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a giovanni pezzella una vita per la pro loco un immenso amore per sant’arpino


“La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo. La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso. La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare, questo rumore che rompe il silenzio, questo silenzio cosĂŹ duro da masticare.â€? Francesco De Gregori


da atella a sant’arpino giuseppe dell’aversana, elpidio iorio disegni di elpidio cinquegrana da atella a sant’arpino venticinque secoli di storia illustrata

Guida


© da Atella a Sant’Arpino venticinque secoli di storia illustrata Ideazione, soggetto, sceneggiatura e testi: Giuseppe Dell’Aversana e Elpidio Iorio Disegni e acquarelli: Elpidio Cinquegrana Colorazione tavole: Alessio D’Elia, Elpidio Cinquegrana, Annarita Comunale, Patrizia D’Ambrosio Editing: Rosaria Dell’Aversana Fotografia: Salvatore Della Rossa Design grafico e impaginazione: Umberto Guarino, MAU Stampato nel luglio 2012 presso: Grafica Metelliana S.p.A. - Cava de’ Tirreni (SA) con la collaborazione di Grafica Schioppa - Sant’Arpino (CE) Copyright: 2012 © Alfredo Guida Editore Napoli, via Port’Alba, 19 www.guidaeditori.it elites@guida.it Il sistema di qualità della casa editrice è certificato ISO 9001/2000

ISBN: 978-88-6666-137-5 L’opera è stata sostenuta da Gaetano e Filomena Pezzella in memoria del caro figlio Giovanni. Tutti i diritti di copyright sono riservati. Vietata la riproduzione anche parziale dell’opera. Ogni violazione sarà perseguita ai termini di legge.


Cari lettori, le pagine che vi accingete a leggere raccontano la vita di un paese millenario, venticinque secoli di storia di un lembo di terra chiamato Sant’Arpino. Parole e disegni, vi guideranno a leggere il nostro tempo. Sarà come sfogliare un album di ricordi, dove si racconta la vita di una grande famiglia. Le immagini disegnate sulle pagine come fotogrammi di un film narrano le vite intrecciate di uomini che hanno abitato sotto lo stesso pezzo di cielo, un microcosmo nel cosmo. Il volume, frutto di tre anni di lavoro, tenta di coniugare arte e storia con lo scopo di divulgare la vita ultrasecolare del nostro amato paese che per noi, così come per molti di voi, non è semplicemente un punto sulla cartina, è soprattutto un luogo che trova spazio geografico nell’anima e nel cuore. Con la fantasia dei disegni e la concretezza delle parole si rievocano mille storie dentro un’unica storia, come una molteplice e multiforme vita di un’unica vita. Altri, prima di noi e più bravi di noi, avevano già raccontato frammenti di storia di Sant’Arpino. Noi abbiamo ricostruito in un solo volume tutta la vita del comune legandola attraverso artistici fumetti in un’unica grande sequenza. Il testo è arricchito da diversi inediti e riporta anche la storia di questi ultimi decenni. Non siamo storici di professione, siamo semplicemente degli amanti della storia e come tutti gli amanti a volte siamo travolti dalla passione e quindi vi chiediamo scusa fin d’ora se troverete qualche errore. Questo libro è una prova emotiva intensa che dimostra come l’amicizia sia un sentimento profondo che lega anche i vivi ai morti in un solo grande abbraccio nell’eternità del tempo. Vogliamo, infatti, dedicare a Gianni Pezzella il nostro lavoro, un amico fraterno che il destino ci ha portato via mentre insieme percorrevamo le strade della vita, insieme a lui, per lui e con lui, abbiamo condiviso questa grande passione consci che amicizia e passione sono due valori indispensabili per l’esistenza umana tanto quanto l’ossigeno. Moltissimi santarpinesi hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera che da soli mai avremmo potuto realizzare. A tutti loro va il più autentico ringraziamento. Collaborazione e incitamento sono stati preziosissimi così come l’abilità di Elpidio Cinquegrana che ha saputo rappresentare con eleganza e bellezza le scene del libro. In conclusione ci sia concesso un particolare quanto profondo ringraziamento ai genitori di Gianni, Gaetano e Filomena Brassotti Ziello, che in questi anni ci hanno ininterrottamente incoraggiati non facendoci mai mancare stima e sostegno che, per noi, sono stati determinanti per il compimento dell’opera. Gli autori


Quando abbiamo manifestato l’intenzione di finanziare un progetto culturale, in memoria di nostro figlio Giovanni, non avevamo ancora le idee chiare su cosa realizzare. Di una cosa, però, eravamo certi: doveva essere un progetto che contemplasse la concretezza di un impianto didattico - scientifico di facile comprensione e nello stesso tempo richiamasse lo spirito trasognante e fortemente radicato al proprio territorio di Giovanni. Qualcosa, insomma, che ricordasse l’amore di Gianni per questo paese e nel contempo ci tenesse ancora legati a lui attraverso un ideale e mai interrotto cordone ombelicale. Fra le varie ipotesi sul tavolo, quella che più sposava l’idea di base era un libro illustrato che aiutasse a far conoscere ad un vasto pubblico la storia del nostro paese e i suoi tanti personaggi storici. Qualcosa, in altre parole, che ci rendesse consapevoli del nostro patrimonio storico - culturale tanto da renderci fieri delle nostre radici e orgogliosi di essere santarpinesi. C’è voluto del tempo affinché si passasse dall’idea alla realizzazione del libro, il tutto grazie alla tenacia, al lavoro ed alla ricerca storica che ha impegnato in oltre tre anni gli autori Giuseppe Dell’Aversana ed Elpidio Iorio, amici “fraterni” del nostro Giovanni, i quali pian piano hanno anche occupato un ampio spazio affettivo nei nostri cuori. Vogliamo ringraziarli per il forte impegno nel portare a compimento un’opera enorme che iniziata in sordina è diventata qualcosa di altamente educativa per le giovani generazioni, qualcosa che rimane a perenne ricordo di nostro figlio e, contestualmente, testimonia la forza e la bellezza dell’amicizia. Di quest’opera ne siamo orgogliosi perché per noi rappresenta anche una sorta di continuazione nel tempo del lavoro e dell’impegno sociale di Giovanni attraverso i suoi più cari amici. Noi ci auguriamo che questo lavoro possa incuriosire e sviluppare ulteriori studi, favorendo dibattiti fra studenti e professori degli istituti scolastici del territorio, perché proprio questo è quello che nostro figlio avrebbe voluto e per il quale tanto si è prodigato. Vogliamo inoltre ringraziare il Sindaco Eugenio Di Santo e l’intero consiglio comunale per aver commemorato in vari momenti il nostro Giovanni dedicandogli la sala consiliare e facendoci vivere un momento estremamente emozionante in comunione alla cittadinanza tutta. Infine, auspichiamo che tutte le attestazioni di solidarietà, riconosciute al nostro Giovanni per il suo essere semplice, disponibile con tutti, legato ai valori di lealtà e di fede cristiana, siano una bussola per i suoi figli, Gaetano, Pasquale e Adele che non hanno avuto la gioia di crescere con il loro papà. Gaetano Pezzella, Filomena Brassotti Ziello


Che cosa c’è di più affascinante della storia di una comunità ripercorsa nel vissuto concreto dei suoi più eminenti cittadini? I nomi sono tanti e richiamano talora nelle loro individuali, pubbliche e private esistenze, gigantesche vicende collettive, quali ad esempio la prima e la seconda guerra mondiale. Il libro non è soltanto un documento di amore per una piccola patria, di cui gli autori possono giustamente menar vanto. E’ un esempio di come si deve scrivere di storia non per erudire accademici, informare ceti politici e classi dirigenti, ma rendere consapevoli, prima che i popoli e le nazioni, gli abitanti dei luoghi per quali la storia è passata attraverso la vita di ciascun nostro antenato. Forse e questo pensavano gli antichi quando salutavano la storia come maestra della vita, e volendo scrivere di re, di condottieri, di eroi, di filosofi e di santi, ne scrivevano le vite, talora parallele, proprio per ricavarne succhi educativi o insegnamenti morali. Oggi non più di un tal fine si tratta. Ma di imparare a leggere drammi e tragedie e non soltanto trionfi e conquiste, regresso e non soltanto progresso, fame e disuguaglianza e non soltanto benessere nel procedere della storia degli uomini. E questa lettura sincera e non ideologica o idealizzata delle vicende umane non può che nascere dall’attenzione alle minime storie delle singole persone, che abbiano lasciato traccia nella memoria e nella umanizzazione delle loro comunità. Ecco, il merito di questo libro è il ricordo di una dimensione individuale e comunitaria insieme del messaggio storico, che ciascuno di noi, lo sappia o no, lascia su questa terra. Nel caso, non sul globo terracqueo, ma in Sant’Arpino. Francesco Paolo Casavola


prefazione

atella la nascita di atella annibale arriva ad atella cicerore e gli atellani virgilio ad atella le fabule atellane i personaggi atellani da maccus a pulcinella

il vescovo elpidio i vescovi cacciati dall’africa l’approdo in campania

da feudo a ducato i feudatari di sant’arpino i monumenti costruiti dai sanchez i sanchez de luna d’aragona

19 25 35 43 49 55 67 73

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il settecento e l’ottocento

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frate ludovico fiorillo carlo magliola marco de simone orazio magliola antonio della rossa vincenzo de muro il miracolo di s.elpidio alfonso guarino luigi compagnone francesco paolo maisto giuseppe maria limone

207 211 217 223 229 235 241 245 251 255 259

il novecento giuseppe macrì luigi landolfi la fabbrica puca la canapa e l’uva asprinio la prima guerra mondiale atella di napoli alfonso del prete

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263 279 285 289 295 305 309 315


l’alba del terzo millennio la pro loco la sagra del casatiello la pinacoteca di arte contemporanea pulcinellamente cittadinanza a luigi compagnone il nuovo stemma di sant’arpino il parco archeologico giovanni pezzella

appendici tavola sinottica indice dei nomi bibliografia

319 323 329 335 347 359 363 377 385

sommario

la seconda guerra mondiale pasquale ziello i fratelli boerio amodio d’anna napolitano e l’accordo sull’estaglio francesco lettera ferdinando di carlo feste e tradizioni vincenzo legnante

397 415 429 437 447 459 463 467 479

487 489 497 505

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prefazione

Il racconto illustrato che qui si presenta è il frutto, concentrato e felice, di una fatica, di un’intuizione geniale e di una passione. Tre ragazzi della nostra epoca si sono immersi nella straordinaria impresa di farsi toccare da ciò che rappresenta la storia delle proprie radici. Si tratta di una storia lunga, ricca e concreta, fatta di uomini e di eventi che lasciarono sulla superficie dei ricordi comuni le orme dei loro nomi. Si tratta di una storia che riguarda un’illustre tradizione, quella dell’antichissima Atella, di una storia raccontata ai ragazzi d’oggi in testi e fumetti, con la passione di chi cerca di far risuonare daccapo le voci del passato e con l’intenzione di chi mira a decifrare nel tempo un unico fiume. Ogni grande idea nasce non soltanto dal contenuto delle cose che dice, ma dai luoghi comuni che nega. In questo senso, il lavoro che qui si presenta nasce dalla negazione di tre luoghi comuni. Dalla negazione che ci sia una storia locale e una storia generale; dalla negazione che il fumetto sia un genere letterario inferiore; dalla negazione che la storia debba essere ripartita in epoche separate o ristretta negli eventi moderni e contemporanei. Tutta la storia degli uomini è un unico grande fiume, in cui si discernono correnti diverse, fatte di uomini concreti, di eventi che si connettono anche a secoli di distanza, individuabili con sempre nuove forme di sguardo. Questo libro è, in questo orizzonte, la storia non solo di una sfida, ma di una fede. Una comunità cittadina viene guardata nei suoi 2500 anni di storia secondo il ritmo delle sue tradizioni teatrali, religiose, civili. Solo questa consapevolezza ha potuto condurre i tre autori a svolgere, in circa cinquecento pagine, uno straordinario lavoro di anni nella raccolta di fonti documentarie d’ogni tipo allo scopo di ricostruire criticamente uno sguardo più semplice e più complesso sulle radici non solo proprie, ma di tutti. Vediamo al rallentatore questa sfida, nei suoi tre passi essenziali. 1) Non esiste una storia locale e una storia generale. Non è necessario qui ricordare l’importanza della sfida storiografica degli Annales per capire che non solo la cosiddetta “storia locale” deve rispondere ai criteri dettati dalla cosiddetta “storia generale”, perché è la stessa “storia generale” a dover continuamente esporsi alla sfida docu-

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mentale lanciata dalle “storie locali”. Una massa nuova di dati provenienti da archivi locali può falsificare e riscrivere interi nessi della storia globale. Tutto ciò fa comprendere che esiste una sola storia, mentre sarebbe di statura intellettuale inferiore proprio quella che dividesse la storia in due serie, quella alta e quella bassa. Tutta la vicenda umana è fatta di uomini, di persone concrete, ed è a partire da questo luogo che occorre sempre daccapo riconoscere le proprie radici. 2) Non esiste un genere letterario superiore e un genere letterario inferiore. Potremmo dire, senza timore di smentita, che la forma del fumetto può oggi esprimere meglio di tutte le altre lo spirito del nostro tempo, realizzando quella forma in cui la verità storica è sottoposta alla sfida della semplicità dei nessi e dell’autenticità dei vissuti quotidiani. Il fumetto può costituire oggi una scrittura alta, in straordinaria sincronia con il bisogno d’intelligenza che ci preme. Nel tempo nostro sono necessari l’aforisma e il fumetto. Nel tempo della velocità e della complessità il pensiero deve essere breve, bruciante, profondo. Deve occupare poco tempo nella trasmissione e lasciare molto tempo alla meditazione. Deve avere la semplicità folgorante che è difficile dare. L’aforisma e il fumetto sono stenografie dell’intelligenza fattasi lampo. Che penetra nella vicenda sprigionandone la trama. In questa luce, il fumetto può diventare uno sguardo nuovo e corsaro sulla storia. Già Enzo Biagi aveva genialmente intuito nella sua Storia d’Italia a fumetti l’importanza di questo sguardo. Urge, a nostro avviso, oggi anche una storia a fumetti del mondo globale, da cogliere nella trama semplice dei nessi nascosti nelle pieghe della complessità. Si tratta di una possibile opzione non solo stilistica, ma politica, filosofica e civile. Il fumetto è quella sfida che deve realizzare la semplicità. E, per essere semplici, bisogna essere intelligenti, ma soprattutto coraggiosi. 3) Non esiste una storia antica separata da quella presente, perché, come già sapeva Walter Benjamin, in ogni evento del mondo vivono nessi invisibili con eventi del passato più antico, che possono irrompere in forma nuova in ogni momento del tempo. Si badi. I tre passi metodici sopra indicati – la valorizzazione di una storia totale, la tesorizzazione del fumetto e la prospettazione della vicenda umana come unitario

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fiume che viene da antiche sorgenti – costituiscono un unico gesto di scrittura e di rappresentazione. In questo orizzonte, questa storia di Atella non è solo una storia di eventi e di persone, ma la storia di un metodo di pensiero e di scrittura. Lo stesso oggetto dello studio qui rappresentato si presta in maniera emblematica alla messa in luce del suo metodo. Atella è il suo oggetto originario: e atellana fu la tradizione che, attraverso epoche e persone diverse, espresse i significati più forti di un mondo che seppe essere, al tempo stesso, teatrale, religioso e civile. Lungo la storia di Atella (e di Sant’Arpino come sua componente specifica) entrano in campo uomini e donne capaci di rendere visibile il teatro della vita. La teatralità è stata sempre il proprio della tradizione atellana. Essa traspare in ogni momento dalle sue tradizioni, dai suoi eventi, dai talenti di coloro che l’hanno attraversata e rappresentata nel tempo. Si tratta di quella teatralità in cui si sprigiona la vita stessa, vissuta nei suoi tratti forti, nella trama delle sue relazioni e nella sua capacità di emergere sempre nuova dal fondo oscuro delle viscere. Nell’evento teatrale vero non si dà solo una rappresentazione di eventi e di maschere davanti a un pubblico che guarda, perché si mette in moto un circuito viscerale che realizza una relazione diretta fra attori e spettatori, elevando in modo esponenziale il livello della vita, in un gioco di “teatri nel teatro” a cascata, senza possibile fine. Nell’azione scenica in maschere, e ancor più in maschere fisse e a canovaccio, accade una teatralità esuberante in cui vive non semplicemente un fingere ma un fingere di fingere, ossia quell’irriflesso nel quale la vita vera dell’attore imperiosamente trabocca. Ma la teatralità della tradizione atellana si è scandita secondo modalità antropologiche paradossali e specifiche, perché ha mantenuto contemporaneamente il rapporto con la tradizione religiosa e con quella civile, cioè con una tradizione che ha il senso autentico della devozione comunitaria e con una tradizione che ha il senso mordace della critica di ogni potere. Si tratta di una struttura di ossimori comportamentali e creativi che a sua stessa insaputa si è fatta, nel corso dei secoli, teatro, sentimento religioso e rivolta civile. In questo orizzonte di storia totale e di uomini singoli emerge forse un’ulteriore e nascosta verità: in ogni uomo

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concreto l’umanità comincia sempre daccapo e in modo sempre nuovo, in rete con tutti gli altri possibili uomini, passati, presenti e futuri. Tutto ciò contribuisce alla consapevolezza profonda della storia intesa come unico fiume di relazioni, in cui crescono persone che sempre daccapo le riscoprono e le rinnovano. Giuseppe Dell’Aversana, Elpidio Iorio e Elpidio Cinquegrana hanno lavorato per anni, su una massa documentaria immensa, a un sol fine: rendere visibili i modi in cui la storia si è fatta volti, la teatralità impegni, la religione solidarietà. Dentro la storia del popolo atellano si fa luce il più che bimillenario contributo di una forma dell’umano. In terra atellana vivono la passione delle tradizioni popolari e il culto dei morti. Gli atellani da sempre si raccontano gli apologhi di vita quotidiana dei loro avi. Atella è stata ed è patria di talenti, combattenti, benefattori, artisti, intellettuali, scrittori, spesso nascosti, qualche volta disseminati e lontani, ma sempre originali e appassionati. Ad Atella Virgilio lesse le sue Georgiche ad Augusto e la tradizione dice che, dopo la distruzione della città ad opera dei Vandali di Genserico, il vescovo Elpidio, venuto dall’Africa e scampato al mare, la rifondò. Il territorio atellano fu luogo di passioni repubblicane e di lotte operaie. La terra atellana, in cui vissero le comunità di Sant’Arpino, Succivo, Orta di Atella e Frattaminore, è stata ed è giacimento di sempre nuovi reperti archeologici e necropolitani. Essa è disseminata di tante piccole cappelle votive, di cui parlò anche Amedeo Maiuri nelle sue Passeggiate campane. La patria atellana ebbe sempre coscienza di sé nei talenti dei suoi figli. Così si sono sviluppati in essa centri di studi e di conservazione e sagre delle tradizioni. Sant’Arpino, figlia di questa storia, viene da una trasformazione del nome Elpidio. E Elpidio vuol dire speranza. La teatralità atellana ha spaziato dalle antichissime forme delle Fabulae in maschere alla tragedia del santo protettore alla commedialità del Pulcinella alla carica farsesca della Zeza alla vitalità del carnevale popolare alla teatralità istintiva della vita quotidiana. Al fondo di ogni teatralità c’è una memoria. Nella sua capacità di essere memoria, questo libro è scritto in memoria di un figlio di Atella, innamorato delle sue memorie, Giovanni Pezzella, precocemente scomparso.

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Questo libro è uno stile di rilettura del passato per riaprirlo a chi ci seguirà. Questo libro è un laboratorio di ricostruzione, di scrittura e di metodo offerto non solo ai tempi presenti, ma a tutti i tempi futuri per un nuovo modo di sentire e di interpretare le radici. Un libro è un ponte fra generazioni. Una generazione è una costellazione di memorie, che riceve e tramanda rose. Rose come gioie e dolori; rose come scoperte e speranze; rose come ideali, passioni, talenti, opere, racconti di apologhi, battiti di cuori. Questo libro è un ponte fra le rose. Giuseppe Limone

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da atella a sant’arpino


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atella

L’

area atellana risulta abitata fin dalla preistoria. Gli scavi condotti all’interno dell’Insediamento U.S.Navy di Gricignano e lungo la linea Alta Velocità hanno dimostrato che la piana campana già tra la fine del V e gli inizi del IV millennio era densamente popolata. A partire da questo momento, inquadrabile alla fine del Neolitico si registra una continuità d’occupazione, testimoniata da campi arati e piccoli villaggi, segnata da eruzioni vulcaniche che hanno contribuito alla fertilità dei suoli. Tra le eruzioni, la più violenta fu quella vesuviana del 1800 a.C. avvenuta alla fine dell’antica età del Bronzo che seppellì l’intera piana campana sotto uno strato di ceneri e lapilli. Alcuni secoli dopo con l’invasione dei popoli indoeuropei, avvenuta a cavallo fra il XV e XII secolo a.C., la Campania venne occupata prima dai Siculi e poi successivamente dagli Osci (detti anche Opici) i quali scacciarono il popolo siculo nell’isola chiamata poi Sicilia e si insediarono stabilmente in Campania. Gli Osci, gente dall’indole bellicosa e fiera, molto probabilmente costruirono il primo villaggio da cui poi nacque la città di Atella, ma in merito non vi sono ancora testimonianze archeologiche evidenti, di certo alla stirpe osca appartenevano anche gli Ausoni, i Sidicini e gli Aurunci che si insediarono in tutta la piana campana che da loro prese anche il nome di opicia. Queste tribù, dedite sostanzialmente alla guerra ed all’agricoltura, vennero in contatto con gli Etruschi, popolo colto e raffinato, che dall’Etruria scese nella piana campana fino a conquistare tutta la zona fondando diverse città fra cui la più grande e la più impor-


tante fu Capua (anch’essa villaggio osco preesistente) da cui deriva il nome Campania dato prima alla piana a sud del fiume Volturno e poi all’intera regione. Secondo alcuni studiosi l’antica città di Atella fu fondata agli inizi del V secolo a.C. dagli etruschi, invasori del territorio abitato da almeno sette secoli prima dagli osci, ampliando e fortificando un primitivo villaggio di osci che già sorgeva nello stesso luogo. Atella grazie alla sua posizione geografica, ben presto, crebbe e si arricchì. Essa si trovava, infatti, nel mezzo di un’importante rete di comunicazione fra Napoli, Capua, Cuma e Pozzuoli, che in quel periodo erano le città più fiorenti della Campania. A seguito di diverse sconfitte militari, gli etruschi si indebolirono e nel 455 a.C. vennero sopraffatti dai sanniti, che conquistarono Capua e tutte le città alleate. Secondo altri autori Atella venne fondata alla fine del V secolo a.C. quando, dopo aver preso Capua nel 423 a.C. e Cuma nel 421 a.C., i sanniti si impadronirono della piana campana segnando la fine del controllo etrusco e dando una connotazione di città all’osca Atella già dominio etrusco. Di fatto in questo periodo gli atellani stabilirono una forte alleanza con altre undici città autonome della Campania: Calatia, Acerrae, Suessola, Capua, Cales, Casilinum, Volturnum, Liternum, Trebula, Combulteria, Saticula. A guidare questa federazione, a rotazione, veniva nominato un meddix tuticus, ossia un cittadino di una delle città alleate che svolgeva le funzioni di sommo magistrato e vigilava sull’osservanza delle leggi. Capua era la città più importante ed era alla testa della federazione, ma ogni città godeva di piena autonomia e poteva anche avere una zecca per coniare monete proprie. Nel frattempo, però, la potenza militare ed economica di Roma aumentava sempre più fino ad arrivare anche in Campania dove divenne inevitabile lo scontro fra romani e sanniti, in tre sanguinose guerre, per il dominio dell’area. Dopo la vittoria di Roma nella prima guerra sannitica, venne stipulato un accordo di pace ed i campani divennero alleati dei romani ma con un ruolo subordinato. Nel 338 a.C., infatti, sia Atella che Capua ottennero il titolo di civitas sine suffraggio perdendo di fatto l’autonomia di cui avevano fino ad allora goduto. Nel 315-314 a.C., nel corso della seconda guerra sannitica, Atella era tra le città campane che avevano tentato una defezione a favore dei sanniti (Liv. 9, 28, 6). Un estremo tentativo di liberarsi dal controllo romano

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fu attuato durante la seconda guerra punica, nel 216 a.C., quando il cartaginese Annibale scese in Italia per combattere i romani (nel 215 a.C.), Atella insieme a Capua si alleò con i cartaginesi. In questi anni venne nominato meddix tuticus Gneo Magio, appartenente a una delle famiglie nobili di Atella. Annibale e i cartaginesi, dopo alcune vittoriose battaglie iniziali, furono però sconfitti dai romani. Molti atellani divennero prigionieri, altri abbandonarono la città, altri ancora furono deportati. Sottomessa a Roma, senza autonomia, Atella divenne praefectura romana e dunque retta dalla legislazione romana. Tale condizione perdurò per oltre un secolo, fino a quando, in occasione della guerra italica del 90 a.C., Atella si alleò con Roma e pertanto ricevette, in segno di riconoscenza, la cittadinanza, passando così allo stato giuridico di municipium, condizione che consentiva una maggiore autonomia politica. Per la città questo divenne il periodo di massimo splendore: furono istituiti il Senato e la Magistratura suprema, s’intensificarono le attività commerciali, furono costruite le terme, edificati il foro, l’anfiteatro e sontuose dimore patrizie. Anche il grande oratore e filosofo romano Marco Tullio Cicerone, nel 63 a.C., nel suo famoso discorso contro Rullo, parla della città di Atella come un municipium tra i più belli e importanti della Campania. Nella sua veste di uomo politico e avvocato, Cicerone assunse la difesa della città onde ottenere il possesso di un fondo (ager vectigalis) nelle Gallie. Nel 29 a.C. Atella visse una delle pagine più memorabili della sua storia: di ritorno da Brindisi vi sostò Ottaviano Augusto. Fermatosi per curare un mal di gola, conobbe il poeta Virgilio, il quale, alternandosi nella lettura con Mecenate, lesse per la prima volta l’opera letteraria delle Georgiche a colui che poi sarebbe diventato il primo imperatore romano. La presenza di Virgilio in città conferma l’importanza culturale e politica di Atella, che rappresentava un crocevia fondamentale e funzionale per gli scambi commerciali. Secondo lo storico Svetonio, alla morte di Tiberio, nel 37 d.C., i suoi nemici volevano bruciare nell’anfiteatro atellano la salma dell’imperatore che da Miseno veniva trasportata a Roma. Quando nell’età augustea, a cavallo fra il 60 a.C. ed il 14 d.C., per portare l’acqua a Miseno fu costruito l’acquedotto del Serino, venne appositamente realizzato un ramo laterale per portare acqua alla


città di Atella, che era grande e popolosa Atella divenne importante nel mondo antico soprattutto per le famose commedie denominate Fabulae Atellanae. I romani nutrivano per le stesse una forte passione, ne apprezzavano la comicità e l’arguzia sottile tipiche caratteristiche del popolo osco. In queste rappresentazioni teatrali gli attori, con il viso coperto da maschere, interpretavano personaggi con caratteri ben tipizzati, coinvolgendo gli spettatori in esilaranti dialoghi spesso venati di sottili allusioni. I personaggi principali di queste rappresentazioni erano Maccus, il servo sfortunato, molto ghiotto, rappresentato con un grosso ventre, la più famosa delle maschere atellane; Buccus, il chiacchierone e fanfarone, spaccone e ridicolo, rappresentato con una grossa bocca; Dossennus, imbroglione, finto sapiente, vorace e furbo, rappresentato con la schiena curva da gobbo; Pappus, l’avaro proprietario terriero, rappresentato come un anziano vanitoso e stupido. Coinvolti in intricate vicende, questi personaggi, scambiandosi mordaci battute, sortivano forti risate ma allo stesso tempo imponevano serie riflessioni agli spettatori. Le atellane si diffusero anche a Roma a partire dal 391 a.C., dopo che i romani vennero in contatto con i popoli della Campania a seguito delle guerre sannitiche. Di esse vi è traccia in tutti i testi di letteratura latina. Molti studiosi ritengono Atella culla del teatro italiano, intravedendo nelle maschere atellane le antesignane di quelle della Commedia dell’Arte e nel Maccus il progenitore di Pulcinella. Per diversi secoli la città di Atella continuò ad essere un importante punto di riferimento culturale nella pianura campana e le sue commedie furono conosciute in tutto l’impero romano. Fra i figli illustri della città, occorre annoverare il senatore Caio Celio Censorino, che, nel III secolo d.C., divenne console della Campania e curatore della via Latina, prodigandosi molto per ingrandire e abbellire Atella con strade, monumenti e altre opere pubbliche. Gli atellani per questo motivo lo consacrarono con una statua posta su di un piedistallo marmoreo ove incisero le cariche ricoperte e le opere da lui realizzate. Negli anni successivi Atella fu investita dal declino dell’impero romano e, nel 455 d.C., fu devastata dai Vandali di Genserico. Posta al centro di una vasta zona pianeggiante, priva di difese naturali, la città in pieno declino venne più volte

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saccheggiata sia da orde di barbari che scendevano da nord, sia da eserciti che si contendevano la supremazia nell’area per il controllo della ricca città di Napoli. Nonostante questi continui saccheggi, però, la città non venne mai completamente distrutta né totalmente abbandonata dai suoi abitanti ma continuò per secoli ad esistere e la sua presenza nell’area, seppure ridotta, viene comprovata da una serie di documenti storici. Quando nel 536 la città di Napoli venne attaccata dal generale Belisario, comandante delle truppe dell’imperatore Giustiniano (482-565) che condusse una dura guerra contro i Goti per il possesso della regione, la città di Napoli subì un lungo e feroce assedio con stragi e rovine. Dopo la conquista ad opera delle truppe bizantine di Belisario, gli abitanti di Atella dovettero andare a ripopolare la città partenopea. La guerra fra i goti e i bizantini continuò ininterrotta per circa venti anni ed Atella si trovò al centro di questa contesa passando dall’uno all’altro occupante. Dal 552 al 568 la città si trova ad essere possedimento dei bizantini, i quali però nonostante la vittoria definitiva sui goti devono fare i conti con i longobardi che verso la fine del Cinquecento partirono da Benevento occupando man mano quella vasta area pianeggiante che comprendeva le città di Capua ed Atella quale preludio alla conquista di Napoli. Con sant’Elpidio (nel 442 d.C.) Atella divenne diocesi ma, nel 1030, con la costituzione ad Aversa della prima Contea Normanna, Atella venne spoliata non solo dei suoi pregevoli monumenti ma anche della sede vescovile. Tuttavia, per la Chiesa Cattolica la memoria della diocesi di Atella tuttora si perpetua attraverso l’attribuzione del titolo di Vescovo di Atella da parte della Santa Sede ad alcune eminenti figure ecclesiastiche. Arcivescovo titolare di Atella nel 2012 è mons. Luigi Bonazzi, Nunzio Apostolico in Lettonia.


A

nche se l’area atellana era sostanzialmente già abitata in epoca preistorica, molto probabilmente Atella fu costruita nel tardo V secolo a.C. in una posizione pianeggiante, nella parte più fertile della pianura campana, a sud del fiume Clanis e a una distanza tale da essere al riparo da questo fiume oggi scomparso ma, al tempo della fondazione di Atella, spesso causa di inondazioni delle campagne circostanti con relativa distruzione dei raccolti. Quasi certamente Atella inizialmente preesisteva come villaggio abitato dalla popolazione campana degli osci anche se etruschi prima e sanniti poi contribuirono al consolidamento ed ampliamento della città, che di forma trapezoidale, si estendeva su di un’area abbastanza ampia, compresa fra gli attuali comuni di Sant’Arpino, Frattaminore, Succivo e Orta di Atella. Essa venne edificata su una terrazza artificiale, realizzata a seguito dello scavo di un ampio fossato difensivo lungo i suoi quattro lati, inoltre venne fortificata e recintata con alte mura, realizzate con grossi blocchi di tufo levigati e uniti fra loro senza malta. All’interno della mura era tracciato un complesso sistema viario con cardi e decumani che si incrociavano tra loro. Secondo molti studiosi l’odierna strada interpoderale di santa Maria a Piro corrisponde all’antico cardine della città, mentre l’attuale via Compagnone, in dialetto locale chiamata ferrumina a causa del materiale usato per costruire la strada, individuava il decumanus maximus di Atella La città edificata a nove miglia da Capua e da Napoli, lungo la via detta Atellana, si trovava posta in un articolato sistema viario, che consentiva di svolgere traffici fiorenti sia con i popoli dei paesi interni, sia con quelli della costa. La via Atellana che entrava nella città, infatti, incrociava mediante un altro asse viario la via Consolare Campana che collegava Capua a Pozzuoli. Il tratto che da Atella andava alla via Consolare veniva chiamato ad septimum poiché incrociava la via Consolare Campana al settimo miglio ed era sostanzialmente un prolungamento del decumano. Atella riuscì per un certo periodo a coniare proprie monete con la sua zecca e per la sua posizione geografica divenne punto d’incontro di diverse civiltà quali quella degli Osci, degli Etruschi, dei Greci e dei Sanniti. Alcune monete atellane ritrovate dagli archeologi mostrano su un lato la testa di Giove laureato e sull’altro due guerrieri che prestano giuramento; altre, invece, mostrano da un lato il Dio sole con corona di raggi

24 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


la nascita di atella

e dall’altro un elefante con la scritta Atella in lingua osca. Mentre la più ricca e potente Capua emise con la propria zecca anche monete in oro e in argento, le monete prodotte da Atella invece erano di bronzo e contraddistinte da una scritta osca Aderl che era una forma abbreviata di Atella. Questa monetazione autonoma di Atella e Capua, con lingua propria, venne poi soppressa da Roma che impose, con la sua forza militare e politica, la propria lingua e la propria moneta a tutte le cittadine sorte in quest’area geografica prima chiamata Opicia, poi Campania Capuana. In questo fertile territorio molto sviluppata era l’agricoltura ma fiorente ad Atella erano anche l’artigianato dei vasai e i traffici commerciali, favoriti questi ultimi dalla vicinanza con il porto di Napoli facilmente raggiungibile mediante la via Atellana. Quest’ultima con la venuta dei romani subì un sostanziale ampliamento della carreggiata e una sistemazione migliore con la costruzione ex novo di alcuni tratti e l’allineamento di altri lungo un rigoroso andamento nord-sud. Una pergamena medioevale del XII secolo, che riporta le più importanti strade dell’impero romano del II-IV secolo d.C, chiamata dagli studiosi Tavola Peutingeriana, conservata nella Biblioteca Nazionale di Vienna, traccia chiaramente la via Atellana da Capua a Napoli e indica, in circa nove miglia ciascuna, le due distanze Capua-Atella e Atella-Napoli della via Atellana. Dalla Tavola Peutingeriana si evidenzia un percorso a nord di Atella che parte dall’attuale santa Maria Capua Vetere e, passando per l’odierno comune di Succivo, arriva ad Atella; poi a sud, per il tratto Atella-Napoli, la strada passava per l’attuale Grumo Nevano proseguendo poi per Secondigliano, Capodichino, Napoli. Prima della romanizzazione della Campania, la via Atellana dovette essere una fra le più importanti arterie della regione Campania unendo con un tracciato di circa ventisei chilometri le città di Napoli e di Capua attraversando a metà percorso per quasi un chilometro l’intera città di Atella. Dei raccordi stradali lungo il percorso poi la collegavano con altre località quali Pozzuoli, Cuma, Sinuessa. Da Capua partivano anche la via Appia per Roma, la via Consolare Campana per Pozzuoli, la via Latina per Cales. Per questi motivi la via Atellana fu una strada nevralgica per i viaggiatori provenienti da sud e diretti a Roma.

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NELLA VERDE E PIANEGGIANTE CAMPANIA FELIX, A SUD DEL FIUME CLANIO, LA NATURA ERA RIGOGLIOSA E LA TERRA DAVA FRUTTI ABBONDANTI.

IL POPOLO DEGLI OSCI, DECISE DI COSTRUIRE LA CITTÀ E TRACCIÒ I CONFINI.

FORTI GUERRIERI SCAVARONO PER COSTRUIRE MURA A DIFESA DELLA CITTÀ.

LA CHIAMEREMO ATELLA QUESTA NOSTRA CITTÀ

26 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


la nascita di atella

QUESTO FOSSATO CI PROTEGGERÀ!

LA CITTÀ DI ATELLA VENNE FORTIFICATA CON ALTE E POSSENTI MURA, CIRCONDATA DA UN FOSSATO E POSTA SU UN’IMPORTANTE VIA DI COMUNICAZIONE PER FAVORIRE IL COMMERCIO.

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ABILI COMMERCIANTI, GLI OSCI, TRAFFICAVANO LA PROPRIA MERCE ANCHE CON POPOLI LONTANI.

DOVE LE PORTI QUESTE ANFORE LIVIUS?

VANNO IN GRECIA! LE IMBARCO SU UNA NAVE NEL PORTO DI CUMA.

LE HAI VENDUTE A UN PREZZO BUONO?

CERTO! LE ANFORE ATELLANE SONO MOLTO APPREZZATE!

28 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


la nascita di atella

SPERO DI ARRIVARE PER IL POMERIGGIO

VIAGGERANNO SICURE!

OTTIMO! HO IMBARCATO TUTTO. ENTRO STASERA SARÒ A CASA MIA

QUESTE BOTTEGHE SONO MOLTO FORNITE

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SU ALCUNE MONETE IN BRONZO DI ATELLA C’ERA DISEGNATA LA TESTA DI GIOVE CON CORONA DI ALLORO.

NEL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA DUE GUERRIERI PRESTANO GIURAMENTO.

ALCUNE AVEVANO IL BUSTO DEL DIO SOLE CON CORONA DI RAGGI.

LA STESSA NEL ROVESCIO AVEVA UN ELEFANTE CON LA SCRITTA ATELLA IN OSCO.

GLI ACQUISTI VENIVANO FATTI CON MONETE ATELLANE QUANTO VUOI PER UNA PECORA?

30 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


la nascita di atella

BOTTEGHE LUNGO LE VIE PRINCIPALI DELLA CITTÀ ESPONEVANO LA LORO MERCE.

LA PRODUZIONE DI ANFORE DA PARTE DI MAESTRI ARTIGIANI DELLA CRETA ERA UN’ATTIVITÀ MOLTO DIFFUSA.

MANI ABILI E VELOCI LAVORAVANO LA CRETA PER CREARE VASI.

QUESTO SARÀ IL PROSSIMO CARICO.

I MERCANTI ERANO SODDISFATTI.

RITOCCHI FINALI IMPREZIOSIVANO I LAVORI.

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NEI FORNI AVVENIVA LA COTTURA DELLA CRETA.

L’IMPASTO ERA DETERMINANTE PER LA BUONA RIUSCITA DEGLI OGGETTI.

MOLTO RICHIESTE ERANO LE MASCHERE TEATRALI ATELLANE.

BRAVI ARTIGIANI CON LA CRETA REALIZZAVANO STATUINE DEL MACCUS...

32 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

...CHE ERA PRESENTE IN MOLTE CASE PERCHÈ RITENUTO UN PORTAFORTUNA.


la nascita di atella LA SUA SAGOMA PANCIUTA SI DISTINGUEVA SUBITO.

VASI FINEMENTE DECORATI ABBELLIVANO LE CASE DEGLI ATELLANI RICCHI.

LE STATUETTE IN TERRACOTTA DELLE FAMOSE QUATTRO MASCHERE ATELLANE ERANO PRODOTTE IN ABBONDANZA.

SUI VASI VENIVANO RAPPRESENTATE SCENE DELLA MITOLOGIA.

MACCUS A VOLTE VENIVA MODELLATO CON FORME DIVERSE.

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L

e vicende storiche di Atella sono strettamente legate al destino di Capua, che nel IV secolo a.C. divenne capitale della federazione campana, formata da dodici città fra cui la stessa Atella. Le città di questa federazione avevano tutte lo stesso peso politico, loro leggi e magistrati propri, tutte però riconoscevano il comando a un unico magistrato detto meddix tuticus che risiedeva a Capua. Nel 423 a.C. gli etruschi della Campania vennero sconfitti dai forti guerrieri sanniti e al predominio etrusco sulle città osche, tra cui Atella, si sostituì quello dei sanniti. Durante lo scoppio della guerra fra sanniti e romani, nel 343 a.C., Capua e le altre città della federazione si allearono con i romani e, dopo la vittoria di Roma, ottennero lo status di civitas sine suffragio, ossia la cittadinanza romana senza diritti politici. Questo provvedimento portò all’uso del diritto romano nei rapporti fra le città e dal momento che esso era espresso in latino fece diventare questa lingua il collante delle varie cittadine campane. Nella seconda e terza guerra sannitica del 298 a.C, Capua e le città federate rimasero alleate ai romani anche se in posizione subordinata. Roma, grazie alla sua potenza militare ed economica, riuscì a dominare l’intera pianura della Campania, assoggettando di fatto Capua, Atella e le altre città federate. Quando scoppiò la seconda guerra punica fra romani e cartaginesi, gli atellani, insieme ad altre città fra cui Capua, si allearono con il generale cartaginese Annibale, che aveva attraversato le Alpi ed era disceso in Italia con i suoi elefanti per distruggere Roma. In un primo momento, dopo la disastrosa sconfitta dei romani a Canne (216 a.C.), la vittoria sembrò certa. A capo delle città campane alleate di Annibale fu eletto meddix tuticus l’atellano Gneo Magio, che chiamò alle armi l’intero popolo e finanche gli schiavi. Poi, però, i romani ebbero il sopravvento e sconfissero i cartaginesi e i loro alleati campani. La città di Atella venne distrutta e molti dei suoi abitanti furono fatti prigionieri, altri scapparono con Annibale in Basilicata per sfuggire alla vendetta romana. Dopo tale amara sconfitta, Atella fu declassata dai romani allo stato giuridico di prefettura, cioè di città priva di autonomia. Divenuta totalmente dipendente da Roma, ogni anno venivano inviati quattro prefetti a governarla. Piano piano e con molte difficoltà iniziò la ricostruzione della città che rimase nello stato di prefettura per oltre centoventi anni, fino a quando nel 90 a.C. la città si schierò con Roma nella guerra sociale.

34 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


annibale arriva ad atella

AD ATELLA CI FU UNA GRANDE DISCUSSIONE PER DECIDERE SE ALLEARSI O MENO CON ANNIBALE.

CARI AMICI MEGLIO RESTARE ALLEATI DEI ROMANI

NON SONO D’ACCORDO, ANNIBALE È PIÙ FORTE

ANCHE NELLE TERME SI DISCUTEVA DELL’ARRIVO DEI CARTAGINESI.

HAI SENTITO? CI ALLEIAMO CON ANNIBALE

ALTRA GUERRA, ALTRI LUTTI

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ANNIBALE CON I SUOI ELEFANTI ARRIVÒ ALLE PORTE DI ATELLA.

VIVA IL NOSTRO LIBERATORE!

ORMAI LA DECISIONE È PRESA

36 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

ABBASSO I ROMANI!

FACCIAMO UN REGALO AD ANNIBALE

VIVA ANNIBALE!

GLI ATELLANI PENSARONO DI OMAGGIARE IL LORO LIBERATORE. FACCIAMOGLI SCOLPIRE UNA SFINGE DI MARMO


annibale arriva ad atella

SI RECARONO DAL MIGLIOR SCALPELLINO DELLA CITTÀ. DA QUESTO MARMO DEVI RICAVARE UNA SFINGE ALATA DA REGALARE AD ANNIBALE

TU SEI IL PIÙ BRAVO

LO SCULTORE SI MISE SUBITO A LAVORO.

GLI RICORDERÀ IL SUO ORIENTE

DOPO ALCUNI GIORNI DI LAVORO. HO QUASI FINITO, MANCA POCO

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ECCO LA SFINGE ALATA PER ANNIBALE

SARÀ UN NOSTRO DONO PER IL LIBERATORE

INTANTO GNEO MAGIO RIUNÌ IL CONSIGLIO DI GUERRA DELLE CITTÀ CAMPANE ALLEATE.

COORDINIAMO LE TRUPPE

BISOGNA ARRUOLARE ANCHE GLI SCHIAVI. I ROMANI SONO NUMEROSI E BEN ARMATI

38 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

COSA VUOI FARE GNEO?

LA BATTAGLIA SI AVVICINÒ E LE TRUPPE SI SCHIERARONO.


annibale arriva ad atella

FORZA ATELLANI DOBBIAMO COMBATTERE CON CORAGGIO! GNEO MAGIO CONVOCÒ TUTTI I SOLDATI PER LA BATTAGLIA DECISIVA E LI INCITÒ A COMBATTERE CON DETERMINAZIONE. LA BATTAGLIA FU CRUENTA CON MOLTI FERITI. GLI ATELLANI EBBERO LA PEGGIO.

LA CITTÀ VENNE SACCHEGGIATA E BRUCIATA.

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MOLTI FURONO UCCISI.

MOLTI FURONO FATTI PRIGIONIERI.

CONVIENE RITIRARSI, ORMAI I ROMANI HANNO VINTO

LI PORTEREMO COME SCHIAVI A ROMA

ALTRI FUGGIRONO CON TUTTE LE COSE CHE POTETTERO PORTARE VIA.

GRAN PARTE DI ATELLA VENNE DISTRUTTA.

40 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


annibale arriva ad atella

GLI ANZIANI TRANQUILLIZZAVANO I BAMBINI. NON PREOCCUPARTI, LA RICOSTRUIREMO LA NOSTRA BELLA ATELLA

DOPO POCHI ANNI ATELLA FU RICOSTRUITA NUOVA CON IL SUO FORO, LE SUE STRADE..

... ED IL SUO TEATRO.

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N

ella guerra sociale, denominata anche guerra italica, svoltasi dal 91 a.C. all’88 a.C. a causa dell’insurrezione di alcune cittadine dell’Italia che aspiravano all’indipendenza dai romani, Atella rimase fedele a Roma e per tale motivo fu elevata al rango di municipium, ottennendo così una propria autonomia amministrativa e politica. Gli atellani nominarono, dunque, i loro senatori, la magistratura suprema, i questori e le altre cariche politiche cittadine. In questo periodo la città visse una forte crescita sociale e culturale con relativo sviluppo urbanistico che portò all’ampliamento del foro e alla costruzione delle terme. Inoltre, siccome Atella possedeva un vasto appezzamento di terreno (ager vectigalis) nelle Gallie, con i canoni che percepiva impinguò notevolmente il pubblico erario. In questo periodo di massimo splendore anche il grande Marco Tullio Cicerone, filosofo, avvocato, scrittore e uomo politico, seguì le vicende di Atella e ne perorò la causa in più occasioni. In particolare nel 63 a.C., nel suo discorso contro il tribuno Servilio Rullo, nell’ambito della seconda orazione de Lege Agraria, Cicerone citò Atella come uno dei municipi più importanti della Campania. Poi, nel maggio del 51 a.C., in una lettera al fratello Quinto, scriveva che il municipio di Atella godeva della sua protezione e sottolineava la fedeltà della città campana a Roma. Inoltre, a seguito delle leggi agrarie fatte approvare da Cesare durante il suo consolato, nel 45 a.C., con una specifica missiva l’arpinate supplicò Caio Cluvio, delegato di Giulio Cesare nelle Gallie, affinchè il municipio atellano non perdesse il suo possedimento (ager vectigalis) nelle Gallia, dal quale ricavava una rendita annua che rendeva più floride le casse pubbliche. Questi interventi del grande Cicerone confermano il prestigio di cui godeva la città durante l’impero romano e dimostrano come la carriera politica di Cicerone dipendeva molto anche dal sostegno di Atella. Grande comunicatore e fine politico, Cicerone pronunciò la celebre locuzione latina Historia Magistra vitae, che tradotta letteralmente, significa la storia è maestra di vita. Tale espressione fu riportata anche nel De oratore, composto dallo stesso Cicerone nel 55 a.C.: l’opera è un dialogo in tre libri, un dibattito sulla natura e la funzione dell’eloquenza. L’oratore romano esaltò fortemente il senso della storia perché: «è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, nunzia dell’antichità» (Cicerone, De Oratore 2.36).

42 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


cicerore e gli atellani

A ROMA IL FILOSOFO CICERONE INCANTAVA LE FOLLE CON LA SUA ORATORIA. È VERO! CICERONE HA SEMPRE RAGIONE

NEL SUO STUDIO PERSONALE PENSAVA AD ATELLA. DEVO AD ATELLA TANTA GRATITUDINE

LESSE IL TESTO. ATELLA È UN MUNICIPIO DEVOTO A ROMA

COSA HAI INTENZIONE DI FARE? HO SCRITTO UNA LETTERA

LO PORTO AGLI ATELLANI COSÌ SAPRANNO!

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INTANTO AD ATELLA ERA SUBENTRATO UN NUOVO PROBLEMA.

DIMINUISCONO LE ENTRATE

CI VOGLIONO TOGLIERE IL TERRENO NELLE GALLIE

I MESSAGGERI ATELLANI GALOPPARONO VELOCI PER ROMA. CICERONE COME SEMPRE CI AIUTERÀ

SI È VERO. MANDIAMO DEI NOSTRI MESSAGGERI A ROMA DA LUI CHIEDIAMO AIUTO A CICERONE

VOGLIONO TOGLIERCI UN’ ENTRATA IMPORTANTE

SCRIVO SUBITO A CLUVIO!

QUESTA LETTERA FARÀ EFFETTO

UHM... NELLA STANZA ACCANTO HO UN REGALO PER GLI ATELLANI

44 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


cicerore e gli atellani

CICERONE GUIDA GLI AMBASCIATORI ATELLANI NELLA STANZA VICINA.

ECCOLO IL MIO REGALO PER ATELLA

L’HO FATTO SCOLPIRE IN GRECIA.

MA È STUPENDO!

ERA UNA TESTINA DI DONNA IN MARMO, DALLE FATTEZZE DELINEATE DA MANI ESPERTE.

QUANTO È BELLA! GLI ATELLANI SAPRANNO APPREZZARLA E CUSTODIRLA.

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SAPPIATE CUSTODIRLA

È UN DONO CHE FACCIO ALLA CITTÀ

NON PREOCCUPARTI. CI PENSIAMO NOI CICERONE

GRAZIE

CUSTODITA E PROTETTA IN UN CARRO VENNE TRASPORTATA AD ATELLA. LA PORTEREMO NEL FORO

ATELLANI QUESTO DONO È DEL NOSTRO AMICO CICERONE

46 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

È BELLISSIMO!


cicerore e gli atellani

GLI ATELLANI ANDARONO A VEDERLA DA VICINO. L’HA FATTA SCOLPIRE IN GRECIA

È PERFETTA!

DOVE LA CONSERVEREMO?

IN UN POSTO BEN PROTETTO!

DIVENTERÀ UN EMBLEMA DI QUESTA CITTÀ

LA DOBBIAMO PRESERVARE PER I POSTERI!

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E

lio Donato, un grammatico romano del IV secolo d.C., nella sua famosa opera Vita di Virgilio scrive di un incontro molto importante avvenuto ad Atella, nell’anno 29. a.C., fra due grandi personaggi della storia romana: il futuro imperatore Ottaviano Augusto e il mantovano Publio Virgilio Marone, uno dei più famosi poeti dell’antichità classica. Nella sua opera, Donato narra che Ottaviano Augusto, dopo la vittoriosa battaglia navale contro Antonio, svoltasi nelle acque greche di Azio, mentre ritornava a Roma si fermò ad Atella per curarsi da un improvviso mal di gola. In questa occasione ebbe modo di conoscere Virgilio che spesso amava soggiornare a Napoli per il suo clima mite. Uomo appassionato di lettere oltre che abile condottiero, Augusto si circondava di poeti e scrittori che proteggeva e sosteneva nella loro produzione artistica. In quest’azione di difesa e divulgazione della cultura era collaborato da Mecenate, suo influente consigliere e amico, persona colta e raffinata, che aveva formato un circolo di intellettuali e artisti per contribuire a elevare il tono della vita letteraria e culturale di quel periodo. Approfittando della sosta forzata ad Atella, Mecenate organizzò per il suo principe la lettura dei versi delle Georgiche, opera appena composta da Virgilio che proprio in quel periodo si trovava a soggiornare presso la collina partenopea di Pausillipon da cui godeva di una splendida vista sul golfo, preziosa per la sua ispirazione poetica. Virgilio, che faceva parte del circolo di Mecenate, era già famoso per aver composto proprio a Napoli le Bucoliche, una raccolta di poesie di argomento pastorale. Attraverso la via Atellana, Mecenate fece venire appositamente Virgilio ad Atella e qui in una ricca domus atellana, davanti a Ottaviano, in quattro giorni, si alternò con il sommo vate nella lettura delle Georgiche. Il futuro imperatore rimase colpito dalla bellezza dei versi di questo poema che elogiava il valore dell’agricoltura, della coltivazione della vite, dell’ulivo, dell’allevamento e dell’apicoltura come metafora di un’ideale società umana. Dunque, Ottaviano Augusto proprio ad Atella ascoltò in anteprima, per bocca dello stesso Virgilio, i magnifici versi delle Georgiche, uno dei capolavori della letteratura latina e forse l’espressione più alta della poesia virgiliana. Questo incontro abilmente organizzato dal colto Mecena-

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virgilio ad atella

te, protettore di Virgilio, permise al potente uomo politico e futuro imperatore di conoscere quest’ultimo e di rendersi conto del suo talento ineguagliabile, che lo porterà, da quel momento in poi, a una forte ascesa fino alla scrittura dell’Eneide, poema epico composto da dodici libri scritto su commissione dello stesso imperatore Ottaviano Augusto e considerato un’opera monumentale alla stregua dell’Iliade di Omero. Le Georgiche vennero scritte da Virgilio in quattro libri che, apparentemente, sembrano avere una certa autonomia tematica fra loro ( i primi due parlano di una natura inanimata come campi ed alberi, i secondi due parlano di una natura viva quali api e bestie). In realtà non sono affatto slegati ma sono strettamente collegati da una pianificazione complessiva e da continui rimandi interni. Anche nelle Georgiche, così come avvenuto in precedenza per le Bucoliche, gli studiosi parlano di un vero e proprio poema che ha una precisa funzione didascalica poiché attraverso il racconto della coltivazione dei campi in effetti tende ad esaltare l’agricoltura come palestra di virtù civili e partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Inoltre le Georgiche sono la prima opera che celebra le bellezze paesaggistiche dell’intera penisola: nell’opera virgiliana è celebrata tutta l’Italia e non solo una parte di essa. Nei quattro libri dell’opera viene decantata sia la bellezza del nord Italia che la fecondità dei campi del sud, sia la sontuosità dei fiumi del centro Italia sia la bontà dei frutti della magna Grecia. Da tutti le Georgiche vengono considerate un vero e proprio inno all’Italia intera quale terra fertile e ricca di eroi. Il poeta Virgilio morì a Brindisi nel 19 a.C. di ritorno da un viaggio in Grecia. Si racconta che prima di morire egli raccomandò a due suoi amici di bruciare il manoscritto dell’Eneide in quanto non lo riteneva perfetto. I suoi amici invece lo consegnarono all’imperatore Ottaviano il quale, colpito dalla bellezza dei versi, ordinò che la volontà del poeta non fosse eseguita e fece pubblicare l’opera. I resti del poeta vennero poi trasportati a Napoli dove furono custoditi sulla collina di Posillipo. Sulla sua tomba venne posto il celebre epitaffio: «Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces » ovvero: « Mi generò Mantova, la Calabria mi rapì: ora mi custodisce Partenope; cantai i pascoli, i campi, i condottieri». L’incontro di Virgilio e di Ottaviano Augusto ad Atella venne

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favorito in realtà dalla posizione geografica della città. Infatti chi da Roma, per Capua, andava a Napoli era obbligato a passare per Atella in quanto la via Appia si estendeva fino a Capua e, da qui, per Napoli non esisteva altra strada che la via Atellana. Inoltre, Atella si trovava a uguale distanza (nove miglia) da Capua e da Napoli nel cuore della Campania felix e spesso l’imperatore Ottaviano Augusto vi soggiornava. Secondo lo storico Eutropio, vissuto nel III secolo d.C. e autore dell’opera Breviarum ab urbe condita, un compendio della storia romana dalla sua fondazione fino al III secolo, Augusto sarebbe morto ad Atella. Infatti egli scrive: «Octavianus Augustus Roman rediit, duodecim anno, quam consul fuerat. Ex eo rem publicam per quadraginta et quattuor annos solus obtinuit. Ante enim duodecim annis cum Antonio et Lepido tenuarat. Ita ab initio principatus eius usque ad finem quinquaginta et sex anni fuerunt. Obiit autem septuagesimo sexto anno morte communi in oppido Campaniae Atella. Romae in campo Martio sepultus est, vir, qui non immerito ex maxima»1. Ciò conferma che i contatti fra l’imperatore e la citttà di Atella dovettero essere frequenti anche perché Ottaviano Augusto era un appassionato di teatro. Sotto Augusto, inoltre, il territorio di Atella e Acerra venne centuriato e le due città furono quasi completamente ricostruite e abbellite con una disposizione allineata ai decumani della centuriazione.

1 EUTROPIO. Brev. ab urbe cond. VII, 8

50 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA


VIRGILIO HAI SCRITTO UN ALTRO CAPOLAVORO PER ROMA?

virgilio ad atella

OTTAVIANO DI RITORNO DALLA BATTAGLIA DI AZIO SI FERMA AD ATELLA.

COME È BELLA!

HO SCRITTO LE “GEORGICHE” . LE VUOI SENTIRE?

QUESTO POETA VIRGILIO SCRIVE DAVVERO BENE!

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VIRGILIO CONTINUÒ IL GIORNO DOPO IN UNA CASA DI UN RICCO PATRIZIO ATELLANO.

QUESTO MOSAICO È DAVVERO BELLO

IL FUTURO IMPERATORE ASCOLTAVA CON ATTENZIONE MENTRE LA MUSICA ALLIETAVA I VERSI DEL POETA.

BRAVO VIRGILIO ECCO HO TERMINATO

52 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

GRAZIE OTTAVIANO PER AVER ASCOLTATO IL MIO LAVORO AD ATELLA


virgilio ad atella

GRAZIE ATELLANI PER LA BELLA OSPITALITÀ

OTTAVIANO DOPO QUATTRO GIORNI LASCIÒ LA CITTÀ DIRIGENDOSI A ROMA.

QUEL VIRGILIO È BRAVO

CHE CULTURA HA OTTAVIANO

SUI GRADONI DELL’ANFITEATRO ATELLANO NON SI PARLAVA D’ALTRO.

SECONDO ME DIVENTERÀ IMPERATORE DI ROMA

SPERIAMO! COSÌ SI RICORDERÀ DI ATELLA E DI VIRGILIO

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A

tella è famosa in tutto il mondo per le sue fabulae: rappresentazioni sceniche di carattere popolare, nelle quali gli attori recitavano con il viso coperto da maschere, interpretando personaggi che nel corso della recita si distinguevano per un aspetto caratteriale ben definito. La presenza di numerose evidenze archeologiche rinvenute in ambiente osco-campano, quali dipinti e statuine, dimostra come questo genere di farsa giocosa fosse molto diffuso presso questo popolo della Campania. Nelle atellane, che venivano chiamate anche Ludi Osci, i personaggi principali erano quattro e venivano anche definiti personae oscae in riferimento all’origine osca della città di Atella. Essi erano: Maccus, il servo sciocco, dal carattere bonaccione, sempre nei guai, dotato di una fame atavica e pertanto mosso dall’unica aspirazione di mangiare, eterno innamorato, sbeffeggiato, dotato di un naso a becco e testa appuntita, è un antenato del moderno Pulcinella; Pappus, il vecchio, l’avaro, il proprietario terriero ricco e libidinoso, è un babbeo ambizioso spesso imbrogliato dagli altri, in particolare dalle donne per la sua stupidità e per la sua avarizia; Dossennus, il furbo con la gobba, mago, imbroglione, finto sapiente, pseudofilosofo, sempre alla ricerca del raggiro, ciarlatano e saccente; Buccus, personaggio dalla bocca grande, è uno spaccone sempre pronto a spararla grossa, bugiardo, goffo nei movimenti, spesso affamato e ingordo. Gli spettacoli con queste quattro maschere fisse attiravano molti spettatori che accorrevano per il carattere giocoso delle rappresentazioni, nelle quali il linguaggio era pieno di allusioni, doppi sensi ed equivoci che suscitavano ilarità tra il pubblico. Non mancavano anche personaggi minori quali Manducus, dalla bocca immensa e dai grandi denti, e Kikirrus che in osco significa galletto. Quest’ultimo personaggio - da vero gallinaceo era dotato di cresta, naso e becco - è presente in un passo di un episodio delle Satire di Orazio ambientato proprio in Campania. Caratteristiche di queste commedie della fase preletteraria erano soprattutto la gestualità e la deformazione caricaturale dei più molteplici aspetti umani, in modo da indurre facilmente lo spettatore al riso. I personaggi delle atellane si muovevano all’interno di un canovaccio molto strimin-

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le fabule atellane

zito, detto trica e messo a punto solo per dare possibilità agli attori di fare battute e creare facilmente situazioni di comicità. Per tale motivo molti studiosi ritengono le Fabule Atellane un rozzo prototipo della Commedia dell’Arte. La mimica degli attori era fondamentale e la gestualità, facilmente compresa dal pubblico, alimentava il riso. Spesso sul palcoscenico si assisteva a zuffe e litigi fra le maschere che se le davano di santa ragione fra i lazzi degli astanti. La trama dello spettacolo era solo un pretesto per creare un groviglio di situazioni in cui le maschere creavano qui pro quo finalizzati a scatenare battute a effetto. I soggetti delle commedie erano persone umili, della vita contadina o quotidiana, e le battute erano facilmente comprese dal popolino che amava tantissimo questo tipo di rappresentazioni sceniche proprio per il linguaggio colorito con cui gli attori si esprimevano. In questo periodo Atella faceva parte di una dodecapolis ossia di un insieme di dodici cittadine campane unite in una federazione con a capo la città di Capua. La diffusione delle Fabule Atellane a Roma si ebbe intorno al IV secolo a.C. dopo che i romani vennero in contatto con la cultura dei popoli della Campania, nel periodo delle guerre sannitiche, contaminandosi con i caratteri peculiari di questa terra del sud. Arrivata a Roma, questa farsa piacque moltissimo alla gioventù romana e venne subito assimilata. Tuttavia, pur latinizzandosi, essa non perse la sua identità osca, che non scomparve nemmeno quando poi nel III secolo a.C. iniziarono a rappresentarsi a Roma drammi letterari e regolari sul modello delle commedie e delle tragedie greche. In questa fase l’atellana nelle sue forme spontanee di improvvisazione veniva rappresentata al termine degli spettacoli maggiori, come commiato comico finale. Le atellane divertivano molto gli spettatori di Roma, poiché i personaggi erano sempre gli stessi e quindi, con il loro carattere e il loro costume tradizionale, si riconoscevano non appena entravano in scena e facevano ridere da subito per le loro goffe movenze. Caratteristico delle atellane era il dialogare colorito e popolare, il gioco di parole, il frainteso, l’allusione sessuale, lo scambio di persona, la parodia del carattere umano rappresentato in tutte le sue sfaccettature negative e grottesche. Lo storico Tito Livio, vissuto a cavallo del I secolo a.C., nella sua monumentale opera Ab Urbe Condita, tracciando la storia del teatro latino e della sua evoluzione, descrive come dai primitivi Fescennini, versi licenziosi recitati in occasioni

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di feste campagnole per celebrare i raccolti della terra, si sia passati poi alla Satura, una sfrenata danza al suono del flauto con scambio di battute comiche ad opera di attori che venivano detti histriones. Tito Livio scrive che poi la Satura venne completamente assimilata dalla Fabula palliata cioè la forma dotta di commedia greca recitata dagli attori di professione. Nella palliata il riso era scomparso e il gioco della recita da momento ludico era diventato arte vera e propria: gli histriones erano divenuti professionisti dell’arte del teatro. In questa fase i giovani romani lasciarono agli histriones la palliata e ripresero per conto proprio, ossia da dilettanti, la forma teatrale popolare originaria, fatta di lazzi e battute comiche. Queste rappresentazioni giocose recitate da giovani dilettanti romani dopo l’esibizione degli histriones, venivano, secondo Tito Livio, chiamate exodia, cioè farse finali, ed erano fortemente intrecciate con le fabule atellane da cui traevano origine e linfa vitale. La gioventù romana apprezzò a tal punto questo genere di rappresentazione da non lasciarla contaminare dagli histriones ossia dagli attori di professione. Per tale motivo venne emanata in quegli anni una legge che consentiva agli attori di atellane, essendo immuni dall’arte istrionica, di prestare il servizio militare, che invece veniva negato agli attori di professione. Anche le commedie del famosissimo Tito Maccio Plauto (250 a.C. - 184 a.C.), da tutti considerato il più grande commediografo dell’antichità romana, subirono certamente l’influenza delle atellanae: nei suoi testi, infatti, si ritrova intatto quello spirito pungente e vivace delle Fabulae. Non a caso il celebre commediografo volle aggiungere al suo nome Tito Plauto, anche il terzo nome, Maccio, forse in onore della maschera di Maccus, a cui era tanto legato per i suoi trascorsi giovanili di attore di atellane. Va inoltre ricordato che le atellane godettero sempre del rispetto istituzionale, tanto che quando i censori (nel 115 a.C.) decisero di espellere dalla città tutti gli attori per la tutela della dignità pubblica, fecero eccezione per gli attori delle atellane. Oltre alla fase dell’atellana preletteraria, si può documentare anche quella di un’atellana letteraria che ebbe il suo massimo splendore nel I secolo a.C. nell’età di Silla. In questi anni si cimenteranno nella scrittura delle atellane due importanti scrittori: il campano Novio e il bolognese Pomponio Bononiensis, che conferiranno a questa forma teatrale una dignità letteraria. Di questa seconda vita delle atellane ci sono rima-

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ste una settantina di titoli ed alcuni frammenti dell’attività di Pomponio (che raggiunse l’apice nell’anno 100 a.C.) e una quarantina di titoli e brevi frammenti dell’attività letteraria di Novio, che nella sua produzione letteraria fa rivivere maggiormente l’ambiente popolare campano e italico. In tutti questi documenti dell’atellana letteraria i titoli sono sempre riportati con il nome di una delle maschere seguiti da un aggettivo che rimarca il carattere comico del personaggio. Alcuni dei titoli delle commedie scritte da Pomponio sono: Maccus miles (soldato), Maccus virgo (verginello), Macci gemini (gemelli), Bucco auctoratus (mercenario), Pappus agricola (agricoltore), Pappus praeteritus (trombato alle elezioni) e inoltre, Verres aegrotus (il porco ammalato) e Sponsa Pappi (la fidanzata di Pappo). Fra i titoli di Novio ritroviamo invece: Bucculus, Maccus copo (tavernaio), Maccus exul (esule), Duo Dossenni (i gemelli), Fullones feriati (i lavandai in festa). Come si vede, protagonisti sono di preferenza il popolino e la gente di campagna in tutti i loro aspetti di vita quotidiana, frequenti inoltre sono i titoli che si riferiscono ad animali, a lavori umili, spesso alla politica. La lingua con cui questi due scrittori facevano parlare i loro personaggi ha una forte tendenza al popolaresco e al linguaggio colorito della plebe. Questo tipo di linguaggio, elogiato anche da Cicerone per le battute ad effetto, consentiva giochi di parole, metafore espressive, doppi sensi e sberleffi linguistici di ogni tipo che si traducevano in una comicità immediata. I frammenti di versi rimastici fanno capire come i buffi personaggi delle commedie di Novio e Pomponio, anche alle prese con i problemi della vita quotidiana, riuscivano a far ridere i romani con esilaranti battute in cui spadroneggiava il realismo. Questi frammenti, caratterizzati da detti salaci, lasciano intravedere trame teatrali che investono anche temi piccanti, come adulteri o incesti, e consentono di ricostruire l’ambiente di questa tipica farsa che ebbe non poco successo nel mondo romano e che non fu affatto uno spettacolo di infimo ordine, se è vero che diventò di moda anche in ambienti di alto livello. Il fatto che lo stesso Silla prese a scrivere atellanae, delle cui rappresentazioni si sarebbe dilettato specie durante il ritiro in Campania, è una testimonianza delle forte diffusione di questa forma teatrale presso tutti gli strati della popolazione. Con il tempo poi, i gusti teatrali del pubblico cambiarono e questo tipo di farsa iniziò a scomparire dai palcoscenici. Nel periodo di Ottaviano Augusto imperatore

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ci fu un tentativo di ripresa ma ormai le atellane si avviavano al tramonto definitivo, sia perché il pubblico prediligeva il mimo e il pantomimo che per la crescente mancanza di attori dilettanti in grado di gareggiare con i professionisti greci. Durante il periodo di Tiberio e Nerone alcuni attori, attingendo allo spirito mordace delle atellane, si spinsero a fare forti allusioni contro illustri personaggi e per questo pagarono con la vita i loro attacchi. Si narra addirittura che Caligola fece bruciare a fuoco lento un poeta che aveva avuto l’ardire di alludere a lui in versi ambigui. Lo scrittore romano Petronio, arbitro di eleganza alla corte di Nerone, nel suo celeberrimo Satyricon scrive di attori teatrali pagati per recitare le atellane al fine di allietare i commensali nella famosa cena di Trimalcione, dando testimonianza indiretta dell’esistenza ancora in vita di questa forma teatrale nel I secolo d.C.. Alcuni sprazzi di vitalità delle atellane si hanno anche nell’età di Adriano e poi con Marco Aurelio, il filosofo imperatore che amava leggere le opere di Novio. Nel Medioevo, quando accanto al dramma religioso si sviluppa un teatro polare profano, si vede in esso un riverbero delle fabule e del loro spirito. Infine, si è già accennato a come la nascita della Commedia dell’Arte appaia a molti studiosi come un’evoluzione naturale delle atellane. Di certo la fabula rimane una precorritrice della nostra Commedia dell’Arte e di analoghe forme di teatro popolare Le analogie sono davvero forti e significative: la Commedia dell’Arte come l’atellana disponeva di maschere fisse ed era frutto di improvvisazioni di attori in base a un semplice canovaccio. In entrambe le forme teatrali si recitava a soggetto dando vita a storie di beffe e a situazioni di scambi ed equivoci e per questo nei personaggi tradizionali della Commedia dell’Arte, non è difficile intravedere lo spirito delle maschere atellane. Oltre alla discendenza di Pulcinella da Maccus, secondo molti autori teatrali il predecessore più illustre di Pantalone è il personaggio di Pappus, il vecchio babbeo schiavo del denaro al punto di lasciare che i suoi servi muoiano di fame piuttosto che corrispondere alle loro richieste. Come il personaggio delle atellane anche Pantalone suscitava il riso per la sua incredibile avarizia e per le storie d’amore in cui era immancabilmente coinvolto. Se era sposato, era in perenne conflitto con la moglie giovane e carina; se celibe, flirtava con ragazze giovani che inevitabilmente si prendevano gioco di lui, ricalcando così le caratteristiche tipiche del Pappus delle atellane.

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MA NON TROVO L’ISPIRAZIONE

le fabule atellane

ALLORA QUANDO SCRIVERAI LA PROSSIMA FABULA?

PRESTO PERCHÈ ENTRO UN MESE DEVE ANDARE IN SCENA.

USCIAMO NELLE STRADE, RESPIRIAMO L’ARIA DI ATELLA VEDRAI CHE TUTTO CAMBIA!

SOLO PASSEGGIANDO FRA QUESTE STRADE RIESCO A TROVARE ISPIRAZIONE PER LE MIE COMMEDIE

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LE ATELLANE ERANO UNO SPETTACOLO MOLTO SEGUITO E APPREZZATO.

MACCUS LA TUA TESTA È VUOTA COME LA MIA PANCIA

TI SBAGLI BUCCUS, DICI SCIOCCHEZZE GRANDI COME LA TUA BOCCA

IL PUBBLICO RIDEVA E AMAVA LE MASCHERE ATELLANE.

BIS

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BRAVI!


le fabule atellane

AD ATELLA IL TEATRO ERA UNA PASSIONE CONDIVISA DA TUTTI.

EHI AMORE MI PORTI A TEATRO STASERA?

CERTO TESORO. ANCH’IO HO VOGLIA DI FARMI QUATTRO RISATE CON MACCUS

CHE BELLO STASERA INDOSSERÒ L’ABITO NUOVO CHE HO COMPRATO!

EHI MACCUS SEI PIÙ LARGO CHE LUNGO!

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DAMMI DUE BIGLIETTI PER IL TEATRO

FRA POCO VIENE BUCCUS

SIATE EDUCATI!

62 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

EHI DOSSENUS COSA NASCONDI NEL GOBBO?!

FALLO VENIRE LO PRENDO A PEDATE

IL PUBBLICO SUGLI SPALTI RIDEVA A CREPAPELLE.


QUANDO SI RECITAVANO LE FABULE TUTTI ACCORREVANO. LE RISATE ERANO ASSICURATE. NON SENTO!

IL PUBBLICO ANDAVA IN DELIRIO PER QUESTE RAPPRESENTAZIONI TEATRALI.

le fabule atellane

NELL’ANFITEATRO ATELLANO I POSTI A SEDERE ERANO TANTI.

SEI STUPIDO?!

MACCUS ERA IL BENIAMINO DEL PUBBLICO.

LA MIA PANCIA BRONTOLA!

MACCUS, LA TUA FAME DIVORA GLI ALTRI, HO PAURA!

MACCUS, PAPPUS, BUCCUS, DOSSENUS INSIEME DIVERTIVANO IL PUBBLICO CON LE LORO BATTUTE.

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LA MASCHERA DI MACCUS AVEVA UN NASO PROMINENTE.

LA MASCHERA DI BUCCUS AVEVA UNA GRANDE BOCCA.

LA MASCHERA DI PAPPUS RAPPRESENTAVA UN VECCHIO.

LA MASCHERA DI DOSSENUS AVEVA FRONTE AMPIA E OCCHI INCAVATI.

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BUCCUS ERA IL CHIACCHIERONE.

PAPPUS ERA IL VECCHIO AVARO.

DOSSENUS ERA IL FURBO CON LA GOBBA.

le fabule atellane

MACCUS ERA IL SERVO BONACCIONE.

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A

tella, geograficamente equidistante da Napoli e da Capua, fu per molti secoli una città autonoma della Campania e poi una fiorente cittadina dell’impero romano, dotata di una rigogliosa vita commerciale e di una imponente influenza politica. Per questi motivi annovera non pochi personaggi illustri che hanno avuto un ruolo di rilievo nel panorama storico del loro tempo. Fra essi ricordiamo Gneo Magio che, appartenente a un ramo collaterale di una nobile e potente famiglia capuana trapiantata ad Atella, ricoprì la carica di meddix tuticus durante l’alleanza con Annibale. Questa era una carica pubblica di grande importanza, corrispondente a un sommo magistrato con funzioni di coordinamento della federazione di dodici città alleate. Oltre a Gneo Magio, fra i cittadini illustri di Atella, vanno certamente annoverati anche Mellonia e Caio Celio Censorino. La bella matrona Mellonia nacque ad Atella da una ricca famiglia, fedele al proprio marito che era lontano per affari, si negò alle voglie di Tiberio, gaudente e voluttuoso imperatore romano che spesso trascorreva i suoi ozi nell’isola di Capri. Per vendicarsi del rifiuto di Mellonia, l’imperatore la fece falsamente accusare di adulterio. La virtuosa donna pur di non macchiarsi di quest’infamia preferì togliersi la vita. Altro insigne atellano fu il senatore Caio Celio Censorino, vissuto nel III secolo d.C.. Egli ricoprì importanti cariche (tra le quali si ricordano i titoli di comite dell’imperatore Costantino, consolare della Campania, esattore e curatore della via Latina) e contribuì notevolmente allo sviluppo urbanistico di Atella, ornandola di splendidi edifici pubblici e migliorandone la viabilità interna. La gens atellana gliene fu molto grata e per celebrarne la magnanimità gli dedicò un bassorilievo marmoreo, sormontato da una statua, in cui venivano ricordati i suoi titoli e i suoi meriti insigni. Vi è infine da menzionare Vestia Oppia, una donna atellana abitante in Capua, citata da Tito Livio nella sua opera Ab Urbe Condita per aver salvato tanti soldati romani dalla fame. Questa donna si prodigò molto per portare cibo ai prigionieri romani dopo che essi erano stati catturati da Annibale e rinchiusi a Capua. La stessa, poi, insieme ad un’altra donna di Capua di nome Faucola Cluvia, fece molti sacrifici agli dei per la vittoria del popolo romano contro i cartaginesi. Il Senato romano, dopo la vittoria contro Annibale, decise che i campani tutti, tranne

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i personaggi atellani

queste due donne, erano nemici dei romani al pari dei cartaginesi e per questo motivo decretò che si restituissero i beni e la libertà solo a Vestia Oppia Atellana e a Faucola Cluvia. I senatori decisero anche che se le due donne avessero desiderato un altro premio dal Senato non dovevano fare altro che recarsi a Roma e chiederlo. A molti atellani che invece avevano parteggiato per Annibale furono confiscati i beni, altri vennero rinchiusi in prigione, ad altri ancora fecero distinzione fra ciò che si poteva confiscare e ciò che si poteva lasciare in loro possesso. Il Senato romano dispose poi che i capuani, gli atellani e i calatini fossero liberati a patto che nessuno di loro restasse cittadino romano e decretò che si vendessero i beni di tutti quelli che esercitassero qualche carica pubblica in Capua, in Atella e in Calatia. Decisero, altresì, di rimettere alla decisone del Collegio dei Pontefici la scelta su quali fra le statue in bronzo sequestrate a Capua e ad Atella fossero sacre e quali profane. Infine siccome Atella, fra la fuga di quelli che avevano seguito Annibale a Thuri, la perdita di quelli che erano morti in battaglia, i dispersi e i deportati, restava ormai spopolata, ordinarono che i nocerini fossero trasferiti ad Atella per ripopolarla.

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TUTTI STIMAVANO CAIO CELIO CENSORINO. OGGI VADO AL COMIZIO ELETTORALE DI CENSORINO

IN CITTÀ NON SI PARLAVA D’ALTRO.

HAI SENTITO DI CENSORINO COME SI PARLA BENE?

SI! È DAVVERO BRAVO

VENGO ANCH’IO

FARÒ ANCORA PIÙ BELLA LA NOSTRA ATELLA LO ELEGGIAMO SENATORE, LO MERITA!

BRAVO!

LO FARÒ. DATEMI TEMPO

MOLTI ATELLANI STIMAVANO IL SENATORE E SI RECARONO DA UNO SCULTORE FAMOSO PER FARGLI UN REGALO!

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VOGLIAMO FARGLI UNA STATUA E UNO SCRITTO SU MARMO


i personaggi atellani

DOPO UN MESE SI RECARONO DALLO SCULTORE.

VI PIACE?

IL NOSTRO CENSORINO MERITA DI ESSERE ETERNATO!

È MOLTO BELLA! LO MERITA

LA STATUA E LA SCRITTA VENNERO INAUGURATE POCO DOPO.

BELLA!

GLI VOGLIONO TUTTI BENE!

CON QUESTO MARMO, VERRÀ RICORDATO IN ETERNO.

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L’IMPERATORE TIBERIO VIVEVA UNA VITA DISSOLUTA E PIENA DI SVAGHI. VOGLIO DIVERTIRMI!

MELLONIA ERA UNA BELLISSIMA MATRONA ATELLANA, DONNA PUDICA E FEDELE AL MARITO. SONO ATELLANA E SONO ORGOGLIOSA!

L’IMPERATORE TIBERIO VOLEVA PER FORZA POSSEDERE LA BELLA MELLONIA. TU DEVI ESSERE MIA!

NO! SONO FEDELE A MIO MARITO.

TI FARÒ INCOLPARE DI ADULTERIO!

DAVANTI AL RIFIUTO DI MELLONIA LA MINACCIÒ.

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LA NOBILE ATELLANA PREFERÌ TOGLIERSI LA VITA PIUTTOSTO CHE SUBIRE L’INGIURIA DELL’IMPERATORE.


MONUMENTI

i personaggi atellani

ATELLA ERA PIENA DI GRANDI E IMPORTANTI.

I TEMPLI ADORNAVANO LE PIAZZE PRINCIPALI.

IMPONENTE ERA L’ANFITEATRO, VERO ORGOGLIO DELLA CITTÀ.

LE STATUE ERANO COLLOCATE AGLI ANGOLI DELLE STRADE.

IL FORO ERA CIRCONDATO DA UNA DOPPIA FILA DI COLONNE.

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C

on il teatro romano la maschera diviene per gli attori uno strumento professionale, caratterizzando fortemente la scena teatrale. Grazie alla maschera un attore riusciva a interpretare più di un personaggio senza farsi riconoscere dal pubblico. Spesso i lineamenti della maschera erano adattati al personaggio che l’attore doveva rappresentare: in tal modo lo spettatore era facilitato nella distinzione dei personaggi e nella comprensione della trama. La maschera era più grande della faccia dell’attore perché con questo espediente tecnico essa riusciva, tra l’altro, ad amplificare la voce dei recitanti. Anche nella messa in scena delle Fabulae Atellanae gli attori erano diversificati da una maschera dai tratti caratteriali ben delineati e quindi facilmente riconoscibili dal pubblico. Lo spettacolo si articolava in scenette comiche ma realistiche, piene di doppi sensi e basate sul contrasto fra tipi fissi, quali il padrone avaro e il servo geloso, il contadino sciocco e il passante intelligente, il vecchio innamorato e il giovane rivale, il ricco sazio e il povero affamato. Tra la maschere atellane, Maccus è senza dubbio la più famosa e anche la più apprezzata dal pubblico. Ecco perché compare in buona parte delle rappresentazioni atellane e ispira il titolo di molte di esse. Maccus era un personaggio dal carattere ben preciso, un ghiottone sempre innamorato, poco coraggioso, spesso sbeffeggiato e malmenato, facilmente trascinabile nei guai. Questi tratti caratteriali si riscontrano inequivocabilmente anche nella maschera di Pulcinella tanto da far aver fatto maturare in molti eminenti studiosi la convinzione che la maschera napoletana discenda dal Maccus delle fabulae atellanae. Anche nell’abbigliamento v’è consonanza fra le due maschere: entrambe indossano un vestito bianco e Pulcinella porta sul viso una maschera molto simile a quella di Maccus. Tra l’altro, il grammatico latino del II secolo d.C. Fèsto Sesto Pompeo, autore di un dizionario enciclopedico in cui sono raccolti dati sulla storia di Roma, aveva definito il Maccus delle atellane mimus albus proprio in virtù del vestito bianco che portava in scena. Il grande filosofo e scrittore romano di scuola platonica Lucio Apuleio (125 d.C. - 170 d.C.) sosteneva invece che il nome Maccus derivasse dal greco maccaon che vuol dire finto sciocco. Ancora oggi in dialetto napoletano con il dispregiativo maccarone si addita infatti una persona sciocca. Il Maccus, come Pulcinella, è scimunito, ingordo, ladro, astuto nell’arte

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da maccus a pulcinella

di piacere ai grandi, pronto a cambiare opinione nello spazio di un minuto. Il primo a parlare della derivazione di Pulcinella dal Maccus fu il letterato e scrittore musicale fiorentino Giovan Battista Doni (1595 - 1647) che in un suo testo paragonò il linguaggio osceno di Pulcinella a quello di quei «matti e stolti buffoni che nell’atellana si chiamavano Macci»1. Il Doni, dall’alto della sua autorità, in tal modo diede inizio a una teoria fortemente condivisa sull’origine di Pulcinella. Il famoso antiquario e archeologo romano Francesco de’ Ficoroni (1664 - 1747), autore di diverse opere sulle arti figurative, sul teatro e le sue maschere, sosteneva addirittura nei suoi scritti che Pulcinella non era altro che il Maccus delle atellane a cui era stato mutato solo il nome. E ancora, il filosofo e scrittore tedesco Wilhelm Friedrich von Schlegel (1772 - 1829), autore nel 1815 del volume Storia della letteratura antica e moderna, riconobbe nelle atellane le radici della Commedia dell’Arte italiana e citò nei suoi scritti la figura somigliante a Pulcinella rinvenuta negli affreschi di Pompei con sotto la scritta civis atellanus, avvalorando dunque ancor di più la teoria dell’evoluzione del Maccus in Pulcinella. Nel 1727, durante uno scavo, in un giardino sito presso la chiesa di santa Maria Maggiore, sul colle Esquilino a Roma, fu rinvenuta una statuina in argento di epoca romana, priva delle braccia, ritenuta dall’archeologo Anton Francesco Gori (1691 - 1757) il Maccus atellano. A causa della forte somiglianza con Pulcinella, i maggiori studiosi del tempo ritennero di aver trovato, con tale statuetta, la prova definitiva dell’origine di Pulcinella dal Maccus. Questo ritrovamento fece grande scalpore e rappresentò una sorta di consacrazione definitiva dell’origine atellana della moderna Commedia dell’Arte e delle sue maschere. Caratteristiche particolari di questo Maccus-Pulcinella erano la testa rasa, il naso adunco, le gobbe davanti e di dietro e i socci, calzature classiche della commedia costituite da una specie di pantofole prive di lacci. Tale statuetta, oggi conservata nel Metropolitan Museum di New York, fornì per la prima volta un riscontro visivo ad analogie e corrispondenze da tempo individuate, configurandosi come la prova decisiva per l’identificazione della maschera napoletana con quella atellana, tanto da essere considerata il prototipo di Pulcinella. Il marchese Alessan1 G. B. Doni, De’ trattati di musica, raccolti e pubblicati da A. F. GORI, Firenze 1763.

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dro Gregorio Capponi (1683 - 1746), esperto collezionista di antichità, acquistò la statuetta. Nel nel suo diario in data 27 febbraio 1727 scrisse che la statuetta, che gli era stata consegnata dal signor Francesco Polassi antiquario, era alta quasi mezzo palmo e rappresentava un Mimo con la maschera del vero Pulcinella, con denti ed occhi d’argento. Inoltre annotò che la statuetta aveva una gobba davanti e una di dietro2. Archeologi e antiquari del tempo affermarono che si trattava del vero Pulcinella e in un’apposita scheda sottolinearono la presenza nella statuetta di particolari che richiamavano la figura del Pulcinella: le zanne o globetti di argento ai due angoli della bocca, la doppia gobba, avanti e indietro, la testa rasata, il naso adunco e i piedi coperti soltanto da leggeri sandali. Richiamarono la derivazione del nome Pulcinella dal Pullus gallinaceus di Aelius Lampridio, storico romano del III secolo, e conclusero: «Itaque Maccus vetere lingua osca, et Pullicinella voce italica ex dialecto Campaniae deducta, unum et idem sunt»3. Il cardinale Melchiorre Polignac (1661 - 1741) ordinò una copia del reperto e la inviò a Luigi Riccoboni (1676 - 1753), attore e autore di numerose commedie, oltre che di una monumentale opera dal titolo Histoire du Théatre Italien (pubblicata a Parigi nel 1728), ritenuta una preziosa fonte di notizie sulla genesi della Commedia dell’Arte. Riccoboni fece parte di quelle famiglie di comici italiani che girarono per la Francia nella seconda metà del Seicento mettendo in scena commedie anche presso la corte del re di Francia. Riccoboni, convintosi della provenienza atellana della maschera partenopea, pubblicò nel 1731 la stampa della statuetta dell’Esquilino nel secondo volume della Histoire du Théatre Italien, diffondendo ancora di più fra gli studiosi la tesi dell’origine atellana del Pulcinella. Il grande Johann Wolfgang von Goethe (1749 - 1832) nel suo celeberrimo Viaggio in Italia scrive in merito al suo arrivo a Napoli: «tutto il popolo è di spirito vivacissimo ed è dotato di un intuito rapido ed esatto; il suo linguaggio deve essere ricco di immagini, le sue trovate acute e mordaci. Non per nulla l’antica Atella sorgeva nei dintorni di Napoli e come il suo prediletto Pulcinella continua ancora gli scherzi atellani, così il popolino si appassiona ancora adesso ai 2 Cfr. F.Pezzella, Maccus presunto progenitore di pulcinella, I.s.A. anno XXX n° 126/127- sett. dic. 2004. 3 A. Montano, Pulcinella. Dal mimo classico alla maschera moderna, Napoli 2003.

