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Daniela Matronola

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A Cecilia, Aurelio e Stefano A mio padre, sorridente sempre

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…guardai l’alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura, ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. JACK KEROUAC, Sulla Strada

“Allora hai ricominciato a scrivere. Un romanzo?” “Una relazione. Un resoconto. Ma sì, lo chiamerò romanzo. Se mai riuscirò a finirlo. Perché, ovviamente, io non finisco mai nulla.” TRUMAN CAPOTE, Preghiere Esaudite

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ALTRI ESTRANEI Che abbia evitato per giorni, Pietro, persino d’avvicinarsi alla Galleria, cambiando addirittura sponda della via Nazionale per non esporsi neppure al rischio di farsi risucchiare fino all’ingresso, questo è un fatto. E che sia riuscito anche a sottrarsi, con questa scusa, al terribile senso di smarrimento che sempre lo coglie negli spazi troppo aperti, anche questo indubbiamente è un fatto. Però oggi che è domenica e c’è il sole, è febbraio eppure è già primavera nell’aria, non solo Pietro ha ceduto all’impulso di entrare, ma anzi, docile, ha obbedito a un richiamo, noto solo a lui, che per giorni s’è impegnato a ignorare – come un serpente obbedisce al suo incantatore. Come teleguidato è risalito fino all’entrata del Palazzo delle Esposizioni: un portale doppio, una specie di trappola idiota davanti alla quale è rimasto piantato un numero imbarazzante e interminabile di secondi, a chiedersi se non si trattasse di un sesamo a combinazione, e se non ci fosse qualcuno che, nel frattempo, nascosto da qualche parte, lo stesse spiando e stesse ridendo di lui mentre, goffo, tentava di capire come entrare. Poi, una volta riuscito a penetrare, si è visto guadare il tavolo della biglietteria. Ma in effetti no: ci ha messo del dolo, Pietro, della premeditazione. Per spingersi fin là, a casa ha inventato che ha la presentazione di un libro o una conferenza. Non se ne ricorda più. Però poi al momento opportuno dovrà saperlo, dovrà ricordarsi qual era la scusa: – Roba di lavoro, e questo ha messo, e avrebbe messo sempre, una toppa a tutto. Ambra se n’è rimasta, mite, a combattere col pranzo della domenica. Pietro avrebbe potuto portarla fuori a godere di questo anticipo di tepore, oppure qua con sé alla mostra. Questo tormento però ha preferito covarselo, e tenergli testa, tutto da solo. È un tarlo che gli ha lavorato a lungo nel cervello. Ci si è scavato una cuna – dentro la sua testa. Ha preso ad abitarci – stabilmente. E attorno a quel chiodo lui avrebbe continuato a arrovellarsi chissà per quanto ancora se non avesse almeno provato a tirarlo via. Perciò oggi ha ceduto. Definitivamente. Anche al pensiero che nel giro di due giorni la mostra si sposterà in un’altra città, e allora gli resterebbe la delusione di non aver saputo affrontare la questione una volta per tutte. Se l’è ripetuto a mente, che oggi inderogabilmente ci doveva andare, come un mantra prodigioso, finendo per assentarsi, e perdere un paio di volte il controllo, forse sbarrando pure gli occhi nel vuoto – anche stamattina, mentre beveva il caffè a letto con Ambra, che del tutto innocentemente, come una bambina, gli chiedeva come avrebbero passato questa giornata meravigliosamente vuota: mai immaginando che Pietro l’avrebbe piantata in asso a occhio e croce per l’intera mattinata. Fortuna che Ambra, come sempre, non si è scomposta: si è subito dedicata alla correzione dei 4

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questionari dei suoi studenti sul Siglo de Oro senza nemmeno scatenare un battibecco coniugale tipo Andy Capp e signora. Se l’è ripetuto, che oggi per lui proprio non c’era scampo, anche per tutto il tragitto in autobus. Se l’è ripetuto con la perseveranza di un esercizio orientale nel terrore di distrarsi da un proposito cui sentiva di doversi forzare, e ha continuato a dirselo anche mentre comprava il biglietto. Proprio come, anni prima, quando era ancora studente di liceo e alle prime armi nel tennis, per non deludere il maestro che l’aspettava dopo pranzo al circolo su un campo di terra rossa talmente arido da sembrare un’oasi marziana, la mattina a scuola, mentre la Testa di greco raccontava, combinazione, Le Opere e i Giorni di Esiodo, lui aveva riempito quattro fogli fitti di quaderno di: non devo sbagliare, non devo sbagliare non devo sbagliare, non devo sbagliare non devo sbagliare, non devo sbagliare non devo sbagliare…………

e la scrittura era straripata, aveva tracimato, si era sversata fino a stipare i margini – era sembrata la rottura di una diga, l’esondazione di un fiume. Risultato: aveva funzionato. Il maestro, umanandosi, corse ad abbracciarlo rischiando seriamente di contunderlo maldestro con la scucchia (un prognatismo per la verità del tutto innocente) perché lui aveva preso davvero di tutto con una stoffa da campione mai vista prima. Poi il miracolo non si era più ripetuto. – Che vai da GiònLèno? Da lui in persona? Ma magari! Già riflette, Pietro, che, a un prezzo simile: – So’ dodici sacchi (pare sfotterlo il ragazzetto alla cassa), al Palazzo delle Esposizioni finirà per passarci l’intera giornata. Anche per risarcirsi dello sgarbo subìto da questo addetto, un exgiovane (giovane ostinato, a guardarlo meglio) smilzo, biondastro, con una rada memoria di capelli in testa (che un suo amico, che ne sa qualcosa, liquiderebbe come voglia di ginocchio) e col mento ornato da una barbetta ben disegnata: un principio di pizzetto vagamente dannunziano: ma piuttosto, si dice Pietro, hughiano, come si vede in certi ritratti di Victor Hugo: nei dagherrotipi – e gli scoppia in faccia un rossore da sbotto di riso trattenuto che fa risalire in superficie il suo visetto da bambino non ancora del tutto sparito. Benché trascinato, anzi: come sospinto, verso la propria destinazione, Pietro non ha potuto fare a meno di soffermarcisi per un momento: sull’aria insolente di quello spilungone che pareva messo là apposta per dichiarare un prezzo ridicolo se non fosse obiettivamente esorbitante, per giunta scostante nel modo di esigerlo, cioè subito già distratto a sfottere il successivo visitatore pagante. Del resto anche lui, neppure un istante dopo, si è già riassestato sul proprio dovere volontario, e ha imboccato l’ingresso alla mostra, subito finendo a smarrirsi nel corridoio largo e altissimo finché non s’è messo a costeggiare la parete e, seppure con del contegno, è riuscito a guadagnare l’accesso alla prima sala. Già occhieggia ingordo verso i disegni autografi che riempiono il salone centrale, aperto su ogni lato 5

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e dunque ben visibile da dove sta lui ora. Però intanto si obbliga a concentrarsi su questa prima sala laterale, sulle teche con dentro la ingente collezione di montature tonde. Si obbliga a tenersi diligentemente lungo il percorso prescritto dagli organizzatori senza saltare subito al centro. Riesce a rispettare il sottinteso gioco dell’oca e a tenersi in salvo anche dal proprio naturale disorientamento. Però insomma è bastato questo a spingerlo in un proprio personale gorgo. * Anni prima, in una inclemente sera di dicembre, Pietro aveva riportato Ambra fin davanti al portone, aveva atteso che la sagoma di lei vi scomparisse dietro, e poi era ripartito lasciando sfilare lentamente l’auto verso casa – assorto. Le strade erano trafficate, umide, coi viados intirizziti che fumavano mezzi nudi ai lampioni senza nemmeno il conforto di un fuoco, e intanto trattavano con gli automobilisti lenti o già incolonnati: si ritrovò suo malgrado a fare la fila, come un cliente in attesa di visionarne uno e pattuire un prezzo per passarci insieme il successivo paio d’ore. Questo era il paesaggio umano che Pietro contemplava ogni notte sotto le campate del lungo ponte d’asfalto tra il quartiere di Ambra e il proprio, tutto raccolto su una collinetta verde, con intorno i campi sportivi e i viadotti della tangenziale: uno spettacolo cui non riusciva a fare l’abitudine. È possibile che questa gente può solo finire per strada a battere? Non c’è nessun altro destino per loro? Che ne so, uno diventa insegnante o impiegato o commesso, cioè conduce una propria vita, e intanto affronta per i fatti suoi questo guaio, intimo per la miseria!, di essere sessualmente indefinito, o aperto a più soluzioni, diciamo sovrabbondante, forse ‘transeunte’ può essere la parola, bè sì: trans, infatti… Sentì sgommare alle proprie spalle. Poi vide una Y10 affiancarsi di slancio e, dal finestrino del passeggero tutto tirato giù, sporgere prima un polso, con la paletta girata dal lato rosso e agitata per aria forsennatamente, poi tutto un braccio, e alla fine un intero busto tutto sporto fuori, e una testa, da cui schizzavano occhi sbarrati, in evidente allarme, con la bocca deformata in grida di cui Pietro stentava a decifrare il labiale. All’interno dell’abitacolo, la radio stava mandando musica con incursioni frequenti di una voce maschile che vi sovrapponeva suoni nasali. Ma Pietro non ascoltava né la musica né il deejay – un ossesso che ora gli pareva stesse mitragliando solo stronzate. Nello strano corto circuito scattato tra lo spettacolo esterno e il suono interno cominciò a incunearsi, prendendosi tutta l’attenzione, il tormento di mille aghi che parevano in quel momento conficcarglisi negli occhi, come sempre quand’era umido. Al solito, mentre si stropicciava energicamente gli occhi aggravandone di molto lo stato d’irritazione, non aveva potuto fare a meno di ripensare a un fotogramma visto anni prima, ingrandito sui cartelloni del Moderno, di un docufilm girato in Africa – primo piano stretto sul volto di un uomo cui qualcuno aveva riempito i bulbi oculari di spilloni resinosi: erano spine vere, tutte piantate in autentici occhi umani come su 6

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puntaspilli. Pietro c’era rimasto piantato davanti una serie consecutiva di pomeriggi, con Alberto che insisteva per entrare a vedere il film mentre lui non la finiva più di immaginare tutte le storie che potevano starci dietro. Alberto poi il film era andato a vederlo da solo e pur d’entrare si era spacciato per maggiorenne. Il gestore del cinema che gli aveva staccato il biglietto (era un cinema a conduzione familiare dove la moglie faceva la cassiera e il marito regolava l’ingresso in sala) non c’era cascato neanche per un momento. Si era limitato, il gestore, a farsi due conti in testa di quanti anni poteva avere questo ragazzetto pallido, di carni piuttosto tenere, a dispetto dei baffi e della barba, del casco disordinato di capelli e degli occhialini con cui aveva corazzato la propria giovinezza – calcolato anche che vedeva Alberto venire al cinema da quand’era bambino, tenuto per mano da sua madre o da una zia ragazzina che lo accompagnava ogni volta che c’erano le favole e i cartoni di Walt Disney. Se l’era solo guardato per qualche secondo, tempo minimo durante il quale Alberto gli era rimasto impalato davanti a friggere, già pronto a implorare che lo si lasciasse entrare. Poi si era come distratto, il gestore / proprietario / bigliettaio del cinema Moderno, per l’eccesso d’attenzione che gli aveva concentrato addosso in un tempo troppo breve – aveva ceduto per stanchezza. Così Alberto era riuscito a scivolare dentro fendendo le pesanti cortine porpora onuste di polvere pluridecennale: s’era fatto di corsa la strettoia tra i due ordini di sedili di legno duro, e si era incastrato in prima fila, al centro esatto di fronte allo schermo, martoriandosi le ossa aguzze sotto il velo di pelle. Aveva anche, per così dire, battezzato lo stesso posto da cui, anni dopo, Pietro, un Santo Stefano, di pomeriggio presto, avrebbe subìto Rambo che si ricuciva un turgido quadricipite coi crudi aghi e fili vegetali offerti dalla natura selvaggia, distolto per tutto il tempo da una vera adesione emotiva al film al pensiero, costante, di quanto quel genere di vicende fosse piaciuto a Alberto finché aveva potuto forsennatamente collezionarle. Solo una volta dolorosamente sprofondato nei sedili, Alberto aveva potuto ingoiarsi il cuore che per tutto il tempo gli era rimasto sospeso in gola. Dopo di che, con aria giustamente da reduce, a Pietro aveva fatto un secco resoconto, liberandolo intanto subito dall’apprensione fondamentale: l’uomo del cartellone era un fachiro, un professionista del dolore, e le spine se le era infilate negli occhi da solo – però poi gli aveva raccontato anche di veri squartamenti e sbranamenti autentici, e Pietro in cuor suo si consolò di aver rinunciato a andarci. Con le spine negli occhi, appunto, Pietro si rese conto, visto che andava già per forza di cose a passo d’uomo – in coda dietro ai puttanieri infoiati, lui che voleva solo correre a casa e andarsi a lavare la faccia, che la Y10 si era fermata di traverso tra lui e l’arrapato che aveva davanti. Fece appena in tempo a non sbatterci contro. Il pazzo gesticolante scese picchiando con la paletta ora voltata dalla parte del verde (per sbaglio, ovvio) sul suo cofano: perciò lui, mezzocieco e assordato dalla musica in cabina, si decise a tirar giù il finestrino: cosa che peraltro pare avesse esplicitamente chiesto il matto. Finalmente udì, – …e ce l’hai fatta una buona volta! 7

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Poi l’uomo dovette accorgersi che Pietro poteva aver sentito e lo apostrofò, – Lei! Dove sta andando? Cosa ci fa, lei, qui? – Tu o lei? – Prego? – Lasciamo perdere. Io sto andando a casa, lei? – Declini le sue generalità… – E lei si qualifichi… – Elisei, maresciallo di pubblica sicurezza… – Le mie congratulazioni. Cosa vuole da me? – Perché si trova qui? – Perché non lo chiede ai devoti in processione che ho davanti?, loro sì che… Nel frattempo qualcuno dei devoti stava provando a svignarsela ma (Pietro se ne rese conto in quel preciso istante, dallo stridìo prolungato di pneumatici che presero a schettinare sull’asfalto umido e appena indurito da un principio di gelo) il posto era letteralmente presidiato: era incappato in una specie di retata. Aver aperto il finestrino per lasciar entrare il freddo, per quanto pungente, cominciava a dargli un po’ di sollievo agli occhi e questo gli permise di ripristinare un buon grado di lacrimazione e riacquistare una visione limpida. Elisei lo stava squadrando come si fa col classico malcapitato con cui divertirsi mettendogli un po’ di pepe, ma poi dovette pensare che c’era ben altro a cui provvedere, e, visibilmente a malincuore, lo lasciò andare senza nemmeno controllargli i documenti o fargli il verbale: – Va bene, per questa volta la lascio andare, ma veda di non farsi beccare ancora…: si vede che non aveva rinunciato proprio del tutto a spaventarlo, almeno. – Guardi che io passo qua mille volte al giorno, soprattutto la sera: è una scorciatoia per arrivare a casa e tagliare il traffico. Perciò si ricordi la mia faccia… Voleva dirgli: diffondila anche alle altre pattuglie, così non mi scocciate più – una specie di segnalazione all’inverso, avrebbe voluto proporgli. L’espressione di Elisei si stava facendo di nuovo torva. – Vada prima che mi penta. Però!, si disse, pure i congiuntivi! – mentre sfilava via rimuginava, Maresciallo Elisei, agente speciale… Pietro alzò di botto il volume dopo essersi rinchiuso ermeticamente nell’abitacolo. Si lasciò sommergere dalla musica, Arthur he does what he pleases / All of his life his master’s toys and Deep in his heart he’s just – he’s just a boy Living his life one day at a time and / Showing himself a pretty good time Laughing about the way they want him to be When you get caught between the moon and New York City / I know it’s crazy but it’s true Once you get caught between the moon and New York City Best that you can do, best that you can do is falling in love…

Christopher Cross!, si disse. E subito si mise a canticchiare per fatti suoi, Sailing / takes me away / to where I’ve always heard it could be(1). 8

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Poi subentrò la voce del cronista. – Quello appena trasmesso in anteprima è il pezzo forte della colonna sonora di un film che in Italia arriverà l’estate prossima e in America è sul punto di uscire: Arthur, appunto, con Dudley Moore e Liza Minnelli, regia di Steve Gordon – musica originale di Burt Bacharach, compresa questa canzone… Ma sul serio?! Abbassò il volume perché a differenza della musica che va sentita alta le chiacchiere è meglio relegarle in sottofondo per non stonarsi. Tanto più che ormai era praticamente arrivato e gli occhi avevano ripreso a farlo impazzire. Parcheggiò sottocasa e si lanciò di corsa per il vialetto fino al portone. Sempre di corsa volò, piuttosto alla cieca, su per le quattro rampe di scale fino alla porta di casa. Ebbe ragione della serratura a doppia mappa con denti opposti irregolari con qualche difficoltà, annebbiato ormai dalla secchezza degli occhi – rimandando poi la porta indietro con un colpo di tacco misurato, allenato in anni di pratica. Poi corse nel bagno in fondo al corridoio, lungo come non mai, e nell’occhio di bue acceso sopra al lavandino si specchiò: nulla, neanche il rosa del reticolo di capillari attorno alle pupille. Con un po’ d’acqua fresca riuscì a calmare il bruciore. Cos’era?– astinenza da scarsa applicazione alla buona scrittura nelle ultime tre ore? Lo fulminò quest’idea, bizzarra – che, con quel disturbo, le cellule del suo apparato visivo stessero protestando per essere state lasciate troppo a lungo all’asciutto della consueta dose, massiccia in genere, di letteratura, generalmente di buona specie narrativa. A freddo poi, neppure un momento dopo, si ritrovò a riderne, tutto solo nel silenzio notturno della casa vuota – certo più tranquillo dopo aver riconquistato la propria postazione di sempre, nello studio, dietro la scrivania, col manoscritto di un suo amico aperto davanti a sé. Tornò di corsa al punto nel quale un marito e una moglie sono nella loro stanza d’albergo nella città lagunare, innominata e riconoscibile. Qualcosa, irresistibilmente, non poté fare a meno di destargli osservazioni, marginali forse, per quanto acute, e, tutto sommato, impietose. Per esempio ora, subito, prima d’ogni altra cosa, stava riflettendo che spesso è un vizio, di certi scrittori, questo, di servirsi di paesaggi italiani, magari scontati, per fornire le storie di un fondale esotico – una moda istituita dai truculenti elisabettiani. E altrettanto irresistibilmente, lo colse subito l’impulso, una sorta di vera e propria eccitazione, di telefonare all’amico: per dirglielo. Solo dopo gli avrebbe reso merito della dote che davvero gli stava a cuore riconoscergli e che sempre lo colpiva nella sua opera da che aveva preso a esplorarla: e cioè che, a mostrare la dolcezza e la tenerezza dell’intimità coniugale e il misto di sensualità e minaccia ancorati al suo fondo, come lui, l’amico, gli pareva nessun altro riuscisse. Subito dopo, tanto per non smentirsi, avrebbe potuto imputargli d’aver travasato nelle proprie storie quel loro comune gusto per un erotismo sottile, frenetico, respirato in giovinezza nel generale clima di sfrenatezza sessuale, elettrificata per esempio dalla depravazione pulsante come nell’Arancia A Orologeria di Anthony Burgess; o come nel primo film di David Cronenberg: Il Demone Sotto La Pelle. 9

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They Came From Within, era il titolo originale: cioè, alla lettera, provenivano dall’interno, o meglio, forzando un po’ in direzione dell’anglopragmatismo immaginativo: dalle interiora, dalle viscere appunto. In effetti si trattava di vermoni rivoltanti che infestavano i ventri di uomini e donne comuni tutti concentrati nello stesso caseggiato, evidentemente infetto di un germe erogeno pronto a ridurli tutti prede della foia. Niente di surrealista o di veramente fantascientifico: puro realismo piuttosto, e il rovescio esatto dell’ipocrisia romantica, o il suo corredo bullicante: la pura cronaca delle ordinarie mostruosità annidate nell’amore. Tutta roba di cui loro due avevano discusso negli anni con accanimento, o condiviso la visione quando Pietro, ancora piuttosto ragazzo, aveva avuto la sua parentesi eroica, a distanza di sicurezza da casa. L’amico questo genere di cose sapeva raccontarlo bene – persino i bambini non erano innocenti nei suoi racconti. E la tentazione era di dirglielo: ora, subito, per liberarsene lui stesso, visto che dal racconto gli si stava spargendo addosso un vago spavento. Stava già col dito sullo 0, proprio sul punto di formare lo 004471351… Poi altrettanto repentinamente ci ripensò: si figurò l’amico sul punto di cedere al sonno e non gli sembrò più nemmeno il caso di fargli lo sgarbo di turbarlo, di scaraventargli addosso le proprie pedanterie lasciandocelo a marcire sopra invariabilmente per tutta la notte. Poi poteva sempre darsi che non fosse neppure in casa, impegnato magari a bersela in santa pace in un pub con un amico, oppure a casa sì però perso a tubare con la prima moglie, e allora la telefonata sarebbe andata a vuoto comunque(2). Lasciò perdere, e si rimise a leggere. La moglie si è appena resa conto di aver avuto sempre tutto sotto gli occhi, fin da subito(3): intuisce fulmineamente che l’altro marito di questa storia a quattro li ha sempre sorvegliati, anzi li ha proprio pedinati e tenuti nel mirino – lei lo aveva persino catturato per puro caso in una di quelle mielose fotografie da innamorati che si scattano al paesaggio per tenersi tutte per sé le atmosfere: l’uomo vi appariva come sagoma sfocata sullo sfondo e lei lo nota o meglio lo riconosce solo ora, solo adesso si accorge di aver messo insieme una fitta documentazione di prove a carico del tutto inconsapevolmente ma tutto questo si rivela anche piuttosto inutile visto che ormai tutto è inarrestabilmente in moto. Pietro abbassò il ginocchio destro, fino a quel momento puntellato saldamente contro la scrivania, e mollò il pacco di fogli sul piano di vetro (12mm, bello alto, in genere ci sbatteva le rotule contro – oppure il ginocchio, sinistro o destro che fosse, gli scivolava giù e tutto il busto, per l’improvviso sbilanciamento del baricentro, se ne veniva avanti di colpo; e lui, se gli girava bene, sbottava a ridere, altrimenti gli scappavano parolacce, che urlacciava, infuriato, tutto solo in casa). Prese a fissare un punto davanti a sé, invisibile, per inseguire un pensiero. Come spinto da dietro, anzi da sotto, saltò in piedi per passare in soggiorno – accese la televisione, e si mise alla ricerca di un telegiornale sulle reti nazionali.

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Inquadratura ferma su Paolo Frajese, il quale doveva aver annunciato un servizio e con invidiabile compassatezza puntava lo sguardo in camera – cioè dritto in faccia agli spettatori, negli occhi di loro tutti – lui compreso, dritto negli occhi di ognuno. Uno sguardo inespressivo, professionalmente perfetto: occhi in stand–by, in attesa che un filmato fosse mandato in onda da una regia che pareva altrettanto dormire. Qualche febbrile secondo di imbarazzo, che lo fece sentire affratellato a quanti come lui pendevano in quel momento da quel tempo morto, e da cui Frajese non parve attraversato, e le immagini presero a scorrere. E anche lui, come chissà quanti altri, si ritrovò a saltare dentro a un disegno di Manhattan fatto coi gessetti da Bert, lo spazzacamino amico di Mary Poppins, e da lì catapultato davanti a un edificio di lusso, all’ingresso di un grattacielo residenziale circondato dalla neve. In quel preciso istante decise di chiamare Ambra. Azzerò il volume del televisore e si voltò verso il telefono. – Pronto!?, la voce di lei suonò incerta. – Oh, mi perdoni? Pietro lo disse convinto ma si sentì, subito, anche un po’ stupido, perché intanto nella linea telefonica si era messa di mezzo una specie di colonna sonora, Please remember / my life is in your hands,

di cui peraltro distingueva perfettamente le parole, le ri–conosceva: And woman / hold me close to your heart // However distant / don’t keep us apart…

– Ascolti la radio a quest’ora? Il tono fu insolente oltre le sue intenzioni. After all / it is written in the stars…

Pietro si lasciò cadere sul divano con una mezza torsione e tornò con gli occhi sullo schermo. Uh uh-uh-uh uh-uh…/…well well…

Sfilarono nell’ordine: dei poliziotti; un volto orientale schermato da un paio di occhiali scuri nonostante fosse sera (Yoko Ono?); …du du du du du…

John Lennon coi Beatles; John Lennon sfiorato dalle mani di torme fameliche di ragazzine scosse da pianti o grida e con le braccia brancolanti ad agguantarlo, coi bobbies che le trascinano via; …uh uh-uh-uh uh-uh…/…well well…

John Lennon nudo con Yoko Ono nuda pure lei (quindi ERA lei!): due corpi bianchi come vermi, nodosi e glabri da far spavento, tra lenzuola bianche contro una parete bianca incalzati da microfoni scatti riprese; …now and forever… 11

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Lennon vestito solo di un paio di quei suoi occhialini tondi di montatura esile e essenziale, schifosamente essenziale come il suo scheletro appena avvolto nella pelle bianca, e i capelli una criniera lasciata spiovere solo su petto e collo come la fiera corazza da lennon/le(n)one sovrano; John Lennon a un pianoforte bianco a coda in un salone bianco; John Lennon in sala di registrazione: Primo Piano strettiSSimo (!) sulla sua testa occhialuta stretta nella morsa delle cuffie e imboccato dalla giraffa… Questo montaggio fuori sincrono aveva un che di ipnotico. Sempre facendo perno sul proprio baricentro affondato col bacino nel divano e ancorato al bracciolo sinistro, Pietro spostò lo sguardo dallo schermo alla parete a specchio opposta, e prese a guardarsi mentre stentava ignobilmente al telefono: vide lo schermo televisivo riflettersi sul fondo a ripetizione fino a diventare un puntino, e con esso John Lennon e Yoko Ono, pacifisti miliardari, nudi e assediati dalla stampa nel loro bed–in. Istantaneamente gli tornò in mente la soddisfazione provata anni prima leggendo Radici, l’epopea di Kunta Kinte e della sua progenie raccontata dal suo probabile pronipote Alex Haley. Aveva apprezzato, Pietro, e molto, il passaggio in cui il narratore fa notare qualcosa cui nessun bianco penserebbe: gli africani, soprattutto da schiavi – gli uomini sfruttati vilipesi vessati ma ancor più le donne costrette ad averci rapporti carnali, provarono sempre un fiero ribrezzo per i bianchi. Soprattutto per gli olandesi: individui rossicci di un biancore rivoltante schifosamente glabro, al più ricoperto di una pelurietta arancione o da lentiggini. Che senso devono avergli fatto le mani?: le dita, così bianche che la carne sotto le unghie, invece d’essere appena più chiara, doveva risultare d’un tono più scura per l’irrorazione sotto vuoto; e i corpi, che dovevano lasciare intravedere anche il circolo sanguigno sotto pelle? Atlanti anatomici ambulanti: uomini ricoperti da pellicole trasparenti come grossi bruchi rosei, chiarissimi e magari, anche, in taluni casi, vagamente afflitti da ittero. Solo in coda a tutti questi giri molto di testa, quindi solo molto dopo, sempre guardando Lennon (con Yoko Ono, bianchissimi tutti e due – così ignudati!, e però anche vagamente tendenti: per un verso al livido, e al giallognolo per l’altro), gli scattò la solita associazione automatica: ci rivide Alberto, ai tempi del liceo, quando erano inseparabili. Alberto allora suonava e cantava i Beatles a meraviglia: preciso identico. La voce e la pronuncia erano decisamente di Paul McCartney, però per via della figura alta e smilza, resa ancor più esile dai capelli lunghi e lisci, ma arruffatissimi per una perseverante resistenza al pettinamento, e per via soprattutto degli occhialetti tondi, era proprio uguale a John Lennon. Un ibrido, a pensarci: una specie di mutante. Per un momento Pietro provò sollievo, e poi subito una punta di rimorso: gli parve curioso che Alberto se ne fosse stato nascosto in un angolino della mente senza arrogarsi subito tutto lo spazio visto che era l’ossessione sua e di Ambra. 12

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Da quando Ambra era comparsa al loro orizzonte. Da quando era venuta a dividerli. Cioè dall’ultimo anno di liceo. Pietro, al posto di Alberto, finita la scuola, sarebbe sparito. Che c’è di più facile? Si va via di casa, a studiare, all’università, e ci si perde anche se non si vuole. Invece Alberto no: sempre là con loro due – chissà se sperando sempre in cuor suo di spuntarla alla fine con Ambra, o se per troppo senso di lealtà verso Pietro, a dispetto anche di se stesso. Anzi, Alberto si era attaccato a loro una volta per tutte – chissà se intuendo, intanto, d’essere diventato il loro incubo e la loro pena. Ma che vita si era costretto a fare, Alberto? Se lo chiedeva spesso, Pietro, anche più volte al giorno, ma gli era sempre mancato cuore di affrontare la questione apertamente. Alberto era sempre là, come un cane da guardia: a proteggerli, e a isolarli. E bisognava pur finirla, ’sta storia!, ma lui non sapeva come. Fino a quel momento niente era stato odioso o forte o duro abbastanza da convincere Alberto a togliersi di torno, a vivere una vita sua, lontano da loro, non in funzione di loro due. Se in quel momento sul teleschermo fosse comparso Giuseppe Verdi, lui avrebbe pensato ad Alberto com’era diventato. Non somigliava più a John Lennon, anche se per lui restava un classico pensarlo così. Fisicamente almeno Alberto era cambiato. Ora era truccato da Giuseppe Verdi appunto – lo si sarebbe potuto ingaggiare magari per una telebiografia. Perché no? – che idea!: Pietro avrebbe brigato per proporlo a qualcuno: sceneggiato e interprete, l’intero pacchetto. L’euforia durò il bagliore di fulmicotone bastato a stampargli questo progetto pazzo su qualche parete del cervello. Poi lo assalì la pena, e per assolversi decise che più tardi si sarebbe sforzato di telefonargli, rompendo un silenzio vile, per la verità lasciato montare senza una vera volontà: semplicemente Pietro aveva rinunciato a una confidenza diretta con Alberto, e aveva lasciato che fosse Ambra a curarsi di lui per tutti e due, nonostante non gli riuscisse mai di tacitare un sottile tormento che ogni tanto lo faceva trasalire: visioni intermittenti di Ambra e Alberto insieme, funeste, e destinate, un momento dopo, a sgonfiarsi da sole, poiché del tutto smentite dai fatti. Affidandosi a pure impressioni, molto pigre, un’intesa tra i due a suo danno gli sembrava l’eventualità meno probabile – pur temendola dentro di sé, a mente lucida ne riconosceva la totale infondatezza. Stavolta perciò, con convinzione, tacitando il pasticcio di valutazioni opposte, avrebbe senz’altro provato a cercare Alberto: erano le undici di sera appena passate, un’ora, volendo, ancora decente per telefonare a qualcuno. Prima però c’era da chiarir bene ogni cosa con Ambra, riparare ai guai combinati in preda all’esasperazione: con un gesto qualunque, Pietro ha buttato all’aria tutto il castello di carte, ha frantumato il fortino di sabbia con una pedata maldestra, lo ha polverizzato piombandoci sopra anzi a piedi uniti: si è abbandonato a una delle sue proverbiali alzate di testa partendo in quarta con accuse, rimproveri – un processo in grande stile. Per principio. Per innocente protezionismo.

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Un’autarchia conservatrice che lo ha sempre reso perfetto agli occhi di Ambra, e mirabile agli occhi di Alberto. Ma puntuale come la morte è arrivato anche stavolta il momento in cui l’adorazione si è trasformata in soffocamento da parte di lei, e in ansia di possesso da parte di Alberto. E lui, con un impiego di forze decisamente sproporzionato ma del tutto impulsivo, ingovernabile – con fastidio, si è liberato, si è tolto di dosso tutti, è parso, una volta per tutte. Ecco un suo carattere costante, trasversale. Suscitare attaccamento, subito, e desiderio di possesso, e paura della perdita. Anzi terrore che sfugga, un attimo dopo averlo agguantato. In chiunque. A qualunque grado di vicinanza. È lì che si sono sempre divisi quelli che vogliono tenergli le grinfie addosso e quelli che lo eviteranno per sempre, sfiziandosi in aggiunta a parlar male di lui, a attribuirgli chissà che trame, che poteri di irretire gente, di utilizzarla a proprio favore: chissà che mafia. Ma perderlo è sempre stato devastante per chiunque: come ricevere la fatale informazione su di sé d’essere stati esclusi definitivamente dal destino, come vedersi tagliati fuori da tutte le possibili strade radiose pur intraviste davanti a sé e dal poterle imboccare mai più. Magari anche Ambra doveva sentirsi così ora, ma lui – era lui che per una volta era davvero (finalmente?) sgomento. Era lui che barcollava e per tenersi in piedi, cominciava a rendersi conto, non aveva fatto altro tutta la sera (e forse anche per tutto il resto del giorno, ma tutto si era annullato in una confusione senza vere percezioni) che correre e affannarsi, e andare sbattendo da una sponda all’altra. Bisognava che mettesse subito tutto in chiaro per bene. Bisognava che puntasse su ciò che di concreto dopotutto aveva. A quel punto si era lasciato cullare dalla voce di lei selezionata dalla rete telefonica e dedicata solo a lui, tolto di mezzo qualunque altro pur sommesso frastuono: si era figurato il miele ramato dei capelli, il candore maculato di efelidi del viso, il verde pigmentato di castano delle iridi, e le pose, le sue pose telefoniche. Certo, nella voce di lei gli era parso d’avvertire, forse giusto in fondo, una distanza – come un doppiofondo, una paurosa eco metallica: segno di che? Per quanta volontà ci mettesse, ogni volta che questo disagio si presentava lui non poteva non sospettare che ci fosse Alberto di mezzo. Allora cominciava a galoppare dietro al chiodo fisso che magari Alberto e Ambra (gli pareva persino che i loro nomi, abbinati, suonassero talmente bene!) erano stati a parlarsi fino a un momento prima, e che, magari (com’era penosamente già capitato) se telefonando aveva trovato la linea di lei occupata e contemporaneamente occupata la linea di lui (uno di quei tentativi idioti fatti tanto per togliersi ogni dubbio e capace di sprofondare nell’angoscia anche un cuore di pietra come lui), era pronto a giurare che quella fosse la prova che allora sì!, i due erano d’accordo! Un momento dopo, perdersi nei discorsi con Ambra, ebbe il potere di cancellare quel tormento come non l’avesse covato mai: Pietro si convinse che Ambra era e restava sua – e questo dopotutto era un fatto. E allora aveva voluto prendersi tutto il tempo, tenersela stretta imbottigliata dentro quella connessione telefonica, avvinta al 14

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laccio della loro conversazione. Un paio di volte, di nuovo – a tradimento, era rispuntato il nome di Alberto (eccolo che guasta tutto un’altra volta!), e a quel punto gli era stato chiaro che non proprio tutto stava funzionando a dovere, ma lui non aveva osato forzare il discorso mandando all’aria con indagini meschine il loro equilibrio avventuroso: in quella soavissima telefonata notturna aveva tenuto Ambra tutta per sé, l’aveva esclusa dal mondo e se l’era riservata, e a lungo. Chiusero il telefono ch’era mezzanotte. Pietro esitò giusto un momento: era stanco, poi si disse che ormai era davvero troppo tardi e, con la scusa che chiamare Alberto adesso avrebbe significato creare allarme, disturbare, confondere, si assolse per non avere più nessuna voglia di farlo. Spense il televisore, rimasto muto tutto il tempo – si rese conto, e, per quanto potesse importargliene, completamente ignorato. Poi spense tutte le luci in casa – parecchie, tutti lumi sparsi negli angoli: le luci centrali non le accendeva mai, gli piaceva creare chiarori diffusi, ovattarle di luce delicata – le cose, e filò in camera sua. Si tolse i vestiti e si stese sul letto, seminudo e esausto. Il riscaldamento centrale, a dispetto delle sue proteste, era andato tutto il giorno a tutto vapore, e ora l’aria era secca: si sentiva prosciugato fino in fondo all’esofago. D’impulso accese il lume sul comodino, e tornò di slancio in cucina, a tracannare qualche sorsata d’acqua direttamente dalla bottiglia. Che gusto berla così, pareva persino avere un sapore. Tornò di là a stendersi. Spense di nuovo la luce. Le persiane le aveva lasciate lente, così, al buio in cui piombò i primi minuti, si stava già sostituendo una luce discreta, azzurrina attraverso le tende. Si voltò a leggere l’ora sulla sveglia – restò a fissare le lancette fosforescenti quanto gli bastò a rilevare che in fondo non era neppure l’una. Completamente sveglio, riaffrontò il budello nero del corridoio, e andò a risistemarsi dietro la scrivania nello studio sotto la lampada accesa, calda, col pacco di bozze dell’amico davanti. Restò a leggere per due ore buone, preso, rinunciando anche ad agire di gomma e matita. La moglie è sopraffatta dall’effetto di droghe somministrate con l’inganno in un pranzo hitchcockiano, fitto di minacce subliminali, la meno sinistra delle quali è una padrona di casa claudicante per via di dolori che potrebbero anche essere semplici reumatismi, ma sono l’effetto di slogature e lesioni della colonna vertebrale che, stando anche a qualche livido che paurosamente si affaccia dalle aperture del vestito, potrebbero tradire sevizie se non ordinarie pratiche di sesso coniugale sadomaso. Il marito è stato ucciso dai due coniugi diabolici. La moglie vaga all’obitorio, stordita, persa nei macabri rituali del riconoscimento legale del cadavere, priva di reazioni, trasportata dalla piega assurda degli eventi – rassegnata, sorpresa da tutto, e destata da nulla. Pietro se ne tornò a letto, inquieto più di prima. Certo l’amico gli aveva fatto proprio un bello scherzo: questa storia gli aveva messo addosso una tensione terribile che più passavano le ore più pareva lavorargli dentro invece di placarsi. E dire che lui aveva avuto il garbo di rinunciare a telefonargli, per non dargli pensieri per la notte, sapendo bene quanto l’amico s’arrovellasse attorno a tutto quel che lui gli diceva sulle cose che scriveva. Poi si 15

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mise a almanaccare sull’ambiguità di quel privilegio: essere amico di uno scrittore, per quanto ne sapeva, grande, e fare questa funzione di comunicargli a caldo le proprie impressioni su ciò che scrive leggendolo ancora in bozze, invitato addirittura a dare suggerimenti, a consigliare correzioni aggiustamenti tagli, e poter dire tutto fuori dai denti, senza cautele formali, in virtù di questa straordinaria confidenza maturata in una lunga serie di frequentazioni da ragazzi, quando lui andava in Inghilterra tutte le estati e si ritrovava a parlare di romanzi e a andare al cinema e a concerti e mostre con questo fratello maggiore, piuttosto che col proprio coetaneo, perché la passione per la letteratura in comune col ragazzo più grande aveva spazzato via ogni dubbio su chi fosse il suo vero compagno in quella sgangherata famiglia cui fu assegnato come pensionante il primo anno, e presso cui poi tornò ospite gli anni dopo per amicizia. A volte ci rifletteva: essere uno dei due o tre lettori di fiducia al mondo di uno scrittore certamente destinato a essere consacrato tra i massimi viventi, e partecipare seppure marginalmente all’edificazione dei suoi capolavori. Certe volte si sentiva anche sottilmente minacciato dal cruciale intreccio tra vita pubblica e vita personale che lottavano nella persona dell’amico, dal vertiginoso sdoppiamento intervenuto a correggere i termini della loro amicizia fraterna proprio quando cominciò a trasformarsi anche in un sodalizio artistico – che la saldava e la limitava insieme, la incanalava in un solco preciso tagliandone via alcuni altri, i quali se ne stavano tutti radunati là intorno come avvoltoi a occhieggiare, esclusi, lasciati latenti, mentre loro due si accanivano in discussioni tecniche che poi producevano tiritere cervellotiche, astratte. Ambra, in quei casi, restava talmente agghiacciata che la sua stessa passione, autentica, per quel genere di questioni le moriva dentro – perché capiva che i due amici erano volati in un territorio lunare dove Pietro le era diventato irraggiungibile, e lei sospettava che i due lo facessero ad arte: già da un pezzo nel loro vortice di rovelli le sembrava non fosse rimasto più nulla di umano. Ambra si ritrovava affannata, col respiro bloccato, e capiva che il debito d’ossigeno in cui si sentiva scoppiare era dovuto allo sforzo d’aver provato a inseguirli, piuttosto insensatamente, nella loro folle rincorsa a qualcosa di alto, unico e altrettanto insensato: in quei momenti Ambra sapeva che Pietro non la vedeva affatto. Allora si guardava allo specchio, si abbracciava come per sapere d’esser viva, fatta di carne e ossa, sempre la stessa: la donna dolce e desiderabile che Pietro aveva amato e tolto ad Alberto, nonostante Alberto fosse rimasto astante sulla scena a ricoprire il ruolo ossessivo dell’altro, mai veramente arreso alla sorte dettata dall’evidenza dei fatti per tutti loro. Ambra si ritrovava, allora, a chiedersi assurdamente se non sarebbe stato meglio scegliere Alberto, dirgli sì quando lui le veniva intorno insistente, rincuorato per aver fiutato l’ennesimo allentamento intervenuto tra loro due. Era probabile che Ambra giudicasse troppo facile darsi a uno che le avrebbe assicurato tutto sempre, senza interruzioni, mentre era in fondo un esercizio di pazienza, estenuante e gustoso, anche piuttosto nobile, mettersi in ascolto a captare gli umori deliziosi di un uomo ombroso come Pietro, perso dietro alle sue chimere, severo, integralista fino all’egoismo, 16

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capace di ammazzarla di trascuratezza a dispetto dell’amore o forse per troppo amore, per eccesso di concezione libera dell’unione coniugale, ma di tutte le unioni, finendo per scardinare la coppia e aprirla all’infinito e lasciare lei sola, in un angolo, come una bambina dimenticata in castigo a sperare e temere insieme l’approvazione del suo babbo. E Alberto, a quel punto, come ruotava in questo universo larghissimo, in cui un bigbang pilotato da uno solo aveva sparpagliato intorno una miriade di persone e cose, e nulla era strettamente legato a niente e nessuno in particolare, come in un sistema votato a un collasso progressivo e irreversibile? Tutto questo Pietro riusciva a immaginarlo secondo calcoli di un’aritmetica semplice, eppure esatti al millesimo. Non poteva ignorarlo, anche se sapere non aveva forza abbastanza per fargli assaporare fino in fondo il terrore cieco di cui finiva preda al solo pensiero, né tantomeno per distoglierlo da un’inclinazione autonoma a non tenerne affatto conto. In fondo, ma molto in fondo a se stesso, uno straccio di coscienza gli pareva d’averla, e se si metteva a contemplarla, la propria coscienza, da molto lontano, dalle distanze siderali in cui la mandava a stiparsi, acquattandola con proprietà mimetiche prodigiose nel tono scuro di sporco che la colonizzava, e gl’intristiva lo sguardo, oltre a inficiargliene la visione, Pietro percepiva nettamente, eppure solo da quasi vicino, una nebulosa vaga, in cui trovava a galleggiare insieme il suo amore per Ambra ma anche la propria altrettanto sconfinata capacità di tradirla con questa proverbiale sciatteria travestita da delicatezza, quando scappava via dietro alle passioni smodate, tutte di testa – qualche volta di lombi, da cui si lasciava rapire. Che resistenza aveva mai saputo offrire, lui, alla forza trascinante dei propri progetti, al rapimento totale che lo coglieva, del tutto inerme, per tutti quelli che gli parevano depositari, e tramiti ideali, di quanto gli premeva conseguire? Ecco un altro suo carattere costante e trasversale: trascurare, dandoli per acquisiti e sicuri una volta per tutte, gli affetti più cari, con innocenza – quasi con allegria, incalzato dai propri sogni e messo alle strette dalla necessità, quelli sì, di non tradirli. Gli pareva che Ambra gli riconoscesse questa debolezza e gliela perdonasse: lui ci aveva sperato sempre. E intanto, nonostante i molti segni che questa sicurezza stesse correndo al momento pericoli reali, di fronte al fatto che tutta la situazione pareva tenersi insieme bene, lui continuava così. Solo il tarlo di Alberto gli accendeva un po’ d’allarme, ma giusto in fondo, mescolato insieme a tutto quello che in qualche angolo nascosto sapeva di lui di Ambra e di se stesso, e teneva a bada caparbiamente. Alberto, Alberto. Per qualche mese dell’ultimo anno di liceo, Pietro maturò un’intuizione: Alberto li amava tutti e due. Senza scoprirsi mai abbastanza. Pareva contendergli Ambra, però anche tenere a lui in modo ossessivo. Tutto risultava inspiegabile, e vago. Di quella vaghezza che sembra chiara fino a un certo punto, e pretende di non essere indagata oltre, e uno sa e non sa, ma poiché teme anche di sapere preferisce non chiarire del tutto. E poi si diceva di non avere diritto a processare Alberto per ciò che sentiva, gli pareva indelicato sindacarne gli affetti. Se gli era amico doveva pur portargli rispetto.

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Il rispetto, si ripeteva, è un diritto civile sacrosanto: e se non è un tuo amico a difenderlo coi denti anche per te, e a portartelo per primo, chi altri dovrebbe? Alberto era la loro guardia del corpo, il confidente sempre pronto: viveva acquattato dietro i capelli, la barba, gli occhiali, i discorsi alti, una sporcizia sospetta, o pulizia sul filo – Alberto aveva un aspetto per così dire spiovente. Cazzeggiare non era tra i suoi registri, e respingeva ogni invito a farlo: in una compagnìa allargata, diventava subito il bersaglio degli strali volgari, delle piccole crudeltà dei tanti giovani comuni mortali che roteavano aggressivi in pieno metabolismo sociale nel loro stesso stagno. Allora, gli occhi di Alberto cominciavano subito a centrarli, lui e Ambra, con un immediato deragliamento verso l’implorazione muta che esigeva protezione, e per loro due quello era un invito irresistibile: non aspettavano altro che fare squadra e divertirsi a tener testa, tutti e tre insieme, in modo irriverente – e in sostanza violento, a quella porzione di ordinari scalzacani. Un giorno di marzo se n’erano andati a Firenze. Avevano preso un treno. Una pseudo trasgressione persino di moda, una fantastica sega col paracadute, di cui ovviamente non si pentirono mai, ma che gustarono poco, perché un filo di terrore li strinse tutto il giorno, e il ritorno a casa la sera se l’erano prefigurato come una probabile tragedia. Forse fu questo a superfetare la loro falsa avventura di misticismo. A mezzogiorno era scoppiato un caldo bestiale, e loro se ne stavano seduti nel verde, a bersi una birra gelata e mangiare un panino. Un tavolo più in là, seduti in un cerchio perfetto, c’erano dei tipi. Loro tre parlavano tra loro, e intanto spiavano quegli altri. Davanti a sé ognuno di costoro aveva una birra o una coca, brodi caldi ormai, visto che tutto il tempo dell’osservazione nessuno aveva mai bevuto – neppure accostato le labbra! Qualche bicchiere era ancora umido per il disgelo, ma perlopiù era tutta roba stagnante. Questi qui si fissavano. O meglio due di loro, uno maturo l’altro giovanissimo, uno di fronte all’altro, di qua e di là dal tavolo, si scrutavano con facce serie e arie a ben guardarli spaventose, e tutti gli altri li guardavano a loro volta – ma non alternatamene, ora l’uno ora l’altro: contemplavano, tutti, lo spettacolo nel suo insieme, ecco. A un certo punto anche loro tre, da posizione peraltro ancor più favorevole, cioè da una distanza di sicurezza, si misero, non visti, a fissarli. Non distraendosi più. Calò una tensione che già vibrava nell’aria e finì per calamitarli tutti e tre. Una sorta di campo magnetico, definitivamente insediato ed esteso, tutto poggiato su una sospensione muta e ingombrante. Entrarono anche loro tre nel cerchio magico che già da prima teneva in pugno quegli altri. La faccenda si protrasse per interi quarti d’ora. Tutti parevano stregati, non si capiva da che. Lo schiamazzo dell’intero giardino, l’andirivieni dei camerieri tra i tavoli intorno, non riusciva a interrompere la sospensione. Stavano, loro tre e quegli altri, in una bolla. A un certo punto il più anziano dei due impegnati nel braccio di ferro del silenzio, di età in effetti, a guardarlo meglio, diversa dalla media anagrafica di tutti gli altri, che erano ragazzi come loro (mentre questo qua era un adulto – e, da come Alberto lo fissava rapito, si capiva che gli attribuiva dignità di guru), estrasse di

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tasca dei dollari e li posò sopra lo scontrino che giaceva da tempo ignorato sotto un bicchiere insidiato da folate di phoen bollente. Del resto, Alberto era forse l’unico sulla terra a sapere che i Delirium di Ivano Fossati avevano inaugurato la carriera del genovese con quel canto sacerdotale: Jezahel; e che il primo pezzo in assoluto di Antonello Venditti era scandito da versi predisposti a un’inchiesta esistenziale: Ciao uomo / dove vai?; ed era di certo uno dei due o tre al mondo, Alberto, che, sullo stereo fatto arrivare da Selezione del Reader’s Digest da suo padre, abituato ad acquistare così anche i romanzi condensati (stereo che Alberto montava in genere ai piedi del comodino accanto al letto dei genitori, dal lato dove dormiva suo padre, e spesso lasciava lì, tutto apparecchiato, premurandosi appena di staccare la spina, cosicché suo padre, quando andava a letto, procedendo al buio in attesa di accendere il lumetto d’argento, inciampava regolarmente, cadendoci sopra in ginocchio, e rompendocisi le rotule), aveva ascoltato per tre anni di seguito sempre lo stesso LP doppio: sempre e soltanto, dal ’73 al ’76, la colonna sonora di Jesus Christ Superstar, di cui conosceva tutte le parti a memoria – un curriculum sul fronte mistico di tutto rispetto. Per giunta mille volte, a Pietro, Alberto aveva confessato che, la stessa soavità di Yvonne Elliman / Maria Maddalena, quando canta Everything’s Alright, o I Don’t Know How To Love Him, oppure Could We Start Again Please?, l’aveva subito ritrovata in Ambra quando poi l’aveva conosciuta. Intanto il guru americano si era messo a discutere di brutto col cameriere – non si trovavano coi soldi: il conto era in lire e il guru voleva pagarlo in dollari, appunto, ma il cameriere aveva paura di restare fregato e forse non aveva del tutto torto a temerlo, perciò stettero a lungo a rifarsi tutti i conti e le equivalenze. La realtà si era ormai fatta largo con prepotenza in quella specie di incantesimo da quattro soldi. Alla fine il cameriere sleccò un toscanissimo e risentito: – Tenkiuserre, e la magia, se mai c’era stata, finì in terra in frantumi. Loro tre si rifecero, tirando un respiro profondo, quasi all’unisono, come dopo l’orrenda medicazione di qualche ferita sanguinante in un pronto soccorso. Alberto buttò giù almeno tre bicchieri d’acqua freschissima, fatta portare subito dopo perché l’altra acqua, lasciata a ristagnare nella brocca, aveva assunto una consistenza bavosa. Loro tre restarono ancora lì per un po’, stonati – dall’ipnosi e dal caldo umido. Poi il pomeriggio s’infilarono nel mercato coperto. Contando sulla confusione, Pietro e Ambra, diabolicamente, progettarono di liberarsi di Alberto: abbandonarlo per un po’ infliggendogli il brivido d’essere stato mollato in quella città di sconosciuti. Lo pensarono, si guardarono, si intesero e lo fecero. Alberto s’era voltato giusto un minuto a esaminare certe borse di cuoio unisex che si portavano in quegli anni. Una moda oscena quanto quella dei borselli da ragioniere – però quelle sporte era più fico portarle, perché erano state elette a simbolo d’ogni caduta di separazione tra i sessi, erano diventate il segno dell’adesione a una élite di massa, a un certo qual ceto intellettuale; invece i borselli rappresentavano l’ammissione dei piccoloborghesi, 19

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adulti e maschi, di doversi dare un’etichetta, e di poter aspirare solo a un’estetica sessista, di cattivo gusto, mediocre come i loro piccoli principi, i loro microvalori col respiro corto. Alberto cominciò a guardarsi intorno, – Oh cazzo!, prese a impallidire sotto il suo profluvio di peli, a impapparsi in uno sgomento senza saliva e senza fiato, anzi con un fiato pestilenziale secondo fisiologia da salivazione azzerata. Fece due passi di qua due passi di là, per giunta col timore che, lasciando la postazione, gli altri due non avrebbero potuto più ritrovarlo. Perché per i primi paurosi minuti doveva aver pensato che loro due quanto lui si stessero aggirando infelici per averlo perso: Pietro e Ambra erano dietro l’angolo – se avesse avuto fegato e si fosse spinto un po’ più avanti venendo di qua, li avrebbe trovati. Ma, appunto, Alberto era troppo fiducioso e vulnerabile per sospettare un loro scherzo e cercarli sul serio. Mentre Alberto si aggirava senza convinzione, o coraggio, in preda a un’infelicità e a un terrore sempre più allaganti, in confronto ai quali era assolutamente inerme, privo di qualunque dispositivo, anche elementare, di difesa, loro due lo osservavano, e se la ridevano. Restarono a godersela ancora un poco, poi decisero di andare a farsi un bel giro, loro due soli, e di Alberto, e del suo vorticare a vuoto nel tentativo disperato di riunirsi a loro, si dimenticarono persino. Sarebbero tornati dopo due ore, tanto lui – lo sapevano – sarebbe rimasto impalato ad aspettarli, roso dall’ossessione che altrimenti avrebbe disperso la propria unica traccia: sarebbero tornati giusto in tempo per prelevarlo, e correre tutti e tre alla stazione, a riprendere il treno, e Alberto sarebbe stato talmente felice di rivederli che non ci avrebbe capito niente nell’incrocio di spiegazioni (sue!), rimproveri (loro!), e rimpatriate col cuore in gola (di tutti e tre, per ragioni opposte!). Pietro e Ambra andarono girando per la verità un po’ immusoniti per la porcheria appena fatta. Non comprarono nulla – del resto non c’era niente da comprare. Fosse stato lì con loro, Alberto avrebbe ripetuto la battuta di Socrate a sua moglie tornando da una mattinata intera trascorsa alla Πλαχα, il mercato di Atene: – Quanta mercanzia ho visto oggi! Che meraviglia: tutta roba di cui non ho alcun bisogno! Difatti niente da riportare da quella giornata balorda fin dall’inizio – guardarono soltanto, avvelenati dalla noia, e dall’insoddisfazione. Alberto lo recuperarono dopo neanche un’ora. Come da copione, si rinfrancò subito, e loro due restarono spiazzati. Insieme girarono un altro po’, e poi, con tutto comodo, si avviarono alla stazione: gli era persino avanzato tempo. Pietro per tutto il viaggio di ritorno non parlò. Alberto e Ambra ridevano come nulla fosse stato.

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Quelli erano gli anni in cui Pietro aveva incominciato a scrivere storie, a inseguire il progetto di essere scrittore, e l’amico inglese per anzianità lo stava precedendo in un corso di scrittura creativa, solo recentemente divenuto istituzionale all’interno del corso di laurea in Letterature Comparate: l’amico consegnava i propri racconti a questo insegnante e mentore riavendoli indietro zeppi di segni e correzioni. Non c’è niente da fare: al senso di ordine, quasi di architettura del testo, di tecnica della sua costruzione, che il lavoro redazionale cala con grazia su una qualunque pagina scritta, cioè al sublime senso topografico della sua organizzazione, e in più alla suggestione di una sorta di estetica essenziale applicata alla pagina – è quasi impossibile resistere. Come opporsi al fascino perverso della normazione del testo?: una specie di virus corredato del proprio antidoto, un germe buono, una malattia esantematica da passare nella lunga infanzia della propria opera ovunque essa poi maturando si orienti. Funziona come il morbillo o la varicella, però è bene non agisca con esito infausto come una rosolia fuori tempo massimo: è importante non intacchi il feto, altrimenti la creatura nasce male, e comunque vada sarà un aborto. Praticamente la quadratura del cerchio: scolpire il testo da fuori e plasmargli addosso una perfezione algida, lontana dai progetti come dalle più rosee speranze dell’autore, ma anche, fatalmente, dalle sue emozioni, che pure ambirebbe a ricomporre. Tutte le volte che si misurava con l’editing, Pietro provava una sensazione, per così dire, privativa. L’idea della cosiddetta sartoria editoriale, allora, nei suoi inizi, gli sembrava ovvia come un intervento ablativo in un banale caso di appendicite, però non poteva evitare di visualizzare foreste intere di alberi secolari che cadevano pesantemente smuovendo metri cubi di polvere e sacchi interi di foglie, abbattuti da solerti boscaioli armati d’asce o seghe elettriche, e il dolore che sentiva era immenso, invincibile. E ciò che vedeva a deforestazione avvenuta era desolante: distese di alberi, creature vive spiantate, lasciate languire mentre tutto il loro ambiente cadeva nell’ipossia, privato di quelle preziose bocche d’ossigeno. Di quel risultato funesto il suo amico gli diceva: – E’ la letteratura cedua. Pietro era stato colonizzato dal tarlo della perfettibilità all’infinito – e poiché gli sembrava che questa lotta dell’autore col proprio testo fosse devastante come poi gli sarebbe sembrata disperata, pochi anni dopo, la lotta che vide compiersi nella persona dell’amico tra persona pubblica e persona privata, questo cubo senza soluzione rischiò di paralizzarlo. Il purgatorio in cui scivolò lo tenne vertiginosamente in bilico tra: divenire lui stesso lettore professionale, per trattare solo roba scritta da altri, e il suo amico intanto fu una delle sue prime cavie, una cavia di lusso, benché in una dimensione amicale e domestica, che a lui faceva comodo come apprendistato, visto che il suo tirocinio consisteva soprattutto nel visionare le storie dell’amico prima e dopo la cura da parte del mentore; e abbandonarsi al lavoro sulla propria opera in cui, mancandogli il terzo occhio, dava segni virulenti d’essere destinato a torcersi e dibattersi in modo straziante, e alla fine di tutto sempre irrisolto. 21

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Era come avere una ferita aperta addosso, sempre sierosa – e avere in mente solo quello, restarci inchiodato come a una febbre mai spenta. Pietro era sostanzialmente fuori di sé, uno squilibrato, dopotutto, anche se offriva una superficie eternamente tersa, levigata, spaventosamente inattaccabile: il ritratto della sicurezza di sé, della compiutezza, benché incrinata da qualcosa di oscuro, e di inattingibile. Faceva pena e paura, ma soprattutto veleggiava a tutte altre latitudini. Ambra e Alberto lo giudicarono, questo, un suo tradimento morale: rimasero tramortiti, come orfani. Tutto il periodo che lui impiegò a capirci qualcosa doveva essere servito a loro per diventare definitivamente complici, per stringere un’alleanza forte. Pietro, di quel periodo, non aveva mai avuto una memoria vera e propria. Il suo senso di galleggiamento era ormai fuori controllo. Gli pareva che tutto intorno a lui ruotasse all’impazzata, e Ambra e Alberto capitassero ai primi posti della giostra ogni tanto, senza una vera regola temporale. Le sue incursioni a casa dell’amico scrittore si fecero frequenti: a ondate. Pietro si ritrovava imbarcato su un aereo, e poi passava alcune sere al pub, davanti a quantità di birra incalcolabili. Sapeva solo di doverla buttare giù, anche se si sentiva sempre più assordato da un fischio (stava per imparare da Mauro, Pietro, anche questo nome tecnico: acuféne, fenomeno acustico consistente appunto, alla lettera, nel manifestarsi di un fischio interno), tuttavia uguale, piuttosto, all’urlo che deve spuntare nelle orecchie di chi annega, come ultima esperienza sensoriale prima della morte. Forse gli si faceva il viso rosso, gli si cerchiavano gli occhi, come vide sul viso angelico di Alain Delon, non più come il Tancredi amato da Visconti, ma nei panni feroci e patetici di un piccolo boss marsigliese nel film di Jacques Deray: Borsalino and Co., in cui veniva sequestrato da banditi di una ghenga avversaria, capaci su di lui d’ogni sorta di efferatezze. Forse, quando parlava, il capetto Delon rantolava con gorgoglii sinistri, come quei poveretti che erano stati convinti dall’Inquisizione all’abiura con l’acqua: riempiti come otri con un imbuto capace, fino a che non si erano decisi a sputare una confessione che faceva acqua da tutte le parti. L’amico scrittore gli era pazientemente accanto ad ascoltarlo, rassegnato. Gli faceva molte domande, e gli dava pochi consigli. Quasi zero. Pietro si sfiniva di dubbi, si scalmanava in discussioni in cui perlopiù parlava solo lui, e allora l’amico, alla cerchia di uditori ipnotizzati che intanto s’era fatta intorno, confessava, – Io ho proprio un debole, per questo qui! Pietro era lì che si torceva in una lotta con se stesso nonostante questa desse luogo a un moto fisico piuttosto incatenato, quasi elettrico, in cui il corpo, estenuato in una magrezza arcuata, scarnita, si sfibrava definitivamente, per poi eseguire altre evoluzioni, e esibirsi ancora in acrobazie dopo appena una intermittenza di riposo. Quasi cadeva svenuto, e dopo un’intera serie di mancamenti doveva tornare, per interrogare con gli occhi Ambra e Alberto, ma senza vederli, se non per momenti brevissimi. Anche adesso quasi sperava di svenire fulminato da qualche sortilegio.

