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redazione@culturacommestibile.com culturacommestibile@gmail.com www.culturacommestibile.com www.facebook.com/cultura.commestibile direttore redazione progetto grafico simone siliani gianni biagi, sara chiarello, emiliano bacci aldo frangioni, rosaclelia ganzerli, michele morrocchi, sara nocentini, barbara setti

Con la cultura non si mangia

98-9 265-6

N° 1

Man of the year

Ultimo numero per il 2016, torniamo il 14 gennaio con tante novitĂ 

2016

Prima centurione,

poi imperatore editore Nem Nuovi Eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 Firenze Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012


Da non saltare

24 DICEMBRE 2016 pag. 2

Ruggero Stanga stanga@arcetri.astro.it di

L

’alba. Un uomo, uno sciamano, nel buio che trascolora, guarda nella direzione che due traguardi piantati da generazioni gli indicano: attende il bordo del Sole, fino a quando irrompe luminoso dall’orizzonte. Incomincia una nuova stagione, le giornate torneranno pian piano ad allungarsi, lo sciamano può certificare un nuovo inizio. Ora, quel giorno lo chiamiamo solstizio d’inverno, il giorno a metà della stagione fredda. Perché il punto da cui sorge il Sole non è fisso, ma si sposta durante l’anno. Il Sole solo in due giorni dell’anno sorge proprio a Est e tramonta proprio a Ovest: l’equinozio di primavera e l’equinozio d’autunno. Nei giorni che seguono l’equinozio di primavera, il punto da cui sorge si sposta sempre più verso Nord Est, fino a raggiungere l’estremo al solstizio d’estate, poi riprende a spostarsi verso Est all’equinozio di autunno, e poi verso Sud Est, fino al solstizio d’inverno, quando raggiunge un altro estremo. Sono state identificate in giro per il mondo costruzioni servite come allineamenti, come traguardi; costruzioni spesso di enormi dimensioni, massi di decine di tonnellate, lavorati solo con strumenti di pietra o legno, la cui complessità in termini di tecniche di trasporto dei materiali e costruttive ha certamente richiesto uno sforzo imponente da parte della comunità; basta pensare ai i siti di Newgrange in Irlanda e Maeshove, nelle isole Orkney, costruiti circa 5000 anni fa, per citarne due. In tutte le culture solstizi ed equinozi erano importanti, perché annunciavano passaggi a loro volta importanti per la vita dell’uomo, legati alla stagionalità della caccia, dell’allevamento, della raccolta e poi dell’agricoltura: abbiamo un riflesso di queste feste ancora oggi nel Natale, nella Pasqua, nella festa di S.Giovanni. Quello sciamano conosceva il cielo meglio di noi, che solleviamo alle stelle rari sguardi, abbagliati dalle luci della città, e vedeva nel buio silenzioso ora dopo ora le stelle ruotare lenta-

Solstizio

mente intorno ad un punto, il polo Nord celeste; notte dopo notte vedeva ogni stella tramontare sempre un po’ più presto per fare posto ad altre, stagione dopo stagione; e i pianeti, sera dopo sera, erranti, in posizione sempre diverse rispetto alle stelle, lungo strade sempre ripetute negli anni. I moti regolari, ripetitivi, e quindi prevedibili di Sole, Luna, stelle e pianeti sono stati il primo ausilio per misurare lo scorrere del tempo, il passare delle ore, dei giorni e delle stagioni. Ce lo racconta la Bibbia: “Poi Dio disse: Vi siano dei luminari nel firmamento dei cieli per separare il giorno dalla notte; e siano per segni e per stagioni e per giorni e per anni.” Ed è parte della cultura contadina comune, come dice Esiodo (Le opere e giorni, VIII sec. a.C.): “Quando le Pleiadi Atlantidi sorgono, la mietitura incomincia; la semina al loro tramonto;


Da non saltare

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esse infatti quaranta notti e quaranta giorni stanno nascoste, poi, col volgere dell’anno, appaiono dapprima quando è il momento di affilare gli arnesi. Questa dei campi è la legge, sia per coloro che nei pressi del mare hanno la loro dimora, sia per coloro che in valli profonde, lontano dal mare ondoso, nella grassa pianura, hanno la casa.” Ma esistono testimonianze di osservazione del cielo molto più antiche, che risalgono al Paleolitico, che si sono tradotte in pitture, come nelle grotte di Lascaux, circa 17.000 anni fa. Immaginiamo il rispetto, l’entusiasmo, il desiderio, la dedizione con cui quegli uomini hanno riprodotto con cura nel buio rotto solo dalla fiamma di qualche torcia, sulla volta della caverna che li sovrastava, le stelle che vedevano nel buio della notte sulla volta del cielo: la costellazione del Toro, con le Pleiadi. Ogni giorno il Sole raggiunge il punto più alto sull’orizzonte e indica la direzione Sud. La linea Sud-Nord è il cardine del cielo, ed è poi l’asse intorno a cui ruota la Terra. Sul suolo la direzione perpendicolare alla linea Sud-Nord indica l’Est e l’Ovest. L’altro grande significato del cielo: uno strumento per orientarsi. Quando si parla di Polo Nord, viene subito in mente la Stella Polare. Ma il cardine del cielo non sta fermo: con un movimento molto lento, disegna in 26.000 anni un cerchio nel cielo, un fenomeno che si chiama precessione degli equinozi: la Terra non è proprio una sfera, il diametro all’equatore è un po’ più grande di quello al Polo (una piccolezza, una quarantina di chilometri su 12.700 km circa), e per questo motivo l’azione gravitazionale combinata di Sole e Luna causa la precessione degli equinozi. Da circa 3 secoli l’asse celeste punta vicino a una stellina della costellazione dell’Orsa Minore, che è la Stella Polare attuale, ma 17.000 anni fa il cardine del cielo puntava verso una regione diversa, vicina alla Via Lattea. E leggendo Omero, vediamo che mentre parla delle Orse che non si bagnano nell’Oceano, e che sono un riferimento per i naviganti, non parla invece mai

Scienza e storia

sull’arrivo dell’inverno di una Stella Polare. Naturale, all’epoca sua, circa 2800 anni fa, non c’era una Stella Polare! Ora, invece del cielo stellato orologi atomici e GPS segna-

no il tempo e ci consentono l’orientamento e la navigazione, con la precisione richiesta dalla vita dei nostri giorni, e incorporano i più recenti risultati

della Fisica, che come sempre si rivela un ottimo investimento strategico delle (poche) risorse umane e monetarie che vengono impiegate


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Non volendo essere da meno dei nostri fratelli maggiori statunitensi di Time, anche noi abbiamo nominato la Persona dell’anno. Time assegna il prestigioso riconoscimento a uomini, donne, coppie, gruppi di persone, idee, luoghi o macchinari che “nel bene o nel male, hanno fatto il massimo per influire sugli eventi dell’anno”. Ora, a noi i precedenti premiati da Time, da Putin (2007) a Obama (2008 e 2012), da Merkel (2015) a Trump (2016), ci fanno un baffo: noi abbiamo il vero, unico e inimitabile Man of the Year 2016, Eugenio Giani. Infatti, chi più di lui può dire di aver fatto il massimo per influire sugli eventi dell’anno? Trump? Ma per carità: con quella capigliatura improbabile, non sa neppure lui come ha fatto a vincere le elezioni. Dovrebbe imparare da Eugenio che dal 1984 non fa altro che preparare meticolosamente il terreno per vincere le elezioni a sindaco di Firenze e prima o poi, ci potete scommettere, ce la farà (anche se non suona il violino). Chi altri, allora? Bob Dylan? Non ne parliamo nemmeno: il menestrello di Duluth è un pivello in confronto al Nostro, che non avrebbe mai mancato un buffet come quello della cerimonia del Nobel! Anche quelli della rivista americana GQ li surclassiamo: basti pensare che hanno nominato, nella categoria Politici, uomo dell’anno 2015 un tale George Osborne. Come abbiano potuto ignorare il Nostro Eugenio Giani resta per noi un mistero. Uomo tutto d’un pezzo, presente sempre ed ovunque, tanto da far sospettare che Giani abbia diversi cloni sparsi per la regione e per il mondo (noi ne abbiamo rintracciato uno addirittura in Azerbaijan che si fa chiamare Macid Mardanov, ma è chiaramente Giani, come ben si capisce dalla copertina della sua biografia pubblicata a Baku). Instancabile presenziatore a cerimonie, cene, aperitivi, rievocazioni storiche, buffet, tuffi in Arno, inaugurazioni e ora finanche presepi natalizi, Giani ha fatto di tutto per influire sugli eventi dell’anno. Vi sarà riuscito? Vi riuscirà? Solo i prossimi eventi mondiali ce lo diranno. Se Giani muoverà le sue truppe alla conquista di Palazzo Vecchio per scalzare l’usurpatore Nardella, il 2017 sarà un anno

