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storia e storie della città

MarZo 2012

Cesare Pavese

Fare un lavoro bene, perché così si deve Fare

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Turin_storia e storie della nostra città n. 00/2012 (marzo) Periodico in attesa di autorizzazione del Tribunale di Torino

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LAVORO

Lingotto 90 anni di storia

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TESTIMONI DEL TEMPO

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Primo Levi e l’operaio Libertino

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... Un progetto di partecipazione attiva

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a rivista Turin (non esiste nome più glocal: si scrive Turin in inglese, francese, piemontese, tedesco e spagnolo) nasce dall’esigenza di raccontare la grande storia e le piccole storie della città per aiutarci a conoscerla, amarla e condividerla, nella certezza che la memoria – quella attiva, non la nostalgia – significhi valersi del passato per capire il presente e progettare il futuro. Confidiamo che la riflessione storica su Torino sia un modo per riappropriarsi culturalmente della città e rafforzare il senso di appartenenza a una comunità urbana dinamica e complessa, molto più aperta di quanto talvolta appaia, spesso all’avanguardia nelle scelte nazionali e internazionali. Alla rivista si affianca il progetto dei “Granai della memoria”, un prezioso contenitore di testimonianze di storia locale che unirà non solo virtualmente le città piemontesi alle campagne, alle colline e alle montagne. Rivista e interviste filmate sosterranno una composita opera di raccolta e divulgazione che a ogni

storia e storie della città

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uscita di Turin, dunque sei volte l’anno, vedrà la città invitata a un appuntamento pubblico di immediata restituzione delle storie, delle esperienze e delle testimonianze. L’impresa di Turin, di cui avete tra le mani il numero 0 (solo un assaggio delle 120 pagine che costituiranno la rivista a partire dal 24 giugno 2012, giorno di uscita del primo numero), conta sulla partecipazione attiva di un primo nucleo di soci fondatori e di un secondo gruppo di soci sostenitori, che permetteranno la costituzione e la sopravvivenza della casa editrice, un’associazione del tutto indipendente e senza scopo di lucro. L’impresa si avvarrà del contributo dei soci, della distribuzione in edicola e libreria, degli abbonamenti e di forme di sostegno pubblicitario sulla rivista, sul sito internet e su altri strumenti di editoria elettronica, prevalentemente legate al territorio e alle attività di negozi, aziende, istituzioni, iniziative culturali. Per l’affermazione e la vita duratura di Turin sarà determinante la partecipazione

dei cittadini in ogni forma e modo, al fine di creare una rete di attori che si identifichi nella rivista, le fornisca stimoli, coraggio e idee, e contribuisca alla diffusione nel perimetro metropolitano e tra i torinesi del mondo. In questo sedicesimo di prova e presentazione di Turin trovate un’ampia ricostruzione della storia del Lingotto, luogo simbolo della produzione e del lavoro, ma anche delle rivoluzionarie trasformazioni architettoniche della città, e un ricordo di Primo Levi a 25 anni dalla scomparsa, con un’appropriata citazione del suo Faussone, emblematico rappresentante dell’etica del lavoro. Abbiamo iniziato con questo tema perché siamo certi identifichi una parte fondamentale della cultura e della storia di Torino, dove, citando Cesare Pavese, si è lungamente condiviso il sentire che ogni lavoro va fatto bene «perché così si deve fare». Era molto più di una consuetudine, forse anche più di una coscienza laica. Era un modo di vivere. È ancora così? In parte sì, e noi di Turin cercheremo di essere all’altezza.

Direttore responsabile

Progetto grafico - Art direction

Enrico Camanni

Bodà - www.boda.it

Redazione

Fotolito

Simone Bobbio, Linda Cottino

Imagoit.com Marene (Cn)

Coordinamento

Stefano Camanni Editore

Associazione Turin, via Narzole 1, 10126 Torino

Cesare Pavese

Fare un lavoro bene, perché così si deve Fare

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LAVORO

Lingotto 90 anni di storia

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TESTIMONI DEL TEMPO

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Primo Levi e l’operaio Libertino

In copertina Operai del Lingotto al lavoro sulla linea della 1500 negli anni Trenta. Il modello introdusse nel mondo dell’automobile italiana il parametro costruttivo dell’aerodinamica: fu la prima auto studiata in galleria del vento (arch. storico Fiat).

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Tipografia Astegiano Marene (Cn)

info@turin.to.it (+39) 345 235 75 15

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Foto archivio storico Fiat

7 ottobre: il Consiglio d’amministrazione della Fiat delibera la costruzione di un “nuovo grande stabilimento ad uso americano”.

17 settembre: apertura del cantiere.

Progettazione della pista di collaudo sul tetto della fabbrica. Le curve paraboliche sono studiate per essere percorse a una velocità di 90 km/h, le autovetture dell’epoca raggiungono al massimo i 70 km/h.

Ultimata la costruzione del corpo centrale e avviato il trasloco dei macchinari dalle officine di Corso Dante, si erige il palazzo degli uffici. Sono già iniziate le visite pubbliche in “torpedone”.

22 maggio: inaugurazione ufficiale alla presenza di re Vittorio Emanuele iii che compie alcuni giri della pista a bordo di un’auto guidata dal corridore Felice Nazzaro.

Al Lingotto lavorano 11.892 operai e 967 impiegati. Inizia la costruzione delle rampe elicoidali.