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Invece il sonno non arrivava più: Pietro vorticava nel letto in preda a un furore teso che oramai gli aveva cancellato ogni ombra di stanchezza, e gli occhi gli si erano ancora una volta sbarrati nel buio. Rivide la lama spezzare i polsi del giovane marito, e il sangue fiottare, e i due terribili coniugi rotolarcisi, e inzupparsene come due baccanti, e la giovane moglie, innocente e vulnerabile, quasi una bambina, oramai incosciente, impassibile suo malgrado alle invocazioni sempre più flebili del marito morente. Alla fine, Pietro si era addormentato stremato da questa lotta solo immaginata come in un incubo a occhi aperti. Mentre ci scivolava dentro ci fu un cambio di scena, e dal nulla gli apparve Alberto, impegnato in una perorazione, di cui inizialmente non gli arrivava l’audio: roba di secondi e lo sentì parlare, – ...ma sono io stesso che non ho più potuto fingere e non penso poi di essere mai stato così bravo a mentire… Sembrava che Alberto gli stesse rispondendo su qualcosa, che stesse tentando di puntualizzare, di correggere qualcosa che lui gli aveva appena detto. – …cioè non volevo dire questo, il punto è… il punto è…non penso non si capisse che per te ho un sentimento speciale. Cioè io… vedi, io…non dico che per un po’ ho fatto finta… e poi, no... io da subito l’ho capito, come si stava mettendo, ma come potevo?, c’era Ambra, tu eri con lei, poi io fin dall’inizio mi sono confuso, perché poi era, il mio era… una specie di… attaccamento totale… Si vede che lui doveva averlo costretto alla resa dei conti, a un certo punto infastidito d’averlo sempre intorno, anzi doveva avergli rinfacciato di costringerlo, per la sete che mostrava di infilarsi nella sua vita e possederlo finalmente, a rendergli conto su tutto – e questa lamentela presto o tardi si era ripromesso di fargliela apertamente, appena possibile, una volta per tutte. Questo vagamente, come probabile antefatto. Però, ora, c’era solo questo primo piano strettissimo (PPSS, gli folgorò subito in testa la lampadina tecnica), su Alberto, che, da sotto il proprio …ombrello tricotico (niente da fare, il tecnicismo stavolta proprio non lo lasciava in pace), provava a difendere una posizione indifendibile: troppo fragile. S’impappinava, non teneva il filo – e Pietro al sommo della cattiveria mentre stava sulle spine godeva anche, intanto, al pensiero che, da un momento all’altro, Alberto, all’acme (’αχµη’!) dello stato confusionale (in cui gli pareva non ci fosse stata mai frazione, da che lo conosceva, che Alberto non annaspasse), fosse sul punto di incespicare anche miseramente su qualche meschino errore di grammatica, oppure (e questo era il genere di debolezze che Pietro detestava di più, e sulle quali più era portato, meccanicamente, a infierire), che Alberto stesse proprio per precipitare dentro qualche slabbratura dell’ardua costruzione sintattica del discorso in cui s’era incautamente avventurato, e a cui faceva da sovrappiù la palese vulnerabilità degli argomenti. Qui si stava parlando d’amore! Ma cazzo… ma… ma quale amore?, di chi?, per chi?, tra chi?, quando? 23

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Pietro non aveva creduto alle proprie orecchie la sera in cui Alberto gli aveva reso questa confessione, e averla spedita lontano in qualche caverna primitiva della memoria, averla messa via per non sentirne ragione, ora rendeva più facile che il malloppo riaffiorasse e lo tormentasse sulla soglia del sonno con più lena: – …cioè… perché… per mesi si è sempre trattato di un miscuglio di adesione etica sentimento desiderio affetto amicizia terrore cautela, molte cose tutte insieme, perché poi voglio bene anche alla tua Ambra nonostante sia lì a separarci, e mi sia toccato persino a volte di doverla consolare (pensa, consolarla, io, e proprio su ciò che fa più paura a me) quando tu la trascuri e parti dietro alle tue chimere, che abbiamo sospettato certe volte potessero essere anche altre donne tue: ‘le sue femmine’, dice lei… Incresciosamente la loquela di Alberto stava prendendo quota, per miracolo stava sparendo l’andamento incerto dell’inizio, e il suo discorso andava rinvigorendosi, acquistando forza – e lui vigoria fisica, bellezza persino, a dispetto del suo disordine peloso (irsutismo!, si corresse Pietro in preda a rinnovato furore tecnicistico), e tutto questo, veicolato dall’assurdità delle argomentazioni, stava scavando in lui, che lo guardava esibirsi in queste capriole, una specie di ferita mentale, una perplessità grave che gli stava sparpagliando la concentrazione facendola a pezzi, riducendola in brandelli. Tutto questo ebbe il potere, reale, di disorientarlo. Adesso quello confuso era lui, che trasparisse o no. L’altro era bello ringalluzzito, mentre lui, Pietro, era sfatto di emozioni disparate. E Alberto non c’era più verso si arrestasse, – …diciamo che, ecco, io poi anche se non ti sarà sembrato ma sono sempre stato dalla tua parte anche a dispetto dei tuoi silenzi della tua assenza di fatto della tua incostanza della tua, diciamocelo, totale disattenzione, e poi la tua inaccessibile riservatezza, guarda, cioè… oddio, ora, riservato… forse, diciamo che… ecco, più che altro, hai sempre mostrato di avere delle riserve… – (!) E ora anche questo! Piombare nel seguente dubbio: se Alberto non conoscesse bene certe sottigliezze lessicali o, all’opposto, riconoscergli un eloquio sofisticato al limite dell’understatement. Cioè dover decidere, così, su due piedi, se aggredirlo per disapprovazione, dandogli pure dell’ignorante, o invece sorridere e concedersi un breve allentamento di tensione in cui riassaporare persino il gusto della vecchia complicità col vecchio amico che per il resto gli stava sembrando così diverso dal solito Alberto, proprio tutta un’altra persona, e definitivamente un mostro. Bè, tutto questo richiedeva adesso troppa forza. Lui non voleva amore. Non chiedeva consolazioni. Solo pace. E silenzio. – …ma io non posso più resistere, continuare a fingere, a recitare la parte dell’angelo custode. So che ci resterai di sasso ma basta!, Ambra mi è davvero cara, e poi… Allora Pietro aveva ragione!, i due se la intendevano: le porte del terrore gli si stavano spalancando davanti, e lui era nella giusta traiettoria per esserne ingoiato – tutto il tempo che si era lasciato irretire dal sospetto che tra Alberto e Ambra, lui 24

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intanto assente a rimuginare preda delle sue ossessioni per i fatti suoi, una specie di sodalità istintiva fosse scattata riversandosi in una storiella reale e in un doppio tradimento verso di lui, allora non era stato tempo male investito. Ci aveva visto giusto ma bisognava sbattergliela in faccia la verità perché sapesse valutarla per quello che era, farla diventare vera: ’sti due gliel’avevano fatta sotto il naso, ma lui la punta del naso la usava come ago della bussola per captare idee fenomeni sogni nel vento e non aveva pensato a abbassarla come la bacchetta biforcuta del rabdomante per intercettare una verità terra terra come una tresca. – …e poi le voglio bene anche per te ma io è.. è te che amo: ecco, te l’ho detto. Pietro partì in quarta, si gettò su Alberto, gli mise direttamente le mani al collo, ma era talmente esausto che tutto gli venne fuori piuttosto debolmente. Era senza forze, in effetti, e tutto si trasformò, suo malgrado, in un balletto affettuoso, in un delicato spartire barba e capelli di Alberto per riuscire a trovargli le carotidi, e cominciare a stringere, a scopo di strangolamento, con le nude mani. E Alberto si ritrovò abbracciato a lui, che era poi quel che aveva sperato, e si abbandonò a stringerlo e cullarlo e gli cercò la bocca, mentre, con le mani, delicatamente lo teneva per le mascelle delicate, e riusciva a carezzare il punto del viso di lui cui progettava, da tempo, d’applicare le mani, tra mandibole e orecchie. Mentre la scena culminava in questo equivoco colossale, Pietro ebbe tempo di passare dalle proprie deduzioni arbitrarie su una tresca tra Alberto e Ambra alla verità schiacciante della dichiarazione d’amore di Alberto, sentita col cervello un bel po’ dopo che gli era stata spedita nelle orecchie. Allora, proprio mentre Alberto gli stampava un bacio sulla bocca, incollando le proprie labbra alle sue, poi schiudendole per lasciarne uscire la lingua, e avventurarla in una prudente perlustrazione del palato alla ricerca della sua, Pietro lo scostò da sé con un moto retroverso delle braccia, molto plastico: orientale, mentre, spostando il baricentro, arretrava il busto – e lo guardò da debita distanza, benché ancora a tiro d’abbraccio, mantenendosi apparentemente impassibile, in realtà col battito che gli tamburellava forsennatamente nelle orecchie. Per la lieve flessione sulle ginocchia, ora il viso, perfettamente ovale, scrutava Alberto da sotto in su: gli occhi rasserenati dalle sopracciglia lunghe e sottili apparecchiate in un taglio netto lo contemplavano con aria neutra, la bocca semischiusa (indenne da macerie mortali, come residui di saliva, o angoli bianchi e densi, salvo una cicatrice trasversa, appena visibile ormai dopo tanti anni, un ricordo della sua acrobatica infanzia, suo unico punto debole già vulnerato) era lontana da ogni intenzione di pronunciare suono, e dava invece chiaro annuncio del silenzio ermetico che sarebbe seguito per sempre a quello slancio madornale, a quel totale malinteso in cui Alberto, si vede, si era crogiolato a lungo, e cui ora aveva lasciato campo senza più riserve: di poter dire in piena fiducia, d’essere compreso, e voluto. La sveglia gli esplose in testa con un sibilo crescente e acutissimo. Erano di nuovo le sei, e Pietro era più stanco di prima. Meccanicamente si tirò su, si trascinò fino in cucina, e indovinò il tasto d’accensione della radio. Mentre, non ancora del tutto lucido, si preparava il caffè, lo rassicurò sentire le notizie su traffico e 25

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viabilità, e sul tempo: trovò meraviglioso potersene stare al di qua della vera e propria condizione di veglia nelle lunghe pause degli avvisi ai naviganti, tra una definizione in codice e l’altra, su direzione e intensità dei venti, e poi ancora, mentre aspettava che il caffè finisse di uscire nella metà superiore della caffettiera – ora col coperchio chiuso, e tolta dal fuoco, spostata sul marmo freddo per far venir fuori tutto il caffè, preservando la crema in superficie –, trovò confortanti le voci amichevoli, tutte un po’ uguali, degli annunciatori e dei cronisti del radiogiornale sul secondo canale nazionale. Fece giusto in tempo a mettersi seduto al tavolo per predisporsi a ronfare un altro quarto d’ora davanti alla tazzina fumante che si sentì schiaffeggiare dalla voce stentorea di Luca Liguori, – …davanti al portone del Dakota Center, residence di lusso a Manhattan dove abitava con sua moglie, l’artista giapponese Yoko Ono, e il loro figlioletto Sean. Lo sconosciuto che gli ha sparato a bruciapelo dopo averlo atteso, pare, per ore potrebbe essere un mitomane, forse un fan deluso. E ora il dettaglio delle notizie: dunque il mondo è attonito per la fine di John Lennon… In quel preciso istante fu punto dallo squillo del telefono. – (Chi rompe i coglioni a quest’ora?) Pronto? – Pietro! – Oh ma… quindi… – Senti, devo dirti… – Eh, ma lo so: l’ho appena sentito alla radio. Ma che si sapeva già ieri di questo attentato a John Lennon? Io avevo abbassato il volume e … – Ma che John Lennon! Si tratta di Alberto. – (Eccolo di nuovo tra le palle) Cos’altro ha fatto? – Si è buttato… – (…) … – …ieri sera…alle dieci. Gl’inquilini del primo piano pare avessero visto Alberto passare alle 22h03’ mentre, leggiadro come una foglia autunnale, planava in direzione del cortile sul retro: il mattonato duro lo aveva raccolto in forma sparsa e gonfia, riempiendo per la prima volta in assoluto il suo corpo, proverbialmente esile – nell’impatto i tessuti non avevano potuto resistere al moto eccentrico che li aveva lanciati tutt’attorno, e solo molto dopo si sarebbe notata la macchia purpurea che da subito doveva aver preso a imbrattargli il cranio, finendo impiastricciata con i capelli scuri. Giacomo, il figlio degl’inquilini del primo piano, che era un coetaneo di loro tre e aveva fatto con loro una parte delle scuole, vedendo la foglia attraversare leggera, secondo una bisettrice irregolare, lo specchio della portafinestra sul balconcino della propria stanza (in linea con quella di Alberto, che però stava quattro piani più sopra), restò stregato dalla fulminea visione di stoffa e peli. Incerto se farci caso, si voltò verso l’interno e si diresse verso il tinello dov’erano riuniti i suoi. Un rumore sordo lo fermò lungo il tragitto. Decise di tornare di là per vedere. Guadagnando il vano della terrazza, con una mano si trascinò dietro suo padre, intercettato inaspettatamente in cucina, e diede una voce a sua madre e alle due sorelle. 26

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Gli occhialini, da cui Alberto non si separava mai, certe volte neppure a letto se si addormentava mentre leggeva al lume del comodino fino a notte fonda, dovevano essere volati via durante il lungo tuffo che lo aveva fatto prepotentemente incontrare coi mattoncini giù in fondo: erano finiti riversi in un angolo del cortile, vicino al binario di scorrimento dell’anta di uno dei garages condominiali – dove furono subito ritrovati, intatti. *

In questa domenica di febbraio così piena di promesse, col caldoumido generatore che cova sotto le ultime lingue d’inverno, chiuso nei volumi sterminati del Palazzo delle Esposizioni che gli danno il capogiro, Pietro ha analizzato con cura le teche con dentro le montature tonde, sottilissime – oggetti fragili e resistenti. Ci si è applicato per bene, con devozione, per un risarcimento che sente di dovere a Alberto, per non aver mai più avuto il fegato di vederlo un’ultima volta, dopo che si era sparpagliato giù in cortile, e quasi subito qualcuno, con mano pietosa, l’aveva rimesso insieme per consegnarlo alle indagini dei medici legali, incaricati dal tribunale, e comporlo, poi, all’obitorio dell’ospedale civile, per chi volesse fargli appunto un’ultima visita. Voleva risarcirlo, Pietro, per non essere più entrato in camera sua, benché, giorni dopo il fatto, quando lui era riuscito a raccogliere se stesso e a portarlo fino alla loro casa di gente facoltosa impoverita di colpo, mettendo insieme anche una qualche faccia da mostrare a lei e al resto dei congiunti, la madre di Alberto lo avesse insistentemente invitato a esplorare un’ultima volta quella stanza, dopotutto segreta, in cui l’esistenza di Alberto si era, ostinatamene, tutta raccolta per poi decollare, d’imperio, dalla finestra. Né aveva mai prima d’allora trovato un modo, Pietro, per valutare la lieve e tenace consistenza degli occhiali di Alberto, mineralmente rimasti integri dopo il volo, definitivamente infrangibili. Ha impiegato molto tempo, Pietro, a dedicarsi agli occhialini tondi di John Lennon, resistendo a correre subito a divorare gli schizzi autografi, gli autoritratti a china – che pure lo hanno chiamato per tutto il tragitto laterale della mostra come spiritelli dispettosi per convincerlo a saltare al centro e a perdersi nelle faccette stilizzate, sotterraneamente beffarde, in cui Lennon ha finito per bollare se stesso, senza saperlo, per il narciso ambiguo che era. Ora finalmente ci sta davanti – sono tutti ritratti sputati di Alberto, ridotto alla consistenza piatta dei fogli bianchi, privo dello sguardo, che Lennon, nella sintesi del ritratto a china, ha sottinteso dietro alle lenti tonde: la versione da esportazione della sua faccia, ricomposta col trucco della somiglianza, e moltiplicata all’infinito.

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LUCILLE [Due]

– Bisogna che tu abbia pazienza. Camminano insieme. Insieme tagliano diagonalmente il parquet scivoloso di una sala enorme, squadrata. Stanno puntando verso una porta che da un angolo li sputerà fuori come se davvero si stessero accompagnando. Lui non guarda Lei. Un momento fa, mentre gli confessava d’essersi arrabbiata, e molto, di delusione e di sconfidamento, sarebbe pronta a giurarci: le è parso proprio che Lui abbia sollevato le sopracciglia annoiato al suo ennesimo sfogo, e ora le sembra che, sebbene incedano affiancati, in realtà Lei lo stia inseguendo, e stenti a stargli dietro. Quando sono fuori, la morsa che li stringe da un po’ non si allenta. Anzi li investe, scaraventando Loro addosso la cappa di umido che sta asfissiando la città in questo inizio di ottobre tempestato di rovesci. Sul cotto della loggia l’umido sembra friggere, emana calore, toglie il respiro. Lui si accende coraggiosamente una sigaretta che desiderava da chissà quanto, e va subito a rifugiarsi in un angolo: resta in piedi, si sistema tenendosi appoggiato alla balaustra, facendoci perno sopra con un gomito mentre con un piede si tiene in equilibrio contro il sedile granitico. Lei gli è accanto, a un palmo: ha preferito sedersi e si tiene comoda puntellandosi sui ginocchi premuti contro il portapiante: un capiente tetraedro marmoreo istoriato con scene di miti e guerre da cui esplodono ciuffi biancoverdi talmente prepotenti tesi e in salute da sembrare finti. Lui sta di trequarti, dandole le spalle quasi del tutto, come per proteggersi da lei – fuma mentre con aria seria legge nel libro dell’amico americano: Sta dicendo qualcosa tipo,“Lucille te ne sei andata e mi hai lasciato / ma io sono ancora innamorato”(4). Non le parla da minuti e poco fa lo ha fatto senza trasporto. La loggia, prodigiosamente vuota e intima un momento prima, ora prende a infestarsi di presenze. La sera, incorniciata nei fasti monumentali, si è fatta dolce. Lui, il marito, butta un occhio distratto giù al cortile, uno sguardo neutro su questo incanto subito temperato da resti di cantiere e dal totem inerte di una betoniera con assi spaghi e cartoni attorno: per andare all’emeroteca, ragiona Lui con se stesso, si riuscirebbe a passare sotto l’arco di pietra solo indovinando un tragitto tortuoso in mezzo a queste macerie di guerra urbana. Lei, sua moglie, gli resta accanto: gli sta avvinghiata con cautela, seduta a un passo da Lui anche ora che la signora lo sta aggredendo benché dichiari apertamente di non avercela con Lui in particolare, – Glielo dica, al suo amico: che è stato arrogante, insopportabile. Farci gli indovinelli: “l’avete riconosciuto l’autore di Lucille, la canzone?” Non siamo mica a un quiz. E poi quel tono di sufficienza… Non c’è che dire, la signora lo sta proprio incalzando, 28

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– …dopo che ci hanno colonizzati per cinquant’anni questo qui si presenta solo per dirci, dopo tutte le parole profonde che lei aveva appena speso, che dopotutto il suo libro serve solo a scopare meglio e a stare allegri? Lui, lo sguardo di Lei (che nel frattempo sta trattenendo una risposta pronta, uscitale di tasca da sola, per rimuginarci sopra), ce l’ha poggiato sul collo – se lo sente addosso, circolare tra i capelli folti sulla nuca. Uno sguardo teso, smarrito, che scruta gli astanti indisturbato, interroga le facce, la loro imperturbabilità apparente, studia più che può, con dedizione forsennata, sotto la calma, lo stupore infantile che ha visto tanto spesso disegnarsi sul viso del marito. Lei cerca conforto con gli occhi in una innocente analisi comparativa tra le espressioni chiuse degli estranei e dei conoscenti che navigano in quel tratto di vasca e l’espressione sul viso di Lui, aperta come sempre all’accesso libero, profondo, della sua indagine instancabile, ora disarmata da un principio di estraneità poggiato sulla faccia di Lui come un velo. Sulla porta dell’istituto si affaccia Greta. Sta armeggiando col telefonino e va dritta verso di Lei ridendo. Lui, sempre investito dallo sfogo della signora cui non sta provando granché a sottrarsi, sente Greta spiegare a sua moglie di essere stata attirata in questo posto da un loro amico comune (vespista storico, tuttavia specialista del ritardo) che poi le ha dato regolarmente buca – così ora Greta vuole sfotterlo per telefono, – …ovunque si trovi. – Ma era solo una battuta. Dopo averla covata, Lei, sua moglie, s’è decisa a sussurrarla, la propria risposta, rimasta a indugiarle sulla lingua in attesa del fiato per suonare: un tentativo timido di spegnere l’insulsa polemica della virago che Lui, suo marito, si sta sorbendo senza reagire per colmo di gentilezza, anzi per una insospettabile galanteria. Ma è un’azione troppo cauta, del tutto inefficace: il modo che ha Lei, questa moglie, di prendere le parti di Lui, questo marito, senza esporsi abbastanza, un tentativo blando di salvarlo, una difesa flebile, uno scatto generoso subito indebolito dallo slancio emotivo di sottrarlo a grinfie estranee senza ottenere assolutamente nulla. Lui resta di trequarti, come non l’avesse neppure sentita (la virago non può averla sentita di sicuro, visto che non ha mai smesso di scaricare addosso a tutti loro un flusso continuo di rimostranze passando di botto dal riso al corrucciamento almeno già due volte: una nevrotica classica, da manuale) – chiude il libro, piega il braccio sinistro puntandosi il dorso della mano che lo stringe nel fianco, e, tenendo un dito tra le pagine per non perdere il segno, ora le dà proprio la schiena del tutto. – Comunque la prego, insiste la virago con un inaspettato squarcio di dolcezza nell’incrinatura della voce, di dirglielo da parte mia, perché io a parlarci di persona, a dirglielo in faccia, rischierei di litigarci, e poi non mi andrebbe di dargli tutta questa soddisfazione… – Riferirò: s’impegna Lui, compìto. E Lei, sua moglie, non può fare a meno di pensare, Quanta degnazione! Dalla porta da cui Greta si è sversata nella vasca dei pesci agitando le acque, Lei vede sbucare due: fidanzati, si dice. 29

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Il ragazzo ha un gran bel viso. Intenso. Lo sguardo è blu, ma quello che pare farlo funzionare sono le sopracciglia ben tagliate, come incise sopra gli occhi. Come tettoie per le orbite, spargono un tono grigio scuro sulle iridi. La ragazza ha questa sua aria simulatamente sdrucita. A ben guardare tutto in lei è accorto: dallo zaino piatto monomanico, alla sottile striscia di pancia lasciata scoperta, alla misura stringata della maglietta prugna e dei pantaloni scuri a vita bassa e zampe a campana; con altrettanto studiata sbadataggine porta le maniche attillatissime ben calate sui polsi, oltre l’attaccatura delle mani, come fossero due metà di mezziguanti. Eppoi ha questo caschetto nero, tutto sfilzato attorno al viso, reso mosso e dolcemente accostato in punte deliziose dall’umidità intensa di parecchi giorni da cui questo pomeriggio di sereno, sempre funestato dal caldo, è spuntato quasi per miracolo – una specie di tregua, di estremo guizzo estivo. Il ragazzo tira fuori una sigaretta e se l’accende. La ragazza si dilegua. Allora non stanno insieme, si dice Lei, la moglie, che ha seguito tutto dalla propria postazione fissa: il sedile di marmo, incastrato tra la balaustra e la fioriera. Lui, il marito, sta di nuovo fumando, di sicuro per rifocillarsi dopo la sfuriata della signora, e il ragazzo gli si unisce subito in una di queste condivisioni maschie formalmente brutali: stanno fumando, si direbbe, insieme, ma possiedono ciascuno il proprio pacchetto, ciascuno con accendino integrato. Lei, la moglie, sta di nuovo diligentemente contemplando la scena mentre si sorbisce paziente le evoluzioni telefoniche di Greta. Quando ogni tanto le riesce rifiatare, intercetta i discorsi di Lui col ragazzo, – …intuizioni… – …sì ma l’intuizione … lui… – …bè anche John Fante… Greta nell’altro orecchio persevera a spiegarle che il loro comune amico ha avuto una riunione di tre ore fino alle sei e alla fine ha rinunciato a venire anche lì, se n’è tornato a casa: dunque Lei s’ingoia la speranza che l’amico comune sarebbe accorso a liberarla da Greta – che in qualunque altro momento le sarebbe stata gradita ma ora, in questa particolare congiuntura, la sta snervando. Ride, Greta: pare proprio divertirsi per tutto quello che per Lei è solo origine di una tristezza profonda che più sta più si allarga e sembra contaminare tutto, spargendo su ogni cosa una velatura grigia uniforme – come un’opacità vasta, che le è capitato di vedere stesa su certi ritratti urbani in bianco e nero, abili a riprodurre persino la pellicola atmosferica che avvolge le città. A questo punto Lei guarda a Greta mentre le oppone uno schermo neutro, dietro il quale, rigorosamente senza emettere suono, sta semplicemente gridando d’essere lasciata in pace. Poi quando Lei si volta a guardarlo, Lui è svelto a congedare il ragazzo e, dandogli una pacca sulla spalla, dice con tono dimostrativo, – Tanto noi ci sentiamo, no? – Uh!, fa il ragazzo alludendo a qualche ruggine subito perdonata. 30

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– Io torno dentro, fa Lui a tradimento rivolto a Lei, – prima li ho praticamente piantati in asso: pare brutto. Però così pianta in asso Lei, che lo guarda straziata e inventa in extremis, – È meglio, sì: certo. A dopo. Lei, questa moglie, si ritrova definitivamente consegnata nelle sicure mani di Greta, mentre guarda suo marito pestare il cotto lucido del salone per perderlo di vista definitivamente quando lui varca la porta all’angolo opposto per inoltrasi nelle stanze più interne. Lui, questo marito, s’affretta infatti verso l’ultima stanza in fondo per ricongiungersi all’amico americano. Una sottile sospensione gli ha prosciugato la gola. Questo gli serve a intuire il senso del proprio passo svelto oltre che di quel tragitto e dello scopo di compierlo: vede la bottiglia sul tavolo, individua i due o tre bicchieri di vetro buono messi lì per gli oratori sui centrini di carta. Uno era destinato a Lui, perciò gli spetta – bere. Lui struttura sempre i propri tragitti su un bisogno. Passando nelle sale infilate una dentro l’altra è sorretto solo dal miraggio della bottiglia che per una volta non conterrà guinness o amarone ma solo acqua la cui freschezza gli si compone sullo schermo interno al cranio in forma di ruscello, come un creek americano di quelli cantati da Carver, e sull’onda di quel bisogno Lui sfiora con gli occhi l’innumerabile tesoro di libri infilati fino a scoppiare fin negl’interstizi delle librerie a parete senza riuscire a ricacciare indietro l’idea che Lei, sua moglie, non è solo qualche stanza più in là. Il punto è che Lui non riesce a vederla mescolata con quella carta vecchia mezzo consunta, con quelle copertine stinte, stracciate. – Oh!, fa al vecchio Glen. Il quale lo guarda ora senza smettere di inviare al direttore dell’istituto il proprio discorso pastoso, lento, propagato nell’etere senza quasi muovere i muscoli facciali: apre appena la bocca ma perlopiù la tiene chiusa come un corista(5). C’è appena traccia del vecchio amico nel corpo di Glen. Il viso è immobile, gli occhi neri sono miniaturizzati in due bottoni privi di lampo, la voce sembra uscire direttamente dalla bocca dello stomaco dove deve aver sede, si vede, il centro d’emissione di un apparato di registrazione e riproduzione digitale con una qualità di suono (persino questo, pur sempre in presa diretta) cristallina: una perfezione incontestabile, una masterizzazione pulita con standard multimetrici senza picchi, assestati su una fascia mediofonica senza impennate. Un nuovo assalto della sete lo desta dall’imbambolamento. I bicchieri sono stati tutti usati: Lui afferra il più vicino – gli pare d’averci visto bere, prima, solo l’amico (e a casa sua o a casa di Glen non esiterebbe a bere dallo stesso bicchiere – cosa diversa sarebbe se avesse anche solo il sospetto che a berci sia stato il direttore dell’istituto, gran parlatore e produttore di saliva), ci versa dentro l’acqua a cascata in preda a voluttuosa pregustazione del fresco e della sazietà che sta per provare, e 31

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intanto godendosi il freddo tangibile della bottiglia di plastica, visto che il posto ha incominciato a sembrargli definitivamente asfittico, e ora si rende conto di provare un esteso senso di secchezza, che quasi gl’impedisce di inghiottire. Gli capita, questo. Di sentirsi all’asciutto, con la gola e tutto il cavo orale a secco. Di sentirsi quasi senza respiro, sospeso. E come in quei momenti, anche ora avrebbe voglia d’essere cullato da sua moglie, ma non come da un angelo incorporeo, o da una riedizione aggiornata di sua madre. Anzi gli pare di non essere stato cullato mai, neppure quando lo meritava essendo bambino, tenero, con un visetto a punta riempito della luce delicata di due occhi svegli. Ma non c’è niente di ancestrale, niente da rivangare, nulla di sepolto da riportare in superficie, che vada riattraversato e superato come in una psicoterapia – che Lui aborrisce, ma verso cui, a dispetto della fiera avversione (sempre dichiarata, e per Lui facilmente sostenibile con un’infinità di argomenti, tutti puntualmente sfoderati sempre), si sente sospinto, inesorabilmente, in questo momento di confusione, in cui gli pare di ignorare tutto di sé, e di essere diventato il proprio primo nemico. Prevale, ora, la percezione di un inguaribile capovolgimento del suo mondo, e la sensazione netta che in esso nulla ora sia più al solito posto (benché nessun fatto preciso si sia veramente presentato alla sua coscienza ad alterare quella particolare cartografia, per Lui del resto vaga, e dopotutto provvisorio, certo non indiscutibile). Nulla sembra più essere rintracciabile là dove Lui era abituato a trovare, a ogni rapida sistematica ricognizione, tutto regolarmente in ordine. Non è più così, ormai è chiaro. Cosa sente davvero vacillare dentro di sé? Qualcosa per cui Lui è proverbiale: la fiducia delle persone, la sicurezza di un dono: saper suscitare devozione, la gioia d’essere preso, voluto, esattamente da chi Lui vuole e intende prendere. Ora vorrebbe affidarsi a qualche soluzione esoterica, vorrebbe che la sorte, dall’alto, o da qualche altra oscura direzione, gli elargisse esattamente il miracolo che Lui, fiero ateo, certe volte si sorprende non solo a cullare a dispetto del proprio io razionale ma a sperare di vedere realizzato contro ogni logica, contro ogni rigore etico, contro ogni salda convinzione di materialista, contro ogni conclusione ferma, e fredda. Certe volte vorrebbe essere il bambino fiducioso, purissimo, incorruttibile da ogni sorte avversa che è stato, intoccabile da ogni agguato. Sa fin troppo bene di non essere più un bambino, d’essere inscusabilmente adulto, di non poter suscitare più certi generi di tenerezza. Sa di non poter più meritare perdono o sperare nella compassione. Sa che da Lui ci si aspetta anzi protezione. Sua moglie se l’aspetta, e gliela chiede – ora più di prima. Perché è spiazzata da qualcosa che non capisce, di cui le sfugge il centro. Come fare un sogno, o seguire la storia di un film, vederla molte volte e ogni volta perdersi puntualmente sempre la stessa sequenza: quella che spiega tutto, che fa da 32

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cesura insostituibile tra tutta la prima parte e la coda finale. Gli esiti della storia risultano incomprensibili. Ciò che loro due sono adesso manca della spiegazione, e Lei si sente tradita, perché, mentre è certa che questo segmento importante della loro vita le sfugga, le pare, anche se non ne è sicura, che Lui lo possieda, o addirittura lo abbia causato, o che perlomeno lo domini: riesca a tenerlo sotto controllo, e volutamente glielo ometta. Tra loro due c’è un segreto, le sembra – un mistero dolente. Che non li fa intendere, e fa una coda d’eco a tutto quello che Lui dice. L’aria che Lui mostra è sospetta, però Lei, piuttosto ostinatamente, si rifiuta di dubitare: Lei si vuole fidare. Ma poi nota la circospezione di Lui: lo vede muoversi in modo curioso, senza badare a Lei, lo vede decidere per sé solo. Improvvisamente Lei sente risorgere dentro di sé la fame istintiva che anni fa, inabissati in un’era precedente di cui ora loro due sembrano i resti fossili, l’aveva mischiata con Lui, e aveva stretto loro due in una presa salda verso cui erano abili a volteggiare senza rete anche a occhi chiusi. Un tempo in cui l’unione fisica era il coronamento, l’atto finale di una compenetrazione di fatto, immanente, che a fiutare l’aria la si sarebbe potuta annusare. Mangiarsi fino a farsi male, lasciandosi proprio addosso i segni dei morsi per ingoiare il nucleo di sé custodito da ciascuno al sicuro dall’altro in qualche zona segreta, e poi uscirsene leggeri, andarsene in giro portandosi il tesoro dentro, ben al riparo da tutti, e intanto lasciando che i bagliori pulsanti, tutti gli spifferi di luce provenienti dai loro corpi appena rimessi in circolazione dopo l’amore, trafiggessero di piacere chiunque si trovasse a incrociare le loro traiettorie. Quel corpo per lungo tempo le era parso legittimo percepirlo come di sua proprietà, il corpo di Lui – s’intende, non in senso teorico o aleatorio: in senso stretto, fisico: era cosa sua, come Lei era cosa di Lui. Loro due erano, allora, ciascuno per l’altro: una cornucopia di meraviglie; e la cuna domestica: il rifugio sicuro in cui andarsi a rintanare; la promessa sempre rilanciata della tana dove consumavano il pasto: dove si mangiavano. Il luogo del nutrimento. Gli occhi più buoni con cui potevano guardarsi erano gli sguardi ferini che talvolta incrociavano quando si avevano l’un l’altro. Mentre si ignoravano per gustare fino in fondo la reciproca cibazione, ciascuno, restando perlopiù disperso a occhi chiusi, raschiava per sé un’altra piccola porzione di conquista dell’altro: …take another little piece of my heart baby / take’t take’t…, le tornò in mente nella voce sguaiata e struggente di Janis Joplin(6). Ora Lui si ostina a starsene nella sala in fondo di questa istituzione al primo piano di un palazzo imponente ma anche molto domestico, quasi familiare, nell’ultimo buco alla fine del lungo budello di stanze infilate una dentro l’altra – evidente retaggio architettonico barocco. Fisicamente non risulta ma Lui è proprio aggrappato a Glen. L’amico propaga ancora la propria voce senza interruzione, e Lui nota che la donna di Glen, Leyla – loro amica, e anche lontana parente di Lei: una mezza cugina, 33

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esibisce quest’aria innamorata. I due manifestano apertamente il loro legame: c’è tutto questo palese incrociarsi di sguardi dolcissimi, un sorriso di fondo che rischiara i loro volti. Tra i due è Leyla a mostrare senza riserve la propria dipendenza, in modo così intenso che le apre la postura plastica del corpo come la facesse sbocciare: è una donna che sorride con un’aria aperta e serena, proprio da consorte. Lui, questo marito, è lì, astante, e si stacca a volte dal gruppo, si aggira, per non restare proprio impalato, ma continua a seguire, certe volte sfiorato da un lieve sorriso: la donna guarda a Glen senza mai distrarsi, gli tiene gli occhi addosso, si bea della visione di lui, adora quel suo modo rude e profondo di parlare di sé sempre passando dal racconto del proprio lavoro, lei beve tutto ciò che a lui esce di bocca, ha un’aria da bambina impertinente mentre lo scruta e lo idolatra senza ritegno. Glen è un uomo ruvido nei modi e nell’aspetto: sarà per questo che una sera che uscirono insieme, i primi tempi che Glen e Leyla si studiavano flirtando come due adolescenti, finirono tutti e quattro in una trattoria popolare a Testaccio, a due passi dall’ex–mattatoio, e a Leyla venne naturale cercare nel menu piatti della cucina romanesca: i rognoni trifolati, la pajata, la testina d’agnello in tegame, cervella fritte, la coratella, perché voleva fargli assaggiare piatti popolari, cibi arcaici che le parevano consoni a quella sua natura di uomo essenziale, abituato alle durezze: uno abituato a vedersela fin da bambino coi bootleggers che frequentavano il locale di suo padre. Era un autentico tough man, Glen, e, scegliendo quelle ricette rustiche per questa sorta di code hero di stampo hemingwayano in carn’e ossa, Leyla aveva chiesto conforto a Lei per tradurgliene i nomi. Così loro due avevano trovato un punto d’intesa tra donne, ridendo come amichette degli equivalenti improbabili che riuscivano a escogitare: sembrò così paradossale, e veramente estraneo, rinominare quei cibi familiari con suoni alieni, che tra loro due si fecero un sacco di risate, con un’allegria proprio sgangherata, da bambine, mentre i loro consorti, incerti per ragioni diverse, esibivano facce avvilite, le facce di chi è tagliato fuori. Dopo, con le pance piene e parecchio vino rosso in corpo, e con le tasche appena più leggere perché quella era una trattoria dove si mangiava con due lire, erano andati, tutti e quattro, in giro per locali. Al Cafè Latino, mentre Lui e Lei, guardavano smagati la gente che si agitava a suon di musica, alla faccia loro – in pieno delirio effusivo, Glen e Leyla avevano ballato quasi mimando l’amore, non facendo che baciarsi e librarsi in leggeri fandango, in cui Leyla non faceva che ruotare su se stessa, e avvolgere sinuosamente Glen in una specie di lento abbraccio, da cui Glen usciva girando a sua volta attorno a lei, e poi tirandola a sé, e finendo a baciarla, per poi riavviare tutto il loop daccapo. In un minuto, Glen e Leyla furono al centro della scena, mangiati con gli occhi da tutti, come due attori in un occhio di bue, pronti a essere stretti in un bel primo piano. Perciò ora è naturale che da Glen verso Leyla promani questa brusca dolcezza: una corrente umanissima, che a questo marito, che non si stanca di occhiare avido, appare come pura inclinazione al perdono. 34

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Leyla, seduta nelle file centrali di questa stanza finale, mescolata al resto anonimo dell’uditorio, tuttavia costituendo al suo interno un punto focale rispetto al quale tutti paiono costruire le proprie traiettorie ellittiche (avendo Glen, perla del panel, come altro fuoco), ha accanto un tizio in jeans stracciati ad arte e chiodo parecchio zippato, più che un accompagnatore, una specie di guardia del corpo: è un collaboratore di Glen chiamato a tenerle compagnia per tutto il tempo che lo scrittore ha impiegato a intrattenere i pochi presenti con una lettura piuttosto gelida resa volutamente tagliente da una serie di battute insolenti che devono aver colpito nel segno stando alla sfuriata che Lui si è dovuto sorbire al posto del suo amico. Cosa lo aveva salvato la sera della loro uscita in squadra? Con Lei non lo ammetterà mai, ma trovarsi vicino sua moglie, sentirsela alle spalle, sentirsi avvolto dallo sguardo di Lei, delicato, gli aveva dato modo di attuare, con una microrotazione collaudata in cui è maestro, un movimento prospettico da manuale: il suo proverbiale sdoppiamento. Tutto in genere accade su un piano di scorrimento levigatissimo, e altrettanto sottile: fragile, certo, ma oramai ben oleato, una sua arma segreta cui lui ha lavorato negli anni. All’inizio per gioco: il suo modo di ragazzo ben educato e ribelle nel profondo (un vero teppista, sotto le spoglie calme e sagge dello stoico, preciserebbe qui Aldo, loro storico amico comune), di misurarsi col dispiacere, e col fastidio. Ma poi per convinzione sempre più ferma, nella quasi certezza che l’unico modo per non essere distratti da se stessi, per non essere feriti, e trascinati in mondi estranei, dove tutto è ostile e inutile, consiste nel fare un passo indietro. Non necessariamente fisico: basta che quel passo sia mentale, per osservare le nuove forme della materia come oggetti freddi, come si contempla da bambini lo strazio che si è fatto spezzettando i lombrichi o incidendo il ventre di una lucertola col temperino, un’arma affilatissima, che seziona di netto, senza far sanguinare, almeno non subito. Un lavoro netto e pulito che ha visto anche in un film terribile, trascinato senza desiderio in un cinema multisala in centro da Aldo che puntualmente si torse nella poltrona per tutta la proiezione, pentito di aver abboccato ai trailer e alle recensioni. Un intreccio troppo ellittico per convincere, facile anzi da detestare proprio per questo, eppure esatto nel mostrare una trappola di fili d’acciaio affilati che affettano corpi, un marchingegno cubico che scatta se si tocca un qualunque punto di un campo magnetico insidioso perché invisibile: Il Cubo, appunto, come il cubo di Rubik ruotante nei piani successivi lungo assi orizzontali, e internamente organizzato per stanze cubiche destinate all’internamento la cui regola crudele e asettica è sfidare di continuo gl’internati con reticoli taglienti che scattano per combinazioni inattese e del resto in nessun modo indovinabili. Dunque su una superficie liscia priva d’attrito quest’uomo ha operato lo scollamento dell’oggetto da sé, e ha preso a contemplarlo con un distacco disumano tutto radicato nella purezza, in una incontaminabilità uguale a quella che lascia certi orfani dickensiani, incorrotti dal male, puri per sempre, destinati altrove. Ora però non sa bene come salvarsi, perché Lei non è lì con Lui. 35

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Sul bel quadretto di Glen e della sua Leyla adorante si spengono di avvilimento gli occhi intensissimi di questo marito, che pensa con una mistura infernale di desiderio e delusione a sua moglie, lasciata là fuori, tutta sola, in preda a Greta, a gridare di sommessa disperazione. Lei sta lottando ancora con le incursioni di tutti quelli che vogliono salutarla, adorarla, mostrarle cordialità – per Lui, del quale la vedono come una bandierina di segnalazione: spia del fatto che, nel caos di gente che intanto si è generato, in qualche punto anche Lui c’è. Ma Lei sta per spezzarsi – le sembra di essere un animaletto selvatico stretto in un angolo della sua stessa tana dalle insidie esterne. E poi le sembra che quelle poche stanze la distanzino da suo marito in modo irreversibile – potrebbe trattarsi anche di una distanza di pochi centimetri come qualche minuto fa, potrebbero persino esser soli in una stanza minuscola e non riuscire a sentirsi vicini. Lei vorrebbe scappar via senza neppure avvertirlo perché ora le pare di aver notato dei capelli rossi, una figuretta delicata e vivace in grado di spargere su tutti una grande allegria, molto pura, del tutto innocente, eppure a Lei dà pugnalate di terrore – il classico terrore che dipende dall’impotenza, dal non potersi difendere da creature a loro modo incoscienti, senza colpe. Solo il ragazzo dallo sguardo intenso non dà segno di conoscere la nuova arrivata – la guarda con aria incomprensibile, come uno che assista a uno spettacolo e resti indeciso tra meraviglia e ripulsa. Questo ragazzo ora Lei se lo ricorda. Le sembra che suo marito per un periodo lo vedesse spesso per lavoro: uno dotato di una certa stoffa, che Lui aveva preso a seguire con adesione anche umana, una specie di giovane amico: un allievo, in cui Lui doveva aver riposto per un certo tempo una certa fiducia: doveva averci investito sopra un suo qualche onesto progetto. Poi doveva essere successo qualcosa, o forse, senza che succedesse nulla in particolare, Lui si era semplicemente dedicato a qualcos’altro. Andava così: c’erano periodi diversi e vari – fasi, e per ognuna suo marito aveva una dedizione totale, fino a quando il filone aureo non era stato completamente sfruttato o, per meglio dire, messo a frutto. Perciò, che durasse o no, e quanto a lungo, un determinato periodo di dedizione, era stabilito in buona parte anche dalle riserve di energia annidate ogni volta nell’impresa e nel suo preciso oggetto. La variabilità in Lui era una costante. Questo incrocio di ignoti(7) promette di nasconderle un mondo reale e lontano: per lei irraggiungibile. O meglio, che Lei raggiunga quel mondo in particolare importa poco – ma che laggiù Lui le sia diventato estraneo importa, e come. Le pare questo il nodo in cui si sta incagliando tutta la loro vita, l’intrico in cui ormai tutto finisce per avvitarsi. Un cambio di vento, e ora il pericolo pare diventato palpabile. Non è la creatura dolce coi capelli rossi, con la pelle diafana e le efelidi innocenti. Nel salone ha preso a circolare un veleno: un ipnotico irritante che porta al parossismo, catalizzandola, la tensione già vibrante nell’aria: una freddissima corrente sotto traccia, una sorta di gelo a picco, trascorsa fulmineamente dall’ingresso 36

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all’angolo opposto, fino alla porta che inoltra, tramite il budello di stanze, alla saletta in fondo a tutto, dove Lei immagina Lui altrettanto intrappolato come una cavia. Lo sguardo di Lei è già spezzato. Si è già accorciato. Si è ritratto. Una notte Lei aveva sognato un lungometraggio regolamentare in due tempi. Era buio pesto. Lei e Genni stavano correndo per le strade, a volte unendosi a estranei, altre avventurandosi in solitaria dentro coni d’ombra rischiarati dalle luci fioche dei lampioni che sparavano questo lucore indistinto da dietro. Si accavallavano figure, nere e lunghe, eppure non c’erano dubbi: gli uomini che braccavano la gente in fuga erano mostri con le fauci colanti, i denti aguzzi digrignati fuori dai labbri screpolati – Le era sembrato d’averli visti a volte passarsi le lingue contro i denti scoprendo le gengive, leccarsi volgarmente i baffi. Lei e Genni vedevano alcuni dei fuggitivi, fino a poco prima in corsa con loro, agguantati dai mostri, e sbranati senza tanti preamboli. Loro due si sentivano i fiati e le bave sul collo ma, per qualche misteriosa ragione, riuscivano sempre a cavarsela, a sottrarsi in tempo. Poi la scena era cambiata. Genni era nell’aria ma non era più con Lei, non fisicamente. Le sembrava di ricordare d’essere stata lasciata sola sotto casa subito dopo che, insieme, avevano controllato che la macchina di Lei fosse regolarmente parcheggiata con tutte le altre a spina negli spazi azzurri e fosse intatta: cioè non danneggiata nel generale clima di guerriglia urbana. Lei ora era salita in casa. Stava varcando l’ingresso della casa che nella realtà abita con suo marito. Trova altri estranei che si aggirano per le loro stanze – eppure sembrano muovercisi dentro tutti con familiarità. Suo marito non c’è. Qui c’è una festa, e Lui pare invece sia fuori, a Londra, e debba tornare quella sera stessa: ci è andato per un’intervista con un grande scrittore inglese, in prepotente ascesa, uno che Lui stima, e al quale guarda come a un fratello maggiore, del quale è subito riuscito a conquistare l’amicizia esclusiva grazie alla simpatia profonda, e al comune amore per il romanzo, per le narrazioni. Lui come l’altro è versato per l’invenzione di storie, entrambi hanno un talento preciso per questo. Lui in special modo sa proiettare questi meravigliosi coni d’ombra dentro cui ognuno può trovare il suo magnifico riparo e restare a trastullarsi: com’è che solo Lei deve godere di quel dono?, cioè del privilegio di sapere che, mentre li lascia tutti lì a perdere tempo, diciamo così: mentre li tiene tutti grandiosamente occupati, Lui vive freneticamente, ama sfrenatamente? E quando capisce che l’incanto è in scadenza, cioè quando si rende conto che il tempo è finito e stanno per distrarsi tutti dal trastullo cui li ha inchiodati, cosa fa Lui? Naturalmente si manifesta di nuovo, e regala al suo pubblico affezionatissimo un’altra interpretazione memorabile, che servirà a riaccendergli addosso le luci della scena, cui tutti rimarranno incollati, così poi si lanceranno in nuove, anzi rinnovate elaborazioni, e potranno camparci su fino al successivo spettacolo. Insomma Lui stanotte è a Londra, dal suo collega, a fare la propria egregia parte che gli acquisterà ulteriori fette di fiducia, o di credulità. A Lei lo sta ripetendo con pazienza la segretaria, una ragazza agguerrita di cui ormai da tempo sente Lui parlare spesso, ma che non credeva fosse vicina a suo marito al punto da smistarne anche il privato, e decidere le frequentazioni, ignorando Lei, non provando neppure a consultarla, provvedendo a Lui a prescindere da Lei: una specie di guardia del corpo che ritiene di doverlo difendere persino da sua moglie. Lei guarda con dolore questa creatura guizzante e precisa come uno judoka. Quando si affaccia allo studio di suo marito, vede la segretaria manovrare sulla segreteria telefonica e nell’agenda: dal nastro registrato sente venir fuori la propria voce, il messaggio concitato che Lei gli ha lasciato ore prima quando era già notte mentre Lei e Genni correvano coi mostri dietro: una richiesta d’aiuto non solo caduta nel vuoto ma intercettata da questa creatura estranea, forse ostile: intanto molto giovane, e poi implacabile e senza debolezze. La segretaria non prende appunti del suo messaggio nell’agenda e subito dopo averlo ascoltato lo cancella. 37

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Lui tornerà ma solo a notte fonda – e intanto da loro c’è questa festa e Lei, la padrona di casa, non ne sapeva niente, neppure vi era stata invitata, mentre comitive sguaiate di perfetti sconosciuti stanno profanando il loro letto – il loro sacro talamo, parlando tra loro di Lui ignorando Lei. E non c’è neppure Genni a consolarla. Deve essere quasi mattina, adesso, e Lei si augura che, una volta per tutte, Lui stia per tornare: visualizza fulmineamente una pagina d’agenda in cui Lui, con la sua grafia calcata e tutta punte, come incidendo la carta, a sangue più che a inchiostro, ha trascritto un enigmatico distico in endecasillabi: Restituire alle sue tenebre / la strega che ci ha defraudati, e riflette che sull’ultima u potrebbe andare una bella dieresi.

A quel punto si svegliò nel cuore della notte, gridando, tutta sudata, coi capelli fradici dietro la nuca e attorno alle tempie. Era con Lei nel letto, e le cingeva amorevolmente le spalle. Poi La tirò giù accanto a sé cercando di calmarla – e Lei, tornata lucida, visto che si era risvegliata nella vita vera, si rese conto che si trattava di Lui, mentre, sulle prime, nell’interregno tra sogno e veglia, aveva pensato (sperato?) fosse Genni. Lui si aspettava da un momento all’altro di vedersela capitare per casa, questa bella ragazza: se l’aspettava alta, magra, bionda, magari con un bello sguardo smeraldo (l’imprinting del suo desiderio: l’icona del suo primo innamoramento, da bambino, al mare, contemplando come fosse un’attrice un’amica di sua madre che villeggiava coi figlioli nel capanno accanto – un vero guaio, per lui, da allora in poi, le attrici, queste figurine incorporee da cui non riusciva a non farsi stregare, e più si era predisposto, nella vita, a incontrarle frequentarle conoscerle più aveva perpetuato una specie di sortilegio che mentre lo illudeva di stare godendo nella vita vera in realtà lo stava distraendo in una ben organizzata simulazione: il suo vero guaio), oppure (una variante cui di recente per pura contingenza cominciava ad affezionarsi) una bella rossa naturale, con occhi castani insospettabilmente screziati di verde: in cuor suo, sperava che, un giorno o l’altro, quest’amica storica di sua moglie avrebbe ritelefonato, e magari capitasse giusto a Lui di intercettarla: così poi, sulla voce di lei, che Lui si aspettava flautata e dolcissima, sarebbe stato un bel passatempo restar su a fantasticare, in attesa, appunto, che costei, presto o tardi, si materializzasse. Lei conosceva Genni dai tempi della scuola: l’avevano frequentata dall’asilo alla maturità, sempre insieme. Da adolescenti avevano avuto un breve amore molto battagliato, virandolo poi subito nell’unico legame possibile: una solida amicizia fraterna, una connivenza anzi quasi cameratesca. Su Genni, tra loro due, questo equivoco colossale era durato per un bel pezzo. Genni, all’anagrafe Gennaro, ma fin dai tempi della scuola ribattezzato con questo diminutivo clemente, era un ragazzo robusto, molto bello, scuro, i capelli forti erano nerissimi come gli occhi, e anche la pelle era ambrata – d’estate, fin da maggio, ai primi soli, alle prime uscite in mare, diventava nero, e gli occhi gli diventavano fari, si facevano più profondi, luminosi, come se nelle ore diurne avesse rubato tutto il sole che c’era, tutta la luce, e poi di sera sparasse i fanali attorno per consegnare il suo dono a chi guardava. A Lei, per esempio – su cui Genni posava gli occhi sempre, o il più possibile.

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Quando finalmente Lei lasciò che i suoi due uomini si incrociassero, Lui, suo marito, si rese conto che nonostante le incolpevoli attestazioni di amicizia sincera e senza ombre che sua moglie e Genni non facevano che ripetergli, questo ragazzone squisito, vero κουροσ (kouros) arcaico, aveva tutte le carte per poter essere un rivale. Genni era qualcuno con cui Lei spartiva cose da cui Lui era automaticamente escluso, perché appartenevano a un tempo in cui Lui non era ancora nella vita di Lei, il tempo in cui si radicano le relazioni vere, quelle di sempre, che valgono a vita. Guardando Genni Lui si era sentito come diminuito, e il colpo basso ricevuto nello scoprire che Genni non era per Lei un’amica del cuore ma un fratellone protettivo, con riserve mai esauste di sensualità, verso cui Lei nutriva sentimenti tenerissimi, era stato poca cosa rispetto alla concreta comprensione, razionale e lenta, dell’enorme differenza che faceva, per Lui, sapere quanto Genni pesasse per Lei. All’orecchio di Lei, ora, Greta sta sussurrando qualcosa, con l’aria di chi vuole fare una chiacchiera pettegola, e l’oggetto della chiacchiera pare essere proprio Lui. Greta le sta dicendo qualcosa che include l’agente di quel vento fulmineo, che un attimo fa ha sorvolato il salone lungo la diagonale più breve dall’ingresso all’angolo opposto, verso il pertugio da cui si va nell’ultima stanza dove suo marito è andato a rintanarsi. La coda della creatura scompare oltre un punto in cui Lei smette di vedere quel che accade. La camera ora segue la figura alta e scura che non cammina ma appunto scivola. I piedi sono dentro babbucce nere rasoterra, morbide come guanti: questo permette di indovinare estremità ossute e ungulate. La veste lunga, nera, lucida, che ha sfiorato il parquet del salone d’ingresso, sta ora trasvolando sul cotto consumato nei secoli da tutti i passi che l’hanno ininterrottamente pestato. L’abito è incollato al corpo. Il corpetto segna, esaltandole, le scarse forme. Il seno è due punte, inesistente. Però il busto è muscolare, nervoso, come le braccia che fuggono lunghissime verso le mani nodose. Le unghie laccate di ruggine hanno qualcosa di adunco. Non sono mani di pace – sono mani armate. Il viso, appiccato su un collo lunghissimo, è magro, tirato. Gli occhi sono cerchiati di nero, le labbra brillano di un ruggine scuro, in comunicazione cromatica con le unghie. I capelli avvolgono la testa e, come un sipario, incorniciano il viso: nascondendolo anche. Su tutto sparge un nero di fumo un velo che scende fino alle spalle. Questa figura trascorre per longitudine nello spazio scavandosi un’aura che la separa dal resto, come una bolla che la rende intangibile e non le permette di ingaggiare contatti. È un vento nero che avanza verso una meta, verso un oggetto di desiderio su cui tenterà di allungare i rami ossuti per ghermirlo. In certi momenti a Lei sembra di scorgere sotto le velature i lineamenti di Juliette Gréco quando, come Belfagor, faceva le sue passeggiate notturne nelle sale buie del Louvre, col cuore dedicato al suo Miles glorioso (vanamente, a giudizio di alcuni). È un’evidente sovrapposizione. Non c’entra niente l’esistenzialismo. Non c’entrano il Quartier Latin e Saint–Germain des Près coi loro boulevards. Non il Café Flore o Les Deux Magots di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Né le chansons cantate nelle caves da George Brassens e Jacques Brel, da Boris Vian e Léo Ferré. È solo un suo ingenuo tentativo di addomesticare questo autentico agente di terrore. Non c’entra niente il dio fumatore(8), cui da un po’ suo marito ha preso prepotentemente a somigliare. La strega nera che lo presidia, e vuole contenderne a Lei l’anima, è uscita allo scoperto. Ha dovuto scendere in campo di persona. Mostrarsi. E si sta esponendo. Mentre la vede correre nel suo guscio d’aura verso il proprio obiettivo, sente uscirle di bocca suoni metallici su toni molto 39

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bassi, i quali a fatica formano al suo orecchio parole dotate di senso. Il valore di quelle vocalizzazioni è non tanto una catena oggettiva di significato ma l’indizio di un pensiero maligno, che schiuma rabbia e esprime un desiderio avido di possesso. Un’idea di dominio.

