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IL GRANDE OSSIMORO Fra guerre umanitarie e guerre preventive: la crisi della verità dietro l’opera dei problem solvers. Parafrasando un celebre scritto di metà ottocento, si potrebbe affermare che "uno spettro si aggira per l'Europa": la verità. Considerata però trascurabile la connotazione geografica – poiché il fenomeno interesserebbe ben più che l’Europa – ciò che importa allora è proprio questo, l’idea della verità come uno spettro, come una chiaroscura presenza della quale nemmeno si scorgono i contorni. Non si parla in questo caso di verità scientifica, epistemologica, ma di verità storica, fattuale: la storia nella sua unicità e irripetibilità e irrevocabilità, che è vera proprio perché unica, che è “così indissolubilmente legata al flusso vivente dell’agire e del parlare che può essere rappresentata e ″reificata″ solo mediante una sorta di ripetizione, l’imitazione o mimēsis”1. Si cercherà con questo intervento di proporre una chiave di lettura del rapporto esistente fra la politica propagandistica dei governi, la Verità e l’imitazione. La celebre favola delle armi di distruzione di massa si propone immediatamente per il suo carattere esemplificativo: è passata di bocca in bocca, è stata messa nero su bianco, con tanto di firma in calce, così da divenire tanto credibile quanto incredibile e perciò definitivamente superflua, definitivamente inutile alla conoscenza. Il discorso del Segretario di Stato americano Colin Powell, tenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel Febbraio 2003, all’alba di quello che doveva essere a suo parere un intervento bellico legittimo al fine della preventiva eliminazione di un pericoloso nemico politico possessore di armi di distruzione massiva, mostra oggi, dopo esser stato disvelato tutto il suo carico di menzogne, neppure una grinza, o una crepa. In quanto tale, era un discorso perfettamente accettabile o perfettamente inammissibile a seconda dei punti di vista. Non si vuole, in questa sede, discutere nel merito gli argomenti proposti. Il fatto è un altro: quel discorso si reggeva esclusivamente su punti d’appoggio inventati di sana pianta. Paradossalmente si potrebbe sostenere che quanto detto da Colin Powell non sia falso poiché con quel discorso non ci si è affatto preoccupati della verità. Essa è stata deliberatamente messa da parte. Lo scopo non era di rappresentare una realtà. Chi scrisse quell’intervento compì una pura opera di fabbricazione, di imitazione o mimēsis che dir si voglia. Costruì una storia. E tutti gli inventori di storie lavorano con materiale umano – azioni e parole – per ricombinarlo in una forma nuova che può permettersi di non darsi cura dei fatti. Così la verità fattuale è morta e il vilipendio della parola è compiuto. Le nostre parole non corrispondono più al mondo. Quando le cose erano intere, credevamo che le nostre parole le sapessero esprimere. Poi a mano a mano quelle cose si sono spezzate, sono andate in schegge franando nel caos. Ma le nostre parole sono rimaste le medesime. Non si sono adattate alla nuova realtà. Pertanto, ogni volta che 1

H. Arendt, La condizione umana. Vita Activa., Bompiani, Milano, 1988 [1958], p. 137.


tentiamo di parlare di ciò che vediamo, parliamo falsamente, distorcendo l'oggetto che vorremmo rappresentare. Tutto si fa disordine2.

Il disordine verbale permette di veicolare formulazioni del tipo guerra preventiva, stati canaglia e guerra umanitaria – che oserei definire il Grande Ossimoro, per la scandalosa composizione di termini - di far rientrare simili concetti nella categoria delle cose possibili sebbene la guerra sia inequivocabilmente portatrice di morte e la morte sia la fine della condizione umana. I costruttori di ossimori sono i grandi comunicatori che s'ingegnano a edificare il consenso sulle loro espressioni. Li chiamano problem solvers3. A prima vista, potrebbe sembrare che il problema che questi personaggi sono chiamati dai governi a risolvere sia la verità. Risolverebbero la verità rendendola accettabile alla pubblica opinione. La risoluzione della verità equivarrebbe alla sua liquidazione. Eppure essi non si occupano di verità, né della realtà che li circonda. Il risultato della loro imponente opera di costruzione farebbe parte di quel grande filone creativo che fa capo all'image making. Leggo da un saggio di H. Arendt, intitolato La menzogna in politica, dal quale deduco parte di questi temi, in cui la questione dei problem solvers viene indagata a partire dai cosiddetti Pentagon Papers, atti segreti del Segretariato alla Difesa degli Stati Uniti d’America, che documentano il ruolo avuto e il processo decisionale intrapreso dal governo americano in Indocina a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale: E' questo totale distacco dalla realtà che stupirà [...] Il modello burocratico aveva preso completamente il posto della realtà: i fatti duri e ostinati, che tanti analisti dei servizi di informazione, pagati fior di quattrini, andavano raccogliendo, venivano ignorati [...] Non sono sicura del fatto che i mali della burocrazia siano una spiegazione sufficiente, anche se non c'è dubbio che hanno reso più facile questa defattualizzazione4.

