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Cantico dei Cantici

Song of Songs


Cantico dei Cantici

sei acqueforti di

Jurij Jakovenko uno scritto di

Romano Masoni


IL CANTICO DEI CANTICI E ALTRE STORIE

a Vanni Scheiwiller

Aspetto il sole come un bambino e intanto trasformo un caso risolto (Il Cantico) in un enigma. Come dire mi esercito all’arte. Ahi ... se l’acido che morde la lastra mordesse la vita e bastassero solo alcuni interrogativi pur decisivi e alcuni gesti esemplari. Ho letto e riletto il Cantico. Il poema più alto dedicato agli amanti, il libro sacro che riguarda la passione e lo sguardo amoroso. Ne esco distrutto e fiaccato e mi chiedo dove si nasconda il suo segreto. Ma Salomone non me lo dice, non scioglie l’emigma, anche lui fa parte dell’oscurità dello stesso disegno. Io ho altri poeti. Perché tutto è così inafferrabile, così desolatamente vuoto, così irrappresentabile. Come fa questo niente assoluto a significare tutti i significati del mondo. Da quali vertiginose distanze provengono queste scritture sublimi e questo silenzio assordante. Me lo chiedo e non so rispondere. So che il suo contenuto mi è ignoto e che niente di ciò che appare lo è realmente: qui non c’è solo il teatrino dell’arcadia con il pastore e la pastorella, qui non si piange la perdita dell’amata né si canta il trionfo degli sposi, qui non c’è (soltanto) ipèrbole e carnalità, amore mistico e luce erotica. C’è ben altro. Ma cosa. Perché questo universale incantamento? Forse qui accade un fatto misterioso e inspiegabile: la parola si fa Verbo e il vuoto, per magia, si riempie di tutto l’amore del mondo. Forse il Cantico altro non è che il sogno della parola, il viaggio di tutti i viaggi, il desiderio di un’ Itaca che non c’è . Il nilo come l’ultima delle nostalgie.


questa è la mia nostalgia che in ognuno mi traspare ora ch’è notte ( Giuseppe Ungaretti, i Fiumi, v. 63, 64, 65, 66 ) Sono associazioni un po’ stravaganti e forse improbabili, però io sogno il mio fiume, metto a fuoco vecchie immagini strappate al tempo e all’infanzia e penso al poeta, al mio poeta terrigno, che prima di morire volle andare alle pendici del Falterona per vedere da vicino i fiori delle fate e ascoltare per l’ultima volta il crepìtio lontano dei pescatori. Ma Itaca dove sta? Non lo sapremo mai, né ci interessa trovarla. Ho però bisogno di indizi e di analogie e so dove cercarle. Vado là dove ancora si rubano i sogni e dove si gioca con gli archètipi in quel viaggio del nulla (o dell’anima) che ho soltanto intuito fra le pieghe del Cantico.

una sorgente sigillata, occulta ( Cantico, scena quarta, v. 47 )

Qui da noi si naviga a vista e sempre in campo chiuso, qui ci sono renaioli e pescatori, pesci e acqua torba e veleni mortali. Qui manca l’ambrosia degli dei e si viaggia basso. È un’altra cosa. Però lo vedo il mio fiume pacificato, lo vedo che scende dal Monte Falterona e dopo aver attraversato paesi, campagne e città, si ricongiunge al mare in una sorta di “lamento ostinato”. Lo vedo e sento similitudini.

le grandi acque non smorzano l’amore né i fiumi lo sommergono, ( Cantico, scena ottava, v. 23, 24 )

Sono le acque antiche dell’arno che evocano suggestioni, memorie e storie da raccontare. Un viaggio nel tempo e se vogliamo un viaggio di formazione, dove si incontrano secche estive, alluvioni, spiaggie assolate, barcaioli, tuffatori e pesci e rospi e morti affogati. E tutto ciò fino al mare, fino all’immensità del mare a respirare il salmastro e a vedere le reti e i natanti. Non c’è paese senza un morto affogato, senza un nome e un cognome, senza una preghiera e una madonnina che piange. È il culto del fiume. Così diceva il mio poeta, quello che conosco.