Il diversivo che accade la riporta allo stato di veglia – Lei è ora di nuovo attratta da una visione vivida, solare: una favolosa formazione che incede nella sua direzione. Sembra un trittico in una fotografia tra le dune di Sabaudia, in cui suo marito avanzava nel sole con Giampaolo, un amico bellissimo che per ragioni oscure non ha mai fatto cinema, e un amico di questi, un attore, lui sì, Leonardo, che Lei ha sempre associato non tanto a quella foto, in cui suo marito è bellissimo come gli altri due, e che campeggia sulla consolle nell’ingresso della loro casa, ma con un film degli anni Ottanta, L’Altra Faccia Del Desiderio, di Anna Maria Tatò, in cui Fanny Ardant si lasciava sedurre da questo ragazzo statuario, vero bronzo salentino, il quale era puro eros: neppure parlava, per tutto il film. Nei dizionari di cinema, il film è archiviato col titolo Desiderio: per questo non riusciva a trovarlo, e solo su internet, Lei è riuscita di recente a risalire a questo titolo monco, che non è per niente quello originale, ed è assegnato da qualcuno all’83, da qualcun altro all’84. Lei stessa non potrebbe giurare sull’anno esatto: non conosceva ancora Lui, allora, e tutto quello che succedeva prima di Lui non si ancorava da nessuna parte: solo dopo che Lui fu entrato nella sua vita, Lei aveva cominciato a sfoderare una memoria prodigiosa, era diventata capace di ricostruire qualunque ricordo fin nei minimi dettagli, e le era tornato pure il gusto, che aveva da bambina, di attribuire una specifica qualità di luce, un colore a ciascun giorno: tipo lunedì giallo, martedì arancione e così via. Solo una volta lunedì non fu giallo, fu bianco. Bianco come l’abbaglio al neon del policlinico dove andò a finire per il suo aborto spontaneo. Fu un lunedì di aprile di qualche anno prima in cui, mentre Lei viveva i suoi supplizi su un lettino verde tra pareti di un bianco abbacinante, Lui celebrava in un teatro un suo effimero trionfo, peraltro modesto rispetto allo sforzo artistico prodotto. Quando Lui dovette lasciarla, in attesa che, tenuto conto dei dolori e del gastrone, i medici valutassero di intervenire, Lei fece lo sforzo immenso di tenersi in contatto avvinghiata al telefonino, riuscendo a consegnarsi al valium e ai ferri solo in capo alle dieci di sera, proprio mentre Lui si agitava in un occhio di bue, incontrastato eroe della scena. Quello fu un lunedì prima rosso scuro, poi interminabilmente verde, finché divenne straordinariamente bianco. È vero che, prima di Lui, tutto era un po’ uguale, mentre tutto si fece chiaro, e nitido, dopo, quando Lei lo ebbe incontrato: quel film, però, se lo ricordava bene lo stesso, pur con qualche lacuna. Uno dei soli tre che la regista abbia girato in tutta la sua carriera. Lei l’aveva visto. Non se l’era sognato. E la storia non era affatto assurda o fastidiosamente lenta, come aveva letto in un dizionario, il cui autore, o perlomeno titolare, inviato di un grande giornale a tutti i 40

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festival del cinema, ha un talento eccellente quando formula le sinossi dei film ma poi sbaglia completamente ogni considerazione sul loro valore. Ricorda bene, Lei, anche, che, per quanto creaturale, quel film era una storia di cui ora comprende meglio il valore profetico. Piuttosto, ripensandoci ora, riflette che quello è un film molto femminile: un film matrilineare, sensuale, in cui l’uomo, il maschio, è relegato al silenzio, a una funzione di puro arnese. E le donne sono fate buone o streghe maligne. Già. Forse, anche in questo caso, la visione è frutto di una sovrapposizione – col ritratto, bellissimo, in bianco e nero, di un uomo che avanza tra quelle stesse dune a Sabaudia: una nota immagine di Pier Paolo Pasolini, con addosso un suo famoso impermeabile, e gli occhiali con la montatura scura pesante. Ma non era un’immagine ferma, perlomeno non solo: era un’intervista televisiva, una sequenza in movimento, in cui il poeta si ravviava i capelli contro vento. La visione che Lei si trova davanti ora, in questo preciso momento, e scalza ogni altro film, è la sequenza in movimento di suo marito che sta tornando. Lui sta avanzando con Glen e Leyla, e Lei intravede finalmente una via di fuga pulita, ineccepibile: Leyla le sta già sorridendo, e allora Lei le muove incontro. È la prima volta da un’ora a questa parte che le riesce sciogliersi in un sorriso: i muscoli della faccia tirano, quasi, per quanto ci si era disabituata. Lei e Leyla anche stavolta fanno lega all’istante, non solo perché hanno già buoni precedenti in materia, ma perché avvertono, perlomeno Lei se ne rende conto subito e in modo chiaro, con un’intensità che le riscalda il cuore finalmente, una sodalità femminile: Lei sente d’avere Leyla dalla propria parte, pur senza averci scambiato parole, proprio come quella sera in trattoria, quando erano sedute accanto, e si stringevano, spalla contro spalla, di fronte ai loro uomini, ridacchiando di gusto, a giocare coi nomi dei cibi, e in effetti alle spalle dei due. Suo marito la sta osservando, sorride leggermente, forse è contento per Lei, forse avverte anche Lui un allentamento che può cominciare a riscaldarlo. Lei gli prende una mano come fossero un ragazzo e una ragazza, due adolescenti che si scambiano le prime tenerezze, e la sente calda, appunto: una stretta pranica che ha su di Lei un inatteso effetto energizzante. Restando mano nella mano con Lui, Lei ora guarda a Glen che la sta fissando coi suoi bottoni neri e abbozza un sorriso: il massimo della cordialità che gli è congeniale veicolare nella sua direzione. Lei nota qualcosa, nel viso di Glen, per la prima volta: le onde folte e grigie attorno alla fronte alta e lo sguardo nero, le rughe, il corpo inguainato nella ruvidezza dei cinquant’anni – tutto le ricorda una canzone(9), e dentro di sé, ora, prende proprio a canticchiarla, a sentirsela circolare in testa a circuito chiuso nella voce da negro bianco di Elvis Costello. Questo le serve a riflettere con più convinzione su quello che le era sembrato subito, già la prima volta qualche anno prima, quando aveva incrociato Glen, nel pieno dell’esplosione d’amore con Leyla, sentendolo propagare le sue storie di uomo rude, 41

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legato a un mondo di misteri e di cinema, di bootleggers e di giocatori di cavalli. Stabilisce una volta per tutte una somiglianza acclarata di Glen giusto con Burt Bacharach(10), autore della musica della canzone che ora le è definitivamente esplosa nel cervello. E intanto si affaccia anche Lancaster. Costello le sta dicendo che la loro casa è vuota ora, e Lei vede il sorriso da tonno di Burt Lancaster in costume da bagno che si fa il giro della contea guizzando dalla piscina di una casa di vicini a un’altra, e così spende la parte migliore della vita. Costello le sta chiedendo se, aggirandosi per le stanze vuote, Lei saprà riconoscere la faccia di suo marito, magari riflessa in una finestra, e Lei vede il vecchio Burt bruciare tutta la propria età matura nel rivolgere sorrisi di circostanza, mentre intorno il suo mondo tramonta e muore. Sente Costello gridare come farà ora suo marito a immaginare di dover vivere tutto il resto della sua vita senza di Lei, sempre col massiccio Burt davanti agli occhi col suo sorriso stampato in faccia: un proverbiale sorriso standard, da professionista delle buone relazioni, incrinato solo da una ruga d’espressione nel breve spazio tra i sopraccigli, sorta di tic da fermo, mentre contempla lo stato d’abbandono attorno a sé: il vialetto coperto di foglie, la casa diroccata con le imposte cadenti, il portone sprangato. Tutto vuoto. Spettrale. Inanimato.

Lei stringe forte la mano calda di suo marito, e si chiede se Lui da quella stretta starà traendo la giusta conclusione: che ora Lei ha più chiaro ciò che deve fare – credere meno ai fantasmi e proteggerlo per sempre, farlo sentire al sicuro, a casa. Come quando, fino a pochi istanti prima forse, ciascuno si sentiva abitato dall’altro e lo portava con sé ovunque: ognuno di loro viaggiava là fuori nel mondo sentendosi due(11). Si aspetta anzi, Lei, che da un momento all’altro suo marito si metta a cantare, che intoni quella canzone con la voce ruvida di Costello, mentre Glen, prese definitivamente le sembianze azzimate di Burt Bacharach, le sorride come dalla copertina del disco senza dire una parola, ineffabile demiurgo dello spettacolo sorvegliato dallo sguardo innamorato di Leyla. Suo marito sente la stretta della sua mano, come fosse una fonte d’energia elettrica, saettargli in tutto il corpo una vibrante sensazione di calore, scaldargli la mente d’affetto. Raccoglie, Lui, quella stretta, se la porta al petto e lì la tiene ferma, proprio in direzione del diaframma, come un cuneo che gli forzi il plesso gastro/cuore. Come sempre, quando prova un piacere immenso che lo atterra, trattiene ogni segno di emozione dentro di sé, nascosto nel posto più segreto dove nessuno potrà rubarglielo. Lui ha questo forziere per i sentimenti forti, per gli affetti veri che tengono insieme l’ossatura pericolante della sua identità, e da quel pozzo segreto, proprio ora che trattiene nella presa salda della propria mano, proprio dritto sul cuore, la mano gentile di Lei, di sua moglie, gli salgono alle labbra, e stanno proprio premendo per uscire, le parole di un grande poeta caraibico(12), cultore e custode della tradizione indigena del suo paese, però anche cantore della poesia classica antica (un traditore?, gli viene d’impulso di pensare – piuttosto uno, ragiona tra sé automaticamente ogni volta che ci si avventura, che è riuscito a trovare un punto d’incastro tra due sfere aliene per lingua e cultura in genere in conflitto, uno che ha costruito da solo la pace). Per motivi al momento oscuri quei versi gli sono molto cari, e gli sembra calzino bene, gli sembrano appropriati a questa scena infestata di presenze, a questo campo di 42

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battaglia in disarmo, a questo scenario di rovine, di macerie, di armi deposte. Mentre trattiene ancora la mano di sua moglie nella sua sul petto, i versi sembrerebbero parlargli di venti anni seppelliti nel passato da un’altra guerra, di bossoli sparsi (ma sparsi dove?), e Glen, che ha sempre gli occhi di Leyla dolcemente posati addosso e sente la carezza delle ciglia lunghe di lei, ben divise, su di sé, ha ripreso a parlargli con voce pastosa: quel suono monotòno prende a cullarlo, come desiderava minuti fa, andati subito già dispersi in un tempo definitivamente trascorso, aoristico, divenuto in un batter d’occhio remoto. La mano di sua moglie, Lui continua a tenersela stretta sul petto, eppure ora sente che quella stretta è durata troppo, sta ancora durando, allora decide di allentarla, di allontanare la mano gentile di lei da sé, di lasciarla cadere. Lei percepisce lateralmente il profilarsi di una presenza. Anzi due. Si affaccia prima la capigliatura vivace, rosso fuoco, e il vento che porta è un’aria dopotutto fresca come il suo viso aggraziato, diafano e punteggiato di efelidi: viso dolce e allegro il cui candore aveva inondato il posto di luce intere mezz’ore fa. Per quanto si sforzi, Lei non riesce a non collegare il gesto di suo marito a quella apparizione. E intanto a Lui torna in mente, ora, chi gli aveva dedicato quei versi, che forse aveva tradotto per Lui, e altrettanto fulmineamente avverte lo smarrimento sul volto, pur esternamente impassibile, di sua moglie, chiuso quanto il suo quando un’emozione la sparpaglia. Mentre è riassalito, Lui, dal desiderio d’essere cullato, ma solo da Lei, da sua moglie, in quello stesso, preciso istante, si affaccia la seconda presenza. È di nuovo un vento, uno spostamento d’aria cui segue una quiete non immobile. È alle loro spalle. È la figura nera. La creatura sembra altissima ora, e sottilissima. Una macchia scura nello spazio, uno sgraffio grafico. È come una colpa che riaffiora, una sporcatura, esilissima e indelebile. Questa dama senza misericordia non ha tracce di bellezza, è solo un segno nero, la cicatrice di una schiavitù, di un morbo inconfessabile, e Lui, il cavaliere irretito e poi abbandonato sul crinale di una collina brulla dove non batte più il sole, ora, dietro la fronte, che pure appare serena, dietro lo sguardo, ferito eppure dolcissimo, dietro l’espressione, chiusa, in cui gli si contendono l’anima preoccupazione e desiderio, è soggiogato. È avvilito, e fatalmente raggiunto dall’informazione che riacquistare l’innocenza dentro di sé, ripulirsi l’anima, sarà compito immane, di gran lunga più duro che recuperarla agli occhi, sgomenti, in questo momento, di Lei. Lei, di loro due, è l’unica a trovare la forza di ruotare su se stessa di 180 gradi per sostenere lo sguardo nero: solo Lei percepisce il sottosuono metallico che intanto ha preso a fuoruscire da sotto il velo fumé che aggiunge opacità al soma malvagio. Lei coglie anche il senso oscuro, vagamente oracolare, contenuto in quella monotonica emissione: il sortilegio ha a che fare con la fanciulla gentile coi capelli rossi e le efelidi in viso, giovane indifesa che la creatura nera vorrebbe stendere in un letto d’ospedale, inchiodata a una brutta frattura che le devasterà le gambe in un imprudente capitombolo in moto, un massacro di cartilagini legamenti e ossicini che faticherà a tornare a posto, per tenerla occupata, spostarla altrove: in modo che la ragazzina dovrà rinunciare a vivere la propria vita attiva, e starà fuori dalle balle per lungo tempo – tutto tempo perso per lei e invece guadagnato per la strega nera, che poi progetta di tenere la ragazzina legata a sé, per sempre ridotta al ruolo di sua schiava inconsapevole.

Un altro sonoro ora, più nitido, riesce, questa moglie, a percepire. 43

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È l’implorazione che suo marito sta disperatamente provando a inviarLe. Lei vede nello sguardo serio di Lui la richiesta dissimulata di non essere lasciato solo, e di essere abbracciato, subito, per non essere abbandonato mai più: di essere preso per sempre – ma solo da Lei. Averlo pensato, d’esser preso, ha procurato in Lui un doloroso tuffo al cuore, per il terrore che anche la dama nera alle sue spalle possa aver fiutato quel suo incauto desiderio. Difatti ora è dominato, questo marito, dalla paura folle che quella muta richiesta, inviata sul loro canale preferenziale a sua moglie, possa essere intercettato dalla dama nera, come fosse una sua dichiarazione di debolezza, il residuo di un lontano senso di colpa passibile di presentarsi come un’ammissione di colpevolezza: – …ma se non la vedo neppure…, scappa detto a Lui fuori controllo. In effetti ora Lui non vede più niente. Una specie di drappo nero lo separa dai passi che accorrono, dai corpi assiepati attorno, dalle voci. Anche il suono monocorde emesso verso di Lui da Glen ha qualcosa di stridulo adesso, e di concitato. E forse su quella frequenza si è innestato il sibilo acutissimo che la dama nera adesso prova a imporre come cassa catalitica di ogni altro suono presente nel vasto salone. Di Leyla, Lui non percepisce nulla. Di sua moglie, invece, sente l’abbraccio che aspettava, il solletico dei capelli di Lei amorevolmente china su di Lui: sul naso, sugli occhi, sulla fronte. Ha caldo, Lui, finalmente, mentre trema un poco. Si sente sovrastato dal seno di Lei, l’unico peso lieve che non lo opprima, e sul rilevamento di questo ennesimo doppio ossimoro (che dentro di sé s’incarta a definire composto, mentre, se fosse stato triplo, si sarebbe sentito autorizzato a chiamare complesso), si lascia scivolare vertiginosamente. Perde i sensi. Sua moglie gli sta ravviando i capelli: assume un tono autorevole mentre ingiunge agli astanti, a tutti, non importa se amici avventizi o a vario titolo sventati, di fare largo per lasciargli aria, mentre Lei lo tiene avvolto per le spalle in un abbraccio largo, che offre anche il vantaggio di sostenergli la testa: un abbraccio materno, dopotutto, questo appoggio offerto dal braccio sinistro: il lato da cui per istinto le madri, subito dopo essersi sgravate, prendono a cullare i propri neonati. Con la mano libera cautamente prova a schiaffeggiarlo sulle guance: per rianimarlo, intuendo che il gusto, per Lui, benché non lucido, d’essere cullato, è stato così a lungo invocato che, Lei ne è certa, Lui non vorrebbe avesse mai fine, e voglia perciò goderselo fino in fondo – e più compiutamente: restando incosciente. Dunque suo marito ha ricominciato a svenire. Certo qualcosa si perde, Lui, a starsene steso privo di sensi: lo spettacolo di sua moglie, per l’appunto, che sta lanciando intorno uno sguardo obliquo, feroce, inviato, un attimo prima, direttamente a incenerire la rossa naturale, e invece ora, pur spedito basso, per provvedere a incollarsi a Lui (svenuto e ritornato istantaneamente ragazzo, inerme tra le braccia di Lei e lavato da ogni colpa, indifeso e tornato innocente), sparato dritto alla dama nera.

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Costei prende a indietreggiare, adesso, accartocciandosi grottescamente in un cero consunto, polverizzato da questo fuoco incrociato, uno dei due agenti del quale è proprio la rossa naturale, creatura senza ombre – inattaccabile, forte della propria indiscussa, irresistibile purezza.

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LA PARTITA (Wimbledon)

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1. Peripezie di una racchetta: per giocare la finale nel 1978 passa di mano nel 1975.

Entrai in campo con Piero, che mi faceva da capitano non giocatore per puro sfizio. L’aveva presa talmente sul serio che al circolo mi ci aveva portato lui, in sella al Boxer arancione, modello di prima generazione, fregato al fratello maggiore, Peppe, coetaneo di mio fratello Stefano. Piero si era vestito di tutto punto, con la tuta blu del circolo, come me. Il nostro ingresso fu emozionante. Sembravamo il duo di Davis pronto a una disfida indiavolata di doppio, invece lui era lì solo per portarmi la sacca con l’unica racchetta – talmente devoto da sembrare un caddie. La racchetta era una Dunlop, la mia parte di eredità dello zio Carlo. Quando l’avevo ricevuta, tre anni prima, aveva ancora le sue corde originali in budello, rare ormai già allora che si cominciavano a produrre le sintetiche in quantità giustamente industriali allo scopo di far fronte alle crescenti richieste dei tanti tennisti dilettanti senza scuoiare metà delle riserve bovine nazionali. La Dunlop me l’avevi allungata tu la sera prima dei funerali. Lo zio Carlo stava composto nel salone di casa sua con tutti i fiori e gli amici del CAI intorno. La sua faccia rossa enfiata dal gelo non smetteva di stillare goccioline d’acqua, risultato di un’intera notte di tormenta passata in fondo a una pietraia, ferito e irraggiungibile dai soccorsi. Lo avevano ritrovato il giorno dopo, riparato contro la parete di roccia dove si era trascinato, allertato dai versi dei lupi in ronda notturna. Nella pietraia ci era scivolato per via di una sottile crosta di ghiaccio che aveva ricoperto un certo braccio di sentiero nel quale non avreste dovuto incamminarvi. Perché conoscevate bene quel passo, da cui non vi sareste mai sognati di attaccare le pareti di roccia viva a mani nude: in condizioni di visibilità appena meno difficili, quel sentiero non lo avreste mai imboccato. Se aveste avuto in dotazione uno strumento ottico, capace di forare quel mare bianco, avreste visto nitidamente d’aver preso a scalare uno sperone sospeso sul niente, avreste valutato senza equivoci che da sotto la pietraia vi stava aspettando a fauci aperte. Cesare e Geppino, per una specie di sesto senso che in realtà era diffidenza pura e semplice, si erano già bloccati al centro di quella che, in condizioni chiare, sarebbe apparsa come l’area centrale che era: un crocicchio, anzi un bivio tra il sentiero sicuro che vi avrebbe riportati a valle e il binario morto su cui eravate finiti. In tutta quella pasta di latte che cominciava appena a declinare verso il buio, bisognava pure che decideste come portare a termine la camminata, come tornare al campobase. Cesare e Geppino non intendevano più muoversi. Improvvisamente erano stati presi da un istinto conservativo pazzo e ostinato. Forse avranno pure pestato i piedi a terra come due mocciosi. Cesare non potevo proprio immaginarmelo a frignare di 47

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indecisione, non ci avrei creduto neppure a vederlo che stesse stringendo i baffetti, suo malgrado hitleriani, in un rifiuto netto a spostarsi dal centro sicuro dove si era piantato. Geppino, con la sua faccia rubizza da montanaro, avrà assunto la sua maschera chiusa, impassibile, di resistente. Certo lo zio Carlo non era mai stato un uomo imprudente. Era un perfetto lupo di montagna, un uomo schivo – di poco udito e ancor meno parole. Non ce lo vedevo a sfidare la sorte senza ragionare, senza valutare con cura tutti i segni oggettivi, per pochi che fossero: in tutta quella cecità abbagliante non ce lo vedevo a lasciarsi andare al panico, e all’impotenza. Come tu stesso devi aver deciso, e fatto un momento dopo, doveva aver valutato tutto con esattezza, e doveva essere passato poi a sondare il terreno, a verificare le conclusioni di quella sommaria, forse repentina, osservazione sul campo, nell’istinto generoso di trovare il modo di riportarvi tutti a casa sani e salvi, da bravo capocomitiva. L’insidia vera era questa crosticina di neve che aveva glassato lo sperone: protezione risolutiva per i germogli che covavano nella terra ma il terreno più rischioso per ogni genere di scarpa umana, salvo le pedula, che non vi eravate portati, fidando forse sul fatto che si prevedeva tempo buono. Ai meteorologi non doveva essere risultata la pellicola di gelo e la cappa lattea che si sposarono in quel primo pomeriggio di novembre, quattordici giorni esatti dopo il massacro di Pier Paolo Pasolini: due morti violente, da subito oscure – quella di Pasolini e quella di zio Carlo, anche per via della concitazione che inquinò per entrambe le sciagure i racconti piovuti subito dopo. A noi, l’indomani, vennero a dirci che, scivolando giù in caduta libera, il corpo di zio Carlo ti era passato accanto di un millimetro, e tu stesso avevi rischiato d’essere travolto e di finire scaraventato in fondo al burrone, e non uscirne vivo. Poi dissero che, caparbio, avevi disceso lo scarrupo fino al fondo di spunzoni aguzzi su cui zio Carlo era rovinato: doveva essere devastato dalle lesioni interne, mentre le poche ferite visibili sanguinavano appena. Quando lo raggiungesti, provasti a sistemarlo, mentre da sopra sentivi le urla e i richiami imperiosi di Cesare, e Geppino piangere. Decidesti di proseguire. Continuasti a scendere per raggiungere il pugno di case coi comignoli fumanti che scorgevi giù a valle temendo un miraggio. Sapevi che avresti trovato un paese, case abitate da gente che ti avrebbe aiutato, ma la confusione e la stanchezza erano in agguato a farti dubitare che fosse tutto un terribile inganno. Fu così che, qualche ora dopo, quasi a notte, riuscisti a mettere in movimento gli uomini della guardia forestale, attrezzati per l’elisoccorso, ma fermati, dopo poco, dalla tormenta che intanto aveva preso a impazzare sulla zona, e definitivamente impediti dal buio, e dalle correnti tesissime e avverse. Loro istintivamente ascoltarono il terrore che suggeriva prudenza. Tu stesso dovesti recedere – eri mezzo congelato, stremato, e anche ferito. Scegliesti di tornare: da noi, a casa, in una notte in cui casa nostra si affollò di gente, e per ragioni oscure io più volte andai alle finestre del salone a tenere d’occhio la strada di sotto, imperlata da una specie di brina sottile, resa nera e lucida da una pioggerellina battente, insidiosa, su cui le poche macchine che passavano frusciavano via, senza mai fermarsi per riportare a casa lo zio Carlo vivo. 48

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Tu passasti tutto il giorno dopo, e alcuni altri giorni ancora, sprofondato nel letto grande, che dall’estate non dividevi più con Ilaria, mia madre. Eri preda di una febbre furiosa, di incubi. Ogni nuovo arrivo, ogni visita dei tuoi molti altri fratelli, erano nel giro di un istante la speranza che fosse lo zio Carlo, riportato in salvo a casa, e la delusione che non si trattasse mai di lui. Il sistema che i carabinieri escogitarono per farci sapere che lo zio Carlo alla fine era stato raggiunto, ma era ormai solo un corpo da recuperare, consistette nell’inserire una loro comunicazione interna sulle frequenze della nostra linea telefonica. Il telefono a un dato momento squillò: uno squillo corto e frequente – segno che la telefonata era urbana, perché sulle interurbane la soneria s’incagliava: guasto misterioso iniziato nel cuore dell’estate, quando la vostra vicenda coniugale aveva incominciato a ingarbugliarsi. Mia madre Ilaria, tecnicamente ancora tua moglie,alzò il telefono e si ritrovò a origliare suo malgrado una conversazione tra un maresciallo e un appuntato che raccoglieva in caserma la comunicazione di servizio sulla conclusione della vicenda: – Il notaio è stato dichiarato ufficialmente morto, appena il magistrato dà via libera il corpo può essere restituito alla famiglia. Nel salone di casa sua, intorno al corpo composto, c’era una folla di gente, e tutta in disparte notai a un certo punto una donna avvolta in un impermeabile chiaro, e in un foulard stretto attorno alla testa come ancora si portavano – anche mia madre li portava, ma era un chiaro retaggio della moda del decennio precedente, quella incarnata da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, dettata da noi attraverso le copertine e le pagine piene di foto della rivista Arianna, di cui Ilaria aveva messo da parte parecchi numeri. Questa donna giovane e molto elegante noi non l’avevamo mai conosciuta. Gli amici di zio Carlo dicevano che era la sua ultima compagna, forse lo era da troppo poco, di certo non era una moglie – e questo automaticamente la tagliava fuori da relazioni e parentele ufficiali. Lo zio Carlo, di questo particolare aspetto, doveva essersi curato poco. Magari, a differenza di lei – che poteva averne sofferto, lui non doveva averci neppure pensato, non doveva aver riflettuto sulle conseguenze per lei di quella esclusione. Schivo com’era, doveva anche vederla poco, magari non aveva formulato ancora nessuna intenzione di conviverci o sposarla, forse non era neppure ancora certo che lei potesse diventare la sua donna per la vita, e aveva pensato di aspettare, di dar modo al destino di lavorare per lui. Invece tu, in quello stesso giro di mesi, avevi deciso, avevi scelto, e ci avevi lasciati. Quel dono, la Dunlop altrimenti preziosa, era stato uno dei tuoi ultimi atti di degnazione per me, e ammetto che ne ero rimasto davvero sorpreso: non avevo capito bene cosa dovesse significare sul fronte dei rapporti stretti fra te e me. A cosa mi autorizzavano i fatti? Quella donna sottile, così appartata e chiusa in un dolore sommesso, quasi senza lacrime: dovevo assimilarla a mia madre, chiusa anche lei nella propria dignità silenziosa, eppure piegata per essere stata privata per sempre di te; o a Lorella, che aveva al momento con te una relazione simile a quella che questa compagna straziata aveva tenuto fino a poco prima con lo zio Carlo? La questione mi pareva sleale, posta 49

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in maniera troppo ambigua per me perché avessi la forza di intuirne la risposta. Apprezzai molto, però, la signorilità con cui Lorella, non approfittò della circostanza e invece di scivolare, dimessa, intorno a te fin quasi a scomparire, non apparve neanche: ebbe il buon gusto di non farsi vedere affatto. Io riuscivo solo a fissare lo zio Carlo: il gelo che lo aveva vinto nella notte di tormenta, facendolo scivolare in un sonno consolatorio cui pure doveva aver resistito per non morire, e che dopotutto ce lo aveva perlomeno conservato integro, si stava tutto sciogliendo. La sua faccia tonda, carnosa più del solito, stillava brina, e rischiava di sgonfiarsi fino a rinsecchire. Invece il viso di Pier Paolo Pasolini, prima di finire sbriciolato, si sarebbe potuto definirlo ossuto, tutto risolto negli zigomi e nelle arcate sopracciliari, e nella profondità conseguente delle orbite. Gli occhi scuri erano bottoni perforanti, e la bocca era tagliente, un curioso incrocio di forza e dolcezza. Un volto struggente, evocato senza equivoci nei versi finali del poemetto Una Disperata Vitalità, che proprio tu mi avevi letto una sera, aprendo a bella posta quella pagina precisa dalla raccolta Poesia in Forma di Rosa, pescando il libro a istinto, andandoci dritto con le dita lunghe in mezzo a una serie infinita di altri libri stipati nella tua libreria, e che io, per evocarti visto che non eri più in circolazione per casa nostra, nei miei anni di liceo, avrei divorato in modo ingordo, curioso soprattutto di spiare tutti i segni tuoi che essi contenevano: glosse, appunti, sottolineature – fatti con una matita grossa e con la tua grafia netta, tutta punte. In realtà non me l’avevi letta affatto, quella chiusa fulminante. Avevi aperto a colpo sicuro un punto del libro che dovevi aver riguardato infinite volte, a giudicare da come quel volumetto Garzanti, esattamente in quel punto, stava per scollarsi e spaginarsi, e poi, guardando avanti a te, in un punto che sicuramente non vedevi, la recitasti a memoria – la conclusione amara e indomita: una ribellione intellettuale, tanto fiera quanto sconfitta, a quella paradossale, come la definivi tu, intervista in forma di poema, lottata con una giornalista che si era accostata al poeta spavalda, una ragazza perduta, immersa fino al collo nei guasti dell’omologazione. Proprio come poi, anni dopo, in Palombella Rossa, alla cronista alle prime armi che incalza Michele Apicella con domande banali formulate male, fitte di kitsch e cheap, lui, Michele Apicella, l’alter ego drammaturgico di Nanni Moretti, per rifarsi, e a nome di tutti noi, molla un sonoro schiaffone, profondendosi in una paternale rimasta storica nell’aforisma: Chi parla male pensa male. Nel tempo, mi sono convinto che Nanni Moretti, attraverso Michele Apicella, con quello schiaffo, abbia provveduto anche al riscatto postumo di Pasolini. Il quale, a giudicare dai versi finali dell’intervista, sempre tallonato dalla sciagurata cronista (Dio mio, ma allora cos’ha lei al suo attivo?...), si era rovesciato, schermendosi (Io?), in un balbettio, nefando, e alla fine si era lasciato vincere dallo sgomento, confluito in ipocondria: non ho preso l’optalidon, mi trema la voce / di ragazzo malato, e da una inguaribile, civilissima impotenza, nella famosa ammissione: Io? (cos’avrò mai al IO mio attivo, borghesemente parlando?:) Una disperata vitalità. 50

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Eri stato tu a farmi conoscere Pasolini, e quando il poeta morì, per assurdo tu, che da ferragosto non venivi più a casa, ti presentasti, senza parlare. Mia madre Ilaria ti aprì la porta e tu, bianco come un panno lavato, scivolasti dentro. Volevi solo stare con noi, rigorosamente senza essere consolato. Poi partisti per Roma per essere anche tu a Campo de’ Fiori a sentire le urla indignate di Moravia, a condividere lo stupore, il dolore immenso. Il tuo pianto sfinito e contenuto, per me inaspettato, un momento prima della tumulazione dello zio Carlo sotto una pioggia battente che ci sferzava da giorni, forse era anche per Pasolini – o fui io in quel momento a volerlo credere. A casa di zio Carlo, in un angolo del salone, a spiarti piangere, senza trovare il coraggio di avvicinarsi, forse perché non trovava davvero niente da dirti (e comunque per tutto il tempo io sorvegliai anche questo: se lui ti si avvicinasse o no; e per tutto il tempo che ho guardato alternativamente: te, perso nella tua disperazione trattenuta, e lui, impietrito e aggrappato alle sigarette nella nicchia che si era scelto, non l’avevo visto spostarsi mai), discreto – proprio incapace di rivolgersi a chiunque o fare saluti (sicuramente per non cadere nell’oscenità delle condoglianze: sentite cordoglianze, vi avevo sentiti ridere insieme una volta), c’era anche il tuo amico pittore, che due settimane prima, a Roma, per tutto il funerale di Pasolini, ti aveva sorretto. Un uomo alto, con gli occhi verdi, rovinato dal fumo: affumicato, ecco. Un uomo diviso, non soltanto in senso coniugale quanto in senso esistenziale. Attilio era in un gruppo di artisti che si erano affacciati sulla scena romana nei primi anni Sessanta, e tu ce ne parlavi con una passione pari a quella che mettevi in tutte le pazze imprese che periodicamente ti ubriacavano. La tua ammirazione per quest’uomo non stava solo nel fatto che fosse un pittore giovane molto quotato e un filmmaker (e qui ti mettevi a nominare Andy Warhol e la sua factory, e il circuito underground nuiorchese, e più che a tentare paragoni, ti mettevi a lodare l’andamento schivo della carriera di Attilio nel cinema, azzardando che ne fosse stato oscuro anticipatore). Tu eri ammirato del fatto che, contemporaneamente, Attilio svolgesse una comune professione nelle strutture dello Stato, che ufficialmente lavorasse come psicologo sociale: uno che, forte della sua laurea in filosofia, aveva risposto a un concorso di psicologia del lavoro indetto dalla sanità nazionale, e contro ogni sensata, e forse funesta o temuta, previsione, l’aveva vinto. Il suo lavoro consisteva nel misurare e osservare statisticamente, con scarso margine di intervento terapeutico, la ricaduta e i danni della fabbrica su campioni di lavoratori. – In questo modo, osservare l’alienazione diventa un esercizio esso stesso alienante. Così ci avevi detto a tavola una domenica che avevamo avuto Attilio a pranzo da noi. Io e Stefano giravamo le forchette lavorando ulteriormente a crema, come a me piaceva fare d’estate con le coppette di gelato (Stefano, invece, il gelato lo ingoiava sodo, certe volte massimo in due bocconi), le patate alla pulcinella che ancora fumavano, appena tolte col mestolo dalla pentola d’alluminio portata a tavola, e lasciate dilagare da Ilaria nei nostri piatti sotto lo sguardo vigile di tua madre. 51

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Le patate, molte patate, abbondanti (suddivise in tocchi minutissimi – una montagna di patate), erano state opportunamente tuffate in una grossa pentola, sempre la stessa (che negli anni doveva essersi impregnata di quell’inedito nettare), al cui fondo erano state lasciate passire due o tre cipolle tagliate fini con un trito sottile di prezzemolo in un buon dito d’olio saggiamente diluito con un fondo d’acqua (il gran segreto di cottura insegnato da tua madre a Ilaria, per evitare che i soffritti prendessero di fumo e diventassero cancri mortali): una buona presa di sale e si poteva cominciare a girare le patate con un cucchiaio di legno, e grazie al naturale rilascio di amido, lentamente, il miscuglio prendeva a sciogliersi, cominciava a amalgamarsi in un delizioso composto, sempre più vellutato, che a un certo punto andava moderato con un mezzo bicchiere di vino bianco per portare il tutto a evaporazione e farlo addensare al punto giusto, con un aspetto finale morbido e asciutto. Noi due rimestavamo in quella purea, bionda per la lavorazione lenta, stupiti come sempre, e conquistati senza riserve, da come tu ti buttavi in questo genere di discorsi, coltivando con furore questi amici che, come te, bruciavano dentro, e insieme non è una battuta ora ricordare che facevate faville – nella mia infanzia se qualcosa aveva alimentato il mio amore per te, e poi ha finito per scaldare quei ricordi continuando a incendiarmi, era questo calore diciamo persuasivo con cui tu ci lasciavi assaporare l’intensità di queste tue adesioni, il tesoro esclusivo che riuscivi a trovare e subito a custodire come un dono che, inattaccabilmente, avresti saputo conservare per sempre, mentre io, di tutto quello che mi toccava, specie dei doni della sorte, pensavo che il destino più probabile, e incombente, fosse che avrei finito per perderli. – Ma come raccogli il materiale per le statistiche, Attilio? Come sempre Ilaria, mia madre, intenta a mansioni pratiche, come servirci del buon cibo preparato con le sue mani, e non scevra da una sua filosofia in cui sapeva cucinare la sua parte intellettuale: una sorta di sguardo riflessivo che sapeva spargere su tutto con misura, con altrettanta disarmante innocenza andava al sodo, e questo ad Attilio era molto gradito: – Un mezzo sicuro e collaudato è fare interviste, metodo oramai invalso, divenuto una vera moda… – Come fa Garboli all’uscita dalle fabbriche. Ecco una tipica irruzione tua, grandiosamente tempestiva: la stura a un profluvio di racconti in massima parte di prima mano. – Intendi, Gianni, Cesare Garboli, il critico letterario? – Sì, Attilio, proprio lui: che anzi nel film appare grande, alto, imponente… – Che film? Finalmente s’era svegliato, Stefano. Bastava che sentisse odore di cinema e partiva in quarta. Certe volte inseguiva certi discorsi suoi, silenziosi, ruminazioni mentali, e finiva per vocalizzarne la coda, un paio di parole malandrine sfuggitegli di bocca, e la voce, poiché proveniva dai meandri cavernosi della mente (che continuava, si vede, come una fabbrica a macinare pensiero in forma di discorso), suonava come sfibrata, disumana: falsa come il verso di un medium. – …e gli operai intervistati, i giovani, le donne… 52

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Stavolta, però, tu, che di solito avevi quasi solo orecchi per queste sue intermittenze di fiato, non dovevi aver badato a Stefano, – …la gente comune ecco, vicino a lui sembrano creature piccole, e poi intimidite e insieme tentate dal mezzo tele… – Non sarà, Giovanni, che Pasolini, tra Garboli che è un omone e un certo taglio dell’inquadratura, avrà voluto indicare l’inferiorità della gente comune…? – Ilaria, ma Pasolini!? – Era Teorema, il film, ragazzo. Era accorso Attilio, poi, in aiuto di Stefano, intanto sballottato tra i venti opposti della conversazione che infuriava. Perché tu e Ilaria eravate finiti a discutere come da copione: non facevate che provocarvi, e battibeccare. Un meccanismo che scattava automaticamente, anche se tu sapevi benissimo che lei era intelligente, e da anni si era abbracciata la croce di dover svolgere questa funzione, in questo vostro gioco di ruolo: quella di pungolarti, di fare l’avvocato del diavolo, apposta per lasciarti dilagare coi tuoi racconti, le tue storie, le tue recite. Mia madre era la tua spalla perfetta, anche quando era stravolta di malditesta, e soggiogata, non da te ma dall’optalidon, che prendeva come l’aspirina, incurante (e non credo inconsapevole) delle palesi avvisaglie di una dipendenza praticamente acclarata – la stessa poi rinfocolata anni dopo col difmetré. Io allora credevo alle vostre liti. Osservavo con orrore l’astio che ci mettevi, la crudeltà con cui ti sfiziavi a lasciar cadere, contro di lei e su tutti noi, le tue perle, fino a che, poi, tutto si risolveva in un bel caffè di fine pranzo, e in una sana sigaretta, e voi due tornavate a farvi moine: a guardarle da fuori, contenute e castissime – in ogni caso il segnale della pace inalterata. La vostra era una messinscena orchestrata ad arte. Eppure io per anni li ho creduti bisticci veri. E nessuno mi leva dalla testa che, a vostra stessa insaputa, come due incoscienti, stavate già fornendo tutti i sintomi di qualcosa che se ne stava annidato da qualche parte, nel fondo invisibile della vostra comunicazione amorosa, e poi è saltato fuori come un pop up pirata e vi è sfuggito di mano. – Quelle interviste messe all’inizio del film sono una sorta di inchiesta che prepara il terreno oggettivo, un tessuto di dati veri: forniscono una specie di vetrino sociale acquisito con metodo scientifico, su cui poi si impianta la storia simbolica dell’imprenditore ricco dell’estraneo angelico e della santa… – Sì, Gianni, ma Ilaria dice solo che potrebbe pendere sul film il sospetto di una superiorità intellettuale… Attilio, da buon gentiluomo, aveva subito preso le parti di mia madre, lodando anche, subliminalmente, la sua intelligenza vivace. – Penso invece, vedete, che Pasolini, forte delle sue letture di De Martino, abbia mantenuto un tono coerente, che innerva tutto il film, come di uno studio antropologico condotto con asciuttezza e rigore. – Però, Gianni, devi ammettere che l’urlo finale con la corsa di Girotti nudo che torna all’umanità ancestrale è toccante, caldo… – Ma, Attilio, è come se Pasolini registrasse quell’urlo come un qualunque suono umano, un verso: il sintomo del ritorno a un’oralità primigenia… 53

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Io mi raggomitolai ancora nella sedia. Vedevo te, mio padre, talmente lanciato in questa gara esegetica che, se non fosse stato per la mobilità dei tratti del viso, che conoscevo e avevo registrato tante volte, tutte le volte che ti eri così tanto accalorato; e se non fosse stato per la familiarità dei gesti delle mani e delle braccia che si articolavano fustigate dalla passione, e non brancolanti e impazzite, come sarebbero risultate se le si fosse guardate senza audio; se non fosse stato per il fatto che eri mio padre e ti conoscevo bene e sapevo di te tutto quello che avevo imparato a sapere: ora io ti avrei temuto, come si temono i mostri fantastici – perché la tua mente geniale era passata a condurre, e tu adesso eri freddo, di ghiaccio, ed eri lontano, anzi remoto, un padre ancestrale, capace di emettere magari il suo grido animale, e divorare i figli, o dimenticarli. – Comunque la vera notizia è quella che Attilio continua a tacervi, perché lui è umile come tutti i grandi veri, non è avvelenato dal vezzo del vanto o da ansie pubblicitarie, non è uno che si batte la grancassa… Così ci raccontasti che Pasolini, un giorno, doveva essere il ’64, nel centro culturale della allora unica libreria Feltrinelli romana, al Babuino, dove si riuniva regolarmente il Gruppo ’63, guardò con interesse un’esposizione di giovani pittori della nuova avanguardia e pescò un quadro, una serigrafia – una sorta di manifestino, che lo colpì molto, e anni dopo gli parve mentale, anzi laico abbastanza, da sostituire la tipica immagine sacra posta sopra la testata del letto padronale nel film che stava girando: Teorema, appunto. Il quadro era ΝΟΥΣ (nùs), e il suo autore era proprio questo giovane pittore casertano che lavorava anche nei servizi sociali dello Stato come psicologo del lavoro: Attilio, il tuo amico fraterno. – Quel quadro incombe sul letto nella camera padronale, al cuore della grande villa dell’imprenditore infestata dall’estraneo Terence Stamp, agente d’amore e di crisi, che ha trasformato la Mangano in una ninfomane ridotta a andarsi a raccattare i ragazzi per strada: una insaziabile mangiauo… – Ma Giovanni! Piuttosto, lo sgabello poi? Ilaria stava tentando un primo, abile dirottamento, ma tu eri indubbiamente partito, stavi parlando da solo ormai, te ne andavi per conto tuo: – …ed è riuscito a ridurre questo padrone d’impresa a una povera larva spellata dall’improvvisa intuizione di una similitudine, dalla presa di coscienza di un’epifania etica ma di forte significato sociale, cioè che la società sovrastrutturale, pur evoluta, riproduce in tutto i meccanismi ancestrali per cui ogni uomo è lupo per i suoi simili… In questa curiosa forma per te lucida di logorrea, dopotutto piena per noi di mirabilia da imparare (che io infatti ho memorizzato e ricordo tuttora con precisione), Stefano, coi suoi improvvisi sussurri come vocalizzazioni di spezzoni di pensiero, a un grado pertanto meno cosciente, ti rispecchiava fedelmente. – Giovanni, ti prego! Racconta anche ad Attilio la storia dello sgabello. – Lo sgabello? Attilio era visibilmente diviso tra: l’ammirazione per te, sempre preda di questi guizzi di intelligenza che lasciavano balenare sfondi interi, e piuttosto sconfinati, di conoscenze, insospettabili dietro la tua sublime semplicità – disturbato appena, 54

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quell’incanto, da una curiosità vorace per questi serbatoi di storie, che appunto tu promettevi praticamente su tutto; e uno sguardo rapito che tradiva la lode costante per l’ennesimo tributo di devozione incrollabile fornito da Ilaria, mia madre, una esemplare abnegazione di moglie professata incessantemente verso di te: marito oltre ogni apparenza saldamente appoggiato su di lei: fatto che faceva di voi due, per l’appunto, una coppia collaudata di comici. – In Teorema, Pasolini cita direttamente da Morte di Ivan Il’jic: quando il padrone si ammala di sfinimento… di una consunzione morale in cui intuitivamente Pasolini fiuta il conflitto dell’individuo pubblico con l’individuo privato…, e non esce più ma se ne sta nascosto nella sua camera sontuosa, schiacciato dalla cattiva coscienza… per dargli sollievo, il servo gli solleva le gambe, caricandosi i piedi sulle spalle… proprio come nel racconto tolstojiano... Ci fu questo lungo momento di silenzio, in cui Attilio dovette combattere con un’emozione squassante: gli occhi verdi erano quasi liquidi, e su tutti noi si era sparsa una curiosa sospensione, che poi proprio tu sbloccasti, con l’ennesima bottiglia di rosso delle nostre vigne, più che mai pura ambrosia per i nostri spiriti tartassati. Capisco l’amore che questo amico ti porta tuttora, la sua dedizione verso di te, in tutto simile alla mia profonda affezione: filiale, e combattiva. Un giorno Attilio ti aveva proposto di andare a spiare Pasolini sul set. Si trattava di andare a Caserta, dove Pasolini stava girando alcune pose del Decameron, e tu, con mia grande sorpresa, decidesti di portarmi con te, lasciando a casa Stefano. Non ricordo proteste sue, perché è probabile che, quella volta, tu non gliel’avessi detto neppure che preferivi portare me, un bimbetto sui dieci anni, e non lui, che nei suoi tredici cominciava a essere un ragazzo lungo, già svezzato a tutti questi tuoi fuochi. Non lo so, non ti spiegasti – proprio non ponesti la questione. Portasti me, quella volta – partimmo, e basta. Caserta vecchia era un set naturale, e si era trasformata in un casino di girovaghi, e di macchine e attrezzi per girare. I vari capannelli di attori e non/attori sembrava si fossero appena incontrati in strada per scambiare chiacchiere. Tutta quella gente poi sarebbe finita sugli schermi dei cinema. Gente anonima con le facce più ordinarie che avessi mai visto. Se rivedo il film anche ora, e l’ho visto molte volte pensando che quel solo giorno di imboscamento e osservazione potesse conferirgli per me una sorta di senso di appartenenza di ritorno, in realtà non me ne sento riguardato come uno che ne ha visto girare delle scene dal vero, ha potuto assistere ad alcuni ciak, ha visto ripetere le stesse pose alcune volte (non molte – per via di una filosofia di cinema che era di Pasolini: della spontaneità, e del girato volutamente tenuto sporco). Tu e Attilio guardavate in mezzo a molti altri, che erano lì come voi a curiosare, e io stavo tra te e lui. Attilio conosceva il generoso finanziatore dell’impresa, primo film di Pasolini a poter contare su un budget consistente, da cinema vero: Bini, il produttore aviatore come lo chiamava Pasolini, non solo per le audacie di sponsor finanziario ma perché pareva proprio Francesco Baracca appena sceso dal trabiccolo volante. 55

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Tu, ogni tanto, con una delle tue mani grandi, ramificate in dita ossute e lunghe, curatissime, e per nulla ingiallite dalla nicotina benché, poco meno di Attilio, fossi un accanito fumatore, mi arpionavi il capo scomponendomi i capelli, e mi pilotavi in modo che mi spostassi con voi. Non mi tenevi per mano: ero io a ancorarmi ai tuoi pantaloni, a una gamba tua, per nascondermi – rischiando di farti inciampare, di farti rovinare a terra faccia avanti con scheggiamento dei capitelli radiali, o costringendoti a schivarmi di colpo, scartando di lato come un cestista, con distrazione senza remissione del collo del piede, e conseguente distacco parcellare del cuboide: solo due tra le tante dinamiche d’infortunio che, per causa mia, avrebbero potuto capitarti. Il poeta/regista stava valutando la luce, controllava il taglio dell’inquadratura, provava a definire la fotografia della scena che stava per essere girata. Il resto della ciurma vorticava intorno in modo così sconclusionato che persino io, che dopotutto non c’entravo niente, mi sentivo avvilito. C’erano questi spot accecanti che ogni tanto venivano accesi su un gruppetto, che cominciava a dare di matto, almeno a me pareva così. Poi gli spot venivano spenti, e tutto si rimescolava in modo anonimo e insignificante. In quella gran bolgia, l’unica immagine che davvero folgorasse tutto era il viso spigoloso e mite del poeta, quei suoi occhi fissi, due bottoni neri, in cui guizzava un curioso lampo, molto vivo, e l’unico suono prevalente in tutto quel brusio assordante era la sua voce dolce, che per qualche oscura legge fisica si era scavata un suo canale preferenziale, e forando l’etere arrivava fino a me, netta benché sommessa. Tenere insieme quel circo di matti non doveva essere per niente uno scherzo. A me il poeta apparve subito tranquillo e stremato. La sua dolcezza era incomparabile. Spiegava tutto a tutti con una tale precisione: un linguaggio pieno, concettualmente denso per indicare il senso della scena, cioè, naturalmente, come la scena dovesse essere girata per veicolare il senso preciso di essa da lui precisamente individuato, e che relazione avesse con l’opera boccacciana da cui era tratta (sembrava davvero il professore di Lettere che ti racconta le peripezie napoletane di Andreuccio da Perugia, oppure ti prefigura le sbruffonerie del mugnaio narrate da Sir Goffredo). Ascoltare, e di straforo, tutta questa pienezza espressiva (dei cui dettagli non ho serbato ricordo perché forse ero troppo piccolo per comprenderli, mentre era chiaro, e infatti mi è rimasto solo, il senso di arricchimento da cui mi sentivo irresistibilmente riempire, come stessi bevendo a una fonte d’acqua fresca che mi gonfiava, certo, ma da cui non potevo mai saziarmi e non intendevo smettere di bere), equivaleva davvero a darmi un pieno di vita, e fu una vera ubriacatura: difatti io cominciai a sentirmi stordito, terribilmente stanco. Lui invece, il poeta/regista, PierPaolo Pasolini, era instancabile. Continuava a indicare a tutti, attori e maestranze, cosa si dovesse ottenere, e poi avrebbe dovuto rifare lo stesso per tutte le altre scene successive, e tutti gli altri giorni, consegnando tutta quella meraviglia di significati e senso e volontà e lessico a tutta quella gente. Se qualcuno con una telecamera avesse girato quel backstage, passando su quei volti e catturando gli stupori, e i sorrisi di godimento, e gli occhi rossi di commozione, di 56

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tutti quegli strani astanti, avrebbe potuto testimoniare, ben prima e più autenticamente dei falsi dietro–le–quinte che si usa girare ora, nei quali tutti sono consapevoli i essere spiati e nessuno si mostra affatto con naturalezza, come tutti qui davvero pendessero dalle labbra del poeta/padre/affabulatore, e come lui costituisse per loro tutto il loro mondo – in quei giorni e chissà per quanto a lungo ancora nelle loro vite. Tutti loro, lì per lì, erano visibilmente stregati da quest’arte affabulatoria, eppure al momento di mettere in atto tutta quella magia avrebbero loro malgrado svilito tutto, diminuito tutto di grado, e il girato sarebbe inevitabilmente risultato compromesso con l’autenticità grezza della vita vera. Ma era proprio questo che il poeta desiderava: caricare a molla i suoi attori, e farli poi pascolare sulla scena, agendo secondo quanto erano riusciti a propria misura a metabolizzare. E il processo andava riattivato da zero tutte le volte. Perciò il poeta avrebbe ripetuto tutto daccapo, ogni volta, infaticabilmente: in effetti, era questo il fatto spiazzante. Anche tu e Attilio, sentivo che non facevate che dirvelo. Il caos che infestava il set era un elefante indomabile, e il poeta a un certo punto doveva pur tirare le redini, e dirigerlo in qualche comprensibile direzione, ma era evidentemente titanica l’impresa di avere ragione di queste mini masse sparse, che bisognava pur aggregare per girare la scena di turno – intanto Ninetto Davoli, già pronto nei panni di Andreuccio da Perugia a ricevere la sua razioni di feci e urina da un cantaro, svuotato in strada all’alba come usava nelle città medievali, sparava le sue proverbiali gragnuole di vaffanculo e sto’nfame all’indirizzo di Franco Citti, che dal canto suo restituiva tutto con gl’interessi, e tutti e due erano circondati dalle risate grasse, popolaresche, della loro combriccola, al cui centro brillava come sempre Laura Betti, l’unica donna che abbia mai amato il poeta davvero sapendo per sempre di non poterlo amare. Lui, il poeta, non si perse mai d’animo – solo una volta lo sentimmo sbottare in un mite, – Ma…insomma! – Pierpaolo era ’nu dio ’e pasienza, concluse Attilio. – Pasolini ha dimostrato di avere la stoffa del cineasta, a suo agio a navigare in quel casino... E poi aveva il gusto dell’immagine, il culto dei particolari minimi, della strutturazione accurata… anche se si è mosso nella direzione opposta a Visconti. Avresti mai potuto rinunciare a dirci la tua a tavola quella domenica?, (parlandone, in realtà, esclusivamente con Attilio e tenendo fuori dal dono di quella osservazione così brillante persino Ilaria, mia madre). – Bè però, Gianni, non dimentichiamoci che Visconti ha fatto quel film straordinario che è Rocco e i suoi Fratelli, manifesto del neorealismo… – In effetti proprio questo è curioso, Attilio, e cioè che, essendo partiti entrambi dal neorealismo come sorta di comune scuola dello sguardo, poi si sono mossi ciascuno all’opposto: Visconti si è avventurato in un cinema aristocratico sempre più sontuoso, mentre Pasolini, anche lui intento a una precisione maniacale nel rendere il vero, approda a un’estetica negativa, una cura del brutto e del deforme che vuole veicolare l’oggettiva brutalità della vita, la sua ordinaria violenza e bruttezza… Non è neppure 57

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più questione di neorealismo ma di indagine antropologica. Pasolini trova il movente delle sue notti folli: il sesso come strumento di conoscenza… Ascoltarti era semplicemente una faccenda di rapimenti. – Per giorni interi, a Caserta vecchia, il poeta attese quel rapido e lentissimo passaggio che è il crepuscolo, quel pigro declinare della luce, un’ora magica in cui tutto si confonde, l’ora peggiore per esempio per mettersi a guidare, un’ora ingannatrice dal cui grembo tutto si può generare, anche i fantasmi. Ogni benedetta sera, aspettando quella misteriosa visione, il click del suo desiderio – si vede, il poeta fece predisporre il set per catturare quel miracolo, senza mai stancarsi. Ogni sera qualcosa sporcava la limpidezza di quel momento straordinario, e ogni sera la speranza di quel prodigio tramontava: il set veniva smontato, e tutto era rimandato al giorno dopo. Mite e ostinato, ogni sera PPP sapeva guidare le maestranze con la sua gentilezza. Con la civiltà della propria affabulazione, imponeva sorridente il rimontaggio del set all’inseguimento di quel solo istante di luce in cui, in un silenzio di sgomento, il sentimento incominciasse a parlargli… Tu e Attilio eravate tornati molte volte a osservare quel prodigio, senza me o Stefano, voi due soli, fino a che l’incanto non si era manifestato, e non era stato rubato per sempre. Guardando la faccia dello zio Carlo, ancora smisuratamente gonfia ma già prossima a ridursi a rotondità familiari, io avevo pensato per contrappasso alla faccia angolare di Pasolini, che i suoi massacratori avevano cancellato letteralmente passandoci sopra con la sua Giulietta coupé giallo uovo. Tra queste due morti erano intercorse appena due settimane: a fortnight, avrei imparato l’anno dopo dalle parti di Wallsend da Ian, mio coetaneo, e da suo fratello Matt, molto più grande di noi e curiosamente da subito mio vero amico per la pelle, per via della musica. Tu questi due lutti tuoi avevi scelto di dividerli con noi e con nessun altro. Poi eri regolarmente sparito.

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2. Prove tecniche di carisma: al tramonto dei maestri, una perla rifulge al centro di un triangolo isoscele.

