Issuu on Google+

PERIODICO DI POLITICA ECONOMIA E INFORMAZIONE

Ottobre 2012 • Anno 1 • n. 15

GLOSSARIO ECONOMICO

QUESTIONE DI “FISCAL COMPACT” di Sergio Allegra

F

iscal compact è un’espressione coniata dal Presidente della BCE Mario Draghi per indicare un accordo che potesse incidere sulla armonizzazione della pressione fiscale a livello europeo. Si tratta pertanto di una misura economico-finanziaria in grado di agire con effetto calmierante sulle oscillazioni economiche e politiche necessarie al sostegno dell’unione monetaria. Tale armonizzazione fiscale avrebbe avuto come effetto immediato quello di rafforzare la moneta unica e conferire stabilità a livello globale. Avrebbe, inoltre, consentito di arrivare alla stabilizzazione della concorrenza fra i paesi dell’UE rendendoli più competitivi anche in un’ottica internazionale. In linea concettuale è evidente che si tratta di un passo necessario per l’integrazione, finalizzata ad una corretta governance, più che mai necessaria per superare la devastante crisi dei debiti sovrani. Partendo proprio da questa base, il 2 marzo scorso gli Stati dell’eurozona hanno firmato il trattato delle “Regole d’oro” che entrerà in vigore a partire da gennaio 2013 se almeno 12 Paesi dell’eurozona lo avranno ratificato. Il Trattato in questione è composto di 16 articoli che ruotano intorno al principio dell’equilibrio di bilancio stabilendo i seguenti parametri: 1) il deficit strutturale di ogni Paese non deve superare lo 0,5% del PIL (l’1% nel caso in cui il debito pubblico sia inferiore al 60%); 2) gli Stati con debito pubblico superiore al 60% del PIL hanno tempo 20 anni per rientrare al di sotto di tale soglia, ad un ritmo pari ad un ventesimo della quota eccedente per ogni anno; 3) ogni Stato deve garantire correzioni automatiche quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati, con precise scadenze; 4) il rapporto deficit/PIL deve essere mantenuto sempre al di sotto del 3%, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; sanzioni semi-automatiche scatteranno in caso di mancato rispetto del vincolo; 5) le “regole d’oro” devono essere inserite nella Costituzione (o comunque nella legislazione nazionale), con verifica da parte della Corte europea di giustizia, a Lussemburgo; 6) i 17 Paesi dell’Eurozona devono riunirsi almeno 2 volte all’anno in periodici vertici. Emerge chiaramente la ragione per cui il concetto del fiscal compact può essere largamente condiviso altrettanto quanto criticato il suo contenuto. Siamo in piena crisi economica ed è noto che nei periodi di recessione è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo danneggerebbero una ripresa già di per sé debole ma anche in periodi di espansione economica, un tetto rigido di spesa limiterebbe fortemente la crescita e gli incrementi degli investimenti a elevata remunerazione inclusi quelli interamente finanziati dall'aumento del gettito, dovrebbero essere controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa, tra l’altro, comporterebbe la necessità, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza. Traducendo con i numeri, attualmente il nostro debito è pari ad oltre 1.900 miliardi Euro e raggiungerà entro fine 2012/inizio 2013, i 2.000 miliardi di Euro. Per rispettare il fiscal compact, dal 2013, dovremo aggiungere, oltre al salasso fiscale, la somma impressionante di ulteriori 50 miliardi all’anno da reperire con prelievi generalizzati sulla ricchezza pubblica e privata italiana. Per concludere: ciò che avrebbe dovuto essere una delle forme di coesione economicopolitica europea sta diventando un mero, devastante obbligo giuridico.

www.ilgazzettinodiroma.it

Autorizzazione N° 40/2012 del 13/02/2012 • Copia gratuita

GALLEGGIANDO SULLE

SABBIE MOBILI

La latitanza regna sovrana e da destra a sinistra impazza il toto­nomi ma in campo, per ora, solo Alemanno e Zingaretti: uno al Comune e l’altro alla Regione, aspettando il nuovo sfidante Alemanno e Zingaretti

di Maria Chiara Mingiacchi

G

overno Monti, abbiamo scherzato. Berlusconi appena defilato riscende in campo, attacca il premier, promette “giù le tasse”, “abolizione dell’IMU” e varie, minaccia di togliere la fiducia e fa ventilare l’ipotesi di elezioni vicine, a febbraio al massimo, accorpate con le ragionali di Lazio e Lombardia, stringendo un patto con il Pd per fare lo sgambetto al Professore. A Bersani, che certo lo taccia di populismo, potrebbe pure andare bene visto che, il Pdl, con una grossa fetta che vorrebbe spostarsi al centro e in caduta libera rispetto a qualche anno fa, non riuscirebbe in così pochi mesi a riamalgamare un elettorato che, oltre a essere deluso, è anche in grossa crisi. Esistenziale? No. Economica. E mentre al nazionale si naviga a vista, per Regione e Comune non va meglio: la Polverini continua a fare orecchie da mercante ai moniti comunicati e pressioni soft che arrivano da Palazzo Chigi e nicchia ancora sulla data del voto. Temporeggia aspettando non si sa cosa: se il candidato del centro destra, se di rifarsi il trucco e presentarsi con una faccia nuova al Parlamento, se ricompattare le forze e fare un partito tutto suo, con un’altra insigne donna, ex ministro del centro destra, si vocifera. Ma sono solo voci, appunto. Intanto Zingaretti, stanco di stare ai nastri di partenza, si scalda a bordo campo con slogan tipo “Insieme per cambiare tutto” e promette di stilare un programma partecipato e condiviso entro massimo quindici giorni. Per ora gioca da solo a palla a muro, ma incontra associazioni, cittadini e

