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DEA

rumors

Rivista di Espressione Visiva e Comunicazione Sociale - Anno XXVIII – Gennaio/Giugno 2017 – Euro 10,00 -

Le modelle: Martina e Benedetta Stilisti: Marie Denise e Luloloko


ivist

Rumors: DEA onlus propone Notizie, Cronaca, Interviste, Multimedia. In collaborazione con l’Agenzia di Stampa DEApress: informazioni quotidiane e Webmagazine con News Entertainment -Lifestyle. Espressione, Internazionale ed Ambiente. Curiosità

e Scoop -

Cinema - Televisione - Musica - Arte – Video Festival. Foto e Reportage in primo piano.


DEA rumors “voci e immagini su carta” P.B. XXVIII – Gennaio/Giugno 2017 Centro Socioculturale D.E.A. onlus DIDATTICA: Corsi, Laboratori e Stage. ESPRESSIONE: Mostre d’Arte, divulgazione. AMBIENTE: campagne di sensibilizzazione. Reg.Trib.Fi n° 3902-16/11/1989 – Iscrizione Registro di Volontariato Prov. Firenze (ex L.T.R. 20/93 e succ.). Decr. 73 del 15/9/99 – Politiche Sociali. – Centro Studi e Archivio – Forum “Diritti Umani/Pari Opportunità” Documentazione/Produzione/Edizione DEApress – Agenzia di Stampa. Reg.Trib. FI n° 4706 del 09/07/1997 – Direttore Silvana Grippi – Impaginazione Piero Fantechi Hanno collaborato: Paolo Ferrantini, Fabrizio Cucchi, Giusi Giovinazzo, Thomas Maerten, Antonella Burberi, Samuele Petrocchi, Davide Steccanella, Ivan Cassato, Massimo Pieraccini, Elena Vanni, Paolo Ferrantini, Stefano Maulicino, Luca Grillandini, Elena Perini, Carlotta D’Elia, Stefania Parmigiano, Silvio Terenzi, Geraldina Colotti, Mariangela Milone, Elena Vanni. Si ringraziano per la collaborazione gli stagisti dell’Univerità degli Studi di Firenze.

INDICE Paolo Ferrantini Fabrizio Cucchi Giusi Giovinazzo Thomas Maerten Stefania Parmigiano Silvana Grippi Silvio Terenzi Ivan Casato Davide Steccanella

Fotografia dell’Italia Antipsichiatrico L’Italia degli insegnanti Puglia: Ulivi portati via.. Il Biotestamento 1° Festival Africa Day "Tutto bene” Vaccini e libertà Recensione Abatangelo

REDAZIONALE

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DEA rumors è… La rivista DEA ha già venti anni di lavoro volontario al suo attivo: in primo piano verso nuovi autori e nuove storie. E’ il momento di chiarire lo scopo del nostro lavoro nell’ambito della informazione e della comunicazione. Ora è il momento di un’analisi del nostro lavoro di ricerca. Una volontà che ha partecipato attivamente alla costruzione di un percorso storico non indifferente. Con attività e interventi produttivi pubblici con servizi culturali e sociali di grande utilità che ci hanno reso partecipi nel magma sociale come parte attiva di progetti volti all'individuo e in particolare l'immigrazione considerata da noi "nomadismo sociale" e "precariato territoriale" dovuto alla globalizzazione che obbliga alla sedentarizzazione utile allo sfruttamento. Mostre di documentazione: Il Mediterraneo è stato uno dei lavori più importanti e che si protrae a settembre/ottobre. 8 Marzo "La donna nel fumetto" Un importante Festival come AFRICA DAY è stato realizzato presso l'Università degli Studi di Firenze. DIDA - Architettura in S. Verdiana - ex carcere del femminile dove si sono incontrati fotografi, videoperatori, antropologi musicisti, danzatori poeti e stilisti.

Centro Studi – Rubrica Internazionale Massimo Pieraccini Paolo Ferrantini, Stefano Maulicino Luca Grillandini Elena Perini Carlotta D’Elia Silvana Grippi Stefania Parmigiano Geraldina Colotti Mariangela Milone

Mondo in guerra E’ una guerra di civiltà? Cos’è l’Imperialismo Reportage sul Ghana Trump e Hannah Arendt Afghanistan ZeroCalcare per Ayse 365 giorni senza Giulio Caracas L’Isis mira al cuore.

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Finito di stampare Luglio 2017 c/o Centro AZ - Firenze

Questi sei mesi sono stati favolosi! Grazie.

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Fotografia dell’Italia e dei suoi abitanti PAOLO FERRANTINI

Rapporto annuale dell’Istat: «Ecco i nuovi 9 gruppi sociali dominanti»

Svolta epocale nell’analisi sociale italiana: una nuova indagine Istat configura uno schema completamente nuovo e decreta l’addio a due classi storiche come la borghesia e il proletariato. La nuova classificazione è stata fatta dall' Istituto nel Rapporto Annuale 2017. La grossa novità prospettata è la nuova suddivisione in 9 gruppi sociali, dove i più corposi risultano: gli impiegati, le famiglie di operai, i nuovi pensionati. Tra i criteri utilizzati per la classificazione ci sono: la situazione professionale, la cittadinanza, il titolo di studio, il numero dei membri di famiglia che risulta allargata. Analisi che uniscono due lati fondamentali: economico e socioculturale. Il risultato? Nove fasce differenziate dal reddito medio: 1) la categoria «blue collar» che comprende i giovani; 2) i nuclei familiari con operai in pensione; 3) le famiglie straniere a reddito basso, 4) le famiglie con soli italiani a reddito basso 5) le famiglie stabilite nella provincia 6) gruppi formati dagli “outliers” ovvero coloro che stanno agli estremi come i giovani disoccupati e gli anziani. Le ultime 3 classi vedono un’esposizione - verso l’alto - dal punto di visto economico, passando dagli impiegati benestanti (7) alle famiglie con cosiddette “pensioni d’argento” (8) e concludendo con la classe dirigente (9). La spesa media mensile per consumo delle famiglie è di 2.499 euro, con un minimo di 1.697 euro per le famiglie a basso reddito ad un massimo di 3.810 euro per i dirigenti. Nell’analisi complessiva l’Istat si rivela come la complessità del mondo lavorativo odierno, abbia accresciuto la divisione tra gli stessi ruoli professionali, con un conseguente aumento del divario degli strati sociali. Tra il 2015 e il 2016 è diminuito leggermente il tasso della forza lavoro potenziale, ovvero di coloro che aspirano ad un impiego ma non si attivano realmente, passato dal 6,5 % al 6,4. Un ulteriore dato molto negativo ribadito dall’Istat riguarda i gruppi di genitori soli con figli minori a carico. In generale, l’Istituto rivela uno sviluppo sociale molto modesto da parte dell’Italia, che risulta crescere in modo molto flebile in gran parte degli indicatori principali (come il PIL, tra i più bassi in Europa nello sviluppo) e una produttività piuttosto stagnante se non in diminuzione. Questo contesto di scarsa crescita e mobilità sociale si riflette sui dati statistici più disparati, come i sette giovani (under 35) su dieci ancora nella famiglia di origine; oppure la fascia (stabile) tra i 15 e i 34 anni che vivono nella casa dei genitori (fissa al 68,1%). Contrariamente, uno degli indicatori più famosi e di recente lettura: il NEET (ovvero i giovani nella fascia 15-29 che né studiano né lavorano), che ha visto un calo del 1,3% rispetto al 2016 e attestatosi al 24,3%: valore che nonostante il calo minimo, rimane il più alto d’Europa dove la media si è ferma al 14,2%. 4


Nel 2016 si registra un nuovo minimo delle nascite (474 mila). Un ultimo contesto valutato, nell’analisi dell’Istituto, riguarda il dato dell’invecchiamento della popolazione al 1 gennaio 2017. A questo proposito il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva ritiene sia opportuno modificare il limite convenzionale e statistico dell’età di invecchiamento e alzare l’attuale età di 65 anni. E questo perché è stato calcolato che negli ultimi sette anni e aumentato il numero di anni vissuti senza limitazioni nelle attività quotidiani dopo i 65: da 9,0 a 9,99 per gli uomini e da 8,9 a 9,6 per le donne. Nel 2016 si registra un nuovo minimo delle nascite (474 mila), con un numero medio di figli per donna fermato a 1,34 (1,95 per le donne straniere e 1,27 per le italiane). Il saldo naturale (cioè la differenza tra nati e morti) segna nel 2016 il secondo maggior calo di sempre (-134 mila), dopo quello del 2015, ma è soprattutto la dinamica demografica dei cittadini italiani a essere negativa, con il saldo naturale a -189 mila, mentre quello migratorio con l’estero a -80 mila. L’Italia detiene, ancora, il valore più alto dei paesi dell’Ue, con il 22% del totale della popolazione. A conclusione del rapporto è stata registrata - dopo aver valutato un nuovo dato per il saldo naturale - la differenza tra nati e morti che nel 2016 ha segnato il secondo maggior calo di sempre (-134 mila) dopo quello del 2015.

DIzionARIO ANTIPSICHIATRICO FABRIZIO CUCCHI

“Le vie della psichiatria sono infinite. Si può essere accusati e rinchiusi in manicomio criminale, come è successo ad un esponente dei Verdi, anche con diagnosi di altruismo morboso” (1). Nonostante il “superamento” dei manicomi attraverso la famosa legge Basaglia, e nonostante la recente evoluzione che ha portato alla chiusura dei famigerati OPG (Ospedali Psichiatrico Giudiziari), la cronaca continua a riportare casi di morti per TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio), “ricoveri forzati”, e simili…. Dove comincia la polizia finisce la scienza, e se per Freud come per Jung “è inutile cercare di guarire a tutti i costi” (2), dal lato poliziesco invece l'uso della psichiatria è noto fin dagli ultimi tempi dell'URSS, quando qualunque dissidente era automaticamente definito “malato di mente”. Qualcuno/a ricorderà persino il giudizio su simili pratiche da parte di Primo Levi “[…] comporta un uso abietto della scienza, ed una prostituzione imperdonabile da parte dei medici che si prestano così servilmente ad assecondare i voleri dell'autorità”(3). Sarebbe ipocrita applicare “due pesi e due misure” all'esperienza italiana e a quella dell'URSS del dopo Breznev... Giuseppe Bucalo, psichiatra, nella sua opera “DizionARIO ANTIPSICHIATRICO” edito dalle edizioni Sicilia Punto L, demolisce molte delle convinzioni comuni sul tema della malattia mentale. Già nell'introduzione, ci porta a riflettere su “a chi serva” considerare certi comportamenti come “sintomi”, e sull'arbitrarietà del nostro giudizio circa la “follia” o la “normalità”. 5


