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1 Dicembre 2011 | Nr. 0 Un giornale di società e cultura di Debora Cilli | www.deboracilli.blogspot.com

L'Avvento basilese Eziologia di una magia p. 9 Teatro Gmöffel, l'amico invisibile p. 7 Le nuove tendenze del teatro figurativo tra riciclo e rottura della finzione scenica.

Nuovi Scenari Prossima destinazione Buthan: Viaggio alla ricerca della felicità p. 2 Un paese ai piedi dell'Himalaia designa la felicità individuale bene p ubblico e il PIL (prodotto interno lordo) diventa FIL (felicità interna lorda).

Società “Let's make room for the good stuff” p. 6 Un designer alla cerca di uno stile di vita più sobrio, elabora tattiche di esistenza sostenibile.


2 Szabo Eszter, Strawberry heart, Gyula, Hungary

Il 19 agosto 2011 postai sul mio blog (1) un articolo intitolato “Il cammino della felicità” in cui si parlava, tra le altre cose, del comune tedesco di Schömberg (2) e del concetto di 'felicità interna lorda'. Invece che governare avendo come scopo l'aumento del PIL, i suoi amministratori hanno fatto una scelta rivoluzionaria: puntare, piuttosto, sul benessere (ad esser precisi sulla felicità...) dei cittadini. Nei mesi che sono trascorsi da allora, le notizie di esperimenti che andassero nella stessa direzione si sono moltiplicate. La cittadina del nord della foresta nera ha fatto da apripista ad un modello che potrebbe venir applicato a tutta la Germania. Nella seduta del 1° dicembre 2010, il parlamento tedesco (3) ha varato l'insediamento di una commissione d'inchiesta dal titolo “Crescita, Benessere, Qualità della vita – vie per economie durevoli e sviluppo sociale nell'economia di mercato”. I lavori procedono da un anno e fanno ben sperare, per quanto ci sia chi guarda al progetto con disincanto. L'economista Serge Latouche, per esempio, direbbe che già dalla dichiarazione d'intenti, il problema risulta mal posto: secondo lui, infatti, dall'economia di mercato e dalla società dei consumi si deve uscire più in fretta possibile, punto e basta. Alle sue argomentazioni provocatorie mi auguro di poter dedicare un articolo sul prossimo numero, ora invece vorrei provare a spiegare le origini dell'idea, che accomuna alcuni paesi europei, di introdurre l'indice di GNH (Gross National Happiness: Felicità Interna Lorda). Finora per quantificare la ricchezza di un paese, la percen-

Prossima destinazione Buthan: viaggio alla ricerca della Felicità tuale del suo sviluppo, si è usato il cosiddetto coefficiente GDP (Gross Domestic Product), quello che in italiano si chiama PIL (Prodotto Interno Lordo): “Il valore della produzione di beni e servizi finali effettuata durante un certo periodo di tempo all'interno di un determinato paese” (4). “Valore della produzione” significa che nel calcolo entra tutto ciò che genera movimento di denaro, che viene venduto e comprato, come la produzione agricola, per esempio, quella manifatturiera e

“Paradossalmente il PIL ignora alcune variabili negative, che danneggiano un paese e compromettono il suo sviluppo.” via di seguito. Un PIL che cresce è segno di un paese considerato 'sano' poiché produce e consuma. È facilmente intuibile come questo indicatore offra, della realtà economica di uno stato, un'immagine parziale e fuorviante, poiché è pregiudizialmente sbilanciato verso la produzione massiccia ed il conseguente consumo, indipendentemente dalla necessi-

tà o desiderabilità dei prodotti. Questo sistema di calcolo non tiene, infatti, conto di tutte quelle variabili che, pur non determinando scambio di denaro, arricchiscono una società e in alcuni casi le sono di sostegno fondamentale come le opere di volontariato o le organizzazioni no-profit. Allo stesso modo trascura le politiche di risparmio e riuso dei beni, il riciclo e la protezione dell'ambiente, perché non determinano un consumo. Il PIL non solo esclude queste voci positive, ma paradossalmente ignora anche alcune variabili negative, che danneggiano un paese e compromettono il suo sviluppo. L'inquinamento dell'aria o la contaminazione di terreni e falde, per quanto rappresentino conseguenze nefaste della crescita, non compromettono il PIL, poiché, ancora una volta, non costituiscono flusso di denaro che si muove. Altri effetti deleteri, come l'insorgere di patologie causate dall'inquinamento, rientrano invece nei fattori di crescita (e sono, per assurdo, lampante evidenza del 'benessere' di un paese) perché l'acquisto di medi-


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cinali fa girare denaro e arricchisce le case farmaceutiche. Il Prodotto Interno Lordo, insomma, si basa sul quella che, a casa mia, si chiamava “la media del pollo di Trilussa (5) “Io che conosco bene l'idee tue so' certo che quer pollo che te magni, se vengo giù, sarà diviso in due: mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni No, no - rispose er Gatto senza core io non divido gnente co' nessuno: fo er socialista quanno sto a diggiuno, ma quanno magno so' conservatore” (Trilussa, Er compagno scompagno) Se siamo in due con un pollo e lo mangi tutto tu, per la media metà è toccato a me, anche se lo stomaco mi ruggisce d'inedia. Così per calcolare il PIL di un paese si sommano tutti i flussi di denaro, poi si dividono per il numero di abitanti e viene fuori una media che livella i picchi dei ricchi e i minimi dei poveri facendoli apparire tutti benestanti uguali. (6) È evidente che un sistema di questo tipo non solo offre una visione deformata dello stato di salute di un paese, ma giustifica scelte disastrose: per assecondare la sua distorta indicazione di benessere, i governi di tutto il mondo hanno promosso politiche basate sul rapido progresso materiale a spese della preservazione dell'ambiente, delle culture e della coesione sociale. Dato questo stato di cose e la presa di coscienza che una crescita esponenziale all'infinito non sia più possibile, alcuni paesi stanno cominciato a sondare nuove vie che mettano al centro, per la prima volta, non il benessere del mercato, ma quello delle persone.