magistralmente intavola una strategia che azzeri tutto e ci presenti una Regione tutta nuova. Il Pdl, intanto, è alla prese con la rosa dei candidati che va da Francesco Giro a Roberta Angelilli, fino a Beatrice Lorenzin, con una neo discesa in campo, forse, dell’attuale vice sindaco della Capitale, Sveva Belviso. Ma anche qui solo voci. Tutti “chiacchiere e distintivo” anche nel Pd che, tanto è stato veloce a tirare fuori dal cilindro un nome per un candidato forte alla Regione, tanto fa passi da lumaca per esprimere il proprio volto “nuovo” per il Campidoglio, lasciando così Alemanno da solo che, nonostante i danni, sembra pian piano risalire la china. E così, dopo gli oltre dieci candidati in campo, più quelli che ogni giorno si candidano autonomamente alle primarie, presunte, previste per gennaio prossimo, si rimbalza da una dichiarazione a un’altra, da un nome a un altro senza trovare soluzioni. Da Paolo Gentiloni, a Sassoli, fino all’ultimo uscito, Alfio Marchini - l’imprenditore romano che metterebbe parte del centro e sinistra d’accordo, e che vanta perfino il placet di D’Alema - ed Enrico Gasbarra, ex vice-sindaco, ex Presidente della Provincia di Roma, deputato e ora alla guida del PD Re-

gionale, che resta uno tra i più papabili e visto di buon occhio da tutta la coalizione. In una rosa sempre più cospicua di candidati, però, pare la squadra non si trovi neppure nel Partito Democratico e così, gli unici in campo, sono ancora una volta Zingaretti e Alemanno, un tempo sfidanti, oggi in attesa. Pare che per molti, ma non per tutti, sia l’incognita Grillo a pesare e a costringere a fare molti passi indietro. Pare che su Roma, nonostante ancora non sia sbarcato come in Sicilia, gli elettori delusi lo abbiamo fatto salire oltre il 20%, un dato che, se fosse vero, potrebbe davvero far paura a entrambi gli schieramenti. Nell’attesa che qualche candidato temerario si faccia avanti, nessuno ha ancora accennato a una bozza di programma. Certo come farlo se chi dovrebbe attuarlo non ha nemmeno un volto? Ancora una volta la politica lascia i cittadini senza risposte, temporeggia per ordire strategie e mettere sul piatto eventuali nuove coalizioni, alla ricerca disperata di un nome nuovo come uno specchietto per le allodole, tralasciando idee e programmi. Così si continua a galleggiare sulle sabbie mobili senza risposte e senza candidati. Ma un nome non basta.

Cerchiamo collaboratori per la ricerca di spazi pubblicitari per le nostre testate. Chiama il numero:

06.3728693 o scrivi a: redazione@ilgazzettinodiroma.it

LA VOCE DI PASQ U I NO BLITZ COME IN UNO STATO DI POLIZIA “Ho 82 anni e sono titolare di una piccola gioielleria in centro, una srl di cui sono amministra­ trice e con me lavora mia figlia, unica dipendente. Un sabato mattina mi ha accompagnato mia nipote alla quale avevo chiesto di alzare la serranda e aiutarmi a sistemare il negozio. Alle 9.00 un blitz. Arrivano due funzionari INPS e mi chiedono subito il contratto di lavoro di mia nipote. Chiaramente mia nipote il contratto non ce l’ha perché va ancora a scuola e non lavora nel negozio. La mul­ ta poteva arrivare anche a 5000 euro, che, date le condizioni economiche in cui versa la mia attività, io non ho. Ho spiegato e chiarito tutta la situazione ai funzionari che sembravano aver capito. Dopo qualche gior­ no cosa ricevo? La convoca­ zione a consegnare la situa­ zione contributiva mia e di mia nipote degli ultimi cinque anni. Vuol dire che dovrò chiedere al mio commercialista e al con­ sulente del lavoro di preparare tutta la documentazione richie­ sta e andare insieme a loro presso la sede INPS. E dovrò chiudere il negozio un’intera giornata e pagare i professio­ nisti che mi assistono”. È solo uno dei tanti casi che sono stati segnalati sul forum “La Voce di Pasquino” in cui rac­ contano di controlli effettuati sottoforma di veri e propri blitz, da parte di funzionari INPS, Fi­ nanza, e Vigili. Il fatto è che si tratta quasi sempre di attività commerciali con uno o due di­ pendenti al massimo, situati in piccoli locali, con fatturati molto bassi. Ma è davvero questa la soluzione per far uscire il som­ merso? Oggi la fiducia dei con­ sumatori è in caduta libera, la tassazione sulle imprese supera il 45%, le banche chiudono le borse ai piccoli imprenditori, i Comuni per far cassa colpisco­ no i soliti noti (con l'aumento del suolo pubblico, dell’Imu, e dell’Irpef), e la risposta sono blitz che vanno a danneggiare coloro che sono già i più colpiti dalla crisi e dalle tasse. Conti­ nuate a raccontarci le vostre storie sul forum “La Voce di Pasquino”: www.ilgazzettino­ diroma.it/lavocedipasquino.html