Il maestro Reale mi aspettava in campo col mio avversario. Mi aveva esaminato un pomeriggio presto insieme a tutti gli altri ragazzini, due mesi giusti prima che Pasolini e lo zio Carlo finissero congelati per sempre nel mito dalla sorte. Mi aveva semplicemente chiesto di camminare, e io avevo subito sospettato che anche lui volesse squadrarmi da dietro – proprio come Luciano, questo ragazzo di Terza Liceo che ora, per un caso balordo, dopo tre anni, mi ritrovo davanti nientemeno che nella prima finale di torneo della mia vita. Questo Luciano, un giorno, a ricreazione, di punto in bianco, mi aveva intimato, – Cammina un po’, tu!? Là, avanti, verso il canzonettaro, intendendo il poeta che dava il nome al liceo (e mio fratello Stefano chiamava il poeta–water), e intanto mi passava in rassegna la pelvi, magari pensando a Elvis, sotto gli occhi ebbri di ridicolo per me dei miei amici, e io pensai nell’ordine: 1. che quello stesse facendo progetti su di me; 2. che i miei amici erano dei gran bastardi; 3. che era peggio che se fossi stato nudo, nonostante quella volta avessi addosso persino il cappotto, per il gran freddo che, come da tradizione, stava funestando la nostra plurale odissea scolastica (per la verità nel cappotto quella volta mi ci ero rimboccato dentro apposta, e dalle tasche, con le mani, mi ritrovai a pararmi i genitali, come gli uomini della barriera prima che venga battuta la punizione – anche se pareva che in quel momento non fossero esattamente loro la sede prima del desiderio); 4. e che qui si stava tentando di mettermi in mezzo. – Non me ne tiene, sbottai, e li piantai in asso tutti quanti. Poi Piero mi svelò che quel tentativo gaglioffo di letterale presa per il culo e di relativo sputtanamento doveva esser stato un dispetto a mio fratello – per via di Laura: perché pareva che, a Luciano, Stefano, in quegli stessi giorni, in quelle stesse ore, stesse provando a soffiarla. – A me serve di vedere come cammini: solo due passi, mi aveva detto Reale. Gli occhi erano troppo buoni, il prognatismo troppo innocente per nascondere sogni osceni. Quella volta mi sono prestato, gli sono andato incontro, lungo lungo e lento, il bacino stretto dentro a un paio di calzoncini corti: sostanzialmente in mutande. Mi ero presentato svestito da tennis come tutti, ma non mi ero sentito nudo. – Vedete ragazzi? Difatti m’era parso!, ha detto Reale rivolto agli altri, schiumanti. – T’ho visto subito, tu sciài le gambe, il fisico, la camminata proprio del tennista, 59

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precisò Reale, incerto tra i toscanismi assorbiti nei lunghi anni di corso al Ciocco e un’inflessione romanesca appena strascicata frutto del più recente corso di addestramento da maestro portato a termine al Foro Italico sotto la diretta supervisione di Nicola Pietrangeli. Io allora ero un pallavolista, appena inserito nella squadra della città, militante in B, dopo anni di tornei estivi giù in spiaggia. Luciano, invece, mio attuale avversario, già da qualche anno era in prima squadra con Mario e Pasquale, che portavano stampato in faccia come un marchio lo stesso sorriso – identici in questo al loro padre, il tuo amico medico: tutti e tre esibivano questa maschera gagliarda, fissa, che invitava all’ottimismo, mentre un loro terzo fratello, più piccolo anche fisicamente, doveva aver preso della madre, una donna con un viso scuro, una brava persona priva di sorriso. Tutti insieme facevano una famiglia spaccata in due: il padre e i due figli maggiori obbligati dalla propria anatomia a risultare sorridenti di una smorfia fessa, la madre e il terzo e ultimo figlio, per la ragione identica ma di segno inverso, marchiati da una serietà sempre sull’orlo di farsi tristezza, e loro malgrado respingenti. Per esempio, già le prime volte che avevo visto Mario e Pasquale giocare nelle partite di campionato, al Palazzetto dello Sport addossato ai campi da tennis del circolo (ci ero stato trascinato da Stefano, che era loro coetaneo ma del volley non aveva voluto saperne – e poi da che s’era messo di mezzo Luciano, cioè fin da subito, aveva pensato bene di starsene a distanza di sicurezza), vederli entrare in campo per me era uno spettacolo. Avevo notato subito un loro modo di scaldare il pubblico e galvanizzare la squadra col carisma della sola presenza: una sorta di autorevolezza per default consistente nell’intreccio dei visi aperti e positivi e dei corpi scattanti, perfetti nei movimenti plastici, anche al di fuori dei gesti agonistici. È a loro che mi ispirai, quando entrai in squadra e li ebbi compagni maggiori, per inventare una sorta di ingresso coreografico, che perfezionai in una specie di squadernamento laterale in grande stile: la formazione, al dispiegamento dimostrativo delle mie braccia, prima l’una poi l’altra, si sarebbe aperta in due ali, in perfetta sincronia col mio sguardo metallico che avrebbe abbracciato i due ordini di spalti gremiti di pubblico. Ogni volta che ripetevo questo trucco, gli spettatori restavano inchiodati: prima ammutolivano di sorpresa, scavati dallo stupore, poi, addomesticati dalla carezza dei miei fari grigiochiari, erano definitivamente conquistati e finivano per scoppiare in un visibilio incontenibile per me, cosicché io, posizionato esattamente al centro della nostra metà campo, rifulgevo come la perla nascosta, il tesoro custodito, il premio finale, la stella capace di prodigi mai visti, l’eroe che avrebbe pilotato la squadra fino alla serie A. Salvo rinunciare poi a gustarne i frutti: le grandi partite, i palazzetti prestigiosi, i successi strepitosi: tutto a portata di mano, ma per me, una volta conseguita la meta, tutto il resto, the_aftermath, come imparai da Matt, cioè ciò_che_(con)segue, o che si raccoglie, non avrebbe avuto più nulla di attraente. Mi

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sarei subito distratto verso la mia nuova avventura: verso il Foro Italico, in veste di sparring partner di lusso della squadra di Davis. Stefano come sai era bravo al pallone, e poi giocava sempre a calcetto, e in quelle partitelle serali spesso si era ritrovato con Luciano: il più delle volte avendolo contro, qualche rara volta ritrovandoselo invece tra le scatole in queste formazioni ballerine tutte impostate sulle assenze. Luciano, che era uno che giocava sporco, tirava dritto agli stinchi, atterrava senza pietà. Certo mettersi a fare sgambetti a uno che sta in squadra con te è da pazzi, ma lui, Stefano, una sera, l’aveva massacrato di botte. Stavano dalla stessa parte eppure Luciano, appena si creava qualche parapiglia, o nei momenti a gioco fermo, che a calcetto sono più che altro spiragli di fiacca o sbocchi di distrazione, mollava certe stangate, talmente assurde – proprio, che mio fratello all’inizio si rassegnò altrettanto assurdamente a incassarle, emettendo solo qualche lamento perplesso per lo stupore: senza reagire. A un certo punto, Stefano restò così sopraffatto dal paradosso che, all’ennesima botta, si rivoltò come una iena. Luciano non doveva aver aspettato altro: l’aveva provocato tutto il tempo, sperando che Stefano ingaggiasse con lui una rissa furiosa, in cui ognuno dei due poi mise tutta una serie di intenzioni sedimentate in una pace fredda che datava indietro a chissà quando. Il massacro fu rapido e devastante. Separarli richiese parecchi di noi, e ognuno si beccò la propria razione di botte di riporto. Piero, da bravo cuordileone, si limitò a gemere mentre seguiva con apprensione la scena dello scazzottamento, e a strapparsi da solo la carne di faccia, perlopiù figuratamene. Fui io a darmi da fare parecchio, giustamente in veste di fratello minore. Più che altro tentai in tutti i modi di agguantare Luciano: progettavo di agganciargli le caviglie e capovolgerlo, come si fa coi cani per privarli dell’appoggio/leva delle zampe posteriori. Io di Luciano fino ad allora avevo sentito quasi solo parlare, piuttosto sinistramente, mentre con lui in persona ero venuto in promiscuità appena tangenziale quell’unica, famosa volta della sua richiesta balorda di mostrargli come camminavo. Il mio tentativo, piuttosto forsennato in quel momento, fu di staccare le sue sporche grinfie di dosso a mio fratello, il quale per conto suo ci dava dentro di matto, e a un certo punto, in preda a un furore incontenibile, colpì me. Io caddi all’indietro: finii steso, e fu allora che la rissa risultò di fatto sedata – grazie al classico fatto nuovo. E il fatto nuovo che funzionò da interruttore imprevisto fu che ci andasse di mezzo qualcun altro, e cioè nella fattispecie: io. Mi toccai un labbro e sentii che, oltre allo spargersi del sapore dolciastro in bocca e di qualcosa di caldo che aveva preso a colare fuori, sul mento e lungo il collo, il volume del labbro tendeva a aumentare vertiginosamente. Mio fratello, che per tutto il tempo che s’era prodigato in botte non aveva emesso suono (come zitto e intento era rimasto il suo avversario: segno che non dovessero necessariamente spiegarsi le ragioni di quel marasma, semplicemente era venuto il 61

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momento di darsele una volta per tutte), mi fu subito intorno, e con la voce squassata dalla preoccupazione mi fece, rabbioso, – Fa’ vedere che ti sei fatto, Mauro. Qua! Fammi vedere! Qualcosa avrei gradito vedere pure io, ma specialmente il visus dell’occhio sinistro era piuttosto appannato, così io per scostare il velo adoperai la mano che fino a un attimo prima aveva tamponato disperatamente il labbro e un po’ tutta la bocca con l’incresciosa percezione di continuare a sentirla gonfiare esponenzialmente a velocità allarmante. Finii per impiastricciarmi tutto di sangue. Ma questo incidente in particolare non mi ingannò affatto: io non ci vedevo proprio perché sgorgava sangue anche da lì, dagli occhi. A un certo punto, pensai anche che stropicciandomi l’occhio vigorosamente, se il bulbo si era appeso fuori, forse l’avevo già spiaccicato, e sparso per tutta la faccia, e i soccorritori si sarebbero trovati a pulire via pezzi di sostanza bianca non cerebrale, e a dover tentare di indovinare dove fosse finita la pupilla messi in seria difficoltà dal dato oggettivo che l’iride grigiochiara, cui dovevo il mio sguardo magnetico (di ghiaccio – per i più agghiacciante), si sarebbe facilmente confusa col pallore grigio che, dopo tanto sanguinare, molto plausibilmente, doveva aver preso il sopravvento, nel frattempo, sul colorito slavato, che allora mi era naturale. Su questo specifico aspetto delle sciagure e degl’incidenti si riflette sempre poco: sullo stato d’animo dei soccorritori, intendo, che devono affrontare le conseguenze delle devastazioni più bislacche, reggere la vista di corpi smembrati e, quel che è peggio, recuperare i pezzi in giro per adoperarsi a rimetterli insieme. Chi soccorre i soccorritori? A me è capitato di fare un lungo tirocinio sulle ambulanze la notte, prima di imbarcarmi da anestesista sulle unità coronariche, e ho affrontato qualche disastro, tipo la ricognizione di arti sparsi in un’area estesa tutta intorno quanto il cerchio descritto dalla forza centripeta innescata da un impatto. E cosa ho fatto? Ho allenato la mia formazione semeiotica: sulla classificazione fredda dei segni, nessuno escluso, chiamati a identificare con ogni evidenza lo sparpagliamento avvenuto; e sulla valutazione obiettiva di ciascun orrore, e delle singole sezioni costituenti. E già questo conduceva a un utile: l’individuazione, anche frenetica, delle tecniche buone a riappiccicare le frazioni, a ricostruire il tutto unico – senza lasciare margine alla pena, o al raccapriccio: mettendo bene in fila le azioni da eseguire, nell’ordine preciso, quello e nessun altro, salvo diversa indicazione di priorità. È l’unico modo per aiutare, e non precipitare nella disperazione. Ecco una lezione che ho imparato da Piergiorgio, ogni volta che si degnava di elargirci le sue nevrotiche perle di patologia medica, e io e Sergio ci stipavamo nei sedili tarlati dell’aula semicircolare facendo blocco con tutti gli altri per provare a mimetizzarci più che ci riusciva (al corso per questo esame del quarto anno saremo stati in tutto una sessantina essendo partiti al primo anno in quattromila: eravamo i 62

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superstiti di una carneficina che avrebbe continuato a falciare anime fino all’ultimo, e a laurearci, poi, nei sei anni, fummo solo in duecento, e ovviamente non avevamo risolto ancora niente). Il fatto imbarazzante era che Piergiorgio, o come da un certo momento in poi presi a chiamarlo io: Pier, quando non delegava la rogna delle lezioni al suo arcigno replicante Filippo Colabava, che per l’appunto schiumava saliva come le belve vere, si divertiva a convocarci alla cattedra e a farci domande. Come Bernardino al liceo. Anche da Bernardino ho imparato molto, direi tutto, sulla chimica organica e inorganica, ma era indubbiamente un uomo che faceva paura. C’era qualcosa di sleale nel suo modo di porsi, nell’uso scriteriato che faceva per esempio del proprio potere di docente e di adulto. Il gusto, per dire, con cui ricattava gli asini, designati tali da lui pregiudizialmente, e come tali esposti senza remissione al ridicolo, destinandoli a spaccare minerali, – …uuuh! (che era contemporaneamente: un ululato sinistro e un lungo, sonoro sbadiglio) – i miei spaccapietre!, promettendo loro ciò che mai avrebbe mantenuto: la sufficienza d’ufficio. O l’abilità con cui, mostrando i testi a tutti noi col videoproiettore e sfruttando la solennità invocata sul momento col buio in aula, si faceva tradurre da me pezzi interi di volumi specialistici americani o inglesi, che gli servivano per le sue ricerche (Bernardino era assistente alla Sapienza alla facoltà di Geologia presso l’Istituto di Mineralogia), con la scusa di voler verificare quanto, da un anno all’altro, fosse migliorato il mio inglese, perché sapeva che tu mi spedivi in vacanza in famiglia tutte le estati. Sarà stata magari anche la frustrazione per essere un insegnante di liceo che prestava il suo genio gratis a una facoltà universitaria, in cui per forza di cose non avrebbe mai fatto carriera; sarà stato, come chiacchiera voleva, che mai al mondo sarebbe diventato un superdocente, una star della Sapienza (che magari anche lui, con tutta la sua ruvidezza, coltivava come sogno umano) – certo era un fatto che anche lui faceva spedizioni in quota per andare a reperire i preziosi reperti minerali, che poi finivano regolarmente polverizzati a colpi maldestri di pestello nel mortaio da quei suoi alunni ciucci, e anche lui (benché con nessuna adesione umana ma solo per promiscuità utile) pascolava come te per montagne con le comitive del CAI; oppure si avviava da solo, seguito dall’unico figlio, il suo bambino dolcissimo, che gli scodinzolava dietro, fiero e idolatro, come tutti i figli di cane. Bernardino era bruciato da una rabbia che a volte lo inchiodava. Era atterrito dal dilagare dell’ovvietà, e da come i rapporti falsi che la gente instaurava tacitamente fossero tutti giocati sull’assenza di cuore, o meglio su un cinismo letterale: l’essere cani, o lupi, gli uni verso gli altri. Allora gli veniva la voglia irresistibile di scoprire le carte: un errore che nessun giocatore di carte fa mai. Imbrogliarle, le carte, ma scoprirle mai.

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Sarà stato per questo che, una mattina che girava per colline, solo (era il giorno libero a scuola, un giorno feriale, e suo figlio era regolarmente in classe, vicino casa, dalle suore), mentre recuperava reperti minerali per le sue modeste ricerche (magari covando in cuor suo l’aspirazione al Nobel) e per i suoi spaccapietre, abbigliato come un partigiano, o forse come un repubblichino, a un certo punto si ritrovò braccato da tre carabinieri, – Documenti! Lui cominciò subito a ironizzare (assolutamente NON da par suo), – Agenda! … documenda: agenda…, come da infame barzelletta – una caduta di stile inattesa, imperdonabile. – Poche storie: ci mostri i documenti. Il capitano era giovane e teso, un ragazzo pulito, volitivo. Bernardino fu subito colto dal desiderio della sfida civile, della rivolta del singolo cittadino verso l’istituzione che invece di tutelarlo gli stava mostrando la propria maschera autoritaria. – Non li ho al momento. Non li porto mai con me. Lo disse senza modestia, senza rispetto: mise insieme la faccia da schiaffi migliore che gli fosse riuscito aggiustare in tanti anni di pratica costante. – Bè, non si mette bene per lei, ne conviene? Il capitano era bello e determinato, sapeva parlare in barba a tutte le storie che circolavano su come i carabinieri parlassero e redigessero i verbali. – Declini, prego, le sue generalità. Gargiulo, prenda nota... – Faccio rapporto, capita’? – Prenda nota! Il capitano fulminò l’appuntato Gargiulo, poi guardò intensamente i suoi, tutti, uno dopo l’altro, senza fiatare. Era salito lassù con sette uomini. Gli altri quattro intanto erano saltati fuori da dietro le quinte rocciose chissà come. Questo qui aveva le palle, e un certo stile, forse carisma. Bernardino pensò istantaneamente che questo capitano non aveva nulla a che fare con le forze dell’ordine figli di povera gente che avevano riscosso la considerazione del polemista Pasolini negli articoli degli ultimi anni sul Corriere della Sera, anche se il poeta si riferiva precisamente ai celerini antisommossa, i poliziotti che anni prima erano stati mandati allo sbaraglio nelle guerriglie di Valle Giulia. – Professione? Bernardino esitò trattenuto dalla folla di mestieri che svolgeva: poi, alla fine, – Insegnante, rispose, e fu subito colto da avvilimento, perché le corazze di orgoglio inossidabile dentro cui viveva tumulato da anni gl’impedivano di fare adesso marketing di se stesso, e cioè di cominciare a sciorinare i due o tre interessi professionali forti che lo motivavano (per la verità a stento) a stare al mondo. – Cosa insegna? – …è la fine… (si ritrovò a mormorare, Bernardino, suo malgrado). – Come, prego? Bernardino ammutolì e passò dalla baldanza a una mitezza sottomessa, 64

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– Chimica al liceo, e poi collaboro a Mineralogia: facoltà di Geologia, La Sapienza. – Perché è qui? Chi deve incontrare? In quale gruppo opera? Stavolta il capitano, come dicono ’sti poveri queruli romani, aveva proprio toppato: troppo sicuro di sé, scivolò maldestramente mettendosi a fare una patetica esibizione di forza. Era passato alla vessazione? (Peccato, pensò Bernardino, ora vedi, bello...) – Fa bene allora la gente a raccontare barzellette su di voi… Il vero problema di Bernardino era questa irriducibilità rabbiosa, sempre pronta a farlo rivoltare con le stesse inconsulte intermittenze di un ubriaco, o di un drogato. – A domanda, risponda! – Anzi fanno bene le Brigate Rosse a sparare… L’intera pattuglia gli fu subito addosso, – …servi del sistema, gendarmi del potere…, mentre Gargiulo su ordine muto e perentorio del capitano, – …nemici del popolooo…, gli fece scattare le manette ai polsi, – …fanno bene le Brigate Rosse a spararvi negli stinchi, a gambizzarvi… 0ddìo! Se qualcuno fosse sopraggiunto sul posto una decina di minuti dopo, avrebbe notato che, in un certo angolo, si erano sparpagliate numerosissime rocce di vario calibro, e alcune s’erano pure spaccate o frantumate o sbriciolate: per l’impatto, dopo che due carabinieri ebbero strappato lo zaino dalle mani incatenate del reo, rappresentabile come nei rebus nella Settimana Enigmistica, e l’ebbero svuotato a terra, lasciando che venisse giù anche la busta di plastica, lenta e mezza sbrindellata, in cui Bernardino aveva radunato il suo curioso bottino. Le pietre, per ragioni oscure, rappresentarono un’aggravante straordinaria. Quando quel povero tesoro fu svelato, perdendo subito valore, cioè tornando polvere nella polvere, fu come se la figura di Bernardino rifulgesse di ben diversi orrori: come se, invece di polveri grigie, fossero saltate fuori membra umane, i resti osceni di qualche assassinio. Tutto assunse tinte folli. Il capitano vide in Bernardino l’immagine spiccicata del cattivo maestro, che magari plagia gli studenti, e a scuola fa politica. Soprattutto ebbe la sinistra intuizione che Bernardino potesse nascondere una seconda vita, e fosse una cellula terrorista pronta a operare col gruppo, come aveva detto pochi quadri prima. I carabinieri lo portarono via, gli lessero i suoi diritti e gli dissero che sarebbe stato preferibile non fare dichiarazioni, per non dire cose di cui si sarebbe potuto pentire: era la formula di rito, ma, vista la folle inclinazione di Bernardino a tirarsi la zappa sui piedi, mai avvertimento fu più indicato. Aveva diritto a una sola telefonata: moglie o avvocato? Siccome era un cuore nero, Bernardino, chiamare la moglie non deve essergli neppure venuto in mente. Non avrà pensato a niente di tenero: né al figliolino che doveva essere ancora a scuola dalle suore, né a cosa avrebbe detto adesso suo padre, il vecchio professore di Lettere che in prima media mi aveva inculcato la cura dei libri e la curiosità per la preistoria, né a 65

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quella creatura paziente, direi devota, sua moglie, la dolcissima Marta, colei che se lo sorbiva a casa e nel letto, non so davvero come: Marta che noi tutti conoscemmo, un giorno, durante gli esami di maturità, per un inaspettato sprazzo di familiarità con Bernardino, minosse interno in una commissione di cerberi tutti estranei. Meno male, niente cuore tenero: solo una sdegnosa telefonata al tuo amico Renato, penalista abile abituato ai criminali veri. Il fermo per apologia di reato non fu mai trasformato in arresto perché a Renato bastò sbrogliare la matassa, neppure fittissima, degli equivoci, e il caso si sgonfiò da solo. E il colmo fu che il capitano, senza troppo smascherarsi, con un sorriso lieve che gl’illuminò appena il bel viso pulito, corredato da una barbetta autorevole che doveva conferirgli sovranità morale da adulto essendo lui un ufficiale giovanissimo, non solo accondiscese subito a restituire Bernardino alla propria ordinaria disperazione di comune cittadino, ma mostrò lui stesso d’aver (pesantemente) scherzato infliggendo poche ore di vero terrore a un povero adulto sbruffone come un bambino delle medie. In serata Bernardino tornò a piede libero, e, purtroppo per noi, il giorno dopo era regolarmente rintanato nel suo laboratorio, come un ragno che se ne sta al centro della tela e aspetta con pazienza le sue mosche. Noi, infatti, soggiogati dalla sua crudeltà perversa, quindi immemori di tutte le nostre istanze ribelliste – bloccati dall’impossibilità di qualunque forma di relazione con questo orso, non esitammo a spostarci spontaneamente dalla nostra aula all’antro del mostro. Questo nostro obbedire, anche fisicamente, con questa transumanza, per noi non era neppure da mettere in discussione – andavamo a farci massacrare senza esitazione. Questa palese e irrimediabile contraddizione, la lotta generosa tutta nei nostri cuori tra il desiderio di batterci per ciò che era giusto e uno schiacciante senso del dovere, era la nostra etica, la nostra idea di politica, e la prova lampante del temperamento drammatico della mia generazione. Bernardino godeva a tenerci sul filo di lama della tensione, anche lui (come Pier anni dopo durante le lezioni di Patologia Medica) in un’aula semicircolare, con ordini di sedili e banchi in legno massello. Gli unici rapporti umani che avesse erano quelli disastrosi con la collega di matematica e fisica chiamata con disprezzo per nome, – Angela!, Bernardino non faceva che calunniarla sapendo che, per gravi ragioni private, lei aveva perso ogni interesse nell’insegnamento: Angela, come lo sentivamo sempre apostrofarla, tirava letteralmente a campare, salvo dare di matto quando svolgeva alla lavagna equazioni e disequazioni, e come presa da un raptus incontrollabile cominciava a riempire i lati del macigno girevole facendolo vorticare come un agile modulo continuo. La nostra cara Angela lo sfruttò così tanto che qualcosa nel rozzo marchingegno a sostegno della lastra antracite un giorno cedette, e mentre lei torturava due di noi su un sistema cervellotico, la lavagna scivolò sui piedi dei due poveretti prima di rovinare a terra. I due presero a torcersi subito, e parecchio, ma Angela era così presa dalla soluzione del sistema che ignorò i loro lamenti per interpellare, con gli occhi lucidi di schizofrenica commozione, i suoi pupilli, Betty e Raffaele, e quando si degnò di nuovo di posare sui due feriti occhi visibilmente ciechi (rivolti all’interno 66

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come dovevano essere per contemplare qualche sua galoppata cerebrale dietro a calcoli e teoremi) pretese che i due, coi metacarpi di entrambi i piedi probabilmente fratturati: con esiti altrettanto probabilmente scomposti, si mettessero subito a eseguire i procedimenti di semplificazione algebrica, ognuno su un lato della lavagna, caduta e scheggiata in più punti come le loro povere ossa. Destavano entrambi terrori assimilabili, per il buio dell’anima che evocavano, però in una cosa Bernardino e Angela erano radicalmente diversi: lui non ti guardava neppure, perciò ti salvavi almeno dal dover sostenere il suo sguardo; lei non ti vedeva proprio – antesignana come risultò del gentilissimo ufficiale austriaco delle SS, interpretato, anni dopo, da Horst Bucholz, nel capolavoro di Benigni La Vita È Bella: l’ex ospite del grand hotel che sfidava Benigni/Guido Orefice (affezionato cameriere) nella perenne gara di indovinelli inumani. C’è poco da fare: il cinema è facce – e c’è una sequenza mirabile, in quel film, forse la più significativa in assoluto, in cui i due: la belva austriaca, senza ombra di calore umano, e il servo ebreo, sgomento appena coglie l’indifferenza dell’altro, eseguono una staffetta, in un PPSS (Primo Piano strettiSSimo), presso un imponente camino (!), posto al centro della elegante mensa per gli ufficiali nel cuore del lager, dove le SS, mentre fuori è l’inferno, mangiano prelibatezze con mogli e figli (tra i quali col sotterfugio Guido Orefice è riuscito a inserire il proprio delicatissimo bimbo, impartendogli dolcemente di non parlare per non tradirsi), e ciascuno, per la propria parte, illustra le radici e l’irreversibilità della tragedia. A Filippo Colabava, assistente favorito dell’insigne cattedratico del corso di Patologia Medica al Policlinico Umberto I / La Sapienza, professor Pier Giorgio Rodi Leoni, si poteva ascrivere qualcosa di simile all’ottusità di cuore di Angela/Bucholz, specie quando si sfiziava a tormentarci nelle esercitazioni, interrogandoci come fossimo una superclasse di liceo, e sfoderava le sue migliori imitazioni del capo, di tutte le sue nevrosi e le sue idiosincrasie. Piergiorgio, il capo appunto (che fui appunto autorizzato a chiamare Pier, una volta diventato, dall’estate dell’82, pur te vivente e circolante, mio padre putativo, quando ormai i disastri previsti dal copione di questa storia erano già accaduti), solo fino a un momento prima che mi sedessi davanti a lui per sostenere l’esame (vero banco di prova a Medicina: il primo di una lunga serie, tutta concentrata nel IV anno), per me come per tutti era ancora il barone pazzo e irascibile, di cui tutti fantasticavano: un istrione dedito al cortese sterminio dei suoi studenti. Pier era quello delle frasi celebri: aforismi pedagogici, in genere di contenuto clinico, tipo: L’omento è una gualdrappa, che allude al sacco/membrana che tiene insieme i grandi organi addominali; oppure moniti da grande medico, come: Il chirurgo pietoso fa la piaga purulenta, che era pure una bella allitterazione. Nel suo cuore nero, Pier non era riuscito a seppellire del tutto vaghe accensioni poetiche, benché lavorasse con tenacia a mascherarle sotto queste perle che certe volte erano luoghi comuni, detti popolari, ma pur sempre piccole verità. Resta sacrosanto il fatto che fermarsi a compatire un ferito non serve nemmeno a consolarlo: lo ammazza e basta. Dunque ora, poiché mio fratello e compari, quando si 67

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mettevano a giocare i loro tornei di calcetto, facevano sul serio, e avevano sempre un medico a tiro, apparve d’incanto proprio il padre di Mario e Pasquale, e subito dopo anche il padre di Marco e Laura, e tutti e due si misero a vedere che avevo. Con quella specie di bottiglia di detergente miracoloso, di quelle che si vedono anche sui campi di calcio di serie A, mi restituirono per un attimo la vista: il padre di Marco e Laura, il tuo amico Franco, tutto serio, con la proverbiale sigaretta accesa all’angolo della bocca, mi aveva appena detto, borbottando tra le esalazioni, che avevo un bel taglio profondo nel sopracciglio, il quale in effetti riprese subito a sanguinare, e, ripetuta l’operazione altre due volte sempre con lo stesso risultato, e cioè che la ferita appena detersa ricominciava subito a buttare sangue, accertò, e prescrisse, che lo sgarro fosse ricucito in adeguato ambiente asettico. Fui portato di corsa al pronto soccorso, per la definitiva disperazione di mio fratello che, a quel punto, prese a odiare Luciano, una volta per tutte, e di santa ragione, però ci guadagnò di avere vicina Laura, che per la verità consolò anche me. E io ebbi a mie spese la prova altrettanto definitiva che sotto a tutto questo macello c’era lei: era confermato, e Piero aveva detto il vero – i due si detestavano per via di Laura. L’ulteriore fatto nuovo fu che Laura emerse dal fondale indistinto in cui se n’era stata a lungo mimetizzata con chiunque altro, e saltò in primo piano, illuminata meglio. Nell’opacità del momento vidi molto chiaro che si era aperta per me una qualche via o mi si preparava un qualche compito (cavalleresco?): mi ci vedevo poco, ma pareva che dovessi assumermi un qualche ruolo, ancora tutto da definire. Dopotutto Luciano non mi aveva toccato con un dito. Perciò davanti a un giudice, paradossalmente, sarebbe risultato che ero stato io a mettergli le mani addosso, e si sarebbe potuto persino sostenere… (…obiezione!) che, avendolo io abbrancato da dietro – bloccandogli le spalle, con manovra quindi infingarda, m’ero preso tutto il vantaggio, ero stato sleale insomma, (…impertinenza!) e se ce le avevo prese ben mi stava (Eccezione, Vostro Onore! La mia fu legittima difesa: avevo il compito preciso di salvare la pelle a mio fratello…).

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3. Prove tecniche di sconcerto: siamo tutti giocatori.

Ora, pronubo il maestro Reale, mi ritrovo al centro di un campo di terra rossa appena lisciato dopo sapiente irrigazione, a compiere il classico rito del fair play, che per la prima volta ha il potere di sembrarmi ipocrita e sporco – mentre fino a una partita fa l’avevo trovato onorevole, etico. Onore sportivo vorrebbe infatti che ora, un attimo prima di odiare il mio avversario con tutte le mie forze, e di oppormi a lui in partita animato da sano furore agonistico, io debba anche scambiarci, che lo voglia o no, una galvanica stretta di mano. Quasi non sento Reale che mi sussurra in un orecchio, tanto per mettermi un po’ di pepe (e me lo dice tutto d’un fiato, roba di secondi proprio), che questo qua (il mio Luciano!) è nientemeno che la testa di serie numero uno del torneo. Si starà spiegando così, Reale, i fari annichilenti che nel frattempo gli ho sparato addosso, senza immaginare, che dietro lo schermo grigiopiombo sto almanaccando su tutto quello che so di lui, di Luciano, e mi sto seriamente chiedendo, con scarsa fiducia in qualche risposta appena decente: 1. se in questi tre anni Luciano sia rimasto sempre la già nota testa di cazzo, o se l’università stia riuscendo a formarlo; 2. se la tremenda facoltà d’ingegneria lo stia temprando e sia quasi riuscita, oramai a trequarti del percorso, ad avere ragione di lui; 3. o se non sia riuscito a lui viceversa, con le sue rare ma ferocissime sfuriate, con la sua rabbia arrotata, la sua proverbiale guerriglia acida (sapiente combinatoria di crudeltà e indifferenza, capace di snervare i santi e avvilire qualunque umano), di mandare ai pazzi il rigore la misura il calcolo la lucidità che vigono da secoli negli studi e nell’animus di ingegneria edile: l’indirizzo specifico che nel frattempo, m’è venuto all’orecchio, Luciano si è arreso a dover scegliere. Questo qua, rifletto mentre lo scruto da una distanza incresciosamente corta – come diresti tu: secondo una prossemica ravvicinata (per la prima volta dopo la sera della rissa), questo qua, dopotutto, mi dico, ha un gran bel viso. Un triangolo ossuto, appuntito, tutto giocato sul contrappunto tra il mento aguzzo e gli occhi scurissimi, resi mille volte più scintillanti dalle sopracciglia folte. Quanto desiderio riuscirà a destare questo viso triangolare? Eppure dentro, tra le linee sottili, negli angoli acutissimi che scolpiscono quel viso (…ecco l’agnello di Dio…/13), si è rintanato qualcosa di tagliente: l’insidia del filo di lama di un bisturi (…ha il sorriso come una tagliola…), o di un taglierino, di quelli che anche lui deve adoperare per tagliare i lucidi su cui da qualche anno si starà misurando, lui pure, col disegno tecnico. Lui pure, come Stefano, si sta candidando a un versante dell’architettura: un’architettura d’esterni, certo, urbana, più centrata sul calcolo del cemento armato, sulle tecniche costruttive e sulla scienza dei materiali, e certo essendo meno autorizzato a dar corso al proprio estro d’artista, se ne ha, o a 69

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esibirlo con espressionismo estetico – ma risultando, questo conta, contiguo anche qui, per un curioso destino, a Stefano. Il quale senza tanti giri ha puntato dritto al conseguimento del proprio obiettivo più genuino: uscirsene di casa e abitare con te per garantirsi contestualmente: a) l’apprendistato da architetto nel tuo studio formandosi al disegno su progetti veri; b) di respirare da uomo libero subito, tenendosi lontano dai lacci materni o per meglio dire al riparo da essi. E visto che ci siamo, ti svelo una volta per tutte cosa non mi sento di perdonarti. Non è neppure il fatto di averlo accontentato non offrendo nessuna chance a me. Non ti rimprovero di aver detto subito di sì a Stefano premiando solo il suo miglior tempismo, quando lui, sull’onda dei cambiamenti nella formazione familiare, ha preferito traslocare da te. Dopotutto si sa che tra fratelli, anche quando, come tra noi due, c’è attaccamento viscerale, nella quotidianità si corre sempre sul filo dello screzio, si gode sempre a sostare lungo la vertigine della provocazione, e a coltivare la polemica, a gustare l’antitesi. – Tanto Stefano non trova terra che lo regge, diceva Rosa, tua madre. Se anche Stefano sulla carta fosse rimasto a casa con noi, poi non l’avremmo mai visto: tanto avrebbe fatto che, con la scusa dell’università, sarebbe stato come minimo sempre a studio da te, avrebbe tirato tardi per rispettare i tempi di consegna dei progetti delle tue committenze vere, crollando addormentato sul tecnigrafo – giusto il tempo di farsi qualche ora di sonno e ricominciare a lavorare il giorno dopo, di buon mattino, dopo una intera caffettiera da quattro e una doccia veloce, come un qualunque giovane di studio che non fosse tuo figlio, o come un Bartleby abituato a spacciare il privilegio come sacrificio. Non ti do neppure la colpa d’aver spaccato il nostro assetto in due tronconi netti, due perfette metà: io e mia madre a casa, tu e Stefano altrove. E non riesco a ritenerti completamente responsabile dell’estraneità che, da quel momento, anzi, da quel tuo atto incosciente: mollarci senza previdenza, si è incuneata per sempre tra me e mio fratello, negandoci la convivenza quotidiana, al punto che ci frequentavamo come fanno gli amici o i compagni di liceo, quando diventano praticamente fratelli: come me e Piero, per dire, ci dividevamo tutto, tranne il sonno. Fin da subito mi sono detto che era destino che tutto si combinasse in quel modo: che tu ci avevi la tua parte ma molti avevano giocato tutti gli altri ruoli, e ora questo curioso risultato era la combinatoria (per quanto bislacca, e per me imbarazzante, ma quella, senza soluzioni alternative) di tutto un sistema che si era messo in moto chissà quanto tempo prima; e mentre così riuscivo a non detestarti definitivamente come un mostro volgare, riuscivo anche a percepire, in modo più schiacciante, il senso di impotenza che, fin da subito, oscuramente, molto prima della conquista di un grado pur minimo di consapevolezza del dramma integrale, si era impossessato di me. Avrei dovuto, come a me parve scelse di fare Stefano, ignorare il sintomo. Venendo al punto (come da abili retori, dicono i politici), la conseguenza per me fin da subito insuperabile in assoluto è stata l’impossibilità pratica di sorvegliare Stefano, e esserne a mia volta tutelato. Per assenza appunto. 70

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Tu, con la tua fisima che l’esperienza insegna più d’ogni altra cosa – una fisima mentale (non un preconcetto in sé ma dopotutto un automatismo fatto funzionare, pertanto in quanto tale, come un pregiudizio bell’e buono) – in onore all’adozione del sistema che dell’esperienza ci si deve fidare e poi c’è poco da fare: ci si deve beccare quello che la sorte ci riserva, accettarlo e viverlo, hai lasciato che Stefano si scottasse milioni di volte, senza preservarlo mai, l’hai lasciato nove volte su dieci a vedersela da solo con la sorte! Non saranno state prove terribili, o fatalmente rischiose, ma che se ne può sapere, prima, di come uno saprà cavarsela? Che tutto sia filato liscio e dritto, dopotutto, è stato più frutto del caso, o per meglio dire, di un gran culo, che della reale capacità di Stefano di scovare risorse adatte a fronteggiare certe situazioni, di avere forza abbastanza per vedersela con certe persone. In genere va tutto bene per puro caso, solo perché sta scritto da qualche parte che lassù debba continuare a splendere la nostra buona stella, o perché (come diceva Piero giusto in quei giorni, stupito da tutto il nostro gran disastro, e da come, per esempio, io, a dispetto di tutto, reggessi, a conti fatti, piuttosto egregiamente, e chissà come riuscissi, diceva, a tenerm’addosso la buccia): noialtri ci assisteva un gran buciodiculo (sempre Piero). Non ti perdono d’aver generato un sistema entropico, ecco cosa, dovrei dire asfittico, nel quale ci siamo ritrovati sospinti, Stefano e io (ma separati – perciò senza modo alcuno di proteggerci reciprocamente), verso incontri storie situazioni decisioni difficoltà, e anche gran fortune, come è nelle cose in fondo, però esclusi di fatto ognuno da ogni partecipazione d’affetto alle occasioni dell’altro. Ora capisco meglio perché, mentre tutti ti chiamavano Gianni, Ilaria, nostra madre, senza sconti o vezzeggiativi, si è sempre ostinata a chiamarti Giovanni: ha indovinato la tua vera faccia, ha preferito parlare, quando ha potuto, con te, e non col tuo personaggio: quello che inebriava me, e Stefano l’ha fatto fesso e contento. Una sola volta ho visto mio fratello così stremato dalla sua solitudine di fatto, per quanto poi coltivata, da chiedermi (chiedere?, lui?, a me?) senza più reticenze (che proprio non era da lui), di offrirgli uno straccio d’appoggio. Io non esitai un secondo a dargli manforte. Senza sapere che io stesso avrei dovuto affrontare un terrore simile appena un po’ dopo: un confronto impari, gravato del carico ulteriore di una molto probabile mortificazione pubblica, e mi ci sarei trovato completamente da solo, calato per intero nel mio buco nero, in cui, se uno scopo avevo chiaro, era quello di ottenere che tutti mi stessero alla larga, nessuno escluso. E poi ero afflitto da una tale stanchezza, da un tale bisogno di silenzio, e di quiete assoluta dentro cui lasciarmi impazzire, che non avrei potuto reggere, neppure per un secondo, neppure l’idea di dovermi stremare a ottenere la condivisione di qualcuno. Solo Sergio, poveretto, anni dopo, avrebbe potuto accedere, per pura contiguità, al mio terrore, ma io allora tenni a distanza di sicurezza anche lui. Mentendo. Ingannandolo. Riducendo al minimo il suo margine di ingresso ai miei furori nell’unico modo, con l’unico metodo testardo di cui fossi capace: accelerando fino al parossismo i ritmi di 71

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studio, cioè seminandolo (come un volgare gaglioffo, abituato a barare, e a fottere gli amici), sull’unico nostro terreno comune: lo studio fatto assieme fin dai primi giorni del corso di Medicina e dai primi esami, secondo una collaborazione (filata liscia fino a quel momento per quattro anni interi) che ci aveva legati profondamente e ci ha resi per sempre amici. Risultato: Sergio non ce la fece a starmi dietro. All’inizio mi mandò all’inferno mille volte, con la rabbia fracassona che gli è propria – subito dopo invece, dolendosene molto, ma sommessamente, come divorato da un’impotenza disperata, restò a lungo bloccato a rincorrere il senso oscuro di quel mio becero voltafaccia, per lui devastante. Rimase fermo un giro, perse il passo. Tra maschi, questo credo sia il più alto tradimento concepibile: tagliare il vero collante, la condivisione del lavoro. Tagliare il filo. In fondo, Dino Campana perché è impazzito? Perché gli hanno tagliato il filo. Tagliato, non spezzato – attenzione. Spezzarlo può essere un incidente, il frutto di una qualche manovra avventata, maldestra, e ha persino di buono, per paradosso, che lo sfilacciamento lascia il modo di ricongiungere lembi e capi, di riannodare alla disperata i tessuti, e, seppure con severissimo impegno, si rimedia. Ardengo Soffici non espresse un parere ambiguo o dubbioso o negativo. Tagliarlo è azione volontaria, crudele, raffinata – e netta, senza rimedio: come nei salami affettati di Jacovitti o nei lombrichi fatti a fettine da mio fratello col coltellino da caccia fregato nella sporta del nonno – resta questa superficie appena rosata e asciutta su cui, subito dopo, si affaccia, e preme, un unico fiotto, e scoppia l’emorragia, e subentra il definitivo dissanguamento. Una vera cattiveria. Ardengo Soffici non espresse alcun parere mai, perché perse il quaderno. Il tesoro che gli era capitato tra le mani non s’accorse nemmeno che fosse il prodigio che era – dimenticò l’unica copia dei canti del poeta tra mille altre carte, e sopra ci fece montare un mucchio di mondezza: ce lo seppellì sotto. Se gli combinassi una porcheria del genere: se lo tagliassi fuori, adesso che siamo professionisti, e adulti, e collaboriamo nella ricerca, davvero penso che Sergio mi sputerebbe in faccia, e sarebbe lui a voltarmi le spalle per sempre, senza rimpianto. Ma allora: allora io dovevo generare inimicizia, garantirmi l’isolamento, assicurarmi l’odio. Altrimenti non avrei potuto esser solo. Con la mia maschera di crudeltà, travestita da fastidio, riuscii a disfarmi pure dell’unico vero bene della mia vita: un angelo che aveva appena bussato alla mia porta e che io non avevo neppure ammesso ancora alla mia tavola e nelle mie stanze più nascoste. E se lei, l’angelo, Sandra, molto al di qua dal diventare mia moglie, e la madre dei miei figli (pensa!, padre: io!, che giusto allora mi rifiutavo d’essere figlio, figlio tuo!), se lei non fosse stata caparbia, e irremovibile, come tutte le donne che amano con determinazione, e conoscono nel grembo il segreto di ogni attesa: sanno ascoltarne il mistero senza isteria, io ora non sarei qua a raccontarla. In quei giorni dunque Stefano mi parlava, ogni volta che gli riusciva (e non avrebbe potuto così spesso, per via delle nostre troppo accidentali frequentazioni, ma trovò da un certo momento il modo di incrociarmi, e finii per rendermi conto che, in preda a

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una specie di febbre, mi cooptava pur di subissarmi in modo ossessivo, che proprio non era da lui, unicamente di discorsi), del corso di Geometria Descrittiva I. Sulle prime pensai che la vera spinta, rigorosamente mai dichiarata, neppure allusa, a mettermi a parte di questo suo particolare esame, fosse un suo oscuro interesse a farmi sapere che, quanto a Laura, non si era messo il cuore in pace, e non aveva smesso di provarci; che continuava a tentare di trovare un qualunque modo per venire a patti con lei (Matt, da che vive da noi, nel casale che gli hai venduto tu sottocosto per un affetto quasi paterno di ritorno, e mastica male un pacchetto appena sufficiente di italiano, ride molto del fatto che io, piccandomi, stia sempre lì a puntualizzare sul fatto che noi, questo equivalente esatto di come to terms, lo abbiamo, ed è per pura pigrizia, e dopotutto anche per pura follia, che invece è diventato invalso l’uso di quel molto improprio: venire a termini – a Termini?). Ecco, questo per esempio deve essere stato un guasto tipicamente generato dal nostro rimpasto familiare: Stefano non poteva sapere, non in dettaglio certo, che Laura e io parlavamo molto più spesso, e a fondo, di quanto risultasse agli altri, lui compreso. Di tutto. Cioè, di lei. Di cui a me importava parecchio. Il versante scosceso di lei per me più interessante, in modo appunto vertiginoso, era il rapporto pazzesco che questa creatura delicatissima riusciva a trascinare e, a guardar meglio, a subire, con questa specie di mefistofele solo tecnicamente gentile che era appunto Luciano – nonostante sbocchi se ne fossero presentati, utili a sanare la situazione, oltre che a mostrare, chiaramente, a lei, a Laura, la natura diabolica del legame che lei persisteva a intrattenere con lui, con Luciano. Se anche non avesse deciso, caso mai, per sostituirlo, di scegliere me (mia segreta speranza, mai espressa, e neppure lasciata intuire), e dunque di trovare con me un modo più civile di stare al mondo, avrebbe potuto almeno tentare di farsela con mio fratello. Il quale forse ci si era solo intestardito, per una pura rivalsa, assurda, con Luciano: per dimostrargli davanti a tutti che era un stronzo incivile; per una dannata questione morale – maledizione!; per l’affermazione di un principio giusto di giustizia; per un principio superiore, che ripristinasse l’ordine cosmico e un minimo d’equilibrio etico – però… Però in cuor suo, Stefano a Laura voleva bene davvero, ed era appunto diviso tra un sentimento sincero, molto generoso, e il puro e semplice incaponimento. Del resto Laura stessa ci si abbandonava, ossessivamente – pareva allora, e un po’ perversamente – a quel che ora, ripensandoci, pare a me. Forse perché, adesso, una fede generosa nella giustizia delle cose umane, da adulto inveterato, non ce l’ho più: non sono in grado neppure più di concepirla nel cuore, perché ho visto molto, forse troppo, e poi non sono più davvero solo, dunque disposto a abbandonarmi all’epica – perché adesso ho problemi di priorità come tutti. E non sarà davvero questo che si acquisisce una volta lasciata la giovinezza, una volta che si è mollato l’ormeggio e si è rimasti invischiati nella navigazione d’altura, con neppure più uno straccio di spiaggia dell’adolescenza in vista, al punto che non si ha neppure più memoria che un tempo eroico del genere sia mai davvero esistito, e davvero mai lo si sia attraversato? 73

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Lei stessa, dico, si cullava in una gustosa indecisione: Laura sognava Stefano e costeggiava la sua dolcezza, la sua superiorità umana, piuttosto indiscussa, però poi non rinunciava a farsi regolarmente maltrattare da quello che finiva per esibire come il suo ragazzo ufficiale – che era e restava, sempre, a dispetto di tutto, Luciano. Il quale a sua volta esibiva Laura, si pavoneggiava mentre si faceva scudo di lei, la indossava con gli altri come fosse un trofeo, poi la offendeva rimproverandola di non essere ganza abbastanza nei termini, non pattuiti, in cui sarebbe piaciuto che lo fosse solo a lui – nei termini volgari, sguaiati appunto, pacchiani che erano gli unici concepibili per lui con la sua propensione congenita a un materialismo orizzontale, a un’arroganza, una prepotenza di fondo cui nutriva tutte le sue relazioni. Una sera, eravamo a uno di questi festacchioni dove si va a soffrire da adolescenti in preda allo spasmo di doversi guadagnare un posto nel mondo e di dover dimostrare d’essere cavalli da competizione. Martina, anche lei nella carovana della pallavolo, astro della squadra femminile e amica stretta di Laura, stava impazzando coi suoi balli figurati, e andava in visibilio per KC&TheSunshineBand, sostenendo che erano il gruppo che: – al momento fa la miglior musica al mondo! (KC&TheSunshineBand… musica?, rimuginavo io senza emettere un fiato, anche se confesso d’aver suonato spesso quei pezzi caciaroni per intrattenere gli altri e sfilarmi dalla farsa della generale agitazione nei balli sull’onda della disco music che mi limitavo a dare loro in pasto mentre io mi scatenavo giustamente a suonarla). Al momento, fatidico, della torta, portata in trionfo dalla madre di Laura che squittiva verso tutti noi come fossimo ancora le creature innocenti di qualche anno prima e non gli attuali fanciulli e fanciulle fisiologicamente arrapati senza remissione, Luciano, come nei prodigi del cinema che isola gli attori principali in un tu–per–tu sparandogli addosso un occhio di bue, stabilendo un’intimità impossibile nel casino generale, consegnò a Laura il suo regalo di compleanno. Dalla busta di un negozio costosissimo di biancheria del centro venne fuori un completino viola, slip e reggiseno, tutto pizzi e trasparenze, con la mutandine a filo: un tipo di undergarment allora per nulla sdoganato – mancavano solo le borchie qualche catenina e il giochino a luci rosse sarebbe stato evidente. Luciano era talmente fiero del regalo che, sempre dentro lo straordinario occhio di bue, le sussurrò qualcosa come, – …lo indosserai per me, stasera?, una battuta da personaggio greve di un filmetto, o forse disse, – …a me mostrerai come ti sta più tardi, guardando, mentre lo diceva, prima mio fratello, e poi in successione tutti noi, col ghigno laterale di chi pianti il primo piede umano sulla luna, o la bandiera della propria nazione per restringerne la proprietà. Laura lo guardò con occhi di fuoco e mormorò qualcosa di tagliente, mi parve le si riempissero gli occhi di lacrime mentre il mento non mi parve prendesse a tremare. Di sicuro poi abbassò lo sguardo, e facendosi largo tra tutti noi che le eravamo intorno per festeggiarla scappò in camera sua, e riemerse solo parecchio dopo, come 74

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se nulla fosse stato. Tutto in Laura era superbamente raffinato – la sua eleganza, per quanto acerba, era visibile a occhio nudo, e innata: Laura era bellissima, di una bellezza pacata, serena, appena increspata, ma impercettibilmente, dall’invadenza belluina di questo ragazzo che custodiva in fondo al cuore una cattiveria ingorda di vittorie. – E questo qui adesso io dovrei ritrovarmelo tra i coglioni pure a geometria!, mi urlò in faccia Stefano con le lacrime agli occhi (che proprio non era da lui), – cazzo!, vedrai se non mi viene a sfottere all’esame… Stefano aveva già avuto la sua razione di patemi per Storia dell’Architettura vedendosela nientemeno che con Furio, ben più feroce del roseo Orsèolo, suo fratello, docente appunto di geometria descrittiva: semplicemente preceduto in tutta la facoltà, e in ogni sua sede, dalla propria fama. – Ma la madre ’sti due li ha battezzati in stato di ebbrezza? Se avessi avuto naso per il mio futuro professionale, avrei potuto dire ‘sotto anestesia’, facendo il simpatico con la mia solita ironia del cazzo che, come sempre, poi, mi si è ritorta contro, come tutto. Furio pare fosse un uomo tutto d’un pezzo, un fascistone con moderati accenti di genialità, uno specialista puro dell’umiliazione del terrore e del sarcasmo, sciagure che gli toccava patire lui stesso ogni volta che si teneva il rito intollerabile degli esami, su cui dopotutto si trovava a convergere, e a condividere ogni paradosso, con i suoi pur disprezzati studenti. Gl’iscritti all’appello di Storia a marzo, imbucati compresi, secondo un costume di quel periodo cruciale divenuto invalso, gli erano andati davanti non a gruppi ma a frotte – alcuni avevano avuto la fortuna di potersi sedere, ed erano quelli che gli avevano risposto; altri, data la folla, avevano dovuto sostenere l’esame in piedi, ma visto che si sarebbero accaparrati un voto per nulla guadagnato gli era stato anche bene. Per cui l’esito dell’esame fu una media dei voti meritati dal nucleo medio seduto davanti a Furio a balbettare risposte in rappresentanza della rispettiva frotta assiepata attorno – fermo restando che nel corso dell’esame tutti avevano avvertito, anche solo lateralmente, la vertigine di finire allineati lungo l’orlo di una scadente connivenza nel generale stato di sbraco, da cui tutti, docente e balbuzienti, seppure da sponde inconciliabilmente opposte, tendenzialmente, avevano provato come sempre a difendersi come da uno scivolamento inammissibile. Intorno impazzava il caos puro di quelli che: o erano arrivati abusivamente già organizzati in combriccola, o la combriccola la stavano altrettanto abusivamente formando. Tutto si svolgeva in nuvole di fumo fittissime, e quando era stato chiamato il gruppo di mio fratello, prima di entrare, sulla soglia dell’aula da cui Furio convocava gli studenti schiumando bava, Stefano, con la bionda appena munta ancora tra le dita, aveva detto: – Subito professore, spengo la sigaretta, assegnando la cicca con una schicchera a uno degl’infiniti settori dell’enorme cimitero di mozziconi in cui erano stati trasformati i pregiatissimi marmi del 75

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corridoio fuori dell’aula d’esame, nel palazzo gentilizio che era una delle tre sedi di Architettura. I bidelli avevano rinunciato da un pezzo a combattere con la sporcizia, forti di una consolidata insolenza di categoria più che altro maturata a seguito della promozione sul campo a vigili del traffico studentesco e a mediatori tra studenti e docenti sotto varie forme. D’altra parte mansioni di pulizia ormai così complesse avrebbe potuto soddisfarle unicamente l’impiego di vere e proprie ditte specializzate nel trattamento e nella igienizzazione degli immobili storici, sotto la scrupolosa guida di restauratori autorizzati dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali. Per l’intero edificio era echeggiata una risata talmente acuta (stridula proprio) da parere prossima a un inizio di pianto. Liberatoriamente Furio si era lasciato andare, – Non vorrà dirmi che in questo magnifico caos lei conserva ancora queste forme oramai superate di buona educazione e di rispetto? Mi dica un po’, lei è un resistente autentico o intende solo gabbarmi? Poi facendosi per un momento vicinissimo, quasi intimo, aveva aggiunto: – Lei mi vuole gabbare, lo ammetta! Stefano era rimasto incerto tra l’obbligo improvviso di organizzare una replica e la voglia di sparire, sindrome che si era impossessata di lui fin dalla mattina, insieme a una nausea violentissima: il quadro clinico, stordimento incluso, in cui restava classicamente intrappolato a ogni esame. Ma tanto Furio si era già voltato. Senza aspettare la sua faticosa risposta che si sarebbe risolta in un gemito indistinto, Furio si era olimpicamente spostato, quasi scivolando: a Stefano non era risultato moto degli arti inferiori o rumore di passi (del resto era o non era, Furio, una sorta di essere non più umano, forse concepito da Bram Stoker, e destinato a essere filmato, molto dopo, e piuttosto egregiamente, da Francis Ford Coppola nel complesso trucco e travestimento di quel guitto manigoldo di Gary Oldman?). In un batter d’occhio Furio era andato a collocarsi dietro un tavolo che tagliava per intero uno dei lati larghi dell’aula, e verso di lui lungo il bordo cominciavano a trascorrere affannate le anime perse (o forse già morte) del gruppo di candidati timonato da mio fratello. Stefano per la verità s’era trovato a diventarne il capitano senza preavviso, perché lo stesso Furio aveva provveduto a eleggerlo: cioè a parlare sempre e solo con lui. Non era parso vero, forse, al povero professore, di potersi confrontare con un degno interlocutore: non era forse la stretta umanità che potevano condividere però almeno il discorso, quello sì. Dopo aver valutato un altro paio di avventori appena meno sprovveduti tra gli altri, Furio era tornato a dedicarsi a Stefano: scusandosi con lui gli aveva comunicato di dovergli abbassare il voto per la nota questione della media delle medie, – Può accontentarsi di 28? Stefano aveva subito accettato. Era oro colato, quello.