È del 2 novembre 2011 la notizia (7) che il primo ministro inglese, David Cameron, abbia indetto un sondaggio che mira a tastare il polso della felicità degli abitanti del Regno Unito. Il presidente francese Sarkozy l'ha però battuto sul tempo: nel 2008 una commissione (8) presieduta da due premi Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz e Amartya Sen, è stata incaricata di misurasse i limiti del PIL ed escogitare un sistema più affidabile e accurato per la valutazione dello stato di salute di un paese. La sua relazione finale, resa pubblica nel settembre 2009, è scaricabile da questo link:http://www.stiglitz-senfitoussi.fr/documents/rapport_ang lais.pdf Ad offrire l'esempio di una rotta possibile, ad un'Europa che beccheggia tra i marosi di crisi economica e sociale, è un paese, molto piccolo e molto lontano da noi. Si tratta del Buthan, 47 mila Kmq (la superficie di Piemonte e Lombardia messi insieme) nel cuore del Tibet, che ha inaugurato un nuovo corso della sua storia, straordinariamente idealista e, per questo, rivoluzionario.

Jillian Tamaki, Buthan map

Nel 2008 è stato inaugurato il centro studi della nazione. Modalità e obiettivi concreti del suo lavoro sono illustrati in un dettagliato manifesto programmatico (9), ma si possono sintetizzare in poche parole: essi consistono essenzialmente nel monitoraggio della Felicità Interna Lorda degli abitanti. A monte c'è un lavoro di esplora-

zione che ne porti alla luce desideri e aspettative, affinché questi possano tradursi in un fine da raggiungere, condiviso da tutta la comunità. Sarà poi compito dei dirigenti attivare le politiche necessarie al conseguimento di quel traguardo. Si parte quindi dal basso con un atto che coinvolge e responsabilizza i cittadini ordinari. Divenuti direttamente partecipi della vita civica, questi sono motivati a valorizzare il bene comune piuttosto che l'interesse privato e prendono coscienza di come il loro comportamento da consumatori possa influenzare concretamente il mercato. Nel protocollo di fondazione del progetto, si dice: “La felicità è un bene pubblico percepito soggettivamente” (Happiness is a subjectively felt public good). Pertanto il governo del Bhutan ritiene che il perseguimento della felicità non debba essere lasciato ai mezzi e agli sforzi individuali: è responsabilità dello stato offrire le condizioni per la sua realizzazione. Sia detto per inciso, forgiare un progetto di idealismo coscienzioso come questo non sarebbe forse stato possibile in un paese senza il milieu culturale precipuo al Bhutan. Il pensiero e la storia occidentali, guidati da 'positivismo' e 'scientismo', si sono orientati verso una visione del mondo 'materialista', in cui la natura è stata soggiogata e saccheggiata ai fini superiori di un supposto miglioramento della qualità della vita. La competitività è stata non solo il motore della 'crescita' ma spesso anche una componente delle relazioni interpersonali, in quanto premessa all'accettazione sociale ed è la competitività che ev entualm ente s focia nel conflitto.


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James L. Stanfield, Bhutan king: Jigme Singye Wangchuck

La Weltanschauung orientale è, seppur semplificando, diametralmente opposta. In Buthan, in virtù di una profonda tradizione di meditazione buddista, la spiritualità gioca un ruolo fondamentale. Soprattutto sono ben presenti le conseguenze deleterie dell'iper-consumismo di stile americano che si sta diffondendo in molti paesi del nord industrializzato e può destabilizzare le relazioni sociali, portare aggressività, solitudine, av idit à ed es aurim en t o d a superlavoro. In una parola: infelicità; camuffata da miraggio di appagamento, però. Fatte queste premesse, il centro studi della nazione himalaiana parla della necessità di politiche che educhino i cittadini alla felicità collettiva, al distacco dalla proliferazione indiscriminata di pretese individuali (“wants”). Questo è il preludio concettuale, vediamo ora le tappe concrete che gli fanno seguito. In primo luogo il governo buthanese ha promosso un rilevamento demografico della percezione di felicità. Nei quattro mesi a cavallo tra il 2007 e il 2008 agli abitanti di

“Iper-consumismo di stile americano che può portare infelicità, camuffata da miraggio di appagamento.” 12 distretti è stato presentato un questionario di 188 domande, a carattere oggettivo e soggettivo. La precisazione è importante: che le aspirazioni dei singoli abbiano guadagnato il diritto di espressione è una novità, visto che generalmente la soggettività è bandita dalle scienze in generale e da quelle sociali, in particolare. Gli ambiti d'indagine toccati dal modulo (10) sono nove, nove sfaccettature che tutte insieme concorrono a formare il diamante della felicità. È il caso di dar loro un'occhiata perché riservano curiose e magnifiche sorprese. Per fortuna non abito in Bhutan e nessun messo comunale ha bussato alla mia porta per pormi domande su uno degli argomenti più inafferrabili. Se mi chiedessero a bruciapelo cosa significhi per me la “felicità”, probabilmente risponderei in modo disordinato e incoerente giustapponendo concetti filosofici

e pseudo-spirituali a persone e situazioni concrete. Esaurita la sfera intima, poi, farei posto alle glorie della natura, a certi equilibrismi atmosferici, come il cielo spettinato dell'altro giorno: nuvole fresche rosa e bianche, a guance gonfie; stracci di grigio strappati alla tempesta; piovaschi improvvisi e timide gocce; squarci cerulei, lontano; vapori, nebbie che corrono e, a corona di questo clangore sinfonico, un arcobaleno perfetto, sbirluccicante, rosso aranciogialloverdeazzurroviola. Avrò una patologica tendenza all'evasione onirica, ma istintivamente, nell'elaborazione di un concetto di felicità, avrei lasciato del tutto da parte la dimensione sociale, nel senso più esteso di comunità di appartenenza, nel senso politico. E invece in Bhutan ci hanno pensato. Leggete un po' cos'è che, secondo loro, concorre alla felicità di un individuo (cito fedelmente): 1. Benessere Psicologico (equilibrio emotivo, spiritualità); 2. Uso del Tempo; 3. Vitalità Comunitaria (reciprocità, fiducia, sostegno sociale); 4. Culture (uso del dialetto, sport tradizionali, festival della comunità, abilità artigiane, trasmissione di valori); 5. Salute (stato di salute ma anche educazione sanitaria alla prevenzione delle malattie); 6. Educazione (conseguimenti educativi, padronanza della lingua, competenze storiche e tradizionali); 7. Diversità Ambientale (degradazione ecologica, conoscenza ecologica); 8. Standard di vita (reddito, abitazione, sicurezza di cibo, difficoltà); 9. Governo (livello di prestazioni, libertà, fiducia nelle istituzioni). L'ordine che è stato dato ai cardi


