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IL MAGAZINE DIGITALE DELLA GRANDE AVVENTURA NUMERO 1

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DOSSIER:

Conan

Fronte al nemico un racconto inedito del Professionista

REPORTAGE: TARDE DE TOROS ZONA DI GUERRA: I COMMANDOS

RACCONTI - REPORTAGE - LIBRI - CINEMA - VIDEOGIOCHI


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L’

Avventura è uno stato dell’animo. L’Avventura è Azione. Due considerazioni che, a prima vista, possono sembrare in contrasto. Di certo spunti di discussione interessanti. Sono sempre stato convinto che l’Avventura nasca da dentro. Il desiderio di scoprire nuovi orizzonti, di vedere oltre la barriera, di indagare sull’Ignoto. Di vivere emozioni. La realtà non sempre ci piace, spesso frustra le nostre aspirazioni, ci sembra ingiusta. Allora viene in soccorso la fantasia, l’immaginazione sorregge la volontà di affrontare ogni giorno con la giusta carica di energia, senza lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento ma con la consapevolezza di poter attingere a una fonte di ottimismo che scaturisce da un mondo che altri non possono vedere. Perché l’Avventura sognata non è una fuga dalla realtà, un mero artificio per evitare le responsabilità. È, nella migliore accezione del termine, una ricerca, un “viaggio” che libera la mente da mondane preoccupazioni, ma non la incatena in un universo infantile privo di spigolosità. Come la concepisco io è una ricreazione, terminata la quale torniamo sul campo di battaglia quotidiano ricaricati. Da qui il concetto che l’Avventura, ancorché sognata e vissuta tra le pagine dei romanzi, dei fumetti o davanti allo schermo con un film o un videogioco, è Azione. Azione non significa ovviamente solo scazzottate, sparatorie o scoppi d’energia spericolata. L’Azione è un continuo muoversi, spostarsi, vedere. Così come in una buona storia d’intrattenimento l’Azione è il procedere stesso della vicenda senza inutili divagazioni, con un montaggio che tiene sempre avvinto l’interesse mescolando abilmente varie componenti ( l’azione intesa come movimento, ma anche dialoghi, incontri, indagini e, perché no?, anche momenti romantici o erotici a seconda delle necessità di sceneggiatura), vivere l’Avventura è una miscela tra attività intellettuale e fisica. Scrivo narrativa d’intrattenimento da più di vent’anni e sono sempre stato convinto che sia necessario un legame tra le vicende immaginate e quelle vissute. Con questo non voglio dire che, scrivendo storie di spionaggio o di guerra, nella vita reale debba fare il mercenario o gettarmi in situazioni pericolose. Entra in gioco qui la capacità di trasfigurare eventi reali servendosi di sensazioni personali inserite in un contesto dove la fantasia amplifica. Ho viaggiato molto, spesso in Oriente ma con il trascorrere del tempo anche in ogni altro luogo mi abbia attirato su questa terra. Viaggi più o meno avventurosi, in solitario o con piccoli gruppi. Niente di mai realmente ‘pericoloso’ (salvo in alcuni casi…) ma con modalità sufficientemente stimolanti per creare in seguito una versione fantastica, avvincente per tutti della stessa esperienza. Perché se è vero che tutti siamo convinti di essere i protagonisti di un bellissimo film, la realtà è che siamo tutti comprimari nelle vite degli altri. Perciò per creare una bella storia è necessario attingere dalle proprie esperienze (e quanto più sono diversificate quanto più sarà appassionante il processo creativo) e inserirvi l’eccezionale, l’inaspettato. Come diceva Ian Fleming, storie improbabili ma non del tutto impossibili.

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Stefano Di Marino

o i r a m m So

I RACCONTI DELLA TREDICESIMA STRADA.................................. 004 IL PROFESSIONISTA: FRONTE AL NEMICO di Stephen Gunn REPORTAGE CORRIDA.................................................................. 016 TARDE DE TOROS(1 °PARTE) di Andrea Carlo Cappi COLPI DI RIMBALZO I.................................................................. 022 IL MOSTRO DEL MAR CASPIO di Enzo Milano ZONA DI GUERRA........................................................................ 028 COMMANDOS (1°PARTE) di Danilo Oberti

DOSSIER CONAN.......................................................................... 034 CONAN E IO di SDM CONAN E IL CANONE di Michele Tetro RITRATTO DI ROBERT ERWIN HOWARD di Michele Tetro CRONACHE NEMEDIANE di SDM CONAN AL CINEMA. Conan 2011-Conan di Milius di SDM COLPI DI RIMBALZO II................................................................. 054 ULTIMO SPETTACOLO di Giovanni Zucca APPROFONDIMENTI DAL GIAPPONE.......................................... 058 EVAPORATI di Francesca Scotti RECENSIONE SATORI-SHIBUMI di SDM


Ricordo il giorno in cui partii, appena laureato, per il mio primo viaggio in Nepal con un’organizzazione tipo Nouvelles Frontieres. Prima volta in Asia, con quattro compagni di viaggio sconosciuti. Avevo le farfalle nello stomaco la mattina della partenza… ma quali emozioni, che euforia all’arrivo in un mondo completamente estraneo, fino ad allora solo sognato sui libri. Ecco, quello stesso stato d’animo – un misto di ansia e desiderio di andare avanti – può essere trasposto in un’avventura ben più pericolosa e avvincente, facendo partecipe il lettore di una sensazione che gli è familiare. Allo stesso modo la pratica di uno sport da combattimento relativamente duro suggerisce tutta una serie di sensazioni, di stati d’animo che sono paragonabili a quelle di una vera situazione di combattimento. Il resto è compito della fantasia, dell’immaginazione di chi legge e chi scrive. Ma una base reale è necessaria. Così nasce Action, con l’ambizione di proporvi belle storie che saranno racconti lunghi e brevi di autori sperimentati o anche esordienti ma sempre dotati di quelle qualità umane e creative che, alla fine non si possono insegnare. Ma non parleremo solo di narrativa. Una parte importante della rivista è rappresentata dai reportage, dagli articoli, dalle discussioni che spazieranno dal cinema, alla narrativa letteraria, dal fumetto ai videogames. Insomma un panorama vario e diversificato, agile nella lettura e piacevole nei contenuti, senza confini troppo ristretti o limiti di genere. Perché le categorizzazioni tra un filone e l’altro, le classifiche su quale sia la forma di narrativa migliore, sono per chi vende l’Azione senza viverla. E io vorrei che tutti voi, che scrivete o semplicemente leggete questa rivista, entraste in un mondo stimolante, senza troppi paletti a cui aggrapparvi. Vorrei che seguiste la corrente liberamente, divertendovi. Perché questo è il significato dell’Avventura. Ovviamente l’impostazione e i contenuti sembrano dedicati a un pubblico quasi esclusivamente maschile. Se è anche vero che la narrativa d’avventura ha sempre privilegiato il pubblico maschile una contrapposizione tra ‘maschi’ e ‘ femmine’ in base ai contenuti mi sembra riduttiva, ancora una volta frutto di strategie di marketing più che della passione. E questa, invece, è più importante e non sopporta distinzioni di genere. Mi piace ricordare mia madre (ma anche quella di un collega e amico) che leggeva Segretissimo, la Primula Rossa e Salgari senza farsi troppi problemi di avere in mano un libro ‘politicamente corretto’ per la sua condizione femminile, ma scegliendo le storie che le piacevano. E le signore in questione non erano delle virago, anzi. Erano persone. Con un animo avventuroso. Proprio come vorrei che fossero i lettori e le lettrici di Action.

Un’ultima osservazione. Action è una rivista digitale. In una stagione in cui la carta stampata sembra essere ancora irrinunciabile ma attraversa chiaramente un momento di difficoltà, l’editoria elettronica muove i suoi primi passi. Davvero sostituirà quella tradizionale oppure vi si affiancherà sostenendola? Anche questa è un’Avventura che meritava di essere affrontata con l’entusiasmo e la curiosità che nascono da nuove possibilità la risposta sull’effettiva validità di questo mezzo ce la darà il futuro ma sicuramente noi ci siamo sin dal principio. C’è poi anche un’altra ragione che hanno spinto me, l’editore e il resto della redazione in questa direzione. Da sempre sono un grande raccoglitore di riviste in carta stampata. Scatole e scatole di materiale accumulato e forse non sempre di facile consultazione. Nella memoria di un computer o di un book-reader forse le possibilità di sfruttamento nel corso degli anni della collezione sono superiori. Di certo si guadagna in termini di spazio e, in un momento difficile come quello attuale, anche i costi di stampa e di carta impongono per riviste di settore destinate a un pubblico attento ma non numerosissimo consigliano scelte prudenti ed economiche. Il formato della rivista è il pdf più adatto a gestire contenuti di immagini. E se non vi basta guardala sul vostro lettore… potrete anche stamparvela. Perché no? Anche questa è un’avventura. Stefano Di Marino

ACTION - RIVISTA DIGITALE DEDICATA ALL'AZIONE, IN OGNI SUA FORMA Pubblicazione aperiodica - ottobre 2011 Editore: dbooks.it versione normale

Coordinamento Editoriale: Stefano Di Marino Progetto grafico, grafica e impaginazione: Gruppo Orange (Sabrina Rossi) versione per applicazioni ridotte

Immagine di copertina: shutterstock.com Immagini interne: shutterstock.com, Sara Piazza, Cristiana Astori, Andrea Carlo Cappi e Stefano Di Marino La PlayAction del mese: Alberto Lingua versione negativo

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Hanno collaborato pei i racconti: Stefano Di Marino, Cristiano Pugno, Enzo Milano, Giovanni Zucca, Umberto Maggesi, Pietro Ballerini Puviani Hanno collaborato pei gli articoli: Andrea Carlo Cappi, Danilo Oberti, Cristiana Astori, Lucio Teini, Francesca Scotti, Maurizio Landini, Fabio Zanicotti, Alessio Lazzati, Michele Tetro Redazione Action: c/o dbooks.it Tutti i marchi citati sono dei rispettivi proprietari. Tutte le immagini presenti nella rivista sono © dei rispettivi autori e detentori dei diritti.