Visita dell’architetto francese Le Corbusier.

il numero di operai sale a 18.131. Sono attivi nuclei clandestini di fabbrica che, anche dopo la proclamazione delle leggi eccezionali a novembre, continuano la loro tenace opera di propaganda. Si raggiunge il picco di produzione con 49.369 vetture.

29 ottobre: prima transazione immobiliare: l’acquisto di 3120 metri quadrati a fianco della ferrovia.

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Vengono adottate nuove vernici alla nitrocellulosa che riducono i tempi di essiccazione da 6 ore a mezz’ora.

Maggio: al Lingotto viene applicato il sistema di razionalizzazione produttiva inventato dall’ingegnere francese Charles B. Bedaux. L’obiettivo, dopo aver raggiunto il pieno regime produttivo, è ridurre i costi del 30%

A causa della crisi economica vengono prodotte 17.632 autovetture, un terzo rispetto al 1926.

Ottobre: Mussolini celebra qui il decennale della Marcia su roma. La fabbrica viene imbandierata e abbellita da un complesso sistema iconografico. inizia la produzione della Fiat 508 Balilla

Viene lanciata sul mercato la Fiat 500 “topolino” anche essa prodotta al Lingotto.

Si torna a superare il numero di autovetture prodotte nel 1926.

15 maggio: inaugurazione dello stabilimento di Mirafiori.

Da novembre fino a marzo dell’anno seguente il Lingotto è obiettivo di intensi bombardamenti alleati che colpiscono diversi reparti e il palazzo degli uffici.

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26 aprile: durante i giorni dell’insurrezione, il Cln aziendale assume “la direzione di tutto lo stabilimento controllando tutte le attività di lavoro, politiche, e curandosi di “mantenere la massima fattiva collaborazione tra le diverse componenti politiche”.

Nel raggruppamento statistico del Comune di Torino “MolinetteLingotto”, la popolazione passa dalle 23.173 unità del 1951 alle 38.732 del 1961 fino a raggiungere le 42.829 nel 1970.

Nasce dalla matita di Giorgetto Giugiaro la Lancia delta, ultimo modello di autovettura prodotta al Lingotto.

termina definitivamente l’attività produttiva. Una società a capitale misto guidata dalla Fiat promuove una consultazione internazionale per la ristrutturazione e il recupero della fabbrica.

renzo Piano viene incaricato dei lavori di ristrutturazione degli stabilimenti.

Il nuovo centro espositivo della ex-fabbrica viene inaugurato con il salone dell’automobile, seguito a pochi mesi dal Salone del libro.

aprono al pubblico il Centro congressi e l’auditorium.

Con l’inaugurazione della Pinacoteca Agnelli e l’attivazione del Corso universitario in ingegneria dell’autoveicolo si conclude la ristrutturazione del Lingotto.

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in giostra a 130 sedili all’ora intervista all’operaio donato de Palma 1 L’inconfondibile pista nel 1923, in una fotografia ritoccata come si usava all’epoca. Costituiva l’apice della catena di montaggio verticale dove avveniva il collaudo delle automobili costruite e assemblate nei 5 piani sottostanti. 2 La scocca di una 1500 montata sullo chassis. Nella “fabbrica automatica” l’avanzato sistema di convogliatori, che gli operai chiamavano giostra, trasportava i pezzi lungo binari appesi al soffitto. 3 Donato De Palma durante l’intervista. Classe 1935, ha lavorato al Lingotto dal 1967 fino alla chiusura della fabbrica nel 1982 (foto M. Dematteis).

maggio 1923 inaugurazione dello stabilimento del Lingotto alla presenza di Re Vittorio Emanuele III. Un anonimo cronista de La Stampa definiva “gironi o gerarchie” i 5 piani della fabbrica che introduceva in Italia la catena di montaggio. A ottobre dello stesso anno, dopo la visita di Mussolini, sulle pagine del quotidiano, il processo produttivo diventava “un lungo e complesso cordone intestinale che afferra e affina e assimila il continuo nutrimento”. Come veniva invece definita dagli operai la fabbrica che, al di fuori dei severi muri di cemento armato, evocava immagini infernali, addirittura scatologiche? Coloro che in prima persona subivano i ritmi faticosi e la monotonia del lavoro attribuivano alle celle di produzione meccanizzata un termine giocoso, simbolo di svago e divertimento: la giostra. La direzione e i quadri intermedi non gradivano il “volgarissimo epiteto”. Il 10 aprile 1967 Donato De Palma varcava i cancelli del Lingotto per il suo primo giorno di lavoro e veniva assegnato alla giostra dove si assemblavano i sedili della 500 e della 600, quarto piano lato via Nizza. «Si lavorava in 6 o 7 lungo una rotaia a forma di ellisse appesa al soffitto. Il primo della catena scaricava il sedile finito e caricava la nuova scocca da montare. Si applicavano le molle, si tendevano e infine si posizionava il copri sedile. Ogni operazione durava all’incirca 20 secondi, producevamo 130 sedili l’ora, che per 8 ore di lavoro fa oltre mille. Che dolore alle dita, nei primi giorni, quando ancora non si erano formati i calli». De Palma, classe 1935, ormai in pensione da 15 anni, ripercorre con entusiasmo i ricordi di una vita trascorsa nella pancia del Lingotto, fino alla sua chiusura nel 1982. Lo scorrere del tempo ha prodotto nella sua memoria un sano distacco dalla fatica e dagli incessanti ritmi del lavoro alla catena. Anni di abnegazione, di rivendicazioni e sogni di un futuro migliore si ricompongono oggi in un’epopea che De Palma ricostruisce con la consapevolezza di aver partecipato attivamente alla storia del suo paese e di una città che finalmente sente propria. L’uomo giunto a Torino con un bagaglio di pochi vestiti e il diploma di terza elementare ha liberato l’energia ac-

