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D. Castrizio, Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari), in Atti del XV Convegno Internazionale di Studi su “L’Africa Romana”: Ai confini dell’impero: contatti, scambi, conflitti, Tozeur 11-15 dicembre 2002 (a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara), Roma 2004, pp. 741755.

Daniele Castrizio Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari) •

Le coniazioni vandale Il sistema monetario dei Vandali1 si basa su coniazioni in argento ed in rame. L’uso della moneta aurea2, attestato da documenti scritti oltre che dai rinvenimenti monetali, non prevedeva la sua coniazione da parte delle zecche regie3. Come le coniazioni degli Ostrogoti in Italia4, la monetazione dei Vandali è in parte “regale” ed in parte “municipale”, con un’imponente emissione di piccole monete di rame locali e non ufficiali5.

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Sui Vandali vedi E. STEIN, Histoire du Bas-Empire, I: De l’état romain à l’létat byzantin (284-476), Paris-Bruges 1959; L. SCHMIDT, Geschichte der Wandalen, München 1942; C. COURTOIS, Les Vandales et l’Afrique, Alger-Paris 1955; H.-J. DIESNER, Der Untergang der römischen Herrschaft in Nordafrika, Weimar 1964; M.F. CLOVER, Carthage and the Vandals, in Excavations at Carthage 1978, conducted by University of Michigan, VIII ( a cura di J.H. HUMPHREY) Ann Arbor 1982, pp. 1-22. Una buona raccolta delle fonti letterarie ed epigrafiche in N. FRANCOVICH ONESTI, I Vandali, Roma 2002. 2 Sulla circolazione di moneta aurea rimandiamo al lavoro di sintesi, con ampia bibliografia precedente, di C. MORRISSON, Caratteristiche ed uso della moneta protovandalica e vandalica, in Le invasioni barbariche nel meridione dell’impero: Visigoti, Vandali, Ostrogoti, Atti del Convegno svoltosi alla Casa delle Culture di Cosenza dal 24 al 26 luglio 1998 (a cura di P. DELOGU), Soveria Mannelli 2001 pp. 160-161. 3 Cfr. MORRISSON, Caratteristiche, cit., p. 160. Come nota la studiosa, l’unica eccezione sembra rappresentata da un tremissis di imitazione del Museo del Bardo di Tunisi, a nome di Onorio, per cui rimandiamo a C. MORRISSON, Les origines du monnayage vandale, in Actes du VIIIe Congrés International de Numismatique. New York-Washington 1973 (a cura di G. LE RIDER, H. CAHN), Paris-Bâle 1976, pp. 459472. 4 Sulle coniazioni ostrogote in Italia rimandiamo a GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit., pp. 24-38, e le tavole corrispondenti. 5 Per la monetazione dei Vandali rimandiamo a PH. GRIERSON, M. BLACKBOURN, Medieval European Coinage. I. The Early Middle Ages, Cambridge 1986, pp. 17-23 e le tavole attinenti. Per le serie pseudo-imperiali vedi J.P.C. KENT, The Roman Imperial Coinage, X, 395-491, London 1994, pp. 232-235. Un ricco repertorio degli


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La serie delle monete regali comincia sotto il re Gunthamundo e finisce con le emissioni dell’ultimo sovrano, Gelimero. Ogni re conia una serie completa di nominali, dalla moneta da 50 denari alla piccola moneta di rame da un denaro6. La moneta da 100 denari risulta essere battuta solo a nome del re Gunthamundo. L’argento regale dei vandali, al di là della percentuale dei metalli che ne compongono la lega, si presenta omogeneo dal punto di vista ponderale, con un peso di 2 grammi circa per la moneta da 100 denari, di un grammo circa per la moneta da 50 denari e di mezzo grammo per la moneta da 25 denari7. La moneta di rame, secondo la nostra proposta dal valore di un denaro, pesa invece circa un grammo. Uno dei problemi della monetazione vandala riguarda il cinquantennio che separa l’arrivo di Genserico in Africa dall’emissione delle prime siliquae per opera del re Gunthamundo. Numerosi autori, da W. Wroth8 in poi, hanno tentato di colmare questa lacuna ipotizzando in questo periodo la coniazione delle siliquae in argento in nome dell’imperatore Onorio. Come sottolinea la Morrisson9, invece, non bisogna considerare l’esperienza vandala avulsa rispetto a quella degli altri regni romano-barbarici. I Visigoti e gli Svevi esemplari vandali, ma con attribuzioni e commento non sempre condividibile, in W. HAHN, Moneta Imperii Byzantini. I. Von Anastasis I bis Iustinianus I (491-565), Wien, Akademie der Wissenschaften, 1973; IDEM, Moneta Imperii Byzantini. II. Von Iustinus II bis Phocas (565-610), Wien, 1975; IDEM, Moneta Imperii Byzantini. III. Von Heraclius bis Leo III Alleinregierung (610-720), Wien, 1981. Per la catalogazione degli esemplari appare non più utilizzabile W. WROTH, Catalogue of the Coins of the Vandals, Ostrogoths and Lombards in the British Museum, London 1911. 6 Per la nostra interpretazione delle monete in rame, a nome di Gunthamundo, con abbreviazione D al rovescio, come denarii vedi infra. L’interpretazione tradizionale vede nella moneta in questione un nummus. In questa sede, notiamo soltanto che, se seguissimo GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit., p. 19, secondo cui l’abbreviazione DN sulle monete da 50 denarii sarebbe stata interpretata dai contemporanei solo come “500 nummi”, la piccola monetina di rame varrebbe, anch’essa, cinquecento nummi, cosa che ci sembra impossibile. 7 Cfr. l’ottima tabella riepilogativa di MORRISSON, Caratteristiche, cit., p. 153. I pesi relativi proposti dalla studiosa sono stati da noi sostituiti da conteggi personali, che hanno offerto risultati relativamente difformi. 8 Cfr. WROTH, op. cit. 9 Cfr. C. MORRISSON, Les origines, cit.; EADEM, Caratteristiche, cit., p. 156.