Il primo capitolo si intitola “Che cos'è la malattia mentale?”. L'autore, forte della sua esperienza di medico, ci dimostra che non esiste nessun criterio veramente scientifico. “Se ci trovassimo davvero in campo medico, ciò costituirebbe un paradosso” (4). Tutto ciò che è incomprensibile ( soprattutto se, per giunta, dà noia agli altri), è passibile di venire diagnosticato in campo psichiatrico. Peggio ancora, vista dalla giusta prospettiva, qualunque cosa può essere incomprensibile. “Teoricamente, e praticamente, noi potremmo ottenere una diagnosi psichiatrica per ognuno dei nostri familiari e amici”(5). Neppure gli psichiatri più esperti riescono a separare “il grano dal loglio”. L'autore riferisce di un esperimento in cui persone “sane” si sono (consapevolmente) presentate in strutture psichiatriche, fingendo “sintomi” per vedere se i medici riuscivano a separarli dai “malati”. E, nella totalità dei casi, i medici non sono riusciti a capire chi era “sano”. “Nel loro rapporto, gli sperimentatori citano il fatto paradossale che gli unici a nutrire dubbi sulla loro identità, erano stati altri ricoverati”(6). L'esperimento venne, in seguito, tentato anche “al contrario”. Venne annunciato ai responsabili di strutture psichiatriche che si sarebbero presentati dei “falsi pazienti”. In realtà nessun “falso paziente” venne inviato. Ma i direttori sanitari delle strutture in questione rifiutarono ugualmente un gran numero di ricoveri, credendo che si trattasse di sperimentatori. Quindi….. mancano totalmente i famosi “criteri verificabili” che definiscono la scienza. Il secondo capitolo è “Che cos'è l'antipsichiatria?”. Date le premesse, questa può essere solo un modo di porsi verso il comportamento altrui nel quale l'incomprensibile e quello che ci sembra incongruente non è un sintomo patologico e, per giunta “L'idea che senza il nostro aiuto la stragrande maggioranza dei pazienti psichiatrici si suiciderebbe, ucciderebbe qualcuno o vivrebbe sotto i ponti è del tutto infondata” (7). Quest'ultimo concetto viene sviluppato nel capitolo successivo “Paradossi psichiatrici”; le cure moderne non potendo quindi avere serietà scientifica sono solo metodi di controllo. Nè è ravvisabile un qualche serio progresso nella loro evoluzione: “Il fatto di trattare meglio le persone non significa trattarle da persone”(8). In “Ipotesi di sopravvivenza” l'autore dà qualche esempio, tratto dalle sue esperienze di medico, di quale può essere l'atteggiamento “antipsichiatrico”. Giuseppe Bucalo passa quindi a discutere dei pregiudizi più comuni su cosa sia l'antipsichiatria: essa non fornisce nessuna sociogenesi alternativa della cosiddetta “malattia mentale”, perché la scienza non è in grado di stabilire cosa la “malattia mentale” sia, e neppure se essa davvero esista; quindi l'uso degli psicofarmaci può giustificarsi solo al livello dell'uso di altri “generi voluttuari”(alcool, tabacco, caffè etc.); non si può parlare di abbandono quando invece si cerca di capire e di dialogare al posto di cercare il controllo e il contenimento. Chiude il volume un “dizionario minimo” con citazioni di vari studiosi. Arrivati a questo punto, il lettore/lettrice permetteranno all'autore di questa recensione qualche considerazione a carattere generale. Se una società è democratica in quanto capace di accettare il dissenso al suo interno, allora non può discriminare quale dissenso sia accettabile e quale “da trattamento obbligatorio”. Giordano Bruno, per fare “un nome a caso”, è stato bruciato vivo perché dissentiva sul modo di vedere la realtà della maggioranza delle persone del suo tempo. Allora veniva considerato "eretico" ma la sua concezione della prularità dei mondi sarà certamente parsa anche "folle". Adesso non bruciamo più gli eretici, li mettiamo in TSO in quanto "pazzi". E' cambiata solo la pena, non la condanna. E le giustificazioni che diamo a noi stessi sono pericolosamente simili a quelle che davano a se stessi gli inquisitori....

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Una burla (quasi) riuscita: l'Italia degli insegnanti senza stipendio GIUSY GIOVINAZZO

Armeggia col suo smartphone, continuamente. Non sta giocando a Candy Crush sull'app di qualche social network, né postando selfie o aggiornando la sua storia su Instagram; controlla il sito del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, il portale NoiPA e il saldo del suo bancomat. È una ventottenne, laureata in Filologia moderna con 110 e lode, che insegna in un liceo di Udine e non percepisce lo stipendio. Ha i capelli color carbone, una chioma lunga, ma non è Xena. Eppure, alla soglia dei suoi trent’anni, A. è costretta a fare le acrobazie come Angelina Jolie in Tomb Raider per pagarsi l'affitto, fare la spesa, confermare la sua disponibilità a coprire turni di supplenza e firmare contratti brevi (f.a.d). Fino all'avente diritto, A. sostituisce un'insegnante alla sua cattedra. Oltre che per lavoro nel senso più nobile del termine, come vocazione e diritto, quel posto significa anche guadagnare, accumulare un punteggio che aggiornerà, quando il dio-ministero lo vorrà, la posizione di A. nelle fasce ministeriali e nella scala della precarietà del sistema scolastico italiano. Anna firma i primi due contratti agli inizi di Ottobre, per una cattedra di italiano e storia di un istituto alberghiero, e il terzo a fine Novembre. Siamo quasi a metà Gennaio del 2017 e sul bancomat di A. nessun accredito. Le informazioni che gli addetti ai lavori forniscono rimbalzano tra un ente e l'altro, da un'inerme segreteria scolastica a giganteschi castelli di sabbia come il Ministero dell'Istruzione e il Ministero dell'Economia. Dopo telefonate, soffiate, e-mail, piccioni viaggiatori, contratti in elaborazione, in accettazione e una buona dose di pazienza, ad Anna viene detto che il suo stipendio non verrà erogato finché il Miur non rimpinguerà i POS, le casse degli istituti in cui ha prestato servizio. Il Ministero sta verificando la disponibilità dei fondi per pagare il suo lavoro svolto negli ultimi tre mesi del 2016 e quello di altri numerosi insegnanti con un contratto dello stesso tipo. In una regione distante chilometri e chilometri da casa, Anna si è messa agli angoli delle gelide e patriottiche strade di Udine a chiedere l'elemosina? Non l'ha fatto, pur volendo non avrebbe avuto il tempo perchè era a lavoro per la maggior parte della giornata, a parlare di Dante, della preistoria o a preparare le lezioni e correggere i compiti degli studenti. Anna ha dovuto comunque pagare l'affitto e il costo della spesa che acquistava; col cassiere non credeva potesse funzionare la storia del verificare a posteriori se avesse soldi da investire nella pasta che avrebbe mangiato a cena. Cè qualcosa che non quadra, sia a livello di amministrazione, di programmazione del budget, che a livello valoriale. Parecchie cose, in realtà. Se un datore di lavoro mi propone la firma di un contratto, verifica a priori che ci sia la disponibilità finanziaria affinchè quello stesso ente il mese successivo mi garantirà la busta paga. Max Weber scriveva che una specifica invenzione della modernità e dell'Occidente stava nella formulazione contrattuale e libera del lavoro. Mettere nero su bianco le condizioni e i termini del lavoro sarebbe stata una garanzia per evitare che le competenze venissero sfruttate dal signorotto di turno. La circolazione della moneta avrebbe completato questo processo, in cui l'individuo si svincola dai soprusi del padrone. Non è una barzelletta, eppure alla luce del panorama lavorativo degli ultimi 7


anni, sembrerebbe di si. Sul viso di Anna compare una smorfia di indignazione quando alla tv passa il servizio sul salvataggio, sulla ricapitalizzazione del Monte dei Paschi di Siena. Miliardi di euro di soldi pubblici destinati alle aleatorie casse di un istituto bancario per compensare chissà quale investimento sbagliato, questa volta senza alcun tipo di consultazione popolare. C'è un evidente problema di agenda politica, se penso a un'altra storia che ho incrociato nei giorni natalizi: una quarantenne, con un ictus alle spalle, viene ricoverata all'ospedale San Carlo di Potenza per accertamenti e sistemata su un lettino in cui dorme con due asciugamani sotto la nuca e il proprio cappotto a mo di coperta. Non lo sapevate che dovete portarvi il corredo prima di partire per il pronto soccorso? Io nemmeno. Con panettoni e spumante, il nuovo anno s’ inaugura sempre con i buoni propositi. Il MIUR gioca d'anticipo e il 23 Dicembre pubblica un atto di indirizzo concernente l'individuazione delle priorità politiche del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca per l'anno 2017. È già passato qualche giorno dalla data che il Miur aveva indicato come giorno utile per compensare i pagamenti arretrati degli insegnanti precari. Una data smentita il giorno dopo l'incontro col sindacato e posticipata al 18 Gennaio. Anna attende che questa burla sia al capolinea, anche perchè ha firmato un contratto fino al 30 Giugno, senza se e senza ma. Una burla riuscita perchè Anna non può sottrarsi, come tanti lavoratori che, per i motivi più diversi, si sentono ricattabili e perciò bypassano sui loro diritti, ma anche su chi dovrebbe tutelarli. Anna non vuole essere una bambocciona, ma di fatto lo è e non può fare altrimenti. Nonostante ciò, è tutti i giorni a scuola a rispettare i termini di quel contratto e soprattutto ad adempiere il suo dovere di insegnante, spinta da una forte motivazione che, nonostante le ingiustizie, le permette di continuare a fare con dedizione il suo lavoro. Ogni tanto, poi, interviene il karma a ricompensare quella passione, autorizzando, dopo tre mesi dalla firma del primo contratto, il pagamento di una parte di quei mesi di lavoro. È l'11 Gennaio del 2017 quando ad A. pare di far la conoscenza di un miracoloso deus ex machina che verserà sul suo bancomat una rata dello stipendio. Una politica che perde di vista l'aderenza al contesto in cui opera rischia di sprofondare nella frattura insanabile tra Paese reale e idealburocratico, rinunciando alla lungimiranza di cui necessita il compito, statale, di distribuzione delle risorse. Rinunciando a un settore fondamentale della vita di uno Stato, come la formazione. Ma il rischio più preoccupante che corriamo è distrarci da una delle formulazioni più belle che dell'essere umano sia stata elaborata, ovvero attraverso la sua libertà, una preziosa qualità che gli permetterebbe di scegliere il proprio destino.

TAP in Puglia: ulivi portati via con i manganelli THOMAS MAERTEN

Ieri al presidio NO TAP a Melendugno (Salento) si è assistito a scene paradossali: dopo il violento intervento della polizia in assetto anti sommossa contro cittadini disarmati (tra cui sindaci ed 8


assessori locali) decine di alberi di ulivo sono stati sradicati per preparare il terreno per il TAP (Trans-Adriatic Pipeline), un gasdotto Trans-Adriatico che arriva addirittura dall'Azerbaijan passando per Turchia, Grecia e Albania. Il progetto prevede nei fatti un tubo di 300 kilometri che costerà minimo 27 miliardi di Euro. L'ennesima grande opera costosa ed a forte rischio inquinante, che porterà beneficio a poche persone ma a spese di tutti gli altri: già l'economia locale basata sul turismo rischia di subire un duro colpo. Ma non tutti stanno a guardare: numerosi salentini si sono organizzati in comitati per contrastare il progetto e con l'appoggio dei contadini locali hanno montato un presidio nella zona dove sarebbero dovuti iniziare i lavori. Martedì scorso ci sono stati i primi incidenti con le forze dell'ordine per fermare l'espianto degli ulivi secolari. Dopo una settimana di interruzione però è arrivata la sentenza negativa del Consiglio di Stato a un ricorso presentato dalla Regione Puglia e dal Consiglio comunale di Melendugno contro la valutazione di impatto ambientale espressa dalla Commissione Via, del Ministero dell'Ambiente. Il Ministero ha chiesto alla Prefettura di Lecce di riprendere le operazioni di espianto degli ulivi. E così arriviamo a ieri: più di cento agenti in tenuta antisommossa hanno raggiunto il presidio NO TAP e con più di venti blindati hanno circondato e tenuto a bada gli attivisti mentre alle loro spalle venivano portati via gli ulivi. Numerosi momenti di tensione e contatto con gli agenti che sembrano destinati a proseguire nella giornata di oggi e fino a che continueranno i lavori. E' di pochi minuti fa la notizia di nuove cariche della polizia sui manifestanti, tra cui i sindaci della zona. Per seguire in diretta gli sviluppi vai sulla pagina facebook del presidio del comitato.