cumulata e repressa in anni di dedizione per il lavoro, la famiglia e l’attività sindacale frequentando assiduamente l’Università Popolare, il Circolo dei Lettori e giungendo a comporre un proprio libro di poesie. Anche le tappe più dure hanno costellato un percorso il cui bilancio, alla soglia degli 80 anni, non può che essere positivo. Come è arrivato alla Fiat? Nacqui a Pago Veiano in provincia di Benevento da una famiglia contadina, iniziai a lavorare nei campi con mio padre. Non ci mancava nulla, ma di soldi non se ne portavano a casa. Così, dopo essermi sposato, con l’arrivo dei figli decisi di iscrivermi alle liste di collocamento. Fui chiamato nel 1962 alla Volkswagen di Wolfsburg in Germania. Intanto mia moglie mi scrisse che i carabinieri avevano effettuato una serie di indagini sulla mia condotta per conto della Fiat, così tornai a casa nella speranza di un’assunzione in Italia. Passarono ancora degli anni durante i quali emigrai in Svizzera a fare il muratore e, finalmente il 4 aprile 1967, fui convocato a Torino per la selezione. Come si svolse il colloquio di lavoro? Mi presentai in Via Tiziano dove c’era una grande folla in attesa, dal momento che nell’arco della primavera la Fiat voleva assumere 12 mila operai. Ci fecero un test attitudinale, la visita medica e un esame per valutare la forza fisica. Come era organizzato il lavoro a quei tempi? C’erano due turni, il primo dalle 6 alle 14.30 e il secondo dalle 14.45 alle 23.15, si lavorava 6 giorni alla settimana, sabato compreso. La pausa pranzo di 30 minuti era alle 12 per il primo turno e alle 20 per il secondo. Ci si portava il baracchino che a inizio turno lasciavamo nello scaldavivande. A metà del turno passava l’omino, con un fusto di caffè appeso al collo: una tazzina costava 25 lire. Sulla pausa caffè ci fu uno scontro con i capisquadra: volevano che la produzione continuasse senza sosta. Ma noi mica potevamo lavorare con la tazzina di caffè in mano! Continua sul n. 1 >> 05

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lingotto, 90 anni di storia

La doppia rivoluzione Marco Revelli

Produttività e organizzazione razionale dello spazio irrompono appena fuori dal contesto urbano introducendo, per la prima volta in Italia, il modello americano della “fabbrica totale”

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l Lingotto è sicuramente la prima fabbrica italiana pensata e costruita sul modello “fordista”: a immagine e somiglianza degli stabilimenti che Henry Ford era andato inventando a Detroit a partire dal secondo decennio del Novecento. E come tale fu percepito dai contemporanei: come un evento rivoluzionario. Una rivoluzione produttiva, certamente, ma anche una rivoluzione spaziale. Per le sue dimensioni in primo luogo: gigantesche. Concepite per inglobare all’interno dello stesso recinto tutto quello che nel modello produttivo precedente stava disperso nel territorio circostante. Si pensi che il solo fabbricato degli uffici - la "calotta cranica" da cui si dipartiva il "sistema nervoso" che comandava la fabbrica  -, occupava una superficie di quasi 10.000 metri quadrati (più grande dell’intero stabilimento precedente di Corso Dante) e includeva la dotazione di 500 telefoni automatici, un ufficio postale e telegrafico oltre a una mensa capace di fornire pasti a 800 impiegati, che lo facevano assomigliare al centro di una metropoli. L'area rettangolare delle Officine di Smistamento, poi, misurava 160 metri di lato, parallelo alla ferrovia, per 96, con il gigantesco carro-ponte da 20 tonnellate in grado di coprire l'intero spazio scorrendo sulle rotaie sopraelevate a 8 metri d'altezza, e accanto ad essa si protendeva, in successione prospettica - con una facciata di 507 metri e mezzo, e una larghezza di 80,5 - il fabbricato delle lavorazioni meccaniche e carrozzerie per automobili. Un “mostro”, dunque, rispondente a una concezione dello spazio radicalmente nuova, newtoniana, potremmo dire, pensata

per garantire il libero dispiegarsi del flusso produttivo secondo criteri di assoluta razionalità, senza intoppi, tempi morti, inutili détour. Uno spazio “totale”, per così dire, sigillato verso l’esterno, circondato da mura sorvegliate da guardiani, ai cui cancelli d’ingresso le sbarre mobili e i rigidi controlli facevano pensare alla frontiera di uno Stato. E in quanto spazio “totale” Lingotto irrompe e s’impone – come una gigantesca astronave aliena – sul territorio d’insediamento,

