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DEA

senso del vivere

Rivista di Espressione Visiva e Comunicazione Sociale - Anno XXVIII Luglio/Dicembre 2017 - Euro 10,00 -

Ph. Silvana Grippi L’Uomo e la Natura


XXIX – Luglio/Dicembre 2017 – Centro Socioculturale D.E.A. onlus - Associazione di volontariato DIDATTICA – ESPRESSIONE – AMBIENTE. Reg.Trib.Fi n° 3902-16/11/1989 – Iscrizione Reg. di Volontariato Prov. Firenze (ex L.T.R. 20/93 e succ.). Decr. 73 del 15/9/99 – Politiche Sociali. – Centro Studi e Archivio. Campagne di sensibilizzazione. Forum “Diritti Umani/Pari Opportunità” Documentazione/Produzione/Edizione DEApress – Agenzia di Stampa. Reg.Trib. FI n° 4706 del 09/07/1997 – Direttore Silvana Grippi – Grafica Piero Fantechi Hanno collaborato: Laura Pranzini, Piero Fantechi, Thomas Maerten, Cosimo Biliotti, Riccardo Fratini, Davide Steccanella, Fabrizio Cucchi, Antonella Burberi, Samuele Petrocchi, Andrea Berti, Davide Steccanella, Francesca Dari, Mariella Marzuoli, Massimo Pieraccini, Elena Vanni, Paolo Ferrantini, Stefano Maulicino, Marco Agresti, Elena Perini, Geraldina Colotti, Stefania Parmigiano, Valentina Locci, Leonardo Marinelli, Marco Ranaldi, Paolo Ferrantini, Giulio Gori, Stefania Parmigiano, Chiara Pappalardo. Per articoli ed info: www.deapress.com e redazione@deapress.com

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GRAZIE PER ILVOSTRO 5x1000 – C.F. 03938570482

INDICE NOTIZIE - CRONACA- CINEMA Grippi/ Pranzini, Chi era Lorenzo Bargellini? 3 Thomas Maerten Alta felicità in Val di Susa 4 Cosimo Biliotti Intelligenza artificiale 6 Riccardo Fratini Donne violate 8 Davide Steccanella Biennale di Venezia 8 Fabrizio Cucchi “Maelstrom" di Ricciardi 10 Cosimo Biliotti Tunnel-Tav-Tramvia 12 Silvana Grippi L’Hotel Concorde 13

MOSTRA REPORTAGE NOVOLI Silvana Grippi Stefano Maulicino Mariella Marzuoli Andrea Berti Fracesca Dari

Periferie fiorentine In bianco e nero Fra vecchio e nuovo Impressioni Visive Gentifricazione?

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HIGH LINE Parchi Londinesi

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MEDIARC Francesca Dari, Marco Agresti

EVENTI e RECENSIONI Fabio Nocentini Fratelli Stellari Antonella Burberi Galleria Accademia Ipotesi museale, foto, libro Identità Sahrawi Parva Libraria Presenta Figlia del destino Valentina Locci Giovani e Lettura Valentina Locci Un sogno all’Alba

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MEDIAMIX Piero Fantechi

Mediamix 2017

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Centro Studi – Rubrica Internazionale Stefano Maulicino Paolo Ferrantini Silvana Grippi Marco Ranaldi Giulio Gori Chiara Pappalardo Leonardo Marinelli Stefania Parmigiano Massimo Pieraccini Leonardo Marinelli Geraldina Colotti

Nuova colonia israeliana 24 Lotta sull’immigrazione 25 Riflessione sulla Spagna 26 Il Maestro Luis Bacalov 27 Hasan ricordato da Giulio 28 La Cina nel Golfo 30 Libia 32 UNESCO e Trump 34 Crescere senza confini 35 OIC sulla Palestina 37 Venezuela 38

REDAZIONALE - Giugno - Dicembre 2017 Questa rivista “Il senso del vivere” la dedichiamo a Lorenzo Bargellini (Mao) e ad Hasan Atiya Al Nassar, due figure importanti per Firenze che sono venute a mancare nella seconda parte di questo anno e che hanno dedicato la loro vita agli altri: l’uno impegnandosi nelle lotte in difesa dei più deboli e più bisognosi, l’altro raccontando attraverso la poesia il dolore dell’esilio. Questo numero ha un valore sociale in quanto sono stati affrontati temi che fanno discutere. Inoltre, l’editoria ci ha dato notevoli soddisfazioni nella divulgazione, a tal proposito ricordiamo alcuni libri: Western Sahara Geography - Las Monteneras,,il rumore dei segni - I cavalieri della Pampa a cura Leonardo Landi (in collaborazione con l'archivio "Il sessantotto"), "Correvo pensando ad Anna" di Pasquale Abatangelo. Per la collana di Architettura “La casa abitata 2017”. E ancora "L'idenità sahrawi - Il senso del vivere" libro fotografico di Silvana Grippi, “Figlia del Destino” di Lara Poggi e Un sogno all’Alba di Aysia Rossi e Lucio Guida. Per concludere, l’ XI Festival MEDIAMIX “Inchiostro e Metafore, Racconti per Immagini”,attraverso il suo concorso, ha selezionato validi e futuri giovani autori internazionali.Grazie ai volontari e alla collaborazione dell’ Università di Firenze e Bologna che hanno garantito le attività. Il materiale di scrittura e fotografico è stato tratto dall’Agenzia di Stampa DEApress. (www.deapress.com) Finito di stampare Gennaio 2018 – Centro AZ – Via degli Alfani 16/r – Firenze – Telefono 055243154


Chi era Lorenzo Bargellini? LAURA PRANZINI / SILVANA GRIPPI

Lorenzo Bargellini è nato a Firenze il 1 novembre nel 1958, ha vissuto nel quartiere di S.Croce ed è morto il 5 giugno 2017. Sembrava un cinese e da qui il soprannome di MAO che a lui piaceva e lo usava come nome di battaglia. La mamma, una bella donna cambogiana lo seguiva sempre. La sua formazione è avvenuta nella scuola Pestalozzi (1) dove i figli degli intellettuali e della povera gente avevano modo di confrontarsi: l'intera giornata era piena di attività, poi c'era un grande giardino dove i bambini sognavano di incontrare le fate e gli gnomi, c'era anche un impostazione collaborativa con un mini governo dove ogni bambino aveva un ruolo politico nella Scuola Città Pestalozzi. Un luogo di prova e sperimentazione dove tutti si sentivano uguali ma, appena questi ragazzi varcavano la soglia delle scuole superiori venivano nuovamente respinti in una realtà crudele. ERANO TUTTI FIGLI DI UN DIO MINORE, da qui la presa di coscienza che non tutti siamo uguali! Le prime lotte, i primi miti, la morte dei primi compagni di percorso, poi i processi, le difese e le accuse......ma Lorenzo ribelle e antagonista, antifascista e autonomo non rinunciava ad essere in prima fila a protestare per i diritti e manifestare la rabbia comune contro lo stato. Eri contro le istituzioni e ti chiamavano "illegale". Illegale, SI, contro una legalità mafiosa e corrotta. Mai sgarbato, generoso, leale, combattivo e comunista: a lui non interessava essere considerato Leader, non interessavano giudizi e pregiudizi, ironico e sempre sorridente. Capelli al vento sempre ben curati e un dolce sorriso per tutti/e. Nascondeva la timidezza con il suo ciuffo che si tirava sull'occhio anche quando parlava. Le strade della lotta lo hanno da sempre affascinato, la sua ribellione lo ha portato a farsi portatore di ideali e “portavoce dei senzavoce”, soprattutto immigrati, emarginati e delle classi meno abbienti. Quando morì Luca Mantini (2), egli quindicenne iniziò a prendere coscienza del problema politico.... Erano nati comitati di lotta che si occupavano di casa, autoriduzione delle bollette, carceri e scuola; queste erano le problematiche delle lotte di quartiere in S. Croce dove il Carcere delle Murate faceva da catena di trasmissione delle gravi conflittualità di classe. Ultimamente Lorenzo diceva che voleva passare la mano ai giovani: un pomeriggio insieme per sostenere l'autorecupero di due stabili e poi all'ultimo corteo, dove ha partecipato, sostenendo l'occupazione dei somali e ha manifestato contro la vendita degli appartamenti di proprietà comunale in Via dei Pepi. Con lui si chiude un capitolo della storia della città di Firenze che non sarà eguagliabile. Silvana: …mi ricordo ancora quando andavo davanti la scuola (via S. Giuseppe - c'erano due scuole insieme) a prendere mio fratello e lui usciva a volte con le lacrime agli occhi per qualche ingiustizia. Non si poteva non notare, era timido e aveva un viso tondo e bonario... Passano gli anni ma lui resta il solito ragazzo umile tra gli umili. Caro Lorenzo ci vedevamo spesso e ogni mattina ti alzavi per continuare il percorso di lotta contro il capitalismo e l'imperialismo. Sei stato un partigiano ribelle del nostro tempo! 4


Laura: Ho conosciuto Lorenzo quando, circa quattordici anni fa, entrai nel Movimento di Lotta per la casa. Abitavo in Via dell'Anguillara insieme ad altri inquilini e ci trovammo a far fronte allo sfratto dell'abitazione: lo stabile era stato acquistato a fini speculativi da un immobiliarista romano che ci aveva dato poco tempo per andare via...fu una lunga lotta con trattative che portarono all'occupazione degli appartamenti rimasti vuoti all'interno del n. 14. Lorenzo era instancabile, teneva alto il morale e insieme ai militanti del movimento ci esortava a ribellarci all'ingiustizia. E così vincemmo! Lorenzo non è morto perché rimane vivo nei nostri cuori! Grazie Lorenzo! ______________________ 1) "A settanta anni dalla sua fondazione, Scuola-Città Pestalozzi è oggi una scuola di base, sperimentale e statale, unitaria negli otto anni della scuola primaria e secondaria di primo grado, organizzata in quattro bienni e in rapporto con la scuola dell'infanzia e con la scuola secondaria superiore. Scuola di differenziazione didattica, questo è il nome dato a suo tempo alle scuole sperimentali (tempo pieno) ....impegnata alla realizzazione di progetti .....attraverso una didattica laboratoriale con al centro la sperimentazione .......e una costante attenzione alle relazioni personali tra: alunni, insegnanti, genitori, personale, per rinnovare le forme di vita comunitaria. 2) Luca Mantini ucciso durante un esproprio proletario nel 1974 .

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Festival Alta felicità: migliaia di persone in Val di Susa THOMAS MAERTEN

Questo fine settimana sono stato in Val di Susa al festival dell'Alta Felicità. Era dall'edizione dell'anno scorso che ne sentivo parlare. La curiosità era tanta e il programma prometteva bene. Così venerdì, appena uscito dal lavoro, sono saltato in macchina con gli amici e siamo partiti. L'esperienza ha abbondantemente superato le aspettative sia per il numero di partecipanti che per il livello di iniziative e concerti. Sono rimasto piacevolmente sorpreso quando sono arrivato venerdì sera: bandiere dei movimenti (no tav, no tap, no muos), banchini informativi e il campeggio che si estendeva a perdita d'occhio tra gli alberi. Persone di tutte le età e di tutte le parti d'Italia (ma anche dall'estero) erano arrivate nei pressi della cittadina di Venaus. Anche al concerto la gente era così tanta che ci abbiamo messo un po' di tempo a trovare un angolino. Sul palco intanto si alternavano grandi artisti (Bandabardò, Eugenio Bennato, Mama Marjas). Sparsi in giro per il festival si potevano leggere dei grossi cartelli sulle criticità del progetto TAV . Ad esempio ho scoperto che a fronte di 12 km di tunnel in Italia e 45 km in Francia, l'Italia sosterrà 2 terzi dei costi pur di realizzarlo. Oltre a questi in realtà c'erano mille modi per informarsi: iniziative culturali, mostre fotografiche e banchini pieni di libri: un signore ci ha detto orgogliosamente "Gli affaristi favorevoli al TAV hanno scritto un libro per spiegare che questa opera serve. Noi abbiamo già pubblicato più 80 libri per dimostrare il contrario con i dati alla mano". Inoltre ogni mattina venivano organizzate gite al cantiere dagli abitanti della Valle. Così abbiamo scelto di andare a vedere con i nostri occhi il luogo dove finiscono molti dei soldi che ogni anno mancano per le borse 5


di studio all'università, per comprare macchinari negli ospedali, per costruire case popolari, per ristrutturare le scuole, per risostruire le città dopo i terremoti. Ricordiamoci infatti che anche se l'area geografica interessata è una piccola valle tra la montagne, il costo complessivo stimato dell'opera fa venire la pelle d'oca: 26,6 Miliardi di Euro!!! Per fare un paragone le 85 università italiane (statali e private) ricevono meno di sette miliardi di euro l'anno. Durante la passeggiata al cantiere ci sono state alcune tappe dove membri del movimento No Tav locale ci spiegavano (e ci hanno fatto vedere) il territorio. Tecnici e persone molto preparate che offrivano il proprio contributo volontario, le cui spiegazioni spaziavano da flora e fauna locali alla produzione di vini e altri prodotti, per arrivare a questioni legali e tecniche legate al progetto Tav. Fa un certo effetto mangiare un panino davanti a telecamere che ti filmano e militari schierati dall'altro lato di una recinzione di più di due metri, con tanto di filo spinato israeliano sopra. Una difesa del cantiere che costa quasi 100 milioni di Euro al giorno! Oltre che un'occasione per informarsi, il festival è stata anche un'occasione di confronto fra realtà che in tutto il paese e anche all'estero si battono contro le grandi opere inutili è più in generale contro il sistema economico che genera questi mostri. Personalmente mi ero recato in valle con degli amici che partecipano al presidio di Firenze contro inceneritore e aeroporto e al campeggio ho avuto occasione di chiacchierare con No Tap e con una comitiva che veniva da euskal herria, il paese basco in lotta da decenni per l'indipendenza, il femminismo e il socialismo. Neanche la pioggia ha scoraggiato la partecipazione al festival. Fino alla nostra partenza c'è stato un costante flusso di gente. Domenica sera, sulla navetta per tornare a casa, si è affacciata la guida che ci aveva accompagati al cantiere la mattina: un signore sui cinquant'anni che si batte contro il Tav da quando era un ragazzo. "Quando in televisione sentirete parlare di pericolosi terroristi che si oppongono alla Tav, che fanno sabotaggi, blocchi stradali, manifestazioni. Beh, quelli siamo noi!" ci ha detto sorridendo. Durante il viaggio di ritorno ho ripensato per tutto il tempo a che faccia tosta abbiano quelli che sono andati al governo negli ultimi anni per continuare a sostenere un'opera del genere (ve l'ho detto che i km di tunnel realizzati in tutti questi anni sono ZERO e che si risparmieranno solo 40 minuti tra Lione e Torino?). Con l'alternarsi dei partiti al governo l'appoggio a questa opera non è mai venuto meno e anzi, è andato ad aumentare, dichiarandola di "interesse strategico" (interesse di chi?). E' evidente che se si vuole fermare il Tav non si può più restar fermi a guardare: bisogna organizzarsi, partecipare, andare alle manifestazioni in Val di Susa ma anche alle iniziative nella nostra città! Non dimentichiamo che sotto Firenze stanno scavando un tunnel Tav! Sempre a Firenze oltre al Tav ci sono in progetto l'ampliamento dell'aeroporto e la costruzione di un inceneritore. Chissà se magari, fermando tutte queste grandi opere inutili e dannose, non saltino fuori i soldi per le borse di studio all'università, per i macchinari negli ospedali, per gli alloggi popolari e per tutte le altre cose che alle persone servono realmente.

