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© 2005, Daniele Cavagna © 2005, Copertina Fotografie di Daniele Cavagna © 2005, I Fiori di campo snc via Rimembranze, 5 - 27015 Landriano - Pavia www.edizionifioridicampo.it - Tel. 0382614781 I edizione maggio 2005


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Daniele Cavagna

La veritĂ  nella vittoria

i fiori di campo

Collana i papaveri


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Dedico questo lavoro ai miei genitori e alla mia famiglia, quale ringraziamento mai saputo esprimere a parole.


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LA VERITÀ NELLA VITTORIA vuole essere un piccolo, amichevole consiglio per l’uomo di oggi, un fiammifero acceso nell’immensa oscurità dell’universo, un niente, che esorta a riflettere sui nostri passi presenti, passati e anche su quelli futuri, perché ogni volta, ognuno di noi, abbia il coraggio di seguire il proprio cuore, qualunque sia il prezzo da pagare.


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P.S.:Ogni riferimento a persone o situazioni è puramente casuale.


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INTRODUZIONE

La verità. Nella vittoria. Sì, perché nella vittoria si nasconde una verità, sempre. La vittoria ha sempre un profumo particolare, diverso. Ma questo aspetto piacevole non è altro che la giustizia che i nostri sensi percepiscono a modo loro all’interno della vittoria. La vittoria è giusta. Non c’è possibilità di errore, perché il vincitore è il più forte, quello che ha dato di più alla causa, quello che nell’intimo più profondo della sua anima sa di meritarla più di chiunque altro. Per vincere bisogna non mollare mai. Anche quando tutto sembra contro di noi, quando ogni cosa che facciamo sembra portarci nella direzione della sconfitta, quando ogni passo che strisciamo, stancamente, sul porfido del viale alberato della nostra battaglia, sembra essere l’ultimo. Solo chi si spinge coraggiosamente all’inseguimento delle proprie idee, senza mai abbattersi, senza mai tradirle per dei comodi compromessi potrà sentirsi veramente vincitore. La vittoria esige sacrificio e prove da superare. Solo chi arriverà alla fine avrà vinto. Comunque. Vincere non significa semplicemente sconfiggere un avversario e essere portati in trionfo dalla folla acclamante. Anche uno sconfitto può essere vincitore. La contraddizione è solo apparente, superficiale. Questo libro cerca di insegnare.

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Dany non è altro che un ex soldato, stanco di ricordare il massacro toccato alla sua squadra, la squadra speciale Vasco, trucidata in una missione nell’Iraq contemporaneo assediato da terroristi, guerriglieri e alleati occidentali. Dany è un perdente, sia all’inizio della storia, quando combatte nell’esercito, sia alla fine, quando molla tutto per fuggire tra le montagne. La sua vittoria si nasconde dentro un fallimento totale, rotondo e completo. Dapprima sopravvive per miracolo agli agguati dei gruppi Iracheni e, insieme alla sua squadra, deve subire una disfatta totale. Questa prima batosta sembra spingerlo verso la sua nuova vita, tempestata di odio e rancore. Poi fallisce nella vita perdendo e allontanandosi da tutto ciò che ama e che lo ama, isolandosi nel proprio dolore e nel proprio odio. Infine tenta la vendetta. Una vendetta tanto assurda quanto desiderata. E fallisce anche in questo. Dany, a un certo punto della storia, si rende conto che il suo odio verso la parte del mondo diversa da quella che lui conosce è solo l’amore verso la propria terra, verso i propri costumi, le proprie tradizioni. L’odio che prova non è altro che paura. La paura di una persona che si sente figlia di qualcosa che è in pericolo. Un patriottismo d’altri tempi, ormai fuori moda, spinge il nostro fallimentare eroe ad impegnarsi per difendere la sua Italia, minacciata all’esterno da una cultura invadente come quella islamica e, all’interno, da figli incapaci di proteggerne e di difenderne le peculiarità. Dany fallisce nella sua impresa impossibile, ma la sua natura, il suo orgoglio, il suo amore che riesce a emergere dal mare di odio che gli affligge il cuore, lo rendono comunque vincitore. La verità, nella vittoria, non sta solo nel risultato. Dany, nel fondo dell’anima, ha un cuore grande che lo spinge a fare ciò che fa non tanto per odio verso i suoi nemici,

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quanto per amore verso la sua gente e la sua terra. Sbaglia, certo. La vendetta, dirà qualcuno, non è mai accompagnata dalla giustizia. Ma pur sbagliando Dany si impegna a seguire il proprio istinto, il proprio cuore, sacrificando la propria vita, in un certo senso. Ed è qui che vince. Dany ha delle idee, discutibili come quelle di chiunque altro, ma ciò che conta è che lui ha il coraggio immenso di seguirle. La verità nella vittoria è proprio questo, avere il coraggio di essere sinceri con sé stessi, avere la forza di non violentarsi dentro solo per apparire come ci vorrebbero gli altri, credere profondamente nelle proprie azioni e nelle proprie idee che, come nel nostro caso, possono anche cambiare, non importa. Ciò che veramente è importante è non lasciarsi rammollire da una società che fa del commercio uno stile di vita, una società in cui tutto è in vendita. Dany ha qualcosa che non si può né vendere né comprare. Ha l’amore, ha la convinzione di essere nel giusto, ha coraggio e spirito di sacrificio. Autentici. Non roba falsa prodotta in Cina e poi rivenduta sui mercati occidentali. Conosce il debito che la società esigerà da lui, dopo le sue azioni, ma non si ferma, non baratta la propria giustizia con una libertà alienata e allucinata dalla televisione e dalla pubblicità. Fa ciò che crede giusto. Per sé e per la sua casa. La vita è come uno sport. Il risultato non è tutto. Bisogna cominciare a rendersi conto che anche nella vita quello che è veramente importante non è essere i migliori. La vittoria va al di là di questa semplicistica convinzione. Ciò che conta per sentirsi vivi e vincitori è mettercela tutta. La verità è che la vittoria è di chi non si arrende mai alla sentenza del risultato. La vittoria è di chi segue il cuore. Essere vincitori significa essere sereni e soddisfatti di ciò che si ha dato alla vita, non di ciò che si ha ricevuto. Dany, nella sua totale sconfitta, sa di

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aver dato tutto se stesso, così, tra le lacrime ancora calde di chi non ha potuto raccogliere quanto aveva seminato, è consapevole di avere comunque vinto. Immaginate di scrivere un libro, di impegnarvi giorno e notte nella sua realizzazione, di passare intere serate a cercare la forma giusta per una frase, la parola giusta per trasmettere un’emozione, il contesto oppurtuno per una scena. Immaginate di averci dedicato l’anima per mesi e mesi e, una volta concluso, di aver cercato un editore per la vostra opera. Chiunque si rifiutasse di pubblicare il vostro lavoro non vi impedirà di sentirvi vincitori. Immaginate di essere sul ring, di combattere con un bestione alto due metri e di prenderlo a pugni con tutta la forza che avete, cercando di mandarlo al tappeto in tutti i modi. Quando sarà lui, con il primo pugno, a farvi volare a terra, sapreste di aver dato il massimo e di aver provato di tutto per vincere, così, nel profondo del vostro cuore, non vi sentireste vinti. Immaginate di avere un sogno, di inseguirlo con tutte le vostre forze e con tutti voi stessi. Se non riuscirete a realizzarlo non sarete dei falliti, ma persone migliori. Vi renderete conto che, se avrete dato tutti voi stessi, vi sentirete comunque vincitori. Ecco la verità nella vittoria.

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CAPITOLO 1

Spesso succedono cose che non si riesce a comprendere. Uno si trova in una situazione senza sapere come ci sia potuto arrivare e va avanti, ma non sa cosa gli stia succedendo realmente, perché si trovi in quel luogo e in quel momento, che senso abbia quello che sta vivendo, per quale causa stia combattendo. Già, perché la vita è una lotta continua, bisogna sempre combattere contro qualcosa o qualcuno, anche se la maggior parte delle volte il nostro nemico più pericoloso siamo proprio noi stessi. Dany non sapeva cosa ci facesse in mezzo a tutto quel sangue e a quelle maledette bombe che cadevano da ogni angolo del cielo. Era lì, perché qualche anno prima, indeciso sul proprio futuro, aveva pensato di passare un anno di volontario nell’esercito. Aveva cominciato quasi per gioco, ma la vita inquadrata del soldato gli era piaciuta da subito e aveva scelto di rimanere nell’arma anche dopo i suoi dodici mesi. Aveva imparato a sparare, conosceva pistole, fucili, mitragliatori e lancia razzi, ed era un buon tiratore. Aveva avuto diversi compiti nei primi dodici mesi, ma il suo forte rimaneva il computer. Aveva guidato carri armati, combattuto corpo a corpo, preparato piani d’azione per le esercitazioni, ma il suo habitat naturale era la sedia dietro al monitor del pc, così, finiti i mesi da volontario aveva sostenuto le prove per entrare

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a far parte della squadra speciale Vasco come tecnico informatico e aveva avuto il suo posto tra i 61 uomini della squadra creata appositamente per eseguire sabotaggi nelle sedi nemiche. Ed ora era lì, tra proiettili e bombe a mano, con la mimetica imbrattata di polvere mista al sangue dei suoi compagni. Era stanco morto, aveva una fame e una sete del diavolo, ma era uno dei fortunati che potevano ancora lamentarsi di quelle sensazioni, e lo sapeva. Dany odiava la sua testa quando, in quei momenti critici, partiva con la proiezione del film “Nostalgia”, con protagonisti lui e i suoi amici in mezzo ai prati e ai boschi di quelle montagne che lui chiamava “casa”, seduti intorno a un fuoco a cantare le canzoni degli alpini in guerra, o quelle dei loro cantanti preferiti. E si rideva e si cantava, si era felici come alla vigilia di Natale, quando sai che domani sarà un giorno speciale, un bel giorno. Oppure quando gli faceva rivedere la sua ragazza, gli ricordava le loro risate, il loro amore. La sua testa era una stupida impicciona completamente priva di tempismo. Ora doveva concentrarsi su come salvarsi la pelle, o tutti quei pensieri sarebbero spariti all’improviso, insieme al suo cervello fracassato da uno dei proiettili da mortaio che ronzavano costantemente nell’aria in cerca di un italiano da spappolare e spiaccicare sui sassi di quei dolci pendii dell’Iraq. L’unica via di salvezza era il confine al di là del fiume e l’unica possibilità di raggiungere l’Iran, dove, ad aspettare la Vasco, c’era uno squadrone di duecento uomini, era oltrepassare il nemico che li stava massacrando da dietro quelle rocce. Non potevano arretrare e cambiare percorso per raggiungere il confine, perché erano inseguiti da un’altro gruppo iracheno, a non più di 4 ore di cammino da loro, a causa dello

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scherzetto che avevano fatto al deposito protetto di bombe e esplosivi a sud-est di Najaf. L’unica via era quella sbarrata dai poveri diavoli che, come i nostri, stavano eseguendo degli ordini e forse, come il vecchio Dany, non sapevano che cavolo stessero facendo in mezzo a quella battaglia. Il vecchio Dany, a proposito, pensava che sarebbero riusciti a passare, perché gli uomini della sua squadra erano più numerosi e le loro armi erano più potenti e più precise di quelle dei medio-orientali, ma il prezzo di vite umane stava drasticamente crescendo di minuto in minuto. In effetti c’erano due jolly iracheni che potevano cambiare le carte in tavola. Innanzitutto la posizione: mentre Dany e i suoi dovevano sparare alla cieca, rischiando sempre di essere colpiti, da sotto le rocce, gli iracheni potevano vedere dall’alto tutta la scena e potevano far partire i colpi restando al coperto dietro al declivio polveroso. Inoltre c’era la notte che stava correndo veloce verso quell’assordante rumore di armi da fuoco e la Vasco doveva passare alla svelta, altrimenti, col buio, sarebbe arrivata anche l’altra compagnia di arabi alle loro spalle e non ci sarebbe stato scampo per gli italiani. Dovevano sbrigarsi, quindi, e si sarebbero sbrigati. Il capitano ordinò che un gruppo di una decina di uomini arretrasse di 40 metri e che posizionasse i mortai per spianare la strada ai restanti 50 ragazzi della squadra che avrebbe dato l’assalto alla postazione nemica. I ragazzi eseguirono in meno di un minuto e le bombe italiane cominciarono a cadere al di là del pendio sabbioso che nascondeva alla vista i soldati Iracheni. Subito dopo la seconda scarica di bombe prese il via l’assalto. Dany era in prima linea, sul colle dove avvenne l’assalto, e vide morire tutti i 24 ragazzi che quel pomeriggio ci avrebbero lasciato la pelle.

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Al di là della collinetta c’erano almeno 40 soldati nemici, molti di più di quanti se ne aspettassero quelli della Vasco. La battaglia fu combattuta faccia a faccia, le pallottole non avevano un gran tragitto da percorrere per raggiungere l’obbiettivo. Dany e altri 8 ragazzi si buttarono a terra proprio sulla sommità del colle e cominciarono a sparare con le loro mitragliatrici sui nemici sotto di loro che non erano distanti più di 10 metri. Gli schizzi di sangue erano come fontane che coloravano di rosso l’aria tiepida della sera avanzante e il suono dei proiettili che foravano la carne era odioso, quasi più del fracasso delle armi. Gli Iracheni risposero al fuoco e colpirono 4 dei nostri, mentre gli altri 4 si tuffarono al di qua del pendio, quasi a buttarsi tra le braccia protettive della madre terra. Il resto del gruppo cominciò con le bombe a mano per permettere ad altri 8 mitraglieri di sporgersi e uccidere, perché questo era il loro compito: uccidere. Dany, sopravvissuto per miracolo al primo assalto, vide ripetersi l’operazione almeno una decina di volte e ogni volta qualcuno dei suoi compagni non tornava da quel maledetto colle. Dei 50 del gruppo d’assalto ne erano caduti circa la metà prima che il passaggio venisse liberato. 24 morti in poco più di un quarto d’ora. 24 vite lasciate lì, tra sabbia, sassi e polvere. 24 pensieri come quelli che scorrevano lentamente nella mente di Dany distrutti, 24 posti che ormai non potevano più essere chiamati “casa”, orfani, vedove, genitori in lacrime, era tutto scritto lì, davanti agli occhi dei superstiti. Era difficile accettare la morte di un proprio compagno, soprattutto quando giungeva inaspettata. Avrebbe dovuto essere un’operazione relativamente facile: dovevano entrare nel deposito Iracheno, fare il loro lavoro e uscire. L’unico rischio reale era quello di non riuscire ad abbandonare la zona

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prima che la compagnia aerea desse l’assalto. Il resto doveva essere una passeggiata e, infatti, era andato tutto bene fino a quel momento, fino a lì. La squadra aveva lavorato in sintonia perfetta e il nemico si era appena accorto della loro presenza che loro se la stavano già filando. Ma quel maledetto agguato non era stato previsto, non doveva esserci nessuno tra loro e la salvezza del fiume. Probabilmente era un gruppo che si trovava a passare di lì e aveva colto la palla al balzo. 24 caduti. Dany non riuscì a trattenere le lacrime mentre raccoglieva il più possibile da terra per non lasciare armi ai nemici che li inseguivano. Aveva rivoltato i suoi amici e compagni di tenda, aveva visto i loro volti bloccati nella smorfia della paura e del dolore e non riusciva a credere di averli persi per sempre, erano così vivi e allegri fino a poco tempo prima! Giovanni “Jonny” Siroldi, 31 anni, da Padova, uno dei veterani della Vasco, gli stava parlando della sua ragazza, Stefania, quando furono sorpresi dall’imboscata. Il giorno dopo sarebbero tutti tornati in Italia e lui l’avrebbe riabbracciata. Tutto questo sembrava solo un sogno molto lontano, ora, al vecchio Dany, che stava cercando le ultime bombe a mano nelle tasche della divisa del povero Jonny. Lui se n’era andato, e con lui anche la sua felicità, la sua allegria e il suo amore per la vita. Stefano Bruni, 26 anni, da Stradella, un piccolo paese in provincia di Pavia, predicava in continuazione ai suoi compagni che gli Iracheni erano brava gente, in fondo, che tutti i mussulmani erano brave persone e che era dovere di ogni uomo di principio aiutarli a conquistare la loro libertà. Era un romantico, ma questo non l’aveva salvato, anche lui, ora, gia-

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ceva nella polvere inzuppata dal suo stesso sangue. In quel momento Dany era incazzato con la vita, col mondo, con Dio. Da piccolo gli era stato insegnato che nel mondo esiste una specie di giustizia divina, superiore, per cui ognuno ha quello che si merita. Era difficile crederlo, ora. I suoi compagni non meritavano di morire! Ma forse chi se ne va smette di soffrire, in questa valle di lacrime e raggiunge un posto migliore. E chi resta deve ringraziare proprio la giustizia, che non lascia partire chi ha dei conti in sospeso. Tutti pensieri, questi, che cercavano, nella mente di Dany, di dare un senso a quella strage, anche se niente poteva alleviare quel senso di impotenza e inutilità che ora attanagliava tutti i superstiti. Ma ora non c’era tempo per le lacrime, dovevano darsela a gambe prima che il gruppo inseguitore arrivasse a massacrarli. Mancavano solo 7 km e con un po’ di fortuna avrebbero raggiunto la salvezza in poco più di un’ora, anche se ormai si era fatto buio, ma niente, in quella giornata di morte, faceva pensare che la fortuna fosse dalla loro. La marcia fu più lenta del previsto, appesantita dalla stanchezza e dalla paura di un altro agguato. I soldati di Roma procedevano nel buio più totale, per non segnalare la loro presenza, ma sapevano perfettamente che un nemico fermo davanti a loro li avrebbe sentiti arrivare a distanza di centinaia di metri. Il cielo era limpido e stellato, ma senza luna, così da rendere cupa l’atmosfera e difficile l’avanzamento. All’improvviso, proprio davanti a loro, sentirono una voce. Evidentemente quella voce aveva comandato un ordine, dato che subito dopo il suono deciso e fermo di quelle corde vocali, partì una scarica di proiettili che falciò almeno metà della compagnia già martoriata. La squadra speciale Vasco si trovò di nuovo a terra, in balia del nemico.

