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Luce all’improvviso Mercoledì 15 aprile 2002 h 09.00

Apro gli occhi, confusa come dopo una dormita di ore. Nell’immagine offuscata dell’ospedale, sbiadita dai miei occhi miopi, vedo avvicinarsi la figura, sempre meno appannata, di Azzurra. Tiro un respiro di sollievo. La sua presenza è sempre stata una certezza: dall’inizio di questa vicenda, mi è stata accanto come solo una sorella può fare. La sua vista mi rassicura. «Dove sono i miei occhiali?» sono le prime parole dopo quel sonno indotto di una ventina di minuti. «Eccoli» Azzurra li prende dal lato della barella, dove evidentemente qualcuna delle tante infermiere che mi sono girate intorno li aveva messi, senza l’accortezza di avvisarmi. Quando me li metto, faccio per sfilarli di nuovo. È come se la vista chiara di quel posto, così pulito, così accogliente, ma per me così infinitamente squallido, mi ridesse la lucidità. Proprio quello che non mi serve ora. Avrei preferito continuare a dormire. Trattengo le mani dal togliere gli occhiali, ho bisogno di vedere. I miei movimenti sono rallentati, sento che gli arti rispondono in ritardo, sono come intorpiditi, così come il cervello. Dopo i primi momenti di confusione, il pensiero che finalmente è tutto finito. Poi, la realtà sbattuta addosso, tutta in una volta: finito vuol dire finito, inesorabilmente concluso. Quel che è fatto è fatto, che sia giusto, sbagliato, mostruoso o liberatorio. Comunque sia, è fatta e non si torna più indietro. Mi assale una tale angoscia, che, quando inizio a sentire i dolori alla pancia, come delle contrazioni, mi sento sollevata: forse il dolore fisico può giustificare le lacrime che escono da sole e non riesco a fermare, e forse può occupare per un attimo il cervello. Forse. Mentre Azzurra chiama l’infermiera chiedendole di fare qualcosa per quei dolori, mi distraggo per due o tre minuti, poi un 9


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Capitolo I

dolore diverso, quello che proprio non si può sopportare, quello che non si placa con una flebo, torna prepotente in primo piano. L’effetto dell’anestesia, non del tutto smaltita, interviene in mio aiuto, mi addormento rifugiandomi in un luogo dove tutto è normale, dove questa storia non è mai iniziata, dove non ci sono ospedali, infermiere, aghi, dove non c’è Lorenzo. Lo vedo davanti a me quando mi sveglio: sono circa le undici, i dolori sono notevolmente diminuiti. Azzurra mi spiega che l’infermiera avrebbe inserito nella flebo un antidolorifico se non si fossero calmati, «ma poi ti sei addormentata. Ora come va». «Meglio, meglio, molto meglio». Il dolore adesso è sopportabile, il torpore si è allontanato, quello fisico e quello mentale, lasciandomi in balia di una specie di semilucidità che da un po’ di tempo fa parte del mio carattere. Il cervello ha creato la solita patina che da qualche anno a questa parte produce in mia difesa come a filtrarmi i problemi. Ora riesco a sopportare la realtà, quello che vivo adesso, tutto l’orrore che è stato e quello che mi aspetta. Sopportare significa che posso trattenere il pianto ed evitare di urlare a squarciagola, perché queste sono alcune delle cose che istintivamente farei, credo. Azzurra è sulla sedia vicino al mio letto, Lorenzo è in piedi, di fronte a me, il sorriso tirato che sfodera nervosamente quando sa che la mia mente è lontana. Stiamo insieme da cinque anni e, da quattro, situazioni del genere, anche se di gravità decisamente minore, sono all’ordine del giorno. Non gli rivolgo la parola, vorrei solo che sparisse, ma non da questa stanza o dall’ospedale, vorrei che sparisse e basta, che improvvisamente la sua esistenza venisse cancellata dalla mia vita, nel presente come nel passato, portandosi dietro tutto l’orrore di oggi. Posando per un momento lo sguardo su di lui, vedo un uomo che non mi piace. Mai, se lo conoscessi in questo momento, potrei provare per lui l’attrazione da cui è cominciato tutto, quella forza sovrumana che mi ha spinto verso di lui e mi ha portato fino a qui, in un letto di ospedale.