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nell’omonimo borgo – circa 3 chilometri fuori dalla cinta daziaria verso la Barriera di Nizza – dove segna una cesura netta con la geografia produttiva d’ancien régime che aveva dominato fino ad allora, molteplice e concreta, frastagliata e plurale, producendovi una brutale semplificazione. L’effetto è quello di una spietata riduzione al proprio “spazio vuoto” della complessa struttura sociale precedente, intessuta di un reticolo d’insediamenti denso ed eterogeneo, frutto di una lenta accumulazione temporale di forme economiche e figure sociali pre o proto-capitalistiche. Come ci ricorda Carlo Olmo, in uno splendido saggio storico, nei 378.000 mq acquisiti tra il 29 ottobre 1915 (data della prima transazione) e il 22 maggio 1923 (data dell’inaugurazione dello stabilimento alla presenza del Re), accanto a residenze nobiliari – come la villa Robilant, col suo vasto parco, – e a fondi agricoli, testimonianza di antiche strategie d’investimento terriero, convivono «case coloniche con spazi a destinazione produttiva, edifici propriamente industriali, rustici trasformati a residenza e laboratorio artigianale». E poi case d’abitazione di «braccianti e contadini, tessitori di

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1 L’affilatura degli utensili. L’intero ciclo produttivo, razionalizzato secondo il modello tayloristico, avveniva all’interno della struttura.

2 Gli operai alla fresatura simboleggiano il lavoro nel comparto metalmeccanico.

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tele metalliche e panettieri». Un «vecchio molino, che da molti anni macina[va] il grano del piano circostante e della collina». La «cappella campestre, detta il Giairin» circondata da olmi centenari, oltre a un certo numero di piccole osterie «meta dei “cartôné” che andavano e venivano dai mercati agricoli e di bestiame di Moncalieri». «Una società nascosta, detentrice di diritti e forme di reddito estranee al ciclo industriale», protagonista di forme di “economia morale” irriducibili alla pura logica di mercato introdotta dalla nascente industria, che eserciterà – nell’opposizione agli esproprii e nelle molteplici cause che costellano il processo di acquisizione dell’area – un’estrema, residua resistenza in fondo non così dissimile dalla tenace rivendicazione di autonomia della nascente forza lavoro. Di una “classe operaia” ancora implicata nella propria multiforme qualificazione artigianale o nella propria origine rurale, e anch’essa destinata ad essere ingoiata (“disciplinata”) nello spazio astratto e assoluto della “fabbrica di tipo americano”, non senza, tuttavia, aver espresso nelle proprie lotte un potenziale culturale alternativo, della cui eredità vivrà in ampia misura l’intera vicenda politica e sociale novecentesca.

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il Lingotto irrompe e s’impone circa 3 chilometri fuori dalla cinta daziaria verso la Barriera di nizza, dove segna una cesura netta con la geografia produttiva che aveva dominato fino ad allora, molteplice e concreta, frastagliata e plurale, producendovi una brutale semplificazione è appunto a quel “potenziale culturale”, interno all’apparato industriale ma conflittuale, che Antonio Gramsci pensava, quando sostenne l’utilità di studiare «la fabbrica capitalista come forma necessaria della classe operaia, come organismo politico, come “territorio nazionale” dell’autogoverno operaio».

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3 Balilla e Ardita nel reparto finizioni. Tra poco le autovetture saranno pronte per il collaudo sul tetto.

4 In catena di montaggio non vi era preclusione per le donne a cui non erano risparmiati lavori di fatica.

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lingotto, 90 anni di storia

L’astronave in mezzo alle campagne Antonio De Rossi

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ertainement l’un des spectacles les plus impressionnants que l’industrie ait jamais offert», scrive Le Corbusier nel suo libro Vers une architecture del 1923. E indubbiamente l’infinita facciata lunga più di mezzo chilometro, le futuristiche rampe elicoidali che conducono alla pista di prova delle autovetture posta sul tetto, rendono ai nostri occhi lo stabilimento della Fiat Lingotto una specie di unicum per molti versi straordinario. L’organizzazione lineare dello spazio produttivo riprende quella degli stabilimenti statunitensi, dove la costruzione delle auto procede dal basso verso l’alto perseguendo un ciclo specializzato e integrato.

Per ben due volte l’architettura futuristica del Lingotto, prima astronave in mezzo alle campagne, poi pachiderma morente, poi volto della metropoli senza fabbrica, ha accompagnato i sogni e le ansie della torino più innovativa, dirompente, contraddittoria. il Lingotto è la metafora della città Ma il Lingotto è forse prima di tutto una sorta di materializzazione di un sogno, che pare incarnare senza scarti – anche se in realtà il processo di costruzione è assai frammentato e complesso – il mito della moder-

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1 L’architetto ginevrino Le Corbusier, maestro del Movimento Moderno, visitò il Lingotto nel 1925 e lo definì “un documento per l’urbanistica”. 2 Lo stabilimento del Lingotto fu costruito in un’area per lo più disabitata e a forte vocazione agricola. Sullo sfondo il Po e la collina di Moncalieri.