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Ogni sopravvissuto si riparava dietro ai cadaveri dei compagni e tentava di rispondere al fuoco, ma senza grande fortuna, poiché si trovavano a sparare nel vuoto totale che li circondava. Poi, un’altra volta quella voce e subito dopo, un’altra scarica. Avevano abbassato la mira. Quei bastardi sapevano bene dove sparare e si sentì l’urlo di dolore di altri 2 o 3 soldati italiani. Non ci sarebbe stato scampo se fossero rimasti fermi, un proiettile sarebbe arrivato a far visita anche da chi, fino ad ora, l’aveva scampata e la giustizia divina non avrebbe potuto salvare neanche i debitori più importanti. Dany sapeva che ora non esistevano tattiche o formazioni di battaglia, era solo questione di vita o di morte. Chi poteva doveva scappare, o sarebbe caduto come gli altri. Tolse lo zaino che gli impediva di muoversi liberamente e aspettò la terza scarica, sentì la carne di Marco, il suo scudo, 21 anni da Lucca, perforata e maciullata. Gli venne da urlare, ma non sarebbe servito ad altro che a farsi beccare, così si tenne tutto dentro e scattò indietro. Corse e corse, a perdifiato, sfoderando energie che non avrebbe mai sperato di avere a disposizione. Si sentiva leggero, senza il peso dello zaino. Si buttò a terra solo quando sentì le gambe che lo stavano abbandonando. Ora doveva riprendere la direzione che portava al fiume, doveva, quindi, prendere a nord-est. Si voltò sulla schiena, guardando il cielo e cercando la stella Polare. Il cielo notturno, soprattutto quando non c’era la luna, era bellissimo da quelle parti. Le stelle erano milioni, erano splendenti e limpide nel cielo pulito. Al soldato Dany, le stelle erano sempre piaciute, era affascinato da quei mondi lontani, da quelle luci distanti miliardi di chilometri che arrivavano fino a noi. La stella Polare era nascosta dietro al Carro Minore. Dany maledì un’altra volta la sua testa, che stava a pensare a quan-

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to fossero belle le stelle in un momento come quello, e si rialzò. Ora poteva correre più lentamente, mancava poco e non doveva farsi beccare proprio ora che era quasi salvo. Ma sentiva di avere ancora qualcosa da temere. Non sapeva cosa o chi, ma lo sapeva. Aveva una di quelle sensazioni che tante volte gli avevano salvato la vita. L’istinto… Estrasse il coltello dal fodero che gli pendeva sulla coscia destra e proseguì cercando di scomparire tra il rumore degli arbusti agitati dal vento. Vide un’ombra davanti a lui. Il cuore cominciò a farsi sentire nel petto. Si abbassò sulle ginocchia, dietro a un cespuglio rinsecchito, cercando di capire dove fosse sparita quell’ombra. Il sudore gli colava sulla fronte, il respiro si faceva più ampio. Sentiva dei rumori intorno a lui, ma potevano tutti essere causati dal vento che muoveva quei maledetti arbusti. Stava perdendo la testa, era a un passo dallo scoppiare, ma proprio in quel momento sentì un rumore metallico a 5-6 metri davanti a lui. Quello stronzo stava caricando il fucile. Dany si tuffò nella polvere alla sua destra, fece una capriola e, una volta che i suoi piedi furono di nuovo sulla madre terra si lanciò sul nemico col coltello puntato dritto alla gola. Vide la spilla della Vasco appesa alla giacchetta del nemico all’ultimo momento, giusto in tempo per deviare la direzione del suo coltello e piantarlo per terra. Lo slancio che aveva, lo fece rotolare a qualche metro di distanza. Si fermò, riprese fiato, alzò la testa e guardò verso l’ombra che stava per scannare. «Ti è andata bene, brutto stronzo, ti stavo per sgozzare! Chi sei?» «Dany?! Cazzo, ci è mancato un pelo che ti ripulissi le budella col piombo!» Era Ale, 19 anni di Bologna, il più giovane della squadra. Dany era contento che Ale fosse vivo. Gli era simpatico quel

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ragazzo. Anche se in quel momento sarebbe stato contento di incontrare chiunque dei suoi compagni. «Felice di vederti, Ale! Anche tu passavi di qui? Bella serata eh?!» Poi Dany, senza aspettare che Ale rispondesse alla sua stupida battuta da mediocre film holliwoodiano, si alzò, riprese il suo coltello e lo infilò nel fodero. Cercò di nuovo la stella Polare nel cielo e, volgendosi a nord-est, lo vide. Il fiume era là, il più bello, il più sperato e desiderato dei fiumi era a poche centinaia di metri. Forse ce l’avrebbero fatta, ma dovevano muoversi alla svelta. «Forza» sussurrò Dany «col casino che abbiamo fatto ci avranno sentito fino a New York, dobbiamo sbrigarci.» Si diressero verso la riva, di corsa. Una volta arrivati, Dany estrasse la torcia elettrica dalla tasca sinistra dei pantaloni segnalò la loro presenza all’accampamento che stava al di là del fiume con il codice luminoso stabilito e subito sentì i gommoni che si muovevano verso di loro. Ormai ce l’avevano fatta, nessuno li avrebbe attaccati con l’accampamento a 200 metri di distanza e con 5 gommoni che venivano verso di loro carichi di soldati. Saltarono su quelle specie di imbarcazioni e si sdraiarono sul fondo. La stanchezza piombò addosso ai due poveretti tutta insieme, insopportabile. Uno dei soldati che erano venuti a salvarli chiese al vecchio Dany se ci fossero altri superstiti, ma lui chiuse gli occhi, incapace di rispondere. Si addormentò chiedendosi se le voci che sentiva esistessero davvero. Sembrava che qualcuno gli stesse facendo delle domande, ma il buio era così dolce…

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CAPITOLO 2

Il sole era ormai alto, erano già le 11, e Dany si svegliò pensando che fosse domenica. Era un sacco di tempo che non dormiva fino a tardi a quel modo e non poteva essere che domenica, una domenica speciale. In effetti era un giorno speciale, sarebbero dovuti tornare a casa, ma non era domenica, era mercoledì. Fece per alzarsi e un dolore generale che partì dalla fronte per arrivare alla punta dei piedi lo avvisò che tutti i suoi muscoli erano indolenziti dalla fatica e, pensò lui, dalla paura. Camminare era molto doloroso, gli sembrava di avere coltelli puntati dappertutto e che a ogni passo qualcuno di questi gli si infilzasse nella carne, ma la sete che lo tormentava era altrettanto fastidiosa, perciò si sforzò di arrivare fuori dalla tenda per cercare dell’acqua. Raccolse una tazza che stava lì per terra di fianco al suo giaciglio, quasi qualcuno ce l’avesse messa la sera prima pensando che gli sarebbe servita al risveglio e uscì, così com’era, in mutande. Salutò tutti i soldati che incrociò nell’accampamento con un sorriso di gratitudine. Avrebbe voluto ringraziarli tutti, era anche, o meglio, soprattutto merito loro se avrebbe potuto raccontare al comandante quello che era successo alla sua squadra. Vide il barile capovolto che stava cercando, vi si avvicinò e riempì la tazza che aveva tra le mani, poi lasciò che le gambe cedessero e si ritrovò a terra, sfi-

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nito come dopo un’esercitazione di resistenza, con la sua benedetta e meritata acqua fresca. All’addestramento di base gli avevano insegnato a bere poco per volta e lentamente dopo un’astinenza prolungata, per non rovinarsi lo stomaco. Si scolò la prima, riempì la seconda e buttò giù pure quella, poi riempì la terza e ora avrebbe bevuto poco per volta e lentamente, come aveva imparato. Non aveva voglia di stupide storie, aveva sete, un sacco di suoi compagni erano stati ammazzati e trovava ridicolo preoccuparsi per il suo stomaco. Erano almeno 30 ore che non toccava un goccio d’acqua, da quando avevano lasciato le loro tende per arrivare a quel deposito, ed era un piacere sentirla scendere nella gola, fresca e rigenerante. Un tenente gli si fece incontro, sembrava indaffarato, probabilmente stava eseguendo degli ordini. Questo, comunque, non gli impedì di notare Dany da lontano, anche perché sarebbe stato difficile non notare un uomo in mutande seduto per terra appoggiato al bidone trasparente dell’acqua potabile. Gli si avvicinò, lo guardò per qualche istante ed esordì con un tono serio e altezzoso: «Buongiorno, Signore! Il comandante chiede di lei a rapporto! Mi permetta un consiglio, si dia una sistematina, ha un aspetto orribile, Signore!» «Anche tu non sei niente male, Signore! Lo sai? Quasi quasi ti scambiavo per un soldato vero con quell’uniforme tutta sporca! Siediti qui vecchio terrone, offro io!» Il tenente scoppiò in una risata fragorosa, si sedette vicino a Dany e gli cinse le spalle con un braccio, gli tolse di mano la tazza e si vuotò in gola quel che restava del prezioso liquido. «È un piacere vederti! Sono felice che tu ce l’abbia fatta!» Si fece serio di colpo, quasi si fosse improvvisamente reso

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conto di aver mancato di rispetto ai caduti del giorno prima, poi continuò: «Che cavolo è successo, Dany? Siete tornati in 8!» «In 8?! Non è possibile, dimmi che non è vero Mario!» Lo sguardo sconsolato e triste di chi non può che confermare la verità convinse Dany. «Abbiamo incontrato 2 gruppi Iracheni», riprese Dany con la testa appoggiata alle ginocchia «ci hanno preso alla sprovvista. La prima l’abbiamo beccata alle 5, ieri sera. Erano almeno in 40, posizionati molto meglio di noi. Abbiamo dovuto piazzare i mortai e assalirli oltre una collina di rocce e polvere per passare, ma 24 di noi sono morti nel corpo a corpo. Li ho visti tutti Mario! Ero con loro; mentre dieci di noi ci coprivano con i mortai, noi ci buttavamo a terra a gruppi di otto e scaricavamo i caricatori delle H25 su quei bastardi. Dopo un quarto d’ora abbiamo liberato il passaggio, ma 24 di noi sono rimasti là. Anche Siroldi non ce l’ha fatta. Noi sopravvissuti abbiamo preso tutto quello che riuscivamo a trasportare e siamo partiti, perché c’era un altro gruppo dietro di noi che ci inseguiva. Dopo meno di un’ora siamo caduti nella seconda imboscata. Era buio e loro erano almeno in una ventina, a giudicare dal casino che facevano. Si trovavano proprio dritti davanti a noi e sparavano a colpo sicuro. Io sono tornato indietro dopo aver evitato, Dio solo sa come, tre scariche di fucileria e li ho aggirati, ma non ho idea del perché ce l’abbia fatta. Pensavo che sarebbe toccato anche a me. È stato un inferno.» «Forse ce l’hai fatta perché sei in gamba. Ora vestiti, il comandante ti aspetta. Ci si vede più tardi!» Poi si alzò e se ne andò ad eseguire gli ordini che aveva lasciato in sospeso. Dany lo guardò allontanarsi. Non credeva

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di essere in gamba o sicuramente non lo era più di tutti quelli che non ce l’avevano fatta, ma gli era grato per il suo conforto. Mario, 26 anni Taormina; aveva fatto la selezione con lui per far parte della Vasco, ma non aveva passato le prove perché da piccolo si era rotto una gamba cadendo su un albero dal balcone del secondo piano di casa sua. Alla Vasco servivano uomini in perfetta forma e Mario quella gamba la sentiva tutte le mattine martellare nei tre punti fratturati, quindi non l’avevano preso. Forse quella caduta gli aveva salvato la vita. Dany si alzò, con i muscoli che si facevano sentire anche se più disposti di prima a svolgere il loro lavoro, e si diresse verso la tenda per indossare la mimetica. Se la infilò e, mentre pensava a chi potesse avergliela tolta, la notte prima, entrò Ale. «Ciao Dany. Come stai? Io ho le gambe a pezzi. Hai saputo? Solo 8…» «Già. Solo 8… È stata una maledetta carneficina.» «Il comandante aspetta anche te, vero?» «Proprio così, ci andiamo insieme. Eccomi, andiamo.» Uscirono dalla tenda e si diressero verso quella del comandante. Entrarono, salutarono, si presentarono e si misero sull’attenti. «Avete avuto una bella fortuna, ragazzi. Forza, sedetevi e raccontatemi quello che è successo.» I due si sedettero sulle sedie pieghevoli di fronte alla scrivania ricavata da assi e bidoni di gasolio vuoti e raccontarono tutto quello che ricordavano delle battaglie, senza tralasciare nessun particolare. Raccontarono come si fossero messi in salvo, come stessero quasi per uccidersi a vicenda e come fossero arrivati alla riva.

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Un soldato, seduto in un angolo, aveva preso nota con un portatile di tutto ciò che i due avevano raccontato. «Un inferno, avete ragione. Sentite, la vostra partenza è rinviata a dopo domani. Mi dispiace, ragazzi, ma bisogna recuperare i corpi di tutti i caduti e qualcuno di voi dovrebbe andare con i miei uomini. Qualcuno si offre volontario?» Si offrirono tutti e 2. «Bene. Fatevi trovare pronti alle 13,00 ai canotti. Potete andare.» I due si alzarono e, prima di uscire, salutarono il comandante. Avevano poco più di un’ora per prepararsi a tornare in quell’inferno, ma questa volta sarebbero stati un centinaio di uomini. Nessun gruppo avrebbe osato attaccarli. Ale andò nella sua tenda e Dany fece lo stesso. Mentre preparava l’equipaggiamento pensava a quanto era costata quell’operazione. 8 superstiti su 61. Faceva e rifaceva quella sottrazione, e il risultato era sempre lo stesso, sconvolgente, terribile: 53. 53 morti in metà pomeriggio. La squadra speciale Vasco era stata annientata, forse non sarebbe nemmeno stata riformata. Avrebbero creato un’altra squadra, con un altro nome, al suo posto. Dany non lo sapeva e non gliene importava. 53 morti erano quasi un quartiere. Dalle sue parti c’erano paesi che contavano meno di 53 abitanti. Perché tutto quel dolore e quelle morti inutili? Avevano un senso o erano solo frutto della stupidità della più intelligente tra le creature divine? Lui era un soldato e certe domande non se le sarebbe dovute nemmeno porre. Doveva eseguire gli ordini dei superiori. Ci pensavano loro a farsi le domande e a darsi le risposte. Gli ordini erano stati chiari: raggiungere il deposito di bombe e esplosivi, abbassare le protezioni e scappare prima dell’arrivo dell’aeronautica. Era quello il suo lavoro. Era il

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lavoro della squadra speciale Vasco. Loro dovevano entrare, sabotare i computer e scappare prima che arrivasse la cavalleria. Dovevano rendere nulle le difese automatiche del nemico: allarmi, sensori di calore, telecamere, missili automatici, mine a sensori di movimento, radar, ecc… In questo modo i nemici abbassavano la guardia per il tempo necessario agli aerei, alla fanteria o ai mezzi d’assalto, per spazzare via tutto quello che doveva essere distrutto. In questo caso gli aerei sarebbero arrivati alle 14,00 e avrebbero bombardato il deposito gremito di ordigni esplosivi che sarebbero finiti attorno al corpo di qualche kamikaze. Per quell’ora le difese dovevano essere abbassate. L’operazione era riuscita e il deposito, che era probabilmente il più grande e il più protetto di tutta l’organizzazione terroristica di Al Qaeda, con i suoi sistemi di allarme e la tecnologia avanzata di difesa, ora non era altro che un cumulo di macerie fumanti. Ma quell’operazione così ben riuscita era costata 53 vite umane. 53 soldati scelti, ognuno con un suo compito specifico all’interno della squadra. Alle 13,00 erano tutti sulla riva pronti a partire. Il comandante del campo impartiva gli ultimi ordini al capitano dell’operazione di recupero e tutti avevano il loro da fare. Finalmente pronti, i venti canotti lasciarono la riva, ognuno con un uomo al motore e quattro pronti ad aprire il fuoco. Arrivarono sull’altra sponda senza avvistare soldati o ribelli, attraccarono e si prepararono a lasciare i canotti. 5 uomini rimasero a proteggere le imbarcazioni, in contatto radio continuo con gli altri soldati. Altri 2 erano sulla riva dove sorgeva l’accampamento italiano, pronti a dare l’allarme se ce ne fosse stato bisogno. Il grosso del gruppo iniziò la sua lenta marcia verso l’interno. In testa c’erano Dany e Ale, che per-

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correvano a ritroso la strada del giorno prima. La tensione era palpabile sul volto dei due superstiti. Procedevano con passo deciso e sicuro, ma al minimo rumore la sicurezza svaniva e rimaneva solo l’incertezza e la paura che il giorno precedente aveva lasciato in loro. Perlustrarono ogni metro quadrato nel raggio di un paio di km dal fiume, si fermarono spesso a interpretare le tracce lasciate sul terreno dai superstititi e da chi li aveva seguiti, infatti sia Dany che altri tre suoi compagni erano stati seguiti nella loro fuga. Non se ne erano resi conto, ma se, per sbaglio, avessero acceso le torce elettriche, o per chissà quale motivo, si fossero fatti notare nel buio tranquillo e profondo della notte, ora non starebbero ripercorrendo quella pista. Stando ai segni, quei diavoli li avevano inseguiti fino a pochi metri dal fiume. Poi erano tornati indietro; evidentemente il gioco non valeva più la candela, con l’accampamento Italiano al di là del fiume. Beh, erano stati fortunati, ma lo erano stati anche senza considerare questa nuova pagina della vicenda, così non rimasero a preoccuparsi troppo: il fatto che erano stati seguiti non cambiava niente. Si divisero in gruppi di 10 uomini e percorsero in lungo e in largo quei pendii sabbiosi e coperti di arbusti , ma dei corpi neanche l’ombra. Avevano trovato il luogo dell’imboscata, ma erano rimaste solo tracce e sangue. Avevano trovato bossoli, proiettili, mozziconi di sigarette Irachene, impronte, ma nessun cadavere, i corpi erano stati portati via, probabilmente con dei cavalli, dal momento che ce n’erano delle tracce sul terreno, ma nessuno si spiegava il perché. Che cosa poteva significare? Decisero di proseguire fino al luogo della prima battaglia. Camminarono in linea, a distanza di circa 5 metri l’uno dall’altro, in modo da rastrellare una fetta di terra larga più o

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meno 500 m, casomai si trovasse qualcosa che desse un senso a tutto quel casino. Non trovarono niente, ma la loro attesa non sarebbe durata a lungo. Quando arrivarono in prossimità del maledetto declivio dove erano morti 24 ragazzi, il capitano arrestò tutta la compagnia, vedendo Dany, più avanti di una decina di metri, che si fermava a sua volta. Questi si voltò, guardò prima il capitano, e poi Ale. Il suo sguardo non lasciava intuire nulla di buono, era spento, triste, aveva negli occhi qualcosa che andava oltre la rabbia e oltre l’angoscia. Erano occhi che non capivano, occhi che non si spiegavano la ragione di quello che avrebbero visto di lì a poco. Già, perché Dany ora immaginava la fine dei corpi senza vita della squadra speciale Vasco. Camminando, davanti alla linea di soldati, aveva sentito uno strano odore, acre, caldo e nauseante. Dany aveva l’impressione di averlo già sentito. Da quel momento la sua mente corse da sé, lui poteva solo seguirla, subire passivamente quello che lei decideva di trasmettergli. Vide le montagne, le sue montagne, all’alba, mentre le campane suonavano le malinconiche canzoni delle feste religiose di paese. Era festa in paese, già, tutto il paese era abbellito da festoni che scodinzolavano allegri sulla strada appesi ai balconi delle case, e il cielo, col suo azzurro, sembrava voler partecipare a quella festa di colori e allegria. Dany si vide piccolo, nel giardino di casa, con il pallone tra le mani. Ora non era più l’alba, ma il sole aveva raggiunto il punto più alto del suo tragitto celeste. Era mezzogiorno passato e Dany stava prendendo una bella strigliata dalla madre, perché invece di preoccuparsi dei compitini domestici che gli erano stati affidati con fiducia e speranza, aveva preferito rimanere a giocare in giardino. Non l’aveva fatto di proposito,

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preso dall’euforia del gioco, si era completamente scordato di portare il pane alla nonna, di sistemare la spesa nel frigo e di spegnere il forno con il pollo. Il pollo bruciato l’avrebbe sognato per un bel po’ da quel bel giorno di festa e l’odore della carne bruciata aveva resistito in cucina per una settimana. Quell’odore di carne bruciata… Il film si interruppe e Dany capì. Fece un respiro profondo, come se avesse dovuto andare a scovare e trascinare fuori il coraggio che si era nascosto nei suoi polmoni, e riprese a camminare verso il piccolo colle che nascondeva chisssà quali orrori. Arrivato in cima si trovò davanti a una scena che non avrebbe potuto essere che reale. La fantasia non avrebbe potuto essere così dolorosa. Dal mucchio di cadaveri carbonizzati si alzava ancora una sottilissima colonna di fumo e l’odore che si sprigionava era, ora, insopportabile. Le teste, generosamente sottratte al rogo, erano state disposte, in un piccolo spiazzo sulla destra dei corpi straziati, a forma di “J”, probabilmente a voler ricordare la Jiad, la “guerra santa”. Erano state messe a coppie, una sopra l’altra, infilzate a terra con delle spade, mentre una, isolata, era stata infilzata su un bastone conficcato a terra proprio a metà strada tra la pila di cadaveri e le altre teste. Tutto questo era straziante per il vecchio Dany, che riconosceva in quei volti deformati dal trattamento subito, i compagni di tante missioni, i suoi amici. Si voltò e corse verso il resto del gruppo, che , intanto, aveva ripreso ad avanzare. Li oltrepassò, corse per altri cento metri e si buttò a terra, in ginocchio, implorante. Dalla sua gola uscì un urlo di dolore incalcolabile, inspiegabile. Perché quella messa in scena? Perché quel trattamento verso i suoi amici? Perché tutto questo? Si accasciò al suolo e lasciò che le lacrime esplodessero nel silenzio di quell’orrore che mai

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avrebbe potuto dimenticare. Il Capitano si affacciò a osservare e ordinò il rientro prima che qualcun altro potesse vedere. Non c’era più niente da fare per quei poveretti, e stare lì sarebbe diventato rischioso col calare della notte. Il rientro fu lento e triste, come una marcia funebre in onore dei caduti così orrendamente profanati. Dany percorse la pista del rientro in testa, come all’andata, e le sue spalle erano sotto l’occhio di tutti i soldati che ne seguivano il cammino. Quelle stesse spalle forti che avevano spostato carichi pesanti, sofferto la fatica, trascinato e spinto mezzi in avaria, combattuto spalle altrettanto robuste, quelle spalle orgogliose che avevano portato la bandiera italiana in tutto il mondo ora procedevano convulse, singhiozzanti verso il confine.