Man

of the

decisivo perché le elezioni politiche alle porte, le pedine che si spostano dallo scacchiere toscano, il ritorno di Renzi (come quello delle Jedi), le elezioni presidenziali in Francia (cosa c’entra? Nulla, ma Giani parteciperà certamente al buffet organizzato dall’Istituto Francese di Firenze per l’occasione), l’eclissi solare totale prevista per il 21 agosto, le elezioni federali in Germania appena prima dell’Oktoberfest, tutto ciò sarà la premessa di un radioso anno gianiano. A Natale 2017, ci scommettiamo, Eugenio sarà il bambinello nel presepe della Banca di Cambiano. La redazione

year

Eugenio Giani


riunione

di famiglia

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Le Sorelle Marx

Very ordinary man

Scene di ordinaria vita paesana in Valdisieve. “Buongiorno Giovanni, un cappuccino e una pasta, ma di quelle fresche, non stantie di ieri! E poi segna sul conto che sono uscito senza portafoglio oggi”. “Oh Matteo, non far tanto lo spiritoso che oggi è giorno di versamento IVA, che tu avevi detto avresti ridotto! Guarda che il signor Credito gl’è morto di fame ieri, sicché oggi, se tu vuoi ‘i cappuccino, tu paghi!”. Pochi minuti dopo all’ufficio postale. “Eccomi qua, signorina, dovrei ritirare un pacco” “Certo signore, mi dà un suo documento?” “Come documento? O la ‘un mi riconosce? Sono io, Matteo!” “No, signore, mi dispiace, se vuole ritirare il pacco mi occorre un suo documento d’identità” “Ma non ce l’ho con me. Senta, telefono al mio babbo che garantisce per me. Lo sa chi è, vero? Tiziano Renzi, Ecco, glielo passo.” “Pronto, signor Tiziano, come va oggi? Ah sì, questo giovine è suo figlio? Allora, posso dargli il pacco? Bene. Auguri a lei e alla signora”. Mezz’ora dopo al macellaio. “Senta, che mi darebbe un chilo di girello, ma di quello bono, senza grassi, prima scelta?” “Certo, signore, guardi questa: gl’è carne scelta, bovino della Val di Chiana. Solo 40 €” “Grande! Che bovino! Oggi a casa fo’ un figurone”. Esce. Il macellaio al garzone: “Oh vai, anche oggi s’è trovato ‘i gonzo a cui rivogare maiale per girello!” Tarda mattinata, al Liceo Scientifico del paese. “Buongiorno, prof. come va la buona scuola, eh?”. “Senta, non mi faccia parlare, che io sono di Reggio Calabria e son qui, incaricata a fine novembre, per una supplenza di tre mesi a stipendio da fame!” “Ah, ecco, ehm... Ero venuto a sentire come va mio figlio a italiano” “Sì, e come si chiama lei di cognome? E suo figlio? Così prendo il registro...”. La collega, accanto: “Giovanna, dai, non lo riconosci? [il Nostro si ringalluzzisce] È il marito dell’Agnese” “Ah, certo, me la saluti tanto. Vediamo... Sì, il suo ragazzo è intelligente, buona volontà, ma ha fatto parecchie assenze. Ci vuole più continuità” “Eh, sa prof, siamo andati spesso

all’estero... sa, Obama e Michelle... impegni internazionali... sa, com’è...” “Senta, qui la settimana bianca è prevista solo a gennaio; per il resto, si lavora, n oi e i ragazzi, senza tanti discorsi” “Sì, via prof, e si sa che voi insegnanti siete dei privilegiati: lavoro mezza giornata, tre mesi di ferie d’estate... via, su... si scherza eh...” “A me non fa ridere per niente. Il ragazzo è bravo; se studia e viene a scuola farà senz’altro bene, sempre che lei smetta di mettergli tanti grilli per la testa” Il Nostro esce dalla scuola, strizza l’occhio al fotografo, ma trova un fogliolino rosa sul parabrezza della macchina. Frena a stento un’imprecazione, recupera l’aplomb e telefona al sindaco del paese: “Pronto, Monica? Sono Matteo... Come Matteo? Quel Matteo! Senti, i tuoi vigilini di m... mi hanno fatto la multa, ma io sono residente qui e dunque ho il diritto di parcheggiare, hai capito?! Ora quella multa, i tuoi vigilini l’arrotolano e ti dico dove la mettono! No, carina, io non sono residente a Roma, non più... Ma presto ci torno, figurati se voglio rimanere in questo paesello di m...!@#porc..”. Altro che Gerard Butler! Ecco Matteo, l’unico, vero Extra Ordinary Man!

Lo Zio di Trotzky

Raddoppio di pena Carcere di Sollicciano, quasi Natale. Uno dei luoghi dove il Natale non è giorno di serenità e felicità. È sempre bello che, almeno in questo giorno, le autorità cittadine e dello Stato, si ricordino dei cittadini che sono costretti in questi luoghi. E così, anche quest’anno il sindaco di Firenze, sì il Nostro Dario Nardella non ha mancato di far sentire la vicinanza della città ai detenuti e si è recato a Sollicciano. Inspiegabilmente, però, alla notizia del suo arrivo si è diffuso il panico fra i detenuti e gli agenti di custodia. Nessuno voleva presenziare alla cerimonia; si sono registrati 57 certificati di malattia fra gli agenti quel giorno e 189 disturbi intestinali fra i detenuti. La direttrice, da poco insediatasi al carcere, non sapeva spiegarsi il motivo; eppure aveva fatto comprare panettoni di prima scelta e anche spumante di media qualità. Al momento della cerimonia, però, l’arcano si è rivelato: Nardella si è presentato con il suo fido violino e, insieme ad un malcapitato viuolinista di Sollicciano, ha intonato (si

fa per dire: sembrava un gatto stretto all’uscio!) “Tu scendi dalle stelle”. La direttrice ha capito subito. I garanti dei detenuti, Corleone e Cruccolini, hanno dovuto marcare visita in infermeria per disturbi gastrointestinali fulminanti. I pochi detenuti presenti hanno inscenato una manifestazione di protesta infilandosi tappi di sughero nelle orecchie. Alcuni di loro hanno chiesto ai propri avvocati di chiedere al giudice uno sconto di pena per aver presenziato all’evento, mentre altri hanno fatto ricorso al Tribunale dei Diritti Umani dell’Aia (perché l’Italia ancora non prevede il reato di tortura nel Codice Penale). Dieci fra agenti, volontari e operatori, in seguito alla suonata cristiana, hanno deciso di aderire alla UAAR l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Solo gli assessori Funaro e Vannucci, presenti e sorridenti, hanno applaudito entusiasticamente il loro leader musicista... tanto ormai i loro timpani sono abituati e irrimediabilmente danneggiati.

I Cugini Engels

I Nipotini di Bakunin

Giuliano Poletti ha affermato che dei più di 100.000 giovani che sono emigrati in questi anni alla ricerca di un lavoro, una buona parte di questi è meglio che se ne siano andati. Un evidente scivolone di un ministro che poi ha cercato di rimediare dicendo, come spesso usa, di essere stato frainteso. Al ministro Poletti però capita spesso di essere frainteso. È accaduto anche qualche giorno fa nelle ore convulse della formazione del governo dei cloni. Poletti infatti ha detto ai collaboratori che comunque fossero andate le cose non sarebbe rimasto ministro. Infatti la sera stessa giurava nelle mani di Mattarella mantenendo il dicastero del lavoro. Un dicastero delicato di per sé, figurarsi ora con i referendum della CGIL sul Jobsact che molto probabilmente si terranno nella prossima primavera. Poletti dovrà gestire il contraccolpo della prima delle riforme renzianissime quella che doveva rimettere in moto il Paese ed invece ha moltiplicato i Voucher. Dubitiamo che sulla questione il voto degli italiani all’estero, dopo le affermazioni del ministro, sarà compattamente filogovernativo come nel recente referendum costituzionale.

Per qualche tempo Roberto Formigoni fece persino pensare che avrebbe potuto essere l’erede di Silvio Berlusconi. Potentissimo presidente della Regione Lombardia, vicinissmo a CL, pio e devoto, pareva l’antitesi del libertino Silvio. Poi invece a partire dall’ultima candidatura in Regione è emerso un profilo molto diverso da quello del monastico leader politico. Conti correnti milionari, stile di vita più adatto al Cafonal di Dagospia che alla vecchia DC. E poi l’arroganza del potere: inchieste sulle firme fale per la sua candidatura, commenti sprezzanti e offensivi verso i Radicali che quello scandalo fecero scoppiare. Commenti per i quali l’attuale senatore di NCD è stato condannato due volte e, non avendo pagato il risarcimento ha subito il pignoramento dello stipendio da parlamentare. Non bastasse questo quadro l’ultima condanna a sei anni, in primo grado, per corruzione. Insomma se la via politica alla successione di Silvio a Formigoni non è riuscita quella giudiziaria pare invece prometta molto meglio.