N. 15 • Ottobre 2012

Impaginazione e stampa Miligraf S.r.l.

Via degli Olmetti, 36 - 00060 Formello (Rm) Tel. 069075142 - Fax 0690400189 info@miligraf.it - www.miligraf.it

Direttore Responsabile Maria Chiara Mingiacchi

CONSULENZA LEGALE ­ CONSULENZA E ASSISTENZA FISCALE ­ CONSULENZA SOCIETARIA CONSULENZA DEL LAVORO­ PIANIFICAZIONE FINANZIARIA (COMMERCIO E INDUSTRIA) CONVENZIONE CON ASSOCREDIT PER CONTENZIOSO BANCARIO CONTENZIOSO EQUITALIA SPA ­ CONTENZIOSO TRIBUTARIO

Sipa S.r.l. Servizi Integrati per Aziende ­ Via Sabotino, 46 ­ 00195 Roma Tel. 06.3728693 ­ Fax. 06.37352861

Hanno collaborato Sergio Allegra, Federica Costa, Clementina D’Eramo, Roberto Di Carlo, Antonietta Di Vizia, Marina Giangiuliani, Simone Nastasi, Daria Onofri, Laura Solari Editore Pasquino Editrice Srl Via Sabotino n° 46 - 00195 Roma Tel. 06.3728693 redazione@ilgazzettinodiroma.it Cod. Fisc. e P.Iva 11749291008 N. REA: RM 1325299 Chiuso in redazione il 30 ottobre 2012


ottobre

Periodico di politica, economia e informazione COMUNE DI ROMA

BORDONI: LA MIA RICETTA PER ROMA L’assessore alle Attività Produttive, al Lavoro e al Litorale di Roma Capitale spiega come far ripartire l’economia della Capitale: semplificando le procedure e favorendo l’accesso al credito, con un’attenzione al settore del commercio di Antonietta Di ViziaMarina Giangiuliani In qualità di assessore alle Attività Produttive si è trovato a lavorare in un momento difficile, in cui la crisi dei consumi ha colpito anche la città di Roma e soprattutto le piccole e medie imprese. Che politiche avete adottato per affrontare la situazione? Il comparto del commercio, che a Roma rappresenta oltre il 30% dell’economia, ha sofferto, negli ultimi venti anni, l’assenza di una programmazione chiara e definita che potesse guidare le varie fasi di sviluppo della città. Il lavoro dell’Assessorato alle Attività Produttive è quindi partito dalla necessità di regolamentare alcune materie chiave per riportare ordine in un settore strategico della città. Sul tema della somministrazione di alimenti e bevande, per esempio, il Comune di Roma non aveva mai legiferato. La nascita di bar e ristoranti rispondeva a requisiti poco chiari e soprattutto non definiti. Oggi abbiamo invece stabilito criteri di tipo qualitativo che offrono garanzie sicure e tutelano la città nei suoi molteplici aspetti. Altra materia che andava regolamentata riguarda la crescita commerciale della nostra città che mi ha spinto a far redigere un Piano del Commercio, il primo di Roma. Adottare questo strumento significa non soltanto adeguare la pianificazione alle disposizioni legislative e programmatiche regionali, ma vuol dire soprattutto dotare la città di uno strumento di regolamentazione e di controllo dello sviluppo commerciale urbano con tutte le ricadute sociali, economiche e urbanistiche che vi sottendono. Quali strategie avete adottato, in questo caso? Tra le strategie del Piano abbiamo individuato il superamento degli squilibri esistenti tra piccola, media e grande distribuzione e la riqualificazione dei contesti esistenti. In questo modo, il documento di pianificazione fornisce all’Amministrazione capitolina un valido supporto alle scelte localizzative per l’apertura di nuove strutture commerciali, garantendo un corretto equilibrio distributivo delle attività attraverso la definizione delle priorità di intervento, nel rispetto di quanto previsto dal Piano Regolatore Generale della città. Con il Piano del Commercio Roma Capitale diventa protagonista del proprio cambiamento secondo i principi della sostenibilità e della giusta competitività. Ho aperto la discussione del Piano alle forze sociali e impren-