Sommario LA PLAYACTION DEL MESE.............................................................64 di Alberto Lingua GIOCHI............................................................................................66 BOARDGAMES:DALL’ESAGONO AL MEEPLE di Fabio Zanicotti VIDEOGAMES: LA FIGURA DEL NEMICO NEI MODERNI VIDEOGAMES di Maurizio Landini COLPI DI RIMBALZO III...................................................................74 NELLA TANA DEL NEMICO di Umberto Maggesi FUMETTI.........................................................................................78 PREACHER (1° PARTE ) di Cristiana Astori SERIE TV.........................................................................................84 NIKITA di Lucius Etruscus COLPI DI RIMBALZO IV...................................................................90 UNA RAGAZZA E UNA PISTOLA di Cristiano Pugno

BORDO RING..................................................................................96 GLI EROI DEL WRESTLING. TIGER MASK di Alessio Lazzati RECENSIONE DI CUORE GUERRIRO di SDM RECENSIONE DI FIGHT QUEST di SDM L’OSPITE INATTESO...................................................................... 102 MISSIONE APOCALISSE di Pietro Ballerini Puviani I LIBRI DI ACTION........................................................................ 123 Anteprima di: VLAD: IL PRIMO DELLA LISTA APPUNTAMENTO A SAMARINGA

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Storie di suspense, di azione e avventura. Ma anche thriller e noir, tinte sempre di una sfumatura amara. Avventure ai confini del mondo o sotto casa nostra con personaggi forti calati in un mondo senza speranza ma sempre alla ricerca di una via d’uscita.

IL PROFESSIONISTA: FRONTE AL NEMICO Stephen Gunn

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Olongapo City, Luzon settentrionale, Filippine Di nuovo in Asia. Adoro queste notti caldissime che sanno di giungla, di mare, di sudore, liquore, profumo e sigari. E di donne, naturalmente. Le vedo: magnifiche, raccolte a grappoli di fronte al discopub su Magasasay Drive all’incrocio con Perimeter Road, appena dopo il canale tra il moderno centro cittadino di Subic Bay. Locali come il Joe Banana’s echeggiano di musiche e atmosfere di un’epoca passata rimasta sospesa negli anni. Anche se stasera è Shakira che canta ‘Gordita’ , le ragazze strette nei vesti di lino e tela stampata, si muovono al ritmo di una melodia sensuale senza tempo. Quella che ha fatto sognare i soldati spagnoli, i Marine americani, i giapponesi perfino - per un breve periodo - e poi ancora gli americani sinché la base dell’USNavy non è stata smantellata, nel ’91. Movimenti appena accennati delle anche, il ventre che freme come i seni piccoli e perfetti sotto il tessuto e le labbra tumide, rosso cremisi. Gli occhi scuri che invitano a piaceri mercenari. Esche irresistibili, richiami per gente come me. Gli anni sono passati ma non credo che nell’animo sia cambiato nulla. Malgrado le ferite, la sofferenza dentro e fuori, la disillusione. In una notte così, sembra tutto uguale a una volta. Quando venni in Asia per la prima volta e m’innamorai di un sogno che, presto o tardi, mi ucciderà. È la mia vita. Chance Renard, il Professionista. L’uomo che si affitta per portare la Morte, per risolvere


situazioni troppo complicate o troppo sporche. Puttana che si paga e poi si allontana senza guardarsi indietro. Io sono la Mano Sinistra. Quella che non volete guardare mentre risolve i vostri problemi con spietata fermezza. Della quale non volete sapere nulla. Io sono quello che sono e ne vado fiero. E che altro potrei fare? Camicia a fiori fuori dai pantaloni per nascondere la pistola nella fondina in cintura, pantaloni pieni di tasche, sandali. La cicatrice sulla parte destra del collo è parzialmente coperta da una barba di quasi una settimana. Se ne accorgono solo quando parlo. Eh... son cose che capitano. Accendo un sigaraccio con lo Zippo e tiro un paio di boccate... è notte e le ragazze aspettano. È il momento dell’azione.

L’interno del Joe Banana’s è esattamente come lo immaginate. Un locale spazioso che si affaccia su una veranda. Pavimento di assi coperto di trucioli, tappi di bottiglia, cartacce. Tende di perline delimitano una zona di separé dove le ragazze si appartano con i clienti. E di clienti ce n’è sempre. Di ragazze anche. Filippine, cinesi, malesi, meticcie. Tutte magnifiche, tutte pericolosamente simili una all’altra. Piccoli serpenti sensuali pronte a vendersi ma con un cuore che pulsa con vigore, capace di amare e odiare a comando. Mi guardano con aria di sfida mentre mi faccio largo tra i tavoli. Cortina di fumo, faretti rossi e blu puntati sui cubi rialzati dove, a turno, le go-go dancers salgono vestite solo della loro pelle lucida, ornata solo da piercing e tatuaggi tribali. Al bancone un filippino pelato in camicia di lino e gilè, serve i drink con una rapidità da primato. “Una San Magoo e uno shot di vodka”, ordino. La voce esce dalle labbra come carta vetrata, con il fumo. Bassa, raschiante. Non è più quella di una volta. In Russia una pallottola mi ha quasi ucciso lesionando le corde vocali. Non so neanche io come ne sono uscito. Forse non avrei dovuto. Non è il problema di ‘stasera. “A lei, senhor” , dice il pelato posandomi il boiler-maker sul bancone. “Serve altro?” Occhieggia alle ragazze. Si stringono ai pali d’acciaio che calano dal soffitto sui cubi. Riflessi di luce sulla pelle bruna e sull’acciaio. Tiro una boccata di sigaro poi ingollo la vodka d’un fiato e ci butto dietro una sorsata di birra. Non so chi abbia inventato questo modo di bere né tantomeno chi ritenga che faccia meno male. Che importa? “Sono un amico di Joe, vengo da lontano.” “Quanto lontano?” domanda il barman, improvvisamente teso. “A sufficienza per un giro all’inferno e ritorno.” Frasi convenute. Le solite stronzate, ma sembra che in questo mestiere siano ancora stronzate che funzionano ancora. “Allora sei già abbastanza caldo...” una voce nuova, accanto a me. Una donna. La donna, se devo essere sincero. Magnifica. Capelli sciolti come una criniera blu petrolio. Seno orgogliosamente eretto per natura sotto il vestito di seta rossa simile a sangue. Trucco deciso, profumo europeo. Balençiaga. “Io sono Rosalinda”, mi sussurra all’orecchio sfiorandomi con mani lunghe e curatissime. Prende la bottiglia di San Miguel e la porta voluttuosamente alle labbra. Stille di schiuma sfuggono lungo il collo luccicano lussuriose. Shakira, dalle casse, canta ‘Rabiosa’. “Sono il contatto di Joe. Vieni, mi ha detto di tenerti compagnia.” Faccio per pagare ma lei mi ferma con un gesto della mano e taglia il barista con uno