Poletti il frainteso Una seconda vita


24 DICEMBRE 2016 pag. 6 Danilo Cecchi danilo.c@leonet.it di

C

ome è noto, ma forse ancora non abbastanza, le buone fotografie nascono talvolta da incontri fortuiti e casuali, ma le migliori nascono dalla consuetudine e dalla reciproca conoscenza fra il fotografo ed i mondi che intende rappresentare. Questo è vero anche nel caso in cui i mondi appartengono al regno della fantasia o dell’inconscio, mondi mai esplorati in maniera sufficientemente approfondita, ma è ancora più vero nel caso in cui i mondi oggetto delle immagini sono reali e concreti, situati sotto gli occhi di tutti, ma visibili solo a chi possiede gli strumenti del “vedere”. È inoltre vero che le buone fotografie nascono quando il fotografo lavora su commissione, ma è ancora più vero che nascono quando il fotografo lavora per il proprio diletto, piacere o curiosità. Succede allora che molte delle immagini che descrivono meglio il mondo vengono realizzati dagli appartenenti a quella categoria di fotografi così detti “dilettanti” o “amatori”, che operano individualmente, non si riconoscono nelle associazioni “fotoamatoriali” ufficiali e non inseguono concorsi, premi e riconoscimenti. Dalla folta schiera di questi fotografi, presenti in ogni epoca, dagli anni Cinquanta dell’Ottocento ad oggi, emergono, quei personaggi che vengono “scoperti” o “riscoperti”, con cadenza sempre più fitta, come se gli storici ed i critici della fotografia volessero recuperare il tempo perduto a raccontare e glorificare sempre gli stessi nomi e le stesse immagini. Fra i fotoamatori “puri”, figli della borghesia agiata dell’epoca, curiosi del piccolo mondo esistente attorno a loro, può essere annoverata la fotografa francese Amélie Galup (1856-1943), nata a Bordeaux come Suzanne Albertine Amélie Faure in una famiglia di commercianti di vini, e sposata nel 1879 ad Albert Galup, magistrato ad Albi, nel midi della Francia. Alla soglia dei quarant’anni, attorno al 1895, Amélie comincia a praticare la fotografia, come un

Au midi de la France Amélie Galup

hobby impegnativo e costoso, alla pari dei molti altri borghesi ed intellettuali dell’epoca, senza porsi alcun traguardo se non la propria personale soddisfazione. Lentamente il suo interesse si allarga, e dalle foto dei familiari, degli amici e dei bambini, magari abbigliati ed atteggiati in pose costruite, ma per gioco e mai in base alle finzioni elaborate tipiche dei tableaux vivants, passa a fotografare il mondo della campagna e della provincia francese, i luoghi ed i personaggi, i mercati e le fiere, il lavoro nei campi, nelle strade e nelle nascenti industrie della zona. Realizzate al di fuori di qualunque tipo di analisi o di critica sociale, le sue immagini raffigurano con uguale metodo ed uguale spirito i rappresentanti delle diverse classi sociali, borghesi e magistrati, militari e commercianti, operai e contadini, intenti alle loro occupazioni, o mentre interrompono le loro attività per mettersi in posa davanti all’obiettivo di questa signora di mezza età dall’aria, immaginiamo, innocua. Lontana da Parigi e dalle querelles politiche e sociali, Amélie raffigura un mondo tranquillo, lontano sia dalle rappresentazioni oleografiche ed irrealistiche dei fotografi pittorialisti che dalle descrizioni crude dei narratori veristi, in una visione che forse risulta falsata da un punto di vista completamente disimpegnato, ma che offre uno spaccato estremamente dettagliato di una provincia al passaggio da un secolo all’altro, forse un poco in ritardo rispetto alla turbolenta ed effervescente “ville lumiére” e dall’imperante “modernismo”, e tuttora ancorata a tradizioni antiche e locali. Testimonianza di un’epoca e di una parte di mondo scomparso, le immagini di Amélie, come in ogni buon romanzo, vengono infine scoperte nel 1980, in tutto il loro valore documentario, dalla sociologa Claude Harnelle, e più tardi finiscono per diventare un fotolibro.


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Carlo Belloli Laura Monaldi lauramonaldi.lm@gmail.com di

R

ispetto alle tendenze delle avanguardie storiche, la dimensione tipografica dell’opera d’arte del secondo Novecento, inserita in un contesto letterario, ha permesso all’artista di porsi al centro del dibattito culturale degli anni Cinquanta e Sessanta e di porre in primo piano l’attenzione sul problema della percezione delle forme, individuato dalla scuola della Gestalt fino alla critica ideologica della Scuola di Francoforte. Non solo: la nuova teoria dell’informazione ha costituito un ponte capace di unire le riflessioni sulle pro-

blematiche estetiche dell’opera d’arte alla crescente importanza che rivestiva il testo pubblicitario nella cultura di massa. L’osmosi teorica si è tradotta in una pratica artistica intenta a riflettere sull’impostazione spaziale e visuale del testo letterario. L’attenzione da parte degli intellettuali alle potenzialità espressive della visualizzazione del sistema linguistico e poetico si sviluppò in Italia sul finire degli anni Cinquanta, nell’intento di annullare le distanze che precedentemente si erano create fra momento teorico e momento operativo–intellettuale, attraverso la critica alla dimensione speculativa del

sistema linguistico e del sistema neocapitalistico. Si assistette a una progressiva liberazione dagli schemi tradizionali, in relazione a una maggiore attenzione verso la concettualizzazione e la simbolizzazione della parola, che si lasciò inevitabilmente coinvolgere in un’ottica interdisciplinare. È in questo momento che la ricerca tecnologica finisce per assumere un peso crescente nelle ricerche d’avanguardia. La critica ai mezzi di comunicazione di massa si tradusse non solo in serrate dichiarazioni di poetica, ma anche nei tentativi di strutturare un codice alternativo capace di portare

Batte / l, 1995 Cimbalo / e, 1995 Fiori / u, 1995 Pace / t, 1995 Poema collazionato cm 29,5x21 Courtesy Collezione Carlo Palli, Prato

alla luce le contraddizioni della tecnologia neocapitalistica e della società di massa. In Carlo Belloli la sperimentazione verbo-visuale approdò alla dimensione dell’essenzialità e l’artista si concentrò sulla parte più visibile e concreta della parola e del linguaggio, unendo i principi della Poesia Visiva e della Poesia Concreta per porre l’attenzione sulla dimensione ottica delle parole e della loro struttura poetica. Attorno alla dimensione tipografica vive la riflessione di un estetologo che ha provato con mano il senso della creazione estetica nel suo essere intenzionale e comunicativa.


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Serata e recensione speciale per Salvo Cuccia

Francesco Cusa info@francescocusa.it di

S

erata speciale e recensione speciale. Sono andato alla prima catanese del film dell’amico Salvo Cuccia, “Lo Scambio”, piccolo gioiello, ahimè poco distribuito in Italia.  I fatti sono quelli relativi alla figura del boss mafioso Luca Bagarella e la genesi del film nasce dall’incontro tra il magistrato Alfonso Sabella (qui anche in veste di sceneggiatore) e il regista. La grande peculiarità de “Lo Scambio” è quella di distaccarsi dalla classica rappresentazione dei film sulla mafia; qui, il fatto di cronaca è al contempo prossimo e alieno, come trasposto su atmosfere da tragedia classica. È un viaggio nel regno di Plutone, poi dantesco, un dramma che rende impalpabile l’esile confine tra Bene e Male, inceppato il sottile giogo dei pesi e dei contrappesi, distonica e incerta l’inesorabile applicazione della legge del contrappasso. Potremmo definirlo un film “antidostoevskijano”. È un lento, distillato, inesorabile atto teatrale, che si consuma nella desolazione domestica degli spazi vuoti, per appartamenti squarciati dal dolore della moglie di Bagarella, silenti e represse grida figlie di una colpa senza morfologia. È un contrappunto fatto di lenti carrellate di interni ed esterni, di cieli e palazzi, di commissariati e baracche, è il trionfo della piastrella da bagno, del brutto di ogni estetica che si fa celebrazione, rito, “gusto del tempo”. La Palermo di Cuccia è glaciale, perennemente coperta di nubi, ricorda la Sicilia del Vittorini, o la Catania vista dal Bolognini, v’è un forte calco introspettivo, uno scavo psicologico che si evidenzia nella maniacale insistenza della camera sui primi piani, con la costante presenza dello spettro della morte, dei morti che furono e che saranno, mentre lo spazio degli ambienti si deforma e diventa metafisico, in accordo con la legge del “kairos” che pare permeare l’intera pellicola. Tutto ruota attorno ad una scatola di cerini - tema prettamente lynchiano questo dell’ossessione per il dettaglio - al suo consu-

marsi, all’irruzione del quotidiano nell’orrore, alla metodica del rimestar della trippa e dello sciogliere nell’acido i poveri resti del piccolo Giuseppe Di Matteo. La cronaca dei fatti reali viene così a colorarsi di una sinistra luce diafana che irrora flebilmente questa sorta di limbo a metà tra la vita e la morte, di interregno ove vengono a declinarsi suicidi e omicidi, quasi a sigillare simbolicamente Massimo Cavezzali cavezzalicartoons@hotmail.com di

il peccato, in un sacramento che s’apre ad una nuova catarsi a fiaccare le brame di corrotti sicari. Ma è una redenzione che non può esserci; la routine, l’iterazione, il contesto, determinano e determineranno il futuro, segneranno le scelte e i destini dei popoli e si “mangeranno” il nostro presente. In questo senso, “lo scambio”, l’errore, il malinteso, sono gli unici fattori realmente umani in questo

Scavezzacollo

Regno Disumanizzato, e Cuccia rende omaggio per analogia al più grande autore siciliano di ogni tempo: Luigi Pirandello. È davvero triste constatare che un simile film non potrà essere distribuito come merita. Contribuite dunque alla diffusione di questo lavoro di indubbio valore estetico e di contenuti. PS: Il “commissario” assomiglia a Pippo Fava in maniera impressionante. Un plauso all’ottima prova di tutti gli attori.