E mi ricordava che l’Arno a pelo d’acqua è un luogo antico e misterioso ma che dopo l’ultima piena, si era rivoltato nei rivoli e nei sentieri e le nutrie e i pesci boccheggiavano disperati e le uova e i nidi di uccelli erano a vista. Ma c’era l’armonia. Scorgevi l’armonia fra quel fiume e il mio poeta. Dell’Arno lui conosceva ogni anfratto e ogni pertugio e su questi egli indugiava, individuando i risucchi e i vortici traditori e rammentando in cantilena tutti i morti affogati nei quali era incappato in quella sua vita obliqua e barcollante. Mi diceva che gli affogati tornano a galla sempre tre volte. Suo padre lo ripescarono dopo due giorni con il testone livido e gonfio e c’è chi giura di averlo visto salutare con la mano prima che i gorghi e i mulinelli lo risucchiassero. Sono storie vecchie.

e la sua testa è oro, oro che brilla. ( Cantico, scena quinta, v. 45 )

Era veramente di un’altra specie il mio poeta, pescatore incantato di rospi e di muggini, cantore delle reti e del mulinello, recitava a memoria Il Cantico anche sette volte di fila e chissà in quale versione, e parlava ai corvi in compagnia del cane più grosso del mondo, piovutogli addosso non si sa da quale parte dell’universo, forse in uno dei suoi tanti incontri ravvicinati. Egli poi era un maestro nel forgiare l’acciaio, nel costruire le barche e soprattutto nel raccogliere i segnali segreti delle stagioni. Vita consumata ai margini la sua. Vita dura, durissima, vissuta con una leggerezza tutta speciale. Conosceva l’Arno come nessuno al mondo e pescò fino a che gli fu consentito. Ora, insieme a lui, è la memoria che se ne va, se ne va la storia del nostro fiume e un po’ della nostra infanzia. Là, nelle terre di Gerusalemme sono i crepuscoli e le notti a far paura: gli Amanti di Israel, sotto l’ebrezza del vino, continuano a cercarsi nel Giardino dei Melograni, intrappolati nei roseti di Astarte. Qui, in queste acque, il Batrace è oro potabile e medicina buona e danza insieme ai compagni saltatori, mentre gli spiriti dell’arno, incattiviti, gemono da generazioni. Diceva qualcuno che in tutto il deserto del sahara non esistono due granelli di sabbia uguali fra loro. L’incisore lavora su queste differenze minime e, controvento, intende rivalutare i generi, occupandosi solo e soltanto del segno. Pensate: il segno, e per giunta in bianco e nero. Una roba fuori dal mondo. Io non so svelare il mistero che la lastra racchiude. Non so cantare gli acidi e il fuoco, nè liberare il flusso di questa alchimia del sapere. So però che ogni volta provo lo stesso stupore per l’acido che morde, per il segno che si apre, per la ferita che si spacca.


E so anche che vi è un momento assoluto e irripetibile nel mutare della lastra, un momento che ti segna più di altri. È il momento dell’occultamento. Quando morsura dopo morsura, tu procedi con la vernice nera alla copertura dei segni già morsi, quando la lastra ti appare sempre più oscura e lontana, quando si è spento il clamore dell’intreccio e la fatica di ore e di mesi sembra disfarsi in quel mare di poltiglia, allora a quel punto sei fregato. In quel preciso momento insieme all’immagine hai perso anche il suo ricordo. Qui sta il momento topico, l’esperienza fondamentale, la perdita d’identità. Nel dormiveglia che sempre precede il salto della memoria, sopravviene uno smarrimento che somiglia un po’ al sonno e ti viene fatto di ascoltare le voci dei segni che furono, le voci passate, le stelle già morte, che tu senti già morte. Provi allora un sottile compiacimento per quelle sepolture, un sentimento di comprensione per quelle scritture dimenticate, che appaiono sì come disperse, ma che conservano ancora l’eco di un progetto, la memoria di un’idea che tu hai graffiato sulla cera appena qualche mese prima. Ma la lastra non la tocchi e come fosse una ragazza addormentata alla quale non osi alzare le vesti, la lasci riposare tutta la notte.

non svegliate il mio amore, non svegliatelo fin che non piaccia a lei. ( Cantico, scena seconda, v. 16, 17 )

