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La cultura dell’Italia: uno scrigno di ricchezze e tradizioni

La storia che ci lega alle radici più antiche della Campania

La modernità, come sappiamo, ha portato con sè un gigantesco colpo di spugna di saperi e culture popolari tradizionali. Negli ultimi anni stiamo assistendo a un’inversione di tendenza, generata anche dalla globalizzazione, che porta a una positiva riscoperta delle tradizioni e della cultura locale. Quando essa non si traduce nella chiusura localistica e nell’arroccamento autonomista, genera un nuovo senso di appartenenza, un’apertura più consapevole alle diversità culturali e, in alcuni casi, porta anche sviluppo. Ad esempio, la riscoperta travolgente delle musiche e dei balli popolari nel Sud, in primis tarante e tarantelle, coinvolge le giovani generazioni e attrae turisti e appassionati nei tanti festival del territorio. La cultura italiana è unica per ricchezza e quantità di tradizioni artistiche locali, alcune molto note, come le maschere napoletane. Esplorarne le origini attraverso la Storia permette di scoprire altre tradizioni, più antiche ancora, come le Fabule di Atella, all’origine della grande tradizione del teatro italico. Studiare la Storia nel ventunesimo secolo non può certo limitarsi ai libri di testo, sempre e comunque centrali nella sistematizzazione del sapere. Oggi la cultura personale si sviluppa attraverso la molteplicità delle fonti e delle esperienze dirette, sempre fondamentali per il coinvolgimento e la crescita dei giovani. Il teatro, in particolare, offre spunti più che mai attuali e sa parlare di sentimenti, esperienze, tragedie e riscosse ancora vicine alla vita dei ragazzi. In questi giorni racconta tutto questo un eccezionale film italiano, “Cesare deve morire”, uscito vincitore al Festival di Berlino. I fratelli Taviani- con la loro maestria- raccontano dell’incontro fra Shakespeare e i carcerati di Rebibbia. L’incontro con l’arte in tutte le sue forme, anche attraverso una loro riscoperta storica, come predisposto e realizzato dal festival Pulcinellamente, può essere una straordinaria esperienza umana per i ragazzi. Per questo anche la storia a fumetti della terra in cui vivono e crescono è uno strumento utile ed interessante, per la mescolanza dei linguaggi e per la possibilità, aprendo la porta di casa, di trovare tracce e riscontri di quanto appreso nelle tavole illustrate tra le strade e le piazze della propria città.

La storia dei nostri dei nostri territori [ fatta di tante piccole storie di luoghi e personaggi, spesso anche poco conosciuti, che sommandosi tra loro ne delineano il quadro complessivo. Il volume che racconta con passione e dovizia di particolari la storia di Sant’ Arpino ne rappresenta uno degli esempi migliori. La cultura del territorio, i presonaggi che lo hanno animato, i sentimenti e le passioni che hanno determianto le loro scelte, sono la narrazione di una parte, limitata ma non per questo meno importante, della storia complessiva della nostra terra. Una storia che ci lega alle radici più antiche e più vere della nostra regione. Per questo risulta ancora più apprezzabile il lungo studio che ha condotto gli autori a presentarci, in una forma moderna ed attuale fatta di parole e immagini, i venticinque secoli di un territorio importante della Campania ed il passaggio dall’antica Atella alla moderna Sant’ Arpino, luogo in cui tradizioni più antiche come la nascita delle fabulae atellane si intrecciano a quelle più moderne come la maschera di Pulcinella. Per tutto questo il libro “Da Atella a Sant’ Arpino” rappresenta un significativo contributo ed uno stimolo importante per ulteriori approfodnimenti sui tanti luoghi della Campania ricchi di storia e cultura. Conoscere il passato di luoghi, gente ed eventi ci aiuta spesso a leggere con più attenzione e maggiore sensibilità il nostro quotidiano. Stefano Caldoro, Presidente Giunta Regione Campania

Marco Rossi Doria, Sottosegretario di Stato Istruzione, Università e Ricerca

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Un contributo alla crescita e allo sviluppo di Terra di Lavoro

Un antico Comune si racconta con linguaggio moderno

Riscoprire le nostre radici, valorizzando e divulgando le peculiarità di un territorio, quale quello della provincia di Caserta, ricco di storia, cultura e antiche civiltà. Questo è uno dei meriti principali da ascrivere ad Elpidio Iorio e Giuseppe Dell’ Aversana, gli autori del volume “Da Atella a Sant’ Arpino” un’ opera unica, che analizza la storia e la cultura della realtà atellana dalle sue origini fino ad oggi. Un lavoro estremamente accurato, che vede finalmente la luce dopo un’ attività di ricerca durata ben tre anni. Un volume reso ancor più interessante dalla commistione di generi letterari adoperati dagli autori, che alla tradizionale narrazione testuale hanno voluto aggiungere il linguaggio del fumetto, accattivante nel raccontare il grande patrimonio storico e culturale di questa terra e facilmente recepibile da parte di un vasto pubblico. In particolare, il ricorso al fumetto risulta davvero adatto per raggiungere una vasta platea di giovani, verso i quali bisogna sentire il dovere ancor più forte di insegnare la storia della propria terra, esaltandone i valori e le tradizioni. La realizzazione di questa opera imponente rende onore ad una delle aree più importanti e maggiormente ricche di cultura della nostra provincia. Un’ iniziativa, quindi, altamente meritoria, che condivido pienamente e che rappresenta un ulteriore momento utile a rafforzare l’orgoglio e la consapevolezza di appartenere ad una terra eccezionale, che ha solo bisogno di essere amata per poter rinascere e raggiungere quei traguardi che merita sotto il profilo dello sviluppo e della crescita.

