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O Madre

Daniela Matronola

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Per tutti noi, bambini.

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I sentimenti principali della mia fanciullezza, che rimasero dentro di me fino all’adolescenza, furono quelli di un profondo erotismo, inizialmente sublimato da una grande fede religiosa, e poi la perfetta coscienza della morte. LUIS BUNUEL – 1938 (Nota autobiografica stilata per il MoMA di New York)

* – Perché tu vuoi entrare nella Storia! PIETRO PEDACE - 1994

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1. Un tranquillo mercoledì di terrore, in cui un carrarmato irrompe in aula chiamando attorno a sé una girandola di creature curiose disposte a avventarcisi sopra – mentre all’orizzonte si profila il braccio paterno dell’autorità.

Mia madre disse: – Lavati!, e mi rinchiuse nel bagno. Io stavo in un angolo e con la cima dei capelli sfioravo appena il davanzale. Allora pensai a come impiegare quei dieci minuti, quel giorno e tutti gli altri giorni. Presi lo sgabello e lo misi sotto la finestra. Guardai fuori, badando bene di sporgermi in modo da essere sempre sul punto di cadere. E intanto tenevo d’occhio il balconcino della cucina per sorvegliare che mia madre non ci si affacciasse e non mi sorprendesse. Mica a rischiare di finire di sotto. No! A non lavarmi, e a prendere freddo. Che poteva voler dire: raffreddore, e febbre, e giorni al calduccio nel letto, e minestre calde di stelline minuscole con un filo d’olio crudo sopra, come per i vecchi all’ospedale, e pizze al pomodoro col crostone croccante duro a passare contro le tonsille scorticate, e puntate di Canzonissima godute in poltrona sotto un plaid, proveniente direttamente dalla Scozia, acquistato da certe signorine, tutte sorelle, in Vaticano, come regalo ingenuamente allusivo quando i miei s’erano sposati, filato secondo lo schema cromatico o tartan del clan Gordon, in cui mia madre mi avvolgeva dopo cena dandomi un bacio sulla fronte, e da cui fiutavo come un pulcino imbeccato i profumi del cibo dalla sua bocca – lo stesso gusto che provavo ogni sera quando mi baciava mentre mi rimetteva a letto. Scrutai il pratone e l’accampamento: così, dall’alto – ch’era tutt’altro punto di vista. I cavalli erano già al pascolo, protetti dall’argine di roulottes e scassoni di mercedes. Lo stallone bianco sgroppava al laccio del capofamiglia, un omone coi baffi neri, e Maria, sua moglie, già aveva radunato attorno a sé le figlie e le sorelle per la questua porta a porta e per strada, con Sergione, il figlio scemo, e tutti gli altri ragazzini che la seguivano a ruota dietro le gonne lunghe. Tutto in regola, loro sempre di là e noi sempre di qua. Un giorno, pensavo, invece di spiarvi da quassù, o aspettarvi a casa finché non passate a beccarvi da mia madre i soliti pacchi di pasta e biscotti che poi abbandonate regolarmente nel sottoscala, vengo io a cercarvi. Magari oggi stesso. Scendo in giardino con la scusa di andare a giocare, dopo pranzo, ch’è ancora caldo e c’è parecchia luce. Supero lo sbarramento ideale degli 4

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oleandri della magnolia alta e della palma, salto l’accenno di fossato, e corro. Corro per il pratone ch’è tutto di mia nonna ma è una landa sotto il cielo che diventa di chi se la prende. Che è vostra almeno tutta l’invernata, un mare verde fin quando si fa zeppo di sterpi d’estate e da lì riescono a sfrattarvi solo i circhi. Feci appena in tempo a tirarmi giù dallo sgabello, tutta eccitata dal mio progetto di scantonamento, e a farmi una sciacquata di faccia. Mia madre riaprì la porta e disse: – Allora? Fatto? Mi trovò che mi stavo giusto stropicciando il viso ben bene con una spugna lavata col bucato notturno, nella nostra Philco, senza ammorbidente. Gabriele erano giorni che arrivava a scuola bianco e rosso. Come l’avessero stropicciato di recente – nel senso, quella mattina stessa, e, da un po’ di tempo, tutte le mattine. Tutto rosso attorno a occhi naso e bocca, congestionato proprio. Quando capitammo affiancati sulle scale, gli feci: – Oh, ma che pure tu? Gabriele mi guardò coi suoi occhi verdi, acquosi. La classe s’era radunata in fila per due, come tutte le altre – tutti noi scolari in assetto ascensionale lungo le scale, ordinati per stazza: noi più gracilini stavamo davanti; Margherita, ch’era un donnone già a dieci anni, dietro, coi maschi corpulenti, tipo Luigi, o Italo. A un cenno della madre superiora, le suore maestre diedero il via al coro, – Cristo regni! Tutti prendemmo a salire verso le aule, e io m’immaginai Gesù, diafano e fulvo, con il limpido sguardo grigioverde puntato verso di noi, mentre ascendeva al nostro fianco, sfolgorante, con lo scettro in mano. Strattonai Gabriele per un braccio. Lui mi guardò, ma non rispose. A pensarci bene non poteva sapere che alludessi a come mi lavavo. Si confinò nel solito banco, sotto la finestra. Al suo fianco si sedette Paolo, che cominciò subito a mostrargli la dentatura pastosa di saliva rosa, filante di placca, che però spiccava lo stesso contro la pelle scura del viso; e dietro Enzo, biondo e chiaro, con le unghie lunghe e il filo nero sotto. Io mi misi nella fila centrale, al secondo banco, seduta accanto a Mino. – Ho portato uno Sherman. – Come? E intanto spiavo Gabriele ch’era a occhi bassi. – Uno Sherman, 5

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sibilò Mino sottovoce, ma udibile, – …uguale preciso identico a quello che sta in piazza! La suora chiamò alla cattedra Sandro e gli mise in mano una coroncina di madreperla, di quelle che avevano loro, le suore, e a noi ragazzini ce le vendevano. La nostra, Suor Fiore (al secolo Fiorella Florani), con la bella fronte serena e il suo sorriso franco, tutto televisivo, aveva su un banchetto tra la cattedra e la lavagna questo spaccio di roba di cartolerìa: penne, quaderni, album e colori per il disegno, pennelli e pennarelli a spirito, e queste coroncine a trecento lire l’una (parecchio care) accomodate come fossero gioielli dentro a certe scatoline con la calotta trasparente su un letto d’ovatta rosa, soffice. Ogni mattina era un gran mercato perché su quaranta bambini che eravamo in classe non poteva essere che almeno a uno non mancasse, magari, il quaderno a righe, o la cartuccia Pelikan di inchiostro blu per la stilo di lacca nera o bruna che Suor Fiore ci aveva fatto acquistare in Seconda bandendo la biro, e ora che eravamo in quarta durava ancora. Poi quelli che già avevano fatto la prima comunione da loro, dalle suore, con la cartuccia Pelikan ci caricavano le stilografiche d’oro avute in regalo dai nonni o dagli zii scapoli, e esibite con giusto orgoglio – i pochi, beninteso, che erano riusciti a salvarle da un misterioso razziatore (il famigerato ladro delle penne d’oro) che agiva quasi ogni giorno a ricreazione quando la porta dell’aula, svuotata in un botto dal suono della campanella, veniva chiusa a chiave proprio per custodire tutti i nostri scarsi averi, e il poveretto si dedicava puntualmente ad arraffare un po’ tutto quello che gli capitava sottomano. Sandro stava esibendo la sua aria furba e annoiata. Incrociò con me un’occhiata dritta, e fingendo innocenza prese in consegna il rosario restando in piedi davanti alla cattedra per incominciare, – Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Sandro pronunciò le parole spargendo su di noi uno sguardo neutro, per così dire disimpegnato, e noi neutralmente gli facemmo eco, – Amen. – Ce n’è un altro uguale preciso identico anche alla stazione, mi sgomitò Mino in un fianco. – Ma di che? Ma mi ero già distratta a spiare Gabriele nella sua postura di mortificazione, ignorato da Suor Fiore che sorrideva il proprio sorriso fesso mentre scambiava Sandro per un bambino buono e pio lisciandogli la nuca. – Ma di Sherman, che altro? Mio padre dice che li hanno ricomprati. 6

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– Ce l’hai qui? Così capisco pure di che parli, pensai. – Sta dentro la cartella. Appena posso lo tiro fuori. – Oh, a proposito: ma in che scala ce l’hai, in che scala, in che scala ce l’hai? Lasciai Mino impegnato a recuperare i propri pezzi sparpagliati dalla mia terroristica curiosità e a baloccarcisi, così io potei farmi a mente due conti facili facili. Cinque misteri, due Padre Nostro ciascuno: uno in andata e uno in ritorno. Cinquanta Ave Maria intercalando assolo a coro e coro ad assolo. Sessantacinque preghiere in tutto. A seguire, tutta una sfilza di invocazioni ai santi che al solito dovevano, pure loro, pregare per noi. Pareva che fossimo messi proprio male se tutta questa gente, anche da morta, si doveva adoperare ogni benedetto giorno a raccomandarci e a mettere una buona parola per la nostra sorte. Proprio una bella e pia recita di anime vergini educate, ogni mattina che sorgeva in terra, almeno da questa parte di mondo, al sistema dell’intercessione. Suor Fiore era dietro Sandro, tutto compìto a condurre il rosario. Gli fece l’ennesima carezza sul punto della nuca dove i capelli lisci e corti descrivevano due brevi virgole per accomodarsi sul collo e piegare con eleganza in direzione delle orecchie. Bei capelli, Sandro, neri e forti, lucidi. Come sarà stato lisciarli? Mentre appunto, come per dargli un segnale d’intesa esclusiva tra loro due soli, era impegnata a carezzare Sandro, Suor Fiore passò in rassegna con lo sguardo tutti noi. Un’occhiata prolungata che incluse anche Gabriele, sempre chiuso nel proprio contegno dimesso. Poi, sempre come dando un segnale anche a tutti noialtri, Suor Fiore annuì, e scomparve dal nostro campo visivo lasciando spalancata la porta dell’aula. Sandro continuava a declamare il rosario, però fece un certo segno a Riccardo, un ragazzino scuro scuro che sapevamo esser stato adottato – tutti glielo ripetevamo in faccia, senza avere la minima idea di che volesse dire. Riccardo stava seduto al primo banco della fila più vicina alla porta: con un salto scavezzò fuori per controllare il corridoio, poi si girò verso Sandro e prese a incrociare le braccia come due tergicristalli speculari. Il corridoio era vuoto, eravamo abbandonati del tutto. Ci rilassammo. La piantammo di stare tutti tesi e mistici, e prendemmo a muoverci alla rinfusa nei banchi. Sandro posò la coroncina di madreperla sulla cattedra, e venne verso Mino e me. Mino nel frattempo s’era 7

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rapidamente lasciato ingoiare tutt’e due le braccia dalla cartella poggiata di corsa sulle ginocchia, piene di croste e graffi, sporgenti dai pantaloni corti e da sotto il grembiule. Riccardo andava e veniva dalla porta per tenere d’occhio il corridoio. Sul lato opposto, Gabriele si mise a guardare fuori dalla finestra. Mino era sempre intento a pescare nella cartella il carrarmato Sherman in scala, ora quasi anche con la testa dentro. A quel punto, attorno a lui cominciarono a volteggiare in parecchi. Io gli restavo seduta accanto, godendo del curioso vantaggio di avere il posto in prima fila, per una volta, un posto sicuro e comodo da cui guardare lo spettacolo. Sandro era in piedi vicino a me, e si curvò per appoggiarsi coi gomiti sul banco. A Mino, che si fece un po’ indietro sulla sedia prima di esibire il suo gioiello perché fiutava il pericolo che Sandro lo arpionasse e glielo fregasse sotto il naso, andò in fiamme il visetto angoloso, mentre, con trepidazione, estraeva un cingolo e la lunga canna del fucile. Ora Sandro tendeva le mani verso il potenziale bottino al cospetto dei molti di noi che stavano trasvolando attorno al nostro banco. Si era fatta una specie di nugolo centrale, mentre, a un rapido controllo, il resto dell’aula appariva sguarnito. C’era rimasto solo Gabriele a sorvegliare l’ala di banchi sotto le finestre. Margherita incombeva dietro di me, con la sua faccia rossa e la sua mole matronale mitigata dai due grandi occhi d’acquamarina, piuttosto liquidi in effetti. Conoscevamo anche suo fratello, Rodolfo: un ragazzone robusto che già stava alle medie. Del resto, Margherita era più grande di noi. Come Luigi. Che aveva già dieci anni, mentre tutti noi ne avevamo nove: qualcuno li aveva compiuti e qualcuno stava per compierli. Quest’anno, secondo la regola, Margherita e Luigi avrebbero dovuto sostenere gli esami di Quinta, invece erano rimasti fermi un giro. Rodolfo lo vedevamo sempre all’uscita di scuola, quando veniva a raccogliere Margherita. Avevo visto i due incontrarsi dentro l’atrio che all’ora dell’uscita pullulava di bambini e scoppiava di schiamazzi in una generale gioia gridata per l’ebbrezza del ritorno a casa. Io in genere saettavo per l’atrio come tutti, e mi affacciavo al grande portone centrale per guardare fuori. In fondo alla strada, ad attenderli entrambi, c’era un macchinone grigio, di queste grosse automobili per uomini grossi che fanno mestieri per i quali è previsto il 8

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trasporto di merci ingombranti: vetture capienti sempre piuttosto lerce, in cui gli ospiti umani sono costretti a poggiarsi su lenzuoli per schivare la sporcizia. Il macchinone l’avevo sempre visto fermo col muso già puntato verso la via di fuga. Dal finestrino spalancato, anche se mai abbassato fino in fondo (sempre con una striscia sottile di vetro grasso opaco lasciata su: tirato giù in modo sciatto come i calzettoni calati alle caviglie dei ragazzini che si scalmanavano nelle partite di pallone nei campetti al pomeriggio), tutto poggiato lungo il bordo dello sportello del guidatore, mi ipnotizzava un grosso avambraccio, in qualunque stagione e con qualunque tempo con la manica slabbrata tirata su fino al gomito, e con i peli spessi e scuri in bella evidenza. La manica rimboccata alla meglio era sempre di lana grossa, mezzo infeltrita, lavorata a costoni, o a grosse trecce mezzo sbrindellate, con qualche filo volante e qualche guglia libera, asole sganciate nella tessitura da cui tutto avrebbe potuto sfilarsi per intero. Puntualmente fissavo quell’arto sporto fuori come se dovesse generare mio padre o chiunque altro di casa che mi portasse via, in salvo. Invece l’orizzonte di quel braccio irsuto non partoriva mai un miraggio per me come non doveva essere un porto per i due figli. Continuavo a scrutare il fondo della strada al di là di quel braccio come fosse una promessa di salvezza, di ritorno a casa, e dopo essere rimasta delusa ogni giorno, e aver ogni giorno salutato tutti e le loro madri o le tate che se li portavano via, venivo riagguantata dalle suore e condotta di là o dentro. – Vieni di là! Vieni dentro!, dicevano le suorine mentre mi trascinavano in una zona inaccessibile alle scolaresche, all’interno della casa generalizia, dove sarei stata lasciata al cospetto di una modesta riproduzione celeste della Madonna e messa seduta su sedili di legno chiaro, lucido come in una sala d’aspetto nello studio di un medico diabolico e crudelissimo, addetto alle vaccinazioni in serie; e sarei rimasta a sospirare d’attesa verso un portone grigio, sprangato, da cui, per allucinazione, mi pareva di sentire arrivare il suono del campanello e di vedere la porticina inscritta spalancarsi per miracolo, e nel sole del primo pomeriggio ritagliarsi la figura magra e nera di mio padre, venuto finalmente a prendermi: a sottrarmi. Mino stava provando a tirar fuori l’intero corpo dello Sherman e ora attorno a noi si aggiravano leggiadre anche: 9

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Amanda, – Fai vedere?! Che ciài lì?; Cèci, – Gajardo, oh!; e Andreina, – Sarà... Può darsi…, mentre Betty, seduta davanti, era l’unica oltre Gabriele a disinteressarsi alla mostra del carrarmato, intenta com’era a controllare certe complicate operazioni aritmetiche di un problema. Ma tanto lei aveva il privilegio di trovarsi già al centro della notizia del giorno, dunque poteva esibire distacco. Quando eravamo tutte all’asilo, loro quattro e io, mi ritrovavo sempre contesa. Amanda e Cèci mi volevano sempre tutta per sé, e il pomeriggio volevano che anch’io andassi a giocare a casa loro, in camera di Cèci oppure in camera di Amanda. Certe volte c’era anche Betty, che abitava nello stesso palazzo di Cèci. Andreina non c’era quasi mai perché lei abitava fuori città, però la mattina, nel giardino della scuola, o nella grande aula d’asilo destinata ai giochi e a leggère sessioni istruttive per i più piccoli, anche Betty e Andreina pretendevano che stessi solo con loro e non con le altre due. Io non sapevo decidermi. Avrei voluto che stessimo tutte insieme, per mescolarci con tutti gli altri. Io volevo giocare coi maschi, volevo giocare a pallone, come facevo sempre il pomeriggio dopo pranzo nell’enorme giardino sotto casa. Era inconcepibile per me andare a rinchiudermi in camera di qualcuna di loro, nelle loro case, dal momento che avevo una ridda di cugini, perlopiù maschi, a casa mia, con cui potevo scalmanarmi giù in giardino o alle brutte scorrazzare per tutta la lunghezza in casa di mia nonna, che era piena di stanze segrete, di passaggi e intercapedini, e per il nascondino, o per certi scherzi paurosissimi, era l’ideale. E poi come rinunciare alla prospettiva più interessante della giornata? Una ricca merenda consistente in fette alte di pane cotto a legna, portato dalla campagna ogni sabato mattina e buono per un’intera settimana, con ricotta e zucchero, o con olio e sale. Loro due (avevo accettato l’invito, qualche volta), pilotate dalle tate su ordine delle madri, prendevano il tè come le signore, inzuppandoci certi biscotti industriali, per esempio gli antesignani Chokini della tedesca Bahlsen. Solo a casa di Cèci (caso fortunato e raro) si aveva diritto a fette enormi di soffici ciambelloni marmorizzati, crema e cioccolato, che perlomeno mi davano un conforto domestico, perché anche a casa mia si preparava questo genere di dolci da forno – e io, che volevo solo le parti di cioccolato, avevo 10

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spesso masticato con impegno le grandi parti chiare alla crema lanciando continue occhiate di desiderio al piatto da portata al centro del tavolo, dove le parti residue di cioccolato se ne stavano accomodate con la loro aria patetica in attesa che io arrivassi, puntuale e dopo golosa marcia d’avvicinamento, a metterci sopra le grinfie e finalmente a azzannarle. Invece, da Amanda, la madre era presente con una propria estensione tipica: il salame di cioccolata, un dolce durissimo e denso, pieno di burro e scaglie di biscotti dentro e mandorle fuori (buonissimo e veramente dannoso), mentre ci governava la governante, Clara. Con noi giocava anche Lina, che abitava al piano di sotto e aveva un paio d’anni più di noi: era una ragazzina piuttosto scafata e un po’ acida, e mi sembrava introducesse un elemento di malizia nei nostri giochi, ancora casti. La madre di Cèci era una PattyPravo–tipo, mentre la madre di Amanda era una Milva–tipo, anche se io, studiandone il profilo, precipitavo a confonderla regolarmente: o con Milly (che nei mogi pomeriggi di domenica in bianco e nero i presentatori annunciavano come la voce notturna racchiusa in un corpo minuto, col suo aspetto da maschera di teatro, oppure vedevamo imperversare il sabato sera cantando Bertolt Brecht e Kurt Weill, o le canzoni della mala); oppure con Juliette Gréco (che non riconoscevo mai nella paurosa mummia del Louvre della serie francese Belfagor, e mi piaceva nella sua versione volitiva di Milord, canzone di George Moustaki lanciata da Edith Piaf). O meglio, più che confonderle, studiandone sistematicamente solo i profili e escludendo i prospetti, le sovrapponevo nello stesso morfotipo, come una stessa famiglia, cui assegnavo anche certi artisti del maledettismo milanese, come la Vanoni, o Lino Patruno e Nanni Svampa quando non erano mischiati coi Gufi di Gianni Magni: il genere era quello del cabaret esistenzialista, consistente in un certo modo di cantare interpretando, proprio dei francesi e anche dei tedeschi, molto imitato a Milano su istigazione di Paolo Grassi e realizzazione di Giorgio Strehler. Era una specie di identificazione lombrosiana delle madri, secondo la quale la madre di Betty non era nessun tipo, e la madre di Andreina non si sapeva perché non si vedeva mai. Il gracile carrarmato americano della seconda guerra mondiale, tutto in metallo: lo Sherman della liberazione, alla fine era apparso in tutto il suo splendore di modellino rifinito nei minimi particolari, probabile garanzia di una riproduzione attendibile proprio dei due carrarmati veri posti nella nostra città, dimostrativamente: uno, nell’aiuola di fronte agli uffici della 11

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Posta tutta defilata su un semilato del quadrilatero da cui idealmente doveva essersi originata l’architettura nuova della nostra città, rifondata dopo i bombardamenti incrociati che l’avevano rasa al suolo nel febbraio 1944; e l’altro, al centro della piazza antistante la stazione. A noi bambini, che, come ogni anno, avevamo preso parte con le altre scolaresche della città alle rievocazioni della guerra e alle solenni manifestazioni a ricordo della distruzione, erano sembrati, come sempre, mostri: elefanti di ferro. Il dettaglio più orribile erano proprio i cingoli, capaci di accenderci fantasie perverse di schiacciamenti di corpi come sotto rulli compressori. In me generavano un tale sgomento che, quando ero a passeggio con mia madre, e li vedevo da lontano, e in prospettiva intuivo che le linee della nostra marcia d’avvicinamento avrebbero incrociato idealmente i segmenti proiettati in assonomia ortogonale dai due orrendi mezzi da guerra, cominciavo a dare strattoni micidiali, e come minimo esigevo che si cambiasse lato della strada. Proprio come quando, sempre per mano a mia madre, percorrevo il Corso fino in fondo, finendo, tutt’e due, in prossimità di un’officina con la pompa di benzina, dove era sempre in deposito, mostro inerte, un autoarticolato. A quel punto non sentivo ragioni: non intendevo passargli accanto – bisognava a tutti i costi cambiare sponda: il mostro avrebbe potuto animarsi improvvisamente e mettersi a marciare e a schiacciare gente. Era questo, anche dei due carrarmati, che accendeva in me uno spavento folle: non l'idea, pure per tutti noi bambini inimmaginabile, della guerra; o che muovendosi potessero poi inquadrarci coi mirini e puntare su di noi per spararci addosso (anche se quelle canne di fucile semoventi, seppure attorno a un raggio limitato, avevano la loro forza evocativa); o che i soldati, stipati come topi nelle loro pance, una volta che i carrarmati fossero stati colpiti, potessero schiattarci dentro, bruciati e soffocati; non tutto questo, ma proprio la prefigurazione, insopportabile, che questi mostri ciechi, muovendosi goffamente, come pachidermi imbranati, ingoiassero, sotto le loro orribili zampe circolari, gambe e busti e braccia e teste, li agganciassero nel loro movimento a catena, e ne facessero poltiglie indifferenziate, perpetrando un oltraggio alle identità senza possibilità assoluta di risarcimento. Ecco, quei due mostri a riposo avrebbero potuto risvegliarsi in ogni momento, scendere dalle loro basi di granito e mettersi in marcia a fare stragi per la città: erano lì a mostrare il trionfo della vittoria dei buoni, di quelli che stavano dalla parte giusta, di quelli che avevano schiacciato tutti 12

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col piombo della ragione. Perciò erano stati collocati: uno subito all’ingresso della città, in modo che lo si vedesse, e svolgesse una sorta di funzione di accoglienza; l’altro nella piazza quadrangolare, in posizione alterna interna rispetto al Municipio, in postazione centrale, perché svolgesse la sua egregia funzione di rappresentanza. E Mino stava letteralmente gongolando, ora che poteva farci mostra di questo suo tesoro di cui era anche passato a elencare, come in una telecronaca, alcuni dettagli tecnici: – …è dotato di visore periscopico per il comandante, e visore termico e telemetro per il cannoniere… il primo carrarmato della storia fu realizzato nel 1916: un veicolo corazzato cingolato a forma di rombo chiamato ‘Big Mother’, grande madre … – …diciamo ‘grossa’, capirai… con quel corpo tozzo, enorme… – …poi il grande protagonista della Seconda Guerra Mondiale è stato questo qui, l’M4 Sherman … Non m’aveva neppure sentita. Era troppo euforico, Mino: quasi saltava sulla sedia, con le gambette penzolanti tutte graffiate e il viso furbo illuminato, gli occhi vivi impegnati a scrutarci per leggerci lo stupore in faccia.

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2. Bisogna fare un salto indietro, al sereno martedì precedente, che sbriglia una squadretta di matte e tempra un manipolo di gentili eroi: doverosa esercitazione, prove generali di assalto.

Mino, della leva calcistica 1960, al pallone ci sapeva fare. Era un piccoletto sgusciante, alla Beppe Furino, che poi saettava per il campo portando palla a lungo certe volte senza passarla mai. Partiva mediano, o ancora più arretrato – terzino, e non mollava la sfera a nessun costo. Avanzava libero, e poiché era all’attacco non gli serviva declassarsi a stopper – non c’era avversario che dovesse fermare, e nessuno riusciva a fermarlo. Gli piaceva anche fare il Facchetti della situazione, mentre zigzagando saliva tutti gli scalini successivi della verticale lungo il campo. A quel punto, mentre Sandro, centravanti elegante, gli si faceva incontro come un Mariolino Corso, in surplace, alla disperata, o come un Mazzola arretrato in difesa, Mino, con un guizzo rapido (che tuttavia nel suo codice sfrenato aveva i tempi della decisione ponderata), sceglieva se fluidificare a destra o a sinistra, e a quel punto, sempre dribblando dentro certi suoi corridoi sotterranei (che sapeva scovare solo lui dal basso della piccola statura e della struttura mingherlina), si presentava solo davanti alla porta, e a quel punto gli si parava davanti l’enorme Luigi, mentre Italo, che lo rincorreva da un pezzo, a una sua minima esitazione, provvedeva ad abbatterlo fisicamente. Che era l’unica. Viceversa Mino non avrebbe perdonato: avrebbe bucato Luigi, grande e grosso, piantato in terra dalla sua stessa mole, e lo avrebbe buggerato con un tocco angolato, di interno destro o sinistro (per Mino faceva lo stesso). L’unico a non perdonare come Mino, e a eguagliare la sua classe di furetto, era Sandro. Ma con uno stile tutto diverso. Sandro era attendista, più solido, grande – imponeva una sorta di statura morale che da sola incuteva rispetto negli avversari. Sandro era un portabandiera, il capitano della squadra. Sandro era la sintesi del tifo per l’Inter di Helenio Herrera, imposta a tutti come squadra del cuore da Suor Fiore. Che il giorno prima, un ordinario martedì, sconvolgendo completamente i piani pedagogici costituiti, secondo i quali solo il sabato era destinato alle uscite, aveva pensato bene di 14

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organizzare una partita in un campetto poco fuori dal centro abitato, un rettangolo erboso senza righe di calce bianca posizionato accanto agli stabilimenti della RIV–SKF dove gli operai pare facessero di tanto in tanto delle sgambate. Le porte c’erano, piccole. Doveva essere un campo di calcetto anche se noi bambini lo vedevamo smisurato, e ci sembrava un campo di calcio vero. Erano state formate due squadre. Noi femmine avevamo Margherita, e io avevo suggerito che giocasse da portiere per fare il giusto paio con Luigi, messo lì apposta per ostruire la porta dei maschi. Del resto, già friggevo perché la squadra delle femmine aveva mostrato subito un che di caotico e disordinato ancor prima d’incominciare. Si era subito evidenziata una tendenza, vaga e del tutto naturale, ma decisamente incorreggibile, a muoversi secondo l’antica tattica militare romana della testuggine: un unico blocco tutto scaraventato in campo. Fin dal fischio d’inizio fu evidente che avere Margherita dalla nostra era un pericolo anche per noi. La testuggine era tutta sul pallone, e provava come un corpo unico a sospingerlo, non necessariamente nella porta avversaria. Il blocco delle femmine, cui guardavo allibita, urlando come un’ossessa che si spaccassero e si distribuissero tutte per il campo, per fare tattica, e costruire gioco, non aveva chiaro che lo scopo di tutto quell’andare era buttare la palla in rete. Margherita torreggiava paurosamente. Ogni tanto, invece di restarsene a guardia della porta, avanzava temeraria, sguarnendola, e imprimeva al blocco delle femmine un tale effetto schiacciasassi che a nessuno veniva neppure in mente di avventurarsi a segnare. In effetti sul campo, in modo del tutto inconcludente, rotolava questa masnada di pazze, mentre i maschi se ne restavano lungo i margini. All’inizio osservavano allibiti anche loro, ma a differenza di me non urlavano. Sandro ammiccava sornione, divertito si vede da tutto quel nostro scalmanarci a vuoto. Poi prese a darmi gomitate in un fianco (tecnicamente: a sderenarmi) e a dire, – Oh, di’ alle amiche tue che a pallone ci si gioca per segnare, per fare gol. Il dramma aveva continuato a consumarsi inutilmente per una ventina di minuti. Poi tutte loro dovevano essersi rese conto che i maschi erano usciti dal gioco da un pezzo, stavano tutti seduti lungo le linee laterali, a guardare incerti, tra orrore stupore e divertimento, questa frotta di furie andarsene 15

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raminghe per il campo senza uno straccio di coscienza dello scopo del gioco, o forse presuntuosamente impegnate a modificarne le regole. Allora l’intera squadraccia aveva smesso di colpo, e tutte ora apparivano spettinate e sudate. Margherita era talmente disfatta che, più del solito, i suoi capelli, d’un castano smorto, le si erano elettrizzati attorno alla fronte, e, per quanto lei tentasse di abbassarli con un cerchietto, le rimaneva una corona crespa tutta sparata intorno, mentre gli occhi d’acquamarina erano sembrati davvero sul punto di sciogliersi, e il bianco e rosso della carnagione, ora, era paonazzo, quasi viola come le mani: le punte delle dita, contr’ogni previsione, dovevano essere gelate – di sicuro, a vederle, erano livide. Persino Gabriele aveva volenterosamente preso parte ai tentativi iniziali dei maschi di strappare la palla alle energumene per provare a impostare uno straccio di partita, e poi come tutti gli altri s’era arenato nello stesso atteggiamento rinunciatario, esibendo come tutti una maschia superiorità molto esperta e molto spocchiosa. Ero letteralmente fuori di me. Io sapevo giocare, maledizione!: giocavo tutti i giorni in giardino coi maschi del mio palazzo. Eppure, roba da non crederci, quelle pesti erano riuscite a trasformare una partita regolamentare in una farsa assurda, a prevalere con la confusione e il potere schiacciante della massa informe sulle sane regole di governo del gioco, cioè sulla logica, e sullo spirito del confronto leale e pacifico. E il bello è che non potevo mica mettermi lì a spiegare a parole che io non ero una scema come loro, che avevo una mia dignità sportiva. Come avrei potuto, per esempio, dimostrare a Sandro che io ero un’ala niente male, e che quando occorreva sapevo tornare indietro e agire da terzino, puntare dritto agli stinchi o alle caviglie, e andarci contro con fior di senso del gioco? Non potevo mica arringare tutti e vantarmi. Sarebbe sembrato che volessi millantare doti che appunto non avevo saputo dimostrare e ora dovevo ridurmi a difendere a parole – chi mi avrebbe mai creduta? Queste stupide mi avevano rovinato tutto. Per una volta Suor Fiore aveva fatto qualcosa di buono con questa gitarella fuori porta, la partitina e il picnic sull’erba, e invece no: tutto sperperato. Anche i pan’e frittata che stavano ungendo da un pezzo gl’interni dei cestini avevano smesso di farci gola. Adesso erano senza senso: non ci eravamo 16

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stancati a correre almeno un’ora per il campo, dunque non avevamo fame, ed eravamo annoiati, afflitti da un senso di spreco. L’acquamarina che dilagava dal viso marezzato di Margherita s’era sparsa su di me come una colata di malumore. Anche Mino, mentre ancora dopotutto eravamo immersi nel verde smeraldo di quel campetto amatoriale, aveva subito ripreso a farneticare di soldatini perfettamente riprodotti con le loro divise nere i berretti gli stivaloni e le loro arie arcigne da SS vere, tornando a insistermi nelle orecchie con un ronzio dieci volte più fastidioso.

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3. Si torna un passo avanti, al fermo immagine del mercoledì in cui l’azione è stata sospesa appena prima del furto di rapina: a quel punto, la Storia può fare il suo ingresso passando per la cronaca.

Mino aveva questa passione smodata per le guerre i soldati le armi. Non parlava che di questo e tutti i suoi momenti di svago, le interruzioni tra una lezione e l’altra, li passava a riprodurre tra sé e sé azioni di battaglia dialogate. Certo, in Storia, Mino era forte. E conosceva tutti gli eserciti che avevano combattuto a Waterloo o nel nostro Risorgimento e nelle due guerre mondiali. Non resisteva a portarsi in classe da casa i pezzi migliori delle sue collezioni che suo padre gli passava o gli andava a comprare apposta a Roma, in certi negozi che erano altrettanti paradisi per collezionisti (come suo padre doveva essere prima di lui). Per dire, portandosi a scuola i suoi gioiellini, Mino finiva sempre per esporsi alle razzìe dei compagni, i quali godevano più che mai a vedergli camuffare la devastazione per il distacco da questi suoi tesori sotto una specie di maschera sorridente di sopportazione, gli occhi brillanti, d’acciaio, da cui solo per contrappasso si sarebbe potuto evincere che fitte lancinanti lo stavano squassando. In effetti stavolta il parapiglia fu questione di un istante. Sandro fu rapido a agguantare il piccolo carrarmato, a voltarsi subito, e a volare verso un angolo dell’aula, seguito da quasi tutti gli altri, che erano già in piedi e dovevano aver colto in lui tutti i segni della rapina. Lo stesso identico sistema della partitella: tutti scriteriatamente addosso a chi in quel momento porta palla senza il minimo sospetto della necessità della costruzione del gioco e di azioni distese, per cavarci almeno anche un po' di gusto per sé, da quel lavoraccio di dover estorcere il vantaggio all’avversario. Mino, appunto senza tradire apprensione, partì dal proprio banco, con le sue gambette scoperte piene di croste e i calzini bianchi tutti scesi sulle scarpe, diretto verso Sandro col nugolo ronzante di tutti gli altri già tutto irrimediabilmente addosso: – Ahò, non scherziamo: è di mio padre, quello.

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Io e Betty eravamo le uniche sedute, ora, e lungo l’ala dei banchi sotto la finestra Gabriele continuava a ignorare la confusione per guardare fuori, offrendo un profilo dai contorni, pareva, della disperazione, o forse solo del soffocamento. Riccardo, dalla porta, fece segno a tutti che Suor Fiore era riapparsa in fondo al corridoio, e stava caracollando sicura verso l’aula. Tutti riguadagnarono i banchi, così Mino poté agganciare Sandro, e sfilargli il carrarmato. Tanto più che Sandro dovette affrettarsi a liberare le mani per riagguantare la coroncina di madreperla, e fingere di attaccare il catalogo dei santi, come fossimo effettivamente arrivati in fondo al rosario, e ci restasse da sbrigare solo quest’ultima parte delle implorazioni. Suor Fiore fu inquadrata nel vano della porta, e tutti noi puntammo i nasi più o meno umidi o sporchi verso di lei, tesi a darci un’aria innocente. Lei ci scrutava con l’aria di chi non ci sarebbe cascata per niente, molto più impertinente di noi. Dietro le nostre spalle doveva essere caduta dell’acqua, e subito prese a spargersi un odore acre. Suor Fiore urlò il nome di Gabriele con una vena di rabbia nella voce potentissima. Poi partì come una saetta verso di lui, cioè verso il margine laterale dell’aula, sul lato esattamente opposto alla porta, non prima d’aver fulminato un punto preciso posto oltre le nostre schiene. Noi ci voltammo tutti verso il bersaglio, e non potemmo evitare di vedere colare dal banco di Gabriele, dall’orlo esterno, e per terra, poco più avanti, una massa semiliquida di cibo digerito solo a metà. Qualcosa era persino ancora distinguibile: tipo, un fagiolino intero, passato indenne attraverso la tempesta acida e il diligente lavoro di macero dei succhi gastrici. Suor Fiore prese a scuotere Gabriele che ora era bianco e rosso, un misto di pallore grigio e chiazze di vergogna, e teneva gli occhi bassi. Il viso era serio serio, senza emozioni. Suor Fiore s’impegnava a strattonarlo, e, dopo aver rovistato con rabbia in una tasca laterale del suo abito talare grigio chiaro, ora tentava di pulirgli la bocca con un fazzoletto di stoffa fresco di stiraggio, il cui candore purissimo prese a imbrattarsi di umori ocra. Margherita si era già mossa, ma Suor Fiore non rinunciò al gusto, tutto intimo tra loro due, di darle l’ordine che più la mandava in visibilio, – Lava qui, Margherita: pulisci. Il vomito era già disgustoso quanto bastava ma io, incerta se andargli dietro e dar fuori anche l’anima oppure abbandonarmi a fantasie perverse, mi consegnai alla seconda, e dirottai lo sguardo sulle mattonelle sotto la sedia di 19

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Gabriele, e poco più avanti sotto le sue gambe, per accertarmi che Margherita non dovesse passare uno straccio insaponato, da risciacquare poi infinite volte fino a scorticarsi le dita violacee, per ripulire anche la pipì (si sperava senza aggiunta di parti semisolide), magari fiottata fuori in seguito a un cedimento renale, per il panico, la vergogna, e il senso misto di rabbia e impotenza, che plausibilmente si stavano disputando in quel momento l’anima di Gabriele, o forse solo il suo amor proprio. Margherita aveva delle doti, come sguattera, e Suor Fiore doveva averle intraviste fin da subito, tanto da decidere di premiarla e fargliele esercitare con maestrìa ogni volta che ne fioccasse l’occasione. La sua dote fondamentale era la sveltezza. In men che non si dica – come avevo sentito ripetere mille volte nelle fiabe sonore, il pavimento tornò lucido, perfettamente nettato, e di certo igienizzato, visto che ora, all’odore acre del vomito, era subentrato un odore pungente, e a suo modo stucchevole, di varechina. Le mani di Margherita ne avrebbero saputo per un pezzo, e per quanto avesse provveduto, da ora al successivo servizio di pulitura, a rilavarsele con saponi profumati, e a ammorbidirle con la Kaloderma Gelée, irritando ulteriormente la pelle già screpolata e in alcuni punti corrotta agli strati profondi, quella puzza non era pensabile sarebbe andata mai via del tutto. Restava il fatto che fare i servizi doveva essere il suo forte – si vede che anche a casa lo faceva spesso, magari dando una consistente mano a sua madre nelle cosiddette faccende. Ormai nella voce di Suor Fiore c’era una venatura d’irritazione. Nonostante si trattasse di Sandro, gli strappò di mano la coroncina di madreperla: non ci fece neppure finire le invocazioni ai santi e martiri che lei doveva credere fossero la coda finale del nostro quotidiano rosario pregato regolarmente, senza sconti o interruzioni. O forse sarà stata rosa, lei stessa, dal dubbio che, mentre s’era assentata, noi ci fossimo fatti i fatti nostri, come qualunque altra scolaresca lasciata incustodita, e allora qualche episodio di enuresi, che puntualmente si sarebbe presentato, sarebbe diventata la scusa magnifica per cominciare a infierire su di noi con giusta causa. Sempre con voce alterata ci mise a fare l’esercizio di scrittura con cui si aprivano tutte le nostre giornate tranne il sabato. 20

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Dunque, trattandosi ancora soltanto di un superbo mercoledì, Suor Fiore poté impartire ad ognuno, ciascuno nella propria paginetta bianca, nuova nuova, del quaderno destinato a questa funzione, di scrivere, in modo ordinato e a caratteri regolari, bene al centro, il titolo:

Cronaca

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4. La mancata partitella del mattino, al martedì, non aveva impedito a noi tutti nelle nostre rispettive case di seguire un telegiornale mentre sbranavamo il pranzo. Un pianto misterioso era rimasto insoluto fino all’ora di cena e tutto il pomeriggio si era consumato in un’attesa il cui termine era la soglia di casa.