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CAPITOLO 3

Una volta al campo il capitano della spedizione fu richiamato nella tenda del comandante per un breve rapporto. Tutti i soldati furono lasciati liberi subito dopo aver sistemato i gommoni sulla riva iraniana e ognuno si diresse verso la propria tenda con i compagni d’alloggio per prepararsi alla notte che oramai aveva rubato quasi tutto il cielo alla luce del giorno. Soltanto un arco sottile all’orizzonte, colorato di arancione, sembrava poter resistere alle forze dell’oscurità, ma fu un’illusione che durò pochi minuti, il tempo di ripensare a un viso, alla propria casa, e tutto fu finito, la notte aveva vinto. I soldati disfavano gli zaini, riempivano le borracce, ripulivano i fucili dalla polvere, qualcuno aveva anche il coraggio di suonare qualcosa con la chitarra, mentre nel campo si respirava un’aria di quieto e sereno dolore. Dany non sopportava quell’atmosfera così dimessa, si allontanò dalle tende, arrivò sulla riva del fiume e si mise a sedere, con le spalle rivolte verso il campo, appoggiate ad un masso dalla forma strana. In quel momento, al vecchio Dany, quel grosso sasso ricordava un viso deformato dal dolore, una smorfia, una maschera da tragedia. Il suo cuore non sopportava il pensiero di quello che aveva visto, ma la sua mente non poteva distogliersene. Avrebbe voluto trovare una spiegazione. Perché erano stati così crude-

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li? Non sapeva rispondere. Sperava soltanto che tutti i suoi compagni fossero morti prima di cadere nelle mani di quei barbari, anche se ne dubitava. Le decapitazioni non erano una novità, in quell’ambiente di fanatismo religioso, anche se lui non credeva veramente alla religione come movente. Pensava piuttosto che la religione fosse una pubblicità utile per rendersi comunque, in qualche modo, etici, nelle loro azioni. La religione era un modo come un altro per dare un senso alla loro sete di potere. Perché, in fondo, questo era il vero motivo di tutto quel casino. Era assurdo. Dany smise di piangere, gli scappò un sorriso da manicomio, un sorriso completamente vuoto e spoglio di qualsiasi forma di allegria. Stava semplicemente pensando che gli uomini sono tutti schifosamente uguali. Nella loro diversità, nei loro mondi opposti, arabi e occidentali erano uguali. C’erano i poveretti che dovevano seguire i più forti e supportarli nella loro ricerca infinita del potere. Era l’unica spiegazione logica, altrimenti perché un calzolaio di Brescia avrebbe dovuto andare a combattere in Iraq, che gliene fregava a lui dell’Iraq?! O a un venditore ambulante di hamburgher di Miami? Cosa diavolo ci facevano lì tutti quei ragazzi figli di operai, negozianti, elettricisti, macellai? Lui non conosceva nemmeno un soldato figlio di un notaio, o di un avvocato che avesse partecipato in prima linea a una qualunque battaglia. Loro erano lì per combattere la guerra di qualcun altro e per conquistare qualcosa che non avrebbero mai potuto definire loro. E lo stesso facevano i terroristi. I ricchi mandavano dei ragazzi ignoranti e poveri a sacrificarsi per la causa mussulmana sopra delle auto cariche di esplosivi, perché così sarebbero diventati martiri, elogiati da Dio, o da Hallah, o come lo si voglia chiamare. Dany credeva in Dio, e credeva che

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tutte le religioni parlassero dello stesso Dio, che mussulmani, buddhisti, cristiani, induisti, adorassero lo stesso Dio in modi diversi. “Guerra Santa”… la parola stessa era una stupida idiozia, una contraddizione. Avrebbe voluto avere a portata di mano quei bastardi che alimentavano la foga nei giovani mussulmani e li spingevano a combattere per nessuno sa cosa. In quei momenti diventava cattivo, anche per questo si isolava e rimaneva solo. Qualsiasi cosa, una battuta, un incidente, una divergenza di opinioni avrebbero potuto farlo scattare. Dany non era quasi mai arrabbiato o se lo era non voleva che i suoi compagni lo sapessero. Si teneva tutto dentro, da sempre, finchè non rimaneva solo. Allora scriveva, quando era a casa prendeva a pugni il sacco pieno di sabbia che aveva appeso in garage, correva, suonava la sua chitarra. Qualsiasi cosa pur di sfogare la rabbia che nascondeva dentro. Ma questa non era solo rabbia, era un misto formato anche da incomprensione e odio che provava verso chi aveva potuto anche solo immaginare di trattare così quegli uomini. Quegli uomini erano i suoi compagni e lui non ce la faceva a non pensare che avrebbe voluto ammazzare tutti quei terroristi maledetti! Si rivoltava nella polvere della riva, come se a un tratto il suo stomaco avesse preso a martellargli nelle viscere e gli facesse un male del diavolo. Si mise a testa in giù, le gambe a pochi centimetri dall’acqua che scorreva lentamente verso il mare e appoggiò i gomiti a terra prendendosi in mano il viso. Strinse i denti fino a farli scricchiolare, si infilzò le unghie nelle tempie, cercando di non urlare, ma non potè contenere quella forza che inondava il suo corpo come se la diga dei suoi sentimenti avesse ceduto riversando tutto il dolore nelle vene del povero Dany. Si alzò e prese a pugni il masso a cui era appoggiato poco

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prima, frenetico, incontenibile, urlando parole incomprensibili rotte dalla foga omicida. Si sarebbe spaccato le mani, ma non sentiva dolore, sentiva solo il sangue che scorreva viscido fino ai polsi. Il dolore sarebbe arrivato poi, ora doveva sfogare la rabbia e il dolore. Era troppo per poter contenere tutto e doveva buttar fuori almeno una parte di tutto quel casino. Picchiò e picchiò, come faceva nel garage di casa con il sacco pieno di sabbia, fino a quando non si sentì più le braccia. Poi si lasciò cadere a terra, come crocifisso, e ricominciò a piangere. Odiava la stupidità, lo rendeva nervoso, certe volte si sentiva pazzo. Ora si sentiva cattivo, né pazzo né nervoso. Solo cattivo. Al campo, distante solo qualche centinaio di metri, tutti sentirono la voce di Dany rimbombare per chilometri nella pianura, ma nessuno si avvicinò, intuendo da quelle urla che il loro compagno avrebbe voluto rimanere solo. Quando Dany tornò al campo era già notte inoltrata. Si vedevano solo le sentinelle rimaste di guardia, tutti gli altri erano a dormire. Prima di arrivare alla sua tenda si fermò nella baracca adibita a infermeria, entrò e prese acqua ossigenata e alcune bende, poi uscì. Appena fuori dalla baracca si bagnò le mani con il liquido disinfettante, lasciando scorrere il miscuglio rossastro frizzante sul terreno polveroso, poi se le bendò come meglio poteva, riportò dentro il barattolo quasi vuoto, chiuse e si indirizzò verso la tenda. Quando vi arrivò si abbassò, titubante, a far scorrere la cerniera per entrare, si sporse all’interno con la testa e vide i 5 soldati che lo avevano ospitato nella loro reggia, addormentati. Non voleva svegliarli, ma soprattutto non voleva parlare con nessuno. Loro gli avrebbero chiesto come stava e come si fosse ferito alle mani e alle tempie, ma lui non aveva voglia di parlarne, così richiuse la cerniera lampo e si avviò di nuovo verso il fiume. Riprese po-

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sto con le spalle appoggiate al masso rimasto impassibile nonostante i pugni che lo avevano travolto. Ricominciò a pensare, ma ora era più tranquillo. Sfogarsi gli aveva fatto bene. Perché erano lì? Tutti quei soldati, quelle nazioni, cosa ci facevano lì? Ora la domanda era reale, non retorica, come prima, quando si era detto che stavano combattendo la guerra di qualcun’altro. C’era chi diceva che erano lì per aiutare gli Iracheni a costruire uno stato democratico, libero. Qualcun’altro sosteneva che l’unico motivo della guerra in Iraq era il petrolio. Probabilmente, pensava lui, entrambe le cose erano vere. A lui il petrolio non interressava, così si concentrò sulla prima ipotesi, ma non capiva se il modo che stavano utilizzando per liberare il paese fosse quello giusto. Si sforzò di pensare a altre soluzioni, a altri modi per liberare l’Iraq e il mondo arabo in genere, da se stesso, ma non ne trovò di convincenti. La comunicazione era l’arma più importante, secondo lui. Ma doveva essere una comunicazione libera da ogni ripercussione politica o religiosa. Ogni opinione doveva avere la possibilità di essere espressa senza nessun tipo di censura. La comunicazione avrebbe dovuto essere l’origine di un dialogo costrutivo tra le diverse ideologie presenti in una religione e in uno stato chiusi come l’Islam e l’Iraq. Per un dialogo costruttivo tra le parti, però, era necessario che il paese fosse liberato dal fanatismo religioso e dalla tirannia politica, quindi le armi erano necessarie. L’islam, inoltre, aveva un grosso problema di strutturazione interna, secondo Dany, perché nella concezione di vita sociale mussulmana non c’era distinzione tra politica e religione. L’autorità religiosa era anche quella politica. Semplicisticamente, pensò lui, era come se da noi il parroco fosse

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anche il sindaco. L’autoritarismo religioso era uno dei risvolti più ovvi in un sistema così strutturato. Nessuno poteva opporsi all’ayatollah. E se questo capo supremo, che parlava di guerra santa, di martirio, di lotta all’occidente, non era contrastato da nessun’altra voce, la gente povera, ignorante, in cerca di un senso, un valore, nella propria vita e nella propria povertà, cadeva facilmente in quei falsi fanatismi. Già, falsi fanatismi, perché Dany era convinto che coloro che mandavano gli altri a morire, non avrebbero mai dato la vita per nessuna religione e per nessuna guerra santa. Bisognava far capire questo agli Iracheni e agli arabi comuni. Nessuna Guerra è santa, perché nessun Dio vuole odio e violenza. I pensieri si susseguirono nella sua mente, fitti e confusi, annebbiati dalla rabbia e dal dolore fino all’alba. Quando si alzò per tornare al campo, infatti, il sole stava già stropicciandosi gli occhioni all’orizzonte, proprio dalla parte opposta rispetto a dove, la sera prima, il tramonto opponeva resistenza al calare della notte. Tutto quel pensare gli aveva permesso di trascurare parte del suo dolore, così che anche la cattiveria che provava qualche ora prima si era calmata. Era stanco, dopo tutte quelle ore passate a pensare. Era stanco di star male e di sforzarsi di trovare una soluzione alla questione del terrorismo. Stanco di pensare alla scena nauseante del giorno prima. Avrebbe voluto essere a casa, poter dormire nel suo letto, spensierato come quando era bambino e i problemi gli passavano vicino senza turbare la sua gioia di esserci, di vivere. In quel momento sentì di essere stato un ingrato verso i suoi genitori, verso la sua terra e il suo paese, verso le sue montagne. Se n’era andato ed era tornato soltanto per dei brevi periodi di permesso. Ora sentiva il bisogno di abitare di nuovo a casa sua, nei posti dove era cresciuto.

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Stava bene nell’esercito, ma ora voleva soltanto dimenticare quello che era successo alla sua squadra. Voleva vivere una vita normale, con un lavoro normale e dei problemi normali. Decise che avrebbe lasciato quella grande famiglia che l’aveva ospitato e trattato come un figlio per quattro lunghi anni. L’indomani sarebbe tornato a casa e non sarebbe più ripartito per nessuna missione. Sarebbe tornato alla vita da montanaro che aveva vissuto prima dell’arruolamento. Così passò l’ultimo giorno a ripensare al negozio di formaggi del padre dove aveva lavorato da ragazzo e dove avrebbe lavorato anche ora, almeno all’inizio, almeno fino a quando non avesse trovato un altro mestiere. Ripensò ai suoi vecchi amici, alle passeggiate nei boschi e sui sentieri sotto il sole cocente di luglio, alle feste, ai sabati sera, alle mangiate in compagnia, ai capodanni passati e a quelli futuri, alle vacanze al mare, alle sciate della vigilia di Natale e a lei. Soprattutto a lei che rappresentava il perno intorno al quale girava la sua immaginaria nuova, in realtà vecchia, vita. Il pensiero di tornare a casa e di tornare a vivere come ai vecchi tempi gli regalò un pizzico di serenità e il suo volto sembrò ritrovare la tranquillità che lo aveva sempre contraddistinto.

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CAPITOLO 4

Il ritorno a casa fu degno di un re. La primavera si stava lentamente trasformando in estate, il caldo e il sole stavano prendendo il posto delle piogge e delle temperature mediocri che, a Oltre il Colle, non davano mai tregua. L’estate era il periodo in cui il paese si riempiva di turisti, soprattutto anziani e bambini, che scappavano dal ritmo frenetico della città verso la pace della montagna. Durante il resto dell’anno, escluse le vacanze di Natale, il paese tornava patrimonio esclusivo dei suoi 700 abitanti. 1100 se vogliamo includere anche le tre frazioni che circondavano il comune. Le temperature, dicevamo, stavano diventando molto più gradevoli e alcuni villeggianti avevano già dato il via alla loro permanenza estiva. La Pro Loco aveva organizzato manifestazioni, concerti, tombolate e incontri culturali come ogni anno, ma a fine giugno niente rallegrava ancora le tiepide serate di turisti e residenti. Gli amici di Dany non stavano certo a guardare i preparativi del piccolo paese per la bella stagione. Anch’essi si davano da fare, come ogni anno, e organizzavano le loro feste e le loro serate in compagnia approfittando del bel tempo per delle assurde mangiate all’aperto di carne alla piastra. Assurde perché si mangiava fino alla nausea, si mangiava in continuazione e si parlava sempre delle grigliate passate e di quel-

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le che dovevano ancora venire. La compagnia nella quale era cresciuto Dany non era una normale compagnia di adolescenti con la fissa per le macchine o per le ragazze, per la discoteca o per le serate all’insegna dello sballo totale da pasticca. Era cresciuto con gli altri nei boschi, nelle cascine e nei prati del suo piccolo paese. Era orgoglioso di aver avuto degli amici così, perché pensava che nessuno fosse capace di divertirsi come si divertivano loro, cioè con niente, assolutamente niente. Potremmo fare centinaia di esempi per rendere l’idea di come fosse sufficiente una sciocchezza a dare il via al loro spasso. Una volta erano stati buttati fuori dal centro commerciale perché avevano pensato bene di fare una partita a pallone nel viale tra i negozi. Avevano messo le porte (le loro felpe) per terra, fatto le squadre e dato il via alla partita con il primo calcio al pallone (un cestino di vimini). Dopo qualche passaggio era arrivata una guardia che li aveva mandati via e la loro partita era rimasta in sospeso. Avrebbero riso per tutta la vita pensando a quella guardia, indecisa se ridere o meno, che li rincorreva tra la gente per mandarli via. Altre volte erano stati espulsi dai locali da ballo, perché mentre i gruppi musicali suonavano le loro cose dal vivo loro iniziavano a cantare le loro canzoni degli alpini o i cori da stadio dell’Atalanta e, spesso e volentieri, gli altri ragazzi li seguivano e cantavano insieme ai nostri scalmanati. La musica del gruppo non si sentiva quasi più e chi avesse voluto ballare avrebbe dovuto farlo al ritmo di “Quel mazzolin di fiori”o di “Sul cappello”. Così la sorveglianza li allontanava per far tornare la situazione e la musica nella normalità. Lui e i suoi amici erano orgogliosi anche di queste avventure, perché si erano divertiti come matti semplicemente cantando a squarciagola e saltando su e giù per i locali. Ogni serata con

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loro era una serata da ricordare, da tramandare ai posteri, da rinnovare, da ripetere. Erano dei casinisti, ma, quello che più li rendeva orgogliosi, era che, con tutto il casino che facevano ogni volta, non avevano mai litigato con nessuno. Ogni fine settimana si sentiva e si leggeva sul giornale di risse in questo o quel locale, in giro per la provincia, ma loro erano sempre stati in sacrosanta pace con tutti, mai neanche un battibecco, uno sguardo cattivo, niente. Facevano amicizia con tutti e tutti quanti provavano simpatia per quel gruppo di divertenti mezzi pazzi. La loro pazzia era pacifica, come le loro grigliate, all’insegna del sano, rustico e semplice divertimento. In effetti il loro modo preferito per stare insieme era proprio questo. Seduti intorno a un tavolo, magari sull’erba o su un sasso in mezzo a un prato con la bocca piena. Mangiare in compagnia e partire con il concerto dopo mangiato che, si sa, con la pancia piena si canta sempre molto meglio!Ogni estate si organizzavano 15 – 20 grigliate, per la felicità delle fidanzate che non ne potevano più già dopo la quinta. A Dany piaceva un mondo ripensare a quei momenti felici, gli sembrava di essere ancora là, con i suoi compagni di avventura tra costine e polenta. Era stata una bella gioventù, se lo ripeteva sempre. Gli dispiaceva per tutti i ragazzi che crescevano in città e non sapevano come fosse appagante passare il sabato sera in un prato intorno al fuoco a parlare e cantare. Per il ritorno a casa del soldato della compagnia gli amici avrebbero organizzato una bella mangiata, tanto per cambiare. Almeno questo era quello che supponeva Dany. Erano passati quattro anni da quando era partito, ma ogni volta che tornava a casa, era come se lui e i suoi amici si fossero visti la sera prima. Era tutto normale, come era sempre stato, e così sarebbe andata anche questa volta, per il ritorno definitivo, sta-

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bile. Il clima, aveva saputo dalla sua adorata per telefono, era sopportabile e i “soci” avrebbero scelto di mettere in funzione piastre e paioli, Dany ne era più che sicuro, nel praticello più sfruttato della storia per cose di questo tipo, la leggendaria Pozza del toro;una pozza d’acqua piovana dove, da chissà quanti secoli, si abbeveravano le bestie che, in primavera, si spostavano verso i pascoli alti dell’Alben, una delle quattro montagne che chiudevano Oltre il Colle in una morsa magica e stupenda. A pochi metri da questa pozza si ritagliava il suo spazio, tra pini e faggi, un praticello pianeggiante, teatro delle esibizioni canore del gruppo. Già prima che l’aereo toccasse l’afalto della pista di Malpensa, Dany sapeva che gli avrebbero organizzato una festa a modo loro, era nel loro stile, ogni occasione era buona per concedersi completamente alla dea costina. Era passato almeno un anno dall’ultima volta che era stato alla Pozza del toro con i suoi amici e l’idea che ora sarebbe potuto tornarci una, dieci, mille, tutte le volte che ne aveva voglia, lo rendeva quasi felice. La strage di due giorni prima sembrava non avere più alcun potere su di lui e sulla sua mente. Ad accoglierlo all’aereoporto, però, non ci sarebbero stati i suoi amici, ma la sua ragazza. Non la vedeva da 4 mesi. Non l’abbracciava, non la baciava, non ci faceva l’amore, non la scaldava, non le rimboccava le coperte da quattro lunghissimi, interminabili, mesi. La sua piccola Marzy gli aveva promesso, quando lui era partito, che in quei quattro mesi avrebbe preso la patente, per andare a prenderlo all’aereoporto. A lei non piaceva l’idea di guidare, ma per lui avrebbe bestemmiato davanti al papa. Così, fuori dalle porte automatiche del terminal 2, lei lo aspettava emozionata, come lui. Dany lasciò cadere il borsone che portava appeso alla spalla e le corse in-

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contro, lei fece lo stesso con le patatine che aveva tra le mani. Quando, lontano da casa, si sentiva solo e stanco della vita del soldato, Dany pensava a lei e le forze gli tornavano a impregnare le vene, ritrovava il coraggio che si stava affievolendo, perché lei aveva bisogno della sua forza, lei avrebbe cercato in lui sicurezza e stabilità e lui doveva essere in grado di darle tutto quello di cui aveva bisogno. Doveva essere forte per lei. Dany aveva capito solo così cosa intendevano le persone quando dicevano che l’amore è il motore che fa girare il mondo. Prima, queste parole, erano solo un vago romanticismo utopistico. I due innamorati rimasero abbracciati per un’infinità di tempo, come se così fossero nella loro condizione originale, come se fossero i due soli pezzi di un puzzle che solo completo rivelava il senso di ciò che rappresentavano i singoli pezzi. Quando si sciolsero dalla loro stretta lui salutò con un abbraccio meno dolce e più energico, anche i suoi genitori, che avevano voluto esserci fin dal primo istante del suo ritorno a casa. Dopo tutti i convenevoli del caso, si diressero verso la macchina. Marzy saltò in braccio al suo soldato un’altra volta prima di prendere tra le mani il volante e di dimostrare che aveva mantenuto la promessa. Dany la guardò con una finta espressione di sorpresa sul viso e lei rispose con i suoi occhi teneri che lo facevano impazzire. Caricato l’unico bagaglio, ossia il borsone verde militare, si misero in viaggio per raggiungere casa. Come suonava bene quella parola, ora. Era così dolce, così armoniosa, così calda! Durante il viaggio Dany fu assalito dalle domande degli altri 3 passeggeri, ma prima di rispondere all’ennesima, zittì tutti quanti e disse che aveva intenzione di lasciare l’esercito, che non voleva più saperne di battaglie, armi e strategie di

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guerra. Non l’aveva ancora confessato a nessuno e la bella notizia arrivò come un fulmine a ciel sereno. Furono tutti entusiasti, ma, più di mamma e papà, fu lei ad esserne veramente felice. La sua piccolina gli aveva sempre detto di sentirsi sola quando lui era lontano, chiedendogli, in questo modo, indirettamente, di lasciare quella vita, ma lui non aveva voluto saperne di abbandonare l’esercito, la sua squadra e i suoi nuovi amici. Perciò questo annuncio arrivava senza preavviso alle orecchie di Marzy e la felicità che aveva provato nel rivedere il suo amore, ora, le si era moltiplicata nel petto grazie all’idea che lui non sarebbe più partito lasciandola sola a casa. Era il massimo. Anche per lui era il massimo leggere la felicità sul suo bel visino, nei suoi occhi lucidi e sulla sua bocca sorridente, mentre gioiva tenendo d’occhio la strada con le mani strette al volante come aveva imparato alla scuola guida. Lei aveva preso la patente, per lui, e lui non sarebbe più partito, per lei. I suoi amici lo accolsero come lui aveva immaginato. Fin da fuori paese c’erano cartelli appesi ai muri, striscioni sospesi sulla strada tra un palo della luce e un albero, tra un balcone e una grondaia, bandiere e scritte sull’asfalto. Lo salutarono con le canzoni che cantavano intorno al fuoco qualche anno prima, con pacche sulle spalle, con brindisi e ovazioni. Poi lo portarono alla Pozza del toro seduto su una sedia fissata al cassone di un pik-up con in braccio la sua piccolina. Era quasi il tramonto e anche il cielo sembrava voler partecipare alla festa, portando i colori giusti per l’atmosfera:l’azzurro intenso e l’arancione. Solo il cielo sapeva dove andare a scovare dei colori così splendidi e nessun pittore avrebbe mai potuto egugliarne la meraviglia. Fu una bella festa, come, del resto, lo erano sempre state.

