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www.madeinitalyposterart.com www.streetart1861.org


INTRODUZIONE Il quinto numero di MadeInItaly Poster Art è finalmente online; gli ospiti sono IABO da Napoli e 2501 da Milano. Ringrazio entrambi per la disponibilità e la velocità. Si parte con la versione italiana, in seguito la traduzione inglese. Questo sarà l’ultimo e-book del 2010; infatti tutte le nostre forze si concentreranno per il debutto del nuovo progetto Street Art 1861, a Torino in novembre. Non anticipo nulla, ma vi invito a monitorare il sito www.streetart1861.org . Come sempre buona lettura !

Ideazione e testi : Dario Ujetto www.madnesswall.com

Il progetto MadeInItaly Poster Art non è una testata giornalistica in quanto viene realizzato e distribuito senza alcuna periodicità. Non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della Legge n.62 del 7.3.2001. Tutti i testi, qualora diversamente specificato sono opera della redazione di Madness Wall e possono essere utilizzati e diffusi solo dietro autorizzazione citando sempre la fonte.


IABO

Un’arte ecologica di Mara De Falco Inafferrabile. Se esiste un aggettivo che può qualificare Iabo, di certo questo è il più appropriato. Avvezzo alla fuga, per via, forse, del suo background da writer, ha fatto di necessità virtù. Refrattario alle etichette, guai a bollarlo. Vi fareste un nemico. Imprendibile. Come un flusso energetico. Liquidarlo con la sintetica definizione di artista visivo equivale ad imbavagliare la sua più genuina natura. E’ piuttosto un camaleontico, metamorfico divulgatore,


totalmente devoto alla dialettica orizzontale e democratica. L’arte per lui è ecologia. Intesa come riutilizzo di risorse creative. Consapevole dell’impossibilità di aggiungere all’esistente qualcosa d’inedito, sceglie di procedere per sottrazione, di esplorare anziché inventare. Terminato il tempo delle eclatanti rivoluzioni, superata l’idea dell’opera che fa gridare all’innovazione, Iabo succhia la sua linfa comunicativa dal mondo, la rimesta, la trasforma e poi la immette in un nuovo ciclo vitale. Tant’è che il suo linguaggio risulta immediatamente decodificabile, poiché la componente semantica - sebbene imperniata su concetti talvolta complessi - è veicolata attraverso una semiotica ampiamente diffusa e riconoscibile. L’arte si riappropria così della sua utilità. Liberata dall’autoreferenzialità che non di rado la domina, essa diventa strumento divulgativo, in un’accezione non demagogica ma egalitaria. Al punto che la relazione medium/messaggio è percepita in termini più funzionali che meramente estetici o concettuali. Un alfabeto versatile e universale, contaminato e contaminante, che trova la sua ragion d’essere nell’attimo in cui colma distanze, tesse relazioni e innesca reazioni. Un continuo processo di de-strutturazione e di ricomposizione con cui Iabo si fa interprete del nostro tempo. Qui sta la sua forza e, inconsapevolmente, la sua innovazione.


Partiamo dall’inizio, mi farebbe piacere se mi raccontassi come ti sei avvicinato alla Street Art, il perché del nome Iabo e, soprattutto, cosa cerchi di esprimere con la tua arte.

Questa è l’ ennesima intervista a cui rispondo nel giro di una settimana… quindi la storia è sempre questa, la prossima intervista giuro che non rispondo più alle prime 3 domande :-) Era il 1994, avevo circa 14 anni. Ero il classico ragazzino irrequieto di periferia