Davide Bordoni

ditoriali della città affinché rappresenti uno strumento utile anche a combattere la burocrazia che frena il nostro Paese. Lungaggini che si riscontrano anche quando si vuole aprire un’impresa, non è così? La ricognizione che abbiamo effettuato ad inizio mandato ha evidenziato in effetti una grande difficoltà legata alle numerosissime procedure necessarie per avviare un’attività produttiva. Roma, per questo, si è affrettata a snellire le procedure ed è stata tra le prime città italiane ad attivare la Segnalazione Certificata di Inizio Attività (S.C.I.A.) online. Aprire un'impresa è diventato quindi più semplice: per tutte le attività imprenditoriali soggette all’accertamento dei requisiti e presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale, bisogna presentare la SCIA, che sostituisce la DIA - Dichiarazione di inizio attività e ogni atto di autorizzazione, licenza, concessione, permesso o nulla osta, comprese le domande per l'iscrizione in albi e ruoli. L'attività economica può iniziare dalla stessa data di

presentazione della SCIA all'Amministrazione competente, senza attendere i 30 giorni previsti in precedenza. Le amministrazioni avranno poi 60 giorni per esercitare i controlli del caso. I dati riferibili alle attività dello Sportello Unico Attività Produttive online ci parlano di 8000 Scia presentate e di quasi 7000 imprese operanti nel sistema online capitolino. Numeri che ci forniscono riscontri positivi sulla capacità del sistema informatico di venire incontro alle esigenze di chi vuol fare impresa. Il meccanismo online è ovviamente perfettibile ma i tecnici informatici, in collaborazione con gli Uffici del Suap, sono in costante aggiornamento. Parliamo di debiti e crediti alle imprese. La situazione è disarmante, ormai evidenziata da tutte le diverse associazioni di categoria. Che sta succedendo, usciremo da questa situazione? Sì, ci troviamo in un momento francamente difficile, ma dobbiamo avere la forza di guardare con fiducia al futuro. Il debito della Pubblica Amministrazione nei confronti di fornitori di beni e servizi supera i 70 miliardi di euro e il Governo dovrà intervenire in maniera decisa perché il meccanismo a catena coinvolge tutti e a farne le spese maggiori sono gli enti locali più vicini ai cittadini e, con essi, tutto il sistema collegato. Credo sia necessario rivedere il Patto di Stabilità per venire incontro alle esigenze delle imprese che sono il motore della nostra economia. Sul fronte dell’accesso al credito, Roma Capitale ha attivato un programma di intervento a favore delle micro, piccole e medie imprese del territorio, attraverso la convenzione con Banca Impresa Lazio (BIL) che rende operativo il Fondo di Garanzia per il mondo produttivo romano. Il provvedimento è stato tradotto in una convenzione alla quale hanno aderito tutti gli istituti di credito più rappresentativi sul territorio, mettendo a disposizione un plafond imponente, pari ad oltre 200 milioni di euro. Di questi, 130 milioni potevano essere attivati facendo leva sulle risorse del Fondo di Roma Capitale, che ha stanziato 8 milioni di euro. L’intervento non è bastato, tuttavia, a risolvere un problema che necessita di una soluzione a livello centrale e che deve trovare uniti tutti gli enti locali. Le banche devono ridare ossigeno alla nostra economia e farla ripartire.

L’ITALIA DEGLI SPRECHI

REGIONI QUANTO CI COSTATE! Sono venti, con oltre mille consiglieri regionali, per i quali ogni anno paghiamo miliardi di euro. A Sicilia e Lazio la maglia nera degli sprechi e tra indennità e rimborsi un consigliere può guadagnare anche più del presidente di Laura Solari

P

reviste dall’art. 131 della Costituzione, le Regioni furono ufficialmente istituite come Enti nel 1970, con la prima elezione dei Consigli Regionali: venti in tutto, di cui cinque dotate di uno “statuto speciale di autonomia” e una (il Trentino Alto Adige), costituita dalle due Province autonome di Trento e Bolzano. Da allora, le Regioni, gli enti cui lo Stato ha trasferito moltissime competenze, più che programmare sono diventate un pozzo senza fine da cui attingere soldi, con innumerevoli buchi – soprattutto sulla sanità – e spese ingiustificate e ingiustificabili per la politica e non solo, con un sottobosco di centinaia di agenzie regionali con direttori generali, presidenti e componenti che…costano, e tanto. E il Lazio-gate non è certo la sola pecora nera, visto che la vicenda che ha costretto la Presidente Polverini a dimettersi, ha portato alla ribalta molte casi di altre Regioni italiane, note alla cronaca per spese pazze e altissime. Iniziamo dai consiglieri regionali: 1.111, ognuno dei quali “costa” 743.000 euro l’anno, tra stipendi, indennità, rimborsi e spese, per un costo complessivo annuo di oltre 825.000.000 euro. La Sicilia è la Regione più cara, il molise quella più attenta. Bene anche la Puglia, con 15.247.436 euro l’anno; contro, i 72.000.000 della Lombardia e i 68.000.000 euro della Campania. Ma l’elenco degli sprechi non si ferma qui. Va detto che, e

