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numero 1 aprile 2012

Conto alla rovescia Serena Billeri

Il tempo sta scadendo per la mia amica. Siamo sedute a pranzo in un bistrot quando casualmente mi dice che lei e suo marito stanno pensando di "cominciare una famiglia". Come se già un marito ed una moglie non lo fossero. Quello che intende è che il suo orologio biologico ha cominciato il conto alla rovescia e la sta costringendo a considerare la prospettiva della maternità. "Stiamo facendo un sondaggio" dice, quasi scherzando. "Pensi che dovrei avere un bambino?" "Ti cambierà la vita" dico con attenzione, mantenendo un tono neutrale. Banale forse, se lo sarà sentito dire già cento volte. "Lo so" dice. "Niente più dormite fino a tardi il sabato, niente più vacanze improvvisate... " Ma questo non è proprio ciò che intendo. Guardo la mia amica, cercando di decidere cosa dirle. Voglio farle sapere ciò che non imparerà mai ai corsi pre-parto. Voglio dirle che le ferite fisiche di una gravidanza guariscono, ma che diventare madre la lascerà con una ferita emotiva così profonda che la renderà per sempre vulnerabile. Considero l'idea di avvertirla che non leggerà mai più un giornale senza chiedersi "E se si

fosse trattato di mio figlio?" o che forse non avrà più il tempo per leggerselo, quel giornale. Che ogni disastro aereo, navale, ogni incendio la tormenterà. Che quando vedrà le foto di bambini ridotti alla fame, si chiederà se possa esistere cosa peggiore del veder morire il proprio figlio. Osservo le sue unghie laccate con cura e il suo completo alla moda e penso che non importa quanto possa essere sofisticata, diventare madre la ridurrà allo stato primitivo di un'orsa che protegge il suo cucciolo. Che all'urlo di "Mamma!" farà cadere il soufflè o il suo cristallo più bello senza un momento di esitazione. Sento che dovrei avvertirla che indipendentemente da quanti anni abbia investito nella sua carriera, verrà professionalmente dirottata dalla maIndice

Conto alla rovescia S. Billeri Tutto può ancora accadere A. Paglicci La torta di mele V. Nicoletti Solo un po’ di notorietà M. Ballini Obbligo di fermata P. Riccobono Calma e pacatezza... F. Votino Il cappotto M. Pellegrini Cronaca sbilanciata... D. Baldanzi 23 agosto 1944 R. Cardellicchio La donna di carta C. Giuntoli

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ternità. Potrebbe lasciare suo figlio alle cure di qualcuno fidatissimo, ma un giorno andrà ad un'importante riunione di affari e penserà al dolce odore del suo bambino. Dovrà usare ogni grammo di disciplina per trattenersi dal correre a casa solo per assicurarsi che suo figlio stia bene. Vorrei che sapesse che le decisioni quotidiane non saranno più semplice routine. Che il desiderio di un bambino di sei anni di andare nel bagno degli uomini del McDonald's piuttosto che in quello delle donne si trasformerà in un gran dilemma. Che proprio là, nel mezzo del rumore di vassoi accatastati e delle urla dei bambini, le questioni di indipendenza e di identità di genere verranno valutate contro la prospettiva che un pedofilo possa nascondersi in bagno. Per quanto sicura di sé possa essere in ufficio, come madre tirerà sempre a indovinare. Nel vedere la mia amica così attraente, vorrei assicurarle che alla fine butterà giù i chili della gravidanza (o che non li butterà giù affatto, guardando me stessa rassegnata), ma che comunque non si sentirà mai più la stessa. Che la sua vita, ora così importante, avrà minore valore ai suoi occhi quando avrà un figlio. Che la darebbe in un istante per salvare la 2

sua prole, ma che comincerà anche a sperare di poter vivere più anni, non per realizzare i propri sogni, ma per vedere suo figlio realizzare i suoi. Desidero farle sapere che la cicatrice di un cesareo o una smagliatura lucida che non rientra con Somatoline, diventeranno distintivi d'onore. La relazione con suo marito cambierà, ma non come pensa. Vorrei che potesse capire quanto di più si possa amare un uomo che cosparge di talco un bambino con tanta cura o che non esita mai a giocare con suo figlio o sua figlia. Vorrei che sapesse che si innamorerà di nuovo di suo marito per motivi che ora troverebbe tutt'altro che romantici. O forse che il marito spodestato del ruolo di "unico oggetto di attenzione" cercherà interessi altrove, forse anche attenzioni e forse anche al punto tale di non tornare. Vorrei che la mia amica potesse percepire il legame che sentirà con tutte le donne che attraverso la storia hanno tentato disperatamente di metter fine alla guerra, ai pregiudizi e alla guida in stato di ebbrezza. Spero che capirà come io possa pensare razionalmente alla maggior parte delle cose, ma possa perdere temporaneamente la ragione quando discuto della minaccia della guerra nucleare nel futuro dei miei figli.