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A Palazzo Chigi si parla d’intelligenza artificiale. Nasce la #TaskforceIA dell'Agenzia per l'Italia Digitale COSIMO BILIOTTI

Il 7 settembre si è svolta nella Sala Monumentale di Palazzo Chigi la prima rie della task force sull'intelligenza artificiale promossa dall'Agenzia per l'Italia Digitale. Sebbene la notizia sia passata pressoché inosservata sui media generalisti, questo avvenimento può rappresentare un passo importante per il futuro del nostro paese visto che finalmente la più dirompente delle nuove tecnologie che plasmeranno i prossimi decenni è entrata nelle sale del governo italiano. Perchè è così importante l'intelligenza artificiale Possedere uno strumento in grado di rispondere ad ogni domanda e risolvere ogni problema è un sogno che probabilmente affonda le sue origini nell'alba dell'umanità ma la possibilità di raggiungere questo obbiettivo sembra finalmente a portata di mano. Secondo innumerevoli ricercatori e analisti la prossima grande rivoluzione che cambierà la storia della civiltà sarà l'intelligenza artificiale. I computer attuali sono in grado si stupirci in specifiche attività come sconfiggere i più abili tra gli umani in giochi di strategia, guidare automobili o rispondere a nostre domande vocali ma questi dispositivi sono solo il preludio di sistemi dotati di una intelligenza generale in grado di approssimare sempre di più le capacità del cervello umano e in futuro superarle di vari ordini di grandezza. Non c'è accordo sul quando, potrebbero essere 10 anni o 50, ma la maggior parte degli scienziati ha dato come certo l'avvento di macchine intelligenti la cui potenzialità non siamo nemmeno in grado di immaginare grazie al futuro sviluppo delle nanotecnologie, della computazione quantistica e delle reti neurali. Le incredibili capacità di queste IA (intelligenze artificiali) le renderanno fonte di grandi opportunità ma anche di rischi se venissero programmate da malintenzionati. Per questo nella comunità scientifica e del business della tecnologia in molti si interrogano e dibattono tra chi sostiene che le IA saranno la scatola magica dove si inseriscono i problemi e si tirano fuori le soluzioni e chi afferma che potrebbero scatenare la terza guerra mondiale. In ogni caso è difficile non concordare con Putin che ha recentemente sentenziato che chi svilupperà la migliore IA controllerà il mondo. Cos'è l'Agenzia per l'Italia Digitale? - Nel 2012 il governo italiano, in colpevole ritardo, ha deciso di creare un'agenzia che aggregasse tutte le precedenti agenzie ed enti pubblici che si occupavano di digitale in modo da avere un soggetto unico che avesse il compito di diffondere l'utilizzo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione tra cittadini, imprese e amministrazioni locali. Nacque così l'Agenzia per l'Italia Digitale, con 5 funzioni principali: 

coordinare le attività dell'amministrazione statale, regionale e locale, progettando e monitorando l'evoluzione del Sistema Informativo della Pubblica Amministrazione; 7


adottare infrastrutture e standard che riducano i costi sostenuti dalle singole amministrazioni e migliorino i servizi erogati a cittadini e imprese;

definire linee guida, regolamenti e standard;

svolgere attività di progettazione e coordinamento di iniziative strategiche per un’efficace erogazione di servizi online della pubblica amministrazione a cittadini e imprese;

assicurare l'uniformità tecnica dei sistemi informativi pubblici. L'AgID negli scorsi anni ha prodotto un documento, l'Agenda Digitale Italiana e per attuarlo nel 2016 è stato deciso di creare un team di persone altamente specializzate sotto la guida del commissario straordinario Diego Piacentini. Questa squadra è il Team per la Trasformazione Digitale e nasce per avviare la costruzione del “sistema operativo” del Paese, una serie di componenti fondamentali sui quali costruire servizi più semplici ed efficaci per i cittadini, la Pubblica amministrazione e le imprese, attraverso prodotti digitali innovativi. Missione fondamentale del Team è quella di supportare le pubbliche amministrazioni centrali e locali nel prendere decisioni migliori e il più possibile basate sui dati, grazie all’adozione delle più moderne metodologie di analisi e sintesi dei dati su larga scala, quali Big Data e Machine Learning. Ed è qui che entra in gioco l'intelligenza artificiale e la necessità di creare una taskforce dedicata. Cosa farà la task force sull'Intelligenza Artificiale Il potere dirompente dell'IA trova sicura applicazione nel miglioramento della pubblica amministrazione. Molte attività come raccogliere, analizzare e interpretare i dati possono essere automatizzate da un'IA che sarà in grado di ridurre i carichi amministrativi, aiutare a risolvere problemi di allocazione risorse, migliorare la qualità dei servizi e quindi rendere più efficiente e snello il rapporto tra Stato e cittadino. La task force voluta dall'Agenzia per l'Italia Digitale e composta da 30 esperti dovrà studiare queste potenzialità e a dicembre presenterà un primo rapporto sintetico con suggerimenti e raccomandazioni che la pubblica amministrazione italiana potrà adottare per allinearsi alle migliori prassi internazionali. La task force, inoltre, valuterà possibili progetti pilota per sperimentare applicazioni e servizi che utilizzano strumenti di Intelligenza Artificiale con i soggetti che si candideranno. I 30 esperti saranno appoggiati da una community online dove chiunque potrà dare il proprio contributo all'indirizzo https://ia.italia.it/community/ Queste ovviamente sono le buone intenzioni che possiamo leggere sul sito dell'Agenzia, adesso si attendono i fatti. Che si arrivi a parlare di intelligenza artificiale a Palazzo Chigi è già di per sé una notizia positiva ma nel resto del mondo già si corre ed è ormai partita la gara a chi svilupperà per primo l'IA definitiva. A guidare il gioco sono ovviamente grandi attori privati appoggiati da stati molto più potenti dell'Italia, quello che possiamo fare è quindi iniziare ad affrontare a livello politico e legislativo la questione in modo da trovarci pronti a raccogliere le opportunità che potrà offrire. La squadra, con il roboante nome di TaskForceIA, è stata formata (anche se non è nemmeno riuscita ad allestire una diretta Facebook decente per la presentazione), non resta che augurarle buon lavoro, ce n'è tanto da fare.

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Donne violate RICCARDO FRATINI

Siamo alla fine di una torrida estate e la cronaca continua a informarci di un delitto orriible come quello della violenza alle donne; recentemente siamo stati informati che di questa atrocità si sono resi responsabili anche due carabinieri; coloro che dovrebbero dare difesa ai delitti compiuti. Una violenza che si ripete con terrificante puntualità e che noi tutti dobbiamo sempre rispondere con efficacia condannando questi episodi; sopratttutto noi uomini dovremmo essere protagonisti di una campagna, e non solo, contro questa mostruosità. Anche la politica non si pronuncia con mezzi efficaci per debellare un feomeno così nefasto; salvo mostrarsi indignati per le prostitute che si aggirano per le strade, volendo salvare solo l'immagine esteriore senza preoccuparsi anche dei pericoli a cui sono soggette.Bisogna, tutti, tenere un comportamento tale da auto educarci a reprimere in ogni forma e condizione per quasti atti senza se e senza ma!

Giornate alla Biennale di Venezia DAVIDE STECCANELLA

Primo Giorno - Un'apertura del Festival del Cinema in maniera smagliante, una giovane matura di 74 anni...... Senza colpi di scena e con una cerimonia che si ripete come sempre: una passeggiata sul tappeto rosso. Una passerella fatta appositamente per la stampa e la bramosia del pubblico. Tra i primi ad arrivare Alessandro Borghi, in qualità di "madrina" dell'occasione. Dopo ecco, attori, registi, giurati, e poliici. Primo divo della serata Mat Damon con la moglie Luciana Barroso che è la protagonista del film di apertura "Downsizing". Tante belle donne tra cui: Jasmine Trinca, Kristeen Wiig, Bianca Balti ed altre ancora. Tra i politici Sergio Mattarella Presidente della Repubblica italiana insieme al Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e il governatore del Vanero Luca Zaia. Quest'anno i cronisti cercano di identificare l'evento con la cultura contemporanea, come se fosse un piatto succulento, lo condiscono di immigrrati, problematiche sociali e di povera gente, 9


questi argomenti fanno da costrutto interno, mentre, la cornice come sempre è d'oro, d'argento e con un pò di rosso....quest'anno è stato aggiunto anche il bianco e nero. Secondo giorno - La seconda giornata della 74 mostra del cinema di Venezia, in un Lido rinnovato e ancora soleggiato, ha visto la presentazione in sala grande di "First Reformed" di Paul Schrader, il regista di "American Gigolo'", che racconta il dramma di un Pastore americano che si oppone all'inquinamento ambientale impersonato da un intenso Ethan Hawke che ha ricevuto gli applausi in sala, anche se il film è risultato un po' noiosetto soprattutto a causa dei lunghi monologhi dell'io narrante. Grande entusiasmo invece per il successivo "The shape of water" del visionario Guillermo del Toro che propone una sorta di versione moderna di "La bella e la bestia" con qualche concessione al Tim Burton di "Edward mani di forbice", e trova momenti di intensa poesia grazie ad un efficace montaggio, musiche azzeccate con una recitazione semplicemente superba dei quattro protagonisti col sempre immenso Michael Shannon, l'indimenticato protagonista del bellissimo "L'ospite inatteso" di qualche anno fa. Terzo giorno - La terza giornata della 74° mostra del cinema doveva essere all'insegna del meritato premio ai due grandi divi biondi a stelle e a strisce che negli anni 70, avevano fatto sognare una generazione, e che dopo 30 anni tornavano a recitare insieme in Our souls at night al punto che anche un calibro da 90 come Susan Saradon assisteva umile in sesta fila della platea e invece il "colpo basso" è arrivato in sala grande alla proiezione precedente con lo straordinario film documentario "Human flow" del cinese Hi weiwei, vero schiaffo all'Europa imperialista arricchitasi sulla sofferenza di milioni di profughi di un mondo ingiusto.Quanto senso abbia mostrare tutto ciò a eleganti parrucconi ingioiellati che alla fine applaudono prima di rintanarsi all'evento VIP di turno non lo so ma il film nella sua crudezza regala immagini che sono arte pura. Prima c'era stato "Lean on Pete" di Higs, una sorta di road mobile per un quattordicenne che più "sfigato" di così si muore che attraversa gli USA come Thelma senza Louise ma con un cavallo alla ricerca della zia perduta. Il biondino protagonista ha preso molti applausi ma scimmiottta troppo il noto Di Caprio ma e' l'intera vicenda a sembrare poco verosimile. Quarto giorno - La quarta giornata della 74° Mostra del Cinema era tutta preparata per il divo clooney ormai di casa in laguna per cui lasciamo che del grande evento ne riferiscano le cronache altrui. Si candida invece al Leone, se non l'avesse già vinto pochi anni fa, l'israeliano dissidente Maoz con il suo bellissimo Fox-trot, nuovo j'accuse contro la guerra ma che esplora un dramma tutto familiare, sorta di La stanza del figlio rivisitata. I due attori principali sembrano Sophie Marceu e il nostro Preziosi un po' attempato. Successo meritato per Temporada de caza della giovane Argentina Garagiola che concorre nel premio della critica e che narra di un conteso rapporto padre e figlio nei monti sopra Buenos Aires dove il giovane attore protagonista "buca" davvero lo schermo. Sequela,Infine, di immagini omoerotiche per l'inconcludente Marthyr presentato ad un pubblico perplesso alla piccola sala Pasinetti e oggi e' attesa per il nuovo Virzì versione international sperando che non faccia la fine di Muccino N.B. La foto "Soluzione pedestre" è dello stesso autore Quinto giorno - La giornata n. 5 della 74a mostra veneziana era destinata alla verifica del new style international del nostro maggiore regista della commedia all'italiana, che si cimentava per la prima volta con lo star system a stelle e a strisce. Prima abbiamo assistito al francese "La Villa" che, nonostante il medesimo cast, non ha replicato i fasti del bellissimo Le nevi del Kilimangiaro di qualche annetto fa. Venendo dunque a The Leisure seeker, che dire? Ovviamente straordinari i due mattatori ma che Donald Sutherland e la Mirren insieme formino una coppia di anziani irresistibili era fatto noto e furbescamente prevedibile, così come ci voleva poco a intuire che anche la vicenda dell'ultimo viaggio prima di salutare il mondo della coppia innamorata da sempre scatenasse entusiasmo soprattutto vista l'età media dei presenti in sala grande, ma poi ? Il regista di film 10


notevoli come Caterina va in città o de Il capitale umano dov'era? L'impressione finale è che il talento sia rimasto a Livorno e che alle major Virzi abbia prestato solo il 'mestiere". Dialoghi peraltro mediocri e immagini scadenti per un road movie. Anche la sorridente Ramazzotti, vicina devota al marito un po' inibito, pareva pensare di averla scampata bella e oggi tocca a lei. Sesto giorno - La sesta giornata della 74 mostra veneziana ci ha riservato una bella sorpresa con il geniale cinismo in agrodolce di "3 manifesti fuori ebbings", dove la strepitosa poliziotta di Fargo si trasforma in una ossessionata madre coraggio che mette a soqquadro una tranquilla cittadina del Missouri per trovare il brutale assassino stupratore della figlia, contro l'inerzia dell'altrettanto straordinario sceriffo buono dell'ex cattivo di natural Born killer con Gags divertenti e una sceneggiatura di rara originalità. Per la settimana della critica la sala perla ospita una vicenda surreale in salsa turca, in cui il belloccio protagonista attraversa una Izmir ridotta alla città fantasma di Cecità del noto Samarago. Pesante tonfo invece per La Famiglia, il primo italiano visto in concorso. La premiata coppia del cinema italiano deve avere deciso, stanca di avere fatto alcune tra le migliori pellicole nostrane degli ultimi anni, di separarsi per fare due brutti film e di portare il "pacchetto" a Venezia con l'esca dei due divi americani e così, dopo il deludente road movie del marito, ieri sera la sala grande ha dato spazio al pessimo filmetto recitato dalla solitamente bravissima moglie. Non basta "beccare" il tema sociale e trucido per fare un buon film e neppure ingaggiare una brava attrice perché, se la sceneggiatura fa acqua e la regia latita, il risultato e' quello di ieri.

