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di Andrea Ponsi

Mappe di percezione

Downey Street

Una corta stradina dalle parti di Haight-Ashbury, Downey Street si arrampica sulla collina quasi cercasse un punto da dove abbracciare il panorama di tutta la città, dall’oceano a North Beach. Downey street è una strada alberata e ogni albero è diverso. Anche ogni casa è diversa: tutte però al massimo tre piani. Alcune hanno il tetto piano, altre a capanna e disegnato come un piccolo tempietto. Nel timpano triangolare, dietro una piccola finestra, vi è l’attico, la stanza più alta della casa, la più intima, quella che un tempo faceva da deposito ma che spesso è trasformata in un’ accogliente cameretta dove a malapena si sta in piedi, e solo al centro. Le facciate delle case sono un carnevale di colori, una fantasia lignea di bovindi, abbaini, terrazzini, logge di entrata, colonnette, legni intagliati, balaustre. A volte le facciate sono rivestite di scaglie di legno sovrapposte di forma quadrata o a semicerchio, altre volte da sottili assi orizzontali o da pannelli incorniciati come armadi di altri tempi. Una fessura piccolissima divide ogni casa da quella adiacente. E’ un taglio netto, altissimo e profondo quanto l’intero edificio. Non esistono pareti in comune. Suppongo che questa separazione dei volumi sia dovuta a ragioni sismiche, all’americanissimo desiderio di individualità e al bisogno di lasciare autonomia a ogni casa non solo di scegliersi lo stile che gli pare ma anche la libertà di essere abbattuta e sostituita a suo piacere. Ma non ci cade mai niente in quello spazio stretto pochi centimetri? Non ci rimane mai incastrato un gatto che cerca di acchiappare un animale? Chi pulisce l’interstizio? Chi lo lava? Vecchia Berkeley

Mi trovo nel giardino di una villa suburbana di Berkeley costruita intorno agli anni ‘20: il prato , in leggera pendenza, è dominato da tre altissimi redwoods: dicono che abbiano almeno trecent’anni. Ognuno è composto da due o tre tronchi rossastri che si staccano dal suolo come frecce scoccate verso il cielo. L’esterno della casa è un tappeto di “shingles”,

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San Francisco

ovvero scaglie di legno sovrapposte, anch’esse rossastre come i tronchi dei redwoods. L’edificio ha un aspetto ottocentesco con bovindi, fioriere alle finestre, portico e tetti spioventi punteggiati da camini in laterizio; vengono in mente Bernard Maybeck, i fratelli Green, il Bay Region style, i tempi andati quando gli architetti avevano colletti inamidati e cravatte a farfallina. Lo stile Arts &Crafts è ancora più evidente nell’interno. Modanature e rivestimenti in legno scuro prevalgono sul resto delle pareti bianche e lisce. Soffitti a cassettoni, caminetti, scale con robuste ringhiere, anch’esse in quercia scura. Poi abbaini, grandi stanze, piccoli spazi di collegamento, tanti armadi, mensole e, dovunque, parquet a spina di pesce. Questa casa è la perfetta immagine della vecchia Berkeley, quella nata a cavallo tra i due precedenti secoli. A rinforzare l’atmosfera inizi Novecento, tra gli alberi, a distanza di un paio di isolati, si scorgono i tetti bianchi del grande Claremont Hotel. Il Claremont Hotel, monumento del favoloso passato locale è stato, chissà perché, dipinto di bianco; forse per farsi notare ancora di più, come se, fantastico castello in Shingle Style,

non si notasse già abbastanza. Qui la casa intima, privata, poco più in là l’hotel, una montagna candida, innevata, con terrazze pubbliche, piscine, solarium, saloni, bar, ristoranti. Il Claremont Hotel è una vera città in miniatura. Come in un cristallo o in una forma organica, ogni singolo elemento architettonico sembra derivare per partenogenesi da altre forme simili: tetti a capanna incastrati in altri tetti a capanna, abbaini sopra altri abbaini, torri accanto a torri, cupole e cupolette e, infine, un alta cuspide con una poderosa bandiera americana. Questo concentrato di forme urbane emerge tra palme altissime, eucalipti piangenti, querce, aceri rossi. Bianco e gioioso, il Claremont Hotel non trasmette un senso di soggezione o magniloquenza. E’ monumentale ma anche familiare; il suo volume, sebbene dominante, non incombe, proprio perché spezzettato in una infinità di volumi minori. E’ un edificio aperto, calmo, solare. Si differenzia comunque dai contemporanei Grand Hotel d’ Europa, suoi cugini d’oltreoceano: è qualcosa di più rustico, simile semmai a un albergo di un parco nazionale. Simbolo di un tempo andato è l’icona presente dell’America che fu.

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Cultura commestibile 254  

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