con il forte desiderio di dire a tutti: “Io esisto”. In quel periodo iniziai a fare skateboarding e, attraverso i pochissimi video e le riviste che circolavano a quei tempi, cominciai a vedere dei graffiti. In realtà nel 1987, alla tenera età di 7 anni, avevo già avuto la fortuna di vedere a New York la famosissima Subway tutta dipinta, che ancora oggi ricordo perfettamente. A Napoli in quel periodo erano pochissimi i writer e di pezzi se ne vedevano davvero pochi, tranne qualcuno al centro storico e sulla Metro. Mi appassionai subito alla disciplina (allora non sapevo nulla di questa forma di espressione e dei suoi legami con l’hip hop). Immediatamente individuai un muro vicino casa mia e munito di guanti da cucina, 4 spray comprati dal ferramenta e un disegno appena abbozzato con scritto IABO OR DIE feci il mio primo pezzo. Fu allora che iniziò il mio percorso nel mondo dei graffiti. IABO è il nomignolo che mi affidarono i miei amici di skate, poiché qualcuno mi fece notare la mia somiglianza con uno degli attori del famoso film “California Skate”. Da quel momento tutti iniziarono a chiamarmi IABO e quella divenne la mia tag. Così cominciai a scrivere ovunque questo nome, con ogni tecnica possibile, spray, marker di ogni genere, penne, pennarelli con le dita con il cibo insomma tutto in modo sempre più maniacale.


Ti racconto un aneddoto a tal proposito: Sinceramente questo nome non mi piaceva affatto poiché io non mi rispecchiavo esteticamente in quel personaggio e secondo me non funzionava bene come tag. Quando cominciai a fare graffiti nonostante avessi già una tag ero sempre alla ricerca di un nome che mi si addiceva di più. In quel periodo di ricerca successe una cosa: una mattina mio padre mi svegliò di soprassalto dicendomi - ma tu scrivi IABO vero?... E io mezzo assonnato dissi: Si papà!... e allora è uscito un articolo sul Mattino che parla di te - era il 1995. Da quel momento in poi, decisi di non cambiare mai più la mia tag. Ho fatto parte di molte crew: TPC, 13 BASTARDI, KTM. Poi, ad un certo punto del mio viaggio nel writing, ho sentito l’esigenza di effettuare degli scarti. Oltre allo spray e alle lettere, ho iniziato ad utilizzare nuove tecniche e nuove forme di comunicazione come la pittura, la scultura, i manifesti, gli stencil, gli sticker, il video e la performance, arrivando al punto di non sentirmi più soltanto un writer. Certo, quello resta il mio fondamentale e imprescindibile background, sempre percepibile nel mio lavoro. Tuttavia attuare dei cambiamenti è fondamentale per crescere artisticamente e ricercare nuove forme d’espressione, altrimenti c’è il rischio di


restare imbrigliati in un’unica formula creativa, limitata e limitante. Il mio prodotto artistico non vuole per forza dire qualcosa, o trasmettere delle cose. Io produco immagini, PUNTO. L`approccio che utilizzo nell`elaborare il mio lavoro è semplice, è uguale a quando si sfoglia una bella rivista, con la semplicità di gettare l’occhio su quello che più ti attira, dunque per me non cambia niente tra la visione di un’opera e una bella immagine su una rivista, tutto quello che devi fare è osservare, poi il resto viene dopo. Se nel mio lavoro ci trovi un messaggio bene, altrimenti rimane un’immagine, perché alla fine di tutto è semplicemente un’immagine. Tra l` altro questo è lo stesso metodo che utilizzo quando vado a vedere le mostre in genere (le visito in un minuto). Certo su ogni lavoro c’è uno studio, ma per me parte tutto sempre sulla ricerca dello stile e soprattutto sull` estetica. Io sono un esteta. Lavoro sul banale e sulla superficialità con provocazione e ironia senza mezzi termini, senza semafori; diretto/dritto al nocciolo della questione. Non amo starmene davanti a un’opera a capire l` artista cosa ha voluto dire, a Napoli diciamo "ma chi se` ne` fott" tradotto ma chi se ne frega... perchè se ci pensi in realtà a nessuno importa quello che vuoi dire (forse).


Quali sono le tecniche artistiche che adoperi?