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ni del benessere è affascinante. Al primo posto c'è la persona e come si senta intimamente; stato di appagamento che è direttamente collegato al punto due: il tempo. La domanda rivoluziona, nello specifico, le nostre strutture di pensiero occidentali: quanto tempo libero dedichi al perseguimento della felicità? Ossia (cito:) “ad attività non lavorative che arricchiscano la vita come dormire, prendersi cura di sé, l'educazione, l'apprendimento, le attività religiose, culturali e sociali, lo sport e il piacere, i viaggi”? Nel nostro spicchio di mondo, il tempo libero è affare privato, socialmente accettabile finché non compromette il tempo coatto della produzione. Al terzo posto c'è l'integrazione nella società che vuol dire far parte di una rete di cooperazione e sostegno reciproco, rete che si tende a sorreggere chi cade, all'occorrenza. Non mancano l'educazione ed un rapporto con la natura basato sulla conoscenza ed il rispetto. Che il reddito sia elencato al penultimo posto è un'interessante conferma che 'i soldi non fanno la felicità'. Il significato trascende la banalità che la lettura superficiale di un detto frusto induce. Se il modello di vita effimero, che i media ci spingono mellifluamente ad amare, ci lascia, nonostante il superfluo di cui ci circondiamo, l'amaro in bocca e continuiamo ad interrogarci sulla felicità, allora vuol dire che è di un altro lusso che abbiamo bisogno. Il lusso del tempo, per esempio. Luca Mercalli (11) cita quello della cultura, della conoscenza, della convivialità, dell'arte, della musica. È in questa direzione che sembrano andare gli abitanti del Buthan. Dall'elaborazione delle loro risposte ai questionari è risultata una mappa dei desideri e necessità che è stata presa in cari-

co dalla politica: sulla base di queste linee guida i governanti hanno modellato un piano di azione per il presente e l'immediato futuro. La lista (12) dei traguardi da perseguire sa di rivoluzione copernicana: sicurezza senza armi e etiche di saggezza e compassione; poteri diffusi, non più nazioni forti che decidono per tutti e multilateralismo, multipolarità, invece del G20 il G192; energia non-fossile distribuita; governo decentralizzato, a leadership femminile; insediamenti dispersi a basso impatto ecologico; tecnologia su piccola scala; vie di mezzo: né comunismo, né capitalismo; restauro climatico; stili di vita sani; benessere olistico, non materialista. Si tratta di passare dal PIL al FIL. Se vi ha presi la stessa smania mia di andare a visitare quest'isola che non c'è, frenate gli entusiasmi, perché come tutti i paradisi che desiderino restare tali, il paese è pressoché inaccessibile. Per preservarne la natura mozzafiato e le abbondanti tracce di una cultura millenaria, il governo impone alle agenzie pacchetti di viaggio a costi 'politici' di almeno

James L. Stanfield, Bhutan-drying-food

“Sicurezza senza armi e etiche di saggezza e compassione.” 200 $ al giorno, con ulteriori rincari per viaggiatori singoli. Il piccolo paese evita così il turismo di massa, che non potrebbe sostenere, e si trasforma in una meta d'élite. Anche gli idealismi d em ocratici p iù adam antini devono, a volte, scendere a compromessi. Infine, una notizia curiosa (13) dal paradiso-Buthan, che data al febbraio scorso, ci rinfranca dall'ombra di soggezione che quell'aspirante società ideale ci ha allungato addosso. L'articolo parla del rischio che un monaco ventiquattrenne di Timphu (la capitale) dovesse scontare 5 anni di carcere per possesso di 72 pacchetti di tabacco da masticare non denunciati alle autorità. Per la religione di stato, infatti, il fumo è vietato in quanto dannoso per il karma. Questa piccola monarchia himalayana mira a diventare il primo Stato al mondo libero dal fumo e dalla dipendenza da tabacco. Chissà, forse nell'ottica del monaco il tabacco costituiva una vo


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ce importante della sua personale hit-parade della felicità! Se anche nel regno dell'armonia olistica c'è posto per irruzioni improvvise e cani poliziotto, è segno che le supposte pace e felicità sociali si conquistano a fil di spada, per così dire, non solo con l'OM. La mia ironia nasconde forse lo scacco della volpe di Fedro che, non riuscendo a raggiungere il grappolo d'uva di cui ha l'acquolina in bocca, finisce per trovarle dei difetti che ne mortifichino la desiderabilità. Mi rassegno però a credere che la perfezione non sia cosa di questo mondo e la nostra inadeguatezza, per fortuna, abbia ancora cittadinanza, così come i paradossi, le cadute, gli aggiustamenti. Consiglio comunque la lettura di un bell'articolo di Jeffrey D. Sachs (14), professore di Economia alla Columbia University di New York, che descrive con illuminato entusiasmo la sua esperienza in Bhutan e le magnifiche sfide ed i successi che questo nuovo progetto annuncia. Note (1) http://deboracilli.blogspot.com/2011/08/il-cammino-della-felicita.html#more (2) http://www.gluecksgemeinde-schoemberg.de/ (3)http://www.bundestag.de/bundestag/ausschuesse17/gremien/enquete/wachstum/index.jsp (4) http://it.wikipedia.org/wiki/Prodotto_interno_lordo (5) http://web.freepass.it/maurizioudini/LaMediaDelPolloDiTrilussa.htm (6) Precisiamo che esistono anche altri indicatori, come i quars, che registrano la qualità della vita nelle regioni d'Italia (salute, lavoro, pari opportunità). (7) http://www.repubblica.it/esteri/2011/11/01/news/cameron-24239502/?ref=HREC1-6 (8) http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm (9) http://www.grossnationalhappiness.com/ (10) http://www.grossnationalhappiness.com/GNHSurvey/gnhquestionnaire.pdf (11) http://www.youtube.com/watch?v=PRCgwNaxZaE&feature=relmfu (12) http://www.grossnationalhappiness.com/PowerPoints/gnhppt.pdf (13)http://www.asianews.it/notizie-it/Bhutan,-monaco-buddista-prima-vittima-della-leggeanti-fumo.-Rischia-cinque-anni-di-carcere-20668.html (14) http://www.project-syndicate.org/commentary/sachs169/Italian