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iniziarono a coniare soltanto dal 580, i Franchi dal 534 e i Burgundi dal 47310. Certamente un problema a parte invece è costituito dall’inizio delle emissioni di imitazioni vandale. A nostro avviso, sembra plausibile, come è stato proposto11, che le prime emissioni di moneta in argento siano delle coniazioni di siliquae e di mezze siliquae realizzate a nome dell’imperatore Onorio. Si tratta di monete d’argento, definite “pseudo-imperiali” nella catalogazione Grierson-Blackbourn12, tagliate sulla siliqua del peso di g 1,7, e realizzate quindi in conformità con le altre emissioni nell’ambito dell’Impero romano d’Oriente e dei nuovi regni romano-barbarici. La moneta che convenzionalmente definiamo municipale13 è stata battuta, invece, in quattro nominali di rame, marcati con segni di valore. Abbiamo, così, la moneta da XLII nummi, quella da XXI, quella da XII e quella da IIII: valori che sembrano peculiari dell’Africa vandalica e particolarmente “scomodi” nell’utilizzo pratico, sia nell’ambito di un sistema metrico a base decimale che in uno a base duodecimale. Per quanto riguarda il peso, la monetazione vandala è stata divisa in due classi14. La Classe I risulta coniata con i seguenti pesi: 12-10 grammi per il nominale da XLII nummi; 10-9 grammi per la moneta da XXI nummi; 5-4 grammi per il divisionale da XII nummi. Nell’ambito della Classe II, il nominale di rame da XLII nummi ha un peso di 9-8 grammi, quello da XXI nummi un peso di 8-6 grammi, quello da XII nummi un peso di 5-4 grammi, mentre la moneta da IIII nummi ha un peso di circa 1/1,5 grammi. Non deve sorprendere l’incoerenza apparente dei pesi relativi delle monete di rame nell’ambito di ogni classe15. Si tratta pur sempre di

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Cfr. S. SUCHODOLSKI, Les débuts du monnayage dans les royaumes barbares, in Mélanges d’archéologie et d’histoire offerts à J. Lafaurie, Paris 1980, pp. 249-256. 11 Cfr. GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit., p. 20, con bibliografia precedente. 12 Ibidem. 13 Ibidem, p. 21. 14 Ibidem. 15 Cfr. C. MORRISSON, Nummi byzantins et barbares du VIe siècle, in Kharaktèr. Aphierôma stè Manto Oikonomidou (Mélanges Mando Oeconomides), Atene 1996 (1997), pp. 187-193. Analisi effettuate, C.E. KING, D.M. METCALF, J.P. NORTHOVER, Copper-based alloys of the fifth century. A comparison of Carthage under Vandalic rule, with other mints, «RN» VIe série, 34, 1992, pp. 54-76, hanno mostrato diverse

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coniazioni effettuate “al marco”, che tuttavia sembrano rispettare, a nostro avviso e sia pure in modo grossolano, un nummo teorico di circa grammi 0,30/0,3516. I problemi della monetazione vandala sono ulteriormente complicati dalla presenza di monete dei primi secoli dell’Impero romano, contromarcate nel V secolo17. In questo momento si conoscono circa 150 esemplari di simili monete18, che sembrano fare parte, secondo gli studiosi, della monetazione nazionale dell’Italia degli Ostrogoti e che certamente hanno avuto un uso anche nell’Africa dei Vandali. Si tratta di sesterzi ed assi, soprattutto dell’epoca flavia, su cui è stato inciso un marchio di valore, LXXXIII o XLII, che non è una contromarca nel senso usuale del termine, ma è piuttosto una incisione alquanto accurata. È interessante notare come, quasi per non commettere un reato di lesa maestà, il numero è stato collocato a destra o a sinistra del busto imperiale, sempre sul diritto della moneta. Il segno LXIII si trova solo su sesterzi, dei quali se ne conoscono circa 619. Il segno XLII, invece, è presente su assi e dupondii, i quali ultimi hanno in pratica lo stesso diametro degli assi. Questo segno è presente sporadicamente anche sui sesterzi, ma solo quando si tratta di monete di modulo molto ridotto o che sono state ridotte meccanicamente di diametro. È ancora aperto il dibattito sull’individuazione dell’area di realizzazione del fenomeno delle “contromarche”. Alcuni studiosi20 credono che tali bronzi siano stati contromarcati in Africa, anche se soltanto cinque esemplari sono conosciuti leghe di metallo tra le emissioni con la tipologia della personificazione di Cartagine, quelle con il guerriero e i N IIII. 16 Come spesso accade quando si ha a che fare con la monetazione in rame, siamo convinti che il peso teorico del nominale ci venga restituito dalle monete più pesanti di ciascuna serie, piuttosto che da una astratta media ponderale degli esemplari superstiti, che ci sembra, in verità, una comoda “invenzione” della scienza moderna. 17 Per queste riconiazioni rimandiamo a GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit., pp. 28-31 (i due Autori ne discutono all’interno del capitolo dedicato alle coniazioni ostrogote). Lo studio più approfondito della questione in C. MORRISSON, The re-use of obsolete coins: the case of Roman Imperial bronzes revived in the late fifth century, in Studies in Numismatic Method presented to Philip Grierson, Cambridge 1983, pp. 95-111. 18 Cfr. GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit., p. 28. 19 Ibidem, p. 29. 20 Cfr. MORRISSON, The re-use, cit., sulla scorta di J. Friedländer, Die Münzen der Vandalen, Leipzig 1849 e di WROTH, op. cit.