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sguardo. La sua mano s’insinua sotto il mio braccio come un’anguilla. Sta così appiccicata che mi sembra di essere a letto con lei, avvinghiati in un amplesso che cancella il resto del mondo. Saliamo per una scala di legno che cigola a ogni gradino. Piano superiore. Le stanze delle ragazze, un ufficio con la scritta ‘ingresso vietato’. Rosalinda mi sospinge verso l’ultima stanza. Persino la musica sembra lontanissima. Chiude il battente e mi isola dal mando. Sorride e mi sottrae il sigaro dalle dita. Aspira una boccata e la soffia nella penombra. Si sfalda come un drago d’argento. Una stanza arredata in stile coloniale. Mobili di rattan, tendine, una finestra sulla veranda. La luna occhieggia, libera dalle nuvole, almeno per il momento che verrà. Un grande letto con lenzuola di lino, fiori sul cuscino. Statuette eburnee in pose erotiche su una mensola. Joe Granger, l’uomo che sono venuto a cercare per concludere un affare pericoloso, se la passa bene per essere un ex operativo della Delta Force in congedo. Possiede questo e altri tre locali. Controlla il traffico delle ragazze e della marimba che si coltiva sulle pendici del monte Pintatubo. Traffica in armi. Anche quelle che nessuno può toccare. Probabilmente sta per farlo con le persone sbagliate. Per questo sono qui a fargli un’offerta che non potrà rifiutare. “Dov’è Joe? Avevamo appuntamento...” Rosalinda sorride in quel modo unico che hanno le orientali, felici eppure tristi al tempo stesso. Poso il sigaro in un posacenere di onice sopra una cassettiera moresca appesa al muro. “Aveva un altro appuntamento; arriverà presto. Mi ha chiesto di tenerti compagnia sinché non si libera. Ti spiace?” Le braccia mi si allacciano al collo, le labbra si schiudono come petali di un fiore velenoso. La lingua cerca la mia, impastata di alcol e desiderio. Come resistere? Nello specchio contenuto in una enorme canna di bambù appoggiata alla parete vedo la schiena perfetta di Rosalinda che si contrae in una danza di muscoli. Neanche una perla di sudore. Il vestito scivola via. Aderisce al mio corpo come non avesse ossa. Sale l’eccitazione e la mente si annebbia. Ma il Rettile, l’istinto che non mi abbandona mai come una cattiva coscienza, si risveglia e allunga le spire. Mentre subisco il suo bacio violento l’occhio coglie un riflesso nello specchio alle mie spalle. Un’ombra da un angolo buio. Esitare, nel mio lavoro, significa morire. Unica legge, sempre e comunque valida. Un brivido mi conta le vertebre sulla schiena. “Lo tengo, idioti! Adelande! ” esclama Rosalinda mentre le braccia tentano di bloccarmi. Mi giro con un gesto brusco, uso la ragazza come scudo. Intravvedo la sagoma di un uomo con una pistola silenziata in mano. Sembra colpito dalla mia reazione. Per un istante rimane incerto come se non sapesse se aggredirmi con il calcio della pistola o puntarmela contro. Ma ormai tra noi c’è il corpo della ragazza. Plop! Colpo silenziato, semiautomatica. Rosalinda emette un gemito strozzato. Il calibro .22 la uccide sul colpo ma non ha la potenza di uscirle dal corpo. Muore male, sussultando. Le labbra si macchiano di sangue. La luce scivola via dagli occhi. Io sono già disteso dietro il letto. Un altro colpo, un terzo. Gonfiano il materasso. Una nuvola di rivestimento esplode e ricade simile a neve. Il tempo dei convenevoli e degli scrupoli è finito. Canta la Morte. La mano ha già impugnato la Beretta 92F. Colpo in canna. Richiami in tagalog. Sicari locali. Sono in due. Pensavano di averla già vinta, e invece adesso non sanno che fare. Mi aspettavano forse per catturarmi vivo, ma l’effetto sorpresa è finito. Mi rialzo con uno sforzo oltre il bordo del letto. Le articolazioni imprecano. Ho cinquant’anni, cazzo! Tuoni, vampate. La Beretta 9mm è un’arma da guerra. Inchiodo il primo che crepa urlando. Cade scompostamente mentre il suo compagno tira a caso centrando la


specchiera. Fugge verso la veranda. Punto l’arma ma è inutile. Qualcosa si muove all’esterno. Una figura femminile. So chi è. Ignoro come si sia issata sin là sopra ma l’ha fatto senza lasciare tracce. Arma silenziata. Forse una Sig. Il contraccolpo butta l’uomo contro il parapetto. Gorgoglia, ansima. Ha un proiettile nel polmone. Non durerà molto. Mi avvicino con la pistola fumante. La donna veste di nero. Lunghi capelli riuniti in graziose treccioline strette da nastri che le conferiscono un’ingannevole apparenza adolescenziale. Un giunco di pelle serica e ossa. Occhi da cerbiatta. Lineamenti affilati. Le mani coperte di tatuaggi floreali per nascondere una vecchia cicatrice che molti anni fa doveva renderla inutile e indifesa e invece l’ha solo trasformata in una belva più astuta. Punta la pistola sul ginocchio del sicario, un ragazzo con i baffetti e i capelli impastati di sudore. “Compadre, lo siento” , la donna parla in spagnolo mentre appoggia la canna sul ginocchio. “Tanto perché tu lo sappia: sei già morto ma con questa ferita puoi durare ancora una ventina di minuti che possono diventare dolorosissimi.” Spara un colpo che gli spappola il ginocchio. Il bossolo rimbalza sulle assi, rumoroso. Lui non riesce quasi neanche a gemere. Trema in maniera incontrollata. Lei è una statua di ghiaccio. “Entiende marcòn? Digame: adonde està Joe?” Terribili istanti di agonia. Il ragazzo esita poi quando la canna rovente si posa sull’altro ginocchio articola una frase. “Moby... Moby Dick Watersports.” A quel punto Ivelda Verdugo, la ‘Pistola’ più richiesta tra Manila e Santiago del Cile sposta la Sig e gli concede un colpo di grazia in mezzo alla fronte. Tutto molto in fretta. Poi lei si alza e mi sorride. “Ti becco sempre con i pantaloni calati, eh? Non ti vergogni alla tua età?” “Andiamo a cercare Joe che è meglio.” ACT

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Due giorni prima sulla veranda dell’Oasi Park Hotel di Manila vicino a una piazza restaurata e tirata a lucido per far credere a turisti e investitori che le Filippine sono un luogo di sogno, pieno di opportunità. Se mi avevano chiamato con un incarico da propormi e un assegno di anticipo di diecimila dollari era evidente che non era esattamente così. Ero già stato nelle Filippine per una questione privata all’inizio degli anni 2000 e in seguito, insieme a Ivelda, per addestrare i Ranger del governo locale alla lotta antiguerriglia contro il fronte di Abu Sayaf. E immaginavo che il movimento rivoluzionario musulmano legato a Jemaa Islamya e al-Qaeda, alla fine fosse alla base del problema. Ero seduto in un’elegante poltrona con un cocktail di frutta, ombrellino e fetta di limone inclusi, di fronte a una creatura splendida con i capelli rossi, la gonna corta più del dovuto e una camicetta linda abbinata a una giacca grigia con una pin che identificai come la bandiera americana. Poco distante due Marine in civile facevano la guardia massicci come montagne e quindi bersagli perfetti se mai qualcuno fosse stato animato da cattive intenzioni. Lei mi sorrise deponendo sul tavolinetto una busta con il materiale di missione. Era sexy e, in qualche modo, volevo credere che fosse anche disponibile. Ora, vi devo spiegare una cosa riguardo alle donne. Un sacco di gente pensa che io ne abbia avute a dozzine e mi adegui allo stereotipo dell’agente segreto dei film. Non ho

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mai perso tempo a riflettere se sia vero. Di fatto io applico sempre il discorso:‘all’uomo rozzo piace la donna fine e alla donna fine piace l’uomo rozzo’. È qualcosa che lascio trapelare dall’atteggiamento, il linguaggio corporale, qualche frase. Siccome, comunque siano, le donne sono tutte convinte di essere fini, se si trovano di fronte uno che sembra adeguatamente grezzo ma lascia trapelare dei modi civili si sentono incuriosite. A volte funziona, a volte no. Con Christie McCurran ritenevo avrebbe funzionato, ma non prima del termine della missione. Accavallò le gambe, mi lanciò uno sguardo notevole e si stirò lasciandomi intendere che su quel corpo magro c’erano due tette da primato. Finte o naturali lo avrei scoperto. Ma, come dicevo, non in quell’occasione. Non mi capita molto spesso di lavorare per la CIA, e, quando è successo, ho dovuto sempre essere molto cauto. Christie era una funzionaria delle Operazioni Speciali e, aspetto appetitoso o meno, era sicuramente una cui si affidavano incarichi delicati per capacità comprovate e non perché faceva pompini ai superiori dietro la scrivania. Lo capivo dalla voce con cui mi espose il problema. “Conosce la storia della base aereonavale di Subic Bay?” “Si trova nel Nordest di Luzon, è stata nelle mani degli spagnoli, degli americani dei giap e poi è diventata un caposaldo americano durante la guerra del Vietnam. Credo l’abbiano smantellata nel ’91.” Lo studente perfetto. Lei succhiò deliziosamente un po’ di bibita dalla cannuccia e mi guardò fisso. “Sa perché?” “Priorità, scarsità di fondi, forse lo Zio Sam credeva che questa non fosse più una zona di grande importanza.” “No”, disse Christie scuotendo la chioma, lo sguardo serio. “Se così fosse stato sarebbe stato un errore di valutazione madornale. Abbiamo sempre rimpianto la perdita di una base in un territorio di settemila isole dove i guerriglieri musulmani si addestrano, sequestrano e pianificano operazioni in tutto il sudest asiatico. Nel’ 91 si verificò una paurosa scossa tellurica in seguito alla quale il monte Pintalubo proprio sopra la base eruttò oscurando il cielo di cenere. Fiumi di lava corsero a una velocità impressionante verso il paese e la base. Considerato che all’epoca ci tenevamo missili atomici, fu deciso che era il caso di non provocare una catastrofe che il resto del mondo ci avrebbe rinfacciato per decenni. In effetti si è trattato della scossa più potente avvenuta a Luzon in duecento anni. I resti della base sono coperti di lava pietrificata” “Una città di morti.” Lei fece scivolare dalla busta una foto assolutamente calzante alla mia definizione. Uno studio monocromo sull’antracite. Si distinguevano resti di torrette, baracche militari e silos. Tutto di un uniforme colore grigio scuro. Un mare di petrolio solido. “In questi anni l’amministrazione locale ha ricostruito il paese e vi ha installato magnifici resort per turisti e appassionati della pesca subacquea. Esattamente il luogo dove porterebbe la sua ragazza per un week romantico...” Tra noi era rimasto qualcosa di sospeso. Non era il caso di cedere alle tentazioni. “Ma, naturalmente, non è questo che mi propone?” “No”, ribatté lei scoprendo appena una fila di denti piccoli e candidi. “Pochi giorni fa, la nostra stazione di Honolulu ha ricevuto un inequivocabile messaggio che indicava esattamente i numeri di matricola di... diciamo due piccoli ordigni di media potenza ma con una carica nucleare che... be’, andarono persi durante il trasferimento.” “Persi?” Lei abbassò le palpebre mostrandomi la foto di un uomo sulla cinquantina, calvo con il


