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Prefazione di Angelica Iacovino

Senza occhi non si vede. Pure la luce si respira. Senza occhi lo sguardo è inanimato. Pure racconta di Sé. Senza occhi è averli chiusi, e messi in tasca. Ma, se chiudi occhi non vedrai. Se chiudi occhi è perché hai visto. Se chiudi occhi, il buio duella col giorno anche quando è notte, e perde. Perdendo la sua compostezza, accetta la resa e abdica alla luce. La luce della verità. E della sua prepotente inevitabilità. Questa è una storia. E questa storia è una storia d’amore. La storia d’amore per la verità innamorata della luce. Non già dei presunti brandelli luminosi scovati e messi in scena per costruire il vero dei fatti e delle trame, ma, piuttosto, amante di quelle lievi carezze che le cose ti fanno per mostrarsi naturalmente reali e libere da improvvisati tranelli accomodanti; libere da quell’inganno che, incarnandosi nello sguardo scorretto, partorisce simulazioni e polvere. Così, questa è la storia d’amore per la verità che, amando la libertà, non sa (e non può) fare senza. Una storia che parla sottovoce, che imbarazza, che disarma e che commuove. Una storia che ha un’anima, e che ti acchiappa


l’anima. Pagina dopo pagina, il fiato è trattenuto, gli umori mescolati, l’aria di famiglia innervata: merito del gioco artistico condotto da chi, come Dino, ha il pregio di saper con maestria, sensibilità ed eleganza stilistica, mescolare il mazzo, distribuire le carte, comporre e ricomporre un fascinoso puzzle che seduce, disvelando gradualmente, e direi sorprendentemente, l’orizzonte di senso, cuore, carne e sangue della narrazione. Avvolta nelle pieghe di una vicenda sentimentale che si snoda e vive traversando, e superando il provincialismo dei luoghi e l’apatia di chi, indifferentemente, tace accettando, la trama interseca le trame, sfida la logica dispettosa delle temporalità e incrocia, ancora, la coppia protagonista: libertà e verità si tengono per mano. Sempre. L’accesso all’una prevede l’incontro con l’altra: vicendevolmente, e strette in un disincantato girotondo alterno, disegnano percorsi frastagliati e traiettorie niente affatto stabili, invocano il tempo, inducono ad imitare il gambero e ad indietreggiare per tenere il punto, aprono al frequente colpo di scena, accendono i sensi, incrociano la vita, ed anche la morte. Quasi faticoso stargli dietro! Già, faticoso e pericoloso e rischioso. Libertà e verità hanno un costo. Insostenibile quando l’animosità non è dotata dell’optional coraggio. Quel coraggio che fa i conti con i conti, e se ne infischia delle perdite di stime. Dino ci provoca riuscendo nell’intento: ci guarda negli occhi e chiede ai nostri di tornare al loro posto. È una storia, questa, che si ama ad occhi chiusi.


Prologo Il treno viaggiava lento, stazione dopo stazione, sembrava non avere fretta, forse qualche passeggero a bordo ne aveva, ma quello non sembrava darsene per inteso e continuava a sbuffare e ansimare non appena la ferrovia si faceva un po’ più in salita, come un mulo che si trascina addosso un peso insopportabile. Il ragazzo osservava pensoso il paesaggio fuori dal finestrino: aveva acconsentito malvolentieri a fare questo viaggio ma, adesso, che il suo sguardo si posava sulla natura intorno, era sollevato, come quando esci di casa col nuvoloso e poi, girata una curva, d'improvviso il cielo si fa sereno. Ciò che osservava da un treno lento come quello era un paesaggio unico. Non era uno di quelli di ultima generazione, tipo Intercity, Eurostar, no: era un locale, forse un rapido, si, gli sembrava proprio che si chiamasse così. Pensò che quel convoglio di rapido non avesse nemmeno lo scatto della serratura per entrare da un vagone all'altro. Dalle sue parti, per andare a prendere uno di quei treni dell’ultima generazione, dovevi prima sobbarcarti un viaggio su uno di questi convogli che si fermava proprio ad ogni stazione, anche la più improbabile, una di quelle carrozze che sembrava dovesse aspettare qualcuno che scendeva di casa, una


specie di treno-taxi a chiamata, così gli sembrò mentre si fermava, stanco e affaticato, ad ogni stazione. Mentre era fermo, dei ragazzi si erano avvicinati al finestrino, come se quello fosse stato un gioco con cui divertirsi, e gli avevano chiesto se per caso avesse un accendino: lui, non essendo sicuro che potessero udire la risposta perchè il finestrino era chiuso, fece un mezzo sorriso insieme ad un cenno col capo in segno di no, mentre pensava tra sè che, anche ad avercelo avuto, un accendino, quelli poi come facevano a restituirglielo? Uno di quei treni lenti, che sembravano usciti dalla rivoluzione industriale, messi a posto - peraltro nemmeno così bene - da chissà quale strampalato macchinista, visto che erano perennemente in ritardo, ma tu lo sai già e non devi avere fretta quando ci sali sopra, non lo devi prendere per andare a lavorare o per recarti a un appuntamento. Lo devi prendere senza avere un orario, una scadenza precisa, e mentre ci sei dentro, esattamente come gli stava capitando in quel momento, devi metterti lì a pensare, è un po' come quella vecchia canzone di Finardi, solo che devi sostituire la radio con il viaggio, in uno di questi mezzi che sembrano ferrivecchi a vapore. Mentre era assorto in questi pensieri, osservava cose che non erano visibili da nessun’ altra prospettiva; in quella sua posizione seduto accanto al vetro, gli occhi sul finestrino