“Let's make room for the good stuff” Suggerimenti per rinunciare al superfluo e vivere felici ti semoventi, da cui si scartocciano (o ripiegano a scomparsa, a seconda) i mobili. Ha eliminato tutto quanto non gli fosse strettamente necessario e ha cominciato a soppesare ogni acqui-

istitutocazzulani.it, civiltà contadina

Graham Hill, scrittore e designer americano, ha deciso di rivoluzionare la sua vita (lui per la verità usa il termine 'edit': tagliare). Nel TEDTalk intitolato “Less stuff, more happiness” (meno cose, più felicità) spiega, in concreto, di cosa si tratti: abbiamo troppa roba, che occupa troppo spazio, che ci costa troppi soldi, che ha un impatto ambientale invasivo, che ci causa stress, che limita la nostra libertà. Per uscire dall'impasse, lui ha cominciato con il trasformare la sua penthouse di Manhattan in un confortevolissimo guscio di noce dagli spazi multifunzionali: il tavolo da pranzo diventa letto, il lavandino è combinato al wc, pare-

sto con attenzione (“Perché vogliamo roba che ameremo per anni, non semplicemente roba”). Soprattutto, predilige ora cose che si incastrino, si impilino, si digitalizzino. Potrebbe suonare come la tipica crisi da eccesso opposto di chi passa metà della sua vita a volteggiare tra lussi e abbuffi traboccanti e poi, affranto dai sensi di colpa o ansioso di cambiamento, estremizza l'ascesi e la contrizione. L'idea però non è malvagia: eliminare il superfluo, mi piace! Ecco, per il letto verticalizzato che funge da doccia e stireria, però, non mi sento ancora pronta... Ricordo un ostello ai margini del deserto nel sud dell'Egitto. Negli anni gloriosi delle grandi campagne archeologiche fungeva da avamposto di ristoro per i ricercatori europei. Era rustico ma, si sa, gli studiosi delle antiche civiltà con l'avventura ci vanno a nozze. Una sera di goliardiche mangiate (lo scavo stimola...) la tovaglia guadagnò qualche medaglia di zuppa, salsa e condimento. Quelle stesse macchie inconfondibili riconobbe, qualche ora più tardi, un membro della spedizione nel suo letto: il tessuto per apparecchiare la mensa era stato riciclato come lenzuolo. Graham Hill ne sarebbe stato orgoglioso. Alle volte: essere 'avanti' e non saperlo...


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“Gmöffel der unsichtbare Freund” Philippe Graff e Cornelia Lüthi al Vorstadttheater di Basilea

Gmöffel l'amico invisibile Storia di Sophie che non vuole crescere e di un pubblico che vuole restare bambino con lei “Gm öffel, der uns ich tbare Freund” (Gmöffel, l ' a m i c o invisibile) appartiene a quel genere che, in narrativa, si d e f i n i s c e “Bildungsroman”, romanzo di formazione; nel caso specifico: “BildungsTheaterstück” , v i s t o c h e s i articola secondo le note ariose e fantastiche di una pièce teatrale. La critica letteraria definisce così le storie che raccontano il viaggio, p s i col og i co e m ora l e , d e l protagonista dalla giovinezza all'età adulta. In questo delizioso spettacolo, che è andatro in scena al Vorstadttheater di Basilea dal 29 settembre al 2 ottobre 2011, è Sophie a dover fare i conti con la sindrome di Peter Pan. Sophie ha 9 anni, vive con la nonna e con Gmöffel, il suo amico immaginario, pardon: il suo miglior amico. È goffo e buffo, forse ha la sua età, o forse no, quello che conta è che quando Sophie ordina, lui esegue, senza una parola di disappunto, senza contraddire. Sophie con Gmöffel fa tutto, anche perché lui è pronto a buttarsi in qualsiasi avventura e a farlo nel modo che decide Sophie. È lei il capo, lui ride persino con grandi singulti sonori

come piace a lei. Il loro gioco preferito è viaggiare, nello spazio e nel tempo, su un autocarro vintage che hanno progettato e costruito insieme. Una parete tappezzata di cartoline certifica le destinazioni raggiunte. Ci sono i panorami classici delle mete più significative del globo, ma per lo più il loro mezzo inchioda all'improvviso in luoghi alieni dalla geografia reale. L'ho già rilevato sul mio blog in un post del 10.09.2011 ed è un'idea che ha trovato conferma

“Cavea e scena sono racchiusi nella stessa bolla magica, le differenze di ruoli sono cadute.” nella messa in scena di spettacoli a cui ho assistito di recente. Ci sono due linee guida ricorrenti nella drammaturgia del teatro sperimentale contemporaneo (perlomeno d'ambiente basilese e nord-europeo). Una riguarda l'impiego di scenografie 'povere' che assemblano materiali di scarto ed oggetti di riciclo. Un esercizio che faccio spesso, e mi diverte, consiste nel provare a desumere metafore che sappiano

cogliere il midollo delle cose, la loro effettiva ragion d'essere, al di là di motivazioni o scuse contingenti. Avviene automaticamente: una situazione specifica rimanda ad un'immagine che la traduce e ne svela, allo stesso tempo, il significato; almeno per come la vedo io. Spesso sono visioni spietate, perché schiette, nude; a volte si avvicinano alla verità, altre sono un parto cervellotico della mia fantasia. Negli ultimi mesi, a teatro, ho visto le scene occupate da scatoloni di cartone, rotoli di carta da imballo, vecchi bidoni del detersivo e attori investiti dell'abilità supplementare di doverli assemblare, trasformare, animare; così un'analogia ha preso forma nella mia mente. C'è un “mondo di fuori”, che esplode giusto dietro al buco nero rappresentato dalla pesante tenda del sipario, e un “mondo di dentro”, che abbraccia la bolla di luce tenue che lambisce poeticamente scena e cavea. Qui attori e pubblico galleggiano in quel magma vischioso che produce la magia dell'affabulazione. Questa specie di utero senza forza di gravità si serve di un codice che, spesso, non è quello convenzionale e risponde a regole che forgia ad hoc, di volta in volta. I personaggi fittizi ed eccentrici che si muovono sulla scena compiono spesso azioni controcorrente, ri