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provenienti dall’attuale Tunisia21. Gioca a favore di questa teoria anche la considerazione epigrafica della resa della lettera L e non può essere tralasciata neppure la considerazione che il diametro ed il peso degli esemplari riconiati sono molto simili a quello delle monete da XLII nummi delle serie municipali vandale22. •

I rinvenimenti di moneta vandala La circolazione dell’oro nell’Africa vandalica è stata studiata da C. Morrisson nel 198723. I risultati di questo studio sono stati confermati da quelli seguenti24, che hanno dimostrato che circa due terzi dei rinvenimenti di moneta aurea sono costituiti da coniazioni di zecche imperiali orientali. È stata anche notata la distribuzione essenzialmente costiera delle moneta d’oro. Un’ulteriore considerazione della Morrisson e che il materiale numismatico “conferma in ogni caso che i Vandali hanno totalmente rispettato il monopolio imperiale e non hanno coniato l’oro” 25. Lo studio delle percentuali di presenza di moneta aurea ha mostrato come nel V secolo sia maggiore l’afflusso di moneta, malgrado l’arrivo dei Vandali, anzi, seguendo la tesi del Wickham26, proprio a causa di questo. La Morrisson nota che anche nell’Africa vandala viene rispettato “l’arricchimento monetario del basso impero”, seguendo la celebre espressione di J.P. Callu27. Tra i tanti temi interessanti emersi dallo studio della circolazione della moneta aurea è anche da segnalare il ruolo trascurabile esercitato dalle frazioni del solido, che altrove, nell’area di massima estensione dell’ex

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Come notato da GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit., p. 29. Ibidem. 23 Cfr. C. MORRISSON, La circulation de la monnaie d’or en Afrique à l’epoque vandale. Bilan de trouvailles locales, in Mélanges offerts a Pierre Bastien, Wetteren 1987, pp. 325-344. 24 Bibliografia in MORRISSON, Caratteristiche, cit., pp. 160-161. 25 Ibidem, p. 160. 26 C. WICKHAM, Marx, Sherlock Holmes and Late Roman Commerce, «JRS» 78, 1988, pp. 183-193. 27 Cfr. J.-P. CALLU, La politique monétaire des empereurs romains de 238 à 311, Paris 1969 ; IDEM, Analyses métalliques et inflation : l’Orient romain de 295 à 361/368, in Hommes et richèsses dans l’Empire byzantin, I, IVe-VIIe siècles, Paris 1989, pp. 223-233. 22

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impero, avevano avuto una grande importanza economica. C. Morrisson28 ipotizza che la monetazione d’argento abbia svolto nella regione il ruolo di moneta sussidiaria nei confronti della valuta aurea. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spiegano come mai la moneta d’argento vandalica ha circolato solo all’interno del regno, mentre nessun esemplare argenteo dei re vandali è stato rinvenuto fuori dell’Africa29. Eppure, la frequenza dei rinvenimenti di coniazioni d’argento negli scavi di Cartagine e i dati che provengono da varie parti del regno vandalico, sembrano confermare che tali emissioni siano state battute con una relativa abbondanza. Di più, in questi ultimi tempi, è stato rivalutato il ruolo delle piccole frazioni d’argento, pesanti da grammi 0,5 a grammi 0,2, che sembrano essere state il perno della redistribuzione della ricchezza all’interno del regno vandalo30. Per quanto riguarda la circolazione del bronzo, gli studi effettuati hanno dimostrato un che esso ha ampiamente circolato sia all’interno del regno vandalo che nel resto delle province imperiali31. Questa considerazione vale soprattutto per i nummi, rinvenuti in un numero elevatissimo. Secondo i dati di scavo sembra che i nummi più rappresentati siano i “protovandalici”, caratterizzati dalla tipologia del rovescio con croce dentro corona, le “vittorie” di Thrasamundo e le altre imitazioni. Il confronto con la monetazione aurea mostra una diffusione della valuta di bronzo più estesa verso l’interno del continente, mentre è difficile trovare monete d’oro oltre un raggio di 30 chilometri dalla costa32. Un capitolo interessante è costituito dalla circolazione dei piccoli bronzi vandalici fuori dall’Africa. Seguendo gli studi già effettuati, sembra che le zone interessate siano essenzialmente tre: l’area siro/palestinese, la Grecia meridionale e l’Italia centrale. Le percentuali, in ogni caso, sembrano attestarsi su valori molto bassi, soprattutto nel Medio Oriente e nella Grecia, dove gli scavi dell’agorà di Atene mostrano la presenza di monete vandale su valori che si attestano intorno al 4%33.