C’era da scommettere che il giorno prima, assorbiti nell’ordine: la delusione per la finta partitella di calcio, e il vuoto di stomaco contratto per non aver neppure toccato le succulente merende rimaste a ungere i panieri: tutti noi bambini, a pranzo, ci fossimo incollati al bianco e nero ferrigno dei monoscopi di casa, per seguire almeno un telegiornale sul Primo Canale o sul Secondo. Nel mio caso, fortuna volle (espressione idiomatica mutuata in casa attraverso l’asse matrilineare) che, pur stando di spalle al televisore, avessi l’audio praticamente dritto dentro l’orecchio destro. Ogni tanto zio Ernesto mi sbraitava di spostare la testa altrimenti non poteva seguire le immagini sbiadite: segno che gli scocciava non potersi lasciar cullare dal taglio monocromatico del notiziario. In effetti prevaleva questa inquadratura fissa su questo unico lettore che esibiva questa correttezza da impiegato, in genere non guardava in camera e spediva in giro un flusso baritonale di notizie con una compitezza da scolaro. Niente a che vedere col divismo contenuto e il piglio vagamente personalistico di Andrea Barbato. Il redattore asettico spandeva sul notiziario una specie di velo di moscerìa, una tristezza impalpabile che avrebbe aggredito ai gangli vitali persino un bergsoniano. Mio zio non aveva alcuna intenzione di sbraitare – il fatto è che aveva questa voce potente, con naturali venature d’inalberamento, e qualunque cosa dicesse gli usciva di bocca con un tono astioso. Sua moglie era l’unica a conoscere il segreto della sua mitezza. Neppure suo figlio, Germi, c’era arrivato a capirlo: che lui era un uomo gentile e generoso – però la voce e il tono, per fatti loro, gli andavano all’opposto. Mia nonna cucinava questi pranzi energetici e succulenti, e mio nonno da capo tavola dirigeva il traffico dei piatti e sorvegliava che tutti noi bambini mangiassimo fino all’ultima scaglia di cibo. 22

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Massimino si stava impegnando a straziare il fritto all’italiana, infilzandolo coi rebbi come fossero i denti di un forcone da piantare in un covone di fieno, o in un deretano. Paola, col suo caschetto corvino e gli occhi blu, e Patrizia, quasi albina, con le sue codine a scopetta e il suo chiarissimo sguardo celeste (sorelle!), a ogni boccone, dopo aver masticato i carciofi fritti, digrignavano i denti, e ci si passavano sopra la lingua come polifemi che avessero appena goduto a smembrare a morsi corpi di prigionieri miniaturizzati. Il meno sollevato dalle noie del fiero pasto era Duccio, che stava già cambiando i colori. Le labbra erano di un rosa vivo, come fossero derma spellato: ben teso – liscissimo. I denti erano piccoli, bianchissimi, aguzzi, a malapena molati nell’esercizio su cibi spesso così morbidi da poter essere quasi ingoiati interi senza premasticazione – come proporre a un gatto di affilarsi le unghie su un orsetto di pezza. La pelle era olivastra, e certe volte sul collo si poteva ammirare una pellicola più scura che forse si sarebbe potuto smacchiare con un po’ di sapone Marsiglia. I capelli erano biondastri, avevano un’anima scura ma in superficie esibivano queste strie giallastre – pareva il mantello di una tigre: il nero sotto superbamente in agguato. Negli occhi era chiaro che sotto lo sguardo glauco se ne stava acquattato un umor nero che sapientemente chiedeva tempo, stava solo cercando il buchino da cui sbucare per spalmarsi fino a prendere possesso della persona, godendo a infestarne la carcassa. Nel mio orecchio destro lo speaker continuava a mitragliare le sciagure araboisraeliane e a lodare le mediazioni di Nasser e di Re Hussein di Giordania, mentre davanti ai miei occhi aveva appena preso a svolgersi uno spettacolo gustoso: era arrivata una casseruola di alicette gratinate. Mio zio ne fece porzioni grossolane e si affrettò a lanciarcele nei piatti. Paola e Patrizia presero subito a masticare con metodo e non mancarono di mostrare i denti proprio quando nel mio piatto le alicette planarono su un lettuccio di bocconi bitorzoluti. Dadi di cervello di gallina indorati e fritti, rimasti da minuti a gelarsi ignorati e a perdere il loro unico fascino, d’essere almeno bocconi bollenti e vagamente croccanti, dopodiché il naufragio del morso nel grigio morbido avrebbe potuto produrre soltanto immediati effetti emetici cui tutti noi bambini stavamo resistendo da un pezzo da eroi, senza comunicarcelo per non minare i nostri fortini di sopportazione. Ora, nel mio orecchio destro, qualcuno aveva preso a singhiozzare come un vitello. 23

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Mi voltai, e vidi Eddy Merckx, steso nel suo letto in una stanza d’albergo, ancora spogliato da ciclista e coi mezziguanti attorno alle tempie, che tra uno sbocco di pianto e l’altro provava a imbastire un’autodifesa italobelga, incalzato da presso da un inclemente Sergio Zavoli, e contemporaneamente palleggiato da studio, altrettanto senza pietà, da Adriano De Zan e Maurizio Barendson. Merckx non la smetteva più di gorgogliare lagne come il cantante Adamo, e io dentro di me, poiché ogni volta che lo sentivo nominare pensavo subito allo stucchevole sciroppo Merck che ci prescriveva sempre, quando avevamo la bronchite, il nostro medico di famiglia, Ermanno Magia, subito, dentro di me, immaginai che il campione non stesse bene in salute, e di lì a poco, a telecamere spente, avrebbe tracannato sorsi generosi di quella melassa insopportabile di cui, continuavo a fantasticare, era sicuramente produttore lui stesso, o meglio qualche suo stretto parente. Comunque, niente da fare: tra tutti quei fritti e vomiti in potenza, non ci fu verso capire. Uscii dal mio tunnel di distrazione perché mio zio, seduto, com’è facile immaginare, alla destra del padre, mi urlò dal fondo del tavolo di spostare la capoccetta d’inammansibili onde rosse per potersi sincerare della reale portata del curioso episodio. Lo tenevano sotto stretto controllo gli sguardi vigili, nell’ordine: di suo figlio, Germi; e di mia sorella, Titti, che sfoggiava la sua coda rossa, stretta in un elastico, e una coroncina di riccioli svirgolanti attorno alle stempiature – sorvegliati entrambi, a loro volta, da Lea, il setter irlandese da caccia di mio zio, che seguiva il pranzo dalla terrazza standosene maestosamente seduta sulle zampe posteriori, col muso incollato al vetro della portafinestra su cui col respiro aveva formato un’ombra d’umido, e esibendo un’aria anelante quanto quella dei bambini dietro la vetrata del ristorante per ricconi nel Canto di Natale di Charles Dickens. Era tutta impettita, Lea, nel suo mantello fulvo, strigliato accuratamente da mio zio prima di pranzo con un’apposita spazzola con gli aghi, calcata profondamente sul corpo, sulla coda, sulle orecchie, persino sul muso, per allisciare il pelo lucente e arriciolarlo ai bordi, mentre Lea, invece di mugolare e mostrare i denti, sopportava, socchiudendo le palpebre. A detta di mio zio, Lea godeva: – Non vedi come gode? Non ti accorgi come ci piglia gusto? Il figlio di Lea, York, l’unico della cucciolata ad esser stato tenuto, in previsione di un ulteriore accoppiamento da pedigree, nello stesso 24

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momento, stava sicuramente approfittando della distrazione generale per scavare con metodo tutte le piante di mia nonna, e poi il muso sporco di terra lo avrebbe tradito, e allora altro che strigliate con la spazzola di ferro – figuriamoci, lui era un tale satanasso guizzante che bloccarlo per spazzolarlo era una chimera: a lui cinghiate, direttamente. La potenza della voce di mio zio coprì l’audio, così ci perdemmo tutti la soluzione del mistero di Merckx gorgogliante – rimandata al notiziario delle venti. Nel frattempo, almeno, mia madre sarebbe tornata da Roma, mio padre sarebbe stato sul punto di rincasare dall’ufficio, e io mi sarei vista il telegiornale durante la cena, comodamente posizionata dritta verso il televisore. Dopo pranzo c’era una ricerca da fare: Suor Fiore voleva stilassimo una lista di roditori. Zia Maria Luisa nel frattempo era andata di là (altrimenti detto: dentro) a riposarsi un pochetto (altra frase idiomatica ripetuta ogni giorno alle due di pomeriggio: – Io vado di là, o vado dentro: mi vado a riposare un pochetto), e seduta nel letto sotto un plaid in tartan del Clan McGregor (un quadrettato peloso e morbidissimo per la massiccia presenza, nella filatura, di lana mohair, con trame grosse di marrone scuro e verde in cui s’infiltravano fili gialli e blu), si era subito dedicata alla districazione della criniera fulva di Titti. Le aveva letteralmente strappato l’elastico, che fin lì aveva tentato di trattenerle i capelli forzandoglieli in una coda, e con una spazzola con gli aghi aveva preso a strigliarla piegandole più volte il collo all’indietro: gli aghi si impigliavano regolarmente nella massa robusta, e mia zia non resisteva a accanircisi sopra. Del resto queste code così lavorate erano talmente strette che attorno alla fronte di Titti l’attaccatura era visibilmente indietreggiata, formandole questo tripudio di lanuggine rossa intorno, e d’altra parte qui si continuava a tirare, tirare, tirare. Io ero seduta sul letto da piedi, lungo il bordo, proprio in pizzo, e resistevo a reagire alla tortura dello strigliamento di Titti, che era piuttosto rossa in viso e a sua volta resisteva per non piangere. Davanti al quadro sconvolgente dei denti stretti di Titti, che aveva rinunciato anche solo a lamentarsi, ragionavo con mia zia sugli animali da registrare nella ricerca, e ne venne fuori un nutrito elenco: la lontra la marmotta i castorini suicidi (lemmings, mi avrebbe svelato Miss Morris, a 25

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scuola d’inglese, anni dopo), e io, che vedevo tutti i pomeriggi le animazioni antropomorfe di una serie scandinava inserita nella TV dei Ragazzi: La lanterna magica, pensavo d’avere già la soluzione in tasca. Perlomeno ce l’avevo in testa: l’immaginazione m’era già partita verso il furetto in spider rossa che sfreccia per questa città nordica in miniatura, coi lampioncini le case illuminate i marciapiedi in mattoncini bianchi e grigi, tutto ricostruito alla perfezione dal vero, meglio di un intero villaggio LEGO. Liquidati i roditori, poiché mia zia doveva riposarsi un pochetto, io mi spostai nei paraggi della porta di casa per tenermi aperta a una serie di possibilità. L’importante era mantenere una postazione di vantaggio per: a) sgusciare giù in giardino con gli altri, a giocare, al primo segnale utile; b) controllare ogni tanto il pianerottolo per spiare il momento preciso in cui mia madre sarebbe tornata. Era tutta una questione di sbirciate e fruscii o rumore di passi per le scale. Ogni tanto aprivo la porta di soppiatto e guardavo verso l’alto, verso il ballatoio. Puntavo lo sguardo contro la vetrata a giorno che rivestiva il vano scale dell’intero palazzo, ancora indenne dalle crepe che in trent’anni avrebbero indebolito l’anima di ferro del vetrocemento, provando lentamente a trascinarla giù. La vetrata era destinata a cedere al proprio stesso peso, e sarebbe sicuramente franata rovinosamente in giardino, anni dopo, addosso alla povera Luna, che in effetti per tutti i suoi undici anni l’avrebbe puntata da sotto col naso umido, e le lupesche orecchie appuntite, e i frementi fianchi focati, e lo sguardo triste di pastore da guardia confinato fuori, lontano dall’amato capobranco umano (zio Ernesto, che nel frattempo aveva deposto il fucile da caccia, e sostituito i setter con i canilupo), intenta a coglierne le spie ultrasoniche, note solo a lei, di progressiva, impercettibile frantumazione. Mi affacciai per le scale di continuo. Le migliaia di volte che guardai non fu verso il basso, cioè verso il ballatoio inferiore, da cui mia madre sarebbe potuta risalire. Guardai invece sempre, instancabilmente, verso l’alto, verso la ringhiera delle scale lungo la rampa superiore, da cui lei in genere si affacciava quando tornava a casa da uscite brevi (per esempio dalle strenue sedute da Rosetta per domarle i capelli voluminosi e tendenti al mosso, che quand’era ragazzina erano semplicemente crespi), e invece di passare a chiamarci per riportarci a casa con lei, volava su al terzo piano alla chetichella, senza farsi sentire, per avere ancora qualche minuto per sé, e poi, più sul tardi, apriva la porta, scendeva qualche gradino, si sporgeva dalla 26

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ringhiera, e chiamava verso la porta di mia nonna al secondo piano mia sorella e me – e noi, puntualmente, volevamo restare un altro po’ (altra nostra espressione ricorrente), perché nel frattempo, dopo aver spasmodicamente spiato in alto sperando che stesse già lì, ogni volta, affacciata e sul punto di chiamarci, ci eravamo dimenticate di lei, e di quanto ci mancasse, e quanto avremmo voluto che non ci avesse lasciate lì l’intero pomeriggio, ma fosse stata in circolazione anche lei, e anche lei si fosse mescolata, ogni tanto, nei nostri giochi pazzi – per esempio, facendo finta, come suo fratello, Ernestino, di passare nei muri, per il nostro immenso, smisurato, sano stupore di bambini. Che la sua assenza fosse lunga o breve, nell’attesa del suo ritorno funzionava dentro di me qualcosa di struggente, e di spasmodico. Il momento della separazione e, spesso, il motivo non venivano dichiarati apertamente, per evitare che noi figlie ci ribellassimo, e pretendessimo di seguirla, o che l’addio, per quanto temporaneo, prendesse un verso tragico. Come glielo spieghi a un bambino che quel lasciarsi non è per sempre? Si sa che nei bambini, nei figli molto piccoli, anche solo vedere il padre che esce di casa la mattina per andare a lavorare, assistere ogni giorno a quel momento cruciale, spalanca abissi di abbandono, di dolore, stura tutte le cateratte e le riserve di lacrime, fino alla tracimazione. Ed è inutile rassicurare le tenere creature che di lì a poche ore il babbo tornerà. È quel momento, quel preciso istante del lasciarsi, che devasta il loro orizzonte. Esplodono pianti dirotti senza fiato, tutti singhiozzi e tremori, di quelli che, se uno ne avesse cuore, andrebbero sbloccati con un sonoro schiaffone, perché sono crisi nervose da impuntatura, nei quali i bambini sono artisti. Invece, invariabilmente, viene una tale pena a vederli disperarsi così, che il gesto più naturale è abbracciarli, coccolarli. E poi cominciano le sapienti richieste, e tutti lì ad accontentarli a blandirli a comprenderli, e a dire a se stessi che mai più si farà in modo che debbano assistere a incaute scene di partenza. Allora meglio distrarli? Bè no! L’omissione no, appunto: è inammissibile! Il motorino che mi faceva compiere un moto pendolare ossessivo tra il tinello e la porta, che mi teneva in perenne ascolto di passi per le scale o sopra la testa, e mi teneva sulla corda senza mai scendere di giri, quindi mi distraeva di continuo dal presente, educandomi all’astrazione, era proprio questa puntuale omissione. 27

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Come ritrovarsi orfani – beffardo, come un tradimento. C’è? Dov’è? Dov’è andata? Quando torna? Ma torna? Era successo già miliardi di volte, e io avevo da fare centinaia d’altre cose, intanto. Cose mie – tipo: giocare, nascondermi, presentarmi da mio nonno a studio come cliente per riscuotere la caramella o il cioccolatino dal signor avvocato, fare teatro con Patrizia e inventare storie, – …perché signora mia non so come fa lei con suo figlio Margullo, ma io con il mio, Sancrollasso, sono proprio nei guai, e poi signora mia questo sindaco inconcludente e quella cafona arricchita di sua moglie perennemente incannaccata come la Vergine Maria issata sulla macchina per la processione dell’Assunta… Tutti discorsi farneticati noi due insieme, in genere chiuse a chiave nel bagno di nonna Maria, in cui i fatti di casa si intrecciavano miracolosamente alle storielline mutuate dall’Almanacco di Topolino. Certe volte invece ci chiudevamo in un armadio che avevamo eletto a carrozza, e io finivo per farmela addosso perché, a dispetto dei sintomi inequivocabili, mi muovevo tardi. Per forza! Avevo da fare! Sessioni di gioco da finire, sfide al loro punto cruciale che non potevo assolutamente mollare: impegni grossi per una bambina, le prime responsabilità, i primi tributi di fedeltà a regole perlopiù non scritte, morali, quindi doppiamente impellenti. Situazioni ambigue da sorvegliare, equilibri avventurosi da tenere d’occhio senza mai stanchezze, telefilm della BBC da vedere in sequenza per ripetere ordinatamente le unità didattiche senza perdere un colpo: in mezzo a tutto questo, con una regolarità inflessibile, solo in apparenza lasciata al caso (per una questione di decenza, oltre che per prevenire ogni impedimento), trovavo il tempo di passare davanti alla porta di casa di mia nonna, aprirla e dare una controllata alle scale, prima giù (per puro scrupolo, proprio per non lasciar nulla d’intentato), e poi (soprattutto) su, per verificare se intanto fossero emersi segni di graduale decifrabilità che nel frattempo, a sorpresa, mia madre fosse tornata. Diventava un esercizio talmente meccanico, da un certo numero di tentativi in poi, che mi bastava aprire uno spiraglio minimo (specie per non farmi sgamare), e mirare dritto a un punto preciso, ossessivamente sempre quello, ormai, nel rivestimento concavo in vetro cemento delle scale, dove forse, per qualche compressione già in atto nell’equilibrio oscuro dei materiali, o per un sasso lanciato da fuori (con chissà che contorsione del lanciatore, o che fionda), si era aperto un buchino frastagliato e 28

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taglientissimo, da cui entrava tutto il gelo che spazzava (unico a farlo) le scale. Giusto nel punto esatto in cui, quell’estate, Germi, sostenuto sulle spalle con forze scarse da Titti, crollando, si sarebbe incastrato d’esterno con la mano destra, lasciandoci impalato un bel tocco di polpa, e poi si sarebbe accasciato, tentando di tenere il pezzetto di carne, rimasto attaccato per appena un lembo trasparente di pelle, accostato alla mano. Suo padre lo avrebbe trascinato urlante verso il lavandino del bagno, per lavare via i germi/batteri, buttandoci sopra una bottiglia intera d’alcool denaturato per uso esterno, e poi facendoci attorno un pastrocchio marrone/giallastro di tintura di iodio, ben impacchettato con un fazzoletto di stoffa (handkerchief, e non ancora tissue, il fazzoletto di carta, o kleenex, come da un pezzo, per riassunto e sostituzione, avevano preso a chiamarlo gli americani). Il fazzoletto sarebbe stato annodato ben stretto per gli angoli, da noi subito ribattezzati pizzi: un fazzoletto di quelli che mia nonna lavava con la saponetta Camay ai petali di rosa e poi metteva aperti ad asciugare sulle maioliche del bagno, miracolosamente sospesi, per appiccico, tra il bidet e il lavandino. Sarebbe seguita un’indiavolata corsa finale al Pronto Soccorso, dove il compassato Dottor Margiotta, padre del mio pachidermico compagno di classe Gianfranco (al quale al Liceo avrei passato tutte le versioni in classe, greco latino francese inglese: la lingua sarebbe stata un dettaglio puramente incidentale), avrebbe fatto le ricuciture e le fasciature strette del caso, opportunamente corredate da somministrazione di siero antitetanico e prescrizione di antibiotici, e dopo, Germi, sbattuto e tornato indenne da crepe e ferite di cui gli sarebbe rimasto addosso solo qualche segno, ci avrebbe tenuti sulla corda coi racconti della propria epopea di eroe del nulla, contribuendo per la sua parte ad allenarci all’astrazione. Come se davvero potesse durare per sempre, questa immersione nel sublime, e nell’assenza. Come se, sul serio, per tutta la vita, l’esistenza potesse continuare a consistere nella pellicola di se stessa, nel proprio stesso spettacolo. Al momento, quel buco nel vetrocemento non era che un forellino minuscolo: il danno fortuito di qualche ardita sassaiola, ma se fossimo stati nei Territori Occupati avrebbe potuto benissimo trattarsi del frutto accidentale di qualche pallottola vagante, pur sempre la prova di una sparatoria fratricida. 29

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In effetti, si trattava del punto d’origine di uno spiffero ferale. Del comodo obiettivo da cui scrutare, come da un telescopio a mega ingrandimento, o da una steadycam, il campo medio/lungo che gli si stendeva di fronte. A una prima occhiata di controllo, per prima cosa quel forellino, con un effetto zoom giustificato dalle leggi dell’ottica, inquadrava la villetta in fondo, ben oltre il pratone in cui proseguiva senza limiti il nostro giardino, schierata lungo la striscia d’asfalto appena al di là del cerchio delle roulottes e delle mercedes del clan gitano di Maria. La porta di questa casa di mia nonna, sconfinata in tutte le direzioni, era a due ante, e spesso non veniva chiusa a chiave, e men che meno sprangata. Sembrava destinata ad aprirsi con una folata di vento, e invece, proprio per reciproco sostegno delle due ante, si teneva piuttosto bene. Certo, a maggio i ladri avevano avuto vita facile a sfondarla, a entrare e saccheggiare tutto come in un gioco da ragazzi. Pareva proprio, come poi rilevarono i maghi della polizia scientifica, da impronte e altri segni impercettibili, che in effetti gli abili scassinatori, di sicuro mingherlini, dovevano essere stati una banda di zingarelli, nutrita di feroci femminucce. Magari proprio la stessa banda che io, in giro un pomeriggio presto coi cugini verso il Bar Touring dove ci compravamo fin dai primi caldi il ghiacciolo alla CocaCola che frizzava davvero, avevo sorpreso a tentare d’entrare in pieno giorno da una finestra appena accostata in un piano appena rialzato, e una delle irriducibili ladruncole, intenta un attimo prima a ponteggiare sulle spalle l’irruzione di un suo compagno, lasciando cadere lui – che perciò non era riuscito a penetrare, aveva rincorso me, rea d’aver protestato e aver scoperto il loro gioco, per venire a darmi una botta in testa, per punizione. Bè, da quella porta, a intervalli regolari, l’intero pomeriggio, non avevo fatto altro che mirare a quell’infinitesimale orifizio, con ossessione sempre più intensa – come se alla fine potesse compiere il miracolo da sé, e originare mia madre.

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5. Sempre al martedì, il dopopranzo era stato un carosello di mani. Mani che schiccheravano biglie coi ciclisti imprigionati dentro. Mani a lungo a mollo a lottare con grasso ostinato e incrostazioni.

Con una coda tutta nuova, e i capelli ben tesi, e tutta una nuova raggiera di peletti rossi attorno alla fronte, Titti era dall’altra parte della casa, nella stanza in fondo, buttata su un tappeto con Germi, a fare la gara delle biglie coi ciclisti dentro. Il circuito era la cornice esterna nel disegno del tappeto, che, per qualche giorno dopo Natale, era servito da tracciato per il montaggio della pista elettrica delle F1, su cui Germi e suo padre s’erano sfidati senza risparmio, evocando le imprese di Graham Hill (il padre di Damon, campione dopotutto meno demoniaco di suo padre), di Mario Andretti e Andrea De Adamich, di Surtees e del formidabile Jackie Stewart, lo scozzese inseparabile dalla sua coppoletta. Germi era ancora troppo piccolo per annotarsi tutto, non sapeva ancora leggere e scrivere, ma aveva già attaccato a recitare a memoria imprese eroi e risultati degli sport che amava con suo padre. Già mostrava d’avere questa dote di saper archiviare in modo preciso e dettagliato, fin nei minimi particolari. Di lì a poco, una fitta serie di quadernetti, infestati di classifiche, e di sequenze di punteggi per game per set e per partita, e da cui la ricostruzione di intere carriere tennistiche o i cataloghi di intere annate ATP erano ancora lontani, sarebbero stati i suoi fidi compagni muti nella tortuosa conquista di sé per tutti gli anni Settanta e un bel pezzo degli altrimenti orribili anni Ottanta. Anni in cui lui, come tutti, avrebbe cercato di non farsi annullare quello straccio di identità, appena intravista, sotto il peso schiacciante dei cingoli ciechi messi in moto dal nuovo fervore sociale, anzi socialista, il quale: avrebbe lasciato scadere la democrazia in populismo; rismascherato il cuor di propaganda che batte al fondo di ogni politica redditizia; lasciato proliferare la sofistica di certi Savonarola/bravi comunicatori sbarcati in politica sulla coda di piombo dei Settanta a raccogliere, pietosi e infingardi, l’ingenuo ribellismo degli ultimi giovani innocenti d’Occidente: i diciottenni neoelettori del 1979; con solerzia parimenti dilagante avrebbe confuso, semplicemente, il senso del linguaggio, spogliato di valore ogni parola, decostruito per ciascuna ètimo e anamnesi avviando il processo degenerativo dell’esegesi arbitraria, sciolto definitivamente ogni vincolo con la Storia. 31

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Sarebbe stata una lotta durissima, tutta scontata nello scontro col padre, e risolta in un’affabulazione insensata, ormai ingiustificata storicamente. La morte del padre, a quel punto, sarebbe stata una questione fisiologica, la profilassi necessaria, e il come e il quando sarebbero stati puri dettagli. Germi e Titti avevano bisogno di poco per la loro gara indiavolata: niente circuito con binari per le automobiline, niente cloches (non ancora in odore di diventare joysticks) per manovrarle a distanza, niente fili elettrici e resistenze. Erano stesi sul tappeto e tutti intenti a manovrare e raccontare una gara di ciclisti imprigionati dentro biglie di vetro colorato. Non le semplici facce inquadrate in primo piano, ma un buon trequarti dei corpi nella classica posa ciclistica: a bici inforcata, con le tutine a pelle colorate, i berretti magari già girati all’incontrario come fossero simpatiche canaglie ma senza allegria: sempre con quest’invincibile ombra di ineluttabilità in agguato nei volti, le maglie gialle o rosa nel caso dei campionissimi, e le insegne delle squadre addosso, che allora erano anche le uniche scritte pubblicitarie, gli unici banner, che erano anche sui festoni stesi lungo i cigli dei valichi di montagna, come durante le partite ai bordi dei campi di calcio. Gimondi, di nome Felice, esibiva la solita aria mesta, appena sedata da un sospetto di sorriso a denti strettissimi, un ghigno innocuo – senza rabbia, un vero velo di tristezza che ti sottentrava di botto: come in quel nostro gioco in cui ci passavamo per contagio le cose peggiori che ci portavamo addosso: malattia, cattivo odore, sciagure, malasorte, eccetera. Adorni, di nome Vittorio, si scostava di poco da questa iconografìa dimessa che aveva il compito di veicolare missionarismo, ieraticità, sacerdozio sportivo, e dare l’idea del sacrificio, della fatica continua in cui la posa per quella foto poteva essere nient’altro che una tregua regalata dal caso – se addirittura non erano ripresi in corsa, magari a soffrire su un passo alpino inseguiti dalle macchine delle squadre e dalle motociclette della polizia, e minacciati dal tifo della gente assiepata all’addiaccio tutta intorno per salutarli, toccarli, e spesso disarcionarli, se i mezzi non li avevano ancora falciati. Ma questi ciclisti, per quanto giovani, avevano un che di anziano incorporato. Erano ancora della generazione di quelli che appena maturano sono vecchi, curvati dalle responsabilità, dalle privazioni. Appena meno gravati dall’età, che pure era anagraficamente giovane, sempre dentro le sfere di vetro si sforzavano di sorridere Basso, Ocaña, Zandegu, Bitossi, Cercu, De Vlaeminck, Anquetil o lo stesso Merckx – 32

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campioni puri, su cui appunto cominciavano già a fioccare le aggressioni e le cattive occasioni del doping sportivo: tutti segni di un principio di avvelenamento dello spirito leale, dell’innocenza di cui i ciclisti sembravano essere gli eroi tristi. Germi fantasticava con sapienza sulle epopee di questi cristi, prefigurandosi l’avvento del suo prossimo, grande eroe, che solo nel ’73 si sarebbe affacciato alle glorie del professionismo: Giovanni Battaglin, terzo nel Giro d’Italia di quell’anno. Per adesso, Germi si rotolava farneticando sul tappeto, senza potercela fare a scriversi nulla dell’epica sportiva che spargeva attorno, e indiavolando di racconti anche le mosse di Titti, che si rotolava anche lei dietro alle biglie coi ciclisti segregati dentro, ma senza quasi emettere suono, se non, forse, i brevi lamenti che le sorgevano spontanei ogni volta che, vorticando, finiva fuori dal tappeto sul marmo freddo, sbattendoci contro gli spunzoni ossei di bambina/grissino.

Contemporaneamente, all’altro capo della città, in un’altra casa, Margherita teneva le mani a mollo nell’acqua fredda saponata, nell’acquaio di cucina. Con una spugnetta rugosa, stava staccando il grasso incrostato dalle pareti porose delle pentole d’alluminio. Le si gelavano i denti ogni volta che, con un’unghia mozza o con una paglietta abrasiva a spirale color ferro, strofinava contro le pareti della pila per gli spaghetti, o tentava di mondare meglio che poteva lo smalto bianco delle loro scodelle di ceramica dozzinale, o gli orli dei loro bicchieri di vetraccia. Correva, Margherita, per sbrigarsi a finire prima che sua madre tornasse per ispezionare pentole posate e stoviglie, e controllare che tutto fosse stato nettato alla perfezione, quando non le piombava dietro le spalle, a tradimento, per sorprenderla a fare il suo dovere, e per accertarsi che ci stesse mettendo la cura dovuta. A meno che a dedicarsi ai controlli, come capitava talvolta, non fosse stato suo padre, il vero mago delle ispezioni, come a Margherita doveva risultare, il quale aveva già diretto a tavola le grandi manovre del pranzo, sfogando con sua moglie i livori per le rogne di lavoro, mollando schiaffoni al figlio maggiore, Rodolfo, a sentire le notizie di scuola, e lanciando occhiate oblique alla sua corpulenta principessa. Dopo il pranzo, sotto il tavolo di cucina, c’era un mare di molliche e di schizzi di grasso, per non parlare del piano di cottura, che Margherita aveva avuto modo di contemplare per tutta la durata del pasto mentre il televisore laniava il nostro stesso catalogo delle contemporanee sciagure planetarie. 33

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L’apparecchio stava su un tavolino, dietro le spalle di Rodolfo, che per quanto facesse le medie era già un ragazzone imponente, con due belle spalle. Tuttavia il padre, perennemente con le maniche d’un maglione grigio di lana grossa tirate su fino ai gomiti, e tutti i peli folti e neri dei bracci fuori, ben pettinati e ingrassati, era una tale montagna d’uomo, a stento contenuto dalla sedia a capotavola, che riusciva a torreggiargli oltre, e a seguire il telegiornale per intero, distribuendo per giunta con successo la propria attenzione tra le tirate furiose ai familiari e il commento puntuale a ogni frazione del notiziario. In questo modo, l’uomo riusciva anche a pilotare le opinioni di quella esigua fetta di audience che, attraverso le sue sfuriate, in modo costante, aveva potuto costruirsi una certa visione del mondo, e un corredo di reazioni corrette alle sollecitazioni più varie provenienti dal video, alla continua stimolazione insolente del loro pensiero attorno a fatti e persone dopotutto molto lontane da loro, e tra loro persino disparate. Margherita, come me col televisore alle spalle, avendo il piano della cucina di fronte, si era potuta godere quel tripudio di unto, benché una spalla di sua madre durante il pasto gliene avesse in parte occultato lo spettacolo. Altrimenti Margherita lo avrebbe avuto davanti tutto intero, e senza scampo: grasso, olio fritto, macchie di sugo, nei casi peggiori spaghetti giallastri mezzoasciugati e attorcigliati attorno, quando non incollati sopra, i fuochi, in parte otturati dall’uso di anni, e mai sottoposti a una vera pulizia – per cui il pericolo incombente, e reale, era che uno di quei giorni, se l’otturazione dei fori, da cui con qualche incertezza riuscivano ancora a svirgolare le lingue bluastre, fosse diventata definitiva, gli ugelli, invece di lasciar scaturire il gas mantenendo viva la fiamma, l’avrebbero contenuta, creando un effetto compressione, che, presto o tardi, sarebbe conflagrata in uno sciagurato boato, e avrebbe incendiato tutta la cucina, la casa e i suoi abitanti, e forse, chissà, buttato giù l’intero palazzo. Dunque, dopo il pasto ingoiato con un vago sottofondo di nausea e un po’ a occhi chiusi, per vero bisogno di nutrimento (dopotutto accontentato, o almeno saziato da quel che pur sempre passava a tutti loro la mensa), era toccato a lei, a Margherita, mettersi a strofinare energicamente, per rimuovere gli spaghetti incollati e gommati come gechi inerti, e sgrassare lo smalto già mezzo andato della stufa, sempre vincendo, con mestiere consumato di bambina ubbidiente, gl’inviti al rigurgito, in piena fase digestiva. 34

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Che ora una bambina, per quanto robusta, di stazza grossa, proprio per costituzione, finché si vuole, ma pur sempre di dieci anni, avesse mani proporzionalmente grosse, si può anche credere, ma è anche probabile che non le avesse grandi abbastanza per indossare le misure standard dei guanti di gomma rosa Marigold, con cui avrebbe potuto, in parte, proteggere le mani dalle screpolature, inevitabilmente prodotte dalla continua immersione nel freddo umido, e subito attaccate dai detersivi. Mia madre, se doveva (come dicevamo a casa) fare i piatti, o quando puliva l’argento, li indossava nella misura media, 7½, che tuttavia raccoglieva una fascia di misure corrispondenti che sfumavano dal 37½ fino al 38½ /39 – prima ci saranno stati il 5, il 6, e il 7, con la mezza misura, ma a mia madre il 7½ entrava senz’altro perché, per quanto portasse il 39 di scarpe e anche le mani fossero lunghe e sottili, i guanti poi, anche quelli di pelle o di lana, quelli per uscire, erano normometrici. Come certi suoi guanti avorio, in uno scamosciato molto leggero, sottile, sfoderato – raffinatissimi, e dopotutto minuscoli, di certo affusolati come le belle mani. Le mani di Margherita, già grosse, e poi gonfie e livide, tipiche mani congestionate che poi sono freddissime (servite male dall’apparato circolatorio periferico), sarebbero forse potute stare nei guanti numero 6, piccoli abbastanza per mani di donna minute, o mani di bambine un po’ cresciute adibite ai lavori di casa. Certo, anche portare i guanti non è che le risparmiasse davvero le mani dalle irritazioni. A parte la delicatezza della sua pelle di bambina, più facile a essere poi aggredita da eczemi, con ispessimenti e croste vermiglie spellate: un principio di dermopatìa, dopotutto meritevole d’essere poi trattata con creme emollienti, se non con vere e proprie pomate topiche o unguenti miracolosi come Ecoval70 – a parte tutto questo: il problema era l’arrossamento intenso, che poteva insorgere anche in seguito a un uso reiterato degli stessi Marigold:, perché il tipo diffuso era quello sfoderato, e solo anni dopo il tipo più raro, foderato in cotone, sarebbe diventato comune, e giustamente popolare. Per ovviare, qualcuna metteva dei guantini bianchi estivi, di tipo dozzinale ma di cotone fresco, sotto i guanti di gomma, che non erano aderenti come i guanti in lattice, i guanti dei chirurghi, di molto successivi.

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6. Il carosello era proseguito. Mani delicate, impregnate di odori d’orto. Mani lunghe con dita adunche, che brandiscono cicche come ghermirebbero vittime. Mani irritate dal continuo sfregamento. Mani aggrappate a un volante come si erano strette in un abbraccio

Poiché appunto i guanti di Margherita per le sue mani calzavano lenti, un po’ d’acqua e di detersivo prese a infiltrarsi tra gomma e pelle. La gomma faceva traspirare ben poco le mani. Prigioniere là dentro, le poverette presero a sudare (benché la miscela acqua+detersivo fosse fredda), perciò l’ambiente in cui esse si ritrovarono a slittare fu presto umido e anaerobico. Queste condizioni critiche alla lunga avrebbero generato un processo sicuro e veloce di corruzione della grana dermica arrossandole, e desquamandole nei casi più gravi. Così spaccate, le mani di Margherita avrebbero finito per giunta per incorporare indelebilmente un forte odore di gomma, difficile a togliersi se non a costo di risciacquarle con acqua bollente e sapone Camay ai petali di rosa, prima di medicarle con qualche emolliente appunto, e l’intero procedimento, dopotutto, sarebbe andato a insistere su tessuti sfruttati. Mia madre, che aveva mani affusolate e bianchissime con unghie curate, si atteneva con scrupolo a queste interminabili sequenze terapeutiche. Margherita no: non doveva saperne neppure nulla, e così sua madre, che, se pure ne avesse avuta notizia, non se ne preoccupava. Per Margherita non venivano fatte valere queste facili indicazioni di profilassi: a scuola, quando c’era da ripulire qualche donazione biologica, di certo no. Connie è con le mani a mollo presso l’acquaio, in cucina. Sta pulendo delle verdure. Con un movimento brusco, la camera dalle mani guizza verso l’alto seguendo il busto e inquadra il viso più da vicino: Connie ha le lacrime agli occhi, un pianto contenuto, dimesso, struggente. Poi l’occhio fa un salto alla porta da cui si affaccia e irrompe Walter, sospiroso e soddisfatto: il maritino eroico, reduce dall’ufficio dove ha dovuto vedersela col boss, il capo: Mr Bull, il prototipo dell’antipatico. L’ultima impresa di Walter è stata rinchiuderlo nella cassaforte dopo aver accuratamente dimenticato, o forse mai saputo, la combinazione aprisèsamo. 36

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Walter si avvicina a Connie da dietro, la stringe e le schiocca un piccolo bacio tra orecchio e principio di guancia, proprio come uno sposo fresco. Sente l’umido di una lacrima che esita, e a quel punto il pianto di Connie diventa dirotto. Allora Walter la stringe di più, la volta e l’accosta a sé, sospingendola un poco contro il bordo dell’acquaio, –Connie! Darling… –Oh Walter… –Oh Connie! What’s the matter, dear? –Walter! It’s the onions!

******* Now, listen and repeat: Darling! – Darling! Oh dear! – Uh dear! What’s the matter, dear? – What’s the matter, dear?