“Maelstrom” di Salvatore Ricciardi FABRIZIO CUCCHI

“Non sono uno storico, sono uno che ha partecipato a quei fatti. Gli storici ci chiamano testimoni. Dunque come testimone non ho l’obbligo, che ha lo storico, di sistematicità narrativa, ne di quello di una scelta metodologica. Come testimone proverò a raccontare quello che ho fatto in vent’anni, da Porta San Paolo al carcere speciale.” (1) Un libro molto utile a chi cerca di comprendere i fatti del recente passato (e non solo di quello) è senza dubbio il testo del Ricciardi, “Maelstrom – Scene di rivolta e di autorganizzazione di classe in Italia (1960- 1980)”. Salvatore Ricciardi, romano, nato nel 1940, ha vissuto in prima persona le lotte operaie dal 1960 in poi, attraverso numerose esperienze approdò alle Brigate Rosse, e dopo circa trent’anni di reclusione ha riacquistato la libertà intorno al 2012, ed è attualmente tra i redattori di Radio Onda Rossa a Roma. Fin dalla prefazione, l'autore dichiara : "il racconto non risponde ai canoni del razionale e ordinato fluire dei fatti. A quei criteri si attengono spesso i racconti dei pentiti e dei dissociati, racconti 11


ordinati ma non veri, ne nei fatti ne nelle emozioni.”(2) Questa scelta viene giustificata come garanzia di sincerità e di aderenza alla realtà, e bisogna aggiungere che l’abilità narrativa dell’autore è tale che la comprensibilità del testo non ne risente gran che, anche se il lettore si trova di fronte a salti in avanti e indietro nel tempo che possono rendere la lettura un pò più impegnativa rispetto ad opere analoghe. Frequente è anche il richiamo dell’autore, nel raccontare esperienze di lotta vissute e fatti storici, all’attualità. Ad es. descrivendo la condizione dei lavoratori nei primi anni ‘60, gli anni del “boom economico”, il Ricciardi nota: “Erano tutti drogati dal <<boom>>. Il miraggio di arricchirti e riempirti di oggetti. Consumare dà dipendenza. I soldi che il <<boom>> prometteva erano la peggiore delle droghe, qualcosa del genere la sto vedendo in questi tempi, ma adesso la droga non è il <<boom>>, è la paura: se non lavori 24 ore al giorno <<esci dal mercato>>, così si dice in questi anni plumbei del nuovo secolo”(3). Certe osservazioni sulla condizione operaia sono del resto rimaste attuali. “[il lavoratore] Deve trovare la forza e la capacità di rivoltarsi anche contro quella parte di se che arricchisce il padrone. Deve lottare contro quel ruolo, quella funzione che lui stesso esercita lavorando; lui e i suoi compagni con il loro lavoro fanno crescere la ricchezza dei padroni. Si dice <<valorizzano il capitale>>, e quindi rafforzano il potere dei padroni che hanno più mezzi per tenere gli operai sottomessi.” (4) Per quanto riguarda la storia di quegli anni, anche al di là dell’indubbio valore storico della testimonianza del Ricciardi, che sebbene non abbia quasi mai svolto ruoli di primissimo piano è stato tra “le prime file” dalle manifestazioni contro il governo Tambroni nel ‘60 fino alla rivolta del carcere speciale di Trani nel ‘80, va citata la sua valenza di “manifesto politico” i cui contenuti ci chiamano direttamente in causa. “La nostra ribellione non era una richiesta di migliorare di poco o di tanto le nostre condizioni. Non volevamo un governo buono da sostituire a quello cattivo, corrotto e mafioso. Volevamo semplicemente mandarli via tutti, i cattivi e i buoni, poiché eravamo convinti che le persone devono organizzare autonomamente la propria vita, quanto e quando lavorare, cosa produrre, come distribuire ecc.” (5). L’esperienza del carcere si intreccia alla narrazione dei vari eventi, anche quando, come in buona parte del libro, è cronologicamente “sfalsata”. E, le vicende del mondo del carcere, non sono per nulla separate da quelle del resto della società. Tutto il contrario. “Il carcere rimane comunque ancora all’interno del conflitto capitale-lavoro, là dove è sorto. Prima aveva la funzione di governare il prezzo della forza lavoro [...] Oggi non più, oggi l’offerta di braccia viene regolata attraverso la migrazione, le <<quote>> di immigrazione sono le richieste dei padroni, il carcere accoglie gli scarti, quelli che non servono, quelli da espellere. Così il carcere ha partorito il suo prolungamento: il Centro di espulsione (Cie).” (6) E ancora: “Ci sono testimonianze di boss mafiosi in carcere che si stupivano come mai venissero considerati <<nemici dello Stato>> quando confessavano amichevolmente ai direttori delle carceri di perseguire lo stesso obbiettivo: ridurre all’obbedienza le giovani teste calde, i ribelli.” (7) A sua volta il carcere influenza il resto della società: “I valori trionfanti nella società in questo Ventunesimo secolo sono quelli dell’arricchirsi, dell’affermarsi e far carriera, l’ideologia in voga è <<riuscire>>, sfondare, primeggiare. Da dove provengono questi valori? Dalla malavita organizzata, dalle mafie e dalle camorre, da quella criminalità che in carcere dominava prima delle rivolte, ed è tornata a dominare quando lo Stato ha sconfitto la sovversione.” (8) E, dalla condizione di “detenuto in lotta”, Ricciardi trae importanti insegnamenti per ogni rivoluzionario/a, che travalicano l’orizzonte propriamente carcerario: “ Devi essere in guerra permanente col carcere, altrimenti il carcere ti uccide dentro. Non chiedete mai quali ragioni hanno spinto uno o più detenuti a un atto di ribellione individuale o a una rivolta collettiva. Se lo chiedete non conoscete affatto la galera. Il motivo di una ribellione, di una rivolta, è sempre in primo luogo, l’esistenza stessa del carcere. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per ciascun sistema di potere: Stato, lavoro, famiglia, chiesa, coppia, scuola ecc., queste “istituzioni 12


totali” se non le contrasti giorno dopo giorno ti entrano dentro, ti catturano e tu diventi parte di esse.” (9) Nella postilla alla seconda edizione l’autore arriva ad affermare, a proposito del non-luogo del carcere: “Lì si compie la tragedia dell’uomo, un uomo-nudo, senza orpelli nè mediazioni sociali. La tragedia tra uomo libero e uomo sottomesso al potere, l’essenza di ogni tragedia”(10). (1) Salvatore Ricciardi, Maelstrom – Scene di rivolta e di autorganizzazione di classe in Italia (1960- 1980) DeriveApprodi ed. Seconda edizione riveduta e corretta, Roma 2012; pag. 14 (2)Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 14 (3)Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 63 (4)Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag.152 (5) Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 154 (6)Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 384 (7)Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 172-173 (8) Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 202 (9) Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag. 76 (10) Salvatore Ricciardi, op.cit. Pag.395

L'Unesco valuta Firenze. OK nuova pista, Tunnel Tav e Tramvia COSIMO BILIOTTI

L’Unesco ‘promuove’ pur con qualche raccomandazione, la gestione del Comune di Firenze per quanto riguarda il suo centro storico, patrimonio dell’umanità dal 1982. E’ quanto si rileva dal report della missione consultiva sullo stato di conservazione del sito che si è svolta dal 22 al 25 maggio scorsi. La missione, che ha coinvolto 62 partecipanti di dieci diverse istituzioni e l’audizione di comitati e associazioni, si è conclusa con un report redatto da Isabelle AnatoleGabriel del Centro del Patrimonio Mondiale UNESCO (in allegato il testo dell'intervento video proiettato durante la conferenza stampa) e da Paul Drury di ICOMOS International (consultabile al link: http://whc.unesco.org/document/160848). La missione ha messo sotto la ‘lente’ le principali opere infrastrutturali, la gestione della mobilità e dei rifiuti, i flussi turistici. “In questi anni – dichiara il sindaco Dario Nardella, che ha presentato i risultati della missione in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato il responsabile dell’ufficio Unesco del Comune Carlo Francini; Matteo Rosati, programme office, UNESCO Regional Bureau for Science and Culture in Europe; Enrico Vicenti, Segretario Generale Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO; e Adele Cesi, focal point nazionale per l'attuazione della Convenzione sulla protezione del Patrimonio Mondiale UNESCO del Mibact - abbiamo ascoltato con rispetto e umiltà tutte le osservazioni, le critiche e gli attacchi sullo stato di conservazione del nostro centro storico, senza prestarci a polemiche e lavorando duro. Alla fine abbiamo voluto essere sottoposti al giudizio dell’unica autorità internazionale autonoma e competente. Oggi presentiamo i risultati, confortati da un giudizio molto positivo sulla nuova pista dell’aeroporto, sulla Tav e su molte politiche avviate dalla nostra amministrazione, dalla battaglia contro i fast food all’impegno sulla mobilità elettrica e al car e bike sharing”. I giudizi espressi dalla commissione sono infatti in larga parte positivi. Per esempio sull’aeroporto gli effetti diretti dell’espansione rappresentano un miglioramento rispetto alla situazione attuale grazie all’ampliamento delle destinazioni e servizi più affidabili, alla riduzione generale del rumore sulla città e al miglioramento della qualità visiva data dal ritorno a parco verde dell’area settentrionale della pista. Bene anche il progetto delle linee tramviarie, ritenuto un’opportunità per ampliare e migliorare gli spazi pedonali e accrescere la qualità urbana, e la Tav, che non crea danni al sito Unesco né problemi archeologici. Bene poi la pedonalizzazione di Piazza Pitti e di Piazza del Carmine, esempi di riduzione dell’uso dell’auto all’interno del centro storico. Premiata anche la politica del ‘riuso’ dei contenitori vuoti del centro storico, dal Tribunale di Piazza San Firenze alla Scuola Carabinieri di Santa Maria Novella. Rispetto ai rilievi, “sulla tramvia – sottolinea il sindaco Nardella - prendiamo atto con grande rispetto del giudizio della commissione di valutazione ha dato 13


sull’ipotesi di sottoattraversamento del centro storico e questo giudizio avrà una forte influenza sulle nostre decisioni. Aspettiamo gli studi di fattibilità sulle varie modalità di attraversamento del centro con la tramvia e ci prendiamo l’impegno di valutare ogni aspetto insieme agli uffici dell’Unesco”. A proposito poi dei parcheggi sotterranei in centro “rimane – continua il sindaco – il tema di piazza Brunelleschi: confermiamo che seppure sia inserito nel regolamento urbanistico ad oggi non è una priorità”. “Non vedo tirate d’orecchie – ha concluso il sindaco – ma raccomandazioni positive, per esempio quella del continuare a investire nel turismo di qualità contro il cosiddetto mordi e fuggi”.

L’Hotel Concorde occupato dal 2014 SILVANA GRIPPI

Una esperienza al centro di un’azione per il diritto alla casa del gruppo del Movimento per la Casa di Firenze formato in prevalenza da famiglie in difficoltà e qualche singolo. Una vicenda significativa, che rende un’idea chiara dell’emergenza abitativa a Firenze, delle politiche scellerate del Comune e, soprattutto, delle risposte che nascono dal basso attraverso le occupazioni per soddisfare questo bisogno primario. Sintesi fatta dal movimento di lotta per la casa: 19 gennaio 2014: il Movimento di Lotta per la Casa, assieme al gruppo che poi sarà quello del Concorde, occupa una palazzina in pieno centro storico, in Via de’ Servi. Solo poche ore e la questura interviene per sgomberare lo stabile con la forza; una carica violenta lascia 2 persone all’ospedale e 15 famiglie senza un tetto. 22 gennaio 2014: passano solo 3 giorni ed il Movimento torna all’attacco. Occupata una palazzina in Via del Romito, zona Rifredi. Ma ancora una volta comune e questura intervengono a negare il diritto ad una casa. Un primo tentativo di sgombero è respinto: gli occupanti si barricano sul tetto, e le famiglie nelle case, le istituzioni non hanno alternative che andarsene. La seconda volta arrivano col doppio delle forze, ancora una volta si prova a barricarsi, un presidio di solidali manifesta per tutto il quartiere. Ma dopo neanche 10 giorni di occupazione le famiglie sono ancora un volta in mezzo alla strada. 2 febbraio 2014: Non ci si perde d’animo nonostante la stanchezza e il freddo. Si entra nell’Hotel Concorde, e stavolta la battaglia sembra veramente vinta. L’entusiasmo è alto. A questo punto subentra il problema della fornitura elettrica. La proprietà blocca la fornitura. Inizia un lunga trattativa con Comune, Prefettura ed Enel per ottenere una qualche forma di elettricità, intervengono 14


anche consiglieri comunali, ma nonostante la possibilità ci sia, è la volontà che manca. Il Concorde resta al buio. L’unica soluzione praticabile resta quella di “prendersi” l’elettricità, in forme che secondo la legge sono illegali. Cosi avviene infatti e, dopo circa un mese di buio, il Concorde si illumina. Sempre in questo periodo Renzi diviene capo del governo e fra le varie leggi di mattanza sociale vara anche il “piano casa” o decreto Lupi, che appunto vieta l’erogazione delle forniture di acqua, gas ed elettricità, e la concessione delle residenze negli stabili occupati. In agosto viene staccata per la prima volta la corrente al Concorde, con l’impiego di un centinaio di agenti di polizia in assetto antisommossa. Sul momento gli occupanti non riescono a dare una risposta. Ma dopo una settimana praticano un blocco stradale con tanto di barricate e quella successiva procedono al riallaccio dell’elettricità, in pieno giorno e in forma pubblica, perché è un atto legittimo e necessario. febbraio 2015, la storia si è ripetuta quasi uguale. Dopo un anno di occupazione, nuovamente un centinaio di agenti si presenta sotto l’occupazione e stacca la luce, lasciando le ormai 20 famiglie al buio in piena emergenza freddo. Ma la risposta non si fa attendere questa volta. Subito gli occupanti si riversano in strada, alzano barricate, e bloccano viale Gori per quasi 10 ore. Il pomeriggio stesso un altro gruppo del Movimento occupa un’altra palazzina in via Campofiore, subito però sgomberata dalla questura che non esista a schierare, anche qui, un centinaio di celerini contro famiglie in lotta per il diritto alla casa. Questa è la breve storia di un’ occupazione, ma nel mezzo c’è tanto tanto altro: la tendopoli in San Lorenzo per tre giorni, l’occupazione degli uffici dell’anagrafe, le aggressioni poliziesche ai militanti del Movimento, le numerose occupazioni di via Baracca e gli spazi sociali. L'Hotel Concorde è l'esempio di una occupazione che ancora oggi 2016 resiste.