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Dany era contento di essere tornato, anche se ogni tanto, quando la sua mente si distraeva un attimo dai festeggiamenti, i suoi compagni uccisi tornavano a visitarlo. Anche per loro avrebbe dovuto esserci una festa come quella, anche per loro ci sarebbero state fidanzate, mogli, genitori e amici in allegria, ma se n’erano andati. Questi pensieri, però, non avevano il tempo di ramificarsi nella sua mente, perché subito qualcuno li spazzava via intonando una nuova canzone. Era venerdì sera, e il giorno dopo quasi tutti avrebbero dovuto presentarsi al lavoro, ma la festa non si fermò fino a tarda notte. Verso le quattro il fuoco si stava ormai per spegnere e a scaldarsi vicino alle braci erano rimasti solo i due amanti che, comodamente adagiati sull’erba, avvolti in una coperta, stavano dando libero sfogo al loro amore. Non chiusero occhio per il resto della notte, poi, all’alba, raccolsero baracca e burattini per andare a casa di Dany. Si sdraiarono sul divano, abbracciati come se fossero legati l’uno all’altro, davanti al camino acceso nonostante i venti gradi del mattino, con l’amore che riempiva l’aria intorno a loro e li faceva sentire uniti, come non si erano mai sentiti prima. Sembrava che la guerra e i suoi compagni morti fossero lontani, ormai. Sembrava che in quel luogo, con quelle persone, un uomo potesse essere veramente felice. Dany voleva dimenticare tutto quello che era successo negli ultimi tre giorni e sentì di essere nel posto giusto. Si addormentò guardando gli occhi chiusi di Marzy nella pace del riposo, pensando che l’amava, la sua piccolina. L’amava proprio tanto.

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CAPITOLO 5

Un anno dopo l’informale e rustico addio alle armi, all’insegna di canti e risate in compagnia, che abbiamo raccontato, Dany era irriconoscibile. Ogni singolo giorno, a partire da quel 16 giugno, in cui persero la vita 53 dei suoi compagni, ripensò alla tragedia che si era consumata in Iraq. Ogni singolo giorno si sentì colpevole di aver mollato l’esercito proprio quando doveva fargliela pagare a chi aveva compiuto quegli orrori. Era ossessionato dal pensiero dei suoi compagni uccisi, sognava di rivivere le battaglie, di trovare i corpi carbonizzati con le teste infilzate nel terreno a pochi passi dal rogo, sognava di vedere i suoi familiari, i suoi vecchi amici e Marzy trattati allo stesso modo, decapitati e bruciati. La sua nuova vita non era come lui l’aveva immaginata. La felicità, l’allegria, la semplicità che aveva tanto desiderato erano soltanto delle belle favole che non lo sfioravano nemmeno, perché la sua mente non aveva potuto superare lo schok che aveva subito. Dimenticare, come avrebbe voluto Dany, era impossibile. I suoi occhi vedevano agguati ovunque ci fossero delle persone dall’aspetto arabo. Più della paura, si impossessò di lui la rabbia. Quando incontrava qualcuno che gli ricordasse gli iracheni non sapeva contenersi, doveva cambiare strada o finire in manette. Non poteva sopportare di condividere lo stesso marciapiede con persone capaci di tanto odio e

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di tanta perversa fantasia. Così aveva passato molte notti in prigione per aver scatenato risse senza senso, per aver insultato e aggredito pacifici passanti. Dany era convinto che tutti i mussulmani fossero una minaccia per l’Italia e per il mondo intero e sentiva di avere il dovere di difendere il proprio paese da tale minaccia. Ogni giorno, in questo modo, allontanava un pò di più le persone che lo amavano, rinchiudendosi nel proprio guscio fatto di dolore e rabbia. Dany era così. Da sempre. Non aveva mai fatto ricadere le sue paure o i suoi dolori sugli altri. Si teneva tutto dentro e quando doveva sfogarsi lo faceva in solitudine, come aveva fatto in riva al fiume, massacrandosi le mani sul quel masso. Ma questo era un sentimento che non aveva mai provato prima, era una cosa grande e forte, troppo forte, tanto che si impossessò di lui, lo rese intrattabile, chiuso e antipatico. Dany diventò ossessivo. Parlava sempre dei mussulmani, li malediceva, li insultava, litigava con gli amici che non lo stavano a sentire, si accendeva, si arrabbiava con tutti, anche con la sua piccolina. Con lei aveva litigato una sola volta in due anni, prima che lasciasse l’esercito, ma da quando era tornato dall’Iraq era una lite continua, sempre per lo stesso motivo, sempre perché non sapeva parlare d’altro che di “quei bastardi”, perché lei cercava di convincerlo che non tutti erano uguali e che doveva smetterla di comportarsi in quel modo assurdo e di rovinarsi la vita. Questo Dany, come abbiamo detto, era irriconoscibile. Se avesse sfogato il suo dolore, più semplicemente, parlando con qualcuno di quella giornata infernale, piangendo per i suoi amici uccisi sulla spalla di un amico o di Marzy, forse ora non staremmo parlando di lui, ma questo modo di fare non faceva parte del suo carattere. Non si era mai sfogato in quel mo-

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do, aveva sempre saputo superare tutto tenendosi dentro dolori e paure. Al povero Dany non piaceva parlare di se stesso se non in tono scherzoso o gogliardico, lui preferiva ascoltare i problemi degli altri piuttosto che raccontare i propri. I primi mesi erano passati senza grossi problemi:sia gli amici che la sua piccolina sopportavano in silenzio pensando che fosse normale un simile comportamento dopo ciò che era accaduto. Spesso succedeva che si organizzavano serate apposta per Dany, senza che lui lo sapesse, per cercare di aiutarlo a fare pace con il mondo. Tutti cercavano di farlo divertire e di fargli dimenticare i pensieri che lo assillavano, ma nemmeno gli sforzi più titanici riuscivano a fargli dimenticare il suo odio per l’Islam e per gli islamici. Come se non bastasse, in televisione e alla radio, le notizie su ostaggi occidentali che venivano prima rapiti e poi, il più delle volte, uccisi, fioccavano numerose. Era come la benzina sul fuoco. Dany divenne ben presto un emarginato. Dopo gli sforzi iniziali gli amici si stancarono di sopportare le risse che scatenava, i suoi attacchi d’ira, i litigi che iniziava e finiva da solo insultando chi non lo stava a sentire. Loro erano stanchi di lui e lui di loro e della loro indifferenza. Rimase soltanto la sua piccolina, che sopportava a fatica il suo compagno così diverso da come era stato in passato. Dany era preso dalle sue idee, immerso nella sua ossessione, è vero, ma non tanto da non rendersi conto di quanto Marzy soffrisse accanto a lui. Decise di rompere la storia con lei, anche se l’amore che provava era forte come sempre. Forse proprio perché l’amava così profondamente pensò di allontanarla, evitando di farla soffrire. Divenne cattivo, e il suo cuore reclamava in ogni istante vendetta. Diventava ogni giorno più cattivo, più determinato,

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più convinto della giustizia e del valore del suo odio verso i “diversi” mussulmani. Se essere estremisti significa non accettare nessun tipo di dialogo, non discutere con nessuno e portare avanti le proprie idee senza preoccuparsi delle altrui, allora Dany era diventato estremista, né più né meno come coloro che odiava. Se avesse avuto la possibilità di spazzare via dalla faccia della terra tutta la razza araba, senza distinzione di religione, l’avrebbe fatto. Ringraziando Dio questa possibilità non l’aveva e non l’avrebbe mai avuta. Per la prima volta in vita sua, a 22 anni, Dany odiava. Odiava chi gli aveva portato via amici come Jonny, o come il povero Stefano che ripeteva in continuazione che bisognava aiutare quei poveri cristi a uscire dall’ignoranza del fanatismo mussulmano. Quei poveri cristi l’avevano ammazzato, decapitato e bruciato senza pietà e, ora, Dany, riusciva solo ad odiarli. Odiava chi aveva avuto il coraggio di far schiantare due aerei carichi di passeggeri sulle due torri più importanti d’America, chi aveva sventrato la metropolitana di Madrid, chi aveva fatto esplodere alberghi e ambasciate, chi, ogni giorno, mandava un esaltato a morire sopra un’autobomba uccidendo donne e bambini, vecchi e innocenti. Il suo odio era una sensazione nuova, era come avere un nuovo motore, più potente e brillante di quello vecchio. Si sentiva più forte, più intelligente, più furbo rispetto a quando rischiava la pelle per aiutare gente che voleva vederlo morto. Non aveva scrupoli. Questo è l’odio. Non avere scrupoli, cercare a tutti i costi il male, volerlo con infinita pazienza e inesauribile risolutezza. Gli esperti in materia sosterrebbero che Dany era diventato un “esaltato”; voleva che tutti i terroristi pagassero lo stesso prezzo che aveva pagato lui, con lo stesso dolore e la stessa angoscia.

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Da quando aveva lasciato la sua piccolina, nella sua mente aveva cominciato a farsi strada un’idea, che divenne un piano e, in seguito, un progetto ben preciso. Così cominciò a costruire la sua vendetta. Avrebbe dovuto, innanzitutto, trasferirsi in un posto isolato dal resto del mondo. Pensò di comprare una vecchia baita, una di quelle dove i pastori, in estate, vivevano con il loro duro lavoro. Ne acquistò una a circa duemila metri d’altezza che faceva proprio al caso suo, perché nonostante la lontananza dal resto del mondo vi si poteva arrivare tramite una strada sterrata. Non certo un’autostrada, s’intenda, ma con una qualsiasi jeep il tragitto era più che affrontabile. La baita era composta da tre stanze più un soppalco adibito a camera da letto, la cantina sotterranea all’esterno e un’altra stanzetta, grande poco più di una cabina telefonica, alla quale si accedeva da una botola nel pavimento. Complessivamente erano almeno 200 metri quadrati, quindi aveva tutto lo spazio che avrebbe potuto desiderare. Il prossimo passo era rendere quella baita vivibile, e a questo scopo fece da pendolare tra il suo paesino e le città più vicine per un paio di mesi, per preparare tutto al meglio. Prima di tutto portò tanti viveri che un intero battaglione avrebbe sguazzato nel lusso per due settimane. Carne in scatola, merendine, scatole di sughi pronti, pasta e cibi pronti in genere, farina, vino e birra, bibite e chi più ne ha più ne metta. Rimise a nuovo la cisterna, la ripulì e ricoprì con del nuovo isolante per scongiurare anche la minima perdita. Comprò lavelli, rubinetti, sanitari e si regalò il lusso dell’acqua corrente con il nuovo impianto idraulico. Poi si preoccupò della corrente elettrica. Ne aveva bisogno, per restare in contatto con quella parte del mondo che ancora gli interessava. Realizzò l’impianto elettrico e tra-

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sformò la baita in una vera e propria abitazione comune, con l’unica differenza che l’acqua proveniva da una cisterna privata e non dall’acquedotto comunale, e poi che la corrente elettrica non era fornita da nessuna società, ma da un generatore di corrente a benzina da 9 kw. Ogni litro di benzina dava 5 ore di energia, e la scorta che il vecchio Dany si era preparato era di circa 2500 litri, goccia più, goccia meno. La sua nuova jeep, gli aveva permesso di trasportare dei grossi bidoni dove sistemare la benzina, nello sgabuzzino sotterraneo esterno, che era stato la cantina per i formaggi fino a qualche mese prima. Ora la sua nuova casa era ricca di comodità, ma non era ancora pronta per il lavoro a cui doveva servire. Era un estroso, il vecchio Dany. L’arte, in genere, lo attirava. Gli piaceva la musica e la pittura e si era cimentato in queste due specialità. Non era né un gran chitarrista, né un gran pittore, però si divertiva quando suonava la chitarra, o quando imbrattava tavolette di legno, tele, muri o semplici fogli di carta. Così decise di unire l’utile al dilettevole. In una delle stanze della baita Dany avrebbe consumato la sua vendetta, ma voleva che la cosa fosse organizzata a dovere, così si prese la briga di affrescarla. Ci perse due settimane, ma alla fine il suo lavoro lo ripagò con la soddisfazione. Era un’opera discreta, forse la migliore che avesse mai realizzato. Il tema era tipicamente cristiano:sulla parete di fondo aveva disegnato un grande crocifisso, con un cielo azzurro sullo sfondo, mentre le altre tre accompagnavano la scena con donne che piangevano, con gli apostoli e i soldati che si divertivano con le vesti di Gesù. Finito il suo lavoro da pittore, dovette occuparsi della parte più tecnica del suo piano. Si comprò un computer portatile e un cellulare da potervi collegare per navigare in Internet alla ricerca delle minacce, oramai quotidiane,

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degli estremisti islamici. Creò un programma per il suo computer in grado di non permettere a nessuno di rintracciare la sua posizione quando il cellulare era collegato a internet. Quando era nella Vasco aveva imparato l’inimmaginabile sui computer, era il suo lavoro. Dany era l’addetto al sabotaggio dei sistemi informatici, immetteva virus, interrompeva i contatti tra i vari reparti di una rete locale, scopriva e cambiava password per entrare nei programmi più segreti e cose di questo tipo. Così sfruttò tutto quello che aveva imparato per nascondere la sua posizione ai satelliti che avrebbero potuto individuarlo in meno di 5 minuti. Con il suo programma, infatti, il satellite individuava l’origine del segnale del suo cellulare, ma lo ritrasmetteva in più punti. In pratica, sul monitor di un ipotetico poliziotto che stesse cercando l’origine del segnale del suo telefonino, sarebbero comparsi centinaia di punti di origine sparsi per tutto il mondo, da Cuba alla Groenlandia, dal Giappone al Sud Africa. Il rischio, o, forse la paura più grande, infatti, era che le autorità lo scovassero prima che lui riuscisse a portare a termine la sua missione, ma aveva pensato anche a come rimanere al sicuro. Solo quando si sentì completamente protetto proseguì con l’aquisto di ciò che gli serviva per la sua vendetta. Comprò una telecamera digitale, accompagnata da alcune pistole, un fucile, una mitraglietta e diverse bombe fumogene. Aveva bisogno, inoltre, di qualche sonnifero. Lui avrebbe voluto qualcosa di non troppo complicato e ingombrante, tipo una bomboletta spray, ma l’unica cosa che riuscì a procurarsi fu una pistola a freccette per scimpanzè. Una di quelle che utilizzavano agli zoo quando dovevano tranquillizzare gli animali per farli visitare o per portarli via o per chissà cos’altro. Per avere sonniferi abbastanza efficaci da addormentare un uomo in meno di un

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minuto servivano certificati, carte bollate, settimane di attesa e, soprattutto, bisognava dimostrare la reale necessità delle sostanze chimiche che, se adoperate in modo sbagliato o in dosi eccessive, potevano anche uccidere. Dany non aveva tempo per tutto questo, così, più semplicemente, scassinò uno studio veterinario all’interno di uno zoo, dove trovò la pistola e qualche scatola di freccette a punta soporifera. Dany pensò a ogni possibile variante e, per ogni ipotetico problema, elaborò una soluzione. Così, dopo due mesi abbondanti di preparativi, tutto era pronto, tutto era stato considerato, ponderato e calcolato. Era luglio inoltrato e il vecchio Dany era pronto, mancava soltanto un passo per dare il via al suo piano, ma quel passo non lo poteva fare lui, doveva aspettare che lo facessero i suoi amici arabi. Nell’attesa passava il tempo con il vecchio cane che aveva portato con sé per avere un po’ di compagnia. Il piccolo Lucky era stato suo compagno di giochi, quando, da piccolo, alla stalla del padre, Dany non sapeva cosa fare per passare il tempo. L’avevano portato a casa quando era ancora un cucciolo, era cresciuto insieme a lui e ora i due si intendevano come due vecchi amici. Ogni giorno passeggiavano insieme tra i sentieri delle loro montagne, si fermavano a giocare sui prati, a guardare il panorama, il paese laggiù in fondo che sembrava così lontano e piccolo, stavano davanti alla stufa a controllare il computer, mangiavano e andavano a dormire insieme. Era come se Lucky avesse preso il posto di tutti i vecchi amici che se n’erano andati. Una sera, mentre Dany passava in rassegna i siti web della polizia, delle televisioni e dei giornali, come era solito fare ogni giorno, seduto sulla poltrona vicino alla stufa, la vicenda prese la svolta decisiva. In Iraq era avvenuto un nuovo seque-

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stro. Il gruppo di Al Zarkawi, uno dei più accaniti in questo genere di cose, aveva rapito quattro occidentali. Quattro ingegneri che lavoravano per una società di telecomunicazione britannica. Dany si illuminò nel profondo del cuore, mentre tutta l’Italia era in ansia per il suo ingegnere. Carlo Rodolfi, 52 anni, ingegnere informatico laureato all’università di Pisa, una moglie e due figli, era stato rapito intorno alle 15, nella sede dell’azienda britannica insieme a uno spagnolo e a due inglesi, anch’essi ingegneri. Il filmato sul sito arabo non aveva tardato a fare notizia. La procedura era la solita:condanna a morte e ultimatum per i paesi dei quattro condannati che per salvare le vite dei loro concittadini avrebbero dovuto ritirare tutte le truppe dall’Iraq. Dany guardò lo schermo senza più vederlo, la sua bocca si era distorta in un sorriso da inferno dantesco, irreale. Era l’ennesima condanna a morte per degli ostaggi occidentali, negli ultimi due mesi ne erano stati uccisi almeno una dozzina, decapitati, ma per Dany non era un momento di speranza, o di ansia, o di paura. Per lui era il momento della soddisfazione, dell’orgoglio e della vendetta. Pensò al suo piano e poi alla sua piccolina. Era convinto che sarebbe stata fiera di lui. Stava per cambiare le carte in tavola. Non sapeva come avrebbero reagito i terroristi alle sue azioni, ma di una cosa era certo, non sarebbe rimasto ad aspettare che uccidessero quattro innocenti senza far niente. Gli avrebbe dato del filo da torcere, il mondo intero avrebbe saputo che c’era qualcuno che non era disposto a trattare con dei volgari e vigliacchi terroristi. «Ora non sarà più tanto facile per quei bastardi!» sussurrò Dany, senza accorgersi di aver pronunciato quelle parole. Negli eccessi di rabbia capita a tutti di parlare da soli e sentirsi un po’ pazzi, ma Dany non ci faceva più caso, aveva

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iniziato a prenderci gusto, gli piaceva parlare a se stesso. Forse era stata la solitudine a ridurlo così, o forse solo l’odio, il problema è capire perché il vecchio Dany, che una volta era spensierato, allegro e amico di tutti, ora non poteva parlare con nessuno senza perdere le staffe, senza voler imporre la sua idea. Era difficile spiegarsi un cambiamento così drastico, anche considerando la strage della Vasco. Dany spense il computer e staccò il telefono, buttò un’ultimo ceppo di legna nella stufetta economica e spense il generatore di corrente, poi si mise sotto le coperte, nel letto sul soppalco, dove il calore era quasi fastidioso. Lucky accompagnò il padrone su per le scale e appoggiò il muso al cuscino, aspettando qualche carezza e qualche parola dolce. «È arrivato il momento di fargliela vedere, vecchio mio!» gli disse. La sua voce non poteva lasciare dubbi: era euforico, era soddisfatto di quello che stava per fare. Mentre accarezzava il muso del suo amico a quattro zampe, controllava gli indirizzi sulla sua lista nera. I nomi erano in ordine di importanza, il primo era quello di Alabam Alaramet, l’Imam della moschea più importante d’Italia e portava nella periferia occidentale di Varese. Tra i dieci personaggi più importanti del mondo mussulmano in Italia, che Dany si era procurato sempre attraverso Internet, ce n’erano altri due che conducevano nel varesino. Sembrava che anche la sorte volesse dargli una mano. Soffiò sulla candela che rischiarava il tetto di travi in legno e si mise a dormire, felice. Quella notte sognò di correre sulla spiaggia a cavallo. Sognò il sole tagliato a metà dal mare, con i colori che si mischiavano nell’atmosfera di pace del caldo tropicale. Se è vero che i sogni sono desideri, allora il vecchio Dany voleva la pace più di ogni altra cosa, perché la pace regnava, sovrana incontrastata,

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in tutti i suoi sogni. Dany odiava come non aveva mai odiato prima e sognava la pace, come non l’aveva mai sognata prima. Paradossi della mente umana. Una cosa è certa: il povero Freud, con i suoi studi, si era buttato a testa bassa in un maledetto labirinto incomprensibile.