Vorrei descriverle l'euforia nel vedere tuo figlio imparare a disegnare il sole, le case, gli alberi. Vorrei immortalare per lei la grassa risata di un bambino che tocca per la prima volta il soffice pelo di un cane. Voglio che provi la felicità così reale che fa male. Lo sguardo interrogativo della mia amica mi fa realiz-

zare che mi sono venute le lacrime agli occhi. "Non te ne pentirai mai", dico alla fine. Poi allungo la mano sul tavolo verso la sua, gliela stringo e sono qui per lei e per me e per tutte le altri semplici donne mortali che nel loro cammino inciampano nella più santa delle chiamate.

Tutto puo' ancora accadere Alessandra Paglicci

Il suo cuore aveva avuto un lieve sussulto, che le aveva fatto brillare all’istante lo sguardo, di una luce che lei conosceva bene, nonostante si affacciasse ormai raramente sul suo viso. Rachele era consapevole che i suoi occhi si trasformavano completamente in quei momenti. Lo percepiva pur non vedendoli perché era un cambiamento molto più profondo, che avveniva nel suo animo. Si trattava di quella sensazione un po’ speciale che si prova quando si ritorna a casa dopo molto tempo oppure ritroviamo qualcosa d’importante che avevamo perduto. Rachele si era voltata, pur sapendo che non poteva trattarsi di lui. Ma quello che aveva sentito era il suo nome e dopo tutti quegli anni, vissuti lontana da lui, il solo sentirlo chiamare da qualcuno la emozionava ancora profondamente. A volte lei stessa si stupiva del potere che un semplice nome poteva avere su di

lei. Era come udire una parola magica o trovare la chiave per aprire lo scrigno segreto, nascosto nei labirinti del suo cuore. Quel nome portava con sé una scia di emozioni, immagini, musiche, ricordi e poi un volto, quello di lui, inconfondibile. Per nuotare ancora nella profondità senza limiti dei suoi occhi, luminosi e ridenti come un tempo, appesa ad un sorriso fatto di tanta dolcezza, passione e silenzi… innumerevoli silenzi, più eloquenti di mille parole.

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Dopo, per anni, c’erano state tante parole, fiumi di parole, quelle scritte da Rachele. E poi di nuovo silenzi ed infine dialoghi con tanti puntini di sospensione. Talvolta le sembrava che per loro il tempo si fosse fermato e non fossero passati tutti quegli anni, né quello che c’era stato in mezzo per entrambi. Era come se si fossero incontrati appena il giorno prima e tutto potesse ancora accadere.

Rachele ora sorrideva ed aveva ripreso a camminare lentamente, quasi sospesa, avvolta in una nuvola di dolcezza. Intanto una lacrima le stava rigando il viso e poi un’altra, ed un’altra ancora. Così si sera fermata davanti ad una vetrina, fingendosi interessata, per asciugarsi le lacrime, che adesso scendevano numerose mentre pensava: “Volevamo essere liberi e lo siamo stati. Ma quanto ci siamo mancati…”

La torta di mele Valentina Nicoletti

“Sono appena le sei del mattino. Posso farcela”. Stava pensando questo Sara mentre si alzava dal letto furtivamente per non far scricchiolare le molle di quella vecchia rete comprata dieci anni prima a Mondo Convenienza. Voleva fare un dolce. Non troppo difficile. “Una torta di mele, va’”, pensò. Era già un po’ di tempo, infatti, che non si avvicinava più ai fornelli; più o meno dall’ultima volta che aveva rischiato di incendiare la cucina dimenticando l’acqua per la pasta sul fuoco. “Cavolo se aveva bollito. Nel frattempo ho pulito tutta la casa”. Fortunatamente Luca era rientrato parecchio prima del solito ed aveva anche pulito il fornello annerito dalle colature di plastica dei manici della pentola. “Si è arrabbiò 4

tantissimo e insolitamente mi dette pure dell’imbecille. Le volte successive però non si è più alterato, forse quel giorno aveva avuto una giornataccia”. Mentre ripensava a quei fatti, cercava di radunare sul piano di lavoro della cucina tutti gli ingredienti necessari. “La farina


ci vuole. Di quello ne sono sicura. Poi anche lo zucchero, altrimenti che dolce è. E dopo la mele, ovvio; è una torta di mele! Ma le uova? Oddio, proprio non me lo ricordo… Vabbè io ce le metto, del resto nel più ci sta il meno”. Destato dall’acciottolio delle pentole, Luca si era affacciato in cucina e, con una goffaggine a cui non era ancora abituato, aveva visto sua moglie impastare un miscuglio informe e disomogeneo in cui riusciva a scorgere qua e la pezzi di mela affatto privati della loro buccia. Non si voleva arrendere. Non accettava la malattia, non poteva accettarla. Fin dal primo giorno che si erano messi insieme non faceva altro che ripetere che gli uomini devono imparare ad usare il cervello, che il cervello è l’unica cosa che distingue l’uomo dall’animale, che l’unica cosa a cui teneva era la sua intelligenza e che l’unica malattia che non avrebbe mai voluto avere era L’Alzheimer. Sembrava la legge del contrappasso. Guardandola affannarsi in quella cucina che lei stessa aveva ideato e fatto fare personalmente sotto la sua guida scrupolosa e petulante, la ricordava quando era una donna che, come si dice, levava il fumo alle schiacciate. La ricordava quando la mattina, già incazzata perché era tardi (ma