Le periferie fiorentine sotto lo sguardo di 10 fotografi SILVANA GRIPPI

Riflessi di periferia. Ph. di Silvana Grippi

Aperta l'inchiesta sulla vita in periferia di Firenze - E' finita la prima mostra sulle periferie: Ecco Novoli vista da alcuni autori DEApress. Quest'anno, come quello passato, il Centro Studi Sociali di DEApress in collaborazione con i fotografi, ripropone l'indagine e la mostra fotografica sul tema del 15


velocissimo mutamento che i quartieri della periferia fiorentina stanno subendo, dal titolo "Le periferie urbane". La mostra si terrà presso il Comune di Firenze, quartiere 5, nella sala della Villa Pozzolini in viale Guidoni 188 a Firenze. A partecipare saranno i nuovi collaboratori della DEApress accompagnati da colleghi professionisti. "Le loro immagini e fotografie sono di una tale forza e qualità da riuscire a tagliare d'un colpo il flusso dei cliché sulle periferie": così Stefania Valbonesi, presentatrice della mostra precedente presso il circolo ARCI di Novoli, descriveva l'evento su stampatoscana.it. I fotografi hanno nuovamente colto nei minimi particolari le centinaia di sfumature dei quartieri. Ogni storia, ogni scatto, ha il suo motivo e la sua ragion d'essere in un altro precedente scatto che misura e appella il nuovo e successivo in una catena infinita di rimandi che ha il suo culmine nella foto dei fotografi che scattano mentre vengono scattati. Istantanee che rappresentano la quotidianità, riportando in vita ciò che ormai non esiste più. "Cancellati dalle mura ma non dalla nostra memoria, in una sorta di passaparola che attraverso un ponte artistico è riuscita a trasformarsi da una forma d'arte, quella dei writers urbani, a un'altra, quella della fotografia, rappresentando movimento, dinamicità e fluidità dell'esistere contemporaneo": così parlava la curatrice. Un nuovo volto del quartiere era emerso per la prima volta dalla mostra fotografica degli anni passati: quello di una Novoli migrante. Una Novoli spiegata dai ragazzi richiedenti asilo, segnata dai racconti di chi cerca, nella sua nuova terra, di agganciarsi a ciò che in qualche modo sia riconoscibile, che sappia di familiare. L'architetto e professore universitario del Dipartimento di Architettura Alberto Di Cintio sottolinea nuovamente come la mostra abbia il pregio di ricerca scientifica, con il suo susseguirsi senza fiato apprestato con materiali poveri (plexiglas e cartoncini), di materializzare quel senso di fretta, di indeterminatezza e non finitezza che si respira nello stesso quartiere, sventrato dalla tramvia in fieri, e fra gli stessi abitanti, frastornati ma resistenti. Il lavoro è corale e la regia è di Silvana Grippi, fotogiornalista di Deapress e "non ha sbavature" come ci tiene a sottolineare ancora una volta Stefania Valbonesi. Ai fotografi di base si accompagneranno nuovi fotografi in erba, che porteranno avanti un'attività di fotografia sociale. FOTOGRAFI: Marco Agresti, Francesca Dari, Luca Grillandini, Silvana Grippi, Flavio Ferraro, Stefano Maulicino, Mariella Marzuoli, Andrea Berti, Thomas Maerten, più un gruppo di ragazzi richiedenti asilo, ospiti del Comune di Firenze, con i loro mediatori culturali.

Novoli in bianco e nero STEFANO MAULICINO

Un bianco e nero duro e nervoso restituisce alcuni frammenti di una periferia scossa da movimenti di disgregazione e ri-aggregazione, che ne trasformano il volto, i simboli e la semantica. Le luci. Le ombre. I contrasti. Qui Novoli è il prodotto di stratificazioni successive ed incrostazioni del passato; una molteplicità di luoghi contraddittori che si sommano in un unico spazio. Non più ambiente geografico, sociale e culturale che sta fuori – la periferia che è marginale e definisce sé stessa in 16


contrapposizione al centro, misurando la cogenza della propria subordinazione – ma essa stessa fulcro della ri-definizione di nuove centralità, sull'onda dei processi neoliberisti di ritrazione dello sviluppo urbano e “gentrificazione”. Non più frontiera in movimento della città che si espande, con i suoi poderosi apparati di produzione e di sfruttamento, ma coagulo di un cambiamento interno che stabilisce altre gerarchie. Una zona d'ombra che risulta dalla sovrapposizione stridente di parti spurie, di elementi in contrasto che producono conflitti immediatamente palpabili tanto nella configurazione spaziale quanto nella realtà sociale. Il nuovo ed il vecchio si affrontano come I Duellanti di Conrad, senza che l'uno sia destinato a prevalere irrevocabilmente sull'altro. L'utopia della città ideale vagheggiata dagli umanisti – manifestazione della lungimiranza della signoria politica – cede il passo ad un garbuglio caotico di razionalità contraddittorie, di sovrapposizioni promiscue in uno spazio urbano frantumato. Ma tali razionalità, che ridefiniscono la funzione degli spazi periferici, appaiono estranee; cupamente imposte “dall'alto” dalla governance degli interessi privati. Questa nuova periferia “riqualificata” risponderà agli interessi ed alle esigenze dei suoi abitanti oppure la produzione di nuovi bisogni sociali inasprirà i conflitti.

Novoli fra vecchio e nuovo MARIELLA MARZUOLI

È forse il quartiere di Firenze che si è maggiormente trasformato negli ultimi 80 anni della storia di Firenze. Dalla costruzione dello stabilimento Fiat alla vigilia della guerra, al boom edilizio degli anni ‘50-‘60 del ‘900, fino alle recenti realizzazioni del Centro direzionale della Cassa di Risparmio di Firenze, del Polo delle Scienze sociali con annesso centro commerciale, del Palazzo di Giustizia, del Parco urbano, la sua fisionomia è in continua trasformazione. Attualmente il quartiere, sconvolto dai cantieri della tranvia, non manifesta una chiara vocazione urbanistica. Ex quartiere operaio, ex zona periferica di Firenze, ha assunto nuove funzioni che attualmente non si integrano nel tessuto urbano preesistente, così come i microcosmi dei nuovi residenti provenienti da ogni parte del mondo, appaiono completamente marginalizzati. Le foto esposte nella mostra “Novoli e le sue trasformazioni” testimoniano la compresenza del vecchio e del nuovo, il caos e la sensazione di essere in gabbia che si respirano. Ma il sole si specchia sui nuovi imponenti palazzi.

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Impressioni visive ANDREA BERTI

Due pannelli. Due “insiemi” di impressioni visive, girovagando tra via di Novoli e via Baracca. Una scelta di scatti per rappresentare la complessità di un particolare agglomerato urbano, sviluppatosi negli anni 50 e 60, con le caratteristiche di zona dormitorio per gli operai, al lato dell'insediamento industriale Fiat.

Quartiere di Novoli oggi: un esempio di gentifricazione? FRANCESCA DARI

GENTRIFICAZIONE trasformazione di un un quartiere popolare in quartiere signorile ottenuta risanando la zona, con conseguente aumento del valore degli immobili e degli affitti e cambiamento del tipo di popolazione. Etimologia: ← voce ingl.; deriv. di to gentry ‘rendere signorile, nobilitare’. Il termine “gentrificazione” è un’italianizzazione della parola inglese gentrification, inventata nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass per descrivere quello che stava succedendo a Londra in quartieri operai come Islington, dove a partire dagli anni Sessanta si trasferirono molte persone delle classi più agiate. La parola deriva da gentry, che in inglese significa “piccola nobiltà”. Nei decenni successivi, la gentrificazione è stata un fenomeno sempre più comune ed evidente, che ha interessato molte grandi città europee ed americane. È stata ampiamente studiata da urbanisti e sociologi, che hanno proposto spiegazioni diverse e complesse, che però spesso sono diverse da nazione a nazione e da città a città.Il primo effetto della gentrificazione è l’aumento degli affitti, dovuto all’aumento della richiesta di case. A essere trasformata è anche però l’identità del 18


quartiere, a partire da quella urbanistica. Le abitazioni diventano più piccole, e adatte a ospitare coppie invece che famiglie. L’identità urbanistica del quartiere viene quindi trasformata, anche in maniera molto evidente.

+ Festival MEDIARC HIGH LINE: Un esempio di riqualificazione di spazi urbani FRANCESCA DARI

Le foto che vi presento sono state scattate un mese fa a Manhattan. Ho deciso di esporle per mostrare a chi, come me, fino a poco tempo fa, non conosceva l'esistenza di High Line Parco lineare.Si tratta a mio avviso di un esempio "illuminato" di come, uno spazio in disuso, nel centro della città, sia stato "rivitalizzato" e "restituito " alla cittadinanza. La High Line è un parco lineare di New York realizzato su una sezione della ferrovia sopraelevata chiamata West Side Line facente parte della più ampia New York Central Railroad.La High Line Park utilizza la sezione meridionale in disuso della West Side Line di 2,33 km, che corre lungo il lato occidentale di Manhattan tra Gansevoort Street – tre isolati al di sotto della 14ª strada – nel Meatpacking District, attraversando Chelsea, fino all'altezza della 34ª strada, presso il Javits Convention Center nel West Village. La West Side Line fu costruita nei primi anni trenta ed abbandonata nel 1980. Nel 1999 si costituì un'associazione di residenti della zona, la Friends of High Line, in opposizione all'ipotesi di abbattimento dell'infrastruttura, opzione più volte ventilata, proponendo la sua riqualificazione in parco urbano. Il progetto della promenade verde, realizzato dagli architetti Diller Scofidio+Renfro e dallo studio di architettura del paesaggio James Corner Field Operations, è stato poi approvato nel 2002 mentre i lavori sono cominciati nel 2006. La prima sezione, tra Gansevoort Street e la 20ª strada, è stata aperta al pubblico nel giugno 2009; un secondo troncone fino alla 30ª strada è stato successivamente aperto nel 2011. La terza e ultima fase è stata ufficialmente aperta al pubblico il 21 settembre 2014.

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Londra e dintorni -Foto del Parco di Richmond e di Greenwich MARCO AGRESTI

Il lavoro ha l'intento di descrivere con tre quadri la sensazione provata, passando alcuni giorni a Londra e dintorni, di integrazione tra le architetture storiche e quelle moderne, del mantenimento della tradizione e del rispetto e della salvaguardia della natura come fonte rigeneratrice dallo stress della vita quotidiana. Il Pub, locale immancabile in ogni città e villaggio inglese, ora con i vetri trasparenti quasi a permettere alla tradizione di proiettarsi verso la modernità che vive all'esterno. Il quartiere dei Docklands , nome semi ufficiale di una zona nell'est di Londra. I docks erano anticamente parte del Porto di Londra, un tempo il più grande porto del mondo, ora è il nucleo finanziario di Londra "La City" (Canary Wharf). E' la zona più moderna di Londra, ma conserva tra i modernissimi grattacieli le strutture del vecchio porto. Integrazione tra architettura storica e moderna.

EVENTI e RECENSIONI Fratelli Stellari, "Milky Way Super Mix (Instrumental)": DanceElectronic Music, Extended Play FABIO NOCENTINI

"Milky Way Super Mix (Instrumental)", performed by Fratelli Stellari, is an extended play single track (duration 10:00 minutes), released by Pleyad Studiosin 2017. This mix is dedicated to those who like disco-dance music. You can find it on several websites, such as Spotify, Deezer, iTunes, Google Play Store and other. Listen for free to the complete track on Bandcamp. Visit Fratelli Stellari's Website Subscribe to their YouTube Channel

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Galleria dell’Accademia - COPYRIGHT ANTONELLA BURBERI

MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA' CULTURALI E DEL TURISMO - GALLERIA DELL'ACCADEMIA DI FIRENZE - COMUNICATO STAMPA SU COPYRIGHT La Galleria dell’Accademia di Firenze ha ottenuto una significativa vittoria nei confronti dei cosiddetti “bagarini” - ovvero le agenzie che acquistano biglietti d’ingresso dei Musei rivendendoli a prezzi maggiorati rispetto a quelli praticati dalle biglietterie dei Musei stessi – denunciando uno di questi, nella fattispecie la società Visit today , all’autorità giudiziaria per violazione dei diritti di Copyright. Il Codice dei beni culturali, infatti, riserva all’autorità che ha in consegna il bene culturale il diritto di consentirne la riproduzione, previa richiesta di concessione e pagamento del canone, stabilito dall’autorità stessa. La Visit today non ha mai chiesto né ottenuto tale concessione ma usa sia sul suo sito web che nel materiale commerciale l’immagine del David di Michelangelo per pubblicizzare la sua attività commerciale. Per quanto sopra – grazie all’opera dell’Avvocatura dello Stato – La Galleria ha ottenuto un Ordinanza nei confronti della soc. Visit today che inibisce all’agenzia - su tutto il territorio italiano ed europeo – di utilizzare a fini commerciali la riproduzione dell’immagine del David di Michelangelo. L’ordinanza ordina inoltre: - il ritiro dal commercio e la distruzione di tutto il materiale pubblicitario che contenga la riproduzione in questione; - l’ immediata eliminazione dal sito internet della Visit today dell’immagine del David; - la pubblicazione dell’ordinanza a spese della Visit today su tre quotidiani a diffusione nazionale e tre periodici a scelta della Galleria dell’Accademia di Firenze nonché sul sito internet della agenzia suddetta. Condanna infine la convenuta a pagare in favore del Ministero una penale pari a € 2000,00 per ogni giorno di inottemperanza a quanto sopra disposto dall’Ordinanza in questione, oltre a rifondere tutte le spese del procedimento. Una vittoria che costituisce un precedente importante a disposizione di tutti gli Istituti del MIBACT al fine di porre in essere tutte le iniziative atte a reprimere simili forme di riproduzione abusiva.

Accademia "La Colombaria" Ipotesi museale e fotografie sui Saharawi SILVANA GRIPPI

Mostra fotografica di Silvana Grippi con la collaborazione dell'Associazione SELMA "Cartografia e Ipotesi museale: Oggetti d'uso quotidiano nel Sahara".sarà visitabile fino al 10 Dicembre 2017 presso i locali dell'Accademia "La Colombaria". 21


IPOTESI MUSEALE - ESPOSIZIONE nelle teche

Parva Libraria - Presentazione libro "Figlia del destino” SILVANA GRIPPI

9 dicembre 2017 - Presentazione del libro di Lara Poggi – “Figlia del destino” Ed. DEA/2017 Una vittoria per Lara Poggi che vede i suoi pensieri di tanti anni messi su carta e presentati con letture di alcune poesie in Libreria. Tanti amici, amiche e sconosciuti per festeggiare l'evento alla Libreria Parva in Via Alfani 28/r Firenze. Parte del ricavato dalla vendita del libro andranno all' Associazione di volontariato "Aqua Project" che si occupa attivamente di disabilità. 22


Un progetto per avvicinare i giovani alla lettura VALENTINA LOCCI

Giunge al termine la XVII edizione di "Libernauta" e adesso si pensa alla premiazione di venerdì 1 dicembre, alle ore 16.00 presso ilTeatro Studio Mila Pieralli (via Donizzetti n.58 - Scandicci) Libernauta è un progetto nato per promuovere la lettura tra gli adolescenti in Italia, che si propone da un lato di valorizzare la letteratura contemporanea e dall'altro di porre a confronto i giovani adulti con i linguaggi e le problematiche del tempo, stimolandoli a leggere, scrivere e discutere di opere che difficilmente trovano spazio nella programmazione curricolare. Dal 3 aprile al 30 settembre i "libernauti" - così vengono chiamati i giovani lettori partecipanti hanno avuto la possibilità di far parte del progetto semplicemente leggendo e recensendo almeno tre dei 15 testi selezionati da 3 esperti del settore più uno scelto proprio dai ragazzi. Il concorso mette in palio molti premi (e-readers, buoni-acquisto utilizzabili in librerie, abbonamenti a teatri, biglietti per concerti e spettacoli, abbonamenti per palestre e piscine, corsi di canto e strumento) agli autori delle recensioni giudicate più autentiche e significative. Inoltre ogni partecipante con almeno 4 recensioni riceve un premio e un attestato. Quest'anno, nell'ambito della premiazione della 17esima edizione del concorso a premi Libernauta saranno presenti Fabio Geda e Marco Magnone, autori della saga di Berlin; "I fuochi di Tegel" infatti si è rivelato il libro più letto e il più amato dai libernauti. Ci sarà inoltre un intervento musicale - con brani tratti dal repertorio di musica pop&rock - delle giovani allieve Sofia Reni e Eleonora Bonini provenienti dal corso di Canto Moderno della docente Lisa Kant presso la Scuola di Musica di Scandicci.