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CAPITOLO 6

Dopo il dolce sogno, però, bussava alla porta una crudele realtà e Dany non era tipo da perdersi in inutili romanticismi quando l’unica cosa logica da fare era agire. Così, nell’aria fresca dell’alba di un luglio alpino, caldo come pochi altri ce n’erano stati prima, in quel di Oltre il Colle, il nostro eroe si mise in viaggio verso la città, lasciando il fidato Lucky di guardia alla baita. Durante le due ore di strada rilesse infinite volte i nomi e gli indirizzi sulla lista appoggiata al sedile del passeggero, ascoltando alla radio le canzoni della sua adolescenza, che riuscivano ancora, a distanza di qualche anno, a dargli un certo potere sulla sua coscenza, non ancora del tutto convinta della bontà della sua nuova vita e delle azioni che stava per compiere. Arrivato a Varese si fermò sul bordo della strada, si guardò in giro e, poco distante, scorse un parcheggio e un bar. Pensò di fermarsi a bere un caffè e ricontrollare la cartina che aveva studiato già da diversi giorni. Ordinò un caffè e si mise a sedere a un tavolino che dava sull’esterno attraverso una vetrata. Il sole era alto e il caldo, in città, era insopportabile. Dany non avrebbe mai potuto sopportare di vivere o anche solo lavorare in una grande città. Stare lì, in mezzo ai palazzi e al traffico, lo faceva sentire in trappola. Perse qualche minuto a

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pensare alla montagna che lo stava aspettando e l’idea di buttare tutto all’aria per ritirarsi da solo in pace per il resto della vita lo sfiorò, bisogna dire la verità. Ma fu un attimo, una di quelle idee che tante volte ci fanno sognare e ci permettono di andare avanti nella nostra miserabile vita. Aprì sul tavolino la carta geografica che riproduceva la città e tracciò distrattamente con il dito indice la via, che avrebbe potuto percorrere a occhi chiusi, evidenziata in giallo fluorescente, sorseggiando il suo caffè bollente. Sarebbe andato subito dal numero uno della sua lista, si sarebbe occupato di lui e avrebbe ripreso la strada di casa, fermandosi in Via Baschenis e in piazza della Libertà per compiere lo stesso lavoro anche con i dotti Mai-Sabel Alì e Mohia Bani Saktai. Ripiegò la carta, si alzò e si diresse verso il bancone. Prelevò una moneta da un euro dalla tasca dei pantaloni e la lasciò alla barista, sulla cinquantina, con i segni di una vita fatta di lavoro e sofferenza scritti in bella vista sul viso. Dany stava lavorando anche per lei. Si metteva in gioco rischiando la pelle perché le brave persone come lei potessero godere dei frutti del loro lavoro in pace, senza paura di perdere tutto in un attentato terroristico. La guardò negli occhi e cercò di farle capire quello che stava pensando, ma lei prese la sua moneta e si rimise a correre di qua e di là, senza badare troppo allo sguardo, apparentemente ammiccante, di un ragazzino un pò toccato. Erano le nove e mezza quando lasciò il tavolino del bar. Per prima cosa doveva raggiungere Arami Alabam Alaramet, nella periferia est della città, in via Mirasole. Prima delle dieci era all’indirizzo dell’Imam della moschea più importante del nord Italia. Parcheggiò la jeep il più vicino possibile al portone del palazzo, scese e attraversò la strada. Nello spazio

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lasciato vuoto dai quattro palazzi circostanti, sorgeva una specie di parco con qualche albero rinsecchito, un prato mezzo spelacchiato e alcuni di quei giochi per bambini che si trovano nelle zone concesse alla natura dalle grandi città: altalene, scivoli, cavallini a molla e casette di legno. Dany estrasse il fumogeno da sotto la maglietta e lo attaccò con del nastro biadesivo all’interno della casetta di legno. A quell’ora non c’erano bambini e nemmeno i passanti potevano vantare una forte presenza. D’altronde quello era un quartiere di periferia, non c’erano negozi o uffici, ma soltanto palazzi popolari in via di degrado, probabilmente rifugio di immigrati irregolari, criminali e mascalzoni. Per questo la gente che aveva affari importanti da seguire non li portava certo in posti come via Mirasole per condurli a termine e nemmeno le mamme portavano i loro figlioletti a giocare in un parco come quello in una zona come quella. La ruggine che scodinzolava sovrana sul ferro delle altalene lo dimostrava. Perciò fu facile per l’exsoldato piazzare l’ordigno, attivare il comando a distanza e tornare sulla jeep senza essere notato da chicchessia. Prima di mezzogiorno la sua vittima sarebbe uscita dall’appartamento popolare per raggiungere la sua moschea, che sorgeva a dieci minuti di cammino da lì. Dany sapeva che un Imam ha dei doveri precisi nei rigurdi della sua moschea e della gente che la frequenta e, tra questi, c’è la preghiera del mattino, tra le undici e trenta e mezzogiorno. Dany avrebbe aspettato pazientemente l’ora della preghiera e avrebbe colpito non appena il suo uomo avesse messo piede fuori dal palazzo. Perché lui sapeva che Alaramet non era ancora uscito, se lo sentiva, era un’altra volta il suo istinto, compagno fidato di mille avventure, a sussurrarglielo. Caricò la pistola con la freccetta sonnifera e rimase ad aspettare.

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L’inattività era una vera e propria tortura. Anche nell’esercito aveva sempre sofferto l’attesa prima di un’operazione. Non doveva avere tempo libero per pensare, il vecchio Dany. Pensare voleva dire farsi degli scrupoli, porsi domande, lasciare che la paura trovasse spazio nel cuore che poco per volta perdeva il suo coraggio, come una gomma forata che un pò alla volta lasciasse scappare tutta quella essenza, per lei vitale, unica ragione di esistenza, che è l’aria. Ma Dany non poteva far altro che seguire il corso dei propri pensieri, come un fiume non può che seguire il proprio letto per arrivare al mare. E allora pensò all’amore che predicava intorno al fuoco ai suoi amici, qualche anno prima, alle belle frasi, all’ottimismo e alla fiducia che aveva sempre avuto nell’uomo e nel mondo. Si chiese cosa fosse rimasto di quel Dany, se qualcosa di lui sopravvivesse ancora nella persona che stava dedicando alla vendetta, all’odio e al rancore gli anni più belli della vita di un uomo. Si chiese se fosse giusto farla pagare a mussulmani che non avevano niente a che fare con il terrorismo, a degli innocenti come lo erano stati tutti gli ostaggi uccisi in Iraq. Ma poi, come se il suo stesso cervello non volesse cedere al torpore degli ideali e dei principi, ripensò ai suoi compagni uccisi, agli attentati, al dolore che tutto il terrorismo aveva scaricato sulle migliaia, milioni, di innocenti che pagavano ogni giorno per qualcosa che non avevano mai commesso. Spinto da questi pensieri, il coraggio ricominciò a impregnargli il cuore, spazzando via ogni traccia di timore. Fortunatamente, comunque, l’attesa non durò a lungo, passarono una ventina di minuti dall’arrivo della jeep al momento in cui l’Imam, riconoscibile grazie al copricapo che ne rivelava l’identità, aprì il portone che dava sulla strada semi

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deserta della periferia varesina. Solo venti minuti che a Dany sembrarono essere infiniti. Tutto si svolse nel giro di un attimo. Un piccolo, insignificante, attimo. Quello stupido attimo che avrebbe rovinato una vita, avrebbe reso triste e dolorosa l’esistenza di un ragazzo che aveva sofferto già abbastanza, ma la vita è dura e non si fa scrupoli. Proprio come il vecchio Dany non si fece scrupoli a pigiare il pulsante nero sul telecomando che attivava il fumogeno dall’altra parte della strada. Da sotto la casetta giocattolo provenì un sibilo fastidioso, molto forte, accompagnato subito dopo da un fumo rosso denso, come la tensione che deformava il volto dell’inarrestabile vendicatore, che cominciò ad uscire attraverso i pali lisci di legno, attirando su di sé l’attenzione delle poche persone che in quel momento passavano di lì. Dany aprì la portiera del fuoristrada, uscì con la pistola nascosta dietro la schiena e girò intorno alla macchina per raggiungere il portellone posteriore. Lo aprì e si mise a camminare sul marciapiede, dove stava, fisso sul fumo rosso che si alzava verso il cielo, anche l’Imam. Dany camminava con passo deciso, guardando le spalle del mussulmano e prima che questi potesse rendersi conto di ciò che stesse succedendo, si udì lo sparo. Dany si trovava a 15 metri dall’islamico e cominciò a correre, ma non arrivò prima che la sostanza chimica avesse compiuto il suo lavoro. L’arabo muoveva la bocca, cercando di dire qualcosa, o di gridare per chiedere aiuto, non lo sapremo mai. Agitava le braccia, come se stesse cercando di rimanere a galla sul lastricato freddo del marciapiede, quando Dany se lo caricò sulle spalle per portarlo alla jeep, a una trentina di metri. Il fumogeno aveva funzionato a dovere:aveva distratto i passanti e aveva quasi completamente coperto il rumore dello sparo con il suo sinistro sibilo.

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“Tutto ok” pensò Dany “sembra che tutto stia girando per il verso giusto!” Richiuse il portellone dietro al prezioso bottino che coprì con un telo verde militare, risalì in macchina e prese la strada verso il suo prossimo obiettivo. Tutto ciò ebbe una durata di non più di sessanta-settanta secondi. Un attimo, come volevasi dimostrare. Un attimo in cui Dany non si rese nemmeno conto di compiere un passo troppo grande anche per una persona forte e determinata come lui. Da quel momento in poi tutto sarebbe cambiato, perché il suo piano aveva preso il via, la sua vita aveva preso una strada senza possibilità di ritorno. La differenza tra l’intenzione e l’azione divenne reale. Dany si rese conto che la realtà avrebbe richiesto un enorme sforzo di volontà, un sacrificio totale, ma pensò che ora la sua ragione di vita era vendicare i suoi amici trucidati e non gli importava se avesse dovuto scappare per il resto dei suoi giorni o se avesse dovuto pagare con la vita. Avrebbero dovuto ucciderlo per fermarlo. I suoi occhi, mentre fissavano la strada, esprimevano l’odio. Erano l’odio. Via Baschenis si trovava dall’altra parte della città. Dany rimase in macchina, con le mani sul volante e lo sguardo freddo fisso sulla strada per venti minuti. Quandò arrivò al palazzo del suo secondo uomo comprese che sarebbe stato tutto molto più complicato, perché la zona era più trafficata. Dany avrebbe dovuto salire in casa di Mai-Sabel Alì. La prima cosa da fare, però, era trovare un posto adatto al fumogeno e, soprattutto, trovare il modo di piazzarlo senza essere notato. Parcheggiò davanti al portone, in divieto di sosta e attivò le quattro frecce, poi prese un saccheto di carta dal cassetto porta oggetti e vi inserì l’ordigno, dopo aver attivato il co-

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mando a distanza. Scese dall’auto e si diresse, con il sacchetto in mano, verso un cestino posto all’angolo del palazzo di fronte. Lasciò cadere il suo regalo nell’immondizia e si diresse verso la jeep per prendere un sacco di iuta e la pistola, da nascondere, già carica, sotto la maglietta. Il numero era il 28, al terzo piano e anche questo era un problema, perché avrebbe dovuto fare tre rampe di scale con Alì sulle spalle con il rischio che qualcuno si accorgesse di lui e del suo tesoro. Arrivò davanti alla porta marrone dell’appartamento del suo uomo e appoggiò il dito sul pulsante del campanello, senza schiacciarlo verso il muro. Prese in mano la pistola, controllò che fosse carica e senza sicura, poi pigiò. La portà si aprì tanto quanto le era concesso dalla catenella di sicurezza e, nello spazio tra muro e serramento si intravedeva un volto di donna, una signora sulla cinquantina, grassottella e con due occhi neri e piccoli. «Chi è?» chiese la signora in tono cortese, con accento straniero. «Salve signora, sto cercando il signor Alì. Sono Mauro Sevini uno studente dell’Università degli studi di Milano e vorrei fare alcune domande al signor Alì per la mia tesi di laurea sull’Islam.» rispose Dany. Non si era preparato nessun discorso, era stato colto un pò a sorpresa da quel volto femminile, ma aveva saputo mantenere una certa calma e aveva detto la prima cosa che gli era venuta in mente. «Il signor Alì non è in casa, mi dispiace, sarà di ritorno soltanto questa sera, devo lasciare un messaggio?» «No, non si preoccupi, ripasserò domani, se non disturbo.» «Ma si figuri! A Sabel piace rispondere alle domande dei ragazzi che si interessano della sua cultura, sarà felice di accoglierti.»

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«Ok, a domani allora. Grazie signora, arrivederci.» «Arrivederci, giovanotto» La signora richiuse la porta e Dany rimase sull’uscio maledicendo mentalmente il mondo intero. Prima di voltarsi e ridiscendere le scale mise la sicura alla pistola, che aveva tenuto nascosta alla vista della signora, e la infilò nuovamente nella maglietta, raccolse il sacco che aveva appoggiato in un angolo sul pianerottolo e cominciò a scendere le scale. Aveva pensato anche a questo, l’aveva previsto, anche se aveva sperato con tutto il cuore che non succedesse. Per questo motivo aveva portato la lista nera, così avrebbe potuto identificare degli altri obiettivi se ne avesse avuto bisogno. Lasciò in macchina il sacco e andò a frugare nel cestino per riprendersi il suo prezioso sacchetto-fumogeno: quei cosi costavano un sacco di soldi e non gli andava l’idea di lasciarne uno nella spazzatura. Salì in macchina e partì verso piazza della Libertà. Erano le undici e a quell’ora la gente che camminava per strada era decisamente di più rispetto a un’ora prima, senza considerare il fatto che piazza della libertà era una zona molto viva della città. Ma Dany non poteva perdere tempo, dopo quattro ore al massimo il suo primo ostaggio si sarebbe svegliato e lui voleva che per quell’ora fosse tutto pronto. Così agì immediatamente. Lasciò il fumogeno in un cestino, salì, con la pistola nel solito nascondiglio e suonò il campanello. Per la seconda volta la faccia che arrivò ad aprire non era quella che stava cercando. Un uomo, sui trent’anni, probabilmente italiano, o, comunque occidentale, troppo giovane per essere considerato un dotto nella cultura islamica, chiese informazioni all’ospite. Dany rispose che avrebbe dovuto parlare con Bani Saktai in privato, che non poteva entrare in casa e che era stato mandato dall’Imam Arami Alabam, lo stesso

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che, in realtà, giaceva inerme sul fondo del posteriore della sua jeep. L’uomo richiuse la porta, all’interno si sentirono dei passi che si allontanarono. Pochi secondi dopo si udirono altri passi, ora però stavano venendo verso la porta. Questa si aprì e si presentò un viso più anziano, medio orientale con una lunga barba grigia, occhi scuri e un paio di occhiali storti sul naso. «Mi dica, prego.» Esordì il dotto. «Lei è Bani Saktai?» Chiese Dany. «Si ragazzo.» «Ho un mesaggio molto importante per lei da parte dell’Imam Alaramet, mi segua per favore.» Dany improvvisava, diceva e faceva quello che gli veniva in mente man mano che la vicenda proseguiva, perché è vero che aveva calcolato e programmato tutto nei minimi particolari, ma lasciava spazio anche al suo istinto, del quale si fidava ciecamente. Ve l’ho detto, era un estroso. Le sue parole furono dette con tale sicurezza che il dotto non potè far altro che seguirlo uscendo dall’appartamento e chiudendosi la porta alle spalle. Dany rimase sorpreso da tanta accondiscendenza e gli balenò nella mente l’idea di farsi seguire fino alla jeep per poi addormentare il signor Bani soltanto durante il viaggio, al sicuro da sguardi indiscreti. «Ho ricevuto ordini precisi dal signor Alaramet. Devo chiederle di seguirmi, dobbiamo raggiungere una stazione di servizio fuori città, dove l’Imam sarà ad aspettarci. Si tratta di una questione molto delicata.» «È strano tutto ciò. Il mio amico Alabam non si era mai comportato così. E poi non ti ho mai visto prima d’ora. Alabam ha mandato altre volte qualcuno a chiamarmi, ma non ho mai visto il tuo viso. Chi sei?»

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Il dotto parlava con tranquillità. Probabilmente la sua buona fede non lo fece insospettire, anche se si rese conto che stava accadendo qualcosa di strano. «Io non lavoro per Alaramet. Il suo amico è in pericolo e ha bisogno del suo aiuto, per questo sono venuto a cercarla.» Anche la voce di Dany era tranquilla e rilassata. «Perché non è venuto lui stesso?» «Non posso rispondere a tutte queste domande. Il tempo che abbiamo a disposizione non è molto. Se tra venti minuti non saremo sul luogo dell’appuntamento Alaramet dovrà andarsene. Con o senza il suo aiuto. Se vuole seguirmi deve farlo subito. Possiamo parlare per strada, d’accordo?» Bani non disse altro e fece cenno a Dany di precederlo. Quest’ultimo trasse un invisibile respiro di sollievo mentre si avviò giù per le scale con il dotto alle sue spalle. Uscirono dal palazzo e raggiunsero la jeep che li aspettava a pochi metri di distanza. Dany aprì lo sportello del passeggero e invitò l’anziano signore a prendere posto scusandosi per l’automezzo insolito e un pò malandato. Passò davanti all’auto e prese posto dietro al volante, avviò il motore e si inserì nel traffico lento della città. Bani riprese la conversazione interrotta poco prima: «Può dirmi ora che cosa sta succedendo?» «Mi dispiace signor Saktai, ma non posso dirle niente di più di ciò che le ho già accennato, tra poco potrà fare tutte le domande che vorrà.» Così dicendo Dany fece finta di concentrarsi unicamente sulla strada, pur tenendo costantemente sott’occhio il comportamento del suo inconsapevole ostaggio. In pochi minuti la jeep raggiunse la strada statale che portava fuori città. Non appena il traffico diventò scorrevole, tanto da impedire agli altri

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automobilisti di concentrarsi su qualcosa che non fosse la strada, Dany estrasse la pistola a freccette da sotto la maglietta, veloce come un serpente, e sparò nella coscia del dotto che non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto di ciò che stesse accadendo. In una manciata di secondi Bani fu addormentato, come un angioletto sulla sua soffice e comoda nuvoletta. Ne aveva solo due, mentre ne avrebbe voluti almeno tre, il nostro Dany, ma si doveva accontentare. Non poteva trattenersi oltre, doveva arrivare alla sua baita prima che i due riprendessero conoscenza, così riprese la strada di casa. Il corpo dell’Imam nella parte posteriore era ben mimetizzato sotto le coperte, tra corde, secchi e moschettoni, nel caso una pattuglia della polizia stradale avesse deciso di fermare quella jeep. In effetti incontrò due posti di blocco delle forze dell’ordine, ma nessuno, tra quei poliziotti, diede importanza a Dany e alla sua auto, così l’ex combattente potè raggiungere il suo paese e poi la sua baita senza problemi. Il buon Lucky riconobbe il rumore del motore del padrone e cominciò a saltare, abbaiare e girare su se stesso quando la jeep era ancora a più di un chilometro. Dany spense il motore davanti alla baita e scese di corsa, saltando e scappando per giocare con il suo amico peloso, poi aprì la porta e cominciò a scaricare la merce. Portò i due ostaggi ancora addormentati nella camera affrescata, li legò mani e piedi con delle corde da montagna e li appese con degli uncini e delle cinghie alla sbarra che pendeva dal soffitto, con la schiena rivolta verso il crocifisso disegnato sulla parete di fondo. Uscì dalla stanza e chiuse la porta. Tutto era andato più o meno come previsto, mancava all’appello almeno un ostaggio, ma non era un gran male, perché un uomo in più non avrebbe fatto molta differenza.

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Ora poteva preoccuparsi di se stesso, della stanchezza e dello stomaco che brontolava per l’astinenza che durava dalla mattina alle cinque. Accese la stufa e si preparò un piatto con del pane, del formaggio e una porzione di tonno in scatola. Mangiò con calma, davanti al calore che cominciava a contagiare l’aria circostante, soddisfatto. Poi si mise comodo sulla poltrona e chiuse gli occhi. Gli ostaggi erano legati per bene, il vecchio Lucky faceva la guardia e lui poteva concedersi un pò di tranquillo e meritato riposo. Ora ci sarebbe stato da divertirsi, lui avrebbe dato una bella stangata a quei diavoli di mussulmani. Gliel’avrebbero pagata, molto cara, questo era certo. Pensava al sapore della vendetta mentre anche su di lui calavano le tenebre del sonno. E mentre tutto intorno a Dany cadeva nel buio, nell’altra stanza Alaramet apriva gli occhi.