nità, e la quintessenza dello spirito fordista: una griglia ossessiva di pilastri, posti su un reticolo di 6 per 6 metri, che si spinge in ogni direzione, ridisegnando in senso geometrico e macchinista lo spazio della città e conseguentemente la vita degli uomini. Fa venire in mente un brano del romanzo Piove all’insù di Luca Rastello, che coglie con un’immagine fulminante la matrice della Torino novecentesca: «Strade diritte, così lunghe che puoi vedere l’orizzonte, nelle belle giornate. Partono dal centro della città e vanno a Nizza, a Milano e in Francia o a Leningrado. Corrono parallele alle linee di Mirafiori e del Lingotto e di Rivalta, e parallele a quelle linee corrono le vite di Torino». I tempi della fabbrica, gli spazi dell’industria, modellano a propria misura la struttura e il funzionamento della città. Ma la vicenda del Lingotto è anche, e forse soprattutto, una storia di uomini. I mitici “battilastra” della fase iniziale, élite operaia e avanguardia politica con cui la dirigenza della fabbrica è costretta sovente a fare i conti prima dei decenni dell’omologazione dell’operaio-massa. E poi gli ingegneri, i costruttori. Giacomo Matté Trucco, che progetta l’edificio e che sembra anticipare figure idealtipiche come quella di Vittorio Bonadè Bottino, ingegnere di fiducia del senatore Giovanni Agnelli e futuro progettista di Sestriere e dello stabilimento di Mirafiori. Giovanni Antonio Porcheddu, che realizza la costruzione utilizzando quel brevetto Hennebique per la realizzazione di strutture in conglomerato cementizio armato di cui è concessionario per l’Italia. Anche dopo la nascita di Mirafiori – città delle macchine giustapposta alla città degli uomini –, in fondo il Lingotto continuerà

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L’organizzazione lineare dello spazio produttivo riprende quella degli stabilimenti statunitensi, dove la costruzione delle auto procede dal basso verso l’alto perseguendo un ciclo specializzato e integrato per decenni ad essere la vera misura di Torino. Ma quando dopo più di mezzo secolo di vita, nel 1980, passeranno lungo l’interminabile muro di cinta di via Nizza i cortei operai dei “35 giorni”, lo stabilimento è oramai una sorta di pachiderma morente incagliato nella sabbia, simbolo dell’esaurirsi della ville industrielle novecentesca. Quando tutto sembra finito, al Lingotto viene affidato il ruolo di incarnare i nuovi sogni di Torino, una città che ridisegna se stessa alla luce delle mitografie contemporanee della tecnologia e dell’innovazione. Al centro, ancora una volta, figure e vicende di uomini. Innanzitutto l’architetto Renzo Piano, che con un progetto di grande sensibilità e intelligenza tattica prefigura uno spazio che rompe i confini della fabbrica, che penetra nel tessuto urbano, intrecciando al proprio interno destinazioni d’uso e funzioni differenti. Quasi la metafora di una città che dopo un secolo di monofunzionalità industriale vuole aprirsi e assumere identità molteplici. Del resto è

proprio Piano che parla del Lingotto come di «un genuino pezzo di città». In realtà non si tratterà di un percorso lineare, e anche in questo l’analogia con Torino è fin troppo facile: vecchie e nuove funzioni si alternano a ritmo serrato, e la sintesi non avviene nei tempi inizialmente immaginati. Ma la Fiera del Libro e il Salone del Gusto indicano una strada, come anche il corso di laurea in Ingegneria dell’autoveicolo, mostrando la natura laboratoriale del nuovo Lingotto. Ed è una strada che alla fine ha preso proprie sembianze e convinzioni. Alla fine di queste righe non si può fare a meno di notare come la medesima architettura sia diventata simbolo e immagine stessa di una città per ben due volte, esprimendone – nel bene e nel male, ovviamente – progettualità e immaginari. Evento rarissimo, che rende il Lingotto un edificio per molti versi straordinario, senza per questo essere costretti a evocare l’immagine un po’ frusta dell’Araba fenice. 09

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Primo Levi il testimone di una città

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anni fa moriva suicida Primo Levi, testimone ideale di Torino, la città in cui non aveva mai smesso di abitare. Più che una scomparsa era la conferma di una presenza insostituibile, che tra i molti doni ci consegna la più umoristica – come disse Massimo Mila – rappresentazione dell’etica piemontese del lavoro, impersonata dal libero operaio Faussone

Primo Levi

1919: nasce a Torino 1937: si diploma al liceo classico Massimo d’Azeglio 1941: si laurea a pieni voti con una tesi in Chimica. Sul diploma si precisa: “di razza ebraica” 1943: catturato a Brusson, trasferito al campo di raccolta di Fossoli, deportato ad Auschwitz 1947: pubblica Se questo è un uomo sull’esperienza del lager; ottiene un discreto successo di critica ma non di vendita 1963: La tregua vince la prima edizione del Premio Campiello 1978: La chiave a stella vince il Premio Strega 1982: Se non ora, quando vince il Premio Viareggio 1986: esce il libro forse più definitivo: I sommersi e i salvati 1987: muore suicida nella sua casa torinese

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ono ormai venticinque gli anni trascorsi da quel mattino dell’11 aprile quando cominciò a circolare la notizia del suicidio di Primo Levi. Notizia tanto più incredibile per uno scrittore metodico e prudente che aveva sempre dato di sé un’immagine di solida tenuta umana e di grande razionalità, diventando il testimone ideale di Torino, la città in cui non aveva mai smesso di abitare: l’immagine emblematica della discrezione, del lavoro preciso, della geometria, della democrazia, del legame etico tra tecnica e scienza. Alla curiosità scientifica l’aveva avviato il padre, diffidente di Salgari ed estimatore di Verne, regalandogli libri di divulgazione, procurandogli un microscopio e una macchinetta da proiezione. Alla curiosità della chimica ci

arrivò da sé, continuando a cercare per conto suo l’«architettura delle cose», come nel testo di William Braggs che era stato tradotto da Mondadori nel ’34 e che Levi inserirà tra le sue letture fondamentali nell’antologia La ricerca delle radici (1981), sintetica summa delle sue letture nutritive. Tra le anse del greco e del latino, di cui apprezzava più le grammatiche che la letteratura, lui sgattaiolò più fortemente attratto da qualcos’altro che gli parve di trovare non nelle vertigini della fisica interpretata da quello che chiama l’Assistente (nel racconto Potassio, uno dei ventuno che compongono Il Sistema Periodico, magnifica storia autobiografica di una vita e di un mestiere), ma nella solidità della chimica “appiedata” che tocca con mano, pesa, odora, misura, confronta e usa un linguaggio essenziale.