Il biotestamento passa al Senato STEFANIA PARMIGIANO

La Camera ha approvato ieri la proposta di legge sulle "Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario", con 326 voti favorevoli, 37 contrari e 4 astenuti. Il clamore suscitato dalle vicende di Dj Fabo (Fabiano Antoniani, il 27 febbraio scorso ha scelto il suicidio assistito in Svizzera, accompagnato da Marco Cappato dell'associazione Luca Coscioni, perché, a seguito di un drammatico incidente d'auto per il quale diventò tetraplegico e cieco, la vita gli appariva come una gabbia) e di Davide Trentin (malato di sclerosi multipla, Davide è stato accompagnato da Mina Welby in Svizzera, dove lo scorso 13 aprile è morto perché sentiva di "non 9


avere una vita da vivere ma una condanna da scontare") ha accelerato la discussione e l'approvazione del testo che ora passa al Senato. Le DAT, disposizioni anticipate di trattamento, rappresentano la personale intenzione sulle terapie che potranno essere somministrate in caso di futura impossibilità ad esprimerla – ad esempio io oggi, in piena salute, scrivo che in caso di incidente/accidente rifiuto ogni cura che mi mantenga in vita vegetativa, o gravemente menomata da non poter badare a me stessa, o dipendente da qualunque macchina, o magari sana di corpo ma lesa cerebralmente, perché ritengo che la vita non possa essere dignitosa senza l'armonia di pensieri, azioni, gesti e autonomia in ogni espressione consapevole di sé. Il farraginoso delle DAT è che devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata o consegnata presso l'ufficio dello stato civile del comune di residenza, che dovrebbe provvedere all'annotazione in un apposito registro, oppure presso le strutture sanitarie qualora si servano di modalità telematiche di gestione. La cosa non ha una percezione di immediatezza – ad esempio, sempre io, so che rimanderò ad un futuro nelle intenzioni prossimo, nei fatti biblico, la faccenda per mancanza di tempo e di soldi (Cercare un notaio e pagarlo? Fila in Comune che ancora non sa bene come gestire? Scrivere un testo che il primo ufficio mi rifiuterà per mancanza di conoscenza – mia e dell'impiegato – della forma giusta? Ecc.). Quindi speriamo si semplifichi di molto l'espressione della propria volontà durante le discussioni successive, perché le DAT sono importanti in quanto vincolanti per il medico. C'è però una considerazione: si potrebbero considerare inappropriate le mie disposizioni in relazione allo stato in cui verso, oppure potrebbe essere stata adottata una nuova terapia che alla data della redazione delle mie DAT non esisteva, per cui il medico potrebbe trascinare all'infinito l'esecuzione delle mie volontà sulla base di un'interpretazione della sua coscienza perché, di fatto, l'obiezione di coscienza è presente nel testo di legge. Il testo specifica che non è ammessa in capo al presidio ospedaliero (pubblico o privato, si specifica che neanche le cliniche religiose possono rifiutarsi di ottemperare alle disposizioni), per cui un medico può obiettare secondo coscienza, ma sarà compito del dirigente provvedere che un non obiettore si attenga alle mie volontà. Tra interpretazioni, l'assistenza psicologica che può essere richiesta per convincermi (o convincere la persona che ho designato mi sostituisca nelle decisioni del caso), e la ricerca di un sostituto dell'obiettore, passa un tempo che io non voglio che passi, evidentemente. Della legge in discussione si può fondamentalmente apprezzare il riconoscimento all'autodeterminazione di ognuno sulle cure che intenderà intraprendere o no, sollecitando una relazione tra paziente e medico che preveda il consenso informato su ogni terapia perseguibile, ed essere liberi di rifiutarla. Di importante c'è che nutrizione e idratazione vengono equiparate a trattamenti sanitari, quindi sarà possibile rifiutarle come ogni terapia. Il consenso informato deve essere chiaramente espresso per iscritto, o in qualunque altro modo le condizioni del paziente lo consentano, è infatti espressamente previsto l'uso di videoregistrazioni o di dispositivi adatti per le persone con gravi disabilità. C'è anche il divieto di accanimento terapeutico in caso di malattia terminale e la possibilità di ricevere la sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, in caso di imminenza di morte. Ma, pur apprezzando lo sforzo fatto dai promotori e i tanti che hanno sostenuto il testo approvato alla Camera, io – per esempio - ho la sensazione che, incontrando un medico contrario (ce ne sono tantissimi, alcuni molto famosi, che in questi giorni si stanno opponendo con considerazioni che vanno dalla morale alle famiglie al bacchettamento religioso), qualunque cosa io abbia detto, scritto, o comunicato sarà arbitrariamente interpretato. È stato approvato un emendamento che dice: "Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali. A fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali". Quale medico obiettore non riterrà di avere obblighi professionali a fronte di quelle richieste che considererà personalmente contrarie alle buone pratiche clinico-assistenziali? 10


Mentre si plaude e si discute, Mina Welby e Marco Cappato sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla procura di Massa per il reato di istigazione o aiuto al suicidio, e alcuni parroci molisani hanno suonato le campane a morto e affisso un necrologio che recita "Le campane suonano a morto perché la Vita è vittima della morte dall'aborto all'eutanasia delle DAT. Con queste l'Italia ha scelto di 'far morire', non di far vivere. Prosit". Il famigerato web ha risposto con immancabile sarcasmo (che io – ad esempio – condivido), ma per concludere un argomento così articolato e divisivo prendo in prestito le parole di Davide Trentin: "Spero tanto che l'Italia diventi un paese più civile, facendo finalmente una legge che permetta di porre fine a sofferenze enormi, senza fine, senza rimedio, a casa propria, vicino ai propri cari, senza dover andare all'estero, con tutte le difficoltà del caso, senza spese eccessive".

----------------------Grande successo: 1° Festival Africa Day a Firenze SILVANA GRIPPI

Come promesso la prima edizione del Festival Africa Day è stata inaugurata all'Università degli Studi di Firenze – Dipartimento di Architettura, nella sala espositiva della Chiesetta di Santa Verdiana. Africa Day è un Festival indipendente curato dal Centro Socio-culturale DEAonlus. Mostra fotografica: Francesca Dari, Marco Agresti, Luca Grillandini, Silvana Grippi, Stefano Molino, Eusebio De Cristofano e infine le fotografie inedite della spedizioni africana del prof. Nello Puccioni del 1929 (per gentile concessione della famiglia). Una iniziativa inedita, nella terza ed ultima giornata è stato impossibile non esser sorpresi dalle mostre di pittura e di fotografia con un vasto programma di video autoprodotti, della Regione Toscana e dell'Università degli studi di Firenze, con l'aggiunta di un happenig finale di musica, danze e per finire una bellissima sfilata di moda. Le proiezioni hanno rappresentato l'aspetto più significativo: a partire dalla pellicola in super8 girata durante la spedizione del 1936 in Somalia e Oltregiuba, condotta da due emeriti studiosi, l'Antropologo Nello Puccioni e il Paleontologo Paolo Graziosi. Una portentosa serie di immagini che ci ha fatto immergere nel passato e riscoprire territori ricchi di storia e poesia. Oggi tutto questo è oggetto di approfondimento per la divulgazione. Durante l'evento sono stati riproposti anche alcuni video premiati durante il Festival Mediarc - Creating design in North Africa: A' quatre 11


mais plus con la regia S.Fossi e G.Lotti. A piece of Morocco con la regia di Yari Sacco Movie design, work of travel in Chefchauen con la regia di L. Renzo. Tunisia, una nuova stagione, con la regia di Silvana Grippi e Francesca Dari. Oltre alle produzioni multimediali, ecco lo spazio anche per la moda con la sfilata di abiti ed accessori disegnati da due stilisti: vestiti morbidi e colorati tessuti africani indossati da due giovani e frizzanti modelle - Benedetta e Martina - che hanno percorso i lunghi corridoi e gli antichi chiostri dell'ex convento di Santa Verdiana. La stilista Marie Denise ha presentato capi d'abbigliamento estivo, floreale e dalle accese sfumature cromatiche che trasmettono vivacità e freschezza. Inoltre l'artista Luloloko ha offerto le collezioni "Divine Collection, Freedom Creation" e "Accessori d'Artista".

Un omaggio particolare va alle opere di tre artisti: Sergio Biliotti con l’opera dal titolo "Caos", Nilofar Nehrin con quattro tele sui nomi di Allah, Luloloko con Maschere da guerra incise ed il vestiario tribale. Il Festival Africa Day di Firenze, è stato celebrato in occasione della giornata mondiale dell'Africa (50° anniversario della nascita dell'Organizzazione per l'Unità Africana) ed ha avuto notevole e positivo riscontro di pubblico, in particolare da parte dei giovani intervenuti. Merito anche della proposta innovativa dei Festival, Mediarc e Mediamix, rispettivi Art Director Alberto Di Cintio e Silvana Grippi, dalla cui collaborazione sono nati l'allestimento della mostra di fotografia, l'esposizione d'arte africana, le iniziative e gli spettacoli. Il Festival Africa Day è principalmente una proposta che cerca di sviluppare un metodo nuovo di divulgazione scientifica. In chiusura una fantastica esibizione di danza, canto e percussioni. Due artisti del Burkina Faso, Fossim e Pipetta, hanno irradiato la Chiesetta di Santa Verdiana con le loro note. Coinvolgenti ritmi tribali scanditi dalle percussioni del Bongo, tipico strumento musicale africano che emette un suono ipnotico. L'apice è stato raggiunto quando la giovane cantante e ballerina africana ha iniziato la sua danza carica di riferimenti simbolici. Un modo per comunicare elementi della propria realtà sociale e culturale e della propria sfera emotiva. Beh, che dire? Una giornata sensazionale ricca di sorprese. Video, foto ed esibizioni ci hanno reso partecipi di un evento unico e inestimabile, dimostrando un potere al di sopra di qualunque aspettativa. Quest'evento ci ha insegna a dar maggior valore al bagaglio culturale di questo 12


immenso continente eterogeneo, dove differenti tradizioni e usanze hanno come comune denominatore una realtĂ avvincente, tutta da scoprire. E nonostante il continente africano sia costantemente al centro di discussioni giornaliere, viene voglia di fermarsi un attimo e danzare. All'organizzazione hanno collaborato: Cristiano Lotti, Stefano Maulicino, Ivan Casato, Alessandro Zollo, Martina Bartolini e Benedetta Rizzo.

Africa day - Esposizione, sfilata, musica poesie e Video. DEA, UnoCultura, DEApress e DIDA (Dip. Architettura UniFi) Hanno collaborato gli stagisti dell’Università degli Studi di Firenze.

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Giulia Pratelli "TUTTO BENE" SILVIO TERENZI

"Va tutto bene" - Official HD Direi che siamo famosi in tutto il mondo per il nostro modo di confezionare la musica pop. Almeno lo eravamo sicuramente. Oggi il pop accademico di grande gusto è appannaggio anche delle produzioni indipendenti e questo nuovo disco di Giulia Pratelli non è che un esempio decisamente interessante. Tra le tante proposte del genere che arrivano in redazione e che comunque cercano di farsi notare nel panorama della nuova musica italiana, la cantautrice toscana pubblica questo “Tutto bene” in cui racchiude 11 brani che spaziano e voltano appena le spalle alle consuete regole del gioco pop. Sicuramente la title track (o quasi) del disco - di cui è uscito da poco anche un videoclip, quello si decisamente aderente alla scuola main stream di maniera - e la successiva “Dall’altra parte delle cose” sono vere raffigurazioni di quella che è la musica pop italiana di livello. Bellissima voce incastonata nelle melodie più sicure. I suoni sono decisi e di carattere che non si inventano altro che il bellissimo mestiere del corredo. “Nodi”, oppure “Se” sono punte di diamante di questo disco. “Troppo lontani” con la featurign di Zibba promette e realizza quel senso di noir metropolitano, città invernali, momenti di vita quotidiana (penserei alla scuola di un amore adolescente più che al lavoro di una coppia ormai adulta). “Resto ancora un po’” è la mosca bianca di tutto il disco, è il momento di trasgressione elettronica con un bass-synth che disegna lo scheletro e la storia di tutto il brano. Emozionante e malinconica la cover che la Pratelli dedica a Gazzè e Fabi con la sua personalissima visione di “Vento d’estate” com’è altrettanto emozionante e malinconica la chiusura dedicata al brano acustico “10 Settembre” con questa chitarra che si mantiene vellutata negli arpeggi e questa voce che per quanto ha tanto da dire non stanca, non si ingolfa e lascia tantissimo respiro alle emozioni. Un disco davvero ben riuscito questo. Purtroppo anche noi sottolineiamo come sia ingolfata e obesa la proposta di questo genere musicale…che comunque non ha niente di meno ad altre vedute artistiche, per quanto ormai in Italia si da voce solo e soltanto alla televisione.