Un sogno all’alba di Aysia Rossi e Lucio Guida VALENTINA LOCCI

Un libro coinvolgente che si legge tutto d’un fiato per la sua capacità di coinvolgimento "Talvolta basta uno sguardo. E tutto parte da quello sguardo di bambino. Ero piccolo, ed avevamo l'abitudine, almeno una volta all'anno di far visita ai miei amici, a Firenze, e per due anni trascorremmo insieme la villeggiatura, in riviera..." 23


Festival Mediamix 2017 - Serata finale – Premiati COMUNE DI FIRENZE – Q. 2 - Politiche Giovanili - Centro D.E.A. Piazza Alberti 1- 2/A, Villa Arrivabene - Sabato 16 dicembre 2017 alle ore 16.00

PIERO FANTECHI

I

Evento multimediale che affianca il sociale al culturale: una novità per la propria caratteristica documentale e internazionale. Una scelta consapevole del valore interculturale di giovani autori che offrono l'espressione di opere nei seguenti settori: Fotografia, Arte, Video Sperimentale ,Videoclip, Musica, Ambiente, Architettura.

CONTEST FOTOGRAFICO Esposizione in sala e premiazione Contest 2017. La giura tecnica ha selezionato i seguenti autori : STEFANO MAULICINO - PIETRO ASSO - FRANCESCO TOME' - REBECCA ASSO - ILARIA PALLONI - PATRIZIA BARBONCINI ARTE: MEHRIN NILOFAR:

"Out There" - LULOLOKO MAYS: Video "Expò a Firenze 2007 – “Kinshasa 8000Km” -GIANCARLO VENTURI Videomaker

CORTOMETRAGGIO/DOCUMENTARIO: AKELA SAGNA – F. ELIA - "Klan-Destiny" - ELENA GIUSTI "A Propos de Nizza”

SPERIMENTALE: ANDREA SANNA "Won" - ALEJANDRA VILLAR BORJA "Effetti Collaterali" – AMBIENTE: LAURENCE GOUX "Insieme per i parchi di Firenze Sud" VIDEOCLIP MUSICALI: MALASUERTE FI-SUD "1530" - JUNGLE KING "Jungle King Inna Babylon"

Video/progetti curati da Prof. Marcello Scalzo e Alberto Di Cintio Università degli Studi di Firenze ARCHITETTURA E DESIGNER : IRENE CICCHINO "Alter Ego Architetture" - D. BETTI, F. MELANI "67 Metri, Pistoia" - A. S. DONATI, S. GAMBINI "L'Architettura di L. Ricci nel quartiere di Sorgane" - V. VIVONA, D. TABANI "Porta San Pietro" - N. ANTONIELLI, C. CASSINELLI, C.GALLI "2 Face of Buildings" S.GIANNARELLI, D.LAURINO "Mitoraj - Mito e Musica" - GIULIA COVACCI "San Giovanni Battista La chiesa dell'autostrada" - VITTORIA PARDI "Un Fiore di Città" - FRANCESCO PAPI "La Fortezza del Volterraio" - M. ROMANI, E. ROMITI "Villa Argentina - Un tesoro ritrovato” - F. LOMBARDI ROMERO, M. SABATINO "Nuovo ingresso di Careggi BIM" - A. ALBERGHINA, V. FRANCINI "Toiano, L'abbandono della Civiltà Rurale" PRUDENZA DI MATTIA "Lucertole al sole - Il Parco Archeologico di Paestum".

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INTERNAZIONALE - Approfondimenti Nuova colonia israeliana dopo 25 anni STEFANO MAULICINO

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato ieri l'inizio dei lavori per la costruzione di una nuova colonia nei Territori Occupati della Cisgiordania: si chiamerà Amichai e sarà il primo insediamento costruito ex novo da Israele dopo 25 anni. Il progetto, annunciato il 30 marzo scorso proprio dal premier, viene giustificato come «risarcimento» per le 40 famiglie di coloni sgomberate da Amona, l'insediamento considerato illegale da una sentenza della Corte Suprema poiché costruito su terreni privati palestinesi. «Dopo decenni – ha dichiarato soddisfatto Netanyahu – ho il privilegio di essere il primo premier a costruire una nuova comunità in Giudea e Samaria». Il progetto prevede 102 unità abitative a e 1.400 unità coloniali. Anche se, denunciano i palestinesi, i nuovi insediamenti in costruzione sarebbero in realtà due e non uno, considerando anche quello di Shvut Rachel orientale che sarà situato tra l'esistente colonia di Shvut Rachel e il nascituro Ami. La condanna è arrivata dall'inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente Nickolay Mladenov, che ha parlato di «flagrante violazione» del diritto internazionale. Ma, nonostante la convenzione di Ginevra del 1949 proibisca alle potenze occupanti di trasferire i propri civili su territori occupati, la ramanzina di Mladenov è poco più che simbolica. Così come simboliche appaiono le frequenti prese di posizione dell'Unione Europea, i cui stati membri non sono disposti a recidere i legami politici, commerciali e militari che li legano a doppio filo alle politiche coloniali di quella che viene definita «l'unica democrazia del Medio Oriente». In effetti, ciò che conta realmente è l'appoggio della Casa Bianca: dopo gli ambigui tentativi dell'amministrazione Obama di limitare le colonie per riattivare il processo di pace, Donald Trump è pronto a garantire l'appoggio incondizionato allo storico alleato. Del resto, come ha recentemente ricordato Rashid Khalidi: «il peso della più lunga occupazione militare della storia moderna è stato sostenuto in termini di soldi, armi e diplomazia soprattutto dall'America». Mentre le organizzazioni palestinesi rinnovano l'accusa di «colonialismo, apartheid e pulizia etnica», Alla lista dei critici si è unito anche l'ex premier laburista Ehud Barak, il quale ha dichiarato che l'attuale situazione israeliana «non è da apartheid» ma «è su un pendio scivoloso» verso quella direzione. Intanto Netanyahu sembra sempre più intenzionato a candidare il suo partito Likud come il "nuovo partito dei coloni". Le sue dichiarazioni lasciano poco spazio ai dubbi: «Non c'è stato, né ci sarà un migliore governo per le colonie che quello nostro». Da quando Netanyahu si è insediato al governo nel 2009, oltre 14 mila nuove case per i coloni sono state costruite negli insediamenti già presenti in Cisgiordania. Solo nel 2016 l'incremento delle costruzioni da parte dei coloni è stato del 40% rispetto all'anno precedente, mentre a inizio 2017 il governo ha approvato la "Legge della 25


regolazione" che riconosce retroattivamente decine di avamposti coloniali illegali. Proprio quest'anno ricorre il 50esimo anniversario della Guerra dei 6 Giorni combattuta nel 1967, al termine della quale ha avuto inizio l'occupazione militare e l'insediamento di colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Attualmente Israele controlla direttamente il 60 per cento della Cisgiordania occupata. Secondo l'Onu, questa zona comprende le riserve di terra più rilevanti per lo sviluppo dei palestinesi, così come larga parte dei terreni agricoli e da pascolo della Palestina, ma Israele considera il 70 per cento dell'area non edificabile dai palestinesi, il 29 per cento edificabile con molte restrizioni e solo l'1 per cento disponibile per il libero sfruttamento. La restante porzione di territorio della Cisgiordania è costituita da enclavi disposte a macchia di leopardo in modo da spezzarne la continuità territoriale, amministrate dall'Autorità Nazionale Palestinese o da forme di controllo "miste". Ma quanto è importante la politica coloniale ai fini della realizzazione di uno stato ebraico esteso dal Mediterraneo al fiume Giordano? All'indomani degli accordi di Oslo nel 1993 si contavano poco più di 100mila coloni, mentre le ultime stime parlano oggi di circa 600mila persone residenti negli insediamenti ebraici. Ciò significa che la zona direttamente controllata da Israele, dove è situata la maggior parte delle colonie, è abitata da un numero di israeliani superiore al doppio degli abitanti palestinesi, che sono circa 150mila: una buona base materiale per annettere questi territori allo Stato israeliano e presentarlo al mondo come fatto compiuto.

La lotta contro l'immigrazione incontrollata inizia sulla terraferma, non sull'acqua PAOLO FERRANTINI

Da un'analisi tratta dal giornale britannico "The Guardian" ad opera dell'autore di "Refugees Deeply", Daniel Howden. Il Mar Mediterraneo è stata la culla per tante civiltà: la sua dinamicità ha portato una crescita delle relazioni sociali che hanno beneficiato tanti aspetti, in primis l'economia del continente europeo. Ma dopo tanto tempo siamo arrivati al punto in cui gli scambi e i trasporti di persone, la libera circolazione nel Mediterraneo è messa a repentaglio dalle vicende legate ai flussi migratori. Da quando il problema dell'immigrazione dal Nord Africa ha assunto dimensioni preoccupanti, ogni stato dell'Unione ne è stato inficiato in qualche modo. Si sono aperte innumerevoli discussioni, a volte sfociate in litigi o azioni rivendicate (chiusura delle frontiere, accordi saltati, costruzioni di muri improvvisati, forze armate disposte in campo ecc...). Oltre a questo, i tentativi di mediazione e di ricerca di compromessi sono all'ordine del giorno: già nel 2013 si ricorda l'operazione "Mare Nostrum" che aveva come obiettivo il controllo e recupero di tutte le imbarcazioni approssimate alle coste italiane in pericolo di vita. A seguito del suo fallimento, altre 2 operazioni, "Triton e Sophia", sono state perpetrate, con uno scopo pressoché opposto a quello di Mare Nostrum; impedire il contrabbando di immigranti, combattendo le reti nei territori incriminati. Ma queste operazioni, evidentemente, non hanno avuto molti sviluppi fintanto che le reti di contrabbando continuano ad operare evolvendosi ogni volta che sembrano essere messe al bando. Una delle mediazioni più riuscite (anche se nella fattispecie molti storcono tuttora il naso) è quella che vede l'Italia cooperare con organi ed organizzazioni dell'Ue nel supporto diretto alle forze costiere della 26


Libia mantenendo un certo grado di legittimazione ad agire nei loro territori, nonostante nel resto del paese ex-colonia italiana stiano combattendo una guerra civile. I fatti dicono che la storia non cambia più di tanto: meno barconi effettivi ma un flusso numerico di persone che sbarcano, muoiono o cercano di arrivare in Italia. E ci sono già richieste a giro dell'Europa sulla necessità di mantenere (a spese europee) Triton e Sophia; la House of Lords inglese ha chiesto ufficiosamente di interrompere tali iniziative, preso atto della loro inefficacia. Il contesto italiano resta quello più difficile per via delle battaglie tra populisti e nazionalisti che si rinforzano ad ogni evento. E soprattutto, senza fare nomi, ci sono attori politici che prendono il sopravvento nel pensiero comune legittimando a livello popolare un'unica via d'uscita al problema: quella più drastica, che toglierebbe ogni legittimazione alle missioni di salvataggio e recupero. Sempre secondo queste fazioni, sono le stesse ONG a dare adito al contrabbando, visto il loro crescente numero. Nel 2015 e nel 2016 sono state diminuite le missioni a dimostrare come questi appelli siano stati influenti. Il capo della commissione della House of Lords annessa per indagare sulla situazione, Baroness Verma ha indicato il punto: "People smuggling begins onshore, so a naval mission is the wrong tool for tackling this dangerous, inhumane and unscrupulous business. Once the boats have set sail, it is too late."Le reti di contrabbando si sviluppano sulla terraferma quindi le missioni in mare sono la soluzione sbagliata. Una volta che i barconi sono partiti, è già tardi. La verità è che ci sono tante fazioni divise che confondono le idee e ben pochi politicanti disposti a raccontare ai loro elettori che non esistono soluzioni rapide, quando il problema ha una radice complessa. Esistono confini giuridici sottilissimi che le autorità europee non possono varcare pur di aiutare attori extraeuropei. E i battibecchi perenni su chi debba assumersi le responsabilità e le conseguenze sono solo distrazioni da qualsiasi forma risolutiva alla crisi.

Riflessione dopo l'atto terroristico in Spagna SILVANA GRIPPI

Spagna - vorrei provare a dire la mia opinione, fuori dal coro, di cui ho trovato riscontro anche con altri pareri. Scrivo qui di seguito una riflessione per dare elementi di discussione. Dopo questa ultima azione suicida/omicida fatta dai marocchini, c'è maggiore stimolo alla cooperazione anti-terroristica tra Madrid e Rabat, Mm ciò ha avuto inizio già a maggio, quando è stata smantellata una cellula dell'Isis, fra Tangeri e la Catalogna, composta da "foreign fighters" marocchini - fra i 21 e i 32 anni - reduci dalla Siria e dall'Iraq. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington, il Marocco ha smantellato circa 168 cellule jihadiste e nell’ultimo anno ha accresciuto la cooperazione con Unione Europea e americani, concentrandosi sull’enclave di Ceuta, adoperata dagli jihadisti come testa di ponte per infiltrarsi sulle coste settentrionali del Mediterraneo. L’«Andalusia» è considerata parte integrante del Califfato pan-islamico essendo appartenuta ai successori del Profeta prima della riconquista cristiana. Si tratta della stessa matrice che nel marzo 2004 generò gli attacchi alla metropolitana di Madrid in cui perirono 192 persone con l’unica differenza che allora era Al Qaeda a firmare l’attacco e ora a realizzarlo sono state le sue sanguinarie emanazioni. La matrice è quella dei Gruppi salafiti per la predicazione e il combattimento, formatisi in Marocco dopo la dissoluzione del Gia algerino, da cui prima è nata Al Qaeda nel Maghreb, poi le cellule confluite in Isis e quindi una miriade di gruppi in competizione per imporsi nella guida della Jihad. ----------------27


Il grande maestro Luis Bacalov MARCO RANALDI

E' con grande tristezza che ho saputo della morte di Luis Bacalov. Fra tutti i compositori di musica applicata il Maestro Bacalov è stato certamente il più umile e il più esperto nel narrare con la propria maestria la propria vita. E la sua vita non è stata certamente facile, anzi direi difficile. Pianista prodigio, allievo del padre di Barenboim, Bacalov rimarrà sempre pianista. Anche quando in mezzo all'incredulità della gente si vedeva suonare il pianoforte come un esperto esecutore, collega, neanche a dirlo della Argerich e di Daniel Barenboim. Eppure nella sua grande umiltà non si è mai posto come un divo. Bacalov rimane nel ricordo il grande pianista e compositore, di sensibilità e di disponibilità. Assolutamente lontano da giochi di potere ha vissuto all'ombra di Morricone e spesso questa cosa gli impedì di emergere per il suo grande carisma di compositore. E' anche vero che il suo apporto al mondo del cinema è stato fondamentale, i suoi score sono spesso belli e molto intensi. Ha vissuto con passione ogni momento della sua vita professionale e si muoveva quasi inconsapevole di essere una persona famosa. E' morto in ospedale, da tempo la sua vita era cambiata. Lo incontrai qualche tempo fa per realizzare una lunga intervista. Fu come sempre generoso e disponibile. Sono rammaricato che non ho poi avuto più il modo di incontrarlo. In tutto questo, lo si può scrivere, era veramente quello che si dice comunemente, "una brava persona". Un vero signore, legato a dei valori e ad una professionalità che non ha eguali. Mancherà molto al mondo della musica una persona come Luis Bacalov. Peccato che solo il tempo futuro dirà del suo forte valore compositivo ed interpretativo. Fa specie, chiudendo che l'Orchestra della Magnia Grecia che ha nobilitato con la sua presenza e il suo ruolo di direttore principale, non si sia neanche degnata di mettere in hp un ricordo del loro principale collaboratore. In un tempo certamente, così come è successo per Riz Ortolani che è ora nelle note della pubblicità di Sky, la musica di Bacalov sarà colonna sonora di indimenticabile dolcezza e di scrittura eccezionale.

