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BIANCOSPORCO #5

NICOLO’ FAVARO


2. “Ora di ospedale.” “Hai ragione Olga, bisogna andare. Hai la macchina della asl?” “Sì, me dato loro, però poi non so se lasciano, tu che dici?” “Non lo so, forse finché lavori per loro te la lasciano. Quindi io sono il tuo primo paziente?” “In Italia sì, in mio paese sono infermiera professionista laureata, lì lavoravo in terme di Costanza.” “Non capirmi male … ma perché non sei rimasta là?” 36

“Non pensavo tu eri italiano razzista!” “Ecco, no, non lo sono, te lo chiedevo solo per curiosità.” “Tu perché vivi in Italia?” “Ci sono nato.” “E non sei mai stato curioso di vedere altro?” Claudio non sa che rispondere, comunque no, fino a un po’ di tempo fa non lo era affatto. “Preparo vestiti per andare in ospedale, cosa ti prendo?” “Faccio da me Olga, ce la faccio a camminare.” “Non fare stupido, io pagata per curare te.” “Come vuoi Olga. Prendimi la camicia rossa e i jeans allora.” “Questo e questo?”


“Sì, grazie.” Claudio si sente un bambino nelle forti mani di Olga e a stento trattiene l’erezione quando per infilargli i pantaloni Olga lo tocca. “Non fatto apposta, scusa.” Claudio sta zitto, ma vorrebbe ringraziarla. “Su, andiamo. Tu vai verso porta che io chiamo ascensore.” “Io vado Alberto, è stato un piacere conoscerti.” “Non vuoi nemmeno il mio numero di telefono?” Maria ci pensa un po’, Alberto scrive il suo numero su un post-it. “Eccolo, facci quello che vuoi.”

“Grazie Alberto, in un altro momento forse …” “Aspetterò un altro momento.” “Va bene, vado sennò perdo l’autobus, ciao.” I due si salutano con baci sulle guance, entrambi sentono qualcosa di molto teso, di molto stimolante. Maria, colta alla sprovvista da quella sensazione, si ritrae di scatto. Per un attimo ha sentito qualcosa di elettrico e potente, qualcosa che non sentiva da molto tempo. La situazione di certo non era delle più romantiche: la sala di accettazione di un pronto soccorso, le luci fredde dei neon, la confusione, l’attesa e le paure, eppure, per un attimo si è sentita altrove, ragazzina, con 37


lo stomaco vuoto e la testa piena di scintille. Alberto la guarda preoccupato, non capisce cosa Maria stia provando, ma ha un buon sapore sulle labbra e l’odore di donna nel naso. Quello che sente lo fa vibrare su corde invisibili che lo portano dall’alto al basso e lo scuotono in tutte le direzioni. Strano come i sentimenti a volte si sveglino, è come quando ti fai male al mignolo del piede e solo allora ti ricordi di avere un mignolo. Troppe cose si danno per perse, per scontate, ma la sorpresa è un killer molto capace, inarrestabile, a volte pure pericoloso. Di certo questa volta lo era. “Non so come si chiama, so che era molto 38

arrabbiato con questo signore e che lo aveva licenziato ieri mattina.” Cinzia è ancora sconvolta, ha le idee confuse e il corpo indolenzito, non capisce perché deve stare la a parlare con quei due mentre suo marito è appeso tra la vita e la morte. “Torniamo a ieri notte. È proprio sicura di non ricordarsi niente?” Antonio guarda il suo collega e si chiede perché non lascia in pace quella povera donna che vorrebbe solo dimenticare e accudire il marito. Deve ancora imparare molto sul mestiere di carabiniere. “Ve lo ripeto, eravamo in salotto, guardavamo la televisione, una puntata di un telefilm per


la precisione, quando ho sentito un rumore dietro al divano, mi sono girata e sono stata colpita, penso, perché da lì non ho più alcun ricordo.” “Signora…Cinzia, faccia uno sforzo. Qui stiamo parlando di una rapina con l’aggravante dell’aggressione e dello stu … della violenza, anche il più piccolo dettaglio potrebbe esserci d’aiuto.” Ecco, Cinzia ora non ne può più per davvero, ma che vogliono questi qua? Si chiede e si smarrisce, vuole essere altrove, vuole scappare via, vuole cambiare canale. “Ma come glielo devo dire! Mi sembra di stare in un brutto film e voi mi sembrate la fotocopia di quei carabinieri stupidi che si vedono in tv!”