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suoi lazzi»4. Il professore Bernardo Quaranta (1796 - 1867), titolare della cattedra di Archeologia e Letteratura Greca presso l’Università degli Studi di Napoli, era dell’opinione che il Maccus avesse molti punti in comune con Pulcinella e pertanto riteneva che quest’ultima fosse diretta emanazione della maschera atellana. Sebbene Bernardo Davanzati (1529 - 1606), erudito e storico, autore di una memorabile traduzione degli Annali di Tacito, nelle note al suo testo avesse paragonato gli zanni, ossia i buffoni della Commedia dell’Arte, ai personaggi delle atellane, la questione relativa al rapporto fra Pulcinella e le atellane ebbe un forte impulso nel 1897 in seguito alla pubblicazione di Albrecht Dieterich (1866-1908) dal titolo Pulcinella. Pompejanische Wandbilder und römische Satyrspiele5. Con questo libro l’autore, che era un archeologo e un filologo classico, intendeva studiare la maschera napoletana attraverso diverse testimonianze letterarie dell’antichità e alcuni reperti archeologici, in particolare i dipinti ritrovati nella Casa del Centenario a Pompei, raffiguranti scene teatrali di tipo tragico e comico. Sotto l’influsso della letteratura romantica, che prediligeva un rapporto quasi diretto tra la vita dell’antica Pompei e quella della Napoli di fine Ottocento, Dieterich commentò in maniera scientifica tutto il materiale, letterario e iconografico, che potesse legare in qualche modo i personaggi della commedia antica al Pulcinella. Da uno studio dei dipinti, l’autore stabilì un rapporto tra alcuni particolari dei costumi degli antichi comici e Pulcinella. Usò a sostegno della sua tesi il riferimento di Orazio (nella satira V del libro I) ad alcune sopravvivenze nel I secolo a.C. di forme teatrali molto più antiche. In particolare, appuntò la sua attenzione su Messio Cicirro di stirpe osca, che, con l’etrusco Sarmento, è protagonista della farsa improvvisata nella villa del giureconsulto romano L. Cocceio Nerva, all’osteria di Caudio, avamposto sannita in Campania, a poca distanza da Atella. Dieterich considerò Cicirro una maschera osca connessa alla tradizione locale della fabula e ritenne che in essa potesse essere ravvisato l’archetipo di Pulcinella. Il Cicirrus oraziano, infatti, riproduce con grafia più moderna il più antico Kikirrus, il gallo, cui onomatopeicamente rimanda e il buffone Messio Cicirro potrebbe essere tranquillamente un attore che impersona con il naso adunco a becco di pollo e qualche piumetta una maschera 4 J. W. von Goethe, Viaggio in Italia (1786 - 1788), Rizzoli, Milano 1991. 5 Leipzing, Lipsia, 1897 p. 307)

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osca ispirata al pullo gallinaceo, maschera atellana di cui ci sono giunti soltanto generici e labili indizi. Nella Istoria della antichissima città di Suessola e del vecchio e nuovo castello di Arienzo (pubblicata a Napoli nel 1778), Niccolò Lettieri (1697 - 1779) si dice «pronto a credere che i ridicoli giuochi degli antichi atellani ancor durano tra noi nel ridicolo carattere del Pulcinella; sembrandomi, che in qualche modo ancor ne dura la tradizione; se riflettiamo, che per lo carattere del Pulcinella ancor fingono un ridicolo, e sciocco uomo nativo dell’Acerra, che fu antichissima Città degli Osci, vicina e confinante colle città di Suessola, di Atella, tutte città dé veri antichissimi Osci tra il Volturno e il Sarno». Lettieri è convinto che gli atellani, per l’avversione che avevano per gli acerrani, «finsero per disprezzo fin d’allora il Pulcinella per uno sciocco e ridicolo uomo nativo dell’Acerra». E cita a conferma di questa ipotesi il «fortunatissimo scavo di Ercolano» in cui «tra le rarissime cose si son ritrovate molte Forme di Maschere fatte di gesso, e tra queste ve ne sono delle brutte, e ridicole a somiglianza del Pulcinella: dal che» conclude Lettieri «potrebbe forse argomentarsi, quanto antico sia questo carattere del Pulcinella dagli antichi Osci atellani forse inventato»6. Domenico Abatemarco (1796-1872), magistrato, politico e patriota italiano, in un articolo pubblicato il 9 ottobre del 1809 nello Zibaldone, un giornale stampato a Napoli, afferma, ironicamente, che dopo le prime ricerche sull’origine di Pulcinella si convinse «ch’ei nacque adulto dal cervello di Talìa, come Minerva da quel di Giove: questa uscì danzando, e questo facendo lazzi; a Giove fu mestieri che Vulcano gli aprisse il capo, ed a Talìa venne aperto dal Commendatore Silvio Fiorillo». Questo articolo giornalistico voleva deridere le posizioni di quanti credevano che la maschera di Pulcinella fosse nata dal nulla e che solo Fiorillo l’avesse inventata senza considerare le radici antropologiche e culturali della stessa. Per Abetamarco il Pulcinella di Fiorillo è personaggio già troppo definito e rifinito per essere considerato una creazione recente. E si decide a cercare «una più antica origine» capace di renderlo «mille volte più pregevole, anche se fosse men faceto». A tal proposito scrive: «Pulcinella è di Acerra, che già chiamossi Atella, città che al pari di Napoli, Cuma, Capua ed altre fu degli Oschi, ovvero Osci, popolo antichis6 N. Lettieri, Istoria dell’antichissima città di Suessola e del vecchio castello di Arienzo, Napoli, 1778, p. 117.

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simo e licenzioso della Campania. È noto che quella città si rese celebre per le sue commedie liberamente giocose, che i Romani chiamavano Atellanae Fabulae, e la di cui mercé la favella Osca si conservava in Roma, quando la nazione era di già dismessa e confusa co’ popoli vicini. Donde venne che Atellanus in latino, ed Osco in volgare vogliono dire anche buffone; perché gli Osci e gli Atellani faceano arte del far ridere. E da qui non potrebbe conchiudersi che Paolo Cinella di Acerra fu discendente legittimo, ed imitatore felice degli antichissimi celebrati buffoni di Atella, e quindi che di origine Osca sia Pulcinella, il quale da lui prese il nome?». A rafforzare l’ipotesi gli bastò considerare che Acerra, da lui erroneamente fatta coincidere con Atella, era città osca e che gli Osci erano un popolo licenzioso, inventore di commedie giocose e burlesche. Nel 1776 dagli scavi di Ercolano emerse una pittura che rappresentava una maschera che fu considerata «similissima a quella che oggidì dicesi a Napoli Pulcinella e sotto vi è scritto Civis atellanus». Così lo storico del Regno di Napoli, Lorenzo Giustiniani (1761 - 1824), nel Dizionario geografico ragionato7, riportava la notizia, senza aggiungere nessun altro particolare. In quel periodo di forti e appassionati studi sull’antichità, si tentarono di stabilire rapporti di derivazione diretta del moderno dall’antico e nacque e si consolidò un filone culturale che credeva nella persistenza nel corso della storia di fenomeni culturali identici. Agli occhi di questi studiosi il moderno appariva come l’evoluzione dell’antico. Il contemporaneo diveniva il frutto dello sviluppo evolutivo lineare e continuo di un unico momento originario da cui tutto era partito. Così, all’interno di ogni genere letterario e teatrale, dal tragico al comico, si presupponeva che il nuovo era una ripresa e riproposizione di aspetti di esperienze già vissute ma contestualizzate ora rispetto al tempo moderno. La ricerca, pertanto, doveva tentare di ricostruire i singoli momenti di questa lunga storia evolutiva. Di qui l’impegno a cercare i pezzi mancanti, le prove oggettive di questa identità sostanziale di passato e presente. Le ricerche intese a dimostrare addentellati tra la commedia moderna e quella antica continuarono interrottamente e altre scoperte archeologiche sembrano aver favorito l’ipotesi di una strettissima parentela 7 L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato, Tomo I, p. 43.

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tra le due maschere in questione. Lo storico e archeologo Giuseppe Micali (1769 - 1844), autore nel 1836 del volume Storia degli antichi popoli italiani, in merito ad una pittura trovata negli scavi di Pompei scrisse: «si avrebbero in questo dipinto le maschere di quel famoso Macco e di Bucco, legittimi progenitori del Pulcinella e del Zanni»8, ritenendo di veder raffigurata in quella pittura pompeiana una scena del Maccus miles, nota favola atellana. Qualche anno dopo, nel 1847, nel corso di un occasionale scavo per alcuni lavori di sterro nel fondo Patturelli a san Prisco, presso Capua, unitamente alle famose sculture in tufo note come Matres Matutae e a migliaia di manufatti, variamente databili, vennero alla luce alcune statuette aventi come soggetto i personaggi delle fabulae atellanae, probabilmente risalenti al IV - V secolo a.C.. Fra queste statuine capuane, che rivestono un’importanza fondamentale per la conoscenza delle maschere atellane, Maccus è riprodotto accovacciato, con un lungo vestito, la testa coperta dal caratteristico coppolone e la consueta maschera a mezzo viso che gli copre il naso adunco. Dall’area capuana, dove venne ritrovata nell’Ottocento, proviene anche la statuina di terracotta (risalente al I secolo a.C.) raffigurante il Maccus che è attualmente conservata al Museo del Louvre di Parigi. In questa scultura Maccus è riprodotto con un grosso naso aquilino, il bernoccolo sulla fronte, gli zigomi sporgenti, la gobba e un profilo oltremodo pingue, che era ottenuto dagli attori con vistose imbottiture. Del resto, figurine con la gobba e la brutta faccia di Maccus, col gran naso adunco, si vedono un po’ dappertutto nei musei italiani e per tale motivo lo storico e antiquario francese Aubin-Louis Millin (1759 - 1818), dopo una serie di spedizioni scientifiche nel sud Italia, in una famosa lettera all’accademico e filologo Louis-Mathieu Langlès (1763 - 1824), conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia, scrisse una dotta relazione in merito al rapporto di discendenza di Pulcinella dal Maccus, tracciando un bilancio complessivo a favore di questa ipotesi. Il 18 ottobre del 1872, sulle pareti di una tomba scavata a Tarquinia, fu scoperta l’immagine (realizzata da un pittore probabilmente immigrato dalla Grecia) di un attore danzante. Tale dipinto è considerato, a tutt’oggi, la più antica immagine di Maccus – Pulcinella, tanto che alla sua scoperta all’ipogeo si assegnò il nome di «tomba 8 G. Micali, Storia degli antichi popoli Italiani, ed. seconda- tomo III, Milano 1836.

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del Pulcinella». Nell’affresco la figura ha il capo coperto dal pileus, il berretto conico che si attribuisce a Pulcinella. Lo storico tedesco Theodor Mommsen (1817 - 1903), da tutti considerato il più grande studioso del XIX secolo in materia di letteratura romana, quando descriveva le Fabulae atellanae le definiva Pulzinellkomodien proprio per questa forte somiglianza fra il carattere del Maccus e quello di Pulcinella. Anche Carlo Tito Dalbono (1817 - 1880), scrittore, giornalista e critico d’arte, autore di molte pubblicazioni sulla storia e le tradizioni popolari napoletane, riteneva che a Pompei ed Ercolano era facile imbattersi in avanzi di maschere che, «con testa grande e grandi orecchie, a bocca aperta coronata talvolta di foglie»9, rappresentavano il progenitore di Pulcinella. Lo studioso e scrittore Francesco Paolo Maisto nel 1884 scriveva: «[…]senza dubbio i due caratteri principali che si riscontrano nelle atellane, quali sono il Macco ed il Buccone, somigliano molto alle odierne maschere italiane, ai nostri Pulcinella ed Arlecchino; e si può anche dire che il Pulcinella questo tipo particolare ed antico della bassa commedia napoletana sia forse un avanzo ed un ricordo delle antichissime azioni atellane[… ]»10. A testimonianza di ciò elenca un gruppo di studiosi che sostenevano tale tesi. Negli anni ‘30 del Novecento, l’archeologa Alda Levi Spinazzola (1890 - 1950), autrice di un nutrito catalogo delle terrecotte figurate del Museo Archeologico di Napoli, in riferimento a una maschera frammentata nella fronte e scrostata nel naso, ritrovata a Pompei, scrive: «per la fronte fortemente corrugata, il naso storto, l’enorme bocca aperta, mostra una grande somiglianza col caratteristico tipo di Pulcinella, e forse è il Maccus dell’antica fabula Atellana, da cui probabilmente il tipo di Pulcinella deriva»11. Ancora, il cattedratico Michele Scherillo, (1860 - 1930), professore di Letteratura Italiana all’Università di Milano, socio corrispondente dei Lincei, autore di importanti testi in materia quali Storia letteraria dell’opera buffa napoletana e La Commedia dell’Arte - studi e profili, in merito all’origine della maschera di Pulcinella scrive: «dopo tutto non è improbabile che una tradizione comica atellana 9 C. T. Dalbono, Il cantastorie e Pulcinella e la maschera napolitana, in F. De Boucard, Usi e costumi di Napoli e contorni, Napoli 1858 10 F. P. Maisto, Memorie storico-critiche sulla vita di S. Elpidio, Tipografia Festa, Napoli 1884. 11 A. Levi, Le terrecotte figurate del Museo Nazionale di Napoli,Firenze 1926.

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sia perdurata, più o meno evidente, nella Campania, fino alla comparsa del Pulcinella»12 e lo stesso non mancò di rapportare la maschera di Pulcinella anche con reperti ritrovati ad Ercolano. Dal 1873 e per molti anni seguenti a Parigi venne pubblicato, a cura dei migliori accademici di Francia, il Dictonnaire des Antiquites Grecques et Romaines, un lavoro di altissimo valore scientifico interamente dedicato alle scienze dell’antichità e da tutti consultato per l’autorevolezza delle fonti. Composto da dieci grossi volumi, raccoglieva articoli redatti dai migliori specialisti della materia dell’epoca. In tale monumentale lavoro, alla voce Atellanae Fabulae, curata dal latinista e storico francese Gaston Boissier (1823 - 1908), viene testualmente scritto: «Si ritiene generalmente che le atellane siano rimaste nei villaggi d’Italia durante gli ultimi secoli dell’impero, che si siano protratte anche nel medioevo, e che da esse sia scaturita questa commedia improvvisata (Commedia dell’Arte) che è stata a lungo tanto cara agli italiani. Questa commedia popolare ha conservato come le atellane, i suoi caratteri tradizionali e si è creduto di ritrovare Pulcinella in Maccus, Pantalone in Pappus, e il dottore in Dossenus. Tra le maschere conservate della commedia antica, o le statuette che rappresentano i comici, ce ne sono alcune che sembrano prestarsi abbastanza a tali speculazioni»13. Lo studioso Giacomo Cortese (1857 - 1937), professore di Lettere Latine presso l’Università di Torino, deputato per tre legislature, nonché sottosegretario all’Istruzione, in un suo famoso testo riteneva che il rapporto fra le atellane e Pulcinella andava ricercato anche nel colore delle maschere ossia il nero, in latino ater, da cui aterulanae, aterlanae, atellanae, in diminutivo giacché erano mezze maschere come quella di Pulcinella. Lo stesso Benedetto Croce, sebbene non sia fra i sostenitori della tesi dell’origine di Pulcinella da Maccus, riconosce: «ci sono serbati titoli di Maccus caupo, Maccus virgo, Maccus miles, Maccus gemini, cui corrispondono a cappello i moderni Pulcinella tavernaro, Pulcinella sposa, Pulcinella capitano»14. Nel 1941, il famoso archeologo Amedeo Maiuri (1886 - 1963), durante una ricognizione negli scavi di Pompei nei quartieri a sud di via dell’Abbondanza, scoprì un pannello con due fi12 M. Scherillo, Pulcinella prima del secolo XIX, Ancona 1880. 13 C. Daremberg, E. Saglio, Dictonnaire des Antiquites Grecques et Romaines, Parigi 1873, Tomo I, pp. 525-527. 14 B. Croce, Pulcinella ed il personaggio del napoletano in commedia, Loescher Editore, 1899.

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gure dipinte di saltores, uno dei quali col pileus e una mezza maschera nera sul viso alla maniera di Pulcinella. L’affresco, posto al di sotto di un più recente strato d’intonaco, potenziò la tesi dell’origine atellana di Pulcinella. A ribadire la sua intima convinzione, il Maiuri alcuni anni dopo scriveva: «È il popolo delle Atellane, del grasso e buon riso plebeo, della gioconda grottesca bonaria caricatura della vita, che ha creato l’immortale maschera di Pulcinella»15. A sostegno di questa tesi anche la professoressa Margarete Bieber (1879 - 1978), autrice di molti testi sulla storia del teatro, docente di Archeologia alla Columbia University di New York. La Bieber, nel corso della sua florida attività di studi, ha sostenuto con forza e vigore che l’origine della maschera di Pulcinella deve essere cercata nel V secolo a.C., fra i personaggi delle atellane: come Maccus portava una mezza maschera, come le maschere dei comici dell’arte indossava una camicia larga e bianca, aveva un naso lungo, la faccia bitorzoluta e il ventre prominente. Secondo il compositore e critico musicale Gian Francesco Malpiero (1882 - 1973), la specialità di Maccus era quella di imitare il canto degli uccelli e il pigolio dei polli con una specie di strumento che appoggiava alla bocca, lo sgherro, che adoperavano i burattinai greci per riprodurre la voce degli attori veri. Per tale ragione, per il suo naso a becco e la sua andatura ondeggiante simile a un pulcino, veniva anche chiamato Pullus gallinaceus. Il famoso studioso romano dell’Ottocento, Giuseppe Baracconi, in riferimento all’origine del Pulcinella ed al suo rapporto con le atellane, nel suo saggio sul teatro romano così scrive: «La satira, l’arguzia, il bisticcio e una festevolezza temperata dall’italica severità erano i caratteri delle commediole importate da Atella a Roma nei floridi anni della repubblica. Fra gli altri personaggi ridicoli che in esse operavano piacevolissimi riuscivano il Macco ed il Bucco, due tipi di amabili furbi, due dannati ghiottoni, quali ne procrea infaticabilmente la patria napolitana. Essi hanno traversato il Medioevo sulla carretta del ciarlatano o sul palco dei saltimbanchi, per identificarsi alla fine nel moderno Pulcinella, il quale, del resto, col cappuccio e con l’abito, afferma ancora la vecchia origine campana»16. Anche Giuseppe Petrai, giornalista, scrittore e autore teatrale, nato 15 A. Maiuri, Pompei ed Ercolano fra case e abitanti, Firenze 1958. 16 G. Baracconi, Rivista aneddotica del teatro romano antico, E.Pierino 1882.

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nel 1853 a Firenze, in merito all’origine di Pulcinella in una sua famosa opera scrive: «Sino dall’anno 510, i romani introdussero nei loro spettacoli il genere delle farse improvvisate, dette atellane, dalla città di Atella nella Campania dove avevano avuto origine, coi tipi principali: Macco, Bucco e Pappo, che parlavano l’osco, il greco ed il latino. Il moderno Pulcinella riunisce in sé stesso questi tre diversi caratteri, cioè un miscuglio di coraggio e di cialtroneria di sciocca vanità e di spirito tendente alla satira. Macco, personaggio osco, ha, per uno speciale carattere, l’astuzia, la satira, il disordine, come viene dal suo nome indicato, perocché la greca parola makkos, da cui è derivato, per corruzione osca, macco, significa fare il buffone, esser pazzo. Il Macco delle atellane è qualche volta simile all’Arlecchino, ma più spesso risponde alla maschera del Pulcinella. E anche Bucco è d’origine osca. Il suo carattere è un insieme di alterigia e di bassezza, di ridicolaggini e di pazzie; piacevole secondo il bisogno, impertinente secondo le circostanze»17. In tal senso si esprime anche Anton Giulio Bragaglia (1890 - 1960), regista cinematografico e saggista italiano, autore di diversi testi sulla storia del teatro, il quale scrive: «non casuali sono le analogie tra buffoni di varie epoche, e osservate dagli eruditi in favore della tesi settecentesca di far discendere le diverse rappresentazioni delle maschere di Pulcinella dalle atellane, fra loro accomunate dall’identità dei generi comici e la sorprendente somiglianza di tante particolarità praticate negli antichi teatri delle province romane, come l’improvvisazione, l’attualità dei lazzi, il prodotto locale contrapposto alle commedie imitate dai Greci, l’uso della franceschina o pivetta [membrana di legno che gli attori mettevano sulla lingua per rendere la voce sgraziata e nasale, simile a quella di un pulcino], i titoli delle farse, la fisionomia nasuta dei comici, il tipico miscuglio di prosa, canto e danza, l’uso del lupo o mezza maschera nera e la fuliggine sul viso, il capo rasato come i mimi osci, il cappello siriaco chiamato tutulus, le attrici nelle parti di donne, la spatola o il corno o la scopa usati come scettro o arma, il temperamento, la licenza del genere, nonché le regioni medesime dove nacquero le maschere»18. Per l’abate Ferdinando Galliano (1728 - 1787) l’inventore di Pulcinella sarebbe un con17 G. Petrai, Lo spirito delle maschere (storie ed aneddoti), Eoux e Viarengo, Torino 1901. 18 Bragaglia A.G., La maschera mobile, Campitelli - Foligno, 1926

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tadino della città di Acerra il cui nome era Puccio d’Aniello, da tutti era conosciuto per il suo modo di fare burlesco. Nel 1986 il professore Franco Elpidio Pezone, studioso del mondo atellano e direttore dell’Istituto di Studi Atellani, pubblica il testo Atella nel quale sostiene che Puccio non è un nome presente nella Campania e la tesi del Galliani sarebbe indimostrabile. Puccio, secondo il Pezone, sarebbe derivato da Priuccio vezzeggiativo dialettale di Elpidio, primo vescovo di Atella, fondatore di Sant’Arpino, nome molto diffuso nella zona atellana. Lo studioso Romeo De Maio, già direttore della Scuola Vaticana di Biblioteconomia, professore ordinario di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli Federico II, nel suo libro Pulcinella, il filosofo che fu chiamato pazzo (edito nel 1989 da Sansoni), testualmente scrive: «la frase dei prologhi plautini Maccus vortit barbare, significherebbe che Plauto deriva da Pulcinella, ma la legittimità del rapporto è nel fatto che la Commedia dell’Arte si nutre di lui come lui si nutrì delle atellane e si nutrono di lui i grandi autori di Pulcinella»19. De Maio, in tal modo, conferma un filo rosso che nei secoli unisce le atellane, Plauto, la Commedia dell’Arte e Pulcinella, in un percorso unico e ininterrotto nel fluire della storia. Lo scrittore e giornalista napoletano Antonio Ghirelli, nella sua Storia di Napoli edita nel 1973 da Einaudi, scrive: «Maccus, Buccus, Pappus e Dossenus anticipano di secoli le maschere della Commedia dell’Arte, perfino quella di Pulcinella»20. Viene ricordato così, ancora una volta, come la maschera partenopea affondi le sue radici in quella osca del Maccus. Uno fra i più grandi studiosi della maschera di Pulcinella, Franco Carmelo Greco (1942 - 1998), professore di Letteratura Teatrale all’Università di Napoli, nel suo libro Pulcinella maschera del mondo, scrive: «l’ipotesi di una derivazione dalle atellane e dal Maccus - per indizi e segni non casualmente presenti in alcune statuette ed incisioni - non è né immotivata né peregrina»21, rimarcando in particolare l’importanza di un’origine teatrale per la maschera napoletana. Il professore Roberto Tessari, docente di Drammaturgia Teatrale all’Università degli Studi di Torino, antropologo del teatro e autore di numerosi saggi sulle maschere del teatro ha affermato: «indubbiamente l’atellana era affidata a com19 R. De Maio, Pulcinella, il filosofo che fu chiamato pazzo, Sansoni, 1989. 20 A. Ghirelli, Storia di Napoli, Einaudi, Torino 1973. 21 F. C. Greco, Pulcinella maschera del mondo, Electa, Napoli 1990.

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pagnie d’attori i quali creavano nel tempo, accumulando un bagaglio testuale, usando l’impersonificazione della maschera, tramandate nel tempo da un’iconografia d’impatto, fino ad incontrarsi con altri elementi della storia per esempio la maschera di Pulcinella. Come la maschera di Pulcinella è un grande fantasma artistico che vive attraverso l’attore che l’ha coltivata nel tempo trasmettendola ad altri attori, così il teatro delle atellane era impostato su una scelta espressiva di questo genere, dove l’immagine doveva essere emersa dal senso religioso che tiene insieme una comunità»22, affermando così anche la valenza antropologica dell’evoluzione della maschera atellana. Il professore Giovanni Vanella, docente di Letteratura Latina presso l’Università di Napoli, sostiene che il Maccus, lo stupido, il balordo ghiottone e gran bevitore, con la sua testa appuntita, il naso prominente a becco di gallinaceo, rappresenta un antenato del nostro Pulcinella. Come personaggio del teatro della Commedia dell’Arte, Pulcinella nasce ufficialmente con una commedia di Silvio Fiorillo, commediografo, nato a Capua nel 1570 e grande attore comico teatrale che girava l’Italia e l’Europa con una compagnia di guitti. Sembra, infatti, che egli sia stato il primo attore a creare e a interpretare il personaggio di Pulcinella in un’opera teatrale dal titolo La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella, scritta nel 1609 ma pubblicata nel 1632 dopo la morte dell’autore. Dal titolo della commedia di Fiorillo si può notare come il nome originario della maschera fosse dunque Policinella. Il più famoso Pulcinella di tutti i tempi fu Antonio Petito (1822 - 1876), a cui si devono numerosissime farse pulcinellesche. Figlio di Salvatore Petito, altro grande Pulcinella, Antonio era quasi analfabeta ma lasciò il più numeroso corpus di commedie pulcinellesche, che spesso si ispiravano a temi di attualità della società napoletana del suo tempo. Dal dopoguerra a oggi, grandi attori nei panni di Pulcinella sono stati Eduardo de Filippo (1900 - 1984), Enzo Cannavale (1928 - 2011), Massimo Troisi (1953 - 1994) e Massimo Ranieri. Arriviamo così alla storia recente. Nell’agosto del 2002, il premio Nobel per la Letteratura Dario Fo, maestro indiscusso della Commedia dell’Arte, attore e regista teatrale di fama mondiale, autore di testi che attingono a piene mani dal 22 Le scene dell’identità, Atti del convegno, Febbraio 1996 - Comune di Sant’Arpino (CE), Istituto Studi Atellani.

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mondo giocoso e burlesco delle atellane, ha accettato volentieri dal Comune di Sant’Arpino il titolo di Ambasciatore nel mondo delle Fabule Atellane, a testimonianza di questo indissolubile legame storico fra le atellanae e la Commedia dell’Arte e Pulcinella una delle maschere più rinomate. Va ricordato, infine, che anche la città di Napoli ha riconosciuto l’origine atellana della sua maschera. Nel novembre 2009, infatti, l’amministrazione provinciale di Napoli e le associazioni Giovani Europa e Gli amici di Pulcinella hanno organizzato un convegno dal titolo: Pulcinella - Maccus: il tempo, i luoghi, il mito, durante il quale studiosi e artisti si sono interrogati sull’origine della maschera di Napoli. Dalle relazioni tenute è emerso che Pulcinella, come già fu per Maccus, in tutti i casi in cui viene rappresentato, indossa sempre un camicione bianco con larghi pantaloni pure bianchi, ha un cinturone nero in vita, il ventre sporgente, scarpette nere, un cappuccio bianco in testa e una grossa maschera al viso che lascia scoperta sola la bocca; ha un naso ricurvo, le rughe sulla fronte e un’espressione alquanto inquietante. Come Maccus, spesso è un servo furbo e pigro, ha una tonalità di voce stridula e acuta, cammina in maniera goffa, gesticola in modo eccessivo, ama vivere alla giornata sfruttando la sua astuzia e riesce ad adeguarsi a qualsiasi situazione che l’occasione richiede: ora è un abile impostore, ora un ladro, ora un ciarlatano oppure un povero affamato o un ricco prepotente. Come Maccus è spontaneo, semplice, simpatico, divertente, chiacchierone, dispettoso, avventuriero, generoso, malinconico, credulone, combattivo e inaffidabile. Tante e tali sono le contaminazioni che questo personaggio ha subito nel corso dei secoli, che l’attore e regista teatrale Antonio Fava, direttore della Scuola Internazionale dell’Attore Comico, maestro di Commedia dell’Arte, ritiene che Pulcinella, oltre a costituire la più importante versione meridionale dello Zanni, abbia forse troppa storia alle spalle per essere definito in un solo modo. Per il maestro Fava il vecchio Pulcinella è pirandellianamente uno, nessuno e centomila...

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NELLA CITTÀ DI ATELLA LE MASCHERE ERANO PRESENTI OVUNQUE.

NEL TEATRO SI RECITAVANO LE FABULE CON LA PRESENZA DI MOLTI SPETTATORI.

NELLE CASE, LA VITA QUOTIDIANA S’INTRECCIAVA CON QUELLA DEL TEATRO.

DIVERSE ERANO LE TIPOLOGIE DI MASCHERE USATE.

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DIVERTIRE ERA L’OBIETTIVO PRINCIPALE DEGLI ATTORI DI ATELLANE.


da maccus a pulcinella

NEI CAMERINI DEL TEATRO GLI ATTORI PROVAVANO. PRONTI A ENTRARE IN SCENA!

MASCHERE CON IL NASO LUNGO SUSCITAVANO L’ILARITÀ GENERALE.

ECCO SEI PRONTO PER LA SCENA

GLI ATTORI DI ATELLANE SI PREPARAVANO CON CURA. MACCUS ERA LA MASCHERA PROTAGONISTA. AMICI HO FAME!

MACCUS, NONNO DI PULCINELLA, PIACEVA AGLI ATELLANI. CIAO PULCINO!

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NEL 1727 NEGLI SCAVI A ROMA SUL COLLE ESQUILINO...

...VENNE RITROVATA UNA STATUETTA DEL MACCUS ATELLANO. ECCOLA!

FORZA SCAVA!

AVEVA LA TESTA RASA, IL NASO SPORGENTE E LE GOBBE.

È IL MACCUS!

NEI NEGOZI DI ANTIQUARIATO VENIVA RICERCATO COME IL MIMO ATELLANO.

IL MARCHESE ALESSANDRO GREGORIO CAPPONI NEL SUO DIARIO IN DATA 27 FEBBRAIO SCRISSE DEL SUO ACQUISTO. È L’ANTENATO DI PULCINELLA!

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da maccus a pulcinella

NEL 1731 VIENE PUBBLICATO UN LIBRO IN FRANCESE SULLA STORIA DEL TEATRO OVE SI PARLA DEL MACCUS.

ATELLA E NAPOLI SONO LEGATE DA PULCINELLA.

WOLFGANG VON GOETHE PARLA DI ATELLA NEI SUOI LIBRI. NEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI DI POMPEI ED ERCOLANO SONO TANTE LE PITTURE CHE RAFFIGURANO IL TEATRO ED IL MACCUS ATELLANO.

PULCINELLA È ATELLANO!

LO STUDIOSO DIETERICH CONSIDERA LE ATELLANE ORIGINE DI PULCINELLA.

ANCHE NELLE TOMBE ETRUSCHE DI TARQUINIA E’ RAFFIGURATO PULCINELLA.

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TOCCA A ME ORA!

IL MACCUS IN TERRACOTTA AVEVA GIÀ I CARATTERI DEL FUTURO PULCINELLA.

TRAMONTATA ATELLA, FINÌ MACCUS E NACQUE PULCINELLA.

LA PRIMA MASCHERA DI PULCINELLA ERA SIMILE A QUELLA DI MACCUS.

PULCINELLA SOSTITUÌ IL MACCUS NEL TEATRO.

MACCUS SEI VECCHIO!

90 DA ATELLA A SANT’ARPINO | ATELLA

TU SEI MIO NIPOTE!


da maccus a pulcinella

IL CARATTERE DI PULCINELLA ERA QUELLO DEL VECCHIO MACCUS.

LA MUSICA E LA FAME, L’ALLEGRIA E LA TRISTEZZA LI UNIRONO NEL TEMPO.

HO FAME!

LE DUE MASCHERE VIVONO ANCORA DOPO SECOLI.

DA ATELLA A NAPOLI, DA MACCUS A PULCINELLA, IL TEMPO SCORRE E TRASFORMA.

NEI TEATRI MODERNI SI SENTE ANCORA L’ECO DI ATELLA.

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il vescovo elpidio

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ra tutti i comuni della cintura atellana, Sant’Arpino è l’unico il cui nome sia derivato da quello di un evangelizzatore dei primi secoli del cristianesimo. Nei primi documenti ufficiali il paese viene indicato come Sanctum Helpidium oppure villa Sancti Elpidii. Questa specificità toponomastica denota chiaramente che la nascita del comune di Sant’Arpino è strettamente legata alla vita del suo santo protettore. Appare chiaro, dunque, che per una più approfondita conoscenza storica del paese occorre tener conto delle notizie, delle tradizioni e delle leggende legate al suo santo patrono. Un’impresa non facile se si considera che, per tutti gli evangelizzatori vissuti nei primi anni del cristianesimo, i documenti sono scarni e con tanti lati oscuri ancora da chiarire. Un intreccio, quello tra il santo e la cittadina, che affonda nei meandri oscuri della storia e che non è affatto facile sbrogliare. Di frequente le fonti sono contraddittorie e i tanti studiosi, religiosi e non, che nel corso dei secoli hanno scritto testi su santi e martiri, hanno ricostruito la loro vita utilizzando spesso documenti scritti per la venerazione del santo. L’agiografia, ossia la letteratura relativa ai santi iniziata con i primi secoli della Chiesa, ha raccolto e catalogato tutte le testimonianze che costituiscono la memoria dell’esistenza di un santo ma è stata fortemente caratterizzata da intenti di esaltazione delle virtù del medesimo santo, intenti che hanno talvolta falsato la veridicità dei contenuti trasmessi. Influenzata, infatti, dalle tendenze culturali delle diverse epoche, l’agiografia si proponeva soprattutto di diffondere il culto dei santi nel popolo e non


di restituire un profilo obiettivo del santo trattato. Per tale motivo, gli storici successivi hanno affrontato in modo critico lo studio dei documenti riguardanti martiri e confessori dei primi secoli della Chiesa, lavorando non poco per distinguere le fonti credibili da quelle leggendarie. Particolari difficoltà si riscontrano nel tentativo di stabilire con certezza il periodo di vita di questi primi evangelizzatori della chiesa cristiana. Una fonte importante da cui attingere notizie sono i Calendari in cui si riportava: il dies natalis, cioè il giorno della morte che per i martiri della Chiesa rappresentava l’inizio della vita, la nascita al cielo; la deposizone ossia la sepoltura del corpo secondo il rito cristiano; e, infine, la memoria cioè il ricordo della traslazione delle reliquie e l’inizio della commemorazione. Ma le notizie non sempre venivano riportate per intero tant’è vero che qualche volta andavano in contraddizione fra loro nei diversi calendari stilati. Per i martiri della Campania, una preziosa fonte è il Calendario marmoreo napoletano, un documento scritto sul marmo e riportante i costumi liturgici dell’antica Chiesa partenopea. Scolpito intorno alla metà del IX secolo, venne ritrovato in maniera fortuita nel 1742. Esso è particolarmente importante non solo per l’elenco delle feste liturgiche ordinate secondo i mesi, ma soprattutto perché indica l’antichità del culto reso ad alcuni santi, riportando anche la data di sepoltura di ventitré vescovi di Napoli. Il Calendario marmoreo celebra la memoria di sant’Elpidio il 25 gennaio con le parole: ET S. EEPIDII EPI[SCOPI]. Il gesuita belga Hippolyte Delehaye (1859 1941), eminente studioso di santi, riteneva tale iscrizione riferita all’omonimo Elpidio bizantino, celebrato anch’egli il 25 gennaio. Lo storico Domenico Mallardo (1887 - 1958), canonico del capitolo metropolitano di Napoli, docente di archeologia cristiana, autore di pubblicazioni sul Calendario marmoreo napoletano, sostiene invece che l’Elpidio in questione sia sicuramente quello atellano anche perché il bizantino non risulta essere vescovo. Altra autorevole fonte sui primi evangelizzatori sono i martirologi: testi in cui si elencano i santi con l’aggiunta dell’anno e del luogo del loro martirio, nonché della data di celebrazione della memoria. Queste preziose testimonianze nascono dalla consuetudine dei primi tempi della storia del Cristianesimo di conservare documenti e date di coloro che morirono per causa della loro fede dando im-

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portanza particolare al giorno del loro passaggio alla vita eterna, giorno detto dies natalis come nei calendari da cui spesso traevano notizie. L’esemplare più significativo di questo genere è il Martirologio geronimiano, scritto nel IV secolo e attribuito (erroneamente) a san Girolamo. In esso, alla data del 25 maggio è indicato il natalis, cioè il martirio, di san Canione con questa espressione: in Campania Atellane Canionis. Inizialmente ogni chiesa aveva un martirologio che, come un calendario, era diviso in mesi e giorni riportando in date determinate il nome di uno o più santi venerati in quel giorno oltre all’indicazione del luogo della loro morte. Compilato in ogni sua parte, esso veniva continuamente aggiornato. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un unico elenco che contenesse tutti i santi e i beati riconosciuti dall’autorità della Chiesa cattolica. Da questa decisione nacque il famoso Martirologio romano: un libro che costituisce il fondamento dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose. La prima edizione fu approvata nel 1586 da papa Gregorio XIII. Nell’indice generale, alla voce Elpidio, si fa menzione di ben cinque santi: Elpidius confessor in Campania corrispondente al santo patrono di Sant’Arpino; Elpidius Abbas in Piceno, un santo vissuto nel IV secolo, eremita della Cappadocia trasferitosi in Italia (dove sarebbe morto) e il cui culto è particolarmente vivo nel Piceno, ove diverse località portano il suo nome; Elpidius et socii Mart. sub Juliano, un nobile senatore che insieme ad altri suoi compagni subì un martirio ai tempi di Giuliano l’apostata; Elpidius Episcopus et Mart. in Chersoreso, un santo vescovo che venne martirizzato nel Chersoneso; Elpidius Episcopus Lugdunens, un vescovo della città di Lione in Francia. Nel Martirologio romano, su sant’Elpidio - celebrato il 1 settembre insieme a sant’Adiutore, san Prisco, sant’Augusto e san Tammaro - viene testualmente riportato: Capuae item alterius Prisci Episcopi, qui fuit unus ex illis Sacerdotibus, qui in persecutione wandalurum ob fidem Catholicam varie afflicti, et vetustae navi imposit, ex Africa ad Campaniae litora pervenerunt, et Christianam religionem in iis locis dispersi, diversique Ecclesiis praefecti, mirifice propagarunt. Fuerunt autem ejus socii Castrensis, Tammarus, Rosius, Heraclius, Secundinus, Audiutor, Marcus, Augustus, Elpidius, Canion et Vindonius. Da qui, dunque, si apprende


che sant’Elpidio fu uno dei dodici vescovi africani (altri furono Castrense, Prisco, Canione, Elpidio, Secondino, Rosio, Marco, Eraclio, Agostino, Adiutore, Vindonio, Tammaro) che sarebbero stati perseguitati da Genserico (428 - 477). Il re dei Vandali, a cavallo fra il 430 e il 440, scatenò feroci maltrattamenti contro i cristiani del nord Africa che si rifiutavano di aderire all’eresia ariana. Nella letteratura agiografica oltre ai calendari e ai martirologi vi sono anche altre tipologie di opere sulla vita dei santi che costituiscono un’ulteriore fonte di notizie. Esse sono: le Passiones in cui sull’elemento storico prevale nettamente l’aspetto leggendario e fantastico; le Vitae raccolte in cui oltre ai dati biografici del santo vengono elencati e descritti anche tutti i miracoli; e, infine, le Biografie che sono quelle più propriamente storiche con riferimenti precisi all’epoca in cui è vissuto il santo senza elencare i miracoli. Altre notizie sulla vita del santo patrono le troviamo nelle Lezioni salernitane, scritte nel 1594 per ordine dell’arcivescovo di Salerno Mario Bolognini. In esse si narra che sant’Elpidio, dopo aver realizzato molti miracoli ad Atella ([…] Beatiss. Elpidius atellanae urbis Episcopus multis miraculis claruit […]) fece realizzare un monumento per la vittoria riportata sul demonio, in cui successivamente vi seppellì il nipote diacono Elpicio e il prete Cione, germano sacerdotale. In quest’opera sant’Elpidio viene celebrato il 24 maggio insieme a Cione ed Elpicio e la sua vita viene collocata nel periodo dell’imperatore romano Arcadio (377 - 408), di papa Siricio che è stato il trentottesimo papa della Chiesa Cattolica (dal 17 dicembre 384 fino al 26 novembre del 399 d.C.), quando consoli erano Filippo e Basso. Uno dei primi eruditi che concepì l’idea di dare una serie di notizie organiche e documentate sulla vita di tutti i vescovi italiani, raggruppati per diocesi, fu l’abate fiorentino Ferdinando Ughelli (1595 - 1670) che, avvalendosi di molti collaboratori nelle diverse città italiane, scrisse Italia sacra, pubblicata a Roma dal 1642 al 1648 in ben nove tomi. All’interno di quest’opera, Ughelli inserisce la Passio S. Canionis: un documento sulla vita di san Canione ricavato da un codice membranaceo della cattedrale di Acerenza. Nella passio, il martire Canione viene descritto come un vescovo africano che, a seguito della persecuzione contro i cristiani scatenata da Diocleziano (292 d.C.),

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viene condotto a Cartagine e dopo dolorose torture viene allontanato dall’Africa su una barca sdrucita. Protetto da un angelo si salva e tocca le sponde campane. Arrivato ad Atella, Canione riprende la sua opera pastorale e converte molti pagani a seguito di miracoli e guarigioni. Anche in Atella però Canione viene perseguitato per la sua opera evangelizzatrice. Muore dopo essere stato lapidato. Nella medesima passio è riportato anche che sant’Elpidio, suo fratello di fede, dopo aver visto l’anima di Canione volare al cielo in forma di colomba, sul luogo della sepoltura costruì una chiesa e un cubiculum con un’iscrizione che ricorda le virtù del santo. In questo documento del IX secolo, scritto in caratteri longobardi, viene detto anche che le reliquie di san Canione nel 779 vennero trasferite ad Acerenza dal vescovo Leone II. Anche nel tomo VI dell’Italia sacra dell’Ughelli viene narrata la storia dei dodici vescovi (fra essi anche Elpidio) scacciati dall’Africa da Genserico nel 440. Ughelli in tal modo riferisce due date diverse sulla vita di sant’Elpidio poiché lo cita sia come contemporaneo di san Canione (nel 290 d.C. al tempo di Diocleziano) sia fra i dodici vescovi che nel 440 d.C. guidati da san Castrense scappano dalla persecuzione di Genserico in Africa. L’origine africana di Elpidio, collocata nel V secolo, non è campata in aria perché in quel secolo quando si parla di Africa s’intende una regione ricca e colta posta nell’area nord occidentale del continente, bagnata dal mar Mediterraneo, strettamente legata a Roma e interessata da intensi traffici commerciali. In quelle terre nacquero e vissero alcuni fra i più illustri padri del cristianesimo, pensatori e filosofi venerati da tutta la Chiesa. Tra questi: Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, apologeta latino, nato a Cartagine nel 155 d.C. e morto nel 230, considerato uno dei più grandi teologi cristiani, è autore di oltre trenta straordinarie opere; Tascio Cecilio Cipriano, nato a Cartagine nel 210 d.C. e morto nel 258, fu vescovo, poeta e scrittore, guidò con maestria la Chiesa in tempi difficili; Agostino d’Ippona: nato a Tagaste il 13 novembre del 354 d.C e morto a Ippona il 28 agosto del 430, mentre la città era assediata dai vandali di Genserico, fu filosofo, teologo, vescovo e santo della Chiesa cattolica, e viene considerato il massimo pensatore cristiano del primo millennio e uno dei più grandi geni dell’umanità. Per quanto riguarda i documenti storici sulla vita dei primi


evangelizzatori cristiani un altro punto di riferimento sono senza dubbio gli Acta sanctorum o Atti dei santi, una raccolta di documenti relativi a tutti i santi della Chiesa cristiana, realizzata dai padri gesuiti bollandisti, dal nome dell’erudito belga Jean Bolland (1596 - 1665) che ne ideò l’originaria struttura. La raccolta, che rappresenta una vasta collezione di fonti sui santi, articolate in base al calendario liturgico, venne pubblicata per la prima volta ad Anversa nel 1643. L’originaria edizione ha subito una serie di aggiornamenti fino al secolo Novecento. Socio e corrispondente dei bollandisti è stato anche il parroco Sebastiano Magliola (1583 - 1665) che per oltre quarantacinque anni ha guidato la parrocchia di sant’Elpidio. Negli Acta sanctorum, sant’Elpidio viene celebrato il 24 maggio e la sua vita viene collocata nel tempo di papa Siricio (395). In essa si racconta anche del nipote Elpicio di ventidue anni ([…] Elpicum nepotem Levitam vigesimum secundum aetatis agentem […]) e del fratello germano di nome Cione, sacerdote di vita esemplare ([…] et mox Cyonem presbyterum germanum […]), che accompagnano sant’Elpidio nella sua azione pastorale ad Atella. Nella stessa opera venne raccolta, nel tomo secondo di febbraio, la vita san Castrensis, curata dai dotti gesuiti Daniel Papebrochio (1628 - 1714) e Godolfredo Enschenio (1601 - 1681). In essa, riprendendo un manoscritto medioevale, si narra la storia di san Castrense e dei dodici vescovi africani abbandonati da Genserico sulla nave in mare aperto ripetendo, quindi, come nel Martirologio romano, l’origine africana di sant’Elpidio. In questi atti si narra che la persecuzione dei dodici avvenne al tempo dell’imperatore Flavio Giulio Valente (328 - 378) che era di religione ariana. Il documento sulla vita di san Castrense descrive che i dodici vescovi imprigionati furono confortati nella notte da un angelo ([…] eodem vero nocte apparuit Angelus Domini, et splendor mirabilis […]) e resistettero alle torture. Allora Genserico, dietro consiglio del suo ufficiale Aristodemo, decise di far imbarcare i vescovi su di una barca, piccola e rovinata, che non avrebbe potuto reggere alla forza devastatrice del mare. Pertanto i dodici vennero buttati in balia delle onde ([…] a pelagi abosorbeantur fluctibus […]) con l’intento di farli morire. La vecchia e malandata barca, però, invece di essere inghiottita dai flutti, raggiunse felicemente le coste della Campania. Da qui i vescovi si diressero alla volta dei

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centri abitati a predicare il cristianesimo. Elpidio e Canione si recarono ad Atella, ove Elpidio venne eletto vescovo. I bollandisti negli Acta sanctorum parlano anche di san Canione e ne collocano la sua celebrazione il 25 maggio, ritenendo apocrifa la Passio S. Canionis riportata dall’Ughelli poiché quest’ultima pone il martirio del santo nel tempo di Diocleziano. Per loro san Canione e sant’Elpidio sono unici e corrispondono ai due vescovi che nel V secolo scapparono dalla persecuzione vandalica. In questo balletto di date sulla vita di sant’Elpidio deve essere segnalato che il cardinale Cesare Baronio (1538 - 1607), autore dei primi volumi degli Annales ecclesiastici (storia della Chiesa dalle origini al 1198), riteneva che gli atti di san Castrense non erano storicamente fondati e nelle annotazioni al Martirologio romano fissa l’inizio della persecuzione di questi dodici vescovi al 28 di ottobre del 439. L’insigne biblista e archeologo Alessio Mazzocchi (1684 - 1771), canonico della cattedrale di Napoli, considerava dal canto suo attendibili gli atti di san Castrense riportati dai bollandisti però reputava errata l’epoca in cui venivano collocati gli avvenimenti. Per il Mazzocchi, i fatti raccontati nella vita di san Castrense erano accaduti quando imperatore romano d’Occidente era Flavio Placido Valentiniano (419 - 455), meglio noto come Valentiniano III (regnante dal 425 al 455), e non sotto l’imperatore Valente, che ha regnato sulla parte orientale dell’impero romano dal 364 al 378. Sant’Agostino, conterraneo di sant’Elpidio, nel libro V della sua celebre opera Le Confessioni scrive: «C’era ad esempio un certo Elpidio che soleva discutere pubblicamente proprio con i manichei e già a Cartagine mi aveva impressionato con i suoi discorsi perché citava certi passi scritturali difficilmente contrastabili. Le risposte degli avversari mi sembravano deboli»1. Secondo alcuni studiosi l’Elpidio di cui parla sant’Agostino sarebbe proprio il futuro vescovo di Atella. Poiché l’avvenimento citato da Agostino nelle Confessioni è accaduto quand’egli aveva ventinove anni (nel 383), sarebbe confermata la tesi della vita di sant’Elpidio al tempo dell’imperatore romano d’Oriente Arcadio. In questa dotta disputa sul periodo di vita dei dodici vescovi africani occorre ricordare che Giulio Cesare Capac1 Sant’Agostino, Confessioni, libro V, 11, 21.


cio (1550 - 1634), teologo, storico e poeta, nella sua Istoria di Napoli, pubblicata nel 1610, colloca la vita di sant’Elpidio (vescovo di Atella) nell’epoca in cui era papa Siricio (334 - 399), imperatore romano d’Occidente Flavio Onorio (384 - 423) e suo fratello Arcadio (377 - 408) imperatore d’Oriente. Il Capaccio scrive anche che sant’Elpidio seppellì il prete Cione e il diacono Elpicio nella chiesa che lui stesso aveva precedentemente fatto costruire. Infine il Capaccio sostiene che sant’Elpidio morì quando consoli erano Basso e Flavio Filippo (in data 11 Gennaio del 408) e che il santo fu sepolto nella sua stessa chiesa ([…] et sepultus est in isto loco II Id. Januarii […]) e venne deposto successivamente, il 24 maggio, nella stessa basilica. L’avvocato Carlo Magliola (1695 - 1760), nella sua dotta opera Scrittura della continuazione della difesa di Sant’Arpino (1757), sostenne che gli atti del Capaccio erano apocrifi e chiaramente falsi in quanto nel periodo di papa Siricio era vietato dalle leggi cristiane seppellire i defunti dentro le chiese. Secondo l’avvocato Carlo Magliola, Elpidio è vissuto in un’epoca successiva a quella indicata dal Capaccio ed è stato vescovo di Atella nell’anno 450 e pertanto ha assistito al saccheggio di Atella da parte di Genserico. Il benedettino francese Thierry Ruinart (1657 - 1709), che dopo serrate ricerche nei monasteri dell’Alsazia e della Lorena scrisse il libro Gli atti sinceri dei primi martiri della Chiesa cattolica (1600), asserisce che gli atti di san Castrense riportati dai bollandisti sono veritieri tranne che per la data dell’epoca. Secondo Ruinart si è confusa la persecuzione dell’imperatore Valente ariano con la persecuzione vandalica. Per dovere di completezza storica vogliamo ricordare che alcuni studiosi oltre a divergere sulla definizione del periodo in cui è vissuto il santo evangelizzatore divergono anche sull’origine africana dello stesso. Per esempio il francese Louis de Tillemont (1637 - 1698), autore di una monumentale opera sulla storia della Chiesa, ancora oggi è considerata attendibile per la precisione dei dettagli, considera la storia dei dodici vescovi africani una leggenda che sarebbe stata ripresa e ampliata da analoghi episodi, come quello del vescovo di Cartagine Quodvultdeus giunto coi suoi chierici a Napoli nel 439 - 440, in cui piuttosto che il rigore storico prevale l’aspetto religioso e soprannaturale delle figure di santi indagate. Un particolare trascurato da-

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gli studiosi successivi, che hanno continuato a tramandare fedelmente questi documenti senza molte preoccupazioni di critica e di fondatezza storica. Francesco Lanzoni (1862 - 1929), autore di pregevoli testi scientifici nel campo dell’agiografia e della storia ecclesiastica antica, nonché studioso delle origini delle diocesi italiane, ritiene che i dodici vescovi del Martirologio romano, riportati anche nell’opera dei bollandisti, in realtà siano dodici santi locali della Campania. Precedentemente, nel 1623, anche don Cesare d’Engenio Caracciolo nella sua Napoli sacra aveva asserito che i dodici erano semplici preti e che quella dei vescovi era solo una leggenda. Per Caracciolo i dodici facevano parte di quella moltitudine di sacerdoti e chierici (turba clericorum) che vennero cacciati dall’Africa insieme al vescovo Quodvultudeus. Tuttavia, nella considerazione che la leggenda è un genere letterario che unisce elementi storici veri con altri di carattere fantastico, possiamo dire che di storicamente certo si deve ritenere solo che san Canione morì martire ad Atella e sant’Elpidio fu vescovo sempre in Atella. Michele Monaco (1574 - 1644), religioso e storico capuano, autore dell’opera Sanctuarium Campanum, ritiene che sant’Elpidio sia stato compagno di san Prisco e san Castrense al tempo della persecuzione vandalica del 442. Nel testo sopracitato scrive che ogni evangelista si diresse verso un luogo della Campania per predicare il vangelo. Elpidio divenne vescovo di Atella. Elenca, poi, le chiese erette in onore dei dodici evangelisti. Riporta, inoltre, che sant’Elpidio aveva una chiesa anche in Casapulla ([…] Elpidius habet suam ecclesiam in pago Casapulli […]) e che, mentre gli atellani celebrano la sua ricorrenza il 24 maggio, essa viene festeggiata a Casapulla il 26 dello stesso mese. Sottolinea, infine, che la Sacra Congregazione dei Riti in Roma l’8 maggio 1604 approvò la pubblica decisione, presa dagli abitanti di Casapulla, di eleggere sant’Elpidio Protettore del medesimo comune casertano. Nel libro Catalogo dei Santi d’Italia, stampato a Milano nel 1613, Filippo Ferrario, come il Capaccio, sostiene che sant’Elpidio (e i suoi fratelli di fede) sia vissuto al tempo dell’imperatore bizantino Flavio Arcadio (che ha regnato dal 395 al 408). Ferrario conferma, altresì, che Elpidio predicò ad Atella e ne divenne primo vescovo e che, dopo l’incendio della città, raccolse i fuggitivi, li rincuorò e realizzò un nuovo tempio. Anche Ferrario, infine, cita Cione,


come prete e fratello di Elpidio, ed Elpicio, quale diacono e nipote del santo. La dotta disputa sulla vita di sant’Elpidio ha investito e affascinato anche gli studiosi e scrittori santarpinesi che si sono cimentati su tale argomento. Per l’abate de Muro (1757 - 1811), storiografo di Atella, sant’Elpidio è stato uno dei dodici vescovi africani mandati in esilio da Genserico, dopo che il re dei vandali nell’ottobre del 439 aveva conquistato Cartagine. Lo stesso de Muro, però, precisa che sant’Elpidio non fu il primo dei vescovi di Atella in quanto la città già era stata interessata dalla predicazione degli apostoli Paolo e Pietro, i quali, nei diversi viaggi che fecero da Napoli a Roma dovettero passare per forza attraversare la città. Sicuramente nel corso di questi viaggi, sostiene de Muro, Paolo e Pietro istituirono un vescovo come era loro costume e come avevano fatto già in altre città ove avevano predicato. De Muro aggiunge anche che sant’Elpidio seppellì i corpi di Cione ed Elpicio nella chiesa eretta da lui nel luogo che ancora oggi, proprio per questo motivo, viene chiamato dei santi nella vulgata locale. Nello stesso posto venne successivamente seppellito anche il corpo di Elpidio. Il sacerdote santarpinese Giovanni Andrea Lettera (1809 - 1879) nella sua opera Compendio storico della vita di sant’Elpidio, pubblicata postuma nel 1904 da Giovanni Maria Limone, evidenzia che i dodici evangelisti giunsero in Campania nel 440 e, per confutare la tesi del Ferrario, ricorda che l’incendio di Atella si verificò nel 455 d.C. a opera dei vandali di Genserico e dunque nel periodo dell’imperatore Valentiniano III. Lettera sostiene, inoltre, che sant’Elpidio inizialmente predicò a Casapulla e che gli atellani «spinti dalla fama delle di lui celeste virtù e del suo zelo in predicare la divina legge lo reputarono degno di accoglierlo tra loro e di innalzarlo alla sede vescovile»2. Il sacerdote, come il suo illustre predecessore Vincenzo de Muro, narra che Atella già era stata interessata dalla predicazione dell’apostolo Paolo che, nel corso del suo viaggio verso Roma, si era fermato ad Atella e Capua. Lettera riferisce che san Canione visse e operò ad Atella poi, alla sua morte, venne seppellito da sant’Elpidio nell’oratorio della Beatissima Vergine Maria fuori dalle mura della città, ove entrambi si recavano a pregare. Tale oratorio, per questo 2 G. A. Lettera, Compendio storico della vita di Sant’Elpidio, Aversa, 1904, ristampa a cura della Pro Loco, Sant’Arpino, 2003, p.66.

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motivo, tuttora viene chiamato sia chiesetta di santa Maria delle Grazie che cappella di san Canione. Infine occorre sottolineare che Lettera contesta la tesi del Caracciolo secondo la quale si trattava di dodici preti in quanto gli stessi negli Atti di san Castrense vengono indicati con il termine di sacerdotes che nei primi tempi della chiesa si soleva dare ai vescovi in contrapposizione ai presbyteri, termine con cui invece si indicavano i semplici preti. Il medico santarpinese Francesco Paolo Maisto nel 1884 pubblicò il testo Memorie storico-critiche sulla vita di sant’Elpidio, in cui descrive dettagliatamente quella che sarebbe stata la vita del santo. Maisto, tra l’altro, sostiene che Elpidio, già vescovo di una città africana, scacciato da Genserico con altri undici vescovi, era giunto in Campania nel maggio del 440 portando con sé anche Elpicio e Cione. A differenza di Caracciolo, il Maisto è dell’idea che il vescovo Quodvultdeus con i suoi chierici venne cacciato dall’Africa l’anno precedente e arrivò a Napoli già nel 439. In aperta polemica con de Muro, inoltre, reputa che Elpidio sia stato il primo vescovo di Atella e sia rimasto tale per oltre ventidue anni, nel corso dei quali compì diversi miracoli, fondò una chiesa cristiana a Casapulla dopo aver distrutto il tempio di Apollo e, a seguito dell’incendio di Atella del 455, riunì gli atellani superstiti e fondò il villaggio che da lui prese il nome. Per il Maisto, che trae le sue notizie sostanzialmente dalla Vita di san Castrense e dagli Acta sanctorum, sant’Elpidio muore il 24 maggio del 464 e viene seppellito nella chiesa da lui stesso costruita qualche anno prima. n.d.a. Dall’analisi comparativa delle fonti, pocanzi sviluppata, si evince (e si conferma) che sulla vita di sant’Elpidio, come di molti altri santi, spesso emergano elementi tra loro divergenti. Pertanto, la nostra missione di divulgare informazioni storiche complete e esaustive, ci impone di riferire su tutte le ipotesi in campo circa la vita del santo. Ed è proprio questo il senso dell’ampia panoramica di notizie sopra riportate. Ottemperato questo compito, nei paragrafi successivi faremo riferimento principalmente alla vita del santo raccontata da Francesco Paolo Maisto che risulta essere la più accreditata nella coscienza popolare di Sant’Arpino e nella tradizione religiosa locale.


N

ell’Africa nord occidentale, la fascia ove oggi si estendono gli stati del Marocco, della Tunisia e dell’Algeria, a cavallo fra il IV e V secolo d.C. c’era una ricca provincia romana chiamata Mauretania, da non confondersi con l’attuale stato della Mauritania che si trova più a sud. Il nome di questa ampia zona del nord Africa derivava dalla tribù dei Mauri, appartenente al popolo dei Berberi. In questa provincia dell’impero romano, nel V secolo, la religione cristiana era profondamente radicata, così che si contavano oltre 715 vescovadi retti da altrettanti vescovi. Vi erano state edificate oltre seicento chiese, disseminate in ogni luogo e in ogni villaggio, e il clero era molto influente nella vita sociale. Dai confini settentrionali del deserto del Sahara fino alle coste bagnate dal mar Mediterraneo, una popolazione ricca e laboriosa viveva nell’agio grazie anche ai continui scambi commerciali e culturali con Roma e l’Italia. Se la religione cristiana era ben presente nel tessuto sociale e culturale di quelle terre (tanto che alcuni dei pensatori cristiani più profondi e apprezzati, come Tertulliano, Agostino e Cipriano, erano nati e vivevano in quelle contrade), tanto diffuse erano però anche le sette eretiche. La città di Cartagine era la capitale economica dell’intera regione. Abbellita con splendide costruzioni, godeva di una posizione geografica privilegiata per i traffici marittimi del Mediterraneo ed era sede di molti edifici pubblici e di importanti scuole di oratoria. Faro dell’intera civiltà africana, Cartagine era una città colta in cui i cristiani avevano un ruolo importante ed erano molto seguiti e apprezzati. In questo contesto culturale e religioso, probabilmente poco prima dell’anno 400 d.C., sarebbe nato Elpidio, il cui nome deriva dal greco elpis che vuol dire speranza. Non è nota la città che a Elpidio avrebbe dato i natali. Di lui è riportato che avrebbe avuto un nipote chiamato Elpicio, allevato personalmente fin dalla tenera età, e un fratello di nome Cione, sacerdote esemplare. Nato in un’epoca in cui era forte la lotta religiosa fra Cristiani da un lato e Ariani e Donatisti dall’altro, il giovane Elpidio avrebbe assistito a lunghe dispute dottrinali, cui non avrebbe mancato di dare il proprio contributo. Forse nella sua vita Elpidio incontrò il grande Agostino di Ippona, che in quel tempo, dopo un periodo trascorso in Italia, viveva e predicava nella sua Africa. Secondo la consuetudine del tempo venne nominato ve-

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i vescovi cacciati dall’africa

scovo dai suoi concittadini. Quando nel 427 d.C. Genserico con i suoi Vandali invase l’Africa settentrionale, attratto dalle immense ricchezze di quella regione, iniziò una sanguinosa repressione dei cristiani. In quel periodo era vescovo di Ippona il grande Agostino, padre della Chiesa, il quale scrisse a tutti i vescovi africani di non abbandonare le proprie diocesi. Anche Elpidio, fermo al suo posto, avrebbe scritto lettere pastorali ai suoi fedeli per rincuorarli alla lotta e al martirio. Nel 430, dopo la morte di sant’Agostino, anche la città di Ippona venne conquistata dai vandali e messa a ferro e fuoco. In quel periodo, il crudele Genserico sottopose a duri supplizi tutti coloro che professavano la religione cristiana: il suo scopo era quello di convertire le popolazioni africane all’arianesimo, fede seguita dai vandali. Numerosi furono i cristiani torturati e uccisi. Un vescovo africano di nome Vittore Vitense (430 - 484), testimone diretto di questa persecuzione, scrisse un’opera intitolata Historia pesecutionis Africanae Provinciae nella quale viene narrata in cinque libri la feroce persecuzione attuata dai vandali nei confronti dei cristiani di questa regione. Dopo alcuni anni di terrore e di stragi, nel 440 il re dei Vandali diresse la persecuzione contro i vescovi che mantenevano viva la fede nella popolazione: Genserico ordinò la loro cattura in tutte le province africane. Fra i molti vescovi catturati, ve ne sarebbero stati dodici di venerando aspetto, i cui nomi erano: Prisco, Castrense, Tammaro, Rosio, Eraclio, Secondino, Adiutore, Marco, Augusto, Elpidio, Canione e Vindonio. Prima di essere legati e incatenati, Elpidio e i suoi compagni sarebbero stati sottoposti a terribili torture per costringerli a rinnegare la fede cristiana, guardati a vista dai feroci carcerieri e rinchiusi in un luogo da cui era impossibile fuggire. Condotti al cospetto di Genserico, Elpidio e i suoi fratelli di fede si sarebbero rifiutati ancora una volta di abiurare la religione cattolica e per questo motivo sarebbero stati di nuovo torturati e rispediti nella buia prigione. Quella notte però una luce avrebbe invaso la prigione e sarebbe apparso un angelo che avrebbe confortato e consolato i dodici fratelli di fede riferendo loro di essere stato inviato da Gesù Cristo. L’angelo secondo la tradizione quella notte li esortò a non temere, perché Dio avrebbe deciso per loro una sorte migliore. I dodici vescovi, rincuorati dalle parole dell’angelo, una volta scomparsa la luce, avrebbero iniziato a pregare e cantare: ora sapevano di non essere stati abbandonati da Dio.

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Uno dei luogotenenti di Genserico, un certo Aristodemo, la mattina seguente avrebbe consigliato al tiranno di abbandonare in mare i dodici vescovi su una nave vecchia e fatiscente, affinché fosse persa ogni traccia dei loro corpi. I dodici, prelevati dal carcere e portati in riva al mare, sarebbero stati costretti a salire su una piccola nave malandata, priva di remi e inadatta alla navigazione. Sul legno sarebbero stati imbarcati anche Cione ed Elpicio, fratello e nipote di Elpidio. Sistemati alla meglio i passeggeri, l’imbarcazione sarebbe stata lasciata in balia delle onde, mentre i vandali dalla riva si sarebbero goduti lo spettacolo fra urla e imprecazioni, attendendo l’imminente affondamento di quella misera nave. Ma il vecchio e lacero naviglio, che a stento sembrava riuscire a mantenersi a galla, nel momento in cui tutti si aspettavano di vederlo inabissare, d’improvviso, guidato da un cherubino avrebbe placidamente preso il largo, solcando le onde come se fosse stato dotato di tutti gli attrezzi necessari per la navigazione e, guidato dalla Divina Provvidenza, si sarebbe allontanato dalla spiaggia scomparendo alla vista di quanti assistevano al prodigio. Attraversato il mar Mediterraneo, i dodici vescovi, guidati dall’angelo, sarebbero sbarcati a Liternum, sui lidi della fertile Campania Felix.

106 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


i vescovi cacciati dall’africa

NELL’AFRICA DEL V SECOLO D.C., SULLE COSTE NORD-OCCIDENTALI, VIVEVA UNA GROSSA COMUNITÀ CRISTIANA.

RICCHE DI TEMPLI ERANO LE CITTÀ...

FIORENTI E BEN ADDOBBATE LE DOMUS DEI RICCHI PATRIZI...

IN QUEL CONTESTO VIVEVA UNO DEI PIÙ GRANDI PADRI DELLA CHIESA, QUEL SANT’ AGOSTINO DI IPPONA, VESCOVO NORD AFRICANO, CHE PREDICAVA IL VANGELO CON GRANDE PASSIONE. AGOSTINO GUIDACI TU!

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NELLE CHIESE DELL’AFRICA DEL V SECOLO, TANTI ERANO I VESCOVI CHE PREDICAVANO LA FEDE IN CRISTO.

GESÙ È LA NOSTRA SALVEZZA

FRA QUESTI C’ERA ELPIDIO.

NELLO STESSO PERIODO, I VANDALI DI GENSERICO, INSANGUINAVANO L’EUROPA.

CORPO DI CRISTO

AMEN

IL RE DEI VANDALI DECISE DI INVADERE L’AFRICA.

GENSERICO DOVE CI GUIDI ORA?

VOGLIO CONQUISTARE LA RICCA AFRICA

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È BELLISSIMO QUI

i vescovi cacciati dall’africa

NEL 439 D.C. I VANDALI INVASERO L’AFRICA, ATTRAVERSO LO STRETTO DI GIBILTERRA.

FORZA MIEI PRODI SBARCATE!

I CRISTIANI, GUIDATI DAI LORO VESCOVI, CERCARONO DI FERMARE QUEL MASSACRO. FERMATEVI IN NOME DI DIO!

AIUTO!

MA LA FEROCIA DEI VANDALI ERA TANTA. COSA VOLETE? ANDATE VIA O AMMAZZO ANCHE VOI!

PER AMOR DEL CIELO, ABBIATE PIETÀ!

ELPIDIO PREDICAVA LA FEDE CRISTIANA.

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VENNERO CONDOTTI IN CARCERE. PORTATELO IN PRIGIONE INSIEME AGLI ALTRI DIO CI AIUTERÀ

I VESCOVI CRISTIANI FURONO CATTURATI DAI VANDALI. CHIUSI IN CELLA SI CONFORTAVANO. LA DIVINA PROVVIDENZA CI PENSERÀ

ELPIDIO NON TEMERE

CASTRESE, COME FAREMO?

CAPO DOBBIAMO MANDARLI VIA SONO PERICOLOSI

110 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO

BUTTIAMOLI A MARE SU UNA BARCA ROTTA E SENZA REMI


i vescovi cacciati dall’africa

QUELLA NOTTE UNA LUCE SFOLGORANTE INVASE LA PRIGIONE.

UN ANGELO APPARVE NELLA CELLA.

SONO STATO MANDATO DA NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO.

L’ANGELO ANNUNCÒ AI VESCOVI LA BUONA NOTIZIA. I VESCOVI SI RINCUORARONO. GRAZIE

ABBIATE FEDE! NON TEMETE! IL SIGNORE È CON VOI!

LA LUCE USCÌ DALLA CELLA DOPO IL LIETO ANNUNCIO. NON DOBBIAMO TEMERE, DIO CI ASSISTE

L’ANGELO CI GUIDERÀ

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ALL’ALBA FURONO PORTATI VIA DAL CARCERE. USCITE! SALITE SU QUELLA BARCA

MA È VECCHIA E SENZA REMI

NEL MARE TEMPESTOSO LA BARCA RIUSCÌ A RESISTERE GRAZIE ALL’AIUTO DI DIO.

SIGNORE SALVACI TU!

DOPO ALCUNI GIORNI VIDERO LE COSTE DELLA CAMPANIA. FRATELLI VEDO LA TERRA! GRAZIE SIGNORE PER AVERCI SALVATO

112 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


i vescovi cacciati dall’africa

I DODICI VESCOVI, IMPAURITI, SI CONFORTAVANO PER LO SCAMPATO PERICOLO.

FRATELLI DOBBIAMO SEPARARCI

CHE IL SIGNORE CI AIUTI

ORA IL NOSTRO COMPITO È DIFFONDERE LA FEDE

CON MEZZI DI FORTUNA PARTIRONO PER LUOGHI DIVERSI. ELPIDIO E CANIONE DECISERO DI RECARSI AD ATELLA. ANDRÒ A NORD

DOBBIAMO DIFFONDERE LA FEDE

SI ELPIDIO

CANIONE SEGUIMI ANDIAMO AD ATELLA

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N

el 440 d.C., presumibilmente anno dello sbarco dei dodici vescovi in Campania, fra le città più fiorenti di questa regione vanno sicuramente annoverate Atella, Cuma, Capua, Pozzuoli, Napoli. Tali città erano collegate tra loro da una fitta rete stradale che consentiva floridi commerci ma la fede cristiana non vi era ancora profondamente radicata. Il cristianesimo, infatti, sebbene precedentemente annunciato dall’apostolo Paolo, non si era ancora ampiamente diffuso: le comunità cristiane erano ancora esigue o del tutto inesistenti. La notizia del passaggio di san Paolo ad Atella viene data dallo storico Agostino Basile nel libro Memorie istoriche della Terra di Giugliano, pubblicato a Napoli nel 1800. Nel testo viene riferito di un marmo che riportava inciso in caratteri osci Ego Paulo Pr BF (Ego Paulo Presbyter Beneficium feci). Da tale iscrizione, secondo Basile s’intuisce che l’apostolo Paolo era stato ospitato nelle mura di Atella da un sacerdote locale che poi aveva lasciato questo ricordo nel marmo. Ritrovato dai frati Paolotti, nel 1737, venne fissato nel muro della sacrestia della chiesa di santa Maria di Atella. Lo storico aversano Gaetano Parente racconta anche di un’altra iscrizione marmorea che i frati Paolotti apposero sulle mura della stessa sacrestia per commemorare l’avvenimento del ritrovamento del marmo. Secondo invece il canonico Domenico Lanna la lapide deve essere interpretata in modo diverso e non testimonia la presenza dell’apostolo Paolo ad Atella. Lanna sostiene che la lapide venne ritrovata poco fuori le mura della città, in una chiesetta dedicata a santa Maria la Bruna, ove un presbitero edificò un altare in onore di san Paolo. A suo giudizio la lettera B. deve intendersi come abbreviativo di basilica e non di Beneficium e per basilica nei primi anni del cristianesimo si intendeva un altare «... credo di poterle dare una più soddisfacente e ragionata spiegazione leggendo: Ego Paulo presbyter basilicam feci. Essa infatti dicesi trovata vicino la cappella di S.Maria la Bruna: iuxta aediculam S. Mariae de Bruna nella quale trovavasi un altare consacrato a S.Paolo ed è questa la chiave per leggere basilicam e non beneficium ...»1. Nonostante questa presenza di cristiani, nell’anno 440 il paganesimo era ancora molto diffuso in tutta la Campania e pertanto i pochi cristiani

1 Lanna D., Frammenti storici di Caivano, Stabilimento tipografico Campano G. Donadio - Giugliano (NA), 1903

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l’approdo in campania

presenti incontravano moltissime difficoltà nell’annuncio del Vangelo e nella professione della loro fede. La tradizione ci tramanda che i dodici vescovi africani, scampati al naufragio grazie all’aiuto della Provvidenza Divina, appena approdati sulla riva ringraziarono il Signore per averli salvati dagli abissi del mare e, dopo aver pregato, si separarono per dirigersi nei vari luoghi della Campania ove ancora era necessaria l’opera di annuncio del Vangelo. Essi erano consci della difficoltà della missione che era stata loro affidata, ma non per questo erano spaventati. Le atrocità a cui avevano assistito nella loro Africa erano ancora vive nei loro cuori e chiare nelle loro menti: nulla li poteva spaventare, avevano il dovere di ringraziare Dio per lo scampato pericolo e sapevano che era giunta l’ora di separarsi. Ecco allora che il vescovo Prisco si sarebbe diretto a Capua, l’antica capitale della Campania; Elpidio, insieme a Canione, verso Atella; Castrese avrebbe preso la strada per Sessa; Tammaro si sarebbe diretto verso Benevento; gli altri presero strade che li avrebbero condotti anche fuori della Campania, ognuno consapevole del compito affidatogli da Dio. Appena giunto ad Atella, Elpidio si sarebbe dedicato al popolo atellano desideroso di fede, trovando collaborazione e aiuto nel fratello Cione e nel nipote Elpicio che sempre gli erano accanto e dai quali mai si era distaccato fin dalla sua travagliata partenza dall’Africa. Insieme a Canione, Elpidio avrebbe predicato la parola del Vangelo tra la gente di quel popolo che, dopo aver probabilmente assistito al passaggio dell’apostolo Paolo lungo la via Atellana nel suo tragitto da Pozzuoli a Roma, da tempo non ascoltava più un predicatore profondo e zelante. Giorno dopo giorno, Elpidio riuscì a ramificare la fede cristiana in quella popolazione, svuotando così i templi pagani. Molti furono i suoi miracoli, diversi gli infermi che riacquistarono l’uso degli arti, numerosi gli ossessi da lui liberati: il suo nome era tanto temuto che i demoni al solo udirlo fuggivano dai corpi che avevano posseduto. Il popolo atellano ben presto iniziò ad amarlo e a venerarlo come un padre, cosciente dei benefici che riceveva da quell’amore. Poco prima di essere eletto vescovo di Atella, Elpidio si recò presso un tempio dedicato ad Apollo, che sorgeva in un piccolo villaggio, che poi si sarebbe chiamato Casapulla. In questo luogo, posto lungo la via Appia, poco lontano da

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Capua, Elpidio predicò il Vangelo, convertendo al cristianesimo gli abitanti di quel villaggio. Abbattuto il tempio di Apollo e costruita sulle sue rovine una chiesa, Elpidio lasciò questo villaggio per tornare nella sua Atella, ove sarebbe stato eletto vescovo dalla numerosa comunità cristiana, per rimanervi definitivamente fino all’ultimo dei suoi giorni. Intanto, nel 455 d.C. Genserico e i suoi vandali, dopo aver messo a ferro e fuoco Roma, passarono in Campania devastando e bruciando anche Atella. Secondo la tradizione il vescovo Elpidio però non si perse d’animo e, con cura e amore, raccolse i dispersi e, dopo averli rincuorati e assistiti, li condusse con sé nella chiesa che aveva edificato poco fuori le mura di Atella. Da questi dispersi atellani, raccolti intorno a Elpidio e alla sua chiesa, ebbe origine il villaggio di sant’Elpidio, che da lui prese il nome e ne ricevette grazie e protezione. In quel tempo sarebbero morti Elpicio e Cione, i due parenti di Elpidio, che egli avrebbe poi fatto seppellire in un luogo posto appena fuori da Atella, erigendo successivamente in quello stesso luogo un piccolo tempio. Da allora quella località sarebbe stata denominata dagli abitanti Sopra i Santi a ricordo dell’intensa e proficua attività di evangelizzazione svolta da queste due figure, legate in maniera indissolubile a Elpidio e da tutti riconosciute come degne di santità. Compagno indivisibile di Elpidio rimase Canione, insieme al quale aveva predicato in Africa e sofferto le prigioni e le torture dei vandali e poi compiuto l’avventuroso tragitto in mare. Spesso i due fratelli di fede si appartavano per pregare in un tranquillo e recondito romitorio ove Canione soleva risiedere. Canione morì prima di Elpidio e da questi fu sepolto nello stesso luogo ove precedentemente erano stati sepolti Cione ed Elpicio. Poi, però, il corpo di Canione fu traslato nell’antico romitorio ove il santo soleva soggiornare. Successivamente il romitorio fu ampliato e intitolato a santa Maria delle Grazie. Il vescovo Elpidio, stando alle fonti, sarebbe morto intorno all’anno 464, il giorno 24 di maggio, insignito di meriti e di virtù, compianto e venerato da tutto il popolo. Dopo due giorni fu deposto il suo corpo. L’11 gennaio dell’anno successivo sarebbe stato sepolto con grandi onoranze funebri nella chiesa da lui stesso edificata e intorno alla quale aveva raccolto il popolo disperso. Tra i vescovi di Atella che successero a Elpidio ricordiamo: Ilaro, che assistette al Concilio Romano celebrato nel 465;

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Felice, vescovo nel 501; Importuno nel 517; Eusebio che, vescovo di Atella nel 649, intervenne nel Concilio Lateranense di centocinque vescovi, compreso papa Martino che fu il settantaquattresimo papa della Chiesa cattolica. Nel 787, a seguito dell’attacco dei Franchi, che erano giunti alle porte di Capua, alcuni cittadini atellani scapparono da Atella portando con sé le reliquie di Elpidio, Cione ed Elpicio. Gli atellani si rifugiarono presso il duca longobardo Arechi II nella città di Salerno, dove le sacre reliquie vennero collocate sotto un altare dell’antica cattedrale. Nella sua lettera ai Bollandisti, il parroco Sebastiano Magliola (1583 1665) scrive: «Ad excursiones Francorum vitandas antiqua de hoc traditione constare, quosdam cives asportatis inde Divorum corporibus, ad urbem salernitanam confugisse, eademque Sanctorum corpora sub quodam Altari fuisse recondita»2. Viene dato così un valido supporto storico al motivo della presenza delle reliquie di sant’Elpidio nel duomo di Salerno. Da questa deposizione del 787 il clero di Salerno ne celebra la festa liturgica il 24 maggio. Secondo lo storico Filippo Ferrario, autore nel 1612 del libro Catalogo dei santi d’Italia, il clero salernitano festeggia il 24 maggio perché proprio in quel giorno avvenne il trasporto delle relique da Atella a Salerno per opera dei profughi atellani. Nel 1958, l’arcivescovo di Salerno Demetrio Moscato, nel compiere una ricognizione canonica delle reliquie dei santi che la storia salernitana confermava essere sepolti nella cripta del duomo, sotto l’altare denominato dei santi confessori, rinvenne fra le altre reliquie anche quelle dei tre santi Elpidio, Cione ed Elpicio, ivi collocate dall’arcivescovo Alfano I nel marzo 1081, come è chiaramente detto in un’iscrizione marmorea, collocata dal medesimo arcivescovo nella parte interna della lastra di copertura delle reliquie. Nel 779 d.C. le reliquie di san Canione, dal vescovo di Acerenza, Leone II, furono trasportate nella sua città, per meglio proteggerle dai predoni di reliquie che in quei tempi infestavano la Campania. Isolate e protette sulla collina di Acerenza all’interno del duomo, le reliquie di san Canione sono tuttora venerate dagli abitanti di Acerenza, i quali vantano numerosi miracoli ricevuti da questo santo. Le direzioni in area longobarda prese dalle reliquie dei Vescovi, sant’Elpidio e san Canione, verso Salerno le prime e verso 2 F. P. Maisto, Memorie storico critiche sulla vita di sant’Elpidio, Tipografia Festa, Napoli 1884.

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Acerenza le seconde, confermano la progressiva decadenza dell’area atellana, diventata campo aperto di scontro fra eserciti che si contendevano il territorio a nord di Napoli. San Canione è venerato anche a Calitri (AV) poiché si racconta che al passaggio del sacro corteo che conduceva le spoglie ad Acerenza, le campane della chiesa di Calitri si sarebbero messe a suonare inducendo i cittadini a sceglierlo come santo protettore del paese. Un’immagine di san Canione si trovava in uno dei mosaici del VI secolo d.C. che decoravano la basilica di san Prisco a Capua. I mosaici non esistono più, ma gli archeologi dei secoli passati ebbero cura di riportarli in alcuni disegni. A Sant’Arpino è ancor viva la memoria di san Canione nella chiesetta di santa Maria delle Grazie, dove Elpidio lo fece seppellire: lì sono dipinte insieme le figure di Elpidio e Canione, i due indivisibili compagni di fede e di esilio. Lo storico Vincenzo de Muro riporta che, nei secoli scorsi, era tradizione portare l’antica statua di sant’Elpidio in processione a visitare il suo compagno san Canione, ove ore sorge l’omonima chiesa, per implorare la pioggia nei periodi di siccità. Per quanto riguarda la traslazione delle reliquie di san Canione, alcuni documenti riportano la data del 799 d.C. altri invece quella del 779. Su questa discordanza, per dovere d’informazione e per rigoroso spirito divulgativo, si ritiene opportuno riferire in questo contesto che alcuni studiosi, nell’ambito di una moderna critica storica, ritengono in realtà che questo trasporto sia avvenuto ben tre secoli dopo, mettendo in luce una stretta relazione fra la presenza di san Canione ad Acerenza e la presenza dei normanni ad Aversa. Secondo questo moderno filone di ricerche3 la storia della devozione di san Canione in Calitri e Acerenza trova origine nella prima fase della conquista normanna e coinvolge due potenti monasteri benedettini, quello di san Lorenzo in Aversa e quello della ss. Trinità di Venosa. In questa fase storica, a seguito della discesa nell’Italia meridionale dei normanni, si ebbe la sconfitta dei bizantini e alcune città come Melfi divennero centri importanti della dinastia normanna degli Altavilla. I normanni, dopo aver stabilito il loro dominio politico e militare sulla Campania e sulla Lucania, strinsero una forte 3 Cfr. A. Vuolo, Tradizione letteraria e sviluppo culturale: il dossier agiografico di Canione di Atella (secc. X-XV), Napoli, D’Auria, 1995.

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alleanza con il papato e per questo motivo molti religiosi di origine normanna furono elevati alla dignità vescovile o divennero abati di importanti abbazie. Uno di questi religiosi fu il benedettino Arnaldo, abate del monastero di Cluny, che nel 1067 fu nominato arcivescovo di Acerenza. Dopo che Aversa nel 1053 subentrò come sede episcopale alla decaduta cittadina di Atella, l’antica chiesa benedettina della ss. Trinità di Venosa fu donata dal papa al principe normanno Roberto il Guiscardo, il quale stabilì che nella chiesa fossero collocate le tombe dei duchi normanni facendola divenire il Pantheon della casata degli Altavilla. Anche la grande somiglianza tra le cattedrali di Aversa e di Acerenza, costruite nell’XI secolo su modelli francesi, testimonia lo stretto legame delle due città in epoca normanna. Molto probabilmente, in base a tale ipotesi storica, sarebbe stato lo stesso Arnaldo, arcivescovo di Acerenza, a organizzare nel 1070 il trasferimento delle reliquie di san Canione da Atella ad Acerenza. Successivamente, l’arcivescovo avrebbe favorito la diffusione in Lucania del culto del santo facendo circolare la notizia della presenza delle ossa del martire Canione in Acerenza come frutto di una precedente traslazione, avvenuta tre secoli prima, al tempo del vescovo Leone. Questa notizia, con l’aiuto dei benedettini del monastero di san Lorenzo in Aversa e di quelli di Montecassino, si sarebbe diffusa ampiamente anche a causa dell’esigenza dei normanni di latinizzare la liturgia del loro regno ancora troppo influenzata dalla cultura religiosa bizantina che per molti secoli aveva permeato l’intera lucania. La traslazione delle spoglie di san Canione per opera dell’arcivescovo Arnaldo si svolse lungo un itinerario che legava in quegli anni i principali centri normanni: da un lato Aversa, da poco divenuta diocesi, dall’altro le città lucane di Melfi e Venosa, rispettivamente residenza e cimitero dei primi duchi normanni. L’ipotesi della traslazione di san Canione in epoca carolingia (799) invece che in epoca normanna sarebbe, dunque, il risultato dell’influenza culturale dei benedettini e dei normanni. In particolare, sarebbero stati i benedettini ad alimentare negli abitanti di Calitri la devozione per san Canione, serbando nei loro manoscritti la memoria della traslazione del santo da Atella ad Aceren-

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za4 negli anni dell’invasione carolingia. In breve tempo in tutta la zona che va da Capua a Foggia, sotto la spinta dei normanni e dei benedettini, il culto di san Canione, prima limitato alla sola Terra di Lavoro, ebbe un forte impulso e si diffuse in tutta l’area, mentre il nome del santo martire fu incluso in numerosi testi liturgici di area cassinese, beneventana e lucana. In base a tale ipotesi, la piccola città di Atella in Lucania, che sorge a poca distanza da Calitri, proprio sulla strada per Acerenza, potrebbe aver avuto origine in epoca normanna, per opera di cittadini campani giunti in Lucania in occasione della traslazione delle reliquie di san Canione. Tuttavia molti storici ritengono che Atella in Lucania sia stata fondata nel XIV secolo da Giovanni d’Angiò, figlio del re Carlo II, in quanto la città compare nei documenti solo a partire dal 1330. Un’altra tradizione locale vuole, invece, che Atella in Lucania sia stata fondata in epoca romana da cittadini di Atella in Campania, su una terra concessa loro dal condottiero cartaginese Annibale dopo la disastrosa sconfitta e la fuga a Thuri. Ancora una volta, dunque, al di là della leggenda, emerge un collegamento storico tra la città campana e quella lucana che conferma un dato di fatto: l’esistenza di un antico legame culturale e religioso tra Terra di Lavoro e la regione del Vulture e proprio questo vincolo potrebbe essere alla base della diffusione del culto di san Canione tra la Campania e la Lucania.

4 Cfr. Emilio Ricciardi, Calitri Studi e ricerche, 1996 - 2005.

120 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

IL VESCOVO ELPIDIO GIUNGE AD ATELLA.

INSIEME ALL’AIUTO DI DIO, RINASCEREMO!

ABBIAMO BISOGNO DI TANTE COSE

AD ATELLA, NEL V SECOLO, IL PAGANESIMO ERA ANCORA FORTE E RADICATO MA LA CITTÀ NON ERA PIÙ FIORENTE COME NEL PASSATO.

QUESTA CITTÀ È ANTICA E BELLISSIMA, MA ANCORA POCHI SONO I CRISTIANI

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ELPIDIO PARLA AGLI ATELLANI E LI RINCUORA.

LE PREDICAZIONI DI ELPIDIO FANNO MOLTI PROSELITI.

VI AIUTERÒ A RINASCERE

ABBIAMO BISOGNO DI FEDE

QUESTO ELPIDIO È MOLTO BRAVO

TI AIUTERÒ ELPIDIO

CANIONE DOBBIAMO FARCELA

I DUE VESCOVI, CANIONE ED ELPIDIO, FRATELLI DI FEDE, AD ATELLA ERANO AMATI E APPREZZATI. CANIONE ERA AMICO DI ELPIDIO. CANIONE DOBBIAMO PREDICARE IL VANGELO CON GRANDE DETERMINAZIONE

QUESTA MISSIONE È MOLTO DURA.

122 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO

CERTO ELPIDIO


l’approdo in campania

CON ELPIDIO C’ERA ANCHE CIONE.

FRATELLO MIO CARO

GRAZIE

VOGLIO AIUTARTI IN QUESTA TERRA LONTANO DA CASA

TI SARÒ SEMPRE VICINO

HAI UNA GRANDE FORZA ELPIDIO!

CIONE CARO, INSIEME RENDEREMO ATELLA CRISTIANA

È DIO CHE MI GUIDA DALL’ALTO

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UN OSSESSO INDEMONIATO PERSEGUITAVA GLI ATELLANI. TI AMMAZZO!

NON TEMO NESSUNO!

IL VESCOVO ELPIDIO LOTTAVA IL DEMONIO E PURIFICAVA GLI OSSESSI.

FERMATI SATANA! COSA VUOI?

NUMEROSI ERANO I MIRACOLI CONTRO IL DEMONIO.

IL DIAVOLO ERA SCONFITTO SEMPRE.

GRAZIE ELPIDIO PER IL TUO MIRACOLO DA QUESTO CORPO VAI VIA DIAVOLO!

124 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

CON IL VESCOVO ELPIDIO C’ERA ANCHE IL NIPOTE ELPICIO. TI PROTEGGERÒ DA OGNI PERICOLO E TI AIUTERÒ A CRESCERE NELLA FEDE

TI VOGLIO BENE ZIO

IL NIPOTE ERA PICCOLO MA LO SEGUIVA SEMPRE.

LO AIUTAVA NEL MINISTERO PASTORALE.

TU MI HAI SALVATO DALLA MORTE IN AFRICA

POVERO ELPICIO, NIPOTE MIO

POI SI AMMALÒ GRAVEMENTE MA ELPIDIO NON LO ABBANDONÒ E GLI OFFRÌ IL SUO AIUTO E LE SUE PREGHIERE.

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ELPICIO MORÌ.

...ELPIDIO DECISE DI SEPPELLIRE IL NIPOTE ELPICIO E IL FRATELLO CIONE. IN QUESTO LUOGO SARANNO CUSTODITI I LORO CORPI

POCO LONTANO DA ATELLA...

OCCORRONO ALTARI CRISTIANI

DOVE SORGEVANO TEMPLI PAGANI VENNERO EDIFICATI TEMPIETTI CRISTIANI.