soprattutto perché non aveva voglia di uscire da quel letto caldo per andare a lavorare in un posto che, quando andava bene, lo definiva di merda), si alzava in fretta e, nel tempo che tu riuscivi appena a connettere, lei aveva già fatto la doccia, acceso la macchinetta del caffè e preparato la colazione. Luca ripensava a quando prima di uscire gli dava una bacio sulla bocca e gli diceva strizzando l’occhio di tornare presto. Cosa che lui non faceva quasi mai. E neppure lei faceva. Così si trovavano la sera alle nove nella casa fredda e senza niente di pronto da mettere sotto i denti. A quel punto Sara prendeva una bottiglia di vino, tagliava dei pezzettini di pecorino e diceva “cucino qualcosa, ma sarà pronto tra un po”. “Ci sedevamo a tavola alle dieci e mezza di sera, con già quasi una bottiglia di vino bevuta. Poi lasciavamo i piatti in tavola, le stoviglie da lavare nell’acquaio e ci buttavamo sul letto a guardare qualche film, a fare l’amore. Spesso mentre parlavo venivo improvvisamente disturbato da un alito caldo nel viso e da un rumore gutturale: si addormentava di schianto sulle mie spalle”. Era la sua bambina, ripeteva tra sé e sè. Luca fu destato dai suoi pensieri dai singhiozzi della moglie che tenendosi 5


il volto tra le mani si era accasciata a terra in ginocchio davanti al forno. E piangeva. A quel punto vide l’impasto ancora informe ancora sul tavolo, le uova dimenticate dietro un ananas ed il forno spento. Proprio non se lo ricordava come doveva fare. Luca si precipitò dalla moglie ed asciugandole le lacrime con le dita le disse “lo facciamo insieme il dolce”- “Ma io volevo farti una sorpresa” ribattè lei. “Volevo dimostrarti che sono ancora capace di fare le cose. Non voglio che tu sia il mio badante. Tu sei mio marito. Tanto lo so. Quando sarò rincoglionita del tutto mi metterai in un istituto e mi verrai a trovare prima tutti i giorni, poi un giorno si ed un giorno no, poi una volta a settimana. Ed alla fine mi presenterai la tua nuova compagna. Certo se invece che scoparmi mi devi accudire lo credo bene che prima o poi scapperai”. Luca, che difficilmente in tutti gli anni che erano stati insieme non aveva saputo cosa rispondere a Sara, era spiazzato. Non tanto di fronte alla sua ingiustificata paura di

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abbandono quanto di fronte a quella malattia di Alzheimer, a quel tedesco di merda, come diceva una barzelletta che in passato aveva raccontato milioni di volte, che a soli 50 anni gli stava portando via la cosa più bella che avesse mai avuto nella vita. “Amore mio, non sei mai stata una casalinga provetta, è normale che te le ricordi poco queste cose” Era l’unica frase del cazzo che era riuscito a dire. La mano di lui intorno alle spalle mentre si rialzava da terra la tranquillizzò. Era sempre stato il suo porto sicuro. Quando c’era qualcosa che non andava, qualunque cosa, dallo stronzo di turno sul lavoro al passato di ceci attaccato alla padella, lei correva sempre da lui. Nonostante sia Luca che le persone che la circondavano la ritenessero una tipa tosta, lei sapeva che questa forza gli proveniva dall’avere Luca al suo fianco. Anche quando litigavano, lei sapeva che lui c’era e che ci sarebbe stato sempre. E mentre Luca aiutava la moglie ad alzarsi, pensava che lei sarebbe sempre stata la sua bambina.


Solo un po' di notorieta' Maurizio Ballini

Sono il meglio che c’è sulla piazza, questa è la verità. Peccato che nessuno lo capisca. Dovrei essere considerato la superstar del regno animale, e invece vengo bistrattato e considerato uno scherzo di natura, un’anomalia evolutiva. Secondo LORO io non dovrei neppure esistere. Addirittura, la prima volta che videro la pelle di un mio antenato morto, pensarono che che si trattasse di un collage fatto da un imbalsamatore cinese, roba tarocca insomma. Ma come, dico io, solo perchè ho il becco simile a quello dell’anatra, i piedi palmati e il pelo di una marmotta devo essere considerato un freak? Va bene, le nostre femmine fanno le uova ma allattano i cuccioli, ma non dovrebbe essere più strano degli squali che si divorano l’uno con l’altro quando sono ancora nella pancia della madre, giusto? “Il mondo è bello perchè è vario” dicono, ma alla fine io non sono trattato come si deve. Sono anche tenero da vedersi, ma hanno fatto dei peluche su di me che fanno schifo, non sono all’altezza di quelli del delfino o dei tanto osannati gattini, chissà cosa ci troveranno nei gatti, o nei panda. Quella è gente che non fa nulla tutto il giorno, i panda

manco su muovono. Io invece sono un animale interessantissimo, sono un nuotatore provetto, e potrei anche partecipare alle Olimpiadi senza sfigurare. Sono meglio di un ninja, veloce e tremendo, e sono anche un fottuto supereroe tra tutti i mammiferi: lasciate perdere tutta quella gente che fa i centoventi orari o quelli che non bevono per giorni, quella è roba che farebbe tanto gola agli uomini, solo perchè interessa a loro andare veloci o sopravvivere senza bere, risparmierebbero tempo. Io ho i supersensi, percepisco l’elettricità nel corpo degli altri, così posso cacciare anche di notte. Ok, ok, pipistrelli e delfini hanno il sonar, ma qui si parla di elettricità, non so se mi spiego. Avrò anche i piedi palmati, ma chi fra tutti i mammiferi può iniettare un veleno capace di uccidere gli altri animali e di far soffrire gli esseri umani per mesi con una sola puntura? Ah, e poi sono carnivoro ma mangio senza usare i denti. Nemmeno l’uomo ci riesce, usa le dentieri in quei casi, lui. Non esiste niente come me su tutta la faccia della Terra, eppure sono considerato niente. Anche il nome che mi hanno

