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numero 0 dicembre 2011

Per capire il perché del nome della rivista. Una nota storica del prof. Alberto Malvolti

L’oratorio di Santa Margherita e l’ospedale di Ruffino Alberto Malvolti

La singolare posizione dell’edificio che sorge nel centro storico di Fucecchio, là dove si congiungono Via Donateschi e Via Machiavelli, ne anticipa anche visivamente l’importanza storica. Le carte topografiche e i documenti del XVIII secolo ci dicono che esso era un oratorio intitolato a Santa Margherita e la memoria collettiva lo indica ancor oggi come “chiesino degli affogati” perché qui, tanti anni fa, venivano esposti i corpi di coloro che erano annegati in Arno. Ma la sua storia è ben più antica e fortunatamente abbastanza continua a pagina 8

Ossa Secche

Una parola

Il cimitero digitale di via Moravia è sempre illuminato dopo il tramonto. Le urne di famiglia sono a metà del viale con i cipressi. C’è la fonte in ferrobatutto e sulla destra già s’intravede l’urna del babbo. Sono sette mesi che non ci vado più. L’ultima volta con mio fratello era stato per scegliere l’ologramma funerario. Mi sarebbero tanto piaciuti i Photo frame del compleanno passato insieme pochi giorni prima, ma Luca era di tutt’altra idea. On Line; sono di nuovo in rete. Ancora una volta collegata con l’esterno con l’unico mezzo che mi permette di respirare senza incominciare a piangere. Provo ad accedere alla web-cam del babbo visitandolo perlomeno da qui. Vorrei leggergli quella parte

Parola, un racconto che ruoti intorno ad un’unica, precisa e invariabile parola. Il compito appariva difficile sia da eseguire sia da interpretare. E qui si noti anche il sia - sia usato adesso, che non solo è grammaticalmente corretto, ma che soprattutto, se questa regola non fosse stata sottolineata alla

Michele Cialdini

Riccardo Cappellini

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Indice

L’oratorio di Santa Margherita e l’ospedale di Ruffino A. Malvolti 1 Ossa secche M. Cialdini 1 Una parola R. Cappellini 1 Stinchi Pelinchi S. Billeri 4 Capriccio sommerso D. Baldanzi 6 Invidia P. Riccobono 7 L’uomo che mangiò il mondo M. Ballini 8 Dianora M. Castaldi 10 1


Ossa secche

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di un salmo che ho trovato oggi e che mi ha fatta sospirare: “La loro anima ha respinto ogni nutrimento”. L’immagine è leggermente sfocata, ma il marmo bianco dopo poco sembra mettersi a fuoco da solo con sopra i vasi di cristallo. Luca deve aver portato oggi le rose fresche, il vento le sta facendo dondolare da destra a sinistra. Il mio sguardo riprende la scena come in un rallenty sportivo e alla terza ondata stacco il collegamento. - Off-line; devo assolutamente chiamare il medico e farmi spedire un nuovo certificato. Non mi sento ancora in forma. Ho come le ossa secche, indolenzite e stanche. Non mi rendo conto. Non mi sento né bene né male e questa febbrettina mi spossa più di una cena di Pasqua con gli zii di Livorno. Credo che a lavoro oramai se ne siano fatti una ragione e dopottutto quello che ho fatto per loro è giusto che si sappiano organizzare anche senza di me. Un mese in più o in meno non credo che cambi. - On Line; bene il Dott. Pandolfi mi ha già spedito la ricevuta del certificato, dovrò scrivere due righe di e-mail al mio capo e visto che ancora oggi non ho mangiato, ordinerò una Pizza Margherita su pizzafacile.it. Quando scelsi questo appartamento in affitto valutai bene di avere tutto a portata di mano, sopratutto una pizzeria espressa e che facesse consegne a domicilio con pagamento carta di credito. Cu-cù! “Ciao Chiocciolata sei lì?” Il messaggio di Ivano sulla chat mi prende di sorpresa. Mi sono 2

dimenticata di mettermi non visibile. Ed in verità dopo aver cancellato 12 sue mail senza nemmeno leggerle non credevo che si facesse ancora avanti. Cu-cù! “Bimba! Da due mesi mi stai facendo vivere l’inferno nell’aldiquà... non mi hai più risposto e la distanza non mi facilita le cose.” Cu-cù! “Amore! Posso capire come ti senti... e proprio per questo, insieme a te voglio ricominciare, ricominciare daccapo, cercando di capire.” - Driin! - Off-line; Finalmente è arrivata la pizza! “Lascia pure davanti la porta. E la ricevuta mettila sotto il cartone sennò vola via!” Ivano, anche lui ha preso il volo nei miei pensieri. Intanto preparo il tavolo, sposto leggermente il pc stendo la tovaglina di winnie the pooh ed apro la birra. Dopo due spicchi la fame è già sazia. Mi affaccio alla porta finestra per sgranchire le gambe. Accendo la sigaretta aspiro profondamente per tre volte ed intravedo luca parcheggiare sull’altro lato della strada. La sensazione è che la pace sia ancora più lontana. - On-line; mentre finisco la sigaretta incomincio a navigare come più mi piace, su un motore di ricerca senza bussola. – Driin Driin! Anche oggi mio fratello non troverà risposta, sicuramente stanotte lo coccolerò con qualche frase sulla chat e per qualche altra settimana potrò restare senza questa preoccupazione. Il cimitero digitale di Via Moravia la notte è vivo di giochi di luce ed anche mio Padre sembra divertirsi. Non so se è un difetto, ma l’ologramma pare saltellare tra un fascio di luce e l’altro. Sono piccole gioie dentro un piccolo


appartamento. Ed anche io dentro questo scheletro secco sono più serena quando lo vedo e dopo aver parlato un po’ con Lui riesco ad andare a letto pulita e pura trovando nel sonno l’unico vero modo per respirare sul serio e sentirmi sazia. Michele Cialdini

Una parola

continua dalla prima pagina

lezione di scrittura creativa della sera precedente, con tutta probabilità si sarebbe trasformato in un sia - che, ma questa è un’altra storia. Un compito difficile quindi, ma per prima cosa c’era da cercare la parola chiave. Una parola che fosse lucida, accattivante, capace, da sola, di suscitare emozioni e di trasportare tutte le altre in una sintassi sinuosa ed elegante. Una parola che avesse dato il via a molte altre che concatenandosi in un abbraccio fraterno avessero prodotto una storia bella e perfettamente fruibile. Pensandoci un attimo è un bel casino. Certo che a prima vista l’idea era anche piaciuta. Il gusto della ricerca in un universo finito di lettere accostate le une alle altre. Un’indagine minuziosa, profonda, quasi ossessiva. La scelta, tra migliaia, di quella che sarebbe stata la parola principale. “L’incomincio” che questa avrebbe dovuto innescare assumendosi quella grande responsabilità che grava su chiunque si faccia precursore di un divenire. Ci vorrebbe una bella parola, magari un po’ ricercata. Non troppo però, deve essere colta, ma non altezzosa. Non troppo lunga e non troppo corta. Una parola che abbia un suono gradevole all’orecchio e che lasci la bocca di chi la pronuncia