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spetto alle tendenze del “mondo di fuori”. Quello orbita, acceleratore a tavoletta, intorno ad un consumismo sfrenato che, nella sua corsa, inghiotte, frantuma e sputa tutto, come un tritapietre. Il nuovo diventa sorpassato nello spazio di un battito di ciglia e va rimpiazzato con un nuovissimo feticcio di sbriluccicante inutile. La spazzatura ingombrante che ne consegue, totem della nostra frenesia insensata, è però riscattata dall'arte teatrale. Sono i personaggi sognanti e improbabili che calcano la scena a sollevare con amorevole pietas le scorie umili, eiettate dalla tracotanza del consumismo, per farle risorgere alla dignità di una nuova vita. Loro camuffano, travestono il banale e ne fanno eccezionale pezzo unico. Così, l'autocarro dei due Globe-trotters è ricavato da cartoni da imballo dipinti, piegati e sollevati in una specie di gigantesco origami, per rendere la carenatura della carrozzeria. Le griglie del radiatore sono di carta stagnola e un pennellone da tappezziere mima il cambio. Quando, lanciato a tutta velocità, durante l'ennesimo viaggio, finisce per inabissarsi nell'oceano, è la nonna (che ora veste momentaneamente i panni di tecnico del suono), ad improvvisare un corredo sonoro. Mentre loro rendono l'apnea con guance gonfie e movimenti rallentati, lei s nocciola un repertorio di rumori sottomarini, armeggiando con barrette metalliche, campanelli ed un palloncino pieno di ghiaia che culla, alternativamente, da un braccio all'altro. Il soffio in un tubo collegato ad una tanica imita il ruggito cavernoso del feroce yeti, protagonista dell'avventura successiva. E Gmöffel ne è personificazione (quando agita le braccia da dietro una catasta di scatoloni, per l'occasione cuboni di ghiaccio) ma anche vittima (quando dagli scatoli finisce travolto). Per fortuna interviene una Sophie, altera ma benevola, re

gina delle nevi a risvegliarlo dallo svenimento congelato. Poi lo scenario cambia e le quattro ruote frenano nel cuore della prateria, di fronte ad una mandria di bisonti (il galoppo selvaggio reso dalle mani che tamburellano ritmicamente sulle guance tese). Ora i due si armano di scope che, in cima, laddove dovrebbe essere la saggina, hanno un contenitore rovesciato. Dentro, un bulbo luminoso, che trasforma la plastica biancastra in un viso segnato da profonde chiazze di lu-

ce e polle di ombra, che prende forma intorno al prominente naso che era il manico. Un paio di piume fissate all'imboccatura e, nel buio, tagliato dalle loro risate oblique, si vedono dardeggiare i volti sinistri di due perfidi amerindiani. Il secondo aspetto ricorrente è il metateatro: il teatro che svela se stesso. Sophie ce la presenta l'attrice che la impersonerà: la barriera invalicabile tra pubblico e attori va in pezzi, l'attore è personificazione, ma anche individuo 'fuori scena'. Il passaggio da un livello all'altro è scandito da gesti simbolici di investitura e svestizione: quando la protagonista tiene il fazzoletto annodato al collo è se stessa e spiega le dinamiche della storia agli spettatori; quando se lo sistema sui tre codini che zampillano sulla testa, diventa la bambina, Sophie. A volte i panni d i Gmöffel stanno stretti al commediante che lo incarna e allora capita che getti a terra, in un moto frustrato di rabbia, il buf-

fo copricapo imbottito da aviatore che caratterizza il personaggio, e riprenda la collega che, nella finzione, ha calcato troppo la mano. Come dicevo, cavea e scena sono racchiusi nella stessa bolla magica, le differenze di ruoli (io fingo, tu fai finta di credere alla finzione) sono cadute. In alcuni spettacoli, quindi, al pubblico è permesso prendere posto sul palco, in mezzo agli attori, e vivere la rappresentazione [ancora più] dal di dentro. Altrove, i personaggi interagiscono con la platea: possono persino trasformare uno spettatore in una spalla comica. Perché l'ingranaggio, così arricchito, funzioni alla perfezione, bisogna calibrare con precisione ancor più millimetrica i tempi comici. Infine, come nel caso presente, gli attori entrando ed escono dai personaggi che impersonano, in un'alternanza di ermeneutica e rappresentazione. I commenti, rivolti quasi in sordina all'uditorio, ammiccano al pubblico e annodano, con quello, un rapporto di complicità; rappresentano, inoltre, un'abile tattica di empatia perché se si è accolti a far parte di un gruppo, quel gruppo lo si sostiene e lo si p rot e g g e (i n u l t i m o: l o s i applaude). Così quando Manuel, un compagno di scuola di Sophie, un amico in carne ed ossa questa volta, e la nonna minacciano l'esistenza di Gmöffel perché mettono la ragazzina di fronte ad una scelta: la vita vera, con le sue difficoltà e rinunce, ma pure reale, o la fantasia, regno dell'onnipotenza, ma pure solitario, noi, il pubblico, facciamo il tifo per Sophie. Vogliamo che cresca; però, però... Però ci dispiace di essere cresciuti anche noi ed aver perso la spensierata potenza creativa dei bambini. Qualche tempo fa ho assistito ad un paio di spettacoli a Torino. Di genere diverso, un dramma, l'uno, una commedia leggera, l'altro.