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appioppato fa schifo: ornitorinco. Ma che razza di nome è? Vuol dire “muso d’uccello”. Come se chiamassi l’essere umano “culo di babbuino”, bello eh? Ma poi pensa te, visto che non sapevano che nome darmi mi chiamavano “talpa d’acqua”, e anche quello non era granchè, visto che non ho niente da spartire con le talpe, sono superiore io. Belli poi gli inglesi, che mi chiamavano “platipo”, quella è gente senza fantasia nè senso dell’umorismo. Mi mancano i tempi in cui mi chiamavano “Mallangong”, quello si che era un nome esotico e importante. La verità? Mi sento depresso. Tutte queste capacità, tutte queste possibilità ed un alto livello di adattamento e

nessuno ti dice niente, ti lasciano lì a marcire in un angolo dell’Australia senza nemmeno un minimo di considerazione. Compresi quelli di National Geographic. Quelli pensano alle farfalle, alle tigri e anche alla formica-zombie, ma all’ornitorinco non ci pensa mai nessuno. È triste, veramente triste essere nella mia condizione, ma che ci vuoi fare, i tempi duri arrivano per tutti. E un giorno verranno anche per l’uomo, quando avrò radunato tutta la mia specie e trovato un adeguato mezzo di trasporto, e muoverò alla testa di un esercito immenso, per conquistare il mondo e riprendermi la gloria che mi spetta.

Obbligo di fermata Provvidenza Riccobono

“Accidenti a me, e a quando ho deciso di prendere questo autobus” si rammaricò Mortimer. Aveva caldo, il sudore gli imperlava tutto il corpo: facendogli appiccicare addosso quella divisa nera, di lana pesante. “Che vitaccia, non ce la faccio più. Correre da un posto all’altro, senza neppure il tempo di cambiarsi. Ma il capo mi sente. Eccome, se mi sente! Con tanti sprechi, si risparmia sulla qualità e la quantità delle mie divise. Sono poche. A furia di lavarle, il nero si sbiadisce. Lo dico sempre io. 8

Con questo completo, poi, sembro un maschio. Non mi dona per niente. Povera me, come farò ad arrivare in fondo alla giornata.” Il bus era affollato, vicino a lei era capitato un ragazzino. La fissava da sotto il cappellino bianco firmato. Poi si tappò il naso con le dita e disse: “Puzzi.” “Andrea, lascia stare il signore: se puzza, si laverà” disse la madre, rincarando la dose. “Sì, sfottete pure. Tanto, prima o poi: vi porto via tutti....” mugugnò fra se


Mortimer. Purtroppo il ragazzo aveva ragione: puzzava. Quel sito che sapeva di scaduto, di andato a male, di trapassato. Di topo morto. Troppo, aveva provato a lavarsi: con l’ammoniaca, o con la candeggina, o con l’acido muriatico, l’amuchina... niente. Poi, era passata a cose profumate. Sapone di marsiglia, sali da bagno alla menta, dentifricio, deodoranti, insetticidi. Niente. Nessun effetto. Più che altro, davano noia alla gente, rischiando di farla scoprire. L’effetto sorpresa, andava a farsi benedire. Tirò fuori dalla tasca della giacca la sua agenda elettronica. Controllò le chiamate, gli appuntamenti. “Maledizione, ecco perché son salita su questo autobus. Devo far morire il conducente. Comincio ad avere problemi di memoria. Meno male ho l’agenda.” Il bus era prossimo alla fermata, Mortimer aspettò che si fermasse. Mentre scendeva le scalette lo guardò, e lui si accasciò sul volante. Non poteva farlo prima, così era più comodo. Si avviò lungo il marciapiede e aprì l’ombrello per ripararsi dal sole. I passeggeri intanto si accalcavano intorno al conducente. “Che barba, che noia. Sempre le solite cose... che lavoro noioso. Dopo una

vita che lo faccio, ne ho le palle piene. Poi, nessuno che voglia morire. Tutti scontenti. Anche a metterci l’impegno, l’entusiasmo, un po’ di fantasia, o un po’ di cattiveria: non li contenti. Per tutto quello che faccio, il capo dovrebbe pagarmi di più. Per non parlare delle ferie: non so neppure cosa sono. Devo essere sempre disponibile. Quando c’è una chiamata, anche se sono sul vaso: mi tocca prendere e partire. Non vedo l’ora di andare in pensione. Ma, mi sa che se continuo di questo passo. Muoio prima.

