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di Andrea Ponsi Golden Gate Park

Anche gli alberi in un parco concorrono a definire l’identità di un luogo. Nel Golden Gate Park l’eucalipto, il pino e il redwood assurgono a simboli arborei della California del nord. L’eucalipto si contorce a spirale su stesso. E’un vecchio inquieto con la pelle frastagliata. La sua scorza è un sottile foglio bianco, grigio e beige, un foglio sfilacciato nei tormenti. Continuamente cambia pelle che accumula ai suoi piedi, aggrovigliandola alle foglie sparse sul suolo. Molti, con disprezzo, lo considerano un albero infestante, forse quelli stessi che considerano i piccioni ratti volanti. Per me è un albero sensibile ed inquieto, un amico delicato. Lì accanto si alza un pino, autoctono del luogo. Sempreverde, ha un tronco forte e contorto che va a dividersi in tanti rami aguzzi e un po’ disordinati. I rami sostengono ciuffi di aghi verdi, che come gli alberi di Oriente, stanno sospesi in aria come una pagoda. Crescendo sulla costa, ha i capelli scompigliati, i rami spesso secchi, anche spezzati. Non lo vedo, ma da qualche parte qui vicino certamente c’è un redwood. Il redwood è l’albero più tipico di questa parte dell’America; un essere misterioso, primitivo, sceso giù dai monti per arrivare fino al mare. C’è una foresta densa e scura chiusa in una valle umida, poche miglia oltre il Golden Gate Bridge: la foresta di Muir Woods. E’ come entrare in un un bosco di fiaba, un tempio verde con colonne altissime, scanalate dal tempo e dalla nebbia che lì è quasi perenne. Il redwood è un abete abnorme, il più alto albero al mondo. Le foreste di redwoods hanno procurato il legno con cui sono state costruite le case della California. Ora è un albero protetto e il suo legno caro e pregiato. Abbracciare un redwood era un atto d’amore negli anni 60 e 70 quando gli hippies trovarono tra i boschi di redwoods di Marin County e di Big Sur il loro humus perfetto. I bisonti

