Page 1

SOKPONTA 2018 MONICA COPPO


“ B O N A R R I V É E M O N A M I E ” UN BREVE RACCONTO AFRICANO

18 marzo 2018, è Domenica, mi faccio accompagnare all’alba in aeroporto, l’atmosfera pare quella di una gita scolastica ma la meta è ben più lontana: volerò fino in Africa, in Benin. Non sono mai uscita dall’Europa prima d’ora. Sono piuttosto agitata. Chissà cosa mi aspetta nelle prossime settimane, chissà se sarò all’altezza delle situazioni in cui mi imbatterò, chissà se riuscirò a portare il mio piccolo contributo, chissà se lascerò qualcosa di me alle persone che incontrerò. Mi ritrovo con i miei compagni di viaggio, hanno l’aria rassicurante, molti di loro sono già stati in Benin diverse volte e questo mi solleva. Loro sono quasi tutti genovesi, l’organizzazione di questa missione ruota intorno alla Cooperativa

Minerva che ha sede a Genova Nervi e che da anni collabora con l’associazione l’Abbraccio di Fubine nei progetti educativi e sociosanitari che si svolgono nel villaggio beninese di Sokponta. Si parte.


IL VIAGGIO Il viaggio procede senza intoppi e l’ansia inizia a lasciare il posto ad una certa eccitazione; ho coltivato per anni il desiderio di partecipare ad una missione umanitaria e quando ho conosciuto il dott. Pino, la sua energia e bontà d’animo, ho capito che questa era l’occasione giusta, che avevo finalmente incontrato una realtà sicura a cui affidare la mia prima esperienza africana. Atterriamo a Cotonou alle 21.30, lo sbalzo termico rispetto al clima italiano è notevole, il caldo e l’afa tolgono il respiro. Ci fermiamo in città per la notte e ripartiamo per Sokponta la mattina seguente. Osservo dal finestrino del nostro pulmino “vintage” la caotica Cotonou che pian piano lascia strada al paesaggio rurale, fatto di vegetazione incolta e di piccoli villaggi, che ci accompagna verso il cuore del paese.. 

IL TRAGITTO Il tragitto è lungo, il viaggio è faticoso, spostarsi su queste strade appare da subito piuttosto pericoloso. Rimaniamo bloccati dopo il tramonto per un grave incidente che ha coinvolto un enorme camion, stracarico di merce, ed un’auto. “Sokponta dove sei??” mi chiedo. “Quanto ancora dobbiamo viaggiare con questo buio?”.


TUTTA LA PAURA PASSA QUANDO FINALMENTE ARRIVIAMO A “CASA”: SUOR VALDELUCIA, INSIEME ALLE ALTRE SUORE E NOVIZIE, CI ACCOLGONO CON ABBRACCI, APPLAUSI E ACQUA FRESCA. CI ASPETTA UN PASTO CALDO ED UN LETTO COMODO. 

Mi sveglio con il profumo di pane che entra dalla mia finestra. Sotto la mia camera da letto c’è la Boulangerie in cui, per tutta la notte, alcune donne del villaggio preparano il pane che poi venderanno durante la giornata a Sokponta e nei villaggi vicini.

Con la luce del giorno questo posto ha tutto un altro aspetto. Usciamo per visitare il villaggio. Ad ogni angolo incontriamo bambini, donne o uomini che ci salutano sorridendo. I bambini si avvicinano a noi, ci accolgono con un “Ciaoooo”, saltellano e ripetono “Oibo, oibo, oibo”, “uomo bianco”.

Inizio a percepire quanto grande sia il lavoro che è stato fatto da chi frequenta e continua a ritornare in questo posto da anni per creare un relazioni stabili che siano alla base di un rapporto, per quanto possibile, sereno e di fiducia con le persone che vivono a Sokponta. Una così sentita accoglienza non è per nulla cosa scontata. Mi rendo conto di essere una straniera a casa loro, di essere loro ospite e di quanto sia necessario muoversi in punta di piedi, con rispetto e disponibilità ad osservare, ascoltare e comprendere. Questa è una delle prime lezioni che mi insegna questa missione.


Durante le due settimane trascorse laggiù ci siamo impegnati in diverse attività: alcune giornate sono state dedicate alle visite mediche a Sokponta ed in alcuni villaggi vicini.

In questo contesto, in parte, mi sono occupata della distribuzione dei farmaci in parte, ho avuto modo di intrattenere i bambini in attesa della visita con attività ludiche e di disegno. Sono stati momenti molto interessanti perché mi hanno permesso di avvicinarmi ed entrare in contatto persone diverse e variopinte, è stato bello ritrovare nei loro sguardi gratitudine per quello che stavamo facendo.


