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Dalle indiscrezioni uscite sulla stampa, sembrerebbe che Stefano Greco sia tra i favoriti per la sostituzione di Sandro Zocchi alla guida del Consorzio Turistico. Vorrei dire due parole su questa nomina, particolarmente delicata per una città come San Benedetto e per un comprensorio come quello piceno, nel quale il Turismo è un asse importante dell’economia locale, cercando di contestualizzare lo scenario e ponendo alcuni quesiti. Si tratta, ovviamente, di un ragionamento aperto; di un contributo parziale e tutt’altro che infallibile, che attende di essere completato – o magari contrastato – da chi dispone di una visione diversa, dati più completi, analisi migliori. Sono quindi degli spunti, che non pretendono di essere esaustivi né di chiudere il discorso, che mi auguro – prima o poi – che anche la politica inizi ad affrontare. Devo dire, innanzi tutto, che il fatto di aver pensato ad un nome come Stefano Greco – che viene, sì, da una militanza politica ma ha pure saputo accumulare un patrimonio professionale notevole – è, di per sé, un’ottima notizia. Senza nulla levare alla possibile concorrenza, mi pare che il nome di Stefano sia l’unico i a poter essere seriamente considerato, a meno che non si ritenga la presidenza del Consorzio un premio alla carriera o alla fedeltà politica. Tra i diversi contendenti, infatti, mi pare Stefano sia l’unico che viva un’età – non soltanto anagrafica – tale da poter portare delle innovazioni in discontinuità con il passato. Mi pare sia l’unico, nel recente passato, ad aver gestito delle manifestazioni non solo di grande successo, ma anche di grande qualità, e con enormi margini di crescita. A dirla tutta, poi, mi pare che sia passato molto tempo dall’ultima nomina meritocratica a capo di quell’ente. Era ora che si tornasse a parlare di qualcuno capace di creare business nel turismo, e – mi auguro – non in cerca di trampolini verso altri lidi politici. Insomma, Stefano può essere un vero innovatore, e non credo che abbia intenzione di usare l’ente per imbucarsi in qualche amministrazione, candidarsi a sindaco o fare lo sparring partner alle primarie. Il fatto che si sia pensato a lui, dunque, è un buon segno di discontinuità. Purtroppo però i “buoni segni” finiscono lì, e mi chiedo: caro Stefano, ma chi te lo fa fare? E provo a spiegare perché. Il Consorzio Turistico Riviera Delle Palme Si struttura subito come un ente ben pensato – dotato di una propria immagine, di un proprio luogo, di uno slogan tutto sommato che funzionava – e pratica interventi che portano qualche risultato. Nasce però con un difetto: il non avere compreso, ancora, quale fosse la reale ricchezza turistica e commerciale del nostro territorio. In un eccesso di umiltà e provincialismo, e incarnando unicamente la nostra vocazione tradizionale – quella con minore margine di crescita, ovviamente – abbiamo ritenuto che l’unica cosa che ci caratterizzasse fossero le palme e le abbiamo quindi scelte per dare il nome alla Riviera. La scelta è stata a mio avviso sbagliata per una serie di motivi: in primo luogo, non è immediatamente traducibile in modo univoco; in secondo luogo, anche soltanto in Italia il nome è duplicato della riviera ligure, le cui palme sono certo più conosciute delle nostre; infine, non esprime una peculiarità esclusiva del territorio, né rappresenta un toponimo. Per capirci, se avessimo subito utilizzato il brand “Piceno”, che oggi molti si sono decisi di sostenere, sarebbe stata tutta un’altra storia. Ma forse non abbiamo saputo guardarci intorno, e l’unica cosa che abbiamo visto era una palma. Errore molto grave, anche perché la Riviera delle Palme, in quanto Riviera, esclude intuitivamente e senza alcuna possibilità d’appello tutto ciò che non si identifica con la costa (parchi nazionali, Ascoli, i tanti piccoli borghi, la gastronomia dell’entroterra etc). Un problema enorme. Ciò non toglie che per molti anni i cospicui investimenti effettuati, soprattutto per mano pubblica, abbiano sortito alcuni effetti; e quindi che, in qualche modo, il marchio “Riviera delle Palme” si sia imposto in modo convincente. Ma poi è successo altro. E’ successo, tra le altre cose, che i flussi turistici si sono spostati dai canali tradizionali a quelli telematici. Molti grandi investimenti (si pensi alle mostre) si sono rivelati di scarso ritorno; gli stessi investimenti poi si sono ridotti, e l’impoverimento della classe imprenditoriale ha portato


alla nomina di un management del Consorzio – sempre più lottizzato – che non ha saputo tenersi al passo coi tempi. Questo ha portato ad un progressivo declino del marchio “Riviera delle Palme”, oggi praticamente inesistente nel mercato turistico. Quanto asserisco è facilmente documentabile. Google, il principale motore di ricerca del mondo e su cui passa una parte importante del turismo “fai da te”, buon indicatore di popolarità, mette a disposizione i suoi dati sulle ricerche effettuate dagli utenti. Quello che segue è il grafico per “Riviera delle Palme” dal 2004 (anno d’inizio registrazione dei dati) ad oggi.