gradevolmente impressionata come avrebbe fatto un buon vino. Non a tutti però piace il vino, ma la cioccolata si che è apprezzata universalmente. Una parola allora che sia dolce e persistente, che riesca a sciogliersi in bocca e che alla fine sappia anche un po’ di nocciola. Del resto il cioccolato con le nocciole è il migliore in assoluto. Anche con i cereali non è male, ma c’è chi lo preferisce al latte e chi solo fondente. Ci penso un po’ su e mi rendo conto, improvvisamente, che la storia del cioccolato mi sta portando fuori strada. Potenza della gola, peccato che i vizi capitali li abbiamo fatti la volta scorsa, questa cosa del cioccolato mi avrebbe dato un sacco di soddisfazioni e invece no, l’ira. Mi concentro di nuovo e torno a pensare a questa parola. Per aiutarmi guardo fuori e provo ad individuare qualcosa che riesca a scalfire il velo che avvolge lo schermo bianco. Davanti a me si snoda il microcosmo che gravita semi-perennemente davanti a casa mia. Migliaia di cose ciascuna delle quali individuabile con una semplice e sola parola. Possibile che tra tutte queste non ce ne sia una per il mio racconto. Che so, albero, casa, uomo, no forse è meglio donna, ma quella che sta passando adesso è un po’ anziana, meglio lasciar stare. Magari aspettando un po’ ne passa una più giovane e carina, ma fra poco rientra anche la mia compagna e come faccio a spiegarle che si tratta solo di un innocente compito a casa. All’improvviso un’idea mi si affaccia insperatamente all’orizzonte. La guardo dispiegarsi mentre, poco a poco, si fa sempre più vicina. Arriva cauta e guardinga come a non voler disturbare le mie riflessioni, e poi si svela all’improvviso e prepotentemente: 3


il vocabolario. Uno strumento utile, a volte e persino indispensabile tal altre, ma stavolta è diverso e anche qui devo trovare un criterio per poterlo usare efficacemente. Penso e ripenso e alla fine abdico all’ordine alfabetico. Abaco, abbecedario e abbeveratoio non mi soddisfano, però, e poi una scelta analitica, in fondo, non lascia spazio ai sentimenti più profondi, alla voglia di esprimere e di lasciare esprimere il leggero soffio di esistenza che traspare dall’animo umano. La capacità di ascoltare e di ascoltarsi per far emergere le note più pure. Questa capacità per me ormai è compromessa, sono ore che lotto con me stesso intorno a questa parola senza che riesca a trovarne una che solo si avvicini a quello che possa sembrare una perfetta sintesi di armonia e concretezza. Occorre trovare nuovi spunti allora, nuove traiettorie che mi consentano di accedere ad ulteriori prospettive. Finalmente l’illuminazione. Esco velocemente di casa pronto a cogliere la prima parola che la prima persona che incontro pronunci prima di aggiungerne altre convinto che, scevra di sovrastrutture predefinite, quella sarà la parola perfetta. Vedo una signora che si avvicina e il mio cuore si gonfia di speranza. Tendo

l’orecchio pronto a carpire quello che sarà, per me, un nuovo inizio. Sta prendendo qualcosa nella borsa. Il telefono che suona e io che mi scopro tremante di fronte a quell’attimo di infinito che, sono certo, scaturirà dalle sue labbra. Passa ancora un attimo e poi finalmente la rivelazione: cazzo, gridò lei dentro la cornetta, come sarebbe che hai perso le chiavi. Non era esattamente quello che mi aspettavo. Per quanto la prima fosse stata una parola non certo priva di fascino e che, in sé, richiamasse intense emozioni ho avuto l’impressione che non rispondesse a quei canoni estetici a cui voglio ispirarmi. Certo si potrebbe opinare che quella parola evocando sensazioni profonde, possa racchiudere un universo di umane meraviglie, ma sono certo non si debba spiegare che dal mio punto di vista ne preferirei un’altra di parola. Rientro in casa e osservo che si sta facendo tardi. Il compito di individuare una parola bella, alta e importante su cui costruire un racconto è più arduo del previsto. Mi rimetto davanti allo schermo bianco e per un lungo istante ci guardiamo perplessi l’un l’altro. Non sono certo di riuscire a portare a termine il mio compito, ma continuo a provare. In fondo, mi dico, si tratta solo di trovare una parola. Riccardo Cappellini

alimentari e frutta e verdura che mia Stinchi Pelinchi Serena Billeri

L’indigestione dei sensi è stata fondamento della mia vita. Sarà forse anche per questo che sono in sovrappeso. Io e il colesterolo siamo stati buoni amici da sempre. Sono nata e cresciuta nella bottega di 4

mamma aveva aperto a diciassette anni, giocando a fare le fila con i fagioli secchi, a rotolare barattoli di conserve, a fare i compiti tra casse di acqua e cartoni di biscotti “al” Plasmon. Nei momenti in cui mio nonno, ormai in pensione, non aveva da riordinare gli scaffali per dare il suo contributo


alla “conduzione familiare”, mi prendeva sulle ginocchia e mi cantava una filastrocca animata (cioè ad ogni strofa corrispondeva una mossa del corpo), dal vago sentore di sberleffo antifascista e senza un vero senso, che però mi divertiva molto: Stinchi Pelinchi La porta si stinchi (distendendo e allungando ora l’uno e ora l’altra tibia mentre a turno le toccava) Salò Tedesco (fermo con entrambe le mani sulle ginocchia) Tira su questo! (batteva su una rotula, tirava su il ginocchio e faceva il gesto di un gran calcione) Generalmente dopo lo Stinchi Pelinchi andavamo a fare merenda. La nostra merenda non consisteva nel salutare pane e olio o nel moderato pane e pomodoro, ma era sempre un panino con dell’affettato per me. Il suo era spesso con il tonno e i capperi, o l’acciuga e il burro, o spessissimo la schiacciata bella unta stracolma di soppressata. Che schifo la soppressata! Mi rivoltava lo stomaco il vedere quel groviglio di carne di scarto e cartilagini e coda e orecchie e muso e tendini e cotenne fatti a striscioline sottili, finissime perché non se ne avvertisse la callosità naturale, agglomerati poi in un enorme budello, cucito in quattro sezioni per contenerne di più, dentro ad una colata di gelatina di scarniccio e poco sangue rappreso. Per farlo apparire di meno come un grasso cadavere ricucito, veniva poi infilato in un rustico sacco di juta, che ne celasse le tristi sembianze. L’idea che mi dava era quella di una ricetta per una pozione stregonesca.