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In entrambi i casi la scenografia c'era, curata nel dettaglio anche, più classica e vecchio stile, nel primo caso, moderna, colorata e spiritosa, nel secondo. Ho tirato un sospiro di sollievo: mancava la tensione che s'insinua in sordina nel teatro 'senzatetto' a cui ho fatto l'abitudine (e ho fatto accenno qui). Questo 'nuovo' teatro, ostentatamente senza risorse da un lato fa il verso alla realtà, a quella zona grigia di precarietà e incertezza che sta facendo ombra ad un numero sempre maggiore di famiglie, inghiottendole nel suo blob, dall'altra ci mette di fronte al dato di fatto che la Mancanza ci forza alla Creatività, all'esercizio della manualità, alla riscoperta del talento, quello semplice, artigianale, che tutti in qualche modo hanno. Reinventarsi per sopravvivere. Un monito necessario, di questi tempi. Si può fare perché non si può fare altro, o si può fare come consapevole scelta che da lì passi la via di fuga dal cul de sac in cui ci troviamo. Ci vuole poco a creare un mondo, o meglio: bastano poche 'cose', ma è richiesta un'illimitata immaginazione.

Weihnachtsbaum, Marktplatz Basel

L'Avvento basilese Eziologia di una magia Descrivere il Natale basilese non è impresa facile poiché i fili del discorso ora si allungano verso direzioni eccentriche, ora s'intrecciano fitto al dettaglio, ora sfilano via di nuovo e la tela appena intessuta si smaglia. Un po' come cercare di domare in trecce ordinate quella chioma da medusa della mia bambina Amélie: i serpentelli sottili di ciocche sgusciano, scivolano, lei muove la testa e gli intrecci si sciolgono... Ogni Natale, incluse le settimane dell'Avvento che lo precedono, ha qui un che di speciale, ma per poterne spiegare la ragione ho bisogno di fare una premessa. Mi piacciono le città che mi si chiudono intorno, come un anello al castone; che puoi attraversare con la confidenza che ti scioglie i movimenti quando ti sposti da una stanza all'altra della tua casa; per questo vivere stabilmente in una metropoli esplosa mi sarebbe difficile, salvo

nel caso in cui riuscissi a ritagliare dal caos brulicante una bolla ristretta di coordinate mie. Basilea mi era parsa, già dal primo sguardo intimidito lanciato appena fuori dalla stazione, un hortus conclusus, un microcosmo circoscritto e per questo afferrabile. Ho capito dopo però come quel senso di familiarità si basasse su suggestioni mezzo sepolte nell'inconscio. Il suo cuore storico, la città vecchia medievale, a cui si sovrappongono rifacimenti ed integrazioni ottocentesche, ricorda, ho capito dopo, il repertorio iconografico dei libri di favole della mia infanzia. Non ricordo titoli né autori precisi (i fratelli Grimm? O forse era Dickens?), ho precisa memoria invece della sensazione tattile dei polpastrelli che pattinavano su quelle superfici lisce dai colori intensi e un odore vagamente chimico di vernice. Credo che le illustrazioni 'incriminate' non mostrassero più che qualche casetta spanciata con travoni a vista, tetti traboccanti paglia e ante di legno dipinte, ma la mia immaginazione ha fatto il resto. Gli ha costruito intorno altre casette, gioiosamente addossate una all'altra, in un abbraccio di vicoli, che ne ha fatto un villaggio; accanto è germogliato un bosco millenario animato da tutte le creature animali e fantastiche del caso. Rimosso tutto questo nella soffitta delle mie fantasticherie bambine, avevo tuttavia provato, a sapere di Basilea e della vicina Foresta Nera, un inspiegabile senso di conforto. Si può paragonare a quel sentimento avvolgente di consolazione che, ancora una volta, procurano i gesti primordiali che in ciascuno segnano le pietre miliari dell'infan


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zia. Nel mio caso, in cima alla lista c'è, senza dubbio, il rituale che, fino ai 6 anni tutti, preludeva al sonno. Stendevo sul letto, con ampie manate, la mia copertina preferita (6 farfalle su due colonne in fila per tre, a tinte pastello) in modo che il bordo di velluto sfiorasse il cuscino, poi mi ci infilavo sotto: il pollice in bocca e le restanti quattro dita della mano destra saldamente aggrappate a quell'orlo morbido. Tra risucchi e gorgoglii di saliva e lo struscio della pelliccetta di raso scivolavo nella beatitudine del sonno. Di quella mia grattugia pre-onirica è rimasta traccia nelle spelacchiature della coperta ormai scolorita. Ecco che, come previsto, ho perso il filo. Ogni anno nel periodo natalizio, ma non solo per la verità, quando passeggio per la città vecchia, mi sento così: immersa nel mio rito del “ciuccio-nanna” (come da mia definizione bambina). Fa freddo, un freddo secco, color azzurro ghiaccio, come ci si aspetta che sia nelle favole, e una brezza decisa che lascia un gusto di neve percorre i vicoli ritorti, le scalinate strette, le piazzette guscio di noce; devia gli zampilli delle fontane, spazza i fazzoletti di terrazze aperte su scorci di tetti ammucchiati. Giovani abeti bianchi scandiscono il passo, sull'attenti con la grazia slanciata ma un po' goffa dei tronchi giovani e, a vari crocicchi, lungo il cammino verso la piazza del mercato, stazionano taglialegna con i loro carri carichi di vischio a mazzi. Uno dei cuori palpitanti del Natale è Marktplatz. Alla piazza si accede da strade laterali, così che non si apre in un unico colpo d'occhio alla vista, ma si svela progressivamente ad ogni passo di avvicinamento. In questo periodo però lo sguardo è immediatamente catturato dal maestoso abete che nasconde la facciata del municipio. Una didascalia in legno, posta sul tronco, ne dichiarava la provenien-

za dai boschi dell'Aesch. Ho letto da qualche parte che ogni anno l'abete costruisce un “piano” di rami che si chiama verticillo così, contando quanti verticilli ci sono, possiamo sapere, più o meno, quanti anni abbia l'albero. Quello di quest'anno, alto 15 metri, ad occhio e croce deve averne una ventina. Intorno si gonfiano alla brezza le tende colorate del mercato. Ogni giorno, domenica esclusa, i contadini delle campagne dell'Elsass (l'Alsazia che si apre alle porte di Basilea) vengono qui a vendere i loro prodotti: fiori, frutta, verdura, ma anche miele, formaggio, salumi. Durante le settimane dell'Avvento, però, i banchi si arricchiscono di segni natalizi: composizioni di conifere e candele, pigne brinate, mazzi di vischio (Mistelsträusse), vasetti di agrifoglio, elleboro e rose di Natale. Poi si vendono bottiglie di Apfelmost (sidro) e Glühwein (vin brûlé) di produzione propria. Il mercato non ha il caos brulicante e il vociare ora rauco ora acuto che ricordo del labirinto di bancarelle di Porta Palazzo, a Torino, o dell'autostrada di banchi di Belleville a Parigi e tanto meno