Nota metodologica: la ricerca tiene conto di tutte le occorrenze di “Riviera delle Palme” (RDP), quindi anche di tutte le occorrenze che NON fanno riferimento al Consorzio ed al territorio ma ad altre entità – stadio RDP, premio RDP etc).

Ora, come si vede dal grafico, il declino del brand è evidente, anche al netto di un risultato “sporcato” dalle influenze segnalate. L’inconsistenza del peso di questa denominazione appare chiarissimo se proviamo a generare il grafico aggiungendo la parola “hotel” alla ricerca; zero risultati, ovvero le ricerche tipo “Hotel riviera delle palme” sono state talmente poche da non essere neppure quantificabili. Chiudendo, ecco un confronto tra tre ricerche, “Hotel San Benedetto del Tronto”, “Hotel Grottammare” ed “Hotel Riviera delle Palme”:

Come si vede ancor più chiaramente, “Hotel Riviera delle Palme” è una linea inesistente, specie se paragonata all’andamento delle ricerche di alberghi su San Benedetto o su Grottammare, sostanzialmente costante. Da questi grafici se ne deduce, in sostanza, che il brand “Riviera delle Palme” è inutile, dato che non viene percepito da nessun turista come una possibile meta. Sotto il profilo della promozione turistica, dunque, la mission del Consorzio è miseramente fallita, soprattutto negli ultimi anni. A questo fallimento operativo si aggiunge un altro fatto relativamente nuovo: ovvero il varo, da parte della Regione Marche, del Testo unico sul turismo. Questo testo esclude esplicitamente, tra le competenze locali, quella della promozione turistica. E questo ha pure un suo raziocinio, dal momento che la moltiplicazione delle sedi decisorie non fa che indebolire un territorio già frammentato e non particolarmente ricco di risorse per la promozione. Non ha alcun senso che ciascun distretto – come potrebbe essere l’area che fa riferimento al consorzio – produca una propria strategia di promozione, poiché in un mercato globale e


competitivo non disporrà delle risorse necessarie per rendere quella strategia funzionante. Molto meglio, dunque, che la promozione sia pianificata e diretta dalla Regione, pur in accordo con i nuovi Sistemi Turistici Locali. Non voglio entrare, in questo caso, sulla qualità di quello che la Regione ha espresso in termini promozionali, dato che si tratta di un problema distinto. Resto a noi: si deduce da quanto detto che il consorzo non è più il progetto titolato a intraprendere operazioni promozionali, perché in sintesi è sbagliato tutto: dal nome, alla limitatezza del territorio che rappresenta, allo stesso statuto. Si potrebbe obiettare che il Consorzio può coordinare l’accoglienza dei comuni rivieraschi. Ma anche qui l’argomentazione sarebbe molto debole, dato che non c’è alcun bisogno di un ente che svolga questo lavoro, e anzi storicamente il Consorzio è ininfluente rispetto alla programmazione dei singoli comuni. Continuano a sovrapporsi date di manifestazioni importanti, e quando questo non succede è grazie al buon lavoro dei Comuni, non del Consorzio. Sotto il profilo dell’informazione turistica ci sono gli IAT ad essere titolati, e quindi il consorzio è un inutile duplicato. E per ciò che riguarda l’organizzazione di eventi, è l’esperienza dello stesso Stefano Greco a parlare ed a dimostrare che, privatamente e con la collaborazione dei Comuni, si possono organizzare manifestazioni importanti e di successo: cioè senza il Consorzio. Per finire, voglio utilizzare un’ultima volta gettare uno sguardo ad un comune, nostro diretto concorrente, ed al confronto che se ne ricava utilizzando Google Analytics.

Secondo questo strumento, mentre fino al 2009 c’è una prevalenza costante – sebbene contenuta – delle ricerche per pernotti alberghieri a San Benedetto, negli ultimi due anni ci sarebbe un’inversione di tendenza. Questo dato appare almeno parzialmente confermato dai dati turistici 2010/2011, dove, a fronte di un numero di presenze in cui San Benedetto prevale per circa il 20% del totale, Senigallia registra in entrambi gli anni un maggior numero di arrivi alberghieri (cioè più turisti, ma per meno tempo). Occorre quindi porsi, finalmente, con una mentalità critica rispetto a quanto fatto finora e chiedersi perché il turismo sambenedettese sembra stagnare, mentre altri registrano delle prestazioni migliori non solo nell’arco dell’anno ma pure stagionalmente, dove eravamo i più forti. Dunque, alla fine di tutto questo percorso ho una sola domanda: cosa aspettiamo a chiudere il consorzio, perché tenerlo in vita? Cosa ci si può fare che non si possa fare senza quest’ente? Perché non tornare ad avere il coraggio dell’innovazione, studiando e costruendo nuove strategie?


Alcune considerazioni sul Consorzio Turistico