“Da Atella a Sant’Arpino” è un gran bel libro di storia patria, che racconta con parole ed immagini la lunga storia del nostro paese e che, a prima vista, parrebbe scritto solamente per i ragazzi. In realtà così non è perché esso non solo si caratterizza per la paziente ricerca delle fonti storico-scientifiche, ma è interamente pervaso da un autentico amore degli Autori per la terra atellana e si declina in un grande lavoro che racconta con essenziale sistematicità e per la prima volta la storia del nostro paese (Sant’Arpino), che affonda le sue origini in epoca preromana. Da qui gli autori danno inizio al grande viaggio storico che percorre tutte le epoche: dall’Atella preromana a quella romana, da quella dei primi secoli dopo Cristo a quella medioevale e feudale, per passare, poi, al settecento ed all’ottocento, per finire al novecento e completarsi nell’attualità. La storia viene raccontata con un linguaggio particolare, fatto non solo di parole, ma soprattutto di immagini e scene, che evidenzia l’intento degli autori di permettere a tutti di conoscere ed apprendere in maniera semplice e completa la storia di Sant’Arpino con messaggi visivi, che la rendono immediatamente comprensibile a tutti, specialmente ai ragazzi. Agli autori, quindi, va un convinto e sentito ringraziamento. Elpidio Iorio e Giuseppe Dell’Aversana hanno compiuto una seria ed approfondita ricostruzione degli eventi storici documentando in maniera compiuta, non sol fatti e personaggi, ma anche il rapporto che è intercorso tra i personaggi delle Fabulae atellane e la nascita della maschera di Pulcinella. Un forte plauso va anche al nostro giovane compaesano Elpidio Cinquegrana, bravissimo e talentuoso autore delle tavole e dei disegni, che rendono il libro “unico” per la rappresentazione eccellente degli eventi e delle situazioni storiche. Un particolare pensiero va, infine, alla memoria del caro Giovanni Pezzella a cui è dedicato il libro ed alla sua famiglia, che a ha permesso la realizzazione di questa opera.

Domenico Zinzi, Presidente della Provincia di Caserta

Giuseppe Lettera, Assessore alla Cultura Eugenio Di Santo, Sindaco del comune di Sant’Arpino

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La storia maestra di vita Chi immaginerebbe che “pulcinellamente”, avverbio che rinvia ai modi di essere dekka più famosa maschera italiana, quel Pulcinella noto in Francia, dove prese il nome di Polichinelle, già sotto il regno di Enrico IV, dunque nella seconda metà del XVI secolo, e nel secolo seguente presente in Germania, a Norimberga, Francoforte e Berlino, in Inghilterra a Londra, dove prende il nome di Punch, in Spagna ove è chiamato Pulchinelo, se lo si legge scandendo “PulciNellaMente” diventa una missione intellettuale, un imperativo come il dantesco “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza”, o addirittura il kantiano “Tu devi, tu devi”? E invece in questa paradossale e giocosa combinazione di parole si stabilisce una suggestiva parentela tra l’antico zanni, simbolo della semplicità, ma anche della furberia e della saggezza, dell’umile gente del popolo, e l’uomo moderno che con gli strumenti della cultura allarga l’orizzonte delle conoscenze e della sua coscienza. Che cosa sono infatti le pulci nella mente se non curiosità, domande, stimoli di ricerca? A cominciare dalle cose, dai luoghi che ti stanno dattorno. Sant’Arpino è il suono popolare del nome del Santo vescovo Elpidio, fondatore della nuova comunità cittadina accanto e in luogo della distrutta, antichissima, etrusca Atella, che, guarda l’onnipotente fantasia del caso, fu patria di quel Macco, personaggio della osca fabula atellana, sciocco, goloso e sempre bastonato, che sembra una forma archetipa del lontano discendente napoletano. Basterebbe la coppia Macco - Pulcinella per giustificare il titolo di questo volume “Da Atella a Sant’Arpino”. Ma questa sarebbe solo una unica pulce, dotta nella storia antica e in quella dell’insediamento cristiano. Le pulci si inseguono nella mente degli autori del libro. Quasi volendo contarsi insieme ai tanti popoli che si susseguono proiettati dalla grande storia europea nella microstoria del casale e poi piccola città di Sant’Arpino: Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borbone; fino a che non si arriva ad una continua linea padronale, iniziata da Alfonso Sanchez e sua moglie Caterina de Luna, che riempiono un apposito capitolo. E poi? Le pulci si fanno infinite.Non sono più quelle che invocano ed evocano le lontananze italiche e romane e medievali. Sono quelle che cercano nei secoli a noi vicini pieni di vite individuali, ricche di ricordi. La storia si fa biografia. Vescovi, abati, avvocati, medici, magistrati, scultori, architetti, scrittori, sindaci. Che cosa c’è di più affascinante della storia di una comunità ripercorsa nel vissuto concreto dei suoi più eminenti cittadini? I nomi