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Vaccini e libertà IVAN CASATO

Libertà e sicurezza: un binomio indirettamente proporzionale. Dove si cerca la prevenzione, dove si affronta il rischio, ne risente la libertà di decidere e viceversa. Questo è il fondamento della discussione nata intorno ai vaccini. Un argomento delicato; non solo per interesse economico, ma poiché si tratta di bambini, di vite, al centro di una accesissima questione. Noi del DEApress abbiamo voluto affrontare questa tematica riportando dati e informazioni , mantenendo comunque l'oggettività che permette di analizzare il tutto tramite l'incontro di due punti di vista opposti. Un metodo che porta a riflettere su questo caso, poiché vale davvero interessarsene. Nella riunione del 19 maggio il consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto-legge che introduce l'obbligo delle vaccinazioni per l’accesso alla scuola. Tutto ciò ha portato a diverse discussioni in merito al numero di vaccini resi obbligatori e alle sanzioni per chi si sottrae a quanto prescritto dalla legge. Chi non vaccina i figli rischierà la potestà genitoriale e multe fino a 7.500 euro. Queste ultime saranno in vigore con riferimento alla scuola dell’obbligo, dal momento che per l’asilo e la scuola materna l’iscrizione sarà vietata in caso di mancata vaccinazione. A partire dal prossimo anno scolastico oltre alle quattro vaccinazioni già obbligatorie per legge (difterite, tetano, poliomelite ed epatite B) si aggiungono quelle per morbillo, parotite e rosolia (la trivalente Mpr); pertosse ed Heamophilus B (che oggi vengono somministrate insieme alle quattro obbligatorie in unaesavalente). Anche i vaccini per varicella e meningococco B e C diventeranno obbligatori.Per quanto riguarda l'esenzione dalla vaccinazione chi certifica gravi rischi per la salute per via di “specifiche condizioni cliniche documentate” potrà sottrarsi all'obbligo: i bambini non vaccinabili verranno regolarmente ammessi a scuola e inseriti “in classi in cui non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati”. A breve il ministero della salute avvierà una campagna di sensibilizzazione per la tutela della salute con iniziative del personale docente. Ed è proprio questo uno dei punti salienti: i movimenti di propaganda da parte dei pro e dei contro stipulano e cristallizzano prospettive che potrebbero, invece, trovar compromessi. Il professor Burioni di Microbiologia presso l' Università Vita-Salute San Raffaele di Milano promuove la campagna "Il vaccino non è un opinione" e si esprime su Facebook dicendo: «Alcuni genitori pretendono il diritto, in nome della libertà di scelta, di non vaccinare i figli, che rischiano di morire di morbillo, difterite, pertosse e altre malattie facilmente prevenibili. Alcuni genitori pretendono il diritto, in nome della libertà di cura, di non somministrare ai loro figli farmaci che gli salverebbero la vita, e loro muoiono di malattie facilmente curabili. Ora, in mezzo a tutti questi diritti, chi difende il diritto di questi poveri bambini del tutto indifesi a non morire come cani nel fiore degli anni a causa della follia dei genitori? Prima che muoiano, intendo: non dopo ». Il dottore di microbiologia ormai diventato personaggio pubblico sulla questione "vax" denuncia l'approccio delle famiglie italiane con parole forti esultando per l'esclusione di Dario Miedico dall'albo. La decisione, con ogni probabilità, è stata presa all’unanimità dai 15 membri che costituiscono la commissione disciplinare. «La cosa mi pesa molto, e farò il possibile per fare ricorso e far ritirare il procedimento. Ma dovrò aspettare le motivazioni, perché non ho ancora ricevuto alcuna indicazione in merito». È stato il primo commento di Miedico, che ha anche 15


ribadito di non essere contrario ai vaccini, «nonostante mi accusino del contrario. Sono, invece, contro — ha spiegato —, qualunque obbligo, perché uno dei pericoli maggiori è quello di sottovalutare i rischi delle vaccinazioni». Da qui prende piede l'opinione sostenuta tenacemente dal Codacons, l'ente di coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e la tutela dei diritti di utenti e consumatori, secondo il quale il decreto è palesemente incostituzionale e, pertanto, verrà impugnato dall’Associazione al fine di ottenerne l’annullamento presso la Consulta. Non è in questione l’obiettivo (una più ampia copertura vaccinale) ma il metodo scelto dal Governo, che ha preferito seguire la strada dei trattamenti sanitari coattivi invece di esplorare la possibilità di soluzioni condivise e concordate. Una strada possibile, come dimostra il caso francese: la ministra Marisol Touraine ha avviato un piano di consultazione con i cittadini con l’obiettivo di riformare in modo condiviso la materia. Tutt’altra storia da noi: il decreto rappresenta l’ennesima occasione persa per creare politiche vaccinali capaci di coinvolgere attivamente le famiglie e accompagnarle in un percorso consapevole nella tutela della salute dei bambini e della popolazione. Il Dottor Burioni riportando le statistiche del ministero della salute attesta che la diffusione del morbillo in Italia è diventata critica. I casi segnalati sono quasi 2400 dall'inizio dell'anno e siamo in presenza di un'epidemia, che in un paese adeguatamente vaccinato non si verificherebbe. Quello che preoccupa, guardando la distribuzione regionale è che i casi sono al momento concentrati in regioni dove la copertura è relativamente alta e tutto fa prevedere che l'epidemia si sposterà verso zone dove la copertura è più bassa con conseguenze catastrofiche. Questa serie di dati porterebbe quindi a sostenere l'atto governativo più appropriato che porterebbe a stabilire in maniera inequivocabile e senza tentennamenti che all'inizio del prossimo anno scolastico saranno accettati nelle aule solo bambini vaccinati contro il morbillo. Risposte a tono arrivano dal resoconto della conferenza del Codacons che rende pubblici i dati dell’ agenzia del farmaco relativi alle reazioni avverse registrate nel triennio 2014-2016. Il rapporto, tenuto segreto dal ministero, contiene 21.000 segnalazioni, soprattutto patologie del sistema nervoso e infezioni. Questa associazione in base alla constatazione di questi dati chiede di prevedere ogni indagine pre-vaccinale al fine di tutelare in ogni modo possibile i piccoli che vengono sottoposti alle vaccinazioni obbligatorie per legge; elaborare progetti di informazione sull’uso dei vaccini e sui possibili rischi e complicanze degli stessi nonché sui metodi di prevenzione e di mettere in atto realmente tali iniziative. Queste informazioni non possono far altro che sorprendere e incidere sull'opinione pubblica condizionando le famiglie sulle scelte da fare. Sorgono a vista d'occhio gruppi sui social per discutere e manifestare sull'argomento, esprimere i propri pensieri e narrare le proprie storie. Una mamma di Alessandria riporta la propria esperienza raccontando di suo figlio. Il bambino, nonostante la tenera età di due mesi, fu chiamato per essere vaccinato. La madre un po titubante decise di rimandare più volte fino ad arrivare all'inizio del sesto mese. Dopo il secondo dell'esavalente inaspettatamente iniziò a piangere senza smettere, riportando febbre alta e comportamenti anomali. Il neonato non riusciva a dormire la notte e divenne sempre meno attivo. Ebbe per anni ipotonia con eccessiva produzione di saliva. In seguito fu diagnosticato autistico e con grave ritardo mentale ed inoltre saltarono fuori grazie agli esami allergologici un allergia a formaldeide e mix di coloranti compresi all'interno dei vaccini. Ora, a distanza di anni, con grande entusiasmo può dire di star bene e di non aver riportato danni permanenti, anche se ciò che incuriosisce è il fatto che precedentemente al percorso vaccinale il bimbo non presentava i sintomi che poi sono stati diagnosticati erroneamente con autismo. Insomma, un tema non indifferente che vede al centro della discussione colore che dipendono dalle nostre scelte. E perciò è un argomento che merita riflessione e dibattito per capire cosa sia giusto fare. Il Commissario Ue per la salute, Vytenis Andriukaitis, al "Workshop sulla vaccinazione" è intervenuto dicendo: “Gli effetti collaterali possono essere molteplici e qualche volta anche un basso dosaggio può essere troppo alto per un certo numero di persone. Per questo sono necessarie la vigilanza, la consapevolezza e la registrazione di tali effetti collaterali. È questa la logica che deve essere fatta conoscere al pubblico, in modo da evitare che nascano miti e leggende che portano alla diffusione dell’esitazione davanti ai vaccini”. Un affermazione degna di nota, per prendere seriamente in considerazione tra libertà e sicurezza la vita dei nostri figli. 16


Steccanella parla del libro di Abatangelo

Pasquale Abatangelo - “Correvo pensando ad Anna” - Recensione di D. Steccanella “I dannati della terra” di Frants Fanon, pubblicato in Francia nel 1961 con la prefazione di Jean Paul Sarte, è stato, ha detto l’ex dirigente del Black Panther Party, Kathleen Cleaver: “la lettura fondamentale per i rivoluzionari neri in America”, perché “sembrava spiegare e giustificare la violenza spontanea scatenatasi nei ghetti di tutto il paese”. Il libro di Pasquale Abatangelo racconta la violenza di altri ghetti di altri dannati, quelli dei tanti sottoproletari del dopoguerra italiano, dove cresce anche l’ultimogenito di una famiglia di meridionali, dapprima emigrata in Grecia e poi a Firenze. “Correvo pensando ad Anna” è un libro che consente diversi approcci. Quello più romanzesco, per una vicenda che invoglia anche il lettore occasionale a scoprire “come va a finire” la storia del protagonista. Quello più emotivo, per il classico “romanzo di formazione” come viene definito in letteratura questo genere di autobiografie. E infine quello più storico, per chi è interessato a comprendere, a distanza di anni, un importante capitolo del “secolo breve”, come da nota definizione dell’inglese Eric Hobsbawm. Appartenendo a questa terza categoria, confesso che prima di leggere questo libro ero convinto che sul fronte della memorialistica di quel periodo fosse già stato scritto tutto dai vari protagonisti di quell’assalto al cielo. Mi sbagliavo profondamente, perché nel raccontarci la propria vita, senza giudizi e sconti, come si vedrà, l’autore ci mette davanti ad un grande quesito che compare sin da quel sottotitolo “una storia degli anni settanta”. Quella di Pasquale Abatangelo, che si trova improvvisamente nel bel mezzo di un gigantesco moto insurrezionale che attraversa l’Italia e gran parte del mondo, è davvero una storia degli anni settanta, o non è stata piuttosto la Storia degli anni settanta ad essere stata fatta anche da “storie” come la sua ? La vulgata ufficiale di quegli anni ci ha tramandato la cronologia di quei fondamentali passaggi che hanno prodotto quell’orda d’oro, come titola un bellissimo libro di Balestrini e Moroni. Un’orda generazionale, prima ancora che culturale, che dopo avere “incendiato le praterie” di mezzo mondo capitalista, si è arenata sotto i colpi della 17


repressione prima di essere rimossa di chi ha voluto chiudere repentinamente i conti con quel secolo di utopie e ribellioni .Quella che si racconta in questo libro è la storia di uno dei tanti “dannati della terra” degli anni sessanta, che è riuscito, non solo ad appropriarsi della propria storia, invece che limitarsi a subirla, ma addirittura a determinarla, fino a diventare, inizialmente forse suo malgrado, un protagonista di una storia più importante e collettiva. E’ una vicenda che si svolge nelle periferie proletarie di una Firenze che nel 1966 verrà semidistrutta dalla più drammatica alluvione del dopoguerra, ma che avrebbe potuto benissimo essere ambientata anche in quella degradata Milano ben descritta da Luchino Visconti in “Rocco e i suoi fratelli”, e dove, dieci anni dopo quel film, sarebbero nate, nelle fabbriche e nei quartieri popolari come il Giambellino, le Brigate rosse. Questo libro, invece, ci racconta la storia, meno conosciuta, dei Nuclei Armati Proletari, una delle tante organizzazioni armate di quegli anni, nata alla fine del 1973 dall’incontro tra alcuni studenti di Napoli e alcuni detenuti del carcere di Firenze, dove il toscano Luca Mantini fonda il Collettivo George Jackson, che per la prima volta unisce i reclusi “politici” con quelli “comuni”. Luca Mantini morirà quasi subito, e proprio sotto gli occhi del protagonista, ma anche i Nap avranno vita breve, e quasi tutti i militanti sceglieranno poi in carcere di aderire alle Brigate Rosse. Ma questo libro è soprattutto il racconto di un grande riscatto sociale, probabilmente possibile solo in quegli anni, e di quale ne sia stato il prezzo, perché da questo punto di vista potremmo dire che Pasquale Abatangelo non “si è fatto mancare nulla”. Lungo le strade della sua sopravvivenza, ben presto si affacciano infatti tutte le peggiori nefandezze umane di un universo fatto di convitti lager, dove si consumano le violenze sessuali di preti osceni, riformatori immondi, dove solo i più “duri” riescono a non soccombere, e carceri speciali, dove si perpetrano le più vergognose angherie, nell’assordante silenzio di uno Stato che impone modalità di pena detentiva tali da far rimpiangere quella capitale. A tutto questo vanno aggiunti due compagni ammazzati fuori da una banca davanti ai suoi giovani occhi, un fratello che potrà rivedere solo dopo vent’anni, perché anch’egli prigioniero tra le scrostate muraglie di una delle tante celle della loro vita, e un amore per una donna che lo aspetterà per più di vent’anni, allevando da sola quei due figli che lui non ha visto crescere. Sarebbe impossibile per qualsiasi lettore non domandarsi ad un certo punto di questo libro come riesca un essere umano, seppure attrezzato dalla vita ben prima che dai libri, a resistere per così tanto tempo a questo prolungato scempio del corpo e dei più elementari bisogni, se non fosse proprio il diretto protagonista a spiegarcelo. Lungi infatti dal volerci proporre quella lunga parte della sua vita come una via crucis senza fine, Pasquale ci racconta come ha saputo trasformarsi da braccato adolescente di periferia senza futuro in un fiero rivoluzionario comunista, ricco non solo di sapere e di ambizioni, ma anche di emozioni. E quella forza di non arrendersi mai, che lo spinge a tentare fino all’ultimo la più impossibile delle evasioni, anche a costo di nuotare al buio, letteralmente nella merda, tra i topi di un interminabile condotto fognario per pochi giorni di libertà, la trae proprio da quella raggiunta consapevolezza di fare parte di un grande progetto in cui ha riposto energie e convinzioni. Ed è la stessa indomita forza che lo accompagna anche nel coltivare, pur tra riconosciuti errori, il suo amore per quella stessa donna, Anna, pensando alla quale, come dice il titolo, correva (e non vi svelo dove). Ed questa la parte del libro che si più fa apprezzare dal punto di vista squisitamente narrativo, se non fosse che si tratta di una storia vera. Quella di un uomo recluso senza soluzione di continuità per più di vent’anni e che, nonostante questo, è riuscito a vivere con pienezza e in alcuni momenti persino con autentico entusiasmo, le due grandi passioni della propria vita, quella per Anna e quella per la rivoluzione comunista. Passioni che sono entrambe rimaste intatte ancora oggi, come ben si capisce leggendo questo libro, proprio perché conquistate con immensa fatica, difese fino allo stremo e vissute in maniera totale. Pasquale Abatangelo ci riconsegna, negli anni in cui tutto sembra correre veloce per disperdersi ben presto in rivoli affievoliti, anche l’importanza del fattore “tempo”. Ci vuole tempo per raggiungere le mete importanti, e anche “per diventare compagni”, scriveva Salvatore Ricciardi, in un libro in cui ha descritto il percorso per diventare rivoluzionari in uno Stato a capitalismo avanzato. E la storia di Pasquale è contrassegnata, da un certo punto in poi, da tempi lunghissimi, quali possono essere quelli di un uomo tenuto richiuso in una gabbia per così 18