pizzo e una cicatrice vicino all’occhio destro. “Credo che sia tutto merito di quest’uomo. Joe Granger, ex Delta Force, all’epoca assegnato alle operazioni di trasferimento del materiale nucleare della base. In qualche modo è riuscito a falsificare carte e imballi ma ha sottratto quelle testate.” “Per tutto questo tempo?” “Durante il suo trasferimento perse il carico sotto la lava. Solo recentemente è riuscito a ritrovarne l’esatta dislocazione. Si è offerto di vendercelo per cinque milioni di dollari.” Sollevai le sopracciglia. Lei dondolò il capo. “Il problema non è questo. Le nostre fonti all’interno di Abu Sayaf ci informano che una medesima offerta sia arrivata a Regino Illustrissimo, uno dei capi guerriglia più facinorosi che abitualmente tratta in sequestri e droga ma aspira a diventare un nome presso al-Qaeda.” “Il meno che si possa dire è che questo Joe sta facendo un gioco estremamente pericoloso.” “ Precisamente, ma certa gente vive con la convinzione che la fortuna aiuta gli audaci.” “Ma è implacabile con gli imbecilli”, conclusi osservando la foto di un vecchio soldato che avrei potuto essere io ma che, forse, del gioco, non aveva capito nulla. “Cosa si aspetta da me?” “Che vada a Olongapo, tratti con Granger e recuperi quegli ordigni. Se nel farlo dovesse scontrarsi ed eliminare il gruppo di Regino Illustrissimo avrebbe un bonus di altri ventimila dollari oltre i trentacinque che le offriamo, sommati a quelli che ha già ricevuto. Accetta?” Era ovvio che la risposta fosse affermativa. Mi soffermai a scorrere la scheda di un filippino magro con i lunghi capelli trattenuti da una bandana a scacchi. Orecchini d’oro e tatuaggi sul collo. Un pirata di due secoli prima. Non era cambiato veramente molto.

Olongapo A destra enormi casse diffondono Tocale ya di Marina La Canillas, a sinistra una postazione di DJ rappa dischi hip-hop messicani e filippini. La notte s’accende di musica e luci. Sul canale si riflettono i fari stroboscopici che martellano la gradinata a mare del Moby Dick Watersports. Decine, forse centinaia di ragazze di ogni razza e colore, in bikini, abiti di latex che sembrano dipinti addosso, danzano in un sabba indiavolato. La folla agita bottiglie di birra e bicchieri di liquore in attesa dell’evento. Quando arriviamo sul SUV di Ivelda la corsa degli Off-shore parte con un clamore che scuote l’aria notturna. “Un altro ritrovo di puttane e papponi. Un po’ il tuo ambiente.” Ivelda ha ragione. Il Moby Dick Watersports è una versione del Joe Banana’s per ricchi turisti venuti da ogni angolo del mondo. Situato nella parte agiata della città, è la facciata scintillante delle attività di Granger. Scendiamo nel parcheggio tenendoci nell’ombra mentre scivoliamo verso l’ingresso secondario del club nautico costituito da una costruzione bassa e stucca di bianco, un ristornate e una serie di rimesse per motoscafi e barche a vela. In una gigantesca piscina a fagiolo nuotano anche i delfini. “Gli altri sono arrivati ?” domando alla mia alleata. È la punta di diamante per l’operazione affidatami da Christie. “Sono qui vicino con una Humwee e tutto il necessario. Ma qui dentro ce la dovremo cavare da soli.”

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Nella pozza di oscurità creata da un ciuffo di palme estraggo la Beretta alla quale ho già sostituito il caricatore. Mi aspetto guai. “La trappola al miele del Joe Bananas’s mi rivela che Granger ha voluto fare il furbo. Regino Illustrissimo ha pensato bene di ridurre la concorrenza.” Ci avviciniamo a una porta metallica nel muro di cinta sotto una targa del club in ottone lucidato. Ivelda ha già estratto un Balisong, un coltello farfalla, celato da due barre di acciaio. Lo fa roteare con un ticchettare sinistro poi si china sulla serratura e la fa scattare senza difficoltà. Schiude il battente e mi invita a entrare. “Condivido l’analisi. Che testa di cazzo... giocare su due tavoli per alzare il prezzo. Dovremo convincerlo con le cattive mi sa...” Annuisco ed entro con l’arma in presa doppia. Il retro del club è un giardino che confina con un vicino campo da golf. Luci e musica sembrano attutite. Il viottolo ci porta direttamente a una porta finestra oltre la quale c’è una luce soffusa. Un rumore. Mi volto, posizionandomi con la pistola puntata. Dall’ombra compare un anziano giardiniere. Sembra un hippy sfuggito al trascorrere del tempo con lunghi favoriti bianchi e il naso adunco. Un americano che ha trovato posto nel mondo, curando i giardini per i ricchi orientali. Il mondo al contrario. Ci guardiamo, poi lui abbozza un sorriso. Pongo un dito di fronte alle labbra e lui capisce. Si ritrae nel buio come non fosse mai esistito. Ivelda è già arrivata alla porta-finestra che trova socchiusa. Non è un buon segno. E infatti dentro troviamo uno spettacolo che non ha bisogno di troppe indagini per spiegarsi da solo. Joe Granger è disteso sul divano del suo soggiorno. Gli hanno tagliato la gola con una lama affilata. Lacerazione netta, letale. Prima, però, devono averlo stimolato a parlare. È la storia che raccontano i tagli su tutto il torso e i genitali esposti. Maghi del coltello i Moros delle Filippine. Così finisce l’astuta mossa di un furfante. Regino Illustrissimo non ha gradito il doppio gioco o comunque aveva intenzione di condurre così la trattativa sin da principio. Di sicuro gli ha sciolto la lingua. “C’era da immaginarselo”, commenta Ivelda. “Adesso sanno dove si trovano le testate. E noi come facciamo?” “Vi ci porto io...”, dice una voce. Mi volto con la pistola in pugno. Sulla soglia del soggiorno tra l’ombra e la luce si profila il giardiniere. Ha lasciato gli attrezzi e si erge con una rigidità che sa di orgoglio ferito. “Io lavoravo alla base USA. Facevo parte della banda di Joe quando si fregò quelle armi e molte altre cose. Fu una sfortuna perdere tutto sotto il torrente di lava. Un segno che dovevamo lasciar perdere. Ma Joe era così. Quando ha ritrovato le armi ha voluto giocarsi tutto.” “E tu chi sei?” domando. “Mi chiamo Frank... il resto non importa. Per vent’anni ho tosato l’erba mangiando le briciole del ‘signor Joe’. Adesso tocca a me. Io so dove sono le bombe. Vi ci porterò. Se recuperate la ‘roba’ prima dei banditi c’è una ricompensa, no?” Scambio uno sguardo con Ivelda. Non abbiamo troppe alternative. Frank ci fa cenno di seguirlo lungo un corridoio illuminato da spot dai quali una luce ambrata crea riflessi sulle cromature dell’appartamento. Joe Granger ha vissuto nel lusso. Superiamo un bagno, una camera da letto e una sala biliardo nella quale Frank ci fa