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sono tanti e richiamano talora nelle loro individuali, pubbliche e private esistenze, gigantesche vicende collettive, quali ad esempio la prima e la seconda guerra mondiale. Il libro non è soltanto un documento di amore per una piccola patria, di cui gli autori possono giustamente menar vanto. E’ un esempio di come si deve scrivere di storia non per erudire accademici, informare ceti politici e classi dirigenti, ma rendere consapevoli, prima che i popoli e le nazioni, gli abitanti dei luoghi per quali la storia è passata traverso la vita di ciascun nostro antenato. Forse e questo pensavano gli antichi quand salutavano la storia come maestra della vita, e volendo scrivere di re, di condottieri, di eroi, di filosofi e di santi, ne scrivevano le vite, talora parallele, proprio per ricavarne succhi educativi o insegnamenti morali. Oggi non più di un tal fine si tratta. Ma di imparare a leggere drammi e tragedie e non soltanto trionfi e conquiste, regresso e non soltanto progresso, fame e disuguaglianza e non soltanto benessere nel procedere delle storia degli uomini. E questa lettura sincera e non ideologica o idealizzata delle vicende umane non può che nascere dall’attenzione alle minime storie delle singole persone, che abbiano lasciato traccia nella memoria e nella umanizzazione delle loro comunità. Ecco, il merito di questo libro è il ricordo di una dimensione individuale e comunitaria insieme del messaggio storico, che ciascuno di noi, lo sappia o no, lascia su questa terra. Nel caso, non sul globo terracqueo, ma in Sant’Arpino. A quando una pedagogia, che dall’età onfantile a quella adulta e poi senile, a tutti insomma, insegni non soltanto guerre e paci, in cui la vita può essere rivissuta solo per la creatività narrativa di un Leone Tolstoi, ma le opere e i giorni di nostri concittadini? E attorno a loro capiremo, e non soltanto vedremo, il nostro paesaggio, le case, le piazze, le chiese, e rifletteremo, e non soltanto parleremo, sulla nostra lingua e il dialetto, e intenderemo le tradizioni, e meglio conserveremo l’amor di Patria e l’amor di Dio. Intanto, cominciamo da Pulcinella, anzi da PulciNellaMente. Francesco Paolo Casavola, Presidente Emerito Corte Costituzionale Presidente onorario Istituto Treccani

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Grazie alla storia nessun uomo è un’isola L’identità è qualcosa di sfuggente, sottoposta alle spinte e controspinte degli accadimenti, alle ingiurie dei cambiamenti, alle rese dei conti inviduali e collettive figlie dell’incontro l’altro, con la diversità che costringe il singolo e la comunità a ripensarsi incessantemente. In ragione di ciò, lo statuto identitario si fonda per definizione sulla memoria di sé, sulla consapevolezza del proprio posto nel mondo, da intendere necessariamente come un luogo costitutivamente friabile e incerto: è il passato alimentato continuamente dalle urgenze del presente e dall’angoscia delle scelte da compiere per il futuro. L’identità, soprattutto, è la storia delle nostre scelte come persone e come pluralità, all’interno di un quadro di elementi strutturali e oggettivi che definiscono i limiti e l’orizzonte delle nostre possibilità. Sicché ogni decisione che assumiamo ci cambia irrimediabilmente; tuttavia, essa non si realizza e non si dipana nel vuoto pneumatico. Prende invece le mosse da un’appartenenza, dalla consapevolezza più o meno spiccata che nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso, che ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. In questo senso, benché mortali, siamo sempre e comunque parte di parte di una storia più grande e più lunga della nostra singola vita. E se rappresenta un’assoluta illusione l’idea che la storia possa insegnarci qualcosa per il futuro — non è magistra vitae, non predice, non sceglie al nostro posto — è altrettanto indubbio che senza di essa vagheremmo come il famoso smemorato di Collegno, incapaci di agire perché incapaci di guardare su quale terreno affondano le nostre radici. In altri termini, se il passato non ci assolve dall’ansia di dover scegliere il nostro futuro, allo stesso tempo la riflessione su ciò che è stato s’impone come condizione imprescindibile per immaginare anche la sola possibilità del futuro. Mi si perdonerà, spero, questa digressione iniziale; ma mi è necessaria per chiarire fino in fondo perché ritengo importante, tutt’altro che secondario o minore, quest’impegno a realizzare una ricognizione sulla vicenda secolare della propria città, dei propri luoghi, di quel tessuto immediatamente contiguo — intermedio, si potrebbe quasi dire — tra storia privata e narrazione pubblica, tra gli affetti familiari e proiezioni verso il mondo esterno. Non per chiudersi e resistere alla perturbazione degli altri — che è invece l’impostazione tipica del localismo leghista — ma per tratteggiare una di-

