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BIANCOSPORCO #12

NICOLO’ FAVARO


Domenica. 1. “Che vorrebbe dire scomparso!?” Se prima Cinzia era depressa e abbattuta ora ribolle e non sa più cosa sia il reale. Era corsa in taxi da casa sua perché avevano notizie di suo marito, si era preparata al peggio e aveva sperato nel meglio ma questo non poteva proprio immaginarselo. Pareva infatti che l’infermiera preposta al cambio della flebo ed ai controlli di routine non avesse trovato suo marito, che fino a prova contraria doveva essere in coma, sul letto. “Signora si calmi, probabilmente è rinvenuto 134

e si trova in giro nell’ospedale da qualche parte. Tutti gli inservienti lo stanno cercando.” “Ma le pare normale che uno dopo due giorni di coma si alzi dal letto, si stacchi tutti i macchinari di dosso e vada a farsi un giro per l’ospedale?” “Beh veramente … ” Cinzia lancia un grido al cielo e si accascia sulle sue ginocchia, non piange, non ce la fa. Si dondola e cerca di pulire il cervello. “Signora non faccia così… venga, le do un calmante.” “Sìi… mi dia un calmante, me ne dia due, mi anestetizzi, mi uccida, mi faccia smettere di soffrire, mi dia una bastonata in testa, mi soffochi…”


Il dottore chiama a sé un paio di infermiere che alzano Cinzia da terra e l’accompagnano nella stanzina per le emergenze. Cinzia trascina i piedi ed ha lo sguardo perso, pare spenta. “Una sigaretta, datemi una sigaretta, voglio una sigaretta!!!” Il medico mette Cinzia seduta, le sente la fronte con la mano, le controlla occhi e gola con una torcetta e le prende le pulsazioni. “Signora, capisco la gravità della situazione ma così peggiora solo le cose.” Le fa un’iniezione di calmante e l’aiuta a stendersi sul lettino. “Una sigaretta, voglio solo una sigaretta.” “Non si preoccupi signora, quando si sveglierà potrà fumare tutto quello che desidera.” “Sì, sono un po’ stanca… sono un po’…”

Cinzia chiude gli occhi e si lascia vincere dal sonno indotto. Non farà sogni, per fortuna. Maria continua a camminare avanti ed indietro sul corridoio della piccola clinica per animali. Le è passato il senso di nausea e sta scorrendo i nomi della rubrica del suo cellulare in cerca di qualcuno da chiamare. Sua madre no, si preoccuperebbe troppo, le sue amiche di Bologna sono troppo lontane e Claudio è ancora più distante. Anche se sa perfettamente che lui, forse solo lui accorrerebbe al primo suo richiamo. Maria si siede e si appoggia allo schienale. Sola, triste ed arrabbiata in un ambulatorio veterinario lontano da tutti, con ancora droghe e alcool 135


in giro per il corpo a darle false ed inutili sollecitazioni, inizia a leggere tutto quello che trova a portata di vista. Tanto per non pensare e per riempire il cervello con nomi di razze animali e metodi di pronto soccorso. Era cresciuta lentamente Maria, in modo costante e quasi impercettibile. Era sempre stata una brava ragazza e malgrado l’assenza del padre aveva avuto un’infanzia felice. Ora però non era più una bambina ma non era nemmeno un’adulta e sapeva che ancora non riusciva e forse non voleva contare solo sulle proprie forze. “Signorina … l’intervento è riuscito perfettamente. Il cane è sedato ma purtroppo 136

non ha il microchip e quindi non siamo riusciti a risalire al suo proprietario.” “Non importa dottore, me ne prenderò cura io.” “Ne è sicura?” “Certo.” “Allora venga di là nell’ufficio che prepariamo tutti i moduli.” “Va bene dottore, posso vederlo un attimo prima?” “Certamente. Ecco venga, l’accompagno.” Il cane è sdraiato su un fianco sopra un tavolone di acciaio illuminato dalle luci della sala operatoria. Fa lenti respiri lunghi e pare sereno. Ha la zampa posteriore destra


ingessata e delle fasciature tutte intorno al busto. “Un cane forte. Avrà si e no un paio d’anni ed è curato. Non ha una zecca ma per sicurezza dovrò prescriverle tutti i vaccini del caso. La riabilitazione sarà lunga e costosa. Se la sente davvero di prenderlo con sé?” Maria si avvicina al cane e gli accarezza dolcemente la testa, gli strofina il muso con un dito e il cane fa un sospirone compiaciuto. “Lo chiamerò Fortunato.” “Lo prendo per un sì.” Sì, Giovanna è decisamente preoccupata, la sua piccola Luisa non è ancora tornata