126 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

CON GLI ANNI CANIONE SI AMMALÒ.

IL VESCOVO ELPIDIO LO ASSISTEVA. NON PREOCCUPARTI CI SONO IO

MI SENTO MALE!

CANIONE MORÌ FRA LE BRACCIA DI ELPIDIO.

AIUTO ELPIDIO MUOIO

ARRIVEDERCI CANIONE CI VEDREMO NEL REGNO DI DIO

ADESSO SONO RIMASTO DAVVERO SOLO

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ANCHE CANIONE DEVE AVERE UNA DEGNA SEPOLTURA CRISTIANA

CANIONE LO MERITAVA, HA FATTO GRANDI COSE

ELPIDIO È DAVVERO BELLO

L’ANTICO ROMITORIO ACCOLSE IL CORPO DI CANIONE.

NEL ROMITORIO DOVE SI RECAVANO A PREGARE VENNE SEPPELLITO S.CANIONE.

128 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

NEL 455 D.C. MENTRE ELPIDIO ERA VESCOVO DI ATELLA I VANDALI, DOPO AVER INVASO LA CAMPANIA, BRUCIARONO ATELLA.

DOVE ANDREMO?

INTORNO A QUELLA CHIESA FUORI DA ATELLA, GUIDATI DA LUI, RISORGEREMO

GLI ATELLANI ERANO DISPERATI. SOSTENUTI DAL VESCOVO EDIFICARONO UN NUOVO VILLAGGIO INTORNO ALLA CHIESA DI S. ELPIDIO.

ELPIDIO È IL NOSTRO PASTORE, CI AIUTERÀ, CHIEDIAMO AIUTO!

CONFIDAVANO NEL LORO VESCOVO.

COSTRUIREMO UN NUOVO VILLAGGIO POCO FUORI LE MURA IL NOSTRO VESCOVO È UN CONFORTO IRRINUNCIABILE

COSTRUIAMO LE NOSTRE CASE

CI AIUTA SEMPRE

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GLI ATELLANI MI HANNO SEGUITO

ELPIDIO ERA CONTENTO DEL SUO LAVORO.

SEMPRE PIÙ NUMEROSA DIVENIVA LA COMUNITÀ CRISTIANA.

COME FAREMO SENZA DI LUI? DALL’ALTO DEI CIELI CI GUIDERÀ

IL VESCOVO ELPIDIO MORÌ LASCIANDO NELLO SCONFORTO I CRISTIANI DI ATELLA.

VENNE SEPPELLITO NELLA STESSA CHIESA CHE LUI AVEVA COSTRUITO PER I FEDELI.

130 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


È NATO SANO

l’approdo in campania

INTANTO NASCEVANO NUOVI BIMBI NEL VILLAGGIO.

A MOLTI NEONATI VENNE DATO IL NOME DEL VESCOVO FONDATORE DEL PAESE. COME LO CHIAMIAMO?

ELPIDIO!

GRAZIE A ELPIDIO

TI CHIAMO ELPIDIO

SEMPRE PIÙ NUMEROSI CRISTIANI DI ATELLA BATTEZZAVANO I NEONATI CON IL NOME DI ELPIDIO...

È CRESCIUTO!

...MENTRE SI INGRANDIVA IL NUOVO VILLAGGIO.

CHE BELLO QUESTO NUOVO PAESE!

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QUESTO PAESE È SORTO GRAZIE A ELPIDIO

DIAMO ONORE AL SUO GENEROSO FONDATORE

CHIAMIAMOLO S. ELPIDIO

È GIUSTO CHE SIA COSÌ!

LA VECCHIA ATELLA E IL NUOVO PAESE CONVIVEVANO VICINI E COSÌ FU PER ALCUNI SECOLI.

132 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

IN QUEL TEMPO CI FURONO TANTE INVASIONI: LE OSSA DEI SANTI VENIVANO RUBATE. DOBBIAMO SALVARE S. CANIONE IL VESCOVO DI ACERENZA HA PROMESSO DI AIUTARCI.

IL CORPO DI S. CANIONE ERA SEPOLTO E INCUSTODITO NELLA CHIESA FATTA COSTRUIRE DA ELPIDIO.

ACERENZA ERA UN PAESE ISOLATO E BEN DIFESO SULLE MONTAGNE DELLA LUCANIA.

IL VESCOVO DI ACERENZA LEONE II DECISE DI ATTIVARSI. PORTERÒ AD ACERENZA SAN CANIONE

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ANCHE IL NOSTRO ELPIDIO È IN PERICOLO!

DOBBIAMO FARE QUALCOSA!

CONTINUANO LE INVASIONI

OSTROGOTI E LONGOBARDI MISERO A FERRO E FUOCO LA CAMPANIA E CI FURONO MORTI, ROVINE, LUTTI... NAPOLI E LA CAMPANIA ERANO IN GUERRA CONTINUA.

AIUTO!

NESSUNO CI FERMERÀ

SACCHEGIAMO LA CAMPANIA!

134 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

NEL 787, A SEGUITO DI UN’INVASIONE DEI FRANCHI IN CAMPANIA, GLI ATELLANI PENSARONO A PORTARE IN SALVO LE RELIQUIE DI ELPIDIO.

DOBBIAMO AGIRE PRESTO

ECCO QUELLO CHE RIMANE DI S. ELPIDIO

POSSIAMO CUSTODIRLE A SALERNO!

GLI ATELLANI TRASPORTARONO LE RELIQUIE A SALERNO. DEVO PORTARE AL SICURO I RESTI DEL SANTO

IN QUESTA CITTÀ, DIFESA DAGLI ARECHI, VENNERO CUSTODITE NEL DUOMO.

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NELL’ANNO 1000, IL POPOLO GUERRIERO DEI NORMANNI ARRIVÒ IN CAMPANIA. ERANO FORTI E BEN ARMATI.

IN QUESTA REGIONE CI RIMANIAMO

IL CLIMA È MITE

LA CHIAMEREMO AVERSA

FONDEREMO UNA CITTÀ NORMANNA

DA QUESTA CITTÀ VECCHIA PRENDEREMO IL MATERIALE PER EDIFICARLA

SÌ CAPO DA ATELLA PRESERO PIETRE, MARMI, COLONNE.

136 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL VESCOVO ELPIDIO


l’approdo in campania

LA VECCHIA ATELLA VENNE SMONTATA PEZZO A PEZZO DAI NORMANNI.

RAINULFO DRENGOT, CAPO DEI NORMANNI, ERA DECISO. I RESTI DEI MONUMENTI ATELLANI IMPREZIOSIRANNO AVERSA

PORTIAMO VIA TUTTO!

LE COLONNE DELL’ANFITEATRO DI ATELLA VENNERO TRASPORTATE AD AVERSA, LA CITTÀ FONDATA DAI NORMANNI NELL’ANNO 1030.

POVERA ATELLA: È FINITA. ADESSO NON RIMANE CHE S. ARPINO

IL NUOVO VILLAGGIO DI S. ARPINO PRESE IL POSTO DI ATELLA.

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138 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


da feudo a ducato

N

el VI secolo d.C. l’ager atellanus e la Campania versano in uno stato di profonda crisi. Le campagne sono spopolate dalle continue incursioni dei barbari del nord mentre la popolazione è stremata dalla fame causata dalla scarsa produzione agricola. In questa fase di passaggio dall’Antichità al Medioevo, Atella e la Campania subiscono un continuo processo di trasformazione causato dalle frequenti invasioni di popoli e civiltà che si confrontano, scontrano e mescolano in questa fertile area geografica. La città di Atella, esposta in pianura e senza difese naturali, subisce saccheggi e distruzioni da parte dei Visigoti di Alarico quando questi, dopo aver depredato Roma nel 410 d.C., si dirige in Calabria. Altro saccheggio avviene per mano dei Vandali di Genserico nel 455 d.C. quando la città viene probabilmente anche incendiata. Ma le distruzioni maggiori avvengono nel corso della guerra fra i goti e le truppe imperiali bizantine guidate dal generale Belisario prima e da Narsete poi. In particolare, quando Belisario espugna Napoli nel 536 d.C. di certo tutto il territorio circostante, e quindi anche Atella, deve subire un ingente saccheggio. Nonostante queste sciagure la città continua a vivere e la comunità cristiana si presenta ormai accresciuta e rafforzata grazie all’opera evangelizzatrice di Elpidio. Divenuta sede vescovile, Atella vede il proprio vescovo Felice intervenire nel 501 al IV sinodo e al VI concilio sotto papa Simmaco, mentre il vescovo atellano Importuno nel 517 viene citato in una lettera di Gregorio Magno. Dal 552 al 568 la città risulta possedimento bizantino fino a quando, nel 571, i


Longobardi provenienti dall’Italia centro-settentrionale, arrivano anche in Campania e con i tre principati di Benevento, Capua e Salerno dominano nella pianura campana, conquistando anche Atella. Il Regno Longobardo, articolato in numerosi ducati, ciascuno munito di una forte autonomia decisionale, dura quasi due secoli. Napoli, invece, si sottrae vittoriosamente ai tentativi di conquista dei longobardi e rimane sotto il dominio bizantino. Retta da un duca, essa rimane una provincia bizantina a capo di uno stato autonomo detto ducato ove la carica di duca diviene ereditaria fra le famiglie della nobiltà locale. Stretta fra bizantini e longobardi, la Liburia, area pianeggiante posta fra Napoli e il fiume Clanio e della quale Atella era il centro, fra il IX ed il X secolo diviene un campo di battaglia fra gli eserciti bizantino-napoletani da sud e quelli longobardi da nord che si contendono il domino dell’intera area. Questi continui scontri facilitano le attività di saccheggio dei predoni a caccia di reliquie di santi da vendere. Secondo alcune fonti storiche nel 779 il vescovo di Acerenza Leone procede alla traslazione delle spoglie di san Canione da Atella alla cattedrale di Acerenza, fortificata e meglio protetta. Nel 787, a causa dell’attacco dei Franchi, che erano giunti alle porte di Capua, molti atellani scappano dalla città, che allora faceva parte del ducato longobardo di Benevento, e si rifugiano presso il duca longobardo Arechi II nella città fortificata di Salerno, portando con sé le reliquie dei santi Elpidio, Cione ed Elpicio. In questi anni inizia a delinearsi con maggior chiarezza la separazione di Atella da Sant’Arpino che, nato come un borgo della città poco fuori le mura, sopravvive dopo che la città madre scompare, diventando un villaggio autonomo. Nell’820 si hanno le prime testimonianze notarili dell’esistenza di Sant’Arpino, detto Sanctum Helpidium, che inizia a staccarsi dalla città madre Atella. Nell’830 il duca Buono di Napoli abbatte la rocca atellana posseduta dai longobardi ma nel 835 il longobardo Sicardo riprende l’intera liburia atellana e stringe d’assedio i bizantini nella città di Napoli. Nel frattempo Capua, che era stata prima distrutta dai saraceni (nel 843) e poi ricostruita (nel 856), riesce a proporsi come polo di aggregazione dei longobardi meridionali rimanendo domino longobardo fino al 1058 quando verrà poi conquistata dai normanni. Nell’877 nella chiesa di sant’Elpidio viene ospitato per una notte il corpo di

140 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


sant’Attanasio, che da Cassino veniva trasportato a Napoli lungo la vecchia via Atellana. Intorno al 1000 in Campania si ha una ripresa dell’agricoltura. In questi stessi anni arrivano i normanni che giungono come soldati mercenari senza avere un progetto preciso. Con le colonne e le rovine di Atella, nel 1030, i normanni costruiscono la loro prima Contea ad Aversa, che diviene anche sede vescovile incorporando sia il territorio dell’antica diocesi di Atella sia parte della diocesi di Cuma. La cattedra episcopale ad Aversa viene concessa dal papa Leone IX (1002 - 1054) che acconsente alle richieste dei normanni di Riccardo I. La fusione delle vecchie sedi episcopali non fu un atto immediato e databile con precisione. La sede atellana fu sicuramente quella con cui si formò immediatamente la cattedra in Aversa. Infatti nel primo ventennio la sede veniva indifferentemente nominata di Aversa o della nuova Atella; così un vescovo aversano veniva anche detto atellano, come nel caso di Goffredo, terzo nella serie ufficiale dei vescovi di Aversa. In questo periodo si ha notizia di Albertus Atellanus con il riferimento a uno degli antipapi che furono contrapposti al papa Pasquale II (1050 - 1118), centosessantesimo papa della Chiesa dal 1099 alla morte. Con la fondazione normanna di Aversa tutto il territorio di Atella dominato dai longobardi passa alla nuova città mentre quello dominato da Napoli rimane invariato. Il duca di Napoli non consentì per niente ai normanni di insediarsi sul territorio di propria competenza ma favorì il fatto che essi acquisissero solo terre di competenze del nemico e ciò per indebolire gli antichi rivali longobardi. Ben presto però la forte organizzazione militare dei normanni consentì loro di ottenere una notevole espansione nel sud Italia. Sotto la dinastia degli Altavilla conquistarono Capua (1058), Salerno (1077), Amalfi (1095), Napoli (1139) e la Sicilia da cui cacciano gli arabi unificando di fatto tutto il Mezzogiorno d’Italia. Nell’anno 1121 Giordano II, principe normanno di Capua, dona alla mensa episcopale aversana Villa Sancti Elpidii, che diventa così feudo del vescovo di Aversa. La morte di Guglielmo II (nel 1189), ultimo sovrano degli Altavilla, causa un trentennio di lotte per la successione che si conclude nel 1220 con la ricostruzione della monarchia sotto Federico II di Svevia. La sua corte diventa luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Nel 1224 per volontà dell’imperatore la città di Napoli diviene sede dell’Universi-


tà degli Studi. In questo periodo, a Sant’Arpino esistevano ben quattro chiese: sant’Elpidio, san Giacomo, san Leucio e santa Maria di Atella. Un documento del 12341 riporta che il presbitero Landone, rettore della chiesa di san Leucio di Sant’Arpino, con licenza di Giovanni Lamberto vescovo di Aversa conferma a Gregorio Squadra, fedele vassallo della chiesa aversana, un fondo in Sant’Arpino di proprietà della chiesa di san Leucio. Alla morte di Federico II, nel 1250, gli succede come reggente suo figlio naturale Manfredi, che però viene sconfitto a Benevento da Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia. Nemmeno l’arrivo di Corradino di Svevia riesce a ripristinare la dinastia sveva. Corradino, sconfitto dagli angioini a Tagliacozzo, viene decapitato nella piazza del mercato a Napoli il 29 ottobre 1268. A questo punto, gli angioini diventano padroni del territorio e tramonta la dinastia svevo-normanna. La presenza in paese di una chiesa dedicata a san Leucio, è un’ulteriore testimonianza dell’appartenenza di S. Arpino al ducato longobardo in quanto il culto di questo santo venne diffuso in tutta l’Italia meridionale dai longobardi del ducato di Benevento. Il regno angioino si caratterizza per le innumerevoli deleghe concesse ai baroni a cui vengono assegnate anche nuove terre in feudo. Carlo d’Angiò, il 30 maggio 1269, dona Villa Sancti Elpidii a Jean Troussevache, cavaliere francese, che aveva combattuto al suo fianco contro gli svevi. Alla morte di Carlo d’Angiò si scatenò nella famiglia reale una serie di conflitti dinastici. In questo periodo, a seguito dei Vespri siciliani, il regno angioino perde la Sicilia che viene conquistata dagli aragonesi. Ed è proprio in conseguenza dei Vespri siciliani, nel 1282, che arrivano dalla Spagna, al seguito degli aragonesi alla conquista della Sicilia, i nobili Sanchez de Luna. Nel 1305 Roberto, figlio di re Carlo II d’Angiò, sposa in seconde nozze la giovane Sancia, figlia di re Giacomo II di Maiorca: una donna pia, religiosa e caritatevole. La regina Sancia, un anno dopo la morte del marito Roberto, nel 1344, dona al monastero di santa Maria Maddalena di Napoli, da lei stessa fondato, gli antichi beni feudali posseduti da Troussevache nella Villa Sancti Helpidii in quanto il cavaliere francese era morto senza lasciare eredi. In questi anni, oltre alla regina Sancia e alla mensa episcopale aversana, altro feudatario di Sant’Arpino era Giovanni d’Ariano. 1 C. Salvati (a cura di), Codice diplomatico svevo di Aversa, Arte tipografica, Napoli 1980, vol. II pp. 353-354.

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Alla morte di Carlo III d’Angiò si scatena una cruenta lotta dinastica per la successione al trono, che vede contrapposti Ladislao figlio di Carlo III contro Luigi d’Angiò. I grandi feudatari meridionali si schierano con l’uno o con l’altro: Giovanni d’Ariano si schiera con Luigi d’Angiò che era appoggiato anche dalla corte papale di Avignone. La cruenta battaglia dinastica per l’eredità del regno angioino si conclude con l’ascesa al trono di Ladislao, il quale concede il feudo di Sant’Arpino al milite Gurello Carafa di Napoli che partecipa anche ad altre vittoriose battaglie al fianco del re Ladislao e nel 1401 viene nominato ciambellano del re. Nel 1414 muore Ladislao e sale al trono la sorella maggiore Giovanna II ma nel 1442 Napoli viene assediata e conquistata dalle truppe di Alfonso V d’Aragona. La conquista del regno di Napoli completa il dominio nel sud Italia degli aragonesi che già posseggono Sicilia e Sardegna. Con gli aragonesi Napoli diventa la sede del sovrano e pertanto gode dei fasti della corte. Alfonso V combatte le spinte autonomistiche dei baroni e riorganizza il sistema tributario e amministrativo del regno. Una traccia lasciata in Sant’Arpino dagli angioini francesi rimane l’esistenza di una strada e di una località in paese dette sant’Aloja scritto nei documenti anche come S. Loja. Questo nome deriva da una corruzione in dialetto napoletano del termine Sant’Eligio che in francese si pronuncia Eloi. Il santo, a cui forse in Sant’Arpino doveva essere dedicata qualche cappella votiva, era il protettore dei maniscalchi ed era molto venerato dai francesi. Dopo aver domato un tentativo degli angioini di riprendersi il potere, la dinastia degli aragonesi governa fino al 1503 quando, a seguito di un trattato fra Spagna e Francia, il regno di Napoli venne affidato definitivamente agli spagnoli del re Ferdinando il cattolico. Il re di Spagna, nel 1504, dichiara l’annessione del regno alla corona di Spagna e Napoli non è più la sede del sovrano. I sovrani si spostano in Spagna e a rappresentare i d’Aragona a Napoli restano i viceré. Iniziano due secoli di dominazione spagnola: fra il 1503 e il 1707 uno stuolo di viceré si succede alla reggenza del regno e spesso si rende protagonista di imposizioni strozzanti. Per effetto della guerra di Polonia del 1734, divenne re di Napoli Carlo di Borbone dando inizio ad una nuova epoca storica.


S

e è chiaro che il nuovo villaggio denominato Sanctum Helpidium ha indubbiamente avuto origine dalla città di Atella, non è però documentato con certezza storica l’anno in cui è sorto, né tantomeno il tipo di rapporto intercorso fra il nuovo paese e la città madre. Le fonti storiche testimoniano l’esistenza di Atella anche nel IX secolo, quando alcuni documenti notarili già certificano l’esistenza di Sant’Arpino. Nonostante la nascita del nuovo villaggio, la vecchia città osca di Atella era ancora in vita al tempo in cui i longobardi dominavano la Campania attraverso i loro insediamenti di Capua, Salerno e Benevento mentre la città di Napoli era retta da un duca sotto la sovranità bizantina. Da documenti storici apprendiamo che Sant’Arpino, detto Sanctum Helpidium, già esisteva nell’820 quando venne rogato in paese un atto notarile per la vendita di un terreno. Altri documenti che parlano del trasporto del corpo di sant’Attanasio da Montecassino a Napoli documentano una sosta nell’anno 877 presso la cattedrale di sant’Elpidio ad Atella e quindi di una chiesa presente all’interno della mura della città in quell’anno. Altresì si asserisce l’esistenza di Atella nell’882 quando il duca di Spoleto vi si fermò alcuni giorni in occasione dell’aiuto militare che venne a portare al duca di Napoli. In altri documenti si legge che nell’888 il principe di Benevento Aione si rifugiò ad Atella dopo una sconfitta. Dunque appare difficile riuscire a separare nettamente i due centri che sembrano sovrapporsi nello spazio e nel tempo senza soluzione di continuità. Di sicuro l’abbandono graduale della città di Atella e la nascita di diversi nuclei abitativi nel territorio circostante sono da porsi in stretta relazione con la difficile situazione venutasi a creare nella cosiddetta Liburia, ossia in quell’area pianeggiante posta fra Napoli e il fiume Clanio della quale Atella era il centro. Tale area infatti, fra il IX e il X secolo, divenne un campo di battaglia aperto fra gli eserciti bizantino-napoletani da sud e quelli longobardi da nord. In una situazione di continue tensioni Atella, posta al centro della zona pianeggiante, priva di difese naturali, dovette subire l’occupazione ora dell’uno ora dell’altro esercito, con le immancabili ripercussioni negative sulla città e sulla sua popolazione. In questo periodo mancano notizie sul nuovo villaggio di Sanctum Helpidium, che compare nuovamente citato nei documenti dopo la fondazione della contea di Aversa per opera dei normanni i quali, per edificare la città, si servirono

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i feudatari di sant’arpino

delle colonne e dei resti di Atella, a riprova che la città era ormai stata completamente abbandonata dai suoi abitanti e che questi ultimi avevano costituito per gran parte il nucleo del nuovo villaggio di Sant’Arpino. Di Sant’Arpino si riparla nuovamente in un diploma dell’anno 1121, quando Giordano II, principe normanno di Capua, donò o confermò in dono, alla mensa episcopale aversana, la Villam Sancti Elpidii cum omnibus pertinentiis suis e da tale momento il paese divenne dunque feudo dei vescovi aversani. In quell’anno, quindi, Aversa era già diventata sede vescovile al posto di Atella, che dopo cinque secoli perde la sua funzione di residenza vescovile della Liburia. La nuova diocesi di Aversa oltre a quella atellana incorpora anche parte del territorio della diocesi di Cuma. Nel 1175, Sant’Arpino (Villa Sancti Elpidii) viene citato in un altro documento storico come sede del barone aversano Gimbuino. Nel 1268 poi, Aversa, con i suoi potenti feudatari, partecipò alla rivolta contro gli angioini schierandosi al fianco di Corradino di Svevia. Dopo la sconfitta di quest’ultimo, la repressione del re Carlo d’Angiò cadde inesorabile contro i proditores, ossia contro i traditori, come venivano definiti coloro che avevano partecipato alla rivolta contro gli angioini schierandosi al fianco degli svevi. Nel 1269, Carlo d’Angiò donò in feudo a Jean Troussevache, cavaliere francese, alcuni beni della Villa Sancti Elpidii e pertanto, da questo momento in poi, vi furono almeno due signori feudali di Sant’Arpino: uno era il vescovo di Aversa, l’altro era il cavaliere francese che aveva combattuto al fianco del re Carlo d’Angiò contro gli svevi e che per tale motivo venne premiato con il suddetto feudo. Tuttavia, non conosciamo la consistenza dei rispettivi feudi, né sappiamo a chi appartenessero i beni di Sant’Arpino donati da Carlo d’Angiò a Troussevache. In questo periodo ritroviamo anche il più antico documento riportante il nome del paese nella forma dialettale corrotta. Infatti, in un documento del 12801, sono citati un tal Deodato Russo de Sancto Arpindo e un tal Simone Tancanico anche lui di Sancto Arpidio. Dunque ormai nella parlata volgare il paese di Sanctum Helpidium era diventato Sancto Arpindo o Sancto Arpidio e così iniziava a essere registrato anche negli atti ufficiali. 1 B. D’Errico, Tra i santi e la Maddalena, nota e documenti per la storia di Sant’Arpino, Pro Loco Sant’Arpino, 1993, p. 20.

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Dai documenti ecclesiastici medioevali si ricava che nel 1300 a Sancto Arpindo esistevano ben quattro chiese. Rispetto agli altri paesi facenti parte della diocesi aversana, Sant’Arpino primeggiava quindi per numero di edifici religiosi. Infatti in quegli anni le chiese esistenti sul territorio di Sant’Arpino erano le seguenti: sant’Elpidio, san Giacomo, san Leucio e santa Maria di Atella. A queste inoltre si deve aggiungere anche san Canione poi detta santa Maria delle Grazie. Dagli importi delle decime pagate dai cappellani, risulta che la chiesa dotata di maggiori entrate nel 1324 era quella di san Giacomo, con una rendita di due once e quindici tareni, seguita dalla chiesa di sant’Elpidio con due once, poi da santa Maria di Atella con venticinque tareni e infine da san Leucio con ventiquattro tareni. Dunque di una certa importanza doveva essere la chiesa di san Giacomo di cui oggi non rimane traccia se non nel nome di una strada in cui probabilmente era situata. Analogamente non ci resta nulla della chiesa di san Leucio e di quella di san Pietro di Atella, che viene citata in un documento del 1542 dell’archivio vescovile di Aversa, ove sono elencate le chiese che il vescovo di allora visitò in Sant’Arpino durante la visita pastorale. Un altro documento importante da cui si ricavano notizie di Sant’Arpino per il Medioevo è un atto di donazione (14 gennaio 1344) della regina Sancia al monastero di santa Maria Maddalena di Napoli. La regina, moglie del sovrano napoletano Roberto d’Angiò, era molto devota e caritatevole e, alla morte dello sposo, prima di ritirarsi nel monastero di santa Croce a Napoli, con atto rogato dal notaio Giovanni Carroccello donò al monastero di santa Maria Maddalena molte proprietà, fra le quali gli antichi beni feudali posseduti da Jean Troussevache nella villa Sancti Helpidii. Infatti il cavaliere francese era morto senza lasciare eredi e le sue proprietà, fra cui appunto Sant’Arpino, erano passate al regio demanio. Di questo atto notarile esiste una copia del XVII secolo nell’Archivio di Stato di Napoli. Da tale documento si ricava altresì che nel 1344 a Sant’Arpino vi erano trentanove famiglie vassalle della regina Sancia, nonché cinque vassalli del vescovo di Aversa, tenuti alla corresponsione di un canone annuo in denaro per il pagamento di diversi censi. Alla morte della regina Sancia (1345), le successe la nipote Giovanna e in questo periodo i beni del monastero furono oggetto di vicende travagliate. Per questo motivo la regina Giovanna dispose, nel 1364, un inventario dei beni donati

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da Sancia al monastero della Maddalena. Dall’inventario si ricavano i beni che il Monastero possedeva in villa Sancti Aelpidii, oltre le entrate dei censi venti anni dopo la donazione di Sancia. Altro feudatario del paese era il milite Giovanni d’Ariano, segretario della stessa regina Sancia. Di lui non conosciamo quando acquistò i beni a Sant’Arpino, però sappiamo che ne aveva altri ad Aversa e che possedeva anche il casale di Parete. Al feudatario d’Ariano successero il figlio Roberto (nel 1364) e infine (nel 1384) il figlio di quest’ultimo Giovanni. Nella guerra dinastica fra Ladislao e Luigi d’Angiò, scatenatasi dopo la morte del re Carlo III, il feudatario di Sant’Arpino Giovanni d’Ariano si schierò dalla parte di Luigi, che però venne sconfitto e, pertanto, d’Ariano perse tutti i suoi beni. Infatti, il vittorioso re Ladislao nel 1392 concesse il feudo di Sant’Arpino (confiscato appunto al d’Ariano) al milite Gurello Carafa di Napoli. Il nuovo feudatario di Sant’Arpino, appartenete alla potente famiglia dei Caracciolo, veniva detto anche Carafa, e tale cognome soppiantò e sostituì definitivamente quello dei Caracciolo. Gurello Carafa era figlio di Tommaso e Mariella Marescalco, una nobildonna appartenente a una potente e ricca famiglia aversana. Morto Gurello nel 1402, gli successe il figlio Luigi Antonio Carafa, a cui la regina Giovanna II concesse un assegno di quattro once sulle imposte pagate dagli abitanti del casale di Sant’Arpino. Alla morte di Luigi, essendo senza prole, gli successe nel 1422 il fratello Caraffello, valoroso uomo d’armi che rimase sempre fedele al partito di Alfonso d’Aragona, il quale, quando diventò re nel 1442, come segno di benevolenza e gratitudine gli concesse un feudo nell’isola di Malta e gli confermò l’assegno di quattro once sulle collette del casale di Sant’Arpino. A Caraffello successe nel 1458 il nipote Bernardo, figlio del fratello Giovanni. A Bernardo il re Ferdinando d’Aragona confermò l’ufficio di capitano nel casale di Sant’Arpino con tutti i vassalli. Nel 1459 il re Alfonso d’Aragona istituì una nuova imposta detta focatico poiché pagata in ragione dei fuochi, ossia delle famiglie, e da qui scaturì la necessità della numerazione dei fuochi di ogni paese del regno per riscuotere questa imposta. Nello stesso anno a Sant’Arpino risultavano trentadue fuochi fiscali, ossia trentadue famiglie soggette a tassazione, in quanto dall’imposta focatica erano esclusi i nobili e quelli che non avevano alcun mezzo di sostentamento.

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Sposato con Maria Maramaldo, Bernardo Carafa ebbe tre figli maschi, a uno dei quali, Giovanni, toccò nel 1477 dopo la morte del padre il feudo di Sant’Arpino. Giovanni Carafa era un uomo elegantissimo. Proprio per la sua ricercatezza nel vestire venne soprannominato galante. Successe a lui nella titolarità del feudo, nel 1513, il figlio Federico, a cui poi seguì (nel 1529) il figlio Giovanni e infine, alla morte di questi (nel 1564) il fratello Gian Giacomo Carafa, che fu l’ultimo feudatario di Sant’Arpino appartenente alla stirpe dei Carafa. Morto Gian Giacomo nel 1567, infatti, gli successe nella titolarità dei beni il figlio Fabrizio ma, a causa dei debiti del padre, il casale di Sant’Arpino venne posto in vendita. Nel 1569, per ordine del Sacro Regio Consiglio, su istanza dei creditori del defunto Gian Giacomo Carafa, risultò aggiudicataria dell’asta del casale per la somma di 13.500 ducati, donna Caterina de Luna, moglie di Alfonso Sanchez, all’epoca tesoriere generale e poi Marchese di Grottola. Successivamente, nel 1574, Caterina de Luna comprò dalla Regia Corte anche le seconde cause, ossia la giurisdizione d’appello del casale, al costo di cinque ducati per fuoco. Poiché all’epoca i fuochi (famiglie) residenti a Sant’Arpino erano sessantatré, sborsò per tale acquisto 315 ducati. Non abbiamo notizie di come e quando si estinse il feudo di Sant’Arpino appartenente alla mensa episcopale aversana: forse venne assorbito da quello dei Carafa, di sicuro dai documenti si riscontra che nel 1700 non sono più segnalate proprietà terriere della mensa nel casale di Sant’Arpino. Nel 1808 il duca di Sant’Arpino Alonzo Sanchez de Luna acquistò anche i beni del Monastero della Maddalena di Napoli pari a cento moggia di terreno. La famiglia dei Sanchez de Luna d’Aragona rimase feudataria di Sant’Arpino per oltre due secoli, trasmettendo il feudo di padre in figlio. Nel 1666 a Giovanni IV Sanchez de Luna fu concesso il titolo di duca di Sant’Arpino per i servigi resi al re di Napoli da lui e dai suoi antenati. I Sanchez de Luna riuscirono a rimanere in possesso del feudo sia durante la reggenza dei viceré spagnoli, sia durante il breve periodo di transizione austriaca, sia durante l’epoca del dominio borbonico, lasciando un segno indelebile nel patrimonio architettonico del paese. Durante il dominio dei Sanchez prese forma il centro storico del paese con il predominio del grigio scuro della pietra del piperno fra i colori degli edifici civili e religiosi, grigio che divenne così il tratto peculiare e distintivo dell’im-

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magine del comune. Come accade spesso, infatti, il patrimonio architettonico di una comunità si connota attraverso il legame stretto fra le pietre disponibili sul territorio e i colori stessi delle città e quindi, come a Roma predomina il bianco del travertino, a Firenze il grigio della pietra serena, a Siena il rosso dei mattoni prodotti con le argille locali, così il colore grigio scuro del piperno divenne genius loci dei centri storici di importanti località della Campania quali Napoli, Pozzuoli, Aversa, Portici. Il colore di questa pietra vulcanica, spesso in associazione con il giallo del tufo napoletano, assurse in questi secoli anche al ruolo di tratto distintivo del centro storico di Sant’Arpino, il cui impianto si delineò appunto durante la dominazione dei Sanchez de Luna. Questa potente famiglia spagnola, in Sant’Arpino edificò tre straordinari monumenti architettonici (il palazzo ducale, la chiesa di sant’Elpidio e la chiesa con annesso convento di san Francesco di Paola) che ancora oggi, dopo secoli, con il loro carico di storia, con il loro marmo, il loro piperno millenario figlio di questa terra, troneggiano incontrastati tra le case di Sant’Arpino.

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i feudatari di sant’arpino

JEAN TROUSSEVACHE, NOBILE CAVALIERE FRANCESE SEGUÌ IL SUO RE CARLO D’ANGIÒ IN ITALIA NELLA GUERRA CONTRO GLI SVEVI.

SIRE IO TI SARÒ SEMPRE FEDELE!

IL RE CARLO D’ANGIÒ APPREZZAVA IL VALORE DEI SUOI VASSALLI.

SIRE SU DI NOI PUOI CONTARE

CON VOI MI SENTO SICURO! NELLE GUERRE SAPEVANO COMBATTERE CON CORAGGIO.

FACCIO UN GIRO DI PERLUSTRAZIONE

FACEVANO DA GUARDIA AL RE IN TUTTI I SUOI SPOSTAMENTI E LO PROTEGGEVANO DALL’ASSALTO NEMICO.

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IO TI NOMINO FEUDATARIO DEL PAESE. GRAZIE MAESTÀ!

IL RE CARLO D’ANGIÒ NEL 1269 DONÒ IN FEUDO AL CAVALIERE JEAN TROUSSEVACHE I BENI DI VILLA SANCTI ELPIDII.

IL TUO FEUDO È ANTICO.

SAPRÒ GOVERNARLO.

INTANTO I SANTARPINESI COMMENTAVANO LA DECISIONE DEL RE. ADESSO ABBIAMO DUE FEUDATARI.

SI! IL VESCOVO DI AVERSA E JEAN TROUSSEVACHE!

NEL 1330 A SANT’ARPINO ESISTEVANO BEN QUATTRO CHIESE. NELLA DIOCESI ERA UN PRIMATO.

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i feudatari di sant’arpino

FRA QUESTE C’ERA QUELLA DI SANTA MARIA DI ATELLA.

POSTA IN MEZZO AI CAMPI AGRICOLI, AVEVA UNA RENDITA DI 25 TARENI.

UN DIPINTO BELLISSIMO CON MARIA CHE ALLATTA.

AL SUO INTERNO AVEVA LE MURA AFFRESCATE. FRA I DIPINTI C’ERA UNA “MADONNA LACTANS”. I CONTADINI APPREZZAVANO E AMAVANO MOLTO QUELLA “MADONNA LACTANS” PER LE TANTE GRAZIE RICEVUTE.

MADONNINA CARA PROTEGGIMI!

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NEGLI ATTI UFFICIALI IL PAESE VENIVA TRASCRITTO NELLA FORMA DIALETTALE DI SANCTO ARPINDO CHE POI SI SAREBBE TRASFORMATA IN SANT’ARPINO.

NEL 1344 LA REGINA SANCIA, MOGLIE DI ROBERTO D’ANGIÒ, CON ATTO NOTARILE DONÒ I PROPRI BENI DI SANT’ARPINO ALLE SUORE DEL MONASTERO DI SANTA MARIA MADDALENA. REGINA LEI VUOLE DONARE?

ALTRO FEUDATARIO ERA IL MILITE GIOVANNO D’ARIANO. POTETE SMETTERE DI LAVORARE.

GRAZIE SIGNORE.

SI NOTAIO!

GIOVANNI D’ARIANO NELLA CONTESA DINASTICA FRA LADISLAO E LUIGI D’ANGIÒ SI SCHIERÒ CON QUEST’ULTIMO. POICHÈ VINSE LADISLAO IL MILITE GIOVANNI D’ARIANO PERSE IL FEUDO DI SANCTO ARPINDO. IO SARÒ RE!

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NO, VINCERÒ IO!


i feudatari di sant’arpino

IL NUOVO RE LADISLAO NOMINÒ FEUDATARIO IL MILITE GURELLO CARAFA DI NAPOLI.

GRAZIE MIO SIRE.

ORA CARAFA TU SARAI IL NUOVO FEUDATARIO DI SANCTO ARPINDO.

GURELLO CARAFA PARTECIPÒ AD ALTRE VITTORIOSE BATTAGLIE AL FIANCO DEL RE LADISLAO E NEL 1401 VENNE NOMINATO CIAMBELLANO DEL RE. SI MAESTÀ!

APPARTENENTI ALLA POTENTE FAMIGLIA DEI CARAFA, I FEUDATARI AVEVANO UN BELLISSIMO PALAZZO A NAPOLI. ALLA MORTE DI GURELLO GLI SUCCESSE IL FIGLIO LUIGI E ALLA MORTE DI QUESTI IL FRATELLO CARAFFELLO.

SEGUITEMI VALOROSI SOLDATI.

NEL CENSIMENTO DEL 1459 A SANT’ ARPINO RISULTAVANO TRENTADUE FAMIGLIE.

ELPIDIO COME TI CHIAMI?

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DOPO LA MORTE DI CARAFELLO GLI SUCCESSE IL NIPOTE BERNARDO CARAFA.

A QUESTI IL RE FERDINANDO D’ARAGONA CONFERMÒ L’UFFICIO DI CAPITANO DEL CASALE DI SANT’ARPINO.

AMEN. SANT’ARPINO È TUO!

RIPOSA IN PACE.

BERNARDO CARAFA SPOSÒ MARIA MARAMALDO.

BERNARDO OGGI È UN GIORNO STUPENDO.

SI MIA CARA.

DA QUESTO MATRIMONIO NAQUERO TRE FIGLI MASCHI. UNO DI QUESTI SI CHIAMAVA GIOVANNI.

156 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


i feudatari di sant’arpino

ALLA MORTE DI BERNARDO CARAFA IL FEUDO PASSÒ AL FIGLIO GIOVANNI CHE ERA UN UOMO ELEGANTISSIMO, SEMPRE BEN VESTITO. A LUI VENNE DATO L’APPELLATIVO DI GALANTE. COME SONO BELLO ED AFFASCINANTE!

L’ULITMO DEI CARAFA A CAUSA DI SPERPERI MORÌ PIENO DI DEBITI ED IL FEUDO VENNE MESSO ALL’ASTA.

CAMBIEREMO FEUDATARIO. SPERIAMO IN BENE!

AGGIUDICATO!

13.500 DUCATI!

ECCO LA SOMMA. COMPLIMENTI SIGNORA CATERINA, IL FEUDO È SUO!.

LA NOBILDONNA CATERINA DE LUNA SI AGGIUDICÒ IL FEUDO.

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A

lcuni anni dopo l’acquisto del feudo, la famiglia Sanchez de Luna d’Aragona iniziò a Sant’Arpino la costruzione del palazzo baronale, della nuova chiesa di sant’Elpidio e del complesso conventuale di santa Maria d’Atella, dedicato poi a san Francesco di Paola. La vecchia e ormai cadente chiesa di sant’Elpidio venne abbattuta e al suo posto il marchese Alonzo III Sanchez de Luna d’Aragona fece costruire il palazzo baronale i cui lavori terminarono nel 1592. Una nuova chiesa parrocchiale, più ampia rispetto all’antica, fu fatta edificare dal marchese nel luogo ove attualmente essa ancora sorge. Tutto ciò comportò uno stravolgimento architettonico e urbanistico del centro storico del paese. In particolare, gli interventi edilizi dei Sanchez segnarono in modo incontrovertibile l’aspetto della piazza che, con il palazzo baronale e l’edificio religioso posti l’uno di fronte all’altro, divenne cuore pulsante e centro vitale del paese. Da un documento del Cinquecento risulta che innanzi alla chiesa, ma volta verso via san Giacomo, vi era la piazza del paese, nella quale spiccava un olmo, tipico ornamento delle piazze dei nostri antichi casali. Dal lato opposto, dove è oggi la piazza del paese, le costruzioni proseguivano radenti la strada cosiddetta di sant’Antimo, ossia l’attuale corso Atellano. La nuova chiesa di sant’Elpidio fu edificata abbattendo la vecchia cappella di santa Maria Maddalena, di proprietà dell’omonimo monastero di Napoli, nonché una bottega e una taverna che lì esistevano da anni. Una nuova cappella dedicata a Maria Maddalena venne edificata al termine di via santa Maria d’Atella, l’odierna via tenente Leone D’Anna, così da compensare l’abbattimento della vecchia. In questa cappella venne trasferita una lapide elencante una serie di persone dedite alla cura della cappella. Tale lapide, datata 1559, risulta attualmente la più antica del paese e dalla data si evince che era murata già nella vecchia cappella della Maddalena. Inoltre, nello stesso periodo, Alonso III Sanchez de Luna d’Aragona fece iniziare i lavori per la costruzione di un convento dedicato a san Francesco di Paola là dove già esisteva l’antica chiesa di santa Maria d’Atella. Questa antichissima chiesetta rurale, la cui esistenza è documentata fin dall’inizio del Trecento, era una delle quattro chiese del paese ove si officiava la messa con regolare cappellano. Una bellissima pittura parietale raffigurante la Madonna che allatta Gesù Bambino (Madonna Lactans) venne

158 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


i monumenti costruiti dai sanchez

salvata dall’abbattimento, al fine di lasciare una testimonianza dell’antichissima chiesetta e del culto preesistente. Invece, per rendere memoria dell’antica chiesa di sant’Elpidio, sulle mura perimetrali del nuovo palazzo baronale lo stesso marchese Alonso III fece incastonare delle lapidi marmoree riportanti la lunghezza e la larghezza del vecchio luogo di culto. Quest’ultimo, così come si ricava dalle lapidi tuttora esistenti, sorgeva verso il lato est dell’odierno cortile del palazzo e aveva l’ingresso rivolto verso la città di Atella, ossia verso l’attuale via Compagnone. Era lungo circa 21 metri e largo 14; davanti all’antica chiesa vi era un atrio, lungo pressappoco 22 metri e largo 14, all’interno del quale ci si introduceva attraverso una porta con un arco di mirabile architettura. Sulla porta d’ingresso della nuova chiesa, unica nella zona ed essere edificata con due torre campanarie, il marchese fece murare una lapide in cui ricordava ai posteri l’antica chiesa e celebrava l’edificazione della nuova: «D.Elpidii Fanum Vetustate Collapsum Alfonsus Sancius Grottolae Marchio Summi Ordinis Ab rege Consiliarius Atellano In Agro Coeli Facie Et Loco Mutatis Magnificentius F. MDXC». Tale lapide venne poi rimossa nel 1884, quando la chiesa fu ampliata e ristrutturata e, al suo posto, fu collocata quella che attualmente leggiamo. Ai lati della lapide, nel portale di piperno della chiesa, furono lasciati inalterati gli stemmi del duca Alonzo III che, dunque, lasciò tracce indelebili di quest’opera di sventramento e ricostruzione del paese, in modo che i posteri avessero ricordo delle preesistenti strutture. Alonzo III Sanchez de Luna e sua moglie Caterina, sotto l’androne del palazzo ducale, fecero dipingere lo stemma nobiliare della famiglia, che poi venne nel corso dei secoli più volte modificato e ridipinto dai successivi feudatari. Alonzo VIII, nel 1798, nella sua opera di ristrutturazione e abbellimento del palazzo, fece apporre un grosso stemma marmoreo sulla facciata principale. In quei tempi, infatti, le insegne delle famiglie nobili venivano apposte un po’ ovunque: sugli ingressi o le volte dei palazzi, sulle porte delle carrozze, sulle piastrelle dei pavimenti. Progettato da architetti dell’epoca, il maestoso palazzo presenta una struttura architettonica rinascimentale nel disegno, negli spazi e nei volumi. Venne realizzato con l’edificazione di quattro corpi di fabbrica posti a corona intorno a un cortile che aveva vari annessi agricoli e un’immensa cisterna per la raccolta delle acque meteoriche. Alle spalle del palazzo vi era un grande giardino, dell’esten-

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sione di oltre dieci moggia di terreno, che arrivava fino al romitorio di san Canione. Il giardino era circondato da ogni lato da alte mura con diverse entrate formate da archi settecenteschi, uno dei quali è ancora visibile nell’odierno vico Cerri. Il palazzo, formato da tre livelli, presenta un piano terra rialzato con accesso dall’androne, un primo piano destinato agli appartamenti nobiliari e due quartini ammezzati nella parte superiore. La facciata al piano terra presenta sei finestre, tre per lato, incorniciate da pietre di piperno. Al primo piano nobile le finestre, sempre tre per lato, sono in asse con le sottostanti e infine all’ultimo livello abbiamo piccoli balconcini con balaustra. Al centro della facciata c’è il magnifico portale d’ingresso interamente di piperno, con ai fianchi due colonne doriche su alto basamento. Le colonne, a loro volta, sostengono il balcone del primo piano, che rappresenta l’unico corpo sporgente dell’intera facciata. Il portone è preceduto da una lieve salita fatta di lastre di basalto con quattro mezze colonne, due per ogni lato. Anche la costruzione del convento dei Frati Minimi avvenne per celebrare la grandezza e la ricchezza di questa nobile famiglia di origine spagnola. I frati francescani di san Francesco di Paola, detti Paolotti o anche Frati Minimi, furono ben accolti da Alonzo Sanchez e dalla moglie Caterina de Luna, che erano ferventi devoti del santo. Il convento dei Paolotti, sorto fuori le mura del paese per volere dei seguaci di san Francesco di Paola, venne ben arredato e impreziosito con maioliche colorate e splendidi dipinti murari nelle cappelle laterali. Allora era molto diffusa presso la popolazione meridionale la fede in questo santo nato a Paola, in Calabria, solo da pochi anni (1519) canonizzato ma già molto popolare in tutto il Meridione d’Italia. Questo mistico nacque il 27 marzo 1416, dopo un lungo periodo in cui i genitori non riuscivano ad avere figli. Alla nascita gli fu dato il nome di Francesco, in seguito a un voto fatto dai genitori a san Francesco d’Assisi. Durante i suoi primi anni di vita Francesco si ammalò, rischiando anche di perdere un occhio per una grave infezione; fu accolto nel convento francescano di san Marco Argentano (Cosenza), vi rimase per un anno, adempiendo alla promessa dei genitori. In gioventù Francesco seguì gli altri frati nella preghiera, nella meditazione e nella vita fatta di sacrificio. Ritornato a Paola, si ritirò nelle campagne del padre dove costruì una cella per continuare la meditazione; successivamente, seguito da altri giovani che vollero imitare il suo esempio, decise di fondare

160 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


un convento nel 1452. La sua parola e le sue gesta si diffusero in tutto il Meridione. In Sicilia, in Basilicata, in Campania fondò conventi e divulgò l’ordine dei Frati Minimi. Morì il 2 Aprile 1507 a Plessis Les Tour, nei pressi di Tour, a 91 anni. Nel 1513, Papa Leone X lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò. La devozione verso il santo giunse a Sant’Arpino attraverso l’opera missionaria dei Frati Minimi e Alonzo Sanchez decise di costituire il convento nel luogo ove prima sorgeva l’antica chiesa campestre di santa Maria d’Atella, al fine di promuovere maggiormente il culto del santo. Il complesso è composto da una chiesa e un convento e dista circa un chilometro dal centro abitato. La facciata, sobria e pulita, presenta due minuscoli campanili posti ai lati delle lesene. I frati francescani dell’ordine di san Francesco di Paola presero possesso dell’edificio nel 1593. La chiesa, in stile barocco, è a croce latina con un’unica navata; presenta un bellissimo pavimento in cotto impreziosito da bellissime riggiole maiolicate di epoca settecentesca di bottega napoletana. Ai lati della navata vi sono otto cappelle votive, quattro per lato, munite ciascuna di altare e affreschi. Il convento presenta un recinto che su due lati è formato da un semplice muro perimetrale, mentre su altri due presenta pilastri, archi e volte che sorreggono celle monacali poste al piano superiore. Alle celle si arriva tramite una scala. Il convento, nel corso dei secoli, è riuscito a ospitare fino a dieci religiosi. Al piano terra i frati avevano a disposizione dei locali da adibire alle attività lavorative, legate alla coltivazione dei campi e alla lavorazione dei prodotti derivati dall’orto presente all’interno del convento. All’inizio dell’Ottocento, a seguito dell’abolizione degli ordini religiosi, i frati persero il possesso del luogo, che più tardi sarebbe stato adibito a cimitero. Secondo lo storico aversano Gaetano Parente nel muro della sacrestia di questo convento si trovava infissa una lapide che ricordava il passaggio dell’apostolo Paolo ad Atella. A lato del complesso monastico si trova una parete su cui è dipinta una Madonna Lactans, di origine trecentesca. Tale dipinto parietale è parte dell’antica chiesa trecentesca preesistente e rappresenta santa Maria d’Atella, anche se poi è stato chiamato Madonna delle Grazie dai tanti devoti che nel corso dei secoli lo hanno curato e venerato. L’affresco raffigura una Madonna con in braccio il bimbo lattante. Realizzata in stile scarno, tipico del Trecento, presenta come unico vezzo dei fiorellini dipinti sulla tunica della Madonna.

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PRIMA DEL 1570 SANT’ARPINO ERA UN BORGO PICCOLO, SENZA PALAZZO DUCALE, CON CASE BASSE.

QUANTO MANCA PER ARRIVARE A SANT’ARPINO?

POCO LONTANO DALLE ROVINE DELL’ANTICA ATELLA SORGEVANO LE CASE DEL PAESE.

162 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO

È UN PAESINO ANTICO, MANCA POCO AL TUO ARRIVO

I SANCHEZ DE LUNA D’ARAGONA, NOBILI SIGNORI SPAGNOLI, ARRIVARONO A SANT’ARPINO NEL 1570.


i monumenti costruiti dai sanchez

GLI ABITANTI PORTARONO IL NUOVO FEUDATARIO A CONOSCERE IL LORO PAESE. GLI FECERO VEDERE LA VECCHIA CHIESA COSTRUITA DA SANT’ELPIDIO. QUESTA FU FATTA EDIFICARE DIRETTAMENTE DA SANT’ELPIDIO

È TUTTA ROVINATA

COSTRUITA MILLE ANNI PRIMA, LA CHIESA ERA ORMAI FATISCENTE.

LA ABBATTERÒ E NE COSTRUIRÒ UNA PIÙ GRANDE E PIÙ BELLA

ALONZO SANCHEZ FECE UN GIURAMENTO SOLENNE A SANT’ELPIDIO.

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IL BARONE ERA BEN DECISO.

IN QUESTO PAESE COSTRUIRÒ UN MAGNIFICO PALAZZO PER ME

VOGLIO I MIGLIORI ARCHITETTI PER QUESTO PALAZZO

SARÀ FATTO SIGNOR BARONE

È MOLTO ESIGENTE

164 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO

PER LA COSTRUZIONE DEL PALAZZO VENNERO CHIAMATE LE MIGLIORI MAESTRANZE.

SIAMO STANCHI MA CONTENTI PER QUEST’OPERA CHE STIAMO COSTRUENDO


SEI UN TESTARDO!

SARÀ UN LAVORO BELLISSIMO!

i monumenti costruiti dai sanchez

IL PROGETTO È PRONTO ORMAI

QUANTI OPERAI. MAI VISTA TUTTA QUESTA GENTE IN PAESE

MENTRE IL PALAZZO CRESCEVA IN ALTEZZA ATTIRAVA FOLLE DI CURIOSI.

È DAVVERO STUPENDO!

È MERAVIGLIOSO, SARÀ UN GRANDE MONUMENTO ARCHITETTONICO!

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ORMAI L’OPERA INIZIAVA A PRENDERE FORMA E A STAGLIARSI NEL CIELO.

DOVE VAI CON QUEL CARICO?

SONO ALTRE PIETRE PER IL PALAZZO.

GLI ARCHITETTI, CON PROGETTO IN MANO, SEGUIVANO DA VICINO I LAVORI.

BISOGNA FARE ATTENZIONE AL PORTALE.

CATERINA DE LUNA CHIEDEVA CON ANSIA. QUANDO FINIRÀ AMORE MIO?

166 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO

MANCA POCO. ABBI FIDUCIA E SARÀ FINITO!


i monumenti costruiti dai sanchez

DOPO ANNI DI INTENSO LAVORO, L’OPERA FU COMPLETATA IN TUTTA LA SUA MAGNIFICENZA E MAESTOSITÀ.

VIENI! ANDIAMO INSIEME A VISITARLO.

I DUE ENTRARONO FELICI DAL PORTALE DI PIPERNO.

LA FACCIATA E IL PORTALE SONO MOLTO BELLI.

HO REALIZZATO IL MIO SOGNO!

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OLTRE QUELLA PORTA C’È UN BALCONE CHE AFFACCIA IN PIAZZA

VOGLIO VEDERE

MAGNIFICO QUESTO BALCONE!

ECCO, QUESTA È LA NUOVA PIAZZA

L’HO FATTO PER TE CATERINA

168 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO

GRAZIE ALONZO!


i monumenti costruiti dai sanchez

UN NUOVO CANTIERE SI APRÌ.

ADESSO DI FRONTE AL PALAZZO VOGLIO COSTRUIRE UNA CHIESA MOLTO BELLA

DOVRÀ ESSERE UNICA! AVRÀ DUE TORRI CAMPANARIE

GLI OPERAI LAVORAVANO GIORNO E NOTTE.

IL BARONE HA TRASFORMATO QUESTO PAESE

ADESSO SANT’ARPINO È VERAMENTE UN BEL PAESE!

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I SANTRPINESI COMMENTAVANO ENTUSIASTI LE OPERE REALIZZATE.

CI VOLEVA PROPRIO QUESTA SISTEMAZIONE

HANNO TRASFORMATO IL NOSTRO CENTRO

GUARDA, ECCOLI I NOSTRI SIGNORI

FORSE LA VUOLE PORTARE IN CHIESA

VIENI TI FACCIO VEDERE LA CHIESA ENTRA E VEDRAI.

ACCOMPAGNAMI.

170 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO

È EMOZIONANTE!


ADESSO DIPINGEREMO IL NOSTRO STEMMA

i monumenti costruiti dai sanchez

A RICORDO DELLA VECCHIA CHIESA DI SANT’ELPIDIO POSE UNA LAPIDE.

SI! SOTTO L’INGRESSO

QUEL MARMO RICORDERÀ AI POSTERI IL LUOGO DOVE ELPIDIO COSTRUÌ LA PRIMA CHIESA

ATTENTO AI COLORI!

ARTISTI SOTTO L’ANDRONE REALIZZARONO LO STEMMA DEI SANCHEZ DE LUNA.

LO STEMMA, SOTTO LA VOLTA DELL’INGRESSO, SPLENDEVA MAESTOSO.

CERTO!

VOLETE AIUTARCI A COSTRUIRE UN CONVENTO PER NOI?

DEI MONACI DELL’ORDINE DI SAN FRANCESCO DI PAOLA SI RECARONO A PARLARE CON ALONZO III.

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HO UNA ZONA DI CAMPAGNA ADATTA PER IL VOSTRO CONVENTO.

C’È UNA CHIESETTA PREESISTENTE. LA VOGLIO INGLOBARE E COSTRUIRE IL CONVENTO.

FUORI DAL CENTRO ABITATO DI SANT’ARPINO SI TROVAVA LA PICCOLA CHIESA DI SANTA MARIA DI ATELLA.

GRAZIE SIGNOR BARONE.

FAREMO TUTTO QUELLO CHE CI CHIEDETE.

IL BARONE A CAVALLO CONDUSSE I MONACI A VISITARE IL LUOGO.

È OTTIMO PER IL CONVENTO!

172 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


i monumenti costruiti dai sanchez

SARÀ UN BEL CONVENTO!

MA È MOLTO ANTICA!

QUI COSTRUIREMO IL CONVENTO DEDICATO A SAN FRANCESCO DI PAOLA

I MONACI ALLA VISTA DEL LUOGO SI RALLEGRARONO.

SPERO VI SIA GRADITA. È IN APERTA CAMPAGNA

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QUESTA CHIESA È DEL 1300. È DEDICATA A SANTA MARIA DI ATELLA

VOI POTETE TRASFORMARLA IN CONVENTO

SONO DEVOTO A SAN FRANCESCO DI PAOLA

VI SIAMO MOLTO GRATI!

SAPPIATE PERÒ CHE C’È UN DIPINTO BELLISSIMO DA SALVARE. VOGLIO CHE RIMANGA PER SEMRE

174 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


i monumenti costruiti dai sanchez

NELLA VECCHIA CHIESA DI SANTA MARIA D’ATELLA FIN DAL 1300 I CONTADINI SI RECAVANO IN PREGHIERA. ESSA ERA IMMERSA NEI CAMPI.

ENTRATE VI FACCIO VEDERE

IL CANCELLO IN LEGNO CUSTODIVA PREZIOSI DIPINTI. LO SGUARDO DEI MONACI RIMASE COLPITO DA QUEL DIPINTO MURARIO.

OTTIMA QUESTA PITTURA!

MA È STUPENDO! È ANTICO!

BELLISSIMA QUESTA MADONNA!

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IL FASCINO DEL DIPINTO LASCIÒ TUTTI A BOCCA APERTA.

QUESTA È SANTA MARIA DI ATELLA

È MERAVIGLIOSA!

IL VOLTO DEL BAMBIN GESÙ CHE ALLATTA IL SENO MATERNO ERA SOAVE.

ADESSO ANDIAMO, È TARDI

176 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO

È VENERATA DA QUATTRO SECOLI


i monumenti costruiti dai sanchez

I LAVORI DI EDIFICAZIONE DEL CONVENTO DI SAN FRANCESCO DI PAOLA INIZIARONO SUBITO.

SARÀ ALTO E MAESTOSO.

LA COSTRUZIONE PROCEDEVA SPEDITA. ALTE MURA PROTEGGEVANO IL CONVENTO.

QUESTA CHIESA DOVRÀ ESSERE PARTICOLARE!

IMPORTANTI SCULTORI E ARTISTI VENNERO CHIAMATI A LAVORARE.

DIPINTI ORNAVANO LE PARETI DELLA NAVATA.

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LE MAIOLICHE VENNERO POSATE DA MANI ESPERTE. INCANTEVOLE QUESTO MOSAICO!

QUESTO SARÀ L’ALTARE

L’IMMAGINE DELLA VECCHIA CHIESETTA NON VENNE DEMOLITA MA RIMASE AL SUO POSTO.

LA TERREMO SEMPRE CON NOI DI LATO AL CONVENTO

PER QUESTO MOTIVO IL CONVENTO DEI FRATI MINIMI VENIVA CHIAMATO ANCHE CONVENTO DI SANTA MARIA DI ATELLA.

178 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


i monumenti costruiti dai sanchez

LA CUPOLA DEL MONASTERO SVETTAVA SULLA CAMPAGNA CIRCOSTANTE.

LA FACCIATA CON AMPIE FINESTRE ERA AMMIRATA DA TUTTI I CONTADINI.

I FRATI DICEVANO MESSA TUTTI I GIORNI NEL CONVENTO IMMERSO NEL VERDE E NEL SILENZIO.

CHE OASI... CHE PACE!

IL CONVENTO E LA SUA CUPOLA ERANO UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER I CONTADINI CHE COLTIVAVANO I CAMPI CIRCOSTANTI.

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I

l nome Sanchez è il genitivo del nome proprio Sancho che deriva dal latino Sanctus, ossia santo, ed era molto diffuso in Spagna nel Medioevo. I Sanchez, in Spagna, furono più volte onorati con nobilissimi incarichi dai re di Castiglia e di Aragona. I cavalieri di questa famiglia godettero del titolo di Richos Hombres, equivalente in futuro a quello di Grandi di Spagna. I Sanchez, feudatari di Sant’Arpino, erano discendenti pure dell’antica e nobilissima dinastia spagnola dei de Luna che fu una delle più potenti e ricche del regno di Aragona, annoverata tra i Grandi di Spagna, di discendenza reale. Abili e fedeli servitori dei vari regnanti, riuscirono a ottenere fino a trentotto feudi e a ricoprire alte cariche nel Regno di Napoli. Per risalire alle origini della famiglia Sanchez in Italia, bisogna partire dal 1282 quando, a seguito dei Vespri siciliani, i nobili Sanchez de Luna seguirono gli Aragonesi dalla Spagna in Italia alla conquista della Sicilia. Il loro primo discendente in Italia fu Pietro Sanchez de Luna, il cui figlio Giovanni I sposò donna Fidenza Parrea. Da questa unione nacque Pietro II che, con donna Alfonsina Zapata, generò Giovanni II. Questi, dal re Ferdinando I, ebbe in feudo la città di Vico Equense e quella di Massa Lubrense e venne nominato grande archivista del Consiglio di Stato. Giovanni II, nel 1467, sposò donna Maria Camel figlia di don Luigi Camel, signore di Alfedena, e di donna Briana de Luna, cugina della sua ava paterna. Da tale matrimonio nacquero due figli: Alonso I e Francesco. Quest’ultimo fu un abile cavaliere ed esperto spadaccino, tanto da essere insignito dall’Ordine dei Cavalieri dell’Abito di san Giacomo. Fu quindi Tesoriere Generale del Regno di Napoli e dispensiero maggiore dell’esercito nonché partecipe del Consiglio Supremo del Re.  Il primogenito di Giovanni II e donna Maria Camel, Alonzo I Sanchez de Luna, fu dottore in legge, Tesoriere Generale e cameriere segreto del re Ferdinando II d’Aragona, servì il re cattolico in diverse ambascerie. Egli sposò in prime nozze donna Beatriz Manrique e in seconde nozze donna Maria Sanchez, figlia di Ludovico Sanchez. Da questa seconda unione nacque Alonzo II Sanchez de Luna, che è colui dal quale discende poi la linea dei Sanchez de Luna prima signori e poi duchi di Sant’Arpino. Egli fu diplomatico al servizio della regina Giovanna di Castiglia e da questa ottenne (nel 1513) una rendita di 400 ducati annui. Nel 1518 entrò al servizio dell’Imperatore Carlo V, figlio della regina Giovanna. Da Carlo V venne inviato in Savoia e poi

180 DA ATELLA A SANT’ARPINO | DA FEUDO A DUCATO


i sanchez de luna d’aragona

come ambasciatore a Venezia (dal 1521 al 1528). Dal 1525 ricoprì l’incarico di Tesoriere Generale del Regno di Napoli (con facoltà di trasmettere la carica agli eredi) e fu beneficiato di una rendita di 800 ducati annui con privilegio. Successivamente (nel 1531) ottenne un’altra rendita di 200 ducati sulle entrate di Napoli e, dopo poco tempo, 800 ducati sulle entrate di Barletta e la terra di Giumella, 300 ducati sui fiscali di Terra di Lavoro e della Contea del Molise e 400 ducati sui fiscali di Morcone e Frassinoro. Comprò il feudo di Grottole in Basilicata; dal 1555 fu consigliere del Sacro Regio Consiglio. Molto ricco, fece costruire a Napoli il palazzo situato in piazza san Giovanni Maggiore, che oggi è sede dell’Università l’Orientale, ritenuto uno dei più belli esempi dell’architettura napoletana del Seicento. Alonzo II sposò donna Brianna, figlia unica di Simone Ruiz, Tesoriere Generale del Regno di Napoli, e di Bianca de Cardona. Morì il 4 marzo 1564 e fu sepolto nella chiesa dell’Annunziata a Napoli, dove gli fu eretto un maestoso mausoleo. Dal matrimonio con donna Brianna nacquero due figli: Alonzo III e Giulio. Il figlio Alonzo III Sanchez de Luna successe al padre nel feudo di Grottole che tenne fino al 1607, anno della sua morte. Fu barone di Grottole dal 1564 e poi primo Marchese di Grottole dal 16 marzo 1574. Tesoriere Generale del Regno di Napoli dal 1546 per rinuncia del padre (confermata nel 1555, la carica fu poi ceduta ai Caracciolo nel 1564); Consigliere (dal 19 dicembre 1566) e in seguito Decano del Sacro Regio Consiglio del Regno di Napoli; membro del Tribunale degli Eletti dal 1569. Sposò donna Caterina de Luna, figlia di Giovanni Martinez de Luna, Signore di Porroy, cavaliere dell’Ordine di Santiago, commendatore di Montalban e castellano di Milano, e di Isabella de Cardona. Cinque furono i figli che nacquero da questa unione: Alonzo, Giovanni, Gabriele, Antonio e Girolamo. Donna Caterina de Luna nel 1569 acquistò la terra di Sant’Arpino per 13.500 ducati da Giovanni Giacomo Carafa. Fra gli anni 1574 e 1593, nel nuovo feudo di Sant’Arpino, che all’epoca contava circa 250 abitanti, fece costruire il palazzo baronale che poi diventerà palazzo ducale, la nuova chiesa di Sant’Elpidio e il convento dei Frati Minimi di san Francesco di Paola con annessa chiesa di santa Maria di Atella. Alonzo III morì il 16 novembre 1607. Il primogenito Alonzo IV, nel 1571, prese parte alla famosa battaglia navale di Lepanto fra le navi delle potenze cristiane e quelle del sultano musulmano. Legittimo erede dei beni

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paterni egli però morì prima del padre (nel 1605) e i beni, in via di successione, andarono tutti al fratello secondogenito Giovanni III Sanchez, il quale divenne (dal 1607) barone di Sant’Arpino e patrizio napoletano; fu dottore in legge, giudice della Gran Corte Vicaria, Consigliere del Consiglio di Santa Chiara (nel 1591), Presidente del Sacro Regio Consiglio del Regno di Napoli, regio Consigliere del Re di Spagna (nel 1612). Giovanni sposò l’11 novembre 1581 Girolama, figlia di Giovanni Luigi Piscicelli, patrizio napoletano, e di Lucrezia di Tocco. Morì il 2 febbraio 1612. Gli successe il figlio Luigi Sanchez de Luna che rimase signore di Sant’Arpino dal 1612 fino al 1639, lasciando a sua volta come erede il figlio a cui diede il nome degli avi per continuare la tradizione di famiglia, ossia Alonzo V. Questi fu l’ultimo dei feudatari Sanchez a essere appellato con il titolo di barone, perché dopo di lui inizieranno i duchi. Egli sposa Faustina Caracciolo ed ha come figli Gabriele e Giovanni. Alonzo V morì a Sant’Arpino il 19 aprile 1664. Erede del feudo fu suo figlio Giovanni IV che il 18 giugno 1651 aveva sposato donna Ippolita, figlia di Francesco Antonio Muscettola, signore di Melito, patrizio di Ravello e Reggente della Real Cancelleria, e Antonia Maria Marelli. A Giovanni IV fu concesso il titolo di duca per i servigi resi al re di Napoli da lui e dai suoi antenati. Con lui iniziò il Ducato di Sant’Arpino che terminerà solo nel 1806 con il regno dei napoleonici e la soppressione del feudalesimo. Giovanni IV Sanchez morì il 12 gennaio 1672. A lui successe il figlio Alonzo VI, che era nato il 12 agosto del 1654 e che nel 1672 divenne secondo duca di Sant’Arpino. Egli sposò in prime nozze (il 19 novembre 1674) Caterina, figlia di Andrea Capecelatro, barone di san Nicola, patrizio napoletano, e di Beatrice d’Aquino dei baroni di Rocca Bascerana. Poi, in seconde nozze, il 9 dicembre 1688, sposò Geronima, figlia di Giuseppe Gagliardi e di Porzia Gagliardi. Il duca Alonzo VI ebbe l’ufficio della zecca dei pesi e misure di Aversa e casali. Presso la zecca ogni commerciante era obbligato, previo pagamento d’imposta, a far campionare e tarare i pesi, le misure, le bilance e gli altri attrezzi usati per misurare e pesare. Alonzo VI morì il 4 luglio 1694. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Giovanni Nicola Sanchez che divenne il terzo duca di Sant’Arpino. Nato il 19 settembre del 1683 dalla prima moglie di Alonzo VI, il 6 febbraio 1702 nella chiesa di santa Maria della Neve sposò Laura Pisani, marchesa di Pascarola, figlia del marchese Giorgio e della nobildonna Agnese Moccia. Dalla loro unio-

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ne sarebbero nati ben otto figli di cui cinque maschi e tre femmine. Il primogenito Alonzo nacque il 16 marzo 1704 nel palazzo ducale di Sant’Arpino. I due coniugi si dimostrano molto prodighi nei confronti del monastero dei Paolotti di san Francesco di Paola e i loro stemmi furono installati sulla facciata della chiesa del convento in segno di gratitudine. Anche Giovanni Nicola, come il padre, possedette l’ufficio della zecca dei pesi e misure di Aversa. Giovanni Nicola Sanchez morì l’11 marzo 1763. Erede del ducato di Sant’Arpino e del feudo di Pascarola divenne il primogenito Alonzo VII. Il quarto duca di Sant’Arpino, nel 1740, sposò in prime nozze Barbara Pisani, figlia di Giuseppe Pisani, patrizio napoletano e poi in seconde nozze, nel 1760, donna Laura Caracciolo, figlia di don Francesco Saverio, principe di Castagneto, e di Giuseppa d’Amato1. Dalla prima unione nacque, nel 1742, una figlia, Laura, che divenne monaca nel monastero di santa Chiara di Napoli e poi, nel 1744, Giovanni Francesco. Alonzo VII, nel 1780, all’interno della chiesa di sant’Elpidio, nella cappella dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, fece edificare un altare contenente le reliquie di san Prospero e san Costanzo, che erano stati fatti traslare dal fratello minore Gennaro. Il duca si cimentò anche nella redazione di diverse opere letterarie a carattere militare. Alonzo VII morì il 17 dicembre 1781 e fu seppellito nella chiesa di san Gregorio Armeno a Napoli. Alla sua morte, divenne quinto duca di Sant’Arpino il figlio Giovanni Francesco Sanchez de Luna, il quale sposò donna Maria Teresa de’ Rossi, duchessa di Casal di Principe, figlia ed erede del duca Giuseppe che era anche conte di Caiazzo. Da questa unione, nel 1775, nacque Alonzo VIII. Donna Maria Teresa de’ Rossi morì nel 1783 e fu sepolta nella chiesa dell’Annunziata di Napoli. Giovanni Francesco morì poco dopo, il 16 novembre del 1789, lasciando come unico erede il figlio Alonzo VIII che quindi diventò duca di Sant’Arpino, duca di Casal di Principe, conte di Caiazzo, marchese di Pascarola, oltre a detenere altri titoli nobiliari pervenutigli in eredità dal padre e dalla madre. Nel 1798, con nozze solenni, egli sposò donna Maria Giovanna d’Avalos, marchesa di Pescara e di Vasto, e in questa occasione fece abbellire e restaurare il palazzo ducale di Sant’Arpino. Nel 1799, durante la Repubblica Napoletana, si schierò a favore dei patrioti napoletani e al ritorno del re venne condannato a cinque anni 1 A. Dell’Aversana - F. Brancaccio - I Sanchez de Luna - A.D.E.R.U.L.A. Comune di Sant’Arpino - 1997.

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di prigione. Nel 1808 acquistò dallo Stato il territorio della Starza della Maddalena, sito in Sant’Arpino nei pressi del monastero di san Francesco di Paola. Questo terreno, ampio cento moggia, era stato di proprietà del monastero di santa Maria Maddalena di Napoli e poi a seguito della soppressione degli enti ecclesiastici da parte dei napoleonidi era stato acquisito al demanio pubblico. Il sesto e ultimo duca di Sant’Arpino morì il 28 febbraio 1842, mentre il suo unico figlio maschio di nome Giovanni era morto prematuramente. Dismesse le prerogative feudali, il titolo ducale divenne solo onorifico e passò attraverso la figlia Teresa Sanchez de Luna, ultima della dinastia dei Sanchez de Luna, al duca di san Teodoro, Carlo Caracciolo, che aveva sposato Teresa nel 1825. I Sanchez rimasero a Sant’Arpino, nel palazzo ducale, fino al 1832. Poi lo splendido palazzo, rimasto abbandonato per decenni, verrà acquistato nel 1903 da Giuseppe Macrì. Luigi Caracciolo, uno dei figli di Teresa Sanchez, nato nel 1826, divenne con il titolo di duca di Sant’Arpino Senatore del Regno d’Italia nel febbraio del 1869 e ricoprì tale carica fino alla morte, avvenuta a Milano nel gennaio del 1889. Teresa, ultima della dinastia dei Sanchez de Luna, morì a Livorno nel 1837. Fra le famiglie spagnole che seguirono gli aragonesi nella loro avventura in Italia, vi è da annoverare quella degli Aceros: una stirpe di forti cavalieri che italianizzarono il loro cognome in Soreca. Un ramo di questa nobile famiglia spagnola, venne accolto dai Sanchez de Luna d’Aragona che offrirono loro ospitalità nel feudo di Sant’Arpino. Qui i Soreca si stabilizzarono definitivamente costruendo anche un imponente palazzo tuttora presente lungo via Leone D’Anna, abitato attualmente dalla famiglia Coppola.

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i sanchez de luna d’aragona

LEI SANCHEZ SARÀ FEUDATARIO DI VICO EQUENSE E MASSA LUBRENSE.

GRAZIE SIRE!

FERDINANDO I D’ARAGONA NOMINÒ FEUDATARIO GIOVANNI II SANCHEZ DE LUNA. ALONZO I SANCHEZ DE LUNA VENNE NOMINATO DAL RE FERDINANDO II D’ARAGONA CAMERIERE SEGRETO.

NEL 1521, DON ALONZO II VENNE INVIATO DAL RE CARLO V A VENEZIA COME AMBASCIATORE FINO AL 1528.

TU SARAI MIO CAMERIERE SEGRETO.

GRAZIE MAESTÀ, È UN ONORE!

DICA AMBASCIATORE ALONZO II. SIGNOR DOGE ECCO LE NOTIZIE DEL MIO SOVRANO.

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È IL VANTO DEI SANCHEZ!

ALONZO III SANCHEZ DE LUNA D’ARAGONA, MARITO DI DONNA CATERINA DE LUNA, MARCHESE DI GROTTOLE, TESORIERE GENERALE DEL REGNO DI NAPOLI, COSTRUÌ A SANT’ARPINO IL PALAZZO BARONALE POI DETTO DUCALE. ALONZO IV SANCHEZ DE LUNA PRESE PARTE ALLA BATTAGLIA NAVALE DI LEPANTO FRA CRISTIANI E MUSULMANI NEL 1571.

DON LUIGI SANCHEZ DE LUNA, NEL 1639 LASCIÒ COME EREDE DEL FEUDO DI SANT’ARPINO IL FIGLIO ALONZO V. SIGNOR NOTAIO ECCO IL MIO EREDE

DON ALONZO V FU L’ULTIMO DEI FEUDATARI SANCHEZ A ESSERE APPELLATO CON IL TITOLO DI BARONE. MORÌ A SANT’ARPINO IL 19 APRILE 1664. È UN PRESTIGIO PER ME ESSERE BARONE DI SANT’ARPINO

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IL PRIMO DUCA DI SANT’ARPINO È GIOVANNI IV SANCHEZ DE LUNA. EGLI RICEVETTE IL TITOLO DI DUCA PER I SERVIZI RESI AL RE DI NAPOLI. SONO IL PRIMO DUCA DI SANT’ARPINO


i sanchez de luna d’aragona

CON GIOVANNI IV INIZIÒ IL DUCATO DI SANT’ARPINO.

EGLI SPOSÒ NEL 1651 DONNA IPPOLITA, FIGLIA DI FRANCESCO ANTONIO MUSCETTOLA. SCOLPITI NEL MARMO RIMASERO GLI STEMMI AVITI.

IL DUCATO CONSERVÒ ORGOGLIOSO I MONUMENTI DEGLI AVI.

LA RELIGIONE CRISTIANA E IL FORTE LEGAME CON LA CHIESA FURONO UNA CARATTERISTICA DEI SANCHEZ DE LUNA D’ARAGONA.

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SECONDO DUCA DI SANT’ARPINO DIVENTÒ DON ALONZO VI. EGLI EBBE L’UFFICIO DELLA REGIA ZECCA DEI PESI E MISURE DI AVERSA E DEI CASALI. BILANCE ED ATTREZZI DA MISURA VENIVANO CAMPIONATI E TASSATI. MORÌ NEL 1694.

ECCO L’UFFICIO.

IL DUCA È SAGGIO E GIUSTO.

SUO FIGLIO GIOVANNI NICOLA DIVENTÒ IL TERZO DUCA DI SANT’ARPINO. SPOSÒ LAURA PISANI MARCHESA DI PASCAROLA NEL 1702. ENTRAMBI MOLTO DEVOTI EFFETTUARONO DELLE DONAZIONI AI MONACI DI SAN FRANCESCO DI PAOLA. ECCO, PRENDETE PADRE. GRAZIE DUCA. FAREMO PIÙ BELLO IL NOSTRO CONVENTO.

QUARTO DUCA DI SANT’ARPINO FU ALONZO VII. EGLI NEL 1780 ALL’INTERNO DELLA CHIESA DI SANT’ELPIDIO COSTRUÌ UN ALTARE DEDICATO ALLA MADONNA DEL BUON CONSIGLIO.

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CON ATTO NOTARILE NOMINÒ EREDE IL FIGLIO GIOVANNI FRANCESCO SANCHEZ DE LUNA CHE SPOSÒ LA DUCHESSA DI CASAL DI PRINCIPE. ALLA MORTE DI GIOVANNI FRANCESCO DIVENTÒ EREDE IL FIGLIO ALONZO VIII.


i sanchez de luna d’aragona

ALONZO VIII, SI SENTIVA ORGOGLIOSO DI ESSERE IL SESTO DUCA DELLA FAMIGLIA SANCHEZ.

LA CHIESA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA, MONUMENTO STUPENDO EDIFICATO DAI SUOI AVI... ...RISPLENDEVA SOLENNE NELLA CAMPAGNA ATELLANA.

I MONACI DICEVANO MESSE E VIVEVANO NEL CONVENTO DELLA CHIESA.

ALL’INTERNO, MAIOLICHE STUPENDE ORNANTI IL PAVIMENTO ERANO LA GLORIA DEL DUCATO.

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ALONZO VIII DUCA DI SANT’ARPINO E DI CASAL DI PRINCIPE, CONTE DI CAIAZZO, MARCHESE DI PASCAROLA, RISTRUTTURÒ E ABBELLÌ IL PALAZZO DUCALE.

IL DUCA VUOLE RIMODERNARE IL PALAZZO.

ALONZO VIII NEL 1798 SPOSÒ LA MARCHESA DI PESCARA GIOVANNA D’AVALOS.

HO FATTO RISTRUTTURARE IL PALAZZO PER TE.

GRAZIE AMORE.

NEL 1799 ALONZO VIII VENNE IMPRIGIONATO PER AVER PRESO PARTE ALLA RIVOLUZIONE PARTENOPEA CONTRO IL RE. USCÌ DOPO CINQUE ANNI DI PRIGIONE E RITORNÒ A SANT’ARPINO. IL DUCA HA SBAGLIATO E DEVE PAGARE.

NEL 1808 COMPRÒ DALLO STATO IL TERRITORIO DELLA STARZA. L’ULTIMO DUCA DI SANT’ARPINO MORÌ IL 28 FEBBRAIO DEL 1842.

SORELLE VOGLIO COMPRARE IL TERRITORIO DELLA STARZA.

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UN TEMPO ERA NOSTRO!


i sanchez de luna d’aragona

IL PALAZZO DUCALE TRONEGGIAVA SOLITARIO NELLA PIANA DI ATELLA.

SULLE SUE MURA PORTAVA I SEGNI DEGLI ANTENATI.

MAESTOSO SI RITROVA ANCORA OGGI INSTALLATO SULLA FACCIATA PRINCIPALE LO STEMMA DI ALONZO VIII.

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192 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


il settecento e l'ottocento

N

el Settecento il comune annoverava fra i ceti borghesi, che affiancavano la classe nobiliare, le famiglie Magliola, Zarrillo, de Simone, de Muro, della Rossa, Compagnone e Corcione. Queste famiglie, all’ombra dei nobili Sanchez de Luna d’Aragona, vivevano del proprio lavoro e svolgevano professioni redditizie, occupando ruoli pubblici importanti. Inoltre, imparentandosi fra loro, crescevano di ricchezze e di posizione sociale. Nelle file di queste famiglie si trovavano spesso medici, avvocati, notai e artigiani che lavoravano per accrescere la ricchezza e il prestigio sociale della famiglia d’origine. A molti di essi veniva attribuito il titolo di don che esibivano con vanto per testimoniare la loro ricchezza, che a volte gli consentiva anche di concedere prestiti a nobili indebitati. Questi nuovi ricchi costruirono grandi palazzi in prossimità di quello nobiliare per eccellenza, cioè il palazzo ducale casa dei Sanchez de Luna. A volte modificavano vecchie e preesistenti abitazioni chiamando al proprio servizio architetti di fama, che abbellivano con arredi di lusso le loro dimore. In qualche caso, pur di fare largo a questi palazzi della borghesia emergente, furono abbattuti degli edifici, acquistati dai nuovi ricchi. Spesso all’interno dei palazzi borghesi venivano edificate cappelle o edicole votive e in tali cappelle ci si riuniva per ascoltare messe, a volte celebrate dal vescovo di famiglia. Vennero edificati palazzi con uno spazio interno definito corte, a volte chiuso, a volte aperto. Tale spazio rappresentava il luogo ove si svolgevano avvenimenti di vita collettiva legati al lavoro, alle feste,


alle cerimonie religiose sia della famiglia che della servitù. A tale periodo appartengono molte delle evidenze architettoniche santarpinesi, fra cui palazzo Zarrillo, situato nell’attuale via tenente Leone D’Anna, prima chiamata via santa Maria d’Atella. Questo palazzo, molto bello per la sua particolare facciata, presenta un impianto seicentesco. Abitato dalla famiglia de Simone, rappresenta una tipica casa signorile del Settecento con una piccola corte interna aperta. Particolari architettonici rilevanti sono i balconi e le finestre che affacciano sulla strada, oltre al bel portale d’ingresso che riporta scolpito uno stemma nobiliare sulla chiave di volta. Interessante e caratteristica è la grande scala d’accesso ai piani superiori, rivestita in piperno grigio. Appartenuto successivamente alla famiglia Zarrillo, imparentata con i de Simone, il palazzo venne poi donato dai figli di Giacinto Zarrillo ai poveri del paese. Vicino al palazzo Zarrillo, nella stessa strada, si trova il palazzo Coppola, costruito anch’esso nel corso del Seicento in contemporanea con il palazzo Zarrillo. Quest’edificio, dotato di un’ampia corte interna, venne realizzato dall’antica famiglia nobiliare dei Soreca. Anticamente veniva indicato con il termine palaziata in quanto formato da più costruzioni separate con annesso giardino e grotta interna. Nell’attuale piazzetta Giordano troviamo poi un altro mirabile esempio di palazzo seicentesco, ossia il palazzo Magliola, che presenta uno stile elegante e un’ampia corte chiusa. L’edificio è costruito su più livelli con un loggiato delimitato da archi. Di particolare pregio il portale d’ingresso che, tuttora, conserva lo stemma della famiglia dipinto sotto l’androne. Lungo via Compagnone, la strada più antica del paese, a quel tempo chiamata via Ferrumma, troviamo altri esempi di questi stupendi monumenti architettonici del Settecento santarpinese. Particolarmente significativo è il palazzo Compagnone, attualmente di proprietà Di Carlo-Del Prete. Posizionato appena dopo la salita di via Compagnone, sul lato sinistro è caratterizzato da una costruzione a tre ordini di arcate, sovrapposte a formare tre piani. Presenta un doppio androne e un’interessante scala. All’interno è situato un cortile e alle spalle un giardino. Nella stessa strada troviamo poi il palazzo Legnante, già palazzo Magliola, che presenta un’ampia corte chiusa e una lunga scala esterna che conduce ai piani nobili supe-

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riori, tipici dell’impianto settecentesco. Dotato di un’ampia cantina, possiede un bellissimo giardino retrostante. Lungo via de Muro si affaccia imponente l’attuale palazzo Di Tella. Già palazzo Buonincontri e prima ancora palazzo de Muro, esso ha una corte interna chiusa e presenta una facciata geometrica impreziosita da uno stucco a balzo sotto l’androne d’ingresso, a testimoniare l’origine nobiliare dell’edificio. Lì nacque l’abate Vincenzo de Muro nel 1757. Altro edificio d’impianto seicentesco è palazzo Lanzara, posto nell’antica via san Giacomo, in prossimità del palazzo ducale. Presenta una piccola corte chiusa e una scala interna che porta al piano nobile. Nell’Ottocento, abitato dalla famiglia Montuori, ha subito alcuni rimaneggiamenti che non hanno però stravolto l’originario impianto. Fra i personaggi storici più importanti del Settecento santarpinese possiamo senza dubbio annoverare Carlo Magliola (1695 - 1760), importante giurista e avvocato che difese i casali di Atella nella lunga causa che si tenne nelle aule giudiziarie in contrapposizione con Napoli e Aversa. Un altro esponente di rilievo della famiglia Magliola fu Orazio (1745 - 1829), vescovo di Acerra. Sempre tra i religiosi, si colloca un altro prestigioso figlio della terra santarpinese, padre Lodovico Fiorillo (1670 1737), famoso per essere stato il primo consigliere spirituale di sant’Alfonso dei Liguori. La sua dottrina ed eloquenza affascinavano ascoltatori di ogni estrazione sociale e culturale. Infatti, per il suo carisma, per la profondità del suo pensiero e per la eroicità delle virtù alla sua morte venne proclamato dalla chiesa servo di Dio. In questo secolo sono da ricordare anche Antonio Della Rossa (1748 - 1817) magistrato del regno borbonico; Marco de Simone (1713 - 1778) vescovo di Troia; Vincenzo de Muro (1757 - 1811) importante storiografo di Atella. Il 16 Marzo 1704 nelle stanze del palazzo ducale nacque Alonzo Sanchez de Luna figlio primogenito di Giovanni Nicola Sanchez e della nobildonna Laura Pisani che diventerà il quarto duca di Sant’Arpino con il nome di Alonzo VII. In quel secolo le province del Regno di Napoli erano dodici e precisamente: Terra di Lavoro; Principato citra; Principato ultra; Basilicata; Capitanata; Terra di Bari; Terra d’Otranto; Calabria citra; Calabria ultra; Contado di Molise; Abruzzo citra; Abruzzo ultra. I comuni non esisteva-


no ancora ma c’erano le Università o Comunità che, riconosciute con personalità giuridica, dipendevano dalla Camera della Sommaria, organo amministrativo che esaminava i conti relativi alle imposizioni fiscali delle università. L’Università di Sant’Arpino si trovava nella provincia di Terra di Lavoro che si estendeva da Napoli fino al basso Lazio. Il catasto onciario dell’Università di Sant’Arpino, ultimato il 6 agosto del 1749, riportava le seguenti strade allora presenti in paese: strada della Ferrumma, strada di Sant’Arpino, strada di Trivolazzo o Socivo, strada di santa Maria di Atella, strada di Santa Loja, strada di san Giacomo, strada pubblica e vicolo del gallinaio. Inoltre, lo stesso catasto, oltre a riportare i cittadini residenti, rendicontava che il possessore dell’Università, il duca Giovanni Nicolò Sanchez, possedeva il palazzo baronale nel luogo detto in mezzo la via oltre a tante altre proprietà. Fra le chiese censite quell’anno nell’Università di Sant’Arpino risultavano anche quelle di san Pietro di Atella, san Giacomo e santa Maria la Bruna. Nel 1754, la chiesa di sant’Elpidio Vescovo venne interessata da lavori di abbellimento e consolidamento. Nel corso di tali lavori, venne donato dal vescovo Marco de Simone uno stupendo altare maggiore in marmo dallo stile barocco, impreziosito dalle insegne della famiglia de Simone. Entrando nella chiesa a destra, sulla parete della facciata interna, venne posta una lapide con scritto: «Divo Elpidio atellanarum olim antistiti patrono nunc praesentissimo patentiori theca recondito altario marmoreo opere sub maiori abside proprio aere constructo templum hoc N. Spinellio aversano praesule indulgente Marcus De Simone Episcopus troianus dedicavit III Jdus octobres ann. MDCCLIV». Questa lapide verrà poi tolta successivamente, in occasione dei lavori di ampliamento e ristrutturazione dell’edificio. In quell’anno la chiesa aveva al suo interno diverse fosse gentilizie in cui erano sepolte famiglie nobili; sul pavimento si leggevano infatti pietre sepolcrali con iscrizioni che riportavano i nomi dei sepolti. La chiesa aveva undici altari di marmo e sotto il soffitto vi erano tre quadri, uno rappresentante san Gennaro fra i leoni, un altro san Francesco di Paola che valica il mare sul suo mantello e l’altro sant’Elpidio che libera il suo popolo dai flagelli divini. Il medico Antonio de Simone, fratello del vescovo Marco,

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nel 1758 regalò alla chiesa una splendida balaustra in marmo che ancora oggi chiude l’abside. Il duca di Sant’Arpino Alonzo VII, nel 1780, all’interno della chiesa, nella cappella dedicata alla Madonna del Buon Consiglio, realizzò un altare contenente le reliquie di san Prospero e san Costanzo. In questi anni avvenne anche l’ampliamento dell’antichissimo oratorio di san Canione, per volontà dei benestanti Giuseppe de Muro e Ascanio d’Elia che, grazie a una colletta popolare, realizzarono un braccio laterale a quell’antichissima struttura che inizialmente era di sola forma circolare. Nonostante tale ampliamento, con la costruzione di un altare dedicato a san Nicola, questa struttura religiosa nella vulgata popolare non verrà mai definita chiesa ma continuerà sempre a essere chiamata cappella, perché con tale termine si intende indicare un edificio religioso di piccole dimensioni posto lontano dal centro abitato. Il luogo in cui sorgeva tale cappella, nel catasto onciario del 1749, veniva indicato anche con il termine Paradiso oltre che Madonna delle Grazie o san Canione. Alla fine del Settecento, e precisamente nel 1799, anche nella Napoli dei Borboni la rivoluzione francese manifestò i suoi effetti e provocò una rivolta popolare che portò alla fuga del re e alla nascita di una breve ma intensa stagione repubblicana, nella quale, fra l’altro, ebbero un ruolo importante molti santarpinesi, sia sulla sponda repubblicana che su quella realista. Nel gennaio di quell’anno, l’esercito francese del generale Championnet conquistò la parte continentale del Regno di Napoli, causando la fuga di re Ferdinando IV in Sicilia sotto la protezione della flotta inglese. Il generale Championnet, consentì ai patrioti napoletani, che in un certo numero avevano appoggiato l’avanzata dei francesi e la loro conquista di Napoli, di formare un governo e proclamare la Repubblica Napoletana che, sulla scia dello spirito rivoluzionario francese, cercò di portare anche a Napoli un’ondata di giustizia, di libertà e di uguaglianza. Questo importante periodo per la storia del regno napoletano ebbe delle ripercussioni su tutti i comuni della provincia, Sant’Arpino compreso. Fra i santarpinesi fedeli al re Borbone vi è da citare il magistrato Antonio Della Rossa, che ebbe un ruolo importante nei processi che seguirono a questo tentato sovvertimento dell’ordine costituito. Tanti, però, furono i nostri concittadini che aderirono a questa ondata rivoluzionaria seguendo il grande


Domenico Cirillo, lo scienziato e botanico grumese che aveva dei possedimenti terrieri familiari in Sant’Arpino, precisamente in località santa Loja. I patrioti santarpinesi aderenti alla rivoluzione del 1799 furono davvero tanti per un piccolo paesello di meno di duemila anime quale era Sant’Arpino nel 1799. Questi uomini, per le loro idee o per il ruolo avuto nella Repubblica, furono incarcerati, esiliati, videro i propri beni sequestrati o dovettero comunque soffrire per tale esperienza. Oltre ai nomi più celebri, quale quello dell’abate Vincenzo de Muro, si devono aggiungere quelli dei suoi fratelli Raffaele, Carlo e Domenico: Raffaele, frate francescano, fu arrestato ed esiliato; gli altri fratelli conobbero solo l’arresto. Non vanno poi dimenticati il già citato Ascanio d’Elia, che fu arrestato dopo la caduta della Repubblica e patì il carcere in Aversa per circa un anno; i fratelli Nunziante e Gennaro Coscione e il figlio di quest’ultimo Andrea. Il primo era sacerdote e fu arrestato con il fratello, mentre Andrea, medico, almeno fino al 15 settembre 1799 era dato per fuggitivo. Il sacerdote santarpinese Gennaro Coscione e suo padre Giuseppe furono invece incarcerati a Napoli; Francesco Coscione, anch’egli sacerdote, dopo essere stato incarcerato fu inviato all’ergastolo di santo Stefano e infine liberato dopo l’indulto del giugno 1801. Vanno ricordati inoltre il chirurgo Gennaro Abbruzzese che ancora nel maggio 1800 risultava incarcerato in Aversa; lo speziale Leonardo Giglio, che nel maggio 1800 era detenuto nel carcere della Vicaria; l’avvocato Lorenzo Zarrillo, che durante la Repubblica era stato agente del Dipartimento del Volturno e che nel giugno 1801 era incarcerato al castello d’Ischia; Vincenzo Falace, un semplice sarto, incarcerato nel giugno 1799 ai granili a Napoli e poi inviato a santo Stefano, ove ancora si trovava nel marzo 18001. Dopo la repressione della rivoluzione si ebbe il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli. Però, ben presto, essi dovettero di nuovo fuggire per l’arrivo dei francesi di Napoleone Bonaparte, prima con il fratello Giuseppe e poi con Gioacchino Murat. Questo periodo del Regno di Napoli venne chiamato dagli storici decennio francese e cominciò con l’occupazione di Napoli da parte di Giuseppe Bonaparte il 14 gennaio 1806. Egli, nominato re il febbraio successivo, ri1 Cfr. Ronga N., La repubblica napoletana del 1789 nel territorio atellano, Istituto di Studi atellani, 1999.

