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lempi! Se pensale a Michael Jardanè sala perché non avele mai visla in azione Earl Manigaull. della .Ia capra.:un uomo che sui campi di cemenla di Harlemfaceva case che vai umani ... non avele mai palula vedere! Eccola sua slaria. nni fa un giornalista chiese a un Kareem Abdul- Jabbar a fine carriera chi fosse in assoluto il miglior giocatore contro cui avesse mai giocato, da compagno o da avversario. Il leggendario centro di Los Angeles, dopo un lungo silenzio, rispose: "Avrebbe dovuto essere Earl 'The Goat' Manigault". Perché avrebbe dovuto? E chi è Earl Manigault? Il miglior giocatore che NON sia mai esistito.

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TESTO OR VIDE CERRUTO - SRGOMR

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Se New York è la città del basket, Harlem ne rappresenta la quintessenza. E non parliamo di NBA, che di questo sport è la forma aulica e ricercata, ma di playground, la sua espressione più pura e selvaggia. Pensateci bene: se ogni gesto all'interno del Madison Square Garden è passato ai raggi X dai notiziari della ESPN, le imprese sugli asfalti dei playground sopravvivono solo per gli aneddoti mitici che i giocatori si tramandano di campo in campo. Ma la forza evocativa dei racconti può essere più potente di qualunque filmato con telecronaca, come ben sa chi conosce la storia di Earl Manigault. 182 cm di pura dinamite, Earl era l'unico uomo che poteva andare in giro per Harlem senza un cent e avere tutto quello che voleva. Come faceva? Grazie alla straordinaria combinazione di due attributi: era un uomo della strada e sapeva giocare a basket meglio di chiunque, anche dei professionisti della NBA. Molto più di un giocatore, Earl è stato un artista del cesto, un esteta della schiacciata, uno che lasciava a mascella spalancata anche gli allenatori più navigati. Chi lo ha visto giocare ne parla con una strana luce negli occhi, come se avesse visto Michelangelo mentre affresca la Cappella Sistina. Una di queste leggende narra che il 4 luglio 1966 Earl, durante una partita nel Queens, avesse completamente scavalcato con un solo salto due avversari e, al culmine della fase ascensionale, avesse riguadagnato in volo altri 30 cm con una frustata di reni finale. Pronti per il colpo di grazia? I due "saltati" erano Connie Hawkins e Lew Alcindor, 218 cm che qualche


Don Cheadle

anno dopo avrebbero fatto grandi Milwaukee, i Lakers e tutta l'NBA col nome di Kareem AbdulJabbar. Ancora oggi Kareem, rievocando quell'episodio che non dimenticherà mai, lo descrive come "ben oltre i confini della realtà".

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L'ALIENO CADUTO SULLA TERRA

IL RE È MORTO, EVVIVA IL RE

Ma chi era questo oscuro personaggio dalle doti fisiche disumane e con un buffo nickname: The Goat (la capra)? In potenza Earl Manigault era un altro Michael Jordan, in atto è uno che non ce l'ha fatta. La sua non è una storia a lieto fine, è una parabola esemplare di occasioni sprecate e promesse mai mantenute, una lezione che in America i padri raccontano ai figli come monito e insegnamento di vita. Earl nasce nel 1944 a Charleston, nono figlio di una famiglia afroamericana poverissima, che lo abbandona quasi subito al suo destino. Viene preso in adozione da Mary Manigault, che lo introduce ad Harlem, il cuore della comunità nera USA. Earl è un bambino taciturno, introverso, e la sua mansuetudine gli vale il curioso soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita. A 8 anni viene a contatto col pallone da basket, e tra i due l'elettricità è immediata, quasi visibile. Earl e la sua mostruosa elevazione sono un'anomalia delle leggi fisiche: a 13 anni (alto 165 cm) schiaccia con due palloni da pallavolo, a 15 va in giro per strada coi pesi attaccati alle caviglie per potenziare la capacità di salto, a 17 recupera monetine sulla parte alta del tabellone. La sua elevazione da fermo supera i 130 cm, si dice che al culmine dello splendore Goat fosse in grado di effettuare rotazioni in aria di 720° (due giri su se stesso) prima di schiacciare davanti agli occhi di avversari allucinati. Ci sono testimoni che hanno visto Goat mettere a segno 36 schiacciate all'indietro consecutive per vincere una scommessa di un centinaio di dollari. La sua simbiosi con palla e canestro era tale che gli permetteva di sperimentare cose che gli altri non erano in grado neanche di immaginare. Fu l'inventore di nuove schiacciate, tra cui la 'double dunk' (la doppia schiacciata), magia riservata a pochi: consiste nello schiacciare il pallone nel canestro con una mano, riprenderlo con l'altra mano e schiacciarlo nuovamente nel cesto. Tutto questo mentre si "cammina nell'aria" a 3 metri da terra. Ma Goat non era solo un funambolo: veloce come un ghepardo e aggraziato come una gazzella, era un tiratore micidiale, capace di infilare

sequenze

infinite di bombe

da 3 punti. Come è possibile che uno così non abbia mai sfondato? Colpa della totale mancanza di disciplina.

Lo strapotere di Manigault è durato un decennio dai 12 ai 22 anni d'età e poi, dopo una pessima esperienza nei college (nonostante le 75 borse di studio offerte da altrettante università americane), è iniziata la precoce fase calante, segnata da alcol e droghe che gli hanno inquinato cuore, fisico e cervello. Una spirale autodistruttiva che ha tolto a Earl ogni chance di brillante carriera che tutti si aspettavano da lui e che lo ha fatto sprofondare in galera per spaccio e furto. Proprio in carcere, leggendo un libro sulle proprie gesta di cui non sapeva l'esistenza, Goat sconfigge i propri demoni e affronta un percorso di redenzione. Ci riprova seriamente anche con il basket pro ma è troppo tardi: nel '71 viene chiamato per una settimana di prova con gli Utah Stars della lega ABA, ma Goat, ormai bruciato, non è in gra-

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do di saltare e giocare come un tempo. Messi da parte i sogni

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di gloria, con molta umiltà

Earlcercadicombinare t qualcosa di buono per gli altri: dapprima diventa

custode di un playground che poi prenderà . d , . il suo

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i bambini lontani dalla droga e si trasforma in allenatore, proprio lui che aveva sempre giocato senza imposizioni dentro e fuori dal campo. Nel corso degli anni la sua leggenda cresce, arricchita dai ricordi di campioni e gente comune e amplificata dai giornalisti che spesso si recano a intervistarlo. Finché il 15 maggio 1998, lo stesso giorno in cui morì Frank Sinatra, anche il cuore stanco e malato del re di Harlem cessa di battere per sempre. Verrà ricordato come l'uomo che volle sedersi sul canestro e non ci riuscì solo per pochi, maledetti centimetri. n:

"PER OGNI AflCHAEL JORDAN, C'È UN EARL AfANIGAULT. NON POSSIAMO FARCELA TUTTI. QUALCUNODEVE FALLIRE. lo

SONO qUEL qUALCUNO..."


THE GOAT - GROOVE