Come nella fiaba, dove la strega alla fine dipinge di un bel rosso invitante la mela avvelenata di Biancaneve, la puzza di carne frollata e bollita veniva soverchiata dal tocco finale dell’aggiunta di scorzette di limone e prezzemolo. A queste si aggiungevano le –per me- misteriose “droghe” che, a differenza del loro nome così esotico, altro non erano che una miscela di spezie (tra cui spiccavano noce moscata e cannella), uvetta e cioccolato amaro polverizzati che rendevano il gusto più gradevole e irrobustivano il profumo, togliendo il fetore. Questa schiacciata con la soppressata emanava un odore così intenso che lo si poteva intuire già dall’ingresso del negozio, il quale si trovava a circa cinque o sei metri dal punto di preparazione. Oggi la soppressata non ha più quell’odore (e non è vero che si stava meglio quando si stava peggio) e forse non è nemmeno più preparata con la stessa composizione però, sarà che con il tempo si cambia e cambiano i gusti, sarà che più si matura e più si ricerca un legame con le proprie radici, sarà che lo si cerca proprio per non perdere pezzi della nostra storia familiare… ieri sapendo che a cena sarei stata da sola in casa, mi son comprata della schiacciata fresca e due etti di soppressata appena tagliata. Sono tornata a casa, ho acceso candele e caminetto, ho versato del chianti in un bicchiere e mi sono fatta una bomba di colesterolo seduta comodamente sul divano. E quando mi sono sentita sazia, ho chiamato il gatto che pezzettino dopo pezzettino, Stinchi Pelinchi dopo Stinchi Pelinchi, mi ha aiutato a finire il mio grasso e gustoso pasto di sapore e sapere. Serena Billeri 5


Capriccio sommerso David Baldanzi

Io sono la prova vivente dell’esistenza di Dio. Non un dio con il barbone da Babbo Natale e la tunica, un dio da santino. No, il dio di cui sono testimone è sadico, spietato e con un perverso senso dell’umorismo. Altrimenti non si spiega perché, dopo avermi regalato un’esistenza da fantasma - di cui avrei fatto volentieri a meno -, ha voluto rincarare la dose assegnandomi come dimora il castello di Monate. Il posto in sé non era brutto: il tipico castello tarchiato e freddino del nord Italia. Una famiglia di feudatari nella norma, libera di abusare del proprio potere e di decidere della vita e della morte dei poveri cristi del contado. Anche la vita da fantasma, devo ammettere, non era poi così noiosa. Qualche incursione notturna in camere dove non si richiedeva la presenza di più di due persone - così tanto per divertirmi a vedere l’effetto che fa passare dalla passione al terrore. E - a tal proposito - ho notato con sorpresa che quelli che strillavano più forte e più a lungo erano gli uomini. Qualche catena da far tintinnare nelle notti di luna nuova, quando il buio è più fitto, il silenzio più assordante e ogni suono ha un aspetto più sinistro, soprattutto se riecheggia lungo i corridoi di un castello. Qualche oggetto spostato nel momento meno opportuno in modo da generare litigi e veri e propri duelli all’ultimo sangue. Insomma, quando mi annoiavo a fare lo spettatore al reality “Vita da feudatari”, ci mettevo un po’ del mio per distrarmi. Fino a quando non è successa quella storiaccia con Bianca 6

di Osmate. Io l’avevo capito fin da quando era piccolo così che il giovane Guidoberto non aveva tutti i venerdì messi in fila. Non è che poi avessi fatto quel grande sforzo: se vedete un bambino che pensa che il modo più comodo per pescare i pesci sia prenderli a bastonate, cosa pensate? E guardate che ci passava le giornate sulla riva del fossato del castello a tirare randellate all’acqua, nella speranza di trovare un pesce disposto a farsi pescare con metodi preistorici. Sfortunatamente con il crescere Guidoberto perse la passione per la pesca quando vide Bianca di Osmate. In questo caso non posso in alcun modo biasimarlo: nei quasi dieci lustri di vita vissuta e nel paio di secoli di esistenza ectoplasmatica mai mi era capitato di vedere una ragazza così bella. Inevitabile che una mente semplice come Guidoberto si innamorasse... non è esatto. Meglio incapricciasse di lei. E altrettanto inevitabile che la tara genetica del feudatario gli suggerisse che Bianca sarebbe cascata ai suoi piedi appena saputo che lui la voleva come sua sposa. Bianca cadde sì ai suoi piedi, ma qualche tempo dopo. E non per ringraziarlo di averla onorata con il suo amore, ma per scongiurarlo di escludere sua madre Norma dal decreto che Guidoberto aveva promulgato dopo il rifiuto di Bianca e che vietava a tutto il contado di rifornire d’acqua Bianca e sua madre. Pena la decapitazione immediata. Guidoberto, ferito nell’orgoglio e impermeabile alla pietà, se ne uscì col dire che l’odio genera odio e che, se era per lui, Norma poteva morire anche quella sera stessa. Bianca, disperata e adirata, manifestò insospettati poteri:


lanciò una maledizione che, a suo dire, avrebbe procurato a Guidoberto una sete inestinguibile che lo avrebbe perseguitato per l’eternità; in più, dimostrando di avere un qualche ascendente anche sui fenomeni atmosferici, chiamò il cielo a testimone della sua maledizione. Guidoberto, nonostante i minacciosi nuvoloni che si stavano addensando sul castello, congedò Bianca con un’alzata di spalle e tornò nel castello per andare a bersi un abbondante bicchiere di vino prima di andare a dormire. Durante la notte, però piovve così tanto che il pozzo del castello, incapace di ricevere altra acqua, iniziò a rigurgitarla. E il temporale durò così a lungo che la spianata del castello di Monate si riempì d’acqua, a formare il lago che oggi prende il nome dal castello. Dando, allo stesso tempo, inizio alla parte più noiosa della mia esistenza di fantasma. Perché, non

so per quale incantesimo, io non posso uscire dalle mura del castello di Monate, che però è quaranta metri sott’acqua. E mi dite voi che esistenza è la mia? Non riesco più nemmeno a far paura ai pesci, che anche loro solo a guardarli mi verrebbe da prenderli a bastonate perché mi fanno ricordare Guidoberto. Ci fosse stato, in tutti questi secoli, almeno qualcuno che si fosse degnato di spiegarmi il perché di tutto questo. Ma sia chiaro: meglio il fantasma che cherubino. Meglio una vita sul fondo di un lago che fare da poggiapiedi o da sedile per l’eternità. Ah! Dimenticavo: dicono che i gorghi e i mulinelli che si formano sul lago di Monate siano dovuti al fatto che Guidoberto, con i piedi ben piantati all’Inferno, non ha ancora estinto la sua sete e continua a pompare acqua dal lago. Non è vero: un giramento di palle può fare questo ed altro. David Baldanzi

Invidia

Provvidenza Riccobono

- Ragazze, è tornata Morgana! squittì Luisetta. Nel giro di poco il tam tam era partito: si sarebbero ritrovate al solito posto, al caffè delle quattro chiacchiere. Erano già arrivate e attendevano “Fata Morgana”, così la chiamavano. Ognuna di loro aveva cercato di essere più carina del solito. Ornella aveva messo i jeans nuovi, la maglietta di Hello Kitty e diversi fermagli colorati fra i capelli corti e neri. Erica invece aveva messo quelle scarpe col tacco dodici che le davano un’andatura strana, da lei definita sexy. Inoltre le valorizzavano le forme

e il suo ciuffo frisé. Luisetta col suo stile vintage sembrava una scolaretta e la montatura degli occhiali tondi in ossa rifiniva il suo caschetto biondo. Ad un tratto, ecco Morgana a bordo della sua Smart color crema. Dopo aver posteggiato si diresse con passo elastico verso le sue amiche. Occhi azzurri, pelle di luna e una cascata di riccioli color rame che le scendevano lungo la schiena. Il completo giacca e pantaloni in lino chiaro, taglia quaranta, cadeva a pennello su quello schianto di ragazza. Alta e soprattutto bella. Le amiche le furono subito intorno. 7


Baci e abbracci si sprecarono nei primi cinque minuti, poi si sedettero. - Ordiniamo qualcosa? Intanto che ci racconti? – propose Ornella rivolta soprattutto a Morgana. - Io prendo una cioccolata! - esordì Luisetta. - Io la coppa gelato da quattro euro con la panna. – disse Erica leccandosi le labbra. - Io invece, un paninazzo con il prosciutto, formaggio, maionese e ketchup. Tanto, più di così… - disse Ornella indicando le sue cicce. - E tu, Morgana, cosa prendi? - aggiunse. - Io prenderò una spremuta di pompelmo. - fu la risposta. - Cosa? Ma di che sa? - esclamò Erica. - Non è male, e poi devo stare attenta alle calorie. - Ma dai! Uno strappo alla regola. - la incitò Luisetta. - No, ragazze. È maglio di no. Lo sapete che non posso. - E già! Deve fare la modella. - rise Ornella. - Dai, raccontaci della tua ultima sfilata a Parigi. – disse Erica, mentre dava il benvenuto alla sua coppa con panna. - Com’è Parigi? E la torre Eiffel? incalzò Ornella addentando il suo panino. - Bella, credo. Sapete, quando lavoro ho poco tempo per girare.