“Signora si controlli! Stiamo solo cercando di aiutarla.” Cinzia è paonazza e non ascolta più. Per fortuna in suo soccorso arriva un medico con l’aria serena che la prende per un braccio e la solleva delicatamente. “Signora Montagnani?” “Mi dica.” “Ho buone notizie sulla salute di suo marito, sta meglio. È in coma farmacologico ma se continua così potremo svegliarlo entro domani mattina. Facendo i dovuti scongiuri, il peggio è passato.” “Oh grazie dottore! La ringrazio di cuore! Posso andare a vederlo?” 39


“Certo signora, l’accompagno.” “Posso andare agente?” Antonio blocca sul nascere le ritrosie del suo superiore, alzandosi in piedi e parlando a voce alta. “Vada vada, non si preoccupi. Se le viene in mente qualche cosa ci chiami subito.” “Certo, certo, lo farò senz’altro.” Antonio guarda il suo collega, il suo collega guarda altrove. Forse la sua insubordinazione lo ha fatto arrabbiare, ma non ne poteva più di quel supplizio. Abbassa la testa in segno di rispetto e chiede al collega: “Che ne pensi?” “Non lo so, forse i soliti rumeni.” 40

“E quel tipo licenziato?” “Dovremmo chiarire, andiamo all’ufficio.” “Certo.” Antonio prima di arruolarsi aveva degli ideali. Pensava di sapere cosa fosse giusto e cosa sbagliato, odiava gli sbirri e gli piaceva farsi dei gran cannoni giocando alla playstation. Poi le cose cambiarono, la crisi gli tolse il sostegno economico e dovette lasciare idee e università chiuse in un cassetto. Una zia che lavora al ministero disse a sua madre del concorso per carabinieri e tutto accadde in modo velocissimo e suo malgrado. Pensava di poter cambiare qualcosa, di portare un vento nuovo nell’arma, fatto di comprensione


e benevolenza, ma l’unica cosa che riuscì a fare fu dire signor sì e mettersi in riga. Poco per volta perse tutta la fiducia che nutriva nel genere umano, poco per volta divenne una macchina di servizio e il suo spirito si spense a favore dello spirito di gruppo, di squadra, di camerata che respirava ogni giorno, volente e sempre meno nolente. Ora che però era in servizio si rendeva sempre più conto che gli addestramenti, gli esercizi, le simulazioni non servivano a nulla, che il mondo era cattivo e che gli stereotipi il più delle volte erano reali. Prima stava dalla parte del ladro, ora che ne ha conosciuti fin troppi vorrebbe solo sbatterli in prigione e buttare la chiave, soprattutto con

gli stranieri, quei pezzenti che vengono ad infangare le nostre strade e sono capaci di commettere atti talmente brutti, talmente odiosi. Antonio ora, malgrado la pistola, malgrado la divisa, malgrado tutto, ha più paura di quanta ne avesse mai avuta. Segue il suo collega e spera di fare giustizia per quella povera donna, per se stesso e per la sua patria. “Certo signor Ricci, il medico la sta aspettando.” Alberto odia Claudio e questo, ora che lo ha visto, è un dato di fatto. Quel coglione mingherlino nemmeno sa che la sua ragazza 41


lo sta cercando e poi l’incidente. Dico io, come si fa ad andare a sbattere contro un camion fermo. Stupido, rachitico e con l’aria strafottente, come fa Maria a stare con questo qua. Alberto se lo chiede ma non sa darsi risposte, non sa capacitarsi e ora prova verso Maria un misto di compassione e repulsione e non vuole ammettere a se stesso di esserne innamorato. Il solo pensiero lo fa vacillare, lo fa pensare a sua madre che lo aspetta a casa, che vive per lui e che non ha nessun altro al mondo all’infuori di suo figlio. Alberto non va con una donna da molto tempo e comunque tutte quelle che ha presentato a sua madre alla fine sono risultate solo delle inutili troiette. 42