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MORRISSON, Caratteristiche, cit., p. 161. Ibidem. 30 Ibidem. 31 Un’agile raccolta dei rinvenimenti in MORRISSON, Caratteristiche, cit., p. 161. 32 Ibidem, p. 162. 33 Ibidem, pp. 168-170. 29

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Diversa sembra essere la situazione in Italia, dove le percentuali di monete africane risalgono alquanto. Il dato interessante è che tali monete si rinvengono dal Nord al sud della penisola: da Aosta e da Como, da Aquileia e da Ravenna, da Roma e dalla Campania. In questa ultima regione sembra che la percentuale sia maggiore. Contrasta con questi dati ciò che emerge dalla Calabria e dalla Sicilia, dove le percentuali sembrano tornare ai livelli che abbiamo notato per la Grecia. Ma, come già stato segnalato, le monete vandali potrebbero essere meno frequenti o “meno bene attestate” in queste regioni meridionali. Rinvenimenti ancora inediti di scavi archeologici nell’area dello Stretto sembrano dimostrare, invece, che il dato è falsato dalla carenza di studi numismatici specifici34. Il dato concernente la diffusione di moneta africana nella Sicilia e nella Calabria meridionale contrasta, in ogni caso, con l’abbondanza di moneta proveniente dall’Esarcato romeo d’Africa, che si registra tra la seconda metà del sesto e la prima metà del VII secolo35. Molti dati, invece, sembrano confermare una continuità di circolazione in Africa delle monete di rame vandale, che sembrano inserirsi come divisionali al seguito dei posteriori folles cartaginesi. Non si può che concordare con la Morrisson quando afferma che “la semplice produzione di questi nummi è segno della vitalità degli scambi 34

Grazie alla cortesia della dott.ssa A. Carbé abbiamo appreso che da scavi a Messina e provincia sono emersi alcuni nominali di provenienza vandala, dei quali attendiamo la pubblicazione. Da scavi della locale Soprintendenza effettuati a Milazzo, e.g., è stata rinvenuta una moneta da 4 nummi Busto del sovrano/N IIII. Nella spiaggia di Calamizzi a Reggio è stato recentemente rinvenuto un nummo con palma, ora nella Fondazione Piccolo Museo S. Paolo di Reggio. 35 Per i dati calabresi, cfr. G. GUZZETTA, Per la Calabria bizantina: primo censimento dei dati numismatici, in Calabria Bizantina (Istituzioni civili e topografia storica), Reggio Calabria 1986, tavv. 1, 2, 3; per i dati dello Stretto, si veda D. CASTRIZIO, Monete Bizantine, in Roma e Bisanzio, Normanni e Spagnoli. Monete a Messina nella Collezione B. Baldanza (a cura di M. Caccamo Caltabiano), Messina 1994, pp. 29-51. Per le monete bizantine siciliane vedi anche G. GUZZETTA, Appunti di circolazione monetaria nella Sicilia orientale bizantina, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà mediterranee, Galatina 1986, pp. 121 -133; D. CASTRIZIO, Circolazione monetaria bizantina nella Sicilia orientale, «Sicilia Archeologica» LXXVI-LXXVII, 1991, pp. 67-76, con i dati provenienti dalla ricca Collezione Alessi dell'omonimo Museo di Enna; IDEM, Monete bizantine nel Museo di Messina, in «Archivio Storico Messinese», LII, 1988, pp. 115-159.

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monetari nell’Africa vandalica mentre la loro diffusione fuori dell’Africa mostra che la conquista vandalica non ha isolato il regno dal grande commercio Mediterraneo”36. •