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mase in carica fino al 15 luglio 1808, quando divenne poi re di Spagna. Al suo posto fu così chiamato Gioacchino Murat, che rimase al governo del Regno di Napoli fino al marzo 1815. Con Giuseppe Bonaparte furono intraprese alcune importantissime riforme sia nel campo economico che in quello amministrativo, finanziario, sociale e religioso con la creazione di nuovi organi con poteri distinti e specifici. Poi Gioacchino Murat completò, specialmente nel campo politico-amministrativo, le iniziative del suo predecessore. Con una specifica legge del 1806, detta dell’eversione feudale, venne abolito il feudalesimo in tutto il regno. Ultimo feudatario dei Sanchez de Luna di Sant’Arpino fu il duca Alonzo VIII, che dimorò in Sant’Arpino fino al 1836, poi si trasferì a Napoli, ove morì il 28 febbraio del 1842. In ambito amministrativo, i napoleonidi introdussero un sistema piramidale di organizzazione dei poteri locali che rispecchiava quello francese: il territorio venne diviso in province, a sua volta ogni provincia era divisa in tanti distretti e, infine, ogni distretto si componeva di tante municipalità, ossia diversi comuni che precedentemente, nel periodo borbonico, erano detti Università. Alla provincia venne preposto l’intendente, al distretto un sottointendente e alla municipalità il sindaco, che divenne così, nel contempo, capo dell’ente e delegato del governo. Con apposita legge fu stabilito che il sindaco della municipalità doveva essere scelto all’interno del decurionato, composto dalle persone benestanti e istruite del paese. Al decurionato venne sostanzialmente demandato il compito di amministrare la municipalità. Complessivamente, in questo periodo, vennero create quattordici provincie con a capo altrettante intendenze che si preoccupavano del controllo della vita locale, della finanza, della leva militare e della sicurezza pubblica; vennero inoltre istituiti i registri dello stato civile. Nonostante la caduta di Napoleone e la restaurazione dei precedenti ordinamenti monarchici, questo sistema di organizzazione amministrativa venne poi sostanzialmente mantenuto poiché si era rivelato efficiente. Con tale riorganizzazione, tutto il territorio atellano risultò smembrato in due provincie. Nella prima provincia, quella di Terra di Lavoro (distretto di Capua), ricadevano Succivo unito a Casapozzano, Orta, Gricignano e Cesa, mentre nella seconda provincia, ossia di Napoli (distretto di Casoria), ricadevano tutti gli altri comuni, fra cui Sant’Arpino, Grumo,


Frattamaggiore e Pomigliano d’Atella che successivamente cambierà poi il suo nome in Frattaminore. Nell’Ottocento, dopo la breve esperienza della Repubblica Napoletana e il Regno dei napoleonidi, molte cose cambiarono e, nonostante il ritorno dei Borbone al potere, la nuova classe borghese divenne più conscia dei propri mezzi e cominciò a nutrire sentimenti libertari e patriottici più intensi. Nel Meridione le nuove strutture amministrative poste in essere dai napoleonidi, con l’abolizione del feudalesimo e l’esproprio di tante proprietà immobiliari ecclesiastiche, diedero un forte scossone a una struttura sociale che per secoli era rimasta immobile. Nel periodo borbonico postnapoleonico, l’amministrazione del comune continuò a competere al corpo del decurionato, composto da tre cittadini per ogni mille abitanti, scelti dal governo centrale entro una lista di eleggibili per censo o titolo di studio. Il decurionato aveva il compito di presentare una terna per la carica di sindaco entro la quale poi la prefettura provvedeva a effettuare la nomina. Il sindaco durava in carica un triennio ed era coadiuvato nella sua funzione da due collaboratori, chiamati primo eletto (un dottore in legge) e secondo eletto (con funzioni di vicesindaco). Si cominciò in tale periodo a creare la struttura degli uffici, con un cancelliere archivista (per l’emanazione degli inviti ai decurioni e la tenuta degli atti adottati) e il cassiere. Nel 1811 i cittadini residenti in Sant’Arpino2 erano 2036 di cui 785 maschi adulti, 917 femmine adulte, 185 fanciulli maschi e 149 fanciulle femmine. I sindaci di Sant’Arpino scelti dall’intendente nell’ambito del decurionato, che nel tempo divenne una sorta di consiglio comunale, furono: Nicola Soreca, in carica dal 1825 al 1828; Ferdinando De Cristofaro dal 1828 al 1830; Pietro Della Rossa dal 1831 al 1833; Francesco Lettera dal 1834 al 1836. A seguito di pignoramento dei beni, ordinati dal tribunale civile della provincia di Napoli, nel maggio 1836 venne redatta una minuziosa perizia che censiva tutti i beni. Oltre al palazzo ducale risultavano in possesso del duca la starza grande di centosessanta moggi e la starza della Maddalena di oltre cento moggi. Nell’anno 1837 una terribile epidemia colerica colpì il paese mietendo centinaia di vitti2 Cfr. S. Martuscelli, La popolazione del mezzogiorno nella statistica di re Murat, Guida Editore, Napoli 1979.

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me, per tale motivo, nello stesso anno, terminò l’usanza di festeggiare il martedì in Albis nei campi antistanti l’ex convento dei Frati Minimi di san Francesco di Paola, ove nel frattempo era stato fondato il cimitero comunale. La festa da quell’anno si trasferì presso la cappella della Madonna delle Grazie detta anche di san Canione. Nel triennio 18371839, diventò nuovamente sindaco Nicola Soreca, poi per due volte consecutive Domenico Magliola, dal 1840 al 1845. Durante l’Ottocento, l’edilizia civile riprese vigore a Sant’Arpino con l’edificazione di grandi palazzi a corte. Ciò era frutto della disponibilità economica delle nuove famiglie borghesi e così l’aspetto urbanistico del paese mutò notevolmente, passando a una dimensione più cittadina e meno rustica. Vennero realizzate nuove abitazioni come palazzo Guarino (poi Casertano e ora palazzo Pezzella) e il retrostante palazzo Lettera (ora Prota), entrambi dotati di ampi cortili, di bellissime linee architettoniche classicheggianti e profonde grotte sottostanti, a testimoniare anche la funzione commerciale degli stessi. In realtà tutti i palazzi del centro storico del comune sono provvisti di cavità sotterranee realizzate per estrarre materiale da costruzione in sito (tufo e pozzolane) necessario per la costruzione degli edifici sovrastanti. Considerati gli elevati costi di estrazione e trasporto da cave ubicate lontano dal sito da edificare, i materiali per la realizzazione dell’edificio venivano infatti ricavati nello stesso luogo ove doveva sorgere il palazzo. Le cavità, costituite generalmente da grosse gallerie poste a una profondità di circa 10 - 12 metri, comunicavano con l’esterno attraverso una serie di pozzi di areazione (occhi di grotta). Pozzi per approvvigionamento idrico e cunicoli inclinati di accesso (discenderie) provviste di gradini, venivano poi utilizzati per la conservazione del vino. Con il tempo queste cavità sono state utilizzate per la conservazione delle derrate alimentari e, nel periodo bellico, come ricoveri antiaereo. Un importante esempio di architettura industriale, cioè di una struttura edilizia destinata a uso produttivo, è certamente il palazzo D’Antonio che, sito in via Compagnone, presenta una corte interna chiusa da volumi destinati al ciclo di lavorazione semi-industriale, di trattamento di vinacce e pinoli. Anche il palazzo Cicala, sito nell’attuale via Leone D’Anna, mostra un buon esempio di architettura industriale ottocentesca, anche se l’impianto originario ri-


sale al 1777. Dotato di un’ampia corte chiusa, possiede nel giardino retrostante una tipica fornace d’uso industriale destinata alla lavorazione della vinaccia. Nel 1837 a Livorno morì di colera Teresa Sanchez de Luna, figlia di Alonzo VIII, ultima discendente diretta degli antichi feudatari del paese. Teresa aveva sposato Carlo Caracciolo, principe di Torchiarolo. Dopo la morte di Teresa il palazzo ducale divenne proprietà della famiglia Caracciolo. Nel 1844 una grande siccità afflisse le campagne del comune: da mesi non pioveva e i contadini erano disperati. Per propiziare l’aiuto divino e scongiurare altri pericoli venne trasportata la statua di sant’Elpidio dalla chiesa madre fino alla cappella di san Canione: una pioggia improvvisa e interrotta per due giorni consecutivi bagnò il comune, facendo gridare tutti al miracolo. Questa processione propiziatoria, ripetuta sempre nei momenti di crisi aveva, nell’animo popolare, lo scopo di unire i due santi protettori del paese per rendere più forte la richiesta di aiuto a Dio. Durante tutto il periodo borbonico, a Sant’Arpino fu notevole il prestigio del clero: in particolare il parroco era ritenuto un’autorità a tutti gli effetti e, insieme al sindaco, rappresentava per le istituzioni provinciali l’uomo di fiducia, i cui pareri, resi ufficiali da un archivio a parte, diventavano in molte occasioni vincolanti per ogni decisione. Parroco di Sant’Arpino ai primi dell’Ottocento fu Carlo Soreca, a seguire Luigi Morrone fino al 1838, poi Giacinto Magliola dal 1838 al 1854. Successe a quest’ultimo Giovanni Saviano, che guidò la parrocchia fino al 1889. Per quanto riguarda invece i sindaci del comune, nel 1846 venne nominato nuovamente sindaco Francesco Lettera che restò in carica dal 1846 al 1855, per ben tre trienni consecutivi; poi Pietro Arcangelo de Angelis dal 1855 al 1860. La figlia di quest’ultimo, Concetta, sposò Francesco Paolo Maisto. Ultimo sindaco del periodo borbonico fu ancora Francesco Lettera che restò in carica dal 1860 al 1861. Con l’avvento dell’Unità d’Italia, venne nominato sindaco di Sant’Arpino Andrea Cerio, che rimase in carica fino al 1866. Il 20 marzo 1865 venne emanata la legge n. 2248 con cui si estese la legislazione del Regno di Sardegna a tutto il territorio nazionale. In base a questa legge il territorio dello Stato venne diviso in province con a capo il prefetto, circondari con a capo il sotto-prefetto e comuni con a capo il sindaco, che diventava rappresentante della collettività e

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organo locale dello Stato. Sant’Arpino continuò a far parte della provincia di Napoli e del circondario di Casoria. Con la stessa legge il decurionato si trasformò definitivamente in consiglio comunale e il sindaco divenne di nomina prefettizia e scelto fra i consiglieri comunali, che invece venivano eletti dal popolo. Avevano però diritto al voto per l’elezione dei consiglieri comunali solo i cittadini maschi in possesso di determinati requisiti di censo, età e istruzione. Pertanto, solo una parte infinitesimale della popolazione era iscritta nelle liste elettorali e poteva far sentire la sua voce. A seguito delle prime elezioni con la nuova legge, fu eletto sindaco Vito Compagnone che restò in carica dal 1867 al 1870. A lui successe Raffaele Guarino, fratello di Alfonso (famoso medico), in carica per ben dodici anni, dal 1870 al 1882. Nel 1881 il cimitero ricavato precedentemente nello spazio antistante l’abbandonato monastero di san Francesco di Paola, venne ampliato e fino a quell’anno, nello spazio cimiteriale, non risultava presente alcuna cappella cimiteriale. Nel censimento del 1881 gli abitanti risultavano essere 2215, il comune apparteneva alla provincia di Napoli, alla Pretura di Sant’Antimo, al circondario di Casoria. Dopo i dodici anni di Raffaele Guarino, divenne sindaco nel 1882 Domenico Compagnone. Durante il suo mandato e precisamente nel 1884 la chiesa di sant’Elpidio fu ristrutturata e ampliata con l’aggiunta della cupola e il rifacimento del tetto e del pavimento. Dell’originaria facciata rimaneva solamente il portale cinquecentesco in piperno nel cui timpano fu rimossa la vecchia lapide di Alonzo III e ne venne installata una marmorea dettata dalla penna del professore Nicola Perrone, tutt’ora esistente. Anche la lapide posta nel 1754 dal vescovo de Simone venne rimossa e al suo posto, ossia all’interno della navata sulla destra dell’entrante, fu murata un’altra lapide a memoria della ricostruzione e dell’ampliamento della chiesa. In quell’anno le strade del paese erano: via Ferrumma, via santa Maria d’Atella, via ss. Trinità, via santa Maria delle Grazie, via Vincenzo de Muro, via san Giacomo e corso Atellano che conduceva alla stazione ferroviaria di Sant’Antimo, già in funzione nel 1884 sulla linea Napoli-Roma. Inoltre, esistevano ben quattro confraternite religiose e le festività principalmente sentite in paese erano quelle di sant’Elpidio e della Madonna del Buon Consiglio, che si celebrava la pri-


ma o la seconda domenica di settembre. Fra gli uomini illustri dell’Ottocento santarpinese si annoveravano: il sacerdote Giovanni Andrea Lettera (1809 - 1879) studioso e autore di un libro sulla vita di sant’Elpidio; Luigi Compagnone (1851 - 1923) famoso e integerrimo magistrato; Alfonso Guarino (1840 - 1902) importante medico e persona caritatevole; Giuseppe Maria Limone, avvocato; Francesco Paolo Maisto scrittore e medico, autore di una preziosa e documentata opera sul santo patrono e sulla storia e le origini del comune; il sacerdote don Luigi Capone, professore prima di lettere e poi di storia nel Real Collegio della Nunziatella di Napoli, nonché poeta e scrittore. Nell’Ottocento postunitario a Sant’Arpino si avviò la realizzazione della attuale via Martiri Atellani, uno stradone enorme che taglia a metà la zona archeologica dell’antica città di Atella e l’attraversa in pieno per congiungere Aversa con Caivano. All’epoca questa grande e lunga arteria sfiorava le periferie agricole dei paesi atellani che certo non presentavano lo sviluppo urbanistico attuale. Nel suo rettilineo percorso, la nuova arteria però tagliò la terrazza archeologica dell’antica città di Atella, danneggiando la struttura delle terme romane (Castellone) e causando la distruzione di gran parte dei reperti archeologici rinvenuti durante la costruzione. La realizzazione di questa enorme strada, che da allora venne definita via nova, ha consentito però migliori collegamenti fra zone fino ad allora molto isolate. Anche il tessuto urbanistico del paese subì trasformazioni con la realizzazione di nuove strade interne, l’ampliamento di edifici pubblici sia civili che religiosi e soprattutto l’edificazione di nuovi palazzi a scopo abitativo o agricolo-industriale. Lungo corso Atellano sorsero importanti edifici come palazzo Capone, che nei gusti architettonici ricorda lo stile del tardo Settecento, e palazzo Plazza, dotato di una piccola corte interna chiusa. Nel 1886 la vecchia statua lignea di sant’Elpidio venne restaurata dagli artisti Vincenzo e Saverio Reccio di Napoli. Le spese del restauro furono sostenute dai fedeli per ringraziare il santo patrono per lo scampato pericolo dell’epidemia di colera, che due anni primi aveva investito tutta la Campania e Napoli in particolare. Nel 1889 la legge n° 5921 modificò la normativa per le elezioni comunali e venne introdotta l’elezione del sindaco

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da parte del consiglio comunale stesso e non più dal prefetto. Il mandato del sindaco, da quell’anno in poi, fu allungato da tre a quattro anni, con possibilità di rielezione. In quegli anni il municipio di Sant’Arpino eleggeva quindici consiglieri e aveva un reddito di circa 33.000 lire. Primo dei sindaci a essere eletto con la nuova legge fu lo stesso Domenico Compagnone il quale durò in carica dal 1882 al 1889 con nomina prefettizia e poi per altri dieci anni con la nuova norma. Domenico Compagnone rimase in carica quindi per ben diciassette anni. Nel 1892 il medico Francesco Paolo Maisto, sposò Concetta de Angelis, mentre nella piazza venne aperta da Giuseppe Boerio una rivendita di sali e tabacchi che si affiancò a quella già esistente di Salvatore Falace posta in via Ferrumma. Nel 1899, a Domenico Compagnone successe Orazio Magliola, che restò in carica per quasi trent’anni, fino all’arrivo del fascismo. Durante tutti questi anni Magliola, facendo leva sulla sua forza economica di grosso proprietario terriero, vinse più volte di seguito le elezioni. Il 13 giugno 1899 sul giornale Il paese fu pubblicato un articolo del santarpinese Salvatore Montuori, docente nei licei di Napoli, studioso e collaboratore di riviste storiche. L’articolo, dal titolo Un giudice nella II giunta di Stato, portò alla luce la verità storica sul magistrato Antonio Della Rossa, che fino ad allora veniva considerato di nascita calabrese da parte degli storici, «... ricordo che bambino nel mio paese nativo, ove vive tutt’ora una famiglia della Rossa, sentivo citare questo giudice come una gloria paesana ...»3. Il mattino del martedì in Albis del cinque di aprile del 1904, nella cappella della casa colonica della famiglia Magliola, situata nei pressi della stazione ferroviaria Sant’AntimoSant’Arpino, fu solennemente benedetta la nuova statua in legno di san Canione, opera dell’artista Achille Capaldo di Napoli. La statua, poi accompagnata da una gran folla, da tutte le autorità e dalle confraternite religiose, venne portata in processione fino alla chiesa madre ove era ad attenderla la statua di sant’Elpidio.

3 Montuori S., I napoletani del 1799. Un giudice della II giunta di Stato, articolo pubblicato in “Il Paese” - 13 giugno 1889


P

adre Fiorillo, o fra Lodovico Fiorillo, è famoso per essere stato il primo consigliere spirituale di sant’Alfonso dei Liguori (1696 - 1787). Nacque a Sant’Arpino nel 1670 e alla sua morte venne proclamato dalla chiesa servo di Dio, appellativo che si assegna dopo la morte a uomini distintisi per santità di vita o eroicità delle virtù e per le quali è stato avviato il processo canonico di beatificazione. Il venerando padre Fiorillo, maestro domenicano, fu uomo santo e zelante missionario, sempre pronto ad aiutare i più deboli e diseredati. Da giovinetto intraprese la carriera ecclesiastica. Nel 1708, dopo aver lasciato l’abito secolare, entrò a far parte della famiglia dei Predicatori. Dopo aver professato i voti venne destinato, come insegnante, al seminario di sant’Agata dei Goti. La sua vera vocazione era però il pulpito dove, con la sua dottrina ed eloquenza, affascinava gli ascoltatori. A questa missione dedicò tutto se stesso, suscitando l’ammirazione dei dotti che gli chiedevano lumi e consigli. Fra questi, figurava sant’Alfonso dei Liguori. Il Fiorillo, infatti, é considerato storicamente il primo consigliere di sant’Alfonso, l’ispiratore della Congregazione dei Redentoristi. «Si metta sotto il manto di san Vincenzo glorioso, che fu il primo missionario»1 scriveva padre Fiorillo a sant’Alfonso nel 1734. Padre Fiorillo, così come successivamente avverrà per i Redentoristi, nella sua missione privilegiò la predicazione: «quello delle missioni tra la gente priva di rudimenti della Fede e della morale e ancora più attirata da superstiziose spinte, derivanti dall’ignoranza, dal retroterra magico dell’ambiente meridionale, dall’assenza di organismi parrocchiali»2. Il suo pulpito non si trovava nelle cattedrali ma piuttosto nei «fondachi della città, luoghi di incontro di bestemmiatori, di donne di facili costumi, di ubriachi, egli, con altri benemeriti frati delle comunità domenicane, si prodigò senza sosta e con grande zelo»3. Nel 1737, mentre si trovava ad Avellino per svolgere la sua missione di predicatore, padre Fiorillo venne assalito da febbri che lo portarono alla morte. Le sue spoglie furono tumulate nella chiesa del ss. Rosario di Avellino, mentre le sue vesti vennero distribuite come reliquie. 1 G. Zigarelli, Storia della Cattedra di Avellino e dei suoi pastori. Napoli 1856. v..II, p.168 n°1. 2 Luigi Guglielmo Esposito, I domenicani di Avellino, in Rassegna Storica Irpina n°7-10, 1993-1994,pag.159 3 Ivi, pag.161

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NACQUE

A

LUDOVICO

frate ludovico fiorillo

IL PICCOLO LUDOVICO SANT’ARPINO NEL 1670.

NEL 1708 ENTRÒ NELLA FAMIGLIA DEI PREDICATORI DOMENICANI. SARÒ UN FRATE DOMENICANO

COME LO CHIAMATE?

VENNE DESTINATO AL SEMINARIO DI SANT’AGATA DEI GOTI COME INSEGNANTE. MI RACCOMANDO LO STUDIO RAGAZZI

L’ORDINE DEI FRATI PREDICATORI ERA SORTO NEL XIII SECOLO PER OPERA DELLO SPAGNOLO DOMENICO DI GUZMAN.

207


LUDOVICO ERA MOLTO STIMATO DA SANT’ALFONSO DEI LIGUORI DI CUI FU PRIMO CONSIGLIERE. SAPPIATE VIVERE IN MODO CRISTIANO!

ASCOLTERÒ CIÒ CHE MI DICE LUDOVICO

LUDOVICO ERA UN BRAVISSIMO ORATORE E DAL PULPITO AFFASCINAVA I FEDELI CON LE SUE PREDICHE. NEL 1734 SCRISSE UN’ACCORATA LETTERA A SANT’ALFONSO, INVITANDOLO A “METTERSI SOTTO IL MANTO DI S. VINCENZO”. SCRIVERÒ AD ALFONSO

BISOGNA ANDARE DAI POVERI PER AIUTARLI

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frate ludovico fiorillo

SI PRODIGÒ SENZA SOSTA PER I POVERI E GLI AFFAMATI.

PREDICÒ IL VANGELO AI CONTADINI.

PRENDETE GRAZIE

GESÙ VI AMA

ALLA SUA MORTE, AVVENUTA AD AVELLINO NEL 1737, I PADRI DOMENICANI RIMASERO ADDOLORATI. È STATO UN ESEMPIO PER NOI

ECCO PRENDETE

È STATO NOSTRO BENEFATTORE

LE SUE VESTI, RIDOTTE IN PEZZI, VENNERO DISTRIBUITE COME RELIQUIE.

209


C

arlo Magliola nacque nel 1695 da Tommaso e Cecilia Giannattasio. Figlio di un’agiata famiglia, intraprese la carriera forense. Carlo Magliola difese il comune di Sant’Arpino e gli altri casali atellani nella causa, cosiddetta per la bonatenenza, che si tenne alla metà del 1700 presso il Foro di Napoli. La vicenda giudiziaria vide impegnati in un lunghissimo processo le città di Napoli e di Aversa contro i casali atellani. In questa causa, svolta per una questione di competenza nella riscossione di imposte, ci furono ben tre gradi di giudizio per decidere chi, fra Aversa e Napoli, avesse giurisdizione fiscale sui casali atellani. Magliola dovette redigere una memoria difensiva da consegnare al collegio giudicante, in cui documentava l’indipendenza di Atella sia dalle vicende storiche napoletane che aversane, lasciando di fatto agli atti del processo un corposo documento, dal quale poi tutti gli storici successivi hanno attinto a piene mani per ricostruire la storia di Atella. Il Magliola pubblicò il suo lavoro in due volumi. Il primo, del 1755, ebbe come titolo Difesa della terra di Sant’Arpino e di altri casali atellani contro la città di Napoli; il secondo, Continuazione della difesa, del 1757. Carlo Magliola morì il 26 ottobre del 1760. Gli scritti di Magliola dimostrano, con dati alla mano, che Atella non scomparve nel V secolo d.C. ma sopravvisse fino al XI secolo rimanendo in vita anche dopo la fondazione di Aversa ed in contrapposizione al famoso avvocato Carlo Franchi, che difendeva la città di Napoli, il Magliola riuscì a dimostrare ai giudici che tutto il territorio della Liburia, posto fuori dalle mura della città di Napoli, era sotto il dominio dei principi longobardi di Capua e pertanto sia Aversa che Atella non erano state fondate in territorio napoletano bensì nella cosiddetta Campania Capuana. Inoltre dimostrò che Sant’Arpino era sorto prima di Aversa. In realtà questa contesa giuridica nacque a seguito della decisione del re Carlo III di formare un nuovo catasto per una tassazione più equa. In quel periodo Aversa e i suoi casali, insieme alla città di Napoli, facevano tutti parte della provincia di Terra di Lavoro e il re esercitava la riscossione fiscale tramite i regi precettori. Di fatto, con l’iniziativa di un nuovo catasto, si diede origine a un contenzioso giuridico, prima fra Aversa e Napoli e poi tra Aversa e i suoi casali, avviando la prima divisione dell’agro aversano. Fino ad allora Sant’Arpino e altri trentasette casali erano sotto la giuridiszione di Aversa

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carlo magliola

e ciò poneva quest’ultima in una condizione di supremazia rispetto alla capitale del regno, che controllava un numero minore di casali. Poiché Napoli e i suoi casali vennero esonerati dall’obbligo di formare il nuovo catasto scaturì un contenzioso al fine di far pagare la tassazione (bonatenenza) ai beni dei napoletani situati nell’agro aversano. I proprietari napoletani di beni aversani sostenevano di essere esentati in quanto ritenevano che Aversa fosse subordinata a Napoli e tentarono di sfuggire a questa tassazione scatenando una vertenza giudiziaria che durò fino all’inizio dell’Ottocento. L’oggetto principale della disputa era quello di verificare se ciascuna università (comune) dovesse formare un solo catasto o se doveva invece essere istituito un unico catasto da parte della città di Aversa1. Per evitare il peso della bonatenenza anche il duca di Sant’Arpino si costituì contro l’università di Sant’Arpino con un proprio avvocato, Lampitelli, sostenendo che il casale non aveva un proprio territorio ma apparteneva ad Aversa. Successivamente l’agro aversano e il Regno di Napoli subirono profonde modifiche amministrative durante il decennio francese quando oltre all’abolizione della fedualità venne legiferato anche un nuovo assetto amministrativo che determinò la divisione del regno di Napoli in province, ognuna con un proprio capoluogo. In questo contesto venne istituita nel 1806 la provincia di Napoli distaccata dalla provincia di Terra di Lavoro, in cui Napoli fino allora era stata inglobata insieme ad Aversa ed i suoi casali. Nell’ambito dei distretti vennero collocati i comuni, termine usato al posto di università. Il comune di Sant’Arpino, nel 1806, venne aggregata alla provincia di Napoli, distretto di Casoria, separandosi dall’agro aversano e dalla provincia di Terra di Lavoro. Nel 1818, Caserta viene designata come nuovo capoluogo di provincia di Terra di Lavoro al posto di Capua. Con il ritorno di Ferdinando IV di Borbone, che assunse il titolo di Ferdinando I re delle due Sicilie, le riforme dei francesi vennero sostanzialmente confermate e pertanto il comune di Sant’Arpino rimase nella provincia di Napoli.

1 Cfr. N. De Chiara, Aversa ed i suoi casali nel Settecento; la carta del Fioravanti, Edizioni Nero su Bianco, ottobre 2011.

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NEL 1754 UN’ALTA CORTE DI MAGISTRATI SOTTO LA PRESIDENZA DEL DIRETTORE DELLE REALI FINANZE DOVETTE INTERVENIRE NELLA CAUSA TRA LA CITTÀ DI NAPOLI CONTRO LA CITTÀ DI AVERSA E I CASALI ATELLANI.

L’AVVOCATO FRANCHI DIFENDEVA LA CITTÀ DI NAPOLI.

GRAZIE PRESIDENTE

PREGO AVVOCATO

ATELLA È STATA UN MISERO ALBERGO DI QUATTRO COMMEDIANTI!

L’AVVOCATO FRANCHI, PRINCIPE DEL FORO, ATTACCÒ I CASALI ATELLANI.

I NAPOLETANI NON DEVONO PAGARE!

A DIFESA DEI CASALI ATELLANI FU SCELTO L’AVVOCATO CARLO MAGLIOLA.

CHIEDO LA PAROLA

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IL PRESIDENTE DEI MAGISTRATI VOLEVA DECIDERE. SIATE CONCISO CHE DEVO DECIDERE

SANT’ARPINO È NATO PRIMA DI AVERSA

LA STORIA MILLENARIA DI ATELLA PARLA DA SOLA!

carlo magliola

NE AVETE FACOLTÀ

IL PUBBLICO APPLAUDÌ L’INTERVENTO DELL’AVVOCATO MAGLIOLA.

BRAVO!

HAI RAGIONE!

PREGO IL PUBBLICO DI RIMANERE COMPOSTO

LA PARTECIPAZIONE POPOLARE ERA TALE CHE IL PRESIDENTE DOVETTE INTERVENIRE PER CALMARE GLI ANIMI.

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L’ELOQUENZA DELL’AVVOCATO MAGLIOLA NON SI ARRESTAVA.

TERMINÒ CON UN SUSSULTO D’ORGOGLIO. ATELLA E GLI ATELLANI SONO SEMPRE STATI INDIPENDENTI DA NAPOLI E AVERSA

SANT’ARPINO HA UNA SUA STORIA

GLI ATELLANI HANNO RAGIONE

DOPO UNA LUNGA E DISCUSSA RIUNIONE DELLA CORTE, VENNE EMESSO IL VERDETTO DEFINITIVO. LA NOTIZIA ARRIVÒ PRESTO A SANT’ARPINO DOVE IL POPOLO ASPETTAVA TREPIDANTE. CARLO È STATO BRAVISSIMO!

EVVIVA!

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UNA CARROZZA PARTÌ DA NAPOLI PER RIPORTARE L’AVVOCATO MAGLIOLA A SANT’ARPINO.


carlo magliola

VICINO AL PALAZZO DUCALE UNA FOLLA DI CITTADINI ASPETTAVA L’ARRIVO DELL’AVVOCATO MAGLIOLA PER FARE FESTA.

GRAZIE CARLO

AVVOCATO SEI STATO STRAORDINARIO!

È STATA DURA

LA STORIA È L’ARTE CHE NON RINNEGA LA CONOSCENZA DEI FATTI

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M

arco de Simone nacque a Sant’Arpino il 25 aprile 1713 da Biagio e donna Laura Magliola. Figlio di una famiglia benestante, venne avviato fin da giovane alla vita religiosa. Frequentò il seminario vescovile di Aversa, dove subito si distinse per il suo ingegno e per la sua versatilità negli studi. Nel 1731, già sacerdote, si trasferì a Napoli, ospite del fratello medico Antonio; successivamente si spostò a Roma ove divenne membro dell’Accademia dell’Arcadia. Il papa Benedetto XIV lo designò vescovo di Salerno, ma lui rifiutò. Accettò, invece, nel 1752, la nomina a vescovo di Troia, importante diocesi della Puglia. In questa città si segnalò subito per i lavori fatti eseguire per la ristrutturazione e l’abbellimento del duomo, al cui interno fece costruire cappelle e altari. Realizzò anche l’episcopio e ampliò i saloni e il refettorio del seminario. Il vescovo de Simone spese gran parte delle sue ricchezze per il sostegno dei poveri e condusse una vita morigerata, lontana dai fasti mondani. Nel 1764, a causa di una grande carestia, monsignor Marco de Simone fece distribuire ai bisognosi e ai poveri tutto il grano che aveva fatto raccogliere in una masseria di sua proprietà. Il suo forte legame con Sant’Arpino non fu mai interrotto: nel 1754 donò alla chiesa di sant’Elpidio Vescovo, allora in fase di ristrutturazione, un magnifico altare maggiore in marmo policromo. In splendido stile barocco, l’altare presenta scolpita sui lati l’insegna vescovile di de Simone. Nello stesso anno egli consacrò la chiesa. A ricordo di questo avvenimento venne murata una lapide, poi rimossa nel 1884, in occasione di nuovi lavori di ristrutturazione dell’edificio religioso. Il fratello del vescovo, Antonio, nel 1758 donò la balaustra dell’altare, facendo scolpire anch’egli la propria insegna nel marmo. Lo stemma del vescovo Marco de Simone presenta al centro tre gigli d’oro fasciati di rosso ed è ornato dal cappello prelatizio e da due cordoni a sei fiocchi per lato. Quello del fratello Antonio, invece, collocato ai due lati della balaustra, è ornato da una corona. Molto forte fu anche la sua attività edilizia in Troia ove, nel corso della sua intensa attività pastorale, costruì opere di straordinario interesse religioso che abbellirono notevolmente la cittadina. Infatti, oltre a donare due splendidi organi alla cattedrale, egli fece costruire la cappella dell’Assunta in

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marco de simone

cattedrale; la balaustra, l’altare e i frontespizi marmorei della cappella del seminario; la balaustra con scalinata all’ingresso della cattedrale e il campanile stesso della cattedrale1. Marco de Simone morì a Troia il 6 febbraio 1778, dopo oltre venticinque anni di governo pastorale in terra pugliese. I solenni funerali furono celebrati dall’arcivescovo di Matera e le sue spoglie vennero seppellite nella cappella dell’Assunta nella cattedrale di Troia. La casa in cui nacque Marco de Simone, ossia lo stupendo palazzo di via santa Maria d’Atella (oggi via ten. Leone D’Anna), passò poi nella proprietà degli Zarrillo, a seguito del matrimonio di Carolina de Simone con Giacinto Zarrillo. I loro figli (Lorenzo, Giuseppe, Teresa e Cristina) successivamente donarono l’immobile ai poveri del paese. Una lapide, posta sulla facciata del palazzo, tuttora ricorda tale atto di generosità. Al vescovo de Simone è dedicata una delle arterie di via De Gasperi e l’amministrazione comunale, nel 1997, in sua memoria si gemellò con la città di Troia celebrando degnamente questo illustre santarpinese.

1 Cfr. A. Dell’Aversana, E. Spuma, I testimoni del tempo, tipolitografia Del Prete - 2005

217


LA PIAZZA DI SANT’ARPINO AVEVA I DUE PRINCIPALI EDIFICI PUBBLICI POSTI L’UNO DI FRONTE ALL’ALTRO.

LA CHIESA DI SANT’ELPIDIO ERA UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER TUTTI I FEDELI.

IL PALAZZO DUCALE, ABITATO DAI SANCHEZ DE LUNA D’ARAGONA, CON LA SUA IMPONENTE MOLE DOMINAVA LA PIAZZA. NEL MAGNIFICO PALAZZO DE SIMONE, POSTO NELLA STRADA DI SANTA MARIA DI ATELLA, NACQUE NEL 1704 MARCO DE SIMONE.

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VENNE NOMINATO VESCOVO DI TROIA NEL 1752. ALZATI.

AMEN.

ANCHE SE VESCOVO RIMANGO UN UMILE PASTORE.

marco de simone

GIOVANISSIMO FU AVVIATO ALLA VITA SACERDOTALE NEL SEMINARIO DI AVERSA.

ORA SEI VESCOVO.

I FEDELI SANTARPINESI LO AMMIRAVANO PER LE SUE OPERE DI CARITÀ. ECCELLENZA LEI È TROPPO BUONO.

ANCHE SE VAI LONTANO RIMANI IL NOSTRO VANTO.

UNA PROCESSIONE DI FEDELI PARTÌ DALLA CHIESA DI SANT’ELPIDIO PER DARE ONORE AL VESCOVO DE SIMONE.

219


EGLI SI RACCOLSE IN PREGHIERA DAVANTI A SANT’ELPIDIO.

CELEBRÒ LA MESSA DAVANTI AI SUOI CONCITTADINI.

HO DONATO L’ALTARE MAGGIORE PER AMORE DEL MIO SANTO PATRONO.

IL NUOVO ALTARE DONATO DAL VESCOVO DE SIMONE ERA UN’OPERA ARTISTICA DI IMMENSO VALORE.

TUTTI RINGRAZIAVANO QUESTO VESCOVO DAL CUORE IMMENSO. IO AMO QUESTO PAESE.

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GRAZIE DI TUTTO VESCOVO.


marco de simone

PECCATO CHE DOVRÀ TORNARE NELLA LONTANA TROIA. VI PORTO NEL MIO CUORE!

IL VESCOVO SALUTÒ TUTTI PRIMA DI PARTIRE PER TROIA.

ECCELLENZA, LEI È IL NOSTRO ORGOGLIO! VI AIUTERÒ ANCHE DA LONTANO.

LA CARROZZA RIPORTÒ MARCO DE SIMONE VERSO LA CITTÀ DI TROIA NELLA LONTANA BASILICATA.

BUONA FORTUNA!

221


I

l vescovo Orazio Magliola nacque il 4 settembre 1745 da Giacinto e donna Angela de Luca. Giovanissimo, fu avviato alla vita religiosa con l’iscrizione presso il seminario vescovile di Aversa, ove si distinse subito come un profondo studioso della giurisprudenza oltre che dotto canonista. Per queste sue qualità, venne chiamato a ricoprire l’incarico di vicario generale presso la diocesi di Muro in Lucania e poi anche presso quella di Capua, sotto l’arcivescovo monsignor Gervasio. Venne poi nominato vescovo della diocesi di Acerra il 18 dicembre 1797 con bolla papale di Pio VI. Orazio Magliola, inoltre, sotto la presidenza di monsignor Gervasio svolse anche l’incarico di Ministro della Giunta dei Vescovi fino al 1806, quando dal re Ferdinando IV di Borbone venne nominato consigliere. Da vescovo di Acerra riprese la costruzione della cattedrale, già iniziata dal suo predecessore Leonardo de Fusco. Per quest’opera si prodigò molto, tanto da elargire personalmente il danaro utile a far eseguire restauri artistici al seminario e al palazzo vescovile, sul cui portale di accesso fece apporre la propria insegna prelatizia. Nel 1818, in seguito ad una nuova definizione delle circoscrizioni delle diocesi, monsignor Magliola prese possesso della sede vescovile di sant’Agata dei Goti unita a quella di Acerra. Durante i dieci anni in cui governò questa cattedra vescovile, numerose e importanti furono le migliorie che vi apportò. Per ben trentadue anni diresse entrambe le diocesi con rigore e zelo, tanto che il suo operato fu apprezzato da tutti1. Morì a Sant’Arpino il 3 gennaio 1829 e il suo corpo fu trasportato ad Acerra dove, dopo solenni funerali, fu seppellito nella cattedrale che tanto aveva contribuito ad abbellire e ingrandire. Nel palazzo di Sant’Arpino, sul maestoso ingresso, si vedono ancora scolpiti e affrescati due esemplari del suo stemma vescovile che si presenta a forma di scudo accartocciato e ornato da un cappello vescovile e dodici fiocchi di colore verde. Il vescovo Orazio Magliola ebbe nella sua vita fama di dotto canonista e, durante il suo governo pastorale, nonostante i grandi sconvolgimenti politici (come la Rivoluzione Napoletana del 1799, la ripresa del potere da parte dei Borboni, l’arrivo dei francesi di Napoleone Bonaparte e poi il succes1 Cfr. Dell’Aversana A., Brancaccio F., Profili religiosi, Aderula - Sant’Arpino, 2003

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orazio magliola

sivo ritorno dei Borboni al potere) egli confinò la sua azione nell’ambito delle attività pastorali, dedicando la sua attenzione solo al clero diocesano. Mantenne, a differenza di tanti altri vescovi, un atteggiamento prudente ed equidistante rispettando sempre le disposizioni legislative impartite dai vari governi succedutisi nel tempo. La sua prudenza politica, accoppiata a un forte spirito caritatevole, gli consentì di passare indenne attraverso questa turbolenta fase storica del Regno di Napoli in cui molti alti prelati, invece, per un verso o per un altro, presero parte. Per questi motivi venne ricordato come un ottimo vescovo per la sua diocesi ove, oltre ad apportare notevoli interventi di abbellimento architettonico, contribuì non poco a dare slancio alla vita diocesana riordinando la disciplina del clero e mitigando con stile e pacatezza qualsiasi ingerenza in materia ecclesiastica.

223


NELLO STESSO GIORNO FU BATTEZZATO DAL PARROCO PASQUALE DE LUCA NELLA CHIESA DI SANT’ELPIDIO.

NELL’ANTICO PALAZZO MAGLIOLA NACQUE IL 4 SETTEMBRE 1745 ORAZIO MAGLIOLA. STUDIÒ NEL SEMINARIO DIOCESANO DI AVERSA MOSTRANDO UNA FORTE PASSIONE PER LO STUDIO DEI TESTI SACRI.

HO FATTO TUTTI I COMPITI

BRAVO ORAZIO

LA SUA VOCAZIONE LO PORTAVA COSTANTEMENTE A PREGARE IN CHIESA OVE TRASCORREVA DIVERSE ORE DEL GIORNO.

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orazio magliola MOLTO PROFONDA ERA ANCHE LA SUA CULTURA. INTERE GIORNATE TRASCORSE SUI LIBRI LO PORTAVANO A ESSERE UN PROFONDO CONOSCITORE DELLA GIURISPRUDENZA OLTRE CHE DOTTO CANONISTA. VENNE POI ACERRA.

NOMINATO

LO HANNO FATTO VESCOVO!

ORAZIO TU SEI ONESTO E BRAVO

VESCOVO

DI

ORAZIO MERITA QUEST’ONORE!

GRAZIE

DA BEN DUE VESCOVI FU CHIAMATO A RICOPRIRE L’INCARICO DI VICARIO. LASCIÒ LA SUA AMATA SANT’ARPINO PER ANDARE A DIRIGERE L’IMPORTANTE DIOCESI ACERRANA IL 22 DICEMBRE 1797.

225


DA FERDINANDO IV DI BORBONE VENNE NOMINATO CONSIGLIERE NELLA GIUNTA DEI VESCOVI. FACCIA BUONE COSE NELLA DIOCESI

GRAZIE MAESTÀ

AD ACERRA IL VESCOVO MAGLIOLA SI IMPEGNÒ PER LA RICOSTRUZIONE DELLA CATTEDRALE. ECCO IL PROGETTO, VI PIACE?

QUESTA CATTEDRALE SARÀ BELLISSIMA!

SI, POTETE PROSEGUIRE

CI TENGO, MI RACCOMANDO

LO STEMMA DELL’IMPORTANTE FAMIGLIA TRONEGGIAVA SUL PORTONE D’INGRESSO DEL PALAZZO A SANT’ARPINO.

226 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


orazio magliola

QUESTI DUE INCARICHI SONO MOLTO GRAVOSI PER ME

FU NOMINATO ANCHE VECOVO DI SANT’AGATA DEI GOTI OLTRE CHE DI ACERRA.

NELLA SUA AMATA SANT’ARPINO SI RECÒ PER TRASCORRERE GLI ANNI DELLA SUA VECCHIAIA.

GRAVEMENTE AMMALATO MORÌ NELLA CASA DI SANT’ARPINO IL 3 GENNAIO 1829.

IL SUO CORPO, PERÒ, FU TRASPORTATO AD ACERRA, OVE VENNE SEPOLTO NELLA CATTEDRALE CHE LUI STESSO AVEVA FATTO RICOSTRUIRE.

227


I

l magistrato Antonio Della Rossa nacque il 22 luglio 1748 da Giuseppe e donna Grazia de Luca. Il giovane Antonio fu avviato agli studi giuridici presso l’Università di Napoli dove si laureò con lode. Divenne ben presto un avvocato molto famoso a Napoli, un giureconsulto di spessore e dalle arringhe applauditissime. Il 30 ottobre 1777 sposò la gentildonna Vincenza Castaldo, figlia del magnifico Giacinto Castaldo di Afragola. Dopo il matrimonio entrò in magistratura, iniziando la carriera come giudice consigliere del Supremo Magistrato del Commercio. Continuò però, contemporaneamente, la sua attività di avvocato presso le giurisdizioni superiori e famosa rimane una sua difesa nel Sacro Regio Consiglio del 1791 del marchese Cammarota. Della Rossa teneva studi professionali aperti sia ad Afragola, paese d’origine della moglie e sua residenza privata, che a Sant’Arpino e a Napoli, la capitale del Regno, così come solevano fare gli uomini illustri del Foro. Ad Afragola, dato il suo censo, era tenuto in gran considerazione e partecipò a molte opere di carità. Uomo di notevole prestigio e di chiara fama, rimase sempre fedele alla causa borbonica, anche nei tumultuosi e sconvolgenti mesi della Repubblica Napoletana del 1799. La sua fedeltà al re era frutto di un convincimento personale e di una deontologia professionale che, in qualità di magistrato, lo portava a essere sempre e comunque un fedele servitore dello Stato. Tuttavia, uomo mite e mai astioso, venne apprezzato anche dal governo provvisorio repubblicano, che gli propose la riconferma di giudice del tribunale civile ma lui, realista convinto, rifiutò. Per tutti questi motivi Ferdinando IV, al suo ritorno in Napoli, lo nominò fra i giudici della Giunta di Stato che avevano il compito di processare i patrioti della Repubblica Napoletana. Racconta Benedetto Croce che Della Rossa, a differenza di altri giudici, non mostrò ferocia contro i rivoluzionari e fece di tutto per salvare dal patibolo la Maria Luisa Sanfelice. Fu poi nominato presidente del Tribunale di Polizia e successivamente Direttore Generale di Polizia1. Anche durante il governo di Murat ricoprì importanti incarichi nella magistratura. Morì il 10 maggio 1817 nella sua casa di Napoli.

1 Cfr. Corcione M., Corcione M.D., Antonio Della Rossa. Note per una ricostruzione biografica,Istituto Studi Atellani, 2000

228 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


SONO AVVOCATO!

antonio della rossa

ANTONIO DELLA ROSSA SI LAUREÒ IN LEGGE ALL’UNIVERSITÀ DI NAPOLI.

SIGNOR GIUDICE MI ASCOLTI!

BRAVO!

BEN PRESTO DIVENNE UN FAMOSO AVVOCATO MOLTO APPREZZATO NEL FORO NAPOLETANO.

INTANTO NELLA CITTÀ DI NAPOLI SCOPPIÒ NEL 1799 UNA RIVOLTA POPOLARE CONTRO IL RE. SIA DALLA CAMPAGNA CHE DALLA CITTÀ SI SOLLEVÒ UNA FORTE PROTESTA CON RIVOLTE E INCIDENTI.

VOGLIAMO LA LIBERTÀ!

ABBASSO IL RE!

229


PRESTO PREPARA UNA CARROZZA!

FRA I CAPI DELLA RIVOLTA C’ERA UNA DONNA MOLTO STIMATA: ELEONORA PIMENTEL FONSECA.

IL RE FU COSTRETTO A FUGGIRE DA NAPOLI. MAESTÀ DOVETE SCAPPARE SUBITO DA NAPOLI, LA SITUAZIONE È PERICOLOSA!

UN GRANDE BOTANICO DEL TEMPO, DOMENICO CIRILLO, VENNE CHIAMATO FRA I SAGGI DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA.

I DUE INTELLETTUALI ERANO I PUNTI DI RIFERIMENTO DEI RIVOLTOSI.

DOMENICO DOBBIAMO FARCELA!

230 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO

CARA ELEONORA, SARÀ MOLTO DURA


CI AMMAZZERANNO! NON TEMERE, ABBI FEDE!

antonio della rossa

BEN PRESTO LA RIVOLTA VENNE DOMATA E I CAPI VENNERO PORTATI IN PRIGIONE.

IL RE FERDINANDO IV DI BORBONE TORNATO AL TRONO CHIAMÒ ANTONIO DELLA ROSSA A DIRIGERE IL TRIBUNALE. TU ANTONIO DOVRAI GIUDICARE È UN COMPITO DIFFICILE

ANTONIO DELLA ROSSA FU NOMINATO PRESIDENTE DEL TRIBUNALE DI POLIZIA.

GRAZIE MAESTÀ

TU SEI GIUSTO. SOLO DI TE MI FIDO

TUTTI I CAPI DELLA REPUBBLICA PARTENOPEA VENNERO GIUDICATI DAL TRIBUNALE DI POLIZIA. SIETE ACCUSATI DI TRADIMENTO!

VOLEVAMO SOLO GIUSTIZIA E LIBERTÀ

231


NONOSTANTE LA BUONA VOLONTÀ DEL GIUDICE DELLA ROSSA QUASI TUTTI VENNERO CONDANNATI A MORTE PER IMPICCAGIONE.

MI DISPIACE

DISPERATAMENTE ANTONIO DELLA ROSSA TENTÒ DI SALVARE LA NOBILDONNA MARIA LUISA SANFELICE. FARÒ IL POSSIBILE SIGNORA MIA

MA LA CORTE FU SPIETATA ANCHE CON LEI.

232 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO

VI PREGO SALVATEMI!

MI DISPIACE DI NON AVERLA SALVATA

ANTONIO NON DIPENDEVA SOLO DA TE


antonio della rossa

NELLA SPLENDIDA NAPOLI, FINITA LA TEMPESTA TORNÒ IL SERENO.

TUTTI IN PAESE NE PARLAVANO. HAI VISTO IL FAMOSO AVVOCATO È TORNATO

SI! VUOLE RIPOSARE

ANTONIO DELLA ROSSA RIENTRÒ NEL SUO AMATO PAESE NATIO.

MI DEDICHERÒ ALLO STUDIO

COSA FARAI ADESSO?

233


L’

abate Vincenzo de Muro nacque il 27 aprile 1757 dal notaio Giuseppe e da donna Lucrezia Della Rossa. A soli nove anni entrò nel seminario vescovile di Aversa dove si fece subito notare per la sua bravura nell’apprendimento delle lingue, fra le quali il francese e l’ebraico. Molto apprezzato dai suoi superiori, a vent’anni venne nominato professore di Lettere del seminario. All’età di ventiquattro anni diede alle stampe una commemorazione funebre in occasione della morte di Alonzo VII Sanchez de Luna, duca di Sant’Arpino. Nel 1785, giovane sacerdote di idee illuministe, si trasferì a Napoli, ove ricevette l’incarico di insegnare grammatica agli allievi della Real Accademia Militare della Nunziatella. L’incarico gli fu poi rinnovato nel 1787, quando diventò docente di Latino, Italiano e Francese, oltre che scrittore di testi per uso scolastico. Aderì, spinto dai suoi ideali illuministici, alla Repubblica Napoletana del 1799 e inviò al governo provvisorio della neonata Repubblica un suo scritto contenente un piano di ammodernamento del clero e di distribuzione dei beni ecclesiastici. Questo dotto sacerdote, nutrito di idee illuministe, stimato insegnante di lingue, visse intensamente il sogno repubblicano dell’alba di un nuovo secolo. Partecipò alla nascita della Repubblica con la speranza di una società con meno ingiustizie e più equa in cui la concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi diventasse un retaggio del passato. Visse questo sogno scrivendo un Piano di amministrazione e di distribuzione dei beni ecclesiastici e in questo Piano, inviato al governo provvisorio, egli propose la «democratizzazione del clero» non come abolizione «degli ordini religiosi e de’ gradi della chiesa» ma come realizzazione di una vera uguaglianza nel disporre dei beni ecclesiastici1. Vincenzo de Muro riteneva necessario «togliere quell’estrema disparità per la quale de’ beni che la Nazione ha destinati al mantenimento del culto e de’ suoi Ministri, pochi debbano godere tutto e la moltitudine non debba aver nulla». Il sacerdote santarpinese scrive che di questi beni «gli Ecclesiastici non ne possono disporre [essi] ne sono usufruttuari solamente». Nel corso dei secoli, però - egli sostiene - dei beni comuni se ne appropriarono i Vescovi e poi i Papi che «richiamarono a sé soli la collazione de’ benefici». I Re, 1 F. E. Pezone, Rassegna storica dei comuni, Istituto di Studi Atellani n. 68-71,1993.

234 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


vincenzo de muro

in seguito, vi stesero «gli artigli impunemente». In questa nuova era che stava per nascere, per conformarsi allo spirito della chiesa, secondo de Muro bisognava ritornare all’eguaglianza evangelica. Per questo esortò i nuovi governanti della Repubblica: «A voi spetta, Cittadini Rappresentanti, a voi spetta di uguagliare e proporzionare sì disparate fortune». Nel piano de Muro passa poi a elencare i beni ecclesiastici e a suddividerli, a seconda della loro natura, in tre classi. Dei beni appartenenti alla prima classe «i due terzi bastar possono al mantenimento del culto e del Clero [...] un terzo si può versare nella Cassa Nazionale». I beni di seconda classe dovranno confluire in un fondo della Repubblica che possa «servire ad animare i talenti ed a sviluppare le virtù patriottiche». I beni della terza classe servano a creare in «ogni Dipartimento quattro Ospedali Nazionali in distanza proporzionata fra loro e un Orfanotrofio dove si insegnerà il leggere e lo scrivere e qualche arte utile ed onesta: ma soprattutto imparino [i giovinetti] fin dalla puerizia, il mestiere della guerra e sia [l’Orfanotrofio] il seminario dell’armata della Repubblica». Purtroppo il sogno di questa nuova società svanì e la repentina caduta della Repubblica lo vide fuggitivo e ricercato dalle forze borboniche ma gli indulti di Ferdinando IV lo sottrassero alle pene inflitte agli altri rei di Stato, fra i quali molti santarpinesi. Ritiratosi nella sua Sant’Arpino, si dedicò alla scrittura, componendo diverse opere rimaste però inedite. Nel 1806 l’arrivo dei napoleonidi a Napoli gli consentì di ritornare nella capitale ove fu richiamato a insegnare alla Nunziatella quale direttore per le Lingue e la Filosofia. Collaborò come giornalista a diversi periodici dell’epoca e insieme a Vincenzo Cuoco rifondò la gloriosa Accademia Pontaniana per le ricerche storiche, filosofiche e filologiche. Morì a Napoli, a quasi 54 anni, il 9 gennaio 1811. Il fratello, l’avvocato Domenico, nel 1840 pubblicò il libro Ricerche storiche e critiche sulla origine, le vicende e la rovina di Atella antica città della Campania, scritto da Vincenzo e molto apprezzato dagli storici.

235


ALL’ETÀ DI NOVE ANNI ENTRÒ NEL SEMINARIO VESCOVILE DI AVERSA.

IN QUESTA CASA IL 27 APRILE 1757 NACQUE VINCENZO DE MURO.

VINCENZO TU SEI DAVVERO MOLTO BRAVO

GRAZIE MAESTRO

FU SUBITO APPREZZATO DAI SUOI MAESTRI PER IL SUO GRANDE INGEGNO E PER IL SUO SAPERE. PER LA SUA PREPARAZIONE CULTURALE FU AVVIATO BEN PRESTO DAI SUOI SUPERIORI ALL’INSEGNAMENTO. ADESSO FARAI TU L’INSEGNANTE

236 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO

MA HO SOLO VENTI ANNI


vincenzo de muro

BRAVO, HAI IMPARATO LA LEZIONE GRAZIE A LEI MAESTRO

DA MAESTRO DI LETTERE SI FECE SUBITO APPREZZARE DA TUTTI I SUOI ALUNNI SEMINARISTI PER LE SUE BUONE DOTI COMUNICATIVE. DOPO AVERE INSEGNATO PER DIVERSI ANNI NEL SEMINARIO VESCOVILE DI AVERSA SI TRASFERÌ NELLA CITTÀ DI NAPOLI.

NELLA CITTÀ PARTENOPEA FU CHIAMATO A INSEGNARE GRAMMATICA NEL 1785.

LA SUA SCUOLA ERA IL CONVITTO MILITARE DELLA NUNZIATELLA, NELLA CUI BIBLIOTECA VINCENZO DE MURO APPROFONDIVA I SUOI STUDI.

LEI È UN BRAVO DOCENTE!

237


AL PROFESSORE DE MURO FU RINNOVATO L’INCARICO NEL 1787, QUANDO LA SCUOLA VENNE RISTRUTTURATA.

PROFESSORE DE MURO LE RINNOVIAMO L’INCARICO DI DOCENTE

GRAZIE

NELLA REAL ACCADEMIA MILITARE AL DE MURO COMPETEVA L’INSEGNAMENTO DI FRANCESE, LATINO, ITALIANO.

I SUOI ALLIEVI LO ADORAVANO. GRAZIE PROFESSORE

FUORI DALLA SUA STANZA ERANO IN TANTI GLI STUDENTI CHE ATTENDEVANO DI PARLARE CON LUI.

QUESTO PROFESSORE È BRAVO E DISPONIBILE

238 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO

È VERO!


vincenzo de muro

AI SUOI ALLIEVI NON MANCÒ MAI L’ATTENZIONE DEL DOCENTE.

RAGAZZI MI RACCOMANDO STUDIATE D’ACCORDO PROFESSORE

ADERÌ ALLA RIVOLUZIONE PARTENOPEA DEL 1799.

ABBASSO IL RE!

DE MURO PARTECIPÒ CON I RIVOLTOSI. COSA FAI VINCENZO?

MI IMPEGNO PER CAMBIARE LO STATO DELLE COSE.

DOPO IL FALLIMENTO DELL’ESPERIENZA RIVOLUZIONARIA EGLI RITORNÒ AI PROPRI STUDI E SCRISSE UN TESTO SU ATELLA. SCRIVERÒ LA STORIA DELLA MIA ATELLA

239


A

Sant’Arpino all’inizio dell’Ottocento viveva un vecchio paralitico di nome Carmine Tanzillo il quale, colpito da una grave malattia, era costretto a camminare seduto trascinando il suo corpo con le mani dentro degli zoccoli di legno per avere più presa sul terreno. Da tutti era conosciuto come un fervente devoto di sant’Elpidio, a cui il vegliardo rivolgeva incessanti preghiere per alleviare la sua pena. Un giorno del mese di luglio del 1809, sotto un sole caldissimo, il vecchio paralitico trascinava il suo corpo per le polverose strade di campagna che a quel tempo univano i comuni di Pomigliano d’Atella (attuale Frattaminore) e di Sant’Arpino. Egli soffriva tantissimo, sia per il caldo opprimente, sia perché la sua impossibilità di camminare lo costringeva a strascicare il corpo con le mani nella strada sporca, confidando nell’aiuto di qualche passante che impietosito da quella condizione potesse aiutarlo nel suo cammino. Verso mezzogiorno, coperto di sudore e tormentato da una forte sete, all’improvviso vide apparire sulla sua strada una mandria impazzita di buoi che, provenienti dal senso opposto, avanzavano minacciosi verso di lui. Capendo il pericolo che correva, per paura di essere travolto e ucciso da quelle bestie inferocite, si mise a gridare chiedendo aiuto. Ma ben presto si rese conto dell’assenza totale di una qualsivoglia presenza in grado di aiutarlo e iniziò a invocare sant’Elpidio supplicando una sua intercessione. D’un tratto, facendosi largo fra le piantagioni di canapa che lambivano il ciglio della strada, apparve il vescovo Elpidio, in tutto il suo splendore, con mitria e pastorale. Negli occhi del vecchio subito si riaccese la speranza. Appena vicino al vecchio, il santo allungò la sua mano e gli disse: «Surge et ambula» ossia «alzati e cammina». Il vecchietto buttò via gli zoccoli che teneva alle mani e con i quali da anni era solito trascinare il corpo infermo, allungò la sua mano nella mano di sant’Elpidio e si alzò in piedi, come mai aveva fatto prima. Improvvisamente iniziò a camminare spostandosi dalla traiettoria della mandria di buoi che stava per travolgerlo. Immediatamente dopo il passaggio dei buoi il Santo scomparve. Il paralitico, allora, con le gambe sanissime corse al paese e raccontò a tutti l’accaduto. Quanti lo videro e lo udirono piansero di gioia e commozione e subito le campane suonarono a festa. Si tramanda che Tanzillo abitasse in un palazzo all’angolo fra le attuali vie Piave e ten. Ziello.

240 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


il miracolo di s.elpidio

UN SOLE CALDISSIMO NELLA CANICOLA DI LUGLIO SPLENDEVA NEL CIELO.

ALBERI E PAESAGGI STAVANO IMMOBILI NELL’AFA CHE OPPRIMEVA SENZA UN ALITO DI VENTO. NELLA POLVEROSA STRADA CHE COLLEGAVA I COMUNI DI SANT’ARPINO E FRATTAMINORE...

...UN VECCHIO PARALITICO DI NOME CARMINE TANZILLO TRASCINAVA PER TERRA IL SUO CORPO.

CHE CALDO! SOFFOCO DALLA SETE

241


UNA MANDRIA DI BUOI SBUCÒ ALL’IMPROVVISO DIRIGENDOSI VERSO IL VECCHIO INFERMO. QUESTI BUOI MI TRAVOLGONO!

DEVO ARRIVARE A CASA. HO SETE!

AIUTAMI SANT’ELPIDIO O MORIRÒ TRAVOLTO!

DA SEMPRE DEVOTO DI SANT’ELPIDIO IL VEGLIARDO INIZIÒ A PREGARE INVOCANDO L’AIUTO DEL SANTO. ALL’IMPROVVISO NELL’ASSOLATA E DESOLATA CAMPAGNA APPARVE IL VESCOVO ELPIDIO CHE TESE LA MANO A CARMINE TANZILLO. SURGE ET AMBULA!

AIUTO!

242 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


il miracolo di s.elpidio

IL VECCHIO SI ALZÒ E CAMMINÒ SPOSTANDOSI DALLA TRAIETTORIA DEI BUOI. LA TUA FEDE TI HA SALVATO!

ORA POSSO CAMMINARE, CHE BELLO!

GRAZIE SANT’ELPIDIO

FELICISSIMO PER IL MIRACOLO RICEVUTO, CORSE VERSO IL SUO PAESE NATIO. SANT’ELPIDIO MI HA SALVATO LA VITA

A TUTTO IL PAESE ACCORSO INCREDULO RACCONTÒ IL MIRACOLO RICEVUTO. È APPARSO ALL’IMPROVVISO! CREDETEMI!

È GUARITO! È UN MIRACOLO!

243


L

a famiglia Guarino è stata una delle famiglie più influenti e più ricche di Sant’Arpino nell’Ottocento, quando il paese contava poco più di 2000 abitanti, apparteneva alla provincia di Napoli e al circondario di Casoria. Il loro palazzo era, insieme a quello dei Magliola, il più esteso del paese e con un’ampia corte necessaria per lo svolgimento dei lavori legati al raccolto agricolo cui provvedevano i numerosi coloni che avevano in affitto i terreni della famiglia. Ai Guarino appartiene una delle cappelle gentilizie più antiche presenti nel cimitero locale ed è posta all’inizio del vecchio viale di ingresso al cimitero stesso. Tra i membri della famiglia Guarino un posto di spicco occupa Alfonso, medico, che nacque a Sant’Arpino, in via ss. Trinità, il 13 ottobre 1840, da Giuseppe, di professione negoziante, e da Giovanna Pellino. Al fonte battesimale gli furono imposti i nomi di Alfonso Stanislao. Dimostrò ben presto una forte predisposizione per gli studi e si iscrisse all’Università di Napoli dove, nel 1859, conseguì la laurea in Medicina, materia verso cui aveva mostrato una particolare predisposizione fin da piccolo. Dedicatosi con passione alla professione medica, divenne ben presto un famoso clinico assai apprezzato e conosciuto nell’ambiente ospedaliero della città partenopea. Molto prodigo verso i deboli e i sofferenti, si dimostrò anche generoso e caritatevole nei confronti delle persone, soprattutto santarpinesi, che vivevano in condizioni economiche difficili. Queste sue doti vengono riportate anche dall’amministrazione comunale sulla lapide posta nel 1903 sul muro della casa natia. Testualmente la lapide recita: «Finché virtù e sapere onoreranno la patria, questa pietra ricorderà che il 13 ottobre del 1840 nacque in questa casa ALFONSO GUARINO e dirà ai posteri che un figlio di questa terra grande per modestia ed integrità di vita altamente benefico verso i poveri del natio villaggio ascese alle vette della scienza medica salutato universalmente clinico celebratissimo. A perenne ricordo il municipio riverente pose il sedici ottobre 1903». Alfonso Guarino morì a Napoli il 13 ottobre 1902. A lui sarà dedicata una strada del comune e il tenente Macrì lo ricorderà con un busto marmoreo, fatto da un famoso scultore, posto nelle sale del palazzo ducale. La lapide marmorea sita nella cappella gentilizia al cimitero recita: «Finché nelle istituzioni ospedaliere converranno morbi e miserie di poveri e morte debelleranno scienza e filantropia sacra agli studiosi

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alfonso guarino

ed agli infermi sarà la tua memoria o Alfonso Guarino che geniale scienziato clinico l’intelletto ed il sapere a l’umanità consacrando nel quotidiano apostolato tra le nuove sventure affinasti la mitezza e la bontà dell’animo tuo». La lapide venne fatta apporre dalla sua consorte Maria Montuori. Fratelli di Alfonso furono Raffaele e Maria. Raffaele, sindaco di Sant’Arpino per dodici anni, dal 1870 al 1882, sposò Raffaella Fusco. Quando sindaco era Raffaele Guarino, nel 1874, assessori erano Giuseppe Magliola e Vito Compagnone; consiglieri comunali erano: Paolo Magliola, Domenico Capone, Carlo Cinquegrana, Carlo Landolfo, Carlo Guarino; segretario comunale era Orlando Limone. Medico condotto del paese era Raffaele Lettera; maestri delle elementari erano Pasquale Ziello e Maria Teresa Limone. In quello stesso anno, i caffè pubblici erano tre: in via Ferrumma di Saverio Arbolino, in piazza Mercato di Stanislao Germano ed in vico municipio di Angelo D’Elia. Le rivendite di sali e tabacchi erano due, entrambe collocate in va Ferrumma: una di Salvatore Falace e l’altra di Saverio Arbolino1. Maria Guarino, sorella di Alfonso, sposò Pietro Arcangelo de Angelis (sindaco di Sant’Arpino dal 1855 al 1860). La loro figlia Concetta andò poi in moglie al medico Francesco Paolo Maisto il 28 Maggio 1892. Nello stesso anno aprì in piazza la rivendita di sali e tabacchi di Giuseppe Boerio. Giovanna Guarino, figlia di Raffaele, nacque nel 1871 e il 3 giugno del 1895 sposò Gennaro Casertano, figlio di Clemente Saverio, facoltoso imprenditore napoletano. Il matrimonio fu celebrato dal vescovo di Aversa Carlo Caputo all’interno del palazzo Guarino, nella cappella privata. Da questa unione nacquero tre figli maschi: Clemente, Alberto e Mario. Giovanna Guarino morì nel 1953. L’avvocato Legnante la ricorda fra i benefattori del paese. Il palazzo, abbandonato per anni, è stato poi acquistato e riportato all’antico splendore dalla famiglia Gaetano Pezzella.

1 Guida generale di Napoli ed intera provincia, editore Luigi Ticozzi- Milano,1874

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IN QUESTA PALAZZO POSTO ALL’INCROCIO FRA VIA SANTISSIMA TRINITÀ E VIA SANTA MARIA DELLE GRAZIE, IL 13 OTTOBRE DEL 1840 NACQUE ALFONSO GUARINO.

DIVENTATO MEDICO, AIUTÒ I SUOI PAZIENTI ANCHE ECONOMICAMENTE. ECCO COMPRATI DA MANGIARE.

GRAZIE DOTTORE!

L’ABITAZIONE DISTA SOLO POCHI METRI DALLA PIAZZA PRINCIPALE DI SANT’ ARPINO.

246 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO


alfonso guarino

IL SUO STUDIO MEDICO ERA SEMPRE AFFOLLATO. MOLTI SI RECAVANO ANCHE A CHIEDERE SOSTEGNO ECONOMICO.

IL DOTTORE RICEVE OGGI!

TUTTI IN PAESE RICORREVANO ALLE SUE CURE.

LEI È MOLTO BUONO DOTTORE. GRAZIE DI TUTTO!

VOSTRO FIGLIO GUARIRÀ PRESTO.

SCIENZIATO E CLINICO, ERA MOLTO APPREZZATO IN OSPEDALE.

TUTTI I MALATI AVEVANO FIDUCIA IN LUI.

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IN OSPEDALE ERA SEMPRE DISPONIBILE E GENTILE CON OGNI AMMALATO. SEGUI LA CURA, NON TEMERE

SÌ SORELLA

È PASSATO IL DOTTORE?

TOSSISCI

248 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL SETTECENTO E L'OTTOCENTO

DOTTORE GUARIRÒ?

AGLI AMMALATI BISOGNA DARE FIDUCIA E SPERANZA


CON TUTTI ERA GENTILE.

alfonso guarino

ECCO LA CURA

ADESSO FAI UNA SIRINGA

SEGUIVA PERSONALMENTE OGNI AMMALATO IN CORSIA.

NON ESSERE TESA ECCO I NOSTRI PAZIENTI

ALLA SUA MORTE IL COMUNE, IN SEGNO DI RICONOSCENZA, APPOSE UNA LAPIDE IN MARMO VICINO ALLE MURA DELLA CASA NATALE.

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L

uigi Compagnone nacque il 16 aprile 1851 a Sant’Arpino da Vito, di professione fabbricatore, e da Anna Galeota. Al fonte battesimale gli furono dati i nomi di Luigi, Pasquale, Vincenzo. Il 30 aprile 1870, all’età di diciannove anni, sposò a Napoli Teresa Garofalo. Laureatosi in Giurisprudenza presso l’Università di Napoli, iniziò ben presto la carriera in magistratura. Nel 1891 era giudice del tribunale civile di Sant’Angelo dei Lombardi, dal 1896 al 1903 fu uditore a Pisa e poi consigliere della Corte di Cassazione a Napoli. In questi anni si dedicò anche alla pubblicazione di scritti giuridici di notevole interesse, fra cui ricordiamo: La rivocazione dei giudicati civili; Il casellario giudiziale; Studi e quesiti giuridici. Altri testi furono pubblicati nel corso della lunga e luminosa carriera in magistratura. Dopo essere stato consigliere della Corte di Cassazione di Napoli, nel 1914 fu nominato Procuratore Generale presso la Corte di Appello dell’Aquila. Dal 23 agosto del 1914 fino al 10 gennaio del 1915 fu Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Lucca. Dopo aver ricoperto per qualche tempo un prestigioso incarico presso il Ministero di Grazia e Giustizia, l’anno successivo fu designato primo Presidente della Corte di Appello di Cagliari ove rimase fino al settembre del 1915. Dal 23 settembre 1915 al 14 dicembre 1916 fu primo Presidente della Corte di Appello di Catania. Immediatamente dopo divenne Presidente di sezione della Corte di Cassazione di Palermo. Nel dicembre del 1919, Compagnone si spostò alla Corte di Appello di Catanzaro in qualità di Primo Presidente. Conclusa l’esperienza di Catanzaro, quasi settantenne, venne collocato a riposo per anzianità di servizio. Per questa sua luminosa carriera, Compagnone nel paese natio era conosciuto semplicemente come ‘o president e tantissimi santarpinesi ricorrevano a lui per aiuti e consigli nel campo della giustizia. Persona colta e caritatevole non lesinava mai aiuto. Alla sua morte, avvenuta a Napoli nel 1923, il Comune gli dedicò la strada più antica del paese mentre il tenente Macrì fece scolpire a sua memoria un busto marmoreo. Con una solenne cerimonia appositamente predisposta dal consiglio comunale, nel 1953, le sue spoglie furono trasportate da Napoli al cimitero di Sant’Arpino. Un suo busto di bronzo è conservato dalla famiglia Capone, a cui era legato da vincoli di parentela, nell’omonimo palazzo di corso Atellano.

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luigi compagnone

FIN DA PICCOLO MOSTRÒ UNA FORTE PROPENSIONE ALLO STUDIO.

LUIGI COMPAGNONE NACQUE SANT’ARPINO NEL 1851.

A

COMPLIMENTI LUIGI, HAI SVOLTO UNA BELLA TESI

GRAZIE PROFESSORE

BEN PRESTO CONSEGUÌ LA LAUREA IN LEGGE PRESSO L’UNIVERISTÀ DI NAPOLI.

NEL 1896 FU UDITORE A PISA E VI RIMASE FINO AL 1903.

DURANTE QUESTO PERIODO SCRISSE UNA SERIE DI ARTICOLI DI NATURA GIURIDICA CHE POI SAREBBERO STATI SUCCESSIVAMENTE PUBLLICATI.

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NEL 1914 FU NOMINATO PROCURATORE DELLA CORTE DI APPELLO DELL’AQUILA.

QUESTO COMPAGNONE È DAVVERO BRAVO!

A SANT’ARPINO DIVENNE FAMOSO E STIMATO PRESSO I SUOI CONCITTADINI.

NE HA FATTA DI STRADA

EH SI!

LUIGI COMPAGNONE A CAUSA DELLA SUA CARRIERA FU COSTRETTO A SPOSTARSI DA UNA CITTÀ ALL’ALTRA.

LA SARDEGNA È LONTANA DALLA MIA SANT’ARPINO

NEL 1915 VENNE NOMINATO PRIMO PRESIDENTE DELLA CORTE DI APPELLO DI CAGLIARI.

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IL RISPETTO PER LA LEGGE È UN IMPEGNO CATEGORICO

DA TUTTI ERA APPREZZATO PER LA SUA ONESTÀ E COMPETENZA.


luigi compagnone

NEL 1916 FU MANDATO IN SICILIA, OVE VENNE NOMINATO PRESIDENTE DI SEZIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE DI PALERMO.

ANCHE A PALERMO CONTINUERÒ A SERVIRE CON RIGORE LO STATO E LE SUE ISTITUZIONI

DOPO ALCUNI ANNI DIVENNE PRIMO PRESIDENTE DELLA CORTE DI APPELLO DI CATANZARO.

A SANT’ARPINO, OVE RITORNAVA SPESSO, TUTTI LO CHIAMANO SEMPLICEMENTE “O PRESIDENT” E CON TUTTI ERA GENEROSO E BENEVOLO, SEMPRE PRONTO AD AIUTARE.

PRESIDENTE ACCETTATE QUESTO PENSIERO

GRAZIE ELPIDIO

253


F

rancesco Paolo Maisto nacque a Sant’Arpino il 13 settembre del 1856, quando sindaco era Pietro Arcangelo de Angelis e il comune apparteneva alla provincia di Napoli. Il padre, Arpino, aveva 53 anni ed era vinaio di professione. La madre si chiamava Maddalena Pellino e aveva 42 anni; entrambi risiedevano alla strada per Succivo. Il giorno successivo venne dichiarato all’anagrafe con il nome di Francesco Paolo Luigi, alla presenza dei testimoni Domenico Vitale (pettinacanapa) e Agostino Belardo (contadino). Conseguì la laurea in Medicina, cui seguì l’esercizio della professione nel suo paese natio. Appassionato di storia atellana, oltre che apprezzato epigrafista e poeta, nel 1884, in occasione della ristrutturazione della chiesa di sant’Elpidio, pubblicò il libro Memorie storico-critiche sulla vita di sant’Elpidio, vescovo africano e patrono di Sant’Arpino. Tale testo per moltissimi anni rimarrà un punto di riferimento imprescindibile per tutti coloro che scriveranno di Atella. L’opera è divisa in due parti: la prima tratta di Atella e di Sant’Arpino; la seconda della vita e dei miracoli di sant’Elpidio. Nel testo vengono citate dettagliatamente decine di scrittori e testi di riferimento che rimandano a loro volta ad altri libri e ad altri innumerevoli autori, lasciando trasparire la mole enorme di testi consultati dal Maisto per documentare i contenuti della sua opera. Il 28 Maggio 1892 sposò la gentildonna Concetta de Angelis, trentunenne figlia dell’ex sindaco Arcangelo e della signora Maria Guarino, residenti in via santa Maria di Atella. Successivamente, nel 1896, pubblicò per lo stabilimento tipografico Andrea e Salvatore Festa un saggio di filosofia naturale dal titolo Le armonie fra la scienza e la fede che l’autore, dall’alto della sua competenza medico-scientifica, scrive per «combattere il darwinismo negli stessi suoi accampamenti e con le armi medesime di ond’esso si avvale per aggredire il dogma della rivelazione»1. Il testo riscosse grande successo sia per le competenze scientifiche dimostrate dall’autore sia per la fede che in esso traspare. A lui è dedicata una strada del paese. n.d.a. Nonostante numerose ricerche sul Maisto, tuttora resta sconosciuta la data e il luogo di morte. 1 F.P. Maisto Le armonie fra la scienza e la fede. Napoli 1896 pag.270.

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francesco paolo maisto

OTTIMO E STIMATO MEDICO, FRANCESCO PAOLO MAISTO, ERA CONOSCIUTO E APPREZZATO A SANT’ARPINO. MEDICINA E STORIA ERANO LE SUE PASSIONI.

IL SUO STUDIO MEDICO ERA SEMPRE AFFOLLATO.

OLTRE ALLA MEDICINA, LA STORIA PER ATELLA ERA UNA PASSIONE DEL DOTTOR MAISTO.

DICA TRENTATRÈ

VUOI SCRIVERE QUALCOSA SU SANT’ ELPIDIO IL NOSTRO PATRONO? CERTO VOLENTIERI!

LA SUA BIBLIOTECA ERA FORNITISSIMA DI LIBRI ANTICHI.

IL PARROCO DI SANT’ARPINO GLI CHIESE DI SCRIVERE UN TESTO DI STORIA.

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A LUME DI CANDELA INIZIÒ A SCRIVERE DOPO AVER CHIUSO LO STUDIO MEDICO. SCRIVERÒ SU ATELLA E SANT’ELPIDIO

FEDELE DEVOTO DI SANT’ ELPIDIO CHIESE AIUTO E PROTEZIONE AL SANTO PATRONO.

TI PREGO SOSTIENI IL MIO LAVORO!

ESPERTO NUMISMATICO POSSEDEVA UNA COLLEZIONE DI ANTICHE MONETE ATELLANE.

DI QUESTO PARLERÒ NEL MIO LIBRO

NELLA CAMPAGNA DI SANT’ARPINO, SOTTO TERRA GIACEVA NASCOSTA E SEPOLTA L’ANTICA ATELLA.

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francesco paolo maisto

L’OCCASIONE DELLA PUBBLICAZIONE DEL LIBRO DIVENNE LA RISTRUTTURAZIONE E L’AMPLIAMENTO DELLA CHIESA DI SANT’ ELPIDIO.

L’EDIFICIO VENNE QUASI COMPLETAMENTE RIFATTO CON LA REALIZZAZIONE DI UNA BELLISSIMA CUPOLA.

ECCO PADRE IL MIO LIBRO SU ATELLA E SANT’ELPIDIO

ALL’INAUGURAZIONE NEL 1884 CI FU UN GRAN PUBBLICO.

BRAVO DOTTORE LEI PASSERÀ ALLA STORIA PER QUEST’OPERA!

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U

ltimo di otto figli, nacque a Sant’Arpino il 25 aprile del 1858, da Orlando e Luigia Festa. Frequentò le scuole elementari nel paese natio e, successivamente, il ginnasio V. Emanuele di Napoli. Ancora giovanissimo dimostrò grande passione per lo studio, tanto da meritare una medaglia d’argento al termine delle scuole ginnasiali. A soli ventuno anni, nel 1879, conseguì la laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Napoli. Suo inseparabile compagno di studi fu Emanuele Gianturco, che divenne poi insigne giurista ed apprezzato uomo politico. Nel 1894 sposò a Pomigliano d’Atella, ora Frattaminore, la signorina Adelina Iovinella: dal matrimonio nacquero dieci figli, alcuni dei quali ricoprirono importanti cariche alle dipendenze dei Ministeri dell’Interno e della Pubblica Istruzione. Uomo di grande cultura e profondo conoscitore di materie giuridiche avrebbe potuto intraprendere una brillante carriera forense ma la sua naturale modestia e l’amore per il paese d’origine lo indussero a seguire le orme paterne divenendo segretario comunale. Conseguita l’abilitazione all’esercizio di tale professione, dopo una breve parentesi presso il comune di Pomigliano d’Atella, lavorò ininterrottamente al Municipio di Sant’Arpino per circa quaranta anni. Uomo integerrimo e pio, quotidianamente ascoltava la prima messa del mattino e poi si recava al lavoro. Egli è l’autore dell’orazione che si legge nella messa e nell’officio di sant’Elpidio (approvata dalla Santa Congregazione dei Riti con apposito decreto il 26 aprile del 1890). Nella sua lunga attività amministrativa si distinse per precisione, ordine, competenza e dedizione al lavoro. Era disponibile con tutti: a lui si rivolgevano i cittadini per avere consigli di ogni genere, mai a nessuno negava il suo aiuto, era sempre pronto a dare una mano a tutti quelli che gliene facessero richiesta. Cattolico fervente, per molti anni fu segretario della Congrega del Purgatorio e, in tale veste, si prodigò per la costruzione di una cappella al cimitero con loculi riservati agli iscritti della medesima congrega. La sua inclinazione a curare gli interessi morali dei concittadini non lo distoglieva però dalla professione, che svolse in modo impeccabile anche a costo di immensi sacrifici personali. Accusato, con denuncia anonima, di peculato e malversazione dei soldi pubblici della Congrega di sant’Elpidio, venne assolto con formula piena, insieme ai fratelli Giovanni e Gennaro dal Tribunale penale

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giuseppe maria limone

di Napoli (VIII sezione) nel novembre del 1900. Di sera, a mo’ di svago, era solito portarsi nella farmacia annessa alla sua abitazione, di cui era titolare il fratello, dove incontrava amici e concittadini. La sua profonda cultura e la sua passione per la vita dei santi, lo portarono a curare le note critiche al testo del sacerdote Giovanni Andrea Lettera, pubblicato postumo nel 1904. MorÏ nel dicembre del 1927. Il Comune proclamò il lutto cittadino, a riprova della grande stima che godeva tra la popolazione. Nel 1961, il consiglio comunale, riconoscente, gli dedicò una delle strade del comune.

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GIUSEPPE LIMONE NACQUE A SANT’ARPINO IL 25 APRILE 1858.

DIMOSTRÒ GRANDE AMORE PER LO STUDIO A CUI SI DEDICÒ INTENSAMENTE.

ECCO GIUSEPPE!

FREQUENTÒ LA FACOLTÀ DI LEGGE ALL’UNIVERSITÀ DI NAPOLI.

BELLO QUESTO LIBRO!

NEL 1879 SI LAUREÒ IN GIURISPRUDENZA.

SI SPOSÒ CON ADELINA IOVINELLA NEL 1894. ORA SIAMO MARITO E MOGLIE!

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giuseppe maria limone

DIVENNE SEGRETARIO COMUNALE DI SANT’ARPINO E FRATTAMINORE. ESERCITÒ PER 30 ANNI.

TRASCORREVA GRAN PARTE DEL SUO TEMPO LIBERO NELLA FARMACIA DEL FRATELLO.

LO MERITA!

ANCHE NELLA SUA VITA PRIVATA, LIMONE FU UN UOMO VIRTUOSO E GENEROSO.

NEL DICEMBRE DEL 1961 IL CONSIGLIO COMUNALE, A VOTO UNANIME, DECISE DI INTESTARE UNA STRADA ALL’ILLUSTRE CONCITTADINO.

LA STRADA IN QUESTIONE SI TROVA VERSO LA FINE DI CORSO ATELLANO.

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il novecento

A

ll’inizio del Novecento Sant’Arpino contava poco meno di 2500 abitanti, apparteneva alla provincia di Napoli, aveva solo sette strade ed era costituita da un pugno di case circondate da una campagna immensa. Nel corso del secolo, anno dopo anno, sono avvenute trasformazioni sociali, culturali e urbanistiche che hanno cambiato radicalmente il paese come non era mai avvenuto prima di allora. Il secolo si aprì con un evento destinato a condizionare positivamente i decenni a venire. Dopo secoli di proprietà nobiliare, nel 1903, il palazzo ducale venne acquistato dal tenente Giuseppe Macrì da Messina per la cifra di 14.500 lire. Nel 1932, alla sua morte, il tenente con atto testamentario lasciò l’immobile in eredità al popolo santarpinese. La storia del comune sarebbe stata completamente diversa se questo grande benefattore avesse dato altre disposizioni testamentarie. Nel corso dei decenni, infatti, il palazzo è stato alloggio per famiglie, scuole, casa comunale, sede di associazioni e tante altre funzioni di pubblica utilità, nonché palcoscenico per gli avvenimenti locali più importanti. Con la chiesa di sant’Elpidio esso rappresenta il simbolo dell’identità santarpinese e contribuisce a delimitare una piazza che per le funzioni affonda le radici nell’antica agorà dei greci mentre per l’aspetto urbanistico si rispecchia nella piazza del Rinascimento italiano. Se il palazzo fosse rimasto in mano ai privati, un pezzo di storia comunale sarebbe stato sottratto alla pubblica fruibilità e la piazza non sarebbe diventata il fulcro della vita sociale.