- Dai, non essere modesta. Chissà come ti diverti. - E i ragazzi? Anzi, gli uomini? Avrai la fila. - la stuzzicò Luisetta. Pendevano dalle sue labbra aspettando notizie, storie integranti, particolari di quel mondo fatto di lustrini e cose effimere. Ne erano attratte e attraverso Morgana davano sfogo alla loro voglia di novità, di evasione, di sogni proibiti, l’opposto del loro mondo e della vita di provincia. Quando tornava a casa, però, Morgana avevo voglia di cose semplici, di essere l’amica di sempre. Di quando, distese sul letto, ascoltavano musica e fantasticavano di ragazzi. Oppure nascoste a fumare nei bagni della scuola. Che fine aveva fatto la loro amicizia? Sentiva di non essere più l’amica, ma un’amica da sfruttare, dove attingere per poter rosicare. Un’amica da invidiare, da mettere sopra un pulpito e poi lasciarla lì, da sola. A brucare carote e insalata scondita, mentre loro si abbuffavano senza vergogna, distogliendo la sguardo per non vedere quel velo di tristezza e nostalgia che velava i suoi occhi. Loro, ancora unite, piene di sogni, di curiosità, si allontanavano da lei, sempre di più. Lei, ragazza da invidiare, provò invidia. Provvidenza Riccobono

L’uomo che mangiò il mondo Maurizio Ballini

Non era stato sempre così. C’era stato un periodo, nella vita di Stefano, in cui tutti gli eventi non avevano ancora preso la piega del catastrofico, ma erano stati lineari 8

e soprattutto molto più semplici. Viveva in una villa in campagna, eredità di famiglia, un’attività ben avviata, una moglie non bellissima ma pur sempre dotata di fascino, tre auto


di grossa cilindrata, alcune proprietà ed un labrador. La vita di Stefano, per quanto agiata fosse, era sempre stata per niente interessante e poco degna di nota, e ricordava molto una di quelle foto di uomini di alta classe in certe riviste patinate che si trovano negli studi dei dentisti o dei notai, ma qualcosa cambiò. Stefano era in piedi davanti al tavolo della cucina, indossava il suo completo migliore e, sopra di esso, un grembiule sporco di olio, sugo e verdura. Gli ingredienti si trovavano tutti di fronte a lui, ma gli apparivano sfocati, quasi fossero macchie colorate. Si trovò a tagliare, sminuzzare, impastare, infornare e condire, e in un attimo stava mangiando, in preda ad una sensazione di estasi: quello era il piatto perfetto, la più elevata forma di alchimia culinaria che avesse mai provato in tutta la sua vita. Chiuse gli occhi per assaporare meglio il momento. Li riaprì, trovandosi davanti soltanto il soffitto della sua camera da letto, e capì di aver sognato. La routine di quel giorno fu sconvolta: ogni secondo era dedicato al pensiero di quell’attimo in cui nel suo animo c’era stata la perfezione, finchè a sera, completamente prosciugato di ogni altro pensiero, decise di riprodurre quella ricetta sognata. Approfittando dell’assenza della moglie, comprò gli ingredienti che sembravano aver fatto parte del suo sogno, corse a casa e si mise a cucinare: sbucciò, tagliò, mescolò, sminuzzò, impastò e aggiustò di sale e di olio, infornò e attese. Apparecchiò la tavola con il servizio migliore che aveva, quello delle grandi occasioni, si accomodò sulla sedia contemplando per qualche

momento il frutto del proprio lavoro. Trasse un profondo respiro ed affondò la forchetta nella pietanza, per poi portarla alla bocca, in silenzio. Masticò lentamente e pensò “Niente, non è questo, è buono ma non è quello che cercavo”. Finì in fretta di mangiare e andò a dormire deluso. Riuscì a malapena a chiudere occhio e, all’avvicinarsi dell’alba, la sua mente si illuminò: “Non devo creare la ricetta perfetta, da qualche parte esiste, devo solo trovare la giusta alchimia di sapori e poi il resto sarà semplice. Devo trovare i sapori giusti, da qualche parte.” Iniziò assaggiando delicatamente quel che aveva in casa, ma non fu soddisfatto. Passò due giorni e due notti a piluccare ogni cosa della sua dispensa, finchè le scorte non finirono. Rientrata a casa, la moglie si spaventò, ma non disse nulla. Stefano non si presentò al lavoro per la settimana successiva e si negò ripetutamente al cellulare, e quando qualcuno telefonava a casa, la moglie evitava di entrare nello specifico “Stefano non sta bene, non so quando rientrerà, ha una brutta influenza”. E intanto Stefano cominciava a mangiare enormi quantità di cibo, girovagando nei ristoranti della città, dove provava ogni volta un piatto diverso, senza trovare quel sapore che aveva sognato. La sua ostinazione divenne ben presto ossessione. Un mese dopo quella notte fatidica continuava a battere ogni trattoria, fast food e pasticceria che incontrava sul proprio cammino, comprando bignè e panini e trangugiando carni e infiniti tipi di primi. Non aveva fame e non era mai sazio. Non dormiva, aveva definitivamente abbandonato il 9


proprio lavoro e venduto tutti i suoi averi tranne un piccolo appartamento, la moglie se ne andò portandosi via il cane e lasciando soltanto un biglietto, che Stefano non si degnò neppure di leggere. Non usciva più, ordinava al telefono tutto quello che gli passava per la testa e lo divorava meccanicamente. Il cibo non aveva più sapore o colore, eppure non poteva farne a meno. Non si accorgeva neppure di quello che succedeva al suo corpo: invece di ingrassare, dimagriva in maniera spaventosa. Passò un altro mese, ed iniziò a non vestirsi e a non lavarsi, qualche volta si assopiva, ma non smetteva mai di masticare, e un giorno, preso da un irrefrenabile impulso, sgattaiolò fuori dal suo “rifugio”, e per molte volte da quel momento si trovò ad assaggiare anche fiori e piante e la corteccia degli alberi, addirittura i propri vestiti. Masticava e digeriva, senza più pensare allo scopo iniziale. Mangiava e basta. Vagava per la città in cerca di qualcosa che potesse soddisfarlo, qualcosa che potesse corrispondere alla sua idea -ormai diventata puro istinto- di sapore perfetto. Inizialmente la gente pensò che fosse un povero derelitto, o uno scherzo, fino al momento in cui Stefano, ormai divenuto un essere pallido e sporco, con i gli occhi arrossati, i denti rovinati, quasi un cadavere ambulante, non iniziò ad aggredire i passanti staccando