a casa. Quanto la deve far preoccupare quella monella. Ha sempre fatto così ma ora sperava che le cose fossero un po’ cambiate, che almeno avesse il buon cuore di avvertirla per un ritardo del genere. Prova a chiamarla sul telefonino ma è irraggiungibile. Allora si siede in poltrona e fa uno zapping veloce e sterile per provare a distrarsi. Si alza di nuovo e va in camera sua. Prova a sdraiarsi sul letto ma la preoccupazione è più forte e scatta di nuovo in piedi. Guarda l’orologio e pensa di chiamare i carabinieri, maledice la sua apprensione e si rimette seduta. Inizia a sferrettare qualcosa con l’uncinetto ma neanche quello riesce a calmarla. Va in 137


cucina e si beve un bicchiere di vino, non lo fa mai e il vino è quello che di solito usa per cucinare. “Carabinieri?” “Sì signora, in cosa posso esserle utile?” “Ecco vede io…. Mia figlia non è ancora tornata a casa e volevo sapere….” “Quanti anni ha sua figlia?” “Venticinque.” “Non si preoccupi signora, sono ragazzi. Vedrà che tra un po’ torna. Si metta a dormire.” “Certo, certo ma io volevo sapere se…” “Signora, dia retta a me, non c’è niente di cui preoccuparsi. Se vuole può lasciarmi il nome di sua figlia e se sappiamo qualcosa le faremo 138

sapere noi, va bene?” “Oh la ringrazio caro, mia figlia si chiama Luisa Campagnoli, sa è una bellissima ragazza.” “Ne sono sicuro signora, le faremo sapere allora.” “La ringrazio giovanotto, la ringrazio tanto.” Giovanna ora si sente più serena e tranquilla, aspetterà ancora un altro po’ seduta in poltrona e poi andrà a dormire. Si fida di Luisa e sa che non farebbe mai nulla di male. “Albi!!! Faccio un bicchiere anche per te?” Alberto è ancora in bagno e sta cercando di calmarsi, deve uccidere sua madre e non sa come fare. Pensa a triturargli un tot di pastiglie


nel vino e a dargliele, pensa a simulare un tentativo di rapina, pensa di inscenare un suicidio. Un po’ si calma e placa l’odio. Si guarda allo specchio e si vede terribilmente invecchiato, ha trent’anni ma ne dimostra almeno quaranta. Vede i capelli bianchi che si fanno forza e si raggruppano, la pancetta che preme e mille piccoli segni affacciarsi intorno ai suoi occhi, al suo naso, alla sua bocca. Peli che prima non esistevano si fanno strada dietro le orecchie e sulle spalle, ed il sorriso, il sorriso era scomparso. Si sentiva vittima di un gioco più grande di lui e voleva cacciare via il mondo intero dal proprio cammino. Drinn. Drinnn. Drinn.

“Pronto Alberto?” “…” “Alberto ci sei?” “Sì Maria, dimmi.” “Scusami Alberto se ti disturbo a quest’ora… dormivi?” “No.” “Beh, ecco vedi … ho un problema e non so a chi altro rivolgermi …” Alberto ringrazia il cielo, il mondo e tutti quelli che ci abitano dentro, ha una scusa per scappare via e un pretesto per pensare ad altro. “Dimmi Maria, ti ascolto.” Alberto sa che uscirà da quella casa e da 139


quei pensieri così pesanti, sa che facendo altro presto si dimenticherà di quella stupida serata, sa che sua madre capirà e cercherà di dimenticare pure lei, sa che se questa volta non si lascerà sfuggire Maria, che Maria lo salverà da tutto questo putridume che lo circonda e sa che se non sarà così, gli unici pensieri che gli rimarranno saranno solo un unico inenarrabile silenzio. “Dovevo lasciare qui una borsa, mi hanno detto di rivolgermi a lei.” “Sì, sono stato informato, entri pure.” “Forse non ha capito, non ho più nulla da consegnarle.” 140

“Oh, mi dispiace che sia così, l’Avvocato non la prenderà molto bene. Ora gli telefono, aspetti qua.” Claudio è sorpreso e infastidito dal puzzo che circonda la discarica. Quell’uomo, il custode pensa, deve esserci abituato ma per lui è una tortura. Inoltre ha un vago senso di deja-vu e la cosa lo infastidisce molto. “Mi scusi ma qui c’è un odore molto…. Forte.” “Oh…non badi alla puzza, dopo un po’ di minuti ci si abitua. Comunque se vuole entrare, qua dentro si sta meglio.” “La ringrazio.” “Si figuri, la buona educazione per me è motivo di vita.”