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Hasan Hatya al Nassar ricordato da Giulio GIULIO GORI

La poesia dei migranti vista da un poeta esule iracheno - (Lectio magistralis di Hasan Atiya Al Nassar, pronunciata il 26 maggio 2005 all’Università di Roma Tre, in occasione della manifestazione "Incontro poetico d’Europa") “Non v’è pane; né sorso d’acqua, né fuoco estremo; due sole cose vi sono: l’esiliato e l’esilio” Gridava Seneca nella Corsica ‘terribile’ e ‘crudele’. Mentre Dante, nel Paradiso, ricordava i passi più duri del suo cammino di fuggiasco: “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l’arco de lo esilio pria saetta. Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e il salir per l’altrui scale”. Nel 1933, dopo il rogo del Reichstag, Brecht lasciò la Germania e prese la via dell’esilio: avrebbe da quel momento vissuto molti anni lontano dalla sua patria, prima a Praga, poi a Vienna, Parigi e, infine, negli Stati Uniti. Non ci sarebbe stato ritorno prima del 1948, eppure nonostante ciò, egli considerò sempre, anche nei momenti più drammatici, l’esperienza dell’esilio come un’esperienza temporanea, transitoria, tanto che poté scrivere, a chi come lui era stato costretto ad abbandonare la propria terra: “Non mettere un chiodo nel muro Non appendere alla parete un quadro Perché tu domani tornerai”. Al concludersi del secondo conflitto mondiale la maggior parte degli esuli, volontari o meno, poté far ritorno alle proprie case (scelse di restare in Francia un gruppo di Spagnoli, che qui diede vita alle scuole pittoriche del Cubismo e del Surrealismo). Bastano questi esempi per mostrare quanto sia invece diverso l’esilio che oggi devono sopportare gli intellettuali iracheni, esilio ben più difficile e senza speranze, perché, mentre intellettuali come Brecht ebbero la possibilità di essere ospitati e ‘protetti’ da altri paesi che comunque facevano parte dell’Europa (e con i quali avevano quindi un retroterra culturale in comune da secoli), gli iracheni devono nella maggior parte dei casi affrontare il mondo extra-islamico (e quindi culture e modi di vita completamente opposti), dove l’integrazione è difficile perché vengono visti come dei ‘diversi’. Ricordiamo comunque che la situazione è solo di poco migliore se ci si sposta in un altro paese di lingua araba, perché il Medio Oriente, a differenza dell’Europa, manca completamente di coesione culturale, e anzi è territorio di aspre rivalità nazionalistiche. Il nazismo non fu sconfitto solo dalla forza dei militari, ma anche, e soprattutto, da quel forte senso di libertà che aveva perso la sua individualità per farsi collettivo, patrimonio comune. Gli iracheni, gli arabi in generale sono invece, paradossalmente, soli. 29


L’esilio li rende una sorta di eroi, li rende dei simboli, ma non riesce a liberarli dalla ‘prigione della diversità’ che non ha via d’uscita neanche nel pensiero, nell’ispirazione, nel talento. Tradizionalmente l’immigrato nei paesi arabi è accolto e ospitato con molto rispetto, senza bisogno di indagare sulle sue origini, sulla sua identità e cultura, sulla sua religione. I beduini del deserto dicono che “La tenda è la casa semitica”, una camera aperta a tutti gli uomini, anche ai nemici. Tutti sono ospiti di Dio, bianchi e neri, liberi o schiavi, ricchi e poveri. Quando l’ospite si siede nella tenda, tutti quanti osservano un silenzio rispettoso, secondo le regole ancestrali della scuola di cortesia del deserto. Al contrario in occidente, si può essere anche delle menti sublimi, eppure, una volta saputo che sei arabo, l’occidentale non potrà fare a meno di associare la tua figura alle immagini del deserto, della poligamia, del chador, del Ramadan, del maschilismo, della guerra Santa, di Allah… Tu cesserai inevitabilmente di essere una persona, un artista, per trasformarti nell’immagine-stereotipo che i non-arabi hanno di te. Scrive Michail Bachtin che “Ogni testo è abitato dalla voce altrui”, alludendo, come spiega Francesco Stella, “Alla molteplicità di sensi che acquistano le parole di una comunità linguistica come patrimonio di precedenti, di coesistenze, di coabitazioni: le alterità della voce”. Per un esule probabilmente questo vale ancora di più. La parola poetica mantiene in sé un’autentica forza meditativa, anche se diversa da quella della riflessione filosofica; la meditazione poetica si nutre infatti di esperienza, percezioni, attese, memoria: di una memoria che sfida l’oblio e, cercando di non perdere le proprie tracce, non si arrende alla crescente distruzione della vita, al deserto di senso, al sopravanzare delle cose, all’oggettivazione del mondo. In un mondo che vive tra guerre, conflitti, torture, povertà, caos sociale e politico, la poesia offre, meglio di ogni altra attività umana, uno strumento di sfogo e, allo stesso tempo, un incitamento alla resistenza e alla rivolta; per questa ragione il poeta è obbligato a parlare di politica. A questo proposito, devo ricordare che i nostri capi politici credono che la poesia possa rovinare l’educazione, l’etica, la religione, per cui sono moltissimi i poeti isolati dalla società. Ma non soltanto noi iracheni, vittime di Saddam Hussein, siamo stati perseguitati: anche Dante è stato crocefisso dai papisti, Federico Garcia Lorca da Franco, Nazim Hikmet dai generali di Kemal; persino il grande Platone ha costruito la sua Repubblica cercando di escluderne i poeti, così scomodi, così fastidiosi. Anche il Corano, dal canto suo, li condanna duramente; parlando dei mentitori, recita: “E i poeti!… i fuorviati li seguono. Non vedi che errano in ogni valle e dicono cose che non fanno?” (XIX, 224-226). Il poeta si trova a vivere un paradosso: operare lontano dalla propria patria o abbandonare la letteratura? Patria o Arte? Vivere nel proprio paese sotto l’oppressione, o lasciarlo per un altro in cui forse si verrà giudicati per una pelle considerata ‘sporca’, in cui diranno che chi viene da una certa parte del mondo deve per forza essere un ladro, o un incivile? Tuttavia l’intellettuale esule può quasi diventare un fenomeno: il poeta diventa una sorta di profeta, come nel caso di Al-Nawab, che vive in Siria ed usa, appunto, il linguaggio profetico… Come se il profeta fosse poeta o se il poeta diventasse profeta che predica alla gente e cerca di trasformare in facile il difficile, di aiutare a sopportare il rifiuto della società, la provocazione, il maltrattamento. Se è vero che la poesia sorse nell’anima dell’uomo dal bisogno di assoluto, per il poeta iracheno, specie se migrante, profugo, assume una valenza mistica, una forza capace di trascendere la finitezza e, se necessario, la banalità del presente. Una poesia protesa a indagare e integrare la Verità; “Desidero entrare nel silenzio ancora vivo”, recitava Samuel Beckett. Noi iracheni siamo passati attraverso le più varie vicende, abbiamo creduto a gruppi politici, ci siamo avvicinati ad organizzazioni ideologiche. Gli intellettuali hanno sempre preso posizione: ad esempio durante il conflitto Iraq-Iran hanno insultato la guerra tramite racconti e poesie, hanno insultato gli uomini di Saddam ed hanno esaltato i partigiani che combattevano a nord del paese. Adesso però quegli stessi intellettuali si trovano in nazioni diverse e non è più sempre possibile seguire la propria ispirazione: i testi devono a volte essere ‘filtrati’, resi comprensibili per il nuovo pubblico, il nuovo lettore. E’ inoltre evidente come la cultura del paese ospitante spesso influenzi in modo non indifferente l’autore. Qui in Italia gli iracheni si sono in particolar modo avvicinati a quegli autori che mettevano in primo piano l’importanza dell’Uomo: Pasolini, Pavese, Ungaretti (a coloro che hanno cioè compiuto una vera e propria rivoluzione nella letteratura). Meno seguiti sono gli scrittori italiani di prosa, anche se, naturalmente, gli intellettuali non possono fare a meno di confrontarsi con autori come Svevo, Moravia, Calvino. Nel campo pittorico, si trovano, nelle opere degli Iracheni in Italia, fortissime tracce di maestri italiani, come Farulli, Guttuso, Pomodoro. In Francia invece gli esuli sono stati influenzati dagli autori classici, anche se è inutile negare che coloro che maggiormente forniscono ispirazione sono Baudelaire, Rimbaud, Perse, Aragon. In altri paesi, ad esempio nell’ex Unione Sovietica, gli iracheni si sono avvicinati al realismo socialista. In Siria gli intellettuali iracheni hanno fatto propria la causa palestinese, l’hanno cantata nelle proprie opere ed hanno inoltre partecipato in prima persona alla guerra civile libanese. Alcuni Iracheni hanno tuttavia avuto la possibilità di integrarsi al meglio nella vita letteraria 30


dei paesi ospitanti, potendo pubblicare (anche in lingua araba) e collaborando con le varie case editrici. A testimonianza di questa perfetta integrazione ricordiamo che alcuni Iracheni hanno anche avuto la possibilità di scalare le vette del mondo degli affari, notoriamente meno aperto e cosmopolita di quello letterario. Ma, in ogni caso, il poeta immigrato è come un nomade, come un antico arabo del deserto, in cerca di nuovi pascoli e di nuove acque. Il poeta, addolorato, descrive il proprio abbandono e lamenta la lontananza dall’amata terra, ricordando le gioie dell’amore perduto, con tutti i pericoli affrontati e le fatiche sopportate. Sempre in cammino per ritrovare fortuna, amore, amicizia, un angolo di affetto. Oggi un esule come me vive con il terrore dell’Iraq moderno, sapendo che ogni ponte, ogni casa, ogni palma, ogni vita della mia terra è in pericolo, sotto la pioggia di missili e la schiavitù delle forza. Noi esuli, tutti, non possiamo piangere, ci sentiamo come il protagonista delle Metamorfosi di Kafka: inadeguati. Scrive Sergio Corazzini: "Perché tu mi dici poeta? Io non sono un poeta Io non sono che un piccolo fanciullo che piange Vedi che non ho che lacrime da offrire al silenzio Perché tu mi dici poeta?" Ho portato avanti questi anni d’esilio, tremando, rendendomi conto di avere sempre paura: paura della notte, paura della padrona di casa, paura del lettore della luce, paura degli stranieri che venivano a bussare alla mia porta, paura di essere giudicato, paura dell’insegnante, paura di saper solo balbettare parlando con persone che non conoscevo… Ma la mia più grande paura era quella della polizia, del suo manganello, delle sue pistole. Ricordo ancora il colloquio con un’anziana suora: “Perché hai paura? Non siamo forse tutti figli di Dio?”. “La legge non mi permette di stare qui senza permesso di soggiorno: dove andrò?” Sono incisi nella mia memoria i versi di un emigrato italiano in Egitto, Giuseppe Ungaretti: “Ma nel cuore nessuna croce manca. E’ il mio cuore il paese più straziato”. Una volta qualcuno mi chiedeva: “Perché voi iracheni scrivete raramente poesie d’amore? I vostri scritti sono pieni di parole come ‘nostalgia’,‘lontananza’, ‘mancanza’, ‘patria’, ‘libertà’, ‘soldati’, ‘morte’… Scrivi ogni tanto una poesia d’amore! Scrivi una poesia in cui non ricorrano solo parole come ‘distruzione’ e ‘macerie’! Io rispondevo: “E’ vero che noi non conosciamo l’amore, noi non abbiamo cuori come il vostro… Perché quando mi sveglio al mattino, da solo, in quella stanza priva di finestre, io mormoro ‘Grazie Dio, perché mi sono svegliato anche oggi, perché sto bene’. “Ma aspettate da noi poesie d’amore, poesie di un universo svuotato di carrarmati e fucili. Aspettate, perché un giorno saremo anche noi cantori di panorami stupendi, di albe, di mattini che coprono l’acqua del fiume, del sole quando sorge dalle rocce. Io vi dico: aspettate da noi testi che non portino in sé parole come ‘morte’, ‘dolore’, ‘paura’, ‘lutto’, ‘desolazione’, ‘abbandono’… “E tu stai seguendo il grano senza ali/dal marciapiede all’esilio/dal paradiso al fuoco/o dal fuoco al fuoco…”

La Cina e i paesi del Golfo CHIARA PAPPALARDO.

La Cina e i paesi del Golfo: il dirottamento della politica estera statunitense verso l’Asia inteso come superamento degli interessi energetici legati al Medio Oriente non è altro che un miraggio. 31