Il problema è non già relativo ai fatti e alla loro esistenza, piuttosto riguarda la possibilità di muovere un orientamento storico condiviso dall’orizzonte fenomenico, di costruire una storia come realtà, di procedere dai fatti alla narrazione. In un contesto di defattualizzazione, quanto sopra risulterebbe profondamente compromesso. Emergerebbe l’impossibilità di narrare una storia, di narrare la Storia. Non si intende parlare in questa sede di Ministeri dell’Informazione o della Verità, di evocare immagini orwelliane di fedeli funzionari burocrati al servizio del governo, intenti a distruggere articoli e documenti che comprometterebbero una sempre cangiante verità. L’idea che emerge è un’altra; rivela certamente una contiguità coi regimi totalitari ma pure una profonda divergenza.

P. Auster, Città di Vetro, in Trilogia di New York, Einaudi, Torino, 1996 e 1998, p. 82. Cfr. H. Arendt, La menzogna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers., in Politica e Menzogna, SugarCo, Milano, 1985, pp. 92 e segg. 4 Ibidem, p. 100. 2 3


Infatti, mentre un governo totalitario interviene sull’orizzonte fenomenico piegandolo ad un’ideologia, non essendoci “bisogno di fatti, né di informazione” poiché esiste “una «teoria», e tutti i dati che non le si adattavano erano negati o ignorati”5, i problem solvers non difendono teorie o piuttosto ideologie, ma immagini. Il punto non è tanto che essi mentivano per il loro paese – sicuramente non per la sopravvivenza del loro paese, che non è mai stata messa in gioco – quanto per la sua «immagine» […] anch’essi hanno creduto che la politica non è altro che una variante delle pubbliche relazioni6.

L’immagine della più grande potenza al mondo non dev’essere scalfita da una sconfitta. L’immagine è ciò che hanno di più prezioso: un’immagine, infatti, a differenza di un ritratto di vecchio stampo, non è fatta semplicemente per migliorare la realtà, ma per offrire un completo sostituto di essa. E questo sostituto, a causa delle tecniche moderne e dei mass media, è naturalmente molto più in vista di quanto non lo sia mai stato l’originale7.

Cura dell’immagine è cura del potere. Se l’obiettivo è il mantenimento del potere, l’immagine di sé e del proprio operato diviene fondamentale in un sistema democratico rappresentativo acclamativo. Poiché è dall’immagine che si detrae un giudizio, controllo dell’immagine significa controllo del giudizio. Eppure il controllo dell’immagine è ciò che più sfugge. Il rivelarsi attraverso la parola e l’azione nel mondo della luce della sfera pubblica implica ineluttabilmente l’impossibilità di vedersi e di vedere chi si riveli: “si può nascondere “chi si è” solo nel completo silenzio e nella perfetta passività […] questa capacità di rivelazione del discorso e dell’azione emerge quando si è con gli altri; non per, né contro gli altri, ma nel semplice essere insieme agli altri”8. L’immagine che riveliamo di noi stessi nient’altro sarebbe se non un disegno generale lasciato dalle nostre azioni e dalle nostre parole. Essa ci sfugge, e sfugge a qualsiasi tentativo di costruzione: “la storia reale in cui ci siamo impegnati lungo tutto il corso della nostra vita non ha alcun visibile o invisibile artefice perché non è fatta […] Possiamo sapere chi qualcuno è solo conoscendo la storia di cui egli stesso è l’eroe – la sua biografia, in altre parole”9. A meno che i costruttori di storie e immagini non riescano a precedere l’azione, a prevenirla. Ma per operare così a fondo nelle cose umane bisogna disporre di mezzi per carpire la vita stessa degli uomini, letteralmente persuaderli o coercirli. L’azione e il discorso di fatto possono essere resi neutri solo a costo della reificazione dell’uomo, della sua riduzione a ”cosa“, ma neutralizzare azione e discorso significa una cosa soltanto: la fine della politica.