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L’imam, ancora intontito dal fluido che gli aveva infettato il sangue addormentandolo, aprì gli occhi lentamente. Non riusciva a muovere le gambe e le braccia, d’altronde non gli sarebbe servito a granchè, legato e appeso com’era. La testa gli girava e gli faceva male, si sentiva come ci si sente il giorno dopo una sbornia colossale, ma si rese conto di essere vivo e, nonostante la situazione, questo lo rasserenò un poco. Avrebbe voluto gridare, ma non riuscì a emettere altro che suoni strozzati e distorti, il sonnifero era ancora aggrappato a gran parte del suo corpo, anche se gli aveva concesso il privilegio della coscenza. Tentò invano per qualche secondo ancora, poi, da saggio anziano qual era, rinunciò e si occupò d’altro. È incredibile come, immobilizzato il corpo, rinchiuso, legato e appeso come un salame, senza assolutamente niente da fare se non starsene lì, proprio come starebbe un salame, la mente trovi irrimediabilmente qualcosa da indagare, esaminare, qualche domanda a cui cercare risposta, qualche logica per capire e interpretare la situazione, qualche sciocchezza a cui rivolgere l’attenzione. La schiavitù fisica non compromette la libertà mentale, piuttosto, la istiga, la incita e la spinge a correre più forte, più lontano. Alaramet non era un’eccezione e la sua mente si occupò di qualcos’altro dal momento che il suo corpo non gli permette-

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va di gridare. La sua attenzione si soffermò sugli affreschi che lo circondavano. Erano gradevoli, o meglio, lo sarebbero stati in una situazione diversa. I colori intensi e accesi e il tema cristiano dei dipinti sulle pareti, lo rasserenarono un altro pò. La sua mente, a poco a poco, stava riacquistando lucidità. Anche i suoi occhi ora si muovevano meglio e senza produrre quel fastidioso dolore che si prova quando si ha un febbrone da cavallo. Lentamente, a partire dalle mani, riuscì a riconquistare il controllo su tutto il corpo, col passare dei minuti, delle ore, ogni piccola parte di lui sembrava tornare al suo posto dopo un’ingiustificata assenza. Non sapeva quanto fosse passato dal suo risveglio, l’unica cosa che sapeva era che ora c’era buio fuori, a differenza di quando aveva ripreso conoscenza. La piccola finestrella di fronte a lui, dietro al cavalletto a tre piedi che sembrava essere il sostegno per qualche arma da fuoco lo dimostrava. L’effetto del sedativo era ormai sparito quando anche l’altro ostaggio riaprì gli occhi. Anche il dotto, vedendo il suo compagno di sventura accanto a lui, tentò di parlare ma non vi riuscì. «Sta tranquillo, Bani, tra un pò riuscirai a parlare e a muoverti, ora ti gira la testa, ma passerà presto.» I due rimaseo lì, al buio, per altri interminabili minuti, mentre il loro carceriere, di là, dormiva tranquillo sulla poltrona davanti al calore piacevole che emanava la stufa. Anche il guardiano a quattro zampe si era concesso un pò di riposo vicino al fuoco, sebbene al minimo rumore tornasse subito vigile. Così passò il primo pomeriggio, con gli ostaggi intenti a studiare il loro nuovo sito e con Dany che dormiva beato in attesa di iniziare la parte più importante del suo lavoro. Poco dopo il risveglio del secondo ostaggio la porta della camera affrescata si aprì e la lampadina, proprio sopra il ca-

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valletto a tre piedi, si accese. Bani non aveva ancora smaltito del tutto il sonnifero, ma riusciva a parlare e a muoversi, anche se a fatica, e la sua mente era abbastanza presente da poter ascoltare e capire quello che disse loro il rapitore: «Io non ce l’ho con voi due, questo deve essere chiaro fin dall’inizio. Non vi avevo mai visti prima d’ora, se non in fotografia e i vostri nomi mi erano sconosciuti fino a qualche settimana fa…» «Slegaci e lasciaci andare!» Gridò Alaramet, interrompendo il discorso del vecchio Dany. Prima che l’ultima sillaba potesse uscire dalle labbra dell’Imam, Dany lo colpì allo stomaco, con tutta la forza che aveva. L’ostaggio emise un grugnito di dolore e rimase a penzolare nella luce fioca della lampadina, cercando disperatamente di respirare. Dany indietreggiò, ritrovò la calma perduta e riprese a parlare: «Non siete in condizione di darmi ordini, la prossima volta ti farò male sul serio! Ascoltatemi e non interrompetemi, non fate niente che possa anche solo lontanamente sembrare una mancanza di rispetto nei miei confronti e io non vi farò del male. Ho detto che non ce l’ho con voi, ma ho bisogno di tenervi qui per un pò. Se starete buoni la nostra convivenza potrà anche essere piacevole, non soffrirete né fame, né sete, non avrete freddo e non vi torcerò un capello, a meno che non mi facciate incazzare, tutto chiaro?» I due annuirono, l’uno non ancora padrone assoluto del proprio corpo, l’altro ansimante per il dolore. «Più avanti vi spiegherò il motivo di tutto questo, ora non è il momento.» riprese Dany. «Tra poco vi slegherò e vi porterò delle brande e delle coperte, del cibo e dell’acqua, così sarete comodi, al caldo e avrete la pancia piena, ma prima dovete fare quello vi dirò. Se volete chiedermi qualcosa non

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abbiate timore, voglio che parliate con me come parlereste a una persona qualsiasi.» I due islamici non chiesero nulla, rimasero zitti e fermi, in attesa che Dany ricominciasse a parlare e dicesse loro quello che avrebbero dovuto fare. «Bene. Ora dovremo fare un piccolo filmato. Voi sarete i protagonisti e quando vi darò il segnale voi direte chi siete, il vostro paese di origine, il vostro attuale indirizzo e pronuncerete queste parole: “La mia vita è legata a quella di tutti gli ostaggi occidentali in Iraq, il loro trattamento sarà il mio, la loro uccisione sarà la mia, la loro liberazione sarà la mia.”. «Prima parlerai tu» indicò Alaramet «e poi toccherà a te. Avete capito bene? Quando avremo finito vi libererò da quelle cinghie, devono fare un male del diavolo.» I due annuirono un’altra volta, in silenzio, per nulla consolati dalle parole che avrebbero dovuto pronunciare. Dany uscì dalla stanza, lasciando la porta aperta, e tornò subito dopo con la telecamera e un rifettore fissato a una piantana di metallo nero. Fissò la telecamera sul cavalletto e posizionò il riflettore, lo accese e lo sistemò in modo da rischiarare perfettamente tutta la scena. I due ostaggi voltarono indietro il viso, abbagliati dalla luce, e aspettarono che i loro occhi si abituassero al nuovo chiarore artificiale. Dany aspettò con loro alcuni minuti, poi diede il via ai due improvvisati attori: «Facciamo una prova, al mio via cominciate. Fate come vi ho spiegato e finiremo subito.» Il regista fece segno con la mano di cominciare e Alaramet obbedì: «Sono Arami Alabam Alaramet, Imam della moschea di Mohad, egiziano, abito a Varese in via Mirasole al numero 6. La mia vita è legata a tutti gli ostaggi in Iraq, se qualcuno di

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loro verrà ucciso anch’io morirò e se qualcuno verrà liberato lo sarò anch’io.» Bani aspettò che l’Imam finisse il proprio monologo, per cominciare col suo, sotto lo sguardo attento di Dany, nascosto dietro la telecamera: «Sono Mohia Bani Saktai, dotto dell’Islam. Sono Iraniano e abito in piazza della Libertà, a Varese. La mia vita dipende da tutti gli ostaggi occidentali in Iraq. La loro morte sarà la mia e la loro liberazione sarà la mia.» Dany li guardò per un istante e si perse nei suoi pensieri per qualche secondo. Quei due anziani signori appesi come fossero buoi appena squartati gli facevano quasi pena. Forse era stato troppo duro? «Bene, ora riprenderò la scena, dovrete parlare chiaramente, come avete appena fatto, ma metteteci un pò più di paura, di passione.» Si avvicinò alla telecamera digitale e pigiò il pulsante di avvio, poi fece di nuovo segno con la mano e Alaramet ricominciò con la sua monotona cantilena, seguita da quella non meno noiosa di Bani Saktai. Alla fine della scena Dany arrestò il video, i due islamici videro la lucina verde accanto all’occhio della telecamera affievolirsi e morire. Il regista non era per niente soddisfatto, le parole erano troppo piatte, la parlata non esprimeva paura e angoscia come lui avrebbe voluto, con quel video non avrebbe ottenuto un granchè. Lo guardò un’altra volta, sullo sportellino apribile a cristalli liquidi della telecamera e poi un’altra ancora, ma non andava proprio. Non avrebbe dovuto dire ai due ostaggi di non preoccuparsi. «Lo facciamo un’altra volta, forse non avrei dovuto rassicurarvi, prima, ma dovete essere spaventati, dovete parlare

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con più passione, dovete chiedere aiuto, dovete convincere i terroristi a lasciare liberi i loro ostaggi perché la vostra vita dipende da loro. Urlate, scalciate, fate qualsiasi cosa, ma dovete essere più convincenti, altrimenti continueremo tutta la notte e quelle cinghie vi taglieranno il torace in due parti entro domattina.» Alaramet, il più giovane dei due rapiti, sulla sussentina, quasi completamente calvo, con una barbetta unta sul mento e i suoi occhi piccoli, sproporzionati al resto del viso, guardò il carceriere come un cane rabbioso in gabbia guarderebbe un bimbo che lo perseguita con un bastone attraverso le sbarre. Bani invece era più mite, forse grazie all’età, e non cercò di ribellarsi al volere del loro sequestratore, non tanto perché aveva paura di lui, ma perché vi aveva scorto, in profondità, una luce buona e giusta, un’anima virtuosa. Era più piccolo dell’Imam, aveva un viso più amichevole, sebbene magro e scavato, la sua espressione era buona, compassionevole. Gli anni e le esperienze che portava sulle spalle lo avevano reso più tranquillo e fiducioso nella volontà di Allah, rispetto ad Alaramet, che invece avrebbe voluto massacrare Dany a suon di botte. Quest’ultimo si accorse dello sguardo di sfida che infuocava gli occhi di Alabam, lo sostenne per un pò, con altrettanta cattiveria, senza dire niente, poi avvicinò la mano alla telecamera e l’azionò. Diede il segnale con la mano e restò ad ascoltare: «Arami Alabam Alaramet, Imam della moschea di Mohad, egiziano, via Mirasole 6, Varese. La nostra vita dipende dalla sorte degli ostaggi occidentali in Iraq, se qualcuno di loro morirà anche noi verremo uccisi, salvateci!» Questa volta Dany era più soddisfatto, nelle parole dell’islamico non c’era paura, ma odio e orgoglio, sembrava un leone

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in gabbia, c’era del sentimento, avrebbe trasmesso qualcosa a chi l’avrebbe visto in quelle condizioni. «Sono Mohia Bani Saktai, dotto dell’Islam. Abito in Piazza della libertà a Varese. Liberate gli ostaggi occidentali in Iraq o verremo uccisi, aiutateci.» Dany fermò di nuovo le riprese e riguardò il video. Decise che questa volta il risultato poteva andare, così staccò la presa del riflettore e lo portò di là, poi fece lo stesso con la telecamera e il cavalletto. La stanza ora era completamente vuota, se si escludevano, ovviamente, i due sacchi umani appesi al soffitto. Sulla porta, senza mai entrare, c’era Lucky, che voleva rendersi utile al padrone facendo la guardia ai due nuovi ospiti. Passarono alcuni minuti e la scena rimase come bloccata nel tempo e nello spazio, con la porta e il suo guardiano fermi fino a nuovo ordine e gli osservati speciali attenti ai rumori che percepivano debolmente attraverso le pareti. Pochi minuti in cui Dany si preoccupò di mantenere la parola data. Mentre montava le brande che aveva promesso ai due ostaggi rimase colpito dal proprio comportamento. Si stava occupando di loro con premura e preoccupazione, voleva mantenere la parola data perché non voleva che pensassero di avere a che fare con un uomo privo di principi e di rispetto. Ma tutto questo non era previsto, lui quella gente la odiava! Perché voler fare buona impressione su qualcuno che si odia? Forse trattarli bene era un modo che il suo inconscio aveva elaborato per saldare il debito contratto con loro nel momento del rapimento. Nemmeno lui sapeva perché si stesse comportando in quel modo. Quando era solo e pensava a quello che avrebbe fatto con i suoi ostaggi immaginava di farli soffrire, di lasciarli senza cibo e acqua per giorni, di trattarli come avreb-

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be trattato gli assassini dei suoi amici, ma ora aveva davanti due persone in carne ed ossa e si sentiva a disagio. Si accorse di come sono lontane fantasia e realtà in certi frangenti, si rese conto di quanto fosse stato stupido tutte le volte che aveva insultato o picchiato, per strada e senza motivo, ogni persona dal viso medio orientale o arabo. In quelle situazioni la sua fantasia poteva avere il sopravvento, perché succedeva tutto in un attimo e l’impulso dell’odio non poteva raffreddarsi prima che la bocca e le mani avessero compiuto il loro sporco lavoro, ma questa volta era tutto diverso: aveva rapito due persone e dai loro comportamenti ne intuiva il carattere, si rendeva conto di non essere di fronte a un “bastardo islamico”, ma a una persona come lui, con i suoi stessi sentimenti e le sue paure e le sue reazioni agli avvenimenti. Aveva di fronte due persone credibili, umane, reali e non delle sue idealizzazioni. In questa situazione Dany non poteva proiettare su di loro l’immagine che aveva dentro di sé, perché sia Alaramet che Bani avevano dimostrato di avere una particolare personalità, completa, finita, senza bisogno che una mente estranea, come quella dell’ex soldato, desse il suo contributo per dare un senso alle persone che aveva di fronte. Così ora si pentiva di aver colpito così duramente Alaramet e si preoccupava del docile e anziano Bani, perché poteva identificarsi in ciascuno di loro. Ripulì le brande estratte dalla polvere e dalla muffa che regnavano nello sgabuzzino sotterraneo e le portò nella stanza dei due nuovi inquilini. Subito dopo portò due materassi e delle coperte, sempre provenienti dal buio oltre la botola del pavimento. Poi svutò il comodino che aveva accanto al letto, lo posizionò tra i giacigli appena realizzati e la porta e vi mise sopra carne in scatola, pane, cioccolato, alcuni pezzetti di

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formaggio e dell’acqua in una brocca con due bicchieri accanto. «Mi dispiace, da domani avrete un pasto caldo tutte le sere, ma stasera vi dovrete accontentare di questo.» Rimase un istante a guardare i due islamici appesi, aspettando che qualcuno di loro dicesse qualcosa. Sperò che uno dei due avesse almeno una richiesta da fargli, perché voleva essere cortese, in qualche modo. Ma nessuno aprì bocca e Dany riprese: «Ora vi slegherò, ma non cercate di fregarmi o ve ne pentirete.» Mentre li avvisava guardava dritto negli occhi Alaramet, senz’altro il più focoso tra i due. Cercò di non far trapelare il suo senso di colpa per ciò che stava facendo. Voleva apparire fermo e solido come una roccia. Salì in piedi sui materassi, sbloccò il nodo scorsoio alle spalle di Bani e l’anziano dotto cominciò ad abbassarsi come se fosse appeso al gancio di una gru che lo stesse riportando a terra. I suoi piedi toccarono terra e l’assenza del peso arrestò lo scorrere delle cinghie. Dany gli slegò delicatamente le mani e i piedi, poi gli ordinò di sedersi sul letto, proprio di fronte a lui, con la faccia rivolta verso il muro, mentre liberava il suo amico. Anche quest’ultimo venne lentamente avvicinato al suolo dalle cinghie scorrevoli, slegato e lasciato libero. Quando Alaramet appoggiò i piedi al pavimento si trovò quasi per caso faccia a faccia con Dany. L’imam fissava le pupille del suo sequestratore con orgoglio indomabile e Dany rispondeva con la stessa intensità. Non successe niente e i due rimasero colpiti l’uno dal comportamento dell’altro:Dany era convinto che Alabam avrebbe cercato di colpirlo per svignarsela e Alabam era convinto che Dany l’avrebbe colpito per

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dimostrare che non avrebbe dovuto sfidarlo. Invece nessuno dei due volle infierire. In quel momento i due, in aperto contrasto, si resero conto di essere simili e di rispettarsi reciprocamente. Raccolte le corde e le cinghie che erano diventate inutili, Dany uscì dalla stanza, chiuse la porta e girò la chiave nella toppa, poi prese posto sulla poltrona, vicino alla stufa ormai raffreddatasi. Era l’una e venti, tutta quella faccenda era durata due ore circa. Ora gli ostaggi si stavano rifocillando, lui, invece, non poteva ancora rilassarsi. Prese il portatile e lo collegò alla telecamera. Scaricò il video sul computer e lo fece partire. L’atmosfera che si intuiva era preoccupante, lo sfondo con il crocifisso dava una spolverata di fanatismo e il modo in cui erano stati legati gli ostaggi dava un sapore sadico alla scena. Avrebbe funzionato, pensò Dany. Staccata la telecamera raccolse il cellulare dal pavimento e lo collegò al computer. Avviò la connesione a internet e trasmise il video al sito delle televisioni più importanti. Rimase sulla poltrona a pensare se avesse dovuto aggiungere al video un messaggio scritto in cui ordinare ai terroristi con qualche inquietante minaccia la liberazione di tutti gli ostaggi, ma si rispose che avrebbe avuto tempo e modo per mandare messaggi. Non doveva avere fretta o avrebbe commesso degli errori. Spense il computer e si alzò per portarlo sul tavolo vicino alla credenza. Salì le scale del soppalco dopo aver smorzato il generatore di corrente e si sdraiò, alla luce fioca della candela. Lucky era lì, come sempre, in attesa di coccole. Dany lo accarezzò finchè la stanchezza della lunga giornata di fatiche fisiche e mentali prese il sopravvento sui suoi pensieri. La sua era una giusta causa e, anche se difficile, il compito che si era assegnato andava portato a termine.

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Ciò che di sera sembra un ostacolo insormontabile o un problema complicatissimo, al mattino, talvolta, lo vediamo come una sciocchezza, una banalità e, spesso, non riusciamo a capacitarci di come la sera prima eravamo preoccupati e in ansia per una cosa così insignificante. Probabilmente la stanchezza e l’atmosfera resa cupa dall’oscurità, offuscano le idee in modo che non possiamo trovare una facile e logica soluzione alle difficoltà che ci assediano, mentre al mattino, con la mente riposata e il sole che viene a darci il buongiorno attraverso la finestra le cose appaiono migliori. Quale sia la realtà, comunque, non ci è dato saperlo. Noi propendiamo per la versione semplice, forse semplicistica, dei fatti visti al risveglio, perché sono più piacevoli per noi, ma chi ci assicura che, invece, non siano proprio le paure, l’angosciante difficoltà crepuscolare, le difficili soluzioni serali, a rappresentare la realtà delle cose? Dany non credeva nella realtà delle cose, ma nella realtà del soggetto che vede le cose. Secondo lui erano reali sia le difficoltà che la sera proponeva sia il sollievo portato dal mattino e dal riposo. Il problema cambiava aspetto perché chi lo pensava cambiava atteggiamento. Al vecchio Dany piaceva pensare scherzosamente che al mattino era tutto più facile perché lui si risvegliava più intelligente e più volenteroso. La

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mente, pensava, è esattamente come il corpo: salire fino alla croce di una montagna, la stessa montagna, al mattino, freschi e riposati, non era come salirci dopo una giornata passata a spostare sacchi di cemento. Chiunque avrebbe potuto constatare sulla propria pelle che nella prima condizione la fatica era 10, mentre nella seconda arrivava a 100, sebbene il percorso fosse il medesimo. L’importante, quindi, era scegliere il momento opportuno per affrontare il problema e Dany, con la scarsa esperienza che poteva avere a ventidue anni, sapeva che il momento migliore per mettersi a risolvere dubbi e incertezze era la dolce mattina estiva, con gli uccellini che cantavano e il sole all’orizzonte che era appena stato lanciato nel suo tragitto celeste. Aveva imparato a non sacrificare il proprio sonno a beneficio delle difficoltà, così, quando nel letto prima di dormire, gli si affacciavano alla mente idee e supposizioni poco rassicuranti, aveva la capacità di non permettere loro di rovinargli il meritato riposo. Si riprometteva di tornare sulla questione l’indomani e questo era uno dei rari casi in cui poteva vantarsi di essere padrone della propria mente. In fondo, in cambio di pensieri preoccupanti e complessi, la mente di Dany riceveva il dolce riposo che tanto apprezzava e la possibilità di correre libera e felice a sbizzarrirsi nei sogni. Forse proprio perché lo scambio era a netto favore di quest’ultima Dany poteva facilmente convincerla a rinviare l’ingrato compito di preoccuparsi alla mattina seguente. Quella sera, visto che la fatica della giornata gravava oppressiva sulle spalle del vecchio Dany, non era stato difficile smorzare sul nascere la preoccupazione per i due ostaggi, per la brutta situazione in cui si era cacciato, dal punto di vista penale, e per la continuazione del suo piano. Rimandò tutto al

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giorno che aveva ancora da venire e si addormentò soddisfatto del calore piacevole che lo riscaldava sotto le coperte. Il sole svegliò Dany con i suoi raggi che, incontenibili, oltrepassavano le finestre e le tende, filtrando in ogni minuscolo spiraglio possibile. Era in quei momenti che Dany si convinceva del fatto che luce e acqua fossero sorelle. La luce, sorella maggiore, odiava il buio e si incuneava in tutte le possibili vie che le consentissero di infilzare il suo mortale nemico, attraversava solidi, liquidi e gas pur di sconfiggere l’oscurità. L’acqua, invece, era nemica dell’aria e scovava ogni possibile nascondiglio di questa, scacciandola con la sua forza strabiliante. L’una come l’altra strabordava attraverso i passaggi più invisibili e impensabili, cercando di avere la meglio sul proprio antagonista. Così, la luce che filtrava da ogni cantuccio possibile, ridiede la vita al nostro Dany. Era già molto tardi, aveva dormito a lungo e, d'altronde, non c’era motivo per non farlo. Si alzò a sedere sul bordo del letto e vide il buon Lucky che lo guardava da in fondo alle scale, vicino alla porta, scodinzolante. Come un bimbo che si piega in due con le mani tra le cosce e saltella per il bisogno impellente di andare in bagno, anche Lucky sapeva farsi capire, così Dany scese le scale e aprì la porta, lasciando all’amico la possibilità di correre quanto volesse su e giù per le montagne splendide che si stroppicciavano gli occhioni al tiepido calore del sole mattutino. Lasciò la porta aperta e si spostò verso il bagno. Quel panorama meraviglioso, quel risveglio dolce e il lungo riposo che aveva alle spalle lo rendevano pacatamente sereno. Le preoccupazioni della sera prima, ora, potevano addirittura aspettare e il nuovo giorno era lì, come un foglio bianco da riempire, come una pagina in attesa che lo scrittore le desse una storia da raccontare.