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passare. Nessuna luce in quella stanza. In fondo c’è una porta metallica che immette in una specie di ripostiglio. Qui Frank recupera uno zaino traverso che si passa sulla spalla. Apre quindi una porta metallica che immette direttamente sulla strada dietro il club. “Non ho ancora capito cosa vuoi veramente, Frank. Se fosse solo per i soldi lo avresti venduto da tempo il tuo ‘padrone’.” Il vecchio mi lancia uno sguardo di sfida ghignando a denti stretti. “Appunto, signore. Non dico che la ricompensa non mi interessi ma... il governo sembra essersi dimenticato di me. Ero già considerato un ‘vecchio’ quando smobilitarono la base. Avevo cinquanta anni. Ho servito il mio paese nella guerra più dura di tutte e poi in Libano, quando esplose la caserma dei Marine, mi sono preso una scheggia di ghisa in un ginocchio. La ricompensa? Servizi di foresteria. E quando scompaio nel nulla neanche una medaglia per ricordarmi. Ero un bravo soldato. E lo sono ancora.” Agita la borsa ricavandone un rumore metallico. “Qui dentro ho il necessario per dimostrarlo. Rispetto. Ecco cosa voglio. Le sembra accettabile?” Mi mostra il contenuto della sacca. Una vecchia semiautomatica .45 e alcuni oggetti a forma concava con il necessario per farli funzionare. Conosco il genere di aggeggi. E anche l’espressione di un uomo umiliato che cerca riscatto. Posso solo immaginare i pensieri che lo hanno divorato in quegli anni in cui ha pulito i pavimenti del club del ‘signor Joe’. Gli poso la mano sulla spalla con un cenno di assenso. Non ho necessità di pronunciare una sola parola. Intanto Ivelda ha estratto un walkie-talkie da una tasca della giacca. Pochi attimi dopo sulla strada un paio di fari sfavillano come occhi di un predatore. Ci avvolge il rombo sommesso di una Humwee nera, modello civile ma perfettamente equipaggiata per il combattimento e blindata. Si ferma a pochi metri da noi sul ciglio della strada. Al volante c’è una specie di gigante con il cranio rasato e una barba legata sotto il mento da alcuni giri di elastico nero. Sonny Mamoa, dei servizi speciali. Viene da Honolulu, ufficialmente era in licenza dopo un turno in Afghanistan. Al suo fianco un filippino che avevamo addestrato assieme agli altri quattro della squadra di Ranger che ci siamo fatti ‘ prestare’ per l’operazione. Rizal, si chiama, duro e secco, erede dei guerriglieri juramentados che neanche le pallottole potevano fermare. Ha combattuto i guerriglieri per vent’anni. Né lui, né Mamoa o gli altri del commando sono ufficialmente in servizio in quel momento. Disponiamo di armi ed equipaggiamento adeguato all’operazione dai mitragliatori, ai giubbotti second chance, a tutti quei giocattoli elettronici a intensificazione di luminosità e meccanismi di puntamento sino a due grossi contenitori schermati in piombo per prelevare i due ordigni che, ha assicurato Christie, però sono inerti sinché sono contenuti nei loro involucri. “Chi è il nonno, Prof?” domanda Mamoa con quella strafottenza tipica dei giovani soldati convinti che la stazza fisica e la resistenza possano portarli ovunque. “Il nostro lasciapassare verso l’obiettivo”, rispondo secco. “Muoviamoci. Siamo già in ritardo di due mosse e Regino Illustrissimo, forse, è già sul pezzo.”

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La base vera e propria è dislocata a circa due ore da Olongapo City ma con l’Humwee impieghiamo poco più di ottanta minuti. Il tempo di cambiare gli abiti da civile con il battledress mimetico a strisce di tigre color indaco su fondo grigioverde. flak-jacket, dispositivi di comunicazione e armi. Inserisco anche il monocolo NVG pronto per l’azione notturna. A volte ho nostalgia dei bei tempi della mia gioventù dove era tutto

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meno sofisticato e ci si sparava e basta. Malgrado tutta la tecnologia si muore lo stesso. Leggo tale consapevolezza negli occhi di Frank che se ne sta seduto al posto che gli ho assegnato senza commentare, la sua preziosa borsa stretta in grembo, deciso a fare la sua parte. Una volta usciti dalla zona abitata è tutto un alternarsi di risaie a terrazza, campi di bambù, mangrovie e palme. Specchi d’acqua dove la luna ammicca sulle acque ferme, casolari isolati. A perdita d’occhio verso l’interno salgono le montagne dominate dalla massa scura del Pinatubo. Con gli occhi della mente la vedo quella notte in cui eruttò fiamme e lava. Forse anche Frank. Cosa spinge un soldato a tradire? Uno come Joe, un intrallazzatore nato lo capisco. Ma Frank? Forse la ferita, l’esclusione dal servizio attivo. Lo sento respirare forte. Deve avere tanta di quella rabbia in corpo da poter distruggere un esercito intero. E questo può essere pericoloso. Sonny accosta entrando in una radura circondata da bambù. “Ci siamo”, mi dice voltandosi dal sedile di guida. “Subic è a circa un chilometro. Meglio avvicinarsi a piedi, i guerriglieri possono aver lasciato delle sentinelle a coprirsi le spalle.” Sono d’accordo. Compio un gesto circolare con l’indice. Il motore si spegne. La ridotta posteriore si abbassa con un clangore metallico e la squadra scende. Affardellati al minimo ma carichi come bombardieri. Io preferisco il vecchio AKSU russo. Meccanica semplice, relativa precisione e alta cadenza di fuoco. Ivelda ha scelto un VSS russo di precisione. Dopo il Freddo è il miglior cecchino che conosca. Mi manca la mia squadra italiana, ma questo è un lavoro diverso. Scambio uno sguardo con Ivelda e la rassicuro. Rizal e i suoi, AR-15 con tutti gli aggeggi per la guerra elettronica, sono già pronti alla marcia. Frank ha estratto il suo ferrovecchio ma si tiene indietro. Non vuole interferire ma dall’espressione, so che, se ce ne fosse necessità, farà la sua parte. Ordine di marcia a cuneo. Comincia l’azione. Siamo venuti per questo. La notte ha mille occhi e dobbiamo stare attenti. Siamo in territorio indiano. Marcia trasversale nella giungla. Sottovento. Attenti a ogni strida di animale, a ogni frasca che si muove. Il terreno è accidentato. Fortunatamente la notte è limpida e il percorso di avvicinamento risulta illuminato. Dopo un poco la visione notturna si abitua. Il Rettile è attento. Respiro in maniera controllata, consapevole di ogni muscolo, pieno di adrenalina. Mi sembra di avere vent’anni, cazzo! Sonny guida il gruppo. Si ferma di colpo, accucciato dietro un masso con l’M203 pronto a sganciare una granata dal tubo fissato sotto la canna. Mi avvicino strisciando. Sento persino l’odore umido della tintura mimetica che si è spalmato sul viso. Un demone della foresta. Mi indica qualcosa poco distante. Sulle prime non capisco poi aguzzo lo sguardo e comprendo. C’è una sentinella accucciata vicino a un albero di mango. Un uomo in tuta mimetica, lunghi capelli raccolti da una fascia verde con scritte coraniche ricamate in argento. Un guerrigliero Abu Sayaf. Rizal ci ha raggiunti e, da dietro il tronco, ha visto anche lui la sentinella. Basta un ordine sussurrato. Il filippino lascia giberne e mitragliatore vicino a noi e striscia tra l’erba alta, come un serpente. Con sé ha solo il K-bar ancora nella fondina agganciata capovolta alla spalla sinistra. La Morte è sempre uno spettacolo bizzarro e impressionante. Ti costringe a guardare anche se vorresti essere distante chilometri. Rizal arriva alle spalle della sentinella senza farsi notare. Il tempo di sguainare il pugnale brunito e scatta in avanti con una rapidità che non sembra umana. Certi serpenti si muovono così. Afferra il mento del filippino, torce in un senso mentre pianta il ginocchio nelle reni della vittima e lo elimina inferendo un unico colpo letale dietro l’orecchio nel