Il “sistema monetale” vandalico Nonostante i numerosi studi relativi, la monetazione vandalica non sembra avere ancora trovato una sistemazione complessiva. Gli studi precedenti, a nostro avviso, non sono riusciti finora a trovare la ratio relativa alla monetazione nel suo complesso ed alcuni punti cruciali non ci sembrano essere stati definiti in modo chiaro e del tutto persuasivo. In primo luogo non ci convince l’assimilazione dell’argento coniato vandalo al sistema della siliqua imperiale. Dopo le prime imitazioni di siliquae, che mantenevano il peso standard dell’argento imperiale, i re vandali sembrano avere scelto, deliberatamente, un itinerario ponderale che portava alla creazione di un’area di circolazione chiusa dell’argento del loro regno. Piuttosto, infatti, che spiegare il pezzo da cinquanta denari come una siliqua o una mezza siliqua, come sembrano accettare quasi tutti gli studiosi37, ci sembra più attendibile vedere proprio nella tariffazione in denari la chiara volontà di creare una nuova moneta, contrapposta alla siliqua imperiale. Questa nuova moneta sembra essere stata destinata solo alla circolazione interna del regno, con un ruolo totalmente simile a quello giocato, nel resto dell’Impero e nei regni romano-barbarici, dalle frazioni del solido aureo. La chiave di volta per riuscire a comprendere il sistema monetale vandalico ci pare essere la piccola moneta di rame inquadrata nell’ambito delle emissioni regali, che, nella prima coniazione a nome di Gunthamundo, appare tariffato con la lettera “D”. Ph. Grierson e M. Blackburn, rigettando le ipotesi precedentemente formulate, credono che la lettera “D” stia per 1/500 di libbra, indicando vari esempi coevi a suffragio della loro ipotesi38. Seguendo il ragionamento degli studiosi inglesi, avremmo che la stessa abbreviazione (DN o D) verrebbe ad assumere ben tre significati diversi: nelle monete d’argento da 100 e 25 denari il segno DN significherebbe 36

Cfr. MORRISSON, Caratteristiche, cit., p. 164. Una sintesi delle posizioni degli studiosi in MORRISSON, Caratteristiche, cit., pp. 153-155. 38 Cfr. GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit, p. 23. 37

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“denarii”; nella moneta da cinquanta denari indicherebbe il valore di “500” (sc. nummi); nella piccola moneta di rame, che sarebbe, secondo questa ricostruzione, identificabile nel nummo, “1/500” (sc. di libbra). L’ipotesi degli studiosi inglesi implica necessariamente che il nominale da cinquanta denari rappresenti la siliqua da 500 nummi, dal che si dovrebbe dedurre l’equivalenza, non altrimenti motivata, tra 1 denarius e 10 nummi. La siliqua di 500 nummi, cardine del sistema vandalico così ricostruito, dovrebbe spiegare anche la singolare tariffazione XLII presente sulle monete “municipali” di rame. Il segno di valore XLII si potrebbe spiegare, in questa prospettiva, come una frazione, alquanto arrotondata, della dodicesima parte della siliqua di 500 nummi39. Proseguendo sulla strada della teoria tracciata dal Grierson, M. Hendy ha affermato che i piccoli nominali da XII e IIII nummi costituirebbero frazioni esatte del solido da 12.000 nummi, oltre che servire a “compensare” alcune disfunzioni dovute all’arrotondamento per eccesso dei multipli da XLII e XXI nummi40. Dal canto nostro, il sistema così delineato appare eccessivamente complesso per essere funzionale. Accettando le varie ipotesi formulate, del resto, per noi non si capirebbe la motivazione di tariffare l’argento in denari ed il rame in nummi. L’equivalenza 1 denarius 10 nummi, semplice e facile ad usarsi, avrebbe, a nostro avviso, comportato una tariffazione generale in nummi, come del resto è avvenuto nel resto dell’impero e nei regni romanobarbarici. In un punto cruciale il sistema messo in piedi dagli studiosi inglesi non ci sembra concordare con la documentazione esistente. Ci riferiamo ad un testo cruciale, più volte messo al vaglio ed analizzato da storici e numismatici: si tratta di un contratto vergato nell’anno 494, facente parte delle notissime Tablettes Albertini41, nel quale uno schiavo giovinetto è venduto al prezzo di “un solido d’oro e 700 folles d’oro puro e di buon peso,

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Ibidem, 19. Cfr. PH. GRIERSON, The Tablettes Albertini and the Value of the Solidus in the Fifth and the Sixth Centuries AD, in «JRS» 49, 1959, pp. 73-80. 40 Cfr. M. HENDY, Studies in the Byzantine Monetary Economy, Cambridge 1986, pp. 482 ss. 41 C. COURTOIS ET ALII, Tablettes Albertini. Actes privés de l’époque vandale, Paris 1952.

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corrispondenti nel numero ad un semisse”42. Ph. Grierson, fidando esclusivamente nella propria identificazione del follis vandalico del testo con la moneta di rame tariffata XLII (nummi), scartò l’ipotesi sostenuta dal Courtois – che aveva semplicemente seguito il documento, considerando il solido del valore di due semissi da 700 folles l’uno, e quindi di 1.400 folles – credendo inverosimile la possibilità che 1.400 folles da 42 nummi l’uno potessero comprare un solidus aureo. Moltiplicando 42 per 1400, infatti, si sarebbe ottenuto il valore di 58.800 nummi per un solido, somma assolutamente inaccettabile se confrontata con le cifre attestate per l’epoca. Lo studioso inglese, inoltre, ha tentato di proporre una spiegazione – al cui riguardo la definizione “elegante ed ingegnosa” data da C. Morrisson ci sembra davvero azzeccata43 – che faceva perno sulla correzione del testo tradito, leggendo – o meglio interpretando – al posto di semis la parola semuncia. Il risultato di questa rilettura portava il Grierson al valore di 350 folles per un solido, cioè a (350 x 42) 14.700 nummi. La spiegazione, pure se attraente, non ha convinto completamente gli studiosi, tanto che J. Guey44 e C. Morrisson45 tornarono all’equivalenza 1 solidus = 1400 folles, insistendo sull’idea che il follis doveva essere essenzialmente una moneta di conto, del valore di alcuni nummi (5 o 8). Lo stesso Grierson sembra avere tenuto conto delle osservazioni mosse ed ha riconsiderato la propria ipotesi, talché, più recentemente, ha rinunciato ad insistere sull’ipotesi del semis/semuncia, appuntando invece la sua attenzione sulla località stessa del rinvenimento delle tavolette46. Seguendo la nuova ipotesi, il luogo del ritrovamento, oggi prossimo alla linea di confine tra Algeria e Tunisia, sarebbe stato nel V secolo un villaggio di frontiera tra il regno vandalico e l’Impero romano. Proprio per questo motivo, secondo lo studioso, le tavolette non potrebbero testimoniare in maniera reale il sistema di conto vandalico. Nella stessa occasione è stato ribadito con forza che il sistema monetale dei Vandali 42