E aspetti. Aspetti che sia pronta a rimettersi in gioco per poi fuggire alle prime luci dell’alba con la corrente. E quando il tempo viene è subito lotta dura. Tra il flusso melmoso della vernice e il pennello imbevuto di petrolio, c’è lotta per riprendersi tutto e subito: luce e segni. E mentre imprechi contro i tuoi dioscuri e chiami a raccolta gli Sciamani, quelli che conosci, rimescoli col pennello lo scenario. Copri e riscopri, rinnovi e rigeneri, liberi la forma e la linea, grazia compresa, così che l’immagine che avevi o credevi perduta, ti riappare da quella poltiglia rigenerata e diversa. Anche l’incisione come Il Cantico è un viaggio di formazione, è la struggente ricerca verso un’ Itaca che non si vede. Juriy Jakovenko questo lo sa bene, sta abbarbicato alla terra e alle sue betulle in attesa (anche lui) di sentire le voci e di un qualche indizio che lo rassicuri. Poi, con il ferro biforcuto e schiumante, lo vedi sotto il sole circumnavigare la terra per captare segnali in un paesaggio in fondo a lui congeniale. Lui che è abituato a incursioni spericolate nell’inconscio collettivo e sa come maneggiare atmosfere inquietanti e visionarie e anche un po’ noir se vogliamo, (con quelle creature dei boschi e dell’aria, forse èlfi minacciosi e silenti). In questo metafisico attraversamento (c’è sempre un deserto di troppo) egli va alla ricerca della segreta bellezza che sta imprigionata nei versi santi del Cantico, lungo il cammino assorbe i moti e i segni misteriosi della natura e li traduce, con remoti geroglifici di un qualche alfabeto sconosciuto, in una mappa celeste su cui orientare il suo personale vocabolario di flussi e riflussi e di sottili vibrazioni.


È lo specchio del suo trasalimento. Però attenzione, qui ci si trastulla in un gioco amoroso ripetuto all’infinito, qui si cercano e non si trovano, qui ci sono mucose liquide e rose spudorate e seni come grappoli di vite, qui c’è l’ombelico dell’amata.

ti farei bere del vino aromatico mischiato al succo delle melograne... ( Cantico, scena ottava, v. 7, 8 )

L’immaginario poetico carica di troppi significati “l’umida bevanda del grappolo”, rinomina con troppo prurito lo stendardo d’amore e quel buco lubrificato dal vino. Per uscirne ci vuole una furia combinatoria e una felicità del guardare che appartiene solo a un voyeur in stato di grazia. E Jakovenko, con questi fogli incisi (esemplari per tecnica e cifra stilistica), in cui ogni cosa pulsa e si anima per submovimenti interni e piccoli sbuffi e rigonfiamenti e dove tutto occhieggia impietoso e allusivo, ci dice che ne è consapevole. E come fosse scampato da un Big-Bang primordiale, da quel magma luciferino egli riordina la lastra con tessiture e arabeschi complicati in uno spazio sovraffollato di simboli e allegorie e dopo aver raccolto le reliquie e i segni residuali disseminati un po’ dovunque, si inventa, in un clima di figurazione neo-romantica, un congegno propulsore capace di governare figure e pensieri con lo sguardo disincantato e leggero del poeta. Con le sue incisioni Jakovenko si è incatenato carne e sangue a questi versi antichissimi, di cui il libro (questo genere di libro dove se- gni incisi e parole vivono in simbiosi) è l’alveo naturale e legittimo.


Esso va corteggiato, costruito, sezionato, analizzato con lo sguardo spurio dell’entomologo in fregola, poi bisogna toccarlo e annusarlo e addentarlo come il cane con l’osso ... la cultura del libro sta tutta qui, in questa esperienza sapienzale degli occhi e delle mani che ti fa godere per una imprimitura sul foglio, per l’accostamento del segno con una parola, per il rigore compositivo di una pagina. Una cultura elitaria, raffinata e anche un po’ snob, ma statene certi anche strabenedetta dai santi e dagli uomini. Del libro non si butta via niente, a me piace tutto. Ma lo ammetto, di più la parte tattile e sanguigna, quella che stimola piaceri sottili e inconfessati, altrettanto intriganti di quelli della lettura. Quando non leggo il libro lo smonto. Quante volte ho pensato al libro come fosse un corpo composto da tante parti. Quante volte ho provato a scindere queste parti per liberare il foglio dal dominio del contenuto e riaffermare solo e soltanto la concretezza visiva: il Frontespizio è il Frontespizio, l’Occhiello è l’Occhiello, la Scrittura è la Scrittura, il Colophon è il Colophon, la Figura incisa è un sistema cifrato. Del libro amo anche questo viaggio. Ecco che allora si ritorna alla Sorgente, a quel luogo di prima senza tempo, dove il buio e la luce si compenetrano e dove si immagina che tutto abbia avuto origine. Anche le parole. Qualunque manufatto artistico, oggi più che nel passato diventa merce, commercio e obbedisce alle regole di un sistema di mercato che ormai pilota poetiche e forme espressive. L’incisore al contrario devia da questi binari: è la scheggia impazzita che si mette di traverso e inceppa la trappola dolce e non cede di un millimetro e non ammicca (e come potrebbe: dalla sua ha solo il segno, i bianchi e i neri, i mezzi toni e con quella roba lì i denari non si fanno). Insomma l’incisione con i suoi rami e gli zinchi, con le punte e i bulini, resta l’ultimo baluardo di resistenza attiva nel panorama sconsolante dell’arte contemporanea. Romano Masoni