Tutte, tutti e tutto. Alle tue opere sono state dedicate molte mostre, quanto e come è cambiata la tua arte quando sei passato dalla strada ai musei? E che differenza c’è tra il writing e l’arte contemporanea?

All’ attivo ho più di 30 mostre tra esposizioni pubbliche, mostre personali, collettive e musei. Senza contare l’ operato urbano che parte dagli anni ‘90 fino ad oggi. Penso che il concept di base non sia mai cambiato, in quanto sono i musei e gli spazi che si adattano alle mie proposte, i compromessi per uno che proviene dalla strada sono veramente pochi, credimi, anche perché dove sono arrivato oggi è anche grazie al mio passato da writer. Forse l’unica cosa che è cambiata riguarda la produzione delle opere, nel senso che non puoi portare negli spazi chiusi quello che fai in strada, perché non avrebbe alcun


senso, ma invece puoi portare l’ esperienza e falla percepire. Non capisco la tua domanda. Che significa la differenza tra il writing e l’ arte contemporanea? Il writing o Street Art (come la vuoi chiamare) sono arte contemporanea, penso che la differenza la fa chi vuole etichettare una corrente artistica o un’ altra, per me non c’è differenza. Inoltre “Arte contemporanea” non è una corrente artistica, è un termine che viene usato per indicare un periodo storico, appunto contemporaneo, quindi di che differenza parli? Ho letto che sei laureato all’Accademia di Belle Arti, pensi che sia importante avere delle competenze tecniche e delle conoscenze teoriche per essere un bravo writer?

Scusa non ho capito? Un bravo writer? Forse volevi dire un bravo artista! Ah ok! Sai per me writer, street artist, aerosol artist o graffitista (come dicono loro) per me non fa nessuna differenza io racchiudo tutto in unica parola Artista, PUNTO. Inoltre il writing non può assolutamente essere insegnato perchè la sua più grande Università è la strada. La cultura tutta è importante, è l’ unico strumento che ti rende veramente libero poi penso che certe doti sono innate, non si acquisiscono da nessuna parte. Poi se hai la creatività e aggiungi un percorso di studi e impari la tecnica, allora sei completo. Sicuramente è


importante, per quanto riguarda gli artisti, fare un percorso di studi. Io penso che il ruolo dell’ artista nella società è uguale a un avvocato, uno scienziato o a un dottore. Non puoi operare solo con la teoria se non sai usare il bisturi, sicuramente il tuo paziente potrebbe morire se non sai dove mettere le mani. Hai vissuto a New York, quali sono le differenze fra i due contesti artistici? E quali sono le peculiarità dello scenario underground napoletano?

Guarda ti rispondo con una piccola riflessione che ho fatto sulle due città, in quanto penso che il tessuto culturale e urbano si rispecchiano sempre e comunque nell’ arte, e attraverso gli artisti. New York è tutto un bluff. A me sembra più una pera che una grande mela. Un fiume di cemento e carne umana che si dirige verso il colore e l’ odore dei soldi fatto di stelle, stisce e libertà controllata. Ti accorgi terribilmente che siamo di passaggio su questa terra e vittime di noi stessi. New York è al “centro” e come al centro di ogni cosa non si mai cosa c’è. NY è il mondo, il concentrato del tutto e di tutti e di nessuno, che se non stai attento rischi di finire sottovuoto in una busta di Seven Eleven. “NEW YORK I LOVE YOU!”