Tablettes 217, II. 7-9 : «auri solidum unum et folles septingentos aureos obbrediacos ponderi plenos numero unum semis ». 43 Cfr. MORRISSON, Caratteristiche, cit., p. 152. 44 Cfr. J. GUEY, Ancore le solidus et le follis des Tablettes Albertini: 1400 folles (ou seulement 350?) au solidus ?, «Bulletin de la Societé Française de Numismatique» 20, 1965, pp. 455-456. 45 Cfr. MORRISSON, Les origines, cit., pp. 459-472. 46 Cfr. GRIERSON, BLACKBOURN, op. cit, p. 19.

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D. Castrizio, Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari), in Atti del XV Convegno Internazionale di Studi su “L’Africa Romana”: Ai confini dell’impero: contatti, scambi, conflitti, Tozeur 11-15 dicembre 2002 (a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara), Roma 2004, pp. 741755.

d’Africa si può ricostruire soltanto mediante l’analisi interna numismatica, considerando solo i marchi di valore presenti sulle monete. Per parte nostra, in questa nota preliminare cercheremo di ricostruire il sistema monetale vandalico accettando tutti i dati che ci provengono dalla documentazione numismatica e dalle altre fonti documentarie. Il punto essenziale ed innovativo della nostra proposta, che ci riserviamo di ampliare in altra sede, consiste nella constatazione del fatto, di per sé evidente, che la monetazione vandalica abbia una soluzione di continuità netta e radicale tra emissioni regali ed emissioni municipali. Proprio per questo motivo, rigettando le ipotesi di J.P. Callu e di Ph. Grierson, ci sembra che il marchio di valore “D” delle monetine di rame abbia lo stesso significato del segno “DN” sulle monete d’argento, talché ci appare chiaro come l’intera monetazione regale sia stata tariffata in denari. Al contrario delle emissioni a nome dei re, invece, le serie “municipali” appaiono sempre tariffate in nummi (vedi Tabella I). Tabella I Emissioni regali tariffate in denarii • • • •

C denarii AR L denarii AR XXV denarii AR 1 denarius AE

Emissioni “municipali” tariffate in nummi • • • • • • •

Sesterzi AE di epoca flavia con segno di valore LXXXIII nummi Dupondi ed assi AE di epoca flavia con segno di valore XLII nummi XLII nummi AE XXI nummi AE XII nummi AE IIII nummi AE 1 nummo AE

Ci chiediamo, allora, il perché di questa singolarità, che rende pressoché unica la monetazione vandalica. Quale deve essere stato il motivo pratico che ha spinto le autorità del regno a adottare due diverse monete di conto? A nostro avviso, la

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D. Castrizio, Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari), in Atti del XV Convegno Internazionale di Studi su “L’Africa Romana”: Ai confini dell’impero: contatti, scambi, conflitti, Tozeur 11-15 dicembre 2002 (a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara), Roma 2004, pp. 741-755.