Song of Songs

six etchings by

Juri Jakovenko piese of writing by

Romano Masoni


SONG OF SONGS AND OTHER STORIES to Franco Ciotti

I am awaiting the sun as a child and meanwhile I am transforming a solved case (Song of Songs) in an enigma. As to say I practice art. Oh‌if the acid that bit into the metal plate would bite life and only few but decisive questions and some exemplary gestures would be sufficient. I have read and reread Song of Songs. The greatest poem dedicated to lovers, the sacred book regarding passion and love. I find myself devastated and weak and I ask myself where is its secret hidden. However, Solomon won’t tell me, he won’t solve the enigma he is also part of the darkness of the same design. I have other poets. Since everything is so elusive, so desolately empty and it can not be represented. How does this absolute nothing mean all the meanings of this world. From which vertiginous distances do these sublime Writings come from and this deafening silence. I ask myself and I am not able to answer. I know that its content is unknown to me and nothing that appears is real: here there is not only the little Arcadian theatre with the shepherd and the shepherdess, here you do not cry for the loss of the beloved neither you sing the triumph of the couple, here there is not (only) hyperbole, carnality, mystical love and erotic scenes. There is much more. So what is it? Why this universal enchantment? Perhaps a mysterious and unexplainable fact happens here: the word becomes a verb and the emptiness, like magic, is filled with all the love of the world. Perhaps Song of Songs is nothing but the dream of words, the travel of all travels, the desire of an Ithaka that is not there. The Nile as the last nostalgia.


This is my nostalgia that in each one shines through me now that it is night (Giuseppe Ungaretti, The Rivers, v. 63, 64, 65, 66 ) They are associations a bit extravagant and maybe unlikely, but I dream my river, I focus on old images taken from time and childhood and I think of the poet, my earthy poet, who before dying wanted to go to Falterona mountainside to look closely at the fairies’ flowers and to hear the distant crackling of the fishermen for the last time. Nevertheless, where is Ithaka? We will never know, neither are we interested in finding it. However, I need clues and analogies and I do know where to look for them. I am going there where dreams can still be stolen and where you play with archetypes in that journey of nothing (or of the soul) that I only perceived in the innermost part of Song of Songs.

You are a spring enclosed, a sealed fountain. (Song of Songs, Chapter 4, v.12)

Here we do not navigate exposed and always without purpose, here there are “renaioli” (workers, who in the first half of the 900 picked up sand or gravel from a river using appropriate punts ) and fishermen, fish, peaty waters and deadly poisons. Here the ambrosia of the gods is missing and all is tranquil. It is another thing. Nevertheless, I see my peaceful river, I see it flow down from the Falterona Mountain and after travelling through towns, countryside and cities, it rejoins the sea with a sort of “obstinate lament”. I see it and I feel similarities.

Many waters cannot quench love; rivers cannot wash it away. (Song of Songs, Chapter 8, v.7)

They are the ancient waters of Arno that evoke the power of suggestion, memories and stories to tell. A journey in time and if we want a forming journey, where you meet summer shoals, floods, sunny beaches, boatmen, divers, fish, toads and people who drown. And all this up to the sea, up to the immensity of the sea to breathe the brackishness and to see fishing nets and boats. There isn’t a country without a person who drowns, without a name and a last name, without a prayer and a Blessed Mother crying.