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Calma e pacatezza all'ufficio postale Francesca Votino

L’ufficio postale era affollato quel giorno. Era sabato. Ma a ben pensarci era sempre così: tranne che in rari casi, a qualsiasi ora ci si andasse si trovavano poche persone agli sportelli e decine e decine in attesa dietro di loro. Pensionati che attendevano la possibilità di ritirare la pensione, altri che speravano di prelevare o versare dai propri libretti postali. E poi ancora gente con bollette in mano, con lettere da spedire, vaglia postali, raccomandate, lettere minatorie, pacchi contenenti antrace... Alcuni anche con posta non propria da riconsegnare. Nessuno invece era lì per acquistare uno qualsiasi dei prodotti che l’azienda tentava di vendere: cd musicali, calendari, collezioni di francobolli, film… Dopotutto, da quando in qua le poste erano divenute un centro commerciale? Probabilmente il frutto di accurate analisi di mercato, di riflessioni e domande a cui le Poste Italiane avevano cercato di dare risposta. Una risposta sbagliata. E al contempo persisteva nell’offrire alla clientela un servizio scadente, inefficiente. Era più che evidente osservando le espressioni dei clienti in coda: alcuni erano lì dentro da pochi minuti, molti erano in attesa da ore. Una graziosa 10

signorina, addirittura, stava allattando un bambino, concepito, portato in grembo e partorito in attesa del proprio turno. Secondo alcune voci poi, qualcuno degli anziani era entrato in pensione mentre attendeva il suo turno per pagare una bolletta truffa della Telecom. Ma di questo, gli operatori al di là del vetro non si curavano. Come dargli torto? Non era mica colpa loro. Certo, un po’ di responsabilità l’avevano pure ma non era un loro problema. Anzi, sembrava che se la passassero benone nonostante la moltitudine di gente e tutti gli sportelli recanti la scritta “Aperto”. Beh, in effetti quelli presidiati erano solamente due o tre, ma anche questo sembrava non essere un problema loro. Alla fin fine, i clienti in fila non avevano idea delle oscure dinamiche legate all’inutile burocrazia, alle nuove regole antiterrorismo, a insensate dinamiche postali che prevedono la compilazione di moduli e moduli, ambigui e mal pensati da riconsegnare completi in tutte le loro parti perché possano poi essere inseriti nel cestino. Per non parlare delle pause caffé o delle chiacchiere spensierate mentre sul volto dei clienti solo una maschera di sentimenti, un tragico miscuglio di sconforto, follia e odio furibondo per il tempo perduto


e che mai più verrà recuperato. Ingrati! Dovrebbero ringraziare perché invero è solo in luoghi d’inutile attesa come quello che hanno modo di esercitare quella virtù che solo i forti possiedono! Non tutti però la pensavano allo stesso modo, o come minimo, non lo pensava l’uomo appena entrato. Indossava un passamontagna nero: solo gli occhi chiari di un colore grigio verde e la bocca con cui minacciare erano scoperti. Non appena entrò, il suo fedele kalashnikov parlò per lui una raffica di saluti e una benevola presentazione. I proiettili forarono il soffitto mentre la gente prendeva ad urlare terrorizzata! “State zitti, Zitti!” Un’altra raffica in aria e poi il fucile puntato ad altezza d’uomo. Si fece silenzio, solo il respiro degli ostaggi e qualche singhiozzo. Il nuovo arrivato incuteva paura tanto era il rancore che dimostravano i suoi modi e quei suoi folli occhi chiari. “E ora a terra! Tutti!” La sua voce ruppe il silenzio con violenza. Loro malgrado, tutti i presenti gli obbedirono. L’uomo, a passi decisi si diresse verso uno degli sportelli presidiati. Avanzava osservando ora a destra ora

a sinistra: qualcuno avrebbe potuto addirittura tentare un gesto eroico ed insensato. Per cosa poi? Per i soldi che in quel luogo circolavano? Per i dati sulla privacy con tutta probabilità già ripetutamente violati? Oppure per il posto in fila che da ore stoicamente mantenuto? Ma nessuno si mosse: lo temevano come la morte. “Tu!” Glaciale, l’uomo si rivolgeva ora ad una delle operatrici, una signora paffuta dall’accento meridionale che tremava e piagnucolava accovacciata a terra in un disperato tentativo di nascondersi all’aggressore. “Tu! Alzati, presto!”, nonostante la presenza del vetro separatore teneva il fucile puntato verso di lei, correggendone poi l’inclinazione della canna fino a posizionarla all’altezza della fronte della donna alzatasi in piedi. Ribellarsi era vana follia: sarebbe bastato un colpo o due a mandarlo in 11