risposta, per essere credibile, deve necessariamente essere semplice: pur nel silenzio delle fonti letterarie, il motivo per tariffare la monetazione d’argento in denari – coniando per giunta moneta d’argento ad un peso diverso rispetto al resto dell’Impero e nei restanti regni romano-barbarici – deve essere stato il fatto che l’argento doveva avere nell’Africa vandalica un prezzo diverso rispetto al resto del Mediterraneo imperiale. L’unico modo – ribadiamo: semplice e sperimentato47 – per evitare il drenaggio verso l’estero dell’argento dei Vandali dovette essere, quindi, quello di coniare dei nominali ad un peso diverso rispetto alle monete argentee dell’Impero e dei suoi successori. Non ritenendo sufficiente per distinguere le nuove monete dalle siliquae imperiali il diverso diametro ed il peso, l’autorità di governo credé opportuno marcare con forza il differente prezzo della moneta, apponendo dei segni di valore in denarii, ormai desueti nel resto dell’Impero e nei regni romano-barbarici. Si trattò, a nostro avviso, di una operazione che testimonia anche un deliberato ritorno all’uso antico, che bene ci sembra intonarsi ad un regno che ambiva ad essere completamente indipendente dal governo imperiale di Ravenna e Costantinopoli, ma sempre nel segno della tradizione. Come già notato supra, il sistema di creare una circolazione locale chiusa per l’argento vandalico ha, nei fatti, già ottenuto più di un riscontro positivo, dimostrando la riuscita dell’intento del governo dell’Africa. L’argento tariffato in denarii, espressione di una peculiare situazione economica propria del regno vandalo, pur penetrando nel territorio più in profondità e permeando la circolazione locale, non è stato esportato fuori dai confini, rimanendo strumento economico locale in grado di sostituire il semis aureo e di affiancare il solidus imperiale. Anche ammettendo l’esistenza di una doppia tariffazione, comunque, rimarrebbe sempre aperta la questione del cambio tra nummi e denari. Anche la soluzione di questo problema ci pare possa riscontrarsi all’interno della monetazione stessa, ove si consideri che le monete di rame tariffate “D” e quelle con marchio di valore “IIII” hanno pressoché lo stesso peso, dimostrando, a nostro avviso, che 1 denarius di conto doveva valere 4 nummi. Tale valore doveva essere tanto acclarato all’interno del regno che, dopo le prime emissioni con segno “D”, le restanti serie regali in rame non hanno tariffazione alcuna, potendo indifferentemente considerate come moneta da 1 denarius o da 4 nummi. Notiamo come, in completa analogia con quanto considerato supra a proposito della reintroduzione dei denarii, la tariffazione 4 nummi per 1 denarius non deve apparire sorprendente, giacché essa ripropone l’antico valore del sestertius da di ¼ 47

Senza volere scomodare esempi lontani nel tempo e nello spazio, basta guardare alla coeva esperienza egiziana.

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D. Castrizio, Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari), in Atti del XV Convegno Internazionale di Studi su “L’Africa Romana”: Ai confini dell’impero: contatti, scambi, conflitti, Tozeur 11-15 dicembre 2002 (a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara), Roma 2004, pp. 741-755.

di denario. Il ritorno all’antico, nella nostra ricostruzione, continua anche nel valore del follis, che in quanto “doppio denarius”, doveva valere quindi 8 nummi. Seguendo il ragionamento da noi suggerito, il follis si conferma quale moneta di conto del valore di 8 nummi, come già proposto da C. Morrisson , seguendo un percorso logico differente. Se la nostra ipotesi coglie nel segno, il sistema vandalico si baserebbe su un solido da 11.200 nummi, pari a 2.800 denari ed a 1.400 folles, riconfermando pienamente il dato offerto dal testo delle Tablettes Albertini (vedi Tabella II). Giunti a questo punto, ci piace rimarcare come il medesimo risultato si ottenga percorrendo anche una diversa ed indipendente linea di ricerca, che parta stavolta dal peso della moneta argentea e dalla ratio AV:AR attestata per l’epoca in Africa48. Eseguendo i calcoli relativi, infatti, si ottiene che per un solidus aureo nel Regno dei Vandali dovevano occorrere 28 monete da 100 denarii, pari ancora ai medesimi 2.800 denari. La ricostruzione del sistema monetale vandalico, osservata nel suo complesso, sembra attestare una tale lucidità e chiarezza di impianto – con monete per il mercato interno e serie concepite per il rapporto con l’estero, ma tutte facilmente scambiabili e convertibili tra loro – che difficilmente potrà essere stata realizzata per aggiunte successive, ma che appare essere il frutto di una riforma appositamente ideata e realizzata. Tabella II • • • •

Il sistema monetario vandalico 1 solidus = 28 monete da 100 denarii 1 follis (doppio denario) = 2 denarii = 8 nummi 1 denarius = 4 nummi (sesterzi) 1 solidus = 2.800 denarii = 1.400 folles = 11.200 nummi

La monetazione del limes Il nostro excursus, sia pur breve, non può non tenere conto della particolare tariffazione del AE “municipale” e del fenomeno delle contromarche di monete di epoca flavia con tariffe evidentemente correlate con il mondo vandalico. Se la moneta d’argento, come abbiamo tentato di dimostrare, era stata concepita come una valuta destinata essenzialmente al mercato interno dell’Africa vandalica, la situazione di paese esportatore di derrate alimentari e di terraglie in cui si veniva a 48

Cfr. M. HENDY, op. cit., pp. 482 ss.