Negli anni in cui il tenente Macrì acquistava il palazzo, la chiesa di sant’Elpidio, da pochi anni ampliata e ristrutturata, era retta dal parroco Antonio Limone che guidò la parrocchia per oltre trent’anni. Sindaco del comune era Orazio Magliola, in carica per circa trent’anni. In ogni comune, a inizio secolo, esisteva la figura del medico condotto che, con pochi mezzi ma con un grande spirito di abnegazione, girava nelle case per curare coloro che non potevano permettersi di pagare medici privati. Istituita nel 1865, tale figura rappresentava l’unico tipo di assistenza sanitaria e si occupava, inoltre, di polizia mortuaria, di sorveglianza degli alimenti e denuncia delle malattie infettive. Il medico condotto, su proposta del Sindaco, veniva nominato dal Prefetto anche Ufficiale Sanitario. Il primo medico condotto di Sant’Arpino fu il dottore Raffaele Lettera, figura esemplare di gentiluomo disponibile e caritatevole, che morì nel 1903. Dopo la sua morte venne nominato medico condotto di Sant’Arpino Gerardo Plazza. La nomina del nuovo medico condotto del paese avvenne precisamente il 2 settembre del 1905 con apposita delibera di consiglio comunale. Il concorso pubblico era stato bandito l’anno prima e ad esso avevano partecipato undici medici. Un’apposita commissione nominata dal consiglio sanitario di Napoli, composta fra l’altro dal famoso Antonio Cardarellli, selezionò i candidati ammettendone solo cinque alla votazione finale del consiglio comunale. Con votazione segreta i consiglieri comunali scelsero all’unanimità, nella seduta del 2 settembre, il medico Gerardo Plazza che fino ad allora aveva lavorato come chirurgo presso l’ospedale S.Maria della Pace di Napoli. I consiglieri comunali presenti e votanti in quella seduta furono: Buonincontri Felice, Buonincontri Giovanni, Capone Giovanni, Caruocciolo Luigi, D’Anna Raffaele, Lettera Alfonso, Limone Giuseppe, Maisto Giovanni e Marroccella Francesco Paolo; sindaco era Orazio Magliola. Gerardo Plazza rimase medico condotto di Sant’Arpino fino al 1921 adempiendo in pieno il suo dovere sia di medico condotto che di ufficiale sanitario. In particolare si impegnò con capacità ed abnegazione nelle due epidemie coleriche del 1910 e del 1911. Sposato ebbe dieci figli, fra questi Oreste Plazza che ricoprì la carica di vicesindaco durante il mandato del sindaco Amodio D’Anna. Il medico Plazza morì nel 1937. In questo inizio secolo poche famiglie detenevano gran

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parte del potere. Oltre ai Magliola, che da secoli erano proprietari terrieri, c’erano le famiglie Limone, Lettera, Guarino, Compagnone, che rappresentavano quella borghesia benestante dalle cui fila emergevano sindaci, magistrati, avvocati, segretari comunali, medici, parroci, farmacisti. Nel luglio del 1904 venne pubblicato postumo, per iniziativa di Giovanni Limone, segretario comunale di Sant’Arpino, il libro Compendio storico della vita di Sant’Elpidio, opera scritta dal sacerdote Giovanni Andrea Lettera, morto nel 1879 dopo aver custodito e curato per tutta la vita la cappella di san Canione. Nel novembre del 1908 fu inaugurata la santa Croce in piazzetta Giordano a ricordo della santa Missione dei Padri Passionisti. Era il secondo monumento del genere presente a Sant’Arpino: il primo, situato in piazza Umberto I, risaliva alla fine del 1800. Nel corso del Novecento furono edificate altre tre edicole cosiddette Sante Croci: in via Compagnone (nel 1938); in via santa Maria delle Grazie (nel 1945); tra le vie Volta e D’Anna (anni ‘50). Le posizioni delle Sante Croci, delimitavano il perimetro dell’abitato di Sant’Arpino. Nel 1911, nella guerra Italo-Turca, morì a Bengasi il sergente maggiore Francesco Pennacchio, decorato con medaglia d’argento al valor militare. Vasta eco ebbe la notizia nel paese, che in ricordo dell’eroico figlio appose una lapide commemorativa sulla facciata della sua casa natale in via san Giacomo. A questo caduto venne dedicata anche una strada negli anni Sessanta. L’occupazione principale della popolazione era l’agricoltura. Le condizioni di vita dei contadini erano molto dure. La coltivazione prevalente era la canapa, che da marzo a luglio impegnava in modo faticoso e totalizzante buona parte della popolazione. L’unica attività lavorativa extra agricola portava il nome di Enrico Piro, famoso industriale napoletano, che nel 1912 costruì fuori dal centro abitato di Sant’Arpino un grande opificio industriale per la produzione di calze. Realizzato con dei canoni architettonici moderni, negli anni successivi, l’opificio diventò di proprietà dell’industriale Carlo Puca che lo convertì alla produzione di conserve alimentari. Da tutti conosciuto in paese come la Fabbrica Puca negli anni Sessanta riuscì a dare lavoro fino a duecento operai, diventando un’importante realtà industriale della zona atellana. In quegli anni, grazie all’opera del tenace sacerdote Vin-


cenzo Caruocciolo venne riportata da Napoli a Sant’Arpino la statua in legno raffigurante la Madonna di santa Maria di Atella. Per devozione, le operaie della Fabbrica Puca donarono lo scarabattolo dove tuttora viene custodita la Madonna nella Parrocchia di sant’Elpidio. All’angolo fra via Ferrumma e via ss. Trinità, invece, si trovava l’unica farmacia, il cui titolare era Mario Limone. Nel suo piccolo, essa rappresentava uno dei fulcri della vita sociale del paese ed era frequentata anche per ricevere o dare notizie sui più disparati argomenti. Nel 1912, con la legge n°666 del 30 giugno, venne introdotto in Italia il suffragio universale maschile per tutti i cittadini di età superiore ai trent’anni senza alcun requisito di censo né di istruzione. Gli anziani raccontano che il presidente Luigi Compagnone, confidando nel sostegno popolare, sfidò l’inossidabile sindaco Orazio Magliola, gettandosi nell’agone politico. Durante la campagna elettorale per la conquista dei voti il presidente promise il prolungamento della linea tramviaria da Grumo Nevano fino alle porte di Sant’Arpino, in località via Volta. A quel tempo i santarpinesi che dovevano raggiungere Napoli per lavoro erano costretti a recarsi a piedi fino a Grumo Nevano per poter usufruire della linea tramviaria. Si narra che tramite le sue altolocate conoscenze il presidente fece perfino scaricare i binari in via Volta, ma l’ultima sera della campagna elettorale il sindaco Magliola, che era anche il più grande proprietario terriero di Sant’Arpino (i concittadini in larga parte erano suoi mezzadri), organizzò nel cortile della propria casa una grande festa dove il vino e argomenti molto pratici presero il soppravvento sul progresso e la competenza. Il risultato consegnato alla storia fu l’ennesima riconferma di Magliola e l’amarezza di Compagnone che, indispettito dalla sconfitta elettorale, fece riportare indietro i binari del tram. L’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915, colpì anche la comunità santarpinese con il suo carico di lutti. Alla fine del conflitto il comune contava ben quaranta caduti, alcuni dei quali decorati con medaglia al valor militare. In ricordo di questi valorosi santarpinesi via ss. Trinità diventò via Tenente Ziello e via santa Maria d’Atella divenne via D’Anna Leone. Nonostante l’analfabetismo fosse largamente diffuso nel paese, agli inizi del secolo, personalità di notevole spessore

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culturale davano onore alla comunità. Tra i tanti si ricordano: il medico Alfonso Guarino; l’integerrimo magistrato Luigi Compagnone, che nel 1916 ricoprì la carica di Primo Presidente della Corte di Appello a Catania; l’anarchico socialista Luigi Landolfi, professore di matematica che più volte aveva conosciuto le patrie galere per le sue idee libertarie. Il 24 maggio del 1917 morì, durante la battaglia sull’altopiano carsico, il tenente Vincenzo Rocco (medaglia d’oro al valore militare) a cui successivamente Sant’Arpino dedicò la scuola di avviamento professionale, unica in tutta il circondario. Nel 1921 si laureò in giurisprudenza Vincenzo Legnante, sindaco negli anni Sessanta. Nel 1923 padre Pasquale Ziello fu ordinato sacerdote dal vescovo di Aversa e dedicato all’insegnamento nel seminario di Aversa. Nel 1927 in paese fu dichiarato il lutto cittadino per la morte dell’avvocato Giuseppe Maria Limone, segretario comunale per circa quarant’anni a Frattaminore e Sant’Arpino. A lui, nel 1961, il consiglio comunale a voti unanimi dedicò una strada. Con l’avvento del regime fascista, nel 1928 Sant’Arpino perse la propria autonomia amministrativa: con un regio decreto del 14 aprile i comuni di Orta di Atella, Succivo e Sant’Arpino vennero accorpati in un unico centro, di circa diecimila abitanti, chiamato Atella di Napoli. Per l’amministrazione di Atella di Napoli, retta da un podestà fascista di nomina regia, fu costruito un nuovo e imponente edificio municipale in stile littoriale, a ridosso della zona archeologica in un’area equidistante dai tre comuni. Durante il ventennio fascista furono realizzate diverse opere pubbliche nei tre comuni atellani. Di particolare rilievo per Sant’Arpino fu l’eliminazione del passaggio a livello sulla linea ferroviaria Roma-Napoli con la realizzazione di un ponte che facilitò il raggiungimento della stazione di Sant’Antimo e i collegamenti con Napoli. Nel 1930 venne nominato parroco don Giovanni Casaburi, un prete che si impegnò molto sia nella ristrutturazione della chiesa di sant’Elpidio sia sul versante intellettuale, con la pubblicazione di diversi testi. Casaburi, originario di Frattamaggiore, restò in carica fino al 1948 e provvide anche a incaricare diversi artisti per ornare la chiesa parrocchiale con affreschi. Gli inizi degli anni Trenta furono caratterizzati dalle violenze e soppressioni di libertà imposte dal regime fascista.


Nel 1931 Alfonso Del Prete, operaio sindacalista, fu condannato dal Tribunale speciale fascista per propaganda sovversiva contro il governo. Anche un altro santarpinese, Ercole Capone, venne imprigionato e condannato dal regime fascista. Ad Alfonso Del Prete fu poi dedicata la locale sezione del Partito Comunista mentre a Ercole Capone, negli anni Ottanta, in zona Paradiso, venne intitolata una strada. Nel 1932, lo scultore santarpinese Francesco Lettera, per i suoi meriti artistici fu chiamato a insegnare Disegno e Storia dell’arte presso l’istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli. Le opere di Lettera, nato nell’aprile del 1896 a Sant’Arpino, erano molto apprezzate tanto che alcune di esse ancora oggi sono conservate a Washington presso la Casa Bianca, dimora del presidente americano. A lui l’amministrazione comunale, nel 1999, dedicò una strada del paese. Nel marzo del 1932 si spense a Napoli il commendatore Enrico Piro, costruttore dell’omonimo opificio, mentre ad aprile fu la volta del tenente Giuseppe Macrì. Nel 1934, via santa Maria di Atella divenne via tenente D’Anna Leone. Il 10 agosto del 1935 partì per la Cina il missionario Antimo Boerio, mentre nel 1937 a Roma venne ordinato sacerdote Nicola Boerio e nel luglio del 1939 Raffaele Boerio fu nominato parroco a san Marcellino. I fratelli Boerio animati da una profonda attrazione religiosa, lasciarono dietro di loro un luminoso percorso di fede, dando lustro al paese. Anche la seconda guerra mondiale non risparmiò lutti e dolori alla comunità santarpinese con trenta morti fra civili e soldati. Fra i caduti di guerra c’era Umberto Del Prete, morto per affondamento del suo sommergibile nel mar Mediterraneo. A lui venne poi dedicata una strada del paese. All’indomani dell’abolizione del regime fascista, con decreto legislativo luogotenenziale del 29 marzo del 1946, fu soppresso il comune di Atella di Napoli e, contestualmente, ricostituiti i comuni di Succivo, Orta di Atella e Sant’Arpino. Le tre municipalità vennero d’imperio inserite nella giurisdizione della provincia di Caserta nonostante le forti proteste dei santarpinesi che fino ad allora avevano sempre fatto parte della provincia di Napoli. Il due giugno del 1946 si votò per eleggere l’Assemblea Costituente, l’organo legislativo elettivo preposto alla stesura della Costituzione della neonata Repubblica Italiana.

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A sant’Arpino si recarono alle urne 1589 votanti, pari al 92% degli aventi diritto, di questi 741 votarono per la D.C. (53%) e 461 (33%) per il P.S.I.U.P. Il 20 ottobre del 1946 venne eletto primo sindaco del dopoguerra Amodio D’Anna che, a capo di una lista di comunisti e socialisti, ebbe la meglio su Raffaele Giordano, candidato sindaco della lista della Democrazia Cristiana. Nel 1948 la scuola professionale di avviamento al lavoro V.Rocco, che dal 1934 era stata trasferita dall’ex Municipio di Atella di Napoli al palazzo ducale in piazza Umberto I, aveva un patrimonio di 4999 lire, una biblioteca di 223 libri e un numero totale di 221 alunni, di cui 203 maschi e 18 femmine, 15 erano gli insegnanti. La scuola occupava venti vani del palazzo ducale ed era dotata di officine al pian terreno dell’edificio. Questa scuola, essendo l’unica realtà scolastica che formava le giovani leve per l’avviamento al lavoro, causò l’arrivo in paese di studenti in bicicletta da tutti i comuni del circondario. Nel 1949 divenne parroco di sant’Elpidio don Eugenio Bencivenga, che rimase alla guida della comunità cristiana per circa venti anni. Durante il suo mandato pastorale, don Eugenio si adoperò molto per la gioventù locale attraverso l’Azione Cattolica. A lui si deve anche il merito di aver ripristinato e trasposto in forma teatrale la Tragedia di sant’Elpidio, che narra la vita e le gesta del santo patrono di Sant’Arpino. A don Eugenio Bencivenga Sant’Arpino, riconoscente, nel 1998 dedicò una strada. Nel settembre del 1951 il comune, che contava allora quasi 4000 abitanti, fu sconvolto da una tremenda alluvione che provocò il crollo di molti fabbricati lungo via Compagnone. Il 25 maggio del 1952 venne rieletto sindaco Amodio D’Anna (in carica fino al 1956) con un ampio margine sulla lista avversaria (la D.C.) guidata dal maggiore medico Giuseppe Giordano che, dopo appena un mese dalle elezioni, all’età di 48 anni, prematuramente morì. Alla sua memoria fu dedicata la locale sezione della Democrazia Cristiana e successivamente (con delibera di consiglio n° 22 del 13 aprile del 1959) la piazzetta omonima. Gli anni del primo dopoguerra furono connotati da notevoli difficoltà per il paese: il comune appena ricostituito era in grosse difficoltà economiche; la macchina amministrativa doveva essere ancora strutturata; l’assenza di una rete fognaria provocava grossi allagamenti quando piove-


va per più di un giorno. Mancava totalmente la rete idrica e l’approvvigionamento idrico avveniva tramite pubbliche fontane; le scuole elementari si trovavano in affitto all’interno di un edificio privato lungo via Compagnone. Il palazzo ducale accoglieva sia la scuola di avviamento professionale al lavoro sia quasi duecento persone alloggiate nei vani fatiscenti del secolare edificio. La casa comunale si trovava allocata all’interno di un antico palazzo posto in via de Muro all’angolo con via Piave. Medico condotto era Francesco Lettera e ostetrica condotta era la signora Pierina Mazzuccato Pezone. Nel 1953 in via Martiri Atellani iniziò l’attività commerciale di vendita carburanti Baffico la quale nel 1955 si trasformò nel primo distributore di benzina al dettaglio. Nel 1956 vinse le elezioni la Democrazia Cristiana con il sindaco Ferdinando Di Carlo che governò per otto anni Sant’Arpino. Si avviò in questo periodo la costruzione di infrastrutture primarie quali le reti fognarie, idriche e di pubblica illuminazione. I primi e timidi segnali di benessere e l’alfabetizzazione di massa, indussero l’amministrazione a realizzare un asilo comunale e un istituto di scuola elementare più capiente e moderno in via De Amicis. Nel 1957 aprì in via san Giacomo la prima rivendita di ferramenta ad opera di Modestino Legnante. Nel campo sportivo, Sant’Arpino raggiunse la ribalta quando un suo figlio, Luigi Di Serio, nel 1959 venne convocato ai campionati italiani di boxe che quell’anno si tennero a Pescara. Dopo aver conquistato il titolo regionale Luigi Di Serio venne convocato anche dalla nazionale italiana di boxe a Orvieto. La sua carriera terminò poi nel 1962 dopo quarantasei incontri di cui tre persi ai punti e quarantatre vinti. Il sindaco Di Carlo venne rieletto, nel novembre 1960, con la D.C., che ottenne 1244 voti. Nel 1960, in occasione dei lavori per la rete fognaria, all’angolo di congiunzione tra Corso Atellano e piazza Umberto I, venne ritrovata la Sfinge Alata, stupendo reperto archeologico del III secolo a.C. che testimoniava la grandezza e lo splendore dell’antica Atella. Nel novembre del 1960, iniziarono i lavori di scavo da parte dell’acquedotto campano per la fornitura di acqua al paese. Durante l’attraversamento del centro storico, una grande voragine inghiottì la casa comunale posta lungo via de Muro. Il crollo rese completamente inagibile la sede comunale, moltissimi

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documenti furono persi. La causa dello sprofondamento venne addebitata in parte ai lavori dell’acquedotto campano, in parte a una sopraelevazione che stava sorgendo sulla casa comunale, in parte ancora alle forti infiltrazioni di acqua piovana che in quei giorni erano penetrate nelle cavità. Per alcuni anni la casa comunale fu spostata in via D’Anna Leone presso il palazzo Tiberio Boerio prima di passare nel palazzo Casertano in via Ziello e poi infine nel palazzo ducale. Fra gli anni Sessanta e Settanta, si registrò un considerevole insediamento di attività produttive nel territorio. Nacquero e si estesero attività produttive di manifatture e confezioni (Graci, Gorin, Elle3), di produzione e vendita mobili (F.lli Aversano, Di Domenico, Belardo), di lavorazione della gomma (Rivellini), della plastica e cartoni (Boerio), del vetro (Di Serio, Quattromani e Gabola), del legno (Di Santo), del ferro (Ferrante, Dell’Aversana), del commercio e deposito di materiale da costruzione (Falco, Dell’Aversana, Di Costanzo). Avvenne un’autentica e profonda trasformazione economico-sociale, con l’agricoltura che vide sempre più perdere addetti rispetto al terziario. Nel territorio s’insediarono anche fabbriche di cornici e liquori, stabilimenti tipografici e calzaturifici. Nel 1961 il comune contava quasi cinquemila abitanti. Nel 1964 la sinistra, con la lista comunista capeggiata dall’avvocato Vincenzo Legnante (che già era stato assessore nelle giunte di Amodio D’Anna) vinse le elezioni, sconfiggendo la lista della Democrazia Cristiana guidata da Ferdinando Di Carlo e quella civica della Bilancia guidata da Leone Stefano Cicala. Nel marzo del 1966 iniziarono gli scavi archeologici per la riscoperta dell’antica Atella: l’avvenimento venne seguito con grande risalto dai giornali, notevole fu l’afflusso di visitatori e forti le aspettative della popolazione. Nello stesso anno, morì a Sant’Arpino il medico Francesco Lettera. Furono anni questi caratterizzati da un vigoroso risveglio culturale che portò alla nascita e al ramificarsi di tante associazioni giovanili locali, prima fra tutte l’A.C.A.P. (Associazione Culturale Atellana Polivalente) che pubblicò il primo giornalino dal nome Zeza Zeza, la cui redazione aveva sede in via D’Anna 21 ed era composta da numerosi giovani. Pochi anni dopo fu fondata l’Atella Club che, oltre a intervenire in campo culturale con la pubblicazione


del giornale L’eco di Atella, si impegnò anche nello sport fondando la squadra di calcio Atella Club recante i colori sociali giallorossi. La squadra riuscì a ottenere brillanti risultati nei campionati calcistici dilettanti (tra cui un primo posto nel campionato di Terza Categoria) generando un formidabile entusiasmo nella popolazione locale e un forte afflusso di gente al campo sportivo. Grazie all’impulso dell’avvocato Legnante, intenso cultore di storia locale, fu ripresa la tradizione della Canzone di Zeza, spettacolo carnevalesco di potente impatto popolare e profondamente radicato nella coscienza della gente locale che oralmente ne tramandava la memoria. Nel 1968 venne approvato il piano di lottizzazione di un’ampia zona di Sant’Arpino, compresa tra il distributore di benzina di via De Gasperi e l’area circostante l’attuale scuola media Rocco. La lottizzazione, attuata da Giuseppe Esposito Marroccella (detto nott - nott), consentì a molti santarpinesi di poter realizzare una moderna abitazione a costi agevolati. Nello stesso periodo (1970 – 1973), a cura di un gruppo di giovani studenti formatisi nell’Azione Cattolica, iniziò la pubblicazione del periodico L’Amico, che puntava l’attenzione sui nuovi fenomeni giovanili scaturiti dai movimenti studenteschi del ’68, senza trascurare la cronaca del tempo, che veniva rappresentata anche in chiave satirica. Nel 1967, venne nominato parroco don Francesco Pezzella che restò alla guida della chiesa di sant’Elpidio per oltre trentadue anni. Nello stesso anno aprì in corso Atellano n°40, lo studio fotografico di Gianni Cammisa, figlio d’arte. Nel 1970, per la seconda volta consecutiva, con 1314 voti di lista, venne rieletto sindaco Vincenzo Legnante. Il consigliere comunale Salvatore Brancaccio, nel maggio del 1970 fu eletto consigliere provinciale nel collegio di Orta di Atella, comprendente i comuni di Orta di Atella, Succivo, Sant’Arpino e Cesa. Nel mese di maggio del 1971, il vescovo di Aversa Monsignor Antonio Cece, pose la prima pietra per la costruzione della chiesa di san Canione. Primo parroco della nuova parrocchia fu il reverendo don Maurizio Crispino da Succivo. Un nutrito gruppo di appassionati di bocce nel 1972 costituì la Società Sportiva santa Barbara, affiliata dal 1979 all’Unione Bocciofila Italiana sezione Raffa. Considerata

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la notevole partecipazione e il grande interesse suscitato dalla Società santa Barbara tra i santarpinesi, il Comune di Sant’Arpino assegnò in comodato d’uso alla medesima società un immobile poi acquisito gratuitamente al patrimonio indisponibile dell’Ente nel 1978. Nel tempo i soci del sodalizio sportivo hanno ampliato e migliorato la struttura fino al punto di ospitare gare di bocce di rilievo nazionale. Nel 1973, raccogliendo il testimone dell’esperienza giornalistica de L’Amico e di Noi giovani (altro giornalino realizzato in pochi numeri tra il 1972 ed il 1973), prese il via una originale esperienza giovanile, il Gruppo Domani… e con essa la pubblicazione di un nuovo giornale locale Domani…, che iniziò ad arrivare in tutte le case dei santarpinesi a partire dal 6 gennaio 1974. La sede della redazione era situata in via 25 Aprile ed il gruppo si impegnò con inchieste ed interviste realizzate dai giovani che vi facevano parte, in particolare suscitarono scalpore due scoop: una foto del Castellone immerso in un deposito di materiale edile; una lettera di un’anonima tossicodipendente attraverso la quale Sant’Arpino per la prima volta scopriva l’orribile dramma della droga. Il Gruppo Domani…, comunque, si distinse nella promozione della collaborazione con le altre associazioni giovanili e culturali del territorio atellano, dando alle stampe il 22 dicembre 1974 un numero unico del Giornale Unitario (Bollettino d’informazione dei gruppi giovanili della zona atellana), realizzato con il contributo di ben sei associazioni operanti ad Orta d’Atella, Sant’Arpino e Succivo. In collaborazione con le altre due associazioni santarpinesi di quel periodo, l’Atella Club ed il GAF (Gruppo Atellano Femminile, nato nel maggio 1974 con sede in via D’Anna n. 22), il Gruppo Domani… diede vita ad una serie di iniziative decisamente all’avanguardia, che in linea con il nome del gruppo aprivano la strada verso il futuro: il presepe vivente in stile 2000 (dic. 1974), la prima partita di calcio femminile giocata nella nostra zona (nov. 1975), il Recital di Natale (dic. 1976), opera musico-teatrale realizzata tutta in proprio in collaborazione con un gruppo musicale locale e sotto la regia dell’eclettico Paolo Rajo. Sempre nel 1975, Salvatore Brancaccio venne riconfermato consigliere provinciale. Nel 1975 terminò il secondo mandato del sindaco Legnante e si tennero le prime elezioni con il proporzionale:


un nuovo sistema elettorale in cui l’elettore sceglieva un partito sulla scheda ed esprimeva la preferenza per dei candidati alla carica di consigliere di quel medesimo partito. Dopo lo spoglio dei voti, in proporzione alla percentuale ottenuta, a ogni partito politico veniva attribuito il numero di seggi in consiglio comunale. I seggi complessivi da assegnare in consiglio comunale erano venti. Il sindaco veniva scelto fra i consiglieri comunali eletti mediante un accordo fra i partiti presenti in consiglio comunale. Questo sistema elettorale proporzionale restò in vigore per circa vent’anni e coincise con un periodo di forte instabilità amministrativa, con continue fibrillazioni tra partiti, che ebbero come conseguenza amministrazioni di breve durata e ricorrenti cambi di sindaco. Basti pensare che durante questi anni nessun sindaco riuscì a concludere l’intera legislatura. Nella tornata elettorale del 1975 il P.C.I. raccolse il 33% dei consensi, pari a sette seggi in consiglio comunale, la D.C. il 29% con sei seggi, il P.S.I. il 19% e quattro seggi, il M.S.I. il 15% con tre seggi. L’avvocato Legnante fu nuovamente eletto sindaco grazie a un accordo P.C.I.- P.S.I. ma restò in carica solo un anno. Il paese, posto a cavallo fra l’area metropolitana napoletana e la provincia casertana, in questi anni fu caratterizzato da una discreta presenza di attività produttive ma anche da una forte crescita demografica: vennero realizzate nuove strade, fu ampliato il cimitero e realizzati altri tratti di pubblica illuminazione. Questa forte crescita ebbe come conseguenza il trasferimento da Succivo a Sant’Arpino della stazione atellana dei Carabinieri. Il Comune rilasciò la concessione edilizia per la realizzazione del Cinema Teatro Lendi, una struttura tra le più moderne e grandi della Campania, che man mano soppiantò e sostituì il vecchio Cinema Idea che negli anni Sessanta era stato un punto di riferimento per la gioventù atellana appassionata di cinema e teatro. Inoltre, dalla forte volontà di un gruppo di giovani, tra cui Giuseppe Petrocelli, nel maggio del 1976 nacque l’Archeoclub intercomunale di Atella naturale evoluzione dell’AIPA (Associazione Intercomunale Pro Atella), costituitasi il 28 dicembre 1975, nel corso del Convegno Intercomunale Atellano, organizzato da varie associazioni operanti nei comuni di Frattaminore, Orta di Atella, Sant’Arpino (Gruppo Domani… e GAF) e Succivo. Scopo del nuovo organismo era quello di avviare un

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recupero scientifico della memoria storico-archeologica atellana nonché di arrivare all’apertura di un museo in cui conservare i reperti del territorio. Sempre nel 1976 i partiti scelsero come sindaco Gaetano Dell’Aversana del P.S.I. e con lui iniziò la fase politico-amministrativa post Legnante che, ormai ottantenne, abbandonò completamente la scena politica locale dopo oltre trenta anni. Dopo due anni di amministrazione di Dell’Aversana e dopo una breve esperienza di sindaco di Angela Ruggiero denominata sindaco esploratore, gli anni Settanta si conclusero con l’elezione (nel 1978) di Gerardo Plazza (del P.S.I.) a primo cittadino, in carica per circa due anni. Nel 1978 si registrò oltre alla nascita del Club Napoli con presidente Giuseppe Crispino anche la fondazione, con apposito atto notarile, dell’Istituto di Studi Atellani (I.S.A.) con l’obiettivo pricipale di incentivare gli studi sull’antica Atella e le sue Fabulae nonché riportare alla luce la cultura subalterna della zona atellana. La sede era nel palazzo ducale di Sant’Arpino; Sosio Capasso venne nominato presidente mentre Franco Elpidio Pezone direttore. Il periodico Rassegna Storica dei Comuni, organo ufficiale dell’I.S.A., nacque con l’intento di raccogliere scritti, testimonianze e nuovi contributi sull’origine e lo sviluppo storico dei comuni ed ebbe come direttore responsabile Marco Corcione. Inserto del periodico era Atellana che, diretta da Franco Elpidio Pezone, pubblicava inediti e studi riguardanti specificamente Atella e la sua zona. Nel 1978 venne fondata anche la società ciclistica G.S. De Cristofaro, con sede in via san Giacomo, presieduta da Salvatore De Cristofaro, che raggiunse ottimi risultati nelle competizioni ciclistiche regionali e provinciali. In questi anni entrò in funzione una parte del nuovo edificio della scuola media V. Rocco, opera progettata dal sindaco Legnante e portata avanti dalle amministrazioni che nel frattempo si alternarono alla guida del paese. Il trasloco della scuola media dal palazzo ducale all’attuale via Rodari si completò tra il dicembre del 1980 e il gennaio del 1981, ovvero nelle settimane successive al terribile terremoto che colpì le popolazioni campane. Nel gennaio del 1979, morì a Napoli Ferdinando Di Carlo mentre a febbraio un clamoroso avvenimento scosse la tranquilla vita paesana: lacrimarono sangue le statue di Gesù Bambino e del Crocifisso nella chiesa di sant’Elpidio.


La comunità gridò al miracolo, televisioni e giornali invasero il paese, folle oceaniche vi accorsero, venne rivoluzionato il sistema viario, code lunghe centinaia di metri si formarono in piazza. Molti sostenevano che si trattasse di un imbroglio, convinti della manomissione dei due gessi divini. La Chiesa non si pronunciò, il vescovo di Aversa Cece invitò alla prudenza, investendo il Tribunale ecclesiastico per i dovuti accertamenti. La comunità si spaccò fra quelli che credevano ciecamente e quelli che nutrivano non poche perplessità sull’eclatante vicenda. Con il passare degli anni il clamore diminuì, tutto ritornò nella normalità, mentre la Chiesa si è chiusa in un silenzio che rappresenta di fatto l’archiviazione del caso. Nel settembre del 1979 un grande evento musicale portò il paese alla ribalta nazionale. L’Arci Uisp da poco nata, organizzò nel palazzo ducale un concerto con il cantante Pino Daniele, allora agli inizi della carriera ma già famoso. Il 5 dicembre del 1979 morì a Sant’Arpino Vincenzo Legnante. Sempre nel 1979, in via san Giacomo, venne aperta la prima libreria Quarto Stato di Nicola Atorino, con gli anni poi si ampliò diventando anche edicola e, dopo aver cambiato nome in Snoopy, si trasferì nell’attuale sede di via Marconi. All’inizio del 1980 cadde la giunta di Gerardo Plazza e fu eletto, in consiglio comunale, un monocolore minoritario P.C.I. (che si basava sul sostegno di soli sette consiglieri comunali) ed elesse sindaco Vito Compagnone, in carica solo alcuni mesi, precisamente fino alla nuova tornata elettorale. Nelle elezioni amministrative del 1980 il P.C.I. raccolse il 29,8% dei consensi con sei seggi, la D.C. il 26% con cinque seggi, il P.S.I. il 14,1% pari a tre seggi, il M.S.I il 18.8% e quattro seggi. La novità di questo turno elettorale fu il partito della Democrazia Proletaria, guidato dal giovane avvocato Giuseppe Limone, che conseguì oltre il 10% dei consensi elettorali (pari a due seggi) raggiungendo a Sant’Arpino la percentuale più alta d’Italia. Il nuovo consiglio comunale, a seguito di un accordo fra i partiti della sinistra P.C.I., P.S.I. e Democrazia Proletaria, elesse sindaco Vincenzo Ciuonzo del P.C.I. che rimase in carica per tre anni fino allo scioglimento anticipato del civico consesso a causa di una crisi politica in seno ai partiti che sostenevano l’amministrazione. Il 1980 è l’anno del terremoto in Irpinia: anche a Sant’Arpino il sisma fu avvertito scatenando il panico tra la popolazione: fortunatamente

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non si registrarono vittime ma solo lievi danni ad alcune abitazioni del centro storico. Il terremoto, con tutte le sue conseguenze, aggravò la già disastrata condizione abitativa dell’enorme hinterland partenopeo accelerando ulteriormente un processo di espansione demografica dall’area napoletana verso le periferie. Per la sua posizione di confine con la provincia di Napoli e per la disponibilità in loco di un collegamento ferroviario con il capoluogo campano, anche Sant’Arpino divenne meta preferita di flussi migratori in fuga dalla metropoli. Tale fenomeno si pose come un’ulteriore spinta all’interno di un processo di crescita demografica e di espansione urbanistica già in corso da anni nel comune. Basti considerare che dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi di quelli Novanta, la superficie edificata passò da poco più di quindici ettari a circa ottanta, con un balzo della popolazione da 4.000 a 12.000 abitanti. Nel contempo, la superficie agricola utilizzata scese a circa 130 ettari. Considerato che la superficie territoriale complessiva di Sant’Arpino è di soli 3,2 kmq, si raggiunge una densità abitativa altissima, pari a oltre 4000 abitanti per kmq, una fra le più alte della Campania. Alla metà degli anni Ottanta si arrivò all’apice di un processo di urbanizzazione particolarmente sostenuto, che determinò la nascita di nuovi rioni con l’insediamento sul territorio di interi nuclei familiari provenienti dalle comunità limitrofe. Si trattava di aree del paese che con il tempo sono diventate veri e propri quartieri come la Starza, situata a ridosso di Sant’Antimo nei pressi della stazione ferroviaria, la zona Paradiso contigua al perimetro di Succivo, la zona Basaglia al confine con Grumo Nevano e Frattamaggiore, la zona Castellone, sviluppata in prossimità del rudere dell’antica Atella, al confine con Orta. Alla fine degli anni Ottanta, i quattro comuni atellani (Orta, Succivo, Frattaminore e Sant’Arpino) si saldavano fra loro a “ferro di cavallo” lasciando al centro, come spazio libero, l’area archeologica che, insieme alla vasca Castellone, rappresentava l’unica area verde non edificata di questa inestricabile conurbazione.


G

iuseppe Macrì, ultimo di cinque figli, nacque a Messina, nel luglio del 1843 da Silvestro e da Filippa Santangelo. Suo fratello, il primogenito Giacomo, professore ordinario di Diritto Amministrativo presso l’Università di Messina, nel 1864 divenne deputato del Regno d’Italia e poi, nel 1895, rettore dell’Università degli Studi di Messina. Animato da sentimenti patriottici e imbevuto di ideali risorgimentali, nel 1860, a soli diciassette anni, Giuseppe Macrì abbandonò la famiglia e si unì alle camicie rosse di Giuseppe Garibaldi con il grado di sergente e rischiò la vita per l’unità d’Italia partecipando a tutte le battaglie e risalendo la penisola insieme al generale Garibaldi. Dopo la battaglia del Volturno e l’incontro di Teano, venne chiamato a ricoprire l’incarico di luogotenente in un reggimento della Guardia Nazionale di Messina e poi, come gran parte delle camicie rosse, si arruolò nel neo esercito italiano ove fu assegnato prima a una brigata della Fanteria e poi a un reggimento dei Granatieri. Nel 1866 venne promosso al grado di tenente dei Granatieri italici. Terminata la vita militare, ritornò spesso in Campania e visitò più volte i territori che aveva conosciuto da giovane combattente. Dopo un po’ decise di stabilirsi a Sant’Arpino rimanendo affascinato dalla mole del palazzo ducale che nel 1903 acquistò, disabitato e malandato, per la cifra di 14.500 lire dai Caracciolo di Napoli a cui l’immobile era passato per via ereditaria. Molto probabilmente, essendo cultore di spiritismo, venne attratto da quella leggenda del palazzo ducale che, abbandonato da decenni dai suoi proprietari, lo voleva abitato da fantasmi e spiriti vaganti dell’oltretomba. Uomo dotto si fece costruire un tavolo rotondo per tenere sedute spiritiche all’interno del palazzo, alle quali invitava i santarpinesi che volevano parlare con i propri defunti. Portò a vivere con sé una donna, di nome Filomena Passero, che conduceva una vita misteriosa, sempre chiusa fra le alte mura del palazzo, quasi mai ne usciva, spesso si nascondeva alla vista dei pochi che entravano. Solitaria e scontrosa, era appellata dai ragazzini del tempo Filomen ‘a mort perché era magrissima e spesso vestita di nero. Mai i santarpinesi del tempo poterono accertare se tale donna fosse la moglie, la sorella, l’amante o la cameriera del tenente. Lui contribuiva ad alimentare il mistero ripetendo questo ritornello: Non mi è moglie né parente è donna Filomena del tenente. Quando

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giuseppe macrì

Filomena morì nel 1925, il tenente la volle far seppellire nella cappella mortuaria che alcuni anni prima si era già fatto costruire e questo lascia intendere che la donna era molto di più di una semplice governante. La cappella mortuaria di Macrì è di forma rotonda e con un triangolo al centro. Il tempietto funebre contribuì ad alimentare ulteriormente il mistero sulla sua vita e sulle sue passioni per le scienze occulte. Il cerchio e il triangolo, ossia le forme architettoniche della cappella, sono simboli magici e il tenente, che era uomo attento e preciso, la fece edificare su un suo personale progetto. In ricordo della sua terra natia, fece dipingere su una parete laterale del palazzo ducale un’edicola votiva dedicata alla Madonna della Lettera, patrona della città di Messina. Grande benefattore, credeva fortemente nella carità ed era sempre pronto ad aiutare i poveri. Si autodefiniva socialista razionale e negoziante agricoltore e fece imprimere tale definizione su una targhetta d’ottone infissa sul portone di legno della cappella cimiteriale. Alla sua morte, avvenuta nell’aprile del 1932, con precise disposizioni testamentarie lasciò tutto il suo immenso patrimonio, compreso il maestoso palazzo ducale, al Comune di Sant’Arpino, con l’obbligo di costituire un consiglio di amministrazione per la gestione delle entrate. Nel suo testamento lasciò scritto che ogni due novembre con i proventi dei suoi lasciti fosse fatta beneficenza ai vecchi, ai poveri, agli orfani e agli inabili al lavoro a qualunque ceto e sesso appartenessero. L’amministrazione del lascito, con decreto del Presidente della Repubblica n°608 del 30 luglio 1953, venne riconosciuta come ente morale con il titolo di Ente di Beneficenza Giuseppe Macrì ma a causa di successive difficoltà e inadempimenti vari non riuscì a dare esecuzioni alle volontà di questa stupenda personalità. L’Ente il 30 luglio 1981 venne definitivamente sciolto. Nel 1961 gli è stata dedicata una strada del comune. Nella sua esoterica cappella cimiteriale ha lasciato inciso nel marmo il seguente epitaffio: « se tu stai bene io sto meglio, se sei ricco ricordati che nessuna certezza al mondo è lieta senza la carità ». Nel 2011 l’amministrazione comunale di Sant’Arpino ha intestato al tenente la piazza principale del paese (ex Piazza Umberto I) ove maestoso si erge il palazzo ducale.


GIUSEPPE GARIBALDI CHIEDEVA SERGENTE GIUSEPPE MACRÌ.

AL

IL GIOVANE GARIBALDINO MACRÌ PARTECIPÒ A TUTTE LE BATTAGLIE, DALLA SICILIA AL FIUME VOLTURNO.

PERCHÈ TI SEI ARRUOLATO?

VOGLIO UNIRE L’ITALIA!

ALL’INCONTRO DI TEANO IL GENERALE GARIBALDI SALUTÒ VITTORIO EMANUELE II COME RE D’ITALIA. GRAZIE GENERALE! HO LIBERATO IL MERIDIONE!

GARIBALDI COMUNICÒ ALLE CAMICIE ROSSE CHE LA LORO MISSIONE ERA COMPIUTA.

ABBIAMO REALIZZATO IL NOSTRO SOGNO! SERVIRÒ QUELLA BANDIERA CON ONORE! MOLTI, FRA CUI ANCHE IL GIOVANE GIUSEPPE MACRÌ, SI ARRUOLARONO NELL’ESERCITO ITALIANO.

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ECCO FILOMENA QUESTO PALAZZO MI PIACE

giuseppe macrì

FINITA LA CARRIERA MILITARE, CONGEDATOSI COME TENENTE, MACRÌ ARRIVÒ A SANT’ARPINO.

I SANTARPINESI COMMENTARONO L’AVVENTO. È UN TENENTE DEI GRANATIERI IN PENSIONE

HA UNA DONNA CON LUI

È MAESTOSO! NON PREOCCUPARTI, DA DOMANI MI ATTIVERÒ!

OCCORRE UNA GRANDE SISTEMATA

FILOMENA E GIUSEPPE VISITARONO IL PALAZZO DUCALE, CHE ESSENDO ABBANDONATO DA MOLTI ANNI, ERA IN CONDIZIONI PESSIME. I DUE SI AFFACCIARONO DAL MAESTOSO BALCONE DOVE IN PASSATO IL DUCA DI SANT’ARPINO OSSERVAVA LA PIAZZA. HAI VISTO COME È BELLO?

CHE VEDUTA!

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APPASSIONATO DI SPIRITISMO, IL TENENTE ORGANIZZAVA SEDUTE NEL PALAZZO DUCALE.

I RAGAZZI COMMENTAVANO LA VENUTA DI FILOMENA.

VENITE SPIRITI! NON CI LASCIA ENTRARE MAI

FILOMENA È ANTIPATICA!

MOLTO CARITATEVOLE ERA IL TENENTE MACRÌ CHE AI BAMBINI REGALAVA SEMPRE QUALCOSA. PRENDETE FORZA! GRAZIE TENENTE!

È VENUTO COSÌ COME VOLEVO! VI PIACE IL DIPINTO TENENTE?

IN RICORDO DEL SUO PAESE NATIO, SULLA FACCIATA LATERALE DEL PALAZZO DUCALE COMMISSIONÒ UN’EDICOLA VOTIVA: LA “MADONNA DELLA LETTERA” DI MESSINA.

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giuseppe macrì

AL CIMITERO ORDINÒ LA COSTRUZIONE DI UNA CAPPELLA FUNERARIA DI FORMA ROTONDA. NON SI È MAI VISTA UNA CAPPELLA SIMILE

QUESTO TENENTE HA IDEE STRANE

DETTÒ LE SUE VOLONTÀ TESTAMENTARIE PRIMA DI MORIRE.

VA BENE

LASCIO TUTTO AI POVERI

A QUESTO PAESE DONO IL MIO PALAZZO DUCALE

REGALÒ ANCHE DIECI STATUE BELLISSIME IN MARMO NEL CORRIDOIO DEL PALAZZO DUCALE.

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L

uigi Landolfi nacque a Sant’Arpino l’8 giugno del 1871 in via san Giacomo, da Carlo e Maria Consiglia Limone. Figlio di persone umili, madre casalinga e padre speziale manuale, fin da giovane avvertì la necessità di battersi per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai. Per tali motivi venne schedato dal sottoprefetto di Casoria che, in una nota informativa agli organi di polizia, ne chiede una speciale sorveglianza per la sua attività politica1. Mostrò forte predisposizione per lo studio e, grazie ai sacrifici economici dei genitori, riuscì a iscriversi nel 1892 alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Napoli. Ben presto, nella città partenopea, iniziò a frequentare il Partito Repubblicano Socialista Rivoluzionario entrando anche a far parte del direttivo e organizzando le manifestazioni del 1° Maggio di quell’anno. Più volte le autorità giudiziarie perquisirono il suo domicilio e sequestrarono documenti per comprovare la sua appartenenza a partiti sovversivi. Poi aderì ai gruppi anarchici e nel novembre 1893 fu arrestato poiché trovato in possesso di manifesti che inneggiavano alla rivoluzione. Uscito dal carcere, continuò la frequentazione dei circoli anarchici e, il 20 agosto del 1894, venne di nuovo arrestato con l’accusa di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata a promuovere nuovi tumulti. Solo dopo alcuni mesi di galera ottenne la libertà provvisoria. Minato nel fisico, dopo la scarcerazione, si ritirò a Sant’Arpino, ove riprese con intensità gli studi e nell’agosto del 1900 si laureò in Matematica. Nel dicembre dello stesso anno, a Napoli, sposò Annita Corradori, dalla quale ebbe ben cinque figli. A causa dei suoi precedenti politici gli venne impedito di esercitare la professione di docente e fu costretto a vivere dando lezioni private. L’arrivo dei figli, le accresciute esigenze economiche della famiglia e l’assenza di lavoro nonostante la laurea, lo portarono in uno stato di grave indigenza e prostrazione morale. A Sant’Arpino era conosciuto come ‘o prufessor e molti giovani si recavano da lui per ascoltarlo e apprendere la sua passione per la Giustizia e per la Libertà. Sconvolto per la morte della prima figlia, Irma, amareggiato per l’avvento del fascismo, il 20 agosto 1925 si tolse la vita facendosi decapitare da un treno lungo la strada ferrata Sant’Arpino-Aversa in territorio di Cesa. Il sindaco Legnante, che in gioventù l’aveva conosciuto, durante il suo mandato amministrativo gli dedicò una strada del paese.

1 Cfr. Pezone F.E., Un anarchico atellano: Luigi Landolfi, Rassegna Storica dei Comuni, Istituto Studi Atellani - Anno X, dicembre 1984

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luigi landolfi

FIN DA GIOVANE SI BATTE IN PAESE PER IL RISCATTO DEI PIÙ POVERI E PER GLI IDEALI DI GIUSTIZIA E LIBERTÀ. DOBBIAMO LOTTARE PER LA LIBERTÀ!

HAI RAGIONE LUIGI

A SANT’ARPINO L’8 GIUGNO DEL 1871 NASCE LUIGI LANDOLFI.

TRASFERITOSI A NAPOLI PER FREQUENTARE L’UNIVERSITÀ, BEN PRESTO SI ISCRIVE AL PARTITO SOCIALISTA.

È UN SOVVERSIVO! QUESTE CARTE LO DIMOSTRANO

AVENDO PARTECIPATO ALL’ORGANIZZAZIONE DEL PRIMO MAGGIO DEL 1892, LA SUA DIMORA VIENE PERQUISITA DALLA POLIZIA.

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NON MI LASCIO INTIMORIRE, COMBATTERÒ SEMPRE PER LE MIE IDEE!

DOBBIAMO RIUNIRCI È LOTTARE INSIEME! BRAVO LUIGI!

TIENE CONTINUE ASSEMBLEE.

NON MI ARRENDERÒ

LA POLIZIA LO ARRESTA PER QUESTE SUE ATTIVITÀ RIVOLUZIONARIE.

LEI È CONDANNATO AL CARCERE

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LE IDEE NON SI ARRESTANO MAI!


luigi landolfi

TORNATO A STUDIARE CON MAGGIORE ASSIDUITÀ E COSTANZA, SI LAUREA IN MATEMATICA NEL 1900. È UN OBIETTIVO A CUI TENEVO TANTISSIMO! COMPLIMENTI!

A SANT’ARPINO IL PROFESSORE LANDOLFI CONTINUA AD IMPEGANARSI PER I DEBOLI. DOVETE RISCATTARVI!

GLI VIENE NEGATO IL LAVORO E SI DEDICA A LEZIONI PRIVATE PER SINGOLI STUDENTI.

RIPETI QUESTO

NEL 1925 SI SUICIDA LASCIANDOSI INVESTIRE DAL TRENO SULLA TRATTA AVERSASANT’ARPINO.

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L

ontano dal centro abitato di Sant’Arpino, in aperta campagna, nel 1912 venne costruito un grosso opificio industriale destinato alla produzione di calze. Per quei tempi esso rappresentò la massima espressione di ingegno tecnico e costruttivo rimanendo per molti decenni l’unico esemplare di edilizia industriale sviluppatosi nell’area atellana. Commissionato dal commendatore Enrico Piro, l’intero opificio era costituito da due corpi di fabbrica disposti a forma di elle, dei quali il principale era destinato al personale amministrativo, il secondario a sede produttiva. La facciata maggiore presentava uno stile ispirato al secolo XVIII con finestre incorniciate e portale sobrio. L’intero opificio mostrava possenti muri perimetrali dotati di ampie finestre che si affacciavano su un cortile interno. Entrambi i corpi di fabbrica si sviluppavano su due livelli. Nel primo livello dell’edificio più grande, in cui si raccoglieva la famiglia del proprietario, c’era un’ampia cucina, un bagno di grosse dimensioni, una sala da pranzo con soffitto affrescato. Nel secondo edificio, riservato alla produzione, trovavano posto circa un centinaio di operai provenienti da Sant’Arpino e paesi limitrofi. La lavorazione di calze, prima per sole donne poi anche per uomo, veniva eseguita con macchine artigianali. La manodopera era prevalentemente femminile, mentre ai maschi erano destinati i lavori più faticosi come lo scarico di grandi casse di cotone oppure l’alimentazione delle caldaie a carbone che producevano vapore per la pressa che stirava i manufatti. I prodotti finiti, venivano trasportati a Napoli su carri trainati da cavalli e dal capoluogo venivano poi inviati sia in diverse città italiane che estere. Le operaie, animate da uno straordinario fervore religioso, nel 1914 donarono alla chiesa di sant’Elpidio un artistico scarabattolo per la custodia della pregevole statua in legno della Madonna di santa Maria di Atella. Dopo alcuni anni di attività, la fabbrica venne acquistata dalla società Manifattura Italiana di Calze Tammaro & C. con sede in Frattamaggiore, che gestì l’opificio per circa dodici anni. In seguito, la produzione e il mercato delle calze iniziarono ad andare in crisi a causa dell’alto costo delle materie prime, mentre l’industria delle conserve alimentari si avviò verso una forte espansione. Tali motivi generarono prima uno stato di crisi della fabbrica e successivamente una messa in liquidazione della stessa che, nel 1930, fu acquistata dall’industriale Carlo Puca di Sant’Antimo. Questi convertì

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la fabbrica puca

l’impianto verso la più remunerativa produzione di conserve alimentari. La nuova destinazione industriale portò alla costruzione di un forno necessario per cuocere i prodotti prima di inscatolarli. Per la realizzazione del forno e della sua altissima ciminiera, divenuta poi simbolo architettonico del paese, vennero chiamate delle maestranze specializzate dalla Germania. Negli anni Trenta e Quaranta, la Fabbrica Puca ottenne un successo commerciale enorme, producendo confetture alimentari di ottima qualità e conquistando una larga fetta di mercato nazionale ed estero, grazie anche a una strategia di marketing innovativa. La vicinanza della stazione ferroviaria, inoltre, facilitò notevolmente i trasporti delle merci e, di conseguenza, favorì l’aumento della produzione. In quegli anni Carlo Puca diede vita a un’azienda conserviera di qualità che man mano si indirizzò verso la conservazione di varietà di ortaggi per i luoghi e nelle stagioni in cui il prodotto fresco mancava. In particolare si avviò la produzione di barattoli in serie contenenti la tradizionale conserva di pomodori fatta in casa e molto diffusa in tutta l’area napoletana. Una simile attività industriale, era prevalentemente orientata verso l’esportazione e riscuoteva successo per l’alta richiesta nei mercati esteri, da dove affluiva la domanda degli emigrati italiani legati alle loro abitudini alimentari. Il successo di questa produzione conserviera era dovuto anche alla buona qualità del prodotto e alla competitività del prezzo dovuta a un costo del lavoro molto contenuto. Ma la fortuna dell’industria conserviera era direttamente connessa al miglioramento delle tecniche, i cui maggiori e migliori esempi si avevano all’estero. Per questo Carlo Puca non mancò di servirsi di maestranze straniere per la realizzazione di una moderna e innovativa catena di montaggio finalizzata a realizzare uno stabilimento conserviero con macchinari moderni e tecnologicamente avanzati. Grazie all’intensificazione della produzione di pomodori e al miglioramento complessivo delle tecniche nell’industria delle conserve alimentari, il primo decennio degli anni Trenta fu di considerevole crescita per tutto il settore conserviero italiano, in particolare, nella provincia di Napoli, ove accanto ai più noti stabilimenti di Del Gaizo e Cirio si erano sviluppate decine di piccole e medie industrie, che permisero alla Campania di raggiungere il primato nazionale per esercizi e per addetti. L’attività industriale dell’opificio, dopo il blocco negli anni

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della seconda guerra mondiale, riprese a pieno ritmo nel dopoguerra, impiegando prevalentemente manodopera femminile. Sempre più numerosi, tuttavia, incominciarono a essere i tecnici assunti che venivano formati nella locale scuola di avviamento professionale a indirizzo industriale Vincenzo Rocco, allocata nel palazzo ducale. Fra il 1950 e il 1960 la fabbrica riuscì a occupare fino a 250 operai, estendendo la sua attività anche nel campo della frutta secca e della torrefazione. Per facilitare le operazioni di carico e scarico della merce, in quegli anni si pensò di allacciare la fabbrica alla stazione ferroviaria con un tronco ad hoc. Nello stesso periodo, inoltre, ci furono aspre lotte sindacali, con scioperi e cortei, per il miglioramento delle condizioni lavorative e non pochi furono anche gli atti deliberativi in merito da parte del consiglio comunale. Man mano poi la produzione iniziò a diminuire e negli anni Sessanta arrivò il declino a causa della forte crisi che investì la produzione conserviera. La gloriosa fabbrica si dedicò quindi al primo trattamento di frutta secca che poi veniva distribuita in Italia e all’Estero. Successivamente, diversi interventi urbanistici e ampliamenti dell’opificio, trasformarono l’ormai abbandonata fabbrica in un reperto di archeologia industriale.

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la fabbrica puca

AGLI INIZI DEL NOVECENTO MENTRE IL PALAZZO DUCALE ERA ABITATO DAL TENENTE GIUSEPPE MACRÌ...

UNA FABBRICA VENNE COSTRUITA NELL’ANNO 1912 DALL’INDUSTRIALE NAPOLETANO ENRICO PIRO NELLA CAMPAGNA DI SANT’ARPINO, FUORI DAL CENTRO ABITATO. IL COMMENDATORE PIRO PRODUCEVA RINOMATE CALZE CHE DISTRIBUIVA IN TUTTA LA CAMPANIA.

LE CALZE VENIVANO PRODOTTE DA MANI ABILI ED ESPERTE. QUESTO LAVORO È BELLO!

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I MASCHI SVOLGEVANO NELLA FABBRICA LAVORI PESANTI DI CARICO E SCARICO.

I PRODOTTI LAVORATI E FINITI VENIVANO PORTATI VIA CON GROSSI CARRI.

QUESTE OPERAIE SONO MOLTO DEVOTE!

LE OPERAIE DELLA “FABBRICA PIRO” NEL 1914 DONARONO ALLA CHIESA UNO SCARABATTOLO PER LA CUSTODIA DELLA STATUA IN LEGNO DELLA MADONNA DI SANTA MARIA DI ATELLA. NEL 1930 LA FABBRICA VENNE COMPRATA DAL SIGNOR CARLO PUCA CHE LA CONVERTÌ IN UN IMPIANTO PER LA PRODUZIONE DI CONSERVE ALIMENTARI.

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VENIVANO LAVORATI LEGUMI, ORTAGGI, FRUTTA.

PER LA PRODUZIONE DI CONSERVE FU NECESSARIO COSTRUIRE UN FORNO PER LA COTTURA DEI PRODOTTI

UN’ALTISSIMA CIMINIERA SOVRASTAVA LA FABBRICA E DIVENNE VISIBILE DA LONTANO.

la fabbrica puca

LA FABBRICA PUCA OTTENNE UNA FORTE AFFERMAZIONE TRA LE INDUSTRIE DELLE CONSERVE ALIMENTARI.

A CAVALLO DEGLI ANNI SESSANTA LA FABBRICA RAGGIUNSE I DUECENTOCINQUANTA OPERAI E DIVENNE UN’IMPORTANTE REALTÀ INDUSTRIALE.

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A

Sant’Arpino, come negli altri comuni vicini, la coltivazione della canapa fino alla metà degli anni Sessanta era diffusissima, tanto da lasciare un segno indelebile nel tessuto sociale, economico e culturale dell’area atellana. Per secoli generazioni di contadini si sono tramandati i segreti lavorativi di questa coltura che ha rappresentato la principale fonte di reddito di tantissimi nuclei familiari. Tanto che, negli anni Venti, Terra di Lavoro diventò la seconda provincia d’Italia per produzione di canapa. La coltivazione della canapa è stata facilitata, oltre che dal suolo e dal clima adeguati, anche dalla presenza dei cosiddetti Regi Lagni, ossia un reticolo di canali artificiali realizzati per la bonifica del fiume Clanio dentro i quali avveniva una fase importante del ciclo di lavorazione della canapa. La bonifica del fiume Clanio venne avviata nel 1610 per porre fine alle frequenti inondazioni di questo fiume che nel corso dei secoli è poi scomparso. I canali artificiali sfociavano nel mare dopo aver attraversato migliaia di ettari di terreno pianeggiante ottimi per la crescita della canapa. La preparazione del terreno per la semina avveniva a marzo: il seme di canapa veniva gettato nei solchi tracciati dall’aratro mosso da mani esperte. Le condizioni atmosferiche influenzavano notevolmente la crescita delle piantine. Periodi di siccità oppure di forti piogge, infatti, potevano rallentare o danneggiare seriamente la crescita e la qualità stessa della fibra. La raccolta iniziava verso la metà di luglio ed era manuale e molto faticosa, anche a causa del clima torrido che l’accompagnava. Per la raccolta erano necessari almeno due contadini: uno prendeva una bracciata di canapa e la teneva ferma, l’altro, con un colpo secco e vigoroso, la estirpava dal terreno. La canapa estratta si faceva essiccare al sole estivo per diversi giorni, durante i quali veniva più volte rigirata e battuta per liberarla dalle foglie; dopodiché la si lasciava essiccare per un’altra settimana. Le radici venivano poi tolte e i fusti legati in fasci per essere trasportati nei Regi Lagni. Ai primi di agosto si avviava la macerazione: i fasci di canapa, disposti in strati, venivano immersi nelle acque paludose dei lagni e ricoperti di grosse pietre per facilitarne la sommersione. Dalle acque i fasci si levavano quando la fibra si era separata dal fusto. Disposti a capannello sul terreno, i fasci poi per alcuni giorni si esponevano al sole per l’essicazione. Ter-

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la canapa e l’uva asprinio

minata anche questa fase si passava a quella della maciullatura che consisteva nel separare completamente la fibra dal fusto. Per lo svolgimento di questa fase nelle aie dei cortili si posizionava la macennola, ovvero un artigianale strumento di battitura in legno. I tempi e l’intensità della maciullatura variavano in funzione della corretta osservanza degli adempimenti previsti per le fasi precedenti. Se neanche con la maciullatura si riusciva a staccare definitivamente la fibra dai fusti veniva usata la spatola. Il prodotto finale, una materia prima di pregevole qualità, si inviava all’industria tessile della vicina Frattamaggiore. In questi stabilimenti venivano occupate tantissime persone che, grazie a queste speciale coltivazione, traevano il reddito per sostenere e portare avanti con dignità le proprie famiglie. Passeggiando nelle campagne, era possibile imbattersi anche in un particolare vitigno, che si stagliava maestoso nel cielo producendo un’uva di colore paglierino: detta asprinio. Nel 1787, nel suo celebre Viaggio in Italia, il grande poeta Goethe così descriveva la nostra terra: «la strada maestra corre larga fra prati verdi di frumento, il grano è come un tappeto, alto forse parecchi palmi. I pioppi sono piantati in fila, con i rami mozzi fin su e con le viti che si abbarbicano. Così è fin dentro Napoli, un terreno netto agevolissimo ad arare, ben lavorato: i tralci delle viti di straordinaria grossezza ed altezza, i festoni, come reti svolazzanti di pioppo in pioppo»1. Il letterato tedesco si riferiva proprio a questo vitigno che cresce fino ad altezze di quindici metri arrampicandosi su fili sostenuti da alberi di pioppo. Tale particolare sistema di coltivazione è detto vite maritata poiché le viti, con un inestricabile avvinghiamento, si sposano ai pioppi. Con questa coltura viene prodotta un’uva dal sapore aspro e perciò denominata asprinio. Da quest’uva, limitata e pregiata, si ricava poi un vino dall’odore fruttato, dal colore chiaro e dal sapore fresco. Il fascino paesaggistico di questo vitigno è, innegabilmente, unico al mondo: si arrampica fino a raggiungere altezze impensabili per una vite comune, tanto che la vendemmia trasforma i contadini in equilibristi degni di un grande circo. Difatti, a fine settembre, abili vignaioli arrivavano nelle campagne con lo scalillo: scale alte oltre 10 metri, larghe appena una trentina di centimetri, con i pioli distanti circa 40-50 centimetri l’uno dall’altro. Scese dai carri, da robu1 J. W. Goethe, Viaggio in Italia,

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ste mani, venivano trasportate in perfetto equilibrio verticale per essere poi appoggiate sugli alti pioppi. I contadini, con inusuale abilità e invidiabile maestria, salivano lo scalillo fino alla cima. Sulla sommità degli scalilli, c’era un piolo arcuato per incastrarvi il piede e il ginocchio, onde poter lavorare a mani libere senza l’assillo della presa. I contadini riempivano le tradizionali ceste a forma d’imbuto, chiamate fescine, e con una corda le calavano a terra dove donne e ragazzi provvedevano a svuotarle versando l’uva nelle botti. Ogni contadino aveva la sua fescina, un secchio a forma di cono rovesciato. L’insolita forma lo faceva scivolare facilmente giù dalla scala senza impigliarsi nei rami ma bensì incuneandosi fra essi. Formata da legno lavorato di castagno, la fescina si legava a una fune e si calava dall’alto, fino a conficcarsi nel terreno senza perdere nulla del carico di uva raccolto. Le uve, poi, venivano pigiate con il tradizionale torchio. Il mosto veniva lasciato a fermentare in capienti botti, depositate in grotte scavate nel tufo e profonde più di una decina di metri. Partecipare a una vendemmia di asprinio suscita ancora oggi sensazioni e suggestioni straordinariamente evocative. Veder manovrare con sapiente maestria quelle scale, costruite appositamente per l’alberata dell’asprinio, è qualcosa che sa di rito ancestrale. Purtroppo, questo fascinoso rito, rischia di estinguersi perché sono sempre meno numerosi quelli che sanno vendemmiare l’uva asprinio con circense disinvoltura. Questo metodo di coltivazione del vitigno è conosciuto anche con il termine di alberata aversana perché molto diffuso in tutto l’agro aversano. Invero si tratta di un sistema molto antico, probabilmente da attribuire agli etruschi. Anche i romani fecero ricorso a tale modello di coltivazione, da loro chiamato arbustum italicum. Le straordinarie qualità del vitigno furono decantate e apprezzate da famosi autori di quel tempo. In epoca normanna, invece, le viti assicuravano alla corte una pregiata riserva di spumanti. Nel periodo aragonese, la vite maritata ai pioppi veniva spesso impiantata come difesa militare: con essa si formava un reticolo molto simile a un labirinto e pertanto impenetrabile da un esercito invasore. Oggi questa coltivazione a Sant’Arpino è scomparsa ed è rimasta presente solo nella memoria di vecchi contadini. Solo grosse aziende vinicole che commerciano questo vino raffinato oggi investono per perpetuare questa secolare tradizione.

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la canapa e l’uva asprinio

A CAVALLO FRA LE DUE GUERRE MONDIALI LA PIAZZA AVEVA UN ASPETTO DIVERSO.

NELLE CAMPAGNE SI COLTIVAVA LA CANAPA E LA PREPARAZIONE DEL TERRENO INIZIAVA A MARZO. LA SEMINA AVVENIVA VERSO LA FINE DEL MESE. I SEMI VENIVANO GETTATI NEI SOLCHI CHE I BUOI AVEVAVNO ARATO.

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LA FASE DELLA RACCOLTA INIZIAVA NELLA SECONDA METÀ DI LUGLIO ED ERA TUTTA MANUALE.

PER LA RACCOLTA OCCOREVANO SEMPRE DUE PERSONE: UNO TENEVA LA BRACCIATA DI CANAPA, L’ALTRO LA ESTIRPAVA.

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la canapa e l’uva asprinio DOPO ESSERE STATA ESSICCATA AL SOLE, LA CANAPA VENIVA LEGATA A FASCI. LE RADICI ERANO TOLTE. I FASCI VENIVANO TRASPORATI AI REGI LAGNI.

AI PRIMI DI AGOSTO, FASCI DI CANAPA DISPOSTI A STRATI E RICOPERTI DI GROSSE PIETRE VENIVANO IMMERSI NELLE ACQUE DEI REGI LAGNI.

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NELLE ACQUE AVVENIVA LA MACERAZIONE E DOPO ALCUNI GIORNI LE FIBRE SI SEPARAVANO DAL FUSTO E SI FACEVANO ESSICCARE.

UN LAVORO DURO E FATICOSO IMPEGNAVA ESPERTI FALEGNAMI PER LA COSTRUZIONE DELLA MACENNOLA CHE VENIVA RICAVATA DA ENORMI PEZZI DI LEGNO

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la canapa e l’uva asprinio LA MACENNOLA, MUNITA DI APPOSITA SPATOLA IN LEGNO, ERA PRESENTE NEL CORTILE DI OGNI CASA.

LA MACENNOLA VENIVA POI USATA DA MANI ESPERTE PER SEPARARE LA FIBRA DAL FUSTO. LA MACIULLATURA ERA LUNGA E FATICOSA E IMPEGNAVA L’INTERA FAMIGLIA.

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NEI CAMPI LA VITE MARITATA AL PIOPPO A SETTEMBRE SVETTAVA NEL CIELO CON IL SUO CARICO DI UVA.

GRAPPOLI PIENI DI ACINI CONTENEVANO UN SUCCO PRELIBATO. DORATI E SUCCULENTI ASPETTAVANO MANI ESPERTE PER LA RACCOLTA.

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la canapa e l’uva asprinio CONTADINI ABILI E VELOCI, A QUASI DIECI METRI DA TERRA, SI DESTREGGIAVANO FRA I GRAPPOLI MUNITI DELLA FESCINA, CARATTERISTICO CESTO A FORMA DI CONO.

LUNGHI SCALINI, DIFFICILI DA PORTARE A CAUSA DELLA LORO CARATTERISTICA FORMA LUNGA E STRETTA, SERVIVANO PER LA RACCOLTA DELL’UVA ASPRINIO.

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I

l primo conflitto mondiale scoppiò il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia a causa dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria. La guerra vide inizialmente lo scontro di Germania e Austria contro la Serbia ma in pochi anni coinvolse altre nazioni di diversi continenti e per tale motivo venne definita mondiale. Militarmente il conflitto si aprì con l’invasione austro-ungarica della Serbia e, parallelamente, con una fulminea avanzata tedesca nel nord della Francia. Ben presto, però, si trasformò in una lenta e sanguinosa guerra di posizione con soldati fermi nelle trincee. Il 24 maggio 1915, a causa della questione delle terre irredente, gli italiani entrarono in guerra contro l’Austria con truppe male addestrate e male equipaggiate. Dopo le altalenanti fasi iniziali, l’Italia ricevette una tremenda sconfitta a Caporetto. Grazie, poi, al cambio del generale alla guida dell’esercito, ottenne una vittoria decisiva sul fiume Piave e le truppe italiane entrarono vittoriose a Trento e Trieste il 4 novembre 1918. L’Austria, sconfitta, firmò l’armistizio. Con la resa della Germania, l’11 novembre 1918, il conflitto si concluse definitivamente facendo registrare oltre sedici milioni di morti. Tanti furono i giovani santarpinesi che partirono per il fronte della guerra e grande fu il tributo di sangue di Sant’Arpino, con ben quaranta caduti fra cui il tenente Leone D’Anna, ufficiale di complemento nell’82° Reggimento di Fanteria, che a ventuno anni morì durante un combattimento per una ferita da pallottola di fucile penetrata alla regione temporale sinistra. Venne sepolto nel cimitero di Buchenstein. Altro caduto santarpinese fu il tenente Pasquale Ziello, ufficiale di complemento del 91° Reggimento di Fanteria, morto a venti anni sul Monte Cristallo per ferita da pallottola di fucile al petto. Venne seppellito vicino al luogo della morte, a 2141 metri di altezza, a Croda dell’Ancona. Un altro giovane santarpinese, Pasquale Marino, effettivo alla sesta compagnia del 44° Reggimento di Fanteria, spirò a 19 anni a seguito di uno scoppio di granata alla testa e venne decorato con medaglia d’argento al valor militare. Fra quelli che parteciparono al conflitto ma ritornarono a casa sani e salvi, figurano anche Amodio D’Anna e Vincenzo Legnante che saranno due sindaci del secondo dopoguerra. Proprio quest’ultimo, in un suo scritto sulla prima guerra mondiale, racconta che in occasione di una delle battaglie

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la prima guerra mondiale

vinte dall’esercito italiano, a cavallo fra il 1915 e il 1917, un santarpinese di nome Francesco Pezzella per annunciare la vittoria suonò talmente forte la campana della chiesa che la stessa si ruppe. Amodio D’Anna, primo sindaco del dopoguerra, era fratello di Leone e di Francesco, entrambi caduti nel corso del primo conflitto mondiale. Tra i caduti della Grande Guerra, figura anche il tenente dei Granatieri di Sardegna Vincenzo Rocco, nativo di Torre Annunziata, che a soli ventiquattro anni (il 24 maggio 1917) cadde da uomo valoroso sul terreno di battaglia. Al tenente Rocco, al quale prima del giorno della sua uccisione erano già state assegnate una medaglia d’argento e una di bronzo al valore militare per due distinti episodi di eroismo, fu conferita (il 22 novembre 1917) la medaglia d’oro alla memoria. A questo eroico caduto venne intitolata la scuola di avviamento professionale al lavoro che fu istituita nell’edificio del Comune di Atella di Napoli agli inizi degli anni Trenta e poi nel 1934 trasferita nel palazzo ducale in piazza Umberto I. Anche un religioso, figlio della terra santarpinese, figura tra i decorati di questo conflitto sanguinoso. Infatti, padre Felice D’Antonio (nato a Sant’Arpino il 26 marzo 1883), dopo essersi consacrato nell’ordine dei Frati Francescani, nel 1915 fu incorporato come Cappellano militare nel 10° Reggimento Artiglieria da Campagna. Seguendo tutte le vicende belliche tra il Carso, la Carnia e la Bainsizza, padre Bernardino da Sant’Arpino (questo il nome che padre Felice scelse di adottare da consacrato) non si risparmiò minimamente nel difficile ministero dell’assistenza spirituale ai soldati, aiutando i feriti e impartendo l’estrema benedizione ai morenti sui campi di battaglia. Tanto incisiva fu la sua azione che, con apposito decreto del gennaio 1916, gli fu riconosciuta la medaglia di bronzo al valore militare. Agli eroici caduti del primo conflitto mondiale, è doveroso anche aggiungere Francesco Pennacchio, che con il grado di Sergente Maggiore morì durante la guerra Italo-Turca (1911-12) a Bengasi (Libia). Ai combattenti della prima guerra mondiale nel 1968 venne assegnata l’oroneficenza di Cavalieri di Vittorio Veneto. Ultimo superstite dei Cavalieri di Vittorio Veneto a Sant’Arpino fu il signor Elpidio D’Ambra, morto nel 1989.

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NEL 1915 SANT’ARPINO ERA UN TRANQUILLO COMUNE DI CAMPAGNA E IL CASTELLONE SPLENDEVA ISOLATO IN RICORDO DELL’ANTICA ATELLA.

LA GUERRA COMPORTÒ SEPARAZIONI TRA MOGLI E MARITI, MADRI E FIGLI.

FU UNA GUERRA DI POSIZIONE E LOGORAMENTO COMBATTUTA CON ARMI PESANTI.

ADDIO!

SPARATE NON VI FERMATE!

IL PRIMO CONFLITTO MONDIALE FU UNA GUERRA DI TRINCEA CON MOLTI MORTI.

306 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO

FRA I CADUTI CI FU ANCHE IL SANTARPINESE D’ANNA LEONE.


la prima guerra mondiale

DEVO CONQUISTARE LA POSIZIONE AVANZATA!

VIOLENTI FURONO I COMBATTIMENTI. ALTRI SANTARPINESI CADDERO IN BATTAGLIA.

MOLTI VENNERO SEPOLTI NEI CIMITERI IMPROVVISATI VICINO AI CAMPI DI BATTAGLIA.

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N

ell’ambito di una complessiva azione di riordinamento amministrativo e territoriale da parte del governo fascista, nel 1926 venne attuata una riforma degli enti locali con l’istituzione del podestà: una figura che assunse le funzioni che fino ad allora erano state del consiglio comunale, della giunta e del sindaco. Il primo e unico podestà di Sant’Arpino, tra il 1926 e il 1928, fu Orazio Magliola, che era già sindaco del paese dal 1899. In questa riforma generale degli enti locali nel 1927, con apposito decreto, venne abolita anche la provincia di Caserta in cui ricadevano le comunità di Orta di Atella e di Succivo. Per tale motivo, da quel momento, questi due comuni si ritrovarono a far parte della provincia di Napoli, di cui Sant’Arpino era parte da sempre. Nel corso di queste novità legislative, il paese perse la propria autonomia amministrativa in quanto, con un regio decreto del 14 aprile del 1928, venne fuso con le comunità di Orta di Atella e Succivo in un unico centro che raggiungeva una popolazione di quasi diecimila abitanti. Al nuovo centro, per renderlo urbanisticamente omogeneo, venne aggregata anche una striscia di territorio che apparteneva al comune di Frattaminore ma ricadeva a cavallo fra Orta di Atella e la strada provinciale Caivano-Aversa. Il neo costituito comune venne chiamato Atella di Napoli sia per le origini storiche delle comunità costituenti sia per distinguerlo da Atella di Potenza, in Basilicata. Atella di Napoli ebbe come primo commissario prefettizio Giuseppe Fucci che avviò le pratiche per la costruzione della nuova sede municipale. Essa, costruita su più piani, aveva una mole imponente e un’architettura tipica del ventennio fascista. Venne edificato in località castellone in quanto l’area, sebbene ricadesse nel territorio di Sant’Arpino, era centrale ed equidistante dai nuclei originari dei paesi costituenti. Lo stesso commissario Fucci inoltrò anche le pratiche per la concessione di uno stemma al nuovo comune. L’autorizzazione si ottenne nel 1936 con appositi decreti di Benito Mussolini e del re Vittorio Emanuele III. Atella di Napoli era una cittadina a carattere prevalentemente agricolo con il suo territorio coltivato a granoturco, vino asprinio, frutta, tabacco e soprattutto canapa. Tale produzione veniva poi inviata a Frattamaggiore per l’industria della pettinatura e della manifattura. Le principali opere pubbliche realizzate in questo periodo furono il municipio e il macello comunale in aree di pertinenza del comune di Sant’Arpino;

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atella di napoli

un edificio scolastico nel territorio del comune Orta di Atella; la casa del balilla in un suolo del comune di Succivo. Di particolare rilievo anche la costruzione del ponte ferroviario Sant’Antimo-Sant’Arpino, un’opera imponente e di grande utilità sociale realizzata dalle Ferrovie dello Stato. Con provvedimento numero 399, del 9 luglio 1934, venne deliberata la costruzione della nuova casa comunale di Atella di Napoli in tenimento di Sant’Arpino. La spesa prevista di lire 355.353 venne reperita con un mutuo, di tale finanziamento allo scioglimento del comune, nel 1946, risultavano ancora da pagare 102.437 lire del piano di ammortamento. L’appalto per la costruzione dell’edificio scolastico di Orta di Atella, venne stipulato il 6 ottobre del 1930 per un importo complessivo dei lavori di lire 426.050, reperito con un mutuo concesso dalla Cassa Depositi e Prestiti. Di questo mutuo, all’atto dello scioglimento del comune di Atella di Napoli, restavano ancora da pagare 338.558 lire. La costruzione della casa del Balilla, in tenimento di Succivo, venne deliberata il 21 novembre del 1933 per un valore complessivo dell’opera pari a 79.427 lire. L’opera venne edificata su un suolo di Orazio Magliola e l’esproprio avvenne con il consenso del proprietario. Il macello comunale, sito in tenimento di Sant’Arpino, venne deliberato e approvato nel gennaio del 1936 per un importo di 109.500, il contratto d’appalto venne stipulato nel gennaio del 1937. L’opera venne ultimata il 18 marzo del 1938. Durante il ventennio fascista analoghe vicende di fusioni comunali in provincia di Caserta si verificarono anche tra Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano di Aversa che vennero unite con decreto nel nuovo comune di Albanova. Macerata Campania e Portico di Caserta vennero fuse in Casalba mentre Casaluce e Teverola nel nuovo comune di Fertilia. Dopo la sconfitta dei tedeschi e la loro fuga al nord Italia, anche ad Atella di Napoli venne costituito un Comitato di Liberazione alla cui presidenza fu nominato l’avvocato Pasquale Migliaccio che poi diventò anche il primo e unico sindaco di Atella di Napoli. Terminata la guerra, abbattuto il regime fascista, venne ricostituita di nuovo la provincia di Caserta con decreto del giugno 1945 e il comune di Atella di Napoli venne incluso in questa provincia. Successivamente, tutte le forze politiche chiesero lo scioglimento del comune e il ritorno all’autonomia originaria dei tre paesi. Con decreto legislativo luogote-

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nenziale del 29 marzo del 1946 avvenne lo scioglimento di Atella di Napoli e la ricostituzione dei comuni di Succivo, Orta di Atella e Sant’Arpino: la striscia di territorio del comune di Frattaminore venne assegnata a Orta di Atella e tutti e tre i comuni vennero assegnati alla provincia di Caserta, nonostante Sant’Arpino fosse sempre stato nella provincia di Napoli. Il primo sindaco di Sant’Arpino del dopoguerra fu Amodio D’Anna che, insieme a tutto il ricostituito consiglio comunale, chiese la riannessione alla provincia di Napoli di cui Sant’Arpino era stata parte fin dal 1806: la richiesta non venne mai accordata.

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atella di napoli

L’ARRIVO DEL FASCISMO AL POTERE PORTÒ NOVITÀ AMMINISTRATIVE.

SUCCIVO SI TROVAVA NELLA PROVINCIA DI CASERTA E AVEVA UNA PROPRIA AUTONOMIA.

W IL DUCE!

ANCHE ORTA DI ATELLA ERA IN PROVINCIA DI CASERTA.

SANT’ ARPINO INVECE ERA IN PROVINCIA DI NAPOLI.

NEL 1928 CON REGIO DECRETO, I TRE COMUNI VENNERO RIUNITI IN UN UNICO CENTRO CHIAMATO ATELLA DI NAPOLI E POSTO IN PROVINCIA DI NAPOLI. IL NUOVO STEMMA DEL RICHIAMAVA QUELLO DEI TRE COMUNI.

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VENNE EDIFICATO UN MAESTOSO EDIFICIO IN CUI FU COLLOCATA LA NUOVA SEDE COMUNALE, EQUIDISTANTE DAI TRE CENTRI ORIGINARI.

VENNE REALIZZATA ANCHE LA CASA DEL BALILLA IN TERRITORIO SUCCIVESE.

BELLO NELLE FORME ARCHITETTONICHE, IL MUNICIPIO NUOVO ERA IMPONENTE. L’AGRICOLTURA ERA LA RISORSA PRINCIPALE.

IL COMUNE ERA RETTO DA UN PODESTÀ.

LUI SOLO PUÒ DECIDERE!

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atella di napoli

LA LINEA FERROVIARIA NAPOLI-ROMA ATTRAVERSAVA I CONFINI DI SANT’ANTIMO E UN PASSAGGIO A LIVELLO SEPARAVA IL COMUNE DA ATELLA DI NAPOLI.

ATELLA DI NAPOLI SARÀ IL MIO ORGOGLIO!

IL DUCE BENITO MUSSOLINI VOLEVA RENDERE LA CITTÀ BELLA E ACCOGLIENTE. IL DUCE DECISE DI FAR COSTRUIRE UN PONTE PER SCAVALCARE LA LINEA FERROVIARIA.

IL NUOVO PONTE IN BASALTO UNÌ ATELLA DI NAPOLI A SANT’ANTIMO FACILITANDO LE COMUNICAZIONI.

SOTTO IL PONTE IN BELLA MOSTRA FU POSTO UN GRANDE SIMBOLO FASCISTA PER TRAMANDARE AI POSTERI CHE L’OPERA ERA STATA VOLUTA DAL DUCE.

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S

econdo di sette figli, Alfonso Del Prete nacque a Sant’Arpino il 6 gennaio del 1900 da Giuseppe e Domenicantonia Sette. Terminate le scuole elementari, iniziò a lavorare per contribuire al sostegno della famiglia. Dopo vari apprendistati venne assunto da una nota azienda elettromeccanica di Napoli, La Precisa, ove svolse il lavoro di tornitore distinguendosi per le sue abilità lavorative. Iscritto al sindacato, in fabbrica subito si mise in luce per il suo attivismo, teso al miglioramento delle condizioni lavorative degli operai. Ben presto s’impegnò in politica affiancando l’opera di importanti dirigenti napoletani del Partito Comunista, tra cui Eugenio Reale, Salvatore Cacciapuoti e Giorgio Amendola, che stimarono molto la tenacia e l’operosità del giovane santarpinese. In quegli anni il regime fascista avviò un duro piano di contrasto e controllo dei sindacati e chi ne faceva parte era costretto a operare clandestinamente per non essere scoperto e arrestato. Furono anni di frenetico impegno politico per Alfonso Del Prete che si prodigò per il radicamento del Partito Comunista d’Italia nei diversi stabilimenti industriali dell’area napoletana, muovendosi in condizioni difficili e semiclandestine. Nella sua fabbrica organizzò anche la diffusione dei giornali Scintilla e Falce e martello, organi di propaganda comunista vietati dal regime. Nel 1930, Alfonso Del Prete venne arrestato dalla milizia fascista mentre affiggeva ad Aversa (nei pressi del ponte ferroviario che collega la città normanna con Gricignano) alcuni manifesti del sindacato che annunciavano uno sciopero a sostegno delle rivendicazioni salariali degli operai. Dopo un breve interrogatorio venne processato insieme a Giorgio Amendola ed Eugenio Reale. Il Tribunale speciale fascista, con sentenza n° 161 del 18 novembre del 1931, lo condannò al carcere per propaganda sovversiva contro il governo e per la partecipazione alla costituzione del PCI nelle fabbriche. Dopo pochi giorni di permanenza nelle carceri napoletane, venne tradotto nel penitenziario romano di Regina Coeli per scontare una pena di sei mesi. Durante questi mesi di detenzione, la mamma Domenicantonia si recò a Roma per fare visita al figlio e molto fitta divenne la corrispondenza di Alfonso con i fratelli, nonostante ogni singola missiva fosse sottoposta al vaglio della censura. Al termine della prigionia gli vennero comminate altre forme di restrizione delle libertà personali quali l’obbligo di firma e il divieto di allontanarsi da Sant’Arpi-

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alfonso del prete

no. Per verificare il rispetto di queste limitazioni di libertà, tutte le sere una ronda fascista si recava presso la sua dimora per verificarne la presenza in casa. Inoltre, ogni volta che era prevista una visita del Duce a Napoli, Alfonso veniva prelevato e condotto in carcere per essere controllato a vista e impedirne qualsiasi spostamento. In una lettera inviata nel 1932 alla sua fidanzata, la santarpinese Antonia D’Ambra, scriveva: «devo ringraziarti della fiducia che mi hai accordato nel dirmi sì e specialmente di questi tempi che tutti hanno avuto paura di avvicinarmi perché sono mal visto da questo governo e come tu sai sono stato ammonito perché non facessi più propaganda antifascista. Spero che in avvenire non vorrai rimpiangere questa tua decisione ed io dal canto mio ti prometto che ti sarò sempre fedele. Non veggo più stelle perché la sera non posso uscire ma nei tuoi occhi veggo quelle stelle che mi guideranno nella vita futura»1. Nel giugno del 1934, sposò Antonia D’Ambra e dal matrimonio nacquero quattro figli: Domenica, Giuseppe, Elpidio e Antonio. La famiglia fissò la sua residenza in via santa Maria d’Atella, oggi via tenente Leone D’Anna. Ancor oggi in paese si ricorda la sua ostinazione a non voler acquistare prodotti del monopolio governativo per non contribuire al sostegno economico del governo fascista verso il quale rimase sempre ostile, nonostante non potesse in alcun modo fare propaganda. Al termine di una breve malattia, il 29 ottobre del 1938 Alfonso Del Prete morì, lasciando la moglie e quattro piccoli bambini. Nel 1947 fu aperta a Sant’Arpino la sezione del Partito Comunista Italiano e con il consenso di tutti gli iscritti venne intestata ad Alfonso Del Prete, al fine di preservarne nel tempo la memoria e il rigore ideologico. Suo fratello Elpidio divenne uno dei tre consiglieri comunali eletti, per conto del PCI, nella lista socialcomunista del sindaco Amodio D’Anna, gli altri due furono Pasquale Compagnone ed Elpidio Iorio. Un altro figlio di Sant’Arpino perseguitato per la sua avversione al regime dittatoriale fu Ercole Capone. Nato nel 1887 da Giuseppe e Maria Legnante, anch’egli di professione operaio meccanico, così come avvenne per Del Prete fu incarcerato dal Tribunale speciale per attività antifascista. A Ercole Capone l’amministrazione comunale negli anni ottanta intestò una delle strade del rione di piazzetta Paradiso. 1 Missiva del 22 aprile 1932 da A. Del Prete a A. D’Ambra.

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ALFONSO ERA OPERAIO IN UNA FABBRICA ELETTROMECCANICA A NAPOLI.

AVEVA UNA FORTE PREDISPOSIZIONE PER L’IMPEGNO SOCIALE A DIFESA DEI DEBOLI. SONO I NOSTRI DIRITTI!

IN FABBRICA ERA CONSIDERATO UN OTTIMO TORNITORE.

PARTECIPAVA A SCIOPERI E MANIFESTAZIONI A DIFESA DEI LAVORATORI.

VENNE ARRESTATO DALLA MILIZIA FASCISTA MENTRE AFFIGGEVA MANIFESTI A SOSTEGNO DI UNO SCIOPERO SINDACALE. LO SCIOPERO È UN DIRITTO!

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TI HO PRESO!


LA GIUSTIZIA TRIONFERÀ!

alfonso del prete

VENNE PROCESSATO PER PROPAGANDA ANTIFASCISTA.

CONDOTTO IN CARCERE A ROMA, NEL 1931 SCONTÒ OTTO MESI A REGINA COELI.

È ANTIFASCISTA!

VENNE POI LIBERATO E RITORNÒ A SANT’ARPINO.

È IN CASA? VEDIAMO

GLI VENNE DATO L’OBBLIGO DI DIMORA IN CASA E UNA RONDA OGNI SERA PASSAVA A CONTROLLARE.

ALLA SUA MORTE, IL PARTITO COMUNISTA DI SANT’ARPINO GLI DEDICÒ LA SEZIONE LOCALE.

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I

l secondo conflitto del Novecento venne definito mondiale in quanto, così come già accaduto per il primo, vi parteciparono nazioni di tutti i continenti. La guerra ebbe inizio il 1° settembre 1939 con l’invasione della Polonia da parte della Germania e terminò, in Europa, l’8 maggio 1945 con la resa tedesca. In Asia, invece, il conflitto bellico si concluse il 2 settembre 1945 a seguito della capitolazione dell’Impero Giapponese duramente provato dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Questa guerra viene considerata il più grande conflitto armato della storia e costò all’umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri. Anche le popolazioni civili si trovarono direttamente coinvolte nel combattimento a causa dell’utilizzo di armi potenti e annientatrici, spesso deliberatamente indirizzate contro obiettivi non militari. Nel corso della guerra si consumò la tragedia dell’Olocausto perpetrata dai nazisti nei confronti degli ebrei: nei campi di sterminio nazisti, sei milioni di ebrei vennero barbaramente uccisi. Complessivamente, tra militari e civili, i morti in Europa furono circa trenta milioni, di questi ben 300.000 erano italiani. In questa immane tragedia anche Sant’Arpino versò il proprio tributo di sangue con trenta morti, fra combattenti e civili. In quegli anni la popolazione per sfuggire ai bombardamenti aerei si rifugiava nelle grotte di tufo molto presenti nel centro storico santarpinese, trasformando quello spazio, che veniva utilizzato per conservare il vino, in un rifugio antiaereo. Fra i caduti, alcuni, come Matteo Correggia, Antimo Tramontano e Antonio Vivenzio, persero la vita al freddo della neve sul fronte russo; altri, come Francesco Sagliocco, Francesco Cominale, Umberto Cominale, morirono nelle acque del mar Mediterraneo a causa dell’affondamento delle nave su cui si trovavano; altri ancora, come Alfonso Cinquegrana, Domenico Lettera ed Elpidio Bottigliero caddero nel continente africano; tanti, infine, i dispersi di cui non si è mai più avuta alcuna traccia. Umberto Del Prete morì per l’affondamento del suo sommergibile, uscito per un’operazione di guerra nel giugno del 1940 al largo delle coste algerine. A lui venne dedicata una strada del paese. Enrico Raucci, motorista della 189° Squadriglia della Regia Aeronautica, dopo aver ricevuto (nel 1940) una croce di guerra al valor militare per un’azione di coraggio nei cieli del Mediterraneo, perse la vita in volo (dicembre 1941). Gennaro Mormile, soldato di un Reggimento di Fante-

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la seconda guerra mondiale

ria, dopo l’8 settembre del 1943 si arruolò nelle file partigiane del territorio ligure (Comando Piccolo San Bernardo - Gruppo di Combattimento Aosta) partecipando attivamente alle battaglie per la lotta di liberazione. Per rappresaglia venne fucilato dai Nazifascisti in località cimitero a Ivrea (novembre 1944) e in questa città fu sepolto. A lui nel novembre 1999, l’amministrazione comunale dedicò una strada. Durante i bombardamenti della guerra, le grotte sotterranee scavate nel tufo, anche se fredde e buie, divennero dei rifugi antiaerei per i santarpinesi che qui mettevano al riparo dalle bombe soprattutto i loro figli. Fra i tantissimi santarpinesi che presero parte alla seconda guerra ma che ebbero la fortuna di tornare a casa, c’era anche Ferdinando Di Carlo, sindaco democristiano del secondo dopoguerra. Nel 1948 fu poi costituita a Sant’Arpino, con sede in via Piave, l’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, sodalizio che raccoglie i superstiti delle due guerre mondiali. Primo presidente ne divenne Luigi D’Elia a cui successe dopo qualche anno il maggiore Rodolfo Spanò.