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mensione della più larga appartenenza alla comunità nazionale ed europea. Il libro curato da Giuseppe Dell’Aversana ed Elpidio Iorio risponde in maniera pregevole a questa sfida, anche per una non usuale capacità di coniugare divulgazione e rigore narrativo, grazie all’ausilio di testi ben equilibrati e illustrazioni di ottima fattura. Lungo questi binari, la storia di Atella scorre in maniera fluida e piacevole, dagli albori etruschi del V secolo, i successivi sviluppi culturali e artistici, fino alla modernità industriale del Novecento che ne stravolge il volto e capovolge le funzioni territoriali. Anzi, che a un certo punto addirittura la cancella dal novero delle autonomie amministrative, quando Mussolini riorganizza il territorio sciogliendo Terra di lavoro e aggrega la città a Succivo e Orta. La successiva storia politica di Sant’Arpino è segnata, inoltre, dalla presenza di oppositori irriducibili alla dittatura fascista, come Ercole Capone e Alfonso Del Prete, che meriterebbero di certo un successivo e ulteriore approfondimento (i fascicoli aperti a loro carico dalla polizia del regime sono depositati — e consultabili — presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, nelle carte del Casellario Politico Centrale, buste numero 1034 e 1703). Non è un caso che nel 1946 la cittadina è tra quelle che più delle altre — nell’ambito della ricostituita provincia di Caserta — si schiera in favore della rottura con il passato e in favore della Repubblica; per di più, nel 1948 è tra i soli due centri (l’altro è Capodrise) che premiano con la maggioranza assoluta la lista social-comunista del Fronte Democratico Popolare. E il tutto in una provincia dove la tenuta delle forze tradizionali e conservatrici è allora assolutamente ferreo. Lo spessore e la complessità di questo divenire atellano (e delle sue peculiarità) è espresso nel libro con chiara evidenza, mostrando un attaccamento ai propri luoghi, all’originalità del territorio degli affetti che, però, non si pone mai in alternativa alle altre dimensioni dell’identià. Diversamente, il racconto si propone in maniera dichiarata di non trincerarsi nella ridotta della città, ma di rendere grazie ad essa più ricca la propria identità di meridionali, di italiani e di europei. Penso che questo, tra gli altri, rappresenti il merito principale dei curatori e di tutti coloro che hanno contribuito alla fattura dell’opera. Gianni Cerchia, Docente Storia Contemporanea – Università del Molise

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La millenaria continuità tra levità e ironia, tra sorriso e amarezza Nel libro, come in un grande “loop” la storia inizia e finisce con Atella. La terra che tutto oblitera, poi come madre feconda genera, restituendoci il nostro passato. Cammini, giochi su un prato, coltivi un campo…quando per magia la terra si apre e la storia si racconta. Narra del quotidiano di sempre, la vita di tutti i giorni, miserie, lotte, debolezze e vanità, e lo fa attraverso il linguaggio muto degli oggetti. Le antiche rovine non sono un mondo ormai lontano, ma la testimonianza della continuità, con il loro carico di tradizioni e di cultura. Passeggiando tra i ruderi, buttiamoci alle spalle l’immagine consunta dal tempo, con cui si presentano, scarne testimonianza del passato. Apriamo, invece, gli occhi della fantasia e immaginiamo la vita di più di duemila anni fa: lo splendore della città, gli abitanti indaffarati, i rumori, le voci che ci rimandano agli allegri motteggi della fabula atellana e ai suoi personaggi. Essi testimoniano, ora come allora, della capacità tutta campana di affrontare la vita con levità e ironia. L’eterna arte dell’arrangiarsi, di non darsi per vinti, di sopportare e non arrendersi, senza prendersi sul serio. Il tutto condito dal sorriso e dall’ironia che aiutano a sdrammatizzare, a cogliere il paradosso e a strapparci quella risata che è lo stimolo ad affrontare la vita. Verosimilmente, era così anche il contadino della preistoria che coltivava i suoi campi con regolarità e precisione, come ci ha insegnato la ricerca archeologica di questi ultimi anni che non si arrendeva e lottava contro le eruzioni e le esondazioni del Clanis, facendo e rifacendo. Secoli dopo, il contadino lottava ancora contro il Clanis e le paludi, come riportato da Tito Livio, trovando dalle soddisfazioni dei raccolti e dalle delusioni delle carestie, gli argomenti che sarebbero stati travasati sulla scena teatrale, dove l’ironia celava sia il coraggio di non arrendersi nelle difficoltà, sia la capacità di non esaltarsi e prendersi troppo sul serio nei momenti di benessere. Nel II sec.a.C, libera da guerre e largamente bonificata, la pianura campana, organizzata dalla divisione agraria messa in atto da Roma, era ormai diventata quella Campania Felix che tutti ci invidiavano. Felix era anche Atella, fiorente città della pianura, immediatamente a ridosso dei grandi centri urbani della costa, punto di passaggio verso la Campania