Renata Polverini

il caso Fiorito nel Lazio lo dimostra chiaramente: non esiste nessun tipo di controllo, né interno né esterno, sulle spese dei gruppi consiliari che possono essere composti anche da una sola persona. Conti alla mano, nel 2010, il solo funzionamento di Consigli e Giunte ci è costato 1,2 miliardi di euro, e con i tagli si è arrivati nel 2012 a 1,1. Anche le Regione pare siano finite sotto la scure della spending review, ma non troppo, visto che, fatta eccezione per la Lombardia, nessun consiglio regionale si è adeguato ai nuovi parametri per numero di componenti, neppure il Lazio con 70 consi-

glieri ma 110 posti totali tra commissioni e comitati, con il risultato che molti consiglieri e capigruppo (anche di se stessi) sono contemporaneamente membri, vicepresidenti e segretari di commissioni. Ruoli che contano poco ma che nella busta paga diventano voci da remunerare e che alla fine del mese contano eccome, soprattutto nelle loro tasche. Remunerazioni che, in qualche caso, superano quella degli stessi Presidenti. Non solo politici però. Pare che anche l’esercito dei dipendenti non sia da meno. Uno studio di Confartigianato ha calcolato che in Italia esistono quasi 25mila

dipendenti regionali di troppo: praticamente uno su tre non servirebbe, “braccia rubate all’agricoltura” che tra un esubero e l’altro ci costano anch’essi 2 miliardi e mezzo di euro. Ma fare di tutta un’erba un fascio non è onesto intellettualmente, e va a discapito di quegli enti che invece sul territorio ci sono, che registrano spese contenute e che non hanno fatto incetta di soldi pubblici per benefici privati. Ma non basta. Sulle Regioni il Governo dovrebbe intervenire duramente, perché un cittadino del Lazio paga una tra le addizionali regionali più alte d’Italia, ufficialmente per il buco della sanità, ma sembrerebbe che gli sprechi siano anche altrove, a cominciare dalle spese pazze dei gruppi consiliari, di maggioranza e opposizione, che hanno speso soldi pubblici come e quando volevano, senza dover rendere conto a nessuno: milioni di euro per acquisti che certo non rientravano in un ambito strettamente politico, ma contro i quali nessuna voce si è sollevata, neppure quella delle opposizioni, fino all’apertura dell’inchiesta della Magistratura. Ma la soluzione non sarà solo quella di abbassare il numero da 70 a 50 consiglieri, dovranno anche essere diminuite drasticamente, se non azzerate, le somme che spettano ai partiti. La politica deve tornare ad essere un servizio, per lo Stato e per i cittadini. Ma quanti politici sono di sposti a tagliare i propri benefits?


Periodico di politica, economia e informazione LEGGE DI STABILITÀ

GOVERNO TECNICO SENZA PIETÀ Per raggiungere il pareggio di bilancio si tassa e si taglia alla cieca, non toccando i costi della politica, aumentando l’iva e lasciando i cittadini in apnea in una crisi sempre più dura di Marina Giangiuliani

D

eduzioni e detrazioni: i punti salienti su cui i partiti hanno promesso battaglia ora che la legge di Stabilità è in Parlamento. Ma intanto la Cgia di Mestre ha fatto alcune simulazioni, il risultato è che il 2012 potrebbe costarci fino a 2000 euro a famiglia e il peso maggiore sarà per le famiglie con due figli (e più). Tra Iva che aumenta, deduzioni e detrazioni ridotte, tasse e tariffe le spese hanno subito un’accelerazione e la propensione al risparmio è arrivata ai minimi dal 1999. Il potere d’acquisto continua a scendere (-4,1% rispetto a un anno fa), così come il reddito disponibile degli italiani, che devono fare i conti con l’inflazione e gli stipendi fermi. Anche il Codacons ha elaborato i dati Istat, tenendo conto dell’inflazione da un anno all’altro e ipotizzando l’impatto che avrà l’aumento delle due aliquote dell’Iva a regime, cioè nel 2014 (quella agevolata passerà dal 10 all’11% e quella ordinaria dal 21 al 22%). Per effetto della nuova imposta sul valore aggiunto, il carrello della spesa (non solo quella alimentare, anche i trasporti e il

tempo libero) costerà per un single con meno di 35 anni 227 euro in più, per una coppia giovane senza figli 311 euro in più e per chi ha due ragazzi +384 euro, per un anziano +178 euro. Ma non c’è soltanto da fare la spesa. Entro dicembre, infatti, bisognerà pagare anche l’ultima tranche dell’Imu, l’imposta sugli immobili (abitazione principale inclusa) reintrodotta dal governo Monti al posto della «defunta» Ici, che era rimasta per le seconde case. Ma l’abitazione pesa anche per altre voci: dal primo ottobre la luce è aumentata dell’1,4% e il gas dell’1,1%, importi che si aggiungono ai pesanti rincari della primavera scorsa. Poi ci sono i rifiuti, l’acqua e i trasporti urbani. Senza tener conto della miriade di truffe online o telefoniche generate dalle liberalizzazioni che nessuno è in grado di controllare e che possono arrivare ad incidere anche fino a oltre 300 euro all’anno. D’ora in avanti la detrazione al 19% sarà applicabile a un tetto complessivo massimo di 3 mila euro, dunque si contrae la possibile riduzione della base imponibile su cui si calcolano le