It’s…= It is (contracted form) – It’s… it is: it’s… …the onions! – … the onions! It’s the onions! It’s the onions! – …’tis the onions! It’s … Walter, it’s the onions! – Uh Walter, it’s the onions! ******** Molto in lontananza le cronache ciclistiche di Germi e gli urti di Titti con le ossa contro il marmo freddo mandavano suoni, mentre io, nel tinello, nonostante ora avessi l’intero tavolo e tutte le sedie e tutti i posti a disposizione, me ne stavo sempre piantata sulla stessa sedia del pranzo, però ora girata e finalmente seduta dritta di fronte allo schermo, e da nemmeno 37

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tre metri stavo divorando con gli occhi gli episodi (due per volta, uno per livello di corso) della serie Walter&Connie, corso d’inglese della BBC: English by Television. Non so quanto, dei suoni che producevo io appresso alla lezioncina d’inglese, arrivasse a tutti gli altri, sparsi per la casa sterminata di mia nonna. Lei stava in salone, a pochi metri dopotutto: placidamente in poltrona a leggere il quotidiano davanti al camino, acceso da mio zio con ausilio di ramoscelli, poco importava se secchi o verdi (caso, quest’ultimo, in cui avremmo sentito tutta una beirut di scoppi), e con cartocci fitti fatti con fogli di giornali vecchi stipati apposta: non era ancora sopraggiunta l’epoca delle fatidiche buste di plastica, destinate a diventare il punto forte di mio zio, la sua arma segreta per attizzare falò veri e propri. Sta di fatto che io ripetevo diligentemente tutto quanto veniva detto dagli attori, invogliata soprattutto dalle situazioni, piuttosto puerili dopotutto, ma molto divertenti – del resto se le situazioni puerili non avessero divertito almeno i bambini, chi altri avrebbero potuto divertire? E poi questo semplice episodio era per l’appunto un’unità didattica del livello elementary, per beginners come me che non ero voluta andare a scuola d’inglese. Eppure mia madre mi ci aveva pur portata: un pomeriggio presto, circa tre anni prima, e io avevo conosciuto sia il direttore della scuola che Miss Morris, l’unica insegnante prevista per tutti i corsi e tutti i livelli, I / II / III ‘Baby’ e I / II / III ‘Adult’. Anne Morris era altissima e smilza, e nonostante fosse già ottobre portava esilissimi sandali di cuoio e niente calze. I piedi erano ossuti e molto lunghi: gli alluci sporgevano paurosamente e parevano tendere a ritorcersi, come avesse piedi prensili. Aveva questo viso lungo, esangue e senza trucco, con i capelli molto lisci tagliati pari fino alle spalle, d’un castano livido, divisi a metà in due bande in cima alla testa da una riga esatta al millimetro. E queste mani lunghe, adunche, con le unghie smangiate, e all’indice di una delle due un cerchietto di metallo che non so se si potesse definire anello. A dispetto dell’aspetto, era simpaticissima, un campione esemplare del tipico buonumore britannico, lo stesso che veicolava la serie TV che avrei guardato tutti i giorni subito dopo quel fatidico pomeriggio. Già da un pezzo, mio padre mi aveva segnalato un signore inglese, la faccia lunga, i basettoni e una ricca capigliatura bianca, con la pipa sempre all’angolo della bocca, perennemente alla guida d’un macchinone simile in tutto ai taxi londinesi di oggi. Era il padre di Anne Morris. Chissà che il mio, 38

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di padre, non avesse tentato, indicandomelo in continuazione (perché era un fatto che lo incrociavamo molto spesso, e mio padre, quando il signore non sfrecciava in macchina, ci si fermava a parlare), di farmi una sorta di brain storm, e suscitarmi la voglia di andare, anche io come molte mie amichette, alla Berlitz. Praticamente Miss Morris, e i suoi in generale, nel giro di poco divennero gente familiare per me – come fossero stati dei parenti. Questo signor direttore, invece, era uno di fuori, perché la scuola aveva molte sedi, e da noi aveva aperto da poco. Anche per questo, si vede, il direttore s’impegnava molto nella nostra città a curare le iscrizioni e l’avvio dei nuovi corsi. Costui aveva qualcosa di mellifluo, e di fatuo, o forse di viscido e sporco. Forse era solo uno che cercava di fare dell’onesto marketing, si offriva al meglio che gli fosse possibile, e quel suo meglio era dopotutto un raccapricciante risultato azzimato e mediocre, sempre a rischio di svelare crepe o piccole indecenze, sempre sul punto di smontarsi, esitante giusto in cima alla china vertiginosa e ripida che minacciava di farlo rotolare inarrestabilmente verso un disastro sempre in agguato, e sempre in attesa. Io me ne stavo seduta in atteggiamento neutrale su una sedia davanti alla scrivania di questo signore mentre mia madre trattava con lui su giorni orari livelli, – La bambina, signora, è piccola: possiamo iscriverla solo al Primo Baby. Nonostante stesse spiegando i termini dell’iscrizione e i costi a mia madre, cioè continuasse a parlare a lei, questo signore incalzava con lo sguardo me, mi si allisciava (come si sarebbe potuto dire usando una voce del nostro gergo familiare), e io mi rintanavo sempre più nella sedia, indietreggiando oltre il baluardo fisico della spalliera: stavo per scivolarci dietro, come Alice dopo aver preso la pozione miniaturizzante. Dove altro avevo visto quello sguardo morbido, quelle mani lisce che mimavano il gesto di carpirmi, quell’innocenza di superficie pronta a trasformarsi in un ghigno feroce? Dove altro avevo sentito quel tono accattivante nella voce che subito si sdoppiava in un verso demoniaco? Ma certo! Nel David Copperfield televisivo, che io avevo visto a quattro anni: otto puntate dirette da Anton Giulio Majano a partire dal 26 dicembre del 1965, non so più se prima o dopo aver abbattuto il seggiolone con mia sorella a bordo per essermici gustosamente appesa e dondolata per un 39

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numero irrisorio di secondi, dato che il mio attentato da kamikaze sortì subito l’effetto previsto e sotto sotto sperato. Il personaggio più simpatico era Zia Betsey Trotwood, dietro il grugno duro e generoso di Wanda Capodaglio: la svampita protettrice di suo nipote, l’orfano David, tormentata dai debiti e incalzata dai creditori, i feroci usurai dell’Inghilterra assistenzialista della regina Vittoria. Zia Betsey sarebbe diventata un porto sicuro per il povero David, mentre, nella primissima infanzia, egli aveva già potuto godere delle amorevoli cure della governante, Miss Peggotty, allora fantesca di sua madre. Invece questo qui, il direttore della Berlitz, era uguale identico a Uriah Heep, untuoso responsabile di un qualche pio istituto di assistenza per orfani e ragazze madri prontamente mandati a languire e ghettizzati nelle workhouses, queste prigioni di decenza per la pacificazione delle coscienze vittoriane. L’untuoso Heep, connotato dal continuo sfregarsi le mani poiché la sua opera pia lui la prestava solo per ragioni di lucro e in ultima analisi per cucinare le persone e papparsele (com’era riuscito a fare con i Micawber e con la stessa zia Betsey), nel telesceneggiato aveva preso le fattezze calzanti di Umberto Terrani, una specie di Anthony Perkins italiano dal quale, per una certa somiglianza o curiosa similestesìa, gli si spandeva addosso non solo un che di strisciante ma anche questa paurosa vertigine crudele, e doppia. La doppiezza (ecco cos’era), insieme a un che di laidamente avvolgente, promanava da quell’uomo, dal direttore della scuola, che sembrava volermi ghermire. Così io, che sapevo già leggere e scrivere e avrei potuto frequentare proficuamente il Baby Course One, provai una nostalgìa immediata per il tinello di casa nel dopopranzo, ed ero già in vista, senza saperlo ancora, della mia serie preferita, che poi, in fondo, sarebbe stata pur sempre un corso d’inglese, da cui avrei imparato benissimo, Walter& Connie appunto. Perciò, sempre più rincagnata nel fondo della sedia, con le gambette che avevano preso a ciondolare per conto proprio come mi fossi trasformata in una bambola di pezza, con forza impassibile pronunciai il mio: – No, io non ci vengo: non m’interessa. Il direttore dovette ingoiare amaro. Pensava d’averci già in tasca: me mia madre e i nostri soldini – che non saranno stati tanti ma andavano pur sempre a sommarsi a quelli di tutti gli altri polli, genitori e figli, già arruolati con le stesse lubriche blandizie. 40

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Tuttavia, il signore sfoderò un ammirevole controllo della situazione, – E va bene, signora, vorrà dire che la iscriverà più in là, quando sua figlia sarà più grande. Del resto quando sono così piccoli non si può troppo forzarli, vero cara? Era proprio Umberto Terrani, fisicamente non proprio uguale però lo stesso morfotipo – mi dava proprio quest’idea, forte, di unto. Sgambettai felice molto lontano, tenuta per mano da mia madre che continuava a chiedermi, – Ma sei sicura? Ma proprio sicura? Ma sicura sicura sicura? D’altra parte la fronte alta di Mr Bull, the boss era ugualmente lubrica: come è tipico di chi ha una calvizie a chierica (Mr. Bull la copriva con la bombetta da manager della City). Eppoi la generale untuosità era ancor più esaltata da due mozziconi di baffi nerissimi, molto tipo James Finlayson (l’attore messo in croce nelle comiche da Stanlio e Ollio, quello che puntava sempre uno sguardo indignato, e strabico, verso la camera – rare volte quel ruolo da comprimario di lusso era stato svolto da Ben Turpin, che strabico lo era davvero). Mr. Bull è la vera bestia nera di Walter. Stavo appunto seduta sempre alla stessa sedia nel tinello di mia nonna, quella già del pranzo, sempre appiccicata al televisore, assorta a guardarmi in santa pace Mr. Bull che trotterella agitando l’ombrello chiuso e usato come bastone da passeggio in una mano e la cartella da uomo delle finanze nell’altra, la bombetta ben calcata sul cranio. Percorre strade, attraversa semafori. Tutto con invidiabile aria decisa, imperturbabile. L’unità didattica del secondo livello, intermediate, è sul futuro: SHALL / WILL: form and use Walter è un allegrone, e decisamente anche una specie di errore, una mina vagante. Si dà arie da guidatore sportivo, sogna forse di pilotare l’Aston Martin di James Bond con la stessa spregiudicatezza e fortuna, suscitando lo stesso fascino. Invece piomba sulle strade come un incosciente. Il tragitto verso l’ufficio, guarda caso, lo fa passare anche sulle strisce pedonali più famose del mondo, dove anni dopo io stessa avrei visto con questi miei occhi frotte di giapponesi accanirsi a scattare fotografie, a riprendere proprio il pedestrian crossing – le white stripes di Abbey Road, le strisce bianche proprio, dette anche zebras, ignorando senza ombra di turbamento i 41

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dimessi e gloriosi edifici della Apple Records che sorgono proprio lì accanto. Walter guida allegro, e del tutto svagato. Magari pensa a Connie, la mogliettina che lo aspetta a casa, e che rivedrà solo nel pomeriggio, dopo l’ufficio. Può darsi sia vagamente attraversato da una certa iniziale nostalgia di lei, ma al momento sembra molto preso dalle proprie imprese di automobilista. Walter alla guida ci pensa e non ci pensa, ci sta attento e non ci sta attento. Mr. Bull sta camminando sempre con la sua aria compunta lungo una strada verso un incrocio: si sta avvicinando con falcate autorevoli a un passaggio pedonale. Il semaforo è rosso. Non rallenta il passo, mostra un’aria molto sicura – magari ha calcolato che, quando ci arriverà, il semaforo scatterà. Anche Walter, in macchina, sta per raggiungere un incrocio. Il semaforo è verde: non rallenta e prende coraggio, accelera. Mr. Bull è quasi al semaforo: come aveva calcolato il rosso diventa verde, così può mantenere il suo buon passo e guadagnare tempo nella marcia di avvicinamento alla meta. Walter è ormai quasi sull’incrocio: a tradimento il semaforo rapidamente trascorre al giallo e subito al rosso. Walter è spiazzato dalla sorpresa: si aggrappa al volante (un classico), e punta tutte e due le scarpe sui pedali. Mr. Bull è già con tutti e due i piedi giù dal marciapiede, ha già incominciato a attraversare le strisce. Walter ci piomba sopra e si pianta con la macchina in pieno incrocio – Mr. Bull per un soffio riesce a tirare indietro i piedi, a salvare le gambe, e ora guarda con aria furiosa questo sciagurato che stava per acciaccargli le scarpe di coppale, lucidissime. Walter ha nascosto la testa dietro le mani sempre aggrappate al volante come se questo semplice fatto non solo possa proteggerlo sul serio, ma davvero lo faccia sparire e riesca a sottrarlo a questa specie di disastro, riuscendo a risparmiargliene per miracolo le conseguenze. Walter solleva un sopracciglio, libera un occhio, identifica Mr. Bull, starà desiderando liquefarsi. Mr. Bull, ingrugnato, sta girando attorno al veicolo – lo vuole vedere in faccia, il manigoldo. Walter, sempre tenendo la testa nascosta dietro le braccia e lo sterzo, vorrebbe stringere gli occhi, serrarli il più possibile, fare finta di nulla, scomparire una volta per tutte. 42

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Mr. Bull e il suo brutto muso sono a pochi centimetri, oltre il finestrino, mezzo abbassato, dello sportello dal lato del guidatore.

– Walter? – Hello, Sir. – Walter! – I am very sorry, Sir. – Waltaaa! Praticamente un ruggito: Mr. Bull si raddrizza, si allontana un po’ dalla macchina, si mette in salvo e riprende con aria indignata il cammino, non prima però d’aver inveito puntando verso Walter l’ombrello sempre chiuso, promosso da bastone da passeggio a daga, – Well, I shall see you in court! (Ci vedremo in tribunale!) Walter solleva definitivamente il capo, scopre la faccia, rinuncia al nascondiglio di fortuna e mormora piuttosto affranto, più che altro per confortare se stesso: – I beg your pardon, Sir!, proprio nel senso di: imploro, mèndico perdono. Io avevo ripetuto tutto ordinatamente, ma mi stavo talmente sgangherando dalle risate che mi ero persa quest’ultima battuta, anche perché Walter l’ha pronunciata talmente piano: non si sarà sentito neppure lui.

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7. Tra le tre e le quattro di quello stesso pomeriggio, ci si era dovuti buttare in un’avventura vera. Si raduna una banda di ragazzini, affiatati e solidali come una ciurma di nave sintonizzata sullo sguardo lungo del proprio capitano.

Sulla porta del tinello spuntò il visetto di Massimino. Doveva essere stato a spiarmi per un pezzo. Non m’ero proprio accorta d’averlo avuto alle spalle mentre saltellando sulla sedia avevo dialogato col monoscopio. – Titti e Germi sono andati giù? Ecco qualcos’altro di cui avevo perso il controllo. Sullo schermo intanto cominciava a scorrere la sigla del terzo corso BBC, livello advanced: Slim John/RobotFive (‘a robot from outer space’). In effetti lo sguardo quasi trasparente di Slim John (un uomo giovane, per l’appunto secco secco, con una calotta di capelli neri, tutti deliziosamente svirgolanti, sulla nuca, dietro le orecchie, attorno alla fronte, con una vaga scriminatura a destra, classica in genere nei maschi fin da quando sgambettano nei pantaloni corti da ometti, tenuti su, sotto i maglioncini blu o grigi, da straccali doppi) nella realtà colorata doveva essere d’un celeste acquamarina, che a me pareva sempre in tutto simile agli occhi acquosi di Margherita, e forse per via del bianco e nero parevano occhi glauchi, davvero vuoti, estranei, anzi alieni appunto. Stevie e Richard, gli amici umani di Slim John, androide ribelle, avevano già cominciato a sbrogliare le trame oscure del nuovo episodio, ma io voltai loro le spalle e sgusciai via dalla mia sedia appiccicata al televisore. Andai dietro a Massimino per mettermi con lui sulle tracce dei due dispersi. Non avrei potuto esimermi dal seguirlo neppure se fossero state le quattro del pomeriggio, sì, ma di venerdì: a quell’ora, finalmente, ben prima di I ragazzi di Padre Guida, in onda sempre alle cinque (programma dal quale avevo avuto conferma dell’azione dei missionari comboniani in Africa, e delle loro due rivistine, Il Piccolo Missionario e Nigrizia, cui su insistenza di suor Fiore, a scuola, avevamo fatto tutti l’abbonamento annuo rinnovabile), sarebbe già partita la sigla iniziale di Avventura, con la voce da negro bianco di Gary Brooker, il cantante dei Procol Harum: All hands on deck / we’ve run afloat / I heard the captain cry Explore the ship / replace the cook / let noone leave alive 44

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Across the straits / around the Horn / how far can sailors fly? A twisted path / our tortured course / and no one left alive…

Mentre mi apprestavo a buttarmi in questa avventura reale, la canzone e quella voce avevano preso a circolarmi insistentemente in testa, e a spargermi dentro e addosso una curiosa tristezza febbrile, una mestizia adulta. Una malinconia consapevole che, nei fatti della vita vera, c’è qualcosa di irrimediabile fin dall’inizio, una specie di sentenza senza appello a partire dalla quale tutto cambia e prende un suo verso definitivo, che si traduce poi nell’unica sensazione possibile: una prima reazione ancora rabbiosa, che poi si spegne e diventa sommessa e disperante – un dolore sordo che ha un nome preciso, amarezza: come un sale che pur in dose modica condisce tutto. Allora, nel mio cuore di bambina, come lo sparo di una dose letale somministrata in un’unica soluzione e messa velenosamente in circolo per sempre, io percepii tutto questo istantaneamente, e lo sistemai per bene dentro di me senz’analisi, in blocco, usando, per registrarne il dato e l’acquisizione, gli strumenti dell’istinto, quello che da adulti richiamiamo su sollecitazione del ricordo e solo allora cominciamo a analizzare e a mettere davvero a fuoco. Anche di quella voce nera che ascoltavo rapita tutte le settimane in apertura del mio programma preferito io non sapevo nulla, ma quella specie di lamento nobile io l’ho conservato integro per anni dentro di me, in attesa d’avere l’occasione buona per (ri)conoscerlo. Un pomeriggio d’aprile sono andata in un negozio di musica accanto all’annessa libreria in via delle Botteghe Oscure, e dopo aver inutilmente cercato tra i dischi qualcosa di cui non sapevo assolutamente nulla (tranne le prime parole, All hands on deck….) sono andata dritta al banco, dal direttore del negozio, un ragazzo smilzo, quarant’anni sicuri ma giovane, giovanissimo come tutti noi trentenni inoltrati degli anni Novanta, cresciuti e pasciuti, tutti, a ideali battaglie romanzi e pene d’amore. Ero disposta a mettermi a cantare, come avevo già fatto con qualche amico che non aveva saputo rispondermi. Solo uno di loro aveva perlomeno intuito che il gruppo fosse quello dei Procol Harum, disgregatosi appena dopo l’album che contiene questo pezzo memorabile, e mi aveva dirottata verso A whiter shade of pale, che è il loro pezzo più noto, clonato dai Dik Dik subito, visto che i Sessanta sono stati anni di gagliarda contaminazione pop, zeppa di covers. 45

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Guardandolo, questo ragazzo cresciuto e molto appostino, mi sono detta: lo sa, questo qui lo sa. Ma ero già pronta alla delusione, e a rimettermi a brancolare nel mare nero di questo ricordo lacerante, destinato a reintrecciarsi in un vortice vertiginoso con lo struggimento fino alle lacrime che mi aveva suscitato un’altra rubrica RAI di reportages. Nella sigla di questo secondo programma, le immagini dell’impresa del K2, la conquista della vetta contro tutte le avversità naturali: bufera, stordimento, ipossia, principi di cancrena da congelamento, erano rese definitivamente insostenibili dal commento del 3° poema sinfonico di Franz Liszt, nel punto in cui la persistenza degli archi esprime proprio lo sforzo strenuo del corpo e la strenua fatica mentale, leniti appena dall’effetto balsamico della vittoria, e sbottati nella commozione. E io, tutte le volte che avevo riguardato quelle immagini e riascoltato quella musica, mi ero ritrovata puntualmente sempre a un passo da uno scoppio di pianto, cui invece avevo ceduto subito, e indecorosamente, nel guardare, tutta sola, la serie americana Gli uomini dell’elicottero, le avventure di una pattuglia di elisoccorso, che riusciva anche nell’impresa impossibile di salvare un uomo precipitato in un crepaccio, e rimasto a languire ferito, e possibile preda dei lupi, una notte intera. – Senti, faccio al ragazzo adulto, capitano del negozio di dischi alle Botteghe Oscure. come fosse uno dei ragazzini del palazzo dove sono nata e cresciuta, uno con cui avevo giocato a pallone e fatto a botte pomeriggi interi, – io cerco da anni un pezzo, dei Procol Harum, (sfoggio anche, piccandomi, l’unico straccio di notizia che credevo d’essere l’unica a sapere), – quello che apriva il programma Avventura, presentato da Bruno Modugno… – …A Salty Dog! Me lo ricordo benissimo, lo vedevo anch’io. Quello che comincia con il rumore del mare e i gabbiani, e comincia anche a cantarlo. Poi con la massima naturalezza si volta e in una pila pazzesca di CD va a colpo sicuro col dito. – …dovrebbe esserci ancora: c’è rimasto, Se’?, chiede distrattamente al suo collega alla cassa, rockettaro giovane ormai cresciuto come lui e me, che da subito si è animato alla mia richiesta e ha preso un bel colore in viso emergendo dal suo grigio, come se la cosa riguardasse anche lui in modo strettamente personale. Ma tanto, ormai, il 46

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mio vecchio amico lo ha trovato da sé, lo aveva già trovato, subito, da solo, senza scartabellare troppo, e mi ha consegnato il disco senza battere ciglio. Io sono emozionata, e penso si veda – quello è un pezzo della mia storia, forse il mio più intenso, quello che io ho annusato forse coi sensi più dispiegati ch’io sia stata capace, del tutto a istinto, di aprire a captare la vita. Questo ragazzo fantastico è già oltre ma io resto un momento a guardarlo come fosse un magnifico portatore d’acqua o uno sherpa prezioso, un miracolo vivente. Ora posso ripartire.

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8. I ragazzini della banda erano decisi a setacciare la città mentre Lea e York pattinavano in veranda. I fatti finirono per rovesciare le parti mentre si correva a zigzag tra risse inseguimenti e ipotesi di sequestro: poi era calato un lento imbrunire quasi estivo.

In giardino non c’era nessuno, neppure i cani. Lea, e York suo figlio, i due setter da caccia dal mantello rosso tiziano (elegantissimi quando riportavano a mio zio le quaglie sparate, che poi mangiavamo, tutti insieme, brasate da mia nonna in padella, con un filo d’olio e col vino bianco, come miniature di polletti cotti interi), erano i padroni della veranda ampia del secondo piano, che girava attorno alla mossa del cavallo in cui si snodavano le stanze di servizio, e ora da sopra ci sorvegliavano smaniando dietro alle ringhiere a tutta vista che da un paio d’anni avevano scalzato i muretti a secco arancio, rifiniti con lastre di marmo ausonio venato da strie grigie, brillanti in qualche punto di gemme di quarzo: le stesse in effetti adoperate anche per le lapidi cimiteriali. York era indeciso tra l’ergersi sulle zampe posteriori stando in piedi per tutta la lunghezza del dorso, quasi sul punto di scavalcare e buttarsi a capofitto in giardino dal secondo piano, e l’infilare il muso nella strettoia tra la soletta della terrazza e la base della ringhiera, e poi da lì provare a far scivolare giù, per raggiungerci, tutto il corpo, magro e spigoloso, appena ammorbidito dalla fluenza del pelo: forse anche per questo il passaggio continuo da una soluzione all’altra lo scuoteva di una frenesia inarrestabile. Massimino e io ci aggirammo per il giardino e demmo una voce, ma era chiaro che Titti e Germi non c’erano – nulla, nel prato, nel fogliame, negli arbusti, nelle aiuole di rose, tradiva neppure il loro passaggio. Visto che non c’era recinzione, salvo quel certo margine morale del fossato oltre gli oleandri la palma e la magnolia, a nostra volta noi due lo varcammo, e uscimmo nel mondo, in cerca. Ci tenemmo lungo il perimetro delle scuole comunali per il lato che seguiva il nastro d’asfalto principale, sgusciando via, lontano dal portone di casa: lasciandocelo alle spalle. All’incrocio, tagliammo diagonalmente per cambiare sponda e inoltrarci in un incastro di stradine da cui casa nostra sarebbe sparita alla vista, così nessuno di casa avrebbe potuto sorprenderci a scantonare, però neppure correre a sorvegliarci, e proteggerci. Dall’angolo in fondo, quando ormai ci eravamo lasciati tutto il nostro mondo alle spalle, ci venne incontro Germi di corsa, – Titti: presto!... Gli zingari: l’hanno presa! 48

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– Come presa?, feci io col solito istinto pompieristico. – Presa. Presa! Acchiappata!, rinforzò Massimino. – Ma scusa, sai, tu eri con me: che ne sai? – …sotto il naso, a questo punto l’hanno già portata via!, smaniava Germi. – Ma via dove, scusa? – Lontano…Via! – Dove proprio non si può più trovare, si avvilì Massimino. Io cominciai subito a immaginare che l’avessero già stipata nella cambusa di una delle loro roulottes, o magari nel doppio fondo di un baùle pieno di vesti marchiate da quell’odore pesante, di stantìo, di smesso, e di fuliggine, che emanava anche dalle donne quando bussavano alla porta di casa e tendevano le mani per farsi allungare qualche moneta. Potevo sentirmelo nel naso in quel preciso momento, quel tanfo, e mi si mise direttamente al cervello in modo definitivamente intollerabile al pensiero che Titti, col fiato corto e affannato del topolino in trappola, poteva starlo addirittura respirando a pieni polmoni in quello stesso istante. O forse stava soffocando nel portabagagli di una delle loro mercedes, zeppo magari di mercanzia rubata, in cui poteva esser stata forzata a entrare da uno degli omaccioni del clan, magari il marito di Maria stesso, ma in fondo, visto quanto Titti era mingherlina, una delle donne o forse persino una delle ladruncole irriducibili poteva averla spinta dentro con energia sufficiente per richiuderle il cofano sulla schiena a chiave lasciandola a brancolare in quello spazio enorme e buio e puzzolente e soffocante. Segregata così, in pochi istanti Titti, in depressione respiratoria, anche per il terrore e il pianto, ci avrebbe lasciato la pelle, accidenti! Naturalmente il trucco balordo era che, mentre tutti noi saremmo stati in giro per la città a cercarla ovunque, Titti sarebbe rimasta a languire appena alle spalle di casa nostra – nel posto più ovvio e vicino, dove a nessuno sarebbe venuto in mente di cercarla. Perciò questa fu la prima cosa che dissi, – Dobbiamo tornare a casa. – Ahò, ma non te ne importa proprio niente di tua sorella?, esclamarono loro due all’unisono. Mi venne una tristezza mortale. Pensai a Amanda e Cèci che magari ora erano a scuola di ballo, alla sbarra di fronte alle pareti a specchio, a ammirarsi nelle varie posizioni della danza classica, mentre io brancolavo in una disperata sciagura familiare. Pensavo, anzi, che Amanda poteva essere andata prima a scuola d’inglese. Lei non aveva puntato i piedi quando le era toccato iscrivercisi. O forse per 49

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lei aveva deciso tutto sua madre, che ce l’aveva portata a cinque anni, quando Amanda ancora non sapeva né leggere né scrivere: perciò, dopo un anno regolare nel Baby Course One, non aveva potuto sostenere gli esami di fine anno, e l’anno dopo s’era dovuta riscrivere al primo: aveva dovuto ripetere, anche se era bravissima. Doveva esserci andata con suo fratello, Giuseppe: lui senza perderla di vista neppure un secondo, con l’autorevolezza che gli proveniva dai quattro anni in più e dall’aria seria (anzi austera, soprattutto da quella), l’aveva prima portata alla Berlitz, poi l’avrebbe accompagnata a danza, e infine l’avrebbe riportata a casa, sana e salva, e nessuno mai avrebbe osato prenderla o toccarla perché c’era lui a proteggerla. Cèci invece proprio non era esposta a quel pericolo, perché a danza ce la portava sua madre direttamente da casa, oppure l’amica di sua madre, Gigliola, con la seconda figlia Gabriella, mentre la prima figlia, Daniela, che era coetanea del fratello di Amanda, era diventata una specie di assistente di Miss Morris a scuola d’inglese, e faceva da intermediaria tra lei e i pupils, gli allievi più piccoli – come in un asilo, Daniela, allieva già grande, era per i piccoli una specie di angelo custode. Cèci non poteva contare su suo fratello Marco, coetaneo di Giuseppe e di Daniela e di una loro amica molto attaccata: Rita, perché, anche se lui era più grande di lei, appunto di quattro anni, però era letteralmente un dinamitardo. Alle feste Marco lo faceva apposta a spaventare le bambine con certe caramelle che scoppiavano, oppure accendeva certi piccoli petardi senza travestirli, si divertiva a lanciarli tra le gambe dei ragazzini e delle ragazzine che la madre Loretta invitava a casa loro. Marco faceva combriccola solo con gli amici suoi, quelli con cui passava pomeriggi interi a sbucciarsi le ginocchia a pallone: solo maschi, tutti cordialmente stronzi come lui. Erano attentatori professionali ma dei kamikaze non avevano niente: i petardi li lanciavano a distanza di sicurezza, lontano quanto bastava per starsene comodamente a osservare l’effetto degli scoppi snervanti, a vederci saltare tutti, gambe all’aria, e facevano solo giochi in cui godevano a mettere in mezzo tutti gli altri solo per starli a guardare e riderne di cuore. Se Germi non fosse stato appena più piccolo, o mingherlino quanto Titti, avrebbe potuto salvarla, sventare il rapimento. Le si sarebbe parato davanti col corpo e avrebbe sfidato la ghenga di ragazzini: non se la sarebbe lasciata portar via. 50

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Tanto per dire, se i piccoli zingari, o i loro fratelli più grandi, avessero provato a alzare un dito su Margherita, in suo aiuto sarebbe corso nientemeno che suo fratello Rodolfo in persona, che, per quanto facesse solo le medie, per stazza quasi eguagliava suo padre. E se anche fossero riusciti a gabbarlo (perché poi, per grande e grosso che era, Rodolfo era pesante e non sveglissimo), sarebbe bastato che Rodolfo fosse corso in negozio, a ricorrere a suo padre, appunto. Bè, a quel punto la sola prefigurazione della tragedia pronta ad attenderli avrebbe convinto gli adulti del clan a pretendere dai minori che restituissero immediatamente lo scomodo bottino, e anche che chiedessero formalmente scusa. Prima li avrebbero solennemente lodati per aver montato (essendoci persino riusciti) l’impresa di acchiappare Margherita (che a dieci anni era il donnone che era), e li avrebbero premiati con carezze; poi, quelle carezze le avrebbero trasformate in terribili pizze dietro le nuche e sulle piccole fronti colpevoli (tecnicamente: coppini), e poi in veri e propri schiaffoni a raffica, per convincerli a mollare la donzella, e a riconsegnarla a domicilio, debitamente impacchettata e infiocchettata. Ma d’altra parte a chi, anche fra quei mariuoli spregiudicati, sarebbe mai venuto in mente anche solo di progettare di portar via Margherita alla sua mastodontica famiglia? A chi mai sarebbe venuta voglia, tanto per cominciare, anche solo di vedersela con lei? In effetti, Rodolfo spuntò giust’appunto al nostro nebulosissimo orizzonte, e io fui attraversata dal pazzo pensiero di chiedergli di darci una mano. Lui avanzava con imponenza (come altro?), e io, fissandolo, gli feci capire che intendevo parlargli. Lo capì? Si avvicinò tenendo le mani nelle tasche del giaccone, e puntando il mento verso me. Pur facendo subito capannello con noi, ignorò Germi e Massimino, e mostrò di rivolgersi a me sola. Tutte mosse che gli attribuivano virtù di autodeterminazione, e gli conferivano ben altra dignità. Ora bisognava pur escogitare qualcosa. Ma che fare? E partendo da dove? Allo stesso nero orizzonte di prima prese forma la sagoma robusta di Margherita: un pupazzo, una macchia all’inizio, poi sempre più lei. E avanzando verso di noi, anche gli occhi chiarissimi e i pugni violacei diventarono iridi riconoscibili dotate di lumen e le sue note mani screpolate. Rodolfo non aveva intenzione di decidere alcunché, per i piani si affidò a me completamente, e poi si dispose ad agire e a trainare il gruppetto. 51

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E la prima a ricevere ordini insieme a scarne spiegazioni fu Margherita, sua sorella. Con lena selvaggia, la bandaccia si mise in marcia, e risalendo tutto il tragitto, che io avevo fatto all’andata trascinata da Massimino, ritornammo tutti in giardino da noi, e da lì, dopo breve esitazione, ci preparammo a muovere attraverso il campo d’erba, che al momento ci sembrò immenso e aspro, in direzione delle roulottes e delle mercedes zingare. Il vero guaio sarebbe stato affrontare tutta quella gente: le temibili bande dei ragazzini, i padri e gli zii orchi, le madri e le zie streghe. E a capitanarli tutti ci sarebbe stata Maria, e, sodale con lei, una sua sorella più anziana, di cui non si è mai saputo il nome e che pure riconoscerei tuttora: una donna misteriosa (forse cattiva: una megera?). Sapere di Maria non era per niente d’aiuto. Anzi, con tutto il resto, stava provvedendo a disfarmi. E dentro di me già impazzivo per l’immanità del compito. Ero semplicemente disperata. Ero certa che Titti non l’avremmo scovata, che per qualche sortilegio ostinarci a cercarla, e sotto il naso di quelli che potevano averla presa, beffardamente ci avrebbe impedito di vederla, così che quelli là, dopo aver riso di noi: ridicoli imitatori delle ciurme dei nanodetectives nelle collane per ragazzi tipo Le Avventure di Nancy Drew che divoravo l’estate, avrebbero ripreso le loro arie arcigne e il loro predominio feroce, e di noi, pupetti insolenti, avrebbero fatto succulente polpette. Le risa, partite basse, avrebbero preso a montare, e mentre quelli là ci avrebbero soverchiati e sopraffatti, sarebbero diventate risate fragorose e assordanti, risate cattive, risate crasse e bastarde, da balordi. Che ci avevano questi da ridere? Ma che si ridono? Di che? Da poco, in effetti – a pensarci bene, già da un po’, il raschio delle unghie di Lea e York contro il mattonato poroso della veranda, su, in alto, al secondo piano, sopra i garages, si era fatto convulso: eppure io, nella selva dei suoni ambientali, riuscivo a distinguerlo solo ora. Fastidioso! Da ghiaccio nei denti, stando a come le due bestie, affannosamente, ci pattinavano sopra, rischiando di finire zampe all’aria, con le orecchie e i lembi dei mantelli fulvi svolazzanti come orli di organza di vesti a festa. Tutti avevano già puntato i nasi dall’oleandro su, verso le ringhiere bianche, e anch’io adesso contemplavo uno spettacolo magnifico. E le risa erano tutte vere, erano risa sgangherate, di sollievo e di rovesciamento del 52

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tragico in grottesco, di irrisione al falso allarme, eppure io non riuscivo a ingoiare e rimandare a posto il cuore che tenevo incastrato in gola. Alla ringhiera, Lea e York, coi loro mantelli rossotiziano e le orecchie svolazzanti mosse dal vento, facevano corona a Titti, che, per aggrapparsi meglio alla sbarra grigioantracite, aveva incastrato le scarpette tra le prime due barre bianche appena sopra la soletta della veranda: avrebbe potuto scalare l’intera ringhiera, e rovesciarsi allegramente di sotto, invece rideva nella sua scamiciata celeste su un dolcevita più chiaro, il viso rosso rosso di risa sotto la corona di riccioli pure rossotiziano, che l’elastico stretto attorno alla coda non era riuscito a contenere. Rideva di noi che la guardavamo come un’apparizione, felice d’averci rovinato quest’avventura, visto che non c’era più nessuna ricerca disperata da fare. Guardai Germi senza vederci né un bambino né un cugino, e la scena cominciò a trasformarsi in un’epopea del West in cui noi due eravamo i duellanti al rallentatore, e senza aver mai smesso, ma essendosi solo sopita, ora, di nuovo udibile dentro di me, A Salty Dog aveva ripreso a circolare lenta, We sailed for parts / unknown to man / where ships come home to die…

Mollai a Germi uno spintone sulla spalla che lo destabilizzò parecchio. Lui mi guardò con aria perplessa, e dopo un numero enorme di secondi, in cui dovette passare al setaccio un numero infinito di modelli di comportamento calzanti, mi restituì lo spintone, e anche se era più piccolo, essendo maschio, caricò la spinta di una forza di spostamento decisamente più grave della mia. Allora io mi chiesi se, stipato da qualche parte, anch’io avrei scovato un modello di comportamento adeguato, e dopo breve ricerca mi risolsi per un’altra spinta più uno schiaffo. Gli altri intorno a noi, a loro volta, stavano ancora decidendo quale politica seguire, No lofty peak / nor fortress bold / could match our captain’s eye…

se mettersi a fare il tifo, oppure bloccarci, prima che, con difficoltà, si fosse reso necessario separarci, una volta che, mentre loro prendevano tempo a risolversi in una qualunque azione, noi fossimo venuti definitivamente alle mani, e a quel punto loro avrebbero rischiato parecchio, perché si sa che chi separa due che si menano finisce per prenderle di brutto: aritmeticamente, la somma delle botte di ciascuno dei lottatori. 53

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Noi intanto procedevamo in questa specie di rissa al rallentatore cui eravamo incerti se aggiungere magari qualche insulto. In quel caso avrei dovuto cominciare io, visto che Germi aveva montato un caso inesistente, eppure gravato di una serie di conseguenze tutte seccanti. L’unica era che a questo punto quelli cui la stazza conferiva uno straccio d’autorità morale si decidessero a imporsi e a sedare la lite. Infatti, per questioni di genere credo, agì per primo Rodolfo: tirò via Germi per sottrarmelo, perché era evidente che covavo il progetto non vago di ridurlo in poltiglia, mentre Margherita placcò me, che ormai avevo discriminato una volta per tutte il modello pugilistico fra i tanti che mi erano balenati per la testa, e avevo cominciato a darci dentro in modo pesante. A salty dog / this seaman’s log: / your witness my own hand…

L’ultima cosa utile che ricordo è che incrociai il dilagante sguardo celeste di Margherita, che incombendo su di me da dietro e, grazie a una mia rotazione di testa e busto, anche da sopra prese a guardarmi con aria materna, mi parve, e poi in fretta e furia si dileguò col fratello Rodolfo. Ehi! Non le avevo chiesto se aveva guardato il telegiornale; se aveva capito perché Mercks piangeva tanto, buttato sparso su un lettuccio, a gelarsi nella tutina a pelle da ciclista; se aveva preparato la sua lista di animali; se aveva lavato i piatti e scrostato le pentole; se aveva ripulito per bene il piano della cucina e il pavimento da resti di cibo e molliche, dalle macchie di sugo e la colla di grasso. Titti intanto era scesa in giardino, e stava dicendo a Germi che era tornata subito a casa dopo aver comprato un quaderno e una biro. Zitta zitta, senza farglielo sapere, si era infilata di soppiatto nella cartoleria. Germi le stava dicendo che s’era voltato e dopo non l’aveva più trovata, così aveva preso a guardarsi intorno con preoccupazione sempre più soffocante. E anche lei ora gli stava spiegando che, quando era uscita dal negozio col prezioso bottino, regolarmente acquistato con una pila di monetine che di lì a qualche anno, per effetto dell’austerità, sarebbero diventate ridicole banconote con potere d’acquisto prossimo allo zero, non l’aveva ritrovato ad aspettarla per tornarsene a casa insieme. – E certo!, disse lui dandosi importanza, e ammettendo senza volerlo d’essere stato troppo sbrigativo nelle prime preziose ricerche, perché a quel punto, nella sua immaginazione prematura di bambino incline all’epica, era chiaro che doveva esserci sotto niente meno che un rapimento. 54

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Insomma Titti gli era sparita sotto il naso, e Germi aveva preso a farsi conquistare dalle gustose ombre lunghe del pericolo, le stesse che ora cominciavano a mischiarsi al gelo del campo immenso steso davanti a noi per spalmarci sopra il buio della notte, e già sul punto di spargersi sul successivo decennio, dei sequestri veri, e del piombo. Sullo sfondo cominciammo a veder brillare i fuochi zingari. Come c’ero potuta cascare? Come avevo potuto credere che fossero stati loro a prendere Titti? Questi qui erano tutta gente che noi conoscevamo bene, che ci conosceva fin da quando eravamo venuti al mondo. Anche se ci spartivamo solo i lembi opposti dello stesso fazzoletto di terra, e tra ragazzini, noi e loro, non avevamo mai giocato insieme (forse sotto sotto lo avevamo anche desiderato ma la differenza vera tra noi e loro era che noi avevamo la spensieratezza per farlo, loro no), però sentivamo di appartenere a una comunità allargata in cui tutti si conoscevano, e tenendo le rispettive postazioni si aiutavano. Questi qui rispettavano mio nonno, e lui li rispettava. Quello stesso anno, in autunno, mio nonno morì. Esattamente il 4 novembre, giorno della Festa d’Unità Nazionale in cui si commemorava anche la fine della Grande Guerra. Nonno Germano vi aveva preso parte come Ufficiale del Regio Esercito, perciò il giorno del funerale, cioè come da protocollo medico legale tre giorni dopo l’accertato decesso, nonno fu messo nella cassa vestito con la sua divisa di gala. E quando il corteo partì alla volta della chiesa, loro erano tutti, compìti, dietro al feretro: Maria, il figlio scemo Sergione, e il capoclan, suo marito (una specie di Sergente Garcia) guidavano la delegazione zingara che peraltro si era disposta con discrezione in coda a tutti gli altri convenuti. Per la verità, già in mattinata si erano presentati: erano venuti a casa. Le due ante della porta di casa dei nonni al secondo piano erano spalancate per lasciar accedere la processione di parenti e amici: loro erano sfilati dentro distribuendosi nell’ingresso e mettendosi diligentemente in fila per entrare nel salone, gelido – col camino spento, e andare a porgere le condoglianze a mia nonna e ai quattro figli: Anna, mia madre, le due sorelle Angela e Elena, e l’erede maschio, zio Ernestino. Noi bambini eravamo stipati nella camera a due letti, compresi i cugini isolani, e proprio loro mi sobillarono: – Non sarà quasi ora di pranzo? Vai tu a chiedere che ora è. Che ci fosse qualcosa sotto l’avevo capito, però quel pretesto per sbloccare la situazione mi parve manna dal cielo in ogni caso. Così schizzai 55

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nell’ingresso e presi a farmi largo tra i capannelli di adulti, e benché cercassi mia madre mi rivolsi a Zio Ernesto, perché lei non era in vista e fu lui tra quelli di casa che incrociai per primo: – Zio, che ore sono? – Eh, che ore sono?!, e scoppiò a piangere. Era il 7 novembre, appunto, giorno di Sant’Ernesto. Salì a un certo punto, poco prima che ci si avviasse verso la chiesa, una ragazza che vedevamo spesso passare sotto casa, una giovane zingara che si era sposata con uno del posto, giovane anche lui. Per amore. Uno scandalo che la gente s’era sfiziata a montare. Lei era una delle molte cugine di Maria, ed era bellissima. Non era trascurata come Maria e le altre, era raffinata, usava anche lei il rossetto e lo smalto, e aveva labbra lucidate col gloss, però coi contorni non sbaffati, e le unghie non erano smangiate e sporche, e lo smalto non era consumato. Aveva un portamento regale, e fiero – e con fierezza, si era messa contro la propria famiglia che non ammetteva questa unione con un nonRom. La famiglia di lei disapprovava il matrimonio per le stesse ragioni che avevano inizialmente mosso la famiglia di lui a ostacolarlo. La gente ci si faceva il bagno: tagliava a tutto spiano, anche perché lei era in attesa di un figlio, e lui lo sapeva: per questo non aveva esitato a sposarla, ma aveva anche giurato che l’avrebbe sposata comunque, contro tutti.

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9. Si torna alla casella del mercoledì, in aula, al solerte esercizio di’ riportaggio’ dei fatti in Cronaca. Suor Fiore volteggia e gonfia la gonna: si accende lo spot di certe caramelline in cui un nugolo di bambini intona un coro struggente attorno alle gonne materne.