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Mi viene in mente, come una liberazione, che forse adesso troverò la spinta per lasciarlo. Nessun amore, neanche il più profondo, può sopravvivere a tragedie del genere. Ma probabilmente sottovaluto la mia pazienza, la mia capacità di sopportazione, la mia abilità nel guardarmi dall’esterno. Sarebbe tremendo per lui se adesso fossi scortese, non lo vorrebbe mai, ci rimarrebbe troppo male. Ed eccolo lì, un mezzo sorriso pronto a fargli prendere respiro. Mi esce naturale, anche se per natura tutto farei ora fuorché ridere, ma mi si stampa autonomamente sul viso. Quando mi chiede come mi sento, un fiume di pensieri e parole mi si affolla in mente. Vorrei dirgli quanto sto male, quanto ho tentato di soffocare le lacrime, quanto mi sembra tutto spaventosamente senza via di scampo, quanto ritengo sbagliata quella scelta cui lui mi ha subdolamente obbligato, quanto mi sento vuota, inutile, sbagliata. «Bene» rispondo «Ho solo un po’ di dolore alla mano». Mi guardo la mano sinistra, alzando il cerotto, e vedo una sorta di melanzana, un bubbone viola. «L’anestesista non aveva la mano leggera, mi dispiace. Vado a chiedere aiuto a qualcuno - interviene Lorenzo - sì, chiamo un’infermiera, un medico». «Direi che sarebbe meglio rivolgersi al primario, per stare più sicuri. Ma sei impazzito, è solo un livido, ci vuole un po’ di tempo e passerà». «Per stanotte ho prenotato un albergo strepitoso - cambia discorso - starai sicuramente meglio di ieri». Continuo a simulare sorrisi, mentre penso che vorrei tanto essere a casa mia, altro che alberghi. Quello in cui abbiamo dormito la notte scorsa era una specie di stamberga, angusto, squallido, sporco, ma è stato comodo, proprio davanti all’ospedale. Bologna non potrò più sopportarla da ora in poi. Abbiamo deciso di venire qua a fare l’intervento perché il Sant’Orsola per queste cose è uno dei migliori ospedali, ma ora vorrei solo essere a Roma, a casa. Il pensare e ripensare agli ultimi giorni mi fa


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Capitolo I

addormentare di nuovo. Mi sveglia lo squillo del cellulare di Azzurra. Da stamattina ha smesso raramente di suonare. Questa volta è Gaia, la mia amica di sempre. «Come va?». «Bene - rispondo - sono solo un po’ frastornata, è da stamattina che non faccio altro che dormire». «Lalla sono io - ribatte - non devi recitare con me, voglio sapere sul serio come stai». «Fisicamente sto bene, davvero, per il resto non so risponderti, mi sento talmente confusa che non riesco a capire cosa mi passa per la testa». «Con quello che è successo è normale, anzi mi chiedo chi ti abbia dato tutta la calma che hai dimostrato fino ad ora. Cerca di sfogarti se ne hai bisogno, piangi, urla, non so, c’è Azzurra con te, questo dovrebbe aiutarti». «Non sai quanto, comunque, non ti preoccupare, va bene, se non altro mi sono tolta il pensiero dell’intervento». «Ora devi solo pensare a riprenderti a livello fisico, tutto il resto verrà da sé, saprai prendere le giuste decisioni». Quando riattacco mi guardo intorno, Lorenzo è andato via, la stanza adesso è ancora più soleggiata, chiedo ad Azzurra che ore sono. «Le due e dieci». «Tu hai mangiato?». «Lorenzo mi ha comprato un panino». «Io ho una fame da svenire». «Lo so, tesoro, sei digiuna da ieri sera, ma se non ti portano qualcosa loro, evidentemente non è ancora il caso d’ingerire niente». «Sì, lo so. Mamma ha chiamato?». «Mi ha chiamato stamattina». «Dio, e tu?». «Le ho detto che eri in redazione e probabilmente non ti prendeva il telefono». «Credi che abbia capito qualcosa?». «Assolutamente no, perché avrebbe dovuto, ci vai tutti i giorni in redazione. Cerca di stare tranquilla ora. A proposito, come ti senti».