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brandelli di carne e stoffa a morsi. Fu così arrestato e, incapace di rispondere ad alcuna domanda, fu spedito senza troppe remore, al più vicino ospedale psichiatrico. Non parlava e non pensava più, ogni forma di intelletto sembrava averlo abbandonato definitivamente, anche se a volte gli sembrava di ricordare che stava cercando qualcosa, ma era tutto così vago, perchè il suo desiderio lo aveva consumato in ogni fibra del suo corpo e della sua anima. Rimaneva sedato per tutto il giorno, ma pareva non dormire mai, gli occhi sempre spalancati, e i medici lo nutrivano attraverso delle flebo. Stefano perdeva ogni giorno di più le forze, e non ebbe più nemmeno bisogno dei tranquillanti. Un giorno, in un rarissimo momento di lucidità, si guardò le mani ossute e scoppiò a piangere, fu un pianto interminabile e, dopo ore, passate a singhiozzare, si placò, chiuse finalmente gli occhi. Sognò di essere nello spazio profondo, le stelle ovunque nel vuoto, davanti al suo sguardo la Terra e gli altri pianeti. Si fermò ad ammirare quel che aveva davanti e fece l’unica cosa che gli venne in mente: iniziò amangiare tutti quei corpi celesti come fossero confetti. “Ecco quello che cercavo, la ricetta perfetta”, pensò Stefano. E mangiò, senza sosta, per tutto il tempo che voleva. Maurizio Ballini


La camera di Egle Fulvia Quirici

“La vedete quella finestra? là abitava Egle. Io la chiamo da sempre ‘la camera di Egle’, ma voi non sapete chi era Egle?” Non lo sapevamo. Doveva essere stata una bella donna, colta, interessata, interessante, diversa dalle ‘sartine’ e brave amministratrici del focolare che in quegli anni trovavano bene una piazzatura in un equo matrimonio, dove le posizioni delle rispettive famiglie erano bilanciate, dove un po’ per caso e un po’ per calcolo ci si aggiustava e ci si metteva l’anima in pace che tanto il più era fatto. Forse lo avrebbe voluto anche la dolce Egle ma il matrimonio al quale aspirava era troppo sbilanciato o forse aveva l’ingenua certezza che quel suo fidanzato avesse condiviso e accettato fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, le sue stesse idee di libertà e amore, rinnegando i protocolli e i dettami piccoloborghesi. Fu ‘rimandata a casa’ invece, il fidanzamento rotto e al rientro tra le mura domestiche non trovò più pace, ragione e il sonno tranquillo dopo gli amori intensi, bagnati di carne e poesia, che aveva condiviso con quel nobile, di lignaggio nettamente superiore al suo e che forse del suo corpicino aveva succhiato tutto il nettare fino a quando il sapore era caldo, inebriante ed evanescente. Non si può precisare quando ebbe inizio la nuova vita-non vita di Egle: dopo l’episodio antico della rottura del fidanzamento ci fu uno scivolone entro il labirinto profondo della solitudine e se da un lato diventò

la direttrice dell’Ufficio Postale del paese, dall’altro andò man mano sganciando i contatti quotidiani con la realtà. La sua famiglia era lei e l’anziana madre, la sua casa tre vani a piano terreno, lungo la strada principale di quel borgo medioevale e i diaframmi che potevano isolare la sua febbre di pazzia dal resto della comunità veramente labili. E così la finestra della sua camera divenne palcoscenico sul mondo: imposte aperte lasciavano vedere una specie di mondo alla Alice nel paese delle meraviglie, al contrario. Quanto più l’attenzione dell’anziana madre calava, tanto più Egle trascurava le faccende domestiche: le cose si rompevano e non le si riparavano e nemmeno si buttavano. Dapprima ciò che non funzionava era superfluo, o comunque si poteva continuare a vivere senza; poi iniziarono a rompersi i termosifoni, a creparsi i muri, ma Egle continuò lo stesso a ignorare quegli accadimenti: lei tanto non esisteva più, non aveva più una funzione ‘sociale’, si concedeva solamente il piccolo lusso di scendere dalla cornice del dagherrotipo che aveva fatto di se stessa per ammonire le giovani mamme che passavano sotto le sue finestre con le candide culline. Rivolgeva allora pietosa gli occhi persi al piccino e le sue angosce uscivano nelle tre parole che quasi urlava: “E’ già morto!”. A qualsiasi ora, del giorno e della notte, il suo giradischi diffondeva arie d’opera e a niente valeva la rabbia dei vicini che venivano svegliati di soprassalto. “Ma il mio mistero è chiuso in me, il nome mio nessun saprà” ... La immagino a volteggiare con quegli 11


abiti appartenuti a mode passate, fra i cumuli di spazzatura che ormai erano diventati incrostazioni permanenti, con un paio di ciabattine logore, sporche e la borsetta di pelle bianca al braccio, vessillo di una eleganza tramontata e mummificata. Sporca, avvizzita, mal vestita, con le labbra sempre dipinte da quel suo rossetto rosso, sbavato lungo le rughe della sua pelle stanca, se ne andava in giro per il paese che ormai conosceva nei minimi dettagli, dove con lo sguardo aveva ‘censito’ anche l’ultimo mattone, l’ultimo metro di grondaia ... barcollava a destra e sinistra, col naso in aria e di tanto in tanto le sfuggiva una lamentazione, come un profetico appello: “stanno sciupando tutto!!” Quando dopo la sua morte la casa ebbe nuovi proprietari, nonostante conoscessero le condizioni in cui viveva la povera Egle, rimasero esterrefatti

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da quel mondo di immondizia, quasi una collezione di cose preziose, di lustrini e ninnoli, come farebbe una gazza ladra: abbacinata dal brillio si circondava dell’effimero per colmare il vuoto di un amore perduto e colorare le profonde solitudini. La stanza da bagno però era in perfette condizioni: ordinata, pulita, curata, realizzata con un gusto ed eleganza rara. Ancora una volta mi ritorna una immagine di quella piccola donna, nuda, davanti allo specchio, con addosso soltanto il violento rossetto ... una lacrima forse a rigare il volto: l’unico liquido che poteva bagnargli la pelle, quasi non volesse disfarsi di tutta la sofferenza e l’unico luogo dove riusciva a vedersi per quello che era, forse, era proprio quella stanza da bagno. Fulvia Quirici