punto che i cinesi chiamano ‘la Porta del Vento’. Ci spostiamo senza esitare. Gli restituiamo l’equipaggiamento. Il nemico deve essere davvero vicino. La sagoma della base abbandonata si profila a qualche centinaio di metri. Muri di cinta, cavalli di Frisia, baracche in stato di disfacimento. La vegetazione sorta dalla terra fertile per le ceneri vulcaniche e la lava, ha ripreso possesso del territorio. Uno spettacolo impressionante. Così finisce la gloria di tutti i guerrieri. Muffa e cenere. Sonny mi risveglia dalle mie elucubrazioni. Abbassò il visore sull’occhio e sposto un dito sulla ghiera di regolazione. In un lampo verdastro che deforma il mondo vedo un gruppo di uomini al lavoro. Una decina circa. Alcuni armati montano la guardia, ma la maggior parte stanno lavorando. Hanno scavato una fossa attorno a un mucchio di detriti. Da un ammasso di vegetazione emergono resti di un camion quasi irriconoscibili. Inquadrando meglio la scena mi accorgo che i miliziani in varie tenute più o meno militari hanno trovato qualcosa. Joe ha cantato tutta la storia. Nessuno resiste al coltello di un filippino. Pochi gesti automatici. Con questi uomini ci siamo addestrati per sei mesi, anche se è trascorso diverso tempo, non hanno dimenticato. E Dio sa se tutti noi abbiamo fatto pratica sul campo. Eppure... Il vento non porta rumori. Mi decido a predisporre la formazione. Ivelda ha già trovato la sua posizione di tiro accosciata. Il VSS è un gioiello di precisione dell’industria balistica russa pre-caduta dell’URSS. Ha sostituito il Dragunov e permette tiri più precisi e potenti. Siamo vicini. Non vedo Regino ma questi guerriglieri musulmani con l’aria da pirati salgariani si assomigliano tutti. “Pronti all’impegno”, sussurro nel laringofono. “Al mio Mark, appena li abbiamo eliminati recuperiamo il materiale. Io, Sonny, Rizal e il sergente Nimoy agli ordigni, gli altri di copertura.” Non so dove sia Frank ma non creerà impaccio. Per il momento gli basta essere lì. Almeno spero. Trattengo il fiato ancora per qualche istante, poi li vedo. I guerriglieri hanno estratto dalla fossa due contenitori rettangolari di circa un metro per quaranta centimetri. Scritta USAF. Corrispondono persino i numeri di matricola stampigliati sopra. Li ho imparati a memoria. “Mark!” E la Morte sospira. Un unico soffio prolungato. Armi silenziate, colpi precisi. Schiocchi, bossoli in eiezione, scariche di fumo dalle armi surriscaldate. La pioggia di piombo cade precisa grazie ai mirini al laser. Double tap per ogni uomo, bersagli in zone vitali. Cadono uno dopo l’altro come birilli di fronte alla boccia di un vecchio giocatore. La Morte si allontana, ritirandosi solo di poco. Mi muovo per primo, sostituendo il caricatore anche se non è terminato. Precauzione dettata dalla paranoia. Accendiamo le torce montate sotto i mitragliatori. Fasci itterici nella foresta. In pochi balzi siamo sul bersaglio. I guerriglieri sono tutti a terra. Non c’è bisogno neanche di un colpo di grazia. “Recuperiamo il pacco”, ordino passando il mitra a tracolla. Non so, c’è qualcosa che non mi piace... “Ehi!” esclama Mamoa. “Ma queste casse... sono vuote.” Un sussurro. Voce nel vento. Ivelda. “Movimento”, un sospiro che arriva attraverso il sistema di comunicazione nel buio. “A terra!” urlo gettandomi sul terreno a corpo morto. Dalle canne eruttano lampi radiali. Due dei filippini cadono falciati senza neanche accorgersi di cosa li ha colpiti. Rotolo nel fango con il mitra in pugno ma da un folto di felci vedo emergere un brutto

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muso di mitragliatore con una torcia che mi acceca. “Las manos arriba, cabrones!” intima una voce. “Siete nostri prigionieri.” Tutto troppo semplice, avrei dovuto capirlo. Lascio l’arma e con fatica mi rimetto in piedi. Di fronte a me Regino Illustrissimo è uscito dalla tana. Ha sacrificato scientemente alcuni almeno per raggiungere il suo obiettivo. “Prigionieri di pregio”, conferma come se mi avesse letto nel pensiero. “Una squadra segreta. Il Professionista, l’addestratore dei Ranger che hanno massacrato i nostri compagni di lotta, il leggendario capo missione degli imperialisti.” È tutta da ridere. Non mi sono mai considerato un campione dell’Occidente, ma questi fanatici mi vedono così. “Non ci sono mai state quelle armi, vero? Tutto un inganno...” “Esatto, campione”, le parole arrivano accompagnate da uno scatto meccanico. Il cane di una vecchia .45 alzato alle mie spalle. Mi volto lentamente in modo da non perdere di vista Illustrissimo. Però la mia attenzione è su Frank che, al riflesso della luna, sembra un folletto cattivo. Ride, con un misto di amarezza e odio. Avevo visto giusto, solo rabbia dentro di lui. “Granger non riuscì mai a ritrovarle quelle dannate bombe. Ma aveva i numeri di matricola. Così ho messo su questo piccolo spettacolo. I messaggi, le voci filtrate sino a Langley. E ho preparato la trappola con gli amici qui. Tutti hanno avuto ciò che volevano, anche se ho dovuto cambiare il piano d’azione quando gli uomini mandati a catturarti a Ologampo hanno fallito. A quel punto abbiamo eliminato Joe che, comunque, non contava granché e sono venuto io a portarti diritto in trappola.” Sospiro. Ognuno ha le sue illusioni, per quanto folli possano sembrare. “Capisco. Illustrissimo diventerà una star”, dico, “ potrà consegnare l’addestratore dei Ranger catturato in missione non autorizzata. Un bello spettacolo di decapitazione in diretta. E, naturalmente, era prevedibile che avrebbero chiamato me o uno come me, dopo i miei trascorsi con i Ranger.” “Chi meglio del Professionista?” mi dileggia il filippino. Io non stacco gli occhi da Frank. “E tu? Cosa guadagni?” “Una gran soddisfazione. Mi hanno lasciato a pulire i cessi, dopo tanti anni. Un mezzo uomo, mi consideravano. Adesso capiranno. O forse no, perché io sparirò e la colpa sarà tutta di Granger e tua, naturalmente... tu hai fallito la missione ma per me sarà sempre una goduria, eroe.” “Un’emozione con cui riempire i giorni della vecchiaia”, concludo con un tono che lascia un segno smarrito nel suo sguardo. “ Basta tonterias” fa il guerrigliero, impaziente. “Raduniamo i prigionieri e andiamocene.... ehi, ma dov’è la donna?” Il Rettile scioglie le spire. Con Ivelda è bastato uno sguardo mentre uscivamo dal Moby Dick. Quando una coincidenza è troppo bella per essere vera... molte volte non lo è. La storia del vecchio soldato che arriva con l’informazione giusta va bene per un brutto fumetto. Sibili nella notte. Ivelda ha approfittato dell’oscurità per defilarsi e riprendere posizione. Il VSS ha una voce fredda, sibilante. I filippini sono sei. Tre muoiono colpiti ancora prima di realizzare il pericolo. Sollevati da proiettili 7,62 sparati a distanza relativamente vicina. Il silenziatore rallenta il colpo ma, a quella distanza, è irrilevante. Muoiono con i crani scoperchiati in scintillanti docce di sangue scuro e materia cerebrale. Io scalcio indietro spedendo il tallone nel petto di Frank. E mi butto su Regino Illustrissimo. Cacciatore e preda. Si scambiano i ruoli. Perde il fucile ma estrae una lama. Io ho la mia. Mi


taglia. Lo taglio. Sangue in volo, rabbia in corpo. Un calcio al ginocchio, eseguo quello che i maestri di Escrima di Intramuros chiamano Abanico, un ‘ventaglio’. Il pugnale gli salta dalla mano. Sono nella sua guardia. Gli torco un braccio dietro la schiena sin quasi a spezzarlo. Lo costringo a terra premendo con il mio ginocchio sulla colonna vertebrale. Intorno a me lo scontro è finito. Mamoa e Rizal non hanno perso l’occasione. La squadra ha reagito con prontezza. Sul campo i guerriglieri hanno pagato con la morte l’arroganza di credersi più furbi. Illustrissimo viene ammanettato con strisce di plastica zigrinata. Mamoa sorride. “Lo porto al mezzo, Prof... peccato per le bombe.” Già. Mi volto e trovo Frank dolorante, a terra. Ivelda gli preme la canna rovente del fucile sotto la gola. Lo ha legato ai resti di un vecchio truck, fusi nel terreno. Con manette di ferro. Mi accuccio, raccolgo la Colt e la butto lontano. “Ne valeva la pena, Frank?” Mi sputa addosso ma è come se si rivolgesse a uno specchio. Quasi piange ma non mi fa nessuna impressione. Per il suo orgoglio ferito per poco non mi tagliavano la testa. Frugo un po’ nella sacca e ne traggo uno degli oggetti convessi che pianto di fronte a Frank nel terreno. Avvito i cavi e aziono le spolette. Un led rosso si accende in cima al parallelepipedo. Incredibile come le vecchie Claymore funzionino ancora dopo tanti anni. Granate antiuomo composte da un involucro di ghisa, esplosivo azionato a distanza e una carica di biglie d’acciaio. “Ricorda sempre quel che c’è scritto sopra, Frank” gli dico mentre ci allontaniamo. Ho ancora in mano le spolette. Ivelda non commenta. Lei lo sa cosa c’è scritto su quelle bombe. Frank impreca, chiede pietà, ma sicuramente anche con la luce scarsa dell’ora che precede l’alba riesce a leggere la targa che i progettatori hanno stampigliato sul lato esterno della Claymore perché un soldato distratto e spaventato non si sbagli. Sapete, le Claymore sono state compagne dei soldati americani in diverse guerre. A volte hanno prodotto danni irreparabili a un nemico superiore nel numero. E la scritta che adesso Frank guarda ossessivamente, l’ultima frase che voglio che ricordi prima di finire in pezzi, ha anche un altro significato. Ti ricorda che, malgrado tutto, è meglio non tradire i compagni. FRONT TOWARD THE ENEMY. Fronte al nemico. Sempre. Mollo le spolette dopo qualche passo. La granata esplode nel momento in cui carichiamo il nostro prigioniero sul mezzo. La notte s’illumina di un fuoco vendicatore.