Mario Monti e Vittorio Grilli

tasse, si assottiglia quindi lo «sconto» fiscale perché a ogni voce interessata andrà applicata la franchigia di 250 euro. Per un gruppo di detrazioni «minori» c’è poi anche il tetto. Solo le deduzioni valgono 1,6 miliardi (per lo Stato ma anche per le famiglie che avevano messo in conto di dedurle). E oltre al danno, la beffa: il taglio di deduzioni e detrazioni, infatti, colpirà i redditi del 2012

TASSE

MENO IRPEF, PIÙ IVA Somma algebrica zero nella Legge di Stabilità: da una parte si toglie e dall’altra si aumenta di Roberto Di Carlo

C

on il recente Consiglio dei Ministri, il Governo Monti, ricorrendo alla proverbiale tecnica dello zucchero che addolcisce la pillola, abbassa di un punto percentuale le aliquote irpef dei due primi scaglioni di reddito ed aumenta di un punto l'iva ordinaria e quella ridotta. La doppia manovra ha una finalità condivisibile nell'ottica di un alleggerimento della pressione sul lavoro, compensato da un incremento di quella sugli acquisti di beni e di servizi (spostare in pratica la tassazione dal reddito prodotto a quello consumato), ma certamente rischia di avere un effetto reale nullo, principalmente per due ordini di motivi, metodologico il primo e congiunturale il secondo. Il primo motivo va ricercato nelle modalità operative con cui il Governo ha cercato di ridurre la pressione fiscale; l'abbattimento di un punto percentuale produrrà al contribuente, con reddito inferiore ai 28.000 euro annui, un risparmio medio d'imposta del 4%. Data la progressività del nostro sistema fiscale, la riduzione riguarderà l'intera platea dei contribuenti, anche quelli con redditi molto alti, che vedranno una riduzione d'imposta per la prima parte del proprio reddito. Il discorso si complica se all'analisi andiamo ad aggiungere la variabile dei carichi di famiglia e delle detrazioni per lavoro dipendente, che nel caso dei bassi redditi, come ad esempio quelli ricompresi nel primo scaglione irpef, vanno ad annullare l'imposta;

in buona sostanza la riduzione delle prime due aliquote irpef rischia di avere somma algebrica zero. Il secondo motivo è legato all'attuale contesto congiunturale che vede un tasso d'inflazione reale attestato al 4,7% annuo e consumi in caduta libera; in questo scenario l'aumento delle aliquote iva investirà in pieno il paniere dell'italiano medio: abbigliamento, telefonini, parrucchiere, auto e carburante, vino e sigarette, avvocato e commercialista passeranno dall'iva al 21% all'iva al 22%; energia, caffè e gelati, birra e tè, pizzerie e ristoranti, passeranno dal 10 all'11%. Gli effetti conseguenti all'aumento delle aliquote iva, ordinaria e ridotta, avranno importanti riflessi sui consumi, già mortificati dalla recessione e dall'inasprimento fiscale, imu in testa; la maggiorazione iva si trasferirà infatti direttamente sui prezzi al pubblico, generando effetti inflazionistici ancora difficilmente quantificabili. A questo cupo scenario dobbiamo aggiungere la “rimodulazione di alcune tax expenditures”, curioso modo del Governo per definire l'ampliamento della forbice franchigia/plafond delle detrazioni d'imposta, come se la lingua italiana non avesse termini adatti a far percepire al fedele contribuente italico che nella prossima dichiarazione dei redditi la franchigia per gli oneri detraibili sarà di ben 250 euro ed il tetto massimo delle detrazioni ammissibili sarà di soli 3.000 euro.

con effetto retroattivo. Dunque le spese già fatte nell’anno corrente, sulle quali si considerava un certo «risparmio» fiscale. Così, se la Cgia di Mestre ha fatto alcune simulazioni per l’impatto sulle famiglie, l’esecutivo ha stimato quale sarà il gettito dell’Iva e quello che incasserà grazie al nuovo regime per le deduzioni e le detrazioni, previsto della Legge di stabilità. L’introdu-

zione, per i redditi superiori ai 15 mila euro, della franchigia di 250 euro e di uno sconto fiscale massimo di 570 euro per alcune detrazioni farà incassare allo Stato 1,9 miliardi solo per il 2013. Valutazioni, analisi e studi ma l’unica cosa certa è che all’aumentare del costo della vita corrisponde la diminuzione del tenore di vita. Quale futuro per i cittadini italiani? Andare via.