Mino continuava più che mai a gongolare. – Scrivete il titolo:

Cronaca – … grande e bene al centro, ci aveva appena impartito Suor Fiore col suo perfezionismo da fata del rigore, che ai miei occhi la rendeva venerabile, dunque adorabile e temibile insieme. Mino prese subito a bearsi a descrivere i mezzi cingolati che scivolavano silenziosi schiacciando sassi e teschi per i sentieri petrosi fra le Alture del Golan, immaginava con gusto il cranio scolpito di Moshe Dayan alla testa dell’esercito dello Stato d’Israele spiccare nel sole e nel vento contro la terra arida del deserto, la pezza nera sull’occhio cavato di eroe nella Guerra dei Sei Giorni. Io mi misi a rievocare il mezzo busto di Golda Meir, e la barba e la chioma bianche di Ben Gurion, il padre dello Stato di Israele. Nessuno di noi avrebbe neppure alluso a Yasser Arafat se non per assegnarlo al suo ruolo, comodo per tutti, di sporco terrorista, di aggressore efferato, di pazzo paladino di diritti ritenuti inesistenti. Suor Fiore faceva un tifo sfegatato per Nasser, il presidente egiziano che aveva saputo coalizzare le nazioni arabe. Eppure quella mattina, mentre la vedevo volteggiare nervosa davanti ai banchi in modo tale che le si gonfiava la gonna dell’abito grigio chiaro, e sistemarsi la cuffia bianca sotto il velo antracite, accostarselo meglio sulle orecchie in modo che non sporgesse neppure la punta dei lobi, e poi, gonfiando di nuovo la gonna, con un altro mezzo giro, quasi danzando sui piedi che non parevano toccare terra, infilare le mani nelle tasche laterali per assestare l’appiombo dell’abito e rifinire la sistemazione, infilando bene il crocefisso del rosario, come una scimitarra o uno stiletto o una pistola, nella cintura alta in vita dell’abito, colore su colore, pensai che magari poteva anche non esserci una gran differenza tra lei e un membro di Al–Fatah. 57

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Ero imbambolata a osservare Suor Fiore che faceva la ruota, e mentre tentavo di trovare il mio attacco ebbi la tentazione di dedicarmi a raccontare i fatti del giorno prima, quelli di casa mia, in cui mi pareva ci fosse parecchia azione, e poi era tutta roba autentica, ma Suor Fiore avrebbe sicuramente opposto che al cospetto della Storia del Mondo quei fatti erano poca cosa, un nulla anonimo. Stavo praticamente brancolando. Al naso mi arrivavano sferzate insidiose di varechina e nessuna zaffata di vomito, segno che Margherita aveva fatto bene il suo lavoro. Gabriele da quelle parti stava a testa bassa sul quaderno con la sua tristezza ottusa e forse covando rancore in attesa di un pronto riscatto che un giorno o l’altro avrebbe prodotto esiti devastanti tutto intorno. Andreina davanti a noi stava riempiendo le pagine di arabeschi: la sua ortografia oleografica consistente di puro nulla, pallini e asticelle in blu pelikan che avrebbero composto la sua scoppiettante versione d’ufficio di quasi tutto quello che le capitasse intendere. Anche le Pucci Nardi, le gemelle diverse – una secca e l’altra tonda, producevano alacri. All’angolo sotto la finestra, Amanda seria seria macinava scrittura mentre Cèci cincischiava. Ma era di Margherita che m’importava sapere. Per guardarla, mi voltai verso il fondo della nostra fila. All’ennesimo volteggio di Suor Fiore, mi abbassai un poco dietro le spalle di Betty, e girai il capo verso l’ultimo banco. Nei bagliori di sole che sfolgoravano dalla finestra verso l’interno, facendole attorno alle spalle un alone accecante di luce, Margherita era curva sul quaderno, tutta raccolta, e tentava di tenere la penna con tutte e due le mani, inguainate nelle screpolature e nel rossore vivo – un tentativo di scrittura a due mani, anticipatrice di ben altre tecniche a mani giunte che mi avrebbero molto appassionata. Si accorse che la guardavo, e mi saettò uno dei suoi sguardi più liquefatti al mondo. Magari pure lei stava decidendo se mettere in mezzo i fatti del pomeriggio precedente. Io mi raccolsi a mia volta, e buttai un occhio al quaderno di Mino. Il quale stavolta gongolava perché, per un suo gusto personale, stava rievocando roba di almeno due anni prima. Aveva questa tendenza al riuso, lui, e soprattutto si vede che il giorno prima tutto aveva fatto meno che guardarsi i 58

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due telegiornali secondo prescrizione pedagogica. Stava raccontando che i siriani sorvegliavano arcigni dal Golan il fazzoletto israeliano, e gl’israeliani di Dayan, con un’abile manovra, avevano risalito impavidi le pendici dell’osservatorio naturale e li avevano buttati giù, li avevano scalzati da lì, vi si erano insediati, e tutto attorno, per un’area circolare, avevano dilagato, facendo arretrare le forze dissestate della lega panaraba. Quindi il ministro della Difesa aveva proclamato la conquista delle Alture, e sul Monte del Tempio, a Gerusalemme, nella città vecchia riconquistata, sventolava adesso la bandiera d’Israele, issata orgogliosamente, e con troppa, patriottica precipitazione, da un suo soldato. Ormai era un duello fra lui, Mino, e me. Avrei dovuto provvedere a opporre alla sua azione militare qualche atto civile, scritto nell’ortografia tonda e ordinata, senza sbavature, che avevamo tutti ben imparato a produrre con le nostre magnifiche penne stilografiche grazie a questo prezioso esercizio quotidiano – Titti, per esempio, mancina ostinata, e non cedevole come me agli amorevoli schiaffoni delle soavissime suore, provandosi nel disegno delle sue prime morfosequenze, si tirava dietro l’inchiostro, e poi si ritrovava il dorso della mano tutto blu: le succede tuttora. Lo stesso pomeriggio del 7 giugno 1967 Moshe Dayan fece ammainare la bandiera dello Stato d’Israele. Il Monte del Tempio da centinaia d’anni è definito Spianata delle Moschee. Del tempio, distrutto due volte (dai Babilonesi, e poi dai Romani nel 70 d.C.), è rimasto solo il Muro Occidentale, detto Kòtel. Il resto del Monte da secoli non è calpestato da piede ebreo per non violare inavvertitamente il Santo dei Santi. Al posto del vecchio tempio sorgono le moschee fatte costruire da due califfi – una è la moschea di Al–Aqsa, dove Moshe Dayan, seduto sui tappeti alla beduina, comunicò ai capi arabi che Israele avrebbe controllato la città vecchia poiché ormai Gerusalemme era tutta riunita come capitale dello Stato, ma all’interno della Spianata la sovranità e l’esercizio religioso sarebbero rimasti ai capi islamici. La Spianata era stata creata da Erode il Grande che aveva voluto ampliare i cortili del Tempio e aveva sostenuto questo nuovo perimetro con delle fortificazioni: il Kòtel, unico muro di quella serie rimasto in piedi, è detto nel resto del mondo Muro del Pianto. È per via degli ortodossi che levano al muro le loro litanie e vi lasciano i propri voti: foglietti di preghiere e invocazioni, arrotolati e infilati nelle fessure del Muro. Anche Moshe Dayan lo fece, infilò in una fessura del Muro un foglietto con l’augurio, o il voto, della pace. Da questo uso viene il detto: “i muri hanno orecchie” – invece una canzone popolare israeliana dice: “Ci sono uomini col cuore di pietra e pietre col cuore d’uomo”.

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Questo avrei voluto scrivere per rispondergli: per rendergli la pariglia, come ripetevo ossessivamente in quei giorni parecchio segnati dai cavalli. E a quel punto mi sarei scatenata a raccontare le ultime sui palestinesi: che erano disperati e rabbiosi, fieri, tronfi d’orgoglio ferito; che l’OLP aveva deciso, perché semplicemente non gli restava altro, di andarsi a asserragliare a Beirut; che Yasser Arafat, irriducibile come sempre, cominciava ad avere qualche dubbio; che Yasser Arafat cominciava a capire che Nasser gli aveva preso un bel po’ la mano per farsi i fatti suoi, cavalcare una sua tigre personale; che il labbro tumido di Arafat cominciava a curvarsi in una smorfia perplessa da cui emanava tutta l’indecisione e il senso di bivio del momento, lontano dai trionfi e dalla convinzione inattaccabile di appena mesi o anche solo giorni prima; che forse era anche per questo che gli attacchi le bombe i kamikaze esplodevano a distanza gli uni dagli altri, come nei fuochi di fine d’anno o dell’Assunta: scoppi radi e fortissimi in attesa del tripudio finale, una santabarbara estenuante che irrita durante tutta l’attesa, sevizia il sistema nervoso al parossismo; che era tutto questo a fondare questo senso di mai fine – concetto molto arabo: le pause, gli armistizi, non sono chiusure di conflitto ma tregue, anzi paci fredde, tra uno scontro e l’altro; che dunque la guerra era perennemente in corso, anche se da un po’ lui stesso, Arafat, cominciava a pensare alla necessità di comporre il conflitto con la creazione di un’autorità nazionale palestinese, e aveva cominciato anche a dichiararlo, timidamente, in modo ambiguo all’apparenza, in realtà il risultato di una paralizzante indecisione: perché percepiva che la proposta, l’unica vera soluzione da intraprendere, era drammaticamente prematura Se allora avessi saputo comprendere tutto questo, ed esprimerlo, se ne avessi avuto conoscenza e gli strumenti per dirlo, meglio: se avessi già avuto una coscienza, avrei potuto abbandonarmi a ulteriori digressioni. Avrei potuto dire che dopotutto la questione palestinese, innescata dalla proclamazione dello Stato d’Israele per iniziativa, all’interno delle Nazioni Unite e tra le nazioni degli accordi di Yalta, del Primo Ministro inglese Winston Churchill nel ’48 (riprendendo una proposta già presentata, con atteggiamento da padroni del territorio, dagl’inglesi nel 1912), non era stata che l’estrema propaggine dell’imperialismo britannico nella politica del Novecento: una soluzione finale della lunga contesa inglese sui Canali di 60

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Suez e Eilat, la sistemazione di una faccenda che aveva afflitto la composizione degli equilibri interni all’ex impero britannico, ormai da un pezzo Commonwealth, fin dall’Ottocento. Dunque anche Churchill si era fatto una buona forchettata di fatti suoi, contando sul senso di colpa dell’Occidente per via degli stermini nazisti: a quel punto che c’era voluto a far fare a tutti gli altri quello che serviva a lui? Niente, non c’era voluto niente. Tutti ostaggi. Ecco cosa erano: tutti ostaggi. Tutto un ricatto. Ecco cos’era: tutto un ricatto. Bè, tutto questo allora non era per nulla alla mia portata, e poi non era il mio primo pensiero. In particolare quella mattina, non ero ancora del tutto certa che non avrei scritto nulla in assoluto sui fatti del giorno prima, quelli capitati a noi – nonostante Margherita avesse dopotutto risposto picche al mio invito muto, esercitato solo con uno sguardo curioso e un’alzata di mento, a riportare anche lei la parte di quei fatti che l’aveva personalmente riguardata. Di fianco a me Mino saltava sulla sedia: un terremoto di piccoli sobbalzi ogni volta che mentalmente s’infervorava su un passaggio, o aggiungeva un particolare, un’azione di guerra di quelle intraviste al volo in un qualunque telegiornale, giorni prima, coi tagli e il montaggio dei filmati e tutto. Nonostante tutto quel fastidio laterale, io spiavo Sandro, concentrato, a capo chino sul foglio. Siccome il viso era di trequarti, vedevo bene: il naso, non esattamente dritto; i capelli folti in cui aveva passato già le dita due volte, ravviandoli, e dando garbo alle svirgolature sul collo e dietro l’orecchio; e poi le ciglia lucide e nere, che in genere gli facevano splendere gli occhi, e al momento erano la loro unica parte visibile: una rifinitura, un merletto. Chissà se almeno lui stava riportando il pianto di Eddy Merckx. Sfegatato di sport com’era, aveva seguito di sicuro tutta la faccenda, e come tutti tranne me avrebbe potuto spiegare i singhiozzi del campione. Tutti di sicuro stavano scrivendo di quello, perlomeno tutti i maschi. Le bambine di sicuro no, e neppure io, che poi la sera a cena non avevo fatto in tempo a riascoltare le notizie. Forse mi ero distratta perché mia madre aveva fatto in tempo a impastare un po’ di farina acqua e lievito di birra per la pizza al pomodoro con aglio e origano, e oltre alla tortiera grande (che zia Maria Luisa, come a casa sua in Abruzzo, definiva testo) aveva messo in forno anche le due tortierine d’alluminio, in cui venivano 61

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due pizzette croccanti, un po’ sbruciacchiate intorno ai bordi, che per me e Titti, il giorno dopo a scuola, a merenda, erano una delizia. – Betty, ritira i fogli! Queste mansioni nobili, che richiedevano una certa statura morale e dei meriti incrollabili di dedizione allo studio, in genere erano affidati a Betty, oppure a Raffaele Lo Sarno o a Stefano Ciardi, che erano mostri in Osservazioni Scientifiche. Stefano aveva anche costruito una pila tutta sua, una volta. A Raffaele, invece, Suor Fiore aveva impartito di rieseguire l’esperimento galvanico – così lui aveva dovuto cercare nello stagno del cortile di scuola una rana (stadio evolutivo finale di uno dei nostri girini, allevati con affezione a inizio d’anno), strapparle le zampe e dimostrare la conduzione a basso voltaggio per contatto con la ritrazione dei piccoli arti. Questa storia delle zampe di rana strappate l’avrei avuta in testa tutta l’estate a vedere Ciccino e Ciccina che tentano di ammansire e precipitare nel sonno il loro fantolino cantandogli, Fate la nanna coscine di pollo / fate la nanna coscine di pollo, in quel musical seriale favoloso che fu Signore e Signora mandato in onda subito prima di Arsène Lupin, il ladro gentiluomo di Maurice Leblanc con i connotati di Georges Descrières.

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10. Sfiliamo tutti fino a Suor Fiore, alla sua pedana come a un patibolo, e ci ritroviamo sospinti verso altre fauci, altre urla. D’altra parte se il prezzo di un premio è l’assegnazione a funzioni poliziesche, meglio allora tirare a indovinare per chi suona la campana.

– Ora controlliamo, bambini, le vostre ricerche. Sul banco davanti apparve un librone, con una copertina molto colorata. L’agile mossa di Andreina svelò la brossura blu che doveva sapere di magnifica colla (vinavil o affine), mentre la sovraccoperta morbida era di un bel verde/azzurro a conti fatti piuttosto tendente al turchese. E sopra, con un corsivo tondo e grosso che per i contorni sfrangiati pareva una scrittura ottenuta con un pennello largo e vernice bianca in cui splendevano venature di verde e di blu, era tracciato il titolo:

LA VITA MERAVIGLIOSA enciclopedia illustrata per bambini Andreina scostò il quaderno aperto e zeppo della sua grafìa curiale per aprirselo davanti. Io guardavo rapita. Desideravo possedere quel libro. Era una miniera di storie e soprattutto di illustrazioni bellissime: dèi, figure mitologiche, eroi con facce espressive, ritratti di scienziati, scene di vita, molta natura e animali, e anche oggetti domestici, madri viste nelle loro azioni familiari, rappresentate nelle loro mansioni domestiche: alle prese con cibi e faccende di casa, e illuminate da sorrisi dolcissimi – gli stessi del cartone animato per la réclame delle caramelle al miele Ambrosòli col coretto dei bambini, Bella, dolce, cara mammina / La più bella mammina Lalla–la–la–la / Bibibidò bibibidò / la-la-la, che aveva il potere di straziarmi il cuore tutte le volte a guardare il nugolo di figlioli fare corona attorno alla mamma, mentre lei con gesto equo e dolce, distribuiva le caramelle, e io pensavo a quanto, anni prima, mi era mancata la mia quando, per alcuni giorni e soprattutto sere, ero stata senza di lei, e avevo dormito nel lettone tra mia nonna e mio nonno, e nessuno mi aveva rivelato che per qualche giorno non l’avrei vista, che non sarebbe tornata a dormire, e che aveva i suoi buoni motivi, visto che doveva sfornare Titti.

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Anche dal quaderno di Andreina emergeva tutto un popolo di figure (disegni altrettanto belli li avrei visti solo nella Domenica del Corriere, quelli di Walter Molino, e poi nelle illustrazioni delle fasi processuali ricostruite dai disegnatori ufficiali delle corti americane sui quotidiani: nitidi espressivi drammatici fotografici e struggenti, come la vita vera): difatti formavano un invidiabile collage distribuito grande cura e con accostamenti efficaci su un buon numero di facciate del quadernone: figure ritagliate da altri libri, magari da qualche vecchio sussidiario di sua sorella, la Pina – scrittura e figure. La processione di bambini e quaderni sfilava fino a Suor Fiore per sottoporle il lavoro fatto a casa e riscuotere il suo insindacabile, perfettissimo giudizio. Solo Gabriele ottenne il suo perdono. Cioè Suor Fiore scelse di non infierire soltanto perché preferì non sapere: anche l’impiego del persecutore è faticoso, implica cura attenzione scrupolo applicazione senza flessioni – parecchio lavoro. Per tutti gli altri, nessuna pietà. Suor Fiore apriva i quaderni con mala grazia. Se i bambini glieli portavano già aperti, lei glieli strappava di mano in malo modo e sciattava tutte le pagine: le voltava tendendole, facendole garrire nell’aria come fosse un ciclone arruffato a sfogliarle. Ognuno aveva riempito almeno tre o quattro pagine. Io, ancora seduta al mio posto, giravo l’unica facciata e mezza scritta: una paginetta più poche righe, riempite con molto ordine e chiarezza, con un po’ di rosso e molto blu – un lavoretto pulito, grazioso. Guardai Mino e vidi che se ne stava raccolto nella sedia come un gatto tutto teso a fiutare l’aria, a sentire il profumo intenso e galvanizzante del pericolo – era pronto a scattare in avanti, a aggredire per difendersi, a fronteggiare il destino. Abbassai gli occhi sul suo quaderno e lessi sulla prima riga: RICERCA – Descrivi cinque animali, in una grafia rossa, vagamente svampita, e un po’ troppo sicura. Doveva averglielo scritto sua madre di cui avevo sempre ammirato un neo cosmetico tutto protruso dallo sperone dello zigomo sinistro, una specie di polena cui si uniformavano tutte le spigolosità del viso compresi il rosa 64

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fucsia del rossetto, il tratto nero di matita sotto le palpebre, il kajal che le sparava intorno le ciglia, il verdeacqua squillante dell’ombretto, tutta la sua fisionomia modiglianesca. Oltre al titolo non c’era niente altro, e, visto come Suor Fiore stava umiliando gli altri che, pure, il compito l’avevano svolto, Mino si stava preparando a una sfuriata in grande stile, e io quasi sentivo d’essere in salvo col mio elenco di roditori corredato di poche notizie, da cui mi pareva si evincesse per miracolo come quel materiale precario era stato messo insieme, col concorso concomitante di quante persone e col favore di quante casuali circostanze, soprattutto nel giro di quanto poche decine di minuti di un qualunque primo pomeriggio in una casa qualunque. Appena qualche istante dopo ci piovvero addosso rimproveri e provvedimenti feroci. Italo Luigi Margherita e Mino vennero spediti in Quinta, coi quaderni imbrattati da segnacci rossi. Lì avrebbero trovato ad accoglierli, a fauci spalancate, Suor Flavia, maestra anziana, ritenuta la più esperta: nonostante non fosse la direttrice della scuola, Suor Fiore faceva sempre riferimento a lei. Del resto era stata lei, Suor Flavia, un giorno, a ricevermi in Direzione col sussidiario aperto su una pagina illustrata da un cielo notturno e una falce di luna splendente, e di fianco i versi:

Che fai tu, Luna, in Ciel? Dimmi, che fai, Silenziosa Luna? Avevo letto quelle parole magiche davanti a tutti, pochi minuti prima, come m’era venuto, con un tono improvvisato. Mi erano sembrate domande semplici, e a leggerle m’era parso subito di sentire che guardare la luna e chiedere a lei come trascorre nel tempo poteva (per omissione, per assenza) porre la grande domanda di come passano nel tempo quelli che la guardano salire in cielo crescere sfolgorare tonda e piena e poi lentamente declinare e sparire. Era come se il vero protagonista della domanda fosse chi la pone e non lei cui è rivolta, come se l’inquadratura fissa sulla luna dovesse suggerire

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piuttosto lo sguardo di chi chiede e rimandasse così a questa specie di quinte dove passava la vita delle persone. Io avevo sentito tutto questo in quel brevissimo inizio leggendolo d’impatto, la prima volta in vita mia in assoluto. Subito dopo, ero stata condotta con fermezza in Direzione, introdotta in quella stanza inviolabile al cospetto di Suor Flavia, seduta abusivamente sulla poltrona della direttrice. Ero stata fatta accomodare su una delle due sedie messe di fronte al bel tavolo in noce scuro, e io, come sempre, m’ero seduta in punta, soprattutto perché al sedile non arrivavo bene, e avevo dovuto alzarmi sulle punte e tendermi proprio allo spasimo per arrivare a poggiarmi, e prendere questa falsa posizione seduta, veramente scomoda. Suor Fiore con tono perentorio m’aveva ingiunto di rileggere da lì. Io avevo guardato Suor Flavia, e anche lei m’aveva urlato di leggere. Aveva questa voce urlante, lei, venata d’irritazione: era lei a urlarci sulle scale quando eravamo sul punto di entrare ogni mattina, Cristo regni!, e la nostra risposta, forte, gagliarda, all’unisono, non riusciva a eguagliare in potenza il suo grido del comando. Avevo riabbassato gli occhi sul libro piuttosto perplessa e riletto cercando di non interpretare troppo le parole, di non far trasparire troppo dal tono quello che mi pareva d’avere trovato: avevo provato a nascondere la loro potenza sommessa, a far tacere la perplessità delicata, il dubbio che ponevano, a non far tornare indietro a boomerang quell’effetto di illuminazione delle quinte, di rivelazione degli sfondi. – Bene!, aveva sbraitato inalberata Suor Flavia. Poi aveva aperto un cassetto e ne aveva tirato fuori una cartellina rigida, rivestita di tela blu, ormai ridotta a un avion scolorito, e con qualche sfilacciatura agli angoli – doveva sicuramente sapere di colla, mi pareva che me ne arrivasse qualche effluvio a ogni apertura e ripiegatura. Lei ne aveva tirato fuori un foglio con puntinature verticali e orizzontali regolari e il retro giallastro e appiccicaticcio di gomma arabica. Con perizia aveva staccato un bel francobollo, poi umettato sulla spugnetta tirandosi indietro un lembo del velo di stoffa scura che le copriva il capo come si stesse buttando dietro la testa una sensuale banda lunga di capelli. Aveva agguantato il mio libro, sfogliato indietro le pagine fino al frontespizio subito sotto la copertina, e vi aveva appiccicato il francobollo in alto a destra, poi aveva apposto la data con la sua scrittura leggibile, tonda, da maestra: 10 ottobre 1968 e me lo avevo pòrto. 66

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Io avevo guardato il francobollo: ritraeva Sant’Antonio col suo viso neutro da santo, Gesù Bambino in braccio e un giglio nell’altra mano. E subito dopo: – Ecco, guarda: ti sei meritata anche un confettino, m’aveva sbraitato di nuovo in faccia, allungandomi una sfera perfetta, minuscola e bianca di glassa, che poi succhiata avrebbe svelato un cuore di pepe e cannella che dava il pizzicorino sulla lingua. Era un premio! Però io stavo come un cane bastonato, ed ero tornato in classe come se mi avessero punita, con la stessa bruciante delusione che ebbi giorni dopo quando, per il profitto, avevo ricevuto la stella d’argento appuntata al fiocco blu con una spilla da balia da Suor Fiore in persona, e, dopo un’oretta, sempre stando seduta al banco, la stella, un po’ pesante per la verità, mi si era staccata dalla spilla, scivolando dal nastro blu. A sentirla sbattere sul banco e poi cadere per terra, avevo avuto un brivido, e tutti avevano riso, e subito dopo ero rimasta inchiodata al sospetto d’essere terribilmente stupida, e incapace di tenermi i regali della sorte. Per la stessa ragione, quel giorno fortunatissimo davanti a Suor Flavia, non m’ero premurata di sottolineare l’anacronismo di consegnare un francobollo di Sant’Antonio nel giorno di San Daniele, vista anche l’importanza del santo: uno dei quattro massimi profeti insieme a Ezechiele Elia e Isaia, capace di vedersela con draghi e leoni (creature emissarie del male?) – Daniele: colui che esercita il giudizio di Dio, equo e implacabile (che è il significato biblico del suo nome). E anche sulla paradossale coincidenza col mio onomastico, da parte mia silenzio assoluto. Perciò ora, in questo infausto principio di mercoledì, il gesto più crudele che Suor Fiore potesse infliggermi fu esattamente quello che in effetti non mi risparmiò. Poiché avevo solo elencato alcuni roditori, e avevo aggiunto solo poche notizie, tratte da zia Maria Luisa dal Dizionario Enciclopedico Larousse (d’altra parte stando giù da nonna fino a ora di cena non avevo potuto guardare nei libroni della Grande Enciclopedia UTET su da noi), e per giunta quel poco l’avevo fatto con un certo senso grafico, un certo stile, perfidamente lei mi tributò una punizione doppia: contemporaneamente nella sua versione distorta della veritàaa doveva valere quanto un premio, un riconoscimento: che fossi io a portare i quattro colpevoli al cospetto del loro 67

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giudice, a esporli alla vergogna, nell’aula accanto alla nostra, davanti a tutta la Quinta, che avrebbe riso di loro, e avrebbe schifato, da allora in poi, me, per essere diventata il braccio esecutivo della legge autoritaria di queste pazze. Per aumentare la quota di ambiguità in questa mia nuova funzione carnefice di questi miei compagni addetta a esporli alla gogna, Suor Fiore decise che anch’io avrei mostrato il mio quaderno a Suor Flavia: non perché io avessi svolto bene il compito, ma perché, pur svolgendolo in modo rachitico e, insinuava sotto sotto lei, avaro, pigro, colpevolmente superficiale, peròoo avevo pur sempre prodotto qualcosa, dunque avevo dimostrato d’essere pur capace di fare qualcosa di me, e avevo pur sempre dimostrato cheee, anche in condizioni non troppo favorevoli – come avevo tentato di spiegare alla cattedra facendomi strada nella furia da cui m’ero ritrovata investita, tuttavia ero stata pur sempre in grado diii cavarmela in qualche modo, di mettere insieme roba utile: poca ma buona. Insomma, Suor Fiore ci tenne a comunicarmi con insolente solennità che ai suoi occhi io non ero altro che questa mezza cosa: questa via di mezzo media tra lo zelo e l’inadempienza, perciooò, a suo insindacabile giudizio, potevo essere promossa a mansioni poliziesche. Scambiai un’occhiata con Margherita. Mi parve che il verdeacqua del suo sguardo tracimasse definitivamente per raggiungermi e offrirmi almeno la consolazione del suo brodo caldo, a conferma del suo affetto. Senza rancore, sembrava dirmi, zitta e mortificata a dispetto della mole. Anche gli altri due mastodonti, Italo e Luigi, erano piuttosto bastonati. L’unico a sprizzare orgoglio volitivo era quel pepe di Mino, che anzi era piuttosto fiero della piega che le cose avevano preso. L’unico fatto nuovo che potesse sfilarci da tutta questa vischiosità accadde: suonò la campana della ricreazione, e tutti schizzammo fuori, non prima tuttavia che Suor Fiore avesse pronunciato con gusto la minaccia sottile, – È tutto solo rimandato di mezz’ora. Chissà poi perché non approfittò della dorata possibilità di raddoppiare lo zelo punitivo, di guastarci l’esistenza davvero: tipo, negarci quella sacrosanta interruzione.

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11. A ritroso. Che strano cammino si è dovuto percorrere per arrivare fino a noi. In effetti qui appare finalmente acclarato che, come nel rugby, per avanzare bisogna arretrare di molto, e numerose volte.

La porta dell’aula come sempre si richiuse alle nostre spalle, e noi ci spargemmo per il corridoio. Corremmo all’impazzata verso le ultime porte prima delle scale: verso i bagni lindi, con le tazze in miniatura di porcellana bianchissima, lucente, e le classiche forme straordinariamente arrotondate, giù fino al vasto ballatoio del piano. Il primo d’aprile, in quello slargo sospeso, le suore avevano attrezzato una platea di sedioline tutte rivolte alla parete che incombeva sulle scale, e vi avevano proiettato un film targato Disney proprio come al cinema: con tutte le luci giù grazie a certe grandi tende nere sui finestroni, e lo schermo in cinemascope, un rettangolo basso e largo, lievemente concavo, prestato dall’Abate in persona come il proiettore. Era la storia di due gemelle (l’attrice bambina era Hayley Mills, la stessa dell’ugualmente disneyano Pollyanna) che separate alla nascita s’incrociano per caso in un campo scout estivo e fanno risposare i rispettivi genitori, rimasti soli dopo il divorzio, al solo scopo di riunirsi loro due. Il titolo era Il Cowboy con il Velo da Sposa, che poi avrei scoperto essere in originale The Parent Trap, cioè trappola per genitori, appunto. Il film era stato bellissimo, ma io avevo patito un mal di pancia feroce. Oltretutto avevo passato tutto il tempo a rammaricarmi del fatto che poi a pranzo non avrei potuto godermi i solenni festeggiamenti per il compleanno di Germi, che cadeva giusto quel giorno, e poi, al pomeriggio, non avrei potuto gustare, come ogni anno, in una selva di amichetti e cugini, dosi laute del famoso Dolce Torino: mattonella burrosa di pan di Spagna e cioccolato della quale zia Maria Luisa, madre di Germi, era la specialista assoluta, e pressoché unica, nella nostra città, e con la quale era venuta ad arricchire il patrimonio culinario familiare, già reso celebre dalla Crème Caramel cotta in forno a bagnomaria in una padella di ferro utilizzata a quel solo scopo, o l’insalata russa e la galantina di pollo o tacchino (legiferavano inderogabili esigenze numeriche), preparazioni tipiche a Natale e Capodanno. Ora, sia detto per inciso, il requisito irrinunciabile per una galantina perfetta sta in un’azione umile e allo stesso tempo chirurgica: il 69

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disossamento del pollo o del tacchino, necessario per ottenere il sacco delicatissimo di pelle e grasso in cui stipare, sapientemente arrotolato, il ripieno di carne di vitello macinata piselli pistacchi (qualcuno osava imbastardire la polpa delicata con indigesti, grossolani cetrioli), da avvolgere poi in un telo ben annodato e mettere a cuocere in forno (varietà arrosto) o in brodo vegetale (varietà bollita, la nostra, che fruttava anche una splendida, gustosissima gelatina) – per cui alla fine, a cadavere freddo, si poteva procedere alla cauta affettazione che produceva una serie di fette tonde, altrettanti regolari mosaici rosa verdi. L’artista del disossamento era zia Elena, per l’appunto moglie e madre cardiopatica con una storia di sterminatrice di polli all’inizio disastrosa. Quand’era ancora alle prese con i primi tre dei suoi quattro figli, dunque prima del 1963, anno altrimenti fatidico, mia zia Elena, una volta delle tante in cui suo marito Umberto era fuori a caccia, decise di preparare nella ridente casa di campagna un vero pranzo della domenica. Cioè decise di infornare un bel cappone. Allora non c'era modo di comprare polli già pronti in vaschetta per la cottura, e per lei (a meno che non si fosse avventurata in paese con la Mercedes azzurra di zio Umberto, guidandola rigorosamente senza patente: sapeva portarla per pura pratica sulle strade attorno, alcune neppure asfaltate) non era neppure possibile raggiungere un macellaio che gliene vendesse uno già pulito, appeso al gancio per il collo: del resto a pensarci bene, era domenica, appunto, dunque era tutto chiuso, e benché quelli fossero anni già americani, non c’erano negozi aperti di nessun genere: i mercanti non avevano ancora conquistato il tempio. I polli però c’erano, regalati da Luigetta, la contadina confinante. Polli vivi: si trattava di farne fuori uno. Zia Elena ci aveva anche pensato a portarne uno a sgozzare proprio da Luigetta, facendosi una scarpinata a piedi, ma avrebbe perso un sacco di tempo prezioso per la preparazione del pranzo. Decise di fare da sé. Già, ma da dove cominciare? Zia Elena si rimboccò le maniche, per il gran divertimento dei tre piccoli pargoli pigolanti, testimoni della scena efferata che segue. Puntò un cappone, candidandolo inappellabilmente alla pentola, ma dovette rincorrerlo per un pezzo perché il disgraziato non era d'accordo sul destino deciso dall'alto per lui. Alla fine, come Dio volle, zia Elena lo agguantò, e a quel punto dovette tenerlo ben stretto mentre decideva come farlo fuori. Era nell'aia, perciò adocchiò la catasta di legna per il camino sotto la tettoia sul lato asciutto della casa. Sempre trattenendo il cappone che si divincolava terribilmente e del quale evitò accuratamente lo sguardo (certo, occhi da pollo!), zia Elena prese un bel ciocco grosso e chissà come 70

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riuscì a metterci sotto il collo del cappone: poi salì coi piedi sulle due estremità del ciocco e cominciò a oscillarci sopra, insistendoci su con tutto il peso del corpo. Pensò che per pressione dei suoi scarsi cinquanta chili il cappone, sotto, sarebbe morto soffocato. Zia Elena a quel punto gli guardò gli occhi: chiusi strizzati, ne concluse che il cappone aveva esalato l'anima. Così scese dal ciocco, zia Elena, e dal collo del cappone, e si chinò per riprendere il pollo dalle zampe. Senonché quello, con un inaspettato guizzo da gatto, saltò in piedi e cominciò a correre per l'aia, sballonzolando disordinatamente in giro la testa ancora attaccata al collo rotto. Nel tempo sotto la guida materna ben altre abilità zia Elena aveva affinato, al punto di diventare la disossatrice ufficiale e pressoché unica: da vero chirurgo, a mani rigorosamente nude, sapeva incidere la pelle del tacchino in pochi punti precisi (due o tre al massimo), anatomicamente ineccepibili, escludendo le zampe, e con delicatezza sapeva sfilare la carcassa ricavando un sacco indenne da spaccature, un ventre enorme e infrangibile pronto a essere rimpinguato d’ogni bendidìo. Quel primo d’aprile, a scuola, il mio mal di pancia, sintomo oggettivo, avevo trovato anche il modo d’aggravarlo, per la resistenza che avevo opposto ostinatamente a tutta una serie di fitte segnaletiche. E perché avevo resistito? Perché avevo un bel posto a sedere davanti, e temevo che se lo avessi lasciato, anche solo per due minuti, ci avrei trovato piazzato qualcun altro e poi non avrei avuto forza sufficiente, o meglio abbastanza voglia, di far valere il mio diritto – perché avrei dovuto proprio litigare per riconquistarlo. Avrei dovuto vestire i panni, falsi, di chi sa rivalersi, e la spunta, per giunta, facendo piazzate inaudite del tutto strumentali. Non sarei mai stata in grado di fare partacce. E neppure di fare la parte. Proprio non ero una capace di barare. Detestavo persino travestirmi – anche solo per gioco. L’ultimo martedì grasso ne aveva fornito la prova lampante. Tutti noi bambini ci eravamo ritrovati a volteggiare con aria indifferente attorno a una ventina di sedie addossate le une alle altre per gli schienali e messe al centro dell’aula – i banchi erano stati accantonati contro le pareti per essere adibiti a tavoli su cui sistemare le pizze e i dolci di carnevale fatti dalle madri (c’erano anche il salame di cioccolata della madre di Amanda e la brioche rustica di mia madre che le Pucci Nardi, le gemelle diverse, definivano babà salato: una ciambella bionda e fragrante, perfetta, con una imbottitura di dadini di salame, tutto rosolato e croccante per la cottura in 71

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forno, e di formaggio, fuso per lo stesso motivo, e oramai inscindibilmente mescolato con l’impasto, montato a lievito di birra e lavorato a schiaffoni in una zuppiera), e davanti erano state allineate tutte le altre sedie per far sedere noi bambini se uscivamo dal gioco oppure dopo aver saettato a perdifiato per l’aula svuotata e divenuta enorme. Anche la cattedra con la pedana era stata accantonata, e dal ripiano verde chiaro, sgranato e liscio, il mangiadischi di Amanda emanava la macchia gialla della sua plastica dura levigatissima da cui dopo il lauto pasto di 45 giri in vinile usciva a squarciagola la voce luminosa di Gianni Morandi –

Occhi di ragazza / quanti cieli / quanti mari che m’aspettano… passava per essere un pezzo di Lucio Dalla, ma in realtà era scritto da Ron, appena rivelatosi con Il gigante e la bambina: allora si faceva chiamare ancora Rosalino Cellamare ed era solo un roscétto di 16 anni – per questo non aveva potuto firmarlo. Io non mi ero mascherata. Ero l’unica. Mascherarmi mi dava ai nervi I carri di carnevale mi parevano di una tristezza profonda e sconfinata. I bambini mascherati mi sembravano balordi giocherelli per il sesso adulto, io ci vedevo qualcosa di sporco. Chissà se a qualcun altro di noi era venuto in mente tutto questo: forse tutti gli altri lo avevano intuito, ma pensavano si trattasse di una regola inaggirabile del gioco – forse tutti loro altri avevano intravisto e apprezzato il proprio lato perverso, magari ancora latente o forse già non più. Le maschere erano piuttosto comuni. Parecchi maschi erano altrettanti Zorro, coi baffetti di Don Diego De La Vega pittati tra naso e labbro superiore dai babbi con la matita indelebile, quella elettorale, prendendo le misure dalla spaccatura sotto la cartilagine che separa le narici. C’era qualche principe biondo e triste, tendenzialmente ciccione, paffuto in viso –Enzo era uno; l’altro era Riccardo, il ragazzo vietnamita adottato: lui per nulla biondo, e anzi mulatto, un paggio per la verità. Amanda era un pirata con tutti gli arti a posto: una specie di Capitan Uncino aggraziato e mondato dei dispetti e della cattiveria. Il vestito era prezioso: i pantaloni gonfi e corti al ginocchio e la giacca attillata (da cui al collo e alle maniche sporgevano i pizzi di una camicia bianchissima e barocca) erano in raso di velluto verde con rifiniture d’oro che a me parvero vere e davano al tono muschio della stoffa una luminosità scintillante. Gli stivali erano alti, di pelle nera lucida, e sul piede spiccava una fibbia d’oro – coprivano la gamba ben oltre il ginocchio ingoiandosi le estremità dei 72

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calzoni. Le mani erano inguainate in guanti di pelle scura, sottile e morbidissima, e finivano in polsi svasati, e attorno al busto, tenuto a tracolla, un cinturone buttava su un fianco l’asola in cui era incastrata l’elsa di una daga lucente che prometteva d’essere taglientissima. Per la verità una settimana prima anch’io avevo avuto la tentazione di mascherarmi. Soprattutto mi era capitata un’occasione irripetibile, rimasta per l’appunto irripetuta. C’era stato un solo precedente. Guardavo una serie televisiva francese sul mondo della danza classica, Scarpette Rosse. Protagoniste: bambine della scuola di danza dell’Opéra di Parigi, inquadrate spesso in tutù, alla sbarra, a sostenere sessioni durissime di addestramento, sotto la guida inflessibile di qualche ex danzatrice anziana che scovasse tra loro le future étoiles; e anche, spesso, in borghese, nel loro abbigliamento sportivo di ragazzine di buona famiglia, con gli zaini in spalla e i capelli sempre tirati su in code raccolte dietro la nuca con coroncine di ricciolini più corti a incorniciare le fronti lisce e i bei visetti del tutto scoperti – in tutto simili a Titti. Naturalmente mi era venuta una gran voglia di simulare quel mondo, quegli esercizi, quei movimenti eleganti. Così aprii il guardaroba da un lato che in genere non era molto utilizzato: era destinato a conservare gli abiti tenuti più da conto, indossati raramente, o dismessi del tutto, e tra questi il vestito da sposa di mia madre, che era tenuto appeso a una gruccia molto raffinata dentro una custodia, davanti trasparente, con pois bianchi e zip centrale, e sul dorso tutta celeste. Il vestito era stato appositamente cucito da una sarta di fiducia, Ersilia, che aveva l’atelier a Roma, e aveva curato anche tutto il resto del guardaroba della sposa. L’abito consisteva in un corpetto sbracciato e molto scollato, e soprattutto in una gonna a palloncino tenuta ben gonfia da un sottogonna che era un capolavoro: tutto a balze di pizzo, di per sé una gonna molto ricca, bellissima, che se non fosse stata tutta strutturata su un’anima di raso da fodera, si sarebbe potuto indossarla come gonna a se stante. Un pomeriggio avevo aperto la chiusura lampo della custodia e avevo tirato fuori il sottogonna, che se n’era stato per anni ordinatamente piegato in tre al fondo – perciò per me facilmente raggiungibile.