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All’ombra dei minareti del Valentino si laureò il 12 giugno 1941 con una tesi compilativa in chimica pura (L’inversione di Walden) di cui fu relatore il professor Giacomo Ponzio, poi ricordato nel racconto Zinco. La tesi sperimentale gli era stata negata a causa della sua condizione di appartenente alla “razza ebraica” (come sta scritto anche sul certificato di laurea), ma Levi avrà sempre di che essere grato all’insegnamento ricevuto. In Lager fu un manuale a venirgli incontro nell’esame più duro della vita. Lo Häftling 174 517 che incontra lo sprezzante Doctor Pannwitz, ma soprattutto il salvifico testo di Chimica Organica Pratica di Ludwig Gattermannn (sulla soglia dei morti un Gattermann «in tutto identico a quello su cui studiavo in Italia, in quarto anno, a casa mia»). Soldati immutabilmente girovago, Lalla Romano e Natalia Ginzburg stabilmente emigrate, Levi era ormai diventato un’importante figura di riferimento. Lui più torinese di Calvino che pure sotto la Mole aveva vissuto un bel tratto di vita. Lui più stanziale di Arpino che pure abitava dalle sue stesse parti. Ma d’un tratto parve che qualcosa cedesse di schianto e la notizia della sua improvvisa scomparsa poté essere letta, lì per lì, come la conferma di un sospetto che proprio Calvino aveva a più riprese sottolineato. Torino vista come una città in cui il rischio di impazzire non è minore che altrove. A venticinque anni di distanza, la parola “suicidio” continua tuttavia a imbarazzare,

anche se ogni anniversario ha senso solo se sa rompere il gesso delle commemorazioni o delle celebrazioni (vale a dire delle occasioni obbligate), andando oltre i fragili confini delle motivazioni di superficie, per aprire un varco che dia fiato al futuro. E perché questo accada non importa come uno scrittore muore, in un certo senso non importa nemmeno che sia vivo. Importa ciò che vive nella sua opera. Importa coglierne gli avvisi, il senso di una memoria che sappia attingere al suo passato per attraversare la liquida fanghiglia di un presente su cui si può restare appiattiti come i Muselmanner del

Non importa come uno scrittore muore, importa ciò che vive nella sua opera. Importa coglierne gli avvisi, il senso di una memoria che sappia attingere al suo passato per attraversare la liquida fanghiglia di un presente su cui si può restare appiattiti come i Muselmanner del Lager

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Lager, i prigionieri irreversibilmente esausti. Al di là dei “pettegolezzi” che si possono fare sul suicidio, nell’opera di Levi la vita è infatti resistentissima. Né deve stupire il giudizio illuminante e bruciante di Massimo Mila, dettato a poche ore dalla morte: «Parrà un’enormità, ma se mi chiedessero di definire con una sola parola lo scrittore, direi che era un umorista». Lettore di Rabelais e di Folengo, Primo Levi aveva una vena ludica, era aperto ai giochi di parola e ai giochi enigmistici, sapeva costruire palindromi e rebus, sapeva intingere nell’umorismo le sue pagine migliori: pagine un po’ ovunque, pagine di tanti racconti fantastici (come dimenticare Il Versificatore? Come La bella addormentata nel frigo?), pagine che fanno capolino dai suoi titoli maggiori. L’opera di Levi resta legata al segno drammatico delle testimonianze di guerra, ma va oltre ogni pur necessario esercizio di recinzione. Se questo è un uomo (1947 e poi 1958) narra l’esperienza del Lager, La tregua (1963) il periplo infinito del ritorno. E proprio per questi libri Levi ha parlato più volte di potere terapeutico della scrittura, della possibilità di comunicare con la scrittura il fondo dell’uomo: le larve stralunate delle vittime, i riti «infiniti e insensati» dei carnefici, il comune magma di morte in cui gli uni e le altre s’intricano. Tema fondamentale su cui lo scrittore non ha mai smesso di riflettere: poeticamente soprattutto nelle ancor troppo sottovalutate poesie di Ad ora incerta (1984), saggisticamente fino alla sua ultima e più tragica prova, I sommersi e i salvati (1986), uno dei più importanti passaggi letterari del Novecento. Importante per tante ragioni. Perché è un libro lungamente meditato ma scritto con cruda evidenza sull’orlo (leopardiano) dell’“orrido” abisso. Perché in tempi di post-moderno restituisce prossimità a un passato che i molti revisionismi tendono a ricacciare nell’oblio. Perché va oltre gli schemi del giudizio più elementare o manicheo. Perché scava lucidamente nei labirinti di quella “zona grigia” che appartiene alla contraddittorietà dell’esistere, ai tratti più ambigui e insondabili della coscienza umana. Perché è il libro di un moralista classico (come Pascal, come Manzoni), scritto «col massimo rigore e col minimo ingombro». Perché apre drammaticamente – nel Lager e al di là del Lager – squarci lucidi e disperati sulla nostra condizione. Opera viva – quella di Levi – perché i suoi