Ibidem, p. 115. Ibidem, p. 93. 7 H. Arendt, Verità e Politica., Bollati Boringhieri, Torino, 1999, p. 63. 8 H. Arendt, Vita Activa, cit., p. 130-131. 9 Ibidem, p. 136. 5 6


Nella prospettiva arendtiana sono distinte menzogna tradizionale e menzogna politica, o radicale. La menzogna tradizionale maschera la realtà, la copre: un bugiardo non distrugge la rete della storia, la trama. Il bugiardo può essere disvelato e mostrato al pubblico nella sua condizione di essere singolare portatore di una sua propria storia di vita. La minaccia che reca in sé l'ipocrisia dei problem solvers risiede proprio nell'impossibilità di essere svelati, nell'impossibilità di essere narrati, poiché dietro di sé non è lasciata che una traccia confusa, una molteplicità di tracce. Le menzogne politiche “che i loro autori lo sappiano o no, racchiudono un elemento di violenza; la menzogna organizzata tende sempre a distruggere ciò che ha deciso di negare”10. La realtà è messa fuori gioco attraverso la costruzione di un’immagine che la previene. Il successo dell’opera risiederebbe, secondo Arendt, nella condizione stessa del bugiardo, il quale cadrebbe vittima delle sue stesse elucubrazioni: il burlone che si è autoingannato e che mostra di essere sulla stessa barca delle sue vittime, apparirà molto più attendibile di colui che mente a sangue freddo […] colui che mente a sangue freddo rimane consapevole della distinzione fra verità e falsità e che, dunque, la verità che egli sta nascondendo agli altri non è stata ancora eliminata completamente dal mondo; essa ha trovato il suo ultimo rifugio in lui11.

L’autoinganno è l’elemento peculiare del bugiardo radicale, di colui che mina il tessuto fattuale della realtà. Si comincia ad ingannare efficacemente gli altri ingannando se stessi, con l’effetto sbalorditivo tale per cui “l’ingannatore che inganna se stesso perde ogni contatto non solo con il proprio pubblico, ma anche con il mondo reale”12. Ovvia conclusione sarebbe affermare che lo scopo di questa clamorosa operazione di maquillage sarebbero il potere, l’impero, l’egemonia, il profitto, il petrolio. Ma Colin Powell che mente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite mente prima di tutto a se stesso. E’ stato un talmente abile interprete di quel memorabile testo di fantasia solo in quanto gravemente calato “nella parte”. Il suo discorso era un’accorata difesa dell’immagine degli Stati Uniti d’America come la democrazia più grande del mondo, il paese delle opportunità, delle libertà. Potevano forse presentarsi alla pubblica opinione mondiale nella veste di paese guerrafondaio che sta per intraprendere un’aggressione illegale contro un paese straniero in quel dato momento in stato di quiescenza, di letargo bellico? «Convincere il mondo»; dimostrare che gli Stati Uniti sono un “buon medico” intenzionato a mantenere le promesse […] mantenere intatta un’immagine di onnipotenza, «la nostra posizione di leadership mondiale»; mostrare «la credibilità dei nostri impegni nei confronti di amici e alleati»; in breve «comportarsi come la più grande potenza del mondo»13;

10 Arendt, Verità e Politica, cit., p. 63. Si intende per menzogna organizzata la menzogna radicale succitata. 11 Ibidem, p. 65-66. 12Arendt, La menzogna in politica, cit., p. 112. 13 Ibidem, p. 98.