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E poi non si sarebbe mai messo a discutere: non era dotato, lui, della prontezza che avevano alcuni di farsi valere, di battersi senza risparmio, e in modo anche un po’ patetico, per i propri diritti sindacali. Non era neppure riuscito a fiatare, Stefano: non aveva detto niente in assoluto. Aveva agguantato quel voto contratto in comunione di beni. Lo aveva intascato e basta, covando una delusione e uno smarrimento che giorni dopo aveva rovesciato generosamente su di me, appena gli era riuscito agganciarmi. Adesso era ripiombato nella stessa identica situazione. Solo, un punto peggio. Il solo pensiero che Luciano si presentasse lì, la mattina dell’esame, a guardarlo tormentarsi; la sola idea di dover patire una convivenza coatta con lui e non volersi abbassare a fare piazzate, a buttarlo platealmente fuori, col rischio, magari, di creare un caso che lo avrebbe indicato al suscettibile professore ovviamente come un ignorante, per giunta infantile e cacacazzi; tutto questo lo prostrava abbastanza e gli faceva amplificare fatti che di per sé erano, del resto, già gravi – Stefano poi, che era una corteccia dura, una tempra priva di scivolamenti sentimentali. La somma dei dati che si erano aggregati lo stava mettendo fuori combattimento. Tu, di Orsèolo, e anche di Furio, suo fratello, qualche volta ci avevi parlato a tavola, facendoci ridere come matti, quando ancora erano i tempi che dividevi i pasti con noi, e ci davi spettacolo coi tuoi racconti da attore. Il rubicondo Orsèolo era una botte, sia largo che lungo, e un giorno tu, con sicumera professionale, avevi così argomentato, – In lui il rapporto delle èntasi risulta lievemente sbilanciato. Che effetto devono averti fatto i nostri occhi spalancati, e le nostre bocche tutte arrotondate in una O di stupore? Ti bastò trattenerti gustosamente su quella nostra sospensione così ingenua, così disponibile. Subito dopo ci ripagasti con poche dritte per farci capire, – Bè ragazzi, non si può dire che stia sciupato: Orsèolo è fisicamente immenso! Da allora il rapporto delle èntasi è un’equazione nominale di riferimento nel nostro lessico di famiglia. Il buon Orsèolo era un genio del disegno e delle proporzioni. Stefano mi raccontò d’avergli visto compiere un prodigio che anche tu ci avevi ben raccontato: un dato giorno, una delle sue prime lezioni, dando le spalle agli studenti, e con entrambe le mani armate di gesso, disegnò simultaneamente due perfette sagome arrotondate, le due metà della cupola di San Pietro, precise, e esattamente speculari, – Ha disegnato a mano libera sia l’intradosso che l’estradosso…, mi disse Stefano con occhi splendenti di commozione. – Cioè?!, io tutto questo meraviglioso linguaggio non lo masticavo. – Lui ti traccia in pochi secondi senza esitazioni sia l’interno che l’esterno. La cupola di San Pietro è percorribile internamente: bene, Orsèolo ti sa mostrare il progressivo assottigliamento interno man mano che si sale: e poi ti racconta che il modello ligneo fu concepito con una maglia di fil di ferro, perciò, osservando in sezione gli spicchi, anche nei rari disegni del grande architetto, o probabilmente dei 77

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suoi allievi, si disvela anche a un neofita come questi sorreggessero le vele. Quando Michelangelo portò a Papa Paolo III il modello ligneo, appunto, della cupola, che è forma dal respiro molto aperto, dovette dare conto per esempio di come ascendessero i volventi interni: Michelangelo aveva disegnato la cupola a tutto sesto, col compasso, aprendone al massimo la portata: pensa Mauro che la cupola di San Pietro poggia su quattro piedritti… – I piedritti, Stefano? – Sì, quattro piloni, talmente grandi che ognuno potrebbe contenere un palazzo di dieci piani. Però, nel sistema risultante di portata e portanti, la cupola rischiava di cedere al centro, allora Giacomo della Porta, che alla morte di Michelangelo ne portò a termine la costruzione, corresse leggermente l’apertura a tutto sesto in un contenuto quinto acuto, tipicamente gotico, cioè medievale, che svincolando l’arco dalle frecce crea il dissolvimento dei pesi… dopotutto il modello rinascimentale interruppe con un taglio netto la naturale evoluzione gotica e si pose come movimento antistorico… senza il classicismo rinascimentale non avremmo avuto il nostro attuale modello di città ma l’evoluzione delle città del Medioevo… Stefano quando partiva, pure lui, era una piena – eppure aveva un filo di voce, come se l’emozione gliela assottigliasse. Doveva essere un suo pezzo forte, del roseo Orsèolo intendo, questo di disegnare a mano libera con entrambe le mani creando forme giottesche perfettamente speculari. Doveva essere l’arma che a un certo punto sfoderava per regolare l’insolenza delle masnade di studenti che osavano accostarglisi – il suo personale asso nella manica, dimostrativo senza equivoci di una superiorità oggettiva, e di un genio oceanico, enorme quanto il soma che gli toccava tirarsi appresso. Bastava questo atto di grandezza a scatenare in tutti i suoi allievi, studenti improbabili dediti alla irrisione per statuto del docente, due forme opposte e contemporanee di adesione stimolate irresistibilmente con l’efficacia del discorso della montagna: da una parte, una corrente molto sotterranea di innegabile simpatia; dall’altra, qualcosa di simile al terrore puro. E il segno che tutto questo si fosse fulmineamente prodotto nei cuori nascosti di tutti i suoi giovani allievi era il loro ammutolimento – il silenzio che calava inesorabile, un silenzio di tomba, di rispetto e di timore, in cui non sarebbe suonato strano sentir echeggiare un sinistro sottofondo di tremori. – Persino gl’irriducibili hanno rinunciato al disprezzo, più nessuno si è permesso di esibirsi in provocazioni. Pensa, Mauro, che da quel giorno ne ho visti alcuni con la coda tra le gambe, praticamente cani bastonati, non se la sono più sentita neppure di rivolgergli domande. Era anche un silenzio carico: di stupore, e di sgomento. Per tutta la facoltà, in tutte e tre le sedi, si favoleggiava di queste sue lezioni, che erano una fonte densa e inesauribile di meraviglie della forma, e di come il rigore assoluto con cui le teneva spegnesse la minima impertinenza, e lastricasse progressivamente le esistenze dei suoi corsisti di una paura fondata: la consapevolezza che nessuna preparazione, per quanto completa e accurata, avrebbe potuto accontentarlo. 78

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– Ieri sono andato a seguire un paio di colloqui: la fama che precede Orsèolo non è affatto usurpata, mi disse Stefano quasi divertito. Poiché appunto, passò poi a spiegarmi, nessuna preparazione riusciva a suscitargli reazioni superiori al puro disprezzo, nel migliore dei casi Orsèolo promuoveva con una espressione di disgusto che lo svisava appena un poco meno di come si fosse già contorto e deformato nel corso del colloquio, quando l’esaminato/a aveva cominciato a enunciare le sue povere nozioni, e poi via via, specchiandosi nel volto rabbuiato del professore, si era sempre più scoraggiato/a, fino all’abbattimento, e a una successiva lunga sosta nel tunnel della depressione, arrivando a provare profonda disistima, se non disgusto, di se stesso/a. A un incauto avventore, che Stefano non aveva mai incrociato a lezione, con gusto, Orsèolo non aveva rinunciato a spiegare estemporaneamente qualche nodale passaggio, non ben afferrato e ancor peggio esposto, e il povero diavolo era stato spedito fuori con l’invito tagliente a compenetrarsi meglio nel senso della disciplina. Il libretto, su cui era stata regolarmente annotata la bocciatura, nonostante gli studenti di Architettura, forse per primi, avessero preteso che nulla mai macchiasse la loro fedina universitaria (Orsèolo però non era tipo da piegarsi alle nuove mode, e men che meno a lasciarsi intimare dagli sdruciti avventizi, come lui definiva gli studenti quando era di buon umore, quale politica assumere nelle sedute d’esame, men che meno a soggiacere ai capricci della storia, altra sua definizione che a detta di Stefano aveva fatto scuola)… il libretto dell’avventuriero insomma era stato scagliato a raggio corto radente il piano longitudinale dell’enorme tavolo in ciliegio che Orsèolo interponeva come un argine tra sé e gli esaminandi. Il viso gli si era infiammato, perché doveva essere stata come sempre un’impresa titanica soffocare la rabbia che prendeva a montargli dentro man mano che gli studenti gli scorrevano davanti con le loro inconsistenze. L’eroe successivo aveva tutti i connotati del martire, anche se nessuno riusciva a immaginare cos’altro di mortificante potesse essere inflitto. Naturalmente la prova fu, – al di sotto di ogni soglia pensabile di decenza, giudizio feroce del roseo Orsèolo, che tuttavia non indulse solo in parole ma anche in una dimostrativa azione scenica, perché c’era un’aggravante: il poveretto, nell’esposizione delle sue quattro scemenze impapocchiate alla meglio, aveva mostrato – un’inaudita prosopopea! Tutti gli astanti, Stefano compreso, si chiesero cosa stesse per succedere, fin dove l’ira di Orsèolo si sarebbe spinta. – C’è stato uno scarto di secondi, proprio, in cui non ha fatto nulla, ha incassato senza reagire perché magari ci stava ragionando: cioè, tra noi sono subito cominciate le scommesse su quale piega avrebbe preso la depressione, tremori e balbuzie erano poco probabili, questo qua era uno della risma dei disimpegnati, può darsi che stesse per scoppiargli a ridere in faccia senza l’ombra della sudditanza… – Ma chi? Orsèolo? 79

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– Ma nooo, il poveraccio che gli stava davanti. – E non t’incazzare oh! Poi che ha fatto? – Ma chi? Orsèolo? – Ma nooo! Questo qua, l’amico vostro… – …eeeh: oh! Cioè…il vero dilemma era se avrebbe offerto a Orsèolo, per il suo definitivo visibilio – spedendolo verso le insondabili sfere dell’estasi…, (ecco Stefano stava partendo di nuovo, producendo peraltro un linguaggio che aveva mutuato sicuramente da Orsèolo e da Furio ma anche da te), – …l’occasione d’oro di infierire su di lui o l’avrebbe direttamente irriso… (sì, questa sarebbe stata musica per le tue orecchie…), – …facendogli andare il cervello in barile, cioè il sangue al cervello… In quel caso Orsèolo, con la testa in fiamme, in preda a un micidiale picco ipertensivo, a rischio di ictus, sarebbe precipitato in un’emicrania di proporzioni incalcolabili, con corredo classico di fotofobia nausea narcolessi forse convulsioni… – Ma Orsèolo non è uno che si lasci sorprendere, ha sempre il suo bravo asso nella manica: con una mossa preventiva gli ha fatto un pezzo, a quel poveraccio… Come temuto, Orsèolo si era abbandonato a una formidabile scena madre. Il colorito roseo aveva subito virato al violaceo… Soggetto bilioso, avrebbe potuto chiosare solo ora Sergio che, anestesista gagliardo, da un po’ si è avventurato nelle plaghe dell’omeopatia. – Lei! Come osa venirci a provocare?! A lei, il tono era grave, il timbro esausto, – è affatto negata la comprensione profonda dello spiiirito della materia, della sua insostituibile necessitaaà! – Affatto, Stefano? – Sì, cioè: del tutto… (Prendi pesa incarta e porta a casa). – Le è negata la logica profonda che sostiene il linguaggio delle liiinee e ne governa l’organizzazione! Il lampo che regola questo sistema di seeegni! Un sulfurico con note fluoriche… – si lancerebbe a precisare Sergio. I due assistenti, mortificati come due ladroni in croce alla sua destra e alla sua sinistra, sembrarono tremare impercettibilmente. Non osarono neppure, all’acme della tirata del maestro, scambiare ammiccamenti, come era loro untuosa pratica, con il temibile capo. Il quale, dopo un ultimo, stento latrato di rabbia, – Vada, e rifletta. Resti solo con se stesso: e non è detto che sarà in buona compagnia, versava deluso e abulico, prostrato a un grado ulteriore e finale di astenia. …passibile di sversare negli abbandoni di un carbonico, sempre Sergio. – Ecco, appunto, veramente tosta. Eppure Stefano mi assicurò che stavolta Orsèolo aveva rinunciato a bollare la vittima col marchio di pezzente morale!, che invece sibilava spesso in quel periodo: era il suo più recente tic lessicale, per dare con finezza degli stronzi agli avventurieri che si permettevano di non temerlo. 80

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La vergogna sarebbe sembrata sufficiente a chiunque, la sfuriata sarebbe bastata persino a un indifferentissimo oberstuermenfuerher(14), magari già avvezzo a far roteare intorno uno stroboscopico sguardo perplesso come l’antenato del terminatore cibernetico, suo degno pronipote – ma Orsèolo non era pago: c’era da arginare la spocchia di questo ignorante indifendibile, già ben accostumato al parassitismo degli esami di gruppo, nonostante presso di lui, al cospetto di Orsèolo, ci si dovesse accostare ancora, secondo tradizione, singolarmente. Così, il violaceo Orsèolo pervenne per sintesi al concepimento del gesto finale, quello del disprezzo supremo, il quale doveva avere la funzione di inguaiare il poveretto anche sul fronte burocratico. Con un impossibile guizzo felino, Orsèolo agguanta di malagrazia il libretto, già mezzo sfilacciato, fatto di quella carta/tessuto rosa, come la tela delle vecchie patenti, cucito anch’esso con ago e filo, e rilegato in una brossura spessa, a sua volta rivestita di tela blu, soggetta anch’essa a facili sfilacciamenti, e gustosamente avvolta in effluvi pungenti di colla, sniffabile in mancanza di meglio: con gesti netti, sorprendenti, quindi con tutta evidenza collaudati, lo straccia, lo riduce a brandelli, come fosse il lumicino d’anima che è disposto a attribuire all’infame, lo sbrindella in tanti quadratini tutti uguali, minutissimi, manco li avesse calibrati con squadra e matita, e li lancia davanti a sé, oltre il tavolo massiccio, come fossero le spoglie inerti di un povero corpo senza vita. Prima quei coriandoli blu e rosa, per miracolo ulteriore vincendo la loro ineffabile leggerezza – o meglio totale inconsistenza, acquistano velocità e traiettoria supersoniche e dritte, volteggiando oltre la testa del ragazzo (costretto pertanto a voltarsi verso il pubblico avido di spettacolo e a offrirgli la propria faccia della vergogna), poi tornati inspiegabilmente lievi si adagiano soffici, al rallentatore (tutto dolorosamente al rallentatore), sui marmi pregiati, lucidati a cera e passi perduti: proprio nel punto da cui si dirama il corridoio che poi si incunea tra le ali di sedie e banchi nell’aula, affollata di prossimi alla gogna, e spettatori puri, resi ebbri e sgomenti dai tentativi, inscenati alla disperata dal bocciato (ormai domo: reso pecora, dixit), di raccattare i pezzi sparsi, e finalmente sparire. Solo all’ingloriosa uscita di scena del reo, Orsèolo, spompato, ricade pesantemente sulla poltrona. – Fate venire l’argano!, sbottò a questo punto del racconto Stefano, citando direttamente da Totò Sceicco, in cui appare un giovane Aroldo Tieri nel ruolo del classico rampollo in fuga dalla madre pachidermica fino in Egitto, sulle tracce di una ballerina, visto con te come tutti gli altri in una serie di film del lunedì sul primo canale dedicata appunto a Totò. Dopodiché Orsèolo torna a chiudersi nel suo proverbiale mutismo offeso, già stressato dall’attesa del successivo sciagurato, convocato alla cattedra con un fil di voce da uno dei due ladroni, chi dei due oserà per primo farsi uscire il fiato. – E tu questo esame ce l’hai domani! Io ho avuto sempre questo dono: di riportare la gente coi piedi per terra, di inchiodarla all’esame obiettivo dei fatti. 81

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– Ma porca miseria! E sai chi c’è in elenco, iscritto subito dopo me? – Luciano. – Come lo sai? – Non lo so affatto: me lo sono immaginato. Invece no. Mi constava anche. Lo avevo saputo da Laura in persona che me lo aveva rivelato in una delle nostre ultime splendide conversazioni confidenziali, incerta se volere o no che mettessi Stefano sull’avviso. Poi, dopo tremila ripensamenti, con una implorazione che avrebbe commosso anche un ottuso mostro affamato (la perfetta simulazione delle ambasce di una giovane donna simulatamente innamorata), mi chiese formalmente di provvedere alla comunicazione del dato crudo, almeno per permettere a Stefano di difendersi. Ma ero evidentemente in ritardo. – Mi ci gioco… me!, mi ci gioco, che all’inizio Luciano non era neppure iscritto, non era: in elenco non c’era sennò me ne ricorderei – figurati se non ci facevo caso, non ci facevo… Come cazzo ha fatto!, come? … c’è andato la notte, c’è andato? Quando Stefano incagliava così, quando indulgeva nella ripetizione proclitica che è il nostro equivalente della question tag, come abbiamo dopo lunga discettazione stabilito fra me e Matt – nelle diecimila pause delle numerosissime sessions suonate insieme, voleva dire che aveva imboccato uno di quei suoi tunnel maniacali in cui, da bravo paranoico, era felicemente disposto a sposare la tesi del complotto. Decise, Stefano, che Luciano, essere subdolo capace d’ogni bassezza, si era intrufolato in quella situazione, per lui senz’ombra di dubbio delicata, solo e unicamente per rendergli la vita difficile. Avrebbe potuto, il verme, se proprio voleva esserci, pregustando la figuraccia di Stefano, limitarsi a scivolare in mezzo a tutti gli altri, mescolarsi a quelli venuti a sentire l’esame. Avrebbe potuto benissimo perché l’esame era pubblico, e non sia mai qualcuno dei candidati avesse preteso di essere esaminato senza nessun altro ad assistere: oltre a rendere la procedura fuorilegge, sarebbe incorso nell’ira del docente che, notoriamente, non aspettava altro che gli si desse modo di dare sfogo, nelle forme più inconsuete e con i pretesti più peregrini, al proprio incommensurabile fastidio. Invece Luciano ci si era proprio iscritto, allo stesso appello (non poteva aspettare quello dopo?), con tanto di matricola alfanumerica accanto al cognome, Ascensi. E Stefano, ormai, era ingombrato solo da questo rovello: ne aveva la bocca piena – sempre. Cioè: di Orsèolo, e della sua meraviglia di mostro, aveva del tutto smesso di lagnarsi – non lo temeva neppure più, gli era persino uscito di mente. Trovava invece, – veramente sfigato!, oltre che raccapricciante, il solo fatto di visualizzare l’incrocio rischioso dei propri passi di studente nevrastenico con quelli di Luciano, e Luciano aggirarsi, magari preda lui stesso di ansie e tormenti (ma che gliene importava?), in quello stesso spazio, esattamente come lui negli stessi istanti, nello stesso giro di minuti poi forse per ore: sarebbe dipeso da come il docente o meglio il suo paio di tirapiedi avrebbero distribuito i numerosi iscritti nelle giornate della battaglia – e considerato che spesso quei due, illuminati com’erano, non decidevano niente fin quando il docente non si stremava e non cominciava a trattarli a pezza, la promiscuità coatta sarebbe durata almeno fino al pomeriggio. 82

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Trovava disgustoso, Stefano, il solo fatto che, come lui, Luciano avrebbe escreto sudori gelati e fiati convulsi, e tutti e due si sarebbero inflitti gli stessi graffi e gli stessi rosicchiamenti d’unghie a sangue, addirittura avrebbero persino rischiato per pura contiguità di solidarizzare… – Maledizione! Non ce lo voglio, quello, tra i coglioni! La sola idea di una condivisione e giusto per l’esame più ostico e geniale di tutto il corso di studi lo rendeva folle di fastidio, sporcava la nitidezza del quadro, gl’increspava l’orizzonte. Perché avrebbe dovuto, – controllarlo, maledizione! Tenerlo d’occhio!, ma di sottecchi, senza farsene accorgere e senza mai mollarlo. E così si sarebbe disunito e distratto e deconcentrato, e per l’intrusione invadente del maledetto guastafeste si sarebbe, – giocato l’esame! Accidenti! E se lui, Luciano, si fosse presentato accompagnato da lei, da Laura? Non avevo osato neppure affacciarne la sola ipotesi, spaventosa anche per me. Bè, allora sì che Stefano sarebbe definitivamente impazzito, e tutto si sarebbe invischiato in un groviglio inestricabile di contatti e controlli convulsi su cui, stando sulle spine ma rigorosamente senza darlo a vedere, Stefano sarebbe stato costretto a dirottare le energie residue finendo scosso dai tremori elettrici dell’ossessione. Tutto avrebbe assunto i contorni della beffa, un vero scherzo della sorte, – ben orchestrato!, dal compagno infingardo dell’unica ragazza al mondo che avesse mai smosso mio fratello dalla renitenza granitica a mostrare, se non addirittura a provare, sentimenti umani, l’unica a dargli palpitazioni diagnosticabili, a fargli rischiare di crepare romanticamente per un ignoto soffio al cuore (come in un tenue film giovanile di François Truffaut che inspiegabilmente gli era piaciuto, forse opportunamente sobillato da te), a innalzargli i picchi metabolici fino alla consunzione. Al bivio tra civile impotenza e sarcasmo distruttivo, io mi ero ritagliato mio malgrado questo ruolo del consulente consolatore, forse dell’angelo custode, io che se non piangevo per impuntatura di dignità non avevo ragioni solide neppure per ridere. Ero diventato, che lo volessi o no, l’anello insostituibile chiamato a saldare una curiosa trama triangolare ai cui vertici erano: Stefano mio fratello, cavaliere malato dell’unica malattia godibile; Laura, la dama senza misericordia; e Luciano l’infingardo (il cavaliere nero – dotato di poteri malefici?): un compito che dovevo faticosamente svolgere nella posizione scomoda di numero primo piazzato al centro della sbilenca sagoma geometrica, come suo sconquassato punto di forza. A chi avrei potuto chiedere lumi? A Orsèolo in persona? – che dopo una smorfia di disgusto per me, spavaldo neofita, si sarebbe profuso in seccatissime spiegazioni come perle sprecate? Veramente sarei volentieri venuto da te: in effetti un figlio dove altro può andare in casi del genere se non da suo padre? Il gesto più naturale del mondo. Ad averti sottomano.

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4. Palleggi nel tempo: da un colpo gobbo inventato in aprile ai fatti di marzo del 1978 fino al mixer del 1992 passando per il ponte di Cassandra il primo lunedì di maggio 1982.

Durante questa stretta di mano interminabile, punto gli occhi sul tratto forse più tagliente del viso di Luciano: un punto centrale verso il quale convergono le sopracciglia folte e scure, giusto alla radice del naso – dritto, uno spigolo d’osso che altrettanto idealmente si allinea a sua volta col mento. Tutto il viso tende a chiudersi nella linea del profilo Anche le pupille mostrano una vaga convergenza verde scuro luminosissima che gli conferisce un indubbio lampo di grandezza. Questo qui sarà diventato definitivamente un gran bastardo, mi dico. Ecco, grandezza in quel senso. Una specie di ChristopherReeve–tipo molto più scarnito che subito mi svia verso il suo paio mostruoso, facendomi tornare in mente Bénédict, il protagonista brutto e zoppo, schivo amico delle donne, outcast tenerissimo di un curioso sceneggiato francese di cui ricordo perfettamente la colonna sonora (una struggente sinfonia che al momento sto trionfalmente canticchiando a bocca chiusa – probabile che fosse di un giovane Maurice Jarre, perlomeno mi pare nel suo stile), e del quale poi non ho più saputo niente, perché mi sono perso tutte le altre puntate dopo la prima. Cioè non ho più saputo se fosse poi davvero lui lo stupratore assassino che tutti cercavano, o solo la creatura debole scelta come capro espiatorio della storia; se fosse solo un compìto garzone di farmacia o il classico alchimista perverso. A guardarlo, m’era sembrato l’equivalente francese della creatura di Frankenstein, costruito dagli sceneggiatori apposta come la crasi di vari mostri letterari: come minimo a metà strada tra Hyppolite, il garzone di stalla col piede equino orrendamente operato dal dottor Charles Bovary in omaggio alla chirurgia per la nuova fede nelle scienze positive, e il gobbo di Parigi stregato da Esmeralda, – Quasimodo!, le carillonaire de Notre Dame!, avrebbe subito reagito Ilaria, mia madre, se fosse stata in quel momento dietro la mia fronte a godersi lo spettacolo della mia fabbrica mentale. L’aria che Luciano esibisce è la sua solita aria, tra lo spavaldo e il dimesso, come chi è teso a sgomitare ma si sforza anche di mostrarsi indifferente, occupato a offrire degnazione mentre dentro frigge, e per un attimo che dura anche meno di un istante vengo elettrificato da una fulminante, meravigliosa intuizione, Sarà uno scherzo batterlo – d’astuzia. Reale s’impegna ancora nella sua solerte opera di stimolatore conoscendo la mia pigrizia, sapendo quanto le mie prestazioni indiavolate siano sbotti di agonismo alternati a lunghi periodi di inerzia, quasi di abulìa, sostenuti dalla fiacca micidiale 84

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che mi affligge proverbialmente ormai da un pezzo: Reale lo sa che, poi, se imbocco la via dell’impegno, so profondermi generosamente, ma, per trascinarmi a quella decisione, facendo in modo che io creda d’averla presa da solo, bisogna vincere strati robusti di resistenza, si deve con pazienza studiare il modo di stanarmi, senza destare i miei sospetti, senza farmi fiutare che si tratti di una manovra per forzarmi a qualcosa che fieramente a mente fredda e in piena consapevolezza rifiuterei. Ecco, ora Reale, per esempio, sottovoce, cioè sussurrandomi in un orecchio come quel mago che sussurrava ai cavalli (si vede che per Reale io sono un cavallo refrattario ma vincente), mi comunica che: – Luciano è un non–classificato sui venticinque anni, a larghe spanne. – Ventidue, uno più di mio fratello Stefano. Anzi forse questo qui, rompiscatole senza schermi com’è, avrà pure ripetuto un anno, perciò potrebbe averne ventitré al massimo, lo correggo io, ma il maestro Reale non può sentirmi perché l’ho detto così piano che l’ho detto dentro di me. –…Ha vinto tutti i tornei regionali, e risulta tuttora imbattuto anche da giocatori d’esperienza, ma meno implacabili di lui, Reale, più che il mio coach d’elezione, in questo momento sembra Guido Oddo. Luciano raccatta anche tornei meno prestigiosi come questo perché più punti racimola e meglio è per diventare un nuovo classificato e passare da migliore tra i peggiori a peggiore tra i migliori: tanto sempre pessimo resta, concludo, rigorosamente senza fare un fiato che è uno. Reale non mi risparmia una sua tipica sottigliezza tecnica: – Questo è un avversario ostico perché in lui è l’agonismo d’acciaio a fare la differenza: nel gioco non concede nulla alle emozioni. Diventa una specie di martello pneumatico. È pragmatico, scaltro, furbo, uno che approfitta della minima defaillance dell’avversario: giocare contro di lui è come confrontarsi con un cyborg. E io sento subito schioccare un clangore di lucchetti, e un gelo fenomenale prendere possesso delle mascelle e glassarmi i denti. In effetti è un lampo l’occhiata che scambiamo ora, l’ultimo straccio di degnazione reciproca che ci riserviamo prima che io mi sganci dalla salda presa della sua maniglia per voltargli le spalle e incamminarmi verso la mia linea di fondocampo fino al prossimo cambio – che è già fra un game. Perché qui si fa sul serio, si applicano le stesse ferree regole di imparzialità agonistica che vigono a Wimbledon, nell’incomparabile tempio dell’All England Lawn Tennis & Crocquet Club, situato nel distretto londinese di Merton, al cospetto della cofana platino della olimpica Duchessa di Kent circondata dalla sua ineffabile corte di angeli raccattapalle. E perché a Marione, custode del circolo e capace di mettere in riga anche Massimo, il presidente, tutto gli si può dire: che è un pazzo ubriacone, che massacra la moglie – femmina impossibile e sporca, che ha stressato all’inverosimile i figli, tutti e quattro, fino a farne atleti invulnerabili, che è pronto a rincorrerti con tutti gli attrezzi dell’orto, dalla roncola al forcone, senza ricordarsi più chi sei se contravvieni alle regole sacre del circolo: tutto gli si può rimproverare meno che, appunto, di non 85

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conoscere il fair play che da più di un secolo regola il vero tennis di classe, o di non saper far rispettare le leggi non scritte dell’etica sportiva, che è anche etica civile – perché lui, per villano che possa diventare quando s’incazza, va su tutte le furie con veemenza inarginabile unicamente quando becca gli scorretti. Uno sguardo, questo che ci stiamo scambiando, Luciano e io, che è un blitz incandescente, di quelli che guizzano tra gli eroi dei cartoni giapponesi. Ne traggo la spiazzante conclusione che Luciano per me è una parete di sesto grado. Io chiedo solo di cominciare presto: se mi si deve massacrare, che lo si faccia subito e in fretta. Cominciamo a palleggiare come si fa nelle finali vere. Lui forza come fossimo già in partita. Io no – resto a bocca aperta e basta, a ogni sventola sua a vuoto. Mentre lo alleno alle volées come fossi il suo sparring partner invece che il suo antagonista vero di lì a pochi minuti, mi volto e perdo il ritmo, distratto dallo stridere del cancelletto verde sui cardini. Irrompono in campo senza tanti preamboli: Marione che sbraita; e, a ruota, come tirato per la manica, Piercarlino, che scoppia dentro la tuta, già tutto sudato, con asciugamano e set di racchette – Donnay, come Borg: (uguali identiche, mi metto a almanaccare, a quelle con cui l’anno scorso il gran pezzo di ghiaccio, ghiaccio!, ha avuto ragione, dopo quattr’ore, dell’ostinata resistenza di Connors: JimBo il mio idolo, accessoriato Wilson, come Luciano – noto: guarda un po’!). Ci blocchiamo tutti, colti dal dubbio che in barba all’incontro ufficiale già in cartellone senz’altro ora su questo campo: il numero 2, questo qua, il grassone, voglia reclamare un’ora di gioco prenotata all’insaputa di tutti, e Marione sembrerebbe dalla sua parte. Reale, suo figlio – il suo vero capolavoro: maestro F.I.T. laureato al Foro Italico con Nicola Pietrangeli a ventidue anni, sorprendentemente va incontro a Piercarlino, e lo accoglie con una stretta di mano delle sue, e quello prende a spogliarsi e si passa l’asciugamano sulla faccia, nei capelli, sul collo prelevando un campione di almeno un millilitro d’unto per parte, escreto pronto per un ipotetico istologo. Io e il mio avversario torniamo a guardarci: e questo è l’unico istante in cui siamo dalla stessa parte. Piero, che li ha sentiti confabulare, mette le mani attorno alla bocca come dovesse urlare, e dice rivolto a me, ma pianissimo, riesco appena a leggerglielo sulle labbra, – Oggi si arbitra anche. – L’arbitrooo, urlo a Luciano oltre la rete indicandogli col mento Piercarlino. Dopo di che si torna contro, ora e sempre, per il visibilio del pubblico sparuto che a guardarlo, sparso sulle sedie mezzo arrugginite, forse si stava già vagamente avvilendo. Piercarlino comincia la scalata al seggiolone del giudice arbitro, e mentre si arrampica, appendendosi gl’imprime oscillazioni paurose. Io vado subito a guardare alla base della struttura di ferro a traliccio, verniciata in verde, per controllare che, almeno, sia stato inchiodato a terra per sempre.

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Lo era anche la volta che tu giocasti un’amichevole col padre di Mario e Pasquale, e per ragioni incomprensibili un collega del dottore, fanatico del tennis, volle imporvi a tutti i costi l’arbitraggio: a cura sua, ovvio. Mi ricordo ancora di te che, sotto lo sguardo involontariamente derisorio (per via del sorriso anatomicamente stampato in faccia) del tuo avversario, prendesti a scuotere energicamente la struttura a traliccio pur di far rovinare a terra questo coglione che a ogni palla dubbia urlava uno stentoreo, – Nah!, interrompendo di continuo il gioco. E allora tu, invece di snervarti per l’impreciso palleggio da fondocampo (tattica univoca) del padre di Mario e Pasquale che, a dispetto del fiatone e del sudore copioso, manteneva intatto il suo sorriso fisso, cominciasti a trovare intollerabili le intromissioni di questo terzo, non invitato, alla cui presenza avevi acconsentito solo per riguardo al tuo amico, e dopo qualche mite reazione di fastidio cominciasti a indirizzargli contro strali sommessi ma velenosissimi fino a che sbottasti, – Ma per la miseria! Scagliasti a terra la racchetta, che rimbalzò miracolosamente senza spaccarsi in una nuvoletta di terra rossa, e partisti a passo di carica. Con una corsetta raggiungesti la base del traliccio, e non scalasti i pioli per andare ad agguantare questo idiota per il bavero e rovinare a terra con lui – no!: come un felino che ha scovato una preda su un albero e la vede ritrarsi imprudentemente verso l’esterno su un ramo sottile candidato a spezzarsi per finirgli dritta nelle fauci spalancate grondanti acquolina, tu cominciasti a scuotere l’albero, cioè il traliccio, anche per il gusto di vedere la sorpresa e il terrore negli occhi di questo tizio ridicolo – soprattutto per vedere di farlo desistere da questo arbitraggio invadente, che stava guastando una partita giocata per il gusto di giocare, per farsi una sana sgambata, e decidesti che il giudice di sedia è un idiota per definizione, urlandoglielo, in preda a un moto di rabbia definitivo. Piercarlino traina l’enorme sedere flaccido continuando a tirare il traliccio di ferro laccato verde verso di sé. Forse tra i suoi compiti di oggi c’è anche una verifica tecnica: controllare se il seggiolone regge. E davvero la sua unica salvezza è che i piedi del trabiccolo stiano profondamente inchiodati nel terreno, altrimenti si sarebbe ritrovato a rotolare abbracciato al trespolo da un pezzo. Stefano, un po’ dopo che io ero nato, cominciò a volteggiare col triciclo attorno alla mia culla, e proseguì a lungo, anche dopo che dalla culla ero passato al lettino – c’erano tutti i segni che consapevolmente o no cercasse di attentare alla mia vita. Una sera finalmente gli si presentò l’occasione che cercava: venne in cucina, dirigendosi senza esitazioni verso di me che ero accomodato sgambettante sul seggiolone, mentre Ilaria, voltata verso i fuochi della stufa a buona distanza e certa della mia sicurezza per avermi avvicinato al tavolo in modo che non potessi cedere alla tentazione di sporgermi pericolosamente, era intenta a prepararmi la pappa. Stefano si appese a un bracciolo laterale lasciandosi dondolare, e poiché il mio seggiolone non era ancorato al pavimento in alcun modo né assicurato al bordo del 87

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tavolo, ottenne immediatamente di sbattermi per terra, un po’ per la verità rimanendoci sotto anche lui, e inscenando subito un bel pianto di spavento che trattenne nostra madre, subito accorsa, dal dargli il resto, come diceva lei, – Vedi di non farti male, altrimenti povero te: ti acchiappo, e ti do pure il resto. Per dolcissima che fosse, e lo era, certe volte persino lei si esasperava. Con una torsione faticosissima Piercarlino indirizza il grosso sedere verso il sedile cercando di sistemare la carne dentro il quadrato di ferro progettato per giudici normoformi. Non è neppure da escludere che cadrà faccia avanti, caso nel quale siamo fritti. Finirebbe per produrre un grosso cratere, e il guaio di un’interruzione interminabile, mentre ripescarlo richiederebbe l’impiego di mezzi tecnici imponenti. Invece, chissà per quale prodigio inatteso, ci riesce: aggrappandosi ai braccioli laterali si assesta, e riesce anche a fermare l’oscillazione del seggiolone che aveva acquistato nel frattempo un periodo pauroso. Poi, con autorevolezza altrettanto sorprendente, impone il silenzio, e fa segno che si comincia. Il primo set va liscio – per Luciano: sei a uno. – Ti ha stracciato. – Quanto ci ha messo, Piero? – Trentadue minuti. Non c’è altro. Dietro la siepe, da cui arriva vicinissimo il rumore dei passi nel brecciolino della gente di passaggio, intravedo nell’ordine: un uomo grosso con capelli fluenti e una gran barba, sembra un uomo giovane (lo si capisce /15/ dalla flessuosità dei movimenti e dalla pelle liscia, piena); subito dietro di lui, Bernardino, coi suoi soliti capelli ondulati tutti apparecchiati attorno al cranio in un paio di basette folte e un riporto di una certa consistenza a coprire la calotta cranica (lo si capisce da come è bassa la scriminatura laterale), e, tra il folto, intravedo anche la dentatura colgate di Bernardino (lo si capisce da come i denti sono luminosi: bianchi, forti, sani, regolari); e per ultima, mi pare passi una capigliatura leonina biondissima molto familiare. Ma non c’è tempo di accertarlo: il gioco riprende subito. La mia prima palla di servizio non entra, non c’è niente da fare. L’unica è stare calmi sulla seconda, e evitare i doppi falli più che si può – poi rispondere ai pallini perforanti di Luciano è tutt’altra faccenda. Quando sono io alla battuta canticchio per farmi coraggio: Sara, svegliati è primavera…/ Sara, sono le sette e tu devi andare a scuola… / Oh Sara, raccogli tutti i libri, e accendi il motorino… Dato che sto dietro all’inciso, palleggio per minuti per finirlo: E poi attenta – ricordati che aspetti un bambino… Servo bene. Però mai di prima, sempre di seconda. Riesco a mantenere il servizio fino al quattro pari.

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Proprio come JimBo l’anno scorso a Wimbledon, comincio subito a almanaccare: lui e l’orso svedese giocavano sulla distanza dei cinque set, e nel quarto lui ha rimontato da zero–quattro a quattro pari, e poi ha strappato il set al tiebreak. Covo l’immodesto progetto di tentare la stessa impresa. Guardo Piero e incrocio le dita. Mi conforta verificare che la capigliatura bionda leonina, intravista dietro la siepe, corrisponde a ogni mia, per quanto assurda però ostinata, speranza: si tratta proprio di lei, di Laura. Mi conforta meno sapere che lei è qui per guardare giocare Luciano, perché è tuttora la sua ragazza (ci sta ancora insieme!), ma non posso fare a meno di notare che spesso si volta a guardare me, e io prendo a giocare sotto la spinta di questa illusione: che in realtà, a dispetto di tutto, lei sia venuta qui apposta per vedere giocare me! Ritrovo persino un colpo di mia invenzione: una mezza rovesciata che non ho mai visto fare prima, nemmeno dal maestro Reale. Un colpo dalla traiettoria lunga e angolata, vibrato di scatto dall’avambraccio che torna indietro a martello invece di aprire una bella distensione ampia com’è buona regola nel rovescio. Qualunque buon manualista l’avrebbe liquidato definendolo: fare braccetto. M’era venuto d’istinto un pomeriggio. I primi tentativi erano andati falliti, e tutti m’avevano dato addosso. Anche perché Piero e io stavamo perdendo contro Piercarlino, che quella volta, come tutte le altre, se ne stava a fondo campo a acchiappare farfalle, e Luca, riccetto rosso, ragnesco, incazzosissimo, vestito e accessoriato di tutto punto, anche lui Wilson dalla testa ai piedi. La strana coppia, poteva essere una buona descrizione dei due. Piercarlino era una montagna di carne e Luca era un tipico ex–dodicenne smilzo, come lo era stato alle medie suo fratello Aurelio, mio compagno di classe. Luca detto Luchetto era un invasato del tennis, già talmente compenetrato nel ruolo del campioncino da mostrarsi inossidabilmente invulnerabile, privo di cedimenti emozionali, con un carattere d’acciaio, incapace non solo di risa sporadiche ma di sorriso – un giocatore coi denti, una macchina fatta di carne, una creatura cibernetica di Philip Dick temprata a ogni iattura personale: a un fratello dedito ai vizi e non ancora cirrotico, a una madre svampita ancora indenne da epatite per puro miracolo, a un padre affarista spietato, a una sorellina tenera e indifesa come un calimero timidissimo. Ogni volta che tentavo il mio gesto impensabile, e la palla s’impennava oppure moriva smorzata malamente, quei due godevano, il pubblico scarso e avventizio borbottava, e Piero a buon diritto mi urlava in testa. Poi però il mio colpo inesistente aveva incominciato a entrare: avevo infilato un paio d’angoli spiazzando quei due. Alla fine era diventato un movimento automatico. Allora avrei voluto che tu fossi stato là a guardarmi – – Quando mi entrava quel mio colpo proibito, la mia demirenversée (ecco come l’avrei definito se Guido Oddo, o un magrissimo Giampiero Galeazzi appena reduce dai trionfi nel canottaggio, m’avessero chiesto a bruciapelo, in 89

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un’intervista esclusiva per La Domenica Sportiva, con quale neologismo del linguaggio tennistico, rigorosamente in anglofrancese, codificare una buona volta il mio gesto, per iscriverlo di diritto nel corredo dei colpi base da manuale a disposizione di tutti: campioni, o praticanti mezzecartucce), e volavano gli applausi da un paio di giocatori che guardavano distratti mentre aspettavano nel freddo il loro turno di gioco. – Quando Marione usciva dal bar del circolo dov’era stato a sbraitare smanacciando per darci fretta perché doveva irrigare il campo per il turno successivo, e tentava di rubarci sempre i minuti, però si fermava dietro al cancelletto verde, e quando chiudevo il punto con quel rovescio abortito ma passante entrava in campo urlando al maestro Reale, suo figlio appunto, che allora a insegnare a noi non era stato tutto tempo perso, e poi ci cacciava lo stesso: Marione non sapeva che a me i rudimenti del tennis non li aveva dati suo figlio, il maestro Reale appunto, ma com’era naturale tu, mio padre, quand’ero un bambino, e tu, visto che fin da subito la racchetta risultò un naturale prolungamento del mio braccio, cominciasti a forzare, a scagliarmi contro mazzate, a giocare con me come col padre di Mario e Pasquale, come con un adulto temprato nel corpo e nello spirito piegandomi la mano e sfottendomi il polso col rischio di slogarmelo o, per lo sforzo, di farmelo diventare policistico – perché io ovviamente ti opponevo fierezza. Deve essere stato da allora che ho incominciato a resisterti. – Quando ci mettevo dentro l’anima, e, voltandomi a scrutare oltre la siepe alta che delimitava i campi, speravo di indovinare, nei passi che crepitavano nel pietrisco, il tuo passo reso familiare dal volo di polvere di brecciolino che riuscivi certe volte a alzare perché a un certo punto ogni passo tuo diventava un calcio, oppure speravo di intravedere la tua sagoma tra i pochi vuoti nel verde fitto, o di riconoscere al buio il rombo di una delle tue macchine dietro la fila dei cipressi che correva per tutto il lato lungo dei campi. Dopotutto io volevo solo essere abbracciato. Un paio di queste giocate e strappo il servizio e questo set: sei quattro. Siamo in perfetta parità: un set per uno, e ci giochiamo tutto nel terzo e ultimo. In effetti, rispetto a Wimbledon, dove la finale del singolare maschile si gioca al meglio dei cinque set, qui noi la onoriamo al meglio dei tre. Piero mi viene vicino sulla linea di fondo, – Memorabile. – Quant’è che giochiamo, Piero? – Due ore scarse. Piero torna a sedersi vicino a Reale, rimasto affianco al seggiolone di Piercarlino. Dietro di loro, fuori dal campo, in piedi, Laura se ne sta elegantemente poggiata con le braccia alla recinzione bassa. Sono stanco, e avrei bisogno di una sorsata d’acqua fresca – forse è solo una scusa per avvicinarmi a Laura, e intanto canticchio dentro di me come stessi cantando a lei: 90

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Sara, tu vai dritta, non ti devi vergognare… Le tue amiche, dài retta a me, lasciale tutte parlare… Laura ha questo taglio nuovo, un casco di capelli lisci e voluminosi, una criniera, e porta i suoi Persol snodabili: mi sono impegnato a individuarne le giunture per tutta l’ora che sta durando fino a qui questo set finale, in cui sto vergognosamente perdendo: sono sotto di nuovo, per quattro a uno. Approfitto del cambio di campo per andarmi a sedere tra Piero e Reale, e scambiare un ciao silenziosissimo con Laura. …oh ma Sara è stato solo amore… …se nel banco non c’entri più… Luciano non dovette prendere Laura a calci, né trovò necessario massacrarla di botte per farle sputare in qualche modo il grumo di cellule che aveva attecchito – non ce ne sarebbe stato bisogno: i due amatori navigati avrebbero concordato di liberarsene con l’aiuto dei genitori di lei, chirurgicamente. E poi ci avrebbe posto rimedio la sorte. Un venerdì sera Laura mi telefonò: non ce la faceva a uscire. La voce era strozzata. Molti anni dopo avrei imparato che lo strozzarsi della voce è indice inequivocabile della sofferenza da dolore medio forte, mentre un’evidenza obiettiva, e dunque un aspetto da trattare subito clinicamente con ring lattato e fisiologica in infusione, è il corrispettivo grado di disidratazione: qualunque sia la causa del dolore, qualora esso sopravvenga a segnalare una instaurata morbilità (la morbilità silente, la più subdola, può assumere un andamento misto tra edematoso e asciutto con localizzazioni diverse nel paziente, accompagnato a medesimo senso di bocca arsa, di cordosità salivare), si determina un paritetico squilibrio nel bilancio dei liquidi e la necessità di reintegrarli immediatamente allo scopo di salvaguardare i parametri vitali e garantire un regime di funzionamento dei grandi organi. Capii, stando alla voce, che Laura si stava torcendo senza supporti liquidi. Dopo aver ingurgitato a velocità supersonica il primo cibo raccattato in frigorifero in tutta la giornata solo alle sette del pomeriggio (dopo la scuola era rimasta con Luciano che da bravo padre rinunciatario l’aveva scarrozzata in moto), Laura era stata colta da dolenzìa diffusa al basso ventre, la cui sorgente per la verità era localizzata in un punto preciso che poteva anche essere scambiato con il tratto finale dell’intestino, laddove esso finisce a precipitare nel buio dell’appendice. Il dolore era partito forte, ma fin da subito aveva mostrato una evidente tendenza ad aumentare. Sua madre, squittendo, l’aveva fatta stendere, e le aveva poggiato una borsa d’acqua calda sull’addome, e questo era sembrato tacitare momentaneamente il dolore. Laura era rimasta a casa, anzi a letto: non poteva neppure alzarsi. Il sabato si vide in giro Luciano spaiato, fiancheggiato dal fratello di Laura. Ci feci caso – registrai il nudo dato, e basta. Laura restò a riposo a casa senza più dolori fino a tutta la domenica, e Luciano le restò accanto solo perché decisero, col fratello di lei, di seguire le partite a casa loro invece che da Luciano, come facevano sempre. 91

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Il lunedì andai all’esame di Geometria Descrittiva, dove mio fratello roteava come una belva reclusa sotto gli sguardi ferini di Luciano. Quando telefonai a casa di Laura il pomeriggio per sapere come stava, sua madre, senza squittire, mi disse, – Non c’è. – (Questa non è una notizia, io invece voglio sapere:) dov’è? Niente, restammo al buio tutti. I giorni dopo, Stefano, sempre più imbelvito, incrociò spesso Luciano, più che mai una sfinge, e se possibile più odioso. Marco, il fratello di Laura, più che mai offriva il proprio lato fatuo per non essere indagato nelle emozioni e non lasciarsi scappare nulla. Se ne stava acquartierato con Mario Pasquale e Aurelio. I due fratelli erano murati dietro la solita maschera beata che l’anatomia gli aveva plasmato in faccia, perciò anche loro non inviavano segnali di sentimenti umani. Aurelio, che quando era sobrio sfotteva o si vantava di qualcuna delle sue imprese loffe, e quando era stralunato diventava anche lui di dubbia decifrazione, questa volta ricadeva nella prima delle due condizioni: non si era fatto né d’alcool né di fumo eppure faceva l’imbecille, quindi: inservibile. Nell’aria c’era una specie di presagio. Pareva che si sarebbe dovuto aspettare che il male prendesse una qualche via nel mondo reale, perché così era solo un serbatoio indistinto, carico di promesse negative ma impossibile capire di quali e destinate a chi. Il mercoledì i professori di filosofia, che arrivavano tutti per la prima ora con un treno che partiva all’alba, si scambiarono subito visite tra una classe e l’altra, cosa mai successa prima: erano docenti giovani, molto severi, attenti a non concedersi mai chiacchiere o intrattenimenti che per noi fossero perdite di tempo. Noi avremmo serenamente gradito, ma un loro codice professionale non scritto non è che glielo impedisse, semplicemente non glielo faceva venire neppure in mente. Dunque, ora qualcosa doveva essere successo. Mi sembrò di aver captato la parola: – scorta… Poi, senza spiegazioni, fummo tutti spediti a casa. Quando mi presentai, mia madre non fu sorpresa per niente: già mi aspettava. Mi aveva riaccompagnato Stefano, ormai proprietario di fatto della Cinquecento carrozzata Giannini di tua madre: invece di restarsene per i fatti suoi, Stefano samaritanamente aveva pensato bene di passare a raccogliermi. Non mi parlò per niente dei suoi mitici professori o degli esami, non mi parlò affatto – in quel giro di giorni frequentava il corso per l’esame di Restauro a via Cassia (il sabato dall’una alle tre), e a studio da te si scervellava su Composizione 4, perché gli assistenti si sfiziavano a rimandarlo a ulteriori revisioni, lo facevano apposta – diceva lui, per la sua solita tendenza a sposare la tesi del complotto, eppure stavolta non si ostinò a ossessionarmene. In macchina mi ci aveva scaraventato, che io volessi tornarmene con lui o no, e quando arrivammo infilò la strettoia fin davanti casa, scese dalla macchina mentre io restavo a guardarlo, e bussò al portone. Dopo lo scatto imboccò la posterla di slancio, poi si riaffacciò: 92

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– E forza! Naturalmente il macinino lo lasciammo aperto. Stefano rimase a pranzo, che non era per niente buon segno. Avevo il cuore in gola, non osavo fare domande: che cosa ti era successo? Tua madre mi passò le mani tra i capelli e mi tirò a sé, e io mi dissi che era la fine. A tavola c’era un pranzo dimesso, come sempre quando si profilavano sciagure al nostro orizzonte familiare. Poi mi venne in mente che anche di Laura non si sapeva nulla da giorni, e cominciai a sospettare che il silenzio di suo fratello e di Luciano, e degli altri, fosse uno sporco silenzio omertoso. Al telegiornale Frajese piangeva, pestava bossoli, sfiatava nel microfono. Avevano rapito Moro e fatto fuori la scorta (ecco!, mi dissi, per niente contento), e tutto il palinsesto fu rivoluzionato da edizioni straordinarie per seguire l’evoluzione dei fatti. Il male era scoppiato, e noi stavamo occhiando una delle vie che aveva preso. Io mi rannicchiai nel divano davanti alla televisione accesa, stavo sotto un plaid e tremavo come una foglia. A un certo punto fu chiaro che avevo la febbre alta. Mi chiamò Laura, proprio Lei in Persona, ignara che Stefano fosse lì anche lui. – Poi l’ho perso, disse. Laura mi raccontò che il lunedì mattina era stata svegliata all’alba da nuovi dolori. Suo padre le aveva detto che non si poteva più ignorare il sintomo, bisognava andare in ospedale, – a finirla con questa faccenda! Un raschiamento veloce, per nulla indolore, e tutto era stato archiviato. – E ora? Glielo chiesi con un filo d’ansia, si vede, e lei s’affrettò a stabilire: – Sto bene. – E sei già a casa? Così, subito? – Sì, tutto finito. Sono a posto. Davvero. Un po’ l’avevo sempre temuto: questa è una di quelle classiche vicende in cui, se anche si riesce a condurre verifiche e accertare risultati, questi sono per definizione incredibili o inaffidabili e il solo cominciarle, le indagini, scaraventa nel più nero avvilimento – perciò, come avrebbe detto tuo padre, questa era anche una di quelle classiche circostanze in cui, alla fine, in genere, si abbozza. Stavolta ebbi non un sospetto vago e indistinto ma la tremenda certezza che Laura mi stesse mentendo. Devo essere preciso: Laura scelse la carta dell’omissione, la più sleale e ignobile. Il modo inoppugnabile e più asettico di tacere la verità. Scelse di non indicarmi un minuscolo collegamento, che poi feci da me: Laura aveva scelto di tacermi la sua sofferenza femminile. Forse non perché temesse che non sarei stato in grado di comprenderla, ma per la ragione più legittima del mondo: intendeva custodire questo suo dolore privatissimo dentro di sé, come un tesoro che non può essere condiviso senza essere svilito, degradato.

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Il suo silenzio era talmente ragionevole, e perciò indiscutibile, crudelissimo ma ineccepibile, che mi fece male molto di più dell’omertà di Luciano e Marco. Fu Lei in Persona a tagliarmi fuori, anche da molto altro che da me, come maschio, penso di non saper neppure immaginare – e io lo sapevo, ma abbozzai. Me lo tenni, e non le chiesi mai niente altro. Capii che l’unica forma decente di comportarsi, da parte di tutti e due (e la imboccammo subito entrambi, senza lasciarci margine per tornare indietro, con un senso di esclusione per me bruciante che, a ripensarci oggi, ancora mi fa patire), era di non tirare mai più in ballo questa storia. Lasciarla cadere, si doveva, lieve come una piuma, al rallentatore, sul fondo delle nostre esistenze, e lasciarcela per sempre a ricoprirsi di tutto il resto che da allora in poi ci sarebbe capitato. Non saremmo stati mai più gli stessi. Quel fatto fu come un nuovo inizio. Eravamo giovani, ed eravamo amici: ora avevamo questo brandello di sodalità in comune – però il segreto che ci aveva saldati avevamo appena deciso di non rivelarcelo mai più, di accantonarlo. Eravamo saliti di un gradino. Ora eravamo più lontani da tutti, e anche tra noi due. Non glielo lasciai neppure dire: non ci saremmo sentiti per un po’, o per sempre da allora. Lei, se la conoscevo davvero, avrebbe cominciato a sgusciare, a evitare la confidenza, per non esporsi neppure alla tentazione di aprirmi il cuore e mettere a nudo tutte le sue pene. L’unica era che, del tutto inconseguentemente, mi tagliasse fuori appunto. E lo fece: io lo fiutai, glielo permisi e lo accettai. Reale mi dà una bottiglietta, un integratore di sali minerali. Devo fargli una gran pena, giustamente, se non rinuncia a rinforzarmi. Butto giù la bevanda acidula, due sorsi gelati, e avvampo di calore all’istante: mi battono le tempie, ho mal di testa, ho la testa incandescente. Fisso gl’incroci delle corde mentre con due dita gioco a allargarne le maglie: la melina del tennista, un modo classico di prendere tempo. Appunto classicamente mi ci concentro e mi pare di vedere tante stelline colorate, e poi come fiumi di rosso e di giallo, che passano l’uno sull’altro. Praticamente non ci vedo. Reale mi dà una pacca sulla spalla. È il segnale che si riprende. Luciano mi regola nel sesto gioco, roba di minuti. Finiamo sul cinque a uno, e lui è a un passo dalla vittoria – gioco partita incontro e torneo. Laura si è spostata ancora sul lato da cui servo io. Segue me. Sara, se avessi i soldi ti porterei ogni giorno al mare… Ci scarico dentro tutti i nervi e tutta la disperazione – ace: quindici zero. Sara, se avessi i soldi ti porterei ogni giorno a far l’amore… Non so che mi prende. Ho tutt’altra determinazione: comincio a volare in tutti gli angoli, anche se Luciano cerca di costringermi a un palleggio estenuante da fondocampo. Lui è uno che si ostina sempre a far andare le cose per il verso che garba solo a lui. Come con mio fratello il giorno dell’esame di Geometria Descrittiva. La mattina si presentò regolarmente, esibendo testi e libretto. 94

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Stefano notò subito che aveva manuali diversi, e cominciò a pensare con gusto alle ritorsioni che Orsèolo avrebbe inflitto a Luciano. Forse, per mezzo secondo, Stefano riuscì persino a provare pena per lui ma, fissandolo come ci stesse scambiando un messaggio segreto in un qualche loro codice da nemici giurati, dovette lasciargli intuire tutto il piacere che per la verità gli dava la sola idea che Luciano, di lì a poco, sarebbe incappato in qualcuno che finalmente, e con autorevolezza, lo avrebbe mortificato, e per giunta a ragione. Stefano tornò a controllare l’elenco dei candidati iscritti al primo appello della sessione straordinaria, a rileggere il cognome, Ascensi, e il numero di matricola di Luciano: probabilmente era andato a iscriversi all’ultimo momento, perciò nonostante la lettera l’esame l’avrebbe fatto dopo Stefano – il quale, come temuto, se lo sarebbe dovuto sorbire fino all’ultimo istante di snervante attesa prima di entrare, e di là, ad aspettarlo al varco, c’era un cerbero vero. L’unica consolazione era che Laura non era apparsa all’orizzonte. Sarà stata a scuola – come avrei dovuto starci io, che però avevo trovato sacrosanto, pur di spalleggiare Stefano, caso mai ci fosse stato bisogno di difenderlo, di fare sega: una cosa mai successa prima, e poche altre volte dopo. Luciano esibiva questa sua aria beffarda, e nessun turbamento: pareva sicuro di sé, gagliardissimo e paraculo come sempre. E Stefano era distratto da lui. Non riusciva a seguire le evoluzioni del professore, o le capriole di quelli che venivano buttati fuori. Ogni tanto usciva qualcuno che se l’era cavata con un 19 o un 21: grasso che colava, felici come pasque. Luciano, oltretutto, faceva l’amicone con tutti. Ma quando mai s’era visto a lezione? Quand’è che aveva stretto tutti questi saldissimi rapporti? E quando mai a lezione aveva potuto usufruire di un’atmosfera serena per potercisi dedicare? – A chi tocca ora?, fece mio fratello al resto della popolazione. – A te, gli fece Luciano con occhi pesti di foia. Stefano, invece di cadere tramortito a sua volta, si presentò davanti al professore con molta deferenza, con gentilezza (che signore!), e rispose alle domande in un modo che dovette risultare soddisfacente visto che non partì nessuna filippica, e Orsèolo, d’ufficio e senza reazioni, gli rifilò un trenta tondo tondo. – Lei in Storia ha avuto un bel 28. – Sì, l’ho fatto prima di questo… – Sostenuto. – No no, io ho risposto in tutta umiltà. Orsèolo alzò gli occhi dal libretto, e restò zitto a lungo, a fissarlo. Stefano dovette inghiottire un malloppo (il pomo d’Adamo fece prima su e poi giù), e, come sempre quando era in difficoltà, prese a tormentarsi un ciuffo di capelli sulla nuca, che ormai, dopo pratica di anni, era attorcigliato: unica ciocca riccia in quel cespuglio di capelli forti e lisci. 95

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– Lei l’esame l’ha sostenuto, figliolo. Gli esami non si fanno, si sostengono. Orsèolo si dedicò asetticamente a firmargli l’esame con una stilografica di lacca nera, uguale in tutto a quella che nonno Ermanno stringeva in ambulatorio quando scriveva le ricette, o compilava le cartelle, puntandoci sopra l’indice ornato da un neo sul dorso dell’ultima falange: da bambini credevamo fosse una macchia d’inchiostro divenuta un tatuaggio indelebile a forza di scrivere e studiare sempre tenendo questa penna in mano. Sempre impassibile, con una stretta di mano energica e impersonale, Orsèolo congedò Stefano, e uno dei due ladroni convocò Luciano, – Ascensi c’è? Stefano e Luciano si sfiorarono sulla porta nella staffetta. Stefano volò fuori e non lo degnò, ma non per disprezzo: non gli sembrava vero d’aver finito con quello strazio. Luciano andò a sedersi. Ora io ero preso da Stefano, e Stefano era preso da se stesso ma pare, a detta di Piero, mio compare di sega e attento testimone, che, appena seduto, Luciano desse subito segno di friggere. Un suo classico. Pare si voltasse in continuazione con aria smarrita, e questo proprio non era da lui. Per qualche ragione era dominato dal panico, non era più spavaldo. Sottovoce si mise a dire qualcosa al professore, si vede che aveva sperato per assurdo di averlo complice. Orsèolo aveva notato subito che Luciano aveva libri diversi da quelli adottati nel suo corso, cioè non aveva i libri scritti da lui, e aveva cominciato a interrogare Luciano, il quale aveva dovuto ammettere che quei testi erano adottati a Ingegneria per Disegno Tecnico 1 (dopotutto un equivalente, il gioco poteva funzionare). Si tolse anche lo sfizio, Orsèolo, di fargli qualche domanda cui Luciano dovette rispondere mostrando un certo grado di preparazione (era bravo, allora, questo qui!), e poi sbirciò nel libretto per vedere come stava messo con voti e rendimento. Aveva capito tutto, Orsèolo, e sperava che Luciano non avrebbe scoperto il gioco lasciandogli margine per una delle sue gag da mostro. Eh sì, Luciano quella volta restò incastrato. Orsèolo lo cacciò fingendo di trasfigurarsi e poi gli rise dietro sciogliendosi per una volta. Almeno un merito lo ebbe, Luciano: d’aver aperto una breccia nel corpaccione coriaceo della bestia. Peccato solo che si fosse speso a dare il tormento a Stefano proprio mentre Laura languiva su un tavolo operatorio. Proprio mentre lei tornava stravolta e dolorante a casa accompagnata da sua madre, Luciano, invece di restare a lasciarsi mangiare dall’ansia per lei, in quegli stessi istanti era in un altro punto della nostra topografia, e stava attuando un suo piano accurato e idiota, intanto conquistando una sua personale specializzazione in una materia che gli divenne incresciosamente propria: la latitanza. Non aveva creduto di doversi sfilare per tempo, ecco cosa: aveva voluto prolungare oltre misura il godimento perverso della sua macchinazione a vuoto, restandoci pure preso dentro.