24 DICEMBRE 2016 pag. 9 di

I “diversi bozzetti”

Antonio Natali

I

l 17 marzo del 1981 partiva dalla Galleria degli Uffizi una lettera a firma presentati da Uffizi. Suo Luciano Berti”. Berti – come qui c’è dato vedere – era capace, anche nella formula stringata d’un telegramma, di piegare alle circostanze la lingua (che poeticamente padroneggiava), riuscendo a trasmettere sentimenti differenti: la commozione personale, la coscienza del valore di quell’ultimo lavoro dell’artista, la cognizione del sacrificio della vedova, capace di rinunciare alla “testimonianza estrema” del marito. il 6 maggio luciana ribadisce al direttore la notizia che il ritratto è l’ultima opera “in senso assoluto” di Gentilini. Al dipinto egli avrebbe dovuto “apportare ancora gli ultimi tocchi di colore, cosa che si riprometteva di fare appena le sue condizioni di salute fossero migliorate. Ma il destino ha voluto altrimenti”. in questa lettera di luciana (scritta non già a macchina, bensì con la penna) s’avverte la melanconica consapevolezza d’una rinuncia dolorosa, cui però non viene fatta alcuna allusione esplicita. Ma in quella stessa pagina si potranno scorgere anche le spie d’un piglio letterario che lei avrebbe poi dimostrato in altre occasioni e che qui si traduce nella chiusa concisa della frase, vergata col nodo alla gola, “Ma il destino ha voluto altrimenti”. e però, leggendo la lettera, si percepisce al contempo l’orgoglio della donna che ha accompagnato il compagno fino al giorno finale, sempre sostenendone la vena poetica e con lui godendone. Dice infatti dell’autoritratto: “io lo trovo comunque [anche se non finito, cioè; ndr] di una grande bellezza e molto rappresentativo del segno grafico di mio marito”. e aggiunge d’esser certa che il direttore avrebbe comprese le ragioni del suo attaccamento al quadro, per il quale chiede venga informata la stampa (così come fin dall’inizio della vicenda aveva chiesto Berti) riguardo “alla storia commovente che c’è dietro”. e di nuovo serra il periodo con una frase scarna e icastica: “Gliene sarò molto grata, mi creda”. Quest’epistolario s’è partitamente ripercorso per due motivi. il primo è strettamente connesso allo spirito sotteso alla mostra medesima; ch’è una rassegna composta d’opere, tutte

di proprietà di Luciana Gentilini, con la quale noi curatori abbiamo discusso la selezione dei quadri e dei disegni, e che dunque è parte viva e, anzi, imprescindibile dell’impresa (come d’altronde s’evince anche dai testi pubblicati sul catalogo). il secondo è invece legato alla presenza, nella Sala delle Colonne di Pontassieve, d’uno di quegli autoritratti cui Gentilini allude quando scrive a Berti che sta lavorando su “diversi bozzetti”, tra i quali sceglierà “il migliore”. il ritratto, che nella primavera del 1981 è pervenuto agli Uffizi, ha le sembianze d’un lacerto d’affresco; come fosse una testa spiccata da un muro dipinto. Un volto magari desunto da una scena grande; dove il suo artefice avesse voluto – a mo’ di firma – rappresentare le fattezze sue proprie (come sovente càpita

nelle composizioni del Cinquecento, là dove il pittore abbia appunto inteso essere coinvolto nella storia da lui figurata). Un affresco, però, concepito come un monocromo. e, anche di questi, tanti ce n’erano in quel secolo; posti sovente in al- to, a sorvegliare il transito dei nobili nei saloni sistemati in sequenza. Un’opera che, a non conoscerne lo stato d’incompiutezza, si direbbe invero conclusa. C’è nondimeno l’informazione di luciana, che nella sua lettera del maggio 1981, informa Berti dell’intenzione di Gentilini di “apportare […] gli ultimi tocchi di colore”. impossibile dire quanti e quali sarebbero stati quei “tocchi”. Di sicuro mi pare si possa però congetturare che il ritratto mai avrebbe toccato la cromia solare, fervida e financo squillante che accende quello (d’identica impostazione nella postura di testa e spalle) ora esposto a Pontassieve; ch’era del pari nel novero di quelli in lizza per il dono agli Uffizi. la camicia – che nel quadro giunto a Firenze cinge alla ‘coreana’ il collo, e del pittore prospetta (anche per via di quei baffi e di quell’acconciatura) un’immagine che potrebbe risultar pertinente all’effigie d’un ufficiale austriaco – è, in entrambe le opere, bianca. Ma nella versione di Pontassieve essa è sbottonata in alto, e casuale; come si conviene a un abbigliamento disimpegnato

Lido Contemori lidoconte@alice.it di

Il migliore dei Lidi possibili Abbiate fiducia anche nel 2017 continueranno ad accumularsi rifiuti di ogni genere che, al contrario di quello che dicono gli apocalittici, ci sorreggeranno Disegno di Lido Contemori Didascalia di Aldo Frangioni

o di casa. il colore azzurro che fa da sfondo vibrante al volto (dove peraltro il rosso infiamma le labbra) rimbalza negli occhi puntati sul riguardante con una serietà immobile, velata di mestizia; che oggi a noi – consapevoli dell’imminente morte del pittore – induce a sospettare in lui presagi inconsapevoli. e io, che con Berti fin dagli anni settanta del secolo che s’è chiuso ho collaborato per l’arricchimento della collezione degli autoritratti, mi chiedo ora, al cospetto d’entrambi i dipinti, quale dei due preferirei veder campeggiare sulla parete dell’ultimo tratto del Corridoio vasariano, dove nel 2014 ho preso la risoluzione d’esibire un centinaio di ritratti d’artisti del Novecento e dei giorni nostri. Domanda a cui non riesco a dare risposta. Ma domanda, forse, anche un poco oziosa; considerato che c’è oggi alle viste la rimozione della celebre raccolta dal Corridoio; per il quale si vagheggia l’idea di farne un transito aereo fino al complesso delle gallerie di Pitti. Ne verrebbe – si fantastica – un unico ‘monumentale museo’. Ch’è proprio quanto rimpiangono d’essere i musei che monumentali sono da lungo tempo. Il testo è stato pubblicato in “Franco Gentilini – opere della collezione di Luciano Gentilini – a cura di Adriano Bimbi e Antonio Natali – Edizioni Polistampa, 2016


24 DICEMBRE 2016 pag. 10 Paolo Marini p.marini@inwind.it di

M

i sono nuovamente e volontariamente imbattuto in un breve racconto di Israel Joshua Singer, che ho letto traendone vieppiù linfa, e suggestioni, e piacere. Si intitola “Perle”, è del ‘22 ed ha per protagonista un vecchio commerciante di pietre preziose di Varsavia, l’ebreo Moritz Spielrein. Praticamente senza polmoni, malandato nel fisico tanto da dover passare l’inverno continuativamente nel caldo letto, non è però altrettanto frusto nell’anima cosicché, all’arrivo della primavera, può pensare di mettere finalmente i piedi fuori dal proprio palazzo, sogghignando più volte il suo “un altro inverno nelle mie tasche! Rubato direttamente dal sacco.” Per me questo Singer - scrittore polacco in lingua yiddish, fratello del forse più famoso Isaac, premio Nobel per la letteratura nel 1978 - è una eccellente conferma: la sua scrittura sottilmente feroce, la capacità impressiva delle sue pagine, sono pari al vitalismo che percorre per essa anche ciò che non ha anima – come “la mobilia fatiscente, coperta di polvere” che “sembra bramare una finestra aperta.”; come i seminterrati che “corrono attorno all’intero cortile”, con “la luce che ne proviene di giorno e di notte fa sembrare che le grandi mura si sollevino da un profondo limbo ardente”; come il cortile in cui, una volta all’anno, si socializza “e la gente comincia

Sergio Favilli sergio.favilli@libero.it di

Dopo la scorpacciata referendaria, da alcuni giorni le pagine dei giornali si erano un po’ ammosciate, qualche commento salace sulla crisi interna al PD, qualche battutaccia scontata di Gerundio Matteo Salvini, I soliti scontati commenti “un po’ di là e un po’ di qua” di Angelino fresco di nuovo ministero, il solito sbraitare di Brunetta contro gli infidi eredi del comunismo, le parole del berlusca stranamente caute e ammiccanti all’italianità della sua azienda, insomma la solita marmellata fritta e rifritta. Poi, all’improvviso è scoppiato il caso Roma, la Sindaca Virginia Raggi ha visto in manette il suo pupillo e braccio destro

Un’altra perla

a dimenticare chi sia l’inquilino e chi sia il proprietario” ed “è come se il palazzo fosse divenuto una proprietà comune e il grosso assembramento una creatura soddisfatta.” È qualcosa di più che un racconto: un piccolo grande affresco espressionista, come in una sorta di transmutazione estetica che proprio i grandi artisti sanno evocare, con quel tanto di vena surreale (prendasi la scena della conta settimanale dei proventi degli affitti con il segretario Deiches, ove senza parole i due passano le

ore “... sempre là seduti, la lucentezza delle loro teste calve chinate sulla lucentezza dell’oro”) e una virtuale eversione degli schemi che separano le forme dell’espressione umana. E a proposito di riti, il racconto ne è praticamente la sequenza: il primo è il ‘grande lavoro’ che il vecchio allestisce - al termine della stagione fredda, quando inizia il piacevole clima della Pasqua ebraica - prima di avventurarsi per strada: preparare nuovi tappi di cotone per le orecchie, sistemare una imbottitura di cotone attorno alle stanghe degli occhiali, fare un’ispezione accurata della preziosa mercanzia: certi “minuscoli”, “lucenti” tesori che ha addosso, sul corpo, “sotto la maglia di lana, che non si toglie mai”; il secondo, già visto, è il conteggio dei denari provenienti dagli affittuari; il terzo è l’incontro con tutti costoro e le loro famiglie, nel cortile dell’edificio, rammentando ogni nome e salutandoli uno per uno; il quarto rito vede Spielrein entrare al mercato dei preziosi, in mezzo all’ovazione dei suoi simili - quelli che lo hanno ribattezzato ‘testa di acciaio’ per la sua grande memoria e con cui a suo tempo ha avuto tra le mani “l’intera Polonia”; il quinto e ultimo è la passeggiata ai giardini Saxony, ove consumare alcuni bicchieri di acqua minerale. È evidente la grandezza di questo

scrittore. In che cosa? In quel tratteggiare un po’ la realtà tutta come immersa in una “atmosfera fradicia fin nel profondo di un’umidità verdastra...”, dove un “polveroso raggio di sole” cade “in forma di chiazza vicino allo sporco, pecioso bidone dei rifiuti e illumina un branco di cani scheletrici e di bambini che ballano.” Lasciandola libera da qualunque premura o interferenza, per restituirla nella pagina in tutta la provvisorietà – di cui si avvertono segni plurimi - e con colori magari enfatizzati, ma cruda ed essenzialmente autentica. Che lascia affiorare un filo d’ironia, un sorriso, come quello - contagioso (per il lettore) - mosso dalla scena dei bambini che il vecchio saluta con un bonario “bricconcello”, perché graffiano l’intonaco dei muri, e al suo cospetto trattengono le risa con difficoltà. Poi, quando un giorno entra nel cortile ‘reb’ Jeroham Getzel, con il suo carro funebre trainato da cavalli, pare che tutto sia finito, che quegli sia giunto per lui. Ma ecco che Spielrein si fa vivo con una “tossettina familiare” e saluta l’onorevole becchino, oggi la campana è suonata per qualcun altro. Qui chiude il racconto, non l’esistenza del protagonista. Come a dirci che essa è già tutta in queste poche pagine e al contempo che la vita intera è un grande rito ed il suo epilogo è racchiuso in un linguaggio misterioso, imperscrutabile: né il lettore né l’autore hanno le chiavi per decifrarlo.