Dianora

Martina Castaldi

Le piaceva andare a Cafaggìolo in estate, quando i tulipani facevano risplendere il giardino di mille colori e di prima mattina si potevano fare lunghe passeggiate sotto un sole non ancora cocente, ma in quei giorni, sebbene il clima fosse gradevole, la pioggia non cessava di cadere e Leonora si domandava come avrebbe passato le giornate e che cosa avrebbe fatto senza neanche il piccolo Cosimo da badare. Si chiedeva soprattutto perché suo marito l’aveva strappata con tanta urgenza da Firenze, senza neanche concederle la compagnia di dame e damigelle. Molti pensieri le affollavano la mente confusa e un’indicibile nostalgia le opprimeva il cuore. No, non era felice; perché Bernardo non era lì con lei, perché non era riuscita ad avvertirlo della sua imminente partenza e chissà cosa avrebbe pensato quando si fosse recato a Boboli e non l’avesse trovata. Mia Signora, la vostra stanza è pronta, il Signore mi ha pregato di riferirle che la raggiungerà più tardi. Le parole del domestico la riportarono alla realtà; il comportamento di Pietro durante il viaggio era stato piuttosto insolito, lui uomo freddo e severo, aveva cercato di far conversazione con lei per tutto il tragitto, le aveva rivolto premurose attenzioni, e ora si preoccupava anche di farle sapere che l’avrebbe raggiunta più tardi. In quei cinque anni di matrimonio, Leonora aveva imparato a sopportare il comportamento rude e burbero del marito, i suoi innumerevoli difetti, la sua vita dissoluta consumata tra gioco e donne di malaffare. Si, ella sapeva di

essere una donna tradita, non amata né rispettata da suo marito, aveva smesso di tormentarsi per questo, e adesso, in una forzata accettazione, cercava disperatamente di andare avanti ed essere felice. Con l’aiuto di una fiaccola ad illuminare il cammino, salì la lunga scalinata principale, in tutto il castello regnava un gran silenzio, interrotto soltanto dal rumore dei suoi passi. Aveva sempre preferito quella stanza alle altre per il suo arredamento semplice: il letto a baldacchino, un tavolo in mogano circondato da tre sedie in pelle nera e l’armadio a due ante con qualche decorazione, c’erano alcuni quadri appesi alle pareti, e l’ampia finestre concedeva un meraviglioso panorama. Si sedette sul letto e sentì una grande stanchezza impossessarsi di lei, dopo aver dato le disposizioni necessarie per l’indomani, si addormentò in un sonno frammentato, interrotto da frequenti incubi. La mattina seguente il cielo nuvolosa annunciava l’ennesima giornata pioggia, Leonora non avrebbe passeggiato nel giardino ornato di pini e castagni, né avrebbe visto gli animali selvatici che dimoravano nel boschetto; il tempo grigio cambiava il volto di ogni luogo, e quelli che per lei erano stati da sempre simboli di vitalità ed elementi di gioia, ora erano motivo di fastidio. All’improvviso bussarono alla porta: Buongiorno Cara, spero che abbiate dormito bene, io purtroppo sono stato trattenuto da Francesco e Jacopo alla locanda, al mio ritorno non ho voluto svegliarvi e mi sono fatto preparare un’altra camera. Pietro, entrato con irruenza, parlava 13


senza neanche guardare sua moglie, osservava incuriosito la mobilia della stanza, ed in particolare il ritratto di sua nonna, Maria Salviati. Si decise infine a distogliere lo sguardo dal quadro e continuò a parlare: Ho ordinato a tutti di non disturbarvi per nessun motivo, leggo la stanchezza nei vostri occhi e siete da poco guarita da una lunga malattia. Ho insistito tanto a farvi venire qua, proprio perché desidero che vi riposiate. A Firenze è impossibile trovare un po’ di quiete. Leonora sorpresa, ribatté che si sentiva invece molto bene e anzi, la lontananza da suo figlio Cosimo era causa di tormento e di malessere, il marito, però pose fine al diverbio e con tono perentorio proferì: Cara vi prego di non trascurare la vostra salute. Sarebbe un dolore troppo grande per me sapervi nuovamente malata. Io sarò a caccia tutto il giorno, ma ceneremo insieme. Arrivederci. Uscì dalla camera a testa alta, con il mento rialzato, accarezzandosi con la mano destra i lunghi baffi neri. Leonora, dopo aver ripensato a quelle parole, dedicò il resto della mattinata alla toeletta. Guardava il suo volto riflesso allo specchio, era sempre stata una ragazza dotata di una bellezza sofisticata, fine, elegante. I capelli rossi raccolti sulla nuca lasciavano scoperto il collo lungo e sottile, e sebbene numerose lentiggini le coprissero le guance e in parte anche il naso, il so viso era di un pallore quasi spettrale. Riflessiva e silenziosa, era considerata per la sua indole una donna misteriosa, era difficile per gli altri intuire i suoi pensieri, e soltanto Bernardo sembrava comprenderla 14

pienamente. Passò la giornata sfogliando libri e riposandosi, come le era stato suggerito, poi quando sentì rincasare suo marito, si decise ad uscire dalla camera per recarsi nella Sala Centrale, ma inaspettatamente Pietro, venendole incontro, la costrinse a rientrare nella stanza. I suoi occhi erano inferociti, ma il tono della voce rimaneva calmo. Carissima dove pensate di andare? Prima desidero scambiare qualche parola con voi. Con violenza afferrò Leonora per un braccio e la stinse a se. Come ho sempre pensato, dietro al vostro aspetto dolce e innocente si nasconde una infida vipera. Siete la donna più ingannevole che io abbia mai conosciuto, provo quasi vergogna per voi. Le accarezzò lentamente il viso, ma nei suoi gesti non c’era alcuna dolcezza, soltanto disprezzo. Un brivido di terrore corse lungo la schiena di Leonora, ella pregava dentro di se che il marito non fosse venuto a conoscenza della sua relazione con Bernardo; in passato aveva sempre agito con cautela e mille precauzioni venivano continuamente prese per mantenere segreto ogni loro incontro, soltanto la sua fedele dama di compagnia sapeva la verità, eppure adesso l’assalì il dubbio che qualcuno, osservandola, aveva forse sospettato, capito e infine parlato. Pietro si discostò un poco da lei ed estrasse dalla tasca un piccolo biglietto, lo spiegò e lo lesse ad alta voce: Desiderando trovarmi tra le braccia del mio amato, vi mando un braccialetto con incastonato il mio ritratto. Con affetto la, per sempre vostra, Dianora.


Poi le mise davanti agli occhi un gioiello, un semplice bracciale d’oro antico con un pesante ciondolo ovale, all’interno del quale era racchiusa l’immagine di Leonora. Carissima, sappi che io non ho mai visto quest’oggetto e di sicuro questa lettera non era destinata a me. Pallida, immobile, ella non trovava il coraggio né di negare, né di difendersi, continuava a fissare il suo braccialetto stretto tra le mani di Pietro, mentre le prime lacrime cominciarono a scenderle sul viso. Credevate che fossi un ingenuo? Che non mi fossi accorto di niente? Non avete pensato che il vostro tradimento sarebbe potuto diventare motivo d’infamia per me e per la mia illustre famiglia? Rispondete? Adesso la sua voce si era fatta alta e concitata, afferrò con violenza sua moglie, la quale gridò: Per amor del cielo, mio signore, cosa intendete fare? Lasciatemi immediatamente. Agitata, cercava inutilmente di divincolarsi, ma il marito la colpì con violenza facendola cadere a terra, poi si chinò e le cinse il collo con entrambe le mani, premette con tutta la forza che aveva, finché i rantolii non cessarono definitivamente. Il giorno seguente a Barberino si diffuse la notizia, e il giorno seguente ancora la notizia giunse fino alle carceri di Troggino, dove il nuovo prigioniero, Bernardo Antinori, fatto rinchiudere per motivi sconosciuti, piangeva la morte della sua amata Leonora Álvarez de Toledo y Colonna, detta Dianora, moglie di Pietro de’Medici, deceduta a causa di una malattia mortale. Martina Castaldi