tanti anni. Forse non è un caso quindi che, a differenza di altri, Pasquale abbia aspettato così tanto tempo, prima di raccontarci anche la propria storia. Questo libro è fondamentale anche per ricordarci l’importanza che ha avuto in quegli anni la partecipazione dei detenuti a quel conflitto sociale che ha generato anche la lotta armata, come aveva ricostruito qualche anno fa, in un suo importante lavoro titolato “La gauche révolutionnaire et la question carcérale : une approche des années 70 italiennes”, la ricercatrice dell’Università di Grenoble, Elisa Santalena, la quale, non a caso, aveva intervistato lungamente proprio Pasquale Abatangelo. Quello infine che ci rende apprezzabile anche la persona è il modo con cui l’autore ha scelto di raccontarsi, senza sconti, si diceva, e in questo distinguendosi da molte autobiografie di quegli anni. Pasquale infatti dimostra un’onestà intellettuale, oltre che umana, davvero non comune, e a tal proposito mi hanno colpito due passaggi del suo libro. Il primo è quello in cui affronta il tragico racconto della rapina di Piazza Alberti, costata la vita a due suoi compagni e anni di carcere a lui, dicendo che l’individuazione di quella banca, in forzata sostituzione di quella originariamente prevista, fu addebitabile ad un suo errore, e il secondo è quello in cui rifiuta ostentazioni di innocenza da reati di sangue, attribuendone la ragione esclusivamente al fatto di essere stato arrestato prima che si innalzasse il livello di quello scontro armato. Quindi, per rispondere a quell’iniziale quesito, quella che qui si racconta è certamente una delle tante storie degli anni settanta, ma è una storia che ha finito con il diventare un pezzo di un’unica e più grande Storia, forse l’ultima davvero significativa, di un secolo, nel bene e nel male, irripetibile.

La Redazione D.E.A. ed i fotografi al lavoro

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Internazionale – Approfondimenti

Geografia del mondo in guerra MASSIMO PIERACCINI

Più della metà del mondo è in Guerra: 62 sono gli Stati coinvolti con guerre intestine e conflitti più o meno visibili. Proviamo a discutere e riflettere su alcune aree geografiche in guerra per iniziare a studiare il problema "guerra di guerre". Ho trovato un articolo che riportava questa tabella: "Europa 9, Africa 25, Asia 15, Medio Oriente 8, Sud America 5. I gruppi etnici coinvolti sono più di 549 e di varia natura: indipendentisti, cartelli della droga, ribelli; sparsi ovunque con tante piccole lotte tra gruppi tribali, culturali e religiosi. Dunque, l'Europa, ha 9 Stati coinvolti direttamente in conflitti, eccone alcuni: l'Ucraina (guerra civile tra ribelli filo-russi e esercito regolare), la Cecenia (scontri tra l'esercito russo e miliziani indipendentisti), il Daghestan (attacchi da parte di milizie islamiche). Per non parlare dei focolai, ancora non sopiti, nei Balcani. Il continente africano "ospita" il maggior numero di conflitti, con 25 Stati coinvolti in guerre. Le aree più calde sono: l'Egitto (instabilità successiva alla rivolta del 2011), il Mali (continui scontri con Tuareg e milizie islamiche), la Nigeria (attacchi delle milizie islamiche, in particolare dei Boko Haram), la Repubblica Centroafricana (guerra civile), Congo diviso tra Brazzaville e la Repubblica Democratica del Congo divisa da un fiume, il vecchio Zaire (con razzie di gruppi armati nelle regioni orientali), la Somalia (guerra civile in corso dal 1991), il Sudan diviso tra nord e sud (continui scontri tra l'esercito di Kartoum e milizie ribelli) e il Sud Sudan con conflitti tra tribù. Inoltre c'è il Sahara occidentale occupato dal Marocco e che aspetta da oltre quaranta anni l’autodeterminazione. A seguire, l'Asia con 15 Stati coinvolti in guerre, tra cui particolarmente cruente sono quelle combattute in: Afghanistan, guerra in corso dal 2001 e prima voce del PIL perla guerra, BirmaniaMyanmar (guerra civile tra l'esercito e l'etnia Kokang), Filippine (dal 1990 continui scontri tra guerriglieri comunisti e l'esercito locale), Pakistan (scontri tra l'esercito e milizie antigovernative), Thailandia (violenze successive al colpo di Stato del maggio 2014). In Medio Oriente sono 8 Stati, attualmente in guerra, di cui la più nota è sicuramente quella in corso tra Palestina e Israele. Altre aree calde sono: l'Iraq (scontri tra governo locale e milizie islamiche, in particolare ISIS), la Siria (guerra civile in corso dal 2011) lo Yemen (scontri tra l'esercito regolare e le milizie islamiche che, a loro volta, combattono tra loro). Infine nelle Americhe 5 Stati sudamericani stanno combattendo 20


dei conflitti contro gruppi separatisti, cartelli della droga , milizie locali. Tra questi occorre ricordare: la Colombia (guerra civile in corso dal 1964 ), il Messico (continui scontri tra l'esercito locale e i cartelli della droga). Il numero di conflitti attualmente in corso è davvero incredibile. Senza voler sminuire in alcun modo nessuno dei casi sopra elencati, cercheremo di identificare i 5 conflitti più cruenti combattuti oggi nel mondo, per fare ciò prenderemo come riferimento i dati forniti dall'Uppsala Conflict Data Program, un programma del Peace Research Institute di Oslo il cui scopo è quello di diffondere informazioni rilevanti sui conflitti attivi, distinguendoli a seconda del numero di vittime, della durata del conflitto, della tipologia. Esistono, vari parametri che possono essere utilizzati per stabilire il livello di gravità di un conflitto. Dal momento che il nostro scopo, tuttavia, è quello di individuare i 5 conflitti più violenti combattuti oggi nel mondo, utilizzeremo come punto di riferimento il numero di vittime registrate a partire da gennaio 2014. Ecco alcuni dei conflitti più catastrofici: Israele-Palestina Il conflitto israelo-palestinese ha avuto origine nel 1948 a seguito della decisione delle Nazioni Unite di riconoscere al Movimento Sionista il diritto di creare uno Stato, quello di Israele, all'interno del territorio palestinese. Secondo i dati forniti dall'Uppsala Conflict Data Program questa guerra, la più longeva oggi combattuta, ha causato nel tempo oltre 22 mila vittime. Nonostante l'incredibile durata di questo conflitto il numero complessivo di vittime rimane "limitato" se comparato con altre guerre, così come il numero di morti registrati a partire da gennaio 2014. Ad oggi, infatti, circa 1.650 palestinesi hanno perso la vita, a cui debbono aggiungersi circa 60 israeliani deceduti dall'inizio del conflitto. La caratteristica che contraddistingue questa guerra è l'enorme disparità tra le forze in campo, ed è proprio questo, probabilmente, il motivo per cui il numero di vittime è relativamente basso se si tiene conto che Israele e Palestina si combattono da quasi 70 anni. Pakistan Un violento conflitto è in corso nelle regioni nord-orientali del Pakistan tra l'esercito regolare e varie milizie islamiche, in particolare i guerriglieri di al-Qaeda. Questa guerra civile è scoppiata nel marzo del 2004 quando un gruppo di soldati pakistani venne attaccato nello Waziristan del sud da miliziani islamici appartenenti ad al-Qaeda. Questi primi scontri furono la conseguenza della decisione del governo pakistano di occupare militarmente le regioni nord orientali del paese, situate al confine con l'Afghanistan. Proprio da queste regioni il Pakistan aveva sferrato i propri attacchi contro l'Afghanistan, nel corso della guerra dichiarata dagli Stati Uniti il 7 ottobre del 2001. Negli ultimi 10 anni circa 55 mila persone sono morte. Da gennaio 2014 i decessi sono stati circa 2.500, trasformando la questione pakistana nel quarto conflitto più cruento combattuto oggi nel mondo. Nigeria Il Petrolio e le terre dove si trova sono il motivo di questa guerra. La nazione è in crisi da quando nel 1999 è iniziata un'insurrezione islamica il cui scopo è quello di imporre nel paese la Sharia, la legge islamica. Dal 2009 la pericolosità di questo conflitto è aumentata a causa dei Boko Haram, un gruppo islamico armato che ha iniziato una vera e propria guerra contro l'esercito regolare nigeriano, conquistando diversi territori nelle regioni settentrionali e imponendovi la Sharia. Dal 1999 ad oggi circa 11 mila persone sono morte, con un ritmo che ha subito una brusca accelerazione negli ultimi due anni. A partire da gennaio 2014, infatti, le vittime nigeriane sono state oltre 5 mila.

Iraq 21


L'insurrezione irachena è iniziata il 18 dicembre del 2011, cioè dopo il ritiro delle truppe americane presenti in Iraq dall'inizio della Seconda Guerra del Golfo. Gruppi sunniti, responsabili di sporadici attacchi durante l'occupazione americana, iniziarono una vera e propria guerra contro il Governo sciita guidato dal Primo ministro al-Maliki. La miopia del leader iracheno, che ha adottato una politica settaria volta a concentrare il potere nelle mani degli sciiti, non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco e porre le basi per l'attacco sferrato dalle milizie dell'ISIS. Il gruppo jihadista, rinnegato dai leader di al-Qaeda, ha combattuto per tre anni contro quella parte dell'esercito siriano fedele ad Assad. Nel giugno del 2014, approfittando dell'incapacità di alMaliki di mantenere l'ordine pubblico, ISIS ha sferrato un violento attacco contro le regioni settentrionali del paese istituendo, successivamente, un califfato islamico alla cui guida è stato nominato al-Baghdadi Dall'inizio dell'insurrezione circa 22 mila persone sono morte. In questi ultimi anni il numero dei decessi è aumentato esponenzialmente nell'ultimo anno, tanto che da gennaio 2014 circa 7 mila e cinquecento individui hanno perso la vita. Siria La guerra civile combattuta in Siria dal 2011 vedeva inizialmente una netta contrapposizione tra i ribelli anti-Assad, sostenuti dai paesi occidentali e il presidente siriano, che godeva del supporto di diversi Stati asiatici e mediorientali, tra cui la Russia, Cina e l'Iran. Nel corso degli anni, tuttavia, l'illusione che la rivolta siriana consistesse in un conflitto tra un tiranno, Assad, e un popolo oppresso, i siriani, è sparita. Al suo posto troviamo oggi una guerra civile in cui i principali gruppi ribelli sono associati con al-Qaeda o con altre milizie estremiste come l'ISIS, e compiono atrocità del tutto simili a quelle imputate ai militari di Assad. La drammaticità di questa guerra civile, balzata agli onori della cronaca nel 2011 ma rapidamente dimenticata, è chiaramente dimostrata dal numero delle vittime. In 3 anni di conflitto, infatti, oltre 250 mila persone sono morte. Solamente da gennaio 2014 quasi 30 mila individui sono deceduti, rendendo la guerra civile siriana il più violento conflitto combattuto oggi nel mondo.