Per il Sangue Versato è disponibile in formato ebook sul sito: www.dbooks.it

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Forse è inutile parlare del Professionista quanto del suo autore, Stephen Gunn. Nomi nel vento, liberi di partecipare a mille avventure da sedici anni in ogni formato dalla collana Segretissimo, ai Perdisa Pop, sulle pagine di settimanali a grande diffusione e persino in un libro a fumetti o in qualche antologia sul nero italiano. Perché il Prof è un prodotto italiano, orgoglioso di esserlo. E se il mercato impone una maschera che importa? L’essenziale è raccontare una storia per quelli che hanno cuore per comprenderla. Internet: http://hotmag.me/ilprofessionista

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Da noi il fantastico è di casa

ALTRISOGNI la rivista digitale di horror, sci-fi e weird, solo su

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DOSSIER CONAN Torna l’eroe barbaro protagonista indiscusso della Sword & Sorcery. L’uscita del film di Nispel ci offre la possibilità di approfondire il personaggio in tutte le sue sfaccettature.

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ROBERT E. HOWARD, IL CANTORE DELLA VALLE OSCURA

“Tu che sei nato nella Valle Oscura, attento al Signore della Valle!” (…) Cade un’ombra informe sotto i neri alberi maligni, e io non andrò più alla Valle Oscura, che è la Porta dell’Inferno”. (REH, “The Dweller in the Dark Valley”) Chi fu in realtà Robert E. Howard, lo scrittore texano diventato colonna portante delle riviste pulp americane degli anni Trenta (soprattutto Weird Tales)? Nel breve arco della sua vita REH fece convivere in un irripetibile unicum aspetti tratti da suggestioni mitologiche e leggendarie provenienti dalle più svariate culture con il retroterra letterario tipico di quel periodo, fondendo folklore nordico, celtico ed orientale con elementi presenti nei romanzi d’appendice quali il western, l’horror, il thriller e il fantastico in generale. Ma chi era davvero l’uomo, dietro la figura dell’autore e delle sue creazioni? Un disadattato, figlio di un padre freddamente ostile e di una madre iperprotettiva, in lotta con l’ambiente squallido degli anni della Depressione in Texas, all’apparenza solido e tutto di un pezzo ma in realtà interiormente fragile, come lo intende il suo biografo Lyon Sprague De Camp, salvo riconoscere che se Howard fosse stato perfettamente normale ed equilibrato sarebbe probabilmente diventato un cow-boy e noi non avremmo mai avuto personaggi sanguigni come Conan? Un uomo che “camminava da solo”, ben consapevole della propria solitudine in una società che lo respingeva e alla quale non faceva nessuna concessione, come lo descrisse Novalyne Price, l’unica donna con la quale poté instaurare un rapporto più o meno stabile, al di fuori dell’influenza della madre? O più semplicemente un fantasioso e irripetibile laudator temporis acti, come lo definisce Pietro Guarriello, un autore la cui particolare sensibilità gli permise di farsi bardo nel senso più pieno del termine, di atteggiarsi a cantore di tempi che furono, in grado quindi di attirare a sé un pubblico avido di quelle emozioni che da sempre sono profondamente connaturate all’animo umano: il

di Michele Tetro

senso del mistero, il coraggio dell’uomo, l’epicità degli eventi, il dramma della sopravvivenza in un mondo ostile? Forse la risposta a questi quesiti è la semplice somma dei medesimi, quindi, se pure la necessità di manifestare tali esigenze ebbe come origine una personalità instabile, profondamente a disagio nel mondo in cui visse, l’effetto che ne derivò fu quello di riportare a nuova luce antiche fascinazioni che hanno profondamente contribuito a fecondare la vita, i sogni e lo spirito dell’uomo. Robert Ervin Howard nacque il 22 gennaio 1906 a Peaster, cittadina ai margini del deserto nella Contea di Parker, Texas, figlio di Hester Jane Ervin e di Isaac Mordecai Howard, uno dei primi medici condotti andato a stabilirsi in quella zona del Sud-Ovest americano. La famiglia Howard, data la professione di medico di

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frontiera del padre, si spostò di villaggio in villaggio lungo tutto il Texas per i primi dodici anni di vita di Robert, passando da Dark Valley nella Contea di Palo Pinto a tutta una serie di piccole località agricole e petrolifere fino alla definitiva sistemazione a Cross Plains, nella Contea di Callahan, quasi nell’esatto centro dello Stato. Questi continui spostamenti attraverso le dure comunità d’allevatori di bestiame e le cosiddette boomtowns sorte in seguito alla scoperta del petrolio ebbero il loro peso nel formare il carattere chiuso e introverso di Howard, anche se a segnare indelebilmente in negativo la vita del futuro scrittore, fin dalla giovanissima età, furono forse le attenzioni iper-protettive della madre e l’intransigente severità del padre, situazione familiare che potrebbe essere stata causa prima della sua instabilità caratteriale ed emotiva, dell’atteggiamento schivo e asociale, di una collera repressa e irrazionale covata

“Howard si appassiona al pugilato ed allo sport in generale, per far fronte una volta per tutte alle continue prevaricazioni dei bulletti locali, naturalmente spinti a prendersela con i compagni più introversi."

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nel profondo sin da bambino e di una marcata sfiducia nelle proprie capacità, elementi che determinano in lui volubilità d’umori e cupe crisi depressive. La sua infanzia ed adolescenza trascorrono, in un paesaggio desolato e ostile in grado di influire negativamente sulla psiche di chiunque, all’insegna di una marcata solitudine e di un’eccezionale timidezza, rese sopportabili, come sovente accade in questi casi, dalla totale immersione in un mondo fantasioso di sogni e letteratura avventurosa: tra i suoi autori preferiti Jack London, Edgar Rice Burroughs e Rudyard Kipling, da cui si alimenta il suo interesse per i mondi immaginari, il lirismo virile e i vitali protagonisti forti e solitari, i polizieschi venati d’intrighi e misteri di Sax Rohmer e le fantasie storiche di Arthur Conan Doyle, i racconti esotici ed orientali dell’avventuriero-scrittore Talbot Mundy e Harold Lamb, le biografie avventurose come quella di Sir Richard F. Burton, David Crockett, Buffalo Bill, i western di Zane Grey, i racconti di frontiera di Robert W. Chambers e i poeti Edgar Allan Poe, Gilbert Keith Chesterton, William Butler Yeats. Le leggende e le antiche saghe epiche delle isole britanniche appresi in tenera età dalla nonna paterna Eliza Henry Howard, di origine irlandese, stimolano nello scrittore una grande passione per la storia, la mitologia e per le proprie reminiscenze celtiche, oltre che fomentare un intenso interesse per le genealogie, le lingue gaeliche e le nomenclature dei clan scozzesi. Questi studi da autodidatta, che individuavano nella mitologia celtica una tradizione letteraria ricchissima ed eclettica, in seguito esercitarono grande importanza nei racconti howardiani, sia in quelli fantastici che in quelli più propriamente storici. Diplomatosi alla high school di Brownwood nel 1923, Howard si appassiona al pugilato ed allo sport in generale, per far fronte una volta per tutte alle continue prevaricazioni dei bulletti locali, naturalmente spinti a prendersela con i compagni più introversi. Si costruisce così un fisico imponente che mette fine a ogni tentativo di sopraffazione ai suoi danni, continuando anche in seguito a esercitarsi nella boxe e a seguire gli sport più agonistici. Già allora è presente in lui, come già in molti altri autori spinti a creare la propria arte da impellenti bisogni interiori, una forte propensione all’idea di suicidio, desiderio adolescenziale covato da lungo tempo ed espresso a chiare lettere nella sua produzione poetica. L’unica attività in grado di garantirgli l’assoluta libertà d’azione e pensiero è però l’arte dello scrivere e, fin dall’età di quindici anni, Howard è certo di poter intraprendere la carriera professionale di scrittore. Dopo aver vinto alcuni concorsi letterari scolastici e ad aver pubblicato qualche breve racconto western su una rivista amatoriale locale, nel 1924 Howard vende la sua prima novella Spear and Fang (La lancia e la zanna, una fantasia preistorica) alla rivista-pulp Weird Tales, dedicata alla narrativa orrorifica-soprannaturale,


fallito nel tentativo di apparire sulla più aristocratica Adventure. Nel frattempo si cimenta in tutta una serie di lavori saltuari come il raccoglitore di cotone, il barista, lo stenografo, il rilevatore nei campi petroliferi, l’aiutante in una stazione di servizio, il commesso e diversi altri, lasciati tutti per l’incompatibilità di carattere mostrata verso i suoi superiori e l’impellente desiderio di libertà. Weird Tales gli offre un mercato narrativo piuttosto stabile (anche se retribuisce di solo mezzo cent ogni parola e sovente tarda a pagare) che Howard provvede in seguito ad ampliare aprendosi a nuove riviste sorte nel frattempo (Argosy-All Story Weekly, Fight Stories, Action Stories). Scrittore tumultuoso ed infaticabile, in grado di passare con facilità di genere in genere, dalla poesia alla prosa, prediligendo comunque il racconto avventuroso, storico e fantastico (pur cimentandosi anche in quello poliziesco, pugilistico, orrorifico), Howard negli anni 1928-1932 crea la sua indimenticabile galleria di violenti personaggi barbarici, a cominciare dall’avventuriero puritano Solomon Kane per poi proseguire con il sovrano atlantideo Kull di Valusia, il predone gaelico Cormac MacArt, il re pitto Bran Mak Morn, il crociato Cormac Fitzgeoffrey e l’esule irlandese Turlogh Dubh O’Brien, fino a giungere alla summa di tutti questi eroi, Conan il Cimmero. Le sue saghe riscuotono grande successo sulle pagine di Weird Tales e finalmente Howard, anche se solo a livello epistolare, riesce a infrangere il suo isolamento entrando in contatto con altri scrittori, quali Howard Phillips Lovecraft e Clark Ashton Smith. Col primo in particolare lo scrittore di Cross Plains instaura una monumentale corrispondenza di grande interesse umano, letterario e culturale, affrontando approfonditamente temi quali la decadenza dovuta al progresso, il confronto tra barbarie e civiltà, la situazione politica del suo periodo, la storia, la letteratura, il tutto sotto forma di lunghe disquisizioni paragonabili a veri e propri saggi. Howard diventa scrittore professionista, producendo una mole immensa di narrativa tra poesie, racconti e romanzi brevi (di