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Questo qui è uno che pretende si faccia come dice lui, anche quando tutto gli è contro o va fuori logica. Ora, per esempio, vorrebbe che io lo seguissi in questo palleggio infinito, in questa gara a chi regge di più il rimpiattino, o a chi sbaglia prima. E io onestamente sto già cercando il diversivo, così gli piazzo un lungolinea al millimetro, e chiudo il punto: trenta a zero. O–oh ma Sara, mi devo laureare… (È così, Laura, ragionavo intanto, che ti direbbe Luciano?) Servo bene. Ho cercato il servizio tutta la partita, e adesso che dovrei lasciare lo trovo. La sua risposta è debole ma riesce a passare la rete. Ne viene fuori una smorzata maledetta – (…quel bastardo?). Io mi ci scaglio sopra e la ributto dall’altra parte con una demivolée angolata: quaranta a zero. Sfodero una fila di battute di prima imprendibili, Luciano la palla non la tocca nemmeno – non la vede, e chiudo il gioco: cinque a due. (Ti fossi messa con mio fratello – lui non te lo direbbe mai). Poi gli strappo il servizio. Non capisco cosa mi succede, sto subendo una qualche modificazione (mostruosa?). Per sicurezza mi controllo le mani, le braccia, mi guardo le gambe sudate, controllo i polsini di spugna inzuppati, e rosa di fanghiglia: cinque a tre. (Da che viviamo separati, io con nostra madre lui con nostro padre, non può essere cambiato tanto). Conduco la mia mano con forza: cinque a quattro. (Stefano non potrebbe mai diventare della stessa pasta di Luciano.). Sul suo servizio mi esalto. Volo letteralmente ovunque. Prendo di tutto, ma proprio qualunque cosa. Anche palle anomale che rimando d’istinto oltre la rete. (Io no. Non potrei mai dirtelo. Non potrei mai diventare così). Cinque pari. Parità perfetta. Ancora. (Proprio come JimBo Connors nel famoso quarto set della finale con Borg l’anno scorso a Wimbledon – lo ha vinto al tie–break ristabilendo la parità e si è giocato tutto nel quinto e ultimo – perdendolo purtroppo. Andrà così anche a me?). Gli spettatori, molti di più ora, rumoreggiano oltre la siepe e sui microspalti dal lato del Palazzetto. Reale e Piero sono in piedi, e Laura si sposta ancora di lato per seguire meglio. Piercarlino scuote il seggiolone, poi impone il silenzio. Riesco a mantenere il servizio: sei cinque. Al cambio di campo, scambio un’occhiata timida con Laura: porta questi pantaloni chiari, tenuti su da due bretelle ancorate con asole di cuoio a bottoncini d’osso, su una camicia di garza bianchissima, e ai piedi scarpe da tennis di tela grezza. Vado a sedermi tra Reale e Piero. Reale adesso tifa per me senza ritegno. Ha mollato una sua certa freddezza di stampo anglosassone, e si è lasciato andare una volta per tutte a manifestazioni inequivocabili di tifo sfegatato, da stadio, infrangendo la vera regola del tennis: il contegno modesto, l’understatement, l’aristocrazia dell’autocontrollo. 97

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Mi dà un’altra sorsata di quella bevanda aspra e per colmo mi infila anche una fetta di limone tra i denti. – Oh Piero, quant’è che giochiamo? È davvero il mio miglior amico se riesce a capirmi al volo mentre farfuglio queste parole a bocca piena e con un lieve accenno di nausea che mi serra la gola: potrei benissimo vomitargli in faccia. – Tre ore e sette minuti, Mauro. – Mm. Ritorno in campo, e Laura si sposta regolarmente dalla mia parte. Rispondo con convinzione, ormai, ma ho il fuoco nei polpacci, e come un principio di accartocciamento. Dentro di me sarei già in ginocchio, e in effetti sto ancora in piedi per scommessa. Devo cedere il game – sei pari. Questa parità che si ripresenta. Questo sbarramento immancabile. Profittando della pausa che precede la roulette russa del tie–break, mi stendo sulla panchetta con Piero di fronte che mi tiene i piedi in alto, come quando svengo a scuola: certo tutto si potrebbe ipotizzare adesso meno che l’ipotonìa muscolare. Reale prende a massaggiarmi energicamente braccia e gambe, e io starei per urlare tra dolore stanchezza e sfinimento, ma il motore va a tutto vapore, e smetterà solo se scoppia. Laura è al mio capezzale: pensa forse di poter riprendere con me quel discorso che abbiamo troncato di comune accordo pur senza dircelo, una confidenza che abbiamo chiuso, da poco ma in modo piuttosto irrimediabile. Abbiamo smesso di parlare di colpo, abbiamo smesso di fidarci. È accaduto, semplicemente. Ora invece non sta accadendo nulla, non c’è alcuna corrente nell’aria, nessun flusso sotterraneo, nessuna tensione. Mentre asciugo un po’ il manico della mia Dunlop: con impugnatura 6 in cuoio come la usava zio Carlo (e doveva averla usata ancora poco o con mano leggera perché, quando l’avevo avuta da te, il rivestimento appariva intonso, e poi sono stato io a bagnarlo e a consumarlo, tanto che, tra un po’, bisognerà portare la racchetta da Grilli Sport, dal padre di Rita, per farlo cambiare, o solo per rivestire il manico con una di quelle impugnature usa e getta, adesive, fatte di spugna che trattiene il sudore e lascia asciutta la mano senza farla scivolare, senza far sbagliare un colpo): mentre mi gingillo così, osservo Luciano con interesse. Lo scruto curioso, chiuso in me stesso, e penso a quante cose uno porta dentro di sé, e a quanto ognuno resti una realtà inaccessibile. Per quanto lo guardi, io vedo sempre lo stesso Luciano, sempre lo stesso da anni. Uno stronzo, un coglione spavaldo. Eppure anche lui non deve averne viste poche. Quelle di cui so io avrebbero sbriciolato un cuore di pietra. All’inizio dell’anno suo padre e il suo fratello più grande hanno avuto un incidente: la macchina su cui viaggiavano in pieno giorno è diventata un unico pacco compatto di lamiere. Schegge di vetro sono state rinvenute sparse attorno per un raggio di oltre un chilometro. 98

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Un camion non li ha visti, li ha presi in pieno e li ha schiacciati: morti sul colpo. Meno male – io non vorrei mai sopravvivere a una sciagura del genere, anche se è facile dirlo da vivi e sani. Certo, una volta che si è morti è finita, ed è probabile non ci sia luogo da cui dirlo a chi è rimasto – che è stato meglio, certo, anche se subentra la condizione più avvilente: l’indistinzione. Una sera d’autunno del ’92 sarebbe andata in onda una certa puntata di Mixer, col solito menu di interviste sparate in primo piano dal faccione di Giovanni Minoli insieme agl’impeti delle inchieste di Mani Pulite: nello spazio degli approfondimenti sarebbe partito un servizio sul caso di due italiani arrestati all’aeroporto di Bogotà e occultati di corsa in un anonimo carcere colombiano. Nel servizio i due si sarebbero appellati alle autorità italiane e all’opinione pubblica perché si decidessero a metter mano al loro strano caso. I due, con vago accento settentrionale, avrebbero raccontato d’essere amici dediti a quel turismo distruttivo diviso tra droga e sesso se non prostituzione: uno dei due avrebbe dichiarato di essere partito come molte altre volte da Pavia, ricercatore universitario. Forse proprio questo qui, proprio il professorino, in modo rocambolesco, sarebbe riuscito a far arrivare la notizia dell’arresto al console italiano in Colombia per avviare una qualche faticosa procedura utile a tirarli fuori: chissà quanto tempo ci sarebbe voluto per riportarli a casa, seppure. Un’inviata RAI, forse autorizzata a oliare la coscienza sporca di qualche guardia carceraria con mazzette a misura, sarebbe riuscita a penetrare nel carcere con un operatore, e il professorino pavese le avrebbe fatto strada in questa visita guidata all’inferno. La giornalista avrebbe trasmesso il suo pezzo stando davanti a una specie di enorme grata utile a sbarrare un cortile parecchio interno, un vero buco: a guardarlo da molto in alto lo si sarebbe potuto vedere inserito nel suo rispettivo quadrante geografico, e attorno a quel buco si sarebbe visto un vasto nulla desertico, dopotutto non distante da qualche villaggio, e dagli agglomerati densi della capitale, dove si sarebbe potuta intercettare, come in un formicaio attivo, la vita, per quanto ingrata però libera, della gente comune, ancora in salvo, ma per pura coincidenza, da un qualunque pretesto che potesse motivarne le reclusioni assurde come ospiti del carcere. Dalla grata, opportunamente indicata dall’inviata, si sarebbe visto pullulare un fascio di membra umane, bracce e gambe e musi di detenuti accalcati per affacciarsi, e sparsa oltre la grata in pauroso disordine, più dentro al buco su cui si sarebbe visto incombere un sole feroce a perpendicolo, una folla ulteriore da cui inspiegabilmente inviata e operatore non sarebbero sembrati travolti. L’inviata, tenendosi premuto un fazzoletto su naso e bocca, avrebbe pronunciato tuttavia distintamente la frase chiave: quella che mi avrebbe trapanato l’anima, – Vi assicuro che qui c’è un puzzo pestilenziale: di carne al macero, di escrementi. Si respira a fatica, continua a riferire la giovane giornalista che forse nel corso da cronista d’assalto che ha frequentato diplomandosi in giornalismo non avrà messo in conto questo genere di 99

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missione, in posti come questo dove avrebbe dovuto domare a fatica i conati di vomito e reimparare i segreti meccanici della ventilazione, – e quest’aria irrespirabile è la stessa che in questo carcere sovraffollato si trovano a dover condividere migliaia di detenuti ogni giorno mentre del loro destino giudiziario non è detto qualcuno si stia davvero occupando. Del rancio non si sarebbe avuta alcuna notizia, e il fatto più assurdo lo avrebbe riferito proprio il professorino, evidentemente provato da quella detenzione estrema stando al viso pallidissimo, scavato, al cranio quasi del tutto calvo – forse, chissà, per essersi carusato prima di partire per la sua tragica vacanza, mentre sarebbe stato impensabile credere che le autorità del posto fossero attrezzate, o disposte a perder tempo, per simili operazioni di carattere igienico, o forse avrebbero potuto contemplarle solo come strumenti di una invalsa filosofia carceraria dell’umiliazione. – La vera notizia, avrebbe riferito la cronista in un rigurgito vertiginoso di mestiere, sta non tanto nell’evidente sovraffollamento quanto nella sua soluzione. Il professorino si sarebbe prestato a rendere la propria testimonianza su questo tema indicando l’imbocco a una cella che, nella falsa prospettiva offerta dalla telecamera, sarebbe potuto sembrare uno stanzone, e invece sarebbe risultato essere un buco, anch’esso zeppo di poveri cristi tenuti a bella posta in quello stato di larve. Osservando questo virgilio contemporaneamente anche lui anima dannata, sarei rimasto folgorato dalla struttura ossea del suo cranio scarnito; dal mento che avrebbe tradito un incontenibile desiderio di piangere eppure allenato a restare impassibile fino alla spavalderia; dal convergerci sopra dei tratti del viso come sul tratto discendente di un immaginario segmento verticale preposto ad allinearli; e, salendo lungo quella ordinata ideale, avrei potuto rinvenire lo spigolo d’osso del naso, e salendo ancora rintracciare il punto medio su cui veder incrociare le curve di sopraccigli sfoltiti. Il professorino, aprendo il quadro con una mano, dimostrativamente, come quando io aprivo come ali le braccia una dopo l’altra per squadernare in campo le due metà della nostra formazione di volley, avrebbe fatto segno verso la soglia, e raccontato: – In effetti qui è il sovraffollamento la vera tragedia. I miei compagni tendono a non lamentarsene, ormai, solo i nuovi osano protestare, ma imparano la lezione subito. Qui, quando si raggiunge una densità critica, le guardie imbracciano dei fucili a canna grossa, e si fermano sulle soglie delle celle. Da lì esplodono sui detenuti dei proiettili che sono vere e proprie bombe al magnesio: armi chimiche, di produzione americana. Il magnesio fonde i corpi, ne fa un’enorme poltiglia indistinta, i resti di membra e carni si riassemblano in nuovi amalgami bizzarri, diventano rifiuti umani compattati, che poi vengono smaltiti nelle fosse comuni, dove si spera arrivino morti. Una volta tornati sul professorino, dal volto avrei percepito il suo terrore di far parte una prossima volta della massa di corpi fusi dal magnesio insieme al suo amico – perciò, qualunque infamia o ingenuità i due avessero commesso, sarebbe stato dannatamente urgente macchinare in qualunque modo per tirarli fuori da lì, sarebbe stato irrinunciabile attivarsi per far istruire subito un procedimento di estradizione che avrebbe affidato i due perlomeno a una giustizia giusta, come più che mai sarebbe

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sembrata essere in quegli anni la giustizia garantista del loro legittimo paese, del mio paese. A quel punto Sandra, mia moglie, con il malloppo del nostro primo figlio placidamente adagiato nella pancia, mi avrebbe visto volare nello studio verso il telefono, e mi avrebbe sentito parlare concitatamente con mio fratello. E i giorni dopo, anzi per mesi, mi avrebbe visto impazzito – proteso solo a smuovere tutto quanto fosse possibile per cavare Luciano e il suo amico fuori da quel maledetto inferno. Da solo non sarei riuscito a far molto. Con Stefano, e molti altri: amici, o sconosciuti divenuti fratelli per l’occasione, avrei partecipato a una gara che avrebbe mobilitato tutti quelli che avessero a cuore la sorte di Luciano (inaspettatamente una folla) e di quell’altro, e alla fine la somma di tutto questo gran casino avrebbe ottenuto che i due fossero sottratti ai micidiali raid al magnesio dei carcerieri colombiani. Col tempo, una volta in Italia, i due sarebbero riusciti a dimostrare una circostanza probabilmente falsa, o forse solo soggetta nel nostro paese, diversamente che in Colombia, a criteri diversi di valutazione giuridica: il quantitativo di droga rinvenuto addosso ai due alla dogana dell’aeroporto di Bogotà, e il tipo, sarebbero stati considerati per il solo uso personale, cioè non un reato per il nostro sistema di leggi. Dopo, Luciano non lo avrei nemmeno incrociato. Non avrei avuto la voglia o il coraggio di andarlo a cercare, e lui non si sarebbe fatto vivo. Contro ogni apparenza, mio fratello non lo avrebbe mai perdonato: da Ivan, compagno di studi di Luciano, avrebbe saputo che, dieci anni prima, solo due mesi dopo la morte di Laura, anche Luciano si sarebbe mescolato con migliaia d’altri pazzi per celebrare, la notte dell’11 luglio, la vittoria dell’Italia in Spagna: si sarebbe affogato nell’alcool a partire proprio da quella notte, senza mai perdere, attenzione, quel suo grugno efferato, e si sarebbe disperso per sempre a ricordare una certa sera micidiale. 3 maggio 1982, lunedì: ore nove circa. Luciano è stato al telefono con Laura per svariati minuti. Da tutt’altra parte, anch’io, per uno scarto infinitesimale di istanti, sono stato attraversato dal pazzo progetto di telefonarle, e provare a riparlare con lei: un’idea accarezzata ininterrottamente per tutti e quattro gli anni trascorsi tra questa finale di torneo e il lunedì sera in questione, senza mai trovare il coraggio di affrontare il buco tremendo che mi porto nel cuore – questo, insieme ad altri. Non è stato un silenzio assoluto, qualche deroga nel tempo me la sono concessa, sono riuscito persino a sostenere l’assurdità di un paio d’incontri, ma ormai è come se Laura mi parlasse da dentro una stanza, affacciata a una finestra, e io me ne stessi fuori e provassi a fare due chiacchiere innocue mentre brucio di urgenze, di una fame arretrata di intimità, ma non potessi né cambiare il genere di approccio né varcare la soglia della stanza dentro cui lei ormai vive tumulata, è come se lei stessa tenendo quel suo tono formale (dentro cui si è impedita di concedersi ogni ripristino di confidenza con me) si tenesse al riparo dalle tentazioni, tutelasse con una pellicola 101

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sottile le proprie fibre tenere, che anche un piacere potrebbe definitivamente squassare – e proprio non può concederselo perché si esporrebbe a un rischio reale. Del resto, se avessi telefonato avrei trovato la linea occupata, e avrei subito capito che Luciano mi aveva a buon diritto preceduto. E poi, proprio per come stavano ormai le cose tra noi, il desiderio di chiamarla, come labilmente mi si è intrufolato in testa mentre guardo aggirarsi sul primo canale un quasi sosia del padre di Laura, Richard Harris nel ruolo di un medico umanitario in Cassandra Crossing nella sequenza in cui è impegnato a vedersela con quel gigante gracile che è Lee Strasberg, altrettanto velocemente quell’impulso è tramontato, o meglio è stato accantonato per essere soddisfatto magari più tardi o il giorno dopo. Luciano, al telefono, si è comportato come un cretino. Ha ignorato un sintomo evidente, un presagio decifrabile. Lui e Laura, fin da quel concepimento incauto, finito stroncato, non hanno fatto che discutere, e odiarsi con tenacia, e però sono rimasti avvinghiati come due pazzi, senza decidere di staccarsi, con ostinazione. Specie Laura, che ha dovuto soffrire indicibilmente di un senso di fallimento, troppo pesante per le forze lasche della sua coscienza prematura. Laura, al telefono, ha implorato Luciano, con disperazione, e lui la deve aver trovata insopportabile, deve aver trovato impossibile sostenere ancora la loro relazione, in cui ogni traccia di tenerezza si è persa e c’è rimasto posto solo per la rabbia, per questa incapacità di chiudere con lei una volta per tutte, per il pazzo terrore di farle del male. Laura ha tentato la carta della minaccia, gli ha detto che se non fosse venuto fin lì, subito!, lei sarebbe volata giù dalla finestra della propria stanza, e lui le ha risposto, – E vuoi vedere che io mi faccio trovare giù in cortile in moto a raccoglierti? Cioè: come glielo ha detto?, e cosa intendeva veramente? Se parto dall’opinione che ho sempre avuto di lui, forse ragiono come Laura, e prendo quella risposta per una beffa, una frase piena di disprezzo, un invito a Laura in forma di metafora a togliersi di torno una buona volta. Ma forse Luciano esercitava con lei una sua dolcezza severa, forse in una forma estrema di gentilezza aveva provato a forzare il limite tenace con cui lei si ostinava a restargli legata. Per la verità, Luciano non avrebbe dovuto fare dell’ironia, ma registrare l’obiettiva piega tragica che i fatti congiuravano a mostrare. La madre, quel lunedì sera, ha rinunciato a squittire: ha visto Laura sbattere il telefono, voltarsi, e in preda alla stizza farsi decisa il corridoio, svoltarci nel gomito continuando a pestare i passi nel braccio finale (a quel punto diventando invisibile a sua madre tornata in cucina) giù fino alla porta della propria stanza, che ha rimbalzato regolarmente sbattuta, perciò poi si sono uditi solo pochi altri piccoli rumori: la maniglia ruotata da dentro, stavolta con cura, e una mandata di chiave: secca! Al funerale Luciano è diventato un automa congestionato, una maschera contratta. Il corpo gli si è disarticolato, scosso da un meccanismo ininterrotto che lo ha fatto muovere, camminare, sprofondare negli abbracci di amici e altri estranei, consegnarsi al bagno di folla. 102

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Mio fratello gli è andato vicino: sono rimasti a guardarsi per una manciata interminabile di secondi. Ho avuta la paura folle che Stefano gli sferrasse un pugno, invece gli ha buttato le braccia al collo, se lo è tenuto abbracciato stretto, e Luciano in quei minuti non ha pianto: si è lasciato cullare come se a farlo fosse tornato il suo babbo o suo fratello. Quello è stato l’unico momento in cui dev’essergli parso che qualcuno avesse spento il terribile video della sua tragedia, e forse ha provato il desiderio di far durare la tregua per il resto della vita. Quando mio fratello si è staccato dall’abbraccio, gli ha regalato un’ultima carezza sul viso – poi ha abbassato gli occhi, si è voltato e se ne è andato. Abbandonato ancora, stavolta per sempre. Luciano ha ripreso a piangere, è tornato a congestionarsi in viso, la stessa maschera di dolore di prima: da cefalea lancinante, ha ricominciato a muoversi a scatti come una marionetta scoordinata da un pacemaker rotto. Ci ha provato, Luciano, dopo, a finire l’università, restando bloccato per parecchio tempo, senza riuscire a portare a termine, neppure a intraprendere, nulla. Ha faticato come un mulo, come mai in vita sua, essendo tutto ormai avvelenato da un’amarezza triste, sentendosi sconfitto da subito, da prima. Con Ivan, il figlio della sua professoressa di Lettere, inquilini nel palazzo di Laura, si è trasferito a studiare a Pavia, incaponendosi a continuare Ingegneria, senza concedersi scorciatoie, accettando tutta l’oggettiva osticità di quegli studi, e, totalmente, la piega storta della propria vita: decidendo di imboccarla e viverla, fino all’estremo. Lì se lo sono tenuto stretto, hanno visto le linee pulite della sua intelligenza senza sindacare sul suo cinismo, hanno capito subito che è uno da tenersi caro. Al tempo della vacanza colombiana, che gli sarebbe quasi costata la vita (di cui ancora gli sarebbe importato, dopotutto, visti gli appelli forsennati che si sarebbe sforzato d’inviare nell’etere, anche per generoso interessamento alla sorte del proprio compare), i rigorosi docenti dell’ateneo di Pavia lo avrebbero accolto con clemenza, come un ingegnere giovane e scapestrato, un ragazzo di valore un po’ sperduto, affezionato a una propria mitologia negativa, e gli avrebbero garantito un posto da ricercatore. Per tutto quel lungo decennio, Luciano non avrebbe fatto altro che cercare altrove un dolore più intenso e terrificante di quello che gli è costato la perdita di Laura, per lo spavento insopportabile di portare dentro di sé una sorta di malloppo metallico, il calcolo calcificato del suo amore malato per lei, saldato al tradimento grottesco che la vita gli ha perpetrato contro con le sue macchinazioni.

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5. Il segreto di ogni rimonta sta nell’impossibilità dell’impresa e nella sicurezza del favorito battuto dalla sorpresa: il finale di partita sfuma nel fumetto.

Lo guardo, Luciano, mentre ce ne stiamo sistemati qualche altro minuto sulle rispettive panchine, e mentre provo a esorcizzarlo, ripetendomi che lui non è che un irriducibile cretino, per una misteriosa intuizione sento che questa sicurezza su cui avrei giurato fino a un game fa si è già spezzata. Prima mi si è aperta nell’anima una crepa sottile, ora ci si è spalancato un abisso nero sotto. Magari quest’aria idiota, tronfia, che lui offre al mondo, a costo di essere scambiato per un animale cinico, senza cuore, è il suo modo di rendersi di fatto inaccessibile e di diventare invulnerabile – il suo antidoto contro il rischio, sempre in agguato, di subire dagli altri ciò che non desidera, il suo modo di opporre un cubitale NO senza discussioni, per non ritrovarsi saccheggiato suo malgrado, e poi non saper trovare la forza di sottrarsi: forse è un suo modo di rendersi libero. [Ho sentito dire che recentemente una creatura delicata è intervenuta a rischiarare finalmente il suo orizzonte: una figuretta vivace, segnalata da una capigliatura rosso fuoco e un visetto diafano punteggiato di efelidi, una donna generosa capace di capovolgere la sua ostinazione, l’avversione incorreggibile che Luciano proverbialmente oppone al mondo e ha sintetizzato in un tatuaggio inciso chissà quanto dolorosamente all’interno del polso destro: pare che la rossa abbia avuto dopotutto gioco facile a smontarlo con una semplice battuta, – Basta ruotare il polso, e NO diventa ON: non ci avevi pensato? Dicono che Luciano sia arrossito e abbia riso, di sorpresa e di gioia: reazioni inedite, per lui.] L’unico risultato per ora visibile, e infallibile – stando ai fatti, di questo suo sistema, per il momento almeno, sembra essere che Luciano se ne sta lì, seduto in panchina ad asciugarsi con metodo la fronte e il manico della sua fida Wilson, placido e impassibile. Poi di colpo si rialza e va a pescare nella borsa, sempre chiuso in un giro di pensieri tutto suo, una bella maglietta nuova, pulita, manovrando con calma inossidabile sulle tremila tasche di questo vero e proprio bagaglio di ricambi: tutto offerto da Grilli Sport che ha convenzioni generose con le grandi marche, perché ormai questo sistema delle sponsorizzazioni, da un certo buon livello in su, sta dilagando, e presto detterà legge, e i committenti sapranno agire al momento opportuno con sottili ricatti cui i grandi campioni, per genio e inadeguatezza, si ritroveranno a soccombere. Un lavoro metodico, questo di Luciano di gingillarsi con asciugamani e magliette e polsini e fasce di spugna, che del resto gli ho visto fare sempre: tutte le volte che siamo andati al riposo ogni due game, con l’atteggiamento quieto del professionista abituato all’ambiente e al clima dei grandi tornei. Dovrei stare di più su di me, più chiuso anche io a addensare la volontà sulla sfida al tie–break. 104

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Smetto di spiare Luciano e guardo in terra setacciando al microscopio i granelli di terra rossa smossi da qualche pedata mentre nell’orecchio che rivolgo alla recinzione del campo e al retrostante viale di brecciolino che separa i campi dall’edificio basso del circolo, dal bar, dalle sale comuni, dagli spogliatoi, dai bagni, dalle docce, raccolgo l’allarme di un trapestio di pedate che si aggirano fuori controllo. Luciano indirizza un paio di ruggiti a Laura, rea di non avergli arredato la panchina e essersene stata tutto il tempo a metà, topograficamente sospesa tra noi due, poi apre il frigorifero e pesca un lemonsoda. Mmm… non si dice lemonsòda, l’accento va all’inizio, cioè rotola indietro, il mio collega californiano, David, dice: lèmonsoda, òransoda, capito?, gli americani lo dicono così.. , avrebbe puntualizzato, se avesse potuto (cioè se fosse stato presente), Bernardino, fermando il gioco pur di fornirci questo prezioso contributo linguistico, appreso nelle lunghe sedute di jogging fatte col collega scienziato David, cristone di Santa Monica, col quale, per spezzare la fatica del lavoro di ricerca in laboratorio e allenarsi alle lunghe camminate alla ricerca di minerali e fossili, faceva chilometri di corsa, secondo noi, suoi allievi maligni, al solo scopo, poi, di imbottirsi di soft drinks gelati, che gli avevano fatto le bolle nel cervello. Luciano butta giù una generosa sorsata di spumone ghiacciato predisponendosi a una sincope, poi si passa una mano nei capelli e stizzito se ne torna in campo. Piercarlino dà il segnale che si ricomincia. Io arranco a fondocampo a raccattarmi le palline da solo. Ma come?, mi ribello dentro di me, l’arbitro sì, e nemmeno uno straccio di raccattapalle?! Quando mi volto mi basta passare in rassegna nell’ordine – 1. il mio avversario: tutto fresco e rivestito (del resto, c’è poco da fare, Luciano è un semiprofessionista, è attrezzato di tutto punto, lui), mentre io grondo sudore misto a terra rossa, e ho la maglietta incollata addosso da far schifo; 2. Reale: in questo momento con la scucchia pronunciatissima; 3. Piero: stremato, neanche la partita se la stesse sorbendo lui; 4. (scantonamento su in alto:) Piercarlino, indecentemente tutto sparso nel seggiolone: tocchi interi di lui debordano abbondanti ben oltre il quadrato di ferroverde del sedile; 5. e (ridiscesa al paradiso:) Laura: coi fanali Persol indeviabilmente puntati su di me; per decidere che a questo punto mi resta solo da stringere i denti – per giocarmi il tie–break con disperazione, mentre Luciano mi pare lo affronti con sufficienza. Qualcosa è accaduto. Lui spara pallini imprecisi, violenti ma fuori centro, va avanti come uno schiaccia sassi ma è sempre fuori di poco o fuori direzione: gioca a casaccio. Io invece, per ragioni non chiare, mi sono sintonizzato sul ritmo di gioco che è a passo di sventola, corro come un pazzo verso tutto quello che arriva: se sono io servire a volte becco staffilate di prima e la palla saetta via praticamente invisibile; se 105

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sono costretto a rifiatare di seconda, trovo la stoccata traditrice oppure concedo lo scambio con atteggiamento modesto, così poi riesco a chiuderlo d’imperio senza darne avviso. Trovo una sapienza tattica ignota anche a me, e per la prima volta in vita mia. – Sette sei: gioco partita incontro torneo, 1-6 / 6-4 / 7-6, così anche Piercarlino ha la sua degna uscita di scena. Vinco. Ho vinto. Non sto in piedi ma ho vinto. Non ce la faccio neppure a andare a stringere la mano al mio avversario. Con mia sorpresa è lui, Luciano, che, di slancio, scavalca la rete e viene ad abbracciarmi. Poi aiuta Reale a portarmi fuori dal campo. – Quant’è che abbiamo giocato? – Quattr’ore e ventisei minuti, mi risponde puntuale Piero con le lacrime agli occhi. Ma non è solo commozione per la mia impresa inaspettata, sta anche ancora ridendo per l’inseguimento cui ha appena assistito come in un trailer di Oggi le Comiche. Noi qui stavamo giocando la nostra partita e non ci siamo accorti di nulla. A un certo punto, proprio i piedi calzati da jogging che io avevo sentito circolare, due paia ben inzaccherate di fango raccolto in campagna, avevano varcato l’ingresso del circolo. Con estrema disinvoltura avevano marcato il pavimento di linoleum della sala bar e lasciato terra attorno ai cavalletti su cui splendevano i tabelloni con tutti i risultati del torneo: i titoli della sezione femminile e le vittorie nelle finali già giocate dei rispettivi doppi, in attesa che vi fosse registrata sopra la mia vittoria inattesa nel torneo singolare maschile. Poi avevano strisciato i quadrati della zona in cui, nelle teche e sugli scaffali, spiccavano coppe e medaglie, e, su un tavolino, erano schierati i trofei da consegnare per l’attuale edizione. Quatti quatti i due, infangati e grondanti sudore, avevano guadagnato la zona dei bagni, e con soddisfazione si predisponevano a godersi una bella doccia calda, dopo la quale (nel caso di Bernardino era sicuro) la moglie di Marione addetta alle pulizie, poveretta, avrebbe trovato il disastro, ma anche io e Luciano, come Piercarlino a suo modo, e persino Piero, ci saremmo tutti infelicitati quel momento di ristoro meritato, reduci com’eravamo da quella partita ingrippante da cui desideravamo solo scioglierci sotto getti bollenti. I due erano già in zona antibagno, tra spogliatoi e docce. David, dall’alto dei suoi due metri, aveva appena allungato una mano verso i rubinetti per miscelare manualmente acqua fredda e acqua calda e trovare il giusto punto di tepore, mentre Bernardino gli stava inviando una delle sue proteste col suo tradizionale tono infastidito e cominciava a togliersi scarpe e calzini. David per la verità fu piuttosto svelto a togliersi di dosso tutto e a darsi una prima bagnata generale quando Marione fece irruzione nello spogliatoio fuori di sé: la porta restò aperta e inquadrò da fuori in successione i locali infilati uno dentro l’altro: – lo spogliatoio con gli armadietti ben chiusi e le panche di legno prive di panni, 106

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– la porta verso la zona dei lavandini aperta su Bernardino seduto a svestirsi, – e la porta giù in fondo aperta sulla zona docce, su David in piedi sotto l’acqua, bloccato dalla sorpresa e immortalato nudo nel vano doccia con la tendina di plastica lasciata candidamente aperta. Una specie di inquadratura fissa, bloccata su movimenti sospesi, come in un film di David Lynch. Marione aveva un solo piano in mente: stanare quei due abusivi dalle sue docce. E nonostante non avesse in mano neppure un attrezzo da campo, con la sua sola terribilità di mostro mise in fuga i due, i quali non ebbero molto tempo di ricoprirsi se non alla ben’e meglio, e sparirono rincorsi da urla spaventose e nell’ilarità generale come sagome da fumetto, cartoni animati ridicoli. Era fine aprile, un pomeriggio caldo, e Laura era vestita leggera. Noi due restammo a distanza anche dopo la mia vittoria. Laura, per la verità, venne a salutarmi, e contenutamene a festeggiarmi, con gli occhi di Luciano incollati addosso, ai quali negli ultimi secondi si aggiunsero quelli di Stefano. Gli sguardi dei due convergevano su di lei che stava carezzando con occhi da cerbiatto me: avrei voluto averli ancora tutti per me neppure due mesi prima. Ora quello sguardo, così adorato fin quando ci eravamo intesi, mi sembrava il più piatto e remoto che si potesse immaginare. Eravamo a un passo, e tra me e lei c’era una distanza siderale, un gelo profondo che non avrebbe potuto in nessun modo preludere a ciò che per noi due io avevo osato desiderare, immaginando peraltro di sbaragliare epicamente i miei due rivali (uno dei quali era nientemeno che mio fratello). Appena fino a poco tempo prima io avevo creduto, confusamente, da inesperto di affari del cuore, o da gaglioffo, che con Laura presto o tardi l’avrei avuta vinta perché sulla carta io ero il migliore, reso oltretutto sfolgorante dall’aura di angelo custode con cui m’ero ammantato d’ufficio da me. Secondo il mio oscuro progetto, alla fine, con Laura, io ci avrei scopato in veste di suo unico e meritevole amore. Del resto, la maggior parte delle mie fantasie su di lei, anche quando ero con lei o le parlavo al telefono (le nostre lunghe, intime telefonate), erano amplessi ingenui, tenerissimi, e casti, ma insomma pur sempre terra terra scopamenti. Se mai avessi avuto fortuna, e tutto quel che avevo sperato fosse accaduto: se cioè lei, scopata sicuramente in modo furioso e imperativo da Luciano, e ambiguamente persa a occhieggiare anche in direzione di Stefano (intenta cioè a godere d’essere preda ambita, e pronta a trasformarsi all’occorrenza in predatrice), poi non fosse stata riportata alle urgenze della realtà, e dunque distolta da questi suoi ulteriori sogni di un rapporto con me da quel principio di feto, precipitosamente abortito, io da bravo terzo avrei preteso di godere – di fare, diciamo, il mio risultato. Ma scopando lei, sarei finito a scopare me. Ero talmente calato nel ruolo del consolatore innamorato investito del ruolo di sanare uno squilibrio, rimediare a un iniquo assortimento, ripristinare un ordine giusto e superiore, che di lei non sapevo nulla: non sapevo di cosa le importasse, o di 107

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chi, veramente, o se fosse in grado di vedere in me una creatura con cui compenetrarsi. Non ero capace di indovinare, per esempio, che ciò che io speravo d’avere come traguardo finale, e come evidenza per tutti della vittoria conseguita su tutta la linea: fare l’amore con lei, per lei era pane quotidiano, consumabile in qualunque momento come un cibo elementare, o come l’espletamento di una qualunque funzione corporale. Fisicamente neppure l’avrei avuta, e infatti non la ebbi – la massima vicinanza tra noi fu il movente del definitivo allontanamento. Ci perdemmo in un attimo, per incidente: e ora averla davanti mi stava raggelando. Avrei dovuto sciogliere quel ghiaccio, andare a cercare il frutto rosso che custodiva per non perderlo: farlo subito, senza distrazioni. Sul principio dell’estate, invece, ritrovai Leonia, che non amavo affatto e non mi amava. Ci conoscevamo fin da bambini, avevamo sempre giocato insieme in spiaggia sotto gli sguardi premurosi delle nostre madri, amiche d’estate. Così riprendemmo a giocare. Con lei, mi dedicai all’amore come solerte apprendistato fisico, e questo parve scaldarmi prodigiosamente il cuore. Le ultime estati ci eravamo trovati avversari nei tornei di beach volley, poi avevamo fatto coppia: ma solo nel doppio misto al circolo del villaggio. Noi due imparammo un sacco di cose, insieme – e tutto si consumò allegramente, e in armonia, in breve. Come poi diventò un mio classico, fui io a abbandonare il campo. Poi, il nove luglio, il silenzio calò, come una crosta di gelo, su Wimbledon. Sul catino centrale dell’All England Tennis Club, a un passo dalla magnifica brasserie di Annabelle. Sulla finale tra Borg e Connors: la rivincita. Su Connors: l’antipatico, che conduceva il secondo set per tre giochi a due. Su di lui: il nevrotico tenace, che se ne stava perso a accanirsi su una serie di riti propiziatori, consistenti in questa successione regolamentare, ormai collaudata: 1. asciugarsi il sudore con un asciugamano ridotto a uno straccio; 2. passarsi il polsino già zuppo sotto il naso, e su fronte e tempie, con un gesto in due tempi e due diverse angolature del braccio, ripetuto già un migliaio di volte ma ora diventato più lento più ossessivo più rituale; 3. tirarsi su più volte la maglietta bagnata arricciandosela sulle spalle, e abbinandoci una smorfia puntuale di dolore, per qualche incrocio storto di nervi che doveva attanagliargli la spalla sinistra (la spalla del braccio buono), una qualche morsa elettrica che si stava adoperando a lambire vertiginosamente a ogni riaggiustamento della manica attorno al giro, per assaporare il gusto, e la confidenza, con quella sua intima nevralgia, che di sicuro risultava, oltre che a lui, anche alla sua Chris Evert, con tutto il corredo di lagne domestiche da fidanzati decennali, abituati a lenirsi a vicenda i rispettivi acciacchi da campioni, e a esibire pubblicamente i rispettivi schermi; 108

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4. compiere per bene e rigorosamente in quell’ordine quei gesti, uno dopo l’altro, e poi ripartire a ripetere tutto daccapo; e alla fine di ogni serie di riti: 5. infilare un gesto puramente tennistico, eseguito allo stesso modo ripetitivo e snervante: restare chino per interminabili secondi a far rimbalzare la prima palla di servizio, sempre sul punto di lanciarla in alto e caricare dolorosamente il mulinello della battuta (giusto per vedere se la corazza d’acciaio di IceBorg non gli riuscisse, per caso o per sbaglio, scalfirla), una due tre quattro volte, amplificando le onde della tensione all’infinito – mettersi lì a palleggiare sulla linea di fondo, uno due tre quattro palleggi, per poi riunire la pallina al piatto di una delle sue Wilson, poi levarsi e stendersi nel rituale della preghiera del tennista, sul punto proprio di servire (come volesse tirarsi su per andare a acchiappare in cielo la palla buona) l’ace che spaccherà l’asso svedese, e poi rinunciare, riabbassarsi e ripartire con uno due tre quattro palleggi… Interminabile. Senonché, quel silenzio di ghiaccio sceso sul campo centrale, cominciò a sporcarsi di sospiri, di prese di fiato dopo l’apnea trattenuta allo spasimo per rispetto e per devozione: JimBo finì incartato nella sua stessa guerra di nervi. IceBorg dal fondocampo opposto ne approfittò per tirarsi su e sciogliersi dal suo accovacciamento mobile di sfidante in attesa della bomba di servizio per attrezzare una qualche risposta: la sua faccia d’acciaio, tutta raccolta verso la punta del naso, e indurita dalle chiome vichinghe sparse sotto la fascia frontale, parve attraversata da una vaga aria di beffa ma non ci si sarebbe potuto giurare. Unico segnale umano: un sospetto di sudore che pare avesse appena preso a imperlargli la fronte. JimBo perse le staffe: raggelò il pubblico, già provato dalla lunga concentrazione, con gesti di fastidio indirizzato a un settore ben preciso degli spalti dove si era convinto, per la nota inclinazione a sposare la tesi del complotto, fossero stipati sparuti spettatori che, non avendo la stoffa per reggere questa sorta di gioco del silenzio, avevano rumoreggiato fuori tempo già un paio di volte di troppo – irritandolo. Ma dentro di sé il vecchio JimBo aveva già rinvenuto il gancio della concentrazione e, visto che ormai quel momento magico tirato troppo per le lunghe era rovinato, si era già predisposto a ricostruirlo tutto daccapo. Quando il giudice di sedia provò a imporre di nuovo l’incantesimo con monocorde flemma britannica, – SOILENS PLIIISSS!, per ripiombarci tutti, Duchessa di Kent compresa (maestosamente acquartierata tra i giannizzeri e tutti i piccoli raccattapalle), nel baratro di un’altra liturgia, su tutto si abbatté il grido forte e chiaro: – Go go go go go Jimmy go! Acutissimo. Ero io, quello.

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B Side / Lato B

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[ALTRI ESTRANEI] (1) Sailing – Questo gioiellino del cantautore texano Christopher Cross, molto amato da Pietro, folgorò Mauro ragazzo per due buone ragioni: la chitarra e la barca. Era il ’79, e Mauro che, da bambino, si era formato alla musica sul pianoforte a coda posto al centro del salone di casa (sul quale suo nonno, ogni volta che da giovane padre gli nasceva un nuovo figlio, suonava a orecchio la Marcia di Radetszky, facendo eco ai vagiti imperiosi con cui ciascun neonato piantava la sua bandierina di nuova creatura terrestre), e a otto anni già leggeva gli spartiti forse anche meglio dei libri, da un pezzo aveva fiutato nella chitarra non soltanto uno strumento a sé più congeniale ma proprio una sorta di prolungamento del suo arto destro quanto nello sport lo sarebbe diventato la racchetta. Cioè per lui il piano stava alla chitarra come la pallavolo stava al tennis. Nel gioco di squadra come nelle sontuose suonate (certe volte a quattro mani con la maestra Berta) si mimetizzava e faceva esercizio di armonia – invece nel fingerpicking, negli slide, nelle diteggiature, come nei lunghi palleggiamenti da fondo campo che poi chiudeva con gli affondi, Mauro metteva al lavoro la propria maniacalità ossessiva, e l’educazione mitologica di sé. Pianoforte e pallavolo erano servizio; tennis e chitarra, identità. E quando voleva davvero trovare se stesso, per spaventoso che si vedesse, Mauro andava in barca. Regatare era un modo per collocarsi nel mondo, ma navigare in solitaria o come mozzo apprendista sulle barche degli amici di suo padre (che poi lo eleggevano subito a valoroso nostromo per la solita, curiosa questione che lui era uno che piaceva a tutti: cioè ognuno in lui trovava un lato da amare) era il suo modo di entrare in una pace misteriosa, serenissima e inspiegabile, una sorta di paradiso che gli si instaurava nel cuore e nella mente spazzando via di colpo tutte le inquietudini contro le quali lottava allo spasimo, e senza mai abbassare la guardia. Ecco – questo sembrava il cuore segreto della vela per lui: poteva finalmente trovare la pace quando era in mare, a correre su e giù ad assortire boma vele e cordame, a portare la barca, un nove metri scarsi di scafo di fabbricazione inglese, proveniente dai cantieri prossimi a Wallsend, senza che Matt o suo padre o i suoi zii o i fratelli ci entrassero per nulla. La sua era una barca di seconda mano: un cutter bermudiano di cui un avvocato, conosciuto a Porto Venere sulle passerelle del porticciolo turistico, aveva deciso di liberarsi per consociarsi con altri tre amici e comprare con loro un suggestivo schooner canadese, un bialberi di ventotto metri modellato su una barca da pesca americana degl’inizi del Novecento (quotato quanto almeno tutt’e due gli occhi della testa) da destinare al servizio di skipping. Mauro venne a sapere dei salti mortali dell’uomo di prua da questo avvocato che gli aveva venduto questa sua prima barca, Lumpy: un battesimo per certi versi imbarazzante, questo aggettivo, che vuol dire bitorzoluto, grumoso, o anche, per traslato, balordo, tonto, ma se è riferito all’andar per acqua, per mare, significa ‘per piccole onde’, ed è probabile che per questo il suo primo proprietario l’avesse chiamata così. Ora, poiché è notorio che non porta bene cambiar nome a una barca! Così Mauro, che alla barca il nome secondo tradizione appunto non lo cambiò, poi passò un sacco d’anni (tutto il tempo che ebbe Lumpy) a spiegare a chiunque che nome fosse e tutte le questioni relative di denotazione e connotazione. Quest’avvocato, primo proprietario di Lumpy, era un simpaticaccio di Livorno, che per ragioni misteriose raccontava tutto ridendo – il che poco gli donava, visto che aveva i denti appena rilevati rispetto a gengive abbondanti, e certe volte faticava a contenere la chiostra e la saliva schiumante. Fu da costui che Mauro aveva sentito per la prima volta della trasformazione (poi registrata da un suo amico in una prefazione leggendaria che la rese definitivamente immortale) del pruaccino in prodiere. L’uomo di prua era stato reinquadrato come uomo di prora, anzi come prode(*), e per ragioni oscure questa rinominazione segnalò subito a Mauro un qualche pur lieve scadimento dell’intero mondo della vela. Persino lì, nell’oasi di pace in cui Mauro andava a nascondersi e miracolosamente riusciva a placarsi, il nero plasmatico provava a incunearsi per poi dilagare, e ricoprire tutto. In effetti, Mauro colse subito un segreto nascosto nel pezzo di Christopher Cross (la sua compagna di scuola, Amanda, subito provvide a demolirgli il totem, persino a proprio detrimento, cominciando a ironizzare: ChrisCross!, ChrisCross! – che suonava come lo slogan dei reggiseni Playtex, inadatti a lei che era praticamente piatta ma, per dire, ottimi per ingabbiare in busti e corsetti i pettorali procaci di certe altre compagne, sgraziate e vergognose). Cioè gli parve subito che il testo gli svelasse perché lui in mare fosse nel proprio elemento. 111

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Un po’ gli disse quale metafora la vela riuscisse a comunicargli sul suo caso personale: Fantasy / it gets the best of me / when I’m sailing… Oh the canvas can do miracles / Just you wait and see / Believe me…/…And if the wind is right you can find the joy / of innocence again…: per lui questi versi, sul letto soffice di un arpeggio ossessivo (che lui rifece da subito benissimo, e su cui per anni si incurvò come in un abbraccio sulla cassa e sulla tastiera degli accordi, drogato dal suono persistente) corredato da archi a distesa, erano la descrizione dell’esito miracoloso con cui si chiude The Rime Of The Ancient Mariner, la ballata di Coleridge, perlopiù occupata dal racconto della bestemmia del marinaio che uccide l’albatross e innesca la catena delle sciagure, e agita e inquieta il mare che si scuote in fulmini e muri d’acqua mentre discute col cielo. Per Mauro questo pezzo raccontava il superamento finale della malasorte, la possibilità che dopo tanto tribolare se ne esca, che nel buio del male oscuro in cui si affonda penetri anche solo una scheggia di luce e, aprendosi una pista fin dentro, rovesci il guanto, capovolga al positivo l’immagine immortalata contromano. Io, Mauro, l’ho incontrato negli Stati Uniti. Lì tutto cominciò a parlare di lui. Per qualche scherzo della sorte più che altro ho sempre fiutato il dileguarsi della sua coda, della sua scia di luce: segno che il buio che Mauro aveva nel cuore non riusciva, già allora che pure era gagliardo (il buio: gagliardo, dico), ad avere ragione della luminosità abbagliante che lui spargeva intorno a dispetto di sé e dopotutto non rendendosene neppure conto. Quella luce aspettava solo di trovare il suo posto. La ricerca è quella: trovare il proprio posto. Rincorrere il proprio amore per l’ordine navigando con lena nel disordine è sempre stato per Mauro il romanzo della vita, la sua vera storia. Quando ho fiutato la sua cometa a New York (a Staten Island, in cima a Haussmann Hill davanti al Cunard Hall, dove poi a settembre inoltrato vidi esattamente la scena che apre il romanzo Rumore Bianco di Don De Lillo), Mauro non faceva che andare a spola ogni santo giorno tra i plessi del college (premises) e Flushing Meadows (ex Forest Hills), nel Queens, dove seguì con devozione le sfide degli ultimi veri campioni (Bjorn Orso Borg e l’idolatrato, da lui e pochi altri al mondo, Jimmy Connors; il nevrotico prodigio del tennis/bene nuiorchese John McEnroe, e Ivan Lendl, il dracula della racchetta, che cominciava prepotentemente ad affacciarsi sui campi dei grandi tornei del Grande Slam). Tracce abbondanti di lui erano spesso nei discorsi delle ragazze del college: Gabriella, da Bergamo, che dopo tre mesi di stazionamento e di corsi sapeva ripetere solo: un-be-lie-va-ble, nel senso (presumibile) che le risultava incredibile doversi arrendere all’evidenza che Mauro, a differenza di molti altri (a suo dire), non era caduto ai suoi piedi; e MariAdele, che commentava qualunque cosa con un molto milanese: Cioè: non ho parole!, e poi dirottò le proprie brame su Niccolò da Roma Monti Parioli perché con Mauro non l’aveva spuntata, benché si dicesse (Cazzo, ma scherzi? – altro suo ricorrentissimo intercalare) che ci avesse provato parecchio. Mauro non stava mai fermo in un posto. Quando tu arrivavi, lui se n’era appena andato. Era sempre un buon numero di miglia avanti. Prendeva di continuo quei taxi cumulativi che ti portano giù al porto a prendere il ferry per Manhattan: poi di nuovo in taxi, o sfidando la sorte nella subway, parecchi piani sotto il livello stradale, per spostarsi da Battery Park verso il cuore dell’isola centrale. Certe volte gli andava di farsi due passi fino a Fullton Street, che gli piaceva per motivi non chiari neppure a lui: semplicemente gli andava di entrare in quella strada, e provare il brivido d’essere a una svolta di distanza da Wall Street (pare che c’entrasse molto la vicenda di Bartleby lo scrivano, l’immensa tenerezza che gli aveva generato pensare una creatura così indifesa infilata in una simile giungla di affaristi, e anche così ostinata a fare resistenza passiva senza allontanarsene e trarsi in salvo). Una volta aveva deciso di farsi tutta Broadway a piedi, poi s’era accorto che quella infinita pista larga verso il paradiso pretendeva forze ben superiori alle sue del momento, e prese un mezzo: un autobus, per una volta. Mauro, spesso, i taxi cumulativi decideva di prenderli da solo, a qualunque ora: così poteva concentrarsi di più sulla musica. Un pomeriggio, mentre chiacchierava col tassista, un transfuga moscovita sui quarant’anni laureato in Letterature Comparate, mentre quello si inoltrava su Dostoevskij, Mauro sempre più distrattamente aveva preso ad annuire, intento com’era da qualche minuto a soffermarsi sul dettaglio che stavano di nuovo mandando, su questo canale che doveva essere l’equivalente nuiorchese della romana Radio Dimensione Suono, Endless Love di Lionel Ritchie, cantato in duetto con Diana Ross, e composto per il film di Zeffirelli, Amore Senza Fine appunto – drammone con qualche accento autentico; e subito dopo, per l’ennesima volta (per l’abitacolo nel frattempo era risuonato il nome di Stravrogin, personaggio in cui Mauro sinistramente sentiva di potersi immedesimare): Arthur, tema del film omonimo con Dudley Moore e Liza Minnelli.

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Si accorse, Mauro, che questi due erano i veri tormentoni pop melodici di quell’estate americana sulla quale spiravano anche i venti della campagna presidenziale di Ronald Reagan in corsa per il suo primo mandato. Anche io me ne accorsi. Poi, quando ci sfiorammo allo Xenon, dove i buttafuori ci avevano ammessi immediatamente per ragioni opposte [lui perché era decisamente ganzo, e me perché ero una polla da spennare con la consumazione /ingresso a quindici dollari, consistente in alcuni cubetti di ghiaccio e un colorante all’arancia, in attesa che il caldo e le danze mi spingessero ad acquistare altre bibite costose, rigorosamente analcoliche, e magari (nelle speranze dei pusher mimetizzati, pronti a diventare alacri clockers nel decennio successivo) altri generi di conforto], finì che Arthur e Endless Love (temi pilota dei rispettivi film) instaurarono le classiche situazioni in cui ci si butta a ballare i lenti uno addosso all’altro con l’immediato vicino: ci si cerca o ci si scarta. E mentre Mauro era letteralmente braccato da due incrollabili americane, intento a difendersi semplicemente esibendo disinteresse con una faccia da schiaffi, che otteneva solo di esaltare l’ingordigia delle corteggiatrici, io sgusciavo come un’anguilla, e, strisciando lungo le pareti nei momenti in cui il globo riflettente non colpiva i tratti successivi del mio percorso da lucertola della notte, puntai a guadagnare il temuto triangolo delle toilettes. Risultato: ci incrociammo nel disimpegno, area comune prima che i cessi si dividessero per genere, facendoci largo tra avventori e avventrici vagamente sfatti, e creature losche con gli sguardi ebbri di chi desiderava lavorarseli. Le nostre camicie si sfiorarono, quella volta. La mia (di seta celeste con collo alla coreana) stava provvedendo a soffocarmi. La sua (di un popeline carta da zucchero davvero raffinato, col colletto piccolo aperto sul collo e le maniche tenute lunghe fino al polso ma non abbottonate) era infilata nei jeans, e non era chiazzata, neppure sotto le braccia. Ci infilammo ognuno nel bagno rispettivo, consegnandoci, ciascuno, alla propria overdose di fumi da sigaretta o da spinello esalati dagli occupanti, stipati in questi sgabuzzini senza finestre. Quando ne emerse, e tornò a riversarsi nella sala buia, sferzata da bassi e percussioni, e dalle lame di luce riflessa dagli specchietti del globo rotante centrale, solo per attraversare senza remore la pista (la ressa danzante, come per miracolo, al suo passaggio, si apriva in due ali esatte, come le acque del Mar Rosso), e finalmente uscì in strada, dove un tale continuava a implorare i buttafuori di farlo entrare, riscuotendo dinieghi sempre più sprezzanti, Mauro aveva in bocca una sigaretta accesa, sicuramente manufatta, forse di tabacco, o forse di nero. Dalla soglia dove i buttafuori mi tolleravano tranquillamente, e poi mi fecero anche rientrare senza problemi (e intanto quel tale continuava a genuflettersi, e a sbattersi sul selciato, viscido per l’eccezionale tasso di umidità che sfiorava il 100% in quel fine agosto nuiorchese, pur di corrompere i duri cuori degli energumeni in doppiopetto), vidi Mauro ingaggiare tranquillamente l’autista di una Cadillac bianca scintillante, dalla sovrabbondante carenatura, schiccherare via la cicca, e accomodarsi sul sedile dietro, accordandosi sul prezzo come stesse trattando da gentiluomo d’un altro secolo con un vetturino romano. Una volta a bordo, si accese di nuovo una sigaretta, senza neppure tirar giù un pezzetto di finestrino. L’autista invece il finestrino ce l’aveva giù tutto, e, dando gas all’enorme car(ro), riaccese anche la radio: …when you get caught between the moon and New York City / I know it’s crazy but it’s true // if you get caught between the moon and New York City / best that you can do / best that you can do… is fall in love! – siglato da un sax squillante. Il dettaglio davvero sorprendente è che questo tema, Arthur, è il frutto della collaborazione di Christopher Cross col compositore pop/melodico più classico che c’è: Burt Bacharach. [*Il prodiere è ruolo forte, molto acrobatico: è uomo coraggioso. Deve collegare le scotte e le drizze delle vele di prua e anche dello spinnaker e del suo tangone (asta usata nelle barche a vela per manovrare più facilmente le vele di prua, più specificatamente lo spinnaker, nelle andature di poppa), ogni volta che si effettua un cambio. Specie in equipaggi numerosi, in cui i ruoli sono tutti distribuiti, quindi in regata, il prodiere è chiamato a salire sull'albero ogni volta che si presenta un problema da risolvere, e poi ha la responsabilità di chiamare le lunghezze in partenza e gli ingaggi con altre barche, comunicando la situazione agli uomini del pozzetto con chiari cenni delle mani].