non è un bluff, è una sfogliatella ormai surgelata e mangiata in via Caracciolo sotto a un sole coperto da nuvole che sono nubi tossiche. Spiccano di fronte a un Vesuvio vecchio e stanco di essere osservato, che tarda ad esplodere per fare piazza pulita, per bruciare i “PACCHI E PACCOTTI”. La forza è il popolo, la gente che con l’ etichetta di “siamo napoletani ” tutto è concesso, vittime di noi stessi che andiamo avanti senza semafori - il rosso è un opinione, il verde butta sotto tutti e tutto, scappando portando in alto la bandiera della superficialità che è padrone dei cervelli oramai cristallizzati sul passato che ci ha raccontato Totò, Eduardo e Mario Merola. E’ un mondo a parte, rotondo, di cuoio (finto) bianco e nero. Tra calci/o e pugni e contrabbando siamo dei NapoLEONI padroni di una giungla senza Tarzan, dove urlare è concesso, ma nessuno ti vuole sentire. Qui è facile vivere come è facile morire, è un tao, un circolo, un continuum lavorare sul “FOTTERE” il prossimo, che è tuo parente, un lavorare per trovare scorciatoie senza mai lavorare veramente, per poi portare un pezzo di pane a casa fingendo di averselo guadagnato onestamente. Tutti sono così, tutti non vogliono essere così, un perbenismo finto ma che sembra vero, perché in fondo siamo bravi attori. Ma tutto sommato a noi che importa tanto abbiamo la pizza, il sole e il mandolino Napoli


cosa vuoi di più dalla vita? Per tutto il resto c’è Master Card (clonata ovviamente). Napoli I LOVE YOU. Questa è ARTE CONTEMPORANEA. Cosa ne pensi delle sanzioni antiwriting? Quanto l’illegalità di questa pratica ne stimola la creatività e quanto invece c’è bisogno di un riconoscimento ufficiale? Esiste un codice deontologico del writer (ad esempio il divieto di disegnare su monumenti di interesse storico e culturale)?

E’ un modo per recuperare più voti alle prossime elezioni. Tutto si trova in questa parola: l’ illegalità, che per me ha un altro significato, tutto nasce da una necessità di dire come stanno veramente le cose. Questa libertà te la puoi prendere, ma con tutte le sue conseguenze. A tuo rischio e pericolo, tutto questo è possibile solo in strada e con il coraggio e la forza che ti dà la voglia di CO MU NI CA RE. La cosa che m’intriga di più è probabilmente che qualche volta siamo anche stati in grado di sciogliere qualche “benda” davanti agli occhi di molte persone. Il lavoro degli Street Artist o Urban Artist o artisti (come li vogliamo chiamare) ha questa attitudine: integrare perfettamente i segnali nel caos urbano, distinguendosi e mimetizzandosi perfettamente nel contesto in cui si trovano. Molto spesso la forza di queste immagini è in grado di penetrare dentro i cervelli delle persone e scaturire veramente ogni


tipo d’emozione/reazione: riflessioni, pensieri, immagini, sogni, perplessità e qualche volta anche dei sorrisi. Tutto quello che non ti aspetteresti mai di guardare, e soprattutto quello che la società non vuole farti vedere o sentire, forse qui lo puoi percepire. Lavorare in strada per me è stato molto importante. E’ stata la mia formazione (anche se adesso accade di rado tranne se non è per qualche azione mirata). Non è semplice lavorare sulle superfici urbane, perché molto spesso si rischia di essere etichettati come “vandali". Mi sono sempre misurato con questa parola nel contesto urbano, nel senso che ho sempre fatto attenzione a non invadere persone, privati e soprattutto strutture di valore storico e culturale. Per lavorare in strada c’è bisogno di molto coraggio e rispetto per le cose che ci circondano. Con il tempo acquisisci una vera e propria strategia d’azione, un po’ come accade per la pubblicità urbana che con strategie (rubate dai writers) invade (legalmente) sempre più spesso la nostra vita quotidiana entrando fino a casa nostra. Il concetto è di invadere la città con segni e segnali, fino a coprire visivamente tutto il territorio. Ma tutto deve essere fatto rigorosamente con criterio, senza essere volgari e troppo invadenti, ci vuole intelligenza, eleganza e intuizione.