filmavano il paesaggio. Poi uno stacco della cinepresa e uno zoom veloce sugli altri passeggeri, distratti, annoiati, qualcuno cercava improbabili discorsi con il suo vicino di posto: ma perchè invece di chiacchierare non guardavano fuori? La campagna fiammava giallo oro e a tratti verde, violentata da alberi dalle forme strane e da piccoli e sporadici corsi d’acqua che sembravano scarabocchi di colore blu disegnati da un bambino. Piccoli ruscelli dalle traiettorie maleducate e irriverenti che finivano in minuscole cascate deliziose, forse non censite nemmeno dal ministero dell'orografia: esisterà mai un organismo del genere? E poi le costruzioni: certe masserie scarrupate e irregolari, che, da quella vista, acquistavano una prospettiva nuova e originale, case disegnate da architetti improvvisati ed estemporanei, senza alcun rispetto urbanistico nè della natura circostante, eppure così ben inserite nel paesaggio da risultarne parte essenziale, che se non ci fossero state, la natura circostante non avrebbe avuto il suo giusto soprammobile. Ma come si faceva ad arrivare in queste case? A guardarci bene, non sembrava esserci alcuna strada di accesso, possibile che ci si poteva arrivare solo a piedi, allo stesso modo nel quale in alcune insenature marine ci puoi arrivare solo con una imbarcazione?


Insomma un paesaggio così insolito e affascinante che potrebbe essere benissimo lo sfondo di un desktop. Certi paesaggi che non troveresti mai da nessuna parte, che non potresti vedere se viaggiassi in autostrada e nemmeno da un aereo, panorami così belli e struggenti che ti viene spontaneo immaginarli dentro una copertina di una rivista turistica. Bell’Italia. O qualcosa del genere. Poi accadeva sempre qualcosa: mentre eri sommerso da una distesa di verde e oro, colori così vividi che la maglia del Brasile al confronto sfigurerebbe, a un certo punto il convoglio, ma proprio tutto, dalla prima all’ultima carrozza, sembrava come sospeso su un ponticello sottilissimo giusto la sua larghezza con sotto un fiumiciattolo, che chiunque si chiederebbe: ma adesso questo ponticello reggerà? Per fortuna reggeva sempre e dopo un po’ di rumori strani, ecco riprendere la più tranquillizzante distesa di campagna con tutte quelle case, quegli alberi dalle forme imprecise, stravaganti e quegli scarabocchi blu disegnate dai bambini. A un certo punto una strada si intersecava con la ferrovia, una sbarra a righe diagonali bianche e rosse impediva il passaggio a qualche automobile, dentro si vedevano delle facce miste a scocciatura e meraviglia che forse si chiedevano: ma come fanno questi a prendere dei mezzi di trasporto così? Invece la domanda è un’altra: ma come fate voi a


perdervi scenari come questi, ma voi un treno così l’avete preso mai? Poi, di nuovo, una stazioncina, piccola, non sembrava nemmeno una stazione, ma c’era un cartello azzurro con il nome scritto dentro in bianco, allora capivi che era proprio vera, ammazza, ma se c'erano appena due case intorno! Pochi passeggeri scendevano, pochi salivano, il treno allora sbuffava, anche lui sembrava dire: ma che mi avete fatto fermare a fare qui? Il capotreno fischiava, sembrava l’arbitro che dava l'ok per il calcio d’inizio, allora il mulo ansimava una volta ancora, si rimetteva stancamente in cammino, la campagna riprendeva a muoversi, si ripartiva. I tratti più brutti erano quelli che scorrevano parallelamente alle autostrade, a quel punto il paesaggio perdeva tutta l’originalità che aveva prima per diventare tremendamente uguale a se stesso, niente più distese, niente più disegni di bambini, tutto somigliava a se stesso e diveniva ripetitivo, costante. Veniva il sonno così. Quando guidi una macchina non devi guardarti intorno, non c’è nessun passaggio da ammirare, non devi avere distrazioni. Ecco perchè le autostrade sono l’unico luogo in cui non si vedono cartelloni o insegne pubblicitarie: sarebbero motivo di distrazione per gli automobilisti. Ma un treno no, non può percorrere un paesaggio sempre uguale, deve snodarsi dove non ci sono le autostrade,