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NEL SETTEMBRE DELPRODOTTE 1939 I TEDESCHI INVASERO LA POLONIA. VOLEVANO DOMINARE LE CALZE VENIVANO DA MANI ABILI ED ESPERTE. L’EUROPA.

LO SCOPPIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE VENNE ANNUNCIATO DALLA RADIO.

MOLTE NAZIONI VENNERO BEN PRESTO COINVOLTE NEL CONFLITTO. ENTRIAMO IN GUERRA!

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LE CANTINE SCAVATE NEL TUFO DIVENTARONO RIFUGIO ANTIAEREO. QUI SIAMO AL SICURO


la seconda guerra mondiale

IL SANTARPINESE UMBERTO DEL PRETE MORÌ PER AFFONDAMENTO DEL SOMMERGIBILE PRAVANA, COLPITO DA UNA CANNONIERA FRANCESE. MATTEO CORREGGIA PERSE LA VITA NEL FREDDO DEL FRONTE RUSSO.

GENNARO MORMILE SI ARRUOLÒ DOPO L’8 SETTEMBRE NELLE FILE PARTIGIANE.

MORMILE VENNE CATTURATO E FUCILATO DAI NAZIFASCISTI A IVREA NEL 1944.

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P

adre Pasquale Ziello nacque a Sant’Arpino il 2 settembre 1901 da Salvatore e Maria Cinquegrana. Fin da bambino fu affascinato dall’idea del sacerdozio: a dieci anni entrò nel Seminario di Aversa; a diciotto passò nel Seminario Regionale di Posillipo. Nella Cattedrale di Aversa, il 22 dicembre 1923, fu ordinato sacerdote. Dopo alcuni anni di insegnamento nel Seminario aversano, ove brillò per cultura e saggezza, decise di dedicarsi alle missioni. Lasciò la famiglia con non poche resistenze. Si racconta che il padre al momento della partenza gridò: « Ammazzami piuttosto ma non lasciarci così. Aspetta prima a chiudere gli occhi a tua madre e a me». E la sorella minore aggiunse: « Traditore! Dunque, tu vuoi più bene ai cinesi che a noi? »1. Il 16 luglio del 1926 entrò nel Seminario Missionario di Ducenta (CE) e da lì, dopo un mese, passò al PIME di Monza per l’anno di noviziato. Nell’agosto del 1927 ricevette dal superiore generale padre Paolo Manna il mandato dell’evangelizzazione e nel febbraio del 1928 gli toccò in sorte la missione di Toungoo, nella Birmania orientale. Qui lavorò ininterrottamente, prima come rettore nel Seminario e poi, dal 1934 al 1974, come vicario generale e procuratore delle Missioni. Da esperto in Teologia Drammatica e Diritto Canonico a lui ricorrevano per consulto anche altri vescovi della Birmania. I primi anni di padre Ziello in Birmania furono anni difficili per la situazione politica e sociale del Paese contrassegnato da rivolte interne, separazioni e dalla seconda guerra mondiale. Furono anni in cui si registrò ogni sorta di angheria contro i missionari italiani, tra cui alcuni barbaramente uccisi come il padre Mario Vergara, allievo di padre Ziello. Decisivo il suo contributo nella conversione alla religione cattolica del colonnello Maung e nella promozione di tanti eventi religiosi in grado di radunare migliaia di fedeli. Dopo trent’anni, nel 1957, padre Ziello ritornò in Italia per partecipare alla V Assemblea generale del PIME: a Sant’Arpino fu accolto con una grande festa cui presero parte migliaia di suoi concittadini. Dopo otto mesi intensi rientrò in Birmania, dedicandosi tra l’altro alla costruzione di un piccolo Cottolengo capace di ospitare oltre cinquanta invalidi. Nel 1961, dopo tre decenni di appassionato apostolato, fu trasferito dalla diocesi di Toungoo a quella di Taunggyi. Nel 1962, con 1 F. GERMANI -Padre Pasquale Ziello-P.I.M.E. Napoli 1985, pag. 52.

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pasquale ziello

un colpo di Stato, assunse il potere il generale Ne Win che impose al Paese un’educazione socialista nel senso birmano, cioè materialista e atea. Furono nazionalizzate industrie, banche, ospedali e scuole tra cui anche quelle cattoliche, rendendo di fatto complicate le attività assistenziali ed educative dei vari ordini religiosi operanti sul territorio. Padre Ziello durante il regime subì molte restrizioni per le sue attività e i suoi spostamenti. In questi anni di rigore, egli intensificò la propria attività editoriale pubblicando circa venti libri che ne confermano l’alta cultura e la profondità del suo pensiero cristiano. Nel 1973, complici anche le precarie condizioni fisiche, accettò di rientrare in Italia e, dopo un periodo di tempo trascorso nella sua Sant’Arpino, preferì ritirarsi nella casa di cura e riposo del PIME a Rancio di Lecco (Como). Fu qui che il 21 maggio 1976 ricevette l’ultima chiamata di Dio. La sua salma fu portata nel piccolo cimitero del PIME alla Villa Grugana, in Calco (Co), ove tuttora riposa. Sant’Arpino, orgogliosa dell’opera svolta dal proprio figlio, nel 1998 dedicò una strada a padre Ziello.

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A SOLI NOVE ANNI IL PICCOLO PASQUALE ESPRESSE IL DESIDERIO DI ANDARE IN SEMINARIO.

A DIECI ANNI ENTRÒ NEL SEMINARIO DI AVERSA.

AVETE CAPITO?

PAPÀ VOGLIO DIVENTARE PRETE!

SÌ MAESTRO!

A ME PIACE PASQUALE QUELLA DEL MISSIONARIO È UNA VITA DURA!

NEL 1922 INCONTRÒ IL MISSIONARIO PADRE PAOLO MANNA E NE RIMASE AFFASCINATO.

NEL LUGLIO DEL 1926 ENTRÒ NEL SEMINARIO MISSIONARIO DI DUCENTA, IN PROVINCIA DI CASERTA, E POI PASSÒ AL P.I.M.E. DI MONZA PER L’ANNO DI NOVIZIATO.

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pasquale ziello DALLE MANI DEL CARDINALE DI MILANO RICEVETTE IL CROCIFISSO SIMBOLO DEI MISSIONARI E GIURÒ FEDELTÀ ETERNA AL P.I.M.E..

DAL PORTO DI GENOVA PARTÌ PER L’ORIENTE IN COMPAGNIA DI ALTRI VENTI MISSIONARI.

SBARCATO IN INDIA FU TRATTENUTO ALCUNI MESI NELLA MISSIONE DI HYDERABAD PER IMPARARE L’INGLESE.

NEL MARZO DEL 1928 ARRIVÒ IN BIRMANIA, CHE DIVENNE LA SUA BASE MISSIONARIA.

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NEL 1930 DIVENNE RETTORE DEL SEMINARIO DELLA MISSIONE DELLA CITTADINA DI TOUNGOO IN BIRMANIA.

LI AIUTERÒ CON LA FEDE!

LA BIRMANIA NEGLI ANNI TRENTA ERA UNA TERRA SELVAGGIA PIENA DI INSIDIE E SENZA VIE DI COMUNICAZIONE EFFICACI.

SPESE LA SUA VITA AL SERVIZIO DEI BIMBI DELLA MISSIONE. BAMBINI SIATE BRAVI! CERTO PADRE!

326 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


pasquale ziello

NEGLI ANNI CINQUANTA, LOTTE FRATICIDE SCONVOLSERO LA BIRMANIA. ANCHE LA MISSIONE SUBÌ DANNI, LUTTI E DEVASTAZIONI.

PADRE ZIELLO RICOSTRUÌ LA MISSIONE E CONVERTÌ ANCHE UN GENERALE BUDDISTA BIRMANO. PADRE MI PERDONI. DIVENTO CRISTIANO

AVVICINERÒ ALTRI GIOVANI ALLA MISSIONE

PIENO DI ESPERIENZA E DI CULTURA SI DEDICÒ ALLA SCRITTURA. PUBBLICÒ BEN QUINDICI LIBRI E NUMEROSI ARTICOLI, MOLTI DEI QUALI IN LINGUA BIRMANA. ARRIVATO A SANT’ARPINO NEL 1973, FESTEGGIÒ IL SUO CINQUANTESIMO ANNO DI SACERDOZIO IN ITALIA. POI PARTÌ PER LECCO DOVE MORÌ NEL 1976.

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N

ell’ambito del XX secolo una particolare menzione merita la famiglia di Tiberio e Antonietta De Blasio per aver dato al paese ben tre sacerdoti: Raffaele, Antimo e Nicola. Tutti hanno dato lustro alla loro terra natia, predicando il Vangelo con umiltà e passione, lasciando in ogni posto ove hanno operato un ricordo indelebile della loro religiosità. Raffaele Boerio nacque a Sant’Arpino nel 1907 e sin da piccolo si distinse per i suoi comportamenti docili ed educati. Sull’esempio dei suoi genitori era assiduo frequentatore della parrocchia. Don Antonio Limone, parroco dell’epoca, padrino di cresima di Raffaele, lo convinse a iscriversi (settembre 1917) al Seminario di Aversa, ove iniziò il percorso di studi, interrotto solo per un breve periodo a causa della guerra. Sostenne gli esami previsti dal Seminario Pontificio di Posillipo, risultando primo. Il 16 luglio del 1932 coronò il suo sogno diventando sacerdote. Dopo aver ricoperto varie cariche all’interno del Seminario di Aversa, nel 1939 monsignor Antonio Teutonico, vescovo di Aversa, gli affidò la parrocchia di san Marcellino, nell’omonimo paese. Umile e disponibile ben presto raccolse la stima di tutti gli abitanti della comunità. Portò entusiasmo nelle associazioni cattoliche, restaurò la chiesa, acquistò una casa canonica, rinvigorì la fede nei suoi parrocchiani. Morì nel 1943 a soli trentasei anni colpito da una grave malattia allo stomaco. Antimo Boerio nacque a Sant’Arpino nel 1911 e all’età di dodici anni, accompagnato da padre Pasquale Ziello, entrò nel seminario del PIME di Ducenta, ove compì gli studi ginnasiali. Completò poi il suo percorso di formazione a Milano, dove venne ordinato sacerdote dal cardinale Schuster, nel settembre del 1934. Partì, dopo poco, come missionario per la lontana Cina dove si impegnò per la diffusione della religione cristiana, predicando in tante città cinesi. Dopo lo scoppio della guerra cino-giapponese, venne rinchiuso per tre anni in un campo di concentramento. Uscito dal campo di prigionia, continuò la sua missione per la Cina. Nel 1948, dopo quattordici anni, fu costretto a lasciare il paese a seguito dell’avvento dei comunisti al potere. Si trasferì a Hong Kong, territorio inglese in cui trovarono rifugio anche altri ordini religiosi, e qui si dedicò alla scrittura di testi religiosi. Nel 1950 ritornò in Italia e dopo due anni di permanenza in patria, il PIME decise di inviarlo missionario negli Stati Uniti

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i fratelli boerio

d’America. Fu prima impiegato a Detroit nell’ufficio stampa e propaganda con il compito di tenere i contatti con i missionari sparsi nel mondo, poi divenne parroco in una parrocchia dell’Ohio. Girando per gli USA incontrò anche la comunità santarpinese presente a New York, che si ritrovava nella chiesa di sant’Anna. Nel 1957 tornò in Italia, ricoprendo diversi incarichi amministrativi per il PIME. Si spense nel 1998 dopo aver scritto (nel 1995) un libro sulla sua vita da missionario nel mondo, vita vissuta con profondità e generosità tanto da lasciare un segno indelebile come testimoniano gli attestati di ringraziamento rivolti in più occasioni al missionario. P. Ferdinando Germani del PIME, il 7 ottobre del 1984, durante la solenne messa di commemorazione di mezzo secolo di ordinazione sacerdotale di P. Antimo ebbe a dire: «La celebrazione di un 50° anniversario di vita sacerdotale non deve essere un avvenimento transeunte; deve far riflettere specialmente la gioventù. S. Arpino ha dato alla Chiesa, alle Missioni, al PIME due valorosi missionari: P. Ziello, 46 anni di vita missionaria in Birmania, P. Boerio (il quale mi ha confidato che deve la sua vocazione missionaria all’esempio del suo concittadino, che superando forti ostacoli opposti dalla famiglia, realizzò la sua vocazione all’apostolato tra le genti). Ebbene la tradizione apostolica di S. Arpino non può, non deve essere interrotta. L’esempio di questi due missionari deve essere seguito!»1. Il 15 settembre del 1994, il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Giovanni Paolo II, indirizzò al missionario santarpinese il seguente telegramma: «A P. Antimo che con profonda riconoscenza al Signore celebra il 60° anniversario di ordinazione presbiterale, il Sommo Pontefice ama esprimere vive felicitazioni e mentre invoca su di lui da Cristo - sommo ed eterno sacerdote - ulteriore effusione elette consolazioni e grazie celesti. Augurando ancora fecondo servizio ecclesiale gli imparte di cuore implorata benedizione apostolica che volentieri estende a parenti come pure ai presenti al sacro rito giubilare e intera comunità parrocchiale». Nicola Boerio nacque a Sant’Arpino nel 1914 e la sua vocazione sacerdotale fu influenzata dalla presenza in famiglia dei suoi due fratelli maggiori e dal forte sentimento religioso dei genitori. Nel 1927 entrò nel convento dei Missionari 1 P.F. Germani, P. Antimo Boerio - missionario apostolico del PIME, Sant’Arpino 7 ottobre 1984

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dei Sacri Cuori di Secondigliano e vi studiò per sette anni. Si trasferì poi a Roma per frequentare la facoltà di Teologia all’Università Pontificia di Propaganda Fide. Nel 1937 fu ordinato sacerdote. Ritornò a Secondigliano dedicandosi all’educazione dei fanciulli dell’oratorio della Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori. Quattro anni dopo venne nominato rettore, realizzando importanti opere per l’istituto e per i ragazzi che volevano studiare. Fu poi primo parroco della nuova parrocchia dei Sacri Cuori e infine, nel 1969, venne eletto Superiore Generale della Congregazione. Morì nel febbraio del 1980 compianto da tutto l’istituto per l’immenso lavoro svolto. Riposa nella cappella di famiglia insieme ai due fratelli Raffaele e Antimo.

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i fratelli boerio

RAFFAELE BOERIO ERA UN RAGAZZO MOLTO EDUCATO.

NEL SETTEMBRE 1917 SI ISCRISSE AL SEMINARIO DI AVERSA.

RAFFAELE SEI PRONTO AL SACERDOZIO?

SÌ PADRE

SERVIRE DIO È IL MIO SOGNO

NEL 1932 DIVENNE SACERDOTE.

VIVA IL PARROCO!

NEL 1939 GLI FU ASSEGNATA LA PARROCCHIA DI SAN MARCELLINO.

IN QUESTA COMUNITÀ SERVIRÒ IL SIGNORE

NEL COMUNE DI SAN MARCELLINO VENNE BEN PRESTO APPREZZATO E STIMATO DA TUTTI PER IL SUO IMPEGNO A FAVORE DELLA COLLETTIVITÀ.

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PORTERÒ LA FEDE DI CRISTO NEL MONDO

SEI PICCOLO!

MI PORTI CON TE?

IL PICCOLO ANTIMO FIN DA BAMBINO FU ATTRATTO DAL FASCINO DEI MISSIONARI.

PER QUESTO MOTIVO DIVENTÒ SACERDOTE.

LA SUA PRIMA MISSIONE FU NELLA LONTANA CINA. CRISTO È AMORE!

VENNE POI MANDATO A DETROIT PER TENERE I CONTATTI CON I MISSIONARI. I MISSIONARI DI TUTTO IL MONDO GLI SCRIVEVANO. CARO ANTIMO TI SCRIVO...

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HO VIAGGIATO NEL MONDO SEMPRE CON SANT’ARPINO NEL CUORE!


i fratelli boerio

NICOLA BOERIO VENNE FORMATO DAI GENITORI CON SPIRITO CRISTIANO.

ENTRÒ NEL CONVENTO DEI MISSIONARI DEI SACRI CUORI E VI STUDIÒ PER SETTE ANNI.

BRAVO! QUESTO LIBRO È INTERESSANTE VOGLIO AMARE GESÙ!

I MISSIONARI DEI SACRI CUORI SONO LA MIA VITA

NELLO STESSO CONVENTO IN CUI AVEVA STUDIATO NICOLA DIVENTÒ RETTORE. REALIZZÒ OPERE IMPORTANTI PER I FANCIULLI DELL’ORATORIO.

NEL 1969 VENNE ELETTO SUPERIORE GENERALE DELLA CONGREGAZIONE. CON L’AIUTO DI DIO ASSOVERÒ QUESTO DELICATO COMPITO

VI AIUTO IO! GRAZIE

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A

modio D’Anna nacque a Sant’Arpino in via Compagnone il 29 giugno 1889. Fu il primo dei sette figli di Raffaele e Maria Teresa Boerio. Dopo gli studi si avviò alla professione di commerciante ma interruppe ben presto la sua attività poiché allo scoppio della prima guerra mondiale, insieme ai fratelli Leone e Francesco, venne arruolato per il fronte, ove rimase per diversi anni. I suoi due fratelli perirono in combattimento e alla memoria del tenente Leone D’Anna venne dedicata la strada di Sant’Arpino che fino ad allora si chiamava santa Maria d’Atella. Finita la guerra Amodio D’Anna, ormai dedito alla professione di commerciante, nel giugno del 1919 sposò la signorina Elena Perrotta di Succivo. Da questo matrimonio non nacquero figli. Di spirito democratico e convinto pacifista, attratto da idee di libertà e uguaglianza, aderì al Partito Socialista Italiano e quando nel marzo del 1946 un decreto prefettizio ricostituì il comune di Sant’Arpino, precedentemente fuso con Orta e Succivo nell’unico comune di Atella di Napoli, Amodio D’Anna si impegnò con passione nella politica del neo ricostituito comune. Il 20 ottobre del 1946 si svolsero le prime elezioni amministrative e Amodio D’Anna si candidò in una lista civica di socialisti e comunisti che come simbolo aveva un contadino con in mano la vanga. Le prime elezioni amministrative dell’Italia Repubblicana nei comuni sotto i trentamila abitanti si svolsero con un sistema elettorale detto Panachage nel quale l’elettore sceglieva il consigliere comunale da eleggere. Con tale sistema l’elettore poteva votare per un numero massimo di sedici consiglieri comunali e scegliere anche all’interno di un’altra lista. Se votava, invece, il simbolo della lista che conteneva venti candidati allora l’elettore doveva cancellarne quattro per non superare il numero massimo di sedici. Il sindaco era poi votato nella prima seduta di consiglio dopo la convalida degli eletti. Per la prima volta votarono anche le donne: l’affluenza e la tensione furono altissime. La Democrazia Cristiana si presentò con una lista che aveva come simbolo l’effige di sant’Elpidio e come candidato sindaco Raffaele Giordano, imparentato con la potente famiglia dei Magliola, antichi proprietari terrieri. Amodio D’Anna venne eletto consigliere comunale e poi primo sindaco di Sant’Arpino del dopoguerra. Infatti, la lista di socialisti e comunisti sconfisse quella della Democrazia Cristiana, eleggendo sedici consiglieri su venti nel pri-

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amodio d’anna

mo consiglio comunale dell’Italia Repubblicana. Gli elettori santarpinesi in quella consultazione furono 1879, due sole le sezioni elettorali e due sole le liste in competizione. Furono eletti consiglieri comunali di maggioranza: Amodio D’Anna, Oreste Plazza, Gennaro Esposito, Elpidio Dell’Aversana, Pasquale Compagnone, Elpidio Del Prete, Carmine Ronza, Luigi D’Elia, Elpidio Iorio, Francesco Lettera, Pasquale Dell’Aversana, Domenico D’Alia, Giovanni D’Antonio, Vincenzo Legnante, Domenico De Cristofaro, Umberto Finelli. Vennero eletti consiglieri di minoranza nella lista della Democrazia Cristiana: Raffaele Giordano, Ferdinando Di Carlo, Eugenio Boerio, Vincenzo D’Antonio. Furono invece nominati assessori effettivi: Oreste Plazza, Gennaro Esposito, Domenico D’Alia e Vincenzo Legnante, che collaborarono attivamente con il neo sindaco D’Anna. Assessori supplenti furono nominati: Domenico De Cristofaro e Francesco Lettera. Vicesindaco venne nominato il socialista Oreste Plazza. Primo atto del neo consiglio del 1947 fu una richiesta, votata da tutti i consiglieri e inoltrata poi alla autorità superiori, per il ritorno del comune di sant’Arpino nella provincia di Napoli. Quest’atto trovava fondamento nel fatto che sant’Arpino era stato sempre in provincia di Napoli e solo nel 1946 venne aggregato alla neo costituita provincia di Caserta. La richiesta, sebbene votata all’unanimità e sebbene molto sentita dalla popolazione che si sentiva fortemente legata a Napoli, non venne accolta e da allora Sant’Arpino iniziò a far parte della provincia casertana. Altro atto politico importante del consiglio comunale fu la decisione di cambiare il nome alla piazza del paese, da Umberto I in Giacomo Matteotti e nel contempo di trasformare via san Giacomo in via Antonio Gramsci. La nuova toponomastica passò in consiglio comunale con i voti determinanti dei socialcomunisti, poi però si perse nei meandri tortuosi di successivi passaggi burocratici. In questo periodo l’attività amministrativa si concentrò soprattutto sulla ricostruzione degli organismi comunali che erano stati soppressi durante il periodo di Atella di Napoli. Il sindaco e la sua giunta si impegnarono in una costante opera di ricostruzione dell’apparato amministrativo e burocratico del neoricostituito comune, in cui mancava tutto. In consiglio comunale vennero nominate le numerose commissioni consiliari che a quel tempo avevano competenza amministrativa su annona, tasse e assistenza. Durante questo mandato amministrativo furono ricostituiti gli uffici

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comunali con dipendenti provenienti dal disciolto comune di Atella di Napoli. Inoltre vennero assunti nuovi impiegati comunali fra i quali due spazzini, un fontaniere, un custode del cimitero comunale, un portalettere, un messo comunale. La giunta si impegnò in un lavoro costante e proficuo di elaborazione e approvazione di regolamenti comunali di cui il ricostituito comune era sprovvisto e dei quali vi era urgente necessità per la normale pratica amministrativa del paese. Con la delibera n°15 del 1947, il consiglio comunale stanziò 16.500.000 lire per costruire la rete fognaria nelle vie principali del paese che ne erano totalmente sfornite. Altra iniziativa importantissima della neo giunta fu l’accordo per la riduzione dell’estaglio sulla canapa nel quale i contadini santarpinesi tanto avevano sperato e per il quale tante aspettative avevano riposto votando la lista socialcomunista. L’accordo fra canapicoltori e proprietari terrieri, il primo in tutto la provincia di Caserta, si raggiunse nell’aprile del 1947 grazie alla tenacia e all’abile mediazione del sindaco. Il 26 settembre del 1951 il comune venne sconvolto da un tremendo nubifragio con numerosi crolli di case lungo via Compagnone causando un numero elevato di sfollati e senza tetto. Il consiglio comunale fu subito convocato d’urgenza dal sindaco che avanzò una richiesta di aiuto straordinario al Governo per fronteggiare i gravi danni subiti con l’alluvione. Nel contempo si avviarono le pratiche amministrative per la costruzione di case per gli alluvionati. In quello stesso anno divenne segretario provinciale casertano del Partito Comunista il giovane Giorgio Napolitano, che nel corso del suo mandato si recò tantissime volte a Sant’Arpino in quanto era uno dei pochissimi paesi della provincia amministrato da una giunta socialcomunista. Il 25 maggio del 1952 si tennero le elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale. La lista della Democrazia Cristiana, capeggiata dal candidato sindaco Giuseppe Giordano, raccolse 800 voti mentre la lista dei socialcomunisti, denominata Tromba per la rinascita del Mezzogiorno e capeggiata da Amodio D’Anna, raccolse 1100 voti. L’8 giugno 1952 s’insediò il nuovo consiglio comunale composto da sedici consiglieri di maggioranza (Amodio D’Anna, Oreste Plazza, Vincenzo Legnante, Alfonso Dell’Aversana, Elpidio Di Serio, Rodolfo Spanò, Pasquale Cicatiello, Salvatore Cinquegrana, Roberto Compagnone, Francesco Lettera fu Paolo, Elpidio Del Prete, Carmine Ronza, Gennaro Espo-

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sito, Domenico De Cristofaro, Francesco Lettera fu Pasquale, Giuseppe Tanzillo) e da quattro consiglieri di minoranza (Giuseppe Giordano, Ferdinando Di Carlo, Giuseppe D’Elia e Stefano Domenico Cicala). Venne rieletto sindaco Amodio D’Anna, che restò in carica fino al 1956. Furono nominati assessori effettivi: Vincenzo Legnante, Rodolfo Spanò, Oreste Plazza, Gennaro Esposito e assessori supplenti Domenico De Cristofaro ed Elpidio Di Serio. Vice sindaco venne riconfermato Oreste Plazza. Ai comizi per la vittoria della lista, tenutisi in piazza Umberto I, partecipò anche Giorgio Napolitano, segretario provinciale del Partito Comunista. Nel 1953, in seguito a un’interrogazione che aveva come primo firmatario l’avvocato Legnante, il consiglio deliberò d’incaricare il sindaco e i consiglieri Stefano Domenico Cicala e Gennaro Esposito affinché a nome del consiglio si portassero presso il titolare della fabbrica Puca per risolvere in modo più favorevole e soddisfacente le richieste delle operaie per quanto riguardava sia il trattamento lavorativo che la retribuzione a esse dovuta. Nello stesso anno fu costituita in consiglio comunale un’apposita commissione per dare degna sepoltura nel cimitero comunale ai resti mortali del famoso concittadino Luigi Compagnone, fino ad allora sepolto a Napoli. Con la delibera n° 14 del 1954 il consiglio comunale individuò un suolo in via Compagnone per la costruzione di alloggi INA - Casa. Nel 1955, l’amministrazione comunale deliberò di acquistare 4595 mq per la costruzione della strada comunale che unisce via san Giacomo con la provinciale Aversa-Caivano, gettando così le basi per la costruzione dell’attuale via De Gasperi che a quel tempo aveva la funzione di circumvallazione. Amodio D’Anna durante questo suo secondo mandato riuscì inoltre, con specifici atti amministrativi, a favorire l’istituzione di una linea automobilistica per un servizio di autobus per il collegamento con Napoli onde facilitare l’arrivo al lavoro dei tantissimi pendolari sprovvisti di auto propria. L’amministrazione D’Anna, nello stesso anno, concesse in perpetuo alla Congrega del Purgatorio di Sant’Arpino un suolo di 89 mq all’interno del Cimitero per la costruzione della cappella tuttora esistente. Stanziò, inoltre, i fondi per la costruzione di cinquanta nuovi loculi al cimitero comunale. Altra importante iniziativa fu la realizzazione di diversi punti di pubblica

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illuminazione nelle principali vie del paese, che in quel tempo ne erano completamente sprovviste. Nelle elezioni amministrative del 1956 Amodio D’Anna non si candidò e la lista socialcomunista Tromba fu sconfitta dalla lista della Democrazia Cristiana capeggiata da Ferdinando Di Carlo. D’Anna si candidò di nuovo nel 1960 e fu eletto consigliere di opposizione. Ritiratosi a vita privata, morì a Sant’Arpino il 12 agosto 1968 dopo aver ricevuto la croce di Cavaliere di Vittorio Veneto per la sua partecipazione alla prima guerra mondiale. A lui fu dedicata una strada del comune.

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ABBIAMO UNA FAMIGLIA NUMEROSA

amodio d’anna

PRIMO DI SETTE FIGLI AMODIO D’ANNA NACQUE IL 29 GIUGNO 1889.

LO SCOPPIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE LO CATAPULTÒ AL FRONTE.

SÌ CAPITANO!

AMODIO ATTENTO CHE È PERICOLOSO!

È STATO DURO MAMMA!

GRAZIE A DIO SEI VIVO!

FINITA LA GUERRA RITORNÒ A CASA SANO E SALVO.

VIVA GLI SPOSI!

NEL GIUGNO DEL 1919 SI SPOSÒ.

TRASCORSE A SANT’ARPINO LA SUA VITA.

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LA CADUTA DEL REGIME FASCISTA RIPORTÒ LA LIBERTÀ. VIVA ATELLA DI NAPOLI!

VIVA LA DEMOCRAZIA!

CON L’ARRIVO DEI FASCISTI NACQUE ATELLA DI NAPOLI.

VINCEREMO!

VIVA AMODIO!

SARÀ SINDACO

ANIMATO DA IDEALI DI GIUSTIZIA SI CANDIDÒ A SINDACO NELLE ELEZIONI DEL 1946. CONTRO I SOCIALCOMUNISTI SI SCHIERÒ LA LISTA DEMOCRISTIANA. VIVA LA DEMOCRAZIA CRISTIANA!

CHE BELLO VOTARE E SCEGLIERE

IL VENTI OTTOBRE 1946 SI VOTÒ.

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amodio d’anna

HO UNA GRANDE RESPONSABILITÀ!

LA LISTA SOCIALCOMUNISTA VINSE. DAL BALCONE DEL PALAZZO DUCALE SVENTOLAVA LA BANDIERA ROSSA.

DOBBIAMO DECIDERE

LA GIUNTA COMUNALE SI RIUNIVA SPESSO PER DELIBERARE.

AMODIO D’ANNA VENNE ELETTO SINDACO.

QUESTO PAESE HA BISOGNO DI TUTTO

IL SINDACO D’ANNA ERA SEMPRE AL LAVORO.

IL 26 SETTEMBRE DEL 1951 UNA TREMENDA ALLUVIONE SI ABBATTÈ SUL PAESE. LA PIOGGIA INCESSANTE PROVOCÒ CROLLI IN VIA COMPAGNONE.

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IL SINDACO SI ATTIVÒ PER GLI AIUTI AGLI SFOLLATI.

DOBBIAMO SLOGGIARE

NEL 1952 D’ANNA SI RICANDIDÒ ALLA TESTA DI UNA LISTA DI SINISTRA. FU RIELETTO SINDACO DI SANT’ARPINO GRAZIE AL VOTO MASSICCIO DI CONTADINI E OPERAI.

GRAZIE!

SI IMPEGNÒ PER UNA LINEA DI AUTOBUS PER IL TRASPORTO DEI LAVORATORI A NAPOLI.

342 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO

TI ABBIAMO VOTATO

PORTÒ LA PUBBLICA ILLUMINAZIONE IN MOLTE STRADE.


amodio d’anna

IN QUEGLI ANNI LA SCUOLA DI AVVIAMENTO ERA UN VANTO PER IL PAESE. NON TEMETE!

SINDACO CI SERVE AIUTO!

IL SINDACO D’ANNA SEGUIVA PERSONALMENTE I PROBLEMI. NELLE OFFICINE DELLA SCUOLA VENIVANO ADDESTRATI I FUTURI OPERAI.

DOCENTI ESPERTI SEGUIVANO GLI STUDENTI. OTTIMO!

BRAVO ELPIDIO

PROFESSORE CI SONO RIUSCITO

POSTA NEL PALAZZO DUCALE, LA SCUOLA ATTIRAVA ALUNNI DA TUTTO IL CIRCONDARIO.

IL CORTILE DEL PALAZZO DUCALE ERA PIENO DI BICICLETTE USATE COME MEZZO DI TRASPORTO DEGLI ALUNNI.

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CIAO GIORGIO

CIAO AMODIO

GIORGIO NAPOLITANO ED AMODIO D’ANNA SPESSO SI INCONTRAVANO A CASERTA. NEI PUBBLICI COMIZI PARLAVANO AL POPOLO. BRAVO AMODIO!

BRAVO GIORGIO!

IL SINDACO È AMICO DI TUTTI!

NAPOLITANO SPESSO VENIVA A SANT’ARPINO PER QUESTIONI POLITICHE.

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DIMMI

amodio d’anna

IL SINDACO D’ANNA RICEVEVA TUTTI AL COMUNE.

I CITTADINI NE PARLAVANO BENE. È BRAVO E ONESTO!

AMODIO NON C’È IN LISTA!

ALLE ELEZIONI DEL 1956 NON SI CANDIDÒ. AMODIO D’ANNA MORÌ A SANT’ARPINO IL 12 AGOSTO 1968 DOPO AVER RICEVUTO LA CROCE DI VITTORIO VENETO.

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N

egli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, in gran parte della provincia casertana, in particolare nella zona atellana, la coltivazione della canapa, che precedentemente copriva oltre il 50% della superficie agraria coltivata, iniziò un lento ma inesorabile declino. I disastri causati dal passaggio di due eserciti nel corso del 1943, la permanenza sul territorio delle truppe alleate per tutta la primavera del 1944 e la grande siccità che colpì le campagne nell’annata del 1945, contribuirono ad aggravare la crisi del settore canapiero. Nonostante che la qualità della canapa campana fosse la migliore d’Italia, l’insieme di diversi fattori generò una forte depressione di questo comparto produttivo, con notevoli ripercussioni su tantissime famiglie che nella canapa avevano la loro fonte di sussistenza primaria. Il malcontento dei contadini, in quegli anni, era aggravato dalle condizioni disumane in cui erano costretti a lavorare. La stragrande maggioranza dei canapicoltori della provincia, inoltre, era costituita da affittuari ed essi subirono maggiormente la crisi del settore in quanto il crollo del prezzo della canapa non determinò una corrispondente diminuzione del canone di fitto. I margini di guadagno dei coltivatori erano davvero miseri anche e soprattutto a causa dell’estaglio, che consisteva nella consegna da parte dell’affittuario di una percentuale del raccolto di canapa oppure dell’equivalente in denaro al proprietario terriero. Per ogni moggio di terreno affittato, a fronte di una resa media di circa sei fasci, l’affittuario doveva al proprietario due fasci e mezzo di fibra di canapa oppure una somma equivalente in denaro in base ai prezzi stabiliti dal Consorzio Canapa. Un fascio mediamente pesava circa 71 Kg, di conseguenza un contadino, dopo enormi fatiche, da un moggio di terreno riusciva a produrre nella migliore delle ipotesi circa 426 kg. Di questo risultato, poi, doveva quasi la metà al proprietario del terreno nonostante questi non partecipasse minimamente alle spese di coltivazione né si curasse di sapere quanto fosse stato effettivamente il rendimento dell’annata. Al padrone del campo interessava unicamente incassare il dovuto in base a dei fitti concordati e non si preoccupava affatto di capire se quella parte di raccolto di canapa rimasto dopo l’estaglio fosse sufficiente a far vivere dignitosamente le persone che per quella produzione non avevano risparmiato sacrifici e sudore. Come se ciò non bastasse, i contadini dovevano delle

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napolitano e l’accordo sull’estaglio

ulteriori prestazioni ai loro locatori: a Pasqua erano obbligati a regalare una gallina per ogni moggio di terreno preso in fitto e a Natale un cappone. Questo stato di cose causò una forte agitazione sindacale in tutta la provincia che sfociò in una grossa manifestazione di protesta che si tenne a Caserta il 24 Agosto del 1946. Vi presero parte oltre quattromila agricoltori provenienti da tutti i comuni di Terra di Lavoro, compreso Sant’Arpino, rivendicando una condizione lavorativa migliore e soprattutto un estaglio meno esoso per tutti i canapicoltori affittuari. Al Prefetto di Caserta i contadini, rappresentati dalla Federterra, chiesero la riduzione del 50% dell’estaglio sui terreni con affitto a canapa, l’abolizione delle prestazioni extra e la partecipazione del proprietario alle spese per le migliorie del fondo1. L’imponente protesta non tardò a generare esiti positivi. Dopo diverse riunioni fra le parti, infatti, il 1 ottobre del 1946, nell’ufficio del Prefetto di Caserta si giunse a un accordo finale sottoscritto da: Associazione Provinciale degli Agricoltori, Federterra, Ispettore Provinciale dell’Agricoltura e Questore. L’accordo prevedeva: la riduzione del 25% dell’estaglio, che si applicava sia per i casi in cui l’estaglio fosse corrisposto direttamente in natura (fibra), sia per quelli in cui fosse versato in denaro parametrando l’estaglio al prezzo della canapa. Tuttavia, molti proprietari negarono ai contadini loro affittuari le diminuzioni decise nell’accordo e avviarono azioni giudiziarie contro i coloni che consegnavano l’estaglio in misura ridotta, ritenendo tale gesto in contrasto con il contratto di fitto siglato precedentemente. Anche a Sant’Arpino, dove i contadini in quegli anni erano per la stragrande maggioranza canapicoltori, si viveva questo grave conflitto e non poche furono le cause intentate contro i locatari da parte dei ricchi locatori fondiari. Per questo motivo, alle elezioni amministrative del 20 ottobre del 1946, le prime della storia repubblicana, i coloni parteciparono numerosi e compatti votando per il sindaco Amodio D’Anna, che capeggiava una lista civica di socialisti e comunisti. Tale compagine aveva come simbolo elettorale un contadino con in mano la vanga, appunto perché voleva testimoniare l’intento di fare proprie le rivendicazioni dei tantissimi canapicoltori santarpinesi. La vittoria di questo schieramento elettorale ebbe vasta 1 Cfr. Capobianco G. , La costruzione del partito nuovo in una provincia del Sud. Appunti e documenti sul P.C.I. di Caserta. 1944-1947, Edito da Di Mauro Franco, 2000

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risonanza in tutta la provincia casertana e diede più forza al movimento contadino che anche in altre comunità iniziò a organizzarsi con una propria rappresentanza politica. Malgrado questi forti segnali di protesta, ritenendo l’accordo del primo ottobre un limite al diritto di proprietà, i padroni avviarono una forte azione di intimidazione individuale nei confronti dei rispettivi affittuari in tutta l’area canapicola dei Regi Lagni. La magistratura, nel frattempo, incominciò a emettere le prime sentenze di sfratto nei confronti dei mezzadri. In qualche caso furono addirittura attuati dei sequestri conservativi di canapa ritenendo l’applicazione dell’accordo del primo ottobre una violazione del contratto stipulato fra colono e proprietario. Tanto bastò a suscitare una nuova e più vigorosa manifestazione di protesta da parte dei coltivatori di Terra di Lavoro che ebbe luogo a Caserta il 12 dicembre del 1946. Alla giornata di lotta aderirono circa diecimila canapicoltori, molti dei quali provenienti da Sant’Arpino. Arginati a malapena da oltre duecento carabinieri, i contadini sfilarono per le vie di Caserta fin sotto la prefettura. Per sedare gli animi, il Prefetto di Caserta decise di ricevere una folta delegazione dei canapicoltori partecipanti al corteo. In questa riunione, oltre a chiedere il pieno rispetto degli accordi del primo ottobre, venne anche sollecitato un decreto prefettizio che: rendesse obbligatorio l’accordo; facesse decadere i contenziosi avviati; reintegrasse nel possesso dei fondi i contadini già sfrattati. Il Prefetto, di fronte a tali richieste, si impegnò a convocare le associazioni degli agrari per chiedere loro il pieno rispetto dell’accordo. Dichiarò, inoltre, di aver intenzione di contattare la magistratura per evitare sanzioni ai canapicoltori che avevano ridotto l’estaglio. Purtroppo, nonostante l’impegno del Prefetto, le ostinazioni dei proprietari terrieri continuarono a rendere difficile l’attuazione dell’accordo. Per questo motivo, il 26 marzo del 1947 venne proclamato lo sciopero a oltranza dei canapicoltori. In tutto il territorio casertano i contadini si rifiutarono di seminare la canapa rinunciando così alla loro principale fonte di reddito pur di vedere migliorate le loro condizioni lavorative e ridotto quel gravoso e iniquo retaggio feudale dell’estaglio che tanto gravava sulle finanze familiari. Questo movimento di lotta provinciale venne coordinato dai sindacati della Federterra e della Federbraccianti, che contavano anche numerosi iscritti di Sant’Arpino. A seguito di questo sciopero si avviò una inizia-

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tiva dal basso che individuava nei municipi la sede per giungere ad accordi fra le parti con la mediazione del sindaco del comune. Il primo di questi accordi si raggiunse nell’aprile del 1947 a Sant’Arpino: il sindaco e la giunta costituirono un vero punto di forza per i contadini e soprattutto una sorta di protezione dai proprietari terrieri che in tutti i modi possibili tentavano di non addivenire a compromessi con i loro coloni. Nella sede municipale di Sant’Arpino, in via de Muro, alla presenza del sindaco Amodio D’Anna, i sindacati della Federterra e della Federbraccianti, dopo estenuanti trattative e lunghe riunioni, stipularono un accordo con i grossi detentori di suoli agrari del tempo quali i Magliola e i Casertano. L’intesa includeva la diminuzione dell’estaglio a canapa del 30% su tutti i terreni arborati, del 20% nella zona Starza e del 25% nella restante parte di territorio santarpinese. L’accordo, inoltre, eliminò completamente le cosiddette prestazioni che gli agricoltori annualmente dovevano ottemperare nei riguardi dei loro locatori. La composizione bonaria siglata a Sant’Arpino, per la modalità di confronto adottata e per l’innovatività delle finalità cui si era pervenuti, suscitò attenzione, interesse e approvazione in tutta la provincia casertana. Rappresentò un riferimento tanto valido da spianare la strada ad accordi analoghi che vennero successivamente stipulati in tante altre cittadine. Sant’Arpino, in tal modo, divenne un faro nelle tenebre della lotta dei diritti dei canapicoltori casertani. Non a caso il comune atellano (insieme a quello di Capodrise) alle elezioni politiche del 18 aprile del 1948 risultò l’unico della provincia in cui si registrò la vittoria delle sinistre. Sia al Senato che alla Camera dei Deputati la lista Fronte Democratico Popolare, che aveva come emblema l’effige di Garibaldi e in cui si identificavano i canapicoltori, conquistò il successo in modo eclatante. A Sant’Arpino alla Camera dei Deputati ottenne ben 935 preferenze su 1779 voti validi, raggiungendo il 52,56% dei consensi; al Senato 806 preferenze su 1496 voti validi pari al 53,88%. Le due percentuali furono le più alte della provincia a riprova del fatto che la grave crisi che attanagliava il settore canapiero era particolarmente avvertita e vissuta con drammaticità dalla comunità santarpinese e che nel contempo proprio in questo comune il movimento di lotta aveva trovato la sua roccaforte politica. Con il passare del tempo i padroni dei fondi iniziarono a

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mettere in discussione anche gli accordi sottoscritti presso i rispettivi comuni e nacquero molti contenziosi davanti alle commissioni circondariali per l’equo affitto. I titolari di estesi possedimenti agrari, con la scusa di non essere iscritti all’associazione di categoria, tornarono a chiedere l’estaglio nelle misure abnormi a cui nel passato avevano costretto i loro coloni e, nonostante le numerose determinazioni delle commissioni provinciali per l’equo affitto che riconobbero la necessità di congrue riduzioni dei canoni, la situazione rimase sostanzialmente immutata. Negli anni a seguire la condizione dei canapicoltori venne aggravata ulteriormente dall’aumento vertiginoso dei costi dei prodotti industriali, dalle avversità stagionali, dal declino del settore che iniziava a perdere grosse fette di mercato a causa dell’arrivo sul mercato mondiale di fibre tessili meno costose. Nel 1951, il segretario regionale del PCI Giorgio Amendola incaricò il giovane Giorgio Napolitano di dirigere la Federazione provinciale di Caserta affiancandolo nel suo impegno politico a Giuseppe Capobianco (segretario in quegli anni della Federazione provinciale dei Giovani Comunisti e già distintosi per le sue battaglie nel movimento operaio e di direzione nelle lotte contadine e sindacali per lo sviluppo sociale e meridionalista) e Mario Pignataro (studioso del territorio provinciale e componente della segreteria della CGIL) i quali conoscevano molto bene la realtà socio-economica di Terra di Lavoro e, in particolare, la problematica dei canapicoltori. Nella veste di segretario provinciale del PCI, Giorgio Napolitano ebbe modo di prendere parte a tanti incontri incentrati sui disagi, i malesseri e le congiunture negative che investivano il comparto dei canapicoltori diventando ben presto partecipe delle loro inquietudini e delle loro legittime rivendicazioni. In quegli anni, Napolitano si recava spesso a Sant’Arpino che a quel tempo, come si è già avuto modo di ricordare, era uno dei pochissimi comuni governati dalla sinistra. Lo stesso Napolitano - così come ricordano ancora oggi con straordinaria lucidità molti anziani del posto - fu tra i maggiori ispiratori e organizzatori della lista socialcomunista della Tromba che vinse le elezioni amministrative del 1952 riconfermando alla guida del governo locale il sindaco Amodio D’Anna. Le vicende casertane e in particolare quella sempre più preoccupante della canapa non furono affatto trascurate da Napolitano che da subito aveva mostrato forte rigore, particolare sensibilità e tanta determinazione nell’af-

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frontare le problematiche che il suo ruolo gli imponeva di affrontare. Il 7 giugno del 1953 ebbero luogo le elezioni politiche per la scelta dei parlamentari che dovevano far parte della seconda legislatura della storia repubblicana. Giorgio Napolitano, ancora giovanissimo, fu eletto per la prima volta Deputato del Parlamento Italiano. Il neo deputato, anche in questa nuova veste, non esitò a testimoniare concretamente vicinanza e solidarietà alle masse contadine casertane. Tant’è che tra i suoi primissimi atti parlamentari figura una proposta di legge dal titolo: Disciplina dei canoni d’affitto di fondi rustici con corrispettivo in canapa, presentata – unitamente ad altri colleghi – il 19 agosto del 1953. Tale iniziativa legislativa, come lo stesso Giorgio Napolitano ebbe modo di confermare successivamente nel corso di comizi fatti nella seicentesca piazza Umberto I, si ispirava all’accordo siglato a Sant’Arpino nell’aprile del 1947. La proposta in questione prevedeva una riduzione dei canoni di affitto in canapa con norme chiare e semplici. S’intendeva in tal modo evitare a una grande massa di piccoli e piccolissimi produttori agricoli lunghe e costose procedure davanti alle commissioni provinciali dell’equo affitto e soprattutto portare un equilibrio nei rapporti fra proprietà fondiaria e impresa agricola. Napolitano, da profondo e brillante conoscitore dei problemi dello sviluppo del Meridione e delle complesse tematiche di politica economica, con questa sua prima iniziativa parlamentare, dimostrò indomito amore per la sua terra e straordinaria passione civile nel contrastare quelle vicende che di fatto impedivano una crescita dei territori e lo svolgimento di una vita dignitosa da parte delle popolazioni locali, nella fattispecie delle famiglie contadine casertane. Dopo tante altre battaglie condotte per l’affermazione dei diritti dei più deboli e degli inviolabili principi di libertà e uguaglianza, Giorgio Napolitano nel 1957 lasciò la guida del PCI casertano, continuando tra l’altro a portare nel cuore un ricordo carico di emozioni e di affascinanti battaglie ideali vissute nel comune e tra la gente di Sant’Arpino. Sebbene siano trascorsi più di cinquanta anni e nonostante Napolitano abbia ricoperto in tutti questi anni responsabilità e funzioni di grande rilievo istituzionale, ancora oggi, dall’alto della sua autorevolissima carica di Presidente della Repubblica, così come ha avuto modo di comunicare recentemente al santarpinese Vincenzo Ciuonzo, appositamente

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convocato al Quirinale, conserva intenso e lucido il ricordo delle forti e significative azioni politiche attuate a Sant’Arpino e di quanti con lui condivisero quelle pagine memorabili. Il 5 dicembre 2009, in occasione del convegno dal titolo Vincenzo Legnante: il Sindaco, il Giurista, lo Storico, organizzato per celebrare il trentennale della scomparsa dell’illustre figlio di Sant’Arpino, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, legato all’avvocato da sentimenti di antica amicizia, ha inviato una lettera a sua firma in cui tra l’altro scrive: « Esprimo il vivo apprezzamento per l’iniziativa che ricorda una figura del monumento democratico strettamente legata alla Comunità locale di Sant’Arpino, dagli anni dell’opposizione al fascismo agli anni dell’impegno politico e sociale del dopoguerra, al lungo periodo in cui fu Sindaco, mantenendo sempre un costante impegno di uomo di cultura e di letterato ». Il Capo dello Stato con tale gesto ha testimoniato ancora una volta quanto sia radicato il suo legame con la terra atellana. Un’ulteriore riprova di questa connessione è data dalla Rassegna Nazionale di Teatro Scuola PulciNellaMente. Il Presidente Napolitano, appena appreso della sua esistenza volle concedere il suo Alto Patronato alla medesima iniziativa. Con il procedere delle edizioni ha fatto di più: ha destinato a PulciNellaMente quattro medaglie, quali suoi premi di rappresentanza, da assegnare alle opere interpretate dalle scuole in concorso che si caratterizzano per originalità, impegno, passione civica e valenza culturale. Un riconoscimento che eleva il prestigio della rassegna nata, tra l’altro, per contribuire al progresso e al riscatto della terra santarpinese. Il 12 maggio 2012, nel corso della cerimonia di conferimento del Premio PulciNellaMente ad Arrigo Levi, il Presidente Napolitano è intervenuto telefonicamente esprimendo parole di grande compiacimento per la rassegna e per la Comunità di Sant’Arpino a cui ha confermato di essere legato da tanti ricordi umani e politici.

352 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


napolitano e l’accordo sull’estaglio

LA LAVORAZIONE DELLA CANAPA ERA MOLTO FATICOSA. INOLTRE... SONO STANCO!

NON È GIUSTO!

... UNA GROSSA PARTE DEL LAVORO VENIVA CONSEGNATO AL PROPRIETARIO TERRIERO.

DOV’È L’ESTAGLIO?

L’HO SCARICATO

LA QUOTA CONSEGNATA AL PROPRIETARIO VENIVA DETTA ESTAGLIO.

CHE RABBIA

QUELLO CHE RESTAVA AI COLTIVATORI ERA APPENA SUFFICIENTE PER VIVERE.

C’È POCO DA CUCINARE

LE CONDIZIONI DI VITA DEI CONTADINI ERANO PESSIME.

353


DOBBIAMO REAGIRE!

FIRMO VOLENTIERI

IL MALUMORE DEGLI AGRICOLTORI ERA PALESE.

A SEGUITO DI PROTESTE VENNE SIGLATO UN ACCORDO DAL PREFETTO DI CASERTA NELL’OTTOBRE 1946.

DEVI CONSEGNARLO

NESSUNO CI AIUTA

NO!

NONOSTANTE L’ACCORDO I PROPRIETARI PRETENDEVANO L’ESTAGLIO.

NUMEROSE SENTENZE DEI TRIBUNALI CONDANNAVANO I CONTADINI.

NO ALL’ESTAGLIO!!!

LA PROTESTA FURIOSA PORTÒ A UNO SCIOPERO DI DIECIMILA COLTIVATORI A CASERTA.

354 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


NON VOGLIO SEMINARE

napolitano e l’accordo sull’estaglio

DACCI UNA MANO, SINDACO! VI AIUTO VOLENTIERI

MOLTI COLONI RINUNCIARONO ALLA SEMINA.

IL SINDACO AMODIO D’ANNA RICEVETTE I CONTADINI.

IL COMUNE CI HA AIUTATO È UN BUON ACCORDO

IL SINDACO È STATO DI PAROLA NELLA STANZA DEL COMUNE VENNE SIGLATO L’ACCORDO FRA AFFITTUARI E PROPRIETARI TERRIERI.

L’ACCORDO DI SANT’ARPINO DIVENNE FAMOSO.

GRAZIE ANCHE A QUEST’ACCORDO NEL 1948 IL FRONTE DEMOCRATICO POPOLARE A SANT’ARPINO VINSE SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO.

355


NEL 1951 GIORGIO NAPOLITANO DIVENNE SEGRETARIO PROVINCIALE DEL PCI

AVETE RAGIONE

L’ESTAGLIO DI CANAPA È INGIUSTO!

ASCOLTERÒ I PROBLEMI DI TUTTI

RICEVETTE I CONTADNI DI SANT’ARPINO E LI ASCOLTÒ.

L’ESTAGLIO OFFENDE LA DIGNITÀ DI MIGLIAIA DI AGRICOLTORI

VENNE POI ELETTO AL PARLAMENTO CON L’AIUTO DEI VOTI DEI CONTADINI.

HAI LETTO!

INTERVENNE CON UNA PROPOSTA DI LEGGE.

GIORGIO È STATO DI PAROLA!

LA SUA PROPOSTA PRESE SPUNTO DALL’ACCORDO DI SANT’ARPINO.

356 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ECCOLA!

napolitano e l’accordo sull’estaglio

ANCORA UNA VOLTA HAI AGITO IN FAVORE DEI LAVORATORI! GRAZIE

A CASERTA CONSEGNÒ LA SUA PROPOSTA AI COLONI.

PER QUESTA SUA INIZIATIVA RIMASE SEMPRE NEL CUORE E NELLA MENTE DI TUTTI I SANTARPINESI.

357


F

rancesco Lettera nacque a Sant’Arpino l’11 aprile del 1896, da Paolo e Vittoria D’Ambra. Il piccolo Francesco già nei primi anni di vita mostrò una spiccata predisposizione per il disegno e le arti plastiche, acquisendo esperienza attraverso l’apprendimento da autodidatta delle varie tecniche della scultura. Negli spazi aperti della campagna, fertile e contemplativa, spesso lo si vedeva modellare la creta per raffigurare oggetti e forme umane. Questa passione lo portò con il tempo a trovare lavoro come scalpellino-sgrossatore del marmo nella famosa fonderia Chiurazzi di Capodimonte in Napoli. Qui mise a frutto la sua istintiva capacità artistica e il suo talento si manifestarono sin dal momento in cui venne assunto, ricevendo per tali motivi lusinghieri apprezzamenti. In questi anni, presso la fonderia partenopea, sviluppò ulteriormente la conoscenza delle tecniche scultorie, arricchendosi di un prezioso bagaglio di formazione professionale. Divenuto provetto artigiano, le sue opere furono notate e molto stimate da importanti artisti dell’epoca, fra i quali Filippo Cifariello e Vincenzo Gemito. In particolare con Cifariello, nativo di Molfetta e napoletano di adozione, avviò un’intensa collaborazione. Lo scultore pugliese, soprannominato Gattonero, dal tocco lieve e preciso, dalla fantasia galoppante e dalla notevole vivacità creativa dei soggetti rappresentati, con le sue straordinarie produzioni s’impose alla ribalta artistica nazionale e internazionale. Creava in tre studi diversi e lontanissimi: Napoli, Parigi e Vienna. Fama e notorietà non avevano limiti. Tuttavia una terribile tragedia familiare gli impose un brusco stop. Il Gattonero, infatti, ammazzò la bellissima moglie Maria de Browne perché lo aveva più volte tradito e fu perciò arrestato. Il processo, seguito con attenzione e ansia dall’opinione pubblica, si concluse con un clamoroso verdetto della giuria: assoluzione per vizio totale di mente: l’artista aveva agito cioè per troppo amore nei confronti di una donna che gliene aveva fatte di tutti i colori. E l’artista potè così ri-cominciare, ancorché faticosamente, il proprio cammino artistico. Lo fece avvalendosi della collaborazione di scultori che condividevano le mille pulsioni del suo sensitivo animo. Tra questi artisti in un posto di rilievo si collocò proprio la presenza del santarpinese Francesco Lettera che con i suoi talentuosi pollici accarezzava e scavava i corpi di creta ordinati al Cifariello. Fu proprio in questo periodo che ottenne numerose com-

358 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


francesco lettera

mittenze per la realizzazione di monumenti cimiteriali impreziositi di bassorilievi finemente scolpiti. Tali opere vennero installate nei cimiteri napoletani e in quello di Sant’Arpino. Qui si distinguono per pregio artistico il medaglione funebre in onore del fratello Salvatore, morto a Napoli durante un bombardamento aereo nel 1942, e un bassorilievo raffigurante la Deposizione del Cristo posto sulla facciata principale della cappella gentilizia della famiglia Lettera. Nel cimitero di Casoria, invece, sovrasta la scultura commemorativa dedicata al commendatore Ernesto De Santis (marito di Madre Flora del Volto Santo); mentre nel cimitero di Nola si evidenzia per bellezza artistica quello eretto alla memoria del professore Domenico Manno. Intensa anche la riproduzione di busti e statue, tra cui primeggia una bellissima Addolorata. I suoi lavori sono inoltre presenti: nella maestosa basilica di santa Maria del Buon Consiglio in Capodimonte; nella Cattedrale di Mondragone e nel Duomo di Vallo della Lucania. Il suo talento è arrivato sin’anche alla Casa Bianca, residenza del Presidente degli Stati Uniti d’America, dove tuttora si conserva un busto marmoreo scolpito da Lettera, dedicato ad Harold Sdigstill, consigliere del Presidente Truman. Per meriti artistici, dal 1932 al 1940 circa, l’artista santarpinese viene chiamato a insegnare Disegno e Storia dell’Arte all’Istituto (ora universitario) Suor Orsola Benincasa di Napoli ove fu molto apprezzato da allievi e docenti. Morì a Sant’Arpino, dopo una breve malattia, il 17 novembre del 1974. Nel 1999, l’amministrazione comunale di Sant’Arpino gli dedicò una strada.

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FRANCESCO LETTERA NASCE NEL 1896 A SANT’ARPINO...

...DAI GENITORI PAOLO E VITTORIA D’AMBRA.

SEI STUPENDO FIGLIO MIO!

SIN DA GIOVANE MOSTRA UNA FORTE PREDISPOSIZIONE PER IL MODELLISMO.

VENNE POI ASSUNTO COME SCALPELLINO SGROSSATORE DI MARMO A CAPODIMONTE.

ECCO FARÒ UN VASO

DIVENNE UN ESPERTO ARTIGIANO E BEN PRESTO LE SUE OPERE VENNERO CONOSCIUTE E APPREZZATE DA CRITICI D’ARTE DI TUTTA LA CAMPANIA.

360 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


francesco lettera UNO

VENIVA SPESSO CHIAMATO A REALIZZARE OPERE IN CAPPELLE GENTILIZIE IN DIVERSI CIMITERI.

FRA LE SUE OPERE PIÙ IMPORTANTI C’È LA NATIVITÀ, UN BUSTO DI RARA BELLEZZA.

ALCUNI SUOI LAVORI SONO CONSERVATI ALLA CASA BIANCA DI WASHINGTON NEGLI U.S.A..

FRANCESCO LETTERA DIVENNE SCULTORE MOLTO APPREZZATO.

PER QUASI DIECI ANNI, LO SCULTORE LETTERA INSEGNÒ DISEGNO E STORIA DELL’ARTE AL “SUOR ORSOLA BENINCASA” DI NAPOLI.

L’ARTE È VITA!

361


F

Ferdinando Di Carlo nacque a Portico di Caserta il 19 novembre del 1915 da Vincenzo, impiegato postale, e Maria Antonia Piccirillo, casalinga. Dopo aver conseguito la maturità presso l’Istituto Magistrale di Capua si iscrisse all’università, ove frequentò il primo anno del corso di laurea in Lingue e Letterature Europee presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ben presto dovette abbandonare gli studi universitari in quanto venne arruolato nell’Esercito Italiano. Nel 1940 fu assegnato, con il grado di sottotenente, ai Granatieri del reggimento san Marco e partecipò a diversi fronti di guerra in Francia e in Jugoslavia. Successivamente ricevette il grado di tenente e passò in carico alla Marina Militare Italiana. Dopo una breve permanenza presso l’isola della Maddalena in Sardegna, nel 1943 partecipò allo sbarco in Tunisia ma dopo alcuni mesi di combattimento venne fatto prigioniero dalle forze alleate e condotto negli Stati Uniti d’America fino al 1945. Durante questo periodo fu trasportato in più campi di prigionia posti in diverse cittadine americane della Lousiana e dell’Illinois. In questi luoghi, facendo leva sulla sua preparazione scolastica, in qualità di interprete, collaborò per alleviare i bisogni dei suoi connazionali ricevendo anche la stima degli ufficiali americani e con alcuni di essi rimase in contatto epistolare anche negli anni successivi alla sua prigionia. Finita la guerra, ritornò in Italia. Congedato con il grado di capitano, riprese gli studi universitari e contemporaneamente cercò lavoro come insegnante per aiutare la famiglia, che in quel periodo risiedeva in via Ziello. Durante gli anni di studi universitari, venne incaricato più volte come docente supplente di lingua francese in diverse scuole, fra le quali anche la scuola di avviamento professionale Vincenzo Rocco di Sant’Arpino. Nel 1946 partecipò alle prime elezioni amministrative del dopoguerra a Sant’Arpino. Si candidò nella lista della Democrazia Cristiana e fu eletto consigliere comunale di minoranza nella tornata che vide il successo della lista dei socialisti e comunisti capeggiati da Amodio D’Anna. Il 21 luglio del 1948 si laureò in Lingue e Letteratura delle Istituzioni Europee con specializzazione in inglese, presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Nel 1949 sposò Raffaella Del Prete, cittadina americana di origini santarpinesi, e andò ad abitare in via Compagnone. Dal matrimonio nacquero due figlie: Maria e Giuseppina.

362 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ferdinando di carlo

La passione per la politica lo portò a ripresentarsi alle elezioni amministrative del 1952: anche questa volta - nella lista della Democrazia Cristiana - venne eletto consigliere comunale di minoranza. La militanza nel partito della Democrazia Cristiana gli consentì di legare rapporti di sincera amicizia con autorevoli esponenti di questa formazione politica, tra cui Giovanni Leone che prima ancora di diventare Presidente della Repubblica si era fermato più volte a pranzo, in forma privata, a casa dello stesso Di Carlo. Durante quegli anni Di Carlo svolse con passione e dedizione anche la funzione di giornalista del quotidiano Il Mattino, facendo il corrispondente da Sant’Arpino. Nei suoi articoli, con l’intento di attirare l’attenzione sul piccolo centro, raccontò i principali avvenimenti che caratterizzavano la vita della sua cittadina. Nel 1955 fu nominato Commendatore della Repubblica. Assunto nel Pio Monte della Misericordia di Napoli, ricevette l’incarico di Direttore Amministrativo dell’Ospedale Regina Elena d’Aosta, che era una delle istituzioni amministrate dal Pio Monte medesimo. Ricoprì tale carica fino al 1978, anno in cui andò in pensione. Da sempre iscritto all’Azione Cattolica partecipò attivamente alla vita associativa e parrocchiale. Nel giugno del 1956, all’età di 41 anni, venne eletto sindaco nella lista della Democrazia Cristiana che ottenne 1006 voti, contro i 1002 voti della lista socialcomunista. La vittoria elettorale fu riportata in molte cronache giornalistiche del tempo poiché Sant’Arpino, a partire dal dopoguerra, era stata guidata interrottamente da una giunta socialcomunista tanto da essere indicata come la piccola Stalingrado della provincia casertana. Un successo dunque tanto clamoroso da avere una risonanza regionale, anche per lo scarto di soli quattro voti di preferenza che fece nascere numerose e accese polemiche con accuse di brogli e ricorsi che però non sortirono nessun effetto. Consiglieri di maggioranza vennero eletti: Ferdinado Di Carlo, Vincenzo D’Antonio, Nicola Baldascino, Antonio Capasso, Francesco D’Antonio, Giuseppe Dell’Aversana, Giuseppe D’Elia, Francesco Di Santo, Vincenzo Guarino, Gennaro Iorio, Umberto Lettera, Antonio Masia, Alfonso Pezone, Mario Rocco, Roberto Soreca, Salvatore Toscano. Vicesindaco venne nominato Vincenzo D’Antonio. I quattro consiglieri eletti nella lista socialcomunista Tromba furono: Vincenzo Ciuonzo, Domenico De Cristofaro, Oreste Plazza e Carmine Ronza.

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Fin dal suo insediamento, attraverso dichiarazioni rilasciate alla stampa, Di Carlo promise di impegnarsi per i bambini in quanto rappresentavano il futuro del paese. In ossequio a questa promessa, durante il suo mandato realizzò l’asilo infantile di via Marconi con fondi ricevuti dalla Cassa del Mezzogiorno. Nel dicembre del 1956, il consiglio comunale, a ricordo della sanguinosa rivolta del popolo ungherese contro i carri armati sovietici, intitolò Rione Ungheria Libera il neo edificato complesso di case minime per gli alluvionati del 1951. L’amministrazione Di Carlo riuscì anche a realizzare una strada lastricata per il cimitero e a potenziare le condotte dell’acquedotto, portando l’acqua del Serino nelle case di molti cittadini che prima erano costretti a servirsi dalle fontane pubbliche. In quegli anni, inoltre, venne realizzata la rete fognaria in diverse strade mediante specifici mutui. Il sindaco Di Carlo fu poi rieletto, nel novembre 1960, sempre con la DC, che questa volta raccolse 1244 voti, aumentando il consenso rispetto alla precedente tornata elettorale. Vennero eletti consiglieri di maggioranza: Ferdinando Di Carlo, Felice D’Antonio, Antonio Capasso, Domenico Capasso, Leone Stefano Cicala, Francesco Di Santo, Giuseppe Dell’Aversana, Francesco Guarino, Gennaro Iorio, Umberto Lettera, Antonio Spanò, Gregorio Gelasio, Umberto Baldascino, Francesco D’Alia, Alfonso Pezone. I quattro consiglieri eletti nelle file dell’opposizione risultarono: Amodio D’Anna, Roberto Compagnone, Gennaro Esposito e Alfonso Dell’Aversana. Assessori effettivi furono nominati: Leone Stefano Cicala, Umberto Lettera, Antonio Capasso, Mario Rocco. Vennero nominati assessori supplenti: Alfonso Pezone e Giuseppe Dell’Aversana. Vicesindaco fu nominato Leone Stefano Cicala. Nel corso di questo secondo mandato, l’amministrazione ottenne un finanziamento di 60 milioni di lire per l’edificazione del plesso scolastico di via De Amicis; realizzò il primo impianto elettrico fisso al cimitero comunale e ricostruì piazza Umberto I che era stata completamente sconvolta da voragini e cedimenti di edifici. Tra questi ultimi si annovera il crollo dell’antico Palazzo Municipale allora situato in un edificio posto all’angolo fra via Piave e via de Muro. I lavori dell’acquedotto campano, una sopraelevazione che stava sorgendo sulla casa comunale e le forti infiltrazioni di acqua piovana ne causarono il cedimento che, per fortuna, procurò solo danni materiali. L’episodio scosse molto la popolazio-

364 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ne, che vide sgretolarsi sotto i propri occhi la sede della più importante istituzione locale. Il sindaco Di Carlo, con l’intera amministrazione, dopo i primi momenti di sconforto, subito si adoperò per l’alloggiamento provvisorio della casa comunale in via D’Anna Leone prima di passare nel palazzo Guarino-Casertano in via tenente Ziello. Immediatamente dopo l’amministrazione si attivò per concretizzare una moderna rete fognaria in diverse via del paese e nella stradine adiacenti la piazza. Fu proprio durante i lavori in piazza Umberto I che fu rinvenuto uno dei reperti archeologici più noti e affascinanti della civiltà atellana ossia la Sfinge Alata, monumento in pietra calcarea tenera risalente con molta probabilità al III secolo a.C.. In quegli anni, con la sua tenacia, il sindaco Di Carlo riuscì a ottenere un finanziamento per la pavimentazione di via De Gasperi. Per raggiungere tale obiettivo si recò diverse volte a Roma, presso il ministero competente, per perorare personalmente la causa: dimostrò, con arguzia e intelligenza, la primaria importanza dell’arteria che aveva il merito di collegare due province, ossia quelle di Napoli e Caserta. La sua passione per la scuola lo portò anche a progettare la realizzazione dell’edificio della nuova scuola media che ormai si rendeva necessario per le accresciute esigenze demografiche. Da uomo di cultura non trascurò mai la gloriosa storia della sua cittadina: nei primi anni Sessanta, il sindaco Di Carlo diede il primo e concreto impulso per gli scavi dell’antica Atella, portando alla luce diversi reperti e organizzando alcuni convegni. Sempre alla sua amministrazione si deve, tra l’altro, l’apposizione della toponomastica alle numerose strade sorte in quei tumultuosi anni di sviluppo urbanistico e il potenziamento della pubblica illuminazione. Fra le strade di nuova denominazione figuravano via cupa Napoli che diventò via Guglielmo Marconi e la provinciale Sant’Arpino-Grumo Nevano che si chiamò via Alessandro Volta. Le anonime traverse di corso Atellano cambiarono nome in via De Amicis, via Garibaldi, via Mazzini, via Cavour, via Limone, la traversa che fiancheggiava la cooperativa Pio XII fu intitolata al vescovo santarpinese del settecento Marco de Simone. Le due traverse laterali della strada verso il cimitero diventarono vico ten. Giuseppe Macrì e via Umberto Del Prete. Con apposita delibera di consiglio comunale, durante l’amministrazione Di Carlo, in molte di queste strade, venne realizzato il prolungamento e potenziamento dell’impianto di pubblica il-

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luminazione per un importo dei lavori pari a lire 1.322.000 finanziato con fondi di bilancio comunale. Nel censimento del 1961 la popolazione residente nel comune risultava pari a 4649 abitanti a fronte dei 3909 dell’anno 1951 e i dipendenti comunali sui quali poteva contare l’amministrazione comunale in tutto erano ventidue. Di questi dipendenti due erano vigili urbani, una ostetrica, tre bidelli di scuole elementari, uno custode del cimitero, uno affossatore, quattro spazzini, uno fontaniere, tre insegnanti di asilo infantile, uno inserviente dell’asilo. Quindi, dal punto di vista amministrativo si contava solo su cinque unità incluso il messo e segretario comunale. Inoltre nei primi anni Sessanta, il comune operava in forti ristrettezze economiche, con entrate ridotte al lumicino che a stento servivano a coprire le spese per lo stipendio dei dipendenti e spesso la giunta doveva far ricorso a mutui con la Cassa Depositi e Prestiti per mantenere il pareggio di bilancio complessivo. Gli ultimi anni del secondo mandato del sindaco Di Carlo, furono caratterizzati da forti lotte intestine alla giunta, che portarono più volte sull’orlo di crisi amministrative e ispirarono la lista Bilancia che si presentò alle elezioni comunali del 1964 composta da esponenti democristiani e alcuni socialisti. Essa si pose in competizione con il PCI e la stessa DC guidata da Ferdinando Di Carlo. Nel 1964, per la terza volta candidato alla carica di Sindaco, non venne eletto in quanto la DC, spaccatasi in due tronconi a causa della neonata lista Bilancia, favorì di fatto la vittoria della lista di sinistra capeggiata dall’avvocato Vincenzo Legnante. Successivamente si trasferì a Napoli con la famiglia e ivi morì il 10 gennaio del 1979. Negli anni a venire in segno di gratitudine, il comune di Sant’Arpino gli intitolò una strada per conservarne la memoria.

366 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ferdinando di carlo

ALLE SPALLE DEL PALAZZO DUCALE I “POZZETTI” DAVANO ARIA ALLA GROTTA SOTTOSTANTE.

IL GIOVANE FERDINANDO DI CARLO FREQUENTAVA L’ISTITUTO MAGISTRALE DI CAPUA. POI SI ISCRISSE ALL’UNIVERSTÀ MA ...

SARAI PROMOSSO

ATTENTI!

... ABBANDONÒ GLI STUDI UNIVERSITARI POICHÈ VENNE ARRUOLATO NEL 1940. LA SECONDA GUERRA MONDIALE CON IL SUO CARICO DI MORTE E VIOLENZA INVASE IL CONTINENTE EUROPEO.

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FERDINANDO DI CARLO CON IL GRADO DI TENENTE ENTRÒ NELLA MARINA ITALIANA.

NEL 1943 PARTECIPÒ ALLO SBARCO IN TUNISIA.

FORZA CORRETE!

ATTENTI RAGAZZI CI SPARANO ADDOSSO!

GLI SCONTRI DEGLI ITALIANI CON LE FORZE ANGLO-AMERICANE DURARONO ALCUNI MESI. DOPO ALCUNI MESI DI COMBATTIMENTO FU FATTO PRIGIONIERO DAGLI AMERICANI. INSIEME AD ALTRI COMMILITONI ITALIANI.

368 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ferdinando di carlo

FU POI CONDOTTO NEGLI STATI UNITI D’AMERICA OVE CONOBBE DIVERSI CAMPI DI PRIGIONIA.

GLI AMERICANI SI FECERO AIUTARE DA LUI COME INTERPRETE.

RAGAZZI VI AIUTO. IO PARLO INGLESE

COSA HA DETTO? TRADUCI

FERDINANDO, STUDENTE UNIVERSITARIO DI INGLESE, VENNE APPREZZATO DAI SUOI COMPAGNI DI PRIGIONIA. FINITA LA GUERRA TORNÒ A CASA E RICEVETTE INCARICHI TEMPORANEI DI DOCENTE DI LINGUA IN ALCUNE SCUOLE. FORZA RIPETETE

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PER UN CERTO PERIODO INSEGNÒ FRANCESE ALLA SCUOLA DI AVVIAMENTO PROFESSIONALE “VINCENZO ROCCO” DI SANT’ ARPINO.

NEL 1948 SI LAUREÒ IN LINGUA INGLESE. COMPLIMENTI!

NEL 1946 SI CANDIDÒ COME CONSIGLIERE COMUNALE. FU ELETTO NELLE LISTE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA. NEL 1949 SPOSÒ RAFFAELLA DEL PRETE E DA QUESTO MATRIMONIO NACQUERO DUE FIGLIE.

370 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ferdinando di carlo

DIVENTÒ CORRISPONDENTE DEL “MATTINO” E SEGUÌ GLI AVVENIMENTI LOCALI. METTI NELL’URNA SI VOTA DEVO ANDARE A VEDERE

NELLE ELEZIONI COMUNALI DEL 1952 SI CANDIDÒ NELLA LISTA DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA. CHIUSO IN CASA SCRIVEVA PEZZI GIORNALISTICI MOLTO BELLI CHE IL “MATTINO” PUBBLICAVA QUASI QUOTIDIANAMENTE.

LA NOTIZIA È IMPORTANTE!

DAMMI IL MATTINO! È VERO. HA RAGIONE!

I SUOI ARTICOLI ERANO MOLTO LETTI E APPREZZATI DA TUTTI I CITTADINI.

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NEL GIUGNO DEL 1956 SI TENNERO LE NUOVE ELEZIONI COMUNALI A SANT’ARPINO.

FERDINANDO DI CARLO FU ELETTO SINDACO. AVEVA 41 ANNI.

RISOLLEVERÒ QUESTO PAESE

DOVRÒ PENSARE. AI BAMBINI SANTARPINESI

SUBITO SI MISE ALL’OPERA PER CERCARE FONDI. SCRIVERÒ AL MINISTERO!

SIETE D’ACCORDO?

SI!

LA GIUNTA COMUNALE, COMPOSTA DA VALENTI ASSESSORI, COLLABORAVA CON LUI NELLE DECISIONI AMMINISTRATIVE.

372 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


ferdinando di carlo

LAVORÒ MOLTO PER LA REALIZZAZIONE DI UNA RETE IDRICA COMUNALE.

VI HO PORTATO L’ACQUA!

GRAZIE SINDACO!

INOLTRE DECISE LA COSTRUZIONE DI UN MODERNO EDIFICIO SCOLASTICO.

NE FAREMO UNA NUOVA!

SINDACO QUESTA SCUOLA È VECCHIA!

FORZA!

QUESTO SINDACO È BRAVO!

GRAZIE AL SUO IMPEGNO INIZIARONO I LAVORI PER UNA SCUOLA MATERNA INFANTILE. FU POI RIELETTO SINDACO NEL NOVEMBRE DEL 1960.

QUESTO SINDACO È FORTE. VINCERÀ!

SI VOTA DI NUOVO

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IMPROVVISAMENTE GLI OPERAI TROVARONO QUALCOSA DI STRANO.

PERCHÈ TI FERMI? C’È QUALCOSA SOTTO

NEL 1960 INIZIARONO NEL CORSO ATELLANO I LAVORI DI SCAVO PER REALIZZARE LA RETE FOGNARIA. SEPOLTO SOTTO TERRA C’ERA UN REPERTO ARCHEOLOGICO STUPENDO, UNA SFINGE ALATA SCOLPITA IN UN MARMO DI OLTRE UN METRO DI LUNGHEZZA.

IL REPERTO VENNE SUBITO RIPULITO DA MANI ESPERTE.

374 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO

CON GRANDE STUPORE DEI PRESENTI, LA SFINGE APPARVE IN TUTTA LA SUA BELLEZZA.


ferdinando di carlo

TANTI FURONO I CONSENSI CHE LA DEMOCRAZIA CRISTIANA RICEVETTE NEGLI ANNI IN CUI FU SINDACO DI CARLO.

TI BENEDICO

VENNE DATO INIZIO AI LAVORI DI COSTRUZIONE DI UNA SCUOLA ELEMENTARE IN VIA DE AMICIS.

QUESTO È QUELLO CHE VOLEVO DIRVI!

BRAVO!

NEI PUBBLICI COMIZI IL SINDACO DIMOSTRÒ DI ESSERE UN BUON ORATORE. DI CARLO MORÌ A NAPOLI NEL GENNAIO DEL 1979.

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T

ra le feste di Sant’Arpino quella patronale è sicuramente la più antica e sentita dalla popolazione. In essa fede e folklore si fondono armonicamente in un rito che da secoli si rinnova puntualmente ogni anno. In origine la festa si svolgeva l’ultima domenica di giugno, mentre ora si tiene la terza domenica di luglio. Uno scenario emozionante di pubblico gremito, di luminarie, bancarelle, fuochi d’artificio, concerti, giochi e tanto altro crea, nell’arco di dieci giorni, un clima gioioso che fa da giusto sfondo alle cerimonie religiose. Con la festa si celebra sant’Elpidio Vescovo, patrono e protettore di Sant’Arpino, e la comunità religiosa e civile organizzano una serie di eventi per ringraziare il santo per la sua protezione sul paese. La preparazione della festa richiede un lungo e faticoso lavoro, svolto nel corso dell’anno da un apposito Comitato festeggiamenti, composto da volontari che ogni domenica raccolgono offerte sul sagrato della chiesa e nel corso dell’anno girano per la questua. Tra i presidenti si ricordano Domenico ed Elpidio De Cristofaro ed Alfredo Cinquegrana. I dieci giorni di festa si aprono il giovedì antecedente la terza domenica di luglio, quando le autorità civili e religiose, con tanto di banda musicale e grande seguito popolare, si recano in corteo presso una dimora privata per prelevare il Busto di sant’Elpidio. L’attuale Busto di bronzo ha sostituito quello d’argento, di bellissima e artistica fattura dell’Ottocento napoletano (precisamente del 1863), rubato proprio durante i festeggiamenti (nella notte tra il 17 e il 18 luglio 1981), da mani sacrileghe con grande turbamento e dolore da parte dei santarpinesi. Il Busto d’argento nel corso dell’anno era custodito presso il palazzo Magliola (in piazzetta Giordano) da dove veniva prelevato il giovedì e riconsegnato al termine della festa. Dopo pochi anni dal furto, grazie alla generosa fede popolare, l’artista santarpinese Elpidio Tramontano realizzò un nuovo Busto, di bronzo, che ricalca i lineamenti e le proporzioni di quello argenteo. Da quel momento, il santo è custodito in via Compagnone presso l’abitazione della signora Amalia Panettieri in Magliola. Da qui, in processione, il giovedì la statua viene portata fino alla chiesa di sant’Elpidio Vescovo per essere esposta sull’altare principale, impreziosito da artistici addobbi. Suscita una particolare emozione, in questa occasione, il canto dell’Inno a S.Elpidio scritto nell’Ottocento da don Luigi Capone. La musica dell’Inno, molto coinvolgente,

376 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


feste e tradizioni

è stata riarrangiata dal Maestro Alfonso Aversano. L’arrivo in chiesa è salutato da uno spettacolo di fuochi d’artificio. Il venerdì e il sabato successivi hanno luogo appuntamenti religiosi mentre di sera, in piazza, si svolgono spettacoli artistico-musicali. Il clou della festa arriva la domenica: in chiesa vengono officiate messe solenni, la piazza è allietata da concerti bandistici che vanno in scena nella suggestiva cassa armonica montata per l’occasione, il Santo viene portato in processione solenne per tutto il paese. È un rito ancestrale in cui tutta la comunità si identifica con il proprio Santo protettore che esce dal luogo di culto per andare incontro al suo popolo. Enorme è la partecipazione popolare e tutti i santarpinesi attendono, con fede e devozione, l’arrivo del Santo presso la propria dimora. Sul finire della domenica, verso la mezzanotte, il simulacro di sant’Elpidio viene riportato in chiesa con grande festa e fuochi d’artificio. Dal lunedì al sabato successivo, il programma della festa prevede molti e coinvolgenti eventi, tra cui il concertino (che di solito si tiene il martedì) con la partecipazione di star televisive che suscitano l’arrivo di migliaia di spettatori; la gara di fuochi d’artificio fra diversi maestri di questa speciale arte, che annovera nel comune autentici maestri, tra cui i cavalieri Pasquale Cinquegrana e Francesco Fiorillo. La domenica successiva, in processione, il Busto viene riportato a spalla nel palazzo da cui era stato prelevato il giovedì. Una delle tradizioni che accompagnava la festa e che suscitava una notevole partecipazione popolare era la cosiddetta Tragedia, ovvero una rappresentazione sacra in due atti: Vita ed opere di sant’Elpidio e Surge et ambula scritta da Mario Cerillo agli inizi del Novecento. Rilanciata da don Eugenio Bencivenga, è stata più volta riproposta con successo. Personaggi principali oltre sant’Elpidio erano: Genserico, Quinto, Afro, Cione, Aristodemo, Elpicio, Poliarcene, che venivano interpretati dai giovani del paese. L’ultima messa in scena si è tenuta nel 1999. Tantissime sono le edicole votive dedicate al santo patrono. Alcune raffigurano il santo in procinto di compiere il famoso miracolo al paralitico Carmine Tanzillo. Altre invece riportano dipinto solo sant’Elpidio che viene rappresentato con la carnagione olivastra a testimonianza della sua origine africana. Una delle statue raffiguranti sant’Elpidio si trova anche negli U.S.A. ed è custodita nella chiesa di sant’Anna di New York nella 316 East 110th Street. Venne realizzata agl’inizi del Novecento per volere degli emigranti santarpinesi che ogni anno, il

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24 maggio, celebravano una festa in onore del loro protettore. Altri momenti celebrativi del patrono e protettore di Sant’Arpino cadono: il 24 Maggio, giorno in cui si festeggia solo a Sant’Arpino l’onomastico del santo (che per la Chiesa ricorre ufficialmente il 2 settembre), in quanto questo è il giorno in cui sant’Elpidio è salito al cielo finendo la sua vita terrena; la terza domenica di ottobre, data in cui i santarpinesi, sin dal 1897, commemorano il Patrocinio di sant’Elpidio. Un tempo, in queste due date, girava per il paese la statua lignea di sant’Elpidio. Altro rilevante evento religioso è la festa di san Canione, compatrono di Sant’Arpino, commemorato ufficialmente dalla Chiesa il 25 maggio. Il martedì in Albis, nella parrocchia di san Canione giunge il vescovo di Aversa per celebrare la messa e impartire il sacramento della Cresima. Per l’occasione, nel quartiere dov’è collocata la chiesa, si posizionano luminarie, bancarelle di dolciumi e giocattoli, oltre a giostre e altre attrazioni. Anche questa festa è antichissima e trae origine da una processione che originariamente si svolgeva nelle campagne intorno alla chiesa di san Francesco di Paola, il martedì dopo Pasqua. Dal 1837 l’usanza si trasferì presso l’antico romitorio di san Canione, dove nel corso dei secoli si trasformò in una scampagnata a cui partecipavano in migliaia che, tra canti e balli, consumavano il casatiello, tipico rustico pasquale da cui l’origine della sagra del casatiello divenuta anch’essa una tradizione del paese. Fra le feste locali desuete va menzionata quella della Madonna del Buon Consiglio che, nel 1800, aveva luogo a settembre. In seguito, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, la festa si svolgeva il 26 Aprile di ogni anno. Fino a qualche decennio fa, dopo la solenne messa cantata prendeva il via la festa che si svolgeva all’angolo fra le vie de Muro e tenente Ziello, ove è collocata l’edicola votiva scolpita nel marmo e raffigurante l’immagine della medesima Madonna. È probabile che tale devozione sia stata importata a Sant’Arpino secoli addietro dai duchi Sanchez de Luna d’Aragona, i quali alla fine del 1700 fecero addirittura costruire un altare nella chiesa di sant’Elpidio dedicata proprio alla Madonna del Buon Consiglio. Questa festa era molto sentita nel passato e profondamente stratificata nella popolazione locale che accorreva in massa il giorno dei festeggiamenti nel corso dei quali si sparavano fuochi d’artificio e si svolgevano spettacoli musicali. Un’altra festa scomparsa ma parzialmente recuperata negli

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ultimi anni è quella della Madonna della Lettera che si teneva il 3 giugno presso l’omonima edicola dipinta sulla facciata del palazzo ducale che affaccia su via Piave. Questa edicola votiva raffigura la Vergine Maria che, seduta in trono, nella mano sinistra tiene una lettera con una scritta in latino mentre con la mano destra regge Gesù Bambino che a sua volta sostiene il globo del mondo. L’edicola raffigura la santa patrona di Messina e la sua presenza a Sant’Arpino è da mettere in relazione con la storia del palazzo ducale che ha avuto come suo ultimo proprietario il tenente Giuseppe Macrì da Messina1. L’edicola molto probabilmente fu commissionata da Giuseppe Macrì come ex voto per lo scampata morte nel tremendo terremoto che colpì la città di Messina nel 1908 e dal quale il tenente si salvò proprio perché si trovava a Sant’Arpino. La festa del 3 giugno, ancora ricordata da molti anziani del paese, si svolgeva anche nei decenni successivi alla morte del tenente Macrì e avveniva con la presenza di luminarie, bancarelle, fuochi d’artificio ed esibizioni di cantanti. La festa di sant’Antonio Abate è, invece, una festività profondamente legata alla civiltà agricola. Si svolge il 17 gennaio quando, dopo la benedizione degli animali, in piazza si accende un falò enorme così come avveniva nei decenni scorsi nelle campagne atellane nella stessa data. Presso il rione Ungheria Libera, invece, il 13 giugno ha luogo una piccola ma sentita festa in onore di sant’Antonio da Padova, fortemente voluta dal santarpinese Umberto Luongo, meglio noto come “Umbertiello”, che per un anno intero gira il paese per raccogliere fondi per l’organizzazione della stessa festa. Nel giorno di Pasquetta, infine, si svolge la suggestiva festa dei battenti o fujénti, persone devote alla Vergine dell’Arco venerata nel santuario della Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia (Na). I fujenti, che vestono completamente di bianco con una fascia trasversale azzurra, sfilano in ginocchio o carponi in piazza e nel parco giochi Rodari. Inoltre, sulle spalle, portano danzanti enormi quadri o sculture artistiche con soggetti vari che sottopongono all’attenzione di un’apposita giuria che ha il compito di vagliare l’opera più originale che poi sarà premiata la domenica successiva.

1 AA.VV., La Madonna della lettera, Pro Loco e comune di Sant’Arpino, 2009.

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DURANTE L’ANNO AVVIENE LA QUESTUA PER RACCOGLIERE FONDI PER LA FESTA.

AUTORITÀ CIVILI, MILITARI E RELIGIOSE VANNO A PRELEVARE IN CORTEO LA STATUA. UNA BANDA DI MUSICISTI PRECEDE IL CORTEO.

LA STATUA DI SANT’ELPIDIO VIENE PORTATA SULLE SPALLE FINO IN CHIESA.

LA CHIESA È ADDOBBATA A FESTA CON LE LUMINARIE ESTERNE.

SANT’ ELPIDIO ESCE DALLA CHIESA PER ANDARE DAL SUO POPOLO.

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feste e tradizioni LA STATUA DEL SANTO DOPO UN LUNGO PERCORSO PER TUTTE LE STRADE CITTADINE RITORNA IN CHIESA FRA UN MARE DI GENTE. UNA CASSA ARMONICA ACCOGLIE I MUSICISTI CHE SUONANO OPERE FAMOSE.

LA PIAZZA È STRAPIENA DI FOLLA FESTOSA E VOCIANTE.

MOLTO SENTITA È LA DEVOZIONE PER LA MADONNA DELLA LETTERA IN VIA PIAVE.

OGNI 3 GIUGNO, DOPO LA MESSA, SI FA FESTA CON LUMINARIE E FUOCHI.

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IL MARTEDÌ IN ALBIS È LA FESTA DI SAN CANIONE.