Sebbene il Tour diplomatico del premier cinese XiJinpingin Medio Oriente risalga a Gennaio 2016, gli effetti degli accordi siglati in quell’occasione condizionano e probabilmente condizioneranno non solo la situazione medio-orientale, con particolare riguardo alla Siria e all’Iraq (il cosiddetto “Siraq”), ma anche le future politiche energetiche di grandi paesi quali Stati Uniti, Russia, Iran, Arabia Saudita e altri produttori dell’OPEC. Le economie più avanzate dell’Asia e del Sud pacifico, oltre a presentare delle possibilità in termini di scambio di sviluppi tecnologici e know-how da impiegare nella produzione delle risorse energetiche, così come delle preziose fonti di investimento, costituiscono dei mercati di consumo di energia in rapida espansione. Se da un lato abbiamo scontri generati dal possesso dei pozzi di petrolio e dei bacini di gas naturali, così come conflitti sorti sul controllo di pipelines e hub per il trasporto di queste risorse, come nel caso della Siria di Assad che si stava per configurare quale porta di accesso di materiale energetico per tutta Europa a favore di Libano e Iran, un altro importante terreno di battaglia si configura dal punto di vista della domanda, il cui immediato riflesso si può vedere nelle guerre dei prezzi tra produttori. Sembra che il fulcro delle politiche energetiche internazionali in Medio Oriente stia coinvolgendo anche l’Asia. In tutto questo la Cina ricopre un ruolo fondamentale. Nel corso del suo viaggio all’insegna della formula “OneBelt, One Road”, il presidente cinese si è incontrato con il re Al Saud dell’Arabia Saudita: gli argomenti del meeting hanno toccato la guerra in Siria ma anche il settore energetico. La Cina, infatti, non solo è la prima per investimenti nel settore petrolifero iracheno e siriano, ma è anche il primo acquirente di greggio proveniente dai paesi del golfo, soprattutto Arabia Saudita, appunto, e Iran. Per quanto riguarda il petrolio, inoltre, è stato realizzato un accordo tra la cinese Sinopec e la saudita SaudiAramco, i rispettivi colossi petroliferi nazionali i quali hanno effettuato tramite Joint Venture, la costruzione della raffineria di Yasref. Vi è stata inoltre l’inaugurazione di un centro di ricerca sull’energia. Questo accordo è solo una parte della convergenza economica rappresentata da ben 14 trattati bilaterali incentrati sulla cooperazione energetica e un memorandum d’intesa. Dopo l’Egitto, dove XiJinping ha firmato un memorandum in cui garantisce la partecipazione cinese all’ampliamento del canale di Suez (in modo da assicurarsi la nuova via della Seta per i prodotti dell’export cinese), per la prima volta nella storia, il premier cinese si è recato in Iran, con il quale ha firmato 17 documenti e lettere di intenti per ampliare la cooperazione economica tra i due paesi fino a un vero e proprio partenariato strategico anche sul fronte energetico. L’incontro tra i corrispettivi responsabili delle istituzioni nazionali che si occupano di energia nucleare ha prodotto una dichiarazione d’intenti per quanto riguarda un rafforzamento nel campo della cooperazione nucleare, a seguito del programma nucleare di Teheran raggiunto nelle trattive del G5+1. Il governo cinese si impegnerà inoltre nel potenziamento del reattore di Arak e nella costruzione di due centrali nucleari. E’ chiaro come i rapporti tra Cina e alcuni paesi del Medio Oriente si stiano stringendo sempre di più e di come al centro di questi vi siano il petrolio e le altre risorse energetiche. Da una parte i paesi del Golfo si rivolgono verso l’Asia, dall’altra l’Asia è ben contenta di ricambiare questo interesse verso l’area medio-orientale. Secondo le stime dei report OPEC il Prodotto Interno Lordo asiatico è destinato a crescere esponenzialmente: la domanda asiatica, con Cina in testa seguita dall’India, avrà un ruolo essenziale nello scenario energetico globale. Nel 2035 l’Asia rappresenterà circa il 40% di domanda mondiale di petrolio: già nel 2015 essa assorbe circa il 75% delle esportazioni energetiche del Consiglio di Cooperazione del Golfo, in termini di petrolio e gas naturale. Il 19 Gennaio scorso a Riyadh il presidente cinese ha incontrato anche il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo affrontando il tema della costituzione di un’area di libero scambio tra Cina e i Paesi membri del consiglio. Che sia una risposta all’americano TTIP tra Usa e Ue? Visto l’interesse dei paesi arabi nei confronti del colosso cinese e del mercato asiatico, forse non si tratterà di un sasso lanciato nel vuoto. Molti hanno salutato il nuovo paradigma diplomatico internazionale statunitense come l’abbandono di interessi strategici legati alle questioni energetiche e al Medio Oriente, soprattutto in vista della rivoluzione dello ShaleOil da molti salutata come il preludio dell’indipendenza energetica americana. Ma se guardiamo alla guerra dei prezzi in corso, alla situazione sul versante medio-orientale e al contesto politico-economico globale ci possiamo rendere conto di come lo scontro per l’energia sia tutt’altro che concluso. 32


Citando le parole di H. Clinton, secondo cui l’ “energia sta al cuore della geopolitica perché essa è il fulcro del potere e della ricchezza”, il cambio di rotta della politica estera da parte dell’amministrazione Obama non deve essere visto dunque come un “ribilanciamento strategico” inteso come superamento degli interessi americani in medio oriente. La politica statunitense in Medio Oriente è tutt’altro che finita: l’ “Asian Pivot” deve essere visto dunque come un nuovo modo per interferire negli interessi energetici del vicino oriente e del Golfo arabo-persico, soprattutto alla luce della produzione dello Shaleoil e dell’aumento dell’offerta di petrolio con il conseguente abbattimento dei prezzi. Nel lungo periodo, infatti, l’aumento di produzione e di offerta di petrolio statunitense non minaccia affatto la supremazia dei grandi produttori arabi, dotati di enormi riserve e avvantaggiati d ai costi competitivi della loro produzione: essi stanno già dirottando l’offerta di oro nero arabo verso i mercati asiatici, Cina in Primis. Ed è proprio quest’ultima, alla luce degli interessi che ripone negli altri paesi asiatici e in quelli ricambiati in Medio Oriente, ad essere chiamata in causa dalle onnipresenti politiche espansionistiche statunitensi.

Libia: guerra, frontiere e migrazioni LEONARDO MARINELLI

Si è svolta ieri pomeriggio l'iniziativa "Libia: guerra, frontiere e migrazioni", organizzata dal Collettivo Politico di Scienze Politiche, presso il polo delle Scienze sociali di Novoli con la partecipazione di Francesca La Bella, giornalista di Nena News, Sergio Scorza dell'Unione Sindacale di Base e l'associazione Asahi, associazione di (e per) i migranti. Il dibattito, iniziato attorno alle 16:00, si è protratto per più di due ore e mezzo, a sottolineare l'interesse tanto degli studenti quanto dei partecipanti esterni riguardo al tema. Nello specifico, si è dibattuto su cosa sta succedendo in Libia, ormai da circa sei anni percorsa da conflitti di vario tipo, e su quali potrebbero essere le conseguenze per i migranti anche a seguito del decreto Minniti-Orlando, ampliamento criticato e che ha sollevato anche il dubbio dell'incostituzionalità.

L'intento principale dell'iniziativa di far conoscere la situazione libica, di cui si parla molto poco. "Secondo me è un'iniziativa come questa è un'iniziativa importante per vari motivi. Prima di tutto perchè di Libia non si parla; se ne parla tantissimo sui giornali: su quanto i flussi migratori dalla Libia possano essere pericolosi, se ne parla perchè la Libia in fiamme fa paura, una Libia che si sta 33


dissolvendo ormai da sei anni. Faceva paura quando c'era Gheddafi e ha continuato a far paura dopo. Se ne parla pochissimo quando bisogna affrontare cosa succede in Libia." afferma Francesca La Bella ad apertura del proprio intervento, incentrato sull'esposizione di un quadro generale all'interno del quale contestualizzare la situazione della Libia, ad oggi, secondo il diritto internazionale, uno stato fallito, cioè uno stato che non è in grado di mantenere il controllo interno e dei suoi confini, oltre ad essere incapace di fornire servizi basilari alla propria popolazione. Aggiunge poi che "dal punto di vista dell'immigrazione, investire in Libia significa portare il problema dell'immigrazione al di là del mare. Non portarlo agli occhi dell'opinione pubblica italiana o europea; gestirlo al di là di uno specchio d'acqua significa farlo vedere meno. Parlare dei lager in Libia o parlare delle violenze che vengono fatte non solo all'interno dei centri di detenzione ma tutti i giorni fuori... è ipocrisia dire che è iniziato adesso, condannarlo adesso, o sentire Macron e i francesi che dicono che serve un inchiesta... sono anni che è così e l'hanno fatto tutti. Ora è tentare di spostare degli equilibri parlarne, non è condannarlo davvero. Se tutto questo fosse successo al di qua del mare, in Italia, in Spagna, in Francia, avrebbe sicuramente sollevato maggiore indignazione... Spostarlo di là, significa diminuire i problemi". Si sofferma poi su una breve analisi neocolonialista del problema: delegare ad altri, a dei sottoposti, il contenimento dei problemi e cioè l'immigrazione, che nasce da volontà altre, in realtà non è altro che frutto delle politiche neocoloniali dell'occidente perchè "l'impoverimento dei territori così come la guerra che è stata scatenata in Libia o in altri territori sono sostenuti perchè funzionali al mantenimento di alcuni interessi e solo fino a dove poteva mantenere quegli interessi". In sostanza, sarebbe un problema creato "da quà" ma da cui si tenta di deresponsabilizzarsi, cedendo tutta la competenza alla guardia costiera libica, anche a seguito degli accordi firmati tra il gioverno italiano e alcune ONG (altre si sono invece rifiutate) per il non salvataggio in mare. Per concludere il suo intervento, che si ricollega poi a quello successivo dei ragazzi dell'associazione Asahi, la giornalista ci parla anche dei finanziamenti ricevuti dalla stessa Libia perchè "l'accoglienza sono soldi, non solo in occidente. Soldi che vengono spesi pochissimo per tutelare i migranti che rimangono in suolo libico e tantissimo per arricchire alcuni singoli o gruppi." Paradossale che molti dei "signori della guerra" che prima del decreto Minniti si occupavano dei traffici di migranti fino alle coste europee, adesso si siano riciclati a fare il contrario, guadagnando con l'accoglienza (o detenzione) di essere umani. I ragazzi africani dell'associazione, invece, intervengono per raccontarci di come gli interessi e le bombe occidentali li abbiano costretti ad abbandonare le proprie case per affrontare il viaggio attraverso il deserto fino alle coste europee. In Italia però, vivono la realtà della associazioni italiane che offrono lavoro ai migranti in cambio di una decina di euro al giorno passato quasi interamente a raccogliere pomodori o arance che poi finiscono sulle nostre tavole. Insomma, un bussiness che sfrutta la manodopera a bassissimo costo di persone disperate; le stesse associazioni che ricevono i finanziamenti per l'accoglienza che poi, per l'accoglienza, non vengono speso (o almeno, solo una piccolissima parte). A fare il punto, invece, sul decreto Minniti-Orlando, ci pensa Sergio Scorza. Brevemente, il decreto prevede la trasformazione dei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) in CPR (Centri di permanena per il rimpatrio), uno in ogni regione. I migranti verranno smistati in tali centri in attesa dell'esame della richiesta di asilo. Prevede inoltre l'istituzione di sezioni speciali dedicate interamente alle richieste di asilo e ai rimpatri. Ed è questo il punto che solleva i maggiori dubbi: l'articolo 102 della nostra Costituzione sancisce che "non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali". In realtà, Come riporta Gianfranco Schiavone, avvocato di Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione) su Redattore Sociale: "La differenza è sottile: non si parla di giudici speciali, vietati espressamente dalla Carta costituzionale, ma di sezioni specializzate. Il problema, però, rimane: la specializzazione, infatti, non è riferita all’intera materia, e cioè al diritto dell’immigrazione nel suo complesso, ma ai rifugiati, cioè solo alla protezione internazionale. Questo rischia di confermare l’idea di un giudice speciale solo per i richiedenti asilo e potrebbe configurare un possibile conflitto di legittimità, e la norma potrebbe essere considerata discriminatoria." Per finire, vi sarà un grado di giudizio in meno per i richiedenti asilo, abolendo il secondo grado d’appello per chi si è vista rifiutata la richiesta di 34


asilo in primo grado e attribuendo al giudice di primo grado tutta la responsabilità. Ed il rito camerale sarà senza udienza, vale a dire che il giudice si limiterà a visionare documenti e videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. In pratica, ci dice Sergio Scorza, "nel nostro ordinamento il ruolo del giudice è fondamentale; il giudice deve avere un'autonomia e, nel nostro stato di diritto, ha la possibilità di interrogare e di ascoltare il ricorrente; ma nel decreto Minniti questa cosa non c'è. Questo incide sull'effettività, sull'efficacia ma anche su un "processo giusto"; il migrante viene quindi privato di una garanzia fondamentale: quella di contraddire, replicare, di essere ascoltato da un giudice che deve sottostare a questa regola che viene applicata solo al migrante".

UNESCO e Trump: un ossimoro STEFANIA PARMIGIANO

Gli USA escono dall’UNESCO a seguito dell’ingresso della Palestina per “pregiudizi anti israeliani”, e sono seguiti da Israele. L'UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) è stata costituita il 16 novembre 1945 dalla Conferenza dei Ministri Alleati dell’Educazione (CAME), che aveva lo scopo di diffondere - come organizzazione culturale - una cultura capace di educare alla pace attraverso la comunicazione tra le nazioni, promuovendo "il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali". Partendo dalla lotta all'analfabetismo, sottolinea il valore della scienza e la connessione con le discipline umanistiche, considera l'Arte patrimonio mondiale: l'UNESCO parla per la prima volta negli anni '50 di problemi come inaridimento e desertificazione; ragiona sulla riconversione dell' atomica per usi pacifici; negli anni '70 comincia a parlare di sviluppo sostenibile, per la tutela dell'ambiente. Parla di etica e di bioetica. Parla di libero flusso delle informazioni come di un diritto universale di conoscenza. E, soprattutto, di diritti umani, per cui si esprime in maniera forte contro ogni razzismo ed ogni incitamento alla guerra. Per cui uscire dall'UNESCO è coerentemente da Trump. In effetti, cos'ha da spartire con l'educazione, la scienza, la cultura, i diritti umani? Trump è quel presidente che ha definito l’effetto serra una “truffa” contro l’economia americana, orchestrata dalla Cina. Ha ritirato gli USA dall’ Accordo di Parigi sul clima , e messo a bilancio profondi tagli alle scienze e alle agenzie ambientali. Ha ordinato di riesaminare circa 40 monumenti nazionali per verificare se questi meritino davvero, secondo lui, la protezione dell’Antiquites Act (è un atto trasformato in legge da Theodore Roosevelt nel 1906. Questa legge conferisce al presidente degli Stati Uniti la facoltà di creare monumenti nazionali per proteggere significative caratteristiche naturali, culturali o scientifiche dei territori federali). Ha abrogato il Piano Dreamers voluto da Obama, una corsia agevolata per regolarizzare quei giovani senza permesso di residenza, che arrivarono negli Stati Uniti da bambini insieme ai genitori. Ha appena firmato l’ordine esecutivo per modificare l’Obamacare (la riforma sanitaria che estende la copertura anche a quanti non abbiano una copertura assicurativa) non essendo riuscito ad abrogarla per 35


l’opposizione interna al Governo. Trump è quel presidente che gioca a chi ha l’atomica più grossa con il nordcoreano Kim Jong-un. Trump è forse il primo presidente americano capace davvero di affossare l’american dream. Eppure non è la prima volta che gli Stati Uniti escono dall'UNESCO, già nel 1984 Ronald Reagan la accusò di anti-americanismo ritirando la delegazione. Rientrarono nel 2003 con Bush in cerca di consensi. Lo stesso Obama ha dovuto fare i conti con una legge degli anni '90 che vieta il finanziamento alle organizzazioni dell'ONU che accettino la Palestina come membro, per cui ha dovuto ridurre i finanziamenti all'UNESCO nel 2011 pur dichiarando “...gli Stati Uniti intendono continuare il loro impegno all’UNESCO in ogni modo possibile, partecipando alle riunioni e ai dibattiti“.Nel preambolo dell'atto costitutivo del’UNESCO: “…le guerre nascono nell’animo degli uomini ed è l’animo degli uomini che deve essere educato alla difesa della pace”.