Quanti bracci destri ha Virginia Raggi Marra e, di conseguenza, tutti i grillonzi scatenati contro di lei!! È persino scesa in campo la coppia più amata del M5S, vale a dire il duo Dibba-DiMaio freschi di vittoria referendaria, complementari uno con l’altro, con l’aplomb uno, con l’urlo perenne l’altro ma entrambi sempre pronti a far battute intrise di comicità esilarante. Un buon esempio sono state le loro dichiarazioni sul caso Raggi, : noi lo avevamo detto, noi avevamo consigliato di cacciare Marra, noi non ci fidavamo, noi non c’eravamo e se c’eravamo stavamo dormendo!! Insomma, un classico rinterzo a scappare

degno dei migliori giocatori di biliardo!!! Pensate che sono arrivati ad imporre alla povera sindaca romana l’allontanamento del suo braccio destro nella persona del Dott. Romeo difeso fino al giorno prima !! E poi, la domanda, ma quanti bracci destri ha Virginia Raggi???? Pare una Piovra!! Inoltre che coppia sono Dibba-DiMaio!!!! Comi-

ci nati, paragonabili a… non saprei proprio a chi paragonarli?? Stanlio e Ollio?? No, non hanno la mimica facciale!! Forse Gianni e Pinotto?? No, i due americani erano un po’ intelligenti!! Forse somigliano a Totò e Peppino?? No, la cultura non alberga nelle teste penta stellate!! Ecco….ecco, forse ho trovato, assomigliano ai famosi Fratelli De Rege, quelli resi celebri anche da Walter Chiari e Carlo Campanini, si, i De Rege, ma a questo punto mi sorge un atroce dubbio?? Fra Dibba e Di Maio chi sarà a dire all’altro : - Vieni avanti cretino!!!- ???? Chissà??? Forse faranno una volta per uno!!


24 DICEMBRE 2016 pag. 11 di

Mariangela Arnavas

M

arcello Buiatti è uno di quei docenti che, forse proprio per la padronanza della sua materia, la genetica, ha il dono di comunicare con chiarezza e semplicità concetti complessi anche ad un pubblico di non addetti ai lavori. Il Caffè della Scienza l’ha invitato a Livorno, al Museo di Storia Naturale, per una conferenza dal titolo “La vita nei sistemi complessi”, una riflessione di particolare interesse in questa fase storica. Molti elementi del ragionamento sono noti anche ai non addetti ai lavori, ma è il nesso, l’interconnessione che è estremamente utile tenere in evidenza: ci dice Buiatti che tutti i sistemi viventi sono complessi, diversificati, interconnessi, in continuo cambiamento e, come tali, non completamente definibili. Ad esempio, non è il DNA che definisce un individuo, perché il DNA contiene strumenti che possono essere attivati o meno, per esempio dal nostro cervello; l’individuo è un insieme molto più complesso e non completamente definibile appunto, né completamente matematizzabile. La pretesa meccanicistica di sezionare, controllare, omologare è in antitesi con la vita, secondo Marcello Buiatti. E invece, il vento che

Biodiversità

spira da un po’ di anni a questa parte è quello della tentazione di eliminare o minimizzare il diverso e questo mette a rischio l’intera biosfera perché tutti gli organismi devono essere dotati di variabilità genetica o epigenetica o comportamentale o culturale per poter sopravvivere: non c’è evoluzione senza variabilità e senza interconnessione. Buiatti ci ricorda che non a caso la “polvere a cui ritorneremo” dopo morti è fatta di elementi non connessi. Purtroppo, invece, in questi ultimi decenni,

gli umani stanno riducendo vertiginosamente la biodiversità, la velocità di estinzione delle specie è aumentata di 1000 volte rispetto ai valori medi della storia del pianeta. In particolare, il cambiamento climatico, il caldo eccessivo sta uccidendo le specie di animali e batteri nella misura del 10/30 per cento. Ascoltando la conferenza mi tornano alla mente le immagini della Barriera Corallina imbiancata e desertificata. Ho visto la prima volta il reef in Messico verso la fine degli anni ‘80; uno

spettacolo magnifico: montagne dai colori variabili dal giallo al verde all’azzurro e soprattutto tutta la gamma del rosso dal “corallo” al cremisi al viola sempre più cupo. Mi è ricapitato di nuotare sulla Barriera tre anni fa alle Maldive e all’inizio non riuscivo a capire cosa fosse successo: ancora i coloratissimi pesci tropicali, ancora formazioni verdi, azzurri e gialli, ma poi basta, zone bianche, come pietrificate. Mi sono documentata e ho scoperto che erano morti la maggior parte dei coralli rossi. Sembra che l’aumento della temperatura dell’acqua marina, dovuto al fenomeno del Niňo nel 1997/1998 e forse anche altri fattori, compreso l’inquinamento, abbia causato l’espulsione, da parte di questi coralli, delle alghe unicellulari fotosintetiche che vivono con loro in simbiosi. La morte non è immediata, ma se le condizioni persistono si verifica una specie di mummificazione, da cui l’immagine di una Barriera “canuta”. Non so cosa ne pensino i “negazionisti” nominati nella squadra di governo di Trump e se per caso siano daltonici, ma credo abbia del tutto ragione Buiatti a richiamarci alla coscienza di ciò che significa essere vivi, soprattutto per cercare di dare qualche chance alle generazioni future.

Condividiamo con i lettori di Cuco gli auguri della Collezione Gori


Per

S

24 DICEMBRE 2016 pag. 12

Lara Vinca Masini

ono oltre duecento le firme che abbiamo raccolto sull’appello per l’applicazione della Legge “Bacchelli” a Lara Vinca Masini; e continuano ad arrivare alla nostra redazione. L’appello ha avuto un riscontro anche su quotidiani

come La Nazione, il Manifesto e la Repubblica. Abbiamo deciso di ripubblicare qui l’appello e l’elenco delle firme raccolte ad oggi per dare conto di questa crescente attenzione, che è anche una forma di riconoscimento nei confronti

Aitiani Marcello, Artista Albani Paolo, Scrittore Alberti Rosella, Docente di Storia dell’arte Accademia di Belle Arti di Firenze Alibrandi Andrea, Gallerista Allegri Giuliano, Gallerista Allegrini Giosuè, Critica d’arte Amendola Aurelio, fotografo Andreani Giuseppe, Già direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze Bacci Andrea, Ingegnere Bacci Emiliano, redattore di Cultura Commestibile Bagnoli Paolo, Storico dell’arte Balestrini Nanni, Artista Baraldi Bona, Pittrice Barilli Renato, Storico dell’arte Barlozzetti Ugo, Storico dell’arte Barni Roberto, Artista Barone Angelo Baroni Vittore, Artista Barzagli Massimo, Artista Basso Fabrizio, artista Bazzini Marco, Critico d’arte Belluomini Pucci Alessandra, Direttrice Museo Gamc Viareggio Bempord Pier Luigi, Commerciante Berlincioni Maurizio, fotografo Bertini Franco, Collezionista Bertini Loriano, Collezionista Bertolani Lorenzo, Poeta Biagi Gianni, redattore di Cultura Commestibile Bianchi Massimo, Architetto Bimbi Adriano, scultore Binazzi Lapo, Artista Bindi Gaia, Storica dell’arte Bonini Lorenzo, Critico d’arte Borsetti Venier Alessandra, artista Bove Antonino, artista Bramanti Vanni, Critica d’arte Branca Mirella, Storica dell’arte Branzi Andrea, Architetto Brizzi Marco, Docente Universitario Brugellis Pino, Architetto Bueno Isabella, Collezionista Bueno Raffaele, Artista Bulletti Franco, Artista Buscioni Piero, Filosofo Buscioni Umberto, Artista Capitani Gianni Cangioli Silvia, Critica d’arte Cardini Giancarlo, Musicista Carpi De Resmini Benedetta, Critica d’arte Castagno Laura, Architetto Cauteruccio Giancarlo, Regista

della vita piena di doni per la cultura italiana contemporanea che Lara Vinca Masini incarna. Agli inizi del prossimo anno abbiamo intenzione di presentare ufficialmente l’appello con le firme e una nuova istanza per l’attribuzione dei benefici della

legge “Bacchelli” a Lara Vinca Masini. Continueremo a raccogliere adesioni all’appello e proporremo iniziative culturali per riflettere sul tema dell’arte contemporanea e sul contributo che Lara ad essa ha dato.