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D. Castrizio, Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari), in Atti del XV Convegno Internazionale di Studi su “L’Africa Romana”: Ai confini dell’impero: contatti, scambi, conflitti, Tozeur 11-15 dicembre 2002 (a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara), Roma 2004, pp. 741-755.

trovare l’ex provincia romana dell’Africa Proconsolare non le permetteva il completo isolamento economico. Soprattutto nei confronti dell’Italia, verso cui era avviato, ab antiquo, il surplus della produzione africana, doveva esistere una valuta capace di facilitare gli scambi e di assicurare chiarezza alle transazioni commerciali. Questa valuta, come del resto avveniva nel resto del Mediterraneo ed oltre, doveva certamente essere il solido aureo imperiale, di cui tanti esemplari sono stati ritrovati nell’odierna Tunisia, ma il sistema monetale vandalico, eccentrico rispetto al resto delle province dell’ex Impero, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo alla facile conversione dei nominali. Se i nominali tariffati IIII e XII, multipli esatti del denario di 4 nummi, sembrano rispondere ad esigenze interne del mercato africano, lo stesso non si può dire per i grossi bronzi con segno XLII e XXI, vera e propria “moneta di interfaccia” con i nummi dell’Impero d’Oriente e del regno ostrogoto d’Italia. Provando a leggere il materiale numismatico in questa prospettiva, notiamo come dall’esame dei documenti si possa ricavare che il nummo vandalico sia stato valutato 0,95 nummi italici, con il risultato che le monete da XLII nummi si trovavano, di fatto, ad essere equivalenti a dei folles ostrogoti, dei quali hanno circa lo stesso peso ed il medesimo diametro (vedi Tabella III). Lo sforzo di ottenere equivalenze quanto più precise si può riscontrare anche nelle contromarche LXXXIII (non LXXXIIII, come potrebbe sembrare più logico!) e XLII, che, realizzate in Italia o in Africa, certamente sono un importantissimo segno della volontà di trovare punti di incontro tra le due compagini statali. Come pure è stato notato, il momento storico più opportuno per la realizzazione di tale numerario, come pure dei grossi folles italici e della moneta da XLII nummi africane, è certamente posteriore all’accordo tra Goti e Vandali del 47649, e certamente legato al ruolo di limes specialissimo rivestito dalla Sicilia, vero punto di incontro tra i due popoli. È proprio il ruolo giocato dalla Sicilia nel rendere più sicuri i confini dei due Stati, infatti, che dovette garantire la sicurezza degli scambi tra Africa ed Italia ed “obbligare” i due governi ad intrattenere stretti rapporti diplomatici. Sul ruolo strategico della Sicilia ci illumina un passo di Procopio, nel quale, in piena guerra gotica, il re goto Vitige, tramite ambasciatori, propone a Belisario un accordo di spartizione dell’Italia, lasciando l’isola all’Impero Romano, con la motivazione che “senza la Sicilia, la provincia d’Africa non potrebbe essere sicura”. Ci chiediamo se questa affermazione, che non si presenta come un topos retorico ma che appare invece come un apax, non sia la spia di precedenti accordi intercorsi 49

Cfr. F.M. CLOVER, Relations between North Africa and Italy, A.D. 476-500: some numismatic evidence, «RN» 33, 1991, pp. 112-133.

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D. Castrizio, Per una rilettura del sistema monetale vandalo (note preliminari), in Atti del XV Convegno Internazionale di Studi su “L’Africa Romana”: Ai confini dell’impero: contatti, scambi, conflitti, Tozeur 11-15 dicembre 2002 (a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara), Roma 2004, pp. 741-755.

tra i Vandali d’Africa ed i Goti d’Italia, tesi a rendere stabile il limes tra i loro due Stati. La Sicilia, intesa come “porta d’Africa” e “porta d’Italia”, non poteva essere lasciata nelle mani di un solo re barbaro, che avrebbe potuto usarla come base per l’invasione dell’altro regno, ma doveva essere oggetto di un accordo che garantisse tutti contraenti. La soluzione di lasciare Lilybeo in mano ai Vandali, principale porto destinato ai rapporti con Cartagine, ma garantendo ai Goti il possesso dei porti della Sicilia orientale, legati alle rotte per l’Italia, dovette sembrare la più conveniente. Ipso facto, però, l’isola diventava terra di incontro tra i due popoli, vero snodo e crocevia dei traffici tra l’Africa l’Italia. Ad onor del vero, questo ruolo dell’isola ancora non è suffragato da congrui rinvenimenti monetali, ma, forse, mai come in questo caso l’archeologia e la numismatica italiane scontano il prezzo di una scarsa attenzione al V e VI secolo. Maggiori studi e maggiore attenzione, probabilmente, restituiranno la sua dignità a questo periodo storico siciliano, finora mal conosciuto. Tabella III Valori del AE vandalico rapportati in denari (e relativo cambio in AE ostrogoto) • • • • •

83 nummi = 20 denari e 3 nummi (2 folles italici) 42 nummi = 10 denari e 2 nummi (1 follis italico) 21 nummi = 5 denari e 1 nummo (mezzo follis ital.) 12 nummi = 3 denari 4 nummi = 1 denario

Un’ultima considerazione, che meriterà una più approfondita analisi in seguito, ha come oggetto il riconoscimento dell’esistenza di un mercato comune mediterraneo capace di traffici commerciali di piccola entità, basati non sull’oro, ma sulla valuta di rame, che sembra ovunque accettata a prescindere dallo stato emittente. Proprio quest’area di circolazione mediterranea ha, di fatto, “promosso” le piccole imitazioni vandale, entrate sul mercato con la tariffazione di nummi, ed ha relegato le monete contromarcate ed i grossi nominali con XLII e XXI al ristretto ruolo di “moneta d’interfaccia” tra Africa ed Italia.

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La monetazione dei Vandali  

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