titoli fondamentali continuano a essere letti. Ma viva soprattutto perché la ricerca dolorosa del dare senso all’insensato da quei titoli continua a parlare oltre ogni umana vicissitudine. E anche oltre ogni umana ipocrisia: ossia non nascondendo nulla dell’offesa che l’uomo può fare all’uomo, nulla della sofferenza che costa il vivere, persino del sopruso che gli appartiene. Tutto Levi si può leggere in una sorta di doppio filo incrociato. Da un lato i libri in cui prevale nettamente una volontà di chiarezza e d’ordine, di moralità e di ragione; dall’altro la spinta uguale e contraria dell’enigma e delle tenebre, l’infezione cosmica dell’annientamento. Da un lato libri come Il Sistema Periodico (1975), La chiave a stella (1978), Se non ora, quando? (1982); dall’altro i racconti di quotidiana fantascien-

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La storia dell’operaio Libertino (Tino) Faussone, individualista, curioso, altamente specializzato, che con la sua chiave a stella monta tralicci in ogni parte del mondo, non è fatta certo per piacere ai duri e ai puri del sindacalismo più negativista e meno che mai all’astratto polemismo egualitario degli studenti che cavalcano l’onda sessantottina

La regione del rusco «L’argomento era centrale, e mi sono accorto che Faussone lo sapeva. Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo». Primo Levi (da “La chiave a stella”, Einaudi, Torino, 1978)

1 Il volto severo di Primo Levi nacondeva uno sguardo umoristico e una visione amaramente ironica dell’umanità. 2 Un’immagine inconsueta di Primo Levi, alla fine degli anni Trenta (Museo Diffuso della Resistenza, Torino)

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za che compongono il dittico delle innaturali Storie naturali (1967) e del congenito Vizio di forma (1971). Di tutti La chiave a stella è il libro forse più ibrido e felice: quello che Levi scrisse con maggiore allegria. Un libro che sembra condensare le ragioni più intime e segrete di una vita. Partorito dal cuore degli anni Settanta, nel pieno delle polemiche ideologico-politiche, delle controversie sindacali, della conflittualità permanente, del terrorismo più efferato, la storia dell’operaio Libertino (Tino) Faussone, individualista, curioso, altamente specializzato, che con la sua chiave a stella monta tralicci in ogni parte del mondo, non è fatta certo per piacere ai duri e ai puri del

sindacalismo più negativista e meno che mai all’astratto polemismo egualitario degli studenti che cavalcano l’onda sessantottina. Tra gli uni e gli altri libri, tra ragione e trasgressione, tra ordine e caos, stanno gli interventi che Levi è venuto pubblicando via via sul quotidiano torinese La Stampa e che sono stati raccolti per sezioni in Lilìt e altri racconti (1981) e in L’altrui mestiere (1984), oltre che in due libri specifici, Racconti e saggi (1986) e – postumo e recentissimo – Il fabbricante di specchi (2007). Essi testimoniano, nella chiara misura di una scrittura sempre molto vigilata, il legame insuperabile e irredimibile con l’offesa, l’inesorabile ripetersi dell’angoscia

che non finisce mai di tornare. Come del resto accade fin dall’avviso primario di Se questo è un uomo: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager». Qual è il suicidio che potrà mai smentire questa verità? Quale anniversario non convenzionale potrà mai dimenticarla?

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Turin Rubrica

STOrIE DI COLLINa

La collina resistente Simone Bobbio

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n principio i boschi e le campagne erano risorse fondamentali per la vita e l’economia della Collina torinese. È necessario un piccolo sforzo della fantasia per immaginare, al posto delle villette residenziali, campi, vigne e boschi ben tenuti dal lavoro dei contadini. A Pino Torinese, tra ville settecentesche e palazzi anni ’70, il contrasto è più forte che mai, ma si individuano ancora oggi piccoli angoli di una campagna che non ha abdicato al suo ruolo. Poco oltre l’uscita del traforo e il cosiddetto villaggio satellite, esempio di edilizia residenziale anni ’60, e proseguendo in discesa, ci si ritrova nuovamente in aperta campagna. All’altezza di un laghetto, sulla destra, si prende il viottolo sterrato che conduce alla cascina Ghivarello. Melchiorre Ghivarello mi accoglie nel cortile, dove ci sediamo al tavolo di pietra, all’ombra di una rigogliosa vite a pergola. Si stappa una bottiglia di Freisa raccolta, vinificata e imbottigliata in loco. Le caratteristiche sono quelle dei più pregiati vini di terroir, ma in realtà si tratta di una produ-

zione per l’autoconsumo e per le bicchierate con gli amici. Ghivarello è la memoria storica di questi luoghi. Immerso nella pace e tranquillità della sua cascina, ha vissuto tutti i cambiamenti che hanno portato la collina torinese ad assumere l’aspetto attuale. «La mia famiglia abita qui dal 1858. È per questo che, dopo la costruzione del traforo, quando è iniziata la grande espansione edilizia, ho deciso di tenermi la terra e di non vendere a chi l’avrebbe lottizzata per farne case. Non me ne facevo nulla dei soldi, la campagna mi fornisce tutto ciò di cui ho bisogno, oltre alla serenità». Quella di Ghivarello è stata una vera e propria resistenza al modello imperante del secondo dopoguerra. Oggi, l’ostinazione e la lungimiranza di scelte come la sua ci permettono di osservare direttamente la campagna così come appariva 50 anni fa ma, diversamente da un museo, la vita qui è continuata secondo i propri ritmi. «Prima della cementificazione la collina era costellata di ville e cascine. Le ville si anima-