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«Meglio, meglio, i dolori forti sono passati». «Lalla, non dicevo fisicamente, non hai voglia di parlare?». «Non saprei di cosa, mi sento così frastornata che proprio non riesco a mettere a fuoco i ragionamenti». «Dimmi almeno se hai avuto paura, com’è stato, quanta gente c’era in sala operatoria». Cerco le parole per dirle l’orrore che è stato, l’angoscia che ho avvertito, per quanto sbiadita dal senso di confusione che non mi ha mai abbandonata. «Lalla» mi sollecita. «Non ho avuto paura per niente, senso di squallore più che altro. Quando ci hanno portato via da qui, ci hanno fatto scendere per delle scale, non so bene, non mi ricordo, poi ci hanno parcheggiate in una piccolissima stanza, eravamo tutte insieme, quelle che vedi qui. Era una specie di bagno senza sanitari, con delle sedie attaccate a due delle pareti. Dopo un po’ è arrivata l’infermiera a chiamare la prima di noi, io ero la penultima». «Avete parlato fra voi». «Non so quanta verità sia uscita fuori, so solo che ho sentito storie sconcertanti e di ognuna di quelle ragazze mi sono chiesta più di una volta quale assurda disperazione potesse averle portate a prendere questa decisione, di cui nessuna sembrava davvero convinta». Parlo pianissimo, un po’ per non farmi sentire dalle altre, un po’ perché mi sento priva di energie. Azzurra ha l’espressione visibilmente disturbata da quello che le sto dicendo. E dire che, nonostante la potenza delle parole, non credo di essere riuscita a darle il senso di quel tempo indefinito trascorso in una minuscola stanzetta vuota, piena solo di anime perse imprigionate dentro a corpi floridi. «Mal comune mezzo gaudio, dicono, per me condividere l’attesa con quelle ragazze è stata una tortura. Non so neanche i loro nomi. Ci siamo raccontate un mare di cose, ma nessuna di noi ha detto il suo nome...». «Ma perché portarvi lì, mi chiedo - mi ferma Azzurra - potevano tranquillamente chiamarvi direttamente una alla volta dalla stanza...».


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Capitolo I

Il nostro dialogo viene interrotto dall’arrivo dell’infermiera che porta qualcosa da mangiare: tè e biscotti. Li divoro.

Entra ancora tanto di quel sole dalla grande finestra, che mi sembrano sempre le due del pomeriggio, di un pomeriggio che non passa mai. Quando guardo l’orologio e vedo che sono le cinque, non ci penso due volte: scendo dal letto e prendo i vestiti dall’armadietto. «Ma sei pazza - Azzurra cerca di dissuadermi - i medici hanno detto che dovete stare qui almeno fino alle sei... dovesse succedere qualcosa». «Un’altra intera ora, ma figurati, che vuoi che succeda. Non ci penso neanche lontanamente, no, non ne posso più, voglio uscire, voglio camminare, voglio fumare... fumare... Ho di nuovo voglia di fumare. È incredibile, in un solo giorno è tornato tutto com’era». Mentre dico così mi rendo conto del vuoto che torna ad impossessarsi prepotentemente di me, ancora più profondo di prima. Nelle ultime settimane tutto era cambiato.

Dall’inizio di questa storia, che solo oggi si è conclusa nel peggiore dei modi, avevo provato una sensazione meravigliosa: per la prima volta mi sentivo viva e forte, dopo cinque anni di quasi totale inferno. Mi sentivo presente, dopo cinque anni di continua lontananza da me stessa. «Si è totalmente annullata» continuava a ripetere il mio psicoterapeuta, il quale è riuscito fino al momento a regalarmi poche settimane, e mai più di due di seguito, di lucidità, di pace, di percezione di me. «Depressione bipolare» è la diagnosi, che significa ondeggiare di continuo dalle stelle alle stalle, con una forte prevalenza di momenti bui. Da qualche settimana, senza l’aiuto di Valli, luminare della psicoterapia post-razionalista, nonché neurologo e psichiatra, senza alcun apporto esterno, senza nessuna buona azione nei miei confronti da parte di qualcuno, era tutto spazzato via. Era come se fossi rinata, come se mi si fosse accesa una luce intorno e dentro, nel più profondo di un’anima che consideravo addormentata.