Ha paura Alberto e ha paura di avere paura. Soprattutto dei suoi sentimenti, soprattutto del rapporto che ha con sua madre, soprattutto di Maria e dei suoi occhi nocciola. La vuole ora e subito, non la vorrà mai. Ma ora, in fin dei conti, il problema è Claudio, anche per non averla, ma per avere una possibilità, Claudio va eliminato, cancellato, relegato in un angolo buio del passato di Maria. “Ecco il nostro eroe! Mi dica, come sta oggi?” “Non mi pare di essere troppo grave, ho dei pruriti continui ma riesco a sopportarli.” “Comunque… si spogli e si faccia controllare.” “Certo dottore.”


Olga è in sala d’attesa e aspetta Claudio per riportarlo a casa. Intanto legge “Chi” e non crede che la Belen si sia convertita al cattolicesimo. Le piace Claudio, lo trova strano ma affascinante. E poi le foto sono proprio belle. Pregusta il momento in cui tornerà a casa e potrà far vedere ai suoi amici e alla sua famiglia come è diventata, in fondo sono già tre anni che non li vede e a pensare ai primi due terribili anni passati lontano le viene un certo senso di nausea. Ma ora è un’altra storia, ora è Olga e fa un lavoro vero e può aiutare tutte le persone a cui vuole bene e soprattutto può non dover rinunciare più a niente. Un niente piccolo, si intende. Un

niente fatto di piccole cose e piccoli sogni che non vanno, non riescono andare al di là di una gonna presa in saldo. Olga è un po’ felice e sorride. “Incredibile! Lei mi deve dire come è possibile! Le sue ferite sono praticamente cicatrizzate …” “Non lo so dottore, mi dica lei.” “Dovrò farle delle analisi signor Ricci, torni qua domani mattina presto.” “Ci sono problemi dottore?” “No, ed è questo il problema. Lei dovrebbe stare molto peggio di così.” “E non è un bene?” “No. Potrebbe esserci una produzione 43


alterata di piastrine o altro. Si faccia fare le analisi e poi le diremo.” “Va bene dottore, vado?” “Vada, vada. E mi mandi Olga che le faccio il permesso per venirla a prendere anche domani.” “Permesso?” “Certo, sono io che devo autorizzarla ad uscire. Altrimenti le cade il regime di libertà vigilata.” “Tu finito medicazione?” “Sì Olga, ti vuole il dottore.” Maria ha la testa appoggiata al finestrino 44

dell’autobus. È uno di quelli moderni, con i finestrini bloccati e l’aria che condiziona costantemente. Si sente appesa e si chiede cosa stia facendo. Perché insegue Claudio in questo modo? Cosa la lega ancora a lui? Se lo chiede e se lo ripete ma non riesce a darsi una risposta. Si ricorda di quando prendevano l’autobus insieme a Bologna e di come provavano ad indovinare le storie dei loro colleghi di viaggio, pensa a quando facevano la fila per andare a vedere qualche regista sconosciuto che presentava un film sconosciuto al Lumiere, si ricorda le interminabili passeggiate sotto i portici e la pioggia che cadeva fuori, vedeva i sorrisi


maliziosi ed invitanti durante le cene con gli amici, quegli sguardi solo loro e solo per stuzzicarsi un po’. Vedeva tutto questo ma non era abbastanza. Le cose cambiano e più in fretta di quanto uno possa immaginare, nessun oggi è uguale ad un altro. E adesso che stava per incontrarlo, ferito e debole, non sapeva davvero cosa dover fare. Era partita per lasciarlo, ma farlo ora le sembrava un’infamia o qualcosa di peggio. Ecco, la fermata arriva sempre quando non ci vuole. Il palazzo di Claudio è di fronte a lei, il campanello sotto al suo dito, ma non ce la fa a premerlo. È pesante, è duro, è… “Buongiorno Maria, da quanto tempo non ci