"E' una guerra di civiltà?" PAOLO FERRANTINI

Nella millenaria storia dell'uomo, si è formata la consapevolezza che un conflitto bellico, una guerra non sia per forza un fattore di disgregazione, di distruzione. Numerose sono le teorie sociologiche e politologhe che hanno tentato di spiegare come la guerra sia necessaria o benevola per così dire; tante sono state le figure politiche di rilievo che ne hanno usufruito per il consenso: tra gli esempi più importanti si ricordano alcuni presidenti made in USA (Nixon, Kennedy) ed altri come il sovrano inglese Giorgio VI. 22


Dall'avvento delle prime forme di terrorismo (ben prima del crollo delle Twin Towers), si è evoluta la concezione di guerra, non solo dal punto di vista bellico ma anche da un lato più informativo: i contesti di guerra sono continuamente esasperati, perché la logica mediale impone decisioni di mercato adeguate. In un certo senso il gioco mediatico che si insinua ogni qual volta accadde un fatto increscioso, non fa che venir incontro al movente delle guerre moderne. Qui il riferimento al conflitto contro l'estremismo islamico dell'ISIS è semplice, perché di questo si tratta: un continuo martellamento psicologico, creato con tanto piccoli (eufemisticamente parlando) eventi allo scopo di minare la sicurezza delle persone. Parlando di Islam molti si chiedono se questo contrapporsi tra bene e male, tra Occidente e Oriente non sia uno scontro tra civiltà: ma non è facile capire come possa essere definito ciò. Risulta piuttosto incongruente parlare di civiltà quando si ha a che fare con la guerra. Al termine civiltà potremmo accostare quello di cultura: tra le interpretazioni a cui si prestano entrambi, ci sono quelle che mostrano similitudini ed altre che al contrario mostrano una logica incoerente. Questo perché dal termine cultura si possono trarre accezioni di ogni tipo, mentre di solito la civiltà viene intesa come un benessere, un progresso, che produce un modo di vivere positivo; un prodotto che si è evoluto nel tempo e di cui tutti o quasi beneficiano (o dovrebbero beneficiarne). Molti per collegarsi alla cultura indicano il movente della religione, perché è più facile discriminare quale sia quella più "libera". Ma qui si aprirebbe un universo di opinioni contrastanti che dilungherebbe il discorso. Giusto per dirne una: nei precetti islamici, considerati dalla massa avversi all'Occidente, la forma di saluto utilizzata quando si incontra qualcuno ha un significato positivo, lo stesso che si prefigura nel gesto cattolico dell'" andate in pace". La religione è certamente inerente poiché conferisce quegli ideali di base che spingono poi ad agire. Ma ci si limita fino a qui, visto che la violenza perpetrata non può trovare giustificazioni nel credo e nel fede; non è più religione, è fanatismo, mancanza di equilibrio, di cognizione. E dunque non può essere civile chi si spinge oltre ogni limite umano per arrecare danno. Nelle stragi ci sono motivazioni anti-cultura, non solo politiche ed economiche; Parigi, diventata simbolo dell'oltraggio alle libertà e ai diritti degli individui, è stata scelta perché "simbolo della perversione, degli abomini" . Dunque attaccata perché nemico culturale, attaccata per dimostrare come i principi occidentali siano troppo deboli che "la loro forza è direttamente proporzionale alla nostra debolezza, al nostro disorientamento, alla nostra incapacità di dare risposte convincenti a una disperata richiesta di significati". Perché cultura è (soprattutto) questo, dare significato a qualcosa materiale e non, per giustificare le azioni e i gesti che facciamo. Non è utile indicare i conflitti come guerre di civiltà perché oltre ad un mero significato c'è di più: la moltitudine di credenti islamici non può certo essere riunita sotto un'unica idea di civiltà perché non si tratta di un gruppo omogeneo; tante sono le persone e tanti sono gli stili di vita. E allora sembra opportuno confinare la guerra al contesto " di terrorismo", più specifico e definito entro confini più facili da mantenere. Il tema dello "scontro tra civiltà" è stato già trattato in passato: tra i più importanti studi si ricorda quello della teoria progressista di Samuel Huntington, più volte criticata per il fatto di essere troppo "pigra". Il fattore chiave anche qui è la religione, l'unica che riesce a definire le appartenenze, le divisioni in contrasto, le "faglie". Ma lo stesso Huntington è consapevole di come, né la civiltà oggi egemone (quella Occidentale), né tanto meno il suo "stato guida" (gli USA), siano disponibili a condividere la loro posizione privilegiata con altri potenziali "stati guida". E di fronte alla critica il carattere religioso viene meno: anzi viene limitato da molti altri fattori rilevanti quali il colonialismo, il petrolio, la globalizzazione, l'intervento occidentale in presunte missioni di pace e giustizia. Senza contare il bisogno di fare un po' di autocritica, riconoscere gli errori e le colpe fatte, cosa tutt'altro che condivisa alle alte sfere decisionali. Alla stessa conclusione arriva Huntington, che più che dettare le regole, auspica un futuro di quel tipo. Se dell'Islam è stato detto di tutto e di più, ciò non toglie che l'Occidente sia esente da colpe. Come detto prima c'è la necessità di capire dove sia giusto intervenire e soprattutto perché, mentre invece le potenze occidentali sembrano rimanere imperturbabili nei loro capisaldi di giustizia. Si denota forse un senso di arroganza in 23


questo? Probabilmente si. L'equilibrio mondiale è sempre stato fragile e lo sarà sempre nel momento in cui ci saranno fazioni che si innalzano sopra gli altri e li obbligano a comportarsi di conseguenza. In parte si spiega anche così lo scontro: un fondamentalismo islamico che vede nell'occidente una prepotenza e un'ingiustizia troppo grande da subire. In conclusione non sembra opportuno parlare di "guerra di civiltà": ci si avvicina con il termine cultura. Ma troppe sono le motivazioni, troppe le differenze per poter identificare le civiltà a conflitto. E non è così che si spiega un voragine di sangue e violenza, a cui per ora non si trova rimedio

Cos'è l'Imperialismo? STEFANO MAULICINO

Come orientarsi nel caos della politica internazionale? Molteplici conflitti economici, politici e militari dominano il contesto attuale. Spesso ci viene raccontato che i conflitti armati contemporanei – quando non sono frutto di improbabili “scontri di civiltà” – hanno alla base cause economiche (il petrolio ad esempio) oppure vengono combattuti per ragioni di potere. Una chiave di lettura interessante, per comprendere tali fenomeni e dare precisione e significato a questi termini è il concetto di imperialismo. In questo articolo cercheremo di ricostruire, in sintesi, i tratti principali di questa teoria. La questione dell’imperialismo, posta inizialmente dal liberale come Hobson, è stata largamente dibattuta ed approfondita dal pensiero marxista. Secondo Lenin, l'imperialismo non si identifica con la politica, più o meno aggressiva, di alcuni stati per sottometterne altri ma, piuttosto, con la struttura del capitalismo giunto alla sua «fase suprema». Con il termine imperialismo Lenin descrive la fase monopolistica del capitalismo, che si afferma a cavallo fra il XIX e il XX secolo, come superamento della precedente fase concorrenziale. Questa nuova fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico è caratterizzata dal dominio sulla vita economica da parte delle grandi concentrazioni di capitale e dei monopoli. Quello che Lenin chiama “capitale monopolistico finanziario” si forma dall'unione tra capitale bancario e capitale industriale, che si fondono nel tentativo di restringere la concorrenza e controllare i mercati, concentrando il capitale in poche grandi società per azioni capaci di accrescere la scala di produzione e realizzare enormi profitti. Dal punto di vista economico, tali processi rappresentano una forma di reazione al fenomeno della crisi ciclica di sovrapproduzione, causata periodicamente dalla "caduta tendenziale del saggio di profitto"*. Il capitalismo genera una capacità produttiva tale che eccede il tasso di profitto che è possibile trarre dall'investimento. In questa situazione, non essendo conveniente investire nei settori produttivi, la crisi si presenta come blocco degli investimenti. Per questo nella nuova fase imperialistica - che si afferma nel contesto di un mercato mondiale ormai sviluppato e di un capitalismo sempre più mondializzato - diviene centrale l'esportazione di capitale oltre che di merci. Tuttavia, la gestione monopolistica dell'economia non è in grado di eliminare la causa ultima della crisi, cioè l'anarchia della produzione capitalistica, che impone la legge della concorrenza tra i capitalisti. È qui che nasce l'imperialismo. La concorrenza tra capitalisti, che sta alla base della caduta del saggio di profitto, non viene eliminata dal monopolio ma si riproduce ad un livello superiore di sviluppo: quello della concorrenza tra monopoli per la spartizione del mercato mondiale. Il capitale monopolistico finanziario non può evitare la crisi ma solo arginarla, esportando le eccedenze di capitale che non trovano adeguata remunerazione nel mercato interno verso i mercati esteri dove il tasso di profitto è più alto, o perché la concorrenza è minore o il costo del lavoro più basso o, semplicemente, per l'operare di altre controtendenze alla crisi descritte da Marx. Giova ricordare la polemica tra la comunista tedesca Rosa Luxemburg e Lenin. Per la Luxemburg, la crisi di sovraccumulazione è interpretata in chiave sottoconsumista, come crisi di realizzazione; cioè come sovrapproduzione di merci causata dall'insufficienza della domanda nel 24


mercato interno. Questo meccanismo spinge le potenze capitalistiche al militarismo e alla lotta imperialista per la conquista di nuovi mercati di sbocco per le merci in eccesso. L'imperialismo, quindi, è visto come l'espressione politico-militare del capitale nella sua lotta per conquistare gli ambienti non capitalistici. Per Lenin, invece, l'esportazione imperialistica di capitale è uno strumento di competizione economica internazionale e si dirige sia verso i paesi arretrati sia verso quelli avanzati. È un fenomeno, questo, che non nasce dall'impossibilità di realizzare profitti perché le merci prodotte non possono essere acquistate e consumate dalle masse impoverite, ma dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Nella fase imperialista, non si tratta più di esportare le eccedenze produttive sotto forma di merce per appropriare valore internazionale (mercantilismo) ma la stessa capacità produttiva eccedente presente nelle economie sviluppate. In questo modo i paesi dominanti tentano di frenare la caduta della profittabilità nei settori produttivi appropriandosi di valore internazionale, cioè del valore prodotto dai paesi subordinati nella divisione internazionale del lavoro. In effetti, dal punto di vista strettamente economico, l'imperialismo non è altro che appropriazione di valore internazionale. Come avviene tale appropriazione? Secondo l'economista Guglielmo Carchedi: «Avviene oggigiorno in almeno quattro modi: (a) il rimpatrio di profitti e interessi su investimenti esteri, sia diretti che indiretti; (b) il pagamento di interessi sul debito estero; (c) lo scambio ineguale del commercio internazionale (un aspetto del quale è il colonialismo); (d) il signoraggio, cioè il vantaggio che deriva alla potenza egemonica dall'uso della sua moneta come moneta internazionale». Da questa breve panoramica discendono due ordini di considerazioni. In primo luogo, il blocco dei paesi dominanti non è unitario ma, al contrario, è tenuto insieme da relazioni competitive – cosiddette inter-imperialistiche – che si strutturano gerarchicamente sulla base dei rapporti di forza. È prassi comune che i capitalisti dei paesi imperialisti più forti si approprino sistematicamente del valore prodotto dai capitalisti dei paesi imperialisti più deboli, oltre che di quello dei paesi dominati della periferia. In secondo luogo, il processo di appropriazione di valore internazionale necessita, oltre che della specifica struttura economica monopolistica nei paesi dominanti, anche di condizioni politiche, legali, istituzionali e militari. Senza entrare dettagliatamente nel merito della teoria marxista dello stato, quale «comitato che amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese», basterà ricordare Thomas Friedman: «la mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza il pugno visibile di chi detiene il monopolio della violenza». Quest'ultima affermazione è esplicativa tanto dal punto di vista interno – laddove lo stato è «l'organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti», funzionando come «capitalista collettivo ideale» – quanto da quello esterno, dove lo stato, quale organizzazione monopolistica della forza, garantisce le condizioni politico-militari dell'appropriazione imperialistica di valore internazionale. Qui si chiude il cerchio della relazione tra forza militare e accumulazione capitalista: la prima è indispensabile per difendere la seconda e, viceversa, l'accumulazione di ricchezza costituisce la base materiale su cui poggia la forza militare. Il capitale monopolistico-finanziario, nella fase imperialista, necessita certamente della proiezione geopolitica del proprio potere economico, ma solo in forza di determinate condizioni economiche oggettive, e non per soddisfare una innata volontà di potenza. Quindi, anche l'uso della forza politico-militare si rende necessario come mezzo; e lo stesso concetto di potere appare strumentale alle necessità economiche, piuttosto che fine in sé. L'imperialismo, allora, non può essere ridotto alla mera volontà, da parte dei governi delle nazioni più avanzate, di proiettare la propria potenza economica verso l'esterno. Per dirla nuovamente con Lenin: «I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione [il monopolio, n.d.a.] li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti». *Per approfondire la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto si veda questo articolo di Guglielmo Carchedi, dal titolo "Dietro ed oltre la crisi”.