cui 225 novelle pubblicate lui vivente o postume) ma nonostante il fatto di avere momentaneamente raggiunto la stabilità economica, senza arrivare a parlare di agiatezza, il suo modo di vivere va declinando in peggio: i pragmatici abitanti di Cross Plains considerano il figlio del dottor Howard come uno stravagante e immaturo individuo che invece di lavorare sul serio perde il suo tempo scrivendo per le riviste (quando invece Howard, nel periodo della Grande Depressione, guadagna forse più di tutti i suoi concittadini, arrivando spesso a sgobbare sulla macchina da scrivere per oltre diciotto ore al giorno), i vincoli che lo stringono alla madre si intensificano e i litigi col padre, dapprima riluttante ad accettare il ritiro dagli studi del figlio poi accusato di non provvedere con adeguata cura alla salute della moglie, si fanno più accesi. Howard tende sempre più a estraniarsi dalla società, rifugiandosi nei suoi mondi perduti, tornando col pensiero all’adolescenziale desiderio di suicidio e maturando profonde manie di persecuzione che gli fanno vedere ovunque degli inesistenti “nemici”. Nel 1932 conosce Novalyne Price, giovane insegnante di lingua inglese alla scuola locale e apprendista scrittrice, forse l’unica persona che avrebbe potuto fare qualcosa di positivo per salvare lo scrittore dal progressivo peggioramento del suo stato mentale. Di caratteri profondamente opposti, schivo, solitario ed eccentrico

“Howard negli anni 1928-1932 crea la sua indimenticabile galleria di violenti personaggi barbarici."

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lui, intraprendente, metodica e determinata lei, i due trovano un interesse comune nell’arte della scrittura, sebbene anche in questo campo le differenze siano abissali: i rutilanti e sanguigni universi fantastici di Howard mal si addicono alla tendenza di Novalyne di trattare piccole storie di tutti i giorni e di gente comune. La loro relazione, scoraggiata dalla madre di lui, s’interrompe aspramente nel 1935, con la partenza di Novalyne Price per l’Università della Louisiana. Le condizioni di salute della signora Howard, malata di tubercolosi, peggiorano rapidamente e i guadagni letterari del figlio vengono impiegati per le cure dispendiose e i viaggi in vari sanatori del circondario. Sottoposto a dure pressioni e al culmine della depressione, Howard decide si smettere di scrivere narrativa fantastica per dedicarsi completamente ai western e alla storia regionale del Texas (di cui vanta una conoscenza enciclopedica), argomenti che trovano in quel periodo un buon riscontro nelle riviste popolari e un sicuro mercato per le esigenze pecuniarie dello scrittore. L’11 giugno 1936, appreso che la madre non si sarebbe più svegliata dal coma in cui è precipitata nel frattempo, Robert Howard batte alcuni versi sulla macchina da scrivere (“Tutto è trascorso, tutto è compiuto, alzatemi sulla pira/La festa è finita, la lampada spira”), poi sale sulla sua automobile e si spara alla tempia, con quella stessa Colt .380 che gli sarebbe servita per intimidire i suoi immaginari nemici. Lo scrittore muore dopo otto ore d’agonia e la signora Howard lo segue il giorno successivo, senza riprendere più conoscenza. Un mercuriale autore, Robert E. Howard, insofferente a ogni tipo di autorità, isolato dalla società, psicologicamente instabile, visionario, a suo modo intellettuale e decisamente romantico, soggetto come il suo personaggio più famoso, Conan il Barbaro, a titaniche allegrie e altrettanto titaniche malinconie, dall’immaginazione tumultuosa e dal taglio squisitamente “cinematografico”. Robert E. Howard, il cantore giunto dalla Valle Oscura…

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Cognome: Tetro Nome: Michele Note biografiche: Michele Tetro (Novara, 1969): scrittore e giornalista, laureato in storia medievale con la tesi “Fantasia eroica e medioevo inventato nell’opera di Robert E. Howard”. Dall’età di tredici anni ha pubblicato diversi racconti di SF e saggi cinematografici sulle riviste “OMNI”, “Futura”, “L’Eternauta”, “Futuro Europa”, “Yorick Fantasy Magazine”. Nel 2001 ha curato l’antologia critica “H. P. Lovecraft-Sculptus in Tenebris: saggi ed iconografia lovecraftiana (Nuova Metropolis), e assieme a Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo ha scritto “Il grande cinema di fantascienza: da “2001” al 2001”, “Il grande cinema di fantascienza: aspettando il monolito nero”, “Il grande cinema fantasy” (Gremese Editore, 20012004), “Contact! Tutti i film degli alieni” (Tedeschi Editore, 2006). A sua sola firma sono apparsi “Conan il Barbaro: l’epica di John Milius” (Falsopiano Editore, 2005), il romanzo “L’occhio ardente di Mbatian” (ispirato all’episodio Il dominio del drago del serial “Spazio 1999”, Cosmic Group 2005) e il saggio A Word from Outer Dark: The Poetical Works of Robert E. Howard nel volume “Two Gun Bob- A Centennial Study of REH” (New York, 2007). Fa parte degli autori dell’antologia fantasy “Mahayavan-storie delle Terre Divise” (Edizioni Scudo, 2010). Il suo ultimo libro, in collaborazione con Gian Filippo Pizzo e Roberto Chiavini, è “Mondi paralleli: storie di fantascienza dal libro al film” (Edizioni Della Vigna, 2011). Sta ora lavorando ad un altro volume, dedicato al sovrannaturale cinematografico di matrice letteraria.


Il romanzo di esordio di Stefano Di Marino, riproposto in esclusiva in formato digitale. Uno spaccato graffiante e vivo della Milano violenta degli anni ‘80.

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N O I T AC

I ROMAN ZI DI ACT ION La proposta digitale di Action non si esaurisce con i contenuti della rivista. Periodicamente assieme a ogni nuovo numero, vi proponiamo una serie di romanzi legati per temi e contenuti all’Azione e all’Avventura. Romanzi da tempo introvabili, in una nuova edizione digitale rivista e corretta dagli autori. Una biblioteca ideale per chi ama questo genere. La possibilità di riscoprire testi ormai fuori catalogo e altri che da ormai lungo tempo sono scomparsi, forse conosciuti da pochi, magari solo per titolo.

Prossima

mente!

APPUNTAMENTO A SAMARINGA di Stefano Di Marino Un’avventura esotica dei tempi della Guerra fredda. Julius Colleoni, mercenario italiano, torna nell’oriente dove ha vissuto mille avventure. Cosa nasconde l’isola di Samaringa? Un traffico di droga gestito da un misterioso personaggio agli ordini della Yakuza? Ma perché quei soldi sporchi dovrebbero finire nelle casse del KGB? Che ruolo ha Jaga Thanut l’avventuriera che sembra conoscere ogni segreto dell’isola? Per scoprirlo Julius dovrà avventurarsi in un universo pericoloso dove spie, ninja e avventurieri si affrontano all’ultimo sangue.

VLAD: IL PRIMO DELLA LISTA di Stefano Di Marino

Vlad, l’agente del nuovo millennio. Al servizio della SWORD, agenzia di sicurezza dell’ONU, Vlad Spetrak, ex agente dei servizi russi combatte per la stabilità politica del mondo. Nuovi e vecchi avversari mescolano le carte minacciando di sovvertire l’ordine mondiale. Ma Vlad ha perso la memoria. Ricorda solo ciò che il suo capo gli ha insegnato. Come farà a salvare Vlasta Vrana, la donna che dice di amarlo, rispuntata a New York con informazioni vitali su un complotto internazionale? Come potrà distinguere, nella nebbia dei ricordi, tra amici e mortali avversari? Un classico della spystory Made in Italy in una nuova versione rivista dall’autore.

O T N E M A APPUNTARINGA A SAM o Di M di Stefan

arino

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123 ACTION

I romanzi di

Action

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ridotte

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negativo

Action#1 - demo gratuita  

Rivista digitale interamente dedicata al mondo dell'azione, a cura di stefano di marino.

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