si vede!” “Signora Giovanna! Come sta? Che mi racconta?” La signora Giovanna è la nonna che Maria non ha mai avuto e abita nell’appartamento sotto a quello di Claudio. “E che ti devo dire piccola mia, sempre le stesse. Piuttosto tu, dimmi dimmi, come è andata in Inghilterra?” “Bene, benissimo… ma ero in Spagna.” “Spagna, Inghilterra, sempre lontana eri! Fatti abbracciare un attimo!” Le forti mani di Giovanna abbracciano Maria, l’avvolgono, la coprono. Maria per la prima volta da quando è arrivata a Perugia si 45


sente bene e rimane appoggiata al petto di Giovanna. “Ti vuole proprio bene quel ragazzo, in questi mesi non ho mai visto entrare nessuno nel suo appartamento.” Maria stringe ancora Giovanna e piange un po’. Giovanna la guarda e non dice nulla, il suo sorriso caldo, i suoi capelli grigi raccolti, il suo stringerla parlano per lei. Maria tira su col naso, ricambia lo sguardo ma non riesce a trattenere una lacrima che le rotola sulla guancia e si ferma sulle labbra. Sa di sale, di tempi andati, di finito. Solo ora si accorge che esiste un prima e un dopo e di trovarsi nel dopo. Un dopo da affrontare a denti stretti e

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testa alta, adesso. “Vado su ora.” “Vai piccola, sono sicura che è la che ti aspetta.” Maria entra nel palazzo senza suonare, va verso l’ascensore e pigia il 5. Si guarda nello specchio ma non si vede, non si riconosce. La valigia che si porta appresso le sembra più pesante, sempre più pesante. L’immagine che ha davanti a sé è quella di una ragazza quasi donna, di una donna ancora ragazza, stanca, triste ed assonnata. Dove è finito il suo sorriso, dove ha perso la speranza? Da piccola pensava che ci fosse un mostro che le rubava i calzini solo per farla disperare, ora


il mostro si ruba le emozioni, si ruba pezzetti di anima. L’ascensore si apre e la getta nello stretto pianerottolo senza finestre dove si affacciano tre porte identiche. Davanti alla porta di Claudio trattiene il respiro e bussa. “Tutto bene da medico?” “Sì Olga, tutto bene, ma devo tornare domani. Mi accompagni ancora tu?” “Certo Claudio, io vengo a casa tua e poi accompagno.” Il tarlo della curiosità sta mangiando Claudio dall’interno. Cosa avrà fatto quella ragazza per finire in carcere, sarà una ladra, sarà una prostituta. È un po’ preoccupato ma è anche

molto intrigato. “Senti Olga ma tu … ecco insomma, che facevi qui in Italia prima di fare l’’infermiera?” “Io facevo badante, aiutavo donne anziane a fare la spesa, gli pulivo casa, tutte queste cose qua.” Mmm, forse ladra. “Posso fare anche per te questo fino a che tu stai male. Se vuoi oggi che torniamo ti preparo pranzo.” “Grazie Olga, in effetti non saprei proprio come fare con questo braccio.” “Io prendo dieci euro l’ora, ma per le due devo tornare in… casa mia.” “Certo Olga, non ti preoccupare. A che ora

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finisce il tuo turno per l’ospedale?” “Quando io riaccompagna te a casa, poi devi pagare tu.” “Va bene, allora oggi mi fai un paio d’ore. Puoi anche andare a farmi la spesa?” “Andiamo ora, so io posto.” Olga sterza bruscamente su una strada sulla sinistra e per poco Claudio non sbatte il braccio contro lo sportello. Claudio sorride e trova piacevole lasciarsi travolgere da questa ragazza. È piena di forza e di vita come forse lui non è mai stato, è energica e non ha paura di nulla. Sfacciata, ingenua, forse anche disponibile e l’idea non gli dispiace affatto. Fino a poco tempo fa avrebbe avuto paura di un tipo del genere, l’avrebbe evitato e forse 48

avrebbe usato il suo sarcasmo per prenderla in giro. Ma quello che provava ora era ammirazione. Guardava il mondo, le persone con occhi nuovi, o più semplicemente per la prima volta vedeva oltre il proprio naso, oltre le proprie scuse e i propri scudi, oltre il proprio ego, non aveva nulla da perdere e lo sentiva. Come si sentono le campane la domenica mattina. “Qui paghi meno, io non capisco voi italiani, qui stesse cose di coop ma paghi metà. Perché voi volete sempre cose più costose?” “Perché ci piace buttare via i soldi.” “Tu non buttare soldi, tu da me. Io so cosa fare con soldi.” “E cosa ci fai con i soldi?”