It is the cult of the river. That’s what my poet use to say, the one I know. He use to tell me that the river Arno on the surface of the water is an ancient and mysterious place but after the vortexes last flood, it poured into streams and paths and coypus and fish were desperately gasping and bird nests and eggs were exposed. However, there was harmony. Harmony was spotted between that river and my poet. He knew every crevice and opening of the Arno and on these he took his time identifying undertows and traitor vortexes and recalling in a singsong all the people who drowned who he ran into in his asymmetric and staggering life.

his head is purest gold (Song of Songs, Chapter 5, v.11)

My poet was really from another species, enchanted fisherman of toads and mullet fish, poet of fishing nets and reels, he recited Song of Songs by heart even seven times in a row and who knows which version, he talked to crows accompanied by the biggest dog in the world, that came out of the blue from who knows which side of the universe, maybe from one of his many close encounters. He also was a master of forging steel, building boats and above all understanding the secret signs of the seasons. He lived a hard life, extremely hard, but he lived it with an extreme special lightness. He knew the Arno river like no other and he went fishing until he was allowed. Now, together with him, the memory is fading away, the story of our river is fading away and a bit of our childhood, too. There, in the land of Jerusalem there is twilight and nights that frighten: the Lovers of Israel, under the influence of wine, continue looking for each other in the Garden of Pomegranates, trapped in the rose gardens of Astarte. Here, in these waters, the Batrachian is gold and a good medicine and it dances together with its jumping companions, while the spirits of the Arno, made wicked, groan through generations. Someone said that across the Sahara Desert there are not two grains of sand similar to each other. The etcher works on these minimal differences and in a sort of countertrend, he intends to re-evaluate the genre, dealing exclusively with etched marks. Think about it: the etched marks and in addition in black and white. Something out of this world. I am not able to uncover the mystery which the plate holds. I am not able to depict the acids and the fire, neither to free the flow of this knowing alchemy. However, I do know that I feel amazed ever time by the acid that bites, by the image that appears, by the engraving that reveals‌‌ And I also know there is an absolute and unique moment in the changing of the plate, a moment that leaves its mark on you more than others. It is the moment of concealment.


When after the act of biting, you proceed with black ink to cover the drawing already bitten, when the plate appears darker and darker and further and further, when the clamor of the weaving slips away and hours and months of fatigue seem to disappear in that wet mixture, well at that very moment you are tricked. In that precise moment together with the image you also lose its memory. This is the most important moment, the fundamental experience, the loss of identity. When one is half asleep, which always precedes a lapse of mem¬ory, one is at loss for a moment and it seems as you are asleep and you hear the voices of the etched marks that once were there, past voices, stars that have already died and you feel them already dead. Then you feel a slight satisfaction regarding those burials, a feeling of understanding for those forgotten scriptures, that do appear to have vanished, but they still keep the echo of a project, the memory of an idea that you scratched off the waxy ground just a few months before. However, you do not touch the metal plate, as if it were a girl sleeping And you wouldn’t dare to undress her, you let her rest all night long.

Do not arose or awaken love until it so desires. (Song of Songs 2, v. 7)

And you wait. You wait for her to come back into play and then she escapes at daybreak with the current. And when the time comes it is a difficult struggle at once. Between the slimy flow of the varnish and the paintbrush soaked in petroleum, there is a struggle to get everything back quickly: lightness and etched marks. And while you curse at your Dioscuri and you call the Shamans, the ones you know, you mix well with the paintbrush the scenario. You cover and uncover, renew and regenerate, you free the form and the line, grace included, so that the image that you had or thought to have lost, reappears from that regenerated and different mush. Etching is like the Song of Songs, a journey of formation, it is the aching pursuit towards an IThaka that is hidden. Juriy Jakovenko knows this very well, he has clung to the ground and to his birch trees waiting to (he also) hear the voices and some kind of clue that will reassure him. Then you see him with a forked hoe in the sun circumnavigating the ground to pick up signs from a congenial landscape. He is used to daring raids on the collective unconscious and knows how to deal with disturbing and visionary atmospheres, even a bit noir if we want (with those creatures from the woods and air, perhaps threatening and silent elves). In this metaphysical crossover (there are always too many deserts) he pursuits the secret beauty that is imprisoned in the Song of Songs’ holy verses, during the journey he absorbs motions and nature’s mysterious signs and he translates them, with remote hieroglyphics Of some unknown alphabet, on a celestial map where he can orient the ebb and flow and subtle vibrations of his personal vocabulary.


It is the mirror of his startled reaction. However, be careful, here you are amused by a love game repeated endlessly, here they look for each other but they don’t find each other, here there is liquid mucosae and shameless roses and breasts like bunches of grapes, here there is the beloved’s navel.