dei suk orientali, come il Topkapi di Istanbul o Khan el-Khalili al Cairo. Ciò che là è sfrontato, dilagante e ti ingolfa come un turbine di suoni, odori, voci ed immagini, qui ha toni pacati di un frizzante sgasato. Serpeggia, in silenzio, un'eccitazione gioiosa, discreta promessa della festa, un po' come quella cristallizzata nelle istantanee dipinte nei miei libri di bambina: bruciava un fuoco là s ot t o ch e p e rò, in cat e n at o all'unidimensionalità e schiacciato tra le pagine, non poteva saltarmi in braccio e ruggire in libertà. Gli agricoltori, i venditori qui hanno larghi sorrisi e allettano i passanti a filo di voce, quasi con un labiale da acquario, tendendo piccoli vassoi di legno su cui sporgono fettine di formaggio, olive infilzate in stuzzicadenti, bocconi di pane. Dietro alla coreografia casuale di chi indugia tra i banchi, chi compra e chi vende, chi assaggia e chiacchiera, si china ad odorare un mazzo di fiori, c'è poi la quinta scenica del Rathaus (il municipio, appunto) rosso mattone.

“Fa freddo, un freddo secco, color azzurro ghiaccio, come ci si aspetta che sia nelle favole, e una brezza decisa che lascia un gusto di neve.” Il suo p erfetto cromatismo natalizio è confermato dalla cascata di stelline che occhieggia e scompare dietro gli schermi di tende colorate e cappotti: nel cortile interno dell'edificio c'è un altro abete, messo sulle punte verso il cielo, tra statue e torri merlate. All'entrata c'è poi un podio. Il suo design fa pensare ad un pensatore chino con lo sguardo volto in basso sulle mani aperte a reggere un libro e il libro è in realtà un volumone dalle pagine ampie bianco sporco, illuminate da un faretto, posto in al


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zia. Nel mio caso, in cima alla lista c'è, senza dubbio, il rituale che, fino ai 6 anni tutti, preludeva al sonno. Stendevo sul letto, con ampie manate, la mia copertina preferita (6 farfalle su due colonne in fila per tre, a tinte pastello) in modo che il bordo di velluto sfiorasse il cuscino, poi mi ci infilavo sotto: il pollice in bocca e le restanti quattro dita della mano destra saldamente aggrappate a quell'orlo morbido. Tra risucchi e gorgoglii di saliva e lo struscio della pelliccetta di raso scivolavo nella beatitudine del sonno. Di quella mia grattugia pre-onirica è rimasta traccia nelle spelacchiature della coperta ormai scolorita. Ecco che, come previsto, ho perso il filo. Ogni anno nel periodo natalizio, ma non solo per la verità, quando passeggio per la città vecchia, mi sento così: immersa nel mio rito del “ciuccio-nanna” (come da mia definizione bambina). Fa freddo, un freddo secco, color azzurro ghiaccio, come ci si aspetta che sia nelle favole, e una brezza decisa che lascia un gusto di neve percorre i vicoli ritorti, le scalinate strette, le piazzette guscio di noce; devia gli zampilli delle fontane, spazza i fazzoletti di terrazze aperte su scorci di tetti ammucchiati. Giovani abeti bianchi scandiscono il passo, sull'attenti con la grazia slanciata ma un po' goffa dei tronchi giovani e, a vari crocicchi, lungo il cammino verso la piazza del mercato, stazionano taglialegna con i loro carri carichi di vischio a mazzi. Uno dei cuori palpitanti del Natale è Marktplatz. Alla piazza si accede da strade laterali, così che non si apre in un unico colpo d'occhio alla vista, ma si svela progressivamente ad ogni passo di avvicinamento. In questo periodo però lo sguardo è immediatamente catturato dal maestoso abete che nasconde la facciata del municipio. Una didascalia in legno, posta sul tronco, ne dichiarava la provenien-

Debora Cilli, Mercato natalizio in Marktplatz, Basel, p.12: libro dei desideri nel Rathaus

za dai boschi dell'Aesch. Ho letto da qualche parte che ogni anno l'abete costruisce un “piano” di rami che si chiama verticillo così, contando quanti verticilli ci sono, possiamo sapere, più o meno, quanti anni abbia l'albero. Quello di quest'anno, alto 15 metri, ad occhio e croce deve averne una ventina. Intorno si gonfiano alla brezza le tende colorate del mercato. Ogni giorno, domenica esclusa, i contadini delle campagne dell'Elsass (l'Alsazia che si apre alle porte di Basilea) vengono qui a vendere i loro prodotti: fiori, frutta, verdura, ma anche miele, formaggio, salumi. Durante le settimane dell'Avvento, però, i banchi si arricchiscono di segni natalizi: composizioni di conifere e candele, pigne brinate, mazzi di vischio (Mistelsträusse), vasetti di agrifoglio, elleboro e rose di Natale. Poi si vendono bottiglie di Apfelmost (sidro) e Glühwein (vin brûlé) di produzione propria. Il mercato non ha il caos brulicante e il vociare ora rauco ora acuto che ricordo del labirinto di bancarelle di Porta Palazzo, a Torino, o dell'autostrada di banchi di Belleville a Parigi e tanto meno

dei suk orientali, come il Topkapi di Istanbul o Khan el-Khalili al Cairo. Ciò che là è sfrontato, dilagante e ti ingolfa come un turbine di suoni, odori, voci ed immagini, qui ha toni pacati di un frizzante sgasato. Serpeggia, in silenzio, un'eccitazione gioiosa, discreta promessa della festa, un po' come quella cristallizzata nelle istantanee dipinte nei miei libri di bambina: bruciava un fuoco là s ot t o ch e p e rò, in cat e n at o all'unidimensionalità e schiacciato tra le pagine, non poteva saltarmi in braccio e ruggire in libertà. Gli agricoltori, i venditori qui hanno larghi sorrisi e allettano i passanti a filo di voce, quasi con un labiale da acquario, tendendo piccoli vassoi di legno su cui sporgono fettine di formaggio, olive infilzate in stuzzicadenti, bocconi di pane. Dietro alla coreografia casuale di chi indugia tra i banchi, chi compra e chi vende, chi assaggia e chiacchiera, si china ad odorare un mazzo di fiori, c'è poi la quinta scenica del Rathaus (il municipio, appunto) rosso mattone.