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Ghana - Reportage di Luca Grillandini Evento - Funerali della regina madre in Ghana - Inviato fotoreporter - Luca Grillandini

5 foto per descrivere la festa per il funerale della regina madre Ashanti: 4 giorni di musica, riti tribali, danze con delegazioni da tutta l'Africa. Nuove celebrazioni si sono tenute in questi giorni per la sua sepoltura ufficiale con invitati d'eccezione. Nana Afia Kobi Serwaa Ampem II, regina madre del Regno Ashanti, realta' tradizionale all'interno della Repubblica del Ghana, è' morta all'eta' di 111 anni nel mese di novembre, La regina madre o Asantehemaa aveva l'autorita' su 36 consigli tradizionali nel territorio del regno e nominava o revocava i capi locali.

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Trump e l'attualità di Hannah Arendt ELENA PERINI

Ho avuto l’occasione di leggere l’articolo di Elizabeth Grenier sul giornale tedesco DeutscheWelle che riflette sull’elezione del presidente Trump negli Stati Uniti, interpretando l’attuale crescita dei movimenti populisti di destra sia in Europa che negli Stati Uniti attraverso le idee di Hannah Arendt e condivendone vari aspetti vorrei riproporne alcune riflessioni.

Nata in Germania da una famiglia ebraica, Hannah Arendt (1906-1975) fuggì quando Adolf Hitler salì al potere nel 1933 e dopo aver vissuto in prima persona il forte rischio del collasso della civilizzazione moderna è diventata una delle prime teoriche politiche ad analizzare come i movimenti totalitari siano cresciuti agli inizi del XX secolo. Le radici del nazismo e dello stalinismo sono descritte proprio nel suo libro “Le origini del totalitarismo” pubblicato nel 1951. Sebbene un’opera politica come questa, di 500 dense pagine, non è tipicamente un bestseller ha però registrato un boom di vendite dall’elezione di Trump: Amazon è persino temporaneamente rimasto senza scorte! Secondo Elizabeth Grenier questi nuovi lettori stanno probabilmente cercando di capire a cosa possa portare la presidenza di Trump e visto che ci può volere tempo per affrontare i suoi saggi ne dà qualche anticipazione. "Trump non è un totalitario, incorpora quelli che lei chiama “elementi” di totalitarismo" spiega Roger Berkowitz, professore dell’“Hannah Arendt Center for Politics and Humanity” al Bard College di New York. “Ma non vanno ignorati forti segnali d’allarme” aggiunge; Arendt credeva che “uno degli elementi centrali del totalitarismo fosse la sua base di movimento…e Trump si è esplicitamente proclamato portavoce di un movimento. Posizione pericolosa per un politico. Il populismo si afferma facilmente in periodi di ansia globale. L’analisi della Arendt si focalizza sugli eventi del suo periodo, quindi le sue osservazioni non possano spiegare tutto dei complessi sviluppi politici attuali, ma molte sono ancora rivelatrici. Per esempio quelle a proposito del citato populismo di destra: in diversi modi reminiscenza degli anni ’20 e ’30 che permisero a nazisti e stalinisti di prendere il potere. I suoi libri offrono un’analisi interna dei meccanismi che permettono così tante persone di accettare prontamente la menzogna in periodi di incertezza globale. Mentre quotidiani affermati come il New York Times e The Washington Post stanno rivisitando i suoi scritti, gli utenti di social media stanno ampiamente condividendo sue citazioni come: “in un mondo incomprensibile e in continuo cambiamento le masse avevano raggiunto il punto in cui avrebbero, allo stesso tempo, creduto in tutto e niente, pensato che tutto fosse possibile e niente fosse vero”. In un certo contesto storie ripetute, semplificate – e false – che accusano capri espiatori e offrono soluzioni sempliciste, sono preferite ad analisi più profonde che conducano ad opinioni informate. Questo approccio era applicato da leader totalitari come Hitler, scrive la Arendt. In questo senso, la strategia di Trump di 27


incolpare musulmani o messicani per terrorismo, criminalità e disoccupazione e di affermare che un blocco dei permessi di viaggio o un muro siano una soluzione semplice non è nuova. Trump sta portando quest’approccio ai suoi estremi: la scaltra strategia del presidente è quella di screditare i reportaggi che “smascherano” le sue bugie accusando i media “disonesti”, mentre le idee del suo movimento sono sostenute da fonti alternative fatte circolare ampiamente. Così, come scriveva la Arendt, “se tutti ti mentono sempre, la conseguenza non è che si finirà per credere alle bugie, ma che nessuno crederà più a niente”. Famosissima è l’espressione della Arendt di “banalità del male”, usata nella presentazione del processo di uno dei maggiori organizzatori dell’olocausto, Adolf Eichmann, per descrivere la sua idea che il male potrebbe non essere radicale come ci si aspetterebbe. Il libro che ne è venuto fuori “Eichmann a Gerusalemme: la banalità del male” spiega come i crimini del nazismo siano stati commessi attraverso persone che sconsideratamente obbedivano ad ordini conformandosi alle masse. "C’è una strana interdipendenza tra sconsideratezza e male" (Hannah Arendt, "Eichmann a Gerusalemme"). La definizione di sconsideratezza che dà nel libro del 1958 “La condizione umana” sembra perfetta per descrivere gli ordini esecutivi disegnati avventatamente dal presidente Trump e i suoi sforzi per giustificarli: "Sconsideratezza – l’incurante temerarietà o confusione disperata o ripetizione compiacente di “verità” divenute triviali o vuote – sembra essere una delle caratteristiche rivelanti de nostro tempo”.Elizabeth Grenier ci avverte nel suo articolo che coloro che sperano di trovare tutte le risposte ne “Le origini del totalitarismo” saranno probabilmente disillusi: la Arendt non ha scelto personalmente il titolo della sua opera, fu l’editore, lei credeva che il mondo fosse troppo complesso per semplificare le radici del totalitarismo, secondo quanto riporta Berkowitz. Ma leggendo le sue opere, in un tentativo di predire se saremo nuovamente sommersi da ondate totalitarie, si può trovare consolazione nell'idea della Arendt che considerava la disobbedienza civile una parte essenziale del sistema politico statunitense – e le forti proteste a cui stiamo assistendo sembrano dimostrarlo ancora.

Guerre Dimenticate: Afghanistan CARLOTTA D’ELIA

Dall’inizio dei combattimenti nel lontano 2001, l’Afghanistan è uno dei paesi medio orientali che ha pagato e continua a pagare il prezzo più alto di vite umane. Nel rapporto redatto dall’UNAMA (United Nation Assistance Mission in Afghanistan), nel solo 2016 le vittime civili sono state 11.418, di cui 3.498 morti e 7.920 feriti. Di questi 3.512 sono bambini- 923 morti e 2.589 feriti. I dati rilevati dall’ UNAMA, sono i più alti dal 2009, anno in cui l’Agenzia delle Nazioni Unite ha iniziato a documentare e monitorare il numero delle vittime civili nel Paese. Secondo quanto riportato da Tadamichi Yamamoto, Rappresentate Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, le uccisioni e mutilazione di innocenti civili è un evento straziante e prevenibile e c’è bisogno che le parti in conflitto prendano in mano la situazione e cerchino immediatamente di 28


proteggere uomini, donne e soprattutto bambini afghani, le cui vite vengono quotidianamente distrutte. Le forze anti-governative sono responsabili per 2/3 delle vittime, mentre le forze progovernative ne sono responsabili per ¼ . I documenti riferiscono che, come è avvenuto nel 2015, la principale causa di questo massacro di civili innocenti, sono le operazioni via terra tra le forze antigovernative e quelle governative; questa però non è la sola causa, basti pensare a quante vittime hanno mietuto i cosiddetti Ordigni Esplosivi Improvvisati (IED), gli attacchi suicidi e i più brutali attacchi deliberatamente mirati su civili. Il rapporto, inoltre documenta l’incremento di attacchi perpetrati dall’ISIS/ISKP( Islamic State of Khorasan Province) ai danni della popolazione musulmana sciita. L’Organizzazione ha indicato 899 vittime civili, di cui 209 morti e 690 feriti, un aumento esponenziale pari a dieci volte rispetto lo scorso anno. Gli attacchi arei delle forze governative afghane e della coalizione internazionale, hanno causato solo nell’arco del 2016, 590 vittime, di cui si contano 250 morti e 340 feriti, un dato allarmante, poiché è quasi il doppio di quello registrato nel 2015 ed il più alto registrato dal 2009. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’Ad Al-Hussein, ha riferito che i bambini sono stati uccisi, accecati e paralizzati, mentre giocavano, da ordigni inesplosi che sono stati lasciati lì a causa della negligenza delle parti in conflitto. Sia Yamamoto che Zeid, invitano tutte le parti a ridurre al minimo l’uso di armi esplosive nelle aeree popolate da civili ed esortano a rimuovere gli ordigni bellici inesplosi. Entrambe le autorità delle Nazioni Unite hanno sottolineato la necessità di responsabilità e giustizia per l’inaudita violazione dei diritti umani e dei diritti umanitari internazionale. I continui deliberati attacchi contro civili e l’uso di armi che causano morte e distruzione su larga scala sono atti riprovevoli, illegali e nella maggior parte dei casi registrati possono rappresentare un crimine di guerra. I due commissari terminano riferendo che sia giusto che i responsabili, di questa inaudita violenza , chiunque essi siano, debbano essere riconosciuti responsabili davanti alla legge.

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Grazie ZeroCalcare per il fumetto su Ayse SILVANA GRIPPI

Grazie Zerocalcare per averci fatto conoscere la storia di Ayse Deniz Karacagil "E' sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se la incula nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi 29


per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di Raqqa contro i miliziani di Daesh è stata Ayse Deniz Karacagil, la ragazza soprannominata Cappuccio Rosso. Turca, condannata a 100 anni di carcere dallo stato turco per le proteste legate a Gezi Park, aveva scelto di andare in montagna unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento. Lo posto qua perché chi s'è letto Kobane Calling magari si ricorda la sua storia.)"

-------------------------#365GiorniSenzaGiulio STEFANIA PARMIGIANO

Ad un anno dalla scomparsa di Giulio Regeni viene reso pubblico un video in cui Giulio viene ripreso a sua insaputa mentre risponde con un diniego ineccepibile alla richiesta di denaro del capo dei venditori ambulanti Mohamed Abdallah: “Io sono un ricercatore, il programma è della Gran Bretagna… quei soldi non sono miei, non ne dispongo. Puoi presentare un progetto e confidare sia accettato”. Al termine della registrazione la voce del sindacalista egiziano: “Qui ho finito di registrare, venitemi a togliere l’apparecchiatura” conferma, come ammesso da lui stesso, che aveva denunciato Giulio alla National Security Agency e che raccoglieva “prove” per suo conto. E a me viene in mente una notte del maggio 2016, quindi a 4 mesi di distanza dalla scomparsa di Giulio, nella quale il gruppo Verità per Giulio - su Twitter @giuliosiamonoi - rilevò da una segnalazione che, in piena crisi diplomatica, sul sito della Farnesina era comunque presente la proposta di borse di studio per l’Egitto. Come capita su Twitter, si scatenò l’inferno: la Farnesina fu bombardata di tweet e nella notte sparirono le borse di studio dal sito. Verità per Giulio (account nato il 30 marzo 2016 su iniziativa del collettivo autore di diverse pubblicazioni @LouPalanca), curato da un gruppo di utenti volontari, si è impegnato a pubblicare ogni giorno almeno un tweet per mantenere alta l’attenzione su Giulio e da allora non ha mai smesso, coinvolgendo nelle iniziative personaggi ed eventi, come Mauro Biani (fumettista, vignettista e blogger: le sue “vigne” su il Manifesto sono famose per la grande capacità di sintesi sociale e politica, attentissima ai diritti umani); Valerio Mastrandrea al Festival di Venezia 2016 si è fatto portavoce di tantissimi attori e registi che hanno indossato il braccialetto giallo preparato dal gruppo; il Festival di Cannes 2016 è stato una ininterrotta dedica a Giulio e Ken Loach, vincitore della Palma d’Oro, non ha mancato di rendere visibile il braccialetto, insieme a molti altri. La sensazione è che senza l’impegno “dal basso” la vicenda di Giulio sarebbe già stata dimenticata, le istituzioni mantengono un profilo estremamente cauto, al di là dei tweet di promesse d’impegno. Vorrei anche ricordare che Giulio era ancora vivo, lo stavano torturando, quando le rispettive 30