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Si vestì e fece colazione con dei grissini e della marmellata di pesche, la sua preferita. Quando ebbe finito prese la pistola, controllò che fosse scarica, per evitare che accidentalmente partisse un colpo ferendo qualcuno, e si presentò dai suoi ospiti, chidendo loro se avessero bisogno di usare il bagno. Li trovò già svegli anche se ancora sdraiati sulle loro brande. Entrami usarono i servizi, prima Bani e poi Alaramet, sotto l’attento controllo di Dany e della sua innocua pistola. Andò tutto bene, nessuno dei due cercò di aggredire il ragazzo armato e in dieci minuti tutto tornò come prima, con i due ostaggi di nuovo insieme nella loro stanza. Dany era con loro, seduto sul davanzale della finestra sbarrata dall’esterno. «Avete dormito?» Chiese. I due annuirono, senza dire una parola, guardando il loro carceriere come cani bastonati e umiliati. «Se volete posso prepararvi del the per colazione, ho anche dei biscotti e qualche merendina.» «Perché ci tieni rinchiusi qui?» Domandò Alaramet, più tranquillo del giorno prima. Forse la notte aveva portato consiglio anche a lui, proprio come a Dany. «Quando sarà il momento ve lo spiegherò. Dovreste avere intuito qualcosa ieri sera, con quel video e le parole che vi ho fatto dire, no?» «Abbiamo capito che vuoi liberare gli ostaggi in Iraq, ma non sappiamo perché, non sappiamo chi sei, cosa vuoi da noi, se dobbiamo temere oppure no. Se uno di quegli ostaggi verrà ucciso noi faremo la stessa fine, è questo che abbiamo detto ieri sera, ma tu ci hai suggerito di non essere impauriti. È strano, non trovi?» «Se collaborerete e non cercherete di scappare o di chiedere aiuto non vi succederà niente. Mi dispiace essere arriva-

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to a rapire delle persone, ma ho bisogno di voi per la mia vendetta, vi spiegherò tutto, ma non ora. Allora, volete del the?» «D’accordo, se possibile anche dell’acqua.» «Sarà fatto. Vedete, signori? Vi tratto come dei re!» E se ne andò di là sorridendo chiudendosi la porta alle spalle. Anche i due islamici si guardarono rassicurati dalle sue parole tranquille e dalla sua voglia di scherzare. Certo, come rapitore, era piuttosto strano. Preparò il the e lo portò insieme all’acqua agli ostaggi, più spaesati per il comportamento di Dany che per la nuova situazione in cui si trovavano, poi li lasciò soli. Uscì dalla baita e camminò per il resto della mattinata, più o meno due ore, nei dintorni, fermandosi a guardare il cielo azzurro, le montagne di fronte, il paese, gli alberi, l’erba, gli animaletti minuscoli che popolavano il prato e quelli più grandi che, sbadatamente si facevano avvistare per sfuggire subito dopo dietro a qualche costone. Si sentiva a proprio agio tra caprioli, stambecchi e lepri, tra volpi e cornacchie, marmotte, passeri, conigli e rane. Qualche volta si vedevano anche due aquile, le ultime rimaste nella zona. Si sentiva in sintonia con la natura, percepiva un senso di appartenenza ad essa che lo spingeva a rispettarla profondamente e a difenderla. Quando si sentì appagato da queste sensazioni tornò alla baita. Era l’una e venti, il sole aveva raggiunto l’apice del suo percorso nel cielo, il suo calore era al culmine della potenza che quel giorno avrebbe espresso. Dany prese il portatile con il cellulare e si sedette fuori, all’ombra, con la schiena appoggiata al muro di pietra oltre al quale stavano i due detenuti. Appoggiò sulle gambe il computer e si collegò a internet per vedere se il suo messaggio avesse prodotto l’effetto sperato.

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Fin dalla home page ne ebbe conferma: tutte le pagine principali di tutti i motori di ricerca su internet mettevano in primo piano il video pervenuto al sito della televisione. “Controrapimento”, “Video shock, rapiti due islamici”, “Terrore cristiano”, “Imam e dotto rapiti da un gruppo di estremisti cristiani’’, erano solo alcuni dei titoli che risplendevano in prima pagina sulle maggiori testate nazionali. La notizia aveva già fatto il giro del mondo. Il video, misero misero, che Dany aveva immesso nella rete la sera prima ora girava e rigirava, ininterrottamente, come se fosse un’anteprima inedita concessa al pubblico dell’ultimo film di Steven Spielberg. Tutto il mondo, con il vecchio Dany in testa, era ansioso di sapere come avrebbero reagito i diretti interessati, ossia coloro che potevano decretare la liberazione o la morte dei due islamici. Era giunta l’ora di preparare un messaggio scritto, pensò il nostro statega. Avrebbe dovuto inventare un nome pittoresco con cui il presunto “gruppo di terroristi cristiani” si potesse far conoscere. Dany voleva che la stampa desse una spinta notevole alla diffusione dei suoi messaggi elettronici e decise di lasciar credere che i due sventurati fossero stati rapiti realmente da un gruppo di fanatici. Pensò a “I Crociati”, oppure alle “Vendette cruciformi”, “Il sacrificio della croce”, “I timorati di Dio”. Aveva centinaia di possibilità, anche se tutti quei nomi gli sembravano stupidi e insensati, ma proprio per questo, pensò, erano credibili, perché un fanatico, secondo lui, era necessariamente stupido. Dopo aver perso alcuni minuti alla ricerca del nome migliore decise per “Gli apocalittici”. L’idea di far parte di un gruppo di fanatici lo divertiva e ancora di più lo faceva sorridere il nome che aveva scelto per il suo piccolo circolo. Per un istante gli sembrò che tutto fosse diventato una specie di gioco.

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Cominciò a scrivere sul computer il messaggio che avrebbe obbligato i terroristi islamici a prendere una decisione che comunque si sarebbe rivoltata contro di loro. In qualsiasi caso, infatti, avrebbero perso credibilità o nei confronti degli altri terroristi, oppure di fronte agli islamici moderati di cui avevano bisogno per portare avanti le loro sporche azioni di guerriglia. Dany, infatti, era convinto che tutto l’Islam fosse, indirettamente, complice di quegli estremisti che tenevano il mondo intero nell’ansia e nella paura. Se tutti i mussulmani avessero deciso di opporsi fermamente alle bombe dei criminali che si nascondevano tra loro, il terrore sarebbe morto, strangolato dalla mano forte della sua stessa nutrice. Ma l’Islam non aveva dato, fino ad allora, segni di disaccordo, di deploro e di vergogna nei confronti delle organizzazioni terroristiche. Così se i rapitori mussulmani avessero deciso di ignorare il messaggio gli islamici di tutto il mondo, che non si opponevano decisamente e duramente al terrorismo, avrebbero saputo che quelle persone che si nascondevano tra loro erano senza scrupoli, che non erano disposte ad arretrare di un passo per salvare la vita a due innocenti fedeli. L’islam, in questo modo, avrebbe avuto, se non altro, dei dubbi sui guerrieri che non ostacolava in nessun modo. Se, viceversa, avessero deciso di liberare gli ostaggi avrebbero dato un segno di insicurezza ai compagni della jiad. Il danno che i terroristi avrebbero subito era lo stesso che tutte le nazioni occidentali avevano dovuto sopportare con i rapimenti passati. Qualche stato, sotto la minaccia dell’uccisione dei compatrioti, si era ritirato dall’Iraq, dando così prova, al cospetto degli alleati, di debole forza di volontà e di scarsa determinazione. Altre nazioni, invece, avevano preferito perdere parte del consenso popolare pur di mostrare convinzione e fermezza agli alleati

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e ai nemici. Ora la scelta con tutte le sue conseguenze sarebbe toccata ai terroristi. Dany era curioso di vedere lo sviluppo del procedimento che aveva innescato. Il messaggio era breve ma chiaro, conciso ma fermo: “Mohia Bani Sktai e Arami Alabam Alaramet moriranno se gli ostaggi occidentali rapiti nella sede della Telephone BPU di Bagdhad non verranno liberati. La fine che avete promesso agli ingegneri da voi detenuti sarà la stessa dei vostri due fedeli. Se necessario, la persecuzione verso la vostra gente proseguirà. Altri Mujtaid verranno rapiti, altri Imam verranno uccisi, altri mullà torturati, fino a che i vostri rapimenti non avranno fine.” Gli apocalittici Aprì la pagina di invio della posta elettronica e fece partire il messaggio verso i terminali della televisione nazionale. Staccò il telefono e spense il computer, rimase ancora un po’ seduto per terra, con Lucky che gli si strusciava sulle gambe. Si sorprese a pensare a lei. Negli ultimi mesi era stato talmente preso da non aver quasi avuto il tempo per pensarla e ora, all’improvviso, Marzy gli piombava nella mente riaprendo una ferita che faceva molto più male di tutte quelle di cui portava ancora i segni sulla pelle. Quella giornata splendida di piena estate gli ricordava il mare e la spiaggia. Non sapeva perché le giornate di sole riconducessero invariabilmente il suo cervello al mare e poi a lei, ma era così. La rivide corrergli incontro il giorno del suo arrivo dopo la strage, la rivide mentre ridevano e scherzavano insieme a tutti i loro amici, mentre si abbracciavano e si prendevano in giro. Ma scacciò il dolce pensiero di lei prima ancora che questo potesse insi-

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nuarsi in profondità. Si alzò, portò il computer sul tavolo e cominciò a smontare, pulire e oliare le sue armi nuove, già lucide e oliate alla perfezione. Quel pensiero era forse una parte dell’antico Dany, quello che era stato amico di tutti, buono e allegro, che aveva tentato di emergere dal mare di odio che soffocava il suo cuore. Non c’era riuscito, ma il fatto che ci avesse provato era sintomo del fatto che quel mare, forse, piano piano si stava prosciugando.

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CAPITOLO 9

La giornata passò come se tutto fosse nella normalità sia per Dany che per i due ostaggi. Dopo due giorni di sequestro Bani e Alaramet erano tranquilli, convinti che il loro rapitore fosse sincero quando ripeteva loro di non temere. Il tono e i comportamenti di Dany avevano dato prova di correttezza e di rispetto e loro, in quella situazione, non potevano chiedere di più. La sera arrivò rapida come un fulmine, mentre i due islamici parlottavano tra loro di quanto fosse insolito e ambiguo il loro carceriere, mentre questo si occupava delle sue armi tentando inutilmente di scacciare il pensiero di lei che tornava ogni volta come un boomerang più forte di prima. Dopo aver sistemato le armi al riparo sotto la botola nel pavimento, Dany preparò un piatto di pasta al pomodoro per i suoi ospiti, lasciò che mangiassero con comodo e cominciò a parlare con loro, curioso di sapere qualcosa di più sulla cultura islamica. «Perché qualcuno tra voi vuole combattere una guerra santa? Sono convinto che gli estremisti siano una minoranza, ma non posso fare a meno di pensare che tutti gli islamici potrebbero essere come loro. Quando vedo uno di voi mi sento in pericolo e provo odio. Cosa spinge quei bastardi a fare quello che fanno?»

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Bani prese la parola prima di Alaramet, consapevole della buona impressione che aveva dato a Dany. «Chi combatte le altre religioni, chi fa esplodere bombe e uccide persone non è islamico. Il Corano non predica la guerra contro i cristiani, molti pensano questo, ma è sbagliato. Il corano predica la pace, come la bibbia, e chi si nasconde dietro al Corano non fa parte del nostro popolo. Noi non ti possiamo rispondere, perché non sappiamo chi siano realmente coloro che tu combatti. Sappiamo chi essi non sono: non sono mussulmani.» «Chi è un mussulmano? Voi venite nei nostri paesi e cominciate a pretendere prima ancora di conoscere la nostra lingua. Pretendete un lavoro, una casa, come se lo stato, i nostri soldi, tutti i nostri sforzi fossero lì per voi. Un ragazzo italiano che non trova né casa né lavoro non ottiene niente dal proprio paese, mentre voi, appena sbarcati, avete già una minestra calda che vi aspetta e un sacco di leggi fottute che vi assicurano la possibilità di sopravvivere in mezzo a noi. E come ringraziamento e riconoscenza che fate? Pretendete ancora! Pretendete che dalle nostre scuole scompaiano i simboli di qualcosa che voi non potete comprendere, perché quei simboli rappresentano la storia su cui è cresciuto, mattone dopo mattone, il paese di cui voi siete i parassiti, rappresentano un passato che già era antico quando Maometto ebbe la brillante idea di autoproclamarsi profeta. Pretendete il rispetto che voi stessi negate al suolo che vi ha accolto come figli, pretendete di avere il voto per essere padroni delle nostre terre insieme a noi. Pretendete la nostra fiducia, mentre molti dei vostri connazionali vengono nei nostri paesi a spacciare droga e a organizzare attentati, pretendete che con i nostri soldi lo stato vi costruisca moschee e spazi in cui possiate riunirvi

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senza che nessuno vi disturbi, perché, poverini, dovete essere accolti come degli ospiti qualunque, dovete avere tutte le comodità e tutti i diritti di qualsiasi cittadino italiano. Ma perché pretendete tutto questo?Perché vi accorgete che la nostra è una cultura superiore, che da la possibilità a chiunque di poter vivere in pace e allora ne approfittate e diventate parassiti del nostro lavoro, delle nostre leggi e delle nostre fatiche! Eppure, nonostante ciò che avete ricevuto dai paesi dell’occidente, continuate a fregarvene di tutti coloro che, nascondendosi dietro alla vostra religione, massacrano la nostra gente con le loro bombe. Se questo è il mussulmano allora non siete migliori del peggior terrorista. Siete solo più furbi e, quindi più pericolosi!» «Sei solo uno stupido infedele!» urlò Alaramet. Dany lo guardò fisso negli occhi. L’imam aveva lo sguardo infuocato, il suo orgoglio era stato ferito dalle parole che erano appena state pronunciate. Dany, invece, lo guardò con occhi tristi. Si rese conto che Alaramet era uno come ce n’erano milioni nel suo paese. L’Italia era assediata da gente che non aveva nessun interesse per lei. Questo era peggio di qualsiasi pugnalata per il nostro patriota. «E pretendete di insegnarci quello in cui è giusto credere.» Ribattè Dany, calmo, quasi sottovoce. Poi abbassò lo sguardo e scosse il capo, sconsolato. «Io sono un italiano» riprese «e voi siete un male per il mio paese. Questa non è la mia guerra. Non sono un politico e nemmeno uno studioso. Il fatto che io abbia a cuore l’Italia, la tradizione, il passato, i costumi, le abitudini dei miei compatrioti, dei miei antenati, non importa a nessuno. Mi sono vergoganato spesso di essere un italiano, perché l’idea che facciamo arrivare alle altre nazioni è quella di un popolo

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spento, senza ideali, senza amor proprio, disposto a vendere la propria madre per un’altra mezz’ora di felicità. Gli italiani non sanno difendere il proprio paese, permettono a chiunque di inserirsi nella nostra vita e lasciano che la nostra cultura si mescoli a quella di popoli che nascono a migliaia di chilometri di distanza da noi. Ma l’amore per casa mia è troppo grande e sebbene troppi miei fratelli non abbiano il coraggio per difendere la nostra nutrice, non posso fare a meno di amarli in onore di quella terra che ha sopportato il mio e il loro peso. Voi siete una minaccia per tutto questo. Tra cinquant’anni l’Italia si sarà trasformata e a Bergamo, camminando per le strade, non si sentirà parlare il mio dialetto, con tutte le sue sfumature di significato e di accento, ma lo slavo, o l’arabo; a Firenze il toscano sarà solo un ricordo, confuso con lingue straniere dell’est e del sud e del nord e di tutto il resto del mondo. Non odio arabi, marocchini, rumeni, polacchi o giapponesi, ma non posso sopportare la minaccia che essi rappresentano per ciò che io chiamo “casa”. Ho già chiesto perdono a Dio, lo stesso che voi chiamate Allah, per le mie cattive azioni, ma mi sento disposto a rischiare l’inferno pur di salvare quello che resta della mia Italia.» «Io non credo che culture straniere rappresentino una minaccia per il tuo paese. Le persone si scambiano idee e opinioni, in questo modo si cresce come singoli e come popolo. L’identità della tua terra non è ferma nel passato, ma tuttora in evoluzione. Tutto ciò che la influenza e la trasforma non è un male, ma un bene, perché la arricchisce di nuove varianti.» Bani tentò di calmare il fuoco che si era acceso nel profondo di Dany. Quando parlava del suo paese gli succedeva sempre. Si accendeva, i suoi occhi scintillavano e il suo petto si gonfiava di orgoglio e tenerezza.

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«Ciò che sta avvenendo non è una semplice trasformazione. Le culture che lasciano la loro firma nella mia sono troppe e troppo diverse. In questo modo l’Italia non saprà più cosa le appartiene e cosa, invece, proviene da altro, da qualcosa di diverso da lei.» La voce di Dany era profonda, sembrava non provenire più dalla gola, ma dal cuore. Le parole uscivano dalla sua bocca esplosive, martellanti, veloci, ma allo stesso tempo ferme e chiare. Bani comprese che quel ragazzo provava un amore vero, profondo, per la propria patria e decise di lasciar perdere la discussione. Cambiò discorso dicendo: «Tu sei un uomo buono, capace di amore profondo e vero. Le tue parole ne sono la chiara dimostrazione. Allora perché cerchi vendetta?Perché lasci che l’odio che provi per i terroristi soffochi l’amore che provi per la tua vita?» Dany rimase fermo, col mento abbassato sul petto, incapace di rispondere. Aprì la bocca per parlare, ma la domanda di Bani non ottenne risposta. «Ora ho da fare, se avete bisogno di andare in bagno ditelo ora, altrimenti ci andrete domani mattina.» Dany li lasciò uscire dalla stanza per andare ai servizi controllandone attentamente ogni mossa, poi li richiuse nella loro cella e uscì dalla baita. Erano le 22 e tre quarti del 24 luglio, la luna nuova permetteva alle stelle di rifulgere in tutto il loro splendore. Non c’era neanche l’ombra di una nuvola sopra la testa di Dany che camminava sui sentieri tanto conosciuti e amati. Ma lui non ci fece caso. Camminò per tutta la notte tra la baita, la vetta e le altre mete di quelle montagne: laghi, strapiombi, boschi e prati. Camminò senza avere il tempo di fermarsi, come faceva di solito, per ammirare un fiore, o la forma strana

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di una roccia, o il panorama notturno. Non si bloccò per ascoltare il rumore che facevano volpi e marmotte, lepri e caprioli. Camminò immerso nei suoi pensieri, come se il mondo intorno a lui non esistesse più. Qualcosa, nel momento del rapimento, era cambiato. Questo era chiaro, perché altrimenti Dany non sarebbe stato così combattuto sul da farsi. Aveva due idee opposte che gli ronzavano nella testa:la prima era quella di continuare come previsto, alla faccia dei sentimenti e dell’umanità che aveva scelto un momento così delicato e inopporuno per riaffiorare;la seconda, invece, era modificare il piano in modo da non fare del male ai due ostaggi. Il problema, infatti, erano proprio loro. Il piano prevedeva di ucciderne uno per ogni ostaggio occidentale morto. Uno dei nostri, uno dei loro, semplice e logico. Ma dopo due giorni di avventura Dany aveva compreso di non essere disposto a macchiarsi di un crimine così vigliacco. Non voleva uccidere nessuno, non voleva fare del male ai due ostaggi. Quando aveva rassicurato i due islamici sulla loro sorte aveva mentito. Pensava che li avrebbe ammazzati senza pietà, allora. Rassicurarli era solo un modo per tenerli buoni. Ora, invece, a distanza di poche ore, la fermezza di Dany, e con essa l’intero piano, era andata in frantumi. Non avrebbe compiute le stesse sporche azioni dei suoi nemici. Abbiamo già detto che il fatto di trovarsi di fronte a delle persone non più immaginarie aveva intaccato la corazza di odio che stringeva il cuore di Dany, ma questo non bastava per spiegare quel senso di colpa che attanagliava ferocemente il nostro ragazzo ogni qual volta apriva la porta della stanza affrescata. Il suo cuore era sull’orlo di un’esplosione, c’era qualcosa che spingeva per uscire e Dany non avrebbe potuto

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resistere a lungo. Non possiamo essere quello che non siamo, si può fingere, questo è vero, ma la nostra natura avrà sempre il sopravvento prima o poi. Così la natura di Dany stava per riemergere. Il suo ottimismo, la sua gioia di vivere, il suo amore per la vita, stavano lasciando le profondità in cui erano stati spinti dall’odio. “In fondo” pensò “ho ancora i due ostaggi, il mio progetto può continuare, anche se dovrò inventarmi qualcosa di nuovo.” Era uscito dalla baita a testa bassa, sconsolato e deluso dalla vita. Era tornato saltellando come cappuccetto rosso sulla strada che lo porta dalla nonna, con quella placida sensazione di chi sa che va tutto bene, che “comunque vada sarà un successo”. L’alba stava colorando la cima della montagna, la grande croce di metallo rispecchiava il rosa intenso del sole nascente e gli uccelli più mattinieri iniziavano a salmodiare i loro richiami. Mentre Dany si risvegliava dal letargo di odio in cui era rimasto per più di un anno, la sua montagna gli dava il buongiorno, lo accoglieva a braccia aperte come un figliol prodigo. Entrò in casa e si mise sulla poltrona. Si addormentò senza rendersi conto di essere stanco morto. Il suo sonno fu accompagnato da un sogno che gli suggerì una soluzione. Si trovava lì, nella sua baita, con i suoi ostaggi, anche se Bani e Alaramet non erano più ostaggi. Avevano deciso di loro spontanea volontà di rimanere con Dany. Il computer stava trasmettendo un filmato con l’esecuzione di Alaramet e tutti e tre lo guardavano, sorridendo come vecchi amici, mentre Lucky sonnecchiava sull’ingresso, alzando la testa di tanto in tanto, disturbato dalle risate più fragorose. Il sole era già alto quando Dany si svegliò, folgorato dal-

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l’idea che quel sogno gli aveva suggerito. Svegliò i due islamici, agitato, lasciò che usassero il bagno e che mangiassero qualcosa, poi li richiuse nella stanza. Accese il computer e scoprì che i terroristi avevano lanciato un altro filmato in cui chiedevano il ritiro delle truppe italiane, spagnole e inglesi in cambio della liberazione dei quattro ostaggi. Avevano ordinato, inoltre, all’autore del video con i due islamici, di non ostacolare la volontà di Allah. Dany spense il portatile e lo lasciò sul tavolo, ordinò a Lucky di stare di guardia alla porta della stanza dei due mussulmani e uscì, sbattendosi la porta alle spalle. I due islamici, spaesati come non mai per il comportamento agitato, ansioso e infantile di Dany, sentirono le gomme della jeep sgommare sulla ghiaia e allontanarsi verso valle.