queste le ragioni comparse già nei Pentagon Papers negli anni sessanta, durante il conflitto con il Vietnam, e con tutta probabilità le stesse ragioni che ispirarono l’amministrazione americana nel 2003. Che importa se le immagini hanno un’aspettativa di vita breve, se esplodono sotto i colpi della libera informazione? Prima che la verità sia emersa, e qualora questa possa emergere, le decisioni sono già state prese. E’ ciò che conta. Una volta che si è sparato, mandato a morire i soldati, ucciso – accidentalmente? – i civili, che importa se le immagini svaniscono? Nel frattempo un fatto è già compiuto: il risultato di una coerente e totale sostituzione di menzogne alla verità di fatto non è che le menzogne saranno ora accettate come verità e che la verità sarà denigrata facendone una menzogna, ma che il senso grazie al quale ci orientiamo nel mondo reale – e la categoria di verità versus falsità è tra i mezzi mentali a tal fine – viene distrutto14.

Viene minata irrevocabilmente la possibilità di orientarsi nel mondo di vita. Le categorie di verità e falsità sono compromesse al punto della loro indistinguibilità, evenienza che le rende del tutto superflue. Alla pubblica opinione sono sottratti gli strumenti principali: è neutralizzata la sua valenza di critica morale. Queste pratiche di image making proprie della propaganda commerciale sono traslate inevitabilmente agli affari di governo in conseguenza di un duplice movimento, che vede da una parte “gigantesche organizzazioni di interesse [generalizzare] una sorta di mentalità da raison d’etat”, e dall’altra “la propaganda nazionale a livello governativo [imparare] non pochi trucchi dal mondo degli affari e dai metodi di Madison Avenue”15. Arendt qui parla del medesimo fenomeno descritto in maniera più approfondita e ampia da J. Habermas in Storia e Critica dell’Opinione Pubblica (1961), in cui si può intuire perché i metodi delle public relations sono così di moda negli ambienti governativi. Per la comprensione è necessario fare un passo indietro e considerare quel che accade nel momento storico (parlo dei secoli XVIII e XIX) in cui l'occupazione della sfera pubblica politica da parte della massa dei non-proprietari – con il conseguente travaso del conflitto sociale nella sfera della politica - porta alla compenetrazione di Stato e società. Secondo Habermas, l'interventismo statale nella società nascerebbe dalla traduzione in termini politici dei conflitti d'interesse fra le classi poiché la loro composizione non è più possibile nell'ambito della sfera privata. La dialettica fra intervento dello Stato nella sfera sociale

trasferimento competenze pubbliche a organizzazioni di interessi privati

comporta da un lato la statalizzazione della società, dall'altro la socializzazione dello Stato: un processo circolare fra Stato e società che distrugge la base della sfera pubblica borghese, cioè la loro separazione, e pone in essere una sfera 14 15

Arendt, Verità e Politica, cit., p. 69. Ibidem, p. 66.


sociale ripoliticizzata che si sottrae alla distinzione di pubblico e di privato con la conseguente disgregazione della sfera pubblica che mediava fra le due sfere: la funzione di mediazione passa dal pubblico a istituzioni, quali associazioni e partiti, formatesi dalla sfera privata, ricercanti assenso o tolleranza dal pubblico attraverso i media. La dimensione pubblica critica è soppiantata da quella manipolativa. «L'orientamento dell'opinione» si distingue dalla mera propaganda commerciale, invade espressamente la sfera pubblica nel suo aspetto politico. La réclame privata si rivolge, di volta in volta, ad altri privati nella loro veste di consumatori; il destinatario delle public relations è la «pubblica opinione», sono i privati in quanto pubblico e non immediatamente come consumatori. Il mittente cela il suo intento commerciale dietro il ruolo di chi si interessa al bene pubblico16.

Associazioni e partiti, però, nonostante la migrazione di competenze dallo Stato, restano organismi privati. Il loro scopo è la trasformazione degli interessi privati di molti singoli in un comune interesse pubblico; esse chiedono al pubblico mediatizzato un'acclamazione non impegnativa per compromessi raggiunti al [loro] interno e tuttavia [sono] costretti a ottenere credito pubblico o quanto meno […] la benevola passività del pubblico, sia per trasformare tale consenso in pressione politica, che per neutralizzare una controspinta politica sulla base della tolleranza ottenuta17.