I would give you spiced wine to drink, the nectar of my pomegranates… (Song of Songs 8, v. 2)


The poetic imagination overloads with too many meanings the humid “grape drink�, renames with too much itchiness the banner of love and that hole lubricated by the wine. To escape it one needs combinatorial fury and happiness obtained from observation that only belongs to a voyeur in a pure joyful state. And Jakovenko, with these etched sheets (which are exemplary for the technique and the modality of the style), where each thing pulses and comes alive by internal little movements and small puffs and bulges and where everything appears ruthless and allusive, this tells us that he is aware. As if he escaped from a primordial big-bang, from that devilish magma he arranges the metal plate with weaves and complicated arabesques in an overcrowded space of symbols and allegories and after gathering the relics and the residual signs scattered here and there, he invents, in an atmosphere of neoromantic figuration, a propulsion device able to govern images and thoughts with a disenchanted and light look of a poet.


With his etchings Jakovenko has chained himself flesh and blood to these very old verses, Of which the book (this type of book where engraved marks and words living in symbiosis) is the natural and legitimate riverbed. It should be courted, built, sectioned, analyzed with spurious eyes of an itchy entomologist, then we need to touch it, smell it and bite into it as a dog with a bone... this is all the culture of a book, in this experience of wisdom of the eyes and hands that gives you pleasure by the ground color on the sheet, the combination of a mark with a word, the precise composition of a page. An elite culture, refined and a bit snobby, but be certain also blessed by saints and men. You do not throw anything away from the book, I like it all. Although I must admit, the tactile and sanguine part above all, the part that stimulates subtle and unconfessed pleasures, as much intriguing as those of the reading matter. When I do not read the book I disassemble it. How many times I have thought of the book as if it were a body composed of many parts. How many times I have tried to separate it as if it were a body composed of many parts. How many times I have tried to separate these parts in order to free the page from the domain of the content and reaffirm only the visual concreteness: the book frontispiece is the book frontispiece, the half title is the half title, the writing is the writing, the colophon is the colophon, the image engraved is a coded system.


I also love this journey of the book. This is how we return to the Source, that timeless place mentioned before, where the darkness and the light interpenetrate and where we imagine that everything came into being. Also words. Any artistic artifact, nowadays more than the past becomes merchandise, business and it obeys the rules of a marketing system that has run for a long time poetics and expressive forms. The etcher on the other hand deviates from this route: it is the splinter that has gone mad and sideways and jams the sweet trap and he doesn’t surrender a millimeter neither does he compromise (and how could he: he only has etched marks, white, black, halftones and with that stuff there you do not earn any money). Therefore etching with its copper and zinc, with tools and gravers, is the last active resistant rampart in the disconsolate panorama of contemporary art. Romano Masoni


IL CANTICO DEI CANTICI Sei incisioni di Jurij Jakovenko ed uno scritto di Romano Masoni compongono questo libro d’Arte realizzato in 100 esemplari numerati con numeri arabi da 1/100 a 100/100 e 30 con numeri romani da I/XXX a XXX/XXX Le acquefortisono state tirate nel laboratorio della Stamperia d’Arte “Stella” in San Benedetto del Tronto I testi sono stati composti a mano con caratteri

SONG OF SONGS Six engravings by Juri Jakovenko and the piece of writing by Romano Masoni compose this Art book

100 copies were created numbered with Arab numbers from 1/100 to 100/100 and 30 with Roman numbers from I/XXX to XXX/XXX The etchings were made in the printing laboratory Stamperia d’Arte “Stella” in San Benedetto del Tronto The piece of writing was translated by Dana Pizzingrilli

Garamonded impressi da Franco Polveriniin Civitanova Marche

The texts were hand written with Garamond fonts and printed by Franco Polverini in Civitanova Marche

il libro è stato rilegato da Eleonora Staffoggia in Urbino

The book was bound by Eleonora Staffoggia in Urbino

l’Opera, curata da Giuliano Jacomucci è stata portata a termine nell’anno 2013

The Work, edited by Giuliano Jacomucci was completed in the year 2014

Contacts:

Juri Jakovenko +375 29 699 80 03 jakovenko_ juri@mail.ru Stamperia d’Arte “Stella” Giuliano Jacomucci +393 47 16 55 412 design: www.deili.by


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