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interna. In questo clima di benessere che andava accrescendosi, unitamente all’espansione e al progredire della grandezza di Roma, probabilmente il palcoscenico della farsa si trasformava nella piazza, nel mercato, nelle strade, dove si recitava la commedia quotidiana del vivere con le sue difficoltà, i suoi controsensi e le, non sempre attese, buone notizie; come spesso capita, nella quotidianità dei nostri giorni, anche allora, diventava difficile capire se il teatro fosse una rappresentazione ironica della vita, o, al contrario la vita reale non fosse altro che la pantomima di una commedia scritta da altri, che ogni uomo tentava, per non essere escluso, di recitare nel miglior modo possibile. Oggi, in questi nostri tempi, in questa nostra amata terra, troppe volte deturpata dal potere dell’ignoranza e dell’arroganza, che poi sono sempre la stessa cosa, ancora oggi il contadino/cittadino lotta e, ancora oggi, sa sorridere, e sa e deve recitare lo spettacolo quotidiano del suo vivere difficile, come ci insegnano Elpidio Iorio e Giuseppe Dell’Aversana che riescono a comunicare in maniera gioiosa e leggera, con l’uso del fumetto, il loro amore per la propria terra, raccontandone la storia. La semplicità del loro racconto è prova della loro profonda conoscenza di ciò che hanno narrato, perché le parole grosse e difficili servono a mascherare l’ignoranza per ciò che non si conosce, mentre quello che veramente ci appartiene lo si riesce ad esprimere, a regalarlo agli altri, con poche parole, con un immagine, con un disegno, espressione diretta di quello che si è vissuto; non dimentichiamoci che l’uomo ha iniziato, tantissimi anni fa, a raccontare la propria storia con un disegno / graffito in una caverna: da quel disegno è partito il racconto della nostra civiltà. I disegni di Elpidio Cinquegrana sono il modo migliore per fare uscire dai nostri limitati confini geografici la storia di Atella e del territorio che la circonda. Elena Laforgia, Archeologa - Responsabile Soprintendenza Archeologica Area Atellana

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L’arte della storia raccontata attraverso la storia dell’arte Nel corso del tempo l’uomo ha avvertito urgente la necessità di riconoscersi e di poter specchiare, pertanto, la propria identità personale nel vissuto della comunità di appartenenza. Il riconoscimento della comunità come culla dell’esistenza individuale è direttamente connesso con la verificabilità della saldezza del gruppo sociale diffusa con continuità nel tempo ed al di là delle singole persone che lo compongono. Si sono affacciate, in tal modo, le istanze primarie da cui ha tratto scaturigine l’esigenza stessa del fare storia: la storia che si afferma come luogo emblematico e significativo dell’identità comunitaria. Quando comincia la storia? quali strumenti narrativi vengono adoperati? quali codici espressivi? A queste domande possono essere fornite risposte che presentano aspetti problematici, ma un dato appare abbastanza chiaro ed è quello della precocissima affermazione dell’esigenza di ‘fare storia’ alla quale l’uomo primitivo, probabilmente, ha provveduto con atti molto semplici ed immediati, come quelli, ad esempio, di lasciare le proprie impronte da qualche parte, affinché potessero essere riconosciute e interpretate secondo un codice linguistico di tipo intuitivo, ma certamente efficace in relazione alle conoscenze che le comunità del tempo potevano avere. La storia, insomma, si è presentata, fin dal primo momento, come conoscenza di sé e come proiezione non soltanto nel tempo passato, ma anche come testimonianza del presente contemporaneo. Prima della parola, certamente è stata l’immagine a dettare legge e, nel corso del tempo, è avvenuto che l’uomo abbia costantemente fatto ricorso all’immagine per ampliare o semplicemente arricchire il contributo logico-narrativo che l’elaborazione logico-linguistica e la scrittura gli potevano consentire. E’ dai primordi delle civiltà più antiche che troviamo esemplificazioni dell’integrazione tra scrittura ed illustrazione secondo un processo di complementarizzazione dei rispettivi linguaggi che trova il suo punto di sviluppo più alto quando la parola non costituisce più l’enunciazione della ratio o dell’explicatio dell’immagine, ma quando l’immagine stessa si propone come la sorgente giustificativa della parola, quando, cioè, la parola è pronunciata in prima persona dall’immagine della figura che la dice. E’ nato, in questo modo, ciò