ottobre L’ELZEVIRO SPIRANO VENTI DI GIANBURRASCA Questo doveva essere il mese di Cleopatra, invece, al posto dell’ac­ quazzone, su Roma e sui palazzi della politica si è abbattuto un altro tipo di fenomeno. Un evento di umana precipitazione che ha un nome e un cognome: Matteo Renzi, anni trentasette, attuale sindaco di Firenze e candidato alle primarie del centrosinistra. Il Gianburrasca che sta facendo letteralmente im­ pazzire apparati, dirigenti ed elettori del partito Democratico e non solo. Un fenomeno che per portata ha poco o niente da invidiare ad una tempesta perfetta. Una ventata di cambiamento dentro e fuori il cen­ trosinistra, che è ancora in attesa di conoscere chi tra Renzi Bersani e Vendola dovrà essere il primo aspirante alla poltrona di presidente del Consiglio. Senza neanche aspet­ tare l’esito delle primarie, Matteo Renzi, il rottamatore del Partito Democratico, ha già mietuto alcune vittime illustri che potrebbero au­ mentare. Il primo ad essere “rot­ tamato” è stato Walter Veltroni il quale, già dimissionario da segre­ tario del Pd due anni orsono, ha dichiarato ufficialmente di chiamarsi fuori dai palazzi della politica na­ zionale. Veltroni ha detto che non si ricandiderà in Parlamento. E l’ex sindaco di Roma, ragionando in termini anagrafici non doveva ne­ cessariamente essere il primo della lista. Stessa sorte potrebbe toccare ad altri nomi “eccellenti” della si­ nistra italiana. E in ordine di possibile “rottamazione” l’elenco compren­ derebbe: Massimo D’Alema, Rosy Bindi, Enrico Letta, Franco Marini. Una mattanza, più che una rotta­ mazione. Certamente corretta e democratica nelle procedure con cui sta avvenendo, ma sempre e comunque un’eliminazione di teste illustri che rinuncerebbero alla pro­ pria candidatura a causa degli strali lanciati dal giovane intraprendente sindaco fiorentino che da tempo ha chiesto nomi nuovi alla guida del suo partito. Ma se così fosse, la domanda dentro e fuori il cen­ trosinistra non potrebbe che sor­ gere spontanea: cosa avverrà dopo la tempesta? Chi riuscirà a soprav­ vivere della vecchia nomenclatura? Ma, soprattutto, i venti di Gian­ burrasca spazzeranno via buona parte di ciò che resta della storica sinistra italiana? E dopo? Tornerà veramente a splendere il sole? Op­ pure torneranno le nuvole già viste ai tempi della sinistra “arcobaleno”? (S.N.)


ottobre

Periodico di politica, economia e informazione LAVORO

DIETRO LE QUINTE DI MAMMA FIAT Ecco l’analisi della strategia attuata dalla casa automobilistica e le paure, non dei mercati, ma di come dirlo a Monti di Daria Onofri

P

oco più di un mese fa, l’AD della Fiat assicurava: “Non chiuderò fabbriche, ma quel progetto era basato su cento cose, la metà non ci sono più. Il mercato è crollato e se investissimo oggi, com’era nei nostri piani iniziali, falliremmo”. E ancora, “La Fiat salvaguarderà la sua presenza in Italia, ma investirà soltanto al momento più idoneo e quando ci sarà la piena ripresa del mercato europeo dell’auto”. E questo era quanto avevano affermato lo scorso settembre i vertici del Lingotto in occasione dell’incontro a Palazzo Chigi con il premier Monti e i ministri Fornero e Passera. Ed in quella stessa occasione fonti di governo e della Fiat ci tenevano a precisare che nessuna richiesta di soldi era giunta dall’azienda, né sotto forma di sgravi fiscali, né di strumenti quali “cassa integrazione in deroga” e prepensionamenti ma si annunciava che la Fiat intendeva salvaguardare la propria presenza in Italia grazie all’export negli Usa e in altre aree extra europee. Che il gruppo guidato da Marchionne sia sempre più in difficoltà lo confermano le parole pronunciate dallo stesso manager a Bruxelles qualche settimana fa: “Dobbiamo fare i conti con tre milioni di vetture invendute e con una politica di sconti ormai senza più regole. Non chiedo interventi di sostegno alla domanda, ma una politica comune per fronteggiare la crisi. Serve una forma di protezione a livello europeo che tuteli l’industria continentale dall’aggressiva concorrenza”. E ancora: “Il taglio del rating Fiat da parte di Moody’s” – che ricordiamo essere stato di recente abbassato da Ba2 a Ba3 – è esagerato, ma è riferito soprattutto alla nostra condizione a livello europeo, non certo alla solidità e alla liquidità del gruppo che resta forte grazie soprattutto al buon andamento del mercato americano e brasiliano”. Ora però, alla luce di quanto riportato dal numero uno di casa Fiat, viene da porsi un paio di domande, prima fra tutte come mai lo scorso febbraio non partecipò alla seconda asta Ltro della Bce per finanziarsi, come invece fecero Volkswagen, Peugeot e Renault? Questi ultimi hanno ottenuto liquidità all’1% di interesse, mentre la Fiat no, nonostante quella fosse l’unica occasione di finanziarsi a tassi bassi sul mercato europeo. Un comportamento che potrebbe destare qualche sospetto perché non si parla di un’azienda con un rating da tripla A, ma da doppia B. “Milano Finanza” ipotizza che l’azienda automobilistica non avrebbe avuto abbastanza collaterale da offrire a garanzia del credito a tasso agevolato e dunque im-