“Li mando a casa mia in Costanza, lì servono sempre e sono sempre pochi.” “Com’è Costanza?” “Oh … è bellissima, c’è mare ci sono terme e fa sempre caldo. Lì tutti stanno bene, è paese più ricco di Romania. Lì c’è mia famiglia, loro sono tanti e sempre allegri, a me manca molto loro.” “No, non mi manca …. Non mi manca.” “Maria! Lo sai anche tu che non è vero! Claudio ti vuole bene e tu ne vuoi a lui.” “Sì Giovanna, questo non è in discussione ma … non lo so qualcosa è cambiato, qualcosa si è rotto.” “E se si è rotto qualcosa lo riaggiusterete! Ma

dimmi un po’ piccola, non è che in Inghilterra lo hai … insomma hai capito no?” “No, non l’ho tradito in Spagna, ma forse sarebbe stato meglio se l’avessi fatto.” Maria lo dice senza un attimo di esitazione, tanto che ci crede quasi pure lei. “Ma che dici piccola, il tradimento non va mai bene.” “Lo so, ma vedi … c’era questa ... questo ragazzo che mi piaceva molto, molto davvero. Se magari ci andavo finiva là la storia ed invece … Invece mi sono trattenuta tutto il tempo e ogni volta che lo evitavo mi piaceva sempre di più e sempre di meno Claudio.” Strano come a volte le bugie entrino a far parte della realtà, sottopelle, insinuanti. 49


Maria si era così tante volte ripetuta quella storia che ora non faceva alcuna difficoltà a raccontarla, proprio come se fosse un fatto realmente accaduto. “Va beh piccola, ma ora non sei più in Ing… Spagna ora sei tornata e hai Claudio. Che vogliamo fare?” “Quindi che vuoi, queste o queste?” “Non lo so Olga, per me è uguale, scegli quelle che preferisci tu.” “Va bene Claudio, ma tu sempre così?” “Così come?” “Come uno che non decide, sempre me devo scegliere!” 50

“Sì, penso di essere uno così.” “No va bene allora! Tu devi sapere cosa è meglio per te!” “Ma io non so cosa è meglio, per me va bene tutto, basta che non devo pensare.” “E chi dice di pensare, tu devi fare!” Claudio ciondola dietro ad Olga, come un cieco dietro al suo cane. Olga è davvero fantastica. Oltre alla vita da vendere cui sopra ha anche gran bel culo. Mentre si avvicinano alla cassa le dimensioni del carrello stanno raggiungendo quelle di un treno merci. “Trentasette euro e quaranta.” “Ora tu paga io faccio buste. Visto che si spende poco?”


Visto, visto. Claudio era leggermente scioccato. Una spesa del genere alla coop sarebbe costata almeno il triplo. È vero, le cose che avevano preso erano tutte somiglianti a quello che prendeva di solito, ma non erano quelle che prendeva di solito. L’assaggio avrebbe fatto la differenza ma per ora, per adesso, quella somiglianza estranea era per Claudio una linfa nuova. Non gli importava di cosa fossero composte, se il macinato fosse veramente bovino o di qualche altro quadrupede, se la mozzarella potesse diventare blu o il vino essere fatto senza uva. Era come mettersi sotto al tavolo e guardare la stanza da un’altra prospettiva, lasciarsi sorprendere era il suo

nuovo mood. Un po’ era dubbioso, un altro po’ era elettrizzato. Il licenziamento, l’incidente, Olga. Dopo anni di vita piatta, di giorni tutti uguali, di canonizzazione, ora era nel primo giorno della sua nuova vita, lo sentiva, riusciva a vederlo.

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BIANCOSPORCO #5  

racconto a puntate (di nicolò favaro)

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