NELLE CAMPAGNE INTORNO UN TEMPO SI SVOLGEVANO FESTOSI PIC-NIC.

CASATIELLO E VINO ERANO ALIMENTI PRINCIPALI DI QUESTA GITA FUORI PORTA.

OGGI INVECE, IL MARTEDÌ IN ALBIS, LA CHIESA VIENE ADDOBBATA CON LUMINARIE.

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BANCARELLE DI GIOCATTOLI E DOLCIUMI ALLIETANO LE STRADE DEL RIONE.


feste e tradizioni

UNA FORTE DEVOZIONE POPOLARE VENERAVA L’IMMAGINE.

L’EDICOLA DELLA MADONNA DEL BUON CONSIGLIO SI TROVA ALL’ANGOLO TRA VIA DE MURO E VIA ZIELLO. AD APRILE DI OGNI ANNO, L’EDICOLA VENIVA ADDOBBATA PER UNA FESTA DI POPOLO.

IL “CIUCCIO DI FUOCO” ALLIETAVA LA FOLLA CHE ACCORREVA.

IL PARROCO IN STRADA BENEDICEVA L’EDICOLA E I FEDELI.

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V

incenzo Legnante, primo di cinque figli, nacque nel dicembre del 1897 da Gioacchino e Concetta D’Anna. Frequentò le scuole elementari e medie a Caserta dai Salesiani, proseguì poi gli studi a Napoli e dopo aver conseguito il diploma liceale si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza. Il percorso universitario venne interrotto dallo scoppio della prima guerra mondiale: Legnante venne arruolato e spedito al fronte ove fu fatto prigioniero in Ungheria. Terminato il conflitto mondiale e ritornato a Sant’Arpino, Legnante riprese gli studi universitari e nel 1921 si laureò con una tesi in diritto commerciale. Ben presto divenne un avvocato civilista molto apprezzato in tutto l’agro aversano. In quegli anni frequentò a Sant’Arpino Luigi Landolfi, un professore di matematica, rivoluzionario socialista, che influenzò molto la sua successiva militanza politica. Nel 1930 sposò Chiara Magliola. Alcuni anni dopo, nel 1936, partecipò alla campagna d’Africa voluta dal regime fascista per la conquista dell’Etiopia. Al rientro in Italia, dopo una breve pausa, venne di nuovo arruolato per la seconda guerra mondiale. Nel 1940, con i gradi di tenente, coordinò una brigata nella cittadina di Chiusa, in provincia di Bolzano. Finita la guerra, riprese la sua attività di avvocato e iniziò il suo impegno politico. Nel 1946 si tennero le prime elezioni amministrative ed egli si candidò a consigliere comunale nella lista socialcomunista. Eletto, svolse il mandato di assessore nella giunta del sindaco socialista Amodio D’Anna. Nel 1952, di nuovo candidato ed eletto, venne confermato assessore. Dopo una militanza nel Partito Socialista, nel 1953 si iscrisse al Partito Comunista divenendone da subito un riferimento provinciale e regionale. Proprio in quegli anni, precisamente dal 1951 al 1957, Giorgio Napolitano venne nominato segretario del PCI in provincia di Caserta. In tale veste, il futuro Capo dello Stato, si recò più volte a Sant’Arpino (a quell’epoca un comune considerato punto di riferimento della sinistra di Terra di Lavoro) per tenere comizi e svolgere riunioni con i dirigenti comunisti locali. Nel corso di queste visite intrecciò saldi rapporti di amicizia con tanti compagni di partito e in particolare con Legnante, con cui approfondiva spesso problematiche del tempo e di vasta risonanza politico-culturale. Nel dicembre del 1964, Legnante si candidò alla carica di sindaco e fu eletto con 956 voti di lista. Vennero eletti consiglieri di

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vincenzo legnante

maggioranza: Vincenzo Legnante, Roberto Compagnone, Alfonso Dell’Aversana, Pasquale Cicatiello, Elpidio Del Prete, Giuseppe Dell’Aversana, Francesco Di Mattia, Giuseppe Moscato, Salvatore D’Ambra, Salvatore Brancaccio, Francesco Ziello, Vincenzo Esposito Ziello, Alfonso Pezzella, Luigi Di Serio, Francesco Ciuonzo e Michele Falace. Consiglieri comunali di minoranza furono eletti: Leone Stefano Cicala, Giuseppe Esposito Marroccella, Felice D’Antonio e Giuseppe Maisto. Vicesindaco venne nominato Alfonso Dell’Aversana. La prima legislatura durò sei anni, durante i quali vennero realizzate tantissime iniziative amministrative. In particolare seguì con grande interesse e passione gli scavi archeologici del 1966 impegnandosi per la salvaguardia del patrimonio archeologico atellano. Nel 1969 Legnante pubblicò il libro Cenno storico sociale di Sant’Arpino, un testo di storia locale che illustra le vicende storiche e i personaggi di Sant’Arpino. Nel 1970, per la seconda volta consecutiva, con 1314 voti di lista, fu rieletto sindaco con il Partito Comunista. Anche questa volta vicesindaco di Legnante venne nominato Alfonso dell’Aversana. Nel 1970, pubblicò La canzone di Atella ed il suo quadro storico, testo che parla della storia di Atella, dall’origine fino alla sua scomparsa. Per la sua intensa carriera di avvocato, nel 1971, ricevette dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli la medaglia d’oro al merito forense. Per il Carnevale dello stesso anno, Legnante coordinò e organizzò la rappresentazione della Canzone di Zeza, recuperando per iscritto un testo che fino ad allora veniva tramandato oralmente fra gli anziani del paese. Nel mese di maggio del 1971, con una solenne cerimonia e alla presenza di autorità religiose, istituzionali e militari, si pose la prima pietra per la costruzione della chiesa di san Canione. La seconda parrocchia di Sant’Arpino, venne realizzata accanto all’antico romitorio, con una struttura architettonica ampia e moderna. Nel 1973, unitamente alle autorità ecclesiastiche della diocesi di Aversa, il sindaco Legnante presenziò alla cerimonia di inaugurazione della chiesa e don Maurizio Crispino divenne il primo parroco chiamato alla guida pastorale del nuovo luogo di culto. Nel 1975 concluse il suo secondo mandato di sindaco, caratterizzato dalla costruzione di tante opere (fra le quali l’ampliamento del cimitero) e da un complessivo ammodernamento ed ampliamento della macchina comunale.

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In prossimità delle elezioni amministrative del 1975, diede alle stampe Decennio comunista nell’Amministrazione Comunale di Sant’Arpino, un libro che racchiude l’operato dei primi dieci anni del suo governo cittadino. In quella tornata elettorale, si passò al sistema proporzionale e Vincenzo Legnante venne eletto nelle fila del Partito Comunista come consigliere comunale. A seguito di accordi politici fra Partito Comunista e Partito Socialista, per la terza volta, all’età di settantasette anni, fu scelto per guidare il paese. Vicesindaco venne nominato Gerardo Plazza del Partito Socialista. Questa terza esperienza durò però solo un anno. La linea politica di Legnante, soprattutto in campo urbanistico, fu in questo mandato spesso contestata dai suoi stessi compagni di partito, in un conflitto generazionale fra il vecchio sindaco e le nuove leve. Il sindaco venne messo in minoranza nel congresso cittadino del PCI e sfiduciato in consiglio comunale. A seguito di questa sfiducia si raggiunse un nuovo accordo con l’ingresso della Democrazia Cristiana in giunta. Dunque si attuò, per la prima volta a Sant’Arpino, il cosiddetto compromesso storico con un accordo DC - PCI - PSI e l’indicazione di un sindaco socialista. Amareggiato per il comportamento dei suoi stessi assessori e in aperta polemica con la sezione locale del Partito Comunista, l’avvocato Legnante rimise la tessera d’iscrizione al PCI a cui era iscritto dal lontano 1953. Poco dopo si dimise anche da consigliere comunale, abbandonando definitivamente la vita politica attiva. Legnante, dunque, ricoprì l’incarico di sindaco di Sant’Arpino per dodici anni consecutivi, dal 1964 al 1976, le prime due volte eletto con il sistema maggioritario, la terza con il proporzionale. Con il suo ultimo mandato, seppur di breve durata, gettò le basi per la costruzione del Cinema Teatro Lendi, la cui inaugurazione avvenne nel 1978. Tale struttura, per dimensioni e tipologia, fu considerata una delle più avanzate d’Italia: un primato che nel tempo ha attratto l’attenzione di molti operatori del settore che proprio in questo locale hanno allestito eventi culturali di grande risonanza. Il cinema Lendi, fortemente voluto da Legnante, è stato un riferimento importante per la popolazione locale che, dopo la chiusura del Cinema Idea di via santa Maria della Grazie, non aveva più luoghi in cui ritrovarsi per apprezzare l’arte cinematografica e teatrale. Negli ultimi anni della sua vita Legnante si iscrisse di nuovo al PCI riprendendo la frequentazione della sezione di via de Muro.

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Nel 1979, pubblicò un libro dal titolo Poesie, fantasie, realtà nel quale riportò componimenti poetici, sia in italiano che in dialetto, scritti negli anni della sua giovinezza. Morì a Sant’Arpino il 5 dicembre del 1979, lasciando nella popolazione un segno tanto forte e profondo che si manifestò con l’intestazione alla sua memoria di una delle vie del paese. Nel dicembre 1989, in occasione del decennale della morte, la Pro Loco di Sant’Arpino pubblicò il libro Vincenzo Legnante cittadino di Atella, un volume che raccoglie tutti gli scritti dell’avvocato. Il 6 dicembre 2009, nel trentennale della sua morte, la Pro Loco, con il patrocinio dell’amministrazione comunale, organizzò un convegno per celebrare la figura dell’avvocato. All’iniziativa, svoltasi nella sala convegni del palazzo ducale, presero parte personalità significative che con Legnante avevano condiviso gli anni di governo e di partecipazione politica attiva, tra cui Andrea Geremicca, prestigiosa figura politica e culturale napoletana, gli ex sindaci Vincenzo Ciuonzo, Salvatore Brancaccio e Roberto Compagnone più volte consigliere e assessore con il PCI. Alla cerimonia, i cui atti vennero successivamente pubblicati, fece pervenire un messaggio a firma autografa il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, testimoniando in tal modo la sua vicinanza al paese e l’apprezzamento del pensiero politico-culturale dell’avvocato Legnante, a cui era legato da grande stima.

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IL GIOVANE VINCENZO PARLA CON IL PADRE GIOACCHINO: VA BENE! FARÒ SACRIFICI PUR DI ESAUDIRE IL TUO DESIDERIO

PAPÀ VOGLIO STUDIARE E DIVENTARE AVVOCATO

CIAO MAMMA

CIAO FIGLIO

LA GUERRA È BRUTTA MA TORNERÒ!

DOVETTE PERÒ LASCIARE GLI STUDI ALLO SCOPPIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE PERCHÈ PARTÌ PER IL FRONTE. VINCENZO TORNÒ DAL FRONTE E NEL 1921 SI LAUREÒ IN GIURISPRUDENZA A NAPOLI.

GRAZIE PROFESSORE

388 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO

VINCENZO, ECCO LA SUA LAUREA


vincenzo legnante

APRÌ UNO STUDIO LEGALE E DIVENTÒ MOLTO FAMOSO NELL’AREA ATELLANA.

QUESTO LEGNANTE È UN BRAVO AVVOCATO

È VERO CONFERMO

ALTRE GUERRE LO ALLONTANARONO DALLA SUA SANT’ARPINO. NEL 1936 PARTÌ PER IL FRONTE AFRICANO, POI NEL 1940 PER BOLZANO.

NEL SECONDO DOPOGUERRA INIZIÒ LA SUA ATTIVITÀ POLITICA SCHIERANDOSI CON LE SINISTRE.

VOTATEMI CAMBIERÒ IL PAESE!

BRAVO VINCENZO!

TENNE APPASSIONATI COMIZI E SI CANDIDÒ A SINDACO NEL 1964 A CAPO DELLA LISTA P.C.I..

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TENEVA CONTINUE RIUNIONI DI GIUNTA PER AFFRONTARE E RISOLVERE I TANTI PROBLEMI DEL PAESE.

MI IMPEGNERÒ PER QUESTO PAESE PIENO DI STORIA E CULTURA

FACCIAMO COSÌ, SONO D’ACCORDO SINDACO

FU ELETTO PRIMO SINDACO COMUNISTA DI SANT’ARPINO. L’AVVOCATO LEGNANTE È BRAVO, LO VOTO!

VOGLIO CONTINUARE A MIGLIORARE SANT’ARPINO

NEL 1970 SI RICANDIDÒ ALLA GUIDA DEL PAESE.

ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE LA SUA LISTA STRAVINSE.

SEI SINDACO PER LA SECONDA VOLTA È DURA MA CONTINUERÒ A LAVORARE PER IL PAESE

FU RIELETTO ALLA GUIDA DEL PAESE.

390 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


vincenzo legnante

NEGLI ANNI SETTANTA, IL SINDACO PORTÒ UN RISVEGLIO CULTURALE ED ECONOMICO.

FURONO ALLESTITE IN PIAZZA RAPPRESENTAZIONI TEATRALI. QUESTO TRUCCO È PERFETTO

È CARNEVALE E MI TRAVESTO!

LA CANZONE DI ZEZA VENNE SUONATA E RECITATA IN PIAZZA. CHE BRAVI!

A CARNEVALE UN CORTEO MASCHERATO SFILÒ PER LE STRADE.

IL PAESE HA UNA STORIA NOBILE

LA MASCHERA DI PULCINELLA, DISCENDENTE DI MACCUS, SFILÒ NEL CARNEVALE.

IL SINDACO LEGNANTE RIMANE SODDISFATTO DALLA PARTECIPAZIONE POPOLARE.

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CIAO VINCENZO DIMMI PURE

NON PREOCCUPARTI VINCENZO

GIORGIO HO UN PROBLEMA!

CON L’ONOREVOLE GIORGIO NAPOLITANO FREQUENTI ERANO I CONTATTI.

VERRÒ A SANT’ARPINO

NAPOLITANO CONOSCEVA BENE SIA LEGNANTE SIA SANT’ARPINO. AGLI AFFOLLATI COMIZI DI LEGNANTE SPESSO ERA PRESENTE GIORGIO NAPOLITANO.

GRAZIE TI ASPETTO

CHIAMAMI QUANDO VUOI!

TI POSSO RICHIAMARE FRA UNA SETTIMANA?

GIORGIO E VINCENZO COLTIVAVANO LA PASSIONE PER LA POLITICA E COME DUE AMICI VIVEVANO QUESTA ESPERIENZA.

392 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


vincenzo legnante

IL VESCOVO DI AVERSA CHIESE A LEGNANTE DI EDIFICARE UNA NUOVA CHIESA PER SAN CANIONE.

ORMAI L’ANTICO ROMITORIO ERA FATISCENTE E INSUFFICIENTE PER LA POPOLAZIONE ATELLANA.

SINDACO CI VUOLE UNA CHIESA PIÙ AMPIA

I LAVORI INIZIARONO NEL GIUGNO DEL 1971.

FAREMO UN BELL’EDIFICIO!

LA NUOVA PARROCCHIA VENNE REALIZZATA CON SEGNO ARCHITETTONICO MODERNO.

VI È PIACIUTA VESCOVO?

GRAZIE SINDACO. È ANDATO TUTTO BENE!

ALL’INAUGURAZIONE, NEL 1973, PARTECIPÒ UNA GRANDE FOLLA CON AUTORITÀ CIVILI, MILITARI E RELIGIOSE.

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FRA LE SUE OPERE AMMINISTRATIVE C’È ANCHE L’AMPLIAMENTO DEL CIMITERO. INOLTRE STIMOLÒ E COORDINÒ LO STUDIO E LE RICERCHE STORICHE PER L’ANTICA ATELLA.

QUESTI REPERTI SONO FAVOLOSI!

FU RIELETTO SINDACO PER LA TERZA VOLTA NEL 1976. ANCORA MIA! ECCO LA FASCIA

394 DA ATELLA A SANT’ARPINO | IL NOVECENTO


vincenzo legnante

DOPO LEGNANTE, IL TEMPO TRASCORSE VELOCEMENTE CON CAMBI CONTINUI DI SINDACI.

IL NUOVO SISTEMA ELETTORALE DETERMINÒ INSTABILITÀ AMMINISTRATIVA.

ELENCO DEI SINDACI SUCCEDUTI A VINCENZO LEGNANTE.

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396 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


l'alba del terzo millennio

L’

ultimo ventennio del XX secolo si aprì, nel 1980, con il conferimento al giovane avvocato santarpinese Giuseppe Limone del Prix Emmanuel Mounier, prestigioso premio internazionale consegnato a Parigi ogni tre anni dall’Association des amis d’Emmanuel Mounier. In seguito, al riconoscimento francese sono successe altre testimonianze di apprezzamento dell’opera e del sapere di Limone che, dopo alcuni anni d’insegnamento presso l’Università degli Studi del Molise e l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, divenne professore ordinario di Filosofia del Diritto e della Politica presso la Seconda Università degli Studi di Napoli. Nel censimento del 1981 il paese contava 9821 abitanti di cui 4938 maschi e 4883 femmine. Nei primi anni Ottanta, grazie alla Polisportiva U.I.S.P. guidata dal dinamico Emanuele Lettera, si sviluppò un forte movimento sportivo legato all’atletica leggera. Vennero coinvolti tantissimi giovani alcuni dei quali, come Francesca Lettera, Elpidio Coppola, Luca Iorio e Amalia Dell’Aversana, raggiunsero brillanti risultati in diverse competizioni regionali e nazionali. Nello stesso periodo operava nel campo sportivo anche un’altra associazione, la Polisportiva Libertas (presidente Antonio Guarino), che avviò molti ragazzi verso l’atletica leggera, il tennis tavolo, la pallavolo, e si distinse in particolare nel campo del calcio giovanile, partecipando a diversi campionati federali, dai Pulcini agli Allievi, e curando il settore giovanile per conto della squadra locale di calcio (U.S. Sant’Arpino).


Nella notte tra il 17 e il 18 luglio 1981, un grave furto scosse l’intera comunità: nel periodo della festa patronale, mani sacrileghe rubarono in chiesa la bellissima e artistica statua in argento di sant’Elpidio, di scuola napoletana del 1863, custodita nel corso dell’anno dalla famiglia Giordano e solo per il periodo dei festeggiamenti esposta in chiesa. Il 26 e 27 settembre del 1981 nei comuni atellani venne celebrato solennemente il bimillenario della morte di Virgilio, attraverso un gemellaggio con il paese natale del poeta (Virgilio, in provincia di Mantova)1. L’evento, promosso dalla sede di Atella dell’Archeoclub, fece rivivere l’antico legame del sommo poeta con il territorio atellano. Alla manifestazione, oltre alla delegazione dei virgiliani, presero parte importanti istituzioni (tra cui il ministro Vincenzo Scotti) e studiosi del calibro del professore emerito Marcello Gigante. Tra marzo e ottobre del 1981 venne dato alle stampe MonitoRiflessioni, un nuovo giornalino locale che ricalcava l’esperienza del Domani…, nato dalla collaborazione tra alcuni componenti del disciolto Gruppo Domani…, dell’Atella Club e di alcuni giovanissimi ragazzi, attratti dalla nuova ed interessante esperienza. Il 23 febbraio del 1982 si tenne una memorabile edizione del Carnevale Atellano, con la partecipazione di moltissimi giovani, abilmente diretti da Umberto Del Monaco. Dopo aver sfilato in corteo per le strade del paese, in piazza Umberto I i partecipanti misero in scena Trionfo e morte di Carnevale e la Canzone di Zeza riprendendo l’antica tradizione scenica tramandata dall’avvocato Legnante. Questa rappresentazione venne poi ripetuta, a fasi alterne, anche negli anni seguenti, con particolare successo nel 1999 e nel 2000, per opera degli attivissimi ragazzi dell’associazione Ducale e dei coinvolgenti soci del Comitato Festeggiamenti, in primis Biagio Pezzella (Bias ‘o chianchier), Pasquale Compagnone (‘o killer) e Raffaele Lettera (capitone), trascinatori e autentici mattatori dei cortei carnevaleschi di quegli anni. Il coinvolgimento e la partecipazione popolare per questa tradizione portò poi alla nascita di un Comitato Permanente per il Carnevale, con l’intento di perpetuare tale manifestazione nel corso degli anni. Sempre nel 1982, i fratelli Antonio e Mario Esposito fondarono la Marlen, azienda che realizza con metodo artigianale prestigiose e innovative penne che si ispirano a bellezze artistiche e archi1 Publio Virgilio Marone nacque nel 70 a.C. ad Andes, nella Gallia cisalpina, oggi identificata con Pietole, località del comune di Virgilio (MN).

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tettoniche, a geni della letteratura e della poesia e a celebrazioni storiche nazionali e internazionali. Tra gli appuntamenti firmati dalla Marlen figura il G8 di Genova del 2001: i Capi di Stato sottoscrissero gli accordi finali proprio con le penne fabbricate nei laboratori santarpinesi. Gli autentici gioielli da scrittura ideati dai fratelli Esposito sono esposti nelle vetrine dei negozi Harrod’s a Londra e in quelle dei rivenditori più famosi di Roma, New York, Parigi, Arabia Saudita e Giappone. Agli inizi degli anni Ottanta fra le eccellenze commerciali e produttive locali figurava anche la Hidros s.r.l., società fondata nel 1975 da Santolo D’Ambra con la moglie Concetta. La società negli anni è divenuta un grande centro di distribuzione all’ingrosso e al dettaglio di termoidraulica e igienico-sanitari dando lavoro a circa 50 dipendenti. Nel 1983 si svolsero le elezioni amministrative anticipate e la Democrazia Cristiana con il 24,78 % dei consensi superò il Partito Comunista che invece si fermò al 22,86%: entrambi i partiti conquistarono cinque seggi in consiglio comunale. La lista di Democrazia Proletaria confermò il 10% e due seggi, mentre il MSI arrivò al 19% pari a quattro seggi e il P.S.I. ottenne il 12% e due seggi in consiglio. In questo turno elettorale si presentò anche la lista civica Rinnovamento Democratico, guidata da Vito Compagnone, che raccolse il 12% dei voti e due seggi. Sindaco venne eletto Salvatore Brancaccio con l’appoggio della DC, della civica Rinnovamento Democratico e del Movimento Sociale Italiano che per la prima volta entrò a far parte del governo cittadino. Vice sindaco venne nominato Vito Compagnone. Questa giunta, da molti definita bianconera, rimase in carica appena un anno perché lacerata da molte fibrillazioni politiche che determinarono lo scioglimento anticipato del consiglio comunale. Nel novembre del 1984 si svolsero le nuove elezioni: la Democrazia Cristiana ottenne il 31% dei consensi con sette seggi mentre il PCI il 26% e sei seggi, il MSI il 13% con tre seggi, il PSI il 12% e due seggi, Democrazia Proletaria il 12% pari a due seggi. Il nuovo consiglio comunale, dopo un anno di consultazioni fra i partiti, raggiunse un accordo di governo fra PCI, DC e Socialisti eleggendo sindaco il democristiano Antonio Guarino con la previsione di una staffetta con un sindaco indicato dal PCI. Vice sindaco venne nominato Franco Lettera. Dopo alcuni anni di lavori, nel 1984 venne inaugurato il campo sportivo in via Barraccone che diventò subito il principale riferimento per gli amanti dello sport. Negli


anni a venire il complesso sportivo fu denominato Ludi Atellani e fu interessato da ulteriori interventi di ampliamento degli spazi e delle funzioni. Nel dicembre del 1984 venne fondata la Pro Loco di Sant’Arpino con sede in via Marconi nel seicentesco palazzo Magliola: il professore Felice D’Antonio ne divenne il primo presidente. Il 26 aprile del 1985 morì la signora Pierina Mazzuccato Pezone, da tutti conosciuta come la levatrice, in quanto titolare del servizio ostetrico comunale. La signora Pezone, fin dal 1930, con la sua instancabile opera, contribuì alla scomparsa della mortalità puerperale in paese. Nell’anno 1986 davanti all’antico romitorio di san Canione si tenne la prima Sagra del Casatiello. Nello stesso anno nacque e si consolidò a Sant’Arpino, nello studio medico del dottor Antonio Sagliocco, la sezione A.V.I.S. dei donatori di sangue. Una volta al mese, di domenica, oltre cento persone si recavano a donare il sangue grazie alla straordinaria opera di sensibilizzazione della presidente Maria Rosaria Sagliocco. Il numero di donatori fu tanto alto da far diventare Sant’Arpino uno dei principali centri di raccolta di tutta la Campania. Ancora oggi la lodevole attività dell’A.V.I.S. continua ed è portata avanti dal presidente Tommaso Delli Paoli. Orlando Limone, maestro d’asilo (uno dei pochissimi in tutta Italia), nel 1987, si aggiudicò il Premio Atella opera prima con Simmentalmente bambino. Limone, che per i suoi lavori è stato anche ospite alla trasmissione Uno mattina su Rai Uno, ha pubblicato anche Discesa all’Infanzia (1988) e Maestro d’Asilitudine (2001). Nel rispetto dell’accordo precedentemente sottoscritto, nel luglio del 1987, in consiglio comunale venne eletto sindaco Franco Lettera del PCI mentre vice sindaco venne nominato Ernesto Capasso. In quegli anni si gettarono le basi per la realizzazione di importanti opere pubbliche tra cui il Parco Giochi Rodari, le piazzette de Muro e Paradiso. Ebbe inizio, inoltre, il restauro di palazzo Zarrillo, di piazza Umberto I, della chiesa di san Francesco di Paola e partì un primo lotto di lavori per il recupero del palazzo ducale Sanchez de Luna. Nel 1988 fu istituita la consulta giovanile, un organismo formato dai rappresentanti giovanili di tutte le associazioni operanti nel comune. La consulta, in previsione dei lavori di ristrutturazione di piazza Umberto I, elaborò un corposo documento con il quale suscitò un ampio dibattito nel paese che portò alla modifica del me-

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desimo progetto di ristrutturazione in base a valutazioni storiche, culturali e urbanistiche. Nel marzo del 1989, dopo un lungo e tormentato iter burocratico, con apposito decreto del presidente della Provincia di Caserta venne approvato il Piano Regolatore Generale. Nello stesso anno si svolsero le elezioni amministrative con questi risultati: la DC raccolse il 23% pari a cinque seggi, il PCI arrivò al 13% e ottenne tre seggi, il PSI al 20% pari a quattro seggi, il MSI si fermò al 9% con due seggi. Per la prima volta furono presenti nell’agone politico locale le liste del Partito Repubblicano Italiano che ottenne quasi l’11% dei consensi e due seggi, dei Verdi che raggiunse il 7% e ottenne un seggio, del PSDI che conquistò circa l’8% pari a un seggio, la civica Atella, che raccolse il 9% pari a due seggi. Quest’ultima lista rappresentava il malessere degli abitanti dei nuovi quartieri santarpinesi Paradiso e Castellone che da tempo lamentavano l’abbandono di cui erano oggetto da parte delle istituzioni locali. Sempre nel 1989 venne edito il Ciuco re, giornalino locale con redazione in via de Simone, animato da giovani di varie estrazioni politiche. La testata si distinse da subito per i suoi articoli di politica, sport e cultura. In quegli anni la società sportiva di atletica leggera Fiamma Campania, con sede in via Piave e guidata da Raffaele Esposito Marroccella, conquistò diversi titoli regionali e nazionali, in particolare nella marcia e nel lancio del peso con le atlete Giusi Giannino e Patrizia Aletta. Nel 1990, in seguito alla morte di don Maurizio Crispino, fu nominato parroco di san Canione don Mario Puca. A marzo dello stesso anno, Mario D’Angelo, del Partito Comunista, venne eletto sindaco e rimase in carica per due anni mentre vice sindaco venne nominato Ernesto Capasso. Durante il suo mandato s’inaugurarono la nuova casa municipale in via De Gasperi e la pinacoteca comunale nei locali del palazzo Zarrillo in via D’Anna Leone. Nel novembre dello stesso anno a Sant’Arpino aprì per la prima volta gli sportelli una banca, ossia la Banca di sconto e conti correnti di Santa Maria Capua Vetere. A cavallo tra il 1990 e il 1991, su impulso del consigliere comunale Virginio Guida, si costituì il Nucleo Comunale di Protezione Civile a cui aderirono numerosi volontari che si distinsero per una serie di interventi di supporto alle autorità competenti nella gestione di eventi complessi e nella prevenzione dei rischi. Nel censimento del 1991, il comune contava circa 12.000 abitanti, undici erano i medici mutualistici presenti sul


territorio, 2000 gli alunni iscritti alle materne comunali, 738 alle elementari e 577 alle medie. In questo stesso anno un gruppo di appassionati ricercatori, coordinati dal colonnello Antonio Dell’Aversana e da Francesco Brancaccio, fondò l’associazione A.D.E.R.U.L.A. per l’impegno nella tutela del patrimonio artistico e nella promozione della cultura locale. Primo presidente venne nominato il professore Salvatore Brancaccio. Nel corso degli anni successivi questa associazione ha pubblicato diversi testi di storia locale che hanno contribuito non poco alla conoscenza della storia del paese. Nel luglio del 1992 venne eletto sindaco il democristiano Giovanni D’Elia (vice sindaco Gaetano Dell’Aversana) che rimase alla guida del paese fino alla scadenza naturale del consiglio (novembre 1994). Durante il suo mandato s’inaugurò il nuovo e moderno plesso delle scuole elementari in località Paradiso, i cui lavori erano stati avviati all’inizio degli anni Novanta. Successivamente il complesso scolastico venne intestato alla memoria del benefattore Cav. Amedeo Cinquegrana e interessato da ulteriori progetti di miglioramento e ampliamento. Contestualmente all’entrata in funzione del nuovo plesso di zona Paradiso, vennero avviati i lavori di ristrutturazione dell’edificio scolastico di via De Amicis. Quell’anno, in occasione della manifestazione Bici in Città fu realizzata una raccolta fondi contro la sclerosi multipla. Sant’Arpino, grazie a una stretta sinergia fra UISP e amministrazione comunale, risultò il primo in Italia per quantità di fondi raccolti. Il premio venne ritirato a Roma dalle mani di Rita Levi Montalcini. Sempre nel 1992 fu fondato il mensile atellano Clanio, che ottenne un grande successo nei comuni dell’agro grazie alle sue dettagliate e inedite notizie di cronaca, politica, cultura e attualità. Si assistette, in questo periodo, anche a un forte radicamento sul territorio di piccole e medie aziende calzaturiere e tessili provenienti in particolare dai comuni a nord di Napoli. Si avviò, inoltre, un rallentamento della crescita demografica a mano a mano che l’esigua disponibilità territoriale del comune si venne saturando. Nel 1993 si svolse in piazza Umberto I la II Sagra del Casatiello, che riscosse un grande successo grazie alle migliaia di persone che vi parteciparono e per l’occasione venne realizzato un casatiello da guinness dei primati. Nel novembre del 1994 si svolsero le prime elezioni amministrative con il nuovo sistema elettorale (legge 81/93),

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che prevedeva l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. Si presentarono tre liste: Popolari e Progressisti Atellani capeggiata da Giuseppe Dell’Aversana che conquistò il 46% dei voti e tredici seggi; la lista Insieme per Sant’Arpino capeggiata da Antonio Guarino che ottenne il 21,9% dei consensi e tre seggi e Forza Italia - Alleanza Nazionale - CCD capeggiata da Riccardo Plazza che raccolse il 32,3% e quattro seggi. Venne eletto sindaco Giuseppe Dell’Aversana. Vice sindaco venne nominato Angelo Crispino al quale poi subentrò Elpidio Del Prete. Nel 1995, una delegazione di Sant’Arpino partecipò al programma di Rai Uno Utile e futile che si occupava di promuovere le tradizioni dei paesi italiani. Nel 1996 morì l’appuntato dei carabinieri Antonio Lettera, un santarpinese insignito della medaglia d’argento al valor militare. A lui l’amministrazione comunale, nel 2001, dedicò una delle vie poste lungo la provinciale Aversa-Caivano e, nel 2010, pose in sua memoria una lapide sulla facciata laterale del palazzo ducale. A maggio del 1996, nel cortile del palazzo ducale, con una solenne cerimonia venne conferita la cittadinanza onoraria allo scrittore Luigi Compagnone. Tra il 1996 ed il 1997, con le due edizioni di Arte al Palazzo organizzate dalla Pro Loco, vennero gettate le basi per la costituzione di una collezione permanente di arte contemporanea. Nel 1997 il cantante e attore Gianni Aversano, succivese d’origine ma santarpinese d’adozione, fondò il trio Napolincanto che nel 2004 tenne un concerto privato per il card. Ratzinger e, nel tempo, ha pubblicato diversi cd. Nel 1997 ripresero, su impulso dell’amministrazione comunale, i lavori di completamento del poliambulatorio di via De Gasperi e fu approvato in giunta il progetto esecutivo cantierabile del Parco Archeologico e Ambientale dell’antica Atella per un importo di oltre dieci miliardi di vecchie lire. Nel marzo dello stesso anno nacque il circolo Legambiente - Geofilos, con presidente Antonio Pascale, che nel tempo è divenuto un importante presidio ambientalista per tutta l’area atellana. Sempre nel 1997, a soli 28 anni e dopo un brillante percorso di studi, la santarpinese Filomena Capasso entrò in Magistratura. In questa prestigiosa veste si è occupata di importanti vicende giudiziarie distinguendosi subito per capacità, professionalità e alto senso di responsabilità. Doti che l’hanno portata, nel volgere di alcuni anni, a ricoprire importan-


ti funzioni nell’ordine giudiziario. Il 30 giugno dello stesso anno venne ordinato sacerdote don Umberto D’Alia mentre il 18 aprile del 1998 fu ordinato sacerdote don Stanislao Tozzi della Congregazione dei Padri Passionisti. Nel maggio 1998 ebbe luogo nella splendida cornice del Teatro Lendi la prima Rassegna di Teatro Scuola PulciNellaMente che da subito suscitò un notevole entusiasmo e un interesse straordinario di pubblico, scuole e critica. Dopo pochi mesi i comuni di Orta, Succivo e Sant’Arpino, con apposite delibere di consiglio comunale, costituirono l’Associazione Vasca Castellone al fine di recintare l’omonima area verde dismessa, di oltre quarantamila metri quadrati, posta al confine fra i tre comuni. Presidente dell’associazione intercomunale venne nominato il sindaco di Sant’Arpino Giuseppe Dell’Aversana. Il 19 settembre del 1998 venne ordinato sacerdote don Luigi Arena della Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori. Nel novembre dello stesso anno si svolsero le elezioni amministrative per l’elezione diretta del sindaco. Si presentarono tre liste: Popolari e Progressisti Atellani capeggiata dal sindaco uscente Giuseppe Dell’Aversana che conquistò il 45,1 % dei voti e tredici seggi; la lista Sant’Arpino Democratica con a capo Giuseppe Del Vecchio che conquistò il 36,1% dei voti e cinque seggi e Sinistra Democratica capeggiata da Franco Aimone che ottenne il 18,8% dei consensi e due seggi. Giuseppe Dell’Aversana vinse la competizione e fu riconfermato sindaco. Vice sindaco venne nominato Ernesto Capasso. Il 10 gennaio del 1999 venne presentato il volume dell’architetto Giuseppe Soreca dal titolo Documenti sulla committenza dei Sanchez de Luna, edito dal Comune di Sanrt’Arpino. Ancora nel 1999 lo scrittore santarpinese Giuseppe Montesano con il romanzo Nel corpo di Napoli (edito da Mondadori) fu finalista al prestigioso Premio Strega. Con lo stesso romanzo vinse, tra l’altro, il Premio Napoli e il Superpremio Vittorini. Riconoscimenti che consacrarono definitivamente Montesano tra i migliori scrittori emergenti italiani. Nello stesso anno, nuovo parroco della chiesa di sant’Elpidio divenne il sacerdote don Stanislao Capone che subentrò a don Francesco Pezzella da oltre trent’anni alla guida della parrocchia. Sempre nel 1999 fu approvato il progetto esecutivo di ampliamento del cimitero comunale, che prevedeva la realizzazione di ottocento nuovi loculi.

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Il 24 Aprile del 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi firmò il decreto per l’utilizzo dello Stemma e Gonfalone civico dotando ufficialmente il comune delle proprie insegne. Nel 2001, il consiglio comunale approvò uno schema di convenzione con l’istituto Mondo Libero di Sant’Arpino per la realizzazione di un moderno edificio scolastico da adibire a scuola materna ed elementare. Il progetto prevedeva la realizzazione di una struttura comprendente venti aule didattiche, una palestra, un refettorio e un ampio parcheggio. Fu inaugurato nel settembre del 2006 e oggi ospita oltre trecento alunni, risultando una delle scuole paritarie più grandi e accoglienti della provincia di Caserta. Nello stesso anno, si istituì la figura del presidente del consiglio comunale e il consigliere Salvatore Brasiello il 1° ottobre fu eletto primo presidente del civico consesso. Venne in questo anno anche presentato il volume Il parco tra luogo e memoria (edito dal Comune di Sant’Arpino) di Giovanni Felice Iovinella. Nel giugno del 2002 venne inaugurato il parco pubblico Domenico Cirillo, un polmone di verde attrezzato grande oltre sette mila mq e collocato in pieno centro abitato. Nello stesso anno, con delibera del consiglio comunale, fu data in concessione la costruzione e la gestione dell’impianto di distribuzione del gas metano, mentre all’inizio del 2003 furono approvati il progetto definitivo e la relativa richiesta di finanziamento. Nel 2004 partirono i lavori ultimati nel settembre del 2008 in quasi tutto il paese. A luglio del 2002 venne costituita, fra i comuni di Sant’Arpino, Succivo, Orta di Atella e Frattaminore, l’Unione dei Comuni Atellani. Dotata di personalità giuridica e di potestà regolamentare, l’unione nacque con l’intento di gestire servizi complessi e di rilevanza intercomunale. Primo presidente fu nominato il sindaco di Sant’Arpino Giuseppe Dell’Aversana. Negli anni seguenti aderirono all’unione anche i comuni di Cesa e Gricignano. Il 28 agosto, sempre del 2002, fu consegnata al premio Nobel Dario Fo la cittadinanza onoraria e il titolo di Ambasciatore nel mondo delle Fabule Atellane. Prima dell’arrivo del Maestro Fo, nella mattina dello stesso giorno 28, si tenne una seduta straordinaria e urgente del consiglio comunale per deliberare - così come ampiamente argomentato in una specifica nota inviata dalla Direzione Artistico - Organizza-


tiva della Rassegna di Teatro Scuola PulciNellaMente, nelle persone di Elpidio Iorio, Anna Marchesiello, Carmela Barbato e Antonio Iavazzo - il conferimento della cittadinanza onoraria al premio Nobel. Il civico consesso, composto da: Salvatore Brasiello, Giuseppe Dell’Aversana, Giuseppe Savoia, Ernesto Capasso, Elpidio Arena, Eugenio Di Santo, Giovanni Pezzella, Giovanni Brassotti Ziello, Carlo Luongo, Antonio Di Muro, Franco Espsosito Marroccella, Giacomo Mundo, Elpidio Del Prete, Elpidio D’Elia, Giuseppe Del Vecchio, Giovanni D’Errico, Giovanni Pacciarelli, Virginio Guida, Felice D’Antonio, Franco Aimone e Oreste Perrotta, con deliberazione di consiglio nr. 48 concesse la cittadinanza. La cerimonia si tenne al Teatro Lendi con una straordinaria partecipazione di pubblico. Intervennero il presidente della Regione Campania Antonio Bassolino e i sindaci dell’Unione dei Comuni Atellani, il presidente dell’Ente Teatrale Italiano Mico Galdieri, il giornalista del Tg3 Edoardo Sant’Elia, il docente di Storia del Teatro all’Università di Napoli, Ettore Massarese. L’evento, inoltre, venne allietato dalla presenza del noto cantante Marcello Colasurdo che duettò con il premio Nobel in un bellissimo pezzo musicale. Dopo un magistrale intervento di Dario Fo, con cui venne illustrato il rapporto fra il teatro e le maschere atellane, il presidente Bassolino prese la parola promettendo un finanziamento regionale per la realizzazione del Parco Archeologico di Atella. L’evento ebbe una vasta eco sui giornali e nelle televisioni che seguirono con ampi reportage e dettagliati servizi la visita del premio Nobel a Sant’Arpino. Fo nella terra in cui nacque il teatro fu il titolo riportato in prima pagina da la Repubblica Napoli il 29 agosto. Nell’articolo, curato dall’inviata Eleonora Bertolotto, tra l’altro fu scritto: « … la città - madre delle fabulae atellanae ha consegnato ieri le sue chiavi e la missione di ambasciatore a Dario Fo, premio nobel e divino giullare. Fo ha ringraziato a modo suo, intrattenendo il pubblico che gremiva il teatro Lendi e sopportava stoicamente il caldo torrido della sala chiusa, con un apologo di quelli che sa costruire con graffiante leggerezza, come fossero pensieri che svaporano, non premeditati, intessuti di ironia feroce, di dolente attualità e infine di risata. Fabula che ha raccontato a una platea incantata “dello stercorario e dell’aquila”, apologo sul potere, intessuto - rinnovando il miracolo della Commedia dell’Arte- sulla estemporanea colonna sonora fornita da Marcello Colasurdo, che aveva accolto il premio Nobel all’arrivo, sul palco dedicandogli una travolgente tammurriata. L’idea di consegnare a Fo la

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cittadinanza onoraria è maturata nel maggio scorso, quando si è tenuta la rassegna di teatro dei ragazzi, per i ragazzi, che si svolge a Sant’Arpino ogni anno in primavera, si chiama PulciNellaMente, un gioco di parole che è anche rivendicazione di una paternità (Pulcinella), ed ha raggiunto ormai la quinta edizione, coinvolgendo diecimila studenti, trentacinque comuni e quaranta istituti di ogni ordine e grado. (….) Incontrando i sindaci delle amministrazioni interessate (oltre a Sant’Arpino e Succivo, Frattaminore, Orta di Atella) che hanno da poco dato vita a un organismo sovracomunale proprio allo scopo di affrontare in termini di comprensorio soprattutto i temi legati alla cultura, il governatore Bassolino ha promesso il suo interessamento per il parco, per cui è stato già redatto un piano di fattibilità. Oggi stesso ci sarà una riunione in Regione con i sindaci e i funzionari della Soprintendenza di De Caro, che già ha dato un sostanziale via libera. “Ma l’altro tema portante - aggiunge Bassolino - è il teatro. E io penso che la terra che ha inventato e fabulae abbia le carte in regola per proporsi come centro di formazione per le attività teatrali”. La scuola - l’idea andrà a perfezionarsi oggi nel corso dell’incontro con gli amministratori, e alla presenza dell’assessore Adriana Buffardi - si legherebbe a PulciNellaMente, percorrendo il doppio binario di corsi per formatori e corsi per i ragazzi. Ancorchè frantumata e sepolta, Atella potrebbe così recuperare la dignità del ruolo culturale che la fece grande in passato».2 Nel maggio 2003 si tennero le elezioni amministrative. Si presentarono due liste: Uniti per il Centro Sinistra che conquistò l’82,2% pari a tredici seggi e Casa delle Libertà che ottenne il 17,8% dei voti e sette seggi. Le liste erano capeggiate rispettivamente da Giuseppe Savoia e Alberto Plazza. Fu eletto sindaco Giuseppe Savoia mentre vice sindaco venne nominato Elpidio Del Prete. Nella prima seduta utile Aldo Zullo venne nominato presidente del consiglio comunale. Nel 2003 lo scrittore Giuseppe Montesano si aggiudicò il Premio Letterario Viareggio-Rèpaci con il libro Di questa vita menzognera, edito da Feltrinelli. Ad aprile del 2004, Angela Ruggiero, già sindaco di Sant’Arpino, fu nominata direttore generale dell’Asl Ce 2. Restò in carica ad Aversa fino al dicembre del 2007. Nel 2004 nacque il Co.D.I., Comitato per i Diritti dell’Infanzia, organismo di concertazione istituzionale che vede la partecipazione di amministrazione comunale, Chiesa, 2 Cfr. Bertollotto E., Fo nella terra in cui nacque il teatro. La Repubblica, 29 agosto 2002


scuole, Asl, Unicef e associazionismo locale. La finalità principale è quella di attuare una programmazione partecipata per la promozione e la difesa dei diritti dell’infanzia. Tra le iniziative che si sono distinte figura l’organizzazione annuale di Estate Ragazzi - coordinata da Santina Dell’Aversana, Giovanna Saviano e Milena Capasso - con il coinvolgimento di centinaia di giovanissimi santarpinesi. Dal 2004 al 2008 il Co.D.I. venne presieduto dal sindaco Savoia al quale successe poi il consigliere Ernesto Capasso in carica fino al luglio del 2012. Nel settembre del 2004 venne ordinato sacerdote don Domenico D’Alia appartenente alla Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Nel corso dello stesso anno 2004 si tenne un incontro di boxe internazionale al quale parteciparono campioni indimenticabili quali Nino Benvenuti e Patrizio Oliva. Nel dicembre del 2004 aprì la seconda farmacia di Sant’Arpino. Nel 2005 venne pubblicata l’agenda letteraria atellana, edita dal Comune di Sant’Arpino nell’ambito di un più ampio progetto culturale coordinato da Giuseppe Montesano. L’agenda, impreziosita dagli scatti del noto fotografo Antonio Biasucci e dalle opere di valenti artisti locali, fu curata nel design grafico da Umberto Guarino dello studio Mau. Nel 2005 ebbe anche inizio il primo lotto di lavori del Parco Archeologico di Atella finalizzato al recupero dell’ex Municipio di Atella di Napoli. I lavori vennero completati nel 2010. Nel marzo dello stesso anno fu registrato presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere L’Oasi di Padre Pio, periodico di informazione religiosa, sociale e culturale dell’associazione Nostra Signora di Fatima - Opera di Padre Pio. Il giornale, con sede nel palazzo ducale Sanchez de Luna, è diretto da Elpidio Iorio, mentre Pasquale Cominale svolge funzioni di caporedattore. Attraverso il periodico l’associazione non solo stimola riflessioni su importanti tematiche ma sensibilizza anche l’opinione pubblica sulla necessità di costruire a Sant’Arpino una casa di accoglienza quale momento di concreta solidarietà a favore degli immigrati, dei disagiati ed emarginati. Sempre nel 2005, a maggio, morì il preside Sosio Capasso, eminente studioso di storia locale, presidente sin dal 1978 (anno della fondazione) dell’Istituto di Studi Atellani. Una istituzione culturale che nel corso degli anni ha avuto il merito, con le sue numerose pubblicazioni, di realizzare un lavoro scientifico di ricerca e approfondimento sulla cultura atellana.

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A giugno del 2005 si tennero i funerali del soldato Antonio Brancaccio, morto a Berlino nel maggio del 1944, le spoglie del quale rientrarono in patria dopo sessantuno lunghi anni di attesa da parte della famiglia. Il consigliere Oreste Perrotta, nel corso dell’anno, venne eletto presidente del consiglio comunale. Sempre in questo anno furono completati i lavori di restauro della chiesa di san Francesco di Paola al Cimitero e quelli della scuola materna di via Marconi. Nel 2005, infine, la scuola calcio Olimpia Sant’Arpino, fondata e presieduta da Orazio Vitale, cedette al Napoli Calcio il quattordicenne Lorenzo Insigne, formatosi calcisticamente nella società locale sin dall’età di sei anni. Il campo Ludi Atellani si conferma in tal modo fucina di talenti sportivi grazie al decennale lavoro di diverse società di calcio giovanile e alla grande passione di soggetti locali, tra cui Franco Monteforte e Giuseppe Angelino. A gennaio del 2006 venne presentato il libro Emozioni intumescenti dell’autrice santarpinese Maria Tinto. Ad aprile, Andrea Carboni, giovane percussionista santarpinese, fu ospite della trasmissione televisiva Domenica in su Rai 1, condotta da Pippo Baudo. Il 6 ottobre del 2006 venne ordinato sacerdote don Salvatore Cicatiello della Congregazione del G.A.M. (Gioventù Ardente Mariana). In questo anno fu istituita per la prima volta a Sant’Arpino la Commissione Pari Opportunità, presieduta da Iolanda Boerio.. Nel dicembre del 2006 venne presentata l’opera prima del poeta Giovanni Arena dal titolo Racconti e Poesie, edita dal Comune di Sant’Arpino. Il 29 aprile del 2007, all’età di ottantaquattro anni, morì il parroco emerito don Francesco Pezzella. Nel maggio del 2007, durante i lavori di ampliamento del cimitero comunale, vennero ritrovati i resti di una fornace di età tardo romana. A luglio venne a mancare Giovanni Pezzella dopo una lunga e difficile malattia lasciando nello sconforto amici e parenti. Nel settembre del 2007, don Umberto D’Alia sostituì don Stanislao Capone alla guida della comunità parrocchiale di sant’Elpidio Vescovo. Nello stesso mese si tenne la IV edizione della Festa della mozzarella e del contadino atellano, coordinata da Domenico Limone e Biagio Pezzella. L’evento fu ripreso dalle telecamere del programma di RaiUno Festa Italiana condotto da Caterina Balivo. Il tastierista Diego Carboni, nel corso del 2007, avviò un’intensa collaborazione con l’artista Enzo Avitabile accompagnandolo, di anno


in anno, nei concerti che hanno toccato gran parte d’Europa, degli Stati Uniti, il Canada e il Sud America. Nell’aprile 2008, al nuovo turno di elezioni amministrative, si presentarono due liste: Alleanza Democratica per Sant’Arpino, capeggiata da Eugenio Di Santo che conquistò il 55,06% dei voti e tredici seggi e Partito Democratico, guidata dal sindaco uscente Giuseppe Savoia che ottenne il 44,94% e sette seggi. Nella prima seduta utile Antonio Guarino venne eletto presidente del consiglio comunale. Giovanni D’Errico ed Ernesto Capasso, tra i consiglieri eletti, sono quelli vantano una più lunga militanza in consiglio comunale. Questa campagna elettorale per la prima volta venne contraddistinta anche da un uso massiccio delle nuove tecnologie informatiche. Sul sito della testata giornalistica telematica Pupia, si scatenarono i blogger di entrambe le parti politiche esprimendo idee e posizioni sui competitori elettorali in campo. Venne eletto sindaco Eugenio Di Santo. Vice sindaco venne nominato Rodolfo Spanò (nel 2010 fu poi sostituito da Gianluca Fioratti). A dicembre 2008 uscì il libro Il mio micromondo, piccola raccolta di poesie di Giuseppe Bagno. Il giovane santarpinese, benché al suo esordio editoriale, già vantava diversi premi ottenuti a importanti concorsi poetici, nazionali e internazionali. Con una solenne ed emozionante cerimonia, il 25 gennaio del 2009 fu scoperta la lapide in memoria di Giovanni Pezzella nella sala consiliare a lui intestata.. Nello stesso anno il Comitato permanente per il Carnevale dopo un lungo periodo di stasi, fu meglio strutturato e rilanciato. Virginio Guida venne designato presidente del comitato. A luglio terminarono i lavori di restauro dell’edicola della Madonna della Lettera in via Piave eseguiti dall’artista Francesco Capasso. Nel settembre del 2009, nei locali della ex casa comunale di via Mormile, fu inaugurata una sezione distaccata del Liceo Scientifico Fermi di Aversa, dotando Sant’Arpino per la prima volta di un ordine scolastico di scuola media superiore. Il 1° novembre venne inaugurato il nuovo cimitero comunale dopo anni di attese. L’anno si chiuse con la pubblicazione del saggio di esordio di Enrica Romano dal titolo: Donna e uomo: due modi di essere umano - Percorsi di etica e identità di genere. Nel gennaio del 2010, iniziò la seconda fase dei lavori del Parco Archeologico di Atella concernente l’avvio di una nuova campagna di scavi dopo quella

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del 1966. Dopo alcuni mesi di paziente e delicato lavoro fu portato in superficie un complesso termale a carattere pubblico di oltre 1000 mq. Nel corso di questi lavori si ampliò via santa Maria a Piro e consolidò il Castellone. Nello stesso mese il vescovo Mons. Mario Milano nominò don Stanislao Capone Canonico della Diocesi di Aversa. A marzo venne eletto consigliere provinciale, nel collegio Orta di Atella – Sant’Arpino, il sindaco in carica Eugenio Di Santo. A maggio venne ordinato sacerdote don Domenico Belardo. A gennaio del 2011 inizia il restauro della cappella e dell’affresco della Madonna delle Grazie al Cimitero mentre a marzo vengono completati i lavori della circumvallazione esterna, strada lunga circa 6 km che collega i comuni a nord di Napoli con quelli casertani, fino all’innesto con l’asse di supporto Nola - Villa Literno all’altezza dello svincolo di Succivo. Di questa importante opera pubblica nel 2002 era stato approvato il progetto, nel 2004 il progetto esecutivo mentre nel 2005 erano stati avviati i lavori. La progettazione e i lavori dell’opera sono stati coordinati dal Comune di Sant’Arpino in seguito a un accordo di programma sottoscritto con Sant’Antimo, Cesa, Succivo e Gricignano nell’ambito del distretto industriale n°5. Il pittore santarpinese Carmine Capone, ad aprile, espone a Roma presso la Galleria Margutta, nella suggestiva e omonima via, in una mostra dal titolo Artisti a confronto, un pensiero per l’Italia. A maggio del 2011, l’avvocato Elpidio Capasso - nativo di Sant’Arpino - venne eletto consigliere del Comune di Napoli e con il sindaco Luigi De Magistris partecipa attivamente al governo del capoluogo campano. Capasso prima di entrare nel civico consesso partenopeo aveva già ricoperto importanti incarichi politico- istituzionali. Con apposito decreto del 26 maggio 2011, il Prefetto di Caserta approvò la proposta del Comune di Sant’Arpino di cambio del nome della piazza da Umberto I a Tenente Giuseppe Macrì, rendendo così onore al grande benefattore siciliano. Nello stesso mese, dopo un’intera esistenza spesa a favore della promozione dei valori di pace e giustizia, venne a mancare Roberto Compagnone, storico presidente dell’associazione ex Combattenti e Reduci di Sant’Arpino. Segnato fortemente da una dura esperienza di prigionia vissuta nel corso del secondo conflitto mondiale, dopo alcuni anni di impegno politico che lo portarono anche a ricoprire il ruolo di consigliere comunale e assessore,


Compagnone si era dedicato esclusivamente al circolo degli ex Combattenti e Reduci subentrando alla guida dello stesso all’altro storico riferimento Antonio Capasso, deceduto nel 1995 in seguito a un incidente stradale. L’orchestra della scuola media V. Rocco, guidata dal dirigente Angelo Dell’Amico, il 31 maggio, con una performance indimenticabile conquistava il primo premio al 3° Concorso Nazionale di Esecuzione Musicale Città di Airola. Il premio era solo l’ultimo di una serie di riconoscimenti che dal 1992 venivano assegnati all’orchestra della scuola, che è uno dei pochissimi istituti di istruzione secondaria di primo grado a indirizzo musicale del casertano. La giovane Libera Nasti, già fattasi notare per due raccolte di racconti, pubblicava a giugno il suo primo romanzo dal titolo Il candore del gelso selvatico. Nel luglio del 2011, moriva l’avvocato Antonio Spanò, per oltre trent’anni leader della destra politica di Sant’Arpino. Memorabili restano le sue battaglie politiche e ideali sempre portate avanti con grande rispetto umano degli avversari. A settembre si svolge la quinta edizione del Torneo di Calcio Brasiliano Golden Baby promosso dall’associazione Atella 2000 presieduta da Carlo Luongo. A ottobre Raffaele Marroccella, noto come il pensionato a costo zero per la sua costante e gratuita dedizione al servizio della cittadina, compiva ottant’anni. L’anno si chiudeva con l’organizzazione, da parte dell’associazione Meddiss onlus, del quarto Festival di Chitarra Atella Classica che ospitava musicisti di respiro internazionale. L’iniziativa, fortemente voluta da Teresa Coppola e Rino Chiacchio, si avvale della collaborazione del maestro Edoardo Catemario. A febbraio del 2012, il soprano santarpinese Rosanna Savoia si esibisce al Teatro San Carlo di Napoli nel ruolo di Lucia, la protagonista dell’opera Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizzetti, nell’inedita regia di Gianni Amelio. L’artista riceve grandi consensi dalla critica e dal pubblico che confermano lo spessore di una carriera artistica che l’ha vista esibirsi in importanti teatri italiani ed europei. A marzo viene nominato direttore del distretto sanitario 18 dell’Asl Caserta il medico santarpinese Luigi Di Monte. Ad aprile si tiene la seconda edizione del Premio Maccus, ideato dall’omonima associazione santarpinese, presieduta da Gennaro Del Prete, che intende valorizzare e dare il giusto riconoscimento a persone che, in diversi settori della vita pubblica, contribuiscono alla valorizzazione del terri-

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torio atellano. A fine aprile, l’associazione Amo la Vita, guidata da Pasquale Buononato, presenta il pulmino che ha voluto regalare ai diversamente abili di Sant’Arpino, acquistato con i fondi raccolti attraverso una serie di iniziative di beneficenza. Il 12 maggio viene conferito al giornalista e scrittore Arrigo Levi il Premio PulciNellaMente. Alla cerimonia interviene telefonicamente anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sempre a maggio si tiene la prima edizione del Certamen Vergilianum Atellanum che celebra Virgilio e il suo rapporto con Atella e la Campania. Il concorso, riservato agli alunni del IV e V anno dei Licei Classici e delle scuole a indirizzo classico delle provincie di Caserta e Napoli, è organizzato dagli Amici del Libro, associazione, presieduta da Assunta Rocco, che cura dal 2011 anche l’organizzazione della rassegna I Libri del Cortile. Maggio si conclude con le celebrazioni per il ventennale della Sagra del Casatiello. A giugno si svolge la cerimonia di premiazione dei vincitori della IV edizione del Premio per la Cultura Giuseppe Lettera, indetto dall’Istituto di Studi Atellani e dalla famiglia Lettera-Speranzini. Al concorso sono ammesse le Tesi di Laurea Magistrale presentate (tra il 2005 e il 2011) in tutte le facoltà delle Università Italiane. Ai due vincitori oltre ad un compenso economico viene data la possibilità di pubblicare il lavoro premiato, in parte o totalmente, nella Rassegna Storica dei Comuni Atellani. Il 18 giugno, nella stessa giornata, muoiono Salvatore Brancaccio e Felice D’Antonio, entrambi nel corso delle loro esistenze si sono fortemente impegnati da protagonisti in politica, nelle istituzioni e nell’associazionismo socio - culturale santarpinese e atellano. Nell’estate del 2012 terminano i lavori di restauro della chiesa di sant’Elpidio Vescovo, avviati da don Stanislao Capone e portati avanti con grande determinazione dal parroco don Umberto D’Alia riportando l’edificio sacro al suo antico splendore. A luglio, quando Sant’Arpino conta una popolazione di 14.377 abitanti di cui 7205 femmine e 7172 maschi, viene dato alle stampe il volume da Atella a Sant’Arpino frutto di oltre tre anni di duro lavoro di studio e di ricerca.


I

l 10 dicembre 1984, con atto notarile nacque la Pro Loco di Sant’Arpino che, da allora, ha sempre avuto sede in via Marconi 7, all’interno del seicentesco palazzo Magliola, una delle più belle dimore signorili dell’area atellana. L’associazione fu fondata con lo scopo di promuovere e valorizzare, d’intesa con l’Ente Provinciale per il Turismo, la storia, le tradizioni e i monumenti del comune di Sant’Arpino. Si dotò subito di un proprio statuto che ricalca nella sua struttura organizzativa quello delle migliaia di Pro Loco che esistono in quasi tutti i comuni italiani. Organi dell’associazione sono: l’assemblea dei soci, il consiglio di amministrazione, il presidente e il collegio dei revisori dei conti. La Pro Loco dal 1984 è iscritta in un apposito albo regionale ed è affiliata all’Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia (U.N.P.L.I.) che coordina le attività delle Pro Loco sul territorio nazionale. Primo presidente della Pro Loco Sant’Arpino fu il professore Felice D’Antonio, vicepresidente Gerardo Plazza, segretario Giuseppe Dell’Aversana, tesoriere Franco Pezone. Facevano parte del consiglio d’amministrazione: Mario Rocco, Carlo Formisano, Giuseppe Arbolino, Ettore D’Errico. All’inizio erano circa trenta i soci iscritti, molti dei quali giovani. L’entusiasmo, la passione e il volontariato di questi ultimi diventarono il motore dell’associazione che subito si pose all’attenzione del paese con diverse e significative iniziative. Nel marzo del 1985 venne organizzata una mostra fotografica con esposizione di centinaia di foto del paese, sia antiche che moderne: il successo e il riscontro popolare furono davvero notevoli. A maggio dello stesso anno vennero raccolte migliaia di firme per una petizione con cui si chiedeva di istituire di domenica l’isola pedonale in piazza Umberto I. Poco dopo, a giugno, si svolse un torneo di calcio amatoriale mentre a settembre ebbe luogo un’estemporanea di pittura, intitolata a Vincenzo Legnante, che vide l’adesione di oltre quaranta artisti che invasero le strade e gli angoli di Sant’Arpino con tavolozze e cavalletti. A dicembre si concluse l’anno con l’organizzazione, d’intesa con il Comitato Festeggiamenti in onore di sant’Elpidio, del presepe vivente. Nel 1986 venne organizzata la prima Sagra del Casatiello in prossimità della chiesetta di san Canione. Sempre nel 1986 si tennero: la presentazione di un libro di Vincenzo de Muro; l’allestimento (a settembre) della seconda estemporanea di pittura; la promozione di una petizione per un nuovo ufficio postale. A novembre, in occasione della giornata dei defunti,

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la pro loco

i giovani della Pro Loco in forma volontaria si impegnarono per la pulizia, ristrutturazione e riapertura al pubblico della cappella cimiteriale del tenente Giuseppe Macrì, che da molti anni era abbandonata e chiusa. L’iniziativa fu accolta con favore dalla popolazione che apprezzò tantissimo questo gesto in memoria del benefattore siciliano. Nel 1987 venne organizzato il Carnevale atellano con la creazione delle maschere atellane in cartapesta; a giugno si tenne la prima edizione del premio letterario Città di Atella che registrò le adesioni di affermati scrittori quali Michele Prisco e Domenico Rea. Nel 1988 fu riconfermato presidente Felice D’Antonio, suo vice divenne Giuseppe Dell’Aversana, segretario Mario Rocco. Nel consiglio d’amministrazione entrarono Giovanni Pezzella e Raffaele Persico; Franco Pezone rimane tesoriere dell’associazione. In quell’anno si svolsero decine di manifestazioni fra cui la terza estemporanea di pittura e la seconda edizione del premio letterario. A maggio, in piazza Umberto I, si tenne Fotomemoria: una rassegna espositiva di oltre duecento foto d’epoca raffiguranti inediti aspetti, mestieri e scorci paesaggistici della Sant’Arpino antica. Nel corso dell’anno, inoltre, grazie alla dedizione e alla passione dei volontari della Pro Loco, si costituì il museo civico, con la catalogazione e l’esposizione di reperti archeologici atellani che giacevano abbandonati in diverse parti del paese. Tra le iniziative svolte nel 1989 figura anche la pubblicazione di Vincenzo Legnante, cittadino di Atella, un volume che, realizzato grazie alla sensibilità del sindaco Franco Lettera e dell’assesore alla cultura Salvatore Maisto, celebrava il decennale della scomparsa dell’avvocato pubblicandone gli scritti. Tanti anche gli appuntamenti che nel 1990 si susseguirono a ritmo sempre più incalzante, con l’iscrizione alla Pro Loco di tanti nuovi soci: si superarono i sessanta iscritti. Nel febbraio del 1991 Giuseppe Dell’Aversana fu eletto presidente, suo vice Franco Pezone, Mario Rocco segretario, tesoriere Giovanni Pezzella. Ricoprivano la carica di consiglieri delegati: Antonio Orsolini, Raffaele Persico, Gerardo Plazza e Felice D’Antonio. Il collegio dei revisori annoverava: Elpidio Arena, Elpidio Ciuonzo, Salvatore Della Rossa, Carmine Mormile. Nel corso dell’anno, fra le tante manifestazioni, spiccarono: un concorso di pittura per gli allievi dei licei artistici, l’apertura della biblioteca comunale grazie alla catalogazione dei testi curata dai volontari dell’associazione; l’apertura

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di una pinacoteca comunale nel seicentesco palazzo Zarrillo, allestita con le opere pittoriche in possesso della Pro Loco. Seguirono anni di intenso lavoro con decine di manifestazioni. Nel luglio del 1992 venne pubblicato Tutto Sant’Arpino, un testo utile per le famiglie in quanto raccoglieva insieme all’elenco telefonico dati, curiosità e notizie storiche sul paese. A dicembre dello stesso anno, si presentò Tra i Santi e la Maddalena, volume contenente interessanti e inediti documenti del Medioevo santarpinese. Nel 1993 si svolse la II edizione della Sagra del Casatiello con la cottura di un casatiello da guinness dei primati, dal peso di 166 Kg e dal diametro di quasi due metri. In tale occasione, con la collaborazione di Elpidio Lettera, venne anche presentato un film-documentario dal titolo A Fest ‘e Santu Caliuone: tradizioni e cultura della Sant’Arpino antica raccontata dagli anziani. Nei primi anni Novanta, un giusto mix tra conservazione e innovazione, tra posizioni moderate e impulsi giovanili, fu garantito dalla presenza nella Pro Loco sia di un nutrito gruppo giovanile sia di figure sagge e di esperienza, tra cui Elpidio Di Serio, Mario Rocco e Francesco Ziello (Cicciariello). Nel 1994, con l’intento di tutelare e conservare il patrimonio artistico locale venne realizzato un Inventario dei beni culturali del Comune di Sant’Arpino, una corposa catalogazione composta da sei volumi e oltre trecento foto. A dicembre, a seguito dell’elezione a sindaco del presidente Giuseppe Dell’Aversana, fu eletto presidente della Pro Loco Franco Pezone, vicepresidente Elpidio Iorio, tesoriere Giovanni Pezzella, segretario Mario Rocco. Nel 1995, grazie al forte impegno della Pro Loco, si svolse una nuova edizione del Carnevale Atellano, arricchito dalla rappresentazione della Canzone di Zeza. A maggio fu riproposta la Sagra del Casatiello. Sempre a maggio la Pro Loco partecipò - con una delegazione composta da rappresentanti dell’amministrazione comunale e di altri soggetti associativi e culturali locali - al programma televisivo Utile e Futile, trasmesso alle ore 12 in diretta su Rai Uno e finalizzato a promuovere gli usi i costumi e le tradizioni dei paesi italiani. Nel 1996, la Pro Loco, unitamente all’associazione A.D.E.R.U.L.A. e con il patrocinio dell’amministrazione comunale, curò la prima guida di Sant’Arpino denominata Tra Storia ed Arte.

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Nel 1997, Franco Pezone venne riconfermato alla carica di presidente, vice Elpidio Iorio, tesoriere Giovanni Pezzella, segretario Mario Rocco. Consiglieri delegati: Teresa Dell’Aversana, Gino Bagno, Virginio Guida, Francesco Ziello. Membri del collegio dei revisori dei conti: Orazio Pezzella, Vittorio Capasso, Domenico Chiariello, Raffaele Persico. Nel 1998 la Pro Loco diede un contributo alla nascita della prima Rassegna di Teatro Scuola PulciNellaMente che anche nel titolo richiama la grande storia e tradizione atellana. Durante l’anno si avviò la creazione di un archivio per conservare documenti, foto, manifesti e materiale vario di ogni singola manifestazione promossa dall’associazione. L’archivio, che è stato continuamente aggiornato, è tuttora un punto di riferimento per tutti coloro che cercano notizie sul volontariato e sull’associazionismo santarpinese. Nel 1999, la Pro Loco curò la stampa del testo La pittura atellana, del critico e storico dell’arte Rosario Pinto, che raccoglie una serie di notizie e inediti su opere e artisti atellani contemporanei e dei secoli addietro. Il 13 febbraio del 2000 venne eletto presidente Amedeo D’Anna, vicepresidente Elpidio Iorio, tesoriere Giovanni Pezzella, segretario Mario Rocco, Gino Bagno delegato alla cultura. In quell’anno, a novembre, l’associazione sollecitò e ottenne dal Comune la realizzazione dei lavori di restauro della cappella funebre del tenente Giuseppe Macrì. A gennaio del 2001 ebbe luogo la prima Festa del Sorriso, una serata all’insegna di giochi e divertimenti interamente dedicata ai diversamente abili, fortemente voluta dal presidente D’Anna. Nel corso di quell’anno l’associazione promosse una nuova edizione del Carnevale Atellano e della Sagra del Casatiello. Il 2002 fu segnato dalla dolorosa e inattesa scomparsa del segretario Mario Rocco, che aveva dedicato molte delle sue energie e del suo entusiasmo all’associazione sin dalla sua costituzione. Le funzioni di segretario da quel momento furono affidate a Francesco Ziello. Nello stesso anno la Pro Loco pubblicò, grazie al patrocinio comunale, il testo Fuochi d’artificio, raccolta di poesie del santarpinese Antonio Sagliocco. Nell’aprile del 2003, morì dopo una breve malattia il presidente Amedeo D’Anna, figura dotata di forte creatività, di straordinario dinamismo e di grande fervore. Gli subentrò alla guida dell’associazione Elpidio Iorio che, in un momento di forte sbandamento dell’associazione per la grave perdita

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subita, resse la Pro Loco nella difficile fase di transizione. La Sagra del Casatiello, a causa del lutto, venne straordinariamente posticipata a settembre e fu accompagnata da diversi appuntamenti tra cui il gemellaggio con la città di sant’Elpidio a Mare (AP), preceduto dalla visita di una delegazione di santarpinesi presso la città marchigiana. Immediatamente dopo la sagra avvenne, d’intesa con l’U.N.P.L.I., la ristampa di Compendio storico della vita di sant’Elpidio, testo del sacerdote Giovanni Andrea Lettera pubblicato per la prima volta nel 1904. Elpidio Iorio guidò l’associazione fino al 30 novembre 2003, data di elezione del nuovo presidente Giovanni Pezzella. Anche il 2004 fu caratterizzato da un notevole e incessante attivismo. Su proposta del presidente Giovanni Pezzella, l’assemblea dei soci all’unanimità elesse Giuseppe Dell’Aversana presidente onorario. Per celebrare i venti anni di vita del sodalizio a ottobre prese il via una lunga sequela di eventi, inseriti nella rassegna Venti anni Pro Sant’Arpino, che proseguirono fino al febbraio 2005 e furono caratterizzati da un gran successo e da una grossa partecipazione di pubblico. Fra questi appuntamenti meritano una particolare menzione il ritorno sulla scena pubblica locale del professore Giuseppe Limone dopo oltre venti anni di lontananza, l’incontro con lo scrittore e poeta Franco Elpidio Aimone santarpinese ma da lungo tempo residente al nord e la visita a Sant’Arpino di Anita Garibaldi, nipote di Giuseppe Garibaldi, che presenziò a una giornata commemorativa in onore del garibaldino Giuseppe Macrì. Nel 2006 Giovanni Pezzella venne riconfermato presidente all’unanimità. Intanto l’associazione contava circa cento soci. In quell’anno, nella suggestiva corte del palazzo ducale, fu promossa la prima rassegna di Atella Jazz con la presenza di affermati musicisti. Nel luglio 2007, dopo una lunga malattia morì il presidente Giovanni Pezzella, lasciando tutti i soci nel più grande sconforto. Dopo un momento difficile e di incertezza per l’enorme vuoto lasciato dal presidente Pezzella, l’associazione venne affidata a Franco Pezone che ne è stato la guida fino al novembre del 2008, quando subentrò alla presidenza Aldo Pezzella. A marzo 2009 venne presentato il libro fotografico Trionfo e morte di Carnevale. Un Carnevale Atellano, Sant’Arpino 1982-1999 di Salvatore Di Vilio e Giuseppe Montesano.

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Nel giugno 2009, l’edicola votiva della Madonna della Lettera, opera fascinosa e misteriosa commissionata dal tenente Macrì, fu riportata all’antico splendore in seguito ai lavori di restaurato che l’amministrazione comunale attuò grazie al decisivo impulso della Pro Loco. In seguito al restauro furono curate due pubblicazioni: Madonna della Lettera, l’affresco di Sant’Arpino e Una Madonna della Lettera a Sant’Arpino (a firma del professore calabro Ugo Borgese). A dicembre, si svolse un convegno commemorativo sulla figura dell’avvocato Vincenzo Legnante nel trentennale della sua scomparsa a cui parteciparono diversi esponenti del mondo istituzionale, politico e culturale locale tra cui Andrea Geremicca, già parlamentare e presidente della Fondazione Mezzogiorno Europa, istituita nel 2000 insieme a Giorgio Napolitano. Gli atti del convegno vennero poi pubblicati l’anno successivo. Nel 2010, tra le tantissime e significative iniziative, figurano la pubblicazione, con il patrocinio dell’amministrazione comunale, del libro Sant’Arpino si racconta di Assunta Rocco e la ristampa (a febbraio) dell’opera di Francesco Paolo Maisto Memorie storico critiche sulla vita di sant’Elpidio, un testo fondamentale nella storiografia atellana. Nei mesi a venire, oltre all’immancabile Sagra del Casatiello, si è svolta anche la prima rassegna letteraria atellana Sulle orme del Cantor d’Enea che contempla la presentazione di libri di affermati scrittori. Nel mese di dicembre, l’assemblea (con i suoi oltre cento soci) ha rinnovato il consiglio di amministrazione e Aldo Pezzella è stato riconfermato presidente. Nel consiglio di amministrazione figurano anche Roberto Di Carlo (vicepresidente), Giuseppe Dell’Aversana (tesoriere), Francesco Ziello (segretario). Tra i consiglieri delegati: Alfredo Dell’Aversana, Teresa Dell’Aversana, Franco Pezone. Nel collegio dei probiviri, invece: Carmela Bravaccino, Antonio D’Ambra, Salvatore Della Rossa. Infine, nel collegio dei revisori dei conti: Luigi Della Rossa, Raffaele Persico, Elpidio Pezzella. Responsabile editoria Maria Cinquegrana e Francesco Paolo Legnante responsabile stampa e comunicazione. Nel febbraio 2011, con il patrocinio dell’amministrazione comunale, la Pro Loco ha pubblicato il libro di poesie e liriche Il volo dell’airone del santarpinese Domenico Crispino. A ottobre promuove un incontro con il teologo e filosofo Umberto Cinquegrana, autore di diversi testi tra cui alcuni di medicina naturale essendo lo stesso anche un esperto naturopata. A maggio ha avuto luogo la XIX Sagra del Casatiello mentre a

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dicembre, con il sostegno dell’amministrazione comunale, è stato pubblicato il libro Non solo Sud (Ritratti d’autore) della scrittrice santarpinese Pasqualina Iavarone Pezzella. A gennaio 2012 si è svolta la dodicesima edizione della Festa del Sorriso. Nello stesso mese l’assemblea dei soci decide di assegnare la tessera di soci onorari ai dirigenti scolastici cittadini ovvero ad Angelo Dell’Amico per la scuola media Rocco e a Gennaro Vergara per il circolo didattico a testimonianza del loro forte impegno per Sant’Arpino e la cultura. A febbraio, ha avuto inizio la III rassegna letteraria Sulle orme del Cantor d’Enea con la presentazione del libro Come te… nessuno al mondo della giovanissima Marilena Brassotti Ziello. Nei mesi successivi sono stati ospitati altri autori fra i quali: Marcello D’Orta, Pino Imperatore, Maria Rosaria Troisi e Paolo Brogi. A maggio ha avuto luogo la XX Sagra del Casatiello che ha convogliato nel centro storico migliaia di visitatori. Così come si deduce da quanto finora riportato, dal giorno della fondazione è passato un lasso di tempo considerevole, tanto che l’associazione è ritenuta tra le più antiche di Sant’Arpino. In questi circa trent’anni di attività, la Pro Loco si è distinta per dinamismo, originalità e creatività avendo ideato tantissimi eventi, molti dei quali con risonanza nazionale, divenendo un riferimento solido per le amministrazioni comunali e per altri sodalizi locali che spesso ne hanno condiviso le finalità collaborando fattivamente all’organizzazione di diversi appuntamenti. Negli anni, la Pro Loco ha creato una sorta di metodo organizzativo e uno stile di azione tutto incentrato sulla difesa del patrimonio artistico, culturale e folkloristico locale. Quanti ne hanno fatto parte hanno maturato un modus operandi e una forma mentis che privilegia l’amore per Sant’Arpino e le sue millenarie radici. L’archivio della Pro Loco documenta in dettaglio il corposo attivismo dell’associazione che si è estrinsecato in tantissimi modi, si è proliferato in migliaia di rivoli, ha parlato diversi linguaggi artistici e culturali. Nel vivaio della Pro Loco si è formata, in questi anni, una nuova classe dirigente che, pur militando in formazioni politiche e partitiche diverse, ha sempre prediletto una crescita di Sant’Arpino coerente con la sua origine, con la sua storia, con le sue tradizioni. Si è trattato di un pensiero rigoroso e un’azione inflessibile tanto forte da meritare spazi di riconoscenza anche all’interno di organismi di rappresentanza nazionale del mondo Pro Loco.

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È il caso dell’U.N.P.L.I. (Unione Nazionale Pro Loco d’Italia) che annovera un santarpinese, Franco Pezone, sia negli organismi dirigenti centrali che in quelli provinciali nel ruolo di responsabile del comitato di Caserta. Grazie al volontariato e alla caparbietà dei soci sono state create significative istituzioni culturali quali il Museo Civico, la Pinacoteca Comunale d’Arte Contemporanea Massimo Stanzione (che nel 2011 ha celebrato il ventennale della sua fondazione), il Premio Letterario Atella. Grazie alla generosità e alla lungimiranza dei soci della Pro Loco, è stato dato un fattivo contributo per la realizzazione della Biblioteca Comunale, della prima guida di Sant’Arpino Tra Storia ed Arte, della rinomata Rassegna di Teatro Scuola PulciNellaMente. È grazie all’attenzione e alla sensibilità dei soci che sono state realizzate decine di pubblicazioni che consentono di salvaguardare e valorizzare il patrimonio storico comunale. Grazie all’attaccamento alla storia e alle tradizioni del posto, sono state organizzate ben XX edizioni della Sagra del Casatiello; sono stati promossi gemellaggi con le comunità di Acerenza (PZ), di Atella (PZ), di Pontelatone (CE), di Cesinali (AV), di Taurasi (AV), di sant’Elpidio a Mare (AP), di Arpino (FR), di Solofra (AV), di Montecassino (FR), di Troia (FG), di Sant’Agata dei Goti (BN), di Minori (SA), di Montella (AV), di Roccamonfina (CE). Grazie all’ostinazione e alla passione civica dei soci, che hanno speso e spendono tante energie per rendere sempre più vivibile Sant’Arpino, sono state organizzate: diverse edizioni del Carnevale Atellano, gettando poi le basi per la nascita dell’attuale Comitato Permanente per il Carnevale Atellano; dodici edizioni della Festa del Sorriso; quattro edizioni della rassegna Atella Jazz; rappresentazioni teatrali, concerti musicali e kermesse varie nella magica atmosfera del palazzo ducale Sanchez de Luna. Grazie all’amore dei soci per le proprie radici sono stati valorizzati i simboli della comunità santarpinese come la Sfinge Alata, reperto archeologico affiorato dagli scavi effettuati in piazza Umberto I, il Maccus delle Fabulae Atellanae, riconosciuto quale indubbio progenitore della maschera di Pulcinella. Tutto questo è stato ed è la Pro Loco di Sant’Arpino.

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NEL DICEMBRE 1984, CON ATTO NOTARILE VENNE COSTITUITA LA PRO LOCO DI SANT’ARPINO.

AUGURI!

LA SEDE VENNE POSTA IN VIA MARCONI 7 INSIEME ALLA GLORIOSA A.C.A.P.. A MARZO DEL 1985 I GIOVANI DELLA PRO LOCO ORGANIZZARONO UNA RASSEGNA FOTOGRAFICA.

TUTTI SI IMPEGNAVANO IN FORMA VOLONTARIA.

DAI CARICA!

SCATTA!

LA MOSTRA FOTOGRAFICA RISCOSSE UN GRANDE SUCCESSO.

QUESTE FOTO SONO BELLE!

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la pro loco

VENNE POI ORGANIZZATA LA PRIMA ESTEMPORANEA DI PITTURA. SANT’ARPINO SI RIEMPÌ DI COLORI E TAVOLOZZE.

BRAVI! MENO AUTO IN PIAZZA

LA SECONDA MANIFESTAZIONE FU UNA RACCOLTA DI FIRME PER UN’ISOLA PEDONALE IN PIAZZA. INSTANCABILI, I GIOVANI ORGANIZZARONO LA PRIMA SAGRA DEL CASATIELLO.

QUESTO ANDRÀ ALLA SAGRA

TUTTI LAVORARONO CON PASSIONE PER LA SAGRA.

DOBBIAMO MUOVERCI!

SI DECISE POI DI PULIRE E RISTRUTTURARE LA CAPPELLA DI GIUSEPPE MACRÌ.

È STATO UN INDIMENDICABILE BENEFATTORE

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DOPO DECENNI DI ABBANDONO LA CAPPELLA VENNE RIPULITA.

PULIAMO BENE

LE SCRITTE ORMAI INVISIBILI VENNERO RIPORTATE ALL’ANTICO SPLENDORE. UN MAGNIFICO CARNEVALE, CON CARRI, MASCHERE E COSTUMI IN CORTEO, VENNE ORGANIZZATO IN QUELL’ANNO.

FRANCESCO ZIELLO L’INSTANCABILE SOSTEGNO DELLA PRO LOCO.

GRAZIE CICCIARIELLO

ECCO C’È UNA NUOVA RIUNIONE

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la pro loco

NEL 1987 VENNE ORGANIZZATO IL PRIMO PREMIO LETTERARIO.

IN FORMA VOLONTARIA FU ALLESTITO IL MUSEO CIVICO.

CI VOLEVA! ECCO IL VINCITORE

QUELL’ANNO VENNE ALLESTITA, CON DONAZIONI DEI CITTADINI, UNA BIBLIOTECA COMUNALE. ECCO ALTRI LIBRI DA SISTEMARE

MOLTO BELLO!

CON I QUADRI DELL’ESTEMPORANEA VENNE COSTITUITA UNA PINACOTECA COMUNALE.

COLONNA PORTANTE DELL’ASSOCIAZIONE DIVENNE IL CAVALIERE MARIO ROCCO.

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ANCHE GRAZIE ALLA SPINTA DELLA PRO LOCO, VIENE ORGANIZZATA LA RASSEGNA DI TEATRO SCUOLA “PULCINELLAMENTE”.

ECCO A VOI...

IMPORTANTE FU IL LAVORO SVOLTO DAL PRESIDENE AMEDEO D’ANNA.

INTANTO LA PINACOTECA COMUNALE CRESCEVA E SI ARRICCHIVA DI OPERE.

GRAZIE AD AMEDEO D’ANNA NACQUE UN’INIZIATIVA A FAVORE DEI DIVERSAMENTE ABILI: LA “FESTA DEL SORRISO”.

GRANDI ENERGIE DEDICÒ ALLA PRO LOCO IL PRESIDENTE GIOVANNI PEZZELLA.

COME SONO FELICE!

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la pro loco GIANNI SI PREOCCUPÒ DI ORGANIZZARE LE CELEBRAZIONI DEL VENTENNALE DELL’ASSOCIAZIONE.

NEGLI ANNI SUCCESSIVI SI SVOLSERO RASSEGNE DI JAZZ NEL PALAZZO DUCALE.

NUMEROSE RIUNIONI SI SUCCEDEVANO CON TUTTI I SOCI NELLA SEDE. DOBBIAMO ORGANIZZARCI!

GRAZIE ALLA PRO LOCO NEL 2010 FU RESTAURATA L’EDICOLA VOTIVA DELLA “MADONNA DELLA LETTERA”.

ECCO L’ALBO DEI PRESIDENTI DELL’ASSOCIAZIONE.

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L

a Sagra del Casatiello rinnova un’antichissima festa locale la cui tradizione si è tramandata di generazione in generazione, evolvendosi senza scomparire. In epoca pagana, prima dell’avvento del cristianesimo, nella campagna atellana fiorita si celebrava il ritorno della primavera con festosi riti e per l’occasione si confezionavano dei pani speciali come offerte sacrificali alle divinità. Con l’avvento del cristianesimo questi riti furono sostituiti dalla celebrazione dalla festa di Pasqua che astronomicamente arriva sempre dopo l’equinozio di primavera, e come la terra, fonte principale di sussistenza, rinasce con l’arrivo della primavera, così il cristiano nella resurrezione pasquale vede la rinascita a una nuova vita. La popolazione atellana, durante le festività pasquali, consumava il casatiello, che non a caso annovera fra i suoi ingredienti le uova, simbolo principale della Pasqua cristiana. Illustri filologi fanno derivare il termine dialettale casatiello dal vocabolo latino caseus che vuol dire formaggio, ingrediente ampiamente utilizzato nella preparazione di questo gustosissimo rustico. Gli altri ingredienti del casatiello sono ricavati dal maiale. Come ci tramanda Vincenzo Legnante nei suoi scritti, presso l’antichissimo romitorio di san Canione, immerso in una campagna fertile e rigogliosa, in occasione della festa del santo compatrono di Sant’Arpino, che cade il martedì in Albis, si ripeteva immutato il rito della consumazione del casatiello. Enormi folle contadine, vestite a festa, il martedì successivo alla Pasqua si recavano presso quest’oratorio per consumare i gustosi resti delle pietanze pasquali. Contadino, rustico, grasso, il casatiello era il principe delle festa, il prodotto culinario che abbondava sulle tavole pasquali per festeggiare questa importantissima festa cristiana. Con le sue uova intrecciate nella ciambella di formaggi e salumi, era la Pasqua dei contadini. Prima ancora che all’ombra dell’antichissimo romitorio di san Canione, la festa del martedì in Albis si svolgeva in aperta campagna, presso l’austero complesso monasteriale di san Francesco di Paola, che sorge fuori dall’abitato, nella parte occidentale del paese, attualmente racchiuso nel recinto cimiteriale. L’abolizione del monastero (nel 1799) e la successiva destinazione a cimitero dello spiazzo antistante la chiesa (nel 1825) determinarono il trasferimento della festa in prossimità del romitorio di san Canione. Il casatiello allietava le festanti e numerose comitive, molte delle quali giunte

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la sagra del casatiello

anche dai paesi limitrofi (soprattutto Sant’Antimo). Queste allegre brigate, tra coinvolgenti musiche e dolci melodie popolari, gustavano il sapore del rustico sdraiati sui fioriti campi primaverili. La Pro Loco, dopo attente e approfondite ricerche, ha ideato e promosso la sagra affinché nelle generazioni future restasse il filo della memoria e il significato storico delle tradizioni. In ragione di queste considerazioni, il casatiello per Sant’Arpino assurge a traccia nodale di un’antichissima tradizione popolare, ma anche a patrimonio culturale e storico oltre che culinario. Il recupero delle radici, in questo caso, passa attraverso una pietanza rustica perché è risaputo che anche nella cucina è possibile trovare la storia di un popolo. Dunque, il casatiello si pone come un capolavoro culinario inimitabile, confezionato da mani amorevoli di mamme e nonne, gelosamente conservato nell’antico ricettario della gastronomia popolare. Anche se la vita sociale ed economica a Sant’Arpino è progressivamente cambiata, le tradizioni, come quella della Festa ‘e Santu Calione, sono rimaste comunque un profondo legame culturale con la storia nonché, se sapientemente valorizzate, un’occasione di progresso con vantaggi sociali e indotti economici notevoli per il tessuto sociale del paese. Di queste opportunità la Pro Loco è stata consapevole sin dalla prima sagra svolta nel lontano 1986. Tuttavia, fu con la seconda edizione (svoltasi nel 1993) che prese forma la struttura attuale della sagra la quale, con sempre più crescente successo, si è rinnovata di anno in anno raggiungendo, a oggi, il ragguardevole risultato di ben venti edizioni. Nell’edizione del 1993, con la collaborazione di Elpidio Lettera, venne prodotto anche un film documentario dal titolo A Fest ‘e Santu Calione: tradizioni e cultura della Sant’Arpino antica raccontate dagli anziani. Nella seicentesca piazza Umberto I, tanti sono stati gli stands di produttori di casatiello che nel corso degli anni hanno partecipato alla sagra. Tra i tanti si ricordano l’Antica Salumeria di Elpidio Gifuni, il Panificio Sciascione della famiglia D’Ambra, la Casa del Pane di Carmine Cretella e Giuliano Maisto , il rinomato panificio della famiglia Paolo Petrone, i tradizionali panifici Bagno (Paccone) e della famiglia Arena. Rinomata anche la sfida per la realizzazione del casatiello più grande del mondo. Per tentare di entrare nel Guinness dei primati Il Biscottiere Petrone nel 1993 realizzò un mega

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rustico dal peso, dopo la cottura, di ben 166 kg. Nel 1994, Il Biscottiere Petrone fu sfidato dal panificio Il Fornaretto (in collaborazione con i proprietari del Mini Market dei fratelli Mario e Salvatore Cinquegrana) che confezionò un casatiello di ben 380 kg. Da allora, in ogni edizione, si ripete la sfida ma mai nessuno ha battuto il record del ‘94. La sagra, anche grazie a questi simpatici e coinvolgenti appuntamenti collaterali, cresce sempre più in qualità e in quantità e dal 2002 ha allungato anche la sua durata da uno a tre giorni. Nel corso delle diverse edizioni delle sagre sono stati promossi anche convegni e dibattiti, con la presenza di esperti e studiosi, per riflettere e approfondire da più angolazioni l’idea che il casatiello possa effettivamente tradursi in una occasione di crescita territoriale. Si sono spesso organizzati, inoltre, dei gemellaggi con altre realtà dalle rinomate tradizioni gastronomiche. Un apporto forte e profondo è stato anche dato dall’esperienza dei tanti gruppi di musica folk e di artisti che, di anno in anno, si esibiscono nella piazza durante la sagra. Tanti gli ospiti famosi che annualmente richiama l’evento: si citano qui l’attore di Un posto al sole Lucio Allocca e l’attrice e conduttrice televisiva Marisa Laurito. Allo stesso modo, diversi e qualificati gli scrittori e i giornalisti esperti di enogastronomia che si sono occupati della sagra: tra i tanti si citano Luciano Pignataro, Bruno Gambacorta e Leyla Mancusi Sorrentino. Quest’ultima, autrice di diverse pubblicazioni e raccolte, in particolare sulla tradizione culinaria napoletana, in un interessante articolo sul casatiello di Sant’Arpino tra l’altro scrive: « Le origini del casatiello vanno ricercate in quelle del pane perché di pane si tratta, un pane saporosissimo e molto ricco, ma sempre pane […]. Nella tradizione di Napoli e dintorni fino alla seconda guerra mondiale, per la Pasqua vi era l’usanza tra fidanzati di scambiarsi un dono gastronomico come simbolo e pegno d’amore, lui offriva un uovo di cioccolato e fiori e lei ricambiava con un casatiello. Cibo antichissimo dunque il casatielllo è giunto sino ai nostri giorni allietando festanti comitive che lo consumano durante le prime scampagnate primaverili, preparato secondo una ricetta ormai codificata da molti decenni. Divenuto uno dei piatti tipici della cucina napoletana può essere collocato nel più ampio panorama della tradizione gastronomica della Campania. Infatti in molte località della nostra regione, e anche di regioni limitrofe, esistono pre-

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parazioni simili fatte in occasione del Carnevale e della Pasqua, ma è indiscutibile che S. Arpino ha le carte in regola per rivendicare il diritto di celebrarne i natali ed ottenere la Denominazione di Origine Controllata come tipica specialità dei suoi artigiani »1. Nelle scuole locali, inoltre, negli ultimi anni, sta producendo importanti risultati l’attività di sensibilizzazione sui corretti stili alimentari che vede la partecipazione di medici ed esperti. Altro momento particolarmente vissuto dagli studenti è il concorso per la realizzazione del manifesto della sagra, che annualmente la Pro Loco predispone d’intesa con gli istituti artistici casertani. La variegata e curiosa offerta di eventi ha spesso sollecitato l’attenzione di mass media locali e nazionali, basti penare che la Rai si è più volte interessata alla sagra attraverso i programmi televisivi Utile e Futile, Linea Verde e Uno Mattina. Nel maggio del 2012, è stata celebrata la XX Sagra del Casatiello che ha visto confluire migliaia di persone nel centro storico di Sant’Arpino. La speciale edizione è stata caratterizzata da suggestivi eventi, tra cui: concerti di gruppi folkloristici; mostra fotografica Scatti di Casatiello di Salvatore Della Rossa; mostra sulla musica partenopea dall’Unità d’Italia ai giorni nostri di Ciro Daniele e Antonio Raspaola; spettacolo teatrale in ricordo del ten. Macrì; concorso scolastico per comporre filastrocche per la sagra; pubblicazione della rivista Il Casatiello di Sant’Arpino. Parole e immagini di una tradizione. Inoltre il giornalista Nicola Muccillo, che cura la rubrica Antichi Sapori per il Tg3 Campania, ha realizzato un servizio ambientato prevalentemente nell’antica masseria della famiglia D’Ambra in via Guarino mostrando le modalità di preparazione del casatiello ed illustrando la storia della sagra ad un vasto pubblico televisivo. La storia della sagra conferma la valenza del casatiello, che non solo si pone come una pietanza DOC ma anche come un suggestivo centro di cultura viva, che unisce tradizione e progresso, qualità alimentare e valore gastronomico, tale da porsi quale autentica scommessa per il futuro della comunità santarpinese.