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che noi chiamiamo, oggi, fumetto. Sono numerosissime le anticipazioni storiche del fumetto nel corso della storia: senza voler andare troppo lontano, troviamo esemplificazioni di assoluta bellezza in molti affreschi, tavole e codici medievali, ma anche la scultura ci ha conservato prove pregevolissime. Qui vorremmo citare almeno qualche esempio, come quello del Dialogo con la morte in una notevolissima lastra marmorea del secolo XIV, già nella chiesa napoletana di San Pietro Martire. Nella civiltà contemporanea, il fumetto ha assunto un rilievo particolarissimo, rivelandosi strumento di straordinaria validità per la veicolazione semplice, veloce ed efficace di messaggi informativi, pubblicitari, divulgativi ecc. Ma ha assunto, il fumetto, anche il compito di forgiare una vera e propria Weltanschauung, come possono ben testimoniarci le strisce dei personaggi di Walt Disney o quelle, d’altro modello culturale, dell’allegra compagnia di Mafalda. E’ stato adoperato il fumetto anche per la veicolazione di contenuti storici, dirigendosi esso, in tal modo, a surrogare la complessità dell’argomentazione storiografica col più semplice e veloce ricorso all’integrazione testo-immagine. Nella pratica della manualistica scolastica, ad esempio, si è potuto verificare l’efficacia di tale strumento comunicativo nell’ordine delle finalità propriamente didattiche. Ciò che a noi preme additare, nel sottolineare la pregevole misura dell’intervento creativo di una ‘storia’ della comunità di Sant’Arpino nella sua resa ‘a fumetto’ è il portato ideale che la definisce, riuscendo a coniugare narrazione, documentazione e paideia, con l’intento di promuovere, attraverso la consapevolezza della coscienza di sé, anche la fermentazione d’un anelito di miglioramento e di crescita sociale. Non è l’orgoglio campanilistico, insomma, ciò che ci sembra pervadere le pagine delle strisce dedicate alla ‘storia’ di Sant’Arpino, ma la consapevolezza matura d’un’esigenza indilazionabile di puntare alla trasformazione epocale d’un modo di pensare e di sentire la vita delle comunità. Sant’Arpino, insomma, tenta di far capire, attraverso quest’opera a fumetti che descrive la sua storia, che una dimensione più profonda e matura della vita sociale non può non corrispondere con un disegno che decida di non lasciare mai nessuno indietro, coniugando, in tal modo, crescita sociale e sentimento di profonda solidarietà. Convince, ad esempio, che questa ‘storia a fumetti di Sant’Arpino’ sia, in realtà - ed al di là delle contribuzioni specifiche di ordine individuale - un’opera collettiva, un’opera in cui tutta la comunità di Sant’Arpino - ma anche, in estensione, quella atellana - pos-

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sono riconoscersi non solo come protagoniste dei fatti e degli eventi, ma anche della scrittura stessa della storia, della conservazione dei suoi documenti, della consapevolezza della preziosità morale, prima che archeologica e culturale, del prodotto del proprio vissuto. Se dovessimo provare ad iscrivere questa vicenda complessiva che attiene la scrittura e la composizione del ‘fumetto di Sant’Arpino’, ci sembrerebbe giusto suggerirne l’accostabilità alle grandi imprese di scrittura d’una storia collettiva, cui gli antichi aedi, o i menestrelli, ma anche, più recentemente, i cantastorie hanno saputo metter mano con pregevolissimo impegno. Si potrà dire che dagli eredi di Omero e dei Trobadours, fino ai pupari fatti oggetto delle analisi antropologiche di Pitré ne passa di tempo, di spazio e di qualità, ed è vero tutto ciò, ma una costante si afferma: quella di essere tutte voci di comunità, queste, di un sentire partecipato e riconoscibile che procede a creare le basi di quelle che noi definiamo, nelle sue espressioni più paludate ed ufficiali, ‘storie civili’. E, prima di chiudere queste nostre semplici riflessioni, vorremmo additare - e proprio in terra atellana - un ‘precedente’ importante e di grande qualità in tema di prolessi del fumetto dei nostri giorni: il testo che accompagna i personaggi effigiati negli affreschi tardomedievali di Casapuzzano, ove l’integrazione tra immagine e scrittura ci mette di fronte ad una notevolissima prova di ordine verbo-visivo. Rosario Pinto, Direttore Pinacoteca “Stanzione” Sant’Arpino