Ceccanti Duccio, Musicista Ceccanti Mauro, Musicista Ceccanti Vittorio, Musicista Cecioni Eugenio, Dir. Accademia Belle Arti di Firenze Celle Lucia, Architetto Centauro Giuseppe Alberto, Docente Universitario Chiarantini Andrea, artista Chiarello Sara, redattore di Cultura Commestibile Ciappi Elena, Architetto Cini Silvia, Artista Contemori Lido, Disegnatore Conti Anna, Architetto Corelli Emanuele, Geometra Corretti Gilberto, Architetto Corridi Ruffi Marilù, Architetto Cosci Matilde, studentessa Cosma Claudio, Collezionista Crestini Enzo, Architetto Crociani Matteo, Libero professionista Cuppini Carlo, Editore D’Amburgo Marion, Attrice De Alexandris Sandro, artista De Poli Fabio, pittore De Romanis Roberto, Musicista Dehò Valerio, Critico d’arte Della Bella Paolo, artista Di Cocco Giampaolo, artista Di Franco Elio, Architetto Falciani Carlo, Architetto Falletti Franca, Storica dell’arte Filardo Daria, critico d’arte Fornaciai Fabio, Gallerista Forzani Bruna, Pensionata Franceschi Kiki, artista Frangioni Aldo, redattore di Cultura Commestibile Frittelli Carlo, Gallerista Fusi Danilo, artista Gaglianò Pietro, critico d’arte Garghetti Fabrizio, Fotografo d’arte Gensini Valentina, Dirittrice Museo Novecento Gentilezza Antonello, Insegnante Gentili Emanuela, Medico Gentili Emanuela, Medico Gentilizza Annarita, Disoccupata Giacinti Roberto, Docente Universitario Giraldi Stefano, Fotografo d’arte Godoli Ezio, Docente Universitario Gori Fabio, Imprenditore Gori Giuliano, Collezionista Gori Paolo, Editore Granchi Andrea, artista Guarneri Riccardo Guasti Marcello, scultore


Per

24 DICEMBRE 2016 pag. 13

Lara Vinca Masini

Guerrini Fabrizio, storico arte Gurienti Carlo, Artista Gurrieri Francesco, Docente Universitario Heimler Daniela, Docente Universitario Holm Susanna, Storica dell’arte Innocenti Raimondo, Architetto Isgrò Emilio, Artista Lemmi Andrea, Artista Levo Rosemberg Margherita, artista Liscia Doria, Docente Universitario Lohr Christiane, artista Lombardi Daniele, Musicista Lombardi Laura, storica dell’arte Lombardini Gualtiero, Imprenditore Luconi Massimo, Regista teatrale Magni Ilaria, Storica dell’arte Manghetti Gloria, Direttrice Gab. Viesseux Marcetti Corrado, Coordinatore F.ne Michelucci Marini Paolo, avvocato Martino Antonino, artista Maschietto Federico, Editore Maschietto Titti, Architetto Masi Paolo, pittore Mayr Albert, Musicologo Mazza Salvatore, fotografo Medardi Norberto, Architetto Meloni Roberta, Direttrice Poltronova Melotti Gianni, Fotografo d’arte Merz Francesca, Storica dell’arte Michelizzi Achille, Architetto Michelucci Ivana, Pensionata Monaldi Laura, Storica dell’arte Montanari Tomaso, Storico dell’arte Mordini Giancarlo, Direttore Teatro Morrocchi Michele, redattore di Cultura Commestibile Mosso Leonardo, Architetto Mughini Giampiero, Scrittore Nannucci Massimo, Artista Nannucci Maurizio, Artista Nardi Claudio, Architetto Natali Antonio, Storico dell’arte Natalini Adolfo, Architetto Natalini Arabella, Critica d’arte Nesi Barbara, Libera professionista Nesi Edoardo, Scrittore Nicoli Silvia, Architetto Nocchi Massimiliano, Architetto Nocentini Sara, redattore di Cultura Commestibile Nocentini Angela, Docente Noferi Andrea, Architetto Noferi Silvia, Fotografa Nuzzo Antonello, Architetto Olivetti Anna, Architetto Oreglia D’Isola Aimaro, Architetto Paba Giancarlo, Docente Universitario Palli Carlo, collezionista d’arte contemporanea Palterer David, Architetto Parmesani Loredana, Critica d’arte

Pecci Giovanna, Imprenditrice Peccolo Roberto, Gallerista Pennestri Wally, Pensionata Pettena Gianni, Architetto Pezzato Stefano, Centro Pecci Prato Piccardo Emanuele, direttore di archphoto.it Pierallini Beatrice, Architetto Pignotti Lamberto, Artista Ponsi Andrea, Architetto Porcinai Anna, storicad’arte Pozzati Maura, Critica d’arte Pozzi Gianni, Storico e critico d’arte Pucci Cristina, psichiatra Pununzio Alessandra, Architetto Ratti Marzia, Direttrice Musei La Spezia Rescio Michele, Esperto di cucina Ricaldone Sandro, Critico d’arte Ricci Aldo, scrittore Risaliti Sergio, critico d’arte Rispoli Stefania, Museo Novecento Romitti Ines, Architetto Romoli Roberto, notaio Romoli Tommaso, notaio Rossi Tommaso, Artista Rossi Prodi Fabrizio, architetto Ruffi Gianni, Artista Ruffi Lapo, Artista Salbitano Fernanda, Critico d’arte Salmoni Vittorio, Architetto Salvini Pierallini Elena, Artista Sbarbaro Stefano, Critico d’arte Sbrilli Antonella, Docente Semeraro Giandomenico, Critico d’arte Serafini Giuliano, Critico d’arte Setti Barbara, redattore di Cultura Commestibile Siliani Simone, Direttore di Cultura Commestibile Staccioli Paolo, Ceramista Stefanelli Stefania, Docente Stefanini Mauro, Pres. Naz. Gall. d’arte Moderna e contemporanea Stolzuoli Francesco, Architetto Terpolilli Carlo, Architetto Tesi Rossella, critica d’arte Torres Elda, addetta stampa Tronci Annalisa, Architetto Turchini Emanuela, Insegnante Ulivieri Luigi, Architetto Vangi Giuliano, Artista Vannicola Andrea, Storico della Chiesa Vanzi Daniela, impiegata pubblica Vasta Michelangelo, Docente Veronesi Sandro, Scrittore Vezzosi Alessandro, Dir. Museo Ideale Leonardo da Vinci Villoresi Pamela, Attrice Virdis Davide, fotografo Viscoli Artemisa, Scultrice Visconti Federica, Docente Universitario Zangheri Luigi, Architetto


24 DICEMBRE 2016 pag. 14 Roberto Barzanti roberto.barzanti@tin.it di

A

lla letteratura odeporica Attilio Brilli ha dedicato una vita: sterminata sarebbe anche una sommaria bibliografia che ambisse a elencare i titoli più significativi. Ora, quasi a sintetizzare in panoramiche d’insieme una tanto illuminante e succosa fatica, si è dedicato a volumi quali Il grande racconto del viaggio in Italia (2014) e Il grande racconto dei viaggi d’esplorazione, di conquista e d’avventura (2015) che riprendono molti dei temi via via affrontati e li espongono con un piano taglio narrativo. Del resto Brilli, anglista nella sede universitaria di Arezzo, ora emerito, è sempre stato un saggista-scrittore. I suoi studi sui resoconti di viaggio si sono trasformati anche in un suo personale viaggio attraverso la scrittura di autori assunti quali veri e propri compagni e colleghi. Ecco uscire – conclusione di una trilogia? – presso il Mulino il Grande racconto delle città italiane (2016). Ed è un godimento leggere queste pagine costruite con un equilibrio che non consente distrazioni. Hanno l’andamento di itinerari ritmati da soste contemplative e riflessioni culturali. Dove il rispecchiamento dei luoghi scrutati o visitati si sdoppia: le notazioni dei protagonisti s’intrecciano con le chiose di chi sta loro a fianco, commentandone senza cipiglio percezioni e scoperte. Nomi illustri come Stendhal figurano accanto a diaristi di molto minor spicco. È un mélange tipico della letteratura di viaggio: il taccuino più svelto può avere il peso di una descrizione elaboratissima, la divagazione fantasiosa succede al più scarno abbozzo. Se di un genere si tratta, è un genere che non obbedisce ad un canone replicato all’infinito. Non tutti viaggiarono con lo stesso animo e mossi da analoghi propositi: ci furono devoti pellegrini, esteti appassionati, indagatori di costumi e tradizioni. Perché – ci si può chiedere – oggi un libro come questo di Attilio Brilli attira fortemente l’attenzione? In parte almeno perché suscita un effetto nostalgia che commuove ed eccita. Le città, dopo i rivolgimenti indotti dalla