L’Oratorio di Santa Margherita e l’Ospedale di Ruffino

continua dalla prima pagina

ben documentata, anche se restano ancora alcuni punti oscuri da chiarire. Iniziamo dai dati certi. Nel 1294 Ruffino di Lottieri, fucecchiese, eletto prima arcidiacono di Reims poi nominato vescovo di Milano nel 1295, dettò le sue ultime volontà. Così si legge, tra l’altro, nella lunga pergamena che riporta il testamento: «Considerando che brevi sono i giorni degli uomini e incerta l’ora della morte, ... poiché ho goduto in vita di molti beni, affinché io non sembri ingrato per i tanti benefici ricevuti, ... voglio che ad onore di Dio, della gloriosa Vergine sua madre e della beata Margherita sia completato quell’ospedale che ho iniziato a far costruire presso la mia casa di Fucecchio, in modo tale che vi siano almeno venti letti pronti, cioè 16 per ospitare i poveri e 4 in una camera per le persone di riguardo, soprattutto per i religiosi e specialmente per i frati predicatori dell’ordine del beato Domenico». Aggiunse inoltre che gli ospiti avrebbero dovuto essere riforniti di cibo e soddisfatti in ogni altra necessità. Per provvedere a ciò dotò l’opera di 200 fiorini d’oro, legando inoltre ad essa il suo castello di Nischeta con tutte le terre e i redditi ad esso pertinenti, nonché tutte le sue case piccole e grandi site in Fucecchio, salvo quelle riservate a titolo di usufrutto ai parenti più prossimi. Nel caso che l’ospizio fosse divenuto inagibile a causa di guerre o per altri motivi, esso avrebbe dovuto essere trasferito in altro luogo sicuro, all’interno della cinta muraria di Fucecchio, o nel già 15


menzionato castello di Nischeta, ossia presso l’attuale Via del Castellare (presso il luogo in cui sorge oggi il nuovo Consorzio agricolo). «In modo che i poveri possano esservi ospitati in tutta sicurezza» aggiunse Ruffino, specialmente i ‘gallici‘, ossia i pellegrini che venivano di Francia, terra a cui egli era particolarmente legato, avendovi dimorato a lungo e possedendovi anche molti beni, come egli stesso ricorda. Non a caso l’ospizio era destinato a essere comunque situato in un luogo di transito, sia che fosse rimasto presso la Porta Bernarda, sulla strada che conduceva verso il ponte sull’Arno, sia che avesse dovuto essere trasferito nel castello di Nischeta, presso la Via Francigena. Queste poche notizie tratte da un documento che è in realtà assai più lungo e complesso, sarebbero già di per sé sufficienti a spiegare le origini dell’ospedale detto di Ruffino e della vicina cappella, ma qualche altra informazione ci permette di approfondire l’argomento e di introdurci in altri problemi, che solo in parte siamo in grado di risolvere. Dobbiamo soffermarci innanzi tutto sui beni che Ruffino riserva ai suoi parenti, sottraendoli così, almeno temporaneamente, alla dote destinata all’ospizio. In particolare ci colpisce l’attenzione rivolta verso sua sorella Margherita - si noti il nome - alla quale il prelato destina alcuni lasciti: cento lire, l’usufrutto di alcune terre e altre rendite in natura che, dopo la morte della donna, avrebbero dovuto entrare nel patrimonio dell’ospizio; analogamente Margherita avrebbe usufruito per tutta la vita delle sue case “grandi” fucecchiesi che sarebbero passate poi in proprietà 16

all’ospedale. L’ecclesiastico doveva nutrire un particolare affetto verso questa sorella che portava il nome della santa sotto la cui invocazione era stato fondato l’ospizio. Non solo: Ruffino stabilì anche che gli esecutori delle sue ultime volontà avrebbero dovuto nominare un cappellano incaricato di celebrare la messa nell’ospedale e talvolta anche nella cappella della sua casa posta presso la Porta di Fucecchio. Non c’è dubbio che si tratti proprio dell’oratorio segnalato nella pianta di Luigi Banti, che in effetti si trovava a pochi passi dalla Porta detta di Bernardo, e che fu dedicata a quella santa Margherita per la quale la famiglia doveva nutrire una particolare devozione. Proprio qui si trovava anche la casa vecchia (domus mea antiqua, la chiama Ruffino), che risulta sita versus domum domini Simonecti, ossia presso la casa di Simonetto, figlio di quel Bernardo dal quale a sua volta aveva preso nome la porta castellana aperta poco dopo la metà del XIII secolo nella seconda cerchia delle mura. Così un angolo del castello si compone a poco a poco davanti ai nostri occhi: il palazzo dei Simonetti accanto alla Porta Bernarda e nelle immediate vicinanze la casa principale di Ruffino con la cappella di S. Margherita; poco oltre, presso le mura (che passavano presumibilmente lungo l’isolato compreso tra le attuali Via Checchi e Corso Matteotti), e poco fuori dalla Porta, le altre case del prelato in parte trasformate in ospizio. Torniamo al testamento. Tra i parenti beneficiati da Ruffino dobbiamo ricordare anche due giovani: un Enrico, indicato dal prelato come ‘consanguineo’, che aveva compiuto i


suoi studi a Bologna e a Padova - studi di diritto, dunque - e un Giovannino figlio Domicelle Agnetis de Assentia che era solito dimorare in Francia, a Reims in Tornella, presso la casa del testatore, nel borgo di San Dionigi. Ad essi il prelato assegna la cospicua somma di seicento fiorini d’oro, che tuttavia non avrebbe dovuto essere loro consegnata, bensì utilizzata per acquistare beni ed una casa per servire al loro sostentamento; inoltre qualora essi fossero morti senza figli, anche quei beni sarebbero entrati nel patrimonio dell’ospedale. In alternativa i due avrebbero potuto scegliere di entrare in possesso delle case vicine alla Porta di Bernardo, stimate complessivamente 400 fiorini, utilizzando i residui 200 fiorini per acquistare terre onde costituire per sé un’adeguata rendita. Evidentemente i due giovani non dovevano godere della piena fiducia del potente ecclesiastico, che non volle lasciare grosse somme direttamente nelle loro mani. Ma quali rapporti di parentela c’erano fra Ruffino e i due beneficiati ? Niente si può dire di quel Giovannino, di cui, almeno apparentemente, si perdono completamente le tracce. Invece l’Enrico studente di diritto era, con tutta probabilità figlio dello stesso Ruffino, da identificare in quel Ser (uno notaio, dunque) Henricus de Ficecchio quondam domini Rolfini, menzionato abbastanza spesso nelle carte del primo Trecento. Se le cose stanno così, dobbiamo scandalizzarci per questo ecclesiastico che affida parte dei suoi beni a un figlio, peraltro dichiarato solo come consanguineus? Certo non potremmo invocare a giustificazione il contesto storico e culturale del XIII secolo, quando ormai la Chiesa già da tempo aveva vietato il matrimonio dei