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La silhouette da grissino di mia madre, che pare, il giorno del matrimonio, pesasse 45 chili, aveva richiesto misure minime, da giovane signora esilissima o da ragazza acerba. Andai a pescare nella scatola da lavoro un magnifico paio di forbici da sarta, affilate e con punte non arrotondate, e mi dedicai a tirar fuori dal sottogonna da sposa di mia madre una serie di gonnellini da tutù. Feci un gran bel lavoro: tagliai una prima serie di due balze sotto la circonferenza della vita e lasciai il resto di riserva per successive confezioni, tant’è che la parte di sottogonna avanzato lo ripiegai in due e lo rimisi a posto in fondo alla custodia, ai piedi del vestito da sposa, riuscendo anche del tutto a caso a sistemarla esattamente nella posizione in cui era prima, quand’era integra e intonsa, dando l’impressione che non fosse stata mai toccata per nulla. Da allora sviluppai una specie di automatismo, in genere tipico nei criminali raffinati: badare di rimettere tutto accuratamente a posto e di distruggere con precisione ossessiva tutte le tracce del misfatto compiuto, una specie di vezzo estetico, di bisogno d’ordine, di esigenza di rizzelo, la risistemazione perfetta in modo che tutto torni esattamente com’era prima. Un sistema rigoroso che ha un solo punto debole, nel bilancio finale manca sempre qualcosa: l’oggetto che è al cuore del misfatto. Io, per esempio, per quanto avessi riposto il sottogonna esattamente nella posizione di partenza, ripiegato proprio come l’avevo trovato, l’avevo privato di una parte consistente, un buon terzo o quarto, e gli avevo oltretutto sottratto il punto della vita, con lo spacco per rendere la gonna larga abbastanza da riuscire a passare oltre l’allargatura dei fianchi, e soprattutto la chiusura, i gancetti per fissarla. D’altra parte, come feci senza esitazioni, indossai la gonna ridotta che andò a completare il body bianco e la calzamaglia bianca – che finiva in due scarpini per la ginnastica a corpo libero, bianchi e vagamente simili alle scarpette da danza però senza le punte, e presi a pavoneggiarmi nel mio tutù artigianale ma dopotutto molto ben riuscito, a fare gli esercizi alla sbarra tenendomi al davanzale in marmo ausonio che correva tutto venato lungo la parete interamente a finestre della enorme camera da letto dei miei, e poi a fare piroette e salti, a comportarmi da apprendista ballerina. Naturalmente non avrei potuto negare in nessun modo l’evidenza di quello che avevo combinato. Salvo, dunque, questo precedente increscioso, il vestito che avevo trovato per mascherarmi in effetti mi pareva che, invece di camuffarmi, svelasse alla 74

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perfezione com’ero e sognavo di diventare: io mi ci ero identificata parecchio. L’avevo visto a Roma, da Leri, un negozio di abbigliamento per bambini in Via del Corso, dove mia madre comprava tutti i vestiti per Titti e per me. In vetrina c’era questo costume meraviglioso, un abito aderentissimo nel corpetto, e largo e gonfio nella gonna lunga, che si sparava tutta intorno a partire da un nastro alto di raso rosso, stretto in vita, e raccolto dietro in un bel fiocco. Il vestito era di organza (organdis, dicevano le signore leziose amiche di mia madre), molto ricco, e rifinito da merletti che orlavano il collo ben accostato, e anche le maniche, fascianti attorno a braccia e polsi. In testa andava una specie di crinolina, una cuffietta che doveva incorporare i capelli raccolti a chignon, ed era ricca e rifinita proprio come il vestito. Erano previsti guantini di merletto, e in una mano un ombrellino parasole di organza e merletto bianco come il vestito. Ai piedi stivaletti bianchi, attillati, fino a metà gamba, con punte e tacchetti, deliziosi, minuscoli, da bambina lievemente già maliziosa, o per una donna leziosa e piccolina: Mary Poppins, appunto, come appare nelle scene girate nel cartoon del parco in cui è finita con i due bambini tuffandosi in un disegno a gessetti colorati composto sul selciato tenuta per mano da Bert in persona, lo svagato illustratore, Cam-caminì Cam-caminì / Spazzacamin // Allegro e felice / Pensieri non ha Cam-caminì Cam-caminì / Spazzacamin // Due soldi di sogni e di felicità Chi un bacio gli dà / Felice sarà Sono sui tetti / Io vivo quassù // Vicino alla stella / che brilla di più La notte colora / i miei sogni di blu// E se mi vuoi bene / li vedi anche tu Cam-caminì Cam-caminì / Spazzacamin // Fo quel che mi par / E lo fo per benin . . .

una melodia mesta cantata con voce tristissima dallo stesso Bert. Ero rimasta a contemplare quello che avevo preso subito per un miracolo d’individuazione, tenuta per mano da mia madre mentre fantasticavo su quanto mi venisse naturale vedermici dentro, perfettamente assegnata a un costume che era proprio il mio. Sapevo che era così: lo avevo capito benissimo dopo aver visto il film al cinema con Paola e Patrizia. Loro due, quel pomeriggio, non avevano per nulla digrignato i denti, se non quando, una volta tornate tutt’e tre a casa a far merenda, avevano addentato, come me, le fette alte di pane e ricotta, superbamente preparate 75

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da mia madre con le ricottine minuscole di un paese perso nelle montagne intorno, portate fino alla porta di casa solo il sabato mattina da una donna che aveva questo enorme cesto di vimini in testa e per intercapedine un fazzolettone a quadri, tutto ritorto a ciambella poggiato sulla riga centrale dei capelli (talmente stabile che noi bambini di casa credevamo il marito glielo avesse inchiodato in testa), e dentro quel cesto enorme tanti piccoli canestri come minuscole tazzine da caffè, ricolmi di questo nettare bianco e granuloso, ancora caldo e profumatissimo, che mangiato subito, con o senza pane, era un paradiso, e poi si manteneva almeno quanto gli veniva concesso dalla nostra voracità. Tornando da scuola in macchina con mio padre la mattina dopo, di passaggio ci eravamo fermati solo un momento davanti all’edicola di Memèna, che cominciava a diventare sorda, e per darti i giornali tendeva l’orecchio, e strizzava un occhio per capire meglio, e poi si risolveva a farti ripetere per leggerti sulle labbra. Mio padre mi aveva fatto un regalo strepitoso, il libro di Mary Poppins, con la copertina durissima, un tomo sottile e squadrato con gli spigoli affilati, appena mascherato sotto una carta velina bianca da cui traspariva, prepotente, il rosso del nastro alto in vita, e il bellissimo vestito bianco di organza e merletti, e il sorriso fantastico di Julie Andrews, l’usignolo di Blake Edwards, che mi avrebbe fatto di nuovo la stessa materna tenerezza solo molto tempo dopo, negli anni Ottanta, in una commedia amara, That’s Life, girata appunto da suo marito, in cui gioca il ruolo della moglie paziente di Jack Lemmon, appena meno nevrotico della tigre da salvare nel film che lo aveva consacrato. L’editore Arnoldo Mondadori aveva già stampato col contagocce alcuni capitoli della collezione di storie originali di Topolino Paperino e Zio Paperone, e altri se ne aspettavano – insomma tutta la produzione Disney, compresa una collana naturalista, tratta dai documentari sugli animali, che io divoravo. Che libri! Grazie a mio padre, io non me ne perdevo uno. Visto? Mio padre l’aveva capito com’ero. Del resto, era stato lui a fischiettarmi per tutta la mia prima infanzia l’inno della Marina Inglese mentre suo fratello Mario, ammiraglio, se ne stava interi periodi alla fonda davanti al porto di Boston a bordo della nave– scuola Amerigo Vespucci come ufficiale medico; era stato mio padre a sibilarmelo nell’immaginario talmente bene da riuscire a veicolare il fondo doppio di quella musichetta tipicamente espresso dal fischietto: una specie 76

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di gioia struggente, una melodia dolce sostenuta da un sottofondo di rulli di percussioni militaresche. Da quel concertino, capace di commuovermi almeno quanto sarebbe riuscito a fare il coretto dei bambini delle caramelle al Miele Ambrosoli, era saettato dritto, con un intuito sorprendente per un padre, a Mary Poppins. Tutto da solo, come aveva fatto a capirlo? Comunque, capìta o non capìta, io ero rimasta inchiodata davanti a quella vetrina tenuta per mano da mia madre per alcune interminabili sequenze di minuti, a struggermi di rimpianto per la mia identità subito dopo averla trovata. Il vestito costava un occhio della testa: dodicimila lire. Praticamente, fatte tutte le dovute considerazioni, una cifra: uno svario! E mia madre fu inflessibile: non me lo comprò, però neppure permise la riunione di me con me stessa. Entrammo nel negozio e interpellammo la nostra solita commessa, che dall’interno ci aveva già viste e riconosciute e ci era venuta incontro: le chiedemmo se ce lo mostrava. Lei si dileguò subito oltre una porta in fondo e tornò col vestito con tutti gli accessori, e insistette perché lo misurassi. Io sperai che vedermelo addosso incrinasse il cuore di pietra di mia madre: per la verità era lei stessa piuttosto indecisa, e le dispiaceva un mondo deludermi. Dovette pensare che, magari, telefonando a mio padre, per farsi autorizzare a questa spesa, lui avrebbe detto di sì, e l’avrebbe sollevata da una responsabilità diretta nella decisione. Col cuore voleva comprarlo, lei, il vestito, come dovesse poi indossarlo lei stessa, e con la testa valutava quel prezzo spropositato, inarrivabile, immorale soprattutto, e forse al non acquisto intuitivamente annetteva un valore formativo per me: l’insegnamento conseguente che certe volte non si possono soddisfare i desideri, che è etico rinunciare. Tutte cose non dette. Le uniche pronunciate udibilmente minacciarono una specie di telefonata punitiva e dimostrativa a mio padre che, sotto sotto io lo sapevo, mi avrebbe sicuramente accontentata, anche se non ne avevo la sicurezza totale: sulle questioni economiche mio padre aveva tutt’altra tempra d’inflessibilità, erano l’unico genere di faccende in cui non era morbido in nessun caso. Ero dominata dal dubbio che questa prova d’appello sarebbe stata più severa della sentenza.

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Io, a indossare l’abito, ebbi la conferma che il vestito era esattamente il mio, fatto per me e per nessun’altra. L’unico caso appunto in cui travestendomi non avrei tradito me stessa. Mia madre provò a negoziare sul prezzo come fosse possibile scalfirlo o si trovasse al mercato del sabato alla bancarella dove acquistava la biancheria: da Jolanda, che aveva pure un negozio sul Corso, però a comprare da lei al mercato c’era più gusto, perché si poteva tirare sul prezzo appunto, che era il vero sfizio. Una specie di gusto atavico, una sorta di segno antropologico, questa pratica del mercanteggiare appunto, un retaggio arabo o greco (che è lo stesso), che piaceva alle donne di casa nostra, da mia nonna giù fino a zia Maria Luisa, entrata nel circolo da poco: sposando Ernesto e generando Germi.

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12. L’arte del volteggio rivela i suoi scopi, e indica il metodo per conseguirli. Del resto fin qui si sono archiviate le immagini delle seguenti azioni plastiche: 1. tendere l’indice per impartire compiti; 2. salire sulle spalle di qualcun altro. Qui se ne visualizza un’altra, e s’impara una regola.

Farmi vestire da me stessa per pochi minuti e defraudarmi di me subito dopo fu semplicemente crudele. Il vestito dovetti levarmelo e lasciarlo lì, e invece una cospicua parte della somma che potevamo impegnare nel vestito fu devoluta a favore di un completino di maglia, dolcevita pantaloni e gilet, che sembrò a tutti più adatto a siglare il mio stile di maschio mancato, come diceva mia nonna. La mia soavità segreta, la mia identità vagamente dolce, rimase accantonata col vestito, che sarà finito addosso a qualche ragazzina fanatica, ad esso totalmente estranea, solo magari più smorfiosa di me, o più piantagrane col padre e la madre. Dunque, l’ultimo martedì grasso io ero l’unica non mascherata. A mia sorella invece era toccato un costume celeste da damina: calcata in testa portava una parrucca bianca, cotonata, con sfumature grigioazzurre come la testina di mia nonna quando andava a farsi la messinpiega da Filippo, che la pettinava sempre nello stesso modo, e le metteva una infernale lozione antigrigio SchwartzKopf (TestaNera) incline a virare al blu. Titti era all’asilo, al piano terra dell’edificio. Noi, nella nostra aula in fondo al corridoio del primo piano, orientata a mezzogiorno, ascoltavamo Gianni Morandi e giravamo con noncuranza attorno al gruppo di sedie centrali. Margherita era vestita da Fata Turchina. Il vestito azzurro era tempestato di fiorellini appena più scuri, ciascuno ornato al centro da una pietruzza celeste – un fondo di bottiglia colorato, e impigliati nel doppio velo ruvido, lo stesso in cui si chiudono i confetti delle bomboniere, applicato per tutta l’estensione su gonna e corpetto cuciti, pareva, in un raso più chiaro. Le sue forme vaste sgranavano la grazia del vestito sbracandolo alla vita, arrotolando, per la pressione centripeta dei fianchi e della pancia da sotto, un nastro di raso celeste che avrebbe dovuto esaltare il vitino in un corpo minuto.

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Sulla testa il cappello a cono da fata, tutto luccicoso di stelline applicate e di polverina, tentava di domare il cespuglio di capelli, e restava fermo solo perché un elastico celeste sottilissimo le passava sotto il faccione: la mattina, a casa, con decisione improvvisa e inspiegabile, sua madre gliel’aveva passato dietro le orecchie, finendo per esaltarne la forma a sventola che in genere era camuffata dai capelli e fino a quel momento non si era mai veramente notata. In mano Margherita aveva un’asticella azzurra che finiva in una stella: la bacchetta magica, che però lei brandiva come un giavellotto senza ben sapere che farsene – tenuta così, sembrava un’arma impropria, un corpo del reato in potenza. Il verdeacqua delle iridi, prima di tracimarle via dalle palpebre inferiori e di spargere addosso a tutti noi il suo spleen naturale, quella mattina trovò il modo di trascolorare e di svelare tonalità celesti inedite, indotte da tutto quel tripudio di rasi e veli e scintillii. Delle scarpe non si sapeva nulla, come delle calze. Calzini bianchi, come minimo, forse usati – magari quelli dismessi di suo fratello Rodolfo, come glieli avevo sempre visti sotto al grembiule: tutti scesi sulle scarpe nere, con le stringhe, come un maschio. Margherita volteggiava robustamente attorno al gruppo di sedie centrali come parecchi di noi, e ascoltava tesa la canzone di Ron urlata da Gianni Morandi. Una mano feroce attivò il meccanismo di eiezione del disco, la musica smise e tutti noi con un balzo fulmineo ci gettammo sulle sedie. Pochi riuscirono a sedersi. Margherita piombò sul femore destro di Riccardo per cercare di scalzarlo dalla sedia che era riuscito a accaparrarsi, ma il piccoletto mantenne la postazione nonostante la botta, e Margherita in seconda battuta cercò in tutti i modi di inserire il sederone tra due sedie cui con le esili terga Andreina e Mino si tenevano saldamente incollati. Andreina, nel suo vestito giallino e verde da petite dame prècieuse alla corte del Re Sole, protestò con argomenti classisti in attesa, pochi mesi dopo, di sbatterci in faccia quella sua ricerca sugli animali, tutta copiata eppure così oleografica da oscurare ogni corto circuito (facile da sgamare dopotutto per Suor Fiore, brava maestra navigata) tra il grosso libro dell’enciclopedia che si era orgogliosamente portata a scuola e la netta somiglianza del suo testo, letterale, con alcune pagine di quello stesso volume.

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Suor Fiore avrebbe poi avuto il coraggio, quella volta lì, di dire che Andreina la sua ricerca l’aveva solo, e del tutto correttamente, mutuata, assegnandole uno smagliante, altrettanto oleografico, Visto – Benissimo! Mino agitò le manucce congelate, non si capì bene se per difendersi o se per menare. In cuor suo doveva aver sognato, con la stessa passione, di poter esibire una divisa nera attillata, con stivali neri ben modellati attorno ai polpacci; oppure, del tutto indifferentemente, una divisa risorgimentale, o da ussaro; e invece era stato acconciato da suo padre e sua madre in un costume regolamentare da pastore ciociaro, con la camiciola sottile di cotone bianco – appena mitigata, al cospetto dei rigori di quell’inverno, da un gilet che, a guardarlo meglio, era di lana cotta, e in corrispondenza del cuore aveva un stella alpina. Io stessa, benché ancora divorata dal rammarico di non aver potuto sfoggiare il magnifico costume da Mary Poppins, stavo tuttavia apprezzando molto il mio completino di lana mentre notavo che tutti gli altri nelle confezioni assurdamente leggere delle loro vestizioni stavano battendo i denti. Per fortuna Mino portava, buttato sulle spalle, impercettibilmente tremanti dal gelo, un mantello di loden, molto altoatesino, e un cappello di panno con penna d’aquila. Il costume era per così dire contraddittorio, o bipartisan ante litteram – a mio parere, pensai, come minimo ambiguo. Margherita non ce la fece. Non le riuscì d’infilarsi tra loro due, anzi scatenò un meccanismo a espulsione che la mandò miseramente per terra. Si ritrovò seduta a gambe larghe, col vestito tutto sparso intorno, e forse nel tragitto, se si doveva credere al rumore di strappo appena echeggiato, il vestito, dietro o sotto, doveva esserlesi sgarrato. Tentò di rialzarsi piegando un ginocchio per fare perno sul piede, e intanto, agitando in aria la bacchetta magica, fece leva sull’altro braccio, dopo aver puntato a terra la mano tutta aperta: il risultato dell’incantesimo fu che la mano trattenne la stoffa, velo e raso, e quando lei si tirò su si sentì un altro strappo, poi il cappello da fata scivolò sui capelli scarmigliati e venne giù sul naso e le coprì gli occhi. Niente. Era fuori. Era finita fuori giro. E anch’io, che ero rimasta un numero interminabile di secondi a contemplare lo spettacolo di lei che perdeva una volta per tutte la dignità di fata (se mai se l’era guadagnata), e tornava la bambinona sgraziata di sempre. 81

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Margherita andò a sedersi affranta su una delle sedie davanti ai banchi adibiti a tavoli. Di nuovo, la mano feroce agì sul mangiadischi e fece ripartire la musica: il valzer attorno alle sedie era ricominciato, un altro giro per giocare a mimare la selezione odiosa di quelli lesti e quelli lenti. La riesplosione della musica stava coprendo delle voci che in realtà erano: grida! Le grida di Suor Fiore, che stava tirando Margherita per un braccio, le teneva stretto il polso grosso di bambina nella grande mano di donna, e la strattonava con forza – la faccia di Margherita era rossa, rubizza come in preda a un fumo alcoolico: sembrava si stesse comprimendo, forse avrebbe voluto piangere e stava cercando di forzarsi a non cedere. Ora Suor Fiore stava provando a trascinarsela dietro, e Margherita pareva dopotutto disponibile: non pareva proprio stesse puntando troppo i piedi. La musica impazzava, e quando Suor Fiore e Margherita si mossero, sul pavimento apparvero, in tutta la loro stucchevole lucentezza, chiazze brunastre di CocaCola che friggeva, e cocci di vetro. Dai fondi pareva risultare che se ne fossero rotte due, ma chi poteva dirlo? Chi poteva risalire a come era successo, e calcolare precisamente dei cocci di quante bottiglie si trattasse? Il quadro dei vetri sparsi era desolante e enigmatico, come i rottami di un numero imprecisato di automobili rovinate in un maxi tamponamento: impossibile capire, da come se ne stavano sparsi ora, come fossero state, composte, fino a un momento prima, a meno che non si fosse maghi della polizia scientifica, o della stradale. Suor Fiore portò via Margherita trascinandosela dietro per un braccio. La faccia di Margherita era violacea e gli occhi promanavano una disperata luce bianca in cui le pupille era due punti neri sbarrati. Restai a guardarla per tutto il tratto di tragitto che rimase nel nostro campo visivo. Oltre lo stipite della porta perdemmo traccia prima di Suor Fiore e poi di Margherita. La musica continuava a impazzare, e tutti giravano, parlavano o correvano, aggirando accuratamente le chiazze di Coca. Io ero piantata lì e scrutavo gli altri: solo Andreina mostrava una qualche reazione esibendo un’aria soddisfatta. L’apoteosi del suo visibilio, appena dissimulato con mestiere, fu il rientro di Suor Fiore e Margherita. Ora era Suor Fiore a seguire Margherita, anzi a spingerla. 82

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Margherita avanzava di malavoglia saltellando sulle punte come Alice nel Paese delle Meraviglie e a dispetto della mole anche Margherita come Alice pareva rimpicciolita. Dunque la pozione pareva averla presa, ma il coniglio bianco non pareva in vista, né la chiave per aprire la porticina del giardino e sparirci dentro proditoriamente. Anche Margherita, come Alice, prima di miniaturizzarsi, aveva dimenticato sullo spigolo di un tavolo la chiave, rimasta enorme, e inutilizzabile. Così io, sperando di intercettarla, cominciai a lasciar roteare le lenti dei fanali tra i tavoli: niente da fare, non riuscii a scovare la chiave. Pensai che magari ci era finito sopra il mangiadischi di Amanda, e di andarci a guardare sotto. Un fracasso metallico mi distolse. Un secchio d’alluminio, vecchio, uno straccio sfilacciato e un bastone erano stati scagliati a terra – Suor Fiore ci stava puntando contro un dito della sua elegante mano sinistra, affusolata e curata, liscia, impreziosita da un anello che mentre la sposava a Gesù Cristo le offriva una sicura guida durante l’intonazione silenziosa e segreta di rosari privati. Aveva la stessa grazia del dito magnanimo che il Padreterno tende verso Adamo nel maestoso affresco michelangiolesco della Cappella Sistina. Eppure questo dito, teso verso Margherita, era dotato di una fermezza implacabile piuttosto diversa. Margherita aveva gli occhi a terra, fissi sulla tempesta di acqua e sapone ancora in corso nel secchio e appena prossima a sedarsi. Con la musica alta, le urla di Suor Fiore erano inudibili: il labiale tuttavia non lasciava dubbi, e poi l’indizio inequivocabile era il fondo tagliente dello sguardo. La Fata Turchina scostò la massa di capelli opachi tirandosi indietro il cono che restò impigliato alla criniera per l’elastico. Mise mano allo straccio secco e lo immerse nel secchio – lo scambio cellulare fu immediato: lo straccio cedette tutto un grigio sporco misto a terra e capelli e fu a sua volta assalito dalle molecole insature di detersivo in polvere, decisamente il più irritante in commercio, diluito in acqua ghiacciata, almeno a desumere dall’immediato arrossamento delle mani di Margherita pari a un inizio di macerazione delle carni. Dovette impiegare qualche minuto in più, Margherita, a risciacquare e strizzare quella specie di mocio, e quando, da sguattera consumata, decise che era pervenuta al miglior risultato possibile, buttò lo straccio sbrindellato sulla chiazza di Coca rapidamente coagulata e imbracciò il bastone: fu subito evidente che avrebbe dovuto strofinare parecchio per scrostare la sporcizia e 83

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anche per disimpigliare il bastone dagli strappi che intanto le si aprivano nel tulle dell’abito. Il disco di Morandi finì, e da lì su tutto straripò un silenzio irreale: con una reazione lentissima tutti i bambini si scagliarono verso le sedie centrali per guadagnarsi una poltrona a scapito di altri. Così poterono echeggiare gli ansimi di Margherita intenta a pulire. Il corpetto e le maniche sotto le braccia del suo abito da fata erano già tutti chiazzati di sudore e avrebbero di sicuro stinto.

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13. La lezione ha dato i suoi frutti. Una rivelazione: il volteggio è un gioco inesorabile per la selezione dei lesti e dei lenti. Una regola: ogni mancato travestimento è una mancata identità. Dunque, si può saltare avanti, e riguadagnare la casella di partenza.

Lo scoccare della ricreazione e la concitazione della diaspora ebbero due effetti: 1. la corte d’assise si sciolse all’istante; 2. io potei allontanare da me l’impellente recita da secondino. Ne ricavai un gusto impareggiabile, che ebbe il potere di rischiarare quel primo mercoledì di giugno. La prima persona che incrociai in corridoio fu proprio Suor Flavia, che rabbiosamente mi chiese conto di una mia piccola creazione: una specie di stola lavorata all’uncinetto, un’alternanza di maglie basse e maglie alte, con l’inserto di qualche catenella per movimentare l’andamento della pezza. Per la prima volta mi trovai in una situazione classica: la mia opera non era ancora un prodotto pur contenendone tutti i temi. Suor Flavia mi aveva insegnato a lavorare all’uncinetto e mi aveva consigliato di comprarne due: uno rosa antico n. 2½ e uno giallo n. 5. Mia nonna, che lavorava a un copriletto in cotone écru, tutto intessuto a rose in rilievo da cucire insieme a patchwork, usava un uncinetto argento n.1, e in genere passava i pomeriggi a lavorare davanti al camino: si concentrava talmente sul lavoro che non badava per niente a Zio Ernestino, intento ad accendere per lei, subito dopo pranzo, quei famosi fuochi, ravvivandoli con i cartocci di giornale – in un momento il salone sapeva di fumo di piombo, e le fiamme, a ondate, davano bagliori vivissimi, prima di rabbonirsi e finire in solette di braci ardenti. L’anima ruggente di quel suo figliolo, venata di un’urgenza futurista, attraverso segni impercettibili stava già svelando un suo non timido progetto di passare in men che non si dica al suo pezzo forte, la sua scorciatoia classica, di lì a pochi anni, pur d’aver ragione dell’accensione del camino e della stessa furia nevrotica che lo spingeva a dedicarcisi con accanimento, fino all’imbestialimento, mentre quel gesto avrebbe richiesto accuratezza e calma per fruttare da sé: di nascosto da tutti, tranne che da sua madre – che lo comprendeva in tutto, Zio Ernestino ci stava già infliggendo la risorsa più inquinante che noi si potesse respirare, e che, per tutti gli anni Settanta e Ottanta, divenne senza più sotterfugi il metodo invalso a casa nostra per la rapida accensione del fuoco: la busta di plastica, appunto. 85

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Spesso guardavo nonna Maria lavorare, ipnotizzata dal moto regolare vermiforme del suo uncinetto lucente, che entrava e usciva dalle maglie alte e basse, e poi inanellava catenelle che montavano petali di rosa. Cercavo di carpire il segreto di quel suo movimento armonioso che produceva tessuto, disegno, oggetto, piastrella su piastrella i tasselli delicati, e alla trentesima tessera avrebbe fatto scattare la cucitura di una nuova pezza con lo stesso cotone écru infilato nella cruna di un ago da lana enorme, di grosso calibro, e avrebbe fatto intravedere il prodotto finale, la coperta, pur essendone solo una frazione. Ci passavo intere mezz’ore, a osservarla (θ θεαοµαι = theàomai, theàomai in dialetto attico, avrei scoperto molti anni dopo, da cui la parola teatro), teatro rapita, con un lato del corpo surriscaldato al fuoco del camino, e l’altro lato irrigidito ai rigori del salone enorme, appena intiepidito da due piastre di superficie insufficiente, poste sotto le finestre, sul fondo dell’intera parete a vetrate che dava sulla strada, a chiusura non ermetica per via delle mostre in legno laccato bianco che, con le intemperie, si erano lievemente arcuate ed erano andate impercettibimente fuori squadra. Ragion per cui il salone era tutto uno spiffero, e io ero a rischio di polmonite o di collasso. Come i deportati in Siberia, che di notte provavano a scaldarsi intorno a grandi falò e poi, bolliti davanti e congelati dietro, in preda alla stanchezza e al sonno dopo i lavori forzati e i maltrattamenti, o cadevano nel fuoco e bruciavano vivi, oppure cadevano indietro nella neve e finivano ibernati, e neppure li ritrovavano il giorno dopo, perché magari intanto una nevicata notturna aveva provveduto a tumularli definitivamente. Io quasi ci perdevo i sensi, ogni volta, a fissare il prodigio di tutte quelle rose perfette realizzate da quelle mani sapienti e instancabili; e a covare il desiderio di riprodurlo, e di intuirne precisamente il meccanismo. Così un pomeriggio, per premio, avevo ricevuto da mia nonna il mio terzo uncinetto, un 1½ blu. Lo avrei mostrato con giusto orgoglio a Suor Flavia. Giusto a lei che mi contestava sempre il fatto che, dopo tanto lavoro, io avessi prodotto solo una pezza di lana bianca, e ora, coi suoi occhi vivi e il suo urlo rauco, mi stava ordinando di passare alla confezione di qualcosa di comprensibile e utilizzabile. Io al momento non avevo con me la mia pezza bianca, per la verità lievemente ingrigita dai continui maneggiamenti, ma lei attaccò lo stesso la sua solfa e io, eroicamente, tacqui su tutto. 86

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Neppure le dissi che la mia stola informe era rimasta intrappolata dentro la cartella, chiusa in quel momento a chiave in classe – cosa che mi scocciava parecchio, perché ormai dedicarmi a quella tessitura infinita era l’unico modo decente per me di passare la ricreazione. Neppure le accennai che avrei continuato a accumulare strisce di maglie alte e basse, rese scalene dagl’inserti a catenella, e neppure più sotto la sua guida – in un lavorio silenzioso, nascosto, ostinato, che mi doveva servire a scoprire da me la meccanica elementare, forse pedestre, che porta dritta al compimento dell’opera. Omisi di informarla, per non perdere il vantaggio che mi sarebbe venuto proprio da quel silenzio, che sentivo non fosse ancora arrivato il momento per me di tradurre tutto quell’esercizio in centrini o gilet o tovaglie o bordini merlati da cucire in fondo a tendine di lino ricamato (che poteva essere forse l’applicazione più rapida per uscire dallo stadio amorfo dentro cui tendevo per adesso a trattenermi), e che mi vedevo davanti uno spaziotempo largo, come un oceano esteso e fondo, dentro cui avrei dovuto ancora mettermi alla prova parecchio. Questa sola prospettiva mi dava gusto e mi metteva voglia, e il solo starci dentro ad annaspare da sola per provare tutti gli stili, quelli ortodossi e quelli che avrei escogitato per tenermi a galla, fino a conquistare un movimento agile atletico efficace, anche solo immaginare tutto quel lavoro di braccia e cervello e cuore che avrei dovuto scontare solo su di me, mi mandava in visibilio, e non vedevo l’ora di esserci completamente dentro, a buona distanza da tutto. – Ah certo!, le risposi, evitando di spiegarmi, anzi convenendo con lei, solo per liquidarla, che dopotutto sarebbe stato sensato agire esattamente come lei suggeriva. Sensatissimo certo, e molto prematuro anche, e poi privo del fascino della conquista: cioè dell’apprendistato come forma elettiva d’esperienza. La mia maestra di uncinetto non poteva saperlo perché io le tacqui questa specifica informazione: non l’avrei mai più seguita come guida – si era guadagnata il mio tradimento per eccesso di pedagogìa. Andai via, di schiena, incontro a Amanda e Margherita – che discutevano. Amanda brandiva una specie di scone senza zucchero, che per l’intensità della doratura poteva benissimo esser stato cotto al forno, ma dall’unto che lo imperlava invitava a concludere che qualche buona suorina, la sera prima, 87

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l’avesse fritto in abbondante olio di semi bollente, lasciandocelo forse troppo a lungo a saltellare sotto la spinta di una ricca schiuma di bollicine. Poteva esser stata Suor Immacolata, anzianissima e smilza, che non si dedicava mai alla cucina, ma era nota per alcuni dolci soffici di farina burro e uova che le suore mangiavano a colazione nel latte rigorosamente dopo il rosario la messa la confessione e la comunione. O poteva forse averla preparata Suor Elena, che era la decana e si sorreggeva con le poche forze risparmiate dalla consunzione. Oppure semplicemente ci aveva pensato la cuoca, una donna corpulenta col viso bianco e rosso che non appariva mai e io avevo intravisto qualche volta quando, dopo la fine delle lezioni, ero stata come sempre deportata nella zona di clausura dell’istituto per aspettare che mio padre alle due, nella pausa dell’ufficio, venisse finalmente a liberarmi e a restituirmi alla vita civile. Resta il fatto che quella mattina Amanda aveva dimenticato la merenda, e, poiché era una bambina esile, Suor Fiore, con un pensiero delicato, concepibile in lei solo se rivolto ad Amanda, le aveva fatto dono di questa merendina, che aveva tutta l’aria di essere buonissima: io, per dire, l’avrei assaggiata volentieri. Margherita parlava masticandole in faccia: si vedevano i bocconi di pane e mortadella, da cui proveniva ogni tanto qualche effluvio pungente, rotearle tra i denti e contro il palato, e via via ridotti a un macinato umido, i quali venivano ingoiati repentinamente appena prima d’un nuovo morso, generoso di molliche agli angoli della bocca, e una nuova centrifuga a bocca sempre semispalancata. La voce adenoica di Margherita stava sostenendo che it’s five o’clock letteralmente significasse quasi le sei. Io mi trovai a essere tirata dentro alla contesa sol perché ero stata attratta dal dolcetto di Amanda, che aveva addosso i segni piuttosto misurati di un solo morso: era stato appena attaccato senza molta convinzione, e ora era lì, opportunamente stretto in un tovagliolo azzurro, tra le dita minuscole e delicate di Amanda, che oltre a sostenerlo in aria, esponendolo a tutti gli agenti esterni possibili e immaginabili, per il resto non lo degnava d’attenzione. Pensai che fosse un peccato che una merenda così buona restasse sprecata e rischiasse d’essere contaminata. Pensai anche che se Amanda si fosse molto dedicata alla discussione con Margherita, forse avrebbe perso l’unico contatto con quel dolce succulento, e quel tesoro sarebbe scivolato per terra, e poi sarebbe finito nella spazzatura. 88

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Io invece volevo assaggiarlo (giusto un pezzettino!), e tutta la mia attenzione era per quella polpa gialla che, orlata dal solco dei denti, stillava al momento una fragranza appetitosa lungo il bordo frastagliato. La merenda di Amanda, con la sua splendida aria fritta e ben unta, roteava nell’aria descrivendo fedelmente tutti i movimenti concitati dettati dall’irritazione che montava in lei man mano che cedeva alla lite filologica con Margherita. – Letteralmente vuol dire le cinque in punto. – E allora perché quello dice quasi le sei? È la stessa canzone, tradotta. – Sì ma che c’entra? Demis Roussos dice le cinque in punto col coretto sotto degli Aphrodite’s Child perché it’s five o’clock si adatta bene alla musica. Invece nella cover italiana, su quella stessa musica, per lo stesso motivo, bisogna per forza dire quasi le sei… – E allora hanno sbagliato a tradurre… – Che c’entra! Le cinque in punto non ci sta sopra, non esattamente come quasi le sei: è una questione melodica, capito? – Sì ma che, uno, adesso, cambia le parole? – Bè?, m’inserii io, snervata dall’ovvietà del discorso che a Margherita non c’era verso entrasse in testa. M’imbarcai senza risparmio nella discussione pescando in tutto quello che avevo imparato guardando Walter&Connie, e Amanda, forse spossata dal confronto anche fisico con questo bolide di ragazzona, attaccò a divorare il suo scone che ebbi il sospetto, mentre io arringavo Margherita senza pietà, fosse in realtà, molto più deliziosamente, una combinazione di dolce e salato. In quattr’e quattr’otto anche Margherita, alla faccia mia, fece fuori l’abbondante pagnottella, ripiena di etti di mortadella freschissima, da cui promanavano profumi penetranti. Rimettendosi al cibo, Margherita aveva mitemente rinunciato a punire la mia intrusione arrogante con un equo bersagliamento di palline di pane smollacchiate di saliva: mi aveva risparmiato anche l’associazione automatica che avrei fatto da me col pane raffermo che mia madre metteva a mollo in un piatto fondo (da qualcuno definito avventurosamente fondina –!–), per poi strizzarlo e lavorarlo a mano con la carne macinata l’uovo il prezzemolo e il parmigiano, e preparare polpette polpettoni o hamburger. Per anni quella preparazione squisita mi ha fatto senso unicamente per quella disgustosa evenienza mai realmente accaduta, che poi mi ha suscitato un vomito e una pena prepotenti quando ho visto ‘La ricotta’ di Pasolini in 89

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RoGoPaG, e molto dopo, ‘Balla coi Lupi’, col Sancho Panza messo alle costole di Kostner/Dunbar: prima di finire sopraffatto dagl’indiani implorandoli che risparmiassero il suo asino, costui s’ingozza, macinando i bocconi a bocca larga, intonando rutti reboanti, e sputando intorno pezzi smollacchiati di cibo a colpi di tosse ogni volta che per la foga il bolo gli va storto in gola. In effetti con la mia irruzione avevo liberato tutte e due dall’onere di confrontarsi reciprocamente per sostenere le rispettive posizioni. Margherita l’ultima porzione di merenda l’aveva mandata giù senza più tante esibizioni rivoltanti. Amanda a sua volta aveva consumato la sua merenda regalata, facendo lavorare con discrezione la sua bocca minuscola, i suoi denti dritti e bianchissimi incorniciati da labbra carnose e rosee su cui si spargeva la luce delle iridi azzurre rifinite e rese più vive da due cerchi neri perfetti attorno, in quel suo viso tondo, sotto il caschetto di capelli neri che mi facevano pensare automaticamente a una fugace apparizione androgina di Pascale Petit nella serie francese Thierry La Fronde, una specie di Robin Hood cui tutti c’incollavamo per mezz’ora tutti i pomeriggi. Io mi ero esibita in un mio classico: imbastire un’esegesi tattica per conseguire un fine pratico dislocato – ma ero rimasta fregata: m’ero persa in chiacchiere di cui peraltro, a dispetto della passione che ci avevo messo, m’importava zero, e non avevo beccato una mollica né dall’una né dall’altra.

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14. …’Cinemà / Frenetica passiòn // Cinemà / tormento e seduziòn’… Una sequenza al rallentatore, come nei film di Sergio Leone: una azione fulminea richiede la sua stessa scomposizione e continua ripetizione. Solo il tocco magico della fata corpulenta ne schiude il vero significato rivelando il nesso tra stoffa strilli e respiri.

Il vuoto allargato nello stomaco da tutta quell’acquolina sprecata era un indicatore indiscutibile: dovevo mettere qualcosa sotto i denti, perciò guidata dal puro istinto ferino rifeci indietro tutto il corridoio, arrivai alla nostra porta, l’ultima sul lato destro, abbagliata dalla luce di mezza mattina che sfolgorava come latte dal finestrone al fondo, e la spalancai. Ora, capiamoci: il punto di vista di un bambino non consiste tanto, per evidenti problemi di statura, nel tagliar via le teste degli adulti, quanto, proprio perciò, nel vedere tutto in una prospettiva oblunga che estenua le forme, le rende incombenti. Anni dopo avrei scoperto che Lucien Freud, per aver forse conservato memoria dei timori suscitatigli dall’incombenza degli adulti, soprattutto di suo padre – fratello di Sigmund, nei suoi quadri ha riprodotto esattamente questa prospettiva. Il punto di vista dei figli dilata la figura del padre, rendendolo un topo enorme che incombe sulle loro teste e non è escluso che presto o tardi li divorerà. Un archetipo classico. Era perlomeno curioso che la porta dell’aula non fosse chiusa a chiave come avrebbe dovuto. L’avevo appena imboccata per raggiungere il mio banco, la mia cartella, la mia merenda rimasta prigioniera, credevo io, invece dopotutto agevolmente recuperabile, e magari la mia pezza lavorata all’uncinetto, per portarla fuori e mostrarla a Suor Flavia per l’ultima volta, quando una furia dentata m’investì, producendo urla divoranti. Da sopra, un grigio vasto mi si abbatté addosso e mi risospinse con successo, pur con una pressione minima cui io non mi opposi poi molto, buggerata all’istante come restai dalla sorpresa, di nuovo in corridoio, sbattendomi la porta in faccia, e stavolta premurandosi di dare almeno uno stizzito giro di chiave: rabbioso, tanto che echeggiò oltre le urla dei bambini.