1 Cfr. AA.VV., La storia di una tradizione, Pro Loco Sant’Arpino,1998.

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IMMERSO NEL VERDE E CIRCONDATO DA MURA, EMANAVA UN FASCINO ANTICO IL ROMITORIO DI SAN CANIONE.

IL MARTEDÌ IN ALBIS GRANDI FOLLE ACCORREVANO A VISITARLO.

CONTADINI VESTITI A FESTA VENIVANO ANCHE DAI PAESI VICINI.

ANDIAMO ALLA FESTA DI SAN CANIONE

FAMIGLIE INTERE PARTECIPAVANO ALLA SCAMPAGNATA.

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TUTTI DEGUSTAVANO IL RUSTICO CASATIELLO, PRELIBATEZZA PASQUALE.


la sagra del casatiello

IN RICORDO DI QUEST’ANTICA TRADIZIONE, LA PRO LOCO ORGANIZZÒ LA PRIMA “SAGRA DEL CASATIELLO”.

ENORME FU LA PARTECIPAZIONE POPOLARE. VENNERO PREMIATE LE CASALINGHE PIÙ BRAVE NELLA PREPARAZIONE.

NEL 1993 SI DECISE DI RIPRENDERE LA MANIFESTAZIONE.

LA SAGRA DEVE ESSERE RIPROPOSTA

PER L’OCCASIONE VENNE REALIZZATO UN FILMATO-INTERVISTA AGLI ANZIANI DEL PAESE. ALLORA SIGNORE MI DICA...

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PER L’OCCASIONE VENNE PREPARATO UN CASATIELLO GIGANTE DA GUINNESS DEI PRIMATI. NUMEROSI STAND FURONO MONTATI IN PIAZZA UMBERTO I.

UNA MAREA DI PERSONE INVASE LA SAGRA. IL PREMIO PER IL CASATIELLO MIGLIORE DELL’ANNO VIDE NUMEROSE CASALINGHE PARTECIPARE FELICI.

ECCO IL MIO!

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la sagra del casatiello PUNTUALMENTE OGNI ANNO SI RIPETEVA LA FESTA. È SAPORITO ABBINATO CON IL VINO ASPRINIO

QUEST’ANNO SARÀ PIÙ BELLA!

IL PRESIDENTE PEZZELLA CONSOLIDÒ L’ENTUSIASMO INTORNO ALLA MANIFESTAZIONE.

SCORRONO LE SAGRE NEL CORSO DEGLI ANNI.

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N

el palazzo ducale Sanchez de Luna d’Aragona ha sede la Pinacoteca Massimo Stanzione che conserva una prestigiosa collezione d’arte contemporanea. Tale istituzione, una delle poche comunali presenti in provincia di Caserta e nella regione Campania, è gestita dalla Pro Loco di Sant’Arpino ed è diretta dallo storico dell’arte prof. Rosario Pinto. La maggior parte delle opere presenti rappresentano una significativa testimonianza della produzione artistica del Novecento in Campania. Tuttavia non manca anche una proiezione extraregionale e internazionale, essendo conservate in pinacoteca pure opere di artisti non esclusivamente campani. Sant’Arpino, con la sua pinacoteca, si è guadagnata uno spazio rilevante all’interno della coscienza critica e artistica regionale divenendo costante riferimento della stessa. Si tratta di un risultato lusinghiero per una comunità di confine da attribuire anche alla passione e lungimiranza di un insieme di soggetti abilmente guidati dalla Pro Loco. Nell’ambito della propria attività, alla fine degli anni Ottanta, la Pro Loco organizzò diverse edizioni di estemporanee di pittura che facevano convergere in Sant’Arpino decine di artisti, sollevando interessi e aspettative del mondo dell’arte. Alcune decine di opere, frutto delle estemporanee e dei concorsi con gli allievi dei licei artistici, furono poi messe a disposizione dell’ente locale affinché, partendo dalle stesse, individuasse un luogo di conservazione che avesse la capacità di documentare in modo sistematico e organico la creatività artistica regionale. Nel novembre del 1991, su richiesta della Pro Loco, con delibera di giunta municipale numero 225, venne istituita la pinacoteca comunale. All’inizio fu collocata nel palazzo Zarrillo in quanto il palazzo ducale, dove oggi è situata, era ancora in via di ristrutturazione. Negli anni seguenti, complice anche le due edizioni (anni 1996-97) della rassegna espositiva Arte al Palazzo, s’iniziò a delineare con sempre maggiore chiarezza il progetto Pinacoteca. Tuttavia, la svolta verso l’attuazione di tale prestigioso obiettivo culturale è da ascrivere al felice incontro con il prof. Rosario Pinto, storico e critico d’arte, profondo conoscitore del mondo artistico campano e, soprattutto, atellano d’elezione. L’incontro produsse subito frutti: nel maggio del 1998 venne pubblicata una monografia delle opere del noto artista Stelio Maria Martini che espose nella pinacoteca comunale . Successivamente, il 7 novembre del 1998, fu inaugurata

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la pinacoteca di arte contemporanea

la mostra Periferie di Peppe Ferraro, che presentò dipinti e installazioni che entravano in sintonia con il palazzo ducale Sanchez de Luna (dal cortile alle stanze della pinacoteca, collocata all’epoca al primo piano); Rosario Pinto curò il catalogo della mostra, che ospitò anche interventi di Riccardo Dalisi, Nicola Scontrino, Andrea Sparaco ed Enzo Di Grazia. Poi nel 1999, edito da Pro Loco e Comune di Sant’Arpino, Pinto diede alle stampe La Pittura Atellana, volume in cui si sviluppa un’analisi storica indirizzata alla ricognizione del patrimonio artistico della zona lungo un arco di tempo molto dilatato, a partire dalle testimonianze d’età medievale fino ai nostri giorni, con un prezioso intervento di documentazione critico-storiografica. Sempre nel 1999, si tenne nei locali della pinacoteca una mostra di sculture e pitture dell’artista Salvatore Acconcia. Nel 2000 l’amministrazione comunale con delibera di giunta n° 57 intitolò la pinacoteca al pittore atellano Massimo Stanzione. Nello stesso anno, dopo l’approvazione del relativo regolamento, Rosario Pinto fu nominato direttore artistico mentre alla Pro Loco, con delibera di giunta n° 279 del 2000, fu affidata la gestione della pinacoteca stessa. In questo anno, tra i tanti appuntamenti che caratterizzarono l’attività della pinacoteca, figurano due mostre di particolare spessore: la prima dal titolo Le radici dell’arte napoletana nel secondo Novecento inaugurata il 5 febbraio; la seconda Informale e dintorni in Campania inaugurata il 16 dicembre 2000 alla presenza del presidente della provincia di Caserta Riccardo Ventre. Entrambe ebbero il pregio di sviluppare un significativo momento di riflessione, verifica e storicizzazione di un percorso artistico che tanti meriti ha avuto nell’arte contemporanea. Altrettanto prestigiose le opere e gli artisti in mostra, tra cui Domenico Spinosa, Libero Galdo, Guglielmo Roehrssen, Clara Rezzuti, Antonio Tammaro, Renato Barisani, Antonello Leone, Aldo Buonoconto, Vittorio Piscopo, Carmine Di Ruggiero e altri. Nel 2000 si tenne la mostra di sculture e pitture, con relativo catalogo delle opere, dell’artista atellano Nicola Villano. Nel luglio del 2001 la centralità della pinacoteca nelle politiche di sviluppo santarpinese fu testimoniata da una seduta aperta e monotematica del consiglio comunale in cui, al termine di una articolato dibattito, si recepì il programma artistico-organizzativo del centro d’arte. Nello stesso anno, si tenne una mostra di sculture e pitture dal titolo La pittura di contenu-

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to dell’artista Raffaele Salzillo. Di questa mostra fu stampato anche un catalogo. Gli anni seguenti furono caratterizzati da una vigorosa attività mirante a offrire occasioni espositive di sempre più alta qualità artistica e di intensa capacità storicodocumentaria del contesto artistico del secondo cinquantennio in Campania. Proprio questo segmento storico ha da sempre rappresentato la linea d’indirizzo lungo la quale sviluppare l’azione della pinacoteca con l’ambizione di creare una collezione di pregnanza culturale elevata e d’identità ben marcata. Significativa anche l’organizzazione di conferenze e convegni di studio, tra cui la convention della critica d’arte in Campania, che si tenne nel novembre 2001 con la partecipazione di personalità di rilievo che si confrontarono sul tema Memoria storica e conservazione dell’arte contemporanea. In qualità di relatori intervennero tra gli altri: Giorgio Agnisola, Enzo Battarra, Vitaliano Corbi, Stefano De Stefano, Riccardo Notte, Ilia Tufano, Franco Riccardo. Altrettanto vigorosa l’attività scientifica che si è sviluppata negli ultimi anni producendo vari cataloghi per esposizioni personali e collettive e la pubblicazione di pregevoli testi di ricognizione storica. Nel dicembre 2001 fu inaugurata la rassegna pittorica Estremi soffi dell’Informale con catalogo ed esposizione di opere di rinomati artisti di questa corrente artistica. La pinacoteca santarpinese, che ormai vantava una visibilità che travalicava i confini regionali, un questo anno disponeva già una collezione di circa duecento opere, donate da artisti e collezionisti. Il 23 novembre 2003 fu presentato, per la prima volta nel suo insieme, il patrimonio artistico della pinacoteca: una campionatura abbastanza interessante della produzione artistica del secondo Novecento con opere di Chiancone, De Stefano, Lezoche, Adamo, Siniscalchi, per citare alcuni esponenti del realismo e poi ancora opere di Di Ruggiero, Palumbo, Lanzione, Longobardi, Aulitto, per indicare alcuniinformali. Non mancano altri importanti esponenti dell’arte meridionale come Tricarico, De Falco, De Tora, Borlenghi, Stefanucci, Manfredi, Stelio Maria Martini. Ampia anche la campionatura d’arte al femminile, con opere della Rezzuti, Mathelda Balatresi, Rosaria Matarese, Maria Luisa Casertano, Rosa Panaro, Ilia Tufano, Maria Pia Daidone e una raccolta di artisti Madi, tra cui spiccano non solo i nomi di tutti i campani, ma anche di molti altri. Importante è anche la sezione scultura con opere di Ferrenti, Cortese, Di Fiore e altri.

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Negli ultimi anni, precisamente nel 2009 e 2010, l’attività della pinacoteca si è concentrata su due importanti filoni artistici: l’Arte nucleare in Italia e il Futurismo nel centenario della sua costituzione. I risultati di uno studio accurato e inedito su questi due movimenti è stato raccolto in due pregevoli pubblicazioni a firma di Rosario Pinto che, dopo alcuni mesi, ha dato alle stampe anche Atellani contemporanei, catalogo che ha accompagnato l’omonima rassegna espositiva svoltasi proprio nei saloni della pinacoteca. All’inizio del 2011, si è imposta la mostra Contemporanea-Mente che ha visto dieci artisti toscani esporre nel centro atellano, evento nato da un’intensa collaborazione tra la pinacoteca di Sant’Arpino e la Collezione d’Arte Moderna e contemporanea della Fondazione Il Sole di Grosseto. Sempre nel 2011, nel mese di giugno, è stata inaugurata Artiste in Italia 1800 - 1950, una mostra accompagnata da significativi inediti frutto di un’accurata attività di ricerca storico-artistica. Il 25 giugno dello stesso anno ha aperto i battenti al pubblico la mostra Fra Tradizione e Innovazione – Artisti Italiani da non dimenticare, realizzata in sinergia con l’associazione Napoli Nostra e ampiamente documentata nell’apposita pubblicazione in cui è stato tracciato anche un riesame della situazione complessiva dell’arte italiana del Novecento attraverso una rilettura critica di molti artisti immeritatamente lasciati nell’ombra. A dicembre è stato celebrato il ventesimo anniversario dell’istituzione della pinacoteca Stanzione. La speciale ricorrenza è stata accompagnata dalla mostra e relativa pubblicazione del volume L’astrattismo nella prospettiva dell’astrazione geometrica. Alla mostra hanno partecipato numerosi artisti di diverse parti d’Italia e anche alcuni provenienti dal sud America, dalla Germania e dal Giappone. Non sono mancate nei lunghi anni di attività della pinacoteca Massimo Stanzione collaborazioni esterne, come quella istituita con la galleria MA Movimento Aperto di Napoli, con Il Ponte di Nocera Inferiore, con il Convicinio di Orta, con associazioni ed enti locali, come, per esempio, Socrate e il Comune di Reggio Emilia. Tra le altre attività della pinacoteca appare doveroso, infine, indicare anche quella di affiancamento all’azione dell’ente locale nella promozione del concorso per il Monumento ai Caduti di tutte le guerre, conclusosi con la realizzazione (2003) dell’opera da parte dello scultore Antonio Giannino, risultato vincitore.

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L’elenco delle mostre e pubblicazioni della Pinacoteca di Arte contemporanea “M. Stanzione” Atellarte Rassegna di pittura, scultura e grafica contemporanea con ventuno affermati artisti campani – 9 dicembre 1995 Arte al Palazzo Mostra Collettiva di pittura e scultura con Gianna Amendola, Francesco Capasso, Giovanni Cappiello, Andrea Iavarone, Francesco Russo e testo critico di Giuseppe Santabarbara – 15 dicembre 1996 Arte al Palazzo II Mostra Collettiva di pittura e scultura con Aldo Diana, Mattia Fiore, Pasquale Flaminio, Anna Iavarone, Paolo Rennella e testo critico di Giuseppe Santabarbara - 16 novembre 1997 Mostra Giovani Talenti con Gemma Cominale e Antonietta Vaia - 1997 Pinto R. La parola nel mio tempo. Opere di Stelio Maria Martini - 1998 Pinto R. Tra Iperrailismo e Naif. Opere di Silvano Battimiello - 1998 Pinto R. Periferie. Opere di Peppe Ferraro - 1998 Pinto R. Opere di Roberto Tartaglia - 1998 Pinto R. Atellane. Sculture e dipinti di Salvatore Acconcia 1999 Pinto R. Le radici dell’arte napoletana del secondo Novecento - 2000 Pinto R. La Pittura di Nicola Villano - 2000 Pinto R. Informale e dintorni in Campania - 2000 Pinto R. Angeli di terra, Angeli d’aria. Opere di Lavinio Sceral - 2000 Mostra Opere dell’artista siriano Alaa Eddin - 2001 Mostra Frammenti indonesiani. Opere di Carmine Petti 2001 Pinto R. La Pittura di contenuto. Opere di Raffaele Salzillo - 2001 Pinto R. Estremi soffi dell’Informale - 2001

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Pinto R. La ricerca artistica di Lydia Cottone - 2001 Pinto R. Ricerche nel realismo. Opere di Lello Zito - 2002 Pinto R. Opere di Gerardo Iovino - 2002 Pinto R. Tricolore in luce. Opere di Vincenzo De Simone 2002 Bagno G. - Spuma E. Eritrea. Immagini di una realtà che sembra uscire dai ricordi. Immagini di Salvatore Della Rossa - 2002 Pinto R. La Pinacoteca di Sant’Arpino - 2003 Opere di Pasquale Coppola - 2004 Pinto R. Il Futurismo 1909 - 2009 - 2009 Pinto R. Arte nucleare in Italia - Edizioni Loffredo, 2009 Pinto R. Atellani contemporanei - 2009 Mostra Atellani del Novecento - 2010 Mostra Esperienze artistiche al femminile in Italia e Francia - 2010 Pinto R. L’espressionismo in Campania - 2010 Pinto R. Le arti figurative nel territorio atellano nel corso del Novecento - 2010 Mostra di Artisti grossetani e napoletani in collaborazione tra Pinacoteca di Arte contemporanea “M. Stanzione” di S.Arpino e Fondazione “Il Sole” di Grosseto - 2011 Pinto R. Artiste in Italia 1800 - 1950 - 2011 AA. - VV. Fra tradizione e innovazione - 2011 Pinto R. L’Astrattismo nella prospettiva dell’Astrazione Geometrica - 2011

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A SETTEMBRE DEL 1985 CON APPOSITO INVITO, QUASI CENTO ARTISTI ARRIVARONO IN PAESE.

NELLA SEDE DI VIA MARCONI NACQUE L’IDEA DI ORGANIZZARE UN’ESTEMPORANEA DI PITTURA.

LA PIAZZA E LE STRADE DEL CENTRO STORICO FURONO INVASE DA COLORI E PENNELLI.

SULL’ONDA DEL GRANDE SUCCESSO L’ANNO SUCCESSIVO FU ORGANIZZATA LA SECONDA ESTEMPORANEA.

GLI ARTISTI SI CIMENTARONO IN UN’ENTUSIASMANTE GARA PER DIPINGERE I MONUMENTI DEL PAESE. LE OPERE VINCITRICI RIMASERO ALLA PRO LOCO.

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la pinacoteca di arte contemporanea

CON LA TENACIA E LA PASSIONE DEL VOLONTARATO VENNE ALLESTITA NEL 1988 LA TERZA ESTEMPORANEA DI PITTURA.

NEL GIUGNO DEL 1991 FU ORGANIZZATO UN CONCORSO CON IL LICEO ARTISTICO.

ECCO PRESIDENTE

GRAZIE!

PARTECIPARONO STUDENTI CHE CON PROPRI LAVORI ARTISTICI RAFFIGURARONO LA STORIA DI SANT’ARPINO. NEL SEICENTESCO PALAZZO ZARRILLO FU ALLESTITA LA PRIMA PINACOTECA COMUNALE CON TUTTE LE OPERE PITTORICHE DELLA PRO LOCO.

AI MIGLIORI VENNERO CONSEGNATE TARGHE RICORDO E BORSE DI STUDIO.

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BRAVI A QUELLI DELLA PRO LOCO

GRAZIE SINDACO!

NUMEROSI VISITATORI SI SUCCESSERO NEL CORSO DELL’ANNO.

L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE SOSTENNE L’IDEA E INAUGURÒ LA SALA ESPOSITIVA NEL NOVEMBRE DEL 1991.

SUCCESSIVAMENTE LA PINACOTECA FU TRASFERITA NELLE SALE DEL PALAZZO DUCALE. TANTISSIME MOSTRE SONO STATE ALLESTITE NEL CORSO DEGLI ANNI NEL PALAZZO DUCALE.

MOLTO SUCCESSO RISCOSSE LA RASSEGNA ARTE AL PALAZZO CHE FECE APPREZZARE LA PINACOTECA AGLI ESPERTI.

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la pinacoteca di arte contemporanea

UN IMPULSO ECCEZIONALE È STATO DATO DAL CRITICO D’ARTE ROSARIO PINTO...

...NOMINATO DALL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DIRETTORE ARTISTICO DELLA PINACOTECA.

NEL DICEMBRE DEL 2000, NEI LOCALI DELLA PINACOTECA, SI TENNE UN CONSIGLIO COMUNALE PER L’ISTITUZIONE DI UN FONDO PER LA PINACOTECA. NUMEROSE LE MOSTRE SUCCEDUTESI NEGLI ANNI.

GRANDI ARTISTI COME LIDYA COTTONE HANNO ESPOSTO LE PROPRIE OPERE.

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S

ulla scia di piccole e positive esperienze che già erano maturate sul territorio locale, nel 1998 nacque la Rassegna PulciNellaMente, che si colloca tra i più prestigiosi appuntamenti di Teatro-Scuola in Italia. L’evento continua ancor oggi a far confluire annualmente in Sant’Arpino oltre cento scuole di ogni ordine e grado provenienti da tutt’Italia che, nella splendida cornice del Teatro Lendi, dopo un’attenta selezione, presentano gli spettacoli teatrali prodotti durante l’anno scolastico. Gli obiettivi che si pone la rassegna sono quelli di promuovere la tradizione storica del luogo che con le atellane vanta di essere la culla del teatro italico e di valorizzare il fare teatro nella scuola che significa prima di tutto proporre un’esperienza ricca di significati culturali, educativi e umani. Paragonata da molti a una Giffoni in versione teatrale, richiama ogni anno l’attenzione massiccia dei mass media (tra gli altri, si sono occupati di PulciNellaMente: Rai Uno con Do Re Ciack Gulp, rubrica del Tg1 curata da Vincenzo Mollica, e con Uno Mattina in Famiglia; Rai Due con I Fatti Vostri; Rai Tre con il TgR Campania) e la partecipazione di prestigiose personalità del mondo dell’arte e delle istituzioni che testimoniano autentico entusiasmo per l’iniziativa. Essa nacque da un’idea di Elpidio Iorio, Anna Marchesiello, Antonio Iavazzo e Carmela Barbato, soci fondatori dell’associazione culturale Il Colibrì, ente promotore e organizzatore della kermesse. Le prime edizioni ricevettero subito il sostegno convinto delle amministrazioni comunali guidate dal sindaco Giuseppe Dell’Aversana. Un rapporto collaborativo, quello tra gli ideatori e l’ente locale, che è andato avanti e si è rafforzato nel tempo. Molto proficua anche la cooperazione che si è sviluppata e consolidata negli anni tra la rassegna e le associazioni, tra cui la Pro Loco di Sant’Arpino che ha sostenuto fin dall’inizio i promotori, consapevole del valore promozionale dell’iniziativa per la conoscenza delle radici storiche atellane e per la valorizzazione dei luoghi. Il design grafico, a partire dalla VI edizione del 2003, è stato curato da Umberto Guarino dello studio mau che ha prestato la sua esperienza anche nelle fasi organizzative. La rassegna si è anche avvalsa della vicinanza e dell’apporto concreto di altri rinomati soggetti culturali, tra cui la Fondazione Città della Scienza di Napoli, il Giffoni Film Festival, il Premio Massimo Troisi, il Napoli Teatro Festival. Nel tempo, l’evento si è guadagnato la fiducia di autorevoli

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pulcinellamente

istituzioni del nostro Paese, tra le quali il Presidente della Repubblica (che assegna annualmente delle sue medaglie di rappresentanza a PulciNellaMente), la Presidenza del Consiglio dei Ministri; i Ministeri della Cultura e dell’Istruzione; la Regione Campania e altre ancora, a riprova dello spessore culturale raggiunto dal festival. Le sezioni in cui si articola la rassegna sono: PulciNellaMente: concorso teatrale; PulCinemaMente: cortometraggi e videospot; Spulciando: happening, ricerca, sperimentazione; Arteteca: concorso di artigianato e folklore (realizzato in collaborazione con l’U.N.P.L.I Caserta). La rassegna dura circa dieci giorni nel corso dei quali si succedono: momenti di approfondimento; laboratori; salotti di discussione con studenti, insegnanti, animatori e operatori teatrali; dibattiti e incontri con attori, registi, scrittori e altre figure culturali; percorsi e itinerari turistici. PulciNellaMente si configura altresì come una grande testimonianza d’impegno etico e civile allargando i suoi confini oltre gli steccati della mera rassegna teatrale dal momento che si propone anche di sensibilizzare riguardo alle problematiche del disagio sociale e della devianza nonché sulle tematiche della convivenza democratica, della legalità, dell’ambiente, della pace. Tanti gli eventi che dal 1998 ad oggi hanno arricchito il festival, tra cui: Dal Libro alla Scena – Concorso consistente nell’elaborazione di una sceneggiatura per cortometraggio, lungometraggio o teatrale ispirata al testo Di questa Vita Menzognera di Giuseppe Montesano (Premio Viareggio 2003). Progetto Pulcinella – Il Sacro (’04), il Viaggio (’05), il Sogno (’06) - Tre giornate nazionali di studio sulla maschera partenopea a cura di Edoardo Sant’Elia. Tra gli altri sono intervenuti: il filosofo Aldo Masullo, l’antropologo Marino Niola, lo scrittore Romeo De Maio. Scuola Internazionale dell’Attore Comico, diretta da Antonio Fava - (30 agosto – 15 ottobre 2004), con la partecipazione di trenta attori provenienti da diversi Paesi del mondo. La storia della manifestazione, con il trascorrere degli anni, è stata caratterizzata da sempre più qualificanti e indimenticabili momenti. Di sicuro uno dei più rilevanti è quello della visita, nel 2002, del Premio Nobel Dario Fo, che, oltre a fare da testimonial di PulciNellaMente, ha personalmente disegnato il logo della manifestazione. Da allora si è letteralmente

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spianata la strada degli incontri straordinari, tra cui si ricordano quelli con: Giorgio Albertazzi, Andrea Camilleri, Massimo Ranieri, Gianni Letta, Manlio Santanelli, Lele Luzzati, Renato Carpentieri, Francesco Paolo Casavola, Ugo Gregoretti, Isa Danieli, Nino D’Angelo, Giancarlo Giannini, Luigi De Filippo, Moni Ovadia, Eugenio Finardi, Joaquìn Navarro Valls, Patrizio Rispo, Carlotta Natoli, Enzo Cannavale, Giacomo Rizzo, Marco Risi, Raffaele Cantone, Lello Esposito, Carlo Cerciello, Roberto De Simone, Toni Servillo, Enzo Moscato, Pippo Delbono, Paolo Brosio, Maurizio Scaparro, Michele Placido, Vladimir Luxuria, Marisa Laurito, Gaetano Amato, Antonio Fava, don Tonino Palmese, Giovanni Impastato, Romeo De Maio, Aldo Masullo, Patrizio Oliva, Giuseppe Montesano, Jacopo Fo, Marino Niola, Peter Gomez, Giulio Baffi, don Luigi Merola, Anna Oliverio Ferraris, Rino Marcelli, Pietro Taricone, Lucio Allocca, Angelo Di Gennaro, Emilio Solfrizzi, Vittorio Marsiglia, Pino Scaccia, Edoardo Sant’Elia, Lorenzo Licalzi, Antonella Cilento, Lirio Abbate, Marcello D’Orta, Toni Capuozzo, Carmen Lasorella, Franca Leosini, Piera Detassis, Franco Carmelo Greco, Enrico Varriale, Gabriella Carlucci, Rosaria Capacchione, Raffaele Auriemma e tanti altri. Si tratta di nomi che attestano la crescita quantitativa ma soprattutto qualitativa della rassegna che ha via via delineato con sempre maggiore chiarezza la sua funzione, ovvero quella di un contenitore progettuale al servizio dell’educazione, della formazione dello spettatore, della ricerca pedagogica, della valorizzazione del territorio: un progetto d’interazione tra scuola e società civile, nonché di promozione di un turismo culturale di qualità. Dalla nascita a oggi, PulciNellaMente ha convogliato in Sant’Arpino centinaia di delegazioni scolastiche in rappresentanza di altrettanti territori del nostro Paese, tra cui si citano: San Giovanni La Punta (CT), Marano Marchesato (CS), Silandro (BZ), Pellaro (RC), Acireale (CT), Velletri (RM), Chianciano Terme (SI), Giarre (CT), Rufina (FI), Palese (BA), Pontedera (PI), Empoli (FI), Ficarazzi (PA), Tremestieri Etneo (CT), Agrigento, Melegari dè Varano (PR), Mascalucia (CT), Ussana (CA), Messina, Ivrea (TO), Spinello (KR), Rezzato (BS), Casola (NA), Saluzzo–Sez. Manta (CN), Arcore (MI), Umbertide (PG), Lentini (SR), Enna, Castel Sant’Elia (VT), Mazara del Vallo (TP), Ranco (VA), Rosignano Solvay (LI), Castiglione delle Stiviere (MN), Follo (La Spezia), Laives (Bolzano), Santadi (CI), Chioggia (VE), Soveria Mannelli (CZ),

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Ruvo di Puglia (BA), Adrano (CT), Caccamo - Sciara (PA). Nel 2012 si è svolta la XIV edizione che ha interessato un arco temporale sempre più ampio svolgendosi tra il 9 marzo e il 19 maggio. Il festival, che come da tradizione consolidata ha proposto decine di spettacoli interpretati dagli allievi delle scuole italiane, è stato arricchito da incontri con prestigiose personalità artistiche (tra cui Mariano Rigillo, Alessandro D’Alatri, Francesco Paolantoni, Andrea Renzi, Ernesto Mahieux, Edoardo De Angelis), culturali (Aldo Masullo, Marcello D’Orta, Gherardo Colombo, Sandro Ruotolo, Antonio Lubrano, Bruno Gambacorta, Aldo Maria Valli) e istituzionali (il vice Presidente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Luigi Pagano, il vice Presidente del Parlamento Europeo Gianni Pittella, il Consulente Personale del Presidente della Repubblica Arrigo Levi). Sabato 12 maggio 2012, in occasione del conferimento del Premio PulciNellaMente ad Arrigo Levi, la rassegna e la comunità di Sant’Arpino hanno vissuto un momento molto emozionante e sicuramente destinato a segnare la storia locale. Il riferimento è al collegamento telefonico con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha espresso parole di elogio per le finalità che annualmente muovono l’organizzazione di PulciNellaMente. Nel corso della telefonata il Capo dello Stato ha anche sottolineato l’affetto che lo lega alla comunità di Sant’Arpino perché da sempre in prima linea nelle battaglie finalizzate alla salvaguardia dei valori civili e democratici. Nel solco di questa positiva tradizione ha collocato la rassegna che, non ultimo, si batte per l’affermazione della legalità in un territorio in cui spesso tentano di prevalere logiche di ben altra natura. Un concetto quest’ultimo richiamato dal giornalista Antonio Lubrano, da sempre un riferimento di civiltà e sensibilità, che in un articolo tra l’altro ha scritto: «La scuola dovrebbe insegnare anche un’altra cosa: l’amore per la lettura, perché i libri come il teatro sono lo specchio della realtà. Per i ragazzi addirittura il teatro assume un valore terapeutico. Mi ha colpito una recente dichiarazione del prof. Claudio Bernardi, docente di storia del teatro alla Cattolica di Brescia: “Anche mettendosi in scena i ragazzi scoprono il senso di comunità. Tutti insieme si incontrano in uno spazio neutro qual è il palcoscenico e in questo modo si scombinano gli schemi, cadono le barriere ed è possibile affrontare argomenti ostici”. Come la droga, aggiungo io, come la mafia,

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come la corruzione. In tal senso l’esperienza che da quattordici anni vive un piccolo centro della provincia di Caserta come Sant’Arpino, è significativa: gli alunni di cinquanta, ottanta, cento scuole d’Italia portano qui, alla Rassegna nazionale del teatro-scuola, gli spettacoli che hanno saputo realizzare, inventati di sana pianta o attinti agli autori teatrali più conosciuti. E questa sorta di festival, che ha suscitato l’attenzione di quel politico quant’altri mai sensibile che è Giorgio Napolitano, si svolge – badate bene – in un territorio dominato dalla camorra. Il teatro, dunque, come cura, come educazione civica, come scoperta – direbbe il prof.Bernardi – “del senso di comunità”. Ecco perché ha ragione Bufalino quando sostiene che per sconfiggere la mafia ci vuole un esercito di maestri di scuola »1. PulciNellaMente, anche alla luce di queste autorevoli valutazioni, oggi, rappresenta una stupenda realtà culturale che va avanti con sempre maggiore convinzione e determinazione. L’intento degli ideatori è quello di contribuire alla realizzazione di una Cittadella dell’Arte e dello Spettacolo in grado di innescare tutto l’anno un processo di qualità nella produzione culturale, al servizio della ricerca, della formazione, della documentazione delle attività di Teatro-Scuola in Italia e nel mondo, del progresso del territorio.

1 Cfr. A.Lubrano, Il teatro è terapeutico. E la musica no?, Articolo pubblicato su “il Journal” il 25/05/2012.

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pulcinellamente

NEI BANCHI DI SCUOLA, AGLI ALUNNI SANTARPINESI VIENE SPIEGATO CHE ATELLA È LA PATRIA DEL TEATRO ITALIANO.

IN QUESTE TERRE È NATO IL TEATRO ITALIANO

PULCINELLA È ATELLANO DI ORIGINE

UNO DEI PIÙ GRANDI TEATRI DELLA CAMPANIA, IL CINEMA LENDI, DAL 1998 È DIVENTATO IL PALCOSCENICO DELLA RASSEGNA DI TEATRO-SCUOLA “PULCINELLAMENTE”.

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IL PUBBLICO, DAGLI SPALTI ASSISTE SILENZIOSO ED EMOZIONATO.

BRAVI QUESTI RAGAZZI!

SUL PALCO RECITANO GLI ALUNNI DELLE SCUOLE.

AL TEATRO LENDI SFILANO AUTORITÀ E RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONI PER PORTARE IL LORO SALUTO AI RAGAZZI E AGLI ORGANIZZATORI DI PULCINELLAMENTE.

LA SALA DEL TEATRO È SEMPRE GREMITA DI SPETTATORI ENTUSIASTI.

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IL MACCUS DIVIENE IL LOGO DELLA MANIFESTAZIONE.


pulcinellamente

ANCHE IL PREMIO NOBEL DARIO FO, APPREZZA LA MANIFESTAZIONE.

FANNO DELLE COSE MERAVIGLIOSE!

BRAVI DAVVERO! TI PIACE? INSIEME AL GOVERNATORE DELLA CAMPANIA, ANTONIO BASSOLINO, PARTECIPA ALLA RASSEGNA.

ECCO A VOI MARCO RISI

MOLTI ARTISTI VENGONO OSPITATI SUL PALCO.

DOVETE CONTINUARE, È MOLTO BELLA!

CONTINUATE COSÌ

REGISTI FAMOSI COME GIORGIO ALBERTAZZI GIUNGONO A SANT’ARPINO PER SAPERE DI PIÙ SULL’EVENTO.

È UNA GROSSA SFIDA LA NOSTRA!

ANCHE L’ATTORE TONI SERVILLO PARTECIPA FELICE ALL’EVENTO.

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È UN OTTIMO PROGETTO CULTURALE E CIVILE!

ALLORA CARMEN, CHE NE PENSI?

ANNO DOPO ANNO SEMPRE PIÙ PERSONALITÀ DELLO SPETTACOLO E DEI MASS MEDIA FANNO VISITA A PULCINELLAMENTE. FRA QUESTE LA GIORNALISTA CARMEN LASORELLA. ANCHE IL GRANDE MICHELE PLACIDO ARRIVA A SANT’ARPINO PER CONOSCERE DA VICINO LA MANIFESTAZIONE. PULCINELLAMENTE È UNA PALESTRA DI ARTE ED EMOZIONI!

ANCHE IO HO INIZIATO A RECITARE A SCUOLA

GIANCARLO GIANNINI, ATTORE APPREZZATO IN TUTTO IL MONDO RICEVE IL MACCUS DI PULCINELLAMENTE.

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PRESTIGIOSI RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONI NAZIONALI, COME IL SOTTOSEGRETARIO GIANNI LETTA, LODANO L’INIZIATIVA. IL GOVERNO HA IL DOVERE DI SOSTENERVI!

SIETE UN VANTO PER NAPOLI

IL CANTANTE-ATTORE MASSIMO RANIERI A S.ARPINO ELOGIA PULCINELLAMENTE.


VERAMENTE BRAVI

NEL 2011 VIENE CONSEGNATO UN PREMIO SPECIALE AL PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE FRANCESCO PAOLO CASAVOLA

pulcinellamente

ANCHE IL REGISTA E INTELLETTUALE UGO GREGORETTI SI COMPLIMENTA CON GLI ORGANIZZATORI.

ALL’ATTORE LUIGI DE FILIPPO, FIGLIO DELL’INDIMENTICABILE PEPPINO, VIENE CONSEGNATO IL MACCUS ALLA CARRIERA MIO PADRE ADORAVA LE ATELLANE

ANCHE IL FAMOSISSIMO SCRITTORE ANDREA CAMILLERI RICEVE IL MACCUS DAI PROMOTORI DI PULCINELLAMENTE

SONO ONORATO DI RICEVERE QUESTO PREMIO PER ME MOLTO SIGNIFICATIVO

E COSÌ ANCHE NAVARRO VALLS, PORTAVOCE DI PAPA GIOVANNI PAOLO II.

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SONO CONTENTO DI ANDARE A SANT’ARPINO!

NEL 2012 AD ANTONIO LUBRANO VIENE ASSEGNATO IL PREMIO PULCINELLAMENTE PER IL GIORNALISMO.

I MANIFESTI SUI MURI ANNUNCIANO LA SUA PRESENZA INSIEME A QUELLA DI SANDRO RUOTOLO. LA RASSEGNA È UNA STRAORDINARIA TESTIMONIANZA DI IMPEGNO CIVILE IN UNA TERRA DIFFICILE!

ALLA CERIMONIA DI CONSEGNA DEL PREMIO ASSISTE UN PUBBLICO NUMEROSISSIMO. A LUBRANO VIENE DATA UN’ARTISTICA TARGA. GRAZIE RAGAZZI! SIETE DAVVERO STUPENDI

PULCINELLAMENTE È UN GESTO DI GRANDE AMORE PER QUESTO TERRITORIO

SANDRO RUOTOLO VIENE INTERVISTATO DALLE TV LOCALI.

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IL MAESTRO ARRIGO LEVI NEL 2012 VIENE A PULCINELLAMENTE.

PRESIDENTE È UNA GIOIA IMMENSA PARLARE CON LEI!

DURANTE LA CERIMONIA INTERVIENE TELEFONICAMENTE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA.

pulcinellamente

ACCETTO COMMOSSO QUESTO PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO

EVVIVA!

I RAGAZZI DELLE SCUOLE SALUTANO FESTOSI L’ARRIVO DEL GRANDE GIORNALISTA E SCRITTORE. FATE UN LAVORO LODEVOLE IN UN PAESE CHE CONOSCO MOLTO BENE

GIORGIO NAPOLITANO SI CONGRATULA CON I PROMOTORI DELLA RASSEGNA.

OGGI PER ME È UNA GRANDE EMOZIONE STARE QUI CON VOI!

ARRIGO LEVIRACCONTA LA SUA STRAORDINARIA VITA E RISPONDE ALLE TANTE DOMANDE DEGLI STUDENTI.

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F

ra gli eventi istituzionali che per la loro valenza sono destinati a restare scolpiti nella memoria collettiva, vi è da annoverare la cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria a Luigi Compagnone, avvenuta il 26 maggio 1996 nella corte del palazzo ducale. Questa solenne cerimonia suscitò grande eco sia nei mass media sia nella popolazione che accolse con calore il vecchio scrittore originario di Sant’Arpino. Luigi Compagnone (Napoli n. 1-09-1915, m. 31-01-1998), scrittore e giornalista, era infatti nipote dell’omonimo Luigi Compagnone, Primo Presidente di Corte di Cassazione nato e vissuto a Sant’Arpino (1851-1923) così come ricorda la targa toponomastica della ex via Ferrumma (il più antico tratto stradale santarpinese) dedicata proprio a questo integerrimo magistrato che seppe farsi apprezzare tantissimo negli alti gradi della magistratura italiana di fine secolo. Suo nipote, lo scrittore Luigi Compagnone, è stato uno degli ultimi esemplari dell’autentico giornalismo italiano, un polemista di straordinaria forza e lucidità e uno scrittore civile, sul modello di Sciascia, sempre pronto con la sua ironia a condannare i vizi beceri della società moderna. Lo scrittore, papà di Massimo e Sandro, non ritornava a Sant’Arpino dagli anni della sua infanzia e per questo motivo, per la cerimonia, a cui prese parte accompagnato dalla moglie Rachele La Rotonda, scrisse un articolo dal titolo Il Giardino di mio nonno, pubblicato sul giornale locale Clanio la stessa settimana della cerimonia. Un giardino di provincia, frequentato dallo scrittore quando era ancora bambino, dal quale come in tutti i giardini di periferia del mondo, fatti di parole inespresse e di silenzi, nascevano parole che si incamminavano per viottoli e sentieri per diventare la coscienza poetica del mondo un luogo metafisico prima ancora che fisico relegato nel cuore del vecchio scrittore. La cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria, preceduta da un’apposita delibera di consiglio comunale, fu un evento che, nella comunità di Sant’Arpino, inaugurò una grande stagione di rinascita culturale fatta di appuntamenti che ancora oggi riscuotono consensi e ammirazione ben oltre il perimetro campano. Alla mattinata, che ebbe luogo nella corte del palazzo ducale, ripristinata in tempi record per l’occasione, aderì numerosissima la popolazione e intervennero gli scrittori e giornalisti Giuseppe Montesano, Luigi Necco, Pellegrino Sarno e Tommaso Pisanti. Tanta anche la risonanza me-

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cittadinanza a luigi compagnone

diatica sottolineata dalla presenza degli inviati della RAI e di altre importanti testate giornalistiche. Luigi Compagnone dopo quel giorno continuò ad avere contatti costanti con Sant’Arpino fino alla sua morte. Intensa è stata la sua attività letteraria (pubblicò più di trenta libri e fu presente per più di un cinquantennio nelle pagine dei maggiori quotidiani e periodici nazionali) attraverso la quale, con il suo inconfondibile stile, indagò la realtà che lo circondava per denunciarne le contraddizioni ataviche con feroci ironie, sarcasmi, insinuazioni, corrosive battute e soprattutto con la sua proverbiale ira funesta carica di aggressività e causticità. Un’attività straordinaria, densa di una tensione sociale che contagiava quanti vi entravano in contatto. Anche per questo, fiera e orgogliosa, l’amministrazione comunale nel 2000 dedicò alla sua memoria la biblioteca comunale.

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NEL MAGGIO DEL 1996 IL CORTILE DEL PALAZZO DUCALE FU ADDOBBATO A FESTA.

VIVA LUIGI!

IN PIAZZA, ACCOLTO DA NUMEROSI CITTADINI, ARRIVÒ LO SCRITTORE LUIGI COMPAGNONE. ACCOLTO CON UNA BANDA MUSICALE, LO SCRITTORE COMPAGNONE ENTRÒ FRA DUE ALI DI FOLLA NEL CORTILE DEL PALAZZO DUCALE.

BRAVO LUIGI!

SUL PALCO OLTRE AL SINDACO E COMPAGNONE, C’ERA ANCHE IL GIORNALISTA DELLA RAI LUIGI NECCO CHE PRESENTÒ AL NUMEROSO PUBBLICO IL GRANDE LUIGI COMPAGNONE.

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cittadinanza a luigi compagnone

È IL NOSTRO ORGOGLIO!

PRESE LA PAROLA IL SINDACO CHE ILLUSTRÒ LE MOTIVAZIONI PER LE QUALI VENIVA ASSEGNATA LA CITTADINANZA ONORARIA A COMPAGNONE.

HO NEL CUORE QUESTO PAESE

GRAZIE LUIGI

IL GIORNALISTA NECCO INTERVISTÒ POI LO SCRITTORE COMPAGNONE.

IL SINDACO DAL PALCO RINGRAZIA LO SCRITTORE.

ECCO! SIETE DEI NOSTRI

GRAZIE. SONO COMMOSSO!

POI CONSEGNÒ AL GRANDE LUIGI LA CHIAVE DELLA CITTÀ.

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A

ltra data indimenticabile nella storia di Sant’Arpino è quella del 24 aprile 2000, giorno in cui il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi firmò il decreto (controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Massimo D’Alema) con cui si concedeva al Comune di Sant’Arpino l’autorizzazione all’utilizzo del nuovo stemma e gonfalone civico. Fu un evento di grande pregnanza istituzionale salutato dalla popolazione con vigoroso entusiasmo. L’esigenza di avviare la procedura per il riconoscimento dei nuovi simboli civici nacque in seguito allo svolgimento di approfondite ricerche storiche da cui emerse l’assenza di atti ufficiali che autorizzassero l’uso dello stemma e gonfalone fino a quel momento adoperati. L’unico decreto in materia rinvenuto è datato 29 settembre 1936 e si riferisce alla concessione rilasciata al Comune di Atella di Napoli. Come si ricorderà, quest’ultimo fu costituito nel 1928 e comprendeva insieme a Sant’Arpino anche Succivo e Orta di Atella che erano stati disciolti. Nel 1946 Atella di Napoli concluse la sua esperienza e i comuni che l’avevano costituita recuperarono la loro autonomia. Tuttavia, dal 1946 al 2000, almeno per quanto concerne Sant’Arpino, mai nessuno si era curato di chiedere attraverso le vie competenti l’autorizzazione all’utilizzo di uno stemma che rispondesse pienamente anche ai canoni araldici vigenti nel nostro Paese. Grazie alla fattiva collaborazione di sodalizi locali e di soggetti appassionati di ricerca storica, tra cui il Col. Antonio Dell’Aversana, nel febbraio del 2000 l’amministrazione comunale avviò il relativo iter conclusosi pochi mesi dopo con la notifica del decreto presidenziale. Lo stemma riporta: la mitria ornata da quattro rubini di rosso e il pastorale in colore oro, simboli che richiamano il fondatore sant’Elpidio e la diocesi di Atella; una corona di spine di diciotto intrecci che ricorda le persecuzioni subite dal santo fondatore e dalla stessa Atella più volte devastata e distrutta; la scritta Ordo Populusque Atellanus (il governo e il popolo atellano), posta sotto lo scudo di colore azzurro, che imperitura la diretta provenienza di Sant’Arpino dalla città madre di Atella. La scritta è la stessa che gli atellani scolpirono sotto la stele dedicata a Caio Celio Censorino. Completano lo stemma gli ornamenti esteriori da Comune ovvero la corona e le foglie di alloro. Il Gonfalone riproduce lo stemma su un drappo partito di rosso e giallo. I colori si ispirano all’Aragona, patria di origine della famiglia Sanchez

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il nuovo stemma di sant’arpino

de Luna che per secoli ha avuto un ruolo cruciale nella crescita e nello sviluppo di Sant’Arpino. Rifiniscono il gonfalone: in alto la scritta d’argento Comune di Sant’Arpino, in basso ricami d’argento. Il 12 novembre 2000, con una solenne cerimonia si inaugurarono lo stemma e il gonfalone. Una larga partecipazione di cittadini prese parte all’evento che vide la presenza del Prefetto di Caserta, Goffredo Sottile, e dal Presidente del Consiglio regionale della Campania, Domenico Zinzi. Nella mattinata fu presentata e distribuita anche una pubblicazione dal titolo Ordo Populusque Atellanus, edita dal Comune di Sant’Arpino e curata dall’associazione locale A.R.C.A.

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DA SECOLI LO STEMMA COMUNALE VENIVA RAFFIGURATO CON LE INSEGNE VESCOVILI DELLA MITRIA E DEL PASTORALE.

UN UNICO E NUOVO STEMMA VENNE ASSEGNATO NEL 1928 AL NUOVO COMUNE DI ATELLA DI NAPOLI CHE UNIVA TRE COMUNI.

IN REALTÀ NON VI ERA AGLI ATTI NESSUNA CONCESSIONE UFFICIALE E DOCUMENTATA SULLO STEMMA DI SANT’ARPINO.

SCIOLTA POI ATELLA DI NAPOLI SI RITORNÒ AL VECCHIO STEMMA COMUNALE. NELLE MANIFESTAZIONI UFFICIALI COMPARIVA IL GONFALONE CON IL VECCHIO STEMMA CHE MAI NESSUN ATTO UFFICIALE AVEVA ASSEGNATO.

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il nuovo stemma di sant’arpino

L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE NEL 2000 SI RIUNÌ PER FARE RICHIESTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA.

UFFICIALIZZIAMO LO STEMMA

IL PRESIDENTE CARLO AZEGLIO CIAMPI, VISTA LA RICHIESTA DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE CONCESSE LO STEMMA CON DECRETO.

ECCO IL NOSTRO SIMBOLO UFFICIALE

QUELL’ANNO VENNE TENUTA UNA SOLENNE CERIMONIA NELL’AULA CONSILIARE PER CELEBRARE L’AVVENIMENTO. IL NUOVO STEMMA, SU SFONDO AZZURRO, PORTA UNA CORONA DI SPINE SOTTO ALLA MITRIA E AL PASTORALE.

INOLTRE APPARE BEN CHIARA E LEGGIBILE LA SCRITTA “ORDO POPULUSQUE ATELLANUS” A RICORDO DELL’ANTICA ATELLA.

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L

e fonti letterarie e i pregevoli testi di autori che nei diversi secoli hanno ricercato e studiato il passato non sono mai bastati a chetare la voglia di conoscenza dei santarpinesi e il desiderio degli stessi di riportare alla luce la scomparsa città di Atella. Dell’antica città si ha un’unica certezza: il Castellone, avanzo di un edificio termale di epoca imperiale che da sempre troneggia solitario nell’area in cui si estendeva la città scomparsa. Un indiscusso amore e un grande sentimento di gratitudine ha sempre caratterizzato lo stretto rapporto di Sant’Arpino con la città madre Atella. Già nel Settecento Carlo Magliola e poi nell’Ottocento Francesco Paolo Maisto avevano scritto dei resti archeologici della città e della loro localizzazione. Tuttavia, lunga e complessa è stata la storia degli scavi archeologici per portare alla luce l’antica Atella. I primi veri scavi di cui si ha notizia risalgono al 1908, quando ci furono i cinque saggi effettuati da Giuseppe Castaldi all’interno dello spazio che conteneva l’antica città. Un’area che, delimitata da un fossato che la recingeva, formava una grande terrazza quadrata sopraelevata di alcuni metri rispetto alla campagna circostante. Castaldi, con particolare attenzione, studiò la strada detta Ferrumma (oggi via Compagnone), la quale ricalca quello che doveva essere il decumano che divideva in due la città, riportò alla luce diverse tombe e definì con esattezza il rapporto di Atella con le altre città della Campania. Negli anni seguenti, altri saggi interessanti furono quelli dell’ispettore onorario Giacomo Chianese compiuti nel 1934 presso il Castellone. Nello stesso anno, durante lo scavo delle fondazioni per la costruzione del municipio di Atella di Napoli, venne scoperto un tesoretto di monete atellane. Uno dei più importanti archeologi del nostro tempo, Amedeo Maiuri, nel gennaio del 1935, nell’ambito di un’attività di esplorazione delle più interessanti esperienze archeologiche campane, s’interessò anche di Atella sintetizzando, poi, i risultati del suo lavoro nella pubblicazione Passeggiate Campane. Le due grandi guerre interruppero qualsiasi tipo di ricerca archeologica. Negli anni del secondo dopoguerra, però, iniziò la fase degli scavi clandestini da parte di tombaroli che, muniti di rudimentali mezzi di identificazione e di scavo, partivano alla ricerca di tesori da dissotterrare. Individuato un punto, cominciavano a tastare il terreno sondandolo con una lunga pertica di ferro appuntita spinta fino a quando la stessa non incontrava un ostacolo impenetrabile.

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il parco archeologico

In questo caso, si ritirava la sonda e, se su di essa si riscontravano tracce che destavano interesse, si intraprendeva lo scavo fino a riportare alla luce il reperto. In molti casi a venire in superficie erano delle tombe e allora si spezzava il coperchio, se ne asportavano gli oggetti di arredamento e si ricopriva di nuovo di terra la buca. Attraverso un mercato clandestino i pezzi archeologici ritrovati venivano poi venduti a commercianti e appassionati. Per la maggior parte dei casi gli scavi avvenivano in particolari periodi dell’anno, ovvero quelli in cui la terra era libera dal raccolto e quelli in cui maggiore era la pioggia, perché questa ammorbidiva il terreno, rendendo più facile la penetrazione della sonda. I tesori (vasi, anfore, tombe, monete) furtivamente asportati dal sottosuolo sono sparsi in Italia e all’estero presso le case di ricchi collezionisti di arte antica. Altre notizie di scavi ufficiali, ma di modeste dimensioni, sono coeve alla sistemazione del canale collettore nella zona Succivo-Frattamaggiore avvenuta alla fine degli anni Sessanta. Nello stesso periodo, a Sant’Arpino, durante i lavori di sistemazione della rete fognaria in piazza Umberto I, emerse dal sottosuolo un’incantevole sfinge alata in calcare tenero, pertinente evidentemente a un monumento sepolcrale (III secolo a.C.), molto simile alle sculture di ambiente ellenistico. La sensazionale scoperta generò tra la popolazione e l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Di Carlo, un rinnovato e quanto mai inedito interesse per il lato culturale e storico della ricerca archeologica, oltre che per quello artistico. Si organizzarono convegni e iniziative varie che di fatto agevolarono la strada agli scavi del marzo 1966 che interessarono un’area di circa 5 mila mq. La campagna di scavi, diretta dall’archeologo Werner Johannowsky, portò in superficie inedite testimonianze della civiltà atellana, tra cui un meraviglioso pavimento a mosaico policromo in peristilio, le mura di una grande casa, un ambiente termale, la testa di una statua muliebre in marmo. Tanto bastò a sollevare un enorme clamore: sul posto arrivarono inviati della carta stampata e delle televisioni, scolaresche, studiosi e tantissimi curiosi. Tutti assistevano alla scoperta sensazionale di una città che si è immortalata nel suolo, facendosi avvincere dal fascino dell’eterno e dal mistero della vita. Gli scavi proseguirono con l’intento di trovare tracce del teatro, del foro, della basilica e dell’anfiteatro. La campagna, oltre a dare delle conferme scientifiche importanti sull’ubicazione di Atella, creò

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un clima di entusiasmo nella gente, cosciente di trarre dalla scoperta una fonte di ricchezza e di sviluppo locale come efficacemente riportato nelle cronache del tempo firmate dal giornalista Arturo Fratta. Il sindaco Vincenzo Legnante, che aveva seguito con particolare attenzione le operazioni di scavo, si adoperò subito con i colleghi dei comuni limitrofi per costituire il Consorzio Archeologico Atellano, al cui interno fu istituita una commissione presieduta dal giudice Domenico Galasso, pretore di Frattamaggiore e appassionato di archeologia. La finalità del consorzio era quella di reperire ulteriori fondi per la prosecuzione degli scavi. Il loro sogno era soprattutto quello di realizzare un Parco Archeologico mediante esproprio dei terreni ricadenti nel perimetro dell’antica città. Seguirono anni difficili, le risorse non arrivarono e il sogno rimase tale. L’area archeologica fu abbandonata al suo destino, in preda all’opera devastatrice di tombaroli: furono irrimediabilmente compromessi i siti e numerosi reperti andarono perduti. L’amore per la (ri)scoperta del passato continuava a nutrire i cuori di tanti atellani e di diverse associazioni, nel frattempo costituitesi con il precipuo scopo di salvare le testimonianze archeologiche. È il caso della sezione atellana dell’Archeoclub (fondata nel maggio del 1976) e dell’Istituto di Studi Atellani (fondato nel novembre del 1978). Questi sodalizi, creati da quei giovani che in qualità di studenti avevano assistito agli scavi del 1966, riuscirono a dare un impulso forte alla conoscenza dell’antichità, promuovendo sia la pubblicazione di testi di buon valore scientifico che la costituzione di istituzioni culturali permanenti, tra cui un museo per accogliere le testimonianze materiali atellane. La comunità atellana, però, non smise mai di inseguire il sogno del Parco Archeologico: si organizzarono dibattiti, convegni, incontri vari per capire le strade possibili da intraprendere per arrivare al fatidico obiettivo. La Soprintendenza di Napoli e Caserta, sotto la direzione di Giuliana Tocco, nel maggio del 1980 compì degli scavi ai limiti della terrazza di Atella, che portarono alla luce delle mura formate da grossi blocchi parallelepipedi di tufo levigati senza malta e precedute da un ampio fossato che rappresentavano una parte del lato meridionale delle mura di fortificazione della città. Il Comune di Sant’Arpino nel dicembre del 1986, con delibera di consiglio comunale n°271, conferì ai tecnici Giovanni Falanga, Salvatore Di Leva e Salvatore Di Costanzo l’incarico

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di redigere un progetto di recupero e valorizzazione dell’antica città di Atella. L’incarico prevedeva la realizzazione di un Parco Archeologico nell’ambito della legge 64/86 che finanziava opere destinate allo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. L’importo richiesto per la realizzazione del Parco Archeologico di Atella ammontava a circa ventisei miliardi di lire. Il progetto, approvato anche dal consiglio regionale della Campania, nell’ambito della terza annualità della legge, si perse poi nei meandri della burocrazia romana. Nel 1988 fra i comuni di Orta, Succivo, Sant’Arpino e Frattaminore, alla luce dell’approvazione del progetto del Parco Archeologico e nella speranza di ottenere l’agognato finanziamento, venne costituito un Consorzio Intercomunale per il raggiungimento di specifici obiettivi nel quadro della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale, architettonico, artistico, storico per uno sviluppo integrato della zona atellana e per la realizzazione di infrastrutture intercomunali. La sede del consorzio venne stabilita nell’ex municipio di Atella di Napoli. Fra gli obiettivi principali del consorzio venne posta la creazione di un Parco Archeologico di Atella di concerto con le competenti Soprintendenze. Organi del consorzio erano l’assemblea generale, il comitato esecutivo, il presidente del comitato esecutivo e il collegio dei revisori dei conti. Il consorzio si proponeva di raggiungere i suoi obiettivi mediante risorse versate dai comuni, contributi dello Stato e della Regione, prestiti concessi da istituti vari, contributi da utenze e proventi derivanti dalla gestione del servizio, fondi ottenuti sotto forma di lasciti e donazioni. Purtroppo questa struttura non riuscì mai a decollare e questo tentativo di cooperazione intercomunale non si concretizzò, anche perché i finanziamenti non arrivarono mai. Il progetto del Parco Archeologico nel tempo venne più volte approvato e in ultimo aggiornato con delibera di giunta comunale n°62 del 1991 dal Comune di Sant’Arpino a cui competevano e competono tutti gli atti in materia. È stato dal 1996 in poi che l’obiettivo del parco fece decisivi passi in avanti. In questi anni, infatti, il Comune di Sant’Arpino sottoscrisse un protocollo d’intesa con la Soprintendenza Archeologica e i comuni atellani approvando un nuovo progetto preliminare del parco. Il progetto, elaborato dai tecnici, prevedeva: l’acquisizione dei terreni in gran parte di proprietà privata; campagne di indagine archeologica; restauro delle strutture emerse; la sistemazione generale dell’area con

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la realizzazione del percorso di visita all’antica città; la costruzione di strutture di servizio e l’allestimento di un museo del territorio atellano nell’ex municipio di Atella di Napoli di cui viene prevista l’intera ristrutturazione insieme al Castellone, l’antico rudere. Nel 1997 la Regione Campania approvò il progetto preliminare ammettendolo alla seconda fase del bando POP e nello stesso anno la giunta santarpinese incaricò i tecnici per la redazione del progetto esecutivo che venne consegnato e approvato l’anno dopo. Nel 1998, dopo l’approvazione del progetto esecutivo-cantierabile, fu sottoscritto un protocollo d’intesa fra i quattro comuni atellani per dare più forza all’idea del parco quale risorsa strategica intercomunale. Nel 1999 il CIPE inserì il Parco Archeologico Atellano nell’elenco degli studi di fattibilità da finanziare e la Regione Campania lo incluse negli studi di fattibilità cofinanziati. La giunta di Sant’Arpino nello stesso anno aderì alla proposta CIPE e cofinanziò con cinquanta milioni di lire la redazione dello studio di fattibilità, mentre la Regione Campania dispose l’accredito dei rimanenti cinquanta milioni di cofinanziamento dello studio. Nel 2001 il Comune di Sant’Arpino inviò alla Regione Campania lo studio di fattibilità dell’opera, per un importo complessivo di circa 10 miliardi delle vecchie lire. Mancavano solo i finanziamenti. Nel contempo a Succivo, il 5 aprile del 2002, il Museo dell’Agro Atellano diventò realtà: grazie alla tenacia dell’Archeoclub, guidato da Andrea Russo e Giuseppe Petrocelli, presso l’ex Caserma dei Carabinieri s’inaugurò finalmente il Museo Archeologico dell’Agro Atellano che rappresenta uno dei più importanti riferimenti culturali della nuova città atellana. Attraverso i preziosi reperti in esso conservati, divenne possibile avere una visione organica e coerente della storia del territorio atellano. La svolta per la realizzazione del Parco Archeologico arrivò il 28 agosto del 2002 quando a Sant’Arpino il Premio Nobel Dario Fo intervenne a sostegno della Rassegna Nazionale di Teatro-Scuola PulciNellaMente, sollecitando e spronando il governatore Antonio Bassolino a dare una risposta forte e concreta sull’istanza del parco. Il governatore Bassolino promise ai santarpinesi che la Regione Campania avrebbe finanziato il progetto del Parco Archeologico Atellano, giacente da anni nei cassetti degli uffici regionali. Esattamente dopo un anno, il 4 agosto 2003, sindaco era Giuseppe Savoia, assessore ai lavori pubblici Roberto Iavarone, la Regione

470 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


Campania comunicò l’assegnazione di € 4.878.233,00 quale primo finanziamento per la realizzazione del parco. Nel febbraio del 2004 furono rinvenute in una discarica abusiva presso il cimitero di Sant’Arpino, al confine con il comune di Frattaminore, due colonne di marmo di buona fattura, probabile parte di un tempio o di un edificio pubblico e certamente appartenute al sito archeologico di Atella. Esse tuttora risultano conservate nel cortile del palazzo ducale. Nel dicembre 2004 la Regione Campania con apposito decreto dirigenziale provvide all’impegno di spesa per il finanziamento dell’opera. Nello stesso anno la giunta di Sant’Arpino approvò l’aggiornamento del progetto del parco e il programma di intervento secondo il finanziamento concesso, distinguendolo in due moduli di oltre due milioni di euro ciascuno. Ebbero inizio a questo punto le procedure per l’esproprio dei terreni e la stesura del bando di gara per l’assegnazione dei lavori. Nel maggio del 2007, durante i lavori di ampliamento del cimitero comunale, furono ritrovati i resti di una fornace di età tardo romana. Lo scavo, eseguito sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Archeologici, portò in luce una struttura di forma circolare costruita in grossi blocchi di tufo che costituiva la camera di combustione della fornace. Nel gennaio del 2010, sindaco era Eugenio Di Santo e assessore ai lavori pubblici Elpidio Iorio, dopo l’espropriazione e recinzione di circa 60 mila metri quadri di terreno dell’area archeologica e il completamento dei lavori di restauro dell’ex municipio di Atella di Napoli, finalmente iniziò la seconda fase dei lavori, per certi aspetti più emozionante, che contemplava la ripresa della campagna di scavi - coordinata dai rappresentanti di zona della competente Soprintendenza, gli archeologi Elena Laforgia ed Angelo Stanco, e dal responsabile dei lavori pubblici del Comune di Sant’Arpino Vito Buonomo - esattamente dopo quarantaquattro anni da quella del 1966. Un evento di grande portata storica, culturale e scientifica, destinato a incidere sullo sviluppo e il tessuto sociale di quel nucleo di comuni sorti dalle rovine di Atella, in quel fazzoletto di terra che un tempo costituiva l’ombelico della Campania felix. La terra, interrogata, non tardò a dare risposte e dopo pochi mesi di scavo, portato avanti con passione dalla equipe di archeologi coordinata da Luigi Lombardi, incominciarono ad affiorare segni concreti dell’antica città, tra cui un edificio termale a carattere

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pubblico, ubicato quasi certamente in prossimità del foro cittadino. Questo imponente edificio, abitato con continuità dall’età ellenistica fino all’epoca tardo-imperiale, si sviluppa su una superficie di 1170 mq. I vani che lo compongono, precisamente sei, erano destinati alle abluzioni e sono disposti secondo la canonica sequenza che prevedeva il passaggio dagli ambienti freddi a quelli gradualmente riscaldati. Troviamo, dunque, il frigidarium (ascrivibile al III-IV secolo d.C.) e, in più ambienti, la presenza di un praefurnium nonché di vasche, ancora riconoscibili, sia per bagni freddi che caldi. In una parte dell’edificio venne rinvenuta anche una pavimentazione musiva realizzata con tessere rettangolari bianche alternate a sporadiche tessere policrome. Per questi primi e straordinari rinvenimenti, la Soprintendenza ha poi disposto la realizzazione di una copertura speciale atta a conservare con efficacia le opere e a consentirne la visione agli interessati. I ritrovamenti hanno già richiamato l’attenzione di personalità di rilievo, tra cui il Console Generale degli Stati Uniti a Napoli, Donald L. Moore, che nell’aprile del 2011 ha visitato il Parco Archeologico di Atella per celebrare qui l’ Earth Day. Il parco, che oltre a una funzione culturale-archeologica avrà anche una destinazione di spazio ambientale, data l’enorme distesa di terreno su cui si sviluppa, è oramai in via di completamento. Al suo interno saranno allestiti percorsi di visita dell’antica città con pannelli didattici a disposizione della scuole e di quanti vorranno studiare la cultura atellana. Nel parco sarà possibile anche conservare colture tipiche del territorio. Naturalmente saranno necessari ulteriori fondi per proseguire le indagini con la speranza di ritrovare, tra gli altri, l’anfiteatro. Il parco, dunque, rappresenta un’opera straordinaria, la cui concretizzazione si deve soprattutto a uomini che con il duro lavoro, l’ambizione e la brama di conoscenza hanno saputo trasformare un sogno irraggiungibile in una visione concreta, per il beneficio dei posteri.

472 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


il parco archeologico LE STRADE DI AVERSA NORMANNA CONSERVANO LE COLONNE ATELLANE NEI MURI.

PARIGI NEL SUO MUSEO PIÙ IMPORTANTE CUSTODISCE LA STATUETTA DEL MACCUS ATELLANO. IL CIPPO MARMOREO DI CAIO CELIO CENSORINO GIACE A GRUMO NEVANO.

NAPOLI CONSERVA NEI SUOI MUSEI LE MONETE DELL’ANTICA ATELLA.

A SANT’ARPINO TRONEGGIANO SOLITARI I RESTI DI UNA TERMA IMPERIALE DELLA GLORIOSA ATELLA.

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DA SECOLI SOTTO TERRA L’ANTICA CITTÀ DORME NEL SILENZIO DEI CAMPI COLTIVATI.

ALCUNI TOMBAROLI OGNI TANTO SCAVANO PER TROVARE TESORI SEPOLTI.

VASI RITROVATI NEL SOTTOSUOLO SONO SPARSI IN TUTTA ITALIA.

IL GRANDE ARCHEOLOGO AMEDEO MAIURI NEL 1935 PASSEGGIA NEI CAMPI ATELLANI E SCRIVE DI ATELLA.

L’ANTICA ATELLA SI CONSERVA IN UN LEMBO DI TERRA CIRCONDATA DAI COMUNI DI ORTA, SUCCIVO, SANT’ARPINO E FRATTAMINORE.

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il parco archeologico DURANTE I LAVORI PUBBLICI IN MODO FORTUITO SONO EMERSI TESORI NASCOSTI.

NEL 1966 INIZIÒ LA PRIMA VERA CAMPAGNA DI SCAVI PER PORTARE TUTTO ALLA LUCE.

UNO STUPENDO MOSAICO POLICROMO RIEMERSE DALLE VISCERE DI ATELLA.

UNA TESTA MULIEBRE DALLE DOLCI FATTEZZE, FU INVECE RITROVATA NEI CAMPI.

I GIORNALI SEGUIRONO ATTENTI TUTTE LE FASI DEGLI SCAVI.

ARTICOLI RIPORTARONO LA CRONACA DEGLI SCAVI. POI TUTTO DI NUOVO TACQUE!

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NELL’AGOSTO 2002 L’ARRIVO DEL PREMIO NOBEL DARIO FO A PULCINELLAMENTE, ATTIRÒ L’ATTENZINE DEI MEDIA. IL GOVERNATORE DELLA CAMPANIA BASSOLINO, SI IMPEGNÒ A STANZIARE I FONDI PER RIPRENDERE GLI SCAVI.

IL SINDACO DELL’AVERSANA FU ENTUSIASTA PERCHÈ ATELLA SAREBBE STATA RISCOPERTA

NEL 2003, SINDACO SAVOIA, LA REGIONE CAMPANIA INVIÒ IL FINANZIAMENTO.

RIPRESERO CON RINNOVATO ENTUSIASMO GLI SCAVI ARCHEOLOGICI.

ESPERTI ARCHEOLOGI RIPORTARONO ALLA LUCE LE MERAVIGLIE DELL’ANTICA CITTÀ.

476 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


il parco archeologico CON IL SINDACO DI SANTO SONO PROSEGUITI I LAVORI PER IL PARCO.

L’ASSESSORE IORIO HA PROMOSSO IMPORTANTI EVENTI TRA CUI LA VISITA DEL CONSOLE AMERICANO MOORE.

TERME, TEMPLI, STRADE: I NUOVI SCAVI DEL 2010 HANNO RIPORTATO IN SUPERFICIE LE TESTIMONIANZE DELL’ANTICA STORIA.

L’EX MUNICIPIO DI ATELLA DI NAPOLI È RITORNATO ALL’ANTICO SPLENDORE E DOMINA L’ARIA DEL PARCO ARCHEOLOGICO.

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Q

uesto volume che, per la prima volta in assoluto, raccoglie in una visione d’insieme e con un linguaggio facile e immediato tutta la storia di Sant’Arpino, dalle origini fino ai nostri giorni, non poteva non tracciare un profilo biografico di Giovanni Pezzella, che tanto si è impegnato per la crescita civile di Sant’Arpino e per il radicamento della Pro Loco e dei suoi valori nel tessuto sociale della comunità atellana. Giovanni, detto Gianni, nacque a Sant’Arpino il 23 giugno del 1963 da Gaetano e Filomena Brassotti Ziello. Secondo di sei figli (Elpidio, Luigi, Teresa, Maria, Michele), frequentò le scuole dell’obbligo nel paese natio e le superiori ad Aversa ove si diplomò ragioniere. Presso l’Università degli Studi di Napoli, successivamente, conseguì la laurea in Economia e Commercio. In questi anni conobbe la futura moglie Angela Tammaro, con la quale convolò a nozze nell’ottobre del 1995. Dal matrimonio nacquero tre figli, Gaetano, Pasquale e Adele, che portarono gioia e serenità all’intera famiglia. Sin dalla seconda metà degli anni Ottanta, la vera grande passione di Gianni fu quella dell’impegno sociale al servizio della collettività. Insieme a un nutrito gruppo di giovani amici, gettò le basi per la nascita e il consolidamento della Pro Loco a Sant’Arpino che ha contribuito non poco allo sviluppo socio-culturale della collettività del posto. Gianni partecipò attivamente a tutto quel pullulare di iniziative che fiorirono all’interno del sodalizio di via Marconi e mai fece mancare il suo appoggio e il suo contributo di volontariato, costantemente animato da un sorriso e da una parola di sostegno per tutti. Sempre in prima fila, ogni volta che c’era da lavorare, mai si tirò indietro nella promozione di tante manifestazioni di quel periodo. Con discrezione e stile partecipò a un’intensa stagione d’impegno civile che vide fiorire eventi in grado di ravvivare il panorama culturale di Sant’Arpino, portandola spesso alla ribalta provinciale e regionale. Con dedizione e senza clamori, ricoprì importanti cariche nel direttivo della Pro Loco, caratterizzandosi sempre per un profilo istituzionale e operativo che mirava all’esclusivo interesse dell’associazione. Mai lesinò energie per affermare la supremazia del bene comune su qualsiasi altra forma d’interesse e intese sempre il volontariato, nella sua forma più pura e disinteressata, come missione da compiere per il miglioramento delle condizioni di

478 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


giovanni pezzella

vita di tutti. Quando l’Italia nel 1994 fu scossa dal ciclone di “mani pulite” e dal furioso vento di cambiamento, un nutrito gruppo di giovani provenienti dal mondo del volontariato decise di occuparsi di politica. Tra questi c’era anche Gianni che, nel novembre del 1994, venne eletto consigliere comunale. Animato da pura passione, iniziò un’intensa fase politica. Nel 1998, rieletto consigliere comunale, fu nominato assessore al bilancio. Un mandato svolto con certosina dedizione e serenità, lontano da esibizionismi superflui, con il sorriso sulle labbra e sempre pronto a smussare gli angoli nei momenti più difficili. In consiglio comunale si connotò per i suoi interventi pacati e precisi che contribuivano non poco ad abbassare i toni delle discussioni facendo comprendere a tutti il valore di una dialettica serena, civile e priva di pregiudizi ideologici. Una prima avvisaglia della malattia arrivò nel febbraio del 2003 e costrinse Gianni a subire un delicato intervento chirurgico con conseguente convalescenza post operatoria. Tale impedimento non gli consentì di svolgere con adeguatezza la campagna elettorale del maggio dello stesso anno. Visse gli anni successivi al primo intervento operatorio senza allontanarsi mai dalla vita sociale attiva e mai la malattia ebbe il sopravvento sulla sua voglia di vivere e sul suo desiderio di contribuire al miglioramento delle condizioni di vita del proprio paese. La sua smisurata passione per il sociale lo portò a rituffarsi pienamente nella Pro Loco, che non aveva mai del tutto abbandonato negli anni dell’impegno politico. Con spirito di servizio e con animo altruista, nel 2003, assunse la carica di presidente dell’associazione di via Marconi ricostruendo in breve tempo quel tessuto umano e civile che permise il rilancio dell’associazione stessa. Durante il suo mandato, diede un fattivo contributo al consolidamento di grosse manifestazioni (come la Sagra del Casatiello, la Rassegna Nazionale di Teatro Scuola PulciNellaMente), al rilancio della Pinacoteca Comunale di Arte Contemporanea Massimo Stanzione e del Museo Civico, alla promozione di numerose altre manifestazioni di piazza tese a rivalutare il patrimonio storicoculturale del paese. Curò, da presidente, la celebrazione del ventennale della Pro Loco coordinando avvenimenti che videro affluire nella cittadina esponenti di riferimento della cultura nazionale. Mai si stancò di lavorare per il suo paese e con coerenza e

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precisione partecipò a riunioni e iniziative colmando in silenzio quell’innata passione che dentro lo struggeva per la terra natia. Un improvviso e inaspettato acutizzarsi del male lo costrinse a un secondo intervento, agli inizi del 2007, a Milano, ove rimase più di cinque mesi a causa della lunga convalescenza. Tuttavia, seppur lontano centinaia di chilometri e in condizioni di salute molto precarie, mai cessò di interessarsi della vita sociale e culturale del paese. Dopo il rientro a casa e un breve miglioramento delle condizioni sanitarie, si spense il 24 luglio del 2007 lasciando nel dolore e nello sconforto i suoi familiari e l’intera collettività santarpinese che lo aveva conosciuto e apprezzato. All’indomani della sua scomparsa, nel paese si organizzarono diversi appuntamenti commemorativi. Con l’intento di perpetuarne la memoria, nel mese di aprile del 2008, con delibera n°9, il consiglio comunale decise di intestare a Gianni l’aula consiliare della casa comunale di via Mormile, ovvero quel luogo in cui lui per lunghi anni era stato presente da protagonista. Nella stessa aula, domenica 25 gennaio 2009, con una cerimonia solenne ed emozionante si scoprì una lapide in marmo che recita: «In memoria del dott. Giovanni Pezzella (1963 – 2007) Consigliere comunale e Assessore, contribuì alla crescita civile e sociale di Sant’Arpino. L’Amministrazione Comunale riconoscente pose». In quella manifestazione, che si svolse in un’aula consiliare gremita e commossa, per volontà della famiglia di Giovanni Pezzella, nacque l’idea di ricordare la sua figura attraverso la realizzazione di un’opera che potesse racchiudere anche il senso stesso della vita di Gianni, spesa per la valorizzazione delle radici storiche di Sant’Arpino. Quella volontà, raccolta dagli amici Peppino ed Elpidio, è diventata questo lavoro editoriale.

480 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


FREQUENTÒ LE SCUOLE ELEMENTARI E LE MEDIE NEL PAESE NATÌO.

PASSÒ LA SUA GIOVINEZZA SUI POLVEROSI CAMPI DI CALCIO IMPROVVISATI NEI TERRENI INCOLTI.

FREQUENTÒ LA RAGIONERIA AD AVERSA.

DAI PARA!

giovanni pezzella

GIANNI NACQUE A SANT’ARPINO NEL GIUGNO DEL 1963.

A CHE ORA ARRIVA L’ AUTOBUS?

A NAPOLI SI LAUREÒ IN ECONOMIA E COMMERCIO DOPO AVER FREQUENTATO LA FACOLTÀ DI VIA PARTENOPE.

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NEGLI ANNI OTTANTA SI ISCRISSE ALLA PRO LOCO CHE FREQUENTÒ INSIEME AI SUOI AMICI DI SEMPRE.

FURONO ANNI DI VOLONTARIATO, D’IMPEGNO SPASSIONATO DI QUEI GIOVANI, TUTTI UNITI NELLA PRO LOCO.

SI RACCOLSERO TUTTI I REPERTI IN UN UNICO MUSEO.

ECCO HO CATALOGATO

ECCO SPOSTALA

SI LAVORÒ PER REALIZZAE UNA BIBLIOTECA COMUNALE. SI CREARONO LE PREMESSE PER REALIZZARE UNA PINACOTECA COMUNALE.

APPENDIAMOLO IN QUESTA SALA

482 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO


INIZIAMO LO SPOGLIO!

giovanni pezzella

NEL NOVEMBRE DEL 1994 SI SVOLSERO LE PRIME ELEZIONI DIRETTE DEL SINDACO.

GIANNI FU ELETTO CONSIGLIERE COMUNALE INSIEME AL GRUPPO DI AMICI DELLA PRO LOCO.

OK! LO GIURO!

FURONO QUATTRO ANNI DI COSTANTE IMPEGNO E PARTECIPAZIONE IN CONSIGLIO COMUNALE. VOTIAMO A FAVORE

NEL NOVEMBRE 1998 DI NUOVO GIANNI SI PRESENTÒ CANDIDATO NELLA LISTA DEI PROGRESSISTI E POPOLARI.

D’ACCORDO!

VINSE LE ELEZIONI, IL SINDACO LO SCELSE COME ASSESSORE AL BILANCIO.

483


UN’ALTRA OPERA INAUGURATA

FURONO ANNI DI PROFICUO IMPEGNO IN GIUNTA.

TERMINATA L’ESPERIENZA POLITICA SI RITUFFÒ NELL’IMPEGNO SOCIALE CON LA PRO LOCO.

IN QUALITÀ DI PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE PROMOSSE SEMPRE INIZIATIVE PER VALORIZZARE LE TRADIZIONI.

ECCO PRESIDENTE

COSTANTE FU IL SUO IMPEGNO DI PRESIDENTE NONOSTANTE QUALCHE PROBLEMA DI SALUTE.

484 DA ATELLA A SANT’ARPINO | L'ALBA DEL TERZO MILLENNIO

IL SUO LAVORO PORTÒ LA PRO LOCO A ESSERE SEMPRE PRESENTE NELLE INIZIATIVE CULTURALI.


giovanni pezzella

PREMATURAMENTE SCOMPARVE NEL LUGLIO 2007 LASCIANDO TUTTI NELLO SCONFORTO.

NEL 2008 L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE, RICONOSCENTE, A NOME DI TUTTA LA COLLETTIVITÀ GLI INTESTÒ L’AULA CONSILIARE.

ALLA CERIMONIA, TENUTASI NEL GENNAIO 2009, PARTECIPÒ COMMOSSO UN NUTRITO PUBBLICO.

DAVANTI AI SUOI FAMILIARI, IL SINDACO, CON LA BENEDIZIONE DEL PARROCO, SCOPRÌ LA TARGA IN MARMO.

ORA NELL’AULA CONSILIARE C’È UNA LAPIDE CHE LO RICORDA.

485


486 DA ATELLA A SANT’ARPINO


appendici


atella

500 a.c.

400 a.c.

300 a.c.

200 a.c.

0

100 a.c.

Gli Osci fondano il villaggio da cui nasce Atella

Atella partecipa alla federazione di dodici cittĂ con a capo Capua

I Sanniti sconfiggono gli Etruschi in Campania

Le farse atellane vengono recitate in lingua osca e senza copione scritto

Le atellane si diffondono anche a Roma a seguito delle guerre sannitiche

Atella si allea con i cartaginesi di Annibale. Guida la

Novio e Pomponio scrivo

Atella passa allo stato g

Cicerone scriv

Cicerone cit

Otta

488 DA ATELLA A SANT’ARPINO


100

200

tavola sinottica

0

300

nnitiche

e. Guida la federazione Gneo Magio

ponio scrivono in latino le Fabule Atellane

allo stato giuridico di municipium con autonomia politica

cerone scrive che il municipio di Atella godeva della sua protezione

Cicerone cita l'ager vectigalis di Atella nelle Gallie

Ottaviano incontra il poeta Virgilio ad Atella

Petronio nel suo Satyricon parla di una recita di atellane

Caio Celio Censorino amplia ed abbellisce la cittĂ

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il vescovo elpidio 400

500

600

700

da feudo a ducato 800

Elpidio nasce in Africa

900

1100

1200

Le reliquie di sant'Elpidio vengono trasportate a Salerno

Genserico sbarca con i suoi Vandali in Africa

I dodici vescovi sbarcano in Campania

Elpidio viene nominato vescovo di Atella

Genserico re dei Vandali brucia e saccheggia Atella

Muore Elpidio

Atella viene saccheggiata dagli Ostrogoti

Atella viene occupata dai Goti

I Longobardi occupano Atella

490 DA ATELLA A SANT’ARPINO

1000

I Normanni fondano la Co


200

1300

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1500

1600

1700

rno

dano la Contea di Aversa

Carlo d'Angiò dona a Jan Troussevache villa Sancti Elpidii

La regina Sancia dona al Monastero della Maddelena i suoi beni

Nel feudo Giovanni d'Ariano succede al padre Roberto

Ladislao d'Angiò dona a Gurello Carafa il feudo dei d'Ariano

Bernardo Carafa è feudatario di Sant'Arpino

Giovanni Carafa detto il galante succede a Bernardo

Il casale viene acquistato all'asta da donna Caterina de Luna

Giovanni IV viene nominato duca di Sant’Arpino

Alonso VIII diventa duca di Sant’Arpino

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il settecento e l’ottocento 1700

1800

Ludovico Fiorillo entra nella famiglia dei Domenicani

Ludovico Fiorillo muore ad Avellino

Marco de Simone viene nominato vescovo di Troia

L'avv. Carlo Magliola difende Sant’Arpino nella causa contro Napoli

Vincenzo de Muro insegna grammatica alla Scuola M

Orazio Magliola viene nominato vescovo di Acerra

Antonio Della Rossa viene nominato Presidente del

Miracolo di Sant'Elpidio con Carmine

492 DA ATELLA A SANT’ARPINO


il novecento 1900

Giuseppe MacrĂŹ acquista il palazzo ducale

Enrico Piro costruisce l'opificio industriale in corso Atellano

Prima Guerra Mondiale con lutti e rovine

L'anarchico Luigi Landolfo si suicida

alla Scuola Militare Nunziatella

Mussolini costituisce il comune di Atella di Napoli

o di Acerra

La canapa atellana è molto richiesta in Campania

sidente del Tribunale di Polizia

Alfonso Del Prete viene arrestato dai fascisti

n Carmine Tanzillo

Lo scultore Francesco Lettera insegna al Suor Orsola Benincasa

Alfonso Guarino si laurea in Medicina

Gennaro Mormile viene fucilato dai nazisti

Viene eletto sindaco Amodio D'Anna

F.P. Maisto pubblica un libro su S.Arpino

Giorgio Napolitano diviene segretario del PCI a Caserta

Giuseppe Limone si sposa

Padre Antimo Boerio parte per l'America

Luigi Compagnone è uditore a Pisa

Viene eletto sindaco Ferdinando Di Carlo

Padre Pasquale Ziello torna a Sant'Arpino

Vincenzo Legnante diviene sindaco

493


l’alba del terzo millennio 1980

1990

2000

Viene fondata la Pro Loco di Sant’Arpino

Si svolge la 1° Sagra del Casatiello

Si tiene la 3° Estemporanea di Pittura

Nasce la Pinacoteca Comunale Stanzione

Viene preparato il Casatiello da Guinness dei

Giovanni Pezzella viene eletto consiglie

Viene conferita la cittadinanza

Si svolge la I

Il Pre

494 DA ATELLA A SANT’ARPINO


si ringraziano Arena Elpidio, Attento Mary, Anzano Fiorella, Aversano Nicola, Aversano Vito, Bagno Gino, Beneduce Sergio, Boerio Tiberio, Brasiello Salvatore, Capone Luisa, Cicala Michele, Cicala Pasquale, Cominale Pasquale, Cinquegrana Alfredo, Cinquegrana Vito, Ciuonzo Vincenzo, D’Alia don Umberto, Delle Vergini Francesca, D’Ambra Giuseppe, D’Ambrosio Maria, D’Antonio Anna, D’Elia Giovanni, D’Elia Giuseppe, Della Rossa Nicola, Del Prete Elpidio, Del Prete Rosaria, De Michele Giovanni, Del Monaco Franco, Di Carlo Maria, Di Carlo Giuseppina, Dell’Aversana Luca, Dell’Aversana Giuseppe, Dell’Aversana Antonio, Falace Lucio, Franchini Eugenia, Guida Mario, Iorio Giovanni, Lanzara Elpidio, Legnante Francesco Paolo, Lettera Emanuele, Marroccella Raffaele, Marroccella Nino, Nugnes Daniela, Panettieri Amalia, Pezone Elpidio Franco, Pezzella Aldo, Pezzella Enrico, Plazza Alberto, Plazza Elpidio, Plazza Riccardo, Plazza Immacolata, Puca Carlo, Reccia Antonio, Soreca Pietro, Tessitore Nicola, Vitale don Raffaele, Ziello Francesco.

Profile for Danilo Lutti

Da Atella a Sant'Arpino  

Da Atella a Sant'Arpino

Da Atella a Sant'Arpino  

Da Atella a Sant'Arpino

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