Agire “lì fuori” è molto complesso, si ha una grossa responsabilità che invade la psiche delle persone, proprio perché c’è un pubblico vasto bisogna agire con quella che io chiamo “cautela visiva”. La comunicazione pirata va usata con molta cautela. ATTENZIONE!” Sicuramente esiste un codice deontologico, ma chi opera sulle superfici urbane sa benissimo cosa fare e cosa non fare.


2501


2501, ti ho conosciuto durante il tuo show – DOUBLE TROUBLE (con Bera White) – alla Galo Art Gallery di Torino. Subito mi ha colpito il tuo nome. Da cosa deriva ?

2501 è lo spirito nel guscio. 2501 è il momento in cui sono nato. 2501 è l anniversario di San Paolo Brasile.

del

Prima del tuo nome, in effetti, mi ha colpito la tua storia ; un artista italiano impegnato, anche socialmente oltre che lavorativamente, fra Italia e Brasile…

Sì........;)....non solo anche in Palestina con Mork, One, Mds di Milano, oltre ovviamente in Italia. Che cosa porti dell’Italia nei tuoi lavori e che cosa del Brasile ?

L’Italia è il bagaglio culturale e il giardino del mondo, il Brasile è la libertà di essere il signor nessuno in una terra libera e creativa. Quale argomenti ti piace toccare nella tua arte ?

Io ho sempre fatto di tutto ma i graffiti sono l’unica cosa che mi accompagna fin dall’inizio. Tutto quello che faccio ha un unico filo conduttore - LA CASUALITA' - o meglio quello che io chiamo CASUALITA' FORMATIVA. Anche la mia pittura su tela rispecchia questo principio; come avrai visto la mia tecnica non è controllabile al 100% e il caso ci mette del suo. Risenti delle giovanili ?

radici

fumettistiche

e

delle

“eredità”


Non cose Non sono

dimenticare da dove vieni è una delle più importanti. risento delle mie eredita giovanili, anzi il mio bagaglio più prezioso.

E quanto “pesa” nella tua arte l’impegno sociale ?

L'impegno sociale pesa più nella mia vita che nella mia arte anche se molte volte entra nel mio lavoro. Con questo video ho recentemente vinto un Premio a New York: qui la parte politica del lavoro è predominante... http://www.vimeo.com/2164829 New York, Times Square dicembre 2009 proiezione pubblica in Time Square del video "Mask" performance realizzata a San Paolo Brasile 2008 Vincitore dell Metropolis Art Prize 2009 Giuria: Isabella Rosselini Cedar Lewisohn curatore della mostra "Street Art" Tate Modern Londra 2008 Lee Wells curatore della mostra "MultiChannel Video Installation" State Hermitage Museum St. Petersburg, Russia2008 Howard Halle Editor Time out New York. Cosa ne pensi della scena Street Art italiana ? E’ già matura per guadagnarsi palcoscenici importanti ?

Sì, anche se in Italia come al solito ci sono molte farloccate dell’ ultimo momento; ma abbiamo anche artisti come BLU, sicuramente tra i 10 artisti più


interessanti e stimati al mondo. Il Brasile ci ha regalato gli Os Gemeos e altri artisti di bravura ; ma come è vissuta lì la Street Art ? C’è già qualche Museo o Istituzione che interpreta questo movimento come innovativo e “degno” di essere sdoganato ?

Il Brasile è un paese nuovo e la cultura è estremamente valorizzata. Ci sono mostre nei Musei, il comune ha dato spazi enormi per dipingere in città soprattutto a Os Gemeos. Il dipingere soggetti figurativi per strada è apprezzato anche dall’uomo della strada; praticamente in Brasile si dipinge di giorno se conosci le modalità, come in tutto il Sud America. Innamorandomi di un tuo quadro, sono stato colpito dall’uso gioioso del colore ; cosa ti ha portato a scegliere questo utilizzo ?

Ho sempre disegnato più con il colore che con le linee e il Brasile è sicuramente responsabile. In ultimo, come ti vedi fra 10 anni ?

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