Claudio guarda il custode, sporco e unto, ma con un sorriso caldo e calmo. Si vede che è li da molto e si sente che non ci si trova male affatto. La situazione è strana però, gli pare che tutto vada un po’ al rallentatore e che tutto quello che sta accadendo sia prevedibile, così prevedibile da stupirlo di secondo in secondo, da pensiero a pensiero. Solo ora si accorge di essere ancora dentro al deja-vu, e si spaventa un po’. “Si sente bene?” “No… mi scusi, ha un bicchiere d’acqua?” “Certo, glielo do subito, ma venga, si accomodi.” Claudio, smarrito e curioso, entra nel piccolo

stanzino posto all’ingresso della discarica e rimane abbagliato dalla miriade d’oggetti sparsi ovunque per la stanza. C’è di tutto, dai mangianastri a vecchi trofei, da fotografie sgualcite a biciclette arrugginite, Claudio è affascinato e si sorprende di aver portato con lui la macchina fotografica. È proprio il posto ideale per fare belle foto, con quella luce bassa e calda, tutte quelle meraviglie, e la fortuna di avere 18 megapixel a disposizione. “Ecco l’acqua signor Ricci. Io ora devo chiamare l’Avvocato.” “La ringrazio signor…” “Aristide, solo Aristide signore.” “Ma lo sa Aristide che lei lavora proprio in un 141


bel posto.” “Cosa dice signore, qui c’è solo sporcizia e rifiuti, non è davvero un bel posto dove vivere.” “A me piacerebbe molto invece, spesso non so cosa farmene delle robe nuove, mi fanno un po’ paura anzi. E poi non sono fotogeniche come queste. Posso fare delle fotografie signor Aristide?” “Solo Aristide signore, e comunque no, non può farle.” Claudio è sorpreso dalla risposta del custode, pensava che fosse una cosa semplice, tranquilla, quasi amichevole ma Aristide non voleva e Claudio voleva sapere il perché. 142

“Mi dispiace se l’ho offesa…” “Mi dia del tu, non ci sono abituato. E non mi ha offeso, è solo che non voglio che lei fotografi queste cose, sa non potrei tenerle qua con me, avrei dovuto liberarmene con tutta l’altra spazzatura.” “Oh scusami non sapevo. Sarebbero state, in ogni caso, viste solo da me, comunque capisco la situazione.” “E perché le voleva fotografare allora?” “Come scusi?” “No dico … se le fotografa lo fa per farle vedere a qualcuno, sennò è qua, non le basta vederle?” Claudio rimane colpito dalla lucidità di


quest’uomo ed un po’ è anche imbarazzato. “Non lo so, non c’avevo mai pensato … quando vedo qualcosa di bello mi piace fotografarlo, sa sono fotografo.” “Allora vede che qualcosa ci avrebbe fatto con le foto.” “…. Ma sì, non lo so, faccio questo lavoro da due giorni.” Aristide prende il telefono in mano e chiama l’Avvocato. “Avvocato!… Sì, è arrivato …. No … ehhh …. Dice che non ce l’ha. Va bene … bene …. Glielo passo.” Claudio prende la cornetta ed è curioso di sentire ciò che ha da dire l’Avvocato. Non si è

mai trovato in storie di rapine e ricatti e non gli pare vero. Assiste alla sua vita da lontano e non ha minimamente paura. “Pezzo di merda stronzo decelebrato! Dove sono i miei soldi!!!” Claudio sorride. “Non lo so, dovevano essere sotto al mio letto ma non ci sono più.” “Ma che cazzo dici deficiente! Io voglio i miei soldi! Li voglio ora!” “Mi dispiace, ma non so come aiutarla.” “Ma io ti rovino, io ti uccido, io ti spezzo tutte le ossa….” Claudio riattacca, infastidito dalle grida e incapace di rispondere. Non lo sapeva dove 143


erano finiti i soldi, ma questo non convinceva l’Avvocato e lui non sapeva cosa farci. “Ma cosa fa, riaggancia?” “Sì, non so che fare.” “Si lasci dire una cosa giovane, lei è davvero strano.” “Lei dice? Io non me ne rendo conto, forse ha ragione.” Aristide ripone il telefono e prende una vecchia macchina da scrivere nascosta in mezzo a tutti i suoi tesori e la porge a Claudio che la prende in mano, ci soffia sopra e picchietta un po’ sui tasti. “Bellissima.” “Lo dico anche io, ma evidentemente

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qualcuno non la pensava così.” “Posso averla?” “Certo amico mio. È un regalo!” “… ma, non so che dirle…. La ringrazio infinitamente.” Claudio non pensa di aver mai conosciuto una persona del genere e non pensa ne conoscerà ancora. “Non c’è nulla da ringraziare, penso solo che ne abbia bisogno e io non ci faccio niente.” “Sì, ne ho proprio bisogno” Claudio stringe la mano ad Aristide e Aristide lo guarda compassionevole. Claudio se ne accorge e ringrazia, si accorge di aver bisogno di compassione.


“Spero di rivederti Aristide.” “Io sono sempre qua, sempre.” Claudio prende le sue cose ed esce dal cabinotto di Aristide. Stanotte ha avuto la conferma che sta giocando ad un gioco più grande di lui. E gli piace.

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BIANCOSPORCO #12  

racconto a puntate (di nicolò favaro)

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