione – era appunto il come tale gesto veniva compiuto: Gandhi chiedeva che esso venisse fatto in una maniera capace di liberare entrambi i contendenti dalla dinamica della contrapposizione e quindi della violenza. Potrei dunque dire che decisivo, più che il fare o il non fare certe cose, è come le si fa; è lo stile dell’agire. Naturalmente uno stile ‘puramente positivo’ richiede anche un’estrema attenzione per il che cosa si fa, cioè per la scelta e i limiti delle azioni che si intraprendono. In ogni caso qualsiasi gesto di ostilità deve essere accompagnato da un gesto almeno equivalente di benevolenza. Lei mi chiederà: ma come è possibile fare questo in politica? Come è possibile, per esempio, essere ‘benevoli’ nei confronti dei propri avversari politici senza venire considerati dei traditori dai propri seguaci e quindi senza finire delegittimati ai loro occhi? È proprio su domande di questo genere che ci si deve interrogare nei laboratori (palestre) di cui parlavo prima. La pacificazione si può ottenere solo in una situazione di conflitto. Da questo punto di vista l’insuperabilità degli interessi e dei conflitti è la condizione necessaria per il darsi della pacificazione. Ma la pacificazione presuppone che si parta dalla pace vera. Se anche quella che chiamiamo pace è una forma di contrapposizione, è chiaro che ogni nostro gesto di pace riprodurrà il problema o addirittura lo intensificherà. C)

La possibilità di una lotta positiva.

In definitiva: come si lotta per la giustizia in modo "puramente positivo" senza per questo negare le contrapposizioni che sono legate a visioni del mondo molto diverse e persino incompatibili?


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“Come si lotta per la giustizia…?”. Una volta (in un Convegno a Villa Manin di Passariano di Udine), posi a Raimon Panikkar una domanda praticamente identica nella forma, e molto vicina anche nel contenuto. Raimon mi rispose (con un sorriso, come al solito arguto ma benevolo): “La domanda è sbagliata: non c’è “come”...”. Se la giustizia si può realizzare mediante una tecnica (il “come”) il cui risultato, proprio per ciò, si conosce prima del gesto che si compie (cioè prima che si determini effettivamente l’accordo tra i soggetti in contesa) dal momento che è garantito (appunto in quanto si tratta di tecnica), allora quella è una falsa pace/giustizia, perché nasce indipendentemente e a prescindere dal vero, libero riconoscimento di tutti i soggetti in gioco. Questa risposta di Panikkar mi ricorda un altro bellissimo insegnamento, quello di Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita, insegnamento che costituiva il motto di un ritiro che facemmo nelle vicinanze di Roma, a Castelfusano. Esso diceva: “Non c’è una via per la pace, la pace è la via”. Ma tutto questo mi pare molto vicino anche a un altro grande insegnamento filosofico, quello del mio Maestro Emanuele Severino, il quale ci ammonisce che se intendiamo la verità come qualcosa che non è ancora dato, qualcosa che dobbiamo sforzarci di raggiungere, o di costruire, allora non la troveremo mai. Una sua battuta in proposito suona: “A chi bussa non sarà aperto…”. Ecco, la mia prospettiva filosofica cerca di dare espressione concettuale e formale a questa forma di sapienza. Per esempio laddove (e sto qui richiamando l’onnialetismo), dice che il gesto che realizza davvero il mondo positivo è quello che riconosce la positività del mondo, quindi anche di ogni altra posizione. In estrema sintesi potrei dunque rispondere alla Sua domanda con una battuta di questo genere. Come si fa a realizzare davvero la pace nel mondo? Semplice, essendo pacifici…. con tutto il mondo. La pace si realizza davvero laddove si danno atteggiamenti pacifici; come, del resto, è evidente e tautologico. La pace si dà semplicemente essendo davvero in pace con gli altri, trattandoli davvero in maniera pacifica. Come si fa, dunque, a essere in accordo con gli altri? Semplice: andando d’accordo con loro. E questo è reso possibile proprio grazie alla verità, la quale consiste precisamente nel riconoscimento della verità dell’altro: riconoscimento della verità del tutto e di ogni cosa. La verità – sempre volendo restare vicini a Panikkar, e in particolare alla sua nozione di “inter-in-dipendenza” – è sì, in qualche modo, unità, ma è innanzitutto armonia; quindi è probabile che essa si realizzi più facilmente mediante la separazione piuttosto che mediante l’unificazione. Ma naturalmente deve trattarsi di una separazione consensuale. Per questo ho detto che la logica della verità è la logica della con\divisione: si fa insieme tutto quello su cui si è d’accordo, e ci si separa consensualmente e quindi pacificamente sulle cose rispetto alle quali, invece, si hanno visioni differenti. Ma, naturalmente, anche queste osservazioni assumono il loro senso autentico solo all’interno del quadro che nelle risposte precedenti ho, sia pure sinteticamente, tracciato.

Luigi Vero Tarca (Sondrio, 1947), già professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia – sulla cattedra che era stata di Emanuele Severino, di cui Tarca è stato allievo – Direttore del Cestudir (Centro Studi sui Diritti Umani) e studioso del pensiero logicofilosofico contemporaneo, ha elaborato una proposta filosofica complessiva basata sulla peculiare distinzione tra la differenza e la negazione, che è stata presentata in vari scritti tra i quali Differenza e negazione (Napoli, 2001, riedizione Milano-Udine del 2017), La filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche (Milano 2003, con R. Màdera), e Quattro variazioni sul tema negativo/positivo (Treviso, 2006). Per la Casa Editrice Cafoscarina (Venezia) è uscito, nel 2016, un libro intitolato Verità e negazione. Variazioni di pensiero (a cura di Th. Masini) che raccoglie


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numerosi saggi precedentemente pubblicati su riviste specializzate e in volumi collettivi. Questa radicale riflessione teoretica si è variamente intrecciata con una serie di esperienze spirituali di diverso genere, da quella con Raimon Panikkar, ampiamente ispirata alla sapienza orientale, a numerose attività di pratiche filosofiche sia classiche che originali.

Paolo Bartolini | Alzare lo sguardo, dire-la-verità  

Intervista al filosofo Luigi Vero Tarca.

Paolo Bartolini | Alzare lo sguardo, dire-la-verità  

Intervista al filosofo Luigi Vero Tarca.

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