preti e condannato il concubinaggio dei sacerdoti, ma possiamo anche supporre che Ruffino fosse entrato nell’ordine ecclesiastico quando già era padre, magari una volta rimasto vedovo. Quanto alla sua famiglia di origine, esistono fondati sospetti che egli appartenesse ad un ramo dei ‘Rosselmini’, un potente lignaggio che aveva palazzo e case nell’area dove oggi si trova il nucleo centrale dell’ex fattoria Corsini. Lo fanno supporre i nomi dei minori beneficiari del suo testamento, che sembrano inserirsi bene nella genealogia di quel casato estintosi entro il primo quarto del Trecento. Ma il giuoco dei collegamenti sul filo dei nomi può spingersi anche oltre. Ruffino riservò infatti un piccolo lascito ad un Alcherolo che identificò come suo consanguineo, tacendone, purtroppo, il patronimico. Ora, tra i Rosselmini indiziati di qualche vincolo di parentela col prelato, c’è appunto un Alcherolo di cui abbiamo notizie fino ai primi del Trecento e che a sua volta aveva ricevuto in eredità parte del palazzo Rosselmini da Enrico vescovo di Luni: entra così in scena un altro potente ecclesiastico di origine fucecchiese, noto per l’inflessibilità con cui si batteva per ripristinare l’autorità vescovile contro gli abusi della feudalità di Lunigiana. E se egli aveva potuto disporre di quel palazzo tanto da farne oggetto di un lascito testamentario, certamente doveva avere qualche rapporto di parentela con i Rosselmini. Allora i collegamenti - ipotetici e tutti da verificare reclamerebbero un qualche rapporto di consanguineità, o quanto meno una parentela acquisita, tra i due eminenti fucecchiesi del XIII secolo. L’ipotesi 17


si fa più attendibile se consideriamo che Ruffino raccomanda ai propri esecutori testamentari di assolvere ai propri impegni consultando la sorella Margherita e, appunto, il “venerabile padre Enrico vescovo di Luni”. Certo è che la discendenza di Ruffino non ebbe fortuna. Nel 1316, nel quadro delle feroci lotte tra guelfi e ghibellini fucecchiesi, Ser Enrico, figlio del defunto dominus Ruffino (lo studente di diritto che dimorava a Reims al tempo del testamento?), già vescovo di Milano, fu dichiarato ribelle e la casa che era appartenuta a suo padre, e nella quale egli era consueto abitare, fu distrutta per far posto ad una via pubblica per lo spazio di 6 braccia (ossia circa m. 3,50). E’ interessante osservare che quell’edificio confinava con il muro del castello ed era situato “dentro e presso la Porta Bernarda”. Spentasi o caduta in disgrazia la discendenza di Ruffino, anche il suo ospedale non ebbe lo sviluppo desiderato dal fondatore. Il canonico Giulio Taviani, vissuto tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, ci informa che le monache lucchesi di Gattaiola, alle quali spettava dai primi del XIV secolo la giurisdizione spirituale su Fucecchio, pretesero di sovrintendere anche all’opera voluta da Ruffino, ottenendo come solo risultato quello di vanificarne il compimento. Restarono in carica per tutto il Trecento e per i primi del Quattrocento, alcuni spedalinghi, ovvero amministratori dei beni spettanti all’ospizio, ma la funzione primaria -l’ospitalità, appunto- ebbe scarso seguito. Così, secondo il Taviani, nel 1448 il Vescovo di Lucca affidò i beni di Ruffino a Giovanni Capponi, Maestro della Magione dell’Altopascio, essendo l’ospedale 18

in rovina (“omnino dirutum et demolitum”) e i suoi beni dilapidati. Nel 1644 la fondazione ruffiniana passò, insieme a tutto il patrimonio fucecchiese dell’Altopascio, ai Marchesi Corsini. Questi ultimi - in particolare Bartolomeo Corsini consapevoli dei vincoli morali legati a quella parte del patrimonio che veniva dall’eredità di Ruffino, istaurarono la tradizione di distribuire dodici staia di grano ai poveri ogni anno, il 20 luglio, per la ricorrenza di Santa Margherita. Aggiunge poi il Taviani: «Specie l’ospitalità rimane ancora ai giorni nostri, poiché‚ si continua a tenere per semplice uso e abitazione alcune donne mserabili, che non oltrepassano il numero di sei, quali hanno una stanza per ciascheduna e vivono colla questua e femminili lavori, e questa abitazione loro, denominata ancora oggi lo spedale di S.Margherita, è certamente una piccola porzioncella di quelle case che il nostro Ruffino rammenta nel suo testamento, quali erano in isola ed avevano per tutte le parti la via, cioè quel tronco da S.Margherita, la Torcicoda (oggi Via Checchi) e due stradelli, che dalla Torcicoda medesima salgono di contro la chiesa di S.Margherita, in vicinanza della quale e in questo stradello (oggi vicolo dello Spedalino) rimane lo spedale suddetto delle donne e per questo soltanto in oggi il di lui ingresso, per esser stato serrato l’altro stradello lungo l’orto dei Fanciullacci, in oggi Cicci, che portava alla Torcicoda suddetta». Ecco dunque l’origine dello Spedalino che dette nome al vicolo tuttora esistente, un piccolo ospizio da non confondersi con quello fondato da Ruffino, trattandosi invece di quei vani che i Corsini vollero


riservare come ricovero per ospitare alcune miserabili al fine di osservare almeno in parte il legato del Vescovo fucecchiese. E chissà se l’esito finale, magari inconsapevole, dell’istituzione caritatevole voluta da Ruffino sia stata l’elargizione dei “duini” che gli amministratori della Fattoria Corsini distribuivano ai poveri fucecchiesi ancora nei primi decenni del Novecento. Dov’era allora situato il vero ospedale di Ruffino, mai completato almeno nelle forme e nei modi previsti dal fondatore? I documenti medievali ci danno alcuni riferimenti certi: era senz’altro in prossimità della Porta Bernarda, ma fuori dalla cinta muraria, come è precisato nel testamento; sorgeva lungo la strada che portava verso l’Arno, come si ricava da una descrizione catastale del primo Trecento. Tutto ciò rende plausibili le ulteriori indicazioni fornite dal Taviani: «Il sito delle case destinate ad Ospedale è quello che esiste anche oggi e serve per uso d’osteria maggiore nel piano immediato alla pendice della collina». Restano - è vero - alcuni problemi particolari da risolvere,

poiché‚ quell’osteria che dette nome all’attuale piazza Montanelli (fino a qualche decennio fa gli anziani la ricordavano ancora come “piazza dell’osteria”) è senz’altro la stessa che faceva tutt’uno con l’albergo detto della Corona, ricordato fin dal 1427 e che sappiamo essere approdato al’Altopascio nel 1481 (e non nel 1448 come afferma il Taviani), attraverso altri passaggi di proprietà e - guarda caso - proprio come parte dei beni che erano stati dei Rosselmini. E questo ci riporta alla vecchia storia della famiglia di Ruffino e di Enrico. Ma alcune inesattezze e qualche discrepanza cronologica non bastano a smentire la localizzazione proposta dal Taviani che appare attendibile anche in considerazione della continuità della funzione ospedaliera - alberghiera svolta dall’edificio. È un altro pezzo di storia fucecchiese che ci si rivela e che pone altri problemi da risolvere. Ma questo è il bello della ricerca. Alberto Malvolti (per ulteriori informazioni rinvio al mio saggio “Storie ghibelline” in corso di stampa in “Erba d’Arno”, n. 124)

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Officina degli affogati. Numero 0  

Il numero di prova del corso di scrittura creativa della Libreria Martin Eden di Fucecchio (FI)

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