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Cinque anni, sono passati già cinque anni da quando ho conosciuto la persona che ha cambiato la mia vita, il mio carattere, il mio fisico. Pesavo 50 chili allora. Poi, graduale e piano piano sempre più prepotente, il conflitto con l’ago della bilancia, che diventava un’ossessione, ogni giorno più protagonista dei miei pensieri, tanto da farmi arrivare ad averla vinta, facendolo precipitare fino ai trentanove chili. Sei troppo magra; quanto ti sei sciupata; dove sono finite le tue curve: sono le domande che sento più di frequente da un po’ di tempo. Eppure mi sento così bene senza quelle forme che facevano girare la testa a qualunque uomo mi capitasse sotto tiro, ho una tale soddisfazione ogni volta che mi rendo conto che un indumento mi sta largo, che sia un pantalone, una maglietta, un reggiseno; è come se una parte di me, quella parte vulnerabile, tenera, umana, si annullasse, fosse spazzata via, e questo mi dà forza. Qualche settimana fa, poi, all’improvviso, tutto era cambiato, non mi interessava assolutamente nulla che i reggiseni mi stringessero, la carne non era più debolezza, faceva parte di me ed era lì a dimostrare la mia forza. Solo per qualche settimana. Oggi è tornato tutto come prima, tutto come gli ultimi cinque anni, solo con un peso in più sull’anima. La normalità, quella devastante e insopportabile normalità degli ultimi cinque anni, è tornata a dominare. Alla fine riesco ad averla vinta. Mentre Azzurra e Lorenzo continuano a dire che non è il caso, è meglio aspettare un po’, dovesse succedere qualcosa, io sono già sulla porta di quella stanza che mi ricorderò a vita, vestita di tutto punto, jeans, maglione nero e stivali, con il cappotto in mano. Mi sento un po’ a disagio perché non ho un filo di trucco, ma sto bene, fisicamente non c’è niente che non vada, indolenzimento a parte, voglio andare via da qui.


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Capitolo I

14 febbraio 1997

Quando suonò la sveglia mi sembrava la continuazione del sogno. La lasciai urlare per una quindicina di minuti perché ero convinta che fosse il suono di un telefono che si trovava sulla mia scrivania, in un ufficio fantastico. Aprendo gli occhi, realizzai che prima che questo diventasse realtà avrei dovuto aspettare ancora un po’. D’altra parte mi ero laureata solo da un anno e la mia esperienza come giornalista, che è il lavoro che volevo fare, non era delle più nutrite: avevo alle spalle giusto qualche sporadica collaborazione con alcuni quotidiani e un mensile, oltre alla pubblicazione di alcune recensioni scritte all’università. Tutta colpa di papà: quando ero al primo anno di Lettere mi aveva trovato una collaborazione con Repubblica, ma si era opposto fermamente perché diceva che lavorare e studiare contemporaneamente è troppo difficile. «Io l’ho fatto e non è una passeggiata, anzi ho rischiato di mandare per aria entrambe le cose. Poi, questo lavoro è troppo impegnativo per dividerlo con un’altra attività». Mi aveva ripetuto la storiella per una quindicina di giorni, dopodiché, al limite della sopportazione, avevo ceduto al suo volere. E ora mi ritrovavo a venticinque anni con una magnifica laurea, conseguita, non sia mai detto il contrario, con 110 e lode, e tanti sogni con un’unica trama: un lavoro in un quotidiano. Era una giornata meravigliosa, il sole era così forte da far sembrare il cielo quello di maggio più che di febbraio. Ora si trattava solo d’ingegnarsi su come trascorrerla, quella magnifica giornata. Misi su il caffè e, mentre tiravo fuori dalla credenza le fette biscottate e i cereali, assorta in pensieri sul mio quasi storico Marco e su quanto mi sarebbe piaciuto sentire per lui ancora l’entusiasmo che avevo quattro anni prima, quando ci eravamo messi insieme, il telefono mi riportò alla realtà. «Buongiorno tesoro». La voce pimpante di Azzurra mi mise di buon umore «Ho fantastiche notizie: mi ha chiamato Vincenzo Moratti. C’è un produttore che sta mettendo su un duo femminile e vuole sentire i nostri brani».