deve invadere contesti diversi e nuovi, il passeggero deve distrarsi, deve essere incuriosito da tutto quello che c’è intorno, deve scoprire queste scene inedite, che nemmeno un pittore le avrà dipinte mai; i binari delle ferrovie non dovrebbero mai correre di fianco alle autostrade, devono lasciar correre gli occhi, far perdere gli sguardi, niente linee dritte bianche e ripetitive sopra uno sfondo grigio scuro. Solo costruzioni che si alternano a distese di verde o di blu, ruscelli che sembrano disegnati, ponti sospesi nel nulla e gallerie che quando finiscono si riapre il cuore a guardare fuori dal finestrino. In treni così non devi fare l’errore di viaggiare di notte; la cuccetta lasciamola agli Eurostar, ma questi treni della rivoluzione industriale devi prenderli di giorno, se no, veramente, non avrebbero senso. Guardare, e lasciarsi trasportare dai pensieri. Un modo come un altro per rimanere in compagnia della persona che spesso lasciamo più sola di tutti: noi stessi.


Uno <<Scusi, arrivano i due caffè?>> La domanda fu pronunciata dal signore seduto al tavolo in fondo in tono chiaro e perentorio, in maniera da superare il volume della musica ed il brusìo di fondo del locale, ma non colse in alcun modo di sorpresa Alessandro che, con un cenno di intesa del capo, fece capire al cliente che la domanda era giunta a segno e che sarebbe stata evasa in pochi secondi. Infatti passò pochissimo tempo e Alessandro - o almeno questo era il nome sulla targhetta bene in evidenza sulla divisa bianco-blu che indossava - col vassoio tenuto abilmente sul palmo di una mano, arrivò veloce facendosi spazio tra la folla e porgendo i due caffè alla coppia seduta al tavolino in fondo, facendo attenzione a sistemare le tazzine con il manico rivolto verso destra, dando per scontato una cosa che fanno tutti i baristi del mondo: che dall’altra parte non ci sia un mancino. Il barman si curò di porre dalla parte della ragazza il caffè macchiato con schiuma di latte, mentre dalla parte del signore un caffè nero corto, e mentre eseguiva queste meticolose operazioni, accompagnava il movimento con piccoli e impercettibili segni del capo, quasi a sottolineare i ringraziamenti d'uopo che provenivano dai due clienti. Quando entrava in contatto con una coppia seduta a un tavolino si


rivolgeva quasi esclusivamente alla persona di sesso maschile, come se guardare la donna significasse quasi mancare di rispetto al partner seduto a fianco. Anche in quella circostanza, pertanto, nel porgere le ordinazioni, omise completamente di alzare lo sguardo, sistemò lo scontrino sotto il bicchiere e salutò di fretta entrambi: il locale era pieno e non voleva far mancare la sua assistenza ad altri clienti che attendevano che il loro ordine fosse evaso. La ragazza lo aveva osservato, e per un istante aveva avuto un piccolo sussulto, poi la sua attenzione si era soffermata sulla targhetta con quel nome, forse era un nome che le ricordava qualcuno, ma nulla di tutto ciò diede a vedere al suo partner, che le sorrideva con una cortesia ed una premura tipiche di una situazione che contraddistingue uno dei primi appuntamenti. È diversa la confidenza tra due persone quando escono ancora da poco tempo. Innanzitutto lo spazio tra i due è sempre ben delimitato, non c’è invasione dell’uno verso l'altra, e poi la velocità delle azioni è assolutamente sotto controllo: difficile vedere due persone che si conoscono ancora poco, fare movimenti veloci, ogni gesto è calcolato, poco spontaneo, molto lento e ragionato. Sembrano due astronauti in una navicella spaziale che, a causa della assenza di gravità, compiono movimenti rallentati da una forza superiore. Anche operazioni che normalmente si


effettuano istintivamente, senza pensare, sono meditate e studiate per dare meno enfasi possibile; mettere lo zucchero nella tazzina del caffè, ad esempio, è un gesto che una persona che ancora non ha confidenza con l’altra, compie con un'attenzione esagerata, per evitare di dare l'impressione di scompostezza, di approssimazione e, in ultima analisi, per evitare di fare una brutta figura rovesciandolo sul tavolino. A fine giornata il cameriere ultimò le sue faccende alla cassa prima di togliersi di dosso la divisa e salutare tutti, per ultimo il proprietario, il quale, un attimo prima che imboccasse l'uscita, lo fermò: <<Alessandro, aspetta, c'è un messaggio per te>> e gli consegnò un foglietto piegato ricavato da un fazzoletto di carta sistemato sui tavolini. Alessandro lo guardò con aria interrogativa, toccandosi il petto con il dito indice. <<Sì, per te, l'ha lasciato una ragazza chiedendomi di dartelo. Sei tu Alessandro, no?>> <<Io? Ah si, certo... grazie>>. Intascò incuriosito il bigliettino e salutò.

SENZA OCCHI  

Portava dentrodi sè unsegreto incomprensibile, una vita spesa alla ricerca della verità, celata nel fondo della sua anima.