(2) …e allora la telefonata sarebbe andata a vuoto comunque. Il 26 ottobre del 1995, un giovedì, fu una strana giornata: la mattina in Parlamento un indignato Lamberto Dini, Presidente del Consiglio, aveva pronunciato, non propriamente tra i denti, un sonoro: Cazzo!, perché l’opposizione ostruzionisticamente gl’impediva semplicemente di parlare. L’avevamo visto tutti al telegiornale dell’ora di pranzo, ma il fatto fu riferito in modo rilevante dallo scrittore Sandro Veronesi, avviato appena qualche mese dopo, nell’entrante ’96, a una buona partecipazione allo 113

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Strega con LIVE, bel libro di reportages narrativi, cioè miniracconti a tempo sui temi più vari commissionatigli dai quotidiani – anche se, giusto nel ’95, aveva pubblicato il suo romanzo più sfrenato, più libero (c’è sempre un momento in cui uno scrittore di razza riesce a liberarsi da qualunque catena, e finalmente lancia il suo grido impertinente): Venite Venite B-52, suo unico libro Feltrinelli, il quale avrebbe strameritato lo Strega, o un altro premio nazionale, e invece dovette far posto ad altri romanzi decisamente meno memorabili. Quella sera Veronesi era tra i promotori di un libro divulgativo e specialistico insieme, Il Salvalingua (Sperling&Kupfer), saggio di linguistica militante, divertente trattatello di filologia in presa diretta sul perenne processo di corruzione del linguaggio che, a chi si occupa di lingue straniere, e in generale di processi linguistici, è fenomeno noto in tutte le sue articolazioni e in tutti i suoi paradossi. Gli autori di quella piccola miniera, Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, docenti di vaglia, presso La Sapienza, nel Dipartimento di Storia della Lingua Italiana, capeggiato dal professor Serianni, e generatore della sua perla più anomala, l’Accademia degli Scrausi (gruppo di linguisti di primo pelo, temibili come tempre canadesi, cioè zelanti, impavidi e spietati, allora, abbastanza per opporsi ai cruscaroli, o a chi viceversa si arrende oppure contribuisce, con gradi diversi di consapevolezza, al massacro della lingua), dopo quel libro hanno dato la stura negli anni a una produzione di saggi di simile umore su tutta una serie di fenomeni collaterali, pubblicati sempre con lo stesso editore, e hanno anche intrapreso una loro azione televisiva, proseguita finora con agili salti di rete e di format. Fatto sta che quella sera, calda e umida, rinunciai a far discorsi con un amico nella splendida terrazza del palazzo di Piazza Venezia, proprio di fronte al balcone da cui il Duce aveva pronunciato alcuni suoi tristi discorsi. Dalla terrazza, aperta per la prima volta dopo anni d’impraticabilità giusto quella sera, avrei potuto godere della brezza lieve (una specie di zefiro gentile fuori tempo massimo) che a un certo punto cominciò a spirare sulle affettuose confidenze dell’amico e sulle sue emissioni di fumo – invece restai a ruotare intorno ai due autori, per me estranei totali, perché ci tenevo a raccontare (ripromettendomi, come poi in effetti giurai a loro due solennemente, di fornirne tutta la documentazione) quelli che per me, testimone oculare e uditiva dei fatti, sono stati gli antecedenti inequivocabili di un doppio fenomeno (ormai nel ’95 sul punto di dilagare): di trasformazione della lingua (l’orrido attimino), e di equilatera trasformazione del costume (il protesico telefonino). Un mercoledì di giugno del 1982 in cui l’aria era decisamente di un giallo/lunedì, verso le quattro del pomeriggio, nel caldo leggero che pochi giorni dopo sarebbe diventato un tunnel tropicale di mesi, io ero con amici in via Condotti. Lia voleva vedere un paio di scarpe, e in quella strada c’era ancora il negozio di Guido Pasquali, creatore di calzature che gl’intenditori si sarebbero precipitati già allora a definire di design: ecco, Guido Pasquali è uno che materialmente sposta il negozio, si è fatto tutte le strade del centro storico romano in tutti e due i sensi ortogonali, nel suo caso non si tratta cioè della nota illusione o del misterioso inganno legato alla Feltrinelli di via del Babuino, che sembra spostarsi, ma è sempre là. Camminavamo in truppa guardando le vetrine degli altri negozi lungo la marcia di avvicinamento, e in effetti eravamo ancora un po’ all’inizio. Dal fondo vedevamo in prospettiva la scalinata piena di gente e di fiori, e il modo in cui dopotutto stavamo aggredendo il selciato era l’evidente dimostrazione del moto teso tra quei due punti, come stessimo muovendoci su un binario prestabilito, spinti da una necessità: motivati da una meta, per banale che fosse. Eravamo tuttavia ancora lontani, e procedevamo come si fa per le strade del centro, dove non c’era ancora alcun divieto di accesso per le automobili, e tutti passeggiavano al centro delle carreggiate, attraversando da un lato all’altro, senza nemmeno guardare, come in un’isola pedonale. Risultato: vespe e motorini sfrecciavano come saette, e i taxi e i macchinoni pure, goffi ma decisi a contendersi il diritto di aggressione al selciato con i pedoni: era un enorme difforme moto inconsulto. Anche noi scendevamo dai marciapiedi, certe volte disponendoci a ventaglio, come se non fossimo per nulla in serio pericolo di vita. A un certo punto fummo superati da un vespone per la verità lento inforcato da un tale che in effetti pareva seduto in poltrona nel suo abito spezzato: un blazer blu doppio petto impeccabile (cioè non stazzonato, nonostante lo smog o il sudore) su un paio di pantaloni morbidi grigi con risvolto – sotto la giacca una camicia azzurra con polsini e collo bianchi. I polsini erano ben doppi, e chiusi da gemelli gioiello, e il collo era di quelli alti, sostenuti, ed era ornato da una cravatta regimental piuttosto sgargiante. 114

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Le scarpe erano classiche, inglesi, con meravigliose impunture alla Duilio, di cuoio rosso, lucido – mi parve che le suole, sporgenti dai predellini del vespone, fossero perfettamente pulite, come se costui non avesse mai poggiato i piedi a terra Come c’era salito in vespa, questo qui? Ci s’era calato su da casa propria in volo? Il vesponista, superandoci come al rallentatore, ci porgeva il suo lato destro. Il viso non era giovanissimo però la zazzera bionda, proprio gialla, spargeva un generale senso giovanile da rivista patinata. Per l’appunto, sul lato destro costui teneva accostato all’orecchio un citofono, che forse era un walkie talkie, però stava senza dubbio funzionando da telefono. Cosa dicesse, mentre acrobaticamente si esibiva in uno slalom sapiente, reggendo il manubrio del vespone con una mano sola, quella libera – la sinistra, ora non ha importanza. Non ne ebbe neppure allora, e non perché, non riguardandoci, non provammo neppure a indovinarlo, ma perché lo spezzone di conversazione che origliammo fu talmente infestato di interiezioni e frasi fatte, della specie più trendy(!) allora in circolazione, che non si sarebbe potuto carpire lo scopo del discorso, se ce n’era uno. Fu proprio allora che cominciò a spargersi un’affettazione nei discorsi , tra uomini, da fare invidia ai circoli di amiche: – Sei stato veramente carino, invece di gentile o cortese – eccetera, difatti l’inappuntabile dandy disse all’incirca: – …è stato proprio carino da parte tua., che uomo carino… ora però t’abbraccio e ti lascio… e via così, in un crescendo increscioso di effusioni manierate. Poi, come effetto Doppler esigeva, i suoni insulsi finirono anche deformati, e il valletto in vespone divenne un fumetto in lento allontanamento. Unica sporgenza, questo telecitofono radiocontrollato, in più aggettante come un lungo amo – un antennone, che avrebbe potuto impigliarsi nei toupées delle signore a passeggio, o agganciare i fili della luce. Noi gli buttammo occhiate distratte perché eravamo quasi a destinazione. O meglio, eravamo davanti alla vetrina del nostro negozio, e anzi voltammo le spalle al valletto in vespone, anche perché lui, chiacchierando al radiotelecitofono, aveva ricominciato la sua danza lenta di slalomista stanco. Ci mettemmo a guardare le nostre scarpe. Vere sculture – niente da dire. Però mi colpì la facile deduzione che, forse, calzarle sarebbe stato, diciamo così, arduo, e avventuroso camminarci sopra. Seguendo questo pensiero, guardai indietro, ed ebbi un ultimo quadro della via con la scalinata sullo sfondo: il vesponista lento in marcia scalena descrive, più che un braccio di slalom, un vero gomito, e punta dritto a un portone sontuoso lasciato spalancato per l’ingresso delle macchine, sempre col telefono all’orecchio. Poi forza il piegamento sulle ginocchia, e armeggia col braccio sinistro sul manubrio, e in preda a evidente perdita dell’equilibrio molla, nell’ordine: radiotelecitofono, lanciato per aria ad altezza pazzesca, con l’antennone che si sguaina minacciosamente come un frustino; manubrio del vespone, il quale ultimo rimane in bilico per alcuni secondi; poltrona (cioè il sellino, ecco) e predellini, spiccando una specie di salto goffo, e atterrando rovinosamente, quasi all’unisono col suo fido antenato del cellulare, che si sfa a terra, producendo un bel mucchietto di macerie, mentre anche lui sta a pochi sampietrini di distanza, dolorante come un giocattolo rotto. Un po’ di gente accorre, richiamata dal fracasso, e dai lamenti del cavaliere disarcionato, per la verità molto signorili, e dal nostro negozio esce, per la verità non proprio correndo, proprio lui, Mauro, che avrebbe pronunciato il giuramento di Ippocrate solo due anni dopo, e per carattere era incline a colpire più che a compatire. Uscendo, appunto, senza troppa fretta, Mauro finisce a sbattere contro di me, e mi agguanta per le braccia come per spostarmi – invece, già che c’è, mi sorride, e mi abbraccia concedendomi un saluto fin troppo espansivo per com’è lui. Poi guarda davanti a sé e, mentre molti vanno a prestare aiuto al vesponista atterrato, lui osserva la scena con distacco, poi scuotendo la testa torna a guardare me: – Il cazzone non avrebbe mai potuto farcela. Il cazzone intanto era già in piedi, e a parte una leggera zoppia, e un’aria sgualcita (di cui forse si stava dolendo molto più che del resto), sembrava star bene (pare che qualcuno, di lì a poco, l’abbia visto carezzare con tenerezza, uno per uno, i centomila pezzi in cui il radiotelecitofono gli si era sparpagliato intorno, per un

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raggio non modesto, e poi lanciare uno sguardo, appena meno struggente, al vespone, ammaccato e con le ruote per aria, tuttora … rotanti). – Mi pare proprio il commesso della camiceria all’angolo, comunicai a Mauro, che giusto in quel momento fu raggiunto da una ragazza bruna, molto esile, elegante, che prontamente confermò: – Ma è Angelo! Con lui scelgo tutte le tue camicie. Mauro mi guardò, e mi salutò con la mano. Poi si lasciò agguantare da lei, nessuno dei due prefigurandosi i quaranta giorni di sequestro cui Mauro sarebbe andato incontro in settembre. Invece noi entrammo da Pasquali, e ci predisponemmo a valutare una serie di scarpe. Ci venne incontro una mannequin sovrumana, cui Lia spiegò con parole sue il paio di modelli che avrebbe voluto provare. – Per lei?, fece la virago anoressica, centrandola con i laser. Lia avrebbe voluto reagire, – Ma non vedi come sono vestita? In effetti, invidiabilmente, Lia era tutta una firma. Però masticò un, – Sì!, appena indignato – tanto la commessa/modella, vagamente parigina, decisamente affamata, era già lontana, e non credo avrebbe captato la sua rivendicazione. Sempre mostrando poteri paranormali, costei tornò mezzo secondo dopo, con tre scatoloni, che dispiegò con raffinata prestidigitazione davanti a noi, scoperchiandoli contemporaneamente. Tirò fuori le tre paia di scarpe: bellissime, immettibili forse ma bellissime. Lia, senza badare a lei, cominciò a considerare le scarpine con me. A un certo punto mi sembrava di essere nella favola di Cenerentola, e di essere una delle sorellastre: l’altra stava provando a farsi entrare a viva forza l’elegantissima scarpina, decisamente cucita per un piede lungo e magro, per un’estremità sottile. E poi in pelle morbidissima, la scarpina: un ecru così delicato che sarebbe stato un peccato, dopo l’acquisto, portarla e sporcarla. Lia, per giustificare l’ingiustificabile, e cioè che quelle opere d’arte potessero anche solo lontanamente rivelare dei difetti, disse all’algida silfide, – Le vorrei in un tono di beige più neutro. E lei, la mannequin prestata alla bottega, convenne: – Certo! Un beige un momentino più chiaretto. Crollo di un mito vivente, e presumibile antecedente storico dell’epopea dell’attimino. A Patota e Della Valle accennai qualcosa quella sera, perdendomi l’incanto della terrazza romana, e loro, pur grati di quelle mie storielline anche ben sintetizzate, mi chiesero di mandargliele per iscritto, di buttarle giù: lo sto facendo solo ora – sono due tra i molti miei tarli che presto o tardi avrei raccontato. (3) La moglie si è appena resa conto di aver avuto sempre tutto sotto gli occhi, fin da subito. In un suo libro molto recente, Remo Bodei, docente di filosofia all’Università di Pisa e visiting professor alla UCLA (sigla di: University of California, Los Angeles – gli acronimi sono la mia passione, per questo i titoli li scrivo tutti con le iniziali maiuscole!), ragiona su un fenomeno tanto comune quanto ingannevole: il déjà vu, la ben nota sensazione d’aver già vissuto una certa situazione, o visto un certo luogo, o una certa scena. Le evidenze che Bodei porta a suffragio delle proprie dimostrazioni sono tutte letterarie, tratte da poesie, drammi, romanzi. Le storie citate sono tutte racconti di altrettanti episodi di quello stesso fenomeno. Le teorie sono … una sola: tutto ciò che ci sorprende, nella forma ingannevole di un ricordo tornato alla mente da altre (presunte) vite vissute, altro non è che la tardiva focalizzazione di una pregressa percezione distratta o involontaria. Il libro è davvero bello, anche se in un certo senso è deludente: cioè alla fine demolisce una chimera in cui si vorrebbe credere. A chi non piacerebbe pensare di essere l’estrema incarnazione di un’anima che ne ha già viste di tutti i colori, e che ogni tanto ricorda particolari, soprattutto luoghi, legati a esperienze precedenti – pertanto, tornandovi, li riconosce? Un altro inganno classico è considerare il tempo unicamente come dimensione lineare, cioè limitato a uno sviluppo prima–durante–dopo, unicamente in questa direzione. Il punto è sempre la consapevolezza. 116

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Sapere o non sapere, meglio ancora: sapere di sapere, cioè rendersi conto. Il cosiddetto rovesciamento del guanto. I registi se ne servono molto. Che i loro film siano veri e propri thriller o no. In Profondo Rosso, il film migliore di Dario Argento (e chissà se, nel formularne il titolo, Argento ha accarezzato una propria personale passione per i Deep Purple dei quali Mauro non faceva che riproporre il famoso giro di DO su cui tutti i chitarristi si formano per poi passare a variarlo e svisarlo), vediamo la stessa scena, prima poco dopo l’inizio e poi in prossimità della fine – ma il grado di consapevolezza che ci viene concesso nelle due occasioni è piuttosto diverso. Nella scena iniziale, David Hemmings entra in una casa, e percorre un ingresso, sulla cui parete di fondo scorrono in successione una serie di quadri, ritratti disperati vagamente simili all’angoscioso quadro di Edvard Munch, L’Urlo. Rivediamo una scena in tutto simile verso la fine del film. Solo che questa volta ci accorgiamo, e Dario Argento controlla sequenza e inquadratura in modo che noi ce ne rendiamo conto, che uno dei quadri in realtà è uno specchio, e la faccia che vi vediamo ritratta, in un atteggiamento che imita la smorfia paurosa che deforma tutti gli altri ritratti, appartiene all’assassina, una psicopatica spietata, con una spessa matita nera sotto le palpebre inferiori, vera cerchiatura degli occhi, un classico nell’iconografia della strega cattiva della favola di Biancaneve o della Bella Addormentata Nel Bosco. Qui sarebbe facile piazzare la citazione a effetto: in (my) end is (my) beginning (dai Four Quartets di T.S.Eliot). Ma la conclusione risulterebbe aporètica: in realtà cos’è accaduto? Fin dall’inizio, l’assassina era sul luogo del delitto, non aveva fatto in tempo ad abbandonarlo, ma con un piccolo trucco, e contando sulla scarsa volontà del perlustratore di vedere davvero, è riuscita a mimetizzarsi. Senonché qualcosa nel dispositivo, per così dire, vegetativo della percezione ha registrato quella presenza. E l’ha archiviata da qualche parte. In seguito, la percezione ha brigato per affiorare. Solo un dispositivo, stavolta volontario, di appercezione, a un grado di consapevolezza più lucido, ha permesso alla coscienza di capire, agli occhi di guardare finalmente vedendo, ai dispositivi della conoscenza di ri–conoscere. Noi come spettatori abbiamo avuto un tuffo al cuore nel momento in cui, dopo essere stati sul filo del rasoio per tutto il film – distratti di continuo da una serie di efferatezze rese ancora più distraenti dalla cifra grandguignolesca con cui sono state apparecchiate, e dopo aver sentito incombere in misura via via crescente una qualche spaventosa epifania (di continuo rinfocolata da piccole burle, squassanti, per noi, come veri e propri attentati), guardando meglio abbiamo stanato l’assassina. E abbiamo finalmente capito che non si è mai nascosta, siamo stati noi a non vederla: lei era lì. Dunque la verità che vediamo ora la riconosciamo: la conosciamo meglio al secondo tentativo. Al primo, l’abbiamo registrata senza accorgercene: non l’avevamo distinta. La distinguiamo ora, e ora ci pare di conoscerla, come l’avessimo già vissuta. È un inganno. Uno scherzo della sorte. Decisamente ricorrente. E ancora: la consapevolezza con cui guardiamo e osserviamo tutto, adesso, è così diversa da quella inesistente che ci faceva guardare all’inizio le stesse cose senza vederle, che il guanto è stato rovesciato. Non si tratta più di superfici anonime e indistinte, in cui tutto era uguale e indifferente, ma di spaccati di verità, in cui tutto ci appare perfettamente distinguibile e significativo, e tutto ha conquistato una sua collocazione precisa nel quadro. Il libro di Remo Bodei è Piramidi di Tempo (Storie e Teoria del Déjà Vu), pubblicato nel 2006 dall’editore Il Mulino (Collana Intersezioni). ______________________________________

[LUCILLE] (4) Sta dicendo qualcosa tipo: “Lucille te ne sei andata e mi hai lasciato ma io sono ancora innamorato” – La canzone, Lucille, è di Little Richard, e dice nel refrain: *Won’t you do your sister’s will* / Lucille – well / You ran away and left / I love you still. Little Richard (pseudonimo di Richard Penniman, nato in Georgia) è stato l’antesignano del rock sensuale negli anni ’50, e Lucille è l’emblema di questa sua piccola rivoluzione.

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In effetti, a Elvis Presley sono stati attribuiti molti padri (come ha dimostrato una memorabile puntata estiva di Trame, programma di RaiRadioDue, in genere in onda intorno alle undici del mattino, spesso condotto da Gianluca Favetto, dalla fascinosa sede di Torino): anche padri che Elvis non ha mai conosciuto. Ma quanto a Little Richard, la questione ha una fondatezza più solida, perché è una faccenda mirabilmente dinamica. A Little Richard in linea diretta, infatti (e dopotutto per contaminazione contemporanea, per contagio, si può far risalire la famosa botta d’anca (o mossa) cui Elvis deve il suo proverbiale nickname: The Pelvis (la pelvi, il bacino), e in generale la sensualità vibrante del suo modo vellutato e virile di interpretare il Rock’nRoll, liberandolo dalle pastoie caserecce della tradizione rock–country (quella più smaccata s’identifica in Jerry Lee Lewis), e orientandolo verso l’R&B, quindi privilegiando sempre la vena blues profondamente infiltrata nel rock. Del resto Lucille, nel repertorio di Little Richard, è la canzone più apertamente erotica, quasi sfrontata (è una canzone dei primi anni Cinquanta, negli Stati Uniti: sotto le superfici levigate assicurate dal consumismo orizzontale e dalla strepitosa omologazione morale, friggeva un’America ancora compromessa col proprio mai davvero sopito istinto per riscatto e avantismo): è una canzone timida e arrogante insieme. È come se la ragazza, che le dà il titolo, fosse al centro di un balletto, come se fosse il fuoco di una straordinaria contesa in cui i rivali sono l’innamorato abbandonato e l’alveo familiare che vorrebbe tenersela, che forse è riuscito a sottrargliela, o forse non gliel’ha mai davvero consegnata, cioè non l’ha mai davvero liberata nel mondo. *Non farai la volontà di tua sorella* – dice la canzone, cioè la volontà dei tuoi familiari (non ti farai sobillare). È come se questo passaggio schiudesse questo piccolo mondo, lo stretto gioco dei cantoni narrato dal testo, a un contesto più grande (a un folclore che confina con le saghe d’amore popolari) in cui questa piccola storia di amore famiglia e abbandono diventa ennesimo racconto di un rovescio di fortuna. La protesta dell’amore che non è finito, e il tentativo disperato di stanare la ragazza per strapparla alle grinfie del perbenismo, senza però rassicurarla ipocritamente, dà l’impronta sensuale, e nello stesso tempo rende questa invocazione struggente: dove si incunea la memoria, il ricordo, e il senso di ciò che irrimediabilmente manca, il racconto si dota di una nota dolente, e da quello spiraglio prende a dilagare un sentimento di nostalgia, ma giusto una punta, così incipiente da risultare stuzzicante come un lieve prurito, come un solletico: non un dolore paralizzante dunque ma una carezza nei punti giusti che dà i brividi, elettrizza. Del resto, la situazione non è più innocente ma insinua qualcosa di impertinente, che risulta centrale, visto che è ripetuto con insistenza nel ritornello. Diciamoci la verità: questo fidanzato lasciato si comporta come un diavoletto tentatore, e questo segna lo scatto di questa canzone rispetto a tutta la sua nobile tradizione di riferimento – che ha le sue punte poetiche nelle ballate di tema amoroso di radice medioevale, cui risulta più vicino quel paio di canzoni, molto popolari e molto ordinate, esumate da Simon&Garfunkel nei loro anni d’oro, gli anni Sessanta: il decennio successivo, che è come un secolo dopo, o appunto è secoli prima. Cioè niente a che vedere con perle d’innocenza come: April, come she will When streams are ripe and swelled with rain; May, she will stay Resting in my arms again. June, she’ll change her tune, In restless walks she’ll prowl the night; July, she will fly And give no warning to her flight. August, die she must, The Autumn winds blow chilly and cold; September, I’ll remember, A love once new has now grown old. (Paul Simon)

Aprile, lei verrà Quando i corsi d’acqua sono pieni e rinfrescati dalla Maggio, lei resterà ---[pioggia; Riposando di nuovo tra le mie braccia. Giugno, la musica cambierà, In passi senza posa nella notte vorticherà; Luglio, lei volerà E nessuna cautela al suo volo darà. Agosto, morire dovrà, I venti d’Autunno gelidi e freddi spireran; Settembre, io ricorderò, Un amore una volta nuovo si sarà fatto vecchio. (dansun©estate)

…oppure con la delicata iterazione di formule magiche: Are you going to Scarborough Fair: Parsley, Sage, Rosemary and Thyme. Remember me to one who lives there. She once was a true love of mine. 118

Andate per caso a Scarborough Fair: Prezzemolo, Saggina, Rosmarino e Timo. Ricordatemi a una che vive là. Era una volta un mio vero amor. DanSun©Estate09 – Riproduzione Vietata


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Tell her to make me a cambric shirt: Parsley, Sage, Rosemary and Thyme; Without no seams nor needle work, Then she’ll be a true love of mine. Tell her to find me an acre of land: Parsley, Sage, Rosemary and Thyme; Between the salt water and the sea strand, Then she’ll be a true love of mine. Tell her to reap it with a sickle of leather: Parsley, Sage, Rosemary and Thyme; And to gather it all in a bunch of heather, Then she’ll be a true love of mine. Are you going to Scarborough Fair: Parsley, Sage, Rosemary and Thyme. Remember me to one who lives there. She once was a true love of mine. (Paul Simon)

Daniela Matronola

Ditele di farmi una camicia dei cambri: Prezzemolo, Saggina, Rosmarino e Timo; Senza cuciture né lavoro d’ago e filo, Allora sarà un mio vero amor. Ditele di trovarmi un acro di terra: Prezzemolo, Saggina, Rosmarino e Timo; Tra l’acqua salata e il lungo mare, Allora sarà un mio vero amor. Ditele di mieterlo con un falcetto di pelle: Prezzemolo, Saggina, Rosmarino e Timo; E di accomodare il raccolto in un cuscino di edera, Allora sì sarà un mio vero amor. Andate per caso a Scarborough Fair: Prezzemolo, Saggina, Rosmarino e Timo. Ricordatemi a una che vive là. Una volta lei era un mio vero amor. (dansun©estate)

Tutto diverso, no? Eppure pensare a questi due piccoli gioielli è irrinunciabile, direi automatico: per contrappasso. Io ripartii da New York i primi di settembre e non feci a tempo a sentirli suonare e cantare dalle vive voci di Simon&Garfunkel, invece Mauro rimase apposta per mescolarsi a tanti altri per lo storico concerto del 19 a Central Park where they say you should not wander after dark (dove dicono non si dovrebbe andare girando quando è buio, come il duo cantò in quel concerto facendo propria A Heart in New York, registrata a Londra nel 1977 da Benny Gallagher e Graham Lyle: un pezzo formidabile). La citazione da Lucille di Little Richard, invece, proviene dal bellissimo Il Padre Fantasma (Bompiani), romanzo di uno scrittore rude e meraviglioso, Barry Gifford, chicaghiano di stanza a San Francisco, compare di David Lynch nelle sceneggiature dei suoi film più visionari, o esoterici, tipo: Lost Highway – Strade Perdute, per capirci. (5) …apre appena la bocca ma perlopiù la tiene chiusa, come un corista – Quando ancora la Rai aveva un solo canale, c’era questo prodigio ineffabile, che ho provato a raccontare anche altrove, che era la TV dei Ragazzi. C’erano molte serie, perlopiù di provenienza nordica (Svezia, Norvegia, Danimarca), di animazione. Non i cartoons fluidi della Disney o di Looney Tunes, ma veri cartoni animati: cioè sagome fatte transitare su uno sfondo. C’era appunto questo cartoon svedese o danese (ma per quanto ne so potrebbe esser stato anche russo) che raccontava per brevi episodi le storie di certi monaci o maghi o folletti – per la verità. l’unica cosa che ricordo nitidamente, e su cui potrei giurare a occhi chiusi, ora dopo tanti anni, sono questi cappelloni a punta e le sagome nere ampie, come se indossassero mantelli o saii (come si fa sulla tastiera Windows a sovrascrivere l’accento circonflesso sulla I in italiano per evitare la doppia del plurale, e sulle vocali in francese per testimoniare la caduta della S impura, cioè prima di un’altra consonante?, qualcuno lo sa?, io mi ci rompo la testa da anni, e non ci riesco)– alcuni di loro sfoggiavano pure delle meravigliose barbe a punta. Erano personaggi magici e non. Per me potevano essere tranquillamente dei monaci benedettini di qualche distaccamento settentrionale. Il fatto che più mi conforta in questa ipotesi, o meglio il ricordo di allora che illumina retroattivamente la mia impressione di oggi che si trattasse proprio di monaci, è il coro a bocca chiusa che faceva da colonna sonora al cartone. Io lo sapevo sussurrare benissimo a memoria e ancora oggi mi ricordo come fa: mi ricordo esattamente il letto armonico su cui poi si innestava una soavissima melodia. Ma era realizzato tutto solo con un mirabile concerto di voci. L’unico modo che ho, per suggerire un’idea della soavità di quel coro, moquette sonora intonata impeccabilmente a cappella: rigorosamente a bocca chiusa, appunto – una M lunghissima senza vocali, è tentare di richiamare alla memoria la versione bigbandstyle che James Last fece della Romanza in Fa Maggiore di Beethoven, che il maestro tedesco (a dispetto del nome d’arte), in questo suo arrangiamento moderno, intitolò appunto Romance, e che in genere faceva da colonna sonora alla pubblicità di Vecchia Romagna Etichetta Nera agl’inizi degli anni Ottanta: l’effetto era avvolgente, sentimentale, e anche un po’ caciarone. 119

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Ma grazie!, lì c’era tutto – un’intera orchestra sinfonica! Un maestoso spiegamento sonoro reso appena più veloce, cioè ritmicamente sostenuto, grazie all’innesto strutturale di percussioni moderne, anzi attuali, con un risultato accattivante ma anche vagamente confuso e sicuramente dal punto di vista dei puristi blasfemo. In effetti anche per me, da un po’, si innesca una incresciosa serie di sovrapposizioni. Mentre vedo i monacelli, con le loro sagome opache, abbandonare in processione un bosco, senza fretta, per tornare in convento, e intanto a bocca chiusa comincio a intonare l’armonia di fondo su cui sto per innestare la melodia (io da sola, alcune diverse voci insieme ciascuna col suo compito armonico: io tutto da sola), ecco che comincio a vedere caminetti accesi, sciatori festosi abbigliati come altrettanti Babbi Natale che scendono in slalom fluidi nella neve fresca, e poi la strana testa leonina nell’etichetta del noto liquore, e intanto sono già partiti i violini, e il walzer sinfonico in tutta la sua carezzevole potenza, e vedo il teutonico arrangiatore, e direttore d’orchestra per l’occasione, James Last (infatti nato Hans) che, oltre a sembrare il robusto fratello maggiore di una valchiria, sfoggia una coda d’oro invidiabilmente lunga e lucida, smagliante contro il nero del tight inappuntabile. E tutto questo si porta via la melodia del coro a bocca chiusa un momento prima che riuscisse a partire e che io riesca di nuovo a ricordarlo, e al suo posto si impone il walzerone. E insinua nella mia memoria anche il dubbio che la serie fosse tedesca: tutto tedesco, DDR o RDF? Sicuramente, delle due, la seconda. James Last fu una specie di pioniere che diede il via a un vero e proprio genere. Per dire, nella sua stessa scia, che i tedeschi fracassoni hanno battezzato popklassik, Giampiero Reverberi, noto autore e musicista genovese, collaboratore anche di Tenco De André e Fossati, riarrangiò Le Quattro Stagioni di Vivaldi e provò a rendere digeribile per i palati contemporanei, col compromesso della riorchestrazione, il repertorio classico del Settecento veneziano, fondando i relativi Rondò, che sono insieme da più 25 anni, hanno pubblicato oltre 15 album, e tengono concerti solo fuori d’Italia: partono in tournées strepitose solo per il Nord Europa, preferibilmente in Germania (!). Una cosa è certa: adesso la versione yéyé dell’Ottocento tedesco curara da James (Hans) Last sarà sicuramente rintracciabile in qualche capitolo delle raccolte della serie Chill Out [titolo ambiguo: che vuol dire sia lasciamo il freddo fuori, cioè ascoltiamoci una musica intimistica e romantica (!), che ci scaldi il cuore o, meglio, l’anima; sia fuori fa freddo, perciò noialtri restiamocene qui al calduccio, con una buona musica e un buon bicchier di vino, magari, perché no?, con un buon libro, così siamo a posto… (un vero digesto per l’ascoltatore medioborghese)]. Invece il coro a bocca chiusa dei miei monacelli sarà sepolto con gli ampex dei cartoni nordici nelle sovraffollate teche RAI, e a quel punto solo un demiurgico intervento di Vincenzo Mollica, con un atto di volontà potentissimo, potrebbe riesumarli. (6) “…take another little piece o’ my heart babe / take’t take’t” – le tornò in mente nella voce sguaiata e struggente di Janis Joplin. La mia amica Marisa, nel corso di Letteratura Inglese per l’esame del primo anno, si innamorò del suo professore. E non fu un amore a distanza, cioè una di quelle infatuazioni che generano adorazione silenziosa e abbandoni sognanti, estasi e distrazioni dalla realtà – il suo fu un vero amore, perseguito in modo discreto e tenace finché aveva avuto senso, poi trasformato in un ricordo caro, e lui, il professore, Edoardo, in una guida intellettuale, in un punto di riferimento. Comunque Marisa aveva una vera passione per Janis Joplin – e anche il suo professore. Perciò questa era una loro patria comune, come la poesia dei romantici inglesi, specie John Keats. Janis Joplin piaceva a Marisa perché era una creatura tenace e fragile, una vera contraddizione vivente. Non era bella, e non faceva nulla per diventarlo. Spesso saliva sul palco ubriaca, e fumava come un uomo. Aveva i capelli sempre arruffati. In genere sporchi. O mèzzi dell’appiccicosa umidità che rende micidiale certe città americane, d’estate – come lo fu quell’intero agosto più l’inizio di settembre a New York per me e anche per Mauro e per tutti gli altri che vi spartirono l’afa unta con noi. Ciò che rendeva Janis Joplin invidiabile agli occhi di Marisa era questa sua capacità di diventare un’altra – di trasformarsi. Marisa se la ricorda in certe ultime apparizioni, mezza ubriaca, svampita, con gli occhiali, fatto curioso per un’artista poprock. In genere è piuttosto raro che i rockers li portino (viene in mente Elvis Costello, ma Sting per esempio li porta solo quando fa le prove, poi sul palco canta… alla cieca) a meno che non ne facciano un 120

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ulteriore strumento di stile o travestimento, collezionandone di vistosi, o strani, o per qualunque verso notevoli. Insomma Marisa raramente poteva vederla però si incantava a sentirla cantare: ai tempi di questa sua fissa, cominciava appena a infittirsi l’offerta di videoclips, e a un certo punto si poté vederli quasi regolarmente sul canale dedicato, MTV – che Moravia teneva perennemente acceso, la mattina, mentre scriveva. Marisa una volta aveva discusso a proposito di Janis Joplin con lui. Col suo professore: con Edoardo. Lui sapeva tutto di lei: della Joplin, appunto. Ma anche di Woody Guthrie, di Bob Dylan, di Joan Baez. Sapeva tutto della canzone di protesta dei neri e degl’ispanoamericani. Per dire, le aveva parlato a lungo di certi blues, citandone a memoria i versi, e traducendoglieli su due piedi, come faceva quando teneva i suoi programmi alla radio su RaiTre – aveva questo potere magico di raccontare le canzoni come fossero testi poetici, vere storie in versi, e in quel suo modo di interpretarli come poesia vera, come testi di valore letterario, soprattutto come degne espressioni civili, sembrava, Edo, davvero un … aedo (!): un paterno educatore. Insomma Marisa buttò sul tavolo la propria passione per Janis Joplin, e un po’ provò a servirsi del testo di quella canzone, A Piece Of My Heart, per fargli capire che lui la stava inebriando e spellando al tempo stesso, e Edoardo sullo stesso tavolo, mentre consumavano i loro tè fumanti (per lui: un darjeeling – mentre lei stava gustando un caldissimo earl grey), calò tutte le sue carte, tutto quel che sapeva, cioè più di quello che Janis Joplin, povera creatura, avesse mai saputo di se stessa e della propria musica. Janis cantava spesso a occhi chiusi e sempre un po’ torcendosi. Marisa la trovava irresistibile quando con voce arrochita s’inarcava sul palco, portata dal rock, quasi ingoiando il microfono, e sembrava proprio viaggiare da qualche parte nella mente, sembrava veleggiare e librarsi, come una sonnambula. In quei picchi massimi di estasi canora, che a Marisa parevano momenti sommi di arte impareggiabile, Janis viveva coi suoi fantasmi, incontrava il suo amore disperato, proibito e impossibile – gridava la sua passione con la voce più sottile che le riuscisse scovare, la più ultrasonica possibile pur di raggiungere il suo amato ovunque fosse: magari proprio nella trance in cui si trovava, spedendogli il proprio trillo dolcissimo da usignolo, il suono più dolce e cristallino che ugola femminile potesse intonare. Chiudeva gli occhi, Janis, per vedersi bella, senza occhiali, con una pelle luminosa e non grigia come l’alcool e il fumo gliel’avevano ridotta, e con una fulva capigliatura fluente, morbida, e non quel castano spento, anonimo, arruffato dall’umidità, ingrassato dalla sporcizia e dalle caligini di varia origine cui era esposta, per esempio negli ambienti fumosi di certi locali dove andava a esibirsi, pur d’inviare il messaggio in bottiglia al suo amore lontano, di certo non mescolato ogni sera al pubblico che andava a sentirla. Nutriva, Janis, un sogno sfiancante: che quei richiami scorticati inviati nell’etere, per qualche miracolo della fisica, transitassero fino a lui; che fosse l’aria a recapitarglieli – vincendo ogni ostacolo, ogni diaframma; che la sua voce, come una preghiera, comunque e ovunque pronunciata, ruzzolasse fino al cuore di lui, e lui fosse da qualche parte, pronto, con le antenne inalberate, a riceverla, a gustarla, a aspettarla dopotutto, e per suo tramite ad amare proprio lei, proprio Janis. Aveva l’anima nera di una vera blacksinger, Janis, la disperazione autentica di Billie Holiday, la voce rauca del soul: aveva tutto per essere adorata come una maudite del rock, ma a conti fatti non aveva niente – neppure se stessa. Giù dal palco oramai era una donnina anonima, spenta, occhialuta, e guardandola, chiome sigaretta e drink inclusi, Marisa certe volte notava, tra sé e Janis, una straordinaria, quasi metempsicotica somiglianza. (7) Questo incrocio di ignoti – È un incrocio di mani / questo amore…(Con le mani, Zucchero). A metà ottobre nel 1992 tra Venezia e Milano c’era una scia di pioggia e di umido. Mai presa tanta acqua al Lido, col Palazzo del Cinema che aveva davvero qualcosa di terribilmente triste come in un romanzo breve mitteleuropeo: un pachiderma in disarmo che al momento risultava OKKUPATO cioè assalito da una curiosa orda di cavallette, un’ibrida corporazione di arti e mestieri, e i loro formatori. Tutto era fuori centro, e fuori sesto. Il baretto, che nei giorni della Mostra del Cinema serve cibo e beveraggi, e sfoggia tavolini infestati di attori registi produttori giornalisti fotografi, aveva al banco resti fossili dell’ultima edizione. Mentre in Sala Grande rumoreggiava il pollaio, fuori gli alberghi erano tutti chiusi. L’Hungaria, che da almeno dieci anni è un quattro stelle modernissimo, allora era un glorioso elefante liberty dove poggiarsi a un lavandino per lavarsi equivaleva a abbassarlo di un ulteriore grado, a un passo dallo spaccarlo e cavarlo dalla parete.

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Il Casinò, luogo triste di per sé, in quella desolazione da parco–giochi dismesso, appariva definitivamente mesto, e faceva subito pensare ai giocatori incalliti che, a dispetto della generale chiusura degli esercizi pubblici, erano sempre là, fino a notte fonda, a scommettere e rilanciare, e perdere, molto sfigatamente, con quel che di sciatto, e opaco, appiccicato addosso, con la loro mestizia congenita che annulla qualunque idea di bellezza. Ma il colpo di grazia fu guardare gli stabilimenti del lungolido. Tutti chiusi. Le spiagge senza nemmeno una traccia di bagnante – niente ombrelloni, niente sdraio, nemmeno il pattino di salvataggio dei bagnini, vero segnale del totale stato di abbandono. Nei giorni della Mostra del Cinema (per anni i primi dieci di settembre ma ultimamente tutto è stato arretrato nella coda finale d’agosto, come il campionato di calcio, e tra un po’ anche l’inizio della scuola – ma come?, ma se ormai siamo un paese africano!), bè in genere in quel pugno di giorni c’è un movimento incredibile: gente che sfreccia in bicicletta per saltare da una proiezione all’altra, anche di notte (nel ’97 è stato introdotto l’appuntamento di mezzanotte, che appunto nel ’92 non c’era ancora); gente che affolla gl’ingressi nelle sale; buttafuori robotici che non riconoscono grandi critici e giornalisti televisivi e, appunto, li buttano fuori, e siccome la legge è uguale per tutti (caso praticamente unico), se per una disgraziata distrazione non hai momentaneamente con te il passi–stampa, puoi essere pure Vieri Razzini, loro non lo sanno e rigorosamente ti strattonano via. Che poi Vieri Razzini è un uomo alto, un MaxVonSydow tipo: dopo quella grezza colossale, nei corsi di preparazione per formare gli addetti alla sorveglianza degl’ingressi alle sale per le proiezioni destinate alla stampa, le sue foto segnaletiche le avranno affisse dappertutto, e avranno istituito il suo riconoscimento, come minimo, come fondamentale della preparazione – insomma, Vieri Razzini è un bel signore che non passa inosservato, e che, se anche quest’ignominia fosse nel suo temperamento, non potrebbe mai sgusciare dentro, di soppiatto, e neppure protesterebbe (come non protestò, quando tutto questo gli capitò sul serio) – Enrico Magrelli, per dire, che è un piccoletto simpatico, e una volta davanti alla sala Pasinetti nella ressa fece lo sgambetto a una collega molto antipatica e già ubriaca alle sette di sera, ecco lui magari è uno che sguscia: lui, fosse mai senza passi, potrebbe farcela a infilarsi, grazie a un corridoio (non umanitario), una prodezza alla Beppe Furino, che poi Magrelli racconterebbe allegramente intervistato da studio su RadioTre, per Hollywood Party, da un invidiosissimo, perché come sempre escluso, Efisio Mulas (grande attore sardo, recentemente beccato sulle onde a parlare un romanesco perfetto – ma allora è un grande attore davvero!: ma provinatelo!, e scritturatelo, registi ingrati!, e voialtri, agenti neghittosi, segnalatelo sempre e a chiunque!). Niente bar e ristoranti affollati, a metà ottobre, al Lido, niente star all’Excelsior, niente pipì in comune con i vip nelle sontuose toilettes di quel luogo esclusivo, negato al pubblico e accessibile, cineasti a parte, solo agli accreditati della stampa. Niente cinevisioni ai venti antartici dell’aircon centralizzata del grandioso albergo sul mare, che ha stanze anche al piano terra: bugigattoli di lusso, dove spesso le produzioni mettono i loro ufficetti, e da cui diramano i pressbooks e i comunicati per i giornalisti. Soprattutto niente più capanni lussuosi nelle retrovie della larga striscia di sabbia, cui si può maestosamente accedere dalla terrazza, e niente passeggio, o bagni di sole sulla pista di cemento che, come una polena, si spinge nel mare in quel tratto magnifico di Adriatico. Insomma niente di niente in quei giorni di mezzo ottobre, nemmeno la gioia effimera di girare a vuoto nel sole: si girava a vuoto, sì, ma sotto la pioggia, e nella bellezza inutile del Lido. Perciò il richiamo degli amici da Milano, e la prospettiva di una cena, sembrarono subito idee buone per dare sapore al sabato: avremmo rivisto Luigi e dormito a casa di Pippo. La cena invece sarebbe stata a casa di una coppia di loro amici che noi non conoscevamo. Portammo un paio di bottiglie buone. La cena fu tendenzialmente esotica. Alcuni piatti erano espressamente orientali, altri smaccatamente milanesi. Per dire, c’era un sapiente couscous marocchino, che per me, che allora me ne intendevo anche meno di adesso, poteva anche essere una paella, e poi un classico risotto allo zafferano (quello, onestamente, superbo). Poi un sacco d’altra roba – tutto un meraviglioso intreccio di preparazioni mediterranee, un incrocio di gusti giocato su un sano incontro tra nord e sud, benché la somma degli addendi (tutti singolarmente squisiti) fosse un curioso appiccico, e questi terroni di Milano (gente non di mare, appunto, ma del solido entroterra) ci sguazzavano in mezzo con la tipica disinvoltura ellittica della più scelta upper people selezionata all’interno dell’ignara, sterminata middle class. 122

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Bè, ma il trucco c’era: Pippo e Luigi, amici stretti degli anfitrioni, sono catanesi di vaglia, e Massimo, che ci raggiunse dopo cena, forse anche per aver condiviso Genova con alcuni grandi (Ivano Fabrizio e Bruno, lo stesso Giampiero), si trovò lì a propria insaputa come un ghisa, a regolare l’abbondante avvento di sapori costieri già intuitivamente mediato negli aperitivi con l’ingente offerta di pistacchi e arachidi presentati in american–like commistione sincretica con patatine, fritte in olio industriale, pringles, chipsters, fonzies: al formaggio, alla cipolla, al peperoncino, al pomodoro piccante, eccetera. Il senso, direi caotico, era, come spreco nostrale prescrive, prevedere qualunque domanda con un’offerta per descrivere la quale qualcuno adesso userebbe la parola di fresco conio: varieganza(!). Graziaddìo al centro del salone, come una calamita inerte, riposava sornione un pianoforte. A dispetto della mia timidezza, che temo sempre di mostrare fin troppo, e invece, non solo non viene notata da nessuno, ma vengo poi a sapere essere stata scambiata per il suo contrario, cioè per (roba da pazzi) odiosa spigliatezza, e ansiotico batter di gomiti, avevo chiacchierato un sacco, e con tutti. Il bello, quando non conosci nessuno, è che in effetti hai modo di impegnarti nella scoperta, e poi desti curiosità, perciò tutti ti vogliono conoscere – e poi, Luigi mi aveva solo sentita per telefono due o tre volte, e avevamo parlato di poesia racconti romanzo, come due vecchi amici, ma solo ora poteva incontrarmi, e quando ci eravamo finalmente visti sotto casa dei loro amici che davano la cena mi aveva accolta proprio con entusiasmo, – Sei proprio come mi aspettavo che fossi, anche meglio. Insomma, essere un pesce fuor d’acqua può persino presentare i suoi vantaggi, ti spinge a tuffarti giù a capofitto in uno stagno sconosciuto. Si era davvero parlato molto, soprattutto con Pippo e Luigi, di musica e canzoni, di poesia e versi da cantare. Pippo è un grande autore, scrive prevalentemente per altri – comunque un paio d’anni dopo realizzò un proprio album, Petra Lavica, che deve molto all’Etna e ai suoni in cui è stato allevato. Resta il fatto che, di autori catanesi, a Milano, ce n’è una colonia ben nutrita, e Pippo, autore produttore e arrangiatore, è anche lui, come Luigi, un meridionale salito giù al nord cui piace vivere acquattato nella musica, mimetizzato dietro le quinte. Luigi è un poeta, e soprattutto un pittore, anzi è uno sculp/pittore: le sue opere più recenti, esposte nel 2004 nella mostra: Altari Agli Amori Impossibili, realizzati inserendo sacricuori e versi in scafi dismessi dai pescatori siciliani, tendono a disegnare figure piegando la materia, piegando il legno, e tutto questo rapporto fisico con la fibra tenace e tenera, tutto questo piegarla, Luigi l’ha sempre fatto come un silenzioso esercizio di devozione dell’anima. Allora, nel 1992, aveva realizzato dei monili, che abbiamo ancora, lavorando l’ebano e altri legni teneri, il legno di rosa per esempio, con una forza gentile così siciliana da risultare pari a quella dei vicini ebanisti nordafricani. Luigi esprime forza e gentilezza anche quando canta con voce calda e potentissima, come quando cantò quella sera, accompagnato da Massimo alla chitarra, e da Pippo, su questo pianoforte a coda che se n’era stato tutta la sera, convitato paziente, al centro del salone, ad aspettare che le gozzoviglie finissero, e arrivasse il tempo di stringerglisi tutti attorno. Luigi cantò meravigliosamente: tutti noi cantammo, ciascuno col proprio bagaglio di ricordi personali, ma era la sua voce a volare alta sopra le teste. C’era del talento in quella voce: il talento di dare giusto corpo e giusta drammaturgia ai pezzi di Mogol e Battisti, di Ivano Fossati, di De Gregori e Guccini, di De André e Paolo Conte o Edoardo Bennato. Ci vuole talento, e ce ne vuole tanto, per cogliere, e rendere, il talento degli altri. L’unico che non stava in quel repertorio era Zucchero (Adelmo Sugar Fornaciari) – eppure quelli sono stati i suoi anni buoni: sicuramente i suoi migliori. Gli anni dell’album Blue’s (1987) in cui c’erano pezzi bellissimi come Senza Una Donna (che m’ha fatto morire / senza una donna / sto bene da domani…) oppure Con Le Mani (…le tue mani così, all’improvviso, si sono fatte strada, fuori e dentro di me… è un incrocio di mani questo amore) – c’era stato l’anno prima Rispetto ( non c’è più rispetto / neanche tra di noi / il silenzio è rotto / dagli spari tuoi / dimmi: quanti soldi vuoi? / quanti soldi vuoi / quanti soldi vuoi per lasciarmi andare?/ quanti soldi vuoi… / non ho fatto male mai / oh / ma che dolore / ma / che un gran dolore), e nell’1989 A Wonderful World (e quei bambini giocano alla guerra / dov’è questo wonderful world? // Non ho più voglia di avere voglia / tutto questo è troppo anzi di più…). Certo, era questo il punto del disamore, la leva della riprovazione. Soprattutto Con le mani risente molto dell’adorazione di Zucchero per Joe Cocker, e della sua tendenza quasi filiale a imitarlo, e si può anche rinfacciargli d’essersi messo a fare il bluesman come un americano e di non 123

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essere un autore originalissimo come Vasco Rossi, che lavora sul rock robusto e intanto svena la sua vena vera. D’accordo, Zucchero imita Joe Cocker, ma a parte che è vero fino a un certo punto, il fatto certo è che Zucchero non lo ha mai negato, anzi lo ha sempre candidamente ammesso, facendone un punto d’orgoglio (ma che mistero / è la mia vita / ma che mistero // sono un peccatore / dell’anno ottantamila / un menzognero…// ma dove sono? cosa faccio? / come vivo?…). E poi mi è sempre venuto di pensare, con una stretta al cuore, che quei suoi anni d’oro nella musica furono i suoi anni più neri nella vita, anni di depressione, di incomprensione e chiusure. Ebbene, come se avesse trovato il modo di ribellarsi alla sorte nera sfogando energie nella musica, sempre in quel giro d’anni Zucchero si è aperto a certe invidiabili collaborazioni, come aver realizzato la cover italiana di Mad About You dall’album di Sting The Soul Cages (o guarda!). E Sting quella volta lì, quella cover, accettò di cantarla con lui – chissà se si era accorto che la traduzione del testo, fatta da Zucchero in persona, aveva il limite di riprodurre il testo di partenza alla lettera, e difettava proprio quanto a cantabilità! L’ottimo Gordon Matthew Sumner (col suo cognome degno dei tipi sociali di Messer Goffredo: Sir Geoffrey Chaucer), da NewCastle nei pressi di Wallsend, nei suoi vent’anni sporadico insegnante di lettere, poi avrebbe cantato: History / will teach us nothing – all’epoca di The Soul Cages invece fece i conti con un padre con cui, come tutti i figli, aveva coltivato un rapporto conflittuale, ma verso il quale aveva un amore grandissimo, fatto soprattutto di tenerezza, di sguardi fugaci un po’ di rapina, e poi tradito per stare dietro ai concerti, ai tour mondiali dei Police, al cinema, alle campagne per i desaparecidos, molto dietro alle ragazze. Anche Sting in quel giro d’anni si ritrovò a fare i conti con qualcosa che si avvicinava alla depressione. Gl’Inglesi però hanno dalla loro, come Sting ci ha detto quando con Edin Karamazov ha realizzato il disco di ballate del bardo elisabettiano John Dowland, un sentimento lieve, un po’ pungente un po’ godurioso, che è la malinconia (melancholy), quell’ombra leggera che si posa su tutto come un velo e non pesa più di tanto, – serve però, dice il vecchio Matt, serve. Serve secondo lui a rilevare tutto ciò che plasma facendone un oggetto nuovo, da guardare con occhi nuovi, con sguardo più attento, col visore spalancato per percepirlo come un sintomo, come la bandierina di segnalazione di qualcos’altro. Tutto un bel lavoro di backtracing, come seguendo i sassolini luminescenti di Pollicino: un ripercorso a ritroso che a un certo punto si deve pur fare, e poiché spinge ogni momento alla sua rispettiva crisi produce poesia, produce canzone: come fu per Zucchero allora. Dunque non averlo cantato quella volta, averlo proprio escluso consapevolmente, e sottolineandolo, da qualunque anche solo improvvisata scaletta, non sarà stato un atto di ingenerosa inclemenza travestita da accigliatissima disapprovazione? (8) …il dio fumatore cui suo marito si sforza di somigliare – dieu est un fumeur (de havane). Della racchetta Dunlop con manico in legno, impugnatura n.6, e corde in budello, che si aggiudicò la fatidica finale del torneo di primavera nel ’78 in origine era proprietario lo zio Carlo, il quale era notaio, e questo nell’immaginario popolare si traduceva automaticamente in poco lavoro e molti soldi. Quando era diventato notaio lui, non c’era la ressa di aspiranti ai concorsi e la consorteria aveva poco da serrare i ranghi per rintuzzare l’assalto dei nuovi – perciò: pochi gli eletti (anche perché) pochi i candidati. Dunque, dopo la laurea in legge, divenne notaio senza tanti drammi o intoppi, e l’aura che da subito lo circondò fu del riccone che si godeva la vita, oltretutto scapolo per vocazione. Zio Carlo era un collezionista d’arte e un lettore accanito. Alla sua morte nella sciagura in montagna ereditammo molti quadri d’autore e monografie di pittura – per esempio un’intera serie sugli impressionisti francesi. E poi molti romanzi, soprattutto francesi, perciò avevamo un sacco di doppioni: – la copia dei miei genitori e la sua: di Simone de Beauvoir, di Balzac e Stendhal, e poi di Tomasi di Lampedusa, di Tommaso Landolfi, tutto Moravia, tutto Calvino, due copie di Pasternak (Il Dottor Zivago era stato il primo libro che mio padre aveva regalato a mia madre, appena uscito, stampato coraggiosamente da Giangiacomo Feltrinelli in traduzione in prima assoluta mondiale: pubblicato all’inizio neppure in russo – grande romanzo, Zivago, sulla Storia e i Destini: esattamente il dilemma che squassava il poeta Pasternak e tutti gli altri grandi poeti russi travolti dalle distorsioni poliziesche postrivoluzionarie). E poi anche due copie rispettive di un romanzo francese scritto da un giudice del tribunale minorile di Parigi che tra fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta costituì un caso letterario: Cani Perduti Senza Collare, edito nei tascabili Sansoni che forse ora può essere rintracciato solo sulle bancarelle. 124

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Un libro che io ho divorato nell’adolescenza (come Lettera d’Amore di Somerset Maugham, del resto – anche se quello è un libro proprio mio, acquistato a credito nella libreria di Bruno Ciolfi, grande libraio e editore della mia città: una vecchia edizione Longanesi di Mrs Craddock, un romanzo che di recente NewtonCompton ha ripubblicato col suo titolo originale per non creare confusione col più famoso Schiavo d’Amore). La storia raccontata da Cani Perduti Senza Collare, volendo, è persino patetica, e gli eroi stucchevolmente nella versione italiana sono chiamati con nomi tradotti: come Roberto (fin qui niente di speciale) o Alano (cioè Alain!!!): sono tutti orfani che rimbalzano tra istituti aule di tribunale ambulatori statali e saltuari affidamenti, ma poco vicini ai modelli di orfano forniti da Rousseau o Dickens, piuttosto legati ai ragazzi di Ferenc Molnar o a Pinocchio, a Incompreso (sia il film che il romanzo) e (direi soprattutto) a Antoine Doinel e compagni nei Quattrocento Colpi di François Truffaut. Una storia popolare, in cui grande parte ha tutta la dolorosa documentazione che l’autore ha potuto consultare di prima mano – è per questo che, per quanto indulga in una pericolosa latenza patetica, il libro strega il lettore, lo avvince in una stretta allo stomaco cui sottrarsi è praticamente impossibile, se non si è dei Mangiafuoco: precipizio cinico che ai numerosi e indifferenti lettori borghesi riesce molto facile imboccare. Zio Carlo me lo ricordo a un semaforo mentre aspetta di attraversare e io arrivo con la cartella – lui si guarda intorno qualche decina di centimetri più su di me, e non mi vede, né mi sente data la sua nota ipoacusia, così sto per toccargli un braccio per segnalarmi: scatta il verde e scatta anche lui che da montanaro allenato aveva il passo svelto. Tuttora se mi fermo a pensarci rivedo la scena e rivivo lo smacco, soprattutto provo un rincrescimento bruciante per non aver avuto la prontezza di rincorrerlo, bloccarlo, gettargli le braccia la collo e riempirgli di baci quel viso sempre abbronzato, con quella sua espressione signorile così raffinata e tenera, umanissima. Ricordo che ogni anno andavamo al suo studio per San Carlo (4 novembre) e lui ricambiava passando da noi prima di Natale a portarci i suoi regali, che erano sempre eleganti e preziosi – eravamo due nipotine, le più vicine che avesse, e ogni anno ci regalava un gioiello per una. I suoi problemi di udito creavano tra lui e noi una paratìa insormontabile dirottandolo subito nel mito. A rinfocolare la sua mitologia contribuivano due amici di Zio Carlo, e di Roberto mio padre: Guido e Raffaele, che con loro due e con gli altri cinque fratelli, tutti maschi, hanno condiviso la giovinezza segnata dalla guerra, dallo sfollamento in campagna e tra le montagne, e per un periodo a Roma (dove la madri, sui tram, per far ubbidire i propri figli, li minacciavano, – Se non la smetti ti faccio mangiare da uno sfollato di Cassino, il quale effettivamente aveva molta fame, soprattutto non possedeva proprio più niente, ma sicuramente non era diventato cannibale). Da bambini a loro si aggiungevano, nei giochi indiavolati tra i vicoli alle Tre Colonne – dove avevano il palazzo di famiglia (al cui piano nobile abitava la temuta contessa Martinelli, zia acquisita), altri due fratelli, figli di amici, Germano e Fernando, e un cuginetto, Pinuccio, per la gioia di Nonna Maria, e soprattutto di Raffaela, con una sola L, detta zia Lina, sorella nubile di Nonno Gennaro, angariata da tutti questi maschi che le facevano degli scherzi crudelissimi [tipo: farle credere d’essere stata invitata a pranzo, così lei si presentava tutta in ghingheri, e i presunti ospiti trasecolavano – questi scherzi gettavano zia (Raffae)Lina in imbarazzi furibondi]. Ora le Tre Colonne non esistono più: tutta la città è stata ricostruita per così dire ellitticamente, visto che fu rasa al suolo dagli Alleati (i neozelandesi provvidero al lavoro sporco) con l’abbazia nel febbraio del 1944 – difatti nel centro della città uno slargo esagonale dal dopoguerra è designato col toponimo Piazza XIV Febbraio 1944 per ricordare il bombardamento, e divenne il quartier generale delle autolinee Zeppieri, nominate anche da Pier Paolo Pasolini nelle Ceneri di Gramsci, in concorso col generale movimento di uomini e mezzi che nell’analisi del poeta contribuì all’inarrestabile progresso, alla trasformazione industriale e al rimescolamento antropologico dell’Italia. Gli amici Guido e Raffaele sono stati testimoni della fase francese di zio Carlo. Delle sue incursioni a Parigi, delle sue lunghe soste al noto caffè Les Deux Magots a pochi tavolini da Sartre e Simone de Beauvoir, o delle serate nelle caves dove si esibiva Juliette Gréco e circolavano gli chansonniers. Quando guardo una fotografia che teniamo su una consolle, di zio Carlo ripreso contro lo sfondo di un bosco e di un arco di monti innevati, che sta di profilo e guarda verso l’alto nel suo proverbiale lupetto bianco e la giacca a vento nell’incavo del braccio piegato, penso che quello è il suo ritratto più fedele, la versione più esatta del suo spirito solitario e realista, smagato, in cui c’era posto per il desiderio e l’esperienza, e forse l’inclinazione tutta letteraria a immaginare la realtà, come direbbe a questo punto l’amico Filippo. 125

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Sembra che lo zio Carlo avesse conosciuto Léo Ferré, e che per una serie di coincidenze avesse fiutato una pista lungo la quale era andato a verificare le tracce di un avo occitano, Jean Jacques Castanier da Perpignan in Pirenaica, ufficiale ai tempi di Napoleone, il quale aveva sposato Gabrielle e avuto da lei due figlie, aveva abitato dalle parti di Rue de Solferino – zona Bastiglia, aveva avuto per genero Filippo Testa, genovese o forse savonese, mazziniano, il quale poi aveva trascinato la figlia del generale presa in moglie, e con lei le nostre radici, fino a Roma, poi giù a Isola del Liri (dove aveva impiantato la cartiera tuttora attiva), e fino alle propaggini settentrionali della Campania Felix, così indicata nella cartografia fino al 1928, appena sotto la Ciociaria, dove l’abbazia benedettina, chiamata in causa al verso 37 nel XXII Canto del Paradiso (il canto di San Benedetto), aveva lasciato maturare per secoli l’arte amanuense della grafia di scuola beneventana. Léo Ferré era nato a Montecarlo (Principato di Monaco – quasi Italia, quasi Liguria), e aveva trascorso la giovinezza a Bordighera (dunque Italia, dunque Liguria), dove era stato in collegio. Pare che l’esperienza fosse stata molto infelice per lo strappo dalla casa e dalla famiglia, e per lo scontro inevitabile con l’autorità dei padri gesuiti. Questa deve essere stata la spinta decisiva alla ribellione e alla dilagante irregolarità della sua vita personale e d’artista: Ferré è stato un capofila della canzone d’autore francese con Boris Vian, anche lui poeta e ribelle (che tutti credevano russo d’origine ma era un meridionale di Francia), prima che più a mestiere si presentassero Jacques Brel e George Brassens, e con il loro modello di autori militanti della canzone esistenzialista si preparasse il terreno per l’avvento del più sfrontato di tutti, Serge Gainsbourg, domiciliato al 5bis di Rue de Verneuil (7ème arrondissment – Saint Germain des Près). Mauro è stato nel 1982 dirimpettaio di Serge Gainsbourg [nato Lucien (un nome da coiffeur pour dames, si lagnava) Ginzburg da espatriati russi] per meno di una giornata, salvo diventare poche ore dopo uno dei più ricorrenti visitatori della sua casa. Vi era stato trascinato da una fidanzata estemporanea, scultrice a Parigi, che lo aveva chiamato dalla finestra di fronte quando Mauro, appena arrivato rocambolescamente al numero 8 della stessa strada dalla Gare de Lyon [a bordo di uno scassone Peugeot condotto da un tassista sbuffante come una ciminiera (o come Louis de Funès nei film della serie di Fantomas, o come anni dopo l’amico Guy che, contemplando una borsa appena comprata in una bottegaccia londinese di Carnaby da Sandra – per Mauro la donna della vita, subito dopo uno sbuffo di stizza aveva esclamato: Ça c’est un horreur, uh!)], aveva giusto cominciato a prendere possesso della stanza prenotata per lui nel piccolo albergo da suo padre che gli aveva regalato come sempre quella utile vacanza, e da subito aveva preso a rimpiangere di non essere a casa, con i suoi, con gli amici. Non che Mauro non fosse amante del viaggio, o per lo meno di queste parvenze d’avventura che servivano a esplorare altri giri di gente da cui finiva regolarmente adottato. Gli pesava solo il fatto che queste perle gli fossero assegnate da suo padre d’ufficio con lo scopo recondito di toglierselo di torno per un po’, di non ritrovarselo a rompere i coglioni con la sua etica assoluta di adolescente generoso quanto ombroso. Era lì, Mauro, che guardava fuori in strada dalla sua stanza che sarà stato mezzogiorno. Poco ci mancava che gli avessero dato una soffitta: stava quasi nel sottotetto, al piano–mansarda tipico dei palazzi a Parigi. Aveva una piccola stretta al cuore a cui dava poco spago perché subito lo assaliva una punta di rabbia per il fatto di stare in un posto meraviglioso senza riuscire a goderne affatto, anzi sentendosi deragliato rispetto al corso dritto del proprio destino. Si tolse dalla finestra e indietreggiò verso il letto calcolando di sbattercisi sopra di peso senza incidenti. E da lì, da quella posizione stesa, vide un movimento nella finestra dell’abbaìno quasi dirimpetto (per la verità un piano o due più sopra della sua, che però, da sotto in su, risultò perfettamente allineata al suo asse visivo). Qualcuno lì (si sarebbe potuto dire di fronte, sempre per questo effetto ottico) aveva appeso una camicia bianca riempiendo per metà il vano finestra, riducibile in fondo a un paio di finestrini. Sotto la spinta di quella curiosità colse con piacere un cambiamento di temperatura dentro di sé: in fondo l’indizio era minimo però c’era rischio che un po’ di calore scaldasse le sue acque attuali (ecco un altro libro che lo zio Carlo possedeva, da che si deduce che non era un intellettualone che leggeva solo tomi seri ma si concedeva letture anche più democratiche, o di moda: aveva alcuni romanzi di Françoise Sagan, e tra questi Un Po’ di Sole nell’Acqua Gelida, mélo in effetti, però bello – io l’ho letto per curiosità e mi è sembrato delicatissimo, fine nell’accenno agli intrichi di questi spiriti amanti, poi ho anche pensato che potevano essere, questo e gli altri della serie, libri della compagna dello zio Carlo, rimasti intrappolati in casa sua e che lei non è mai tornata indietro a reclamare). Mauro pensò di mettersi a tirar fuori e sistemare le due cose che si era portato. 126

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Poi nemmeno venti minuti dopo (non sapeva più che inventarsi per dilatare il tempo necessario a queste operazioni, misere quanto la roba da sistemare) scese nella hall. Incrociò una coppia nordica vagamente imbolsita e tutta presa dallo studio di certe cartine, e uno stormo disordinato di turiste americane anziane e inarrendevoli, imbalsamate in un abbigliamento antipioggia antiumido antigelo, insomma anti – cioè mummificate nella plastica caldoumida pronta a ghiacciarsi a un eventuale capovolgimento meteorologico (effettivamente nel viaggio dalla stazione in albergo, il tassista qualcosa gli aveva accennato, soprattutto nell’ultimo tratto, in cui, nel tentativo di spianarsi la strada facendo fuori i lampioni delle piccole strade labirintiche nelle quali era piombato dal lungosenna, e di farsi aprire il catorcio dai marciapiedi come da altrettanti apriscatole, sbuffando a tutto andare aveva più volte commentato le previsioni del tempo sputate tra uno scossone e l’altro dalla radio, gridando spesso: La météo! La météo!). Ecco, ora le zie americane (tutte rigorosamente nubili separate o pluridivorziate, o chissà: magari vedove uxoricide) sembravano predisporsi a qualunque tempo con le loro disperanti apparecchiature, che le avrebbero uccise di soffocamento nel giro di pochissimi minuti – di sicuro non avrebbero neppure fatto in tempo a avviarsi verso Notre Dame per tuffarsi nell’oasi californiana della libreria Shakespeare&Co. di Sylvia Beach prossima ad essere rilevata da George Whitman, nipote del grande poeta Walt. Il quadro risultò per Mauro così avvilente che lo sputò fuori. C’erano lame di luce ma perlopiù la strada era in ombra. Niente tracce di lamiere o fusti di lampioni piegati: strano! Si fece un giro pensando di mangiare qualcosa benché al solito non avesse alcuna fame. C’erano ristoranti serissimi e costosi con le vetrine che lasciavano vedere lo spettacolo dei camerieri che come altrettanti Dracula elegantissimi volteggiavano tra i tavoli senza toccare terra oppure negozietti di antiquités, brocanteurs di lusso (era o non era in quello che in pieno parossismo piazzista sarebbe diventato il Carré des Antiquaires?), e poi dentro ai cortili dei bars des lettres o cafés des écrivains che grondavano polvere, aria stantia di circoli chiusi. Era capitato in pratica in un lussureggiante deserto in cui suo padre con Lorella o sua madre Ilaria col fresco neofidanzato, il suo professore di Patologia Medica nonché suo datore di assistentato, Piergiorgio detto Pier, avrebbero sformato, come aveva imparato a dire a Roma – ma per lui lì non c’era nulla. Gli si chiuse lo stomaco una volta per tutte, evento comune in quegli anni. Camminando parecchio, arrivò a una specie di carrefour o spartitraffico che stava al Boulevard Saint Germain des Près come la prora di una nave a una banchina di porto, e scorse un buchetto dentro al quale, dietro a un banco, armeggiavano freneticamente due anziane ziette che preparavano sfilatini a ripetizione spaccandoli imburrandoli e riempiendoli di jambon cru (affettato ogni volta lì per lì, sgambettando su due piedi) a una velocità inguardabile (sembravano due macchiette di parentame campagnolo in moto perpetuo a scatti burattineschi, come capita di vedere in Mulholland Drive dell’inimitabile regista irlandese d’America, David Lynch). Segno che la trattativa per ottenere da mangiare sarebbe stata franca di cerimonie. In effetti Mauro ne uscì strapazzato ma cartocciomunito. Il problema, subito, fu trovare la forza di farne fuori il contenuto. Si disse che qualcosa avrebbe pur dovuto ingollare e lungo la via del ritorno a casa (casa?, quale casa?), distraendosi a riesaminare tutte quelle botteghe chiuse e ostili, in qualche maniera ce l’avrebbe fatta a mandar giù quei bocconi salati. Cominciò a pensare a se stesso come a uno di cui gli aveva raccontato un amico, che anni dopo doveva aver fatto lo stesso racconto a Francesca Archibugi, perché lei citò il caso nel suo film del ’93 Il Grande Cocomero (o forse la storia proveniva dal repertorio psichiatrico tra quelle raccolte in via dei Sabelli da Marco Lombardo Radice in persona): si sentiva come quel ragazzo che immaginava d’essere impastoiato in una complicatissima rete di fili invisibili, i quali legano lui alla stanza e agli oggetti nella stanza, e creano un sistema di legami complessi anche tra la stanza e tutti gli oggetti a prescindere da lui. Insomma, lui – Mauro, ora, chi lo pregava di tornare subito a rifugiarsi in albergo? Poiché tuttavia si vedeva slegato da tutto e cercava modo di appartenere a qualcosa se non a qualcuno, fatto quel giro brevissimo – decisamente a raggio corto, già sentiva urgenza di rientrare. Ci fosse stato Cesare, ora gli avrebbe dato la chiave freudiana per leggere questa piccola esperienza dell’anima – ma non c’era, e se anche ci fosse stato, col proprio favoloso sdoppiamento Mauro gli avrebbe dato il contentino d’ascoltarlo, salvo cancellare tutte quelle superfetazioni al riparo del proprio cuore puro e inviolabile, a conti fatti integro.