La storiografia, una risorsa da tutelare e valorizzare “Si dice che le ricerche storiche regionali si perdono in argomenti indegni di storia; che esse mettono in luce fatti che sono i medesimi – mutati i nomi e le date – che accaddero in tutti i luoghi; che sono dirette ad adulare le grettezze del campanilismo e del provincialismo. Or bene: queste accuse sono del tutto erronee, quando involgono una condanna della Storia Regionale a favore della Storia Nazionale, o addirittura della Storia Generale Universale.Nella storia – come diceva Machiavelli- non vale se non ciò che particolarmente si descrive. E particolarmente si descrivono quelle parti del passato che, nelle date condizioni sociali in cui vive la società,ancora interessano. Finchè gli uomini non diventeranno incolori cittadini cosmopolitici o almeno, uniformi componenti di una vasta regione finchè la vita locale continuerà con le sue tradizioni, i suoi problemi, la sua fisionomia, la Storia Regionale continuerà anche essa a vivere e ripugnerà ad ogni assorbimento, perché risponderà ad un bisogno specifico”. Così Benedetto Croce in “Archivio Storico per le Provincie Napolitane” nel 1901 elevava il suo inno alla storiografia locale imprimendo quella spinta possente dalla quale doveva attingere energia e risorsa il vasto movimento che ha dato vita all’impegno sempre più diffuso per la microstoria senza la quale non sarebbe possibile comporre il mosaico meraviglioso della macrostoria scritta con l’agire ed il divenire dell’uomo nel tempo. In linea con tale indirizzo culturale, i cataloghi topografici sono ricchi di pubblicazioni, a volte sovrabbondanti, che non sempre assolvono all’esigenza di un approccio organico alla conoscenza di un luogo sebbene concorrano alla conservazione della memoria collettiva la cui dispersione farebbe annaspare nel vuoto le generazioni future che si interrogano sul passato per trarre monito ed auspici per l’avvenire. Ecco perchè è festa grande quando nascono opere monografie come quella che Elpidio Iorio e Giuseppe Dell’Aversana in collaborazione con Elpidio Cinquegrana sono riusciti a comporre tracciando un filo discorsivo lungo 25 secoli che si annoda alle radici dell’antica Atella e giunge ai giorni nostri. Merito degli autori non è soltanto quello di aver arricchito la storiografia di Terra di Lavoro di un ulteriore prezioso contributo, sotto gli auspici della Società di Storia Patria, bensì di essere riusciti a produrre un’opera che ben collegandosi con il contesto generale, consente di approfondire quel particolare ricordato dal Croce e suggeriti da Macchiavelli senza del quale si corre il rischio di diventare cittadini incolori di una regione più vasta, quasi corpi estranei ed anonimi. Alberto Zaza d’Aulisio, Presidente Società di Storia Patria di Terra di Lavoro

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Contribuire alla tutela del patrimonio culturale materiale e immateriale di Sant’Arpino L’impegno che gli autori hanno profuso nel ricostruire, con quest’opera, i legami che vanno dall’antica e gloriosa Atella e all’odierna Sant’Arpino, attraverso un percorso originale e coinvolgente sono davvero notevoli. La sua originalità, sotto il profilo culturale, sta nell’aver implementato, dando ad essa corpo e sostanza, un’idea sin qui confinata nel dibattito tra studiosi: quella dei “beni culturali immateriali”. Nella particolare eccezione che l’orizzonte di riferimento dell’azione di salvaguardia, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale sia stato finora limitato alla parte “tangibile”, mentre con quest’opera si consegna in eredità alle future generazioni una lettura che lega il passato al futuro, non solo come “testimonianza materiale” ma anche “immateriale”. Il libro, con spirito moderno, lega tradizioni e cultura, conoscenza immateriale e materiale, testimoni dell’opera e opere che testimoniano. Si tratta di una nozione universale, la cui importanza è riconosciuta anche da Istituzioni internazionali come l’Unesco. L’opera è dedicata alla memoria del compianto e fraterno amico Giovanni Pezzella, che mi piace ricordare in questo scritto nel Suo ruolo di presidente della Pro Loco, che ha onorato con tenace impegno e indomita determinazione. Lo ricordo per quello che è sempre stato, un atellano vero: sempre all’erta, pragmatico, creativo, romantico. Innamorato soprattutto. Perché non puoi fare tutto quello che fai nel volontariato se non lo ami e se non ami tutto quel mondo ed i suoi protagonisti. Questo libro è una conferma di questo amore. Prende a pretesto la storia del suo paese per attraversarla e renderla attuale come un atto di affetto per la propria terra. Franco Pezone, Presidente U.N.P.L.I. Caserta

Atella e Sant’arpino “Rivivono” L’opera meritoria di questo libro sarà pienamente riconosciuta solo tra qualche tempo. Quando il suo compito di “comunicare” (ai lettori di ogni età ma, soprattutto, ai ragazzi in età scolare) il sunto della Storia Patria di Atella e di Sant’Arpino sarà sicuramente assolto. Ed il progetto degli Autori, non singolare in assoluto (vedesi precedenti illustri come quello di Enzo Biagi) ma inedito per i nostri Luoghi, darà anch’esso i suoi buoni frutti. L’idea di raccontare fatti attraverso sequenze di immagini risale ai tempi antichi. Se ne trovano tracce, infatti, nell’Arte Egizia (specie nelle tombe) ed in quella Romana (di cui la Colonna Traiana resta uno splendido esempio). Nel Medio Evo, poi, era invalso l’uso di ricoprire l’interno di Chiese e Cattedrali (pareti e vetrate) con scene religiose che avevano sia uno scopo decorativo sia didattico per una popolazione quasi interamente analfabeta. In sostanza, le immagini veicolavano la Storia e facevano Cultura. Merito sostanziale di Iorio e di Dell’Aversana è quello di aver saputo coniugare, in una epoca in cui l’amore per i libri stampati scema sempre di più, due tecniche per la divulgazione della Nostra Storia: quella descrittiva e quella per immagini a fumetto. Il risultato, sapientemente mixato, è certamente d’effetto. I testi riprendono in toto ciò che al momento sappiamo, perché scritto, della Storia dei nostri Avi; le immagini “ricreano” gli ambienti arrivando, oserei dire, a “far respirare” l’aria di tempi molto lontani da noi. Il fumetto, attraverso le splendide tavole di un giovane artista santarpinese, diventa, pertanto, non solo la solita illustrazione di un libro qualsiasi ma la parte integrante, forse quella più importante e spettacolare (almeno per il lettore “meno dotato” ) della Storia narrata anche con il testo. L’impatto emotivo delle scene grafiche, in gran parte completamente e necessariamente “inventate ” per la descrizione dei tempi remoti, conquista subito facilitando la lettura e la comprensione dei fatti. 2400 anni della nostra Storia sembrano, alla fine, poter essere facilmente compresi da ogni lettore e nei nostri occhi “rivivono” scene “familiari” finora solo immaginate. Antonio Dell’Aversana e Francesco Brancaccio, A.D.E.RU.L.A Associazione di Espressioni Ricerche Usanze Luoghi Atellani