Attilio Brilli

per ragioni politico-amministrative gioca brutti scherzi. Il potere non sempre si ammanta di simbologie accettabili. Il caso di Roma la dice lunga. Gregorovius condanna la trasformazione di una capitale dello spirito dal respiro universale in una capitale truccata per uno Stato di posticcia modernità: da caput mundi a capitale di loschi traffici di mondanissimo potere. E di una corruttela indicibile. In Toscana la resistenza urbana può celebrare situazioni eccezionali. Di Siena viene richiamata la misteriosa aria d’Oriente rifacendosi alle righe del taccuino di Albert Camus, che ammira la città da lontano “nel tramonto con i suoi minareti, come una Costantinopoli di perfezione”. Pienza ha il timbro di una città ideale incompiuta: “Il viandante – scrive Brilli – lascia Pienza con un senso di sottile inquietudine e di insoddisfazione, come di chi si risveglia da un luogo visitato in sogno”. André Suarès vede San Gimignano come “la corona di ferro che il dio della Toscana ha poggiato su un’altura, tra Siena, Volterra e la Val d’Elsa”. E la Piazza Grande di Arezzo, della città vissuta giorno dopo giorno, riepiloga stagioni e epoche: “Un luogo in cui i secoli, che di norma percepiamo fusi gli uni negli altri, tornano a dissociarsi, a giustapporsi, a farsi entità diverse che, tutte assieme, e nelle loro differenze, danno forma allo spazio e lo scandiscono come se rappresentassero l’orologio della storia”. È davvero “uno di quei luoghi in cui viviamo il presente nell’immanenza del passato”: un passato che avvertiamo solo nei rari episodi che serbano dignità estetica si fa sentire. E ammorbidisce la critica invitando ad un fantastico viaggio all’indietro, per ritrovare ciò che non è scomparso per sempre. Reliquie e immagini di un mondo-città – ha scritto Marc Augé – nel quale è tolta “ogni pertinenza a opposizioni del tipo città/campagna o urbano/non urbano”.

itinerari di ieri per i viaggiatori di oggi

rivoluzione industriale, hanno subito mutamenti tali che non sono riuscite – se non alcune periferiche e (forse) privilegiate – a sopravvivere nelle forme conquistate con un lungo accumulo di interventi consapevoli, né hanno conservato con la natura circostante un rapporto strutturato e armonico. Brilli non a caso scrive di “città ritrovate”: senza la risonanza storica che emana da forme spesso disinvoltamente manomesse le cento e cento città italiane non posseggono più la misura e la funzionalità che ne fecero teatri incomparabili di vita. “Dall’Ottocento in poi si viaggia in Italia – scrive l’autore – in maniera immaginaria, ricercando luoghi dove sperimentare un genere di vita inesorabilmente perduto, dove sondare le vestigia di un universo scomparso e con esse la sopravvissute radici di una civiltà in via d’estinzione”. La diagnosi, collocata a premessa, non è cruda più del dovuto. Bisognerà solo aggiungere che non deve tramutarsi in un’indiscriminata condanna della modernità nelle numerose accezioni che questa benedetta categoria ha preso. Gli autori da seguire con maggior puntualità e consonanza sono ovviamente i flâneur non frettolosi, quanti danno tempo al tempo, insomma non gli antenati delle turbe di turisti che fotografano senza vedere e

guardano senza preoccuparsi di capire. “Qui in Italia – ammonisce Lord Byron – le città sono tutte capitali”. Ed è motto da inscrivere quale incipit dai risvolti metodologici. Una catena di esempi dimostra a iosa il principio insito in questa preziosa indicazione. Brilli divide per capitoli il racconto e ad ogni città ne dedica uno, antologizzando via via alcune delle pagine più emblematiche e corredando il discorso con un dovizioso apparato iconografico scelto non a mo’ di illustrazione ma in funzione di probante documento parallelo. Edmondo De Amicis coglie nelle squadrate strade di Torino “l’eredità della disciplina dell’antico esercito sardo”. A Bologna Alfred Bassermann, nel 1898, si compiace del “lusso liberale dei bei portici”. Gli spazi ritraggono società e registrano abitudini. Firenze e Roma hanno subito “stravolgimenti” che hanno mutilato irrimediabilmente spazi ora solo immaginabili. Firenze in particolare con l’abbattimento delle vecchia mura ha perduto il suo centro e si è disarticolata in sequenze che non hanno coerenza e compattezza. La boria della modernizzazione attuata


24 DICEMBRE 2016 pag. 15 Aldo Frangioni aldofrangioni@live.it a cura di

A

rte in fabbrica. Per il quarto anno consecutivo ecco una nuova importante mostra d’arte finanziata dalla Ciemmeci fashion e organizzata da Téchne al Terrafino di Empoli Terramadre è il titolo di una Mostra allestita tra laboratori e uffici, della Ciemmeci Fashion, è quest’anno dedicata all’opera di Franco Mauro Franchi, artista di area livornese che da decenni rende multiforme uno ‘stesso’ tema: la figura femminile declinata in tecniche e materie diverse che includono marmo, pietra, terracotta, bronzo, cemento, vetroresina, carta e tela dipinta. La rappresentazione di una femminilità seduttiva che oscilla tra eros e fecondità evoca inevitabilmente mitologie arcaiche mediterranee tradotte in forme comunque potenti, michelangiolesche, di variegate dimensioni: dalla piccola testa alla statua monumentale. Lungo un percorso che ricostruisce la biografia artistica di Franchi, tra il 1970 e il 2016, e insieme segue la filiera della sua produzione: dal disegno del progetto alla sua traduzione plastica, con particolare attenzione alla non infrequente destinazione pubblica e dunque etica. Capace di celebrare e creare significati negli spazi rendendoli veri luoghi, in stretta aderenza alla mission di Téchne. Durante una intervista, riportata nel Catalogo della Mostra (Firenze Aska edizioni, Euro 18), Franchi sostiene che «la scultura contemporanea sembra fatta apposta per poter qualificare anche i luoghi industriali. Questi non luoghi secondo me sono tali perché gli manca la identità dell’opera d’arte e quindi sono importanti tutte le occasioni che si presentano per dare un’identità un luogo, anche quello apparentemente più lontano». L’iniziativa è stata interamente finanziata dal gruppo industriale Ciemmeci che da anni si mostra sensibile ai temi della cultura industriale, e al sostegno a iniziative di stampo ‘olivettiano’ che mirano a ricomporre il dissidio tra centro e periferie, tra luoghi del lavoro e quelli della

Terramadre cultura. Il Terrafino - l’ampia area industriale empolese – prende nome da finis terrae: un tempo indicava quindi un ‘luogo di confine’. Oggi esso è occupato dai capannoni di una zona industriale a rischio di ‘non luogo’. In controtendenza queste iniziative promosse dalla associazione Téchne. Arti e culture dell’industria in Toscana, cercano però di tracciare nuovi confini e di ricomporre lavoro e bellezza secondo un piano di approccio di alto significato civile. disegno di

Roberto Innocenti

Innocenti e colpevoli


24 DICEMBRE 2016 pag. 16

Le nostre paure

Simone Siliani s.siliani@tin.it di

R

osalba de Filippis ha molto più che curato un piccolo ma intenso e prezioso libro sulla Paura. Intellettuali e artisti sulle angosce del nostro tempo (Edizioni della Meridiana, Firenze, 2016). L’autrice, così è giusto definirla, non ha soltanto raccolto e concepito l’insieme di una serie di testi di persone che hanno qualcosa di originale da dire su un tema così spesso evocato in questi convulsi anni della crisi globale, quanto poco sondato e scavato, ma ha fornito la chiave di lettura e di scrittura per tutto il libro. Che nasce nell’epicentro della crisi, dove evolve il magma che presto o tardi è destinato a risalire i canali interni del vulcano e prorompere in superficie: le classi della scuola secondaria superiore italiana dove Rosalba ogni giorno incontra questi giovani esemplari dell’ultima fase dell’evoluzione della nostra specie. Nel saggio con cui si apre il libro Rosalba parte da qui, da uno sguardo profondo, partecipe, se posso, affettuosamente innamorato per quanto severo (alla don Milani) su questi giovani, sì impauriti di questo caotico, difficile, spietato mondo in cui è toccato loro vivere. Un mondo di cui cercano di esorcizzare le minacce mostrando una sfrontata sicurezza nel maneggiare linguaggi e strumenti dell’età informatica, agitandosi con spavalda familiarità in bilico sulla corda tesa dei social network (che chissà perché chiamano social se hanno spesso sostituito relazioni sociali fisiche). Il libro, pur nella molteplicità dei punti di vista, ha un filo conduttore ben visibile, parafrasando Battiato, una sorta di cura dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti, dalle ingiustizie e dagli inganni del nostro tempo, dai fallimenti naturali, ed è quella della conoscenza e della cultura. Ne parlano Luca Nannipieri, trattando dell’importanza del prendersi cura dell’arte e delle memorie storiche contro l’ideologia del terrorismo e del nichilismo (Perché accudire ciò che siamo stati) e Caterina Seia, partendo dalla riflessione sull’opera di Pistoletto Il Terzo Paradiso realizzata al Salone del