Crescere senza confini: 10 anni di cure MASSIMO PIERACCINI

Alla sede del Consiglio Regionale della Toscana, si è tenuta l'evento che ha dato il via alla celebrazione del decennale della Fondazione. Presentati nell'occasione due progetti musicali realizzati per il Decennale: il primo dal DJ internazionale Federico Scavo con Alessandro Canino un brano dal titolo "Troverai", il secondo realizzato da Michele e Lorenzo Baglioni "Tanto con Poco". Sono stati accolti dall'Assessore alla Sanità della Regione Toscana – Stefania Saccardi – presso il Salone delle Feste di Palazzo Bastogi a Firenze alcuni dei ragazzi kosovari curati e guariti nella mission della Fondazione "Cure2Children" presso l'Ospedale pediatrico dell'Università di Pristina. I 10 ragazzi e 3 operatori socio-sanitari hanno portato la loro testimonianza diretta durante la celebrazione ufficiale dei 10 anni di attività di Cure2Children. L'Assessore Saccardi ha sottolineato, ancora una volta, quanto sia importante essere a fianco di Onlus toscane come Cure2Children che portano le cure nel Mondo per i bambini affetti da complesse e gravi patologie onco-ematologiche soprattutto in realtà considerate prioritarie nel ricevere un aiuto. La testimonianza diretta di questi ragazzi ne è ancora una volta la prova del nove ovvero essere in queste realtà formando i medici, acquistare i primi farmaci salvavita, non sostituirsi mai ai medici del posto ma sostenerli e guidarli nei protocolli da seguire è la modalità giusta ed efficace per fornire un aiuto concreto in queste realtà. Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, in occasione dell'apertura delle celebrazioni del decennale ha conferito a Cure2Children, quale suo premio di rappresentanza, la medaglia del Presidente della Repubblica. Samire, Mjedra, Anduena, Diard, Albion, Besiana, Aulona, Fatjona, Erona e Mal sono i primi bambini curati da leucemia e cancro direttamente a Pristina, grazie al progetto, in essere dal 2008, denominato Oncologia Pediatrica in Kosovo – Insieme, uniti per i bambini di Nicola –" una mission che vede l'unione di due Onlus toscane: la Fondazione fiorentina "Cure2Children" e l'Associazione "Nicola Ciardelli" di Pisa. I primi bambini affetti da leucemia che sono rientrati nel progetto hanno ricevuto la terapia curativa direttamente in Kosovo nell'Agosto del 2008 grazie a Cure2Children ed al supporto professionale inizialmente fornito dal Policlinico "Agostino Gemelli" di Roma e grazie anche al fondamentale supporto logistico del Contingente di Pace della Multinational Task Force West in Kosovo (KFOR) visto il periodo storico che allora attraversava la zona Balcanica. Il progetto è stato intitolato alla memoria del Maggiore Nicola Ciardelli deceduto nell'attentato a Nassirya nel giugno 2006. La Fondazione "Cure2Children" e l'Associazione "Nicola Ciardelli" di Pisa, in questi 10 anni, hanno dato un contributo fondamentale al Reparto di onco-ematologia pediatrica presso l'ospedale pediatrico universitario di Pristina, fornendo i farmaci salvavita e strutturando un vero staff operativo-logistico. Ad oggi abbiamo registrato nel nostro database, in questa mission, 370 piccoli pazienti che hanno ricevuto diagnosi e cure appropriate, grazie al nostro staff medico, che tuttavia mai si è sostituito ai medici locali, rispettando la strategia consolidata della Fondazione Cure2children. Sono 80 le famiglie meno abbienti che hanno beneficiato dal programma di supporto logistico e sostegno economico. Le risorse complessivamente impiegate in questi 10 anni in Kosovo per la formazione al personale socio-sanitario, acquisto di farmaci, telemedicina, supporto diretto in loco dei medici di C2C e supporto diretto alle famiglie locali, sono state complessivamente di € 174.750,00. Il desiderio di questi ragazzi è sempre stato quello di dire

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"grazie" all'Italia. E proprio per questo il consiglio direttivo della Fondazione Cure2Children ha pensato di invitare per una "vacanza in Italia", 10 dei 370 ragazzi curati e guariti in Kosovo e, nel contempo, creare dei momenti istituzionali dove i ragazzi possano pubblicamente esprimere le loro sensazioni, emozioni attraverso la loro testimonianza diretta. Oggi ha parlato Samire ed ecco due dei passaggi del suo discorso: "..avevo 14 anni, era il 2007, ed ero malata di leucemia. Ero molto confusa, perché la parola leucemia a Pristina – Kosovo, significava morire, se non avevi la possibilità di andare a curarti nei Paesi occidentali." ... "non potevo avere regalo più grande di tornare in Italia e vedervi tutti ancora oggi impegnati a salvare la vita di tanti altri bambini che, come me, rischiano di perdersi per sempre per la mancanza di cure mediche, farmaci ed apparecchiature adeguate...". Il Dottor Lawrence Faulkner – coordinatore scientifico della Fondazione – ha sottolineato che molto abbiamo fatto e molto ancora possiamo fare. "Sono 5.807 bambini ad oggi registrati nel nostro database on-line (BMTPlus) nelle nostre mission nel Mondo (Kosovo, Pakistan, India, Iraq, Sri Lanka, Argentina) Al di là dei numeri posso tranquillamente affermare – continua Faulkner – che come rete siamo l'Organizzazione che cura il maggior numero di bambini affetti da talassemia nel Mondo. Accedendo ora, in real time, dal mio dispositivo mobile posso affermare che sono 16 i trapianti di midollo osseo che stiamo portando avanti, in contemporanea, nelle 4 Istituzioni in India ed in Pakistan. L'obiettivo del 2018 sarà quello di superare i 100 trapianti l'anno. Ma il lavoro più importante è quello di condividere i risultati ottenuti con la comunità scientifica mondiale attraverso le pubblicazioni scientifiche. L'ultimo articolo – conclude Faulkner – è stato pubblicato sulla rivista Blood Advancesc (Società Americana di Ematologia) sulla cura della talassemia in Paesi Emergenti. "Credo che non ci sia bisogno di dire a quale destino sarebbero andati incontro questi bambini senza l'avvio di questo progetto di oncologia pediatrica in una realtà povera e reduce da una terribile guerra, come il Kosovo – dichiara il Presidente della Fondazione Cure2Children Onlus – Cristina Cianchi –. Prima del nostro arrivo in Kosovo, non era assicurata neanche una corretta diagnosi. Ringrazio di vero Cuore tutti i sostenitori (aziende, associazioni, privati) che si sono prodigati al fine di sostenere economicamente il nostro operato. I nostri bambini vi saranno riconoscenti per sempre". "Abbiamo voluto dedicare questa giornata ad un uomo – sottolinea la Presidente Cianchi – che non ha esitato a dare un forte impulso alla nostra Fondazione sostenendo la nostra visione e soprattutto il nostro progetto del "Global Neurobastoma Network": è Umberto Veronesi! Ho voluto citare due frasi del Professore che personalmente mi hanno colpito molto "..la diffusione del sapere è un prezioso strumento di Pace..."; "una guerra si può vincere anche curando i malati di un Paese lontano". Ogni bambino – conclude la questi ragazzi sono la testimonianza che la strategia di Cure2Children si rileva efficace". In questa mission in Kosovo, ad oggi, è presente un'unità attiva con medici e personale sanitario locale, supportato scientificamente dai medici di "Cure2Children", in grado di offrire un primo trattamento per i bambini affetti da tumori pediatrici. Non da meno l'assistenza alle diverse famiglie che hanno bambini affetti da tumori a cui sono necessarie cure, trattamenti specifici e supporto psicologico. Tutto questo avviene da sempre, grazie alla referente in Kosovo delle due associazioni toscane – Leonora Bajraktari – che giornalmente accompagna i bambini all'ospedale che dista in media, dalle loro case, oltre 100 km. Senza questo servizio i bambini abbandonerebbero le cure in quanto impossibilitati a raggiungere l'ospedale per ragioni economiche e logistiche. Tuttavia, questo rappresenta un punto di partenza e non di arrivo. Infatti sono in programma interventi di miglioramento del Reparto di Onco-Ematologia pediatrica dell'ospedale universitario di Pristina sia dal punto di vista diagnostico che terapeutico. Importante e costante sarà il continuo aggiornamento professionale dei medici locali per proseguire l'attuazione di standard globali e permettere ai bambini affetti da tumori e malattie del sangue di essere curati direttamente in loco anche nelle forme più gravi. E' stata anche l'occasione per presentare due importanti progetti musicali realizzati direttamente da alcuni nostri sostenitori: • il primo del DJ Federico Scavo che con Alessandro Canino e Luca Guerrieri hanno realizzato un brano dal titolo "Troverai" disponibile su tutte le piattaforme digitali. "Abbiamo voluto donare questo progetto a "Cure2Children" – spiegano gli artisti – realizzando un brano ad-hoc. Il testo della canzone rispecchia appieno la mission della Fondazione e vuole essere uno strumento per far arrivare a tutti il messaggio universale di speranza... perché il sorriso di un bambino guarito è un raggio di sole che squarcia un cielo nero". L'intero ricavato dei download sarà tutto a favore dei progetti della Fondazione; • il secondo realizzato da Michele e Lorenzo Baglioni. Si tratta di un videoclip dal titolo "Tanto con Poco" voluto dal nostro sostenitore Massimo Cremasco che ha voluto lanciare nel web un "messaggio di Amore e Solidarietà". “Il brano rispecchia la semplice umanità ed al contempo la lucida follia di un miraggio di guarigione che poi, invece, si concretizza. Cure2Children – dichiara Cremasco – nel 2007 era davvero un "concentrato di idee" ma l'ambizione, la professionalità, la tenacia, l'intraprendenza dei dottori e dei genitori hanno permesso di arrivare ad un traguardo così importante come questo dei 10 anni ma soprattutto curare e guarire i bambini che avrebbero avuto un destino segnato". Cure2Children nasce nel 2007 dalla sofferenza di un gruppo di genitori che hanno vissuto e vivono ogni giorno il dolore per la perdita del proprio figlio: dolore terribile, indescrivibile e che non cessa mai, ma che alimenta la certezza che è possibile assicurare pari opportunità di guarigione a tutti i bambini affetti da queste terribili malattie. Più bambini accederanno alle cure, più bambini potranno guarire e più la scienza potrà affinare e perfezionare protocolli con terapie sempre più efficaci e potenzialmente risolutive delle tante gravi malattie che affliggono l'intera realtà dei piccoli malati. Molti sono i bambini che, purtroppo, si ammalano di cancro. Alcuni oggi guariscono, altri muoiono a causa dell'estrema incontrollabilità ed aggressività della malattia, altri per complicazioni dovute alla tossicità dei farmaci, altri ancora per le infezioni. Sono rischi da mettere in conto. Quello però che non si può accettare, nessun genitore dovrebbe mai farlo, è che il proprio figlio muoia per un farmaco non somministrato o mal dosato, per un controllo o un esame non effettuato o per la mancanza della strumentazione necessaria ed adeguata.

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Vertice Oic riconosce "Gerusalemme est come capitale dello stato di Palestina occupato"

LEONARDO MARINELLI

L'Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) riconosce "Gerusalemme est come capitale dello stato di Palestina occupato". E' quanto emerge da un summit straordinario tenutosi ieri a Istanbul. L'Oic invita tutti i Paesi del mondo a fare lo stesso. Il primo a lanciare il suo appello è il presidente turco Recep Tayyip Ergodan, proprio in apertura del vertice stesso. "Dobbiamo riconoscere lo Stato di Palestina con i confini del 1967, liberandosi dall'idea che questo sia un ostacolo alla pace", afferma Erdogan aggiungendo anche che, in riferimento alla decisione di Donald Trump, "almeno 196 Paesi Onu sono fermamente contrari." Anche il presidente iraniano Hassan Rohani difende apertamente la causa palestinese, asserendo che "l'Iran è pronto a cooperare con tutti i Peasi islamici senza alcuna riserva o precondizione per la difesa di Gerusalemme. Secondo il leader iraniano il problema può essere risolto attraverso il dialogo e l'unità islamica contro "il pericolo del regime sionista". In tutto ciò, come affermato dal presidente palestinese Abu Mazen al summit, i palestinesi non accetteranno più alcun ruolo di mediazione da parte degli Stati Uniti nel processo di pace in Medio Oriente. Tanto che neanche il guardiano delle Chiavi del Santo Sepolcro a Gerusalemme, Adib Joudeh al-Husseini, incontrerà il vicepresidente Usa Mike Pence, in visita la prossima settimana in città. Il re saudita Salman bin Abddul Aziz Saud ha affermato che i palestinesi hanno il diritto di fare di Gerusalemme est la loro capitale. Queste le sue parolem come riporta il quotidiano Guld News di Dubai: . "Il regno saudita ha esortato a trovare una soluzione politica per risolvere le crisi regionali, in primo luogo la questione palestinese e il ripristino dei legittimi diritti del popolo palestinese, tra cui il diritto di stabilire il loro Stato indipendente con Gerusalemme come capitale". A quanto pare, anche il vertice Ue è pronto a dissociarsi dalla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, posizione già espressa a Benjamin Netanyahu in un vertice tenutosi questo lunedì. Come ha infatti dichiarato l'Alto rappresentante Ue Federica Mogherini, subito dopo l'incontro con il premier israeliano, "il premier Benyamin Netanyahu stamani ha detto di aspettarsi che altri Paesi spostino le loro ambasciate. Può tenere le sue aspettative per altri, perché dai Paesi Ue questo non avverrà". Nonostante ciò la stessa Ue pare essere consapevole delle difficoltà di risolvere il problema mediorientale senza il contributo Usa. Non è della stessa opinione la Russia. Lo afferma a il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, dicendo che il governo russo è "al corrente della posizione del leader turco", posizione che non corrisponde alla loro, aggiungendo che "la posizione della Russia su Gerusalemme e sulla soluzione della questione mediorientale è ben nota". (Fonti: Ansa, Huffingtonpost) 38


Geraldina Colotti sul Venezuela

Il Venezuela bolivariano torna a far parlare di sé. Lo farà anche a Siniscola (NU) nell’incontro promosso dall'associazione “Tramas” (in collaborazione con “Su la testa – per il contropotere”) che si terrà venerdì 27 ottobre in località S’Aspidda: “Venezuela avanguardia sotzialista e antimperialista”, è il titolo dell’iniziativa. Le ultime elezioni regionali che si sono svolte nel Paese sudamericano hanno visto trionfare la coalizione madurista con 17 governatorati conquistati su 23. E' la 23esima volta che i venezuelani vengono chiamati alle urne in 18 anni di Chavismo: in questi anni non sono mancati tentativi golpisti di rovesciare il governo, come nell’aprile 2002, e minacce esterne, come quella del Presidente americano Donald Trump che di recente non ha escluso la possibilità di intervenire militarmente. Dopo lo svolgimento del referendum delle opposizioni nei mesi scorsi e la chiamata elettorale per l’elezione dell’Assemblea costituente, oggi il Venezuela vive una particolare fase di crisi economica dovuta a vari fattori. Il suo modello bolivariano comunque continua ad essere studiato nel mondo, sia dai sostenitori del cosiddetto "socialismo del XXI secolo" che dai suoi denigratori. E' proprio alla luce di questi numerosi e controversi fatti che si è deciso di organizzare questo appuntamento. Introduce l’incontro Giorgio Riboldi, a cui segue l’intervento della scrittrice e giornalista militante Geraldina Colotti, inviata in Venezuela e da sempre impegnata in Sudamerica e dalla parte della rivoluzione bolivariana.

Incontro internazionale al CPA FiSud

Rappresentanti del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana di Venezuela e la giornalista Geraldina Colotti Ph. Silvana Grippi

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Articoli Interni â&#x20AC;&#x201C; Foto di vari autori

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D E A Senso del vivere. Rivista di Espressione Visiva e Comunicazione Sociale  

Anno XXVIII - Luglio/Dicembre 2017

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