possibilitata a partecipare all’asta. Ma come? Stando a quanto proclamato dai vertici, Fiat dovrebbe “navigare” nella liquidità, e invece ora si scopre che forse i fatti non stanno proprio così? Questo significa che un manager del calibro di Marchionne non è stato in grado di reperire un paio di centinaia di milioni di capitale esigibile? E ancora: ma se la Fiat è davvero così ricca di liquidità, perché non continuare a investire in Italia? Stando a quanto dichiarato, la liquidità a disposizione del gruppo torinese sarebbe di quasi 23 miliardi. E tutto questo soltanto per completare la scalata a Chrysler e

rimborsare tutti i debiti in scadenza? Una piccola o grande parte non può essere invece destinata per mantenere, potenziare e/o migliorare quelli che la stessa Fiat definisce investimenti “rischiosi” nel nostro paese o semplicemente per salvare una produzione italiana? Appare chiaro che, se le cifre di cui stiamo parlando sono queste e se i dati che abbiamo a nostra disposizione sono veritieri e corretti, allora c’è la concreta possibilità che l’azienda abbia già fatto una scelta strategica in tal senso, ma in pratica non sa come dirlo al governo. E questo potrebbe essere il vero problema.

AGRICOLTURA

QUANDO UN FRUTTO TI SALVA LA VITA Per uscire dalla crisi basta avere il coraggio di cambiare vita e idee: storia di Paola, un’economista di successo, che ha mollato tutto per creare un’azienda agricola specializzata nella produzione delle fragole

D

a economista affermata e di successo, ha scelto di trasformarsi in coltivatrice e nel 2011 ha costituito un’azienda specializzata in produzione di fragole. Oggi è pienamente soddisfatta della sua nuova attività e in barba alla crisi dichiara: “Basta avere idee e passione. I risultati pian piano arrivano”. Quella di Paola è soltanto una delle numerosissime storie che da qualche tempo aumentano in maniera esponenziale. Ma, se Paola aveva bisogno, come racconta, di trovare se stessa, di riprendersi il suo tempo e di vivere nella pace e nella tranquillità che solo la campagna può offrire, dobbiamo notare che oggi l’agricoltura rappresenta l’unico settore con un’occupazione in crescita del 10% come ha comunicato in un'intervista rilasciata a Il Gazzettino di Roma TV, Angelo Santori, Deputato e Segretario Sindacato Nazionale Pensionati Confagricoltura. In effetti i dati più recenti parlano di giovani, magari anche laureati

e specializzati in materie del tutto estranee al settore, che decidono di introdursi nel settore del primario, nella maggior parte dei casi introducendo sistemi di coltivazione e trattamenti dei prodotti di natura innovativa. Il Presidente Coldiretti Sergio Marini dichiara, infatti, che il settore agricolo “si è rigenerato con una classe di giovani imprenditori che non si è arroccata, come spesso accade nei momenti difficili, nella difesa dell'esistente, ma si è impegnata con successo nel capire e soddisfare i nuovi bisogni dei consumatori”. Un avanzamento, dunque, in un campo che sembrava piuttosto essere quanto mai legato al passato. Per risollevare il paese, l'Italia deve tornare a fare l'Italia, ovvero a valorizzare al meglio quello che ha già di unico e di esclusivo. L'Italia della grande creatività, delle piccole e medie imprese agricole, artigiane, manifatturiere che poi sanno crescere e conquistare il mondo. Il modello delle economie di

scala e le leggi del Pil e della finanza da sole stanno impoverendo le nostre famiglie e i nostri territori spingendo a produrre al minor costo senza tenere in alcuna considerazione il prezzo sociale, ambientale ed etico che provocano. Il settore agricolo sembrerebbe, posto in questo modo, un'oasi nel deserto ma non bisogna trascurare l'incidenza negativa dei bassi prezzi pagati alle imprese dovuti alla forza contrattuale degli altri soggetti della filiera e della concorrenza sleale di prodotti spacciati per Made in Italy che sono identificati come tali a causa della mancanza di trasparenza nell’informazione ai consumatori. In questo senso dovrebbero andare gli interventi messi in campo dagli agenti politici ed istituzionali. Parallelamente, anche l’Europa, tramite i progetti di finanziamento, bandi e costruzione delle politiche agricole sta intervenendo a favore del settore agricolo in maniera sostanziale. (M.G.)


Edizione 15 del Gazzettino di Roma