frantumi e a colpirla. Lei, tremante e spaventata, con gli occhi lucidi, teneva le mani in alto in segno di resa. “Presto ti ho detto! Non farmi incazzare, stronza! Avvicinati!” Sempre più terrorizzata si avvicinò al banco: pochi centimetri la separavano dalla canna del fucile. Cosa voleva da lei quell’uomo? I soldi dell’ufficio postale? I dati di qualche conto? “Prendi!” L’uomo le passò dei fogli attraverso lo spioncino: lei li osservò stupita. Non riusciva a comprendere le intenzioni dell’aggressore. “Muoviti!”, l’uomo tornò ad urlarle contro mentre al contempo si guardava a alle spalle. Quindi sparò qualche colpo in aria: iniziava ad innervosirsi “E mentre lei inseriva i dati al terminale lui controllava che nessuno degli altri si muovesse. State calmi, ok? Tra poco sarà tutto finito…”, disse loro. Poi, rivolto all’operatrice: “Allora? Hai fatto? Quant’è?” Cosa? L’operatrice non si capacitava di quel che stava accadendo… “Quant’è?”, le chiese di nuovo. “Ah, ecco…sono 317…” “317??” “S-si..sono 317 euro e 45 centesimi…” Col fucile sotto il braccio, recuperò il denaro dal portafoglio e lo porse alla donna. Ebbe un po’ di difficoltà con i centesimi per via del fucile che rischiava 12

di cadergli ma alla fine ce la fece, senza inutili spreco di proiettili per di più. “Ha messo tutto, vero? Anche quella dell’Enel?” “Si, si, ho messo tutto”, la risposta dell’operatrice sempre meno spaventata e al contempo sorpresa. “Perfetto! Arrivederci allora!”, afferrate le ricevute delle bollette, la salutò con cortesia. Un attimo dopo era fuori, diretto verso la propria auto. Seduto all’interno finalmente poté togliersi il passamontagna e verificare le ricevute delle bollette appena pagate. Soddisfatto, con il volto ancora leggermente arrossato per via del camuffamento, mise in moto e accese l’autoradio: E tutto intorno a lui, improvvisamente, sembrava migliore. Distrattamente volse lo sguardo a sinistra. Dall’auto parcheggiata accanto vide un pensionato scendere con la tipica lentezza degli anziani ed indossare qualcosa sopra il giubbotto: una panciera con bombe al tritolo incorporate. Quindi, dopo essersi infilato un passamontagna in testa e aver recuperato il detonatore si avviò con passo incerto verso gli uffici postali. A ritirare la pensione con tutta probabilità. Scuotendo la testa, “Questi anziani moderni…” disse tra sé e sé l’uomo mentre nascondeva il proprio kalashnikov dietro al sedile del passeggero.


Il cappotto Marisa Pellegrini

Tutti i passeggeri dell’autobus 27 non staccavano gli occhi da quel distinto signore di mezz’età e tutti pensavano fosse matto. La giornata era di un’afa bestiale e il matto in questione i n d o s s a v a cappotto e cappello con calma serafica. Era un bel cappotto di cammello dal taglio classico e il cappello era un Borsalino in tinta col cappotto. Ad un’osser vazione più attenta, avevano un aspetto vissuto, il cappotto era un po’ logoro, così come le falde del cappello, ma nell’insieme si potevano ancora indossare. L’uomo non si curava degli sguardi o dei commenti, era perso nei suoi pensieri ed ogni tanto sfiorava la stoffa del cappotto con una carezza leggera. Erano anni che non tornava al suo paese d’origine, ormai viveva all’estero dove aveva raggiunto fama e successo economico. Nemmeno per

il funerale di suo padre era tornato, avevano pensato a tutto quelli della casa di riposo, dove il padre era ricoverato da tempo. Lui si era limitato a dare disposizioni telefoniche e a mandare una cospicua somma di denaro. Troppo impegnato col lavoro, per fare un così lungo viaggio. Adesso era richiesta la sua presenza in merito a documenti importanti, che riguardavano la vendita della sua vecchia casa, si era preso una settimana di vacanza, quasi a malincuore, ma arrivando al paese e vedendo la casa, erano affiorati ricordi allegri e tristi, ma facevano parte della sua vita. Aprendo un vecchio baule, aveva trovato conservati con cura, il cappotto e il cappello; erano le uniche cose preziose appartenute a suo padre, memoria di tempi migliori. A vedere quei capi di 13


vestiario, gli era venuto un groppo in gola dall’emozione, quanti viaggi avevano fatto al monte di pietà, la sua famiglia non navigava nell’oro ed impegnare quei capi, era il solo modo per farlo studiare nei momenti grami. Poi qualche affare del padre andava a buon fine e cappotto e cappello tornavano a casa, pronti ad essere impegnati di nuovo al bisogno.

Nel guardaroba della casa straniera dove viveva, non mancavano cappotti e cappelli d’alta sartoria ma quei vecchi capi li avrebbe portati con se come preziosi cimeli, e nonostante il caldo terribile aveva deciso di indossarli per onorare la memoria di suo padre, salendo sull’autobus diretto laggiù ai cipressi, per vedere almeno una volta la tomba del padre.