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Non si ricordava più se le ziette sul burro avessero sparso qualche granello di sale fino – stava di fatto che quel burro aveva un gusto straordinario ma senza punte, un sapore forte ma rotondo, forse era proprio del burro danese condito. Boh. Quello sfilatino era buono. Anzi buonissimo. Anzi sbocconcellandolo (se lo ripeteva con le C musicali e piene come aveva imparato quando leggeva i libri a voce alta, con dizione invidiabile: attoriale) stava sovvertendo le tenaglie gelide di poco prima in un calore, appunto, energetico, come una forza motrice che sembrò proprio mettergli le ali ai piedi. Entrò in albergo quasi saltellando e rimpiangendo il sapore buonissimo che aveva avuto in bocca. Cioè cominciò a sentir montare l’acquolina, e faticò a capirlo perché non era per nulla un suo classico: cominciò a percepire un inequivocabile senso di fame. Lo sfilatino gli aveva spalancato lo stomaco, aveva fame sul serio. FAME?! Lui? Com’era possibile? Questo ora poneva un vero problema. Però gli venne in mente di andare a verificare se in camera aveva il frigo bar (soprattutto temendo notti di sete) dove avrebbe potuto agguantare e buttar giù noccioline salatini cioccolata. Tutto pur di saziare il buco immenso che gli si era aperto nello stomaco. Scambiò parole e sorrisi sicuri con il concierge come se avesse parlato francese e fosse stato parigino fin alla nascita – per forza!, era troppo più urgente il bisogno che lo stava spingendo. Le scale se le fece volando. Piombò in camera e andò dritto allo sportelletto del piccolo frigorifero. Tirò fuori tutto, anche un Moet&Chandon da 33cl. che sulla carta costava una fortuna, di quelli che magari le coppiette fresche di nozze o gli amanti clandestini con poca fantasia (incapaci cioè di ordinare del vero champagne) avrebbero stappato come surrogato di una più degna sigla del loro amore: un monumento alla tristezza più vieta, da piccolo romanzo sentimentale, un po’ borghese, un po’ ipocrita, un po’ peccaminoso. Aprì una bottiglia di Perrier, gelata sì ma pura addizione di anidride carbonica: impalpabile. Affranto si ristese sul letto davanti alla finestra spalancata! Aveva lasciato tutto aperto! Non che avesse valori da tutelare, però si sentì come nudo – gli parve che alcuni oggetti fossero fuori posto come se qualcuno fosse entrato nella stanza in sua assenza e ci si fosse fatto un giro. Scattò in piedi come una molla e andò a ricontrollare tutto. Tutto a posto. Poca roba senza valore salvo che per sé ma tutto lì come prima. Andò a controllare che dietro l’unico quadro appeso nella stanza, Le Due Sorelle, rifacimento accettabile di un Renoir (ma suo padre, Giovanni detto Gianni, ci avrebbe ricamato sopra per ore, e avrebbe dimostrato in quali impercettibili segni quella copia era letteralmente maldestra!), ci fosse lo sportello inespugnabile della piccola cassaforte in dotazione dove lui non aveva nulla da nascondere. Tutto in ordine. Tornò a stendersi sul letto. Alla mezzafinestra di fronte, cioè dietro la finestrella dell’abbaino un paio di piani più sopra nel palazzo dirimpetto, la camicia era sempre messa lì sulla gruccia col gancio incastrato tra il bordo superiore e il montante – lasciata ad asciugare o a stirare per forza di gravità? Chiuse gli occhi e provò a lasciarsi andare. Scattò su seduto di nuovo e riagguantò la Perrier – definitivamente imbevibile (ora era anche tiepida): gli tornò in gola il gas in cui il precedente sorso generoso era quasi interamente consistito e avrebbe voluto abbandonarsi a quell’onda che dopotutto a volte riempie di soddisfazione, quando notò che alla finestrella di sopra la camicia non c’era più. Ora la mezza finestra era semiaperta ma oltre si intravedeva un buio che non svelava nulla dell’interno. Il gas era lì, in transito nella gola, stava quasi costituendo un bolo virtuale dotato di un suo urto vettoriale. Bisognava che uscisse una buona volta. Il vescovo gli aveva raccontato una volta che un cardinale, per aver trattenuto un rutto che in nessun caso poteva esser lasciato rotolare in faccia al Santo Padre, era morto dopo dolori, in successione intercostali gastrici e addominali, terribili, da cui non aveva potuto in nessun caso liberarsi. Morire per un sorso di Perrier gli sembrava un’ingiustizia pazzesca, così si predispose a lasciar fluire il più morbidamente (e magari sordamente) possibile quella bolla di gas fuor di bocca quando… Nel racconto lungo La Costola che proviene dal ben più ampio progetto di romanzo Terzo Tempo si dà conto anche di che fine aveva fatto la camicia bianca balenata dietro la finestra per una mezza giornata; di come Mauro traslocò di lì a poco nel palazzo di fronte; di Sigolène detta Sigo – giovane artista di Bordeaux sbarcata a Parigi e allieva de L’Académie des Beaux Arts (non statale) ospitata a Place des Vosges nel 128

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palazzo dove abitò Victor Hugo, in un appartamento che ora è un museo; delle incursioni al 5bis di Rue de Verneuil dove Gainsbourg viveva la musica e aveva concepito i suoi duetti con sua moglie o con Brigitte Bardot finendo poi a farne con Catherine Deneuve (tra cui appunto Dieu est un Fumeur de Havane – dieu est un fumeur è una scritta che un fan ha lasciato sulla facciata della casa di Gainsbourg, accanto al portone d’ingresso, decorata fin dal 1991, quando il vecchio Serge è morto, da scritte d’amore spray: per la verità quando quella facciata l’ho fotografata io, nel ’94, quella scritta non c’era ancora, è apparsa in una cartolina che ho ricevuto nel 2004). Si racconta anche quanto è diversa la fruizione quasi fauve che Mauro ha di Parigi, e della musica del cinema dell’arte fumettistica di Milo Manara, che ruotavano attorno a Gainsbourg, rispetto alla Parigi fruita dallo zio Carlo, e legata alle canzoni dei grandi autori, tra i quali il suo amico, Léo Ferré, del quale lo zio Carlo amava il dolore lieve, il senso di malinconia: un sentimento della vita che condivideva, e tra le canzoni, piuttosto che la sua interpretazione sobria di Ne Me Quitte Pas, dell’amico Brel (il quale a sua volta la cantava proprio singhiozzando e col viso completamente bagnato di lacrime: che schifo!), adorava, anche se ne comprendeva il tratto quasi tragico: chiuso, la bellissima Avec Le Temps (che recita: Avec le temps, va, tout s’en va / On oublie le visage et l’on oublie la voix…= Col tempo, sai, col tempo tutto se ne va, si dimentica il volto, e si dimentica anche la voce…). Zio Carlo amava Avec le Temps perché forse pensava allo sfiorire della vita, e con lei dell’amore, alla perdita d’intensità – magari, e forse riconduceva tutto questo allo struggimento, magari inespresso, forte nel cuore ma rigorosamente trattenuto dentro di sé, per quella donna gentile che gli stava accanto discreta e paga di poco: la sua ultima compagna, di cui non si è più saputo niente, una donna coraggiosa a intrattenere in quegli anni, pur di emancipazione femminile ma in un severo contesto provinciale, una relazione non definita. (9) …tutto le ricorda una canzone – All’inizio dell’avventura i due non si sono mai incontrati fisicamente. Ciascuno è rimasto a casa propria: l’uno a Dublino, l’altro in California. Ciascuno nel proprio studio a lottare con musica e testi, a sublimarsi nella propria metà di contributo alla composizione. Si scambiarono lettere, fax, si spedirono materiali via corriere ma restarono ciascuno al proprio posto. Era il ’95, e sopra le loro teste Alison Anders, regista di Grace of My Heart, rielaborazione per il cinema della biografia di Carole King (l’autrice di tante ballate tra cui You’ve Got a Friend), e Larry Klein direttore della colonna sonora del film, avevano manovrato per unirli in una coppia inedita e quasi paradossale, contraddittoria che più non si sarebbe potuto: da una parte l’ex giovanotto Elvis Costello, dall’altra Burt Bacharach, storico compositore di canzoni immortali. L’uno emblema della scena punk rock degli anni Ottanta, demolitore sistematico della canzone tenera, l’altro portabandiera – quasi inventore proprio di quella canzone, di quello stile, ma certo a suo modo avvezzo a posizionare al cuore di quelle piccole meraviglie delle bombe ritmiche che, tanto per dire, consistevano in iperbolici cambi di marcia sfiancanti per qualunque interprete. Anche per questo l’impassibilità sorridente dell’interprete di Bacharach per antonomasia, Dionne Warwick, è sempre risultata tanto perfetta quanto agghiacciante, tanto più che i testi si spalancavano su spaccati personali drammatici, a volte tragici altre smagati o disincantati, persino ironici, e tutto era reso dalla bravissima Warwick sempre col solito garbo, senza scomporsi, alla faccia delle piccole devastazioni in atto – era l’aplomb di superficie tipico degli anni Cinquanta/Sessanta, epoca d’oro di Bacharach, un’epoca in cui una perfetta levigatezza apparente serviva a coprire vortici di frittura interiore. La ragione per cui i due furono assortiti in questo duo giustamente (in senso francese: justement = per l’appunto) impensabile era semplice: nel film sulla King si rievocava anche il Brill Building, palazzo nuiorchese che fu sede di case discografiche negli anni Cinquanta e Sessanta, quando Carole King, agl’inizi della sua carriera di cantautrice, e Bacharach, in piena affermazione artistica, ruotarono su quel mitico crocevia di artisti disparati. In fondo Bacharach rappresentava il main stream nella musica d’intrattenimento, mentre la King era la voce dissonante ma non poi così marginale della canzone d’autore, legata al pacifismo alle lotte di liberazione e per i diritti umani delle minoranze, era la figlia dei fiori che della canzone faceva un’arma, un vessillo, un’espressione poetica molto vicina per commitment, cioè per impegno civile, a una qualche dignità letteraria. Il risultato di tutto questo fu la canzone God Give Me Strength – pezzo piuttosto caldo, struggente. A quel punto, i due artisti partirono letteralmente per un’avventura comune molto fruttuosa.

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Il punto è che la voce di Elvis Costello ha una qualità così graffiante e grassa, ha un tale spessore, maschio, che per Burt Bacharach risultò subito essere la sintesi perfetta della sua idea di pop sentimentale ma non scontato che aveva sempre pensato di veicolare e che dopotutto, prima dell’avvento di Costello, era stato ben rappresentato, oltre che da Dionne Warwick, da qualche sparuto interprete maschile (certe volte le canzoni di Bacharach sono diecimila volte meglio nella versione strumentale, che esalta la robustezza melodica e della orchestrazione, oppure nell’esecuzione dello stesso autore che, senza essere un cantante perfetto, svela la ruvidezza di fondo di quei pezzi, azzerata dai grandi interpreti tecnicamente ineccepibili, potentissimi nell’arco vocale ma freddi come iceberg). Così è nato un intero album (registrato stavolta insieme in studio) dal duo inimmaginabile Costello/ Bacharach: Painted From Memory, 1998 – Mercury Records, e tra i pezzi, alcuni bellissimi (tipo: Toledo), spicca per accoramento di invocazione This House Is Empty Now, tutta raccolta attorno a un privatissimo dramma coniugale poggiato su una musica sontuosa dalla tessitura impervia che dà al pezzo un colore acceso di dolore, oltre a scaldare, per così dire, la canzone. This House Is Empty Now decolla esattamente nel punto in cui la voce di Costello s’impenna, anzi deflagra in un grido: Do you recognize the face / Fixed in that fine silver frame? / Were you really so unhappy then? / You never said / So this house is empty now / There's nothing I can do / To make you want to stay / So tell me how / Am I supposed to live without you?. E proprio quella casa che è vuota, ora, ha subito riacceso nella mia memoria il ricordo di un particolarissimo film visto in TV, The Swimmer / Un uomo a nudo (di Frank Perry, con rimaneggiamenti alla regia di Sidney Pollack, USA 1968), e l’immagine di un tale col sorriso un po’ ebete stampato in faccia, una faccia con i tratti del grande Burt Lancaster (secondo me reso immortale da uno dei suoi ultimi ruoli, il borghese maturo, stanco e disarmato, gattopardo attuale, in Gruppo di Famiglia in un Interno, pure di Luchino Visconti – film anch’esso elegante, lussureggiante, sontuoso, eppure con un colore così scuro da risultare caravaggesco, tono plumbeo delle tragedie nere che non riescono a esplodere, che finiscono per ripiegarsi su se stesse, come certi ceri che giusto in fondo si accartocciano svelando un nucleo nero di male). Lancaster, svestito da Ned Merrill, in mutande da bagno, ogni tanto col conforto di un asciugamano, salta da un giardino all’altro, di piscina in piscina, e quando verso sera, dopo vari incontri insulsi in cui ha pure fatto il galante, incontri senza frutto, distrazioni, avendo fatto il giro dell’intera contea torna verso casa, scopre con stupefazione che tutto è in stato di abbandono, che non c’è più traccia alcuna della sua gente, della sua famiglia, scopre che mentre perdeva il suo tempo il suo mondo spariva, la sua vita finiva, tutto era finito, sfumato – senza appello. Com’è noto il film è la trasposizione di un racconto lungo o romanzo breve di John Cheever dalle linee pulite, tutto intento a delineare il suo archetipo senza sbavature. Il racconto è The Swimmer / Il Nuotatore ed è un capolavoro perfetto, asciutto (!), elegante, come un pezzo di Burt Bacharach: il capolavoro di un maestro, anzi appunto due.. (10) Burt Bacharach – Di questo lavoro con Burt Bacharach, Elvis Costello, capace come tutti i grandi veri di riconoscere i maestri o fratelli maggiori, e di rimettersi al loro magistero, ha dichiarato: – Ho contribuito anch'io alla scrittura della musica, ma quando il pezzo decolla veramente, soprattutto nel motivo principale, lui ingrana una marcia che non conosco; il risultato è quel senso di oscurità che è nella sua musica e che io riconosco nelle mie corde: c'è quel senso di dubbio anche nelle sue canzoni più solari, che rende la sua musica senza tempo. In effetti quel che sorprende nel pop alto di Bacharach è l’intreccio sapiente tra un’esecuzione sinfonica, che impegna, per una canzonetta dopotutto, anche quando di alto profilo, certe volte fino a 70 musicisti, e una varietà di tempi che esulano dai 4/4 del pop (Bacharach esplora con disinvoltura i 12/8, i 6/8, e impone dei cambi di tempo a intervalli veramente risicati, anche ogni due battute, come accade in un suo vecchio classico: il tema Promises Promises). Per Mauro, iniziato classicamente alla musica da bambino su un pianoforte e poi liberatosi imbracciando una chitarra, quando molti imbracciarono armi da fuoco di vario calibro o siringhe ipodermiche con aghi di vario gauge o lume, al grido di battaglia [o slogan in anglosassone (pronunciato certe volte tutto solo, come un pazzo, verso la valle cui guardava il terrazzo del salone in parte adibito, per tre lunghe e alte pareti, a biblioteca di casa)], La chitarra la nostra unica arma!, Bacharach costituì a suo modo una sorta di faro. A Mauro piacevano il rock e il pop alto, ovviamente i Pink Floyd o Carlos Santana, i Deep Purple, Neil Young (It’s Gonna Take a Lotta Love…), Cat Stevens (la mirabile Father And Son), Bob Dylan (che già era tutta un’altra storia), eccetera. Però mentre tutti i suoi coetanei andavano in visibilio per gli Chicago e KC&TheSunshine Band e lui nelle feste riusciva a far impazzire diversamente ragazze amici rivali e dj con i fantasmagorici attacchi degli Chic che rifaceva tali e 130

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quali alla chitarra acustica appena amplificata (a quel punto irresistibilmente tutti cominciavano a battere il tempo con mani e piedi, ad ancheggiare e a lui veniva da ridere sgangheratamente ma poi, oltre tutti i suoi schermi, passava solo un lieve soavissimo sorriso), e mentre assisteva impassibile al previsto e inarrestabile processo di sprocedamento (diceva lui, sarcastico) di una qualunque idea di musica cui il pop pervenne negli sprocedati anni Ottanta, Mauro in cuor suo serbava un posto d’onore ai classici di Burt Bacharach. Perché all’origine gli riconosceva un valore affettivo. Bacharach piaceva a Ilaria, sua madre, e anche a Gianni, suo padre, il quale, senza partire in quarta come faceva con le sue passioni confessabili, sotto sotto lo amava e gli annetteva, lui pure, una funzione collante, un valore di passione comune tra sé e sua moglie. Però, ascoltandolo, cominciò subito, Mauro, a notare una incresciosa stretta al cuore pronta a farsi strada altrettanto inarrestabilmente nella formidabile corazza da lui approntata con cura contro il mondo. Orecchiando le parole e facendo la solita operazione di tirarle giù scrivendosele in un proprio canzoniere manufatto in casa, si accorse del piccolo mistero di quelle canzoni. Si accorse che la musica cercava di far prevalere una specie di sontuosa normalità e le parole cercavano con la loro naturalezza dolente di scardinarla a dispetto di tutto. Cioè là dentro c’era già, prodigiosamente, tutto e il suo contrario, anche il sentimento che di quel tutto e di quel suo contrario è legittimo avere e curare. Mauro pensò come pensa tuttora con un misto di familiarità e tenerezza a quella commistione ossimorica, a quella armonizzazione impossibile tra gagliardìa e sconfitta, tra grandiosità sentimentale e scoramento, tra amore sconfinato e solitudine. Il suo senso di desolazione per questo scontro silente, così drammatico e impercettibile – a meno di destinare a un simile congegno un’attenzione dedicata, comincia appena, ora dopo più di trent’anni, ad attenuarsi, a finire confuso tra le pretese pressanti della vita reale. (11) Due – Due film di Ferzan Ozpetek iniziano esattamente nello stesso modo: Hammam / Il Bagno Turco e Le Fate Ignoranti. Tutti e due si aprono su situazioni di coppie borghesi immediatamente pronte a incrinarsi, a mostrare crepe che sono vere e proprie faglie, anche se abilmente dissimulate dietro il classico non detto, o la classica normalità di facciata. Per la verità in Hammam la separazione tra marito e moglie è dettata da un gancio esterno, un viaggio che svia lui altrove per una eredità inaspettata – invece in Le Fate Ignoranti i due sono letteralmente strappati l’uno all’altra: lui scende incautamente da un marciapiede e attraversa, una macchina arriva nella parte alta della carreggiata, perciò lui fa un passo indietro per lasciarla passare senza danni e viene fulmineamente falciato da un’altra macchina che, arrivando nell’altro senso, se lo è trovato davanti di colpo. La scena è tremenda. Vedere qualcuno travolto da un’auto senza preavviso è terribile, ti resta impresso per forza come un fatto irreversibile saltato fuori senza che letteralmente nulla lo avesse annunciato. Il tuffo al cuore è assicurato, e anche lo stupore, che sopraffà. Subito dopo, scatta immancabile tutto quel mettersi a scavare nelle cose dello scomparso, come per riaverlo indietro, e, scavando guardando cercando, rintracciare un’altra vita: una dimensione parallela, nella quale quella stessa persona era tutta un’altra persona, aveva rapporti di tutt’altra natura, era entrato a pieno titolo in un mondo che sua moglie non riesce a capire anche quando va a spiarlo per provare a conoscerlo, e i segni che vede non sa come decodificarli, cioè non le servono granché a riconoscere un fatto pur evidente fin da subito: suo marito dopo di lei (anzi parallelamente a lei) ha amato un uomo. Per cui la storia del film corre contemporaneamente su due tracce: la moglie dell’investito è l’emissaria del passato e dei ricordi sulla scena della vita più recente, mentre quest’ultima è forse quella più autentica: il rapporto omosessuale di quel marito col suo amante, il presente. Dunque due marce opposte si coniugano e si integrano: la memoria della normalità divenuta scadente, e la traccia ancora viva di un amore vero anche se fuori registro. I due contesti coincidono anche con due diverse quinte cittadine: la vita di coppia borghese è inquadrata in una zona romana residenziale, piena di verde di parchi di case basse e lussuose, uno scenario sereno eppure, scopriamo, infelice e dopotutto posticcio; l’amore omosessuale è inquadrato in uno scenario più popolare, in un quartiere romano denso e vicace, Testaccio, uno scenario di allegri rapporti condominiali. Ed è curioso che il pezzo dei Tiromancino, che sigla la sintesi di questa storia, componga insieme queste due velocità: Ti ricordi i giorni chiari dell'estate / quando parlavamo fra le passeggiate / stammi più vicino ora che ho paura / perché in questa fretta tutto si consuma / mai / non ti vorrei veder cambiare mai… Memoria e vita, ricordo e azione.

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Perciò, scrivendo Lucille, che porta il nome di una canzone per ragioni interne al racconto, partiva sempre subito quest’altra canzone (di nuovo, anche le canzoni sono due, e tutte e due dichiarate fin dal titolo), partiva proprio (e accompagna in loop tutto l’arco della storia) il ritornello dei Tiromancino: Perché siamo due destini che si uniscono / stretti in un istante solo / che segnano un percorso profondissimo dentro di loro / superando quegli ostacoli / se la vita ci confonde / solo per cercare di essere migliori / per guardare ancora fuori / per non sentirci soli… Veramente curioso ancora è che, dopotutto, per quel racconto Lucille (il titolo di prima scelta) risulta piuttosto ellittico, mentre Due (il sottotitolo), dettato anche da Due Destini dei Tiromancino, ma non solo (dettato in realtà dai moventi del racconto), costituisce la sintesi più diretta del senso del racconto. Ma quell’assegnazione a un posto di seconda linea sta anche a mostrare che non ci si può fermare alla contemplazione delle (pur splendide o estetiche o viceversa grigie) superfici, ma ciò che vale sta appena sotto, e bisogna pur trovare il modo di andarci a guardare. (12) …poeta caraibico: Vent’anni da allora, / dopo un’altra guerra, i bossoli sono – dove? Sembra il ritornello di una canzone, e invece sono alcuni dei primi versi del poemetto Anna, di Derek Walcott, il poeta caraibico appunto. Anna è saltato fuori proditoriamente, nel 1994. Se ne stava tranquillo, innocuo – via!, in mezzo a tante altre poesie di autori diversi in un’antologia inglese, forse scolastica. L’ho scovato in una casa privata dalle parti di NorthWood, quartiere residenziale londinese riservato agli alloggi di ufficiali NATO e executives stranieri in azione nella City, una specie di Casalpalocco d’oltremanica appena meno anonimo: le villette circondate, tutte, da giardini privati e vialetti, e collegate da parchi e strade ordinatissime, sulle quali ogni tot metri erano rilevati dei dossi utili a sfondare le coppe dell’olio delle automobili o forse, meglio, a consigliare andature caute. Naturalmente ai semafori tutte le auto, che avessero il segnale di via libera o di stop, ordinatamente rallentavano quasi fino a fermarsi, e in prossimità delle strisce pedonali (zebras, white stripes, pedestrian crossings) le (peraltro rare) vetture private (molte Range Rovers e Volvo long wagons), con stucchevole cortesia, tendevano a prevedere eventuali intenzioni dei pedoni a attraversare, per cui, con un comportamento per noi impensabile, si acquattavano buoni trenta/cinquanta metri prima delle strisce per assecondare gentilmente i capricci degli appiedati, tra i quali spesso molti ragazzini gravati dalle cartelle e in divisa, cioè, a dicembre, con ghiaccio e neve, con i pantaloni corti i calzettoni bianchi e scarpe comuni con suole sottili, e poi un grembiule blu, e sopra la giacchettella scozzese blu e verde, con lo stemma della scuola cucito sul taschino in petto, tutti con le ginocchia rosse e le faccette scorticate dal freddo, avviati diligentemente verso i rispettivi lager scolastici dove, a metà mattina o nel primo pomeriggio, sarebbero stati buttati nei campetti, a fare la sgambatura quotidiana, pallone al piede o no. Il bello di queste case, tutte foderate di moquette e carte da parati a fiori, e ben scaldate, era questa loro prevalente consistenza di quinte posticce, la stessa identica sensazione di lusso precario provata a Philadelphia, in queste villette prefabbricate, in cui i passi, oltre a echeggiare, fanno vibrare l’intero edificio, e ti sembra sempre, dai rumori di là di passi e spostamenti, che qualcosa di efferato stia accadendo fuori campo: un alimento indiscutibile per qualunque media immaginazione, come nel caso di Stephen King. Appena l’anno dopo, in Blue in the Face (che vuol dire cianotico, ma allude anche alla tristezza sul volto, del vecchio Auggie/Harvey Keitel, tabaccaio all’angolo, vedovo e saggio), una galleria di personaggi avrebbe ragionato sul fumo (che appunto colora di un vago blu l’aria che esala sul volto dal mozzicone di sigaretta – la quale nuoce gravemente alla salute e fa tanto bene al fascino), e tra loro un cibernetico Lou Reed (col suo testone che ormai da anni sembra un effetto speciale realizzato da Carlo Rambaldi, come l’indistruttibile, a meno di calarlo in una vasca ribollente d’altoforno, Schwarzenegger in versione Terminator, o come Dionne Warwick in certi recenti videoclip) confessa di essere paralizzato dagli automobilisti nei paesi nordici, i quali non solo non travolgono i pedoni sulle strisce, ma intuiscono i loro movimenti, e appena colgono un accenno d’intenzione ad attraversare, si bloccano ben prima dei passaggi pedonali, con una sorta di atteggiamento rassicurante, per lui agghiacciante: – Preferisco i nostri incroci a Brooklyn, (grandioso teatro del film Blue in the Face, e prima di Smoke, firmato con Wayne Wang da Paul Auster), – aggrediti dalle automobili: tutta quella cautela, quella tranquillità agl’incroci in Svezia, in Norvegia mi mette addosso una tale agitazione, mi provoca ansia…(parole praticamente testuali). Nella villetta londinese, persa in questi tranquilli e sinistri outskirts, sotto una pila di libri con cui Giorgio e Françoise riempivano l’attesa di Constance, e avrebbero poi atteso Sigolène (alcuni dei quali forniti in parte da un collega di Giorgio, un Mr Yunioshi torinese), provvedendo intanto a un opportuno abridgement 132

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linguistico e culturale per quella che sembrava allora la loro sistemazione per la vita, emerse, persa in mezzo a tanto altro, questa perla di Walcott, mai tradotta prima. Ancora sognato, sospirato ancora, specie nei mattini crudi, piovosi, il tuo viso migra nelle facce anonime delle ragazzine di scuola, una punizione, poiché a volte tu accondiscendi a sorridere, poiché agli angoli del sorriso sta il perdono. Contornata di sorelle, tu eri un premio di cui esse sono sin troppo fiere, stretta dalle spire di rovi della loro accusa, che severo profondo sbaglio, che ferita hai portato Anna? La stagione delle piogge viene col suo carico. La metà dell’anno è più che trascorsa. La sua coda duole. Pioviggina esausto. Vent’anni da allora, dopo un’altra guerra, i bossoli sono – dove? Ma nella nostra stagione sfrontata, autunno d’imitazione, i tuoi capelli mandano fuoco, il tuo sguardo infesta fotografie innumerevoli, ora chiaro, ora indistinto, tutta quella persecutoria generalità, quella vendicativa cospirazione con la natura, tutto quel sotterraneo informare d’oggetti, e dietro ogni verso, la tua risata congelata in una posa inerte. In quei capelli potevo passeggiare per i campi di grano di Russia, le tue braccia erano come pere cadute quando maturano, poiché tu diventasti, di fatto, un altro paese, tu sei Anna dei campi di grano e della diga, tu sei Anna della pioggia compatta d’inverso, Anna del binario fumoso e del freddo treno, in quella guerra dell’assenza, Anna dei vapori delle stazioni, uscita dai bordi della palude, dalle pozze piovane, che accappona la pelle, Anna delle prime acerbe poesie che in principio indurirono, dei seni che maturano ora, Anna dei lunghi fenicotteri che avanzano incerti, del sapore salato che permane nel palato dietro al sorriso del bagnante, Anna della casa oscurata, tra i bossoli fumanti, che alza la mano e ci fa giurare sul suo petto, con occhi insostenibilmente chiari. Tu sei tutte le Anne, tu che resisti a tutti gli addii, nella cinica postura del corpo, Christie, Karenina, ossa grosse e passiva, che ho rinvenuto viva tra le pagine di qualche romanzo più vere di te, ormai scelta come l’eroina predestinata di lui. E tu lo sapevi, tu lo sapevi.

Il bello è che Derek Walcott aveva già in Italia il suo traduttore, il poeta Roberto Mussapi, e il suo editore, Adelphi di Roberto Calasso, ma io avevo trovato quel prodigio, il caso mi aveva messo sulla sua strada, anzi 133

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aveva messo Anna (il poemetto) in cammino verso di me, tanto più che Anna era il nome di mia madre, perciò io mi sent(iv)o legata a tutte le Anne, compresa Anna Frank verso la quale anche mia madre aveva (per ragioni intuibili) una tenerezza speciale. Così Anna (sempre il poemetto di Walcott) l’avevo subito tradotto più che altro per far piacere a Giorgio e Françoise. Il risultato mi era sembrato buono, così lo passai all’amico Simone (Caltabellota) che in quattro e quattr’otto lesse il testo originale, lesse la mia traduzione, lesse la nota che avevo allegato a corredo per fornire informazioni sul testo, e mi chiamò pochi giorni dopo per dirmi che Nuovi Argomenti (del quale era allora segretario di redazione) accettava la traduzione, e voleva pubblicarla nel numero in preparazione – però … però dovevamo tenere il segreto, svelare il meno possibile, per non essere beccati dagli aventi diritto (che speriamo non reclamino ora). Fu un’impresa carbonara, per questo la rivista non pubblicò l’originale di Walcott col testo a fronte: peccato! Soprattutto ora il testo originale non lo trovo più: mi secca, perché, sebbene provenisse da un’antologia, quel testo l’ho subito considerato mio, era proprio mio, come l’avessi scritto io fin da prima. __________________________________________ [LA PARTITA] (13) Ecco l’agnello di Dio / all’uscita della scuola / ha gli occhi come due monete / il sorriso come una tagliola… Mauro ha suonato De Gregori fin dall’inizio: per la chitarra è l’ideale – visto anche che, nei suoi inizi, De Gregori, un po’ bobdylaniamente, puntava molto sul testo, e alla chitarra lasciava lo spazio risicato che allo strumento danno i menestrelli: di puro accompagnamento. Nel tempo De Gregori si è costruito molto di più, orchestralmente: ha inserito gli archi, ha rinserrato le chitarre, ha sostenuto la sezione ritmica, ha persino dato dignità sinfonica a pezzi sontuosi come La Donna Cannone. Ma all’inizio no. All’inizio poi era un roscetto timido che aveva terrori straordinari prima di esibirsi, e certe volte, quelli della RCA (ora BMG), sul palco, dovevano buttarcelo sopra, perché, fosse stato per lui, avrebbe ogni volta rinunciato a salirci, anzi sarebbe scappato lontano (so grazie a racconti di prima mano che a scaraventare De Gregori ventenne sull’area centrale del Folk Studio mentre frignava riluttante di timidezza è stato spesso il mio fraterno amico Pierluigi, batterista per Dalla Venditti Fossati, ai suoi inizi come discografico, e a sua volta amico fraterno di Rino Gaetano negli anni di Aida, Gianna e Nun te reggae più). Mauro però provava sconcerto per il genere di popolarità riscossa da De Gregori: trovava stucchevoli le ragazzine che intonando canzoni di quasi lotta, o di vero ribellismo, come Pablo (…hanno ammazzato Pablo, / Pablo è vivo!), si sdilinquivano socchiudendo gli occhi e scappando via con l’immaginazione, rimuovendo subito il testo e sovrapponendogli il roscetto fascinoso, il quale invece le cantava, tutto serio, quasi compìto, specchiandosi nella cassa armonica nella tastiera nelle corde metalliche dell’acustica. Però Mauro restò sempre fedele al De Gregori buon musicista e promettente poeta, soprattutto nei propri anni della adolescenza, quando provvide a mettere in scena un proprio odioso doppio da offrire nelle sedute bisettimanali all’ottimo Cesare, suo neuropsichiatria privato, e intanto cercava per conto suo il proprio vero volto col quale fendere il destino. Sulla sua strada, Mauro trovò una folla di tentatori. E tra loro Libero, un ragazzo mellifluo e pauroso, senza denti, e, a dispetto di questo, sempre ipocritamente sorridente. Un fornitore instancabile di roba più o meno buona. Era solo una questione di quattrini: più quattrini qualità garantita, meno quattrini roba scrausa, tagliata male, ferale. Questo era il suo unico pregio: l’attendibilità. Era un vero clocker, molto prima che Spike Lee ribattezzasse i pusher, disponibili come Libero ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. E poi era un procacciatore assiduo. Cioè si procurava sempre nuovi clienti, li andava a cercare, li stanava ovunque, li spingeva (pushed) appunto. Era sempre in caccia. Sempre con quella sua mancata chiostra, quel suo nero abissale verso la gola, quel vuoto spaventoso da cui si rischiava d’essere risucchiati in ogni momento. 134

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Con lui non si poteva abbassare la guardia mai, e quanto più Libero sorrideva il suo sorriso senza denti, e mostrava gentilezza fino al servilismo, tanto più si doveva temere di ritrovarsi tra i suoi bavosi clienti senza possibilità, una volta agganciati, di sganciarsi. Poi i clienti cominciarono a morire come mosche. Alcuni suicidi. Altri di overdose, o da avvelenamento. Libero non era più attendibile. Dava roba pessima qualunque fosse il prezzo esatto. Si difese, Libero, dicendo che la domanda era superiore all’offerta, e fronteggiarla aveva cominciato a costringere qualcuno a imboccare scorciatoie, e non era certo il caso, solo per questo, di svendere. Non parve vero a Mauro di trovare Libero, tempo dopo, nelle parole di Francesco De Gregori, nel pezzo L’Agnello Di Dio, ritratto per sommi capi ma giusto nei tratti essenziali, perché anche Libero, benché sdentato, aveva un sorriso feroce, ed era un vero stritolatore. Mauro lo ha sempre suonato e cantato, De Gregori. Se, per dire, gli chiedono di fare La Storia Siamo Noi, anche se riesce ad arrivare in fondo, proprio all’ultimo, quando quasi in un sospiro porge quell’ultima frase, (siamo noi / questo piatto di grano) e poi a bocca chiusa esegue il fraseggio finale, immancabilmente gli sale un groppo in gola, perché quel pezzo è quasi biblico, ha una potenza di racconto del destino che cresce fino a diventare travolgente. Piace, a Mauro, De Gregori, anche se non lo trova necessariamente simpatico: l’unica cosa che non gli perdona è di stravolgere la struttura melodica dei pezzi quando li esegue dal vivo. Perché anche se lo sa, Mauro, che quello è il modo dell’autore di rivendicare la sua primogenitura sui pezzi, ed è dopotutto anche il modo di non ingessarli in clichés di esecuzione che rischiano di appiattire proprio la dirompenza del testo (gli sembra sia per questo che, negli anni, De Gregori abbia potenziato, nei pezzi, l’arrangiamento, anche se poi la sua vera predilezione è per la rockband) però, anche tutto questo considerato, trova detestabile, Mauro, che De Gregori non rinunci a questo vizio di stravolgere la linea melodica: lo trova detestabile, Mauro, perché a conti fatti gli sembra un imperdonabile tradimento. (14) …oberstuermenfuehrer – Un problema evidente della tastiera immaginata dalla Microsoft di Bill Gates è l’impossibilità di inserire nelle parole tedesche, laddove necessario, sopra alcune vocali, il cosiddetto umlaut, cioè non una dieresi ma una coppia di piccole virgole, che in alcuni casi inseriscono unicamente un suono acuto nella base vocalica già esistente, oppure, come accade in alcuni dittonghi, modificano del tutto il suono della vocale [es.: aue in Frauelein (Signorina) = suono òi, pronuncia froilain). Quelle due piccole virgole che, per sintesi fonetica, sono gl’interruttori di un diverso esito sonoro, non sono che un piccolo monumento ai caduti – cosa è caduto? È caduta una e, che viene rappresentata con le pendenti finali (risultanti nelle due piccole virgole) della scrittura gotica della vocale, la quale risulta uguale graficamente a una delle due e in Greco, la èta = η (la quale peraltro, in quella lingua, ha una pronuncia stretta, quasi una i), che pertanto nel caso di specie è stata decapitata (sempre una punta efferati, questi tedeschi). Gli stessi Tedeschi, in caso di difficoltà a rappresentare graficamente questo piccolo tragico evento, ripristinano la scrittura della e, ottenendo, senza fare ulteriori stragi, anzi resuscitando una vocale soppressa, lo stesso identico effetto fonetico. Si tratta sempre, in ogni caso, di uno sdoppiamento di suono: infatti in caso di miracolosa, corretta scrittura le virgoline sono due. Lo stesso discorso vale per phoen, il vento caldo, da cui il nome corrente dell’asciugacapelli. In più dal greco provengono praticamente tutti i dittonghi del francese – siamo lontani dal tedesco?, mica tanto: i Franchi erano Germani… (15) …lo si capisce da come…– La gallina / non è un animale / intelligente / lo si capisce / lo si capisce / da come / guarda la gente…: così cantavano, giovanissimi e magrissimi, Cochi e Renato, in un varietà della domenica pomeriggio del 1968, Quelli Della Domenica, in cui c’era anche Paolo Villaggio, cinico anzi crudele come il diabolico Doktor Franz, e remissivo anzi patetico come il povero ragionier Fracchia, al quale, per fargli la cattiveria finale con funzione di ciliegina, bastava ammollargli un bel borsello con tracolla e chiusura a scatto. Nell’eroico ’68, che consacrò la categoria dei giovani, e fu il grande palcoscenico di Daniel Cohn (pardon!)– Bendit, io ero bambina, e sorridevo a guardare questi personaggi strampalati che ravvivavano almeno un po’ il bianco e nero, cui si allineavano per forza di cose tutti i programmi del pomeriggio: i cartoni di Walt Disney, Le Avventure di Rin Tin Tin, e questi siparietti con cui si poteva sopravvivere al grigiore funesto delle tristissime cronache del campionato: mi ricordo benissimo la faccia di Maurizio Barendson che intorno alle 18 allietava tutti i maschi d’Italia con i resoconti delle partite, deprimendo tutte le madri le donne sole e i 135

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bambini – senonché vado a controllare sull’Aldo Grasso [!], (Storia della Televisione Italiana), e a pagina 258 trovo che 90° Minuto, trasmissione ideata da Maurizio Barendson, Paolo Valenti e Remo Pascucci, ha incominciato a andare in onda nel 1970, ed è stata sempre e solo condotta da Paolo Valenti. Ma no!, i miei ricordi di bambina sono precisissimi e se non posso giurare sull’anno del varo, però su Barendson sì, mi ci gioco qualunque cosa! Comunque di un fatto sono strasicura: che perlomeno il campionato, allora, aveva la discrezione di giocarsi solo la domenica. Questa canzoncina paradossale è un piccolo capolavoro di Enzo Jannacci, il quale, da bravo pediatra specializzato in cardiologia – avendo (bontà sua) a cuore (!) sia l’innocenza e lo spirito dell’infanzia che la buona salute dei cuori (i quali, come i cervelli, ricevono brio dal riso, inteso come cereale – anche, ma soprattutto come sana pratica del ridere), è stato fin dall’inizio un autore comico della buona scuola del cabaret milanese, dei locali da cui Milano tendeva l’orecchio a Parigi e provava a emularla. Milano porta d’Europa / Milano che banche che cambi / Milano gambe aperte / Milano che ride e si diverte – canta Lucio Dalla in un album di fine anni Settanta o al più primissimi Ottanta, che porta il suo nome: uno dei suoi più belli, lo stesso, credo, in cui c’è La sera dei miracoli: È la sera dei miracoli / fai attenzione / qualcuno nei vicoli di Roma / ha scritto una canzone… Anche qui un po’ ci viene in mente Parigi: la Parigi nera di Honoré de Balzac, del romanzo Histoire Des Treizes – manuale di tutti i romans noirs che si rispettino, Parigi città delle fogne, l’altra Parigi – quella speculare, dove i Tredici si riuniscono, e poi una volta emersi dal sottosuolo nel gran mondo fingono di non conoscersi; o anche la Parigi di Victor Hugo, di Quasimodo e Esmeralda, della corte dei miracoli, città di vicoli e piazze popolari. Enzo Jannacci provava a collegarsi alla grande onda del nuovo teatro, con l’assurdo e il grottesco, con l’espressione strampalata – ridicola e patetica, pensosa e svampita. La stessa Milano del nuovo teatro in cui, mentre imperversava Dario Fo, le sperimentazioni di Giorgio Strehler al Piccolo e le canzoni della mala riuscirono a coesistere nell’esperienza di una cantante, della schiera delle urlatrici, che era la Ornella Vanoni degl’inizi, e in una dislocazione OFF campavano i Gufi di Gianni Magni, Lino Patruno e Nanni Svampa. Capitò in quella cornice anche Adriano Celentano, la sua icona di molleggiato come un Elvis Presley italiano, anche se lui faceva benissimo allora l’imitazione del picchiatello di Jerry Lewis. Poi, anni dopo, ebbe la svolta ecologica, diciamo più generalmente impegnata, e fece quella canzone sull’albero di trenta piani che penso fosse, nella sua logica, un capitolo aggiornato rispetto al successo d’esordio, Il Ragazzo della Via Gluck; e poi gli venne quel pezzo sensazionale, pasoliniano dopotutto, per aver sottolineato l’omologazione anglofona che a quel punto aveva già travolto il nostro paese: che fu prisencolineinseinainciusol (alright – anzi olrait), una specie di rap al contrario, una specie di critica antelitteram a una delle tre I del patto unilaterale con gl’Italiani. Mi viene in mente con tenerezza che Enzo Jannacci ai tempi di quel suo inno alla gallina e del Derby era un ragazzetto smilzo e malvestito, come tutti tra gli anni Sessanta e i Settanta, coi capelli nerissimi e un viso affilato, soprattutto un paio d’occhiali neri dalla montatura pesante, e due lenti spesse come fondi di bicchiere tipiche di chi è molto miope. Quello mi viene in mente soprattutto, l’aria stralunata. Era stralunato, sì: stralunato.

Roma, La Stanza di Mauro alle Muse / Altre Stanze in Cortina 1991/2009

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Compagni di Viaggio Pietro (scrittore, marito di Ambra, amico di Alberto) Ambra (ispanista, moglie di Pietro, amica di Alberto) Alberto (amico di Ambra e Pietro) La Testa bianca (insegnante di latino e greco di Alberto Ambra e Pietro all’ultimo anno di liceo) Elisei (maresciallo di pubblica sicurezza) Cassiera e bigliettaio (marito e moglie, anziani proprietari e gestori del cinema Moderno: lui ne era l’ex proiezionista) Anonimo inglese (fratello maggiore di Pietro, suo punto di riferimento nel tribolato rapporto con la scrittura) Giacomo (2° figlio degl’inquilini del primo piano nel palazzo dove abita Alberto, suo compagno di scuola alle elementari, e testimone a vent’anni del suo volo libero) Addetto (bigliettaio al Palazzo delle Esposizioni, ex giovane sciatto e scostante, in una parola odioso) Turisti americani (gruppo di ragazzi con adulto, impegnato nel gioco del silenzio scambiato per un qualche cerchio mistico) Lei (una moglie) Lui (un marito) La signora (astante polemica di una lettura/presentazione presso un istituto di cultura) Greta (amica di Lei, turbolenta e insopportabilmente ciarliera) Il ragazzo (un amico di Lui, suo ex allievo) La ragazza (probabile fidanzatina del ragazzo) Glen (scrittore americano, cinquantenne, brizzolato, burbero) Leyla (la donna di Glen, ex ballerina classica, creatura armonica e appassionata) Direttore dell’Istituto (di Cultura – moderatore dell’incontro con lo scrittore americano) Aldo (amico storico di Lui, poi amico anche di Lei) Rossa naturale (creatura dolce e frizzante, agente di armonia) Donna alta e scura (creatura torva e inquietante, presenza malefica) Uomini sanguinari (figure mostratesi a Lei) La segretaria (collaboratrice di Lui, agguerrita, dispotica) Ospiti della festa (estranei che infestano la casa di Lei e di Lui, la stessa volta degli uomini sanguinari) Genni (presenza costante nella vita di Lei prim’ancora che Lei incontrasse Lui) Giampaolo (amico di Lei bellissimo come un attore) Leo (attore di cinema, non bellissimo) Mauro (grande tennista, giocatore stabile nella squadra di pallavolo locale militante in B, ora anestesista) Attilio (pittore, film maker, psicologo sociale, amico fraterno di Giovanni che tutti chiamano Gianni) Giovanni (detto Gianni, architetto, padre di Mauro, separato da Ilaria e ricongiuntosi a Lorella dopo quasi vent’anni) Bini (produttore aviatore, eccentrico finanziatore di alcuni film di Pier Paolo Pasolini) PPP (dio di pazienza) Ilaria (madre di Mauro, separata da Gianni, poi compagna di Pier Giorgio – creatura salda e dolcissima) Stefano (fratello maggiore di Mauro, ora architetto, allievo di suo padre, ragazzo inquieto) Ermanno (padre di Gianni, nonno di Mauro e Stefano, medico condotto) Rosa (madre di Gianni, nonna di Mauro e Stefano, testimone silenziosa delle vicende familiari, dal 1978 migrata a Roma in via Giulia, nel palazzetto di famiglia dove anche Mauro ha abitato da allora: questo gli permette di andare all’Isola Tiberina ogni giorno a piedi o in bicicletta) Zio Carlo (notaio, fratello di Gianni, proprietario della racchetta Dunlop ereditata da Mauro) Donna col fazzoletto (l’ultima compagna di zio Carlo) Cesare e Geppino (amici di escursioni in montagna dello zio Carlo) Cesare (il primo Cesare, diciamo: non l’alpino trapiantato al centro sud da Bolzano e coinvolto nell’incidente di montagna con Gianni e suo fratello Carlo, ma il neuropsichiatria infantile che da ragazzo era stato amico di Ilaria, la madre di Mauro, suo corteggiatore agguerrito e rivale di Gianni, e poi da adulto, rimasto amico intimo della famiglia, si è occupato amorevolmente della salute di Mauro tra i suoi 15 e quasi 20 anni). Pier Giorgio Rodi Leoni (docente di Patologia Medica alla Sapienza, padre putativo di Mauro, compagno di sua madre Ilaria) Filippo Colabava (assistente di Pier Giorgio, suo isterico –!– replicante) 137

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Lorella (primo amore di Gianni, si è ricongiunta a lui vent’anni dopo) Laura (fidanzata di Luciano, creatura amante, ambita da Stefano, nutre simpatie per Mauro) Marco (fratello di Laura) Luciano Ascensi (fidanzato ufficiale di Laura, rivale di Stefano, studente di ingegneria, ragazzo difficile, tennista semiprofessionista avversario di Mauro nella finale di torneo) Martina (amica di Laura, giocatrice nella squadra femminile di pallavolo) Aurelio (amico di Marco) Amanda (compagna di scuola di Mauro, acida) Rita (compagna di scuola di Mauro: i suoi genitori hanno il negozio da cui provengono la racchetta della partita, e le convenzioni di sponsorizzazione per Luciano) Franco (medico, padre di Marco e Laura, amico di Gianni il padre di Mauro) Piero (amico del cuore di Mauro al liceo, ha un fratello più grande: Peppe, coetaneo di Stefano) Sergio (compagno di studi di Mauro all’università, ora suo collega anestesista e collaboratore nella ricerca) Mario e Pasquale (fratelli, amici di Stefano e compagni di squadra di Mauro, figli del medico con cui Gianni gioca a tennis e che una volta gli impose un arbitro molto petulante) Maestro Reale (istruttore di tennis di Mauro, allievo da ragazzo al Ciocco e poi al Foro Italico sotto la diretta supervisione di Nicola Pietrangeli) Marione (padre del Maestro Reale, uomo furioso, a volte annebbiato dall’alcool) Bernardino (insegnante di Chimica di Mauro, assistente alla Sapienza presso l’istituto di Mineralogia) Marta (moglie di Bernardino: hanno un solo figlio, alunno alle elementari dalle suore) David (collega americano di Bernardino, geologo) Angela (collega di liceo di Bernardino, insegnante di matematica e fisica di Mauro) Il Capitano (dei carabinieri, giovane intelligente, elegante, buon parlatore) Gargiulo (appuntato, di pattuglia nelle colline col capitano) Ian (coetaneo inglese cui Mauro fu assegnato come amico tra i figli della famiglia che lo ospitò) Matt (fratello maggiore di Ian, musicista, vero amico di Mauro) Orsèolo (istrionico docente di Geometria Descrittiva di Stefano alla Sapienza, facoltà di Architettura) Furio (docente di Storia dell’Architettura, fratello di Orsèolo, altrettanto geniale e irascibile) Piercarlino (flaccido tennista improvvisatosi giudice di sedia nella finale di torneo) La cronista (giovane giornalista d’assalto, inviata di Mixer in un carcere colombiano) Sandra (moglie di Mauro dal 1987, comparsa nella sua vita il lunedì di Pasqua del 1981) Gabriella e Maria Adele (erano nello stesso college a New York dove Mauro andò per il corso d’Inglese in realtà appassionandosi solo agli Open USA: Flushing Meadows, ex Forest Hills) Niccolò (agguerrito studente di Economia da Roma Monti Parioli, anche lui a Haussmann Hill) Angelo (commesso stilé del negozio di via Condotti dove Sandra acquistava le camicie per Mauro) Commessa / mannequin (creatura marziana prestata al negozio di calzature di Guido Pasquali) Pippo Rinaldi, Luigi Camarilla, Massimo Bubola (rispettivamente autore, artista, musicista visti a Milano) Pierluigi Germini (discografico, batterista, leader della band BMI: Banda della Musica Italiana) Marisa (studentessa di Lingue, innamorata del suo docente di Letteratura Inglese, fan di Janis Joplin) Edoardo (docente di Letteratura Inglese di Marisa al primo anno) Ziette (proprietarie di una boulangerie o panetteria a Parigi, St. Germain des Près, dove Mauro acquistò lo sfilatino, o baguette, più gustoso della sua vita) Libero (spacciatore disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, quindi più che un pusher un vero clocker ben prima che Spike Lee lo ribattezzasse col suo omonimo film: la sua somiglianza con l’Alec Guinness attempato e giovanile protagonista di un telefilm inglese in onda in quel periodo su una rete RAI non lo rendeva certo meno spaventoso agli occhi di Mauro – sottratto alle sue grinfie da Stefano in un episodio memorabile che qui non è raccontato) Guy (amico francese di Mauro, abita dalle parti della Bastiglia) Sigoléne (artista, con Mauro nei quaranta giorni a Parigi) Leonia (amica d’infanzia di Mauro, e sua compagna di doppio al mare nell’adolescenza – lei non ne sapeva nulla ma Mauro la informò che sicuramente i suoi le hanno dato quel nome per via di Léonie, la zia di Marcel bambino, il narratore della Recherche, che la domenica alle undici lo aspettava per offrirgli il tè con le madeleines e gli schiuse i misteri graziosi della vita) Recitare è vivere la propria parte, non rappresentarla LEE STRASBERG 138

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Speciali ringraziamenti a: Roberta Risi, gli effetti della cui azione sulla mia scrittura continuano a durare; Sandro Veronesi, presente assente, per la svolta e l’esempio; Attilio Del Giudice, presente qui, come qualcun altro, nella parte di se stesso; Cinzia De Vendictis, per alcune cyber–consulenze mediche; Salvatore Chiarenza, per le consulenze multiple in architettura, arte, design, estetica, musica, poesia.

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Altri Estranei...………………………………………….……………pag. 4

Lucille (due)…………………………..………….…………………pag. 28

La Partita...…………………………….……………………..……..pag. 46

B Side / Lato B….…….…………………..…..……..….……………………pag. 111

Compagni di Viaggio…..………………………..………..…………………pag. 138

Ringraziamenti…………………………………………………….………………………pag. 140

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