Abbiamo dedicato alcuni giorni ai bambini della scuola materna e primaria di Suor Alin con cui abbiamo svolto laboratori incentrati sul tema dell’ “educazione alla mondialità”. Con i più grandi abbiamo percorso un lungo viaggio, attraverso il Gioco dell’Oca, dal Benin all’Italia, scoprendo insieme a loro abitudini, clima, cibi e animali propri dei

due paesi, trovando le somiglianze che accomunano tutti i bambini del mondo, suscitando e rispondendo ad alcuni perché: “Perché non nevica in Benin?”. Con i più piccoli, invece, abbiamo organizzato laboratori creativi con la carta o materiali di recupero con i quali i bambini hanno creato colombe pasquali (con cui abbiamo addobbato a festa il cortile della scuola) ed hanno fabbricato strumenti musicali, con cui abbiamo suonato e cantato canzoni africane e canzoni italiane.

Penso che chi viene quaggiù abbia anche l’importante ruolo di fare da tramite tra due culture così diverse e che in questo ponte vadano per primi coinvolti proprio i bambini.


Raccontare ai bambini di Sokponta come vivono i bambini italiani e viceversa crea curiosità, avvicina ciò che è lontano e diverso, fa conoscere l’esistenza di un “mondo” differente da quello a cui si è abituati, aiuta a coltivare una disposizione mentale aperta ed interessata a ciò che ci somiglia di meno. Questa esperienza mi ha regalato anche la possibilità di crescere dal punto di vista professionale e portare, in questo ambito, il mio piccolo contributo. In Italia lavoro come terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva in un centro di riabilitazione per bambini affetti da disabilità motorie, cognitive e sensoriali. Ho incontrato, durante le visite nei villaggi, alcuni bambini con gravi disabilità, spesso conseguenti a danni subiti durante il parto o alla nascita.

In questo momento per loro nessun servizio è ancora attivo ed è stato frustrante non poterli aiutare, pur essendo consapevole del fatto che il processo sanitario sia lungo e complesso, che molto in queste zone sia già stato avviato e che i servizi di riabilitazione non siano fra quelli di maggiore urgenza laddove si operi con un limitato numero di risorse. Per prevenire e ridurre l’incidenza di queste disabilità e di altre complicanze è fondamentale informare le donne su quanto sia importante, per loro e per il loro bambino, che il parto avvenga in un Centro Sanitario sicuro ed attrezzato dove un’equipe medico-infermieristica possa immediatamente prendersi cura di entrambi.

In questo senso, ho ascoltato con grande interesse i momenti di formazione sul tema della salute materno-infantile che hanno coinvolto un gruppo di donne meravigliose, rappresentanti di vari villaggi, con l’obiettivo di fornire loro informazioni specifiche e corrette che siano poi loro stesse a riportare nei rispettivi villaggi. All’ospedale dell’Abbraccio, inoltre, da alcuni mesi è presente un reparto che, a proposito della salute infantile e della prevenzione delle disabilità, ha un ruolo importantissimo: il reparto di Neonatologia. Si tratta di un reparto all’avanguardia, con personale molto attento e preparato che assicura assistenza avanzata a neonati prematuri o che abbiano avuto una sofferenza alla nascita.


Il mio piccolo contributo l’ho portato proprio qui, in Neonatologia. Ho raccontato al dott. Jacques, eccezionale Pediatra responsabile del reparto, il ruolo e le competenze del terapista nell’ambito della neonatologia e questo ha suscitato in lui un grande interesse. Così ho avuto la possibilità di frequentare il reparto e di organizzare un momento di formazione per il personale sul tema della qualità dell’assistenza al neonato prematuro.

E’indispensabile adattare l’ambiente esterno e le nostre azioni alle caratteristiche del neonato prematuro che, di fatto, non è ancora pronto alla vita all’esterno della pancia della mamma. Alcuni accorgimenti, come la cura posturale, la riduzione degli stimoli visivi e sonori, l’attenzione alle modalità di manipolazione, permetto di ridurre lo stress a cui il neonato prematuro viene sottoposto nell’ambiente del reparto e di favorire la stabilità delle sue funzioni vitali, limitando il rischio di danni al suo sviluppo. Infine, di questo viaggio mi rimarranno anche i ricordi dei coloratissimi festeggiamenti per la festa di Pasqua: la messa, i canti, le offerte, le strette di mano “in segno di Pace”, i balli sulle Colline. Ed eccomi qui, tornata a casa con una valigia piena di immagini, emozioni, idee che già mi stanno facendo soffrire il mal d’Africa. Penso che sia stata un’esperienza davvero piena e “variopinta” che mi ha dato la possibilità di conoscere luoghi, persone, cimentarmi in attività diverse ed avvicinarmi al complesso concetto di cooperazione, così gratificante ma anche così faticoso da realizzare. Con la voglia di ripartire al più presto, ringrazio di cuore chi mi ha dato l’opportunità di partecipare a questa missione. 

Monica Coppo


Un breve racconto africano  
Un breve racconto africano  
Advertisement