Cronaca sbilanciata di un amore perfetto David Baldanzi

- Secondo te masturbarsi davanti al quadro “L’origine del mondo” si può considerare sindrome di Stendhal? - Sei un cretino. - La risposta non è pertinente. - Sei un cretino lo stesso. - Ma la risposta continua a non essere pertinente. - Vuoi una risposta pertinente alla domanda? - Sì. - Ti odio quando fai così. - Pur considerandolo un passo avanti, sono costretto a ripetermi. - Senti. Te ne faccio una io di domande. - Bello! Vediamo se so rispondere. Ma ti avverto: sono campione mondiale di Trivial Pursuit. Vai. - Perché mi hai portato a Parigi? - Questa è facile. Alla venticinquesima volta che me lo hai chiesto ti ho accontentata. 14

- Perché mi hai portato a Parigi se a te fa schifo? - Mi sa che la risposta a questa domanda è la stessa di quella precedente. - Ora sei tu a non rispondere. A te Parigi fa schifo? - Scherzi? No, assolutamente. Cosa te lo fa pensare? - I tuoi commenti. - Quali commenti? - Arriviamo sotto la torre Eiffel e dici che è la dimostrazione che i francesi sono tutti froci. - Perché non è vero? Prova a proporre in Italia la torre di Pisa come simbolo nazionale e vedi cosa ti tirano dietro. Un simbolo fallico... - Sì, lo so. Me lo hai già detto. Siamo andati al Louvre e mi hai fatto vergognare tutto il tempo. - Sei ingiusta. - Ingiusta? Quindi per te è normale


andare in un museo e far sapere a tutti che la Venere di Milo sarebbe una gran bella donna... - Ti correggo, il termine giusto è “gnocca”. - Cretino. - Comincio a considerarlo un complimento. - Insomma, la Venere di Milo sarebbe una gran bella “gnocca” peccato quei moncherini. - Era un complimento all’autore. - Allora, visto che ancora non l’hai fatto, spiegami perché hai detto che è merito tuo se sono voluta andare a visitare Notre Dame? - Questa tua domanda mi offende, tesoro. - Non chiamarmi tesoro. - Perché? - Perché quando lo fai è come se mi dessi della deficiente. - Come ti devo chiamare, allora? - Non mi chiamare.

- ... - Sto aspettando una risposta. - Mi dispiace che tu mi abbia fatto quella domanda. - Perché? - Ti ricordi, quando ci siamo conosciuti tu eri una razionalista sfegatata. - Lo sono ancora. - Un po’ meno. Anzi, molto meno. L’hai detto tu che hai riscoperto la parte spirituale che è in te. Due anni fa solo passare sul sagrato di una chiesa ti faceva venire l’orticaria. E così o non è così? - Vai avanti. - Non mi hai risposto. - E’ così. - Ora invece ogni volta che usciamo vuoi andare a visitare una chiesa. Fosse anche la più sperduta e sconosciuta. - E con questo cosa vuoi dire? - Che questo cambiamento è merito mio. E questo non puoi negarlo. - Tu sei completamente fuori di testa. - Neghi l’evidenza. - No. Dubito che tu riesca ad articolare un discorso sensato. La cosa è ben diversa. - Sono stato io che ti ho fatto riscoprire il tuo lato spirituale. - Tu? - Io sì. - Il mio lato spirituale? - Esatto. - E, solo per curiosità, come avresti fatto? - Forse tu nemmeno te ne accorgi, ma quando siamo in intimità capita spesso tu che invochi Dio? 15


- Cosa faccio? - Te l’ho detto. Nemmeno te ne accorgi, ma quando facciamo l’amore e, diciamo così, sei più presa ti metti a dire “Oh mio Dio. Oh Signore dell’universo”. A volti invochi anche la Madonna. Quindi penso che sotto sotto tu sia cattolica, anche se non lo vuoi ammettere. - Basta. Hai superato il limite. Tu sei un porco. - Grazie. - Un maiale. - Che in pratica è la stessa cosa.

23 agosto 1944 Riccardo Cardellicchio

E il giorno s’annunciò di gran calura, appiccicoso, un altro mercoledì d’un’estate lunga, interminabile, fatta di paure e fughe, i campi intatti, disertati. Non le voci, non i canti di donne e uomini, non gli amori, non lo strillare allegro dei bambini sulle aie, vogliosi di mettersi in mostra, spensierati. No. D’improvviso, nell’alba, il rimbombo di spari e bocche innocenti a gridare pietà al tedesco, a chi era comandato a non averne, 16

- Un pervertito. - Io? Io il pervertito? Guarda che non sono io che tratta l’atto sessuale come una messa. Con preghiere e invocazioni a Dio. - Basta ho detto. Per oggi hai già parlato abbastanza. Schifoso. - ... - Torniamo in albergo! - Di già? - Sì. - Perché? - Mi è venuta voglia di pregare un po’.


in nome d’una follia, mostro d’odio. Urla a rompere il silenzio del Padule, grande valle antica, madre e matrigna di gente non incline al lamento, né a chinare la testa. Occhi innocenti, testimoni di crudeltà, la vita ridotta a un battito d’ali il bambino di pochi mesi e la cieca di novant’anni e la ragazza di diciassette e il seminarista malato e la famiglia di nove persone e il vecchio impedito e altri, tanti, troppi (centosettantacinque), cancellati. Il giorno era di caligine, la pioggia un ricordo, le campane delle chiese mute. C’era chi pregava (Libera i nostr’omini) e chi imprecava angosciato (Dio dove sei?) e chi affidava alla corsa disperata la salvezza, tra l’erba che l’aveva visto giovane. Corpi a imputridire tra il sarello o lungo i viottoli polverosi o sull’argine ingiallito dal sole, o nell’acqua ferma dei canali, la danza degli insetti attirati dal sangue.