diplomazie si sono messe in contatto. L’Egitto ha una situazione generale estremamente fragile, la repressione violenta dell’opposizione e di tutti i diritti umani è continuamente documentata, ma gli interessi economici dell’Italia nel paese sono importanti e la pressione sull’Egitto è stata ed è estremamente deficitaria, twittare non può essere considerato impegno per i rappresentanti della politica estera: Giulio era cittadino italiano ed è stato ucciso dallo Stato che lo ospitava, e bisogna fare i conti con i fatti dietro la cui manipolazione non ci si può più nascondere. Oggi aggiungiamo l’ennesimo hashtag, #365GiorniSenzaGiulio, dopo #veritàperGiulio #GialloPerGiulio #braccialettigialli, #NeroPerGiulio, tantissimi altri per non smettere di chiedere allo stato di essere Stato. Amnesty International ha organizzato una manifestazione a Roma all’Università de La Sapienza che inizierà alle 12,30 con il saluto del Rettore. Molti interventi: Stefano Catucci, del Senato Accademico Sapienza; Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia; Luigi Manconi, presidente di A buon diritto e della Commissione straordinaria diritti umani del Senato; Patrizio Gonnella, presidente della Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili; Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana; Carlo Bonini, giornalista de La Repubblica. Nel corso della manifestazione saranno letti estratti dei diari di viaggio di Giulio Regeni e, in collegamento telefonico, i suoi genitori Claudio e Paola Deffendi (Donna dell’Anno 2016, titolo di cui avrebbe fatto volentieri a meno) A tutti i partecipanti sarà dato un cartello con un numero, da 1 a 365, per ricordare i giorni che sono passati dalla scomparsa di Giulio. Numerose le fiaccolate in ogni parte d’Italia, le fiaccole verranno accese tutte alle 19.41, l’ora in cui Giulio Regeni fu visto per l’ultima volta. La società civile esce dai social, quando serve. Aspettiamo lo faccia anche la rappresentanza politica

Caracas all'origine dello scontro GERALDINA COLOTTI

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In Venezuela, il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) ha assunto la totale competenza delle funzioni parlamentari per la situazione di desacato (ribellione) in cui versa l’Assemblea nazionale (An). Così il presidente Maduro dovrà rendere conto direttamente al Tribunal. È indubbiamente una scelta grave, un ulteriore avvitamento drammatico per un Paese in cui i poteri istituzionali si pongono sul terreno dello stesso scontro diretto proposto dall’opposizione. E che così rischia il precipizio della guerra civile. Mentre sembrano fallire le mediazioni volute da papa Bergoglio e dall’Onu. Conviene, però, toccare due punti. Il primo riguarda l’abito con cui si guarda ai paesi del sud, alle loro istituzioni, ai modelli di partecipazione e gestione della cosa pubblica. Sono validi e titolati quanto i nostri, tantopiù se, nel cuore del primo mondo, le alchimie istituzionali servono a perpetrare o aggiungere nuove esclusioni, esautorando referendum sui beni comuni, imponendo norme capestro (pareggio in bilancio) che bandiscono le possibilità di welfare, e via discorrendo. Per quel che riguarda il Venezuela – e in parte anche l’Ecuador e la Bolivia, fermo restando le diverse storie e i contesti – dopo le vittorie elettorali di governi che si richiamano al «socialismo del XXI secolo» (cioè senza «dittatura del proletariato» di leniniana memoria), si sono discusse e approvate nuove Costituzioni. Quella del Venezuela – declinata nei due generi e con un fortissimo accento su diritti umani e ambiente – prevede una repubblica presidenziale basata sull’equilibrio di cinque poteri, di cui il Tsj è l’ago della bilancia che evita il predominio di uno sugli altri. Il Parlamento è uno di 5 poteri e non può, come gli altri, rompere l’equilibrio. Il presidente ha prerogative simili a quelle esistenti negli Usa. Quella venezuelana non è quindi una democrazia rappresentativa, ma si definisce «partecipativa e protagonista». La Costituzione vieta di agire in favore di potenze straniere, sia militarmente che economicamente. A garanzia e difesa, è chiamata ancora una volta la cittadinanza, insieme alle Forze armate (l’Unione civico-militare), che hanno assoluta vocazione di pace e compiti più sociali che militari. Il primo dato è che il Parlamento, a maggioranza di opposizione, ha vinto dopo un’accesa campagna elettorale in cui le destre avevano promesso di cacciare il chavismo in 6 mesi e di azzerare tutte le leggi contro la proprietà privata e l’integrazione regionale. L’An ha così cominciato ad approvare leggi a favore delle immobiliari, delle grandi imprese, contro i medici cubani, eccetera. L’esecutivo le ha rinviate al Tsj, che le ha ritenute contrarie alla costituzione e bocciate. Soprattutto, però, il Tribunal è intervenuto a seguito dell’assunzione di incarico di tre deputati dello stato Amazonas, eletti con frode, ma confermati dall’Assemblea. Da lì, il braccio di ferro e lo scontro di poteri per riportare indietro l’orologio democratico in Venezuela. Intanto, quasi ogni giorno, l’ex presidente del Parlamento, Ramos Allup, si abbandonava alla violenza sessista verbale contro il Tsj (governato da donne) definendolo un «bordello gestito da quattro streghe». Obiettivo dichiarato, quello di convocare una nuova assemblea costituente per riportare il modello a quello della democrazia rappresentativa. Un «invito» emesso anche l’anno scorso dall’Osa, e ripetuto in questi giorni con la minaccia di Luis Almagro (il Segretario) di sospendere il Venezuela dall’organismo se non si fosse cambiato il modello (potere al parlamento). Nonostante fosse stato pattuito nel dialogo in corso sotto l’egida di papa Bergoglio e della Unasur, l’Assemblea ha continuato a legiferare: a votare l’impeachment per Maduro non contemplato dalla Costituzione, e a chiedere alle Forze armate di rivoltarsi contro il governo. Infine, ha chiesto ufficialmente a Trump, agli anticastristi del Congresso Usa e ad Almagro che li appoggia, di sanzionare il proprio paese e di adottare il «modello libico». Richiesta approvata dal Parlamento. Per la costituzione bolivariana, un atto di tradimento. E che, data anche la natura golpista dell’opposizione venezuelana (colpo di stato contro Chavez nell’aprile del 2002), potrebbe portare alla guerra civile. Il secondo punto riguarda la natura di classe dello scontro politico, nel paese e a livello internazionale. Dopo l’aggressione a Iraq, Afghanistan, Libia, i golpe istituzionali in America latina, possiamo essere sufficientemente avvertiti sull’uso politico delle istituzioni internazionali e delle feroci ingiustizie che possono avallare. Altrettanto chiaro appare l’uso dei media privati nella costruzione di menzogne che preparano le guerre. Basta seguire gli interventi dei paesi neoliberisti e 32


la doppia morale di Almagro all’Osa per rendersene conto. Per la prima volta, i paesi progressisti avrebbero voluto discutere delle norme xenofobe di Trump e del suo Muro, degli omicidi di ambientalisti e giornalisti in Messico, in Colombia, ma niente. E mentre l’Onu pone il Venezuela fra i paesi meno disuguali al mondo e lo «promuove» sui diritti umani, Trump e Almagro vogliono sanzionarlo.Vale ricordare che, nel 1962, l’allora presidente del Venezuela Romulo Betancour (beniamino degli Usa) sciolse il Parlamento e mise fuorilegge i deputati della sinistra, poi perseguitati e torturati. Era una democrazia rappresentativa, nata dal patto di Puntofijo. L’Osa non disse niente. In compenso, venne espulsa Cuba.

L'Isis mira al cuore: attentato ai miti giovanili MARIANGELA MILONE

Dopo un attentato come quello all'Arena di Manchester ci viene spontanea una riflessione: Perché creare terrore? Perché colpire luoghi di aggregazione? Perché proprio i giovani? Le discoteche, soprattutto in occasione di grandi spettacoli mediatici e di concerti, non sono solo gabbie in grado di contenere una grande quantità di persone; non sono mai state solo facili bersagli per critiche accanite e, oggi, non stanno ad indicare soltanto quei luoghi in cui, chi vuole annientare un pensiero, uno stile di vita, una società, può puntare per neutralizzare quanti più avversari al proprio credo possibili in una delle peggiori e sistematiche mattanze organizzate dall’uomo contro l’uomo. Le discoteche, gli stadi, le piazze, i ristoranti, tutti gli spazi in cui l’umanità si riunisce intorno a personaggi ed eventi di grande rilievo e di convivialità, non sono solo posti significativamente saturi di potenziali vittime, ma sono luoghi dove la gente comune si riunisce intorno ai propri miti, balla insieme ai propri idoli, immagina e crea modelli da seguire, ascolta i propri capi e prende parte attivamente, vale a dire partecipando con la propria capacità critica, al mondo culturale e sociale in cui si trova immerso. Il Bataclan di Parigi, il Club Reina di Istanbul, ora la Manchester Arena. L’Isis attacca il cuore del vecchio continente: i giovani. L’ultimo attentato, quello di domenica 22 maggio all’Arena di Manchester, durante il concerto di Ariana Grande – una giovanissima resa famosa dalla televisione come simbolo di una società che unisca al gusto per il semplice apparire una passione: per la leggerezza, per il canto, si, ma anche per lo stare insieme, per l’incontrarsi dal vivo – è l’ultima drammatica manifestazione di una volontà di colpire quelli che spesso con troppa facilità vengono intesi come miti “falsi”, e di colpirli in nuce proprio nei corpi e nelle menti di generazioni che non hanno colpe. Si moltiplicano le immagini di giovani volti devastati dalla visione e dall’esperienza di un assalto subìto senza un perché. Prima della morte, in ordinata sequenza, l’eccitazione, la gioia, la voglia di divertirsi, la trepidante attesa. Per chi sopravvive il legame indissolubile tra un liberatorio senso di partecipazione e l’arrivo di una punizione inspiegabile, spaventosa. L’Isis uccide persone, e già questo è un crimine imperdonabile 33


che arreca un dolore incalcolabile, che a morire siano una, due, o infinite persone. Ma l’Isis uccide anche l’unica forza dell’uomo: la capacità di combattere. E non la sopprime tanto nelle persone mature che dappertutto dimostrano ogni volta con più impeto, dopo un nuovo attacco, di non voler lasciarsi sconfiggere da una minaccia inquietante e sempre in agguato ma sopprime la forza ancora nascosta e in tumulto nelle menti più giovani, naturalmente spinte all’apertura, alla curiosità e al confronto fino a rinchiuderla in un gorgo di timori e paure inaffrontabili perché non facilmente comprensibili. Non possiamo lasciare che il terrore della costituzione di un Califfato pronto alla morte e al martirio ci invada e soprattutto non possiamo lasciare che del terrore non si discuta. Se la paura ha mille forme, in altrettante forme possiamo cercare di parlarne, nelle città come nelle periferie, andando a creare soprattutto occasioni di dialogo e confronto tra storie e culture diverse sostenendo iniziative e progetti di ricerca sul territorio come quelli che abbiamo intenzione di avviare con il nostro centro studi. Ad essere minacciati sempre più sono bambini e ragazzi. In casa a scuola e nei luoghi pubblici in genere, sono da affrontare i fatti terribili che ci accadono intorno, ma anche i mali fisici e mentali generati dalla paura, l’unica arma scoperta della quale attentatori e terroristi fanno uso. A tutto ciò dare una risposta è difficile in quanto non ci è possibile oggi guardare i fenomeni della nostra contemporaneità illudendoci di poterli perfettamente capire. Tutti stiamo a guardare: a volte con l’occhio fine degli studiosi o degli intellettuali che, come auspicava Pasolini, sanno in quanto cercano di conoscere sempre di più e sempre in maniera diversa uno stesso fatto, altre volte con l’occhio saettante della persona tesa a cogliere segnali, che si tiene in costante stato di allerta. Ma per avviare il percorso di storicizzazione che, solo, potrà portare un giorno a non nascondere quello che non si è potuto o voluto comprendere, si può provare a fare qualcosa nel segno della trasformazione sociale, perché non sia solamente un mito.

CARTA MONDIALE DI CONFLITTI

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D E A rumors. Rivista di Espressione Visiva e Comunicazione Sociale  

Anno XXVIII - Gennaio/Giugno 2017

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