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In attesa di trovare un lavoro serio, in un’azienda vera, e realizzare il mio reale sogno di sempre, scrivere di cose esistenti, mi ero dedicata ad impiegare il tempo a mettere su carta sentimenti, sensazioni, amori, orrori e quant’altro: testi musicali, insomma, insieme con mia sorella, fissata da sempre con il mondo della musica. Adesso ero impalata davanti all’armadio a sei ante, tentando di decidere cosa mettermi per andare all’incontro con un produttore musicale. Era un febbraio singolare: da circa una settimana sembrava che la primavera fosse arrivata in anticipo, così iniziai a scartare golf a lana grossa, pellicce, tutto quanto di più carino avessi per far bella figura in un pomeriggio invernale. Senza farmi prendere dal panico, optai per un classico pantalone nero e dolcevita, anch’esso rigorosamente nero. A spezzare ci avrebbero pensato, si fa per dire, scarpe, borsa e cappotto di pelle con solo il collo di pelliccia (non poteva essere fuori luogo, pensai, nonostante il sole quasi estivo, in fondo era sempre febbraio), tutto testa di moro: mi discostavo di rado dai colori scuri, e lo faccio tutt’ora, fanno risaltare il biondo dei capelli.

Eravamo finalmente sotto lo studio di questo Claudio Ansaldi, il produttore che Vincenzo doveva presentarci, dopo venti interminabili minuti, passati a cercare parcheggio per la mia pandina superscassata, che Marco mi aveva regalato qualche anno prima. Azzurra era bellissima, come sempre: jeans e dolcevita marrone, dell’identico colore dei capelli, occhi più cerulei che mai alla luce di quello strano sole invernale. Erano le tre meno cinque: ho l’abitudine di arrivare in anticipo a qualunque appuntamento, ma la stessa abitudine non sembrava appartenere a Vincenzo, che, quando erano e dieci, ancora non si vedeva. Arrivò alle tre e mezzo, scusandosi un’infinità di volte e fiondandosi, chiedendoci di seguirlo, su per le scale di un bel palazzo sul lungotevere, alle spalle del teatro Olimpico.


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Capitolo I

Lo studio era accogliente, spazioso, luminoso, con una vetrata che occupava un’intera parete. Dietro ad una grande scrivania di cristallo c’era un ometto piccolo, stempiato e brizzolato, dalla faccia buona, tenera. «Vi presento Claudio - disse Vincenzo - loro sono Azzurra e Laura, scusa per il ritardo, è colpa mia, una delle mie cantanti ha avuto una specie di crisi isterica e non potevo piantarla in asso». «Non c’è problema - disse l’ometto - accomodatevi, io ai ritardi ci sono più che abituato, lavorando da un anno con lui: se concordiamo un’ora, diventa puntualmente l’ora dopo, quando va bene. A proposito, lui è Lorenzo, il mio arrangiatore» disse rivolgendo lo sguardo verso la vetrata, vicino alla quale, su una sedia, con una chitarra in mano e lo sguardo fisso sullo strumento, c’era un tipo strano, non saprei come altro definirlo. In realtà credo sia l’aggettivo più indicato proprio perché vago, come lui. Quel ragazzo aveva qualcosa di sfuggente, una persona fuori dalla norma, con un che d’inquietante, che incuteva disagio. «Piacere - disse, alzando finalmente da quella chitarra gli occhi grigi, liquidi, enormi, cupi, intelligenti, e sfoderando un mezzo sorriso gradevole alla vista, ma poco convincente - sono Lorenzo».

Dal suo punto di vista - 1 capitolo  

Dal suo punto di vista - 1 capitolo di Danila Santagata

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