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Partigiani kaput – slogan ripetuto da gole ebbre, oscene, a scandire falsità, per ingannare la storia.

La donna di carta Cinzia Giuntoli

Marta rientrò a casa, dopo anni di lavoro finalmente aveva la sua libertà, aveva ripreso la sua vita. Aveva salutato tutti i suoi colleghi, vecchi e nuovi, e anche chi non c’era più, e adesso era pronta per la sua nuova vita. Eppure non si sentiva vuota. Nei giorni precedenti all’ultimo giorno di lavoro aveva avuto paura, paura di sentirsi vuota, lavorava circa 12 ore al giorno, e nei giorni di festa erano più le ore che trascorreva a riguardare la posta elettronica che a pensare a riposarsi. Ed invece adesso si sentiva bene. Bene di aver avuto una vita lavorativa, non sempre facile, ma sicuramente appagante. Erano state le sue scelte di vita, le sue idee, il suo rispetto verso gli altri, che fossero “capi”, colleghi o utenti. Già gli utenti, come si leggeva nei testi del Piano Sanitario o nei manuali di comunicazione. A Marta non era mai piaciuto questo sostantivo, per lei non esisteva nessun utente, ma tante persone, che si rivolgevano alla ASL per le necessità più disparate. E ne era passata 18

di acqua sotto i ponti. Si ricordava i primi tempi al distretto socio sanitario, con l’Ufficiale Sanitario, dove periodicamente si accalcavano bambini il viso macchiato dalla varicella, ristoratori con il Libretto Sanitario da rinnovare e piccoli di poche settimane per le vaccinazioni. Lei sempre presente, si districava fra piccoli che timbravano tutti i fogli e vecchietti che non sapevano dove andare. E ad ogni persona cercava di risolvere i problemi, che con la burocrazia degli anni 60 non erano pochi. E questo fino alla fine del suo mandato come Direttore dei Servizi Amministrativi, aveva sempre posto la persona prima della legge per risolvere un problema e alla fine questa strada si era dimostrata la scelta giusta. Per questo adesso non sentiva il peso di aver lasciato i colleghi, aveva temuto per i primi tempi, ma aveva lasciato alle sue spalle una squadra di persone preparate alle quali aveva lasciato il giusto spazio per crescere e per prendere le


decisioni del caso. Lei aveva un’altra squadra adesso da far crescere. Con tre f i g l i e femmine il lavoro non mancava e i due nipotini avevano già preso gran parte dei suoi pensieri, anche se erano solo una parte della sua nuova vita. Aveva creato un’associazione di ascolto per le persone, non un centro sociale, ma un sistema di presa in carico dei bisogni per le persone che non avevano figli o nipoti che potevano accudirli per i vari fogli necessari per sopravvivere: esonero ticket, pensione, richiesta sostegni economici, ausili e quant’altro potessero avere bisogno, fino alla spesa alla Coop. E poi la politica. Quella si che era uno spasso, riusciva a ritrovare le lotte che aveva fatto in azienda per un nuovo farmaco o per un nuovo percorso assistenziale e adesso questa sua forza l’aveva messa in Consiglio Comunale: diversi problemi, ma stesso soggetto la persona non l’utente.

e guardò chi la stava chiamando. Paola la figlia maggiore, lavorava lontano, a Milano, presso un architetto, famoso diceva lei, ma per Marta era stata la voglia di fuggire a farle trovare lavoro a Milano. Si sentivano tutte le mattine, anche poche parole, ma per Marta e per Paola era importante sentirsi vicine. “Mamma, che fai? “Buongiorno Paolina, tutto bene, stamani ho già sistemato le due pesti e ora vado al centro. Torni sabato? “Si penso di liberarmi. Te preparami qualcosa di buono che a Milano mi fanno mangiare solo risotto e ossibuchi” “vai tranquilla, ci vediamo sabato. Baci “ciao a sabato Poche parole, ma la voce non aveva tradito il momento di tranquillità che vivevano entrambe. Un altro campanello, era quello della porta. La sua amica era arrivata per andare al centro di ascolto.

Il telefonino squillò, lo cercò nella borsa “Ohi Marta, non sei ancora pronta? 19


“si si sono pronta. Prendo la borsa e arrivo. sua amica. non si ricordava nemmeno il titolo, l’aveva appoggiato sul tavolo nella Un’occhiata alla casa e via verso il centro. sala e lì era rimasto. Lo prese in mano e lesse il titolo ”La donna di carta” l’autrice “ti ho portato il libro che ti dicevo. era una giovane donna al suo primo libro “ah sì quello sul 68. Ti ringrazio. Se passi Maria Colombari “Mai sentita prima di da me ti do l’ultimo della Maraini, un po’ adesso! Speriamo bene.” pensò fra se e pallosino, ma vale la pena leggerlo. andò a letto. Suo marito leggeva una rivista, e da sotto gli occhiali appena arrivò in Un’altra giornata è trascorsa, la sera è camera abbozzò un sorriso. Marta si mise sempre piacevole leggere qualcosa. Si gli occhiali e accese la luce sul comodino. ricordò del libro che gli aveva portato la continua

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L'Officina degli Affogati 1