“Fa freddo, un freddo secco, color azzurro ghiaccio, come ci si aspetta che sia nelle favole, e una brezza decisa che lascia un gusto di neve.” Il suo p erfetto cromatismo natalizio è confermato dalla cascata di stelline che occhieggia e scompare dietro gli schermi di tende colorate e cappotti: nel cortile interno dell'edificio c'è un altro abete, messo sulle punte verso il cielo, tra statue e torri merlate. All'entrata c'è poi un podio. Il suo design fa pensare ad un pensatore chino con lo sguardo volto in basso sulle mani aperte a reggere un libro e il libro è in realtà un volumone dalle pagine ampie bianco sporco, illuminate da un faretto, posto in al


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to come occhio di ciclope. È l ' “ö f f e n t l i c h e s B a s l e r Wunschbuch” il libro pubblico basilese dei desideri. Non ho un buon rapporto con le speranze allacciate alla coda delle stelle cadenti, le candeline da spegnere con un soffio dopo un pensiero segreto. Il libro che raccoglie le richieste, le preghiere, gli auguri dell'anno morente, ha però un suo fascino, soprattutto perché, oltre ai basilesi, ci scrivono visitatori provenienti da ogni parte del mondo: documenta perciò un vero piccolo mondo sentimentale. A sfogliarlo si scopre quanto siamo bravi con le astrazioni generiche, con le aspirazioni cosmiche: i primi anni mi associai anch'io alle liste di “vorrei per il prossimo anno la pace nel mondo!” - “mi auguro che finiscano tutte le guerre” “prego perché l'effetto serra si metta infine una mano sulla coscienza e la pianti d'allargare il suo ventre vorace”. Torniamo bambini che gonfiano le guance e ti puntano addosso gli occhi seri, nello sforzo di dare pathos ad una rivelazione inaudita, nutriamo ambizioni auree, ma ci riesce difficile fare i conti con i piccoli sforzi quotidiani che rappresentano una goccia nell'oceano del desiderio espresso. Per via di questo disincanto e poiché i desideri si realizzano quando si smette di esprimerli e ci si mette in cammino per avvicinarglisi, quest'anno lascerò sul libro traccia del mio passaggio formulando non una s peranza, m a un ringraziamento. Lo dedico ai Babbi Natale umanissimi e inconsapevoli che, nel corso dell'anno, mi si sono materializzati intorno, hanno offerto conforto, aiuto, affetto proprio nell'istante giusto e poi sono stati inghiottiti dal volto anonimo della folla, perché, ed è questo il punto, quei Babbi sono perfetti sconosciuti.

Luogo favorito per tali epifanie è stata la Coop in Elsässerstrasse. Qui c'è un signore, con gli occhiali a montatura di metallo sottile dorato (ognuna di queste persone ha, è incredibile ma bisogna dirlo, qualcosa dell'iconografia classica del Santi Klaus). Presumo si tratti di un addetto alla sicurezza che non ha però nulla della fisicità tipica delle guardie giurate. Lui compare a qualche metro da me, precisamente quando un dubbio o una domanda mi corrugano la fronte. Spulcio il portamonete alla ricerca del franco per il carrello e scopro, con disappunto, che ho solo un pezzo da 2, alzo la testa con un sospiro disarmato e mi arriva la sua voce: “Non si preoccupi, prende anche i 2 franchi!” Un'altra volta mi ha vista entrare sventolando una cartolina da imbucare per un concorso e lui, zac!, mi ha portata all'urna. Se tutto fila liscio, non lo vedo neanche. Un altro Santa l'ho conosciuto qualche giorno fa. Uscivo dal supermercato con due borse colme.

“I desideri si realizzano quando si smette di esprimerli e ci si mette in cammino per avvicinarglisi.” Al solito faccio acrobazie con tutti gli arti disponibili per caricare le sporte sul cestino davanti e sul portapacchi dietro, ma questa volta la bicicletta è instabile: il dado del cavalletto si è un po' svitato ed ogni mio movimento la fa beccheggiare pericolosamente. Le due metà tendono verso direzioni opposte: la ruota anteriore sotto il peso del pacco messo sul cestino, sbandiera da tutte le parti e il sacco appoggiato sulla rastrelliera dietro (e che sto cercando di fissare con i cavi elastici) continua a scivolare giù. Quando il mio vano armeggiare sta per arrendersi all'impotenza, si materializza un signore dal volto rubizzo che mi annuncia con determinazione: “L'Aiuto!” “Ah grazie!” rispondo io e lui puntualizza: “Sono il suo Schutzengel (=angelo custode)!” “Ah, avrei detto Babbo Natale...” Così, mentre lui blocca la ruota posteriore con il suo carico, io mi occupo del borsone davanti e dell'insalata che stava tuffandosi, mazzo dopo mazzo, a cespo sotto, sul marciapiede. Per quanto lo ringraziassi in imbarazzo, sperando che si smaterializzasse con la stessa velocità con cui aveva preso forma dietro la mia bici, ha aspettato che tutto fosse fissato e a posto, che non rischiassi più di veder rotolare la spesa giù per il marciapiede e mi ha detto, con una punta d'orgoglio: “Be' alla prossima!” Ho immaginato che dovesse correre a salvare qualcun altro e volevo augurargli buona missione, ma ero talmente imparpagliata che alla fine non gli ho neanche fatto gli auguri di Natale.

Firmino  

Giornale di società e cultura di Debora Cilli