Le public relations mirano a rafforzare il prestigio senza sottoporre gli argomenti alla pubblica discussione, mentre le organizzazioni e i funzionari inscenano la rappresentazione. In questo scenario la cultura di integrazione diffusa dai media assolverebbe il ruolo di un'ideologia politica: si tratterebbe secondo Habermas di una falsa coscienza che non risulta più, a differenza delle ideologie politiche del XIX secolo, da un insieme coerente di idee, ma da un insieme di modi di comportamento: essa assume forma pratica come sistema di abitudini di consumo. L’individuo conserva ancora un margine di scelta, una sfera di autonomia nella scelta dei prodotti come delle politiche: è per questo che rientra nel mirino della propaganda. I partiti e le loro associazioni ausiliarie si vedono […] costretti a influenzare le decisioni elettorali pubblicisticamente, come fa la réclame per le scelte d'acquisto: nasce l'industria del marketing politico18.

E’ la vendita della politica in modo non politico. Soggetto alla propaganda, il consumatore politico, formandosi un’opinione, decide come «spendere» il proprio voto. Le opinioni politiche gli serviranno da «gettone sociale» nel suo ruolo di membro di una comunità di consumatori di notizie politiche del giorno. I media sono solo mezzi di propaganda, la stampa perde di significato, così l'assemblea di 16

J. Habermas, Storia e critica dell'opinione pubblica, Editori Laterza, Roma-Bari 1977 [1961], p.

230. 17 18

Ibidem, p. 237. Ibidem, p. 257.


partito, ridotta a struttura pubblicitaria. All'opinione pubblica “subentra un'atmosfera di disponibilità all'acclamazione, un clima di consenso”19. L’ingegneria di consenso delle public relations ricerca l’acclamazione del pubblico riunito virtualmente nei media e monitorato attraverso il sondaggio d’opinione. Gli interventi pubblici degli esponenti dei governi sono studiati con l’intento di proteggere l’immagine del paese dall’inevitabile corruzione che incontrerebbe qualora l’opinione fosse libera di orientarsi secondo le categorie di verità e falsità. Suggestive le parole di M. Kundera in L’Immortalità: La vendita del prodotto c’entra meno di quanto pensiamo. Basta guardare ai paesi comunisti: non si può certo affermare che i milioni di ritratti di Lenin appesi ovunque possano aumentare l’amore per Lenin. Le agenzie pubblicitarie del partito comunista hanno dimenticato da tempo lo scopo pratico della loro attività (far amare il sistema comunista) e sono diventate esse stesse il proprio scopo: hanno creato una loro lingua, le loro formule, una loro estetica […] un loro stile di vita che coltivano, diffondono e impongono alle povere nazioni […] semplificarono il contenuto di quella semplice ideologia per diffonderla in circoli più ampi […] ormai da tempo ciò che è rimasto di Marx non costituisce più un sistema logico di idee, bensì unicamente una serie di immagini e di slogan suggestivi […] a buon diritto possiamo parlare di una graduale e planetaria trasformazione dell’ideologia in imagologia20.

Le ideologie sarebbero state sconfitte, secondo Kundera, poiché i loro dogmi sono stati smascherati come illusioni: la realtà è stata più forte dell’ideologia, mentre l’imagologia è più forte della realtà. Finché il singolo ha contatto immediato con la realtà che lo circonda, allora si sottrae all’ideologia (certamente non al terrore) perché non può credere a qualcosa che non vede, mentre la forza dell’imagologia si concentra nel fatto che questo «contatto» è mediato da radio e televisione: l’individuo non ha riscontro sul reale che gli viene presentato innanzi. L’imagologia, più che imporre una realtà sulla base di un sistema logico di idee, insegue la realtà, la coopta, la fa propria attraverso i sondaggi d’opinione. I sondaggi d’opinione sono lo strumento decisivo del potere imagologico, che grazie ad essi vive in assoluta armonia con la gente. […] E poiché la realtà per l’uomo d’oggi è terra sempre meno frequentata, e del resto a buon diritto non amata, i risultati dei sondaggi d’opinione sono diventati una sorta di realtà superiore, oppure, per dirla diversamente: sono diventati la verità. I sondaggi d’opinione sono un parlamento in seduta permanente che ha il compito di creare la verità, ed è la verità più democratica che sia mai esistita. Poiché non si troverà mai in contrasto con il parlamento della verità, il potere degli imagologi vivrà sempre nella verità, e anche se so che tutto ciò che è umano è mortale, non riesco a immaginare che cosa potrebbe spezzare questo potere21.