Libro di Torino e composta da 10.000 libri composti nel simbolo matematico dell’infinito in cui Pistoletto inserisce una terza ansa, opera che poi si dissolve e si disperde con la sottrazione dei singoli libri da parte dei visitatori. Cultura del passato e cultura contemporanea si fondono come antidoto della paura. Quella vita vivente e quella trascorsa che fanno parte di un unico flusso e che sono minacciati di cui parlò Enrico Berlinguer nella sua intervista su Critica Marxista del 1984, riferendosi ai rischi per il patrimonio storico e artistico oltre che per le vite presenti di fronte alla minaccia nucleare. Ma in fondo di questo parla anche Armando Punzo in quello che, a mio avviso, è il saggio più evocativo e potente del libro, Io e lui. Un dialogo con un sé fuori da sé, che parte dall’esperienza del teatro in carcere ma per uscire da questa dimensione chiusa per fare di sé, per essere opera d’arte: “A me non interessano quelli che si sentono prigionieri del carcere, mi preoccupano di più quelli che si pensano liberi fuori dal carcere. A me interessa solo chi si sente libero in un carcere...”. Un testo eretico perché è eresia oggi credere nelle potenzialità trasformatrici dell’uomo. Il testo di Marco Romano, autore peraltro qualche anno fa di un piccolo capolavoro editoriale La città come opera d’arte (Einaudi, 2008) si confronta con le paure che vivono nella città e che

producono muri e separazioni, dal ‘300 fino ai nostri giorni. Ma è la paura dell’Altro che percorre le comunità cittadine; la paura della diversità rispetto alla comunità degli eguali e che produce i conflitti più atroci. Romano, nel suo excursus storico, ne fa cenno parlando delle rivoluzioni europee della prima metà dell’Ottocento, in cui gli scontri sulle barricate, “rivelavano l’esistenza di due mondi che avevano vissuto inconsapevoli insieme, ma che dimostravano come nella città diverse fazioni sobbollissero quasi inavvertite per esplodere sorprendentemente nel desiderio di annientare i loro stessi concittadini, con i quali forse erano abituati a prendere il caffè tutte le mattine”. E non ho potuto fare a meno di pensare alle città della Bosnia, a Mostar, in cui proprio questa condizioni di convivenza, anzi di mescolanza, è stata improvvisamente sostituita dal più atroce dei conflitti (che ha effettivamente annientato parti intere della comunità, come quella serba e quella ebrea) quando è stata instillata, con sapienza criminale, nella popolazione la paura dell’Altro, della diversità. Anche Romano propone una strategia cognitiva per affrontare le paure nelle città: solo se conosciamo davvero il “nostro virtuale eversore”, la paura può essere attenuata, posto che alla paura che pervade la nostra vita quotidiana non può essere del tutto eradicata, perché è la paura

delle élite che nella storia della città europea di fronte ai portatori di disordine, di diversità. Sono i poveri a partire dall’anno Mille fino alla crisi della società municipale italiana nel Quattrocento; cui si aggiungono giocolieri, vagabondi, saltimbanchi, mendicanti. Ma potremmo arrivare fino ai nostri giorni per capire che quelle paure prendono le forme dell’immigrato, del Rom; ma anche oggi solo una strategia cognitiva può attenuare la paura e soprattutto evitare che questa si trasformi in un conflitto latente e nei fenomeni di esclusione. E, in questi casi, la paura si trasforma in un sentimento sociale, che si definisce attraverso le categorie culturali con i quali ogni società ordina il mondo e l’esperienza: questo è l’oggetto del saggio di Fabio Dei (Culture della paura). La paura, tuttavia, non assume sempre gli stigmi della diversità evidente, esteriore; anzi talvolta assume una immagine esteriore rassicurante e innocua, ma si propone in modalità del tutto irrazionali, come nel caso dello Spaventoso Omino di Burro di cui tratta Alessandro Zaccuri in una interessante analisi del capolavoro di Collodi, Le avventure di Pinocchio: la paura ti prende così, un poco alla volta, impercettibilmente, avanzando “senza fare il più piccolo rumore”, con le ruote “fasciate di stoppa e cenci”, fino a portarti nel pauroso Paese dei Balocchi, ma ormai è troppo tardi. Un luogo frastornato dal rumore di fondo, dal caos, dal disordine elevato a sistema; apparentemente così lontano dall’altrettanto pauroso mondo silenzioso dell’ansia di cui parla Davide Rondoni (Prima viene l’amore), citando L’età dell’ansia di W.H.Auden. Una società in preda all’ansia dovuta al continuo annuncio che il paradiso in terra è possibile; ma il paradiso non arriva mai e noi viviamo in una condizione perenne di ansia e di paura per questa imperfezione. Ma solo l’amore, che pure precede ogni paura, può curare dice Rondoni, perché “Amare è l’occupazione di chi non ha paura. Un libro intenso, dicevo; crudo eppure raffinato; duro ma colto; da leggere tutto intero, così, senza paura.


Bizzaria degli oggetti

24 DICEMBRE 2016 pag. 17

Cristina Pucci chiccopucci19@libero.it a cura di

D

ue oggetti questa volta, uno di sicuro più ricco di storielle. Bellissima piccola “bugia” a forma di giullare il cui braccio piegato forma il manico per impugnarla, con scritto sì, chissà perché, in varie lingue, ceramica marcata “Richard” il che la fa datare a prima del 1896, anno in cui ci fu la fusione Richard -Ginori e nei marchi degli oggetti comparvero i due nomi. Per bugia si intende un piccolo candeliere con manico nella cui base, larga e piatta, si inserisce il “bocciolo”che accoglie la candela, questo nome deriva dalla antichissima, e bella, città algerina di Bejaïa, Bougie in francese, da cui, nel Medio Evo, arrivavano in Europa le candele di cera d’api. Fin dal ‘300 compare la parola bugia come sinonimo di candela e pian piano è passato ad indicare il piccolo candeliere che la sostiene. Giulio Richard, di una famiglia di imprenditori di porcellane torinese, arriva a Milano e nel 1842 compra la Gindrand, fabbrica di ceramiche già avviata. Grande ammiratore della tecnologia e del suo progresso, ritiene che per realizzarlo occorra non solo adeguare macchinari ed impianti, ma anche, ed innanzitutto, preparare maestranze specializzate, sostenerle nella vita ed inserirle in un cammino di elevazione sociale. I primi operai della fabbrica furono contadini senza istruzione nè specifica nè scolastica, per essi fondò una

La Galleria Il Ponte, in collaborazione con Paola De Angelis e la Galleria Milano di Milano, presentauna mostra dedicata a Giulio Turcato (Mantova, 1912 – Roma, 1995), pittore instancabile, considerato tra i maggiori esponenti dell’astrattismo e dell’informale italiano. Tra i promotori dell’Art Club (1945) e di Forma I (1947), del Fronte Nuovo delle arti, del gruppo degli Otto (1950) e di Continuità (1960). L’esposizione nella galleria di Andrea Alibrandi vengono proposti due cicli di opere: i Tranquillanti, del 1961, e le Superfici lunari, realizzate nel 1964 e esposti due anni dopo alla Biennale di Venezia. A questi si aggiungono due

“Bugia”e portasigari scuola di disegno, un asilo, la mensa, un forno comune, fece costruire delle case e fondò una societa di mutuo soccorso. Nasce così e si espande rapidamente la Società Ceramica Richard in cui si formano ed esprimono fior di artisti. Nel 1870 ci lavorano 600 persone. In seguito e con la col-

laborazione di un figlio inglobò varie altre fabbriche di ceramica e vicine e anche più lontane. Nel 1896 si fuse con l’altra grande ed importante manifattura italiana, la Ginori di Doccia, dando vita al famoso marchio Richard-Ginori che, malgrado difficoltà e crisi è tuttora vivo e, speriamo,

Turcato alla Galleria Il Ponte

dalla collezione di Rossano

verde sia pure in mani francesi. Ed ecco un altro grande uomo creativo e pieno di intuizioni stimolanti attività e progresso, Carlo Ginori. Fonda la fabbrica di ceramiche a Doccia nel 1737, dalla sua idea di esporre nel Salone della Villa i prodotti più belli e preziosi origina il nucleo dell’attuale Museo, in realtà un po’ abbandonato, ma di grande interesse. Già nel 1741 detiene il monopolio delle Ceramiche del Granducato ed ottiene la commessa per le forniture dei Servizi da tavola per le residenze granducali. Ma a me sembra curioso e geniale ad un tempo il suo avere inviato a Napoli persone che apprendessero le tecniche della pesca del corallo ed avere favorito l’allevamento delle capre d’angora in Toscana...Bonificò la parte della Maremma circostante le sue proprietà intorno a Cecina, giovanissimo ricoprì incarichi politici e fu Governatore della città e del porto di Livorno...e pensare che morì ad appena 52 anni! L’altro oggetto è senza marchio e di sicuro molto più bizzarro: portasigari di ceramica che rappresenta un bambino dalle gote gonfie agghindato come un adulto, bavero di pelliccia, panciotto e “foularino cravattato”, monocolo e cappello a cilindro, sono qui i buchi per i sigari,... una faccia bruttina e buffa, direi caricaturale il che lo indicherebbe provenire da fine Ottocento inizio Novecento, epoche in cui queste immagini erano di moda, pare.... Superfici malate del 1957 e 1961 in olio e tecnica mista su tela, e - nella lounge room - la scultura La porta (1973), affiancata da cinque carte su colore del 1961. Quello di Turcato è un lavoro per puro colore, che la luce fa brillare nella sua umile, affascinante realtà. La superficie diventa così luogo di costellazioni e immaginarie mappature astronomiche che ci ricordano che la bellezza risiede negli oggetti quotidiani e nella semplice materia, seppur scabra e testimone degli individuali tormenti. In occasione della mostra la Galleria Il Ponte e la Galleria Milano pubblicheranno un catalogo a colori di 75 pp. con testo introduttivo di Walter Guadagnini.


L immagine ultima

S

24 DICEMBRE 2016 pag. 18

Dall’archivio di Maurizio Berlincioni berlincioni2@gmail.com

iamo alla vigilia di Natale ed ho subito pensato di restare in argomento. Ho scelto di mostrare a tutti questo angolo di Manhattan come un buon esempio di Carità Cristiana! Si comincia subito bene e come ben si vede le parole scritte sulla porta non lasciano alcun dubbio sui buoni propositi. JOIN the Army, JOIN the Navy, SERVE Your Country e. soprattutto, JOIN THE CHURCH and SERVE GOD. Più chiaro di così non è possibile e quindi… Buon Natale a tutti quanti!

NY City, agosto 1969


Cultura commestibile 198-199