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Quando mi voltai verso il budello lungo, vidi subito il viso marezzato e mesto di Margherita: coi suoi occhi che spargevano il loro spleen verde acqua provava forse a inviarmi uno sguardo solidale mentre Amanda si era già appartata con Cèci e Betty, e notai che i nastri blu che portavano a coronamento dei colletti bianchi, ben stirati sul picchè buono dei grembiuli, erano della stessa preziosa famiglia: larghi, setosi, forse di nylon, e facevano fiocchi ricchi, che montavano bene sotto i menti. Lasciai vagare lo sguardo senza controllarlo, ma nulla di quello che avevo davanti era davvero percepibile in quel momento. Negli occhi mi scorreva un altro film: qualcosa che avevo visto nell’aula nell’unico istante che ci avevo passato. I minuti cominciarono subito a scorrere, e a condurmi lontano e, per quel che mi pareva, al sicuro da una specie di zot immaginoso cui avevo assistito mio malgrado. Eppure restavo inchiodata su pochi fotogrammi sfocati senza capirli. Forse era un fotogramma solo, una sola postura, un solo gesto. Tutto, qualunque cosa fosse, mi era apparso contro la luce, abbagliante a quell’ora, che tracimava dentro l’aula dalla finestra: dunque nero. O meglio oscurato, indistinto, forse stinto. Ero andata decisa verso la porta dell’aula senza ricordarmi che doveva essere chiusa: contr’ogni logica, non risultarono date le mandate a chiave dall’interno, quindi la porta, quando abbassai la maniglia, si aprì docilmente. Feci per entrare, e fui investita da una furia grigia. Poiché non avevo calcolato che la porta fosse chiusa dall’interno, come in realtà succedeva sempre a ricreazione, avevo caricato la maniglia con tutto il peso e la baldanza che ci mette chi si aspetta che la porta si apra. Appena fatto questo, l’avevo spalancata, esponendo l’interno dell’aula agli sguardi di chiunque. Nel braccio di corridoio dove ero rimbalzata, buttata fuori dalla furia grigia, me ne stavo attualmente imbambolata a interpretare i segni confusi che avevo sbirciato. Ero piombata in marcia inarrestabile sulla soglia, da cui avrei fulmineamente raggiunto la mia merenda, rimasta nella cartella, per divorarla in pochi bocconi, perdendomi tutto il gusto, anche per via del contemporaneo fantasticare, a ogni morso della merenda vera, sul possibile meraviglioso sapore della merenda desiderata e neppure assaggiata. 92

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Tuttavia la distanza cortissima tra la porta e il mio banco, la mia cartella, la mia merenda, io non ero riuscita a coprirla, perché qualcosa di grigio e carne mi aveva selvaggiamente risospinta fuori. Così ora me ne stavo in piedi in mezzo al corridoio, di fronte alla porta dell’aula definitivamente sprangata, afflitta o forse perplessa, e ormai disperatamente affamata, sotto lo sguardo vigile di Margherita. Ce ne stemmo tutte e due in silenzio. Il buco nello stomaco non era solo fame. Quando ero entrata proditoriamente nell’aula, non era stato solo il grigio e rosa di stoffa e carne a venirmi contro, ma anche un suono stridulo, potentissimo eppure su toni così alti da aver sforato in qualche livello di decibel troppo acuto per poter essere pienamente percepito. Era stata una sorta di esplosione di suono verso cui però i miei recettori non erano abilitati o esattamente sintonizzati. Qualcosa avevo sentito ma era stato come una coda: non proprio il suono vero, e tondo. Come l’avessi inseguito invece di esserne investita. Curioso. Margherita era più vicina, ora. Mi era quasi accanto. Tese un braccio del suo corpo ciccione, strizzato dentro il grembiule che le insalsicciava le braccia funzionando da guaina, proprio come le budella per gli insaccati insaturi, bisunti. Gli stessi che doveva ingoiare interi o dilaniare a morsi, dopo averli abbrancati con le grosse mani, suo padre bisonte: seduto al tavolo di cucina, a ora di cena, con un tovagliolo messo sul petto come il bavaglino enorme sotto il mento da mostruoso neonato, lasciandoci colare sopra sugo di pomodoro, olio fritto, salse dense di brasato, e asciugandosi su quella stessa stesa multicolore le dita imperlate d’unto, date a ceffoni sul capo di Rodolfo, il primogenito, per aver detto qualche scemenza da ragazzino troppo cresciuto che stava rivendicando il suo diritto a restare ancora un po’ innocente, o perché si scostasse per non impallargli lo schermo su cui passava il telegiornale, o Cesare Polacco e la brillantina Linetti, o il film del lunedì – probabilmente gli sceneggiati registrati in ampex ma non la prosa del venerdì, finendo per imbrattare i capelli di Rodolfo, ragazzo terribile, e modellarglieli, con questa specie di gel alimentare (animale, per dirla tutta), che il giorno dopo sarebbe rimasta la sua pettinatura. 93

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Tutto sotto lo sguardo impassibile, o debolissimo, della madre di queste due creature, una moglie mortificata, stremata, costretta a scalare una parete dritta, a arrampicarcisi a mani nude, con le unghie, pur di salvare uno straccio di dignità coniugale. Margherita poggiò una mano screpolata sul mio braccio, e io non potei non notare che le unghie, di struttura cornea forte, e mezze smangiucchiate (più dall’umido che da una vera e propria opera di rosicchiamento come la mia), conservavano tracce di uno smalto a metà strada tra il rosso e il viola, e che all’anulare le smoriva un anellino, un cerchietto d’oro sottile che poi formava un castone esile attorno a un’acquamarina che scambiava il verde celeste con le iridi perse nel faccione. Quel semplice tocco mi bastò per mettere a fuoco il fotogramma. Quando mi ero proditoriamente presentata sulla soglia dell’aula, spalancando uno spazio da cui chiunque altro avrebbe potuto spiarci dentro, nello sfolgorìo della luce di mezza mattina che inondava la stanza dai finestroni per interi ben due lati, un abito talare corredato di velo era curvo su una cartella e pareva smucinarci dentro: una frazione di secondo prima, una presenza scura si stava lavorando proprio la gonna, dietro l’abito, e una frazione di secondo dopo la gonna era ricaduta giù, si era raddrizzata, e immediatamente dopo si era gonfiata come una mongolfiera, sotto la spinta delle gambe impegnate a saltarmi incontro. La faccia incorniciata di bianco e di nero era venuta vicinissima, e si era fatta enorme, e le mani, con le maniche leggermente rimboccate, mi avevano strattonata prima di spingermi fuori. Era echeggiato uno strillo acutissimo e prolungato, suonato troppo alto per riuscire a coprire un sospiro, o un soffio, o uno sbuffo, dietro la porta che avevo accanto: lateralmente, nello spazio sottile tra i cardini, avevo intuìto lo scuro di una stoffa.

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15. Pena per sé. L’unica chiave per decifrare la fitta rete di confronti tra colossi è rifare qualche salto indietro per alternare al noto sistema del travestimento un provvisorio tentativo di nascondersi. Il resto è questione di clearance.

Il calore interno è superiore di almeno un grado rispetto alla temperatura corporea normale. Questa si attesta generalmente sui 36 gradi Coelsius ma in alcuni soggetti può oscillare fino ai 37°C – perciò se misuriamo la temperatura interna, essa potrà oscillare entro il range di un grado, fatte salve tutte le considerazioni preliminari, tra i 37°C e i 38°C rispetto alle misurazioni esterne di partenza. Qualcuno ha persino 35°C, perciò 36°C internamente, ma non pare sia un segno di salute. In effetti, nel preciso istante in cui, aiutata dal tocco di Margherita e dalla visione delle sue unghie con lo smalto mezzo tolto, intuii il senso complesso di quel che avevo visto, cioè: fiutai d’aver spiato un segreto adulto, sentii colare qualcosa di piacevolmente caldo. S’inondarono le scarpe e le calze celesti, nel cavallo e lungo tutto il lato interno delle gambe. La gonnellina sotto il grembiule si era tutta bagnata dietro. Margherita aveva tolto la sua mano calda dal mio braccio e fatto un passo indietro: ora mi guardava con una certa pena negli occhi. Pena per sé. Mentre la pozza giallina mi si allargava tra le scarpe divaricate, e io stavo a guardarla, riflettendo che, anche volendo, non avrei potuto frenare l’enuresi in nessun modo (dopotutto mi pareva il degno contributo organico da aggiungere al genere di fatti accaduti in quella giornata, oltre che una legittima forma di protesta), nell’orecchio sentii arrivare il déclic di un nuovo giro di chiave della serratura. La porta della nostra aula si spalancò di colpo, con uno spostamento d’aria che, tuttavia, non tolse stabilità alla mia postura da colosso: me ne stavo piantata in piedi a gambe larghe, e ammiravo la limpidezza dell’escreto che avrebbe potuto rappresentare una voce apprezzabile in un referto di laboratorio – una clearance impeccabile priva di emazie, chiaro segno di buona salute. Il successivo strattonamento da parte della furia sotto lo sguardo triste di Margherita guastò viceversa il mio equilibrio. Pestai nell’urina per tenermi

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in piedi e non precipitarci dentro mentre Margherita fu subito adibita a un doppio turno di pulizia. Io fui trascinata verso la zona centrale dei bagni coi piedi che sciacquettavano nelle scarpe, producendo il tipico rumore di pozzanghera – lo stesso rumore che nel nostro primo sussidiario produceva Pierino, bambino angelico e dispettoso, in una storiellina molto pedagogica, in cui il piccolo demonio, nel tragitto da casa a scuola, saltava, tirava calci alle pozze d’acqua alzandone muri che inondavano i passanti, s’inzaccherava di gusto, correva e sudava, si scarmigliava, si lasciava calare i calzettoni sulle scarpe infangate, non badava alla cartella e spargeva libri e quaderni sui marciapiedi, e poi li tirava su, tutti acciaccati e sporchi, e arrivava a scuola col grembiule e il fiocco slacciati, sotto il cappotto tutto ciancicato, e col berretto di traverso, – Ridotto ecce homo, bambini, ci aveva detto Suor Melania, la nostra dolcissima maestra di Prima Elementare – che tuttavia nella sua perfetta soavità non aveva ritenuto di dovermi risparmiare una serie solenne di paccheri per distogliermi dalla naturale inclinazione a scrivere con la sinistra: – …il lato del diavolo, tesoro! Poi, in Seconda, eravamo stati consegnati nelle sicure mani di Suor Fiore. La stoffa scura che aveva respirato dietro la porta della nostra aula, quando ci tornai, si era dileguata. Com’era andato via, l’uomo? Era passato attraverso i muri, naturale. Come faceva zio Ernestino quando giocava con noi, se era a casa in una pausa tra una missione negli emirati arabi e l’altra per le quali sua moglie Maria Luisa si disperava: era introvabile ma poi, siccome si scocciava a aspettare per ore d’essere scoperto, perché l’aveva escogitata troppo difficile per noi, si consegnava spontaneamente, e ci mostrava le spalle tutte bianche di intonaco. Il caso più pauroso era quello di Massimino, che per la taglia piccola riusciva a scivolare dentro lo spiraglio lasciato sempre aperto in una delle ante scorrevoli dell’armadio in noce scuro incassato nel muro dell’ingresso, proprio di fronte alla porta di casa, giù da nonna. Le due ante facevano un rumore infernale, a spingerle per farle scorrere lungo i binari d’ottone che servivano a farle aprire e chiudere, per scorrimento laterale appunto. Chiunque altro, per potersi nascondere tra i cappotti appesi nel vano capiente quanto una stanza, avrebbe dovuto farne scorrere almeno una per 96

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aprirsi un varco, facendosi sgamare subito. Invece a Massimino bastava lo spazio strettissimo, lasciato sempre aperto, per andarsi a acquattare tra le vigogne grigio antracite di nonno Germano e il breitschwanz pesantissimo di nonna Maria. Poi, quando venivano le signore a giocare a canasta, l’armadio si riempiva, e Massimino, tra i cappotti le pellicce e i mantelli, ci spariva dentro: come un elfo. In effetti, dopo la sorpresa delle prime volte, ci veniva spontaneo pensare, visto che non c’era verso trovarlo ovunque altro, che si fosse confinato là dentro. Eppure nutrivamo tutti un sentimento ambivalente verso quel nascondiglio, e verso la certezza assoluta che Massimino ci stesse dentro, a pregare, tremante, tutti gli dèi dei boschi perché nessuno arrivasse a scoprirlo. Chiunque di noi stesse sotto, cioè dovesse cercare tutti gli altri, si lasciava Massimino come ultima preda, la più pregustata e la più ambita. Quell’armadio cabina era temuto come un antro infernale, e vedere Massimino spuntarne come un pupazzetto a molla era sempre un’esperienza paurosissima, per quanto nota. Nutrivamo tutti un sacro terrore. Dell’armadio come luogo. E della pesca di Massimino tra le stoffe scure e pesanti appese ai ganci come terribile figuretta indifesa e malefica: pronta a saltar fuori con una risatina aggressiva, cogliendoci di sorpresa – per quanto chi di noi era di turno a cercare si aspettasse di trovarlo lì, e sapesse che a smucinare in mezzo a quelle pezze inerti e pregiate, tra le quali lui fino all’ultimo si ritraeva, alla fine si sarebbe ritrovato a tastarlo, e a riconoscerlo al tatto, con un supplemento di terrore per la pura e semplice conferma che l’allegro piccolino era proprio lì dove avevamo pregustato di andarcelo con tutta calma a capare. Dopo di che, non c’era tempo per ridere a meno di non farsi fregare, perché Massimino saettava fuori a testa bassa come un furetto, e c’era serio pericolo che andasse dritto a fare tana libera tutti: perciò, c’era da stare all’erta, per non lasciarsi anestetizzare dall’effusione adrenalinica subito seguita al picco fisioemotivo. Patrizia, per dire, in quei casi, se miracolosamente se ne stava ancora rintanata in uno dei nascondigli più nuovi che qualcuno di noi avesse ultimamente escogitato, e grazie al quale neanche lei risultava più a chiunque di noi dovesse mettersi in cerca fino all’ultimo (incastrata sotto la rete di uno dei sommier nella camera a due letti in uno spazio veramente esiguo dentro cui non si capì mai bene come le riuscisse di andarsi a infilare 97

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e soprattutto di sfilarsi per uscirne), lungi dal digrignare i denti, reagiva a tutto il trambusto seguito al ritrovamento del fratellino e a quel clima di sospiri trasalimenti e sospensioni, anche lei, con il rilascio di una sana pipì, promanata standosene stesa supina sul pavimento di marmo gelido, sotto il letto, dovendo per giunta rinunciare a dedicarsi a una valutazione obiettiva del referto, per via dello spazio risicato che le impediva persino di sollevare il fiero capo per un’inclinazione superiore ai trenta gradi. Con la stessa forza miracolistica con cui l’ombra scura, stipata e ritratta nello spazio esiguo dietro le cerniere della porta, si era dileguata, ora, tra la stessa porta e la cattedra, si era materializzata dal nulla l’apparizione, non in eidophor, di mia madre: figura in movimento appena oltre la lavagna nera contro lo sfondo del baracchino di penne, cartucce, matite, quaderni, e le scatoline colorate aperte con i rosari fosforescenti accolti in soffici nuvole di ovatta giallina, rosa, celestina, o ambrata. Mia madre ascese alla pedana da cui Suor Fiore l’aveva superbamente sorvegliata da che aveva bussato e aveva messo piede nell’aula, e io vedevo tutte e due come su uno schermo: poco distanti ma irraggiungibili, e soprattutto, a quel che sembrava, incapaci di vedere e sentire tutti noi, nonché restìe, tutt’e due!, a dedicarsi a ME. Con un movimento coordinato, appena dopo la stretta di mano cordiale, Suor Fiore e mia madre squarciarono lo schermo che le separava da tutti noi: irruppero sul proscenio davanti la cattedra, a un passo dal primo banco della fila centrale. Betty, al solito, era assorbita da qualche problema d’insiemistica. Andreina invece pareva disposta a godersi lo spettacolo, pregustando tutti i particolari del dramma di cui esso pareva gravido, e esibendo la sua aria soddisfatta di pettegola navigata. Io restai seduta dietro di loro, incollata al banco dalle vesti semifradice, senza avvertire la minima interferenza da parte di Mino, che pure era seduto accanto a me. Vidi Suor Fiore e mia madre intendersela, come due vecchie conoscenze, e mi parve di restare schiacciata da un’esclusione paradossale che scombinava tutto l’assetto di intese su cui io avevo fatto affidamento fino a quel momento, lasciando balenare qualche nuovo ordine dettato da spostamenti di linee, fortuiti e forse rapinosi, proprio come nel gioco dei volteggi attorno alle sedie. 98

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16. Uno stratagemma ottico mette in asse due figure e crea la coincidenza concentrica con la terza. Prima che la principessa più triste sulla terra risulti inscritta nella sagoma della fata corpulenta appare, letteralmente scostante, la cosiddetta madre dello schermo.

Difatti l’ultimo carnevale avevo provato uno spiazzamento analogo. Quel martedì gelido di febbraio, alla fine della mattinata, mia madre era apparsa all’improvviso per portarmi a casa – dopo aver già raccolto all’asilo Titti, elegantissima nel suo costume da principessa. Un dato allarmante erano le labbra di Titti: bianche e livide, coi contorni quasi del tutto sfumati nel pallore da cencio slavato del visetto, al solito circondato dalla sua brava coroncina di riccioli rossi attorno alla fronte. Il resto della criniera fulva era stato ben tirato e stretto in un elastico, e la coda risultante era stata saldamente agganciata al cranio mediante dei ferretti e delle forcine: a questo punto, sospettai con trasalimento che essi potessero benissimo esser stati conficcati nella teca ossea, forando davvero il cuoio capelluto (tanto coi capelli rossi, pensai, la fuoriuscita di sangue non si

sarebbe mai notata, problema diverso avrebbe potuto rappresentare una eventuale fuoriuscita di materia grigia), e a tutto aveva messo, di sicuro, rimedio il fatto che sulla testa le era stata calcata e acconciata una parrucca argentea, perfettamente pettinata in riccioli ripartiti ai lati, e ben cotonata dietro la nuca, come quelle per le damine e i cicisbei del Settecento. L’ulteriore rifinitura leziosa, il tocco barocco che arretrava ulteriormente l’assegnazione cronostorica del suo costume, erano dei nastrini celesti di velluto e pizzo, sicuramente ancorati mediante un paio di forcine che, a questo punto, pensai dovessero essere lunghe abbastanza per potersi deliziosamente innestare, loro pure, nel cranio, superando, oltre allo strato di cuoio e capelli, prima di tutto la spessa massa di capelli posticci, anche più impenetrabili a causa del materiale sintetico di cui erano fatti. Per l’appunto: ora, la parrucca dov’era? Il visetto smunto di Titti poteva lasciar supporre una grande stanchezza, così pensai che quei delinquenti dei suoi compagni d’asilo si fossero pappati tutte le vettovaglie e l’avessero lasciata senza neanche una mollichina di cibo, nonostante mia madre avesse preparato anche per i più piccoli una delle sue leccornie: la torta marmorizzata con la più alta percentuale di cioccolato che avessi mai visto in vita mia. 99

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Titti se ne stava avvinghiata a mia madre che la teneva per mano, e con un atteggiamento tipico dei bambini diffidenti verso il resto del mondo si riparava dietro le sue gambe, si nascondeva dietro la sua gonna. Per non vedere i mostri che la scrutavano, come se questo bastasse a farli sparire davvero, Titti riparava il viso dentro il cappotto lungo di mia madre. La disperazione con cui Titti, nonostante un evidente stato di malessere, si teneva attaccata a lei per allontanare da sé ogni rischio di contatto; e l’aria seccata con cui nostra madre certe volte tentava di staccarsela di dosso per fare a Suor Fiore il suo resoconto indignato sulle traversie patite dalla povera bambina per l’intera mattinata; e poi quel pallore, quelle labbra violacee: tutto mi fece pensare a un cartone di Hanna&Barbera, che avevo visto mille volte, e mi sembrava ogni volta sempre più divertente e straziante. Un pulcino di avvoltoio, o forse, visto che il cartone era americano, piuttosto un piccolo condor, sta con sua madre su uno sbalzo di roccia al cospetto dello strapiombo irto di speroni di un canyon. Il piccolino si strofina tenero contro il petto forte della madre. Mamma condor lo guarda accigliata, e con un’ala o col becco ricurvo, con espressione infastidita, con una luce cattiva negli occhi, lo sospinge verso il burrone: perché dovrebbe svezzarlo al volo, e l’unico modo che l’istinto le suggerisce è quello di buttarlo a capofitto nel vuoto, sapendo già che, per frenare la caduta, il suo pulcino per istinto spalancherà le ali, e si assicurerà la portanza infilando serie intere e continue di correnti ascensionali, e alla fine volteggerà garrulo e felice – così poi, collaudata la disinvoltura nel volo, si dedicherà altrettanto istintivamente a carpire le prede altrui, piombandoci sopra per ripulirne i resti. Mamma condor sa che andrà così perché così dettano le leggi della natura, e per la stessa ragione sa che è esattamente quello il tempo maturo per il suo pulcino per imparare a volare. Perciò lei lo spinge, e lui indietreggia incerto, arrossendo e sudando, difendendosi con le alucce nere sfilacciate e implorandola, – Do do do do do babbina, don pozzo babbina, don pozzo do do… (No no no no no mammina, non posso mammina, non posso no no…) Il poveretto scuote il capo per dare a intendere che non se ne parla proprio di fare quel salto nel vuoto, e intanto si schermisce con una voce ovattata che deve tradire residui di muco nelle fosse nasali, i due orifizi posti ai lati del becco, che gli danno questo verso immaturo capace d’ingentilire persino un vultur griphus piccino, di farlo diventare una creatura indifesa degna di protezione e cure, capace di far dimenticare lo spazzino 100

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implacabile che è destinato a diventare. Forse era anche lui una creatura sfigata di Chuck Jones, nel circo delle Merry Melodies targate Warner Bros., quelle che a ogni episodio folgorante si chiudevano col maialino e il suo beffardo saluto: – That’s All, Folks! (È tutto, gente!) Mia madre si scostava Titti dalle gonne perché voleva che Suor Fiore la guardasse meglio e notasse un certo dettaglio, e si seccava che Titti non si lasciasse osservare, perciò certe volte la strattonava di brutto, e poi, per quei brevi momenti in cui Titti era, per quanto a poca distanza, pur sempre posta al centro dell’osservazione, tornava, mia madre, a riferire a Suor Fiore su una certa circostanza che doveva avere a che fare con un certo segno che da un po’ stava provando a indicarle, e che ora anche io, che ero là accanto, cominciavo a vedere con vago raccapriccio e con rabbia crescente. Nel viso ancora pressoché bianco di Titti, c’era un solo rossore: sulla tempia sinistra, si poteva notare un solco profondo nella pelle, e quando mia madre, con la mano sotto il mento di Titti, le girò la faccia, venne fuori che lo stesso segno, perfettamente simmetrico, si era profondamente inciso anche sulla tempia destra. Anche i padiglioni delle due orecchie, a entrambe le èlici, mostravano un arrossamento, una spiccata flogosi dell’epitelio, che cominciava a destare il sospetto di una prolungata pressione. – Che diamine!, e uno non pensa a tògliergliela?, fece stizzita mia madre, sfoderando questo impeccabile bisdrucciolo. Fu allora che notai l’involto sgraziato di capelli sintetici d’argento che, così raggomitolati, emanavano vaghi riflessi turchini – erano infilati per metà nella borsa di mia madre, fino a poco prima nascosta dal cappotto. A quel punto mia madre abbandonò la mano di Titti e estrasse la parrucca per indicarne a Suor Fiore l’interno, in particolare l’elastico duro e spesso che girava tutt’attorno all’orlo, e che doveva aver premuto, semi arrotolato, contro il cranio delicato di mia sorella congestionandolo. Così lei lentamente era prima scivolata nella tristezza, poi era precipitata in un lento deperimento, era stata assalita da un mal di testa sordo e persistente, e aveva patito tutta la mattina un senso di nausea montante che le aveva impedito di mangiare, di correre, di giocare. Era stata tutto il tempo la principessa più triste della terra, come certe mancate regine avvelenate lentamente dalle streghe nelle favole. Ora Titti era in piedi con la sua aria affranta, definitivamente al centro dell’inquadratura ipotetica verso cui nostra madre l’aveva ripetutamente 101

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sospinta, e curiosamente, sullo sfondo, un’altra creatura spezzata le corrispondeva in proiezione assonometrica: una fata turchina senza più bacchetta o zuccotto magico, coi capelli arruffati e il vestito col tulle tutto stracciato, e macchie di sudore stinte che le disegnavano aureole biancastre sotto le braccia e sul busto.

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17. Una figura, attuale, s’impone in primo piano – pur restando in asse, idealmente e a lungo, con le due donzelle concentriche. Il tragitto inverso indica la somiglianza tra le screpolature alle mani e chiocciole di pastina come vermi bianchi. Un vagone piombato aveva portato al cinema e non ai forni.

Come, mesi prima, Titti, smunta principessa, aveva destituito d’importanza e spedito sullo sfondo la fata turchina, sciamannata, e senza più uno straccio di potere – se mai ne aveva avuti, così questa figura attuale scalza quel memorabile primo piano per rubare tutta l’inquadratura. La occupa appunto la bambina seduta al banco (secondo, fila centrale) con la gonnellina bagnata. Fino a quel momento, lei non aveva provato che fastidio, senso di fradicio appunto, e poiché ora la pipì le si era gelata addosso, a dispetto del clima tiepido d’inizio giugno, cominciava a tremare dal freddo. Ma neppure l’ombra della mortificazione le era balenata finora nel cervello, o quel barlume di intelligenza dell’esistente che proviene dal puro assemblaggio di dati oggettivi da parte dei sensi. Bastò che Suor Fiore e sua madre parlassero a due passi da lei, davanti alla sua fila, intendendosela come due vecchie amiche, perché lei si accorgesse della relazione di sé col mondo, con quello spazio, con quel luogo, giusto in quel momento, in quello specifico frangente. Le venne un impulso ingovernabile a gemere, come tributo alla scena, come apporto al dramma del quale nulla le era veramente chiaro, a parte il senso di bagnato tra le gambe giù fino alle scarpe. Le sembrò che da parte sua fosse doveroso fare almeno quel verso, come segnale del fatto che lei c’era, e stava partecipando da astante titolare d’un qualche ruolo. Teoricamente avrebbe potuto benissimo non iniziare a gemere, avrebbe potuto starsene muta, e sufficientemente defilata, attirare poco l’attenzione su di sé, ma qualcosa accadde che la stanò – oscuramente ma con sufficiente prepotenza per farla uscire seppur flebilmente allo scoperto. Sua madre e Suor Fiore ora stavano parlando tra loro di lei. In che consistesse il cuore del discorso non era chiaro. Erano discorsi fra grandi, pieni di omissioni. Sembrava che tutte e due ci mettessero un impegno particolare a rendere tutto perfettamente udibile ma anche totalmente inattaccabile perché mai veramente esplicito. E questo lei non lo aveva mai sopportato da Suor 103

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Fiore, nonostante le tributasse un’assoluta devozione da scolara a maestra, e avesse sempre svolto tutti i compiti che lei aveva assegnato alla scolaresca negli anni, anche i più bizzarri, perché come maestra le sembrava indiscutibile: da lei imparava davvero, sentiva di progredire sul serio, mentalmente, come se davvero la sua intelligenza si costruisse con una crescita volumetrica e costante di sempre nuove strutture. Ma non le perdonava in cuor suo d’essere sostanzialmente spietata, irascibile, e dopotutto subdola. C’era qualcosa di perfido in lei che in effetti Suor Fiore godeva a esercitare. Ecco, ora stava per l’appunto giocando quel gioco. Stava insinuando in modo misterioso, senza denunce aperte, senza dettagli impugnabili, negando il diritto alla difesa e giocando per così dire d’anticipo: l’idea vaga doveva essere quella di scatenare qualche ingenua reazione emotiva che mi avrebbe buggerata, facendomi passare per una che si stesse difendendo per aver accusato il colpo. Mi stava facendo ammettere qualcosa, solo che io non sapevo cosa. E che mia madre la seguisse in quello sporco gioco era semplicemente il colmo. Suor Fiore continuava a parlar male di me a mia madre, e la faccia di mia madre non tradiva in quel momento nessuna tenerezza materna: era attraversata da un’espressione chiusa, senza spiragli. Tuttavia a scanso d’altre sorprese, per mettermi a posto, diciamo, rispetto alla curiosa situazione, io intanto avevo attaccato a gemere. Non era pianto, e quel che era peggio non riuscivo a pensare a nulla di veramente commovente, nulla che mi facesse sorgere l’ombra dell’umido dalle ghiandole lacrimali. Non sapevo nemmeno se il viso fosse un’ombra rosso, in segno di contrizione, o come accenno di disperazione. In fondo, salvo il desiderio di liberarmi di tutto quell’umido fetido, non avevo motivo di disperarmi. Mia madre fissava Suor Fiore che continuava a inviarle il suo discorsetto sospetto, e io, per impietosirmi, decisi di mettermi a fissare Margherita, che nel frattempo era rientrata. Non era tornata, Margherita, a inabissarsi nell’ultimo banco in fondo alla mia fila, dietro i maschi grossi che tuttavia non riuscivano a eguagliarla per stazza – postazione dalla quale per me sarebbe risultata invisibile, a meno che io non mi fossi adattata a una rotazione di almeno 180 gradi per la quale ero impacciata dalle vesti umide, e che mi sarebbe sembrata poco conciliabile, diciamo poco in tema, coi gemiti che avevo appena preso a 104

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inscenare. Avrei potuto, per colmo d’immedesimazione, smettere di gemere, ruotare su me stessa, guardarla, poi voltarmi di nuovo e riattaccare a gemere – no, troppo laborioso. Margherita se ne stava davanti alla porta dell’aula, che aveva appena richiuso, incapace di chiedere permesso a mia madre che le bloccava l’accesso al corridoio tra le due file da cui poter raggiungere il suo posto. Ecco, pensai che dopotutto per Margherita avrei potuto piangere, tartassata dalla sorte com’era. Così mi misi a fissare le sue mani devastate: le pellicole bianche in cui tendevano a desquamarsi per macerazione, e che, per conto mio, avrebbero potuto benissimo animarsi e trasformarsi in brulicanti vermi bianchi. Gli stessi vermi che, a detta di mio nonno, avevano infestato non poche minestre al Circolo Ufficiali di Palazzo Barberini quando, con tutta la famiglia, era venuto sfollato a Roma, grazie a un fortuito guasto ai binari all’altezza di Ciampino, che aveva permesso loro di scendere dal treno merci su cui, una mattina del ’44, i tedeschi li avevano caricati tutti. Si erano avviati in fila indiana, alla chetichella, verso i campi aperti, portandosi dietro le loro mappate. Saranno stati una dozzina. Con loro c’era anche nonna Angelina, che pur nel disastro della guerra non aveva rinunciato al bastone da passeggio e alla veletta. Camminavano spediti e guardinghi, poi cominciarono via via a liberarsi della roba cui ciascuno, anche per affezione, e per eccesso di previsione d’uso, non aveva voluto rinunciare. Si fecero dai binari, poco fuori Ciampino, fino a via Arno, presso Corso Trieste: tutto a piedi. Ci arrivarono la sera tardi. Avevano mollato per strada praticamente tutto, e nel frattempo avevano accumulato sporcizia e stanchezza. Erano tutti sudati, di fatica e di apprensione, e anche nonna Angelina era meno a posto del solito, però conservava una sua connaturale eleganza, una inossidabile regalità. Si erano diretti esattamente lì, al civico 2 di via Arno, e una volta ricomposto il gruppo davanti al bel portone del Quartiere Savoia, a due passi da Villa Ada, nonno Germano bussò all’interno dei Cimino. Aprì un bel signore maturo, – Prego?, chiese perplesso. – Luigi, siamo venuti dai treni… Nonno Germano si fermò subito. In un momento sentì addosso tutta la stanchezza, e si accorse di dover sintetizzare tutta la catena delle loro tragedie in modo credibile. Del resto, il signore sulla soglia, nello sguardo mostrava l’aria di chi ha davanti a sé un drappello di miserabili, così nonno 105

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Germano ebbe la tentazione di mostrargli sua madre, Angelina, che conservava a dispetto di tutto una classe indenne: era l’unica appena presentabile tra tutti loro, forse anche l’unica ancora riconoscibile. Esausto, invece, disse: – Luigi, sono tuo cugino Germano! – Germano! Luigi, entusiasta, si voltò verso l’interno, e chiamò i suoi. Lo raggiunse subito suo figlio, Enzo, che lo aiutava in sartoria e aveva un vero talento per la moda, ma viveva rintanato tra la casa e il laboratorio perché era omosessuale e le maniere delicate, poco maschie, gli avrebbero attirato addosso il clima omofobo di Roma fascista. Tutti loro furono lasciati entrare. Man mano che sfilavano dentro, e, a dispetto dei sudori e dello sporco, venivano subito attirati dai padroni di casa in scambi calorosissimi di abbracci e baci, Luigi Cimino li salutava per nome, uno per uno: – Germano, chi mi hai portato! Zia Angelina! E la tua cara Maria: occhi belli! Molti la chiamavano così: Nonna Maria aveva begli occhi celesti, così vivi che parlavano. – Anna, Ernestino, Angela, Elena! Adele! Ciccillo! E ci state pure voi: Aminta, Maria! Belle di zio! Ah, e questo è Giovan Battista, guarda figlio mio, che bei capelli rossi fluenti che tiene! Il giovane rampollo, in effetti, sfoggiava una capigliatura da filosofo, tant’è che, finché non c’era stato il bombardamento finale e quel principio di deportazione poi finita in sfollamento, passava pomeriggi interi sotto un albero a leggere aspettando che la fantesca lo andasse a chiamare se si vedevano truppe tedesche all’orizzonte o quando c’erano gli avvisi delle bombe. Poi una volta non fu avvertito in tempo, e i tedeschi lo rastrellarono con altri uomini per fargli riparare un tratto di ferrovia. La madre, Adele, sorella di nonno Germano, fece una scena madre per sottrarre il figlio alle grinfie naziste, ma quelli ridendo le dissero: – Laforare un poco fa bene: qvesto fostro figlio faul, pigro! Tutti loro furono rifocillati, e sistemati in qualche modo per la notte, con la promessa che il giorno dopo si sarebbe provveduto a trovare un alloggio, e, insomma, si sarebbero aiutati. Il giorno dopo, per prima cosa, Luigi provvide a vestirli. Niente di più facile! Nel suo laboratorio di sartoria e tappezzeria per il cinema, aveva costumi in abbondanza. A zio Ernestino toccarono gli stivali e il pastrano 106

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che poi sarebbero stati indossati da Rod Steiger come Napoleone in Guerra e Pace; a zia Elena un cappotto chiaro, lungo, molto affilato, con un bel collo montante senza revers, che sarebbe poi toccato nientemeno che a Nataša Rostova, il ruolo di Audrey Hepburn. Soprattutto Luigi Cimino trovò per loro un appartamento sufficientemente grande in Prati, in via Federico Cesi, di proprietà di due signorine anziane, cugine di un cardinale, e ogni giorno da lì tutta la famiglia sarebbe andata a pranzo a Palazzo Barberini, a piedi, così sarebbero arrivati affamati, e poi nel tragitto di ritorno avrebbero dato fondo anche alle riserve di pane destinate a essere stipate per la cena della sera e la colazione del mattino dopo. Dunque, avrebbero digerito, letteralmente di corsa, tutto, anche i vermi. Quei vermi, nonno Germano, all’inizio, li aveva diligentemente scansati, e confinati attorno al bordo del piatto. Poi aveva deciso di mandarli giù serenamente col resto, dichiarando ufficialmente (come altro, trattandosi di un ex ufficiale della Grande Guerra?) che anche quello schifo in quel momento era tutta grazia di Dio. Non si trattava dopotutto di corposi apporti proteici? Proprio come gli eczemi da cui le mani di Margherita erano infestate: una serie di arrossamenti rilevati e, immaginai, pulsanti, su cui cominciavano a loro volta a formarsi appunto quegli accenni di pellicola bianca, non ancora crostacea, viceversa ancora tenera e pronta a spaccarsi alla prima occasione, chissà, forse producendo siero, o una rosacea sanguinolenza di superficie. Provai quindi a immaginare il bruciore che Margherita poteva aver provato al minimo tocco con l’acqua fredda e col detersivo a indice corrodente elevato. Provai a immedesimarmi nella sua disperazione ogni volta che l’inclinazione all’obbedienza la costringeva a sprecarsi in mansioni umili, e soprattutto a soffrire le pene dell’inferno per quelle mani già sfruttate. Mani che invece avrebbero dovuto essere trattate con pomate emollienti, con unguenti miracolosi per sanare quelle piaghe sempre aperte, e avrebbero dovuto essere fasciate con lini e cotoni freschi, bende medicamentose come quelle che fasciano gli arti consunti dei lebbrosi. Mi costrinsi a immaginare il suo spirito di sopportazione e allo stesso tempo la rassegnazione con cui reggeva il proprio ruolo di bambina subalterna, adibita a fare lavoretti senza forse essere attraversata da nessun moto di rabbia o di ribellione, a parte, forse, qualche vago progetto di riscatto. 107

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Fissai Margherita forte negli occhi, e a investirmi non fu il suo spleen proverbiale ma un calore profondo, umano. Fu a quel punto che tutto mi sembrò definitivamente intollerabile. Fu allora che tutto mi apparve mostruoso. Ero intenta a cercare un motivo per sostenere i miei finti gemiti e trasformarli in un pianto convincente, quando una specie di verità sconvolgente prese a sfondarmi il petto e i timpani. Ebbi appena il tempo di udire, –…ti ricordi? Sai di cosa parlo, vero? Ora lo dico a mammina, eh!, e mi si squarciò in mente il jingle del miele Ambrosoli col cartone della mamma giuliva e i bambini che le danzano attorno in circolo: Bella, dolce, cara mammina / dammi la caramellina …

e fu così che finalmente proruppi in una specie di ululato altissimo e prolungato: interminabile, e soprattutto, a dispetto di tutto, autentico. Con una reazione lentissima, mia madre ruotò su se stessa, e piegandosi lievemente in avanti prese a muovermi incontro, e così sembrò fare tutta la stanza. Tranne Suor Fiore, che si lasciò appena deformare il viso da un sorriso laterale.

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18. È arrivato il momento di sondare le virtù purificatrici del fuoco, alla luce della cui fiamma cominciano a delinearsi utilità e scopo potenziale di un perfetto corredo pittorio.

Le funzioni del sabato mattina avevano tutt’altro andamento. Dei riti ordinari, erano mantenuti solo la sgranatura del rosario e i piccoli commerci. Un deciso incentivo a questi ultimi era dato dal disegno e dalla pittura, destinati a riempire la seconda metà della mattina. Siccome Andreina era una bambina leziosa, a lei non mancava mai nulla del prontuario per un buon lavoro alle proprie opere pittoriche. Anzi tutto il suo armamentario era, come cominciava a diventare uso dire, carino. Andreina aveva questo strabiliante corredo di ciotoline in cui mescolare i tubi di tempera con acqua, o diluire gli olii con l’acqua ragia. Sembravano tazzine di porcellana di un servizio da bambole: le concavità liscissime di plastica dura perfetta erano in tutta una gamma di colori pastello, dal verdolino al celeste al rosa all’arancio spento, e l’impatto tra i colori mescolati e i fondi era tale per cui le miscele guazzavano e spumavano quasi senza lasciare traccia, senza intaccare minimamente la purezza impenetrabile delle superfici lucenti. Così quando, a lavoro finito, Andreina si dedicava a pulire tutto il proprio bravo corredo pittorio, a lavare i pennelli, e a passare sotto l’acqua corrente questi guazzetti colorati, tutto si nettava perfettamente, come se mai quegli strumenti fossero stati usati. Sembrava il lavoro accurato d’un assassino che ripulisce il luogo del delitto da tutte le ipotetiche tracce: ragionando da investigatore arriva a immaginare i particolari più minuti e insospettabili per far tornare indietro qualunque processo di mescolamento tra oggetti, qualunque cessione di scaglie tra interagenti innescata, com’è inevitabile, da una qualunque azione che abbia messo in relazione, anche solo per tangenza, tutte le parti implicate in un fatto. Andreina ripuliva tutto nei piccoli lavandini di porcellana splendente, messi in fila lungo la parete a sinistra della grande porta che dava accesso ai bagni, e sembrava che, oltre a pulire in modo ossessivo tutti i suoi strumenti di lavoro, la sua mania di igienizzazione la costringesse a lavar via in modo perfetto ogni traccia del proprio passaggio anche da quei catini, per restituirli al loro bianco puro, a un nitore da vera e propria disinfezione sanitaria, da asepsi spaventosa.