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Una testimonianza di amicizia, impegno ed amore per le radici

Un passo avanti nella conoscenza e diffusione della cultura atellana

Da circa trent’anni la Pro Loco opera in Sant’Arpino con entusiasmo e amore per le proprie radici. Personalmente, sin dal 1993 ho avuto il privilegio di far parte di questa straordinaria famiglia. Inoltre, da qualche anno, ricopro la carica di presidente, un impegno non facile ma esaltante che cerco umilmente di onorare nel miglior modo possibile, proseguendo lungo il solco tracciato dai miei validissimi predecessori. Della nostra millenaria tradizione storica, delle “Fabulae Atellane” e dei tanti illustri personaggi che hanno segnato il destino della nostra terra, già nei secoli scorsi hanno efficacemente scritto uomini sublimi come ad esempio l’avvocato Carlo Magliola, l’abate Vincenzo De Muro, il medico Francesco Paolo Maisto e l’avvocato Vincenzo Legnante. Oggi, due laboriosi figli della Pro Loco, Elpidio Iorio e Giuseppe Dell’Aversana, peraltro entrambi già presidenti della nostra associazione, dimostrando con il loro esempio la capacità di formazione della Pro Loco stessa, hanno raccolto il testimone dagli eccelsi avi proseguendo l’opera di scrittura e conservazione della memoria locale. Dal loro incessante impegno è nato il volume “da Atella a Sant’Arpino” in cui per la prima volta sono raccolti in una straordinaria visione d’insieme 2500 anni di storia locale. Il volume, frutto di un lavoro di ricerca e scrittura di oltre tre anni, è impreziosito dai fumetti dell’ottimo Elpidio Cinquegrana e da numerosi inediti. Il volume rappresenta la sintesi della loro passione per la cultura e la storia santarpinese e la testimonianza della stupenda amicizia che legava i due autori a Giovanni Pezzella che, a mio giudizio, è stato uno dei miei più bravi predecessori alla guida della Pro Loco. Di lui ricordo la grande semplicità, i suoi valori umani, sociali e culturali, la sua serietà e il suo grande amore per la famiglia. Nel prosieguo del mio mandato di presidente mi impegnerò a portare avanti l’azione intrapresa da lui sicuro che questo rappresenta il modo migliore per onorarne la memoria. Un particolare ringraziamento, a nome mio e della Pro Loco, va ai genitori di Giovanni che oltre a farsi carico della produzione dell’opera sono stati per Elpidio e Giuseppe un costante sostegno morale e un incitamento a non mollare - nonostante le molteplici difficoltà - nella ricerca e sedimentazione della memoria. Sono sicuro che nello scorrere del tempo questo volume che parla di storia diventerà esso stesso storia lasciando dietro di sè una scia luminosa di amicizia, impegno ed amore per le radici così come nello spirito della Pro loco.

L’Istituto di Studi Atellani, fondato a Sant’Arpino nel 1978 dal compianto Preside Prof. Sosio Capasso e da altri appassionati di storia locale, ha tra le proprie finalità statutarie la raccolta e la diffusione delle conoscenze sull’antica città di Atella, sulle fabulae atellanae, nonché sui comuni sorti nell’antico territorio della città, tra i quali occupa un posto di primo piano Sant’Arpino, in particolare per la circostanza che in questo comune ricade la maggior parte del territorio cittadino dell’antica Atella. Quale segretario dell’Istituto, a nome di questo e dei suoi soci, non posso quindi che salutare favorevolmente ogni iniziativa che vada nella direzione di apportare nuovi contributi per una maggiore e più diffusa conoscenza della storia di un comune “atellano” come Sant’Arpino. Ed oggi questa iniziativa è costituita dallo splendido libro a fumetti intitolato “da Atella a Sant’Arpino” che rappresenta un nuovo capitolo per la maggiore conoscenza della storia santarpinese e per la sua diffusione, attraverso il binomio scrittura/immagine, tra le giovani generazioni. A quanti hanno ideato, realizzato, partecipato e sostenuta quest’opera va il nostro plauso e ringraziamento e l’augurio di poter contribuire a sempre meglio conoscere e diffondere la cultura “atellana”. Bruno D’Errico, Istituto di Studi Atellani

Aldo Pezzella , Presidente Pro Loco

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Introduzione alla lettura  

Da Atella A Sant'Arpino - Introduzione Alla Lettura

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