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CAPITOLO 10

Dany frugò nella sua vecchia stanza, come se stesse rubando e avesse paura che da un momento all’altro arrivasse il padrone di casa. In cinque minuti rivoltò il letto, svuotò l’armadio, tolse i cassetti dalle loro sedi e raccolse tutti i cd con i programmi che aveva usato quando era nell’esercito. Erano programmi segreti e lui li aveva avuti solo in qualità di tecnico informatico della squadra speciale Vasco. Li aveva custoditi bene, avvolti in leggeri panni di cotone, li aveva nascosti in tutta la stanza nei posti più impensabili e ora stava cercando di ricordare tutti i nascondigli. Qualcuno era appiccicato dietro al cassetto, altri erano nel materasso, alcuni ancora erano infilati tra il lampadario e il soffitto. Dovette frugare per un sacco di tempo prima di trovare tutto quello che stava cercando. In realtà il programma di cui aveva bisogno era soltanto uno, ma aveva bisogno di tre compact-disc per farlo funzionare. Era un sistema che aveva inventato lui, quando era nella Vasco:prima di rendere attivo il programma servivano i tre cd che immettevano nel computer i tre codici di accesso al quarto compact. Quando trovò i tre codici e il programma scappò, proprio come era entrato, ossia come un ladro. Salì in macchina e partì a tavoletta per il suo personale rifugio. Correndo sulla strada si rese conto che era da più di un mese che non vedeva nessuno dei suoi amici, che non si

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fermava in uno dei suoi vecchi bar a bere una birra in compagnia. Ma non aveva tempo da perdere, il pensiero del suo passato fu più breve di un lampo. Tornò a concentrarsi sulla guida e in poche decine di minuti fu di nuovo alla baita. Arrestò il motore ed entrò in casa. Lucky dormiva sull’uscio della cella, mentre al di là di questo si sentivano i due uomini parlare. Entrò con loro, frenetico, e prima che questi potessero rendersi conto della sua presenza cominciò a parlare. «Sono un ex soldato, combattevo in Iraq fino all’anno scorso, quando ho lasciato l’esercito. Facevo parte di una squadra speciale di 61 uomini specializzata in sabotaggio e informatica militare. L’anno scorso, durante la mia ultima operazione, siamo stati attaccati da due gruppi di soldati iracheni. 53 dei miei compagni sono stati uccisi, decapitati e bruciati. Io mi sono salvato per non so quale miracolo e il giorno dopo, insieme a una pattuglia di soldati sono tornato sul posto dell’imboscata e lo spettacolo che gli Iracheni avevano preparato per noi era terribile. Da allora ho odiato loro e tutta la gente che mi ricordasse quelle terre, quella gente. Mi sono giurato di vendicare la morte così atroce dei miei compagni e ora eccomi qui, con voi due, a cercare di umiliare i vostri estremisti e di liberare degli innocenti. Avrei dovuto uccidervi se gli ingegneri rapiti non fossero stati liberati, ma io non sono come loro, non sono riuscito ad ignorare la vostra umanità. Ora vi lascerò la possibilità di tornare a casa, se vorrete, ma prima vi chiederò un favore:aiutatemi. Se volete aiutarmi a liberare quei quattro dovete rimanere qui. Simuleremo l’esecuzione di uno di voi con un programma per gli effetti speciali e minacceremo di uccidere anche l’altro se gli ingegneri non verranno liberati, ma dovrete restare qui per un pò, lontani da tutto e da tutti. Se invece non avete intenzione di aiu-

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tarmi potete andarvene subito, vi indicherò la strada per tornare a casa.» Così dicendo aprì la porta che dava nell’altra stanza e si scansò, dando libera uscita a chi avesse voluto andarsene. Alaramet lo guardò per qualche istante negli occhi, incredulo. Quello che stava accadendo non gli sembrava reale, era un sogno, una visione. Non credeva possibile che il loro rapitore si potesse comportare così. Bani, invece, guardava Dany con occhi diversi: aveva intuito fin dall’inizio l’animo buono che si nascondeva in quel ragazzo e le sue parole erano l’ennesima conferma di ciò che Alaramet non poteva credere. Avevano parlato a lungo, nelle giornate passate rinchiusi nella loro stanza, di Dany. Alaramet era convinto che si trattasse semplicemente di un mezzo pazzo con delle tendenze alla violenza. Bani, invece, era convinto della sua bontà. Era certo che Dany si comportasse così soltanto in conseguenza di uno schock, che il suo animo fosse giusto, in fondo. Nessuno dei due cambiò opinione sul conto di Dany e nessuno ruppe il silenzio per alcuni secondi. La scena restò immobile, come se il tempo, anch’esso incredulo, si fosse fermato per riflettere. Bani fu il primo a trovare qualcosa da dire «Perché dovremmo fidarci di te? E perché aiutarti?» «Dovete aiutarmi perché potremmo salvare delle vite innocenti, perché avrete la possibilità di dimostrare che non tutti i mussulmani sono come i nemici dell’umanità che combatto. E per quanto riguarda la fiducia posso capire. Non ho nessuna garanzia da offrirvi, solo la mia parola.» «La parola di un pazzo!» Disse Alaramet «Andiamocene di qui Bani, prima che questo matto cambi di nuovo idea!» Così dicendo uscì dalla stanza e poi lasciò anche la baita. Bani, invece, decise di fidarsi e di aiutare Dany. Quest’ultimo,

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infine, guardò prima l’Imam che se ne andava e poi si girò verso il dotto che se ne restò lì, impalato, contraccambiando lo sguardo. «Vattene via, ha ragione. Sono solo un povero pazzo. Dovete soltanto seguire la strada sterrata per arrivare in paese, poi da lì prenderete un pullman che vi porterà fino a Bergamo e infine il treno per Varese. Perdonatemi, se potete.» «Io resto, voglio aiutarti. Sei un uomo buono, l’ho capito fin dall’inizio.» «Non serve che resti. Quando Alaramet sarà tornato a casa parlerà di tutto quello che ho fatto e detto. Verranno a cercarmi e mi porteranno in prigione.» «Alaramet tornerà. Lui ti assomiglia, è impulsivo, passionale, ma in fondo è buono. Proprio come te. Vedrai che tornerà e ci aiuterà.» «Perché mai dovrebbe tornare?! L’ho rapito, rinchiuso in una cella, minacciato e picchiato. Dovrebbe essere più pazzo di me per tornare!» «Perché è buono, te l’ho detto. Si fermerà a pensare a ciò che vuoi fare e deciderà di aiutarti.» «Se ne sei così convinto aspetteremo fino a domattina, ma poi me ne andrò, prima che vengano a prendermi.» Uscì dalla stanza lasciando Bani immobile a rendersi conto della sua libertà riconquistata. Poco dopo si riaffacciò e, mentre il dotto si stava voltando per guardare fuori dalla finestra, ormai abituato a non poter uscire, ringraziò, prima di sparire di nuovo al di là del muro e andare a coricarsi nel suo letto sul soppalco. Dany non dormì. In pochi istanti tutto era cambiato, in un lasso di tempo lungo quanto un sogno aveva rivoluzionato il piano. Aveva scambiato mesi e mesi di riflessioni, preparativi, calcoli e controlli con una mezz’ora di buonsenso e di otti-

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mismo. In quella mezz’ora aveva rovinato tutto, si sarebbe reso ridicolo di fronte a tutto il mondo, avrebbe dovuto scappare da polizia e carabinieri che sarebbero stati inevitabilmente sulle sue tracce e, prima o poi, l’avrebbero acchiappato. Ma soprattutto aveva fallito. Tutti i suoi propositi di vendetta e di giustizia erano stati spazzati via, come foglie nel temporale. Forse Alaramet aveva veramente ragione. Anche prima della strage che gli aveva rovinato la vita aveva sempre avuto difficoltà nelle scelte, nelle decisioni più importanti. A seconda dell’umore sceglieva la strada e poi cambiava idea e la ricambiava ancora, ma il suo problema si era espanso dopo la morte dei suoi compagni. Se prima cambiava idea riguardo al da farsi nell’arco di qualche settimana, ora bastavano soltanto poche ore. Si girò e rigirò nel letto, sperando che Alaramet tornasse, come aveva previsto Bani, ma il mattino sopraggiunse alla svelta e non portò con sé nessuna novità. Aveva deciso di andarsene e se n’era andato. “Almeno lui ha una sua coerenza ed è convinto dell sue azioni.” pensava Dany mentre metteva nello zaino viveri e munizioni per fuggire tra le montagne. Non sapeva per quanto tempo avrebbe dovuto scappare, così si caricò di munizioni, in modo da poter cacciare per un bel pò di giorni. L’acqua non sarebbe stata un problema: tra le montagne c’erano laghi, sorgenti e vallate. Senza parlare della neve perenne che si nascondeva nei crepacci. La nostalgia lo afferrò ancora prima della partenza. Aveva nostalgia del suo passato, della vita felice che aveva rovinato inseguendo una vendetta assurda e impossibile. Oramai, comunque, era troppo tardi per tornare indietro. I suoi crimini l’avrebbero fatto rimanere in galera

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per un paio d’anni, forse di più, ma non era la prigione che lo spaventava e lo spingeva alla fuga. Dany scappava dal mondo, dalla gente. Si sentiva estraneo alla società, diverso da tutti gli altri e incapace di comportarsi come loro. E poi temeva il giudizio che i suoi amici, la sua piccolina e i suoi genitori avrebbero avuto di lui dopo il completo fallimento della sua missione. Nemmeno Bani, durante la notte, aveva chiuso occhio. Era rimasto sveglio tutto il tempo aspettando il suo amico, in ansia per Dany. Erano rimasti svegli senza dirsi una parola, anche se conoscevano i loro rispettivi pensieri, ognuno nella sua stanza, sdraiato sul proprio letto con le orecchie e tutti i sensi tesi per captare ogni minimo segnale che potesse significare quello che entrambi speravano. Non arrivò nessun segnale e tantomeno arrivò l’Imam, così Dany, nonostante i tentativi di dissuasione del dotto, decise di scappare e nascondersi nei boschi per un po’, finchè le acque non si fossero calmate, anche se sapeva che questo avrebbe determinato un aumento della pena che, prima o poi, ne era convinto, avrebbe dovuto scontare. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire e chissà? Non trovandolo per qualche settimana avrebbero anche potuto smettere di cercarlo, avrebbero potuto crederlo morto o chissachè. Sarebbe potuto succedere di tutto e lui, ora, doveva solo guadagnare più tempo possibile. Salutò Bani, si scusò ancora con lui per quello che aveva fatto e cominciò a camminare con lo zaino colmo sulle spalle verso i laghi che tempestavano quelle montagne. Dal lago del Capraio avrebbe poi scelto la direzione della sua fuga, con tutte le possibili alternative che da lì gli si paravano davanti agli occhi. Avrebbe potuto scendere a valle o salire ancora e attraversare altre montagne. In pochi minuti l’islamico

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rimase completamente solo. Il fidato cane aveva seguito il padrone nella sua lenta fuga e ora anche le spalle di Dany che si muovevano al ritmo dei passi non si vedevano più, sparite al di là del costone. Bani non voleva abbandonare così quel luogo, poiché la sua convinzione non si era affievolita. Pensava che Alaramet sarebbe tornato, ne era sicuro con tutto se stesso. Rientrò e si lasciò cadere sulla poltrona. Aspettò minuti che diventarono rapidamente ore, ma dell’Imam non vide nemmeno l’ombra. Se ne era andato, proprio come se ne era andato anche Dany. Non aveva più senso rimanere lì ad aspettare, così decise che sarebbe partito anche lui. La sera, però, era ormai alle porte e non voleva rischiare di perdersi nella notte. Il suo passo era lento per via dell’età avanzata, senza contare che non aveva mai visto quelle montagne e non sapeva quanta strada avrebbe dovuto percorrere. Così rimase per la notte. Sarebbe partito l’indomani. L’alba arrivò alla svelta e anche il sottile velo di speranza che sopravviveva nel cuore del dotto spirò. Nessuno era tornato, così, con una borraccia a tracolla, si avviò giù per la strada sterrata, desolato e stanco. Nel frattempo Dany, che aveva passato la notte fuori, sulla riva del lago avvolto nel sacco a pelo, camminava tra l’erba e i fiori , piegato sotto il peso dello zaino e, forse più di questo, sotto il peso del senso di colpa. Aveva trascorso tutta la notte a pensare, non aveva chiuso occhio e si sentiva sfinito, sconfitto. Tra le mani stringeva una custodia di plastica trasparente con dentro un compact disc. Il suo volto era il dolore, la sofferenza, anche se le lacrime dovevano ancora rompere gli argini. Aveva gli occhi lucidi, gonfi e la sua voce risuonava e rimbalzava tra una roccia e l’altra mentre malediceva il mondo, se stesso e la sua vita. Si fermò, guardò il lago del Capraio

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e poi il cd. Le lacrime stavano per strabordare, lanciò un urlo di sconforto mentre gettava il cd il più lontano possibile, sulla superficie quasi immobile dell’acqua. Si accasciò sul prato, senza più sapere cosa maledire. Lasciò cadere lo zaino dalle spalle e ne estrasse il portatile, scrisse il messaggio, scosso dai singhiozzi e lo inviò. Poi si alzò urlando, frenetico, e gettò anche il computer nel lago. Rimase a guardarlo volare. Sembrava felice e spensierato. Sembrava che volare fosse lo scopo per cui era stato creato. Atterrò piatto sull’acqua e prima di affondare ebbe la forza di restare su, come per abituarsi al freddo liquido che stava per chiuderglisi intorno. Sparì. Dany riprese lo zaino e si incamminò verso il passo del Cervo, con le guance colorate e bagnate, per riprendere la sua fuga. La televisione mandò in onda il suo messaggio, mentre il cd con il video della decapitazione di Alaramet, creato quella stessa notte con il programma per gli effetti speciali esclusivo della Vasco, resisteva sulla superficie dell’acqua, testardo nel suo non voler affondare, coccolato dalle onde quasi ipercettibili del lago. “La vittoria è di chi la persegue con più ardore. Il vincitore sarà colui che, animato dalla forza della giustizia, saprà continuare ancora e ancora, fino a quando anche la storia dovrà inchinarsi alle sue ragioni. Il terrore non risulterà vincitore perché l’odio che rappresenta è un motore troppo debole e fragile rispetto ai motori della giustizia e della libertà che animano i vostri nemici. Bani e Alaramet vengono liberati, poichè il loro sangue, se versato inutilmente, sarebbe stato nuovo carburante per il vostro odio, così voi vi spegnerete insieme al vostro rancore e la

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storia vi ricorderà soltanto come codardi assassini e sanguinari privi di etica e di veri ideali. Tutte le vostre rappresaglie non saranno altro, per noi, che nuovi incentivi al coraggio e alla libertà. I codardi fuggono di fronte alla paura e al terrore e voi pensate che, di fronte alle vostre bombe, fuggiremo come codardi!Stupidi fanatici… I coraggosi affrontano le proprie paure, per eliminarne la fonte e voi sarete costretti a deporre le vostre armi insanguinate sulle tombe delle vostre vittime innocenti, perché la morte non fermerà lo spirito di coloro che avete ingiustamente privato della vita. Dovrete combattere contro uomini e angeli, alleati e uniti per sconfiggere il male del vostro cuore. La vostra falsa fede non vi salverà, la vostra santa guerra sarà la vostra stessa rovina e la vostra fine sarà la medesima di chiunque vorrà ostacolare la libertà e la pace che i vostri nemici rappresentano.” Gli apocalittici

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CONCLUSIONE

Dany vagò tra le montagne per il resto dell’estate. Qualcuno, tra i molti che percorsero in quei mesi i sentieri della zona, lo vide. Nessuno, però, ebbe il tempo o la posibilità di parlare con lui. Non appena si rendeva conto di avere ospiti (ormai considerava le montagne come vera e propria casa) spariva in qualche buco che solo lui conosceva. Vivere nella natura lo rendeva felice. Anche se tutte le comodità a cui era sempre stato abituato, anche nell’esercito, gli mancavano. Ma addormentarsi guardando le stelle e respirando l’aria fresca e pura delle montagne lo ripagava di tutte le sofferenze e le mancanze. O quasi. C’era un pensiero che non gli dava pace, un’assenza ben diversa da quelle pressoché insignificanti del telefono, della televisione o di qualunque altra cosa presente in ogni casa. Dany amava ancora la sua piccolina e ogni giorno se ne rendeva conto. Ogni giorno di più. Lei era il suo pensiero ricorrente, lei era la persona con cui avrebbe voluto riallacciare i rapporti, lei l’unico essere umano a cui avrebbe voluto chiedere un’altra possibilità. Alla fine dell’estate le persone che battevano quei sentieri diminuivano come la lunghezza delle giornate. Dany, col passare dei giorni si sentì sempre più tranquillo. La polizia l’aveva cercato tra le montagne, aveva chiesto ai turisti di lui,

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aveva seguito le sue tracce, ma non l’aveva scovato. Era stato bravo. Così, anche la polizia, aveva piano piano abbandonato le montagne, i sentieri, i prati e le vallate, lasciando al nostro mediocre eroe la possibilità di tornare a vivere in pace, in tranquillità, per quanto gli fosse possibile. L’estate lasciò il posto a un autunno molto piovoso, a un inverno freddo e rigido, poi alla primavera e infine tornò la calda e rassicurante estate. Nessuno vide più quell’uomo affacciarsi da dietro una roccia per scomparire subito dopo in qualche grotta sotterranea. Nessuno ebbe più sue notizie, nessuno conosce la sua storia da qui in poi e nessuno potrà mai raccontarla. Così la sua vita passò di qui, silenziosa, senza lasciare segni visibili, perché la natura, il mondo, vanno avanti, non si fermano mai a piangere la scomparsa di qualcosa o di qualcuno, come è giusto che sia. Tra queste montagne, tra questi alberi e questi prati infiniti si sente ancora il profumo di una vita che si è nutrita delle lacrime e del sangue di Dany. E allora, forse, lui è ancora qui, nell’aria, nell’atmosfera, nel rumore del vento tra le foglie, nel fruscio dell’acqua che scende a valle, nell’erba e nel tronco degli alberi.

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INDICE

Introduzione

pag.

9

Capitolo 1

pag.

13

Capitolo 2

pag.

22

Capitolo 3

pag.

32

Capitolo 4

pag.

39

Capitolo 5

pag.

46

Capitolo 6

pag.

57

Capitolo 7

pag.

69

Capitolo 8

pag.

79

Capitolo 9

pag.

88

Capitolo 10

pag.

96

Conclusione

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NOTE BIOGRAFICHE

DANIELE CAVAGNA, autore di questo suo primo romanzo, nasce a Bergamo in un pomeriggio di fine primavera di ventidue anni fa: il 18 giugno del 1983. Da allora vive in un tranquillo paese dalla vocazione turistica tra le montagne delle valli bergamasche, Oltre il Colle, dove il cielo limpido, la natura e le vette innevate per buona parte dell’anno, lo spingono alla riflessione e, spesso e volentieri, alla scrittura. Studia arte, letteratura e spettacolo all’università di Bergamo, dove ha imparato e impara tutt’ora, ad apprezzare praticamente ogni forma di espressione dell’arte, dalla musica alla poesia, dalla pittura al teatro.


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Finito di stampare nel mese di maggio 2005 presso Copy Card Center srl - San Donato (Mi)


La verità nella vittoria