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Dopo di lei, a entrare nei bagni, sembrava d’entrare in gabinetti medici adibiti alle vaccinazioni dei bambini o ai prelievi. Suor Fiore doveva aver lavorato d’immaginazione proprio in questo modo se quel sabato aveva deciso di temprarci a un’inezia sconvolgente come la determinazione del gruppo sanguigno di ciascuno di noi. Solo quello poteva essere lo scopo, perché, per determinare la bontà del nostro sangue (che non fosse iper/– o ipo/– glicemico e non ospitasse leucociti cionchi), saremmo dovuti arrivare a scuola alle otto in punto completamente digiuni. Invece tutti avevamo avuto, ignari, la nostra brava tazza di latte caldo, con o senza l’orzo che i nonni ipertesi dovevano aver sostituito al caffè nero bollente, miscela arabica, da un pezzo, per regolare l’azotemia. Poi nel latte ognuno aveva tuffato qualcosa di buono, mandato giù ben inzuppato e di corsa. La fetta alta di pane casereccio del giorno prima, col crostone alto, appena meno tagliente, e, sopra, un ragguardevole strato a blocchi di burro, ancora freddo di frigorifero, e un velo di marmellata dorata, di albicocche. Tocchi, mezzo induriti, di un ciambellone, giallo d’uovo e burro, avanzato da giorni, che, a poggiarlo sulla pellicola cagliata in superficie, spugnava istantaneamente di latte, e in due secondi netti s’era già sfaldato, riducendo tutto a una ciotola fumante di pappa chiara. Oppure biscotti bruni, ricoperti di resti sbriciolati, esplosi da un pacco rimasto aperto, e insaporiti di stantio: ogni mattina, Sandro esigeva di trovarne pronti, accanto alla tazza di latte, esattamente otto – l’intero contenuto di ciascun blister all’interno del pacco standard per famiglia di Oro Saiwa. Si trastullava, gli ultimi istanti di sonno prima di riprendere definitivamente conoscenza, a scartarlo lentamente, a vincere la resistenza dei punti sovrapposti e incollati dell’involucro trasparente di carta dura, a conquistare le gallette fragranti, perfettamente brunite dalla cottura in forno, dopo la lievitazione naturale di un giorno e una notte. Se i biscotti fossero stati di un’inezia al di sotto di queste aspettative, Sandro non li avrebbe neppure degnati. Solo Patrizia aveva una colazione atipica, di sua propria invenzione, che pertanto preparava da sé. Si faceva affettare il pane da zio Ernestino, poi infilzava le fette coi rebbi di un forchettone d’acciaio, usato in genere per tirar fuori un campione di 110

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spaghetti dalla pila bollente e saggiarne la cottura, e, tendendosi verso un fornello acceso, a una distanza relativamente sicura, metteva le fette a abbrustolire sulla fiamma, una per volta, tostandole artigianalmente. Il vero gusto, per Patrizia, non era tanto ripetere quella operazione molte volte, per arrostire più fette e farne una buona riserva per tutti quelli che avrebbero potuto farci colazione dopo (cioè i nonni, gli zii, e tutto lo stuolo dei suoi fratelli), quanto osservare le fette che crepitavano e prendevano a brunire, e poi, in certi punti più duri, come gli angoli delle croste, o nelle zone più sottili di mollica, bucherellata come emmenthal, come il pane letteralmente prendesse fuoco, cioè a un certo punto d’improvviso fosse proprio sul punto d’essere avvolto dalle fiamme come tizzoni ardenti: nella cucina la mattina presto nel semibuio i riverberi dei bagliori mandati dal pane incendiato da Patrizia erano l’unica, spettacolare luce esistente. La tostatura risultante, piuttosto irregolare, era cancerogena ma ancora non si sapeva, come nulla si sapeva ancora dell’alto indice di dannosità dei fumi della carta di giornale, e delle buste di plastica, intorzate da zio Ernestino tra i rami sottili e i grossi tronchi, il pomeriggio, per accelerare l’accensione del focolare in salone – possibile fossimo noi gli unici a non saperne nulla? Poi, quando Patrizia non abitò più lì e fu mandata a accudire il nonno paterno, Don Paolino, fu acquistato un tostapane, nel quale le fette finte di pancarré si sarebbero bruciate molto meglio, mentre per il camino non si passò mai all’alcool. Quello che era chiaro è che Patrizia abbrustoliva una a una con cura le fette di pane sul gas perché godeva un mondo a vederle ardere, pur avendo imparato, sempre a istinto, a calibrare bene i tempi di bruciatura, per cui, anche se, in un certo punto, ciascuna fetta, per un po’, era lasciata brevemente fiammeggiare, in realtà Patrizia era pronta a ritirare indietro il forchettone per salvare il pane, e evitare di finire lei stessa arsa, sicuramente in cuor suo attratta da quei piccoli principi d’incendio e dalla sfida, ogni volta, di mettersi in salvo. Poi, una per volta le fette abbrustolite venivano allineate su un piatto dove, ancora calde, Paola provvedeva a colmarle di burro, che si scioglieva subito, o di ricotta di pecora, che tornava calda come quando era stata portata: le ricottine nei canestrini, consegnate dalla donna che scendeva ogni sabato mattina dalla montagna, e le vendeva, casa per casa, entro le otto. Paola e Patrizia erano svelte a mordere il pane finché era tiepido e intriso: un momento dopo sarebbe stato gommoso, e gelato dai rigori della cucina. Sedute alle sedie alte, con le gambette penzolanti sotto il tavolo, e sopra il 111

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tavolo avvinghiate alle stoviglie della colazione, dividevano le fette e il caffellatte, di corsa, con Duccio e Massimino, e con Germi (senza Titti e me che mangiavamo altro al piano di sopra), e a ogni morso digrignavano classicamente i denti appuntiti, passandosi intorno le lingue per recuperare fino all’ultima acquolina d’unto. Tanti di noi, magari, per aver ingurgitato di fretta la colazione, l’avevano già sputata in qualche angolo di strada, lungo il tragitto a piedi, trascinati per mano da uno dei genitori, o avevano resistito per essere poi pronti a rimetterla a scuola. Qualcuno a quanto ne sapevo la colazione non la faceva proprio, per via dello stomaco chiuso, e poi s’ingozzava di pane e mortadella all’intervallo – perciò poteva candidarsi idealmente a un esame del sangue, o a un salasso vista la mole.

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19. Asepsi e nitore. Formidabile la corrispondenza tra il corredo pittorio e il nutrito armamentario di pennini provette e vetrini, utile a decifrare il gruppo sanguigno. Il passo al nosocomio e alle sale chirurgiche è breve.

Suor Fiore saettava per il corridoio trasportata da una allegria più intensa del solito, esibita. Il viso franco sorrideva di lato di questa sua sfolgorante dentatura regolare, perfettamente allineata. Il sorriso agghiacciante di Suor Fiore. Un’illusione di limpidezza immediata. Un’intuizione di subdola diversione subito dopo. Un trionfo di mistificazione. Poiché nel tempo libero dalla scuola andava volontaria in ospedale, Suor Fiore poteva disporre di attrezzature professionali. Perciò aveva approntato serie intere di pennini e vetrini che, pur non rientrando nei materiali di cartoleria, Suor Fiore mostrava di possedere in quantità impressionante, benché io avessi subito immaginato, a vederli così ben allineati, che quelli non fossero che la minima parte di una riserva cospicua di sua esclusiva proprietà, sempre rimpinguabile all’occorrenza. Le porte del bagno erano spalancate, e dall’interno rifulgeva il bianco lucido delle mattonelle che rivestivano le pareti per metà. Sfolgoravano, le mattonelle, pure loro, più del solito: come se qualcuno si fosse impegnato a lucidarle per caricare la suspence e dare l’impressione di una messa in scena. I piccoli lavandini, tutti al loro posto, disposti a schiera lungo la parete sul lato sinistro, abbagliavano di un nitore lancinante su cui andava a rimbalzare il laser diretto del sole, orientato da fuori verso l’interno da una finestrella posta a sinistra sulla parete di fondo: qualcuno si era divertito a metterla più in alto possibile, a renderla irraggiungibile, a farne una pura e beffarda presa di luce, un lucernario da cui era impossibile guardar fuori a meno che non ci si fosse arrampicati. Ipotizzare poi di scappare da lì era una chimera. Sull’altra parete, lungo il lato destro, le mattonelle bianchissime si inoltravano tra gli stipiti senza porte da cui si allineavano i piccoli vani con i vasi minuscoli, anch’essi splendenti.

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Io stavo a due passi dall’ingresso alla sala dei bagni, e guardavo questo spettacolo completamente nuovo, acceso da brividi che, fino al giorno prima, là dentro, non ci avevano mai messo piede. Tutto sapeva d’alcool o di qualche disinfettante anche più fresco e dolciastro, un vero presidio sanitario di cui appunto Suor Fiore poteva essersi munita facilmente. Doveva averlo sparso ovunque, o meglio l’aveva fatto spargere, e io non pensai che avesse potuto ottenere il servizio dalle bidelle o da qualche consorella magari più giovane e sottomessa, ma immaginai subito che il lavoro l’avesse fatto fare a quell’uomo che avevo intravisto per sbaglio pochi giorni prima, il quale poteva benissimo essere anche lui un ausiliario in forza al personale sanitario del nostro unico ospedale cittadino. Un luogo riguardo al quale si erano diffuse notizie ambigue, il nostro nosocomio. Avevo sentito ripetere questo termine da Luigi Necco nelle cronache dei TG da Napoli. Poi, nell’80, proprio lui, magnogreco appunto, piccandosene per giunta come un cruscarolo, durante i resoconti del disastroso terremoto, arrivò a dire sismo (anzi: sishmo, aggiungendo la sporcatura dialettale della S impura), e questo lo fece precipitare, per me, in una terribile inattendibilità, demolendo a ritroso tutta la fiducia che avevo riposto in lui fin da bambina. All’ingresso del nostro nosocomio, appunto, una targa spiegava che il busto in bronzo, che accoglieva i disgraziati pronti al ricovero o i loro visitatori senza orario, era il ritratto severo del professor Girolamo M.: un prozio, che io non avevo mai incrociato mentre molto ne avevo sentito favoleggiare da mio padre che gli era nipote. Zio Girolamo era stato un grande chirurgo toracico a Roma, dove aveva operato anche in una clinica di via Po, ed era stato cattedratico alla Sapienza, poi negli anni Ottanta avrebbe avuto intitolata una strada: un vicolo cieco in uno di questi quartieri nuovi innalzati dai palazzinari negli anni Settanta. Proprio lui si era battuto perché la nostra città, dato l’incremento demografico del dopoguerra, avesse il suo polo ospedaliero senza dover fare riferimento ai tre grandi centri limitrofi. Zio Girolamo era stato una specie di Valdoni di cui molti ricordavano ancora l’umanità la dolcezza e l’intuito nelle diagnosi, e poi dicevano che il più delle volte non voleva essere pagato, che operava la povera gente, che aveva salvato tante vite, e poi che era un uomo modesto, alla mano, e che 114

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proprio nelle mani pareva possedere una specie di corrente pranica la cui imposizione paterna valeva a sedare, se non a guarire, e a infondere coraggio, visto che la chirurgia era ancora rituale e devastante, e si lesinava parecchio sui farmaci antalgici. Fin dall’ingresso del nostro ospedale, subito dopo il busto di zio Girolamo, bastava addentrarsi nei corridoi, nei reparti e nelle corsie, per notare che vigeva un generale stato di disordine, e, perlomeno pareva a me, scarsa igiene. La notizia più temibile era che nel nostro ospedale cittadino l’indice delle guarigioni per qualche ragione fosse tenuto basso, e il servizio sanitario fornito in generale pareva fosse mantenuto sciatto: oscuramente, si teneva a collezionare statistiche passive. Neppure l’ombra dell’asepsi sinistra che si poteva osservare ora nella sala dei bagni del nostro piano, che, tutto lasciava supporre, fosse stata trasformata in un perfetto gabinetto d’analisi. I pennini di Suor Fiore parevano veri e propri puntali di stilografiche. L’acciaio argenteo di cui erano fatti li faceva somigliare alle punte di certe penne di poco valore, eppure eleganti, di plastica dura, nera o marrone, con un anello dorato di rifinitura sul cappuccio: gli stessi posseduti da alcuni di noi per ripiego dopo il misterioso furto delle stilografiche d’oro. Erano della serie di quei pennini dal segno perfetto, che scivolano sul foglio, e non si inceppano a meno che non li si prema sulla carta per aprirli, e allora il tratto si sdoppia in nastri d’inchiostro: che è un sistema di scrittura di alcuni (tecnicamente rubricata come scrittura a nastro), ottenuto apposta, con una specie di estro artistico, a volte prodotto inevitabilmente dalla pura inclinazione naturale a calcare (taenia calcantis). Erano allineati e lucenti come lame, i pennini, accomodati su un letto candido e soffice di cotone idrofilo (ovatta vulgaris) dentro un vassoio di ferro e smalto sistemato per il lato longitudinale di un carrello avorio, con le rotelline e pieno di cassetti, di quelli che hanno i dentisti. Il mio, zio Enzo, e anche il suo collega di Gaeta che si poggiava a studio da lui, Pietro, come pure il loro successore nella mia carriera di odontopaziente, zio Tanino, ce l’avevano uguale. Suor Fiore si dedicò a scorrazzare tra noi bambini armata di pennino e alcool. Lo fece anche a me: con la punta affilata mi punse il polpastrello dell’indice sinistro dopo averlo ben inturgidito stringendolo tra due dita e averci passato sopra piuttosto di striscio l’ovatta umida, e appena ottenuta una bella goccia di sangue rubino la raccolse sul vetrino, prontamente tirato 115

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fuori da una delle sue tasche, la stessa in cui in genere teneva ben ripiegato e stirato uno dei suoi fazzolettoni di cotone bianco da naso. Lo sfregamento della sottile lastra di vetro contro la minuscola ferita fu come il morso del metallo in collisione con un bordo tenero, fu come assaporare il ferro tra i denti: come una scarica elettrica a basso voltaggio nella carne, subdola e intollerabile. In quel forellino, spargere poi altro alcool fu come gettare acido sulla carne viva, e a poco portò rimedio averci subito chiuso sopra un cerottino a misura: rosa nel mio caso di femminuccia, celeste per i maschietti. Sul vetrino rispettivo, per ciascun bambino, Suor Fiore incollò una targhetta col nome, in cui un riquadro era destinato alla successiva sovraiscrizione del gruppo sanguigno. Suor Fiore impose il giochino a tutti. Gabriele raggiunse momenti di pallore acuto nei quali si capì che le chiazze rosse nei punti critici del viso erano vere e proprie pigmentazioni più intense perché in quei punti non sbiancò affatto. Sandro pensò bene di imporsi una facies, la sua, di fermezza inattaccabile: faceva parte della sua inclinazione a resistere, una specie di taoismo naturale consistente in una maschera di impassibilità un po’ smagata e un po’ scostante, che tuttavia non aveva impedito che sul viso gli affiorasse un velo d’afflizione. Provai a smontarlo, a entrare nel circuito stretto in cui la sua reazione si mostrasse più genuina, e ottenni solo che sorridesse debolmente assegnando a quella specie di tortura pubblica la sua tipica filosofia di sottovalutazione. Di sicuro, dentro di sé, moriva di paura. E avrà anche covato un moto sincero di ribellione per quel sopruso organizzato, in cui il margine assegnato alla mortificazione era oscenamente ampio, e questo era presumibile gli stesse facendo una gran rabbia: pensando a se stesso e a tutti gli altri, e provando una insopportabile contrizione di cuore – a figurarsi sua madre Giannina, maestra (anche lei) alle comunali e magari intenta in quegli stessi minuti a far giocare i suoi pulcini, e sua sorella Ginevra, che stava già finendo il liceo e aveva già deciso di studiare filosofia all’università e magari era alle prese ora col greco, con la versione di qualche rapido testo di poesia melica; a pensare ai genitori di noi tutti, che magari ora si stavano incontrando in piazza per il caffè di uno spensierato sabato mattina, o all’edicola, tutti a comprare i giornali, o stavano passeggiando per il mercato, sicuri d’averci affidati alle suore per farci avere un’istruzione seria e una 116

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formazione sana in cui le nostre innocenze, di ognuno di noi, godessero di rispetto. Una gran pena doveva esserglisi allargata nel cuore traducendosi in una tristezza sotterranea, che forse stava provando a farsi largo ma era molto ben domata dalla generale maschera di neutralità. Il fatto certo fu che Sandro non mi ammise a condividere tutte queste sue emozioni dissimulate ad arte – che, pure, io credevo di intuire. Si vede che non intendeva includermi nella cerchia ristretta di quelli che potevano portare allo scoperto i suoi bollori sotto la scorza, e fu per questo, forse, che sbottò in una risatina: più una canzonatura per me, che ingenuamente, secondo lui, avevo provato a farlo scoprire, che per la situazione, dopotutto ridicola. Una risatina in effetti beffarda e sotto sotto nervosa. Le dita di Margherita erano altrimenti devastate e la mansuetudine con cui lasciò che Suor Fiore, ghignando, le infliggesse un’altra spaccatura su una geografia già tutta riarsa, mi fece pensare che la sensibilità doveva averla persa da un pezzo, e non doveva ricordarsene neppure. Fu la prima volta che vidi Betty piangere, che la vidi abbandonarsi a una reazione umana. Il più nervoso era Mino, che guizzava come un pupazzetto a molla da sotto un coperchio e provava a rassicurarsi spargendo battutine. Di Amanda e Cèci non si seppe nulla, e questo potrebbe voler dire che furono risparmiate per ragioni oscurissime: un caso di riprovevole sperequazione. Le Pucci Nardi, le gemelle diverse, Rita e Maria Teresa, avevano già preso il volo verso Napoli – si erano trasferite giusto in tempo per non essere torturate: il giorno prima erano nel nostro stesso tunnel di incroci e occasioni, il giorno dopo già in salvo. La reazione più scomposta fu proprio di Andreina: divenne terrea e prese a smaniare, a scivolare in un’ipossia grave. Nonostante fosse tramortita, Suor Fiore, ridendo e rimproverandola, le estrasse il sangue nel solito modo, dopo averla rincorsa e buttata a terra, favorita dall’indebolimento che aveva fregato Andreina per l’eccesso d’emozione, e poi la lasciò a languire, e per giorni non perse occasione di deriderla pubblicamente per il poco sangue freddo mostrato: – Ma come, proprio tu che sei figlia di medico!? Andreina, alla sola parola: sangue, finiva a riannaspare prossima allo svenimento, e questo si poteva facilmente evincerlo dalle immediate quanto paradossali crisi di balbettamento. 117

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20. Si torna a osservare l’imposizione delle mani tra un dito indice puntato e il rischio di un papagno a mano aperta. Si assiste a una solenne investitura.

L’operazione di tempramento fu complessa e articolata. Il segno che essa dovesse consistere in prove lievi in apparenza e cruciali nella sostanza stava nella assoluta naturalezza che Suor Fiore esibiva nel comminarcele. Per esempio, subito dopo averci fatto passare una mezz’ora di terrore coi suoi volteggi vampireschi, Suor Fiore, visto che la mattina era appena tiepida, ci portò a fare il nostro solito giro del sabato. Amanda aveva il suo fido mangiadischi con un immancabile 45giri in vinile di Gianni Morandi mandato a tutto volume, e si teneva per mano a Cèci, o per meglio dire le si avvinghiava. Ci incamminammo tutti in una fila verticale per due, quasi subito distribuendoci poi in orizzontale: una quarantina di bambini che procedeva nel suo consueto assetto compatto da schiacciasassi. Suor Fiore, prim’ancora che svoltassimo attorno all’imponente sprone di pietra all’angolo della scuola, con una manata diede una gran botta alla stretta che teneva Amanda e Cèci unite. – E dividetevi, voi due! Possibile che state sempre appiccicate? Ma fate come lei!, disse indicando me, – che sta sempre con tutti: voi sapete stare solo tra voi! Su questo specifico dettaglio del mio comportamento non avevo mai riflettuto, e ora che mi veniva fatto notare non seppi che pensarne. Era chiaro che Suor Fiore l’aveva detto per elogiarmi, additandomi per giunta come modello – una vera sorpresa. Però io provai subito una solitudine immensa. Per un attimo feroce e fulmineo fui attraversata dal terrore che sarebbe stato sempre così, che avrei sempre legato con tutti senza specializzarmi su nessuno. Che Amanda e Cèci, in tutte le passeggiate del sabato, si tenessero per mano, e camminassero sempre insieme, o che facessero insieme i compiti tutti i pomeriggi sotto la supervisione di Clara, la tata di Amanda (Cèci non aveva una tata fissa perché scappavano tutte, incalzate dai petardi e dagli scherzi pesanti di quel devastatore professionale che era suo fratello Marco), bè: a me piaceva molto.

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Lo trovavo rassicurante, come ero rassicurata io dai giochi con Patrizia, anche se lei era un po’ più grande di me e andava in un’altra classe in un’altra scuola: quindi studiare insieme non si poteva, però giocavamo insieme a perdifiato tutte le volte che Patrizia c’era. Dipendeva dai suoi genitori: se erano in viaggio, Patrizia dormiva coi fratelli giù da nonna, e allora anche casa nostra veniva infestata da masnade di cuginetti e c’era un’allegria smodata – poi mia madre, dopo un po’, si sentiva scoppiare la testa e ci cacciava, ci metteva letteralmente alla porta e ci scaraventava tutti, Titti e me comprese, al piano di sotto o in giardino pur di togliercisi di torno; se invece i suoi c’erano, dipendeva lo stesso: da quanto erano in soldi e da quanto fossero in buoni rapporti tra loro due, se sua madre si faceva prendere dalle crisi di cuore e se suo padre doveva seguire il proprio estro e abbandonarsi a qualche impresa pazzesca. Irresistibile, zio Umberto, smisuratamente simpatico: rampollo squattrinato che con sua moglie aveva messo al mondo quattro figli. Da giovane, aveva spopolato a Taormina, in abito bianco e panama, quando si era messo in testa di aprire un night, e intanto si provvedeva da casa a inviare carri di viveri e beni di prima necessità per sostentare la giovane coppia di spiantati con Paoletta appena nata e Duccio già in arrivo. Mia nonna ha sempre detto che lui, ai milioni, gli faceva fare le capriole per terra. Quando stavano a casa loro, abitavano in campagna, a un bel numero di chilometri, e il gusto di andarli a trovare, oltre che nelle distese di terra smisurate e selvatiche in cui si poteva giocare per giorni senza interruzione, consisteva nel fatto che c’erano sempre nugoli d’altri cuginetti, nipotini dalla parte della famiglia di zio Umberto, e tra loro le cuginette venivano chiamate tutte Cicétta a prescindere dal nome originale. E poi ci avevano un sacco di cani. Cani da caccia: allevamenti interi, generazioni – battezzati tutti Flock. E poi un sacco d’altri animali: gatti, per esempio, battezzati tutti Chicco e Chicca. Un periodo avevano avuto pure due cinghiali, che ho visto io, coi miei occhi, e ho sentito grugnire con le mie orecchie: volevano farli riprodurre e poi reimmetterli nel territorio per popolarlo – mica per studio: sempre per la caccia, e poi farci i ragù! Poi venne il periodo del ristorante di nicchia a Posillipo, in cui zio Umberto e uno dei suoi due fratelli maschi erano soci e intrattenitori di una clientela selezionata, e le rispettive mogli le cuoche raffinate capaci di sfornare dai vapori di un’angusta cucina professionale i migliori piatti della tradizione familiare, cappone genuino e galantina compresi. 119

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Poi, finito il glorioso esperimento e tornati in campagna, venne il periodo dell’allevamento in serie di polli rigorosamente ruspanti, allevati accuditi e poi fatti scientificamente fuori e spennati da zia Elena, nel frattempo divenuta giustiziera provetta, e dalle contadine delle case confinanti, Luigetta compresa, per la distribuzione e la vendita diretta nei due supermercati di zona, fioriti nel frattempo. Tutte idee di zio Umberto. Il gesto di Suor Fiore, di separare Amanda e Cèci con mala grazia, con un fendente, e nello stesso tempo di indicare me, che in fondo in classe non avevo un’amichetta del cuore, mi sembrò osceno – cattivo, una perfidia perfettamente nel suo stile. Tutta questa sua ansia di separare, di disfare. Io pensai, malignamente – lo ammetto, che Suor Fiore fosse gelosa perché Amanda era la sua cocca. Ebbi il sospetto che questo guizzo di democrazia, in virtù del quale aveva appena sostenuto che si doveva essere amici con tutti senza predilezioni morbose, oltre a essere completamente falso, era strumentale: a Suor Fiore premeva dimostrare che il mio atteggiamento, molto più comune e banale, fosse il più corretto, ma la rabbia tutta personale con cui l’aveva sostenuto mostrava soltanto che in quel momento, fingendo di educarci a essere aperti (valore giusto), voleva conseguire il suo personale risultato di attuare una divisione (disvalore ingiusto). Una forma di sofisticazione, e di contrabbando. Restai a pensarci su per un pezzo. Cioè per tutto il tratto di strada che percorremmo, in un mucchietto di creature più o meno ordinato, dal grande piazzale dietro la scuola giù verso la grande piazza del municipio, dove, tutto stipato da un lato, se ne stava, inerte, a puntare il fucile sopra le nostre teste, uno dei due carrarmati Sherman della nostra città che mandò puntualmente in visibilio Mino – il quale si mise a saltellare, inebriato del fatto che poteva riaprire la cataratta delle storie di guerra, avendo un’evidenza a portata di mano, da mostrarci a sostegno della sua curiosa propensione guerrafondaia. Quando passammo sotto la prima serie di archi, Mino, snodandosi, si accovacciò, perfettamente piantato sugli scarponcini, e, così chinato, prese a far viaggiare una camionetta dell’esercito americano furtivamente estratta da una tasca, così tutti gli passarono oltre, e lui restò intento alla sua intensa azione di straniamento, senza curarsi del pericolo di rimanere, in pochi istanti, indietro da solo. 120

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Suor Fiore era parecchio avanti, alla testa del convoglio, e per tutto il tragitto, nonostante le molte svolte, e gli attraversamenti anche di strade grosse, aveva continuato a avanzare altera, come spinta da dietro, col velo che le svolazzava allegramente una spanna oltre le spalle. Senza voltarsi mai. Stava a noi seguire senza distrarci. Io restai indietro apposta per controllare che Mino si accorgesse che tutti gli altri stavano ignorando la sua sosta. A un certo punto, classicamente, mi trovai proprio in mezzo, tra il gruppo, che marciava compatto capitanato da Suor Fiore, e Mino, che continuava a starsene giù, a pilotare dall’alto la sua camionetta militare. Guardai quelli che andavano, e non osai richiamare la loro attenzione per risparmiarmi le ire di Suor Fiore. Mi voltai verso Mino, e mi chiesi come potesse essere scivolato nella sua bolla magica senza ricordarsi di tutti noi altri, e senza temere di ritrovarsi solo e di perdere il contatto. Stavo per chiamarlo. Quasi sicuramente la voce mi si sarebbe spezzata per il nervosismo, o avrebbe raggiunto un picco alto stracciandosi in un acuto graffiante, ma prima di ogni mio urlo, Mino si destò da solo dall’isolamento, con la stessa capricciosa disattenzione con cui vi si era tuffato, e, rinfilandosi la camionetta in tasca, come se nulla fosse stato, corse avanti, superandomi – senza far caso a me, che pure ero rimasta piantata al centro per non abbandonarlo, come viceversa avevano fatto tutti gli altri che ora neppure si ricordavano di lui. Così dovetti a mia volta rincorrere Mino che rincorreva tutti gli altri e, come fu (altra locuzione idiomatica di ascendenza materna), ci riunimmo senza che Suor Fiore avesse neppure il sospetto che il gruppo, anche per la defezione di due sole unità, aveva rischiato di disgregarsi. Lei correva avanti forse fantasticando di telecomandarci di averci in pugno. Il gruppo non imboccò la seconda serie di portici, non sbarcò sul Corso e non corse a inoltrarsi nel mercato – scelse di restare dentro la grande piazza, e questo mi fece capire subito che il tragitto con cui Suor Fiore intendeva guadare le sponde del mercato prima di decidersi a tuffarcisi dentro sarebbe stato per qualche ragione quanto mai tortuoso. Però era stato questo a salvare me e Mino dal reale pericolo di perdere contatto. Il vero problema era che la piazza, trattandosi di un sabato, era gremita di uomini e mezzi. 121

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C’era il viavai ridotto del tribunale, perlopiù qualche avvocato affannato che correva in cancelleria a depositare notifiche e documenti. Nel centro della piazza c’erano frotte di gente venute apposta per farsi la giornata al mercato, gli uomini col fazzoletto a quadri al collo le donne coi fazzolettoni attorno alla testa annodati sotto il mento, oppure tutti arrotolati e messi a ciambella come una corona sul capo, coi manici dei cesti o delle grosse sporte infilati ai gomiti, e i loro mostruosi bambini coi calzettoni bianchi nelle scarpe grosse e i visi arrossati coi capelli sparati in fronte. Tutti brulicavano attorno alle corriere azzurre di Zeppieri sul punto d’essere statalizzate con la sigla SteFer a seguito delle lotte sindacali che giusto allora stavano impazzando, mentre due pullman di linea, alternativi alle littorine, uno diretto a Roma e l’altro a Napoli, se ne stavano tutti stipati da un lato della piazza, per riempirsi o svuotarsi lentamente, con tutto comodo. Io e Mino ci trovammo a inseguire il gruppone sotto i portici tra le gonne di Maria e di una delle sue cugine mentre i loro figli piccoli scorrazzavano disordinatamente per tutta la piazza infilandosi tra la gente, indecisi tra accattonaggio e borseggio (una scelta dopotutto libera e piuttosto allegra fra quale dei due in un dato istante potesse assicurare il massimo divertimento). L’unico modo per non perdere gli altri, assorbiti nella folla, era fare perno con lo sguardo sulla mole di Margherita, che torreggiava su tutti e, forse per un caso, o proprio per essere la più alta, era rimasta in coda, e mentre proteggeva il gruppo, coprendogli le spalle insieme a Luigi e Italo, per Mino e me era una spia sullo schermo del nostro radar: il nostro navigatore elettronico, la nostra stella polare. Fu solo allora che Suor Fiore si voltò indietro e guardò giù giù in fondo alla coda del gruppo dove Mino e io ci eravamo appena riagganciati. In effetti mi puntò dalla testa prendendo a guardarmi insistentemente e io subito dissi, – È stato per riacchiappare lui. Si era curvato a giocare. Ora stava puntando verso di me anche il famoso dito del ricongiungimento che, pilotato da lei, continuava a emanare un che di perfido, di inquisitorio. E intanto mi veniva incontro, e quei bastardi dei miei compagni si aprirono in due ali perfette per farle largo. Avrebbe potuto benissimo, Suor Fiore, arrivare fino a noi due e col dito, arpionare me per un orecchio, mentre, con l’altra mano aperta a pala, avrebbe potuto nello stesso istante mollare un sonoro papagno a Mino. A quel punto, nonostante il dolore della tirata d’orecchie, avrei inscenato una difesa d’ufficio a spettro ampio – avrei sostenuto, nella fattispecie: il 122

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diritto particolare di Mino a isolarsi a giocare; e il diritto di noi tutti, più in generale, a non subire lesioni personali. In realtà, per istinto, presi a ritrarmi impercettibilmente e, quando Suor Fiore mi fu davanti e mi si impose con l’austerità dell’abito, e un vantaggio ragguardevole di centimetri, fui presa dalla voglia di scappare. Lei aprì tutta la mano, che era già da un pezzo a mezz’aria, e solo fino a poco prima era tutta risolta nel dito indice, e mosse verso la mia spalla destra. Io mi spostai come per evitare uno schiaffo ma non feci in tempo – non riuscii a evitare che mi poggiasse la mano sulla spalla come per una investitura solenne, – Oggi sarai tu a condurli. Mi raccomando: abbine cura. Lasciò scivolare la mano dalla mia spalla, mi prese per il polsino del grembiule e mi trascinò alla testa del gruppo.

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21. Seguono: un esame di guida e un’ incursione della Furia in mezzo ai merletti dove scintilla l’oro dei cappucci mentre saltano in primo piano antri in attesa di ventri.

Dopotutto potevo farlo. Tirare la volata a tutto il gruppo fino al mercato. Non lo ritenevo un privilegio ma in effetti non era nulla di veramente rifiutabile. Un incarico irrisorio. Di nessun valore, e nessun impegno. Potevo farlo. D’accordo. L’avrei fatto. M’incamminai in testa alla colonna col gendarme grigionero. Gli altri dietro si erano ammutoliti, perciò fulmineamente mi voltai e guardai fin giù per controllare che non mi avessero piantata in asso da sola col nemico. C’erano tutti, con un’aria vagamente mortificata ma c’erano. Seguivano, zitti. Io, per me, avrei tirato dritto per la strada di casa mia, e poi giù in fondo a destra, subito in biblioteca, ma Suor Fiore, riacchiappandomi per una mano, al volo, un paio di volte, dirottò il gruppo su un tragitto indiretto, come se non le importasse tanto di puntare dritta all’obiettivo quanto preferisse arrivarci per via differita e gustarsi, prolungandola artificialmente, la marcia di avvicinamento. Ora, qualcuno che guida un gruppo, per funzionare e soprattutto avvertire dentro di sé appunto uno spirito di guida, deve pur avere, dentro di sé, formulata una meta: lo scopo verso cui punta. E questo per tutta una serie di ragioni sfumate e necessarie. Per possedere una convinzione, avendola fondata dentro di sé dopo una accurata selezione delle possibilità rappresentate nel ventaglio, e un cauto calcolo delle probabilità, o una saggia statistica dell’opportunità realistica di solo poche, o forse di solo una, tra esse, a verificarsi. Per esprimere, anzi emanare da tutti i pori, da tutte le fibre del proprio essere, quella stessa convinzione, calzata addosso una volta per tutte, assunta su di sé come un abito morale. Per tradurre quel convincimento interiorizzato da istinto fisiologico a movimento fisico, a moto orizzontale uniforme, a progresso tracciante con scia al seguito. 124

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Se dovevo guidare il resto del gruppo, e tirargli la volata, avrei dovuto avere prefigurato dentro di me il tragitto, per potermici attenere senza esitazioni. Invece era tutto un buttarmi a indovinare, tutto un tenermi appena un millimetro dietro alle minime, impercettibili variazioni di percorso intuibili nel cammino di Suor Fiore (che spesso si fermava e aspettava di passare in rassegna tutti gli altri per essere certa che seguissero, lasciando me sola in testa) badando a non lasciarmi sopraffare dal mio istinto sicuro, quello sì, di prendere l’iniziativa e andarmene dove mi pareva, pur tenendo a mente la meta finale, quindi tendendo in ogni caso a quella, trascinandomi appresso tutti gli altri che, era più che evidente, a tutto pensavano meno a dove queste due pazze (lei e io) li stessero portando: a loro importava della passeggiata, dello stare insieme per strada, farsi le loro chiacchiere, le loro corsette, pavoneggiarsi nei loro grembiuli leggeri, e nei loro fiocchi blu, gonfi e ben stirati dalle madri. Persino Margherita, che aveva un fiocchetto liso, tutto ammaccato, un mozzicone di stoffa scadente, una specie di striscia sintetica sfilacciata e quasi invisibile, che non faceva nessuna figura sperso com’era sotto la pappagorgia nel suo collo taurino, più robusto di quelli dei maschi ripetenti: persino lei lo portava con un certo vanto, come un piccolo vezzo aggraziato a decoro dell’enorme grembiule stazzonato. A un certo punto pensai fosse venuta l’ora di svoltare. Per un puro caso, dettato unicamente dall’ultima possibilità rimasta di imboccare la strada giusta – per non abbandonare del tutto il perimetro del mercato, e puntare a buttarcisi definitivamente dentro, la mia iniziativa di curvare a destra coincise, senza che per una volta dovessi aspettare di riceverne esplicita istruzione, con l’intenzione di Suor Fiore di farci sciamare tutti tra le bancarelle delle pezze americane ai margini del lato est, e farci utilmente inoltrare senza più tanti preamboli. Fu a quel punto che l’avanzamento che era sembrato casuale, dettato da puro capriccio, svelò un sotteso carattere di necessità, a me tuttora ignoto, tanto che non mostrai affatto di volermici rimettere. Suor Fiore volò avanti, e io, impetuosamente (non per seguire lei, anzi con l’intenzione di imprimere un ritmo mio alla camminata) raddoppiai il passo, e di slancio mi portai dietro tutti gli altri alla svolta dentro un’ansa di mercato ancora più interna. Anche la densità umana era molto più alta ora: in un braccio di strada in genere tutto vuoto e apparentemente sconfinato, ora c’era un affollamento pazzesco. Sulle bancarelle, zeppe di roba già maneggiata da parecchi avventori fin dall’alba, pendevano maglie pantaloni gonne, tutti stracci appesi impregnati 125

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da un curioso odore umano – come se i panni fossero stati stesi a prendere aria. Le donne che passavano carezzavano o esaminavano quei completi osceni magari fantasticando di indossarli un giorno, in qualche occasione. C’era una vaga idea di macelleria in giro. Come fossimo in un paese australe in mezzo a tutte quelle gambe fitte, tra battaglioni di gambe in progresso inesorabile a livello di asfalto, apparvero sfrecciando due ruote di bici, e a inforcarle le gambe lunghe di una signora giovane, coi riccioli biondi tinti e gli occhiali da sole con una montatura di osso scuro calcati sopra un naso regolare e labbra porpora: lo sguardo era puntato lontano, oltre quel mare umano, verso dove forse lei desiderava già essere, oltre la folla e quella mostra densa e puzzolente di pezze. La bici però si incagliava di continuo, e allora lei abbassò lo sguardo su di noi, nugolo bianco e celeste di ragazzini, e riconobbe alcuni di noi, così si mise a chiedere, e a incaricarci di varie ambasciate di saluti. A me disse, – Saluta la nonna, perché giocavano sempre a canasta il pomeriggio, affumicate dalla signora Colombo che aveva sempre il rossetto sui denti, e per dare più enfasi alle calate di pinelle sul tavolo verde, sotto l’occhio di bue di un lume da terra con lampada aggettante, dava prima una boccata profonda dalla sigarella sottile, e poi, in una nuvola di fumo, squadernava dimostrativamente il prodigio ricevuto di mano e aggiustato con poche altre pescate dal mazzo sistemato al centro, dando fondo, nel gioco, a tutta la sua razione di fortuna, negatale completamente negli affetti. La giovane signora bionda in bici, Letizia, sfrecciò via a una velocità impensabile in quella palude di banchi panni e gente, e noi ragazzini eravamo ancora tutti radunati a scambiarci notizie. L’unica a saperne davvero qualcosa era Amanda che ci diceva che la Furia era terribile. Per me, lei era Letizia e basta, come la chiamavamo a casa, in quanto moglie di zio Tanino, odontoterminatore provetto, addetto all’eutanasia dei denti, fatti opportunamente marcire con un veleno galenico di sua propria invenzione a pasta bianca che, garantendo la perfetta asepsi del processo, scongiurava in partenza ogni rischio di setticemia. Letizia era una ciclista leggiadra, e da che ero al mondo l’avevo sempre e solo vista sfrecciare in bici, preferibilmente fendendo folle e schivando bancarelle al mercato del sabato, ma per Amanda Cèci e Betty era la Furia, appunto, come le sentii pigolare tra loro, per via dei fratelli maggiori appena iscritti al ginnasio, e di sicuro lo era per la stessa ragione anche per la Pina, 126

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sorella di Andreina (mentre per lei come per tutte noi rischiava di diventarlo in futuro), ma da lei non sentii lagne in proposito perché Andreina sostenne che sua sorella era bravissima, dunque non poteva temere nulla. La Furia non era affatto, come poteva sembrare, il soprannome azzeccato in omaggio alla fama di prof pestifera, come la Parca o la Erinni, ma il cognome vero di zia Letizia. Era il suo cognome da ragazza prima di sposarsi: Letizia Furia – sul serio, in fondo un vero ossimoro vivente, conservato intatto nell’identità anagrafica di implacabile prof di Lettere al ginnasio che, di giovinezze indenni e pure, doveva averne fatte già fuori parecchie, infestandole di fantasmi forse tuttora pronti a resuscitare nei sonni da adulti altrimenti tormentati. La sosta attorno alla Furia in bici ci aveva temporaneamente e del tutto casualmente coagulati tutti all’altezza della metà esatta di quel tratto di mercato. Ma esaurite le chiacchiere, piene di ombre lunghe e di trasalimenti, era forse tempo di rimettere in marcia il gruppo, onere che per l’appunto stavolta spettava a me. Mi voltai e inquadrai un bancone pieno di merletti: tovaglie di varie misure, tende e lenzuoli lavorati artigianalmente, e appesi o tutti sparsi, salvo pochi campioni tenuti dentro certe buste di cellophane ingrigite dalla polvere, pacchi mai aperti, si vede, tirati fuori e esposti così, chiusi, chissà quante volte, e poi ancora ritirati e ristipati nel camion che si intravedeva dietro, tra la casa e il bancone addossato. Suor Fiore passava le sue belle mani, affusolate, lisce, mani da suora in cui persisteva qualcosa di terribilmente femminile, di non domato e di irriducibile, tra le pezze preziose: ne era come rapita, quasi le accarezzava con tocchi molto gentili, e poi infilò la destra in una piega dell’abito e da sotto la gonna, stipata chissà dove, tirò fuori una specie di sacca ricamata con un cordoncino colorato, mostrandolo all’uomo del banco. Si guardarono in silenzio per uno svariato numero di secondi, troppi rispetto a uno scambio di occhiate normali, un lungo scambio di sguardi impassibili in cui nessuno da fuori avrebbe mai potuto indovinare il passaggio di emozioni, eppure tra loro due qualcosa doveva stare passando. Suor Fiore girò attorno al banco, e l’uomo le cedette il passo, per poi seguirla. Lei scivolò, come non toccasse terra, come una santa in estasi o un vampiro teletrasportato da un invisibile hovercraft, lungo il camminamento stretto fino al retro: le sue gonne grigio antracite imboccarono gli sportelli aperti del camioncino e lei ci sparì dentro – e anche l’uomo del banco, subito dopo aver agguantato al volo uno qualunque dei pacchi di cellophane 127

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e essersi guardato attorno con occhi appena inselvatichiti, ci si addentrò nel ventre, ci s’infilò dentro di soppiatto. Non staccai mai gli occhi dal quadro della scena. Per similitudine mi venne voglia di osservare la sottilissima striscia di vuoto tra le cerniere del portello esterno, di verificare l’effetto che mi avrebbe fatto rivedere il cotone scuro della camicia larga dell’uomo confondersi in quello spazio allungato ed esiguo, rivederla transitare velocemente proprio nel passaggio cruciale del vero e proprio ingresso, del vero e proprio passaggio da fuori a dentro. La vera questione in gioco era un riconoscimento. Difatti fu lì che, per cogliere esattamente la stessa rapida inquadratura spiata qualche giorno prima dietro la porta della nostra aula mentre venivo buttata fuori dalla furia grigia, vidi brillare, in mezzo a una preziosa serie di lenzuola ricamate o di arredi per l’altare, di quelli che anche le suore ricamavano su tagli di mussola o cotoni preziosi o lini buoni, l’oro dei cappucci di una manciata di penne stilografiche. Due su due. Doppio riconoscimento. Un sabato redditizio.