Prima della cementificazione la collina era costellata di ville e cascine. Le ville si animavano in estate con l’arrivo dei villeggianti in fuga dalla calura cittadina. Le cascine più grandi erano padronali, avevano tra le 30 e le 50 giornate di terra coltivata dal mezzadro. Sui terreni della parte alta della collina cresceva la vite, mentre più in basso c’erano campi e prati per il fieno

vano in estate con l’arrivo dei villeggianti in fuga dalla calura cittadina. Erano principalmente donne, bambini e bambinaie che noi chiamavamo flapacussot, perché mangiavano con gusto la verdura fresca dell’orto. Le cascine più grandi erano padronali, avevano tra le 30 e le 50 giornate di terra coltivata dal mezzadro. Sui terreni della parte alta della collina cresceva la vite, mentre più in basso c’erano campi e prati per il fieno. Con l’abolizione della mezzadria le coltivazioni andarono ben presto in crisi e i signori iniziarono a vendere, generando una parcellizzazione del territorio che rese poi facile l’intervento dei costruttori. Le cascine più piccole, invece, venivano chiamate del pan fresc, perché non avevano terra buona e i contadini erano costretti a comprare tutto, persino il pane». Melchiorre Ghivarello racconta un mondo che non c’è più, una civiltà contadina che, pur nella durezza di una vita priva di agi e di beni materiali, sapeva garantire benessere e dignità. «Una volta i soldi non erano indispensabili e per vivere bastavano 10 giornate di terra e un paio di mucche. Il mio ricordo d’infanzia più vivo è il mercato di Porta Palazzo, dove si andava a vendere frutta e verdura, quando ne avanzava. Partivamo in piena notte, con il biroccio trainato dal cavallo perché ci volevano 3 ore solo all’andata; si scendeva da Reaglie e si prendeva corso Casale illuminato dai lampioni, dove il suono degli zoccoli del cavallo sul selciato rimbombava tra i muri delle case. Poi si imboc-

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Ieri Le cartoline d’epoca di Pino Torinese illustrano l’estensione dei terreni collinari destinati all’agricoltura e al bosco.

«La mia famiglia abita qui dal 1858. È per questo che, dopo la costruzione del traforo, quando è iniziata la grande espansione edilizia, ho deciso di tenermi la terra e di non vendere a chi l’avrebbe lottizzata per farne case. Non me ne facevo nulla dei soldi, la campagna mi fornisce tutto ciò di cui ho bisogno, oltre alla serenità» cava il controviale di corso Regina, perché il viale asfaltato era riservato alle automobili. Infine si giungeva al mercato giusto in tempo per vendere agli operai che passavano a riempire il baracchino prima di entrare in fabbrica. Allora la frutta e la verdura erano buone, non come oggi che si mangiano solo con gli occhi! Da Porta Palazzo non si portava a casa nulla, così il cavallo poteva affrontare la salita scarico, fermandosi a bere alla Madonna del Pilone e a Reaglie». Anche i boschi erano una rendita importante per la cascina Ghivarello, che si trova nel punto in cui i pendii più dolci

Oggi Melchiorre Ghivarello nella legnaia. Il bosco e la campagna possono ancora rappresentare una risorsa per la vita in collina (foto C. Matta).

del piano basale della collina incontrano le più erte pendenze culminando alla sommità dei bricchi, in particolare del Bric ‘dla Serra su cui si trova l’Osservatorio Astronomico. Questo è ora il confine tra il mondo della campagna e le zone residenziali, sorte dove fino a pochi anni fa iniziava il bosco. «Il bosco forniva la legna per scaldarsi in inverno, le fascine per il forno, i pali per la vigna e per l’orto. Il sottobosco era sempre ordinato, le foglie si usavano come lettiera per il bestiame e in primavera si mandavano al pascolo pecore e capre per ripulire da germogli e cespugli. Oggi quando vado a passeggiare nei boschi rimango sempre stupito dal disordine e da quante castagne e ghiande rimangono per terra mentre ai nostri tempi venivano raccolte tutte perché erano una risorsa: con le castagne si faceva la farina per

i cristiani, con le ghiande si nutrivano i crin. Ecco perché ci sono tutti questi cinghiali che sconfinano nei campi e rovinano tutto». C’è ancora chi manda il bestiame al pascolo nei boschi e nei prati della collina. Tra la primavera avanzata e l’estate capita spesso di imbattersi in mandrie di mucche o in greggi di pecore che brucano placidamente le rigogliose erbe delle radure. Provengono da Cascina Menzio, situata in strada Podio, non lontano da Cascina Ghivarello, azienda agricola specializzata in allevamento e produzione di latticini, formaggi e salumi. Il pascolo in collina permette agli animali di tornare ad alimentarsi di erba fresca, dopo il lungo inverno passato consumando fieno, e rappresenta la tappa intermedia prima della transumanza negli alpeggi di montagna. 15

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