Ibidem, p. 258. M. Kundera, L’Imagologia, in L’Immortalità, Adelphi Edizioni Superpocket, Milano 1999 [1990], pp. 128-129. Corsivo mio. 21 Ibidem, p. 131. 19 20


L’opinione di un gruppo di intervistati assurge a verità. Il sondaggio d’opinione cattura la realtà che chi lo ha organizzato ha intenzione di mostrare. Tuttavia, se le ideologie erano come «gigantesche ruote» dietro le quinte, che giravano e mettevano in moto guerre, rivoluzioni e riforme, le ruote imagologiche non pretendono di aver effetti sulla storia. Il cambiamento non significa “una nuova fase nell’àmbito di una continua evoluzione (come lo intendevano Vico, Hegel o Marx) bensì uno spostamento da un luogo ad all’altro”22. Gli imagologi creano sistemi di ideali e di anti-ideali che hanno breve durata, che si succedono rapidamente, ma che ugualmente hanno influenza sul nostro comportamento, sulle nostre opinioni politiche, sul nostro gusto, senza la necessità – aggiungerei – di una forza terrorifica che pieghi il corpo e la mente. Pretendono di determinare il foro esterno dei comportamenti individuali agendo sul foro interno del convincimento morale. In ogni caso, a prescindere dal nome, che si parli cioè di problem solvers o imagologi, quel che si pretende di fare, attraverso gli strumenti delle public relations applicati alla politica, è un’opera di totale controllo su qualcosa che non è possibile creare né controllare, qualcosa che prende il nome di Storia e che si dipana incessantemente alle nostre spalle come il risultato delle nostre azioni e dei nostri discorsi, vale a dirsi dell’agire umano, senza che possa esser colto nel suo senso più profondo se non quando sarà sopraggiunta la fine. I governi non sopravvivranno alla Storia, ma nel breve periodo cercano di presentarsi al mondo della luce con una veste che tradisce i loro veri intenti, o quel che è peggio in assenza totale di intenti. Uno spunto per un’ulteriore riflessione potrebbe giungere dalla visione di Bowling for Columbine (2002), opera cinematografica di Micheal Moore, regista americano apertamente schieratosi contro l’intervento bellico in Afghanistan e in Irak, e contro l’attuale amministrazione Bush. In esso si racconta, fra l’altro, la storia di un massacro avvenuto in una scuola, la Columbine High School, Stato del Colorado, nell’aprile 199923. Il bagno di sangue fu opera di due ragazzi, due allievi, Eric Harris e Dylan Klebold: due diversi, due emarginati, due gay. I rumors, le chiacchiere sul loro conto, si sprecavano. La condizione di esclusione forse stava loro stretta, forse desideravano sentir di se stessi un’altra storia. Non hanno pensato all’efficacia delle public relations, o piuttosto forse non erano in grado di condurre pubbliche relazioni ad un livello tale per cui le notizie sul loro conto capovolgevano di senso. Che modo allora per correggere la propria storia, se non agire? Uccisero dodici compagni di scuola, poi si tolsero la vita. La storia la riscrissero col sangue dei loro testimoni. L’estrema violenza come unico strumento per cambiarla. Poiché l’image making è possibile solo con la persuasione, o strappando gli occhi a chi ti vede e giudica.

22 23

Ibidem, p. 132. Wikipedia, http://en.wikipedia.org/wiki/Columbine_High_School_massacre


Bibliografia Arendt Hannah

La condizione umana. Vita Activa., Bompiani, Milano, 1988 [1958]; Politica e Menzogna, SugarCo, Milano, 1985

Verità e Politica., Bollati Boringhieri, Torino, 1999;

Habermas Jurgen

Storia e critica dell'opinione pubblica, Editori Laterza, Roma-Bari 1977 [1961]

Kundera Milan

L’Immortalità, Adelphi Edizioni Superpocket, Milano 1999 [1990].

Il grande Ossimoro  

Una riflessione sulla verita' e la parola

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