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22. La licenza conduce alla restaurazione. Seguono due attraversamenti: il primo dirotta gli angeli dal giardino delle meraviglie all’antro di Minosse.

L’imbambolamento, per quanto lento, fu di pochissimi istanti. Tornai alla testa della colonna: decisi che saremmo andati avanti da soli. Sapevo quel che c’era da fare, e dove bisognava andare. Conoscevo la meta, e lo scopo. Dovevo soltanto guidarli tutti verso lo stesso luogo dove finivano tutte le nostre passeggiate del sabato da almeno tre anni. Loro mi avrebbero seguita piuttosto naturalmente, perché quell’ultimo segmento era per tutti noi previsto, e noto. Perciò non mi stupii che il gruppo si disgregasse e rompesse l’approssimativa linearità della fila. Ci eravamo tutti sparpagliati lungo una vaga ascissa – e mentre io, per quanto deputata alla guida, democraticamente ridessi con gli altri, non opponendomi affatto a quella sorta di libero riallineamento orizzontale, ci trovammo a coprire quasi di corsa la seconda metà di quel tratto di mercato, e a affacciarci alla sponda trasversale della strada di casa mia, dove riprese subito a transitare il traffico di veicoli, appena rallentati dalle ali di banchi e folla assiepate ai lati, da una delle quali provenivamo noi stessi. Al centro della strada, esposto alle macchine in transito e allo sfrecciare continuo di acquirenti in caccia vorticosa di merci e di affarucci da riportare orgogliosamente a casa, identificai un ambulante di cui m’aveva detto mia madre. Tutta la mercanzia se la portava addosso: attorno al collo, e appesi alle braccia in grosse ciambelle piene di nodi, teneva matasse di elastici bianchi di vario spessore e lunghezze diverse. Certi elastici erano davvero sottili, altri erano alti quanto veri e propri nastri, ma il suo vero gusto era fermare le persone per condurre un suo personale sondaggio che a lui serviva per piazzare la sua roba, un rudimento di marketing molto sportivo, – Bellezza, voi le portate le mutande?, Invece di pietrificarsi, la donna/campione di turno nel sondaggio mutò espressione e per un istante impercettibile sembrò che il viso le si deformasse in modo piuttosto indeciso, poi sbottò in una bella risata, come se quel pezzo di cabaret le fosse noto, per pervenire poi subito alla parte davvero gustosa per lei: contrattò su elastici sottili per le mutandine sue e dei bambini e sugli elastici alti, quelli adatti a suo marito, agli slip aderenti, e anche alle mutande larghe di cotone liscio, antesignane di tutti i boxer a 129

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venire – mentre per i polsini e i colli di ricambio delle camicie, l’uomo spedì la donna da un suo compare che aveva la bancarella proprio là di fronte e aveva assistito alle contrattazioni tutto il tempo con tutto comodo per mancanza (momentanea!, a suo stesso dire) di clienti. Accantonato lo spettacolino, agendo da apriscatole tra le due, presi per mano alla mia destra Amanda e alla mia sinistra Cèci, allo scopo di fare argine e fermare il gruppo che io stessa avevo scaraventato di corsa sul limite della nostra metà pedonale. Ci bloccammo giusto in tempo sulle punte, mentre tutti gli altri ci venivano addosso da dietro, rischiando di mandarci a schizzare in mezzo alla zona carrabile – qualcuno era già sgusciato fuori, o meglio aveva tentato di farlo, riacchiappato col solo sguardo da Margherita: con la sua sola imponenza fisica, senza fiatare, era riuscita a inchiodarli tutti, senza sfiorarli con un dito. L’equilibrio era salvo. Eravamo al di qua della peggior trasgressione ammissibile: superare la soglia di sicurezza oltre la quale avremmo rischiato la pelle in arrotamenti terribili. Irruppe a quel punto Suor Fiore, vagamente rosacea in viso, gli occhi visibilmente in fiamme. Non di preoccupazione per tutti noi, bambini. Di rabbia, verso me. Rifece quel gesto odioso: con due fendenti precisi, due legnate nette tirate una con la destra e una con la sinistra, proprio scalmanandosi, separò me, da una lato da Amanda, e dall’altro da Cèci. Poi prese subito a accusarmi: d’aver strafatto; d’essermi spinta oltre il margine consentito; e soprattutto d’aver esercitato poco o punto carisma; d’aver guidato male anzi per nulla; e di aver lasciato che il gruppo si sparpagliasse in modo ridicolo, ignorando le sue direttive, che, forse, non avevo neppure impartito. Il compito del quale m’aveva solennemente investita, neppure due isolati prima, l’avevo svolto male, anzi non l’avevo svolto affatto. M’ero lasciata prendere la mano. Come minimo dovevo averlo svolto non secondo i suoi arbitrari desideri, da par mio. Mi sputtanò davanti a tutti per non avere mostrato polso, per non aver saputo ottenere obbedienza e consenso. Ora mi pareva proprio che Margherita le giganteggiasse oltre. Sotto il velo, Suor Fiore scapozzeava senza freni, in preda oramai a una specie di isterìa meccanica: molto più complicata da sopportare per lei di quel che sembrasse, e che a me parve tuttavia controllata, cioè non scatenata 130

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del tutto – avrebbe potuto rovesciarsi davvero in un’entità definitivamente mostruosa se sul serio si fosse lasciata andare completamente. Ma intanto mi colpì il fatto che Margherita, da sopra la pezza grigia, mi stesse saettando sguardi tracimanti di quel suo verdeacqua splenetico, tendente a un acquamarina sbiadito: un curioso fenomeno di iridi mutanti dentro cui ormai avevo imparato a veder scorrere mortificazione e pena, certo, ma anche rimprovero, e dissenso. Passata la sfuriata, fu anche peggio: Suor Fiore riprese il controllo, ci riordinò per due, e ci predispose a affrontare la strada di casa mia fino al largo successivo. Ci aspettavano due attraversamenti di strade grosse e trafficate oltre che ingorgate di gente. Sfilammo tutti composti e ubbidienti, tornati piuttosto zitti. Il primo attraversamento lo facemmo un bel po’ prima del mio portone. Bassi com’eravamo, la maggior parte di noi, per il breve tratto lungo il quale costeggiammo il cortile sconfinato delle scuole comunali, riuscivamo sì e no a sfiorare con le cime dei capelli il muretto continuo, oltre il quale percepivamo con invidia le urla degli scolari, che correvano liberi, e forse oltre a rincorrersi allegramente si stavano facendo le loro partitine a pallone, stavano sudando, si stavano scarmigliando, felici di non dover più rientrare nelle aule – in attesa d’essere felicemente prelevati dai propri genitori, i quali nel frattempo erano diventati tutti amici tra loro, per promiscuità coatta, e quella era bastata a rimpiazzare, con frequentazioni di comodo, anche le amicizie consolidate, a scalzare via di colpo tutti gli amici veri che magari non avevano figli della stessa età, o non avevano figli affatto, o non erano sposati e non avevano neppure compagni di vita, perciò non erano annessi alla combriccola, a formare circoli, a costituire assembramenti, a stare in branco, ma erano cautamente tenuti fuori, o alla larga, liquidati ormai regolarmente con menzogne ben confezionate, credibili. L’unica consolazione avrebbe potuto essere che Margherita, dall’alto del suo vantaggio di stazza, per tutto il costeggiamento, ci facesse la cronaca puntuale e precisa di quello che a lei invece riusciva perfettamente vedere, e magari desse a Sandro l’unica notizia che poteva stargli a cuore – anche se lui non parve darsi da fare per procurarsela o per ottenerla, e cioè se tra le maestre che sorvegliavano i giuochi dei bambini ci fosse anche sua madre, Giannina. Nessuno fiatò o tentò manovre temerarie: il silenzio glaciale in cui eravamo stati calati avrebbe dato una pesantezza metallica a qualunque parola fosse 131

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stata inavvertitamente pronunciata da chiunque di noi, e naturalmente un’eventuale sanzione destinata a Margherita sarebbe stata mille volte più raffinata. Così rimanemmo tutti magistralmente muti, come davvero ci fossimo accordati, e ci lasciammo anche allontanare, docili, da una prossemica privilegiata con quel luogo imperscrutabile di meraviglie, che risuonava di vocine e schiamazzi di bambini come noi, diversamente da noi lasciati stare. Sfilammo tutti ordinati, e, come sempre quando lo lambivamo un brivido ci prese tutti a passare davanti a Don Enzo, lo sfasciacarrozze, seduto, tutto raccolto nel suo epa globoso, come un Minosse davanti a un inferno di ferri vecchi, per metà esposto là fuori attorno a lui, e per il resto ammassato come un cumulo orrendo di mostri in disfatta nel suo antro/negozio. Quest’uomo provava a far passare la sua dolcezza tra le maglie strette di una ruvidezza naturale, commosso fino alle lacrime come ogni vecchio dal passaggio soave di questo stuolo di marmocchi in cui ci riconosceva uno per uno. Per il nostro compagno, Enzo, era ’o nonno (del quale rinnovava il nome), padre di sua madre Maria Rosa (che loro a casa non chiamavano Cicètta), e la sensazione curiosa era che, per una specie di proprietà transitiva, ritenesse, Don Enzo, di poterci adottare, e diventare ’o nonno per tutti noi. La domenica lo si vedeva sempre sfilare col calessino trainato da uno dei suoi cavalli, e per me diventava automatico il cortocircuito tra lui coi suoi cavalli e i purosangue da corsa di cui favoleggiava zio Umberto, i dressages di Agnano e i racconti di mio padre su un certo cavallo, destriero del suo capitano in Grecia, che lui osò montare per farcisi fotografare in groppa in posa rampante, salvo ricavarne di finire disarcionato e di restare con la schiena bloccata per giorni, e per giunta consegnato in cella di rigore. A un certo punto, ’o nonno si alzò, con parecchia difficoltà, per fare una carezza a suo nipote, e, parlando a tutti noi, tirò respiri catarrosi, lunghi d’asma, e un paio di volte dovette tossire, avvitando l’aria nei bronchi fin giù nelle oscurità dei lobi polmonari, e cedendo ai risucchi di un enfisema piuttosto severo, ma senza perdersi d’animo, senza negarci la razione di affettuosità rude che ci destinava puntualmente ogni sabato mattina che sorgeva in terra. Noi, passando davanti alla bocca dell’antro, scrutammo, come sempre, il color bruno ferrigno indistinto, per tentare l’identificazione di qualche utensile, o parti di carcassa di qualche elettrodomestico, o altro arnese, ma vedevamo solo spunzoni tarlati di ruggine, o veri e propri scheletri, carogne irriconoscibili, per di più buttate lì a casaccio, senza la decenza di un 132

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tentativo di composizione – che rendeva tutto più pauroso, cioè appunto definitivamente indecente. Doveva essere questo a farci stare tutti sulle spine quando si doveva fare quella stazione lungo il tragitto. Sarebbe bastato che Suor Fiore ci avesse fatto attraversare molto dopo, superato il mio portone, all’incirca all’altezza della punta di marciapiede che, come un carrefour, si incuneava nel largo per biforcarlo, e ci avremmo guadagnato: avremmo per giunta doppiato il capo e tirato dritto in biblioteca senza tante dispersioni. Pareva che Suor Fiore proprio non fosse arrivata a capirlo, che solo avvicinarci a quella bocca nera di lamiere e ferri ramificati, tutti sporchi e scuri, dotati di potenza tetanica, ci atterriva. Se non fossimo stati gli angeli ubbidienti che eravamo, ci saremmo rifiutati di attraversare per finire dritti nell’antro nero, come lei esigeva: avremmo subito cambiato sponda, di nuovo contravvenendo alle sue pretese. Invece eroicamente sgocciolavamo cauti, uno dopo l’altro, al cospetto di Minosse, nonostante si trattasse appunto del nonno di Enzo, con tutte le membra tese e le cellule in fuga, e il sangue che, decantando, si centellinava nei vasi, finendo tutto al fondo: alla fine rischiavamo davvero di restarci inchiodati, davanti al mostro dalla bocca nera.

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23. Il secondo attraversamento è anche un trascorrere di sguardi inferti di taglio. Come di taglio rischia di scivolare un tomo sulle fragili ossa di due creature e di taglio viene inflitta una fragile analogia tra cellulosa e formalina.

Il tratto successivo lo feci con lo stomaco annodato. Camminavo voltata di lato, verso il mio portone, e continuai a farlo per tutto il tempo e lo spazio che impiegammo a svoltare e proiettarci verso il secondo attraversamento, che finalmente ci avrebbe portati all’edificio della biblioteca. Era come se mi si infliggesse di vivere, in quel momento, lo stesso intenso struggimento, con l’anima lacerata tra nostalgia e maldistomaco, del soldato Ceccarelli (Serge Reggiani), cui si riacutizza terribilmente l’ulcera mentre indica al sottotenente Innocenzi (Alberto Sordi) la propria casa, che vede in lontananza dalla camionetta su cui viaggiano, con altri prigionieri, sferzati dai tedeschi, a Napoli, in quel magnifico film sull’8 settembre che è Tutti A Casa. Uno dei tanti film che ho visto con mia madre, in televisione, nel nostro tinello: insieme abbiamo costruito il nostro immenso repertorio del grande cinema e nutrito la nostra smisurata passione, senza mai pentimenti. In quello stesso istante, per la contrizione, mi venne davanti agli occhi la faccia di Duccio, inchiodato a una vistosa somiglianza con l’attore italo francese, e non lontano dalla conquista della sua mesta aria da Mastroianni. Quando davvero perdemmo di vista il mio portone, senza che nessuno di quelli di casa mia si fosse manifestato (neppure mia nonna, che in genere, a quell’ora, tornava dalla spesa, col sacchetto dei viveri appeso a un braccio, e il giornale e la borsa stretti nell’altro, dondolandosi lungo l’ascissa, mentre intanto seguiva il tracciato dritto dell’ordinata che l’avrebbe riportata a casa), allora mi accorsi che Margherita era giusto dietro di me, e con la sua mole ragguardevole per una creatura di dieci anni mi stava parando le spalle, mi faceva ala dietro, col risultato che di sicuro a quel punto non avrei davvero potuto più, voltandomi, scorgere casa mia, ma lei aveva ottenuto oramai la conquista definitiva della mia fiducia per avermi mostrato una volta per tutte l’intento sano di proteggermi dagli assalti di Suor Fiore o della malinconia. Al secondo attraversamento, compiuto nel modo più corretto e meno sparpagliato possibile sotto la guida ferma di Suor Fiore, mi guadagnai una seconda prolungata occhiata feroce: non supponente, direi piuttosto di taglio, acuminata – Suor Fiore mi inferse uno sguardo tutto allineato lungo 134

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una lama bianca ottenuta tendendo al massimo le palpebre e riducendo l’intera estensione del visus a due feritoie, puntandomi da sotto in su, e il bianco fosforescente inviatomi era la soglia chiara, interna, offerta alle orbite dalle palpebre inferiori. Il massimo sforzo tensiomuscolare per la minima apertura. Uno sguardo dimostrativo, pedagogico, per dire: – Così si fa. Non disponendo di uno specchio non potei, io, contemporaneamente apprezzare la durezza del mio sguardo – so che lo caricai di estenuazione e di una nozione: – So chi sei. Finalmente avevamo raggiunto la meta, e questo dopotutto era il vero risultato cui puntavamo fin dall’inizio: perciò, tutto di guadagnato. La biblioteca, in realtà, occupava solo il primo piano di un edificio per il resto abitato da famiglie, eppure non conteneva poca roba. Ci spargemmo tutti tra gli scaffali, seguiti da una ragazza che sapeva tutto di quei libri e sapeva come consultare i cataloghi, perciò aveva il compito di darci delle dritte per andare a colpo sicuro nelle nostre ricerche ingenue. Mino saltellava in una zona di libri storici, e su indicazione di suo padre chiedeva solo di armi soldati battaglie. Su quello c’era poco, e il poco che c’era non aveva niente a che fare col collezionismo: erano volumi di Storia dall’aria molto seria, non semplici manuali ma trattati – di Gaetano Salvemini, di Luigi Salvatorelli, eccetera. Però Mino insisteva. – Ma che t’insisti?, fece stizzita Suor Fiore, acuendo il tono nasale, – Se fai richieste tutte uguali è ovvio che ti viene risposto di no. E cambia!, no? A Mino importava solo dei suoi amati soldatini, avrebbe voluto recuperare testi in cui si facesse un resoconto preciso e completo di uniformi calzari armi: tutte le baionette e le spade, o tutto su archibugi cannoni mitragliatrici, e sui metodi di costruzione delle trincee – questa roba qui lo interessava, il resto era già roba mentale, senza vita vera, senza sangue. E poi doveva pur riportare qualcosa a casa, a suo padre. Ne aveva ricevuto incarico solenne – ma questo non lo disse, Mino, perché tanto davvero non importava a nessuno salvo a lui: roba troppo personale. Gabriele lo guardava timidissimo, e quando Suor Fiore aveva rimproverato Mino ci avrei giurato che Gabriele si fosse proprio ritratto come per nascondersi, per sparire come un topolino tra gli scaffali e andarsi a infilare 135

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lesto dentro un libro come un pesciolino d’argento. Il suo viso chiazzato pareva fluorescente come un neon, e più che sparire gli stava riuscendo segnalarsi, attirare l’attenzione. Suor Fiore non ebbe tempo di cedere alla tentazione di cominciare a infierire scientificamente su di lui perché un’altra tentazione l’aveva appena catturata con ben più attraente prepotenza. Amanda e Clara avevano faticosamente estratto il primo di due tomi d’un romanzo di Dickens – un libro bellissimo, stampato in caratteri grandi, protetto da una brossura forte, con una sovraccoperta bianca e blu illustrata da una splendida figura di ragazzina tutta infiocchettata in un bell’abito di velluto blu, pieno di nastri e merletti, in uno stile illustrativo a quanto si poteva vedere ripetuto nelle molte e ricche illustrazioni interne, il tipico stile di Gustave Doré, ma chissà poi se i disegni fossero davvero i suoi. Era un’edizione per l’infanzia del ‘romanzo per ragazzi’ La Piccola Dorrit, storia della bambina che abita come tutta la sua famiglia nel carcere di Marshalsea dove suo padre è recluso per aver contratto ingenti debiti: ogni giorno la bambina deve uscire dal carcere per andare a lavorare presso la famiglia Clennam, come successe a Charles Dickens stesso, costretto da bambino, a lavorare in fabbrica, a incollare le etichette sulle bottiglie di combustibile per uso domestico per racimolare lentissimamente, come una lumaca instancabile, la cifra necessaria a saldare i debiti contratti dal babbo con la feroce Inghilterra assistenzialista della Regina Vittoria. Letteratura per ragazzi, dice, in cui si parla delle bande dei ragazzini di strada, di prostitute e magnaccia, di creditori assatanati, di pedofilia strisciante, di carceri polizia e rigori giudiziari, di falsi filantropi, di orfani e ragazze madri, di sfruttamento delle fasce sociali deboli, di criminali col coltello fra i denti, di matrigne vessatrici, di bambini tirati fuori dai ventri materni acchiappati fin dentro dalle mani brute delle mammane, di ex galeotti benefici grazie ai bottini nascosti chissà dove e comunque al sicuro dalle grinfie della polizia, di reclusi per debiti strozzati dallo Stato e figlioli mandati a sgobbare. Letteratura per bambine, dice. Amanda e Clara erano sfinite, sul punto di smettere di reggere, lasciandolo precipitare a terra, uno dei due tomi, le prime seicento di milleduecento pagine complessive del romanzo ma erano talmente attratte da quelle figure. Clara soprattutto appariva gravata dallo sforzo immane oltre che dalla impossibilità, pur di tener su il libro, di mettere mano al fazzoletto che aveva in tasca per pulirsi il naso: forse l’unica bambina al mondo a farlo, ogni tanto, visto che, in genere, i bambini ignorano i propri nasi sporchi e 136

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sgocciolanti, e sono le mamme o le maestre o le bidelle a soffiarglieli, dopo avergli ripetuto, ogni volta, con cura, le istruzioni per farlo da sé in maniera efficace - salvo ottenere il risultato contrario: di impiastricciargli ancora di più i nasi, già screpolati dalla tenace e irredenta azione bruciante del muco, lasciato a seccarcisi sopra, e tutto attorno. In effetti, Clara non stava versando sulle preziose pagine avorio, sulla scrittura grande e tonda, o sulle figure, o sui tratti e i colori smaglianti, tocchi generosi del suo moccolotto denso che, normalmente, per una rinite allergica perenne, evidentemente precoce, le colavano via dappertutto, e di continuo le ornavano le narici di merletti secchi. Questa sorta di sforzo eroico mostrato per un libro che era poi una spietata storia di pietà e di vittimismi doveva aver destato l’ammirazione di Suor Fiore che, senza più fare caso alle ostinazioni di Mino e all’abilità di strisciare di Gabriele, planò alle spalle di Amanda con le gonne gonfiate dall’aria montatavi dentro per l’improvviso, ennesimo voltagabbana. Subito le fu intorno con eccessi effusivi lodandola per il tipo di libri cui Amanda aveva scelto di dedicarsi e ignorando del tutto Clara che dopotutto era nell’impresa almeno quanto lei. Ma non c’era verso, Suor Fiore aveva occhi solo per lei e non vedeva l’ora che Amanda si distinguesse per una delle sue indiscutibili doti naturali per poterne approfittare e lodarla apertamente senza nascondere una vera ammirazione, un’adorazione speciale, e non esitando a mettere volutamente in ombra chiunque altro. Amanda e Clara si stavano letteralmente stremando a sorreggere il peso sproporzionato del libro facendo anche perno sullo scaffale come su uno strapuntino: una sorta di leggio su cui avevano puntellato perlomeno la metà alta del volume – così forse il peso era dimezzato ma lo sbilanciamento della posizione rischiava di far scivolare di sotto il libro in verticale e magari ferire di taglio i loro piedi, e poi Suor Fiore avrebbe avuto attenzioni solo per Amanda, casomai fosse stata per miracolo solo sfiorata dall’azione lacerante della brossura robusta, mentre è probabile che se contemporaneamente Clara si fosse ferita le dita o spaccata i metacarpi, lamentandosi apertamente per il dolore e sanguinando innegabilmente, Suor Fiore avrebbe continuato a curarsi di Amanda non tenendo neppur minimamente conto di Clara, pur vistosamente agonizzante. Suor Fiore trovò il tempo per voltarsi verso la fila opposta di scaffali, e rompendo gl’indugi di Margherita, che in modo piuttosto inconcludente carezzava i dorsi dei libri senza decidersi per nessuno, con un lampo di genio ne capò uno coloratissimo, 137

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– Ecco: guarda un po’ questo, tu! Subito dopo si voltò di nuovo per mettersi a sfogliare le pagine per Amanda (e suo malgrado anche per Clara) indicando solo a lei le figure bellissime, e leggendole anche qualche passo, mentre alle loro spalle, dalla stessa serie: una miscellanea di manuali e libri illustrati da cui Suor Fiore aveva tratto il volume appena consegnato a Margherita, Andreina doveva aver trovato un testo buono per sé, e in un inedito slancio democratico stava dicendo, –Vedi, Margherita? Questo c’è scritto: Figura 3A, feto nato morto. Margherita stava già sfogliando il proprio libro, quello appioppatogli d’imperio da suo Fiore, ma non poté fare a meno di sbirciare in quello di Andreina, forse lusingata che lei le stesse parlando, e per una volta senza il suo tono perfido, di sicuro con qualche palpitazione all’idea di andare a verificare coi propri occhi il contenuto tremendo di quelle parole. Margherita non poté resistere, ci andò a guardare: abboccò. – Feto nato morto, ripeté Margherita meccanicamente, soggiogata. – Già, vedi?, calcò la mano Andreina, ebbra di gusto, – Vedi come se ne sta nella naturale posizione a gambine aperte? Forse della parola feto Margherita aveva un’idea vaga, o magari nessuna idea, ma gambine aperte e nato morto erano indici piuttosto inequivocabili: magari era solo la carogna di un animaletto fatto fuori da cacciatori di frodo, compari di suo padre, niente di davvero inedito per lei. Tuttavia è probabile che in quel momento nella testa di Margherita stesse passando la pubblicità dei pannolini Lines, e le fosse possibile udire la voce suadente di una puericultrice fittizia che, istruendo una puerpera, le dice, indicando il neonato di poche ore, – Vedi? Per natura sta con le gambine aperte, cui tuttavia è altrettanto possibile si stesse mischiando la nuovissima pubblicità degli assorbenti Lines, predisposti dall’industria all’arginazione del ciclo femminile, – Non lo sapevi? Ora lo sai anche tu.

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24. Dissociarsi, anche fisicamente, esprime vibrato dissenso, come staccarsi può essere, a seconda dei casi, un legaccio che strozza o l’origine di una nuova nascita. Emerge il senso corporale dell’apertura delle acque del Mar Rosso: simile in tutto alla dilatazione che permette al neonato di sbarcare sulle verdi sponde del mondo.

Per scacciare tutto quel lavaggio del cervello, Margherita tornò a guardare. L’immagine era grigia e un po’ opaca. Una fotografia ben fatta, non sfocata – però anche con qualcosa di livido e indistinto. In effetti il feto era tutto steso, abbandonato, con le gambine che se ne stavano aperte in una posa che pareva molto naturale. La testina invece, in modo piuttosto insolito, era voltata e puntava in alto, e la schiena, anche se di poco, risultava inarcata, come se in realtà la creatura fosse viva. – E questo cos’è? – Ma che vuoi? Che cosa? Andreina si era già dimenticata l’intenzione di risultare gentile e aveva risfoderato i modi sgarbati salvo ripensarci repentinamente, – Questo spago cos’è? Qui, hai visto?, tornò a insistere Margherita. – Ah sì! So cos’è! Andreina pregustò subito il progetto di ferire Margherita con le sue garbate offese, le sue perfidie travestite di buona educazione, – Io questo libro ce l’ho a casa, è di mio padre: è il Fumagalli, un manuale di medicina. Mio padre mi ha detto molte volte cos’è quello. – E allora? – Bè, non lo sai? È il cordone ombelicale: il bambino è morto strozzato. (Non lo sapevi? Ora lo sai anche tu, tornò a dirle la voce) Margherita, a dispetto della propria stazza, rimbalzò indietro, e contemplò con vero dolore il sorriso che si era subito dipinto, irrefrenabilmente, sul viso altero di Andreina, ma soprattutto fu risucchiata dall’orrore, e dal punto del corridoio tra gli scaffali dov’era finita per il brusco rinculo, si voltò e si vide, parata davanti senza preavviso, Suor Fiore, che non le sorrideva, anzi non mostrava espressione alcuna in viso. In modo piuttosto neutro appunto, incurante come c’era da aspettarsi del nuovo tuffo al cuore che aveva costretto Margherita a ingoiare per ben due volte, e rumorosamente, abbassando gli occhi sul proprio libro, al quale ora Margherita appariva praticamente aggrappata, Suor Fiore le chiese: – Allora, hai dato un’occhiata come t’avevo pur detto? 139

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Margherita dovette pensare che qualcuno volesse accusarla d’aver tirato lei il cordone ombelicale così stretto attorno al collo minuscolo da strozzare il feto, e sembrò non trovare risposta dentro di sé. – Il libro, chiarì Suor Fiore riacuendo il tono nasale, – l’hai poi guardato? Benché lo tenesse stretto, Margherita sembrava non ricordarsene neanche. Difatti ci tornò su lei stessa per accertarsene: lo sfogliò spasmodicamente alla ricerca del titolo, dell’autore: GUIDA AL PARTO Manuale di Apprendistato per la NeoMamma AA. VV.

Con un dito Margherita doveva aver tenuto un segno ma ora incalzata da Suor Fiore l’aveva perso e non pareva ricordare più nemmeno visualmente la pagina. Aveva le mani arrossate strette attorno al volume stampato su carta patinata in quadricromie, pieno di disegni, di atlanti anatomici ristretti agli apparati riproduttivi femminile e maschile, di fotografie dal vero. Forse Margherita aveva tollerato bene la vivezza di quelle immagini, ne aveva sopportato lo smaccato realismo, anzi il violento verismo, finché se l’era sfogliato per fatti suoi, tutta in disparte, nel colloquio intimo con esso. Ora, dopo i dispetti e l’invadenza di Andreina, e inquisita da Suor Fiore che non nascondeva intenti educativi piuttosto robusti, tutta quella roba vera le stava diventando evidentemente intollerabile. Era come se fosse nuda, esposta lei stessa. Era come se lei fosse una donna fatta e un pubblico composto da persone comuni e cronisti, da perfetti estranei, fosse entrato nella sua camera da letto, avesse violato e infranto la tenerezza della sua intimità. Margherita osservava attonita le fotografie scattate in una sala parto. Era visibilmente raccapricciata e commossa: la partoriente era discinta, semicoperta solo dai panni verdi usati per circoscrivere il campo operatorio, che ai non addetti danno la vertigine dell’asepsi e del ritualismo chirurgico. Le immagini erano in sequenza. Margherita, tutta confusa, e emozionata, aveva sfogliato rapidamente per superare un caleidoscopio di fotogrammi che dovevano mostrare qualcosa di tremendo per lei sconosciuto. Ora Margherita ci tornò su, altrettanto di corsa e di nascosto, per osservare bene il prodigio orrendo della dilatazione: si mise a guardare la terribile voragine via via più aperta, lo spalancarsi della porta procurato da una 140

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raffica di contrazioni, il risultato della potenza retrattile che aveva aperto le cortine di carne ricca di fibra muscolare lasciando un canale ben appianato e perfettamente percorribile, come lo spalancarsi delle acque del Mar Rosso: una bellezza terribile. Un’altra inquadratura, di fronte, lievemente rialzata, faceva vedere bene la testina coi capelli, tanti capelli neri, schiacciati e unti di umori, che già per metà stava uscendo, un istante prima di liberare l’urlo vittorioso e sgomento con cui il feto neo nato avrebbe piantato la sua bandierina e affermato con orgoglio d’esserci anche lui, ora, nel mondo. L’immagine successiva era una inquadratura più ravvicinata ma laterale: si vedeva il faccino del neonato ancora tutto ammaccato, e tutto chiuso in un’espressione quasi offesa – non ha ancora urlato, ma ora lo fa, come no, sta per farlo, è naturale che urli dopo lo strappo. E ancora Margherita restò abbagliata dalla delicatezza con cui, nella successiva sequenza di riprese laterali, un’ostetrica, senza quasi toccare il neonato, con la semplice protezione delle mani, quasi lo accompagnasse durante l’uscita, per poi agguantarlo per i piedini e tirarlo su, e con uno schiaffetto saggiasse una sua prima reazione motoria e nervosa. Margherita restò inchiodata dalla visione del cordone che penzolava tra l’addome del neonato e la fessura tra le gambe della madre, dalla visione agghiacciante delle gambe di lei flesse e separate, semiavvolte nel panno verde, coi piedi agganciati alle staffe. Restò muta a osservare il profluvio di sangue muco e escreti venuti fuori, un mare di umori liquidi e densi reso incontrollabile dallo sforzo. Suor Fiore stava dicendo qualcosa che a Margherita non riusciva afferrare, sentiva a malapena il profluvio imperioso di suoni che le venivano via di bocca e forse anche per questo non ne indovinava il significato: – …ist.nt. san… pr.d. sp..siz…ne …ll… m.t.r.n.tà… imp.rt.nte p.r .na b.mb.na… p.ns.re

al m.tr.m.ni… div.nt.r. .na br.va m.d.e… imp.r.re a s.p.r f.re p.r c.s.… […istinto sano … predisposizione alla maternità … importante per una bambina pensare al matrimonio … diventare una buona madre… saper fare per casa…]

Per qualche ragione, Suor Fiore parlava a precipizio, e Margherita, nel flusso di suoni, stentava a staccare sequenze o singole parole realmente comprensibili. Tornò a guardare nel libro. A gioire forse interiormente per il fatto che a questo neonato non fosse toccato in sorte di strozzarsi col cordone. A fissare con raccapriccio il viso contratto e urlante della madre per tutta la fase dell’espulsione, e a immaginarne gli spasmi. 141

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Era stranita, Margherita, e felice. Da fuori le arrivava ora un tono nuovo nel flusso dei suoni emessi da Suor Fiore: era il tono fermo e suadente che Suor Fiore aveva quando impartiva le sue lezioni alla scolaresca, un tono pedagogico al cui fondo covava un raschio, un nodo rabbioso, trattenuto lodevolmente, sempre sul punto di sciogliersi in qualche raffinato esercizio persecutorio. Margherita sembrava tesa a indovinare in cosa l’ennesima vendetta in agguato si sarebbe tradotta. Ora il famoso dito di Suor Fiore, in tutto simile all’indice armonioso e soave del Padreterno michelangiolesco, era tornato malignamente a tendersi tra le figure nel libro, a insinuarsi tra i liquami escreti dalla donna, tra le sue gambe, e a puntare la testina del neonato, e riecheggiò ancora la parola feto che a Margherita suonò per la prima volta come unica parola intelleggibile in quel profluvio per il resto indistinto e stridente, appuntito – e interamente chiara nel suo senso: di corpo e oggetto. Andreina, con la sua punta di naso perforante, si affacciò soddisfatta, per impicciarsi. Si fece anche largo con le mani, per guadagnare un accesso comodo allo spettacolo, e prese subito a blaterare di tutto quello che sapeva lei in materia, grazie a suo padre che le lasciava sfogliare i suoi manuali zeppi di fotografie grafici e disegni, e si prodigava in spiegazioni su fenomeni e meccanismi, soddisfacendo qualunque sua curiosità su ogni argomento medico. Al fiume imperioso di suoni si era aggiunta, dunque, questa nota stridula e arrogante che aveva avuto il potere di riaggregare attorno a loro tre anche tutti noi, una specie di pubblico occhiante dopotutto stralunato. Margherita inviò a me un’occhiata mite. Subito dopo, ruotò il telescopio, riallineò gli assi pupillari perfettamente in parallelo per riassestare la complessiva traiettoria visuale su Andreina e Suor Fiore, e senza esitazione, come una macchina gagliarda piena di vita, trafisse entrambe col proprio sguardo splenetico – innervato adesso come da una lama metallica, che lo faceva letteralmente lancinare.

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Indice

1. Un tranquillo mercoledì di terrore, in cui un carrarmato irrompe in aula. 2. Bisogna fare un salto indietro, al sereno martedì precedente. 3. Si torna un passo avanti, al fermo immagine del mercoledì. 4. La mancata partitella del mattino, al martedì, non impedisce a noi tutti… 5. Sempre al martedì, il dopopranzo è un carosello di mani. 6. Il carosello prosegue. Mani delicate, impregnate di odori d’orto. 7. Tra le tre e le quattro di quello stesso pomeriggio, bisogna buttarsi… 8. I ragazzini della banda sono decisi a setacciare la città. 9. Si torna alla casella del mercoledì, in aula, al solerte esercizio. 10. Si sfila fino a Suor Fiore, alla sua pedana come a un patibolo. 11. A ritroso. Che strano cammino si è dovuto percorrere per arrivare fino a noi. 12. L’arte del volteggio rivela i suoi scopi, e indica un metodo per conseguirli. 13. La lezione ha dato i suoi frutti. Una rivelazione: il volteggio è un gioco. 14. … Cinemà / frenetica passiòn // Cinemà / tormento e seduziòn … 15. Pena per sé. L’unica chiave per decifrare la fitta rete di confronti… 16. Uno stratagemma ottico mette in asse due figure e prepara la coincidenza… 17. Una figura, attuale, s’impone in primo piano – pur restando in asse. 18. È arrivato il momento di sondare le virtù purificatrici del fuoco. 19. Asepsi e nitore. Formidabile la corrispondenza… 20. Si torna a osservare l’imposizione delle mani. 21. Seguono: un esame di guida e un’incursione della Furia. 22. La licenza conduce alla restaurazione. 23. Il secondo attraversamento è anche un trascorrere di sguardi inferti di taglio. 24. Dissociarsi, anche fisicamente, esprime vibrato dissenso.

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Ringrazio Pierluigi Germini (discografico) e Augusta Zeppieri (cultrice della canzonetta) per alcune preziose consulenze musicali

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Bonus Track 1 A Salty Dog Procol Harum (Keith Reid, 1967) [Purple Rocks Vintage Record]

'All hands on deck, we've run afloat!' I heard the captain cry 'Explore the ship, replace the cook: let no one leave alive!' Across the straits, around the Horn: how far can sailors fly? A twisted path, our tortured course, and no one left alive We sailed for parts unknown to man, where ships come home to die No lofty peak, nor fortress bold, could match our captain's eye Upon the seventh seasick day we made our port of call A sand so white, and sea so blue, no mortal place at all We fired the gun, and burnt the mast, and rowed from ship to shore The captain cried, we sailors wept: our tears were tears of joy Now many moons and many Junes have passed since we made land A salty dog, this seaman's log: your witness my own hand

[“Tutti sopra coperta, abbiamo preso il mare”, udii il capitano urlare / “Controllate la nave, convocate il cuoco: non lasciate che nessuno abbandoni la nave vivo!” / Oltre gli stretti, attorno a Capo Horn, fin dove possono spingersi i marinai? / Un percorso ambiguo, il nostro corso tribolato, e nessuno che sia stato lasciato vivo. Salpammo per luoghi sconosciuti ad anima viva, dove le navi tornano a morire / Nessuna cima superba, nessun’audace fortezza poteva eguagliare lo sguardo del capitano / Attorno al settimo giorno di mal di mare facemmo scalo / Una sabbia così bianca, un mare così blu: assolutamente non un luogo mortale. Sparammo il cannone, e demmo fuoco all’albero, e remammo dalla nave fino a riva / Il capitano gridò, noi marinai piangemmo: le nostre lacrime furono lacrime di gioia / Ora molte lune e molte estati sono trascorse da che toccammo terra / Un lupo di mare (è quel che resta di) questo tronco di marinaio: ti faccia fede la mia mano – (DM)]]

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Bonus Track 2 It’s Five O’Clock Demis Roussos & the Aphrodite’s Child (Vangelis, 1969)

‘It’s five o’ clock and I walk through the empty streets. Thoughts fill my head but then still no one speaks to me. My mind takes me back to the years that have passed me by. It is so hard to believe that it’s me that I see in the window pane. It is so hard to believe that all this is the way that it has to be. It’s five o’ clock and I walk through the empty streets. The night is my friend and in him I find sympathy. And so I go back to the years that have past me by. It is so hard to believe that it’s me that I see in the window pane. It is so hard to believe that all this is the way that it has to be. It’s five o’ clock and I walk through the empty streets. The night is my friend and in him I find sympathy. And he gives me day gives me hope and a little dream too … … gives me hope and a little dream too.’

[Le cinque in punto / cammino per le strade vuote. // Ho la testa piena di pensieri / ma poi ancora nessuno (di essi) mi parla. // La mente mi riporta indietro / agli anni che sono andati oltre me. // È difficile / credere che sia proprio io / quello che vedo riflesso nella finestra. // È così difficile / credere che tutto questo / sia proprio il modo in cui dev’essere. // Sono le cinque / e io cammino per le strade vuote. // La notte è il mio amico / e in lui io trovo una sintonia con me. // Così ritorno indietro / agli anni che sono andati oltre me. // Com’è difficile / credere che sia proprio io / quello che vedo riflesso nella finestra. // Com’è difficile / credere che sia proprio questo / il modo in cui dev’essere. // Sono le cinque in punto / e io cammino per le strade vuote. // La notte è il mio amico e in lui io trovo una sintonia con me. // E lui mi dà il giorno / mi dà la speranza e anche un piccolo sogno / mi dà la speranza e anche un piccolo sogno. (DM). Il testo della cover italiana, Quasi Le Sei, incisa per la Philips Records da Gianni Farano nel 1970, è praticamente introvabile].

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In questo racconto di pura invenzione, ogni riferimento a persone fatti circostanze o discorsi realmente capitati è stato doveroso.

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"This is the story of us all", the song sounds - the story of some school old days in the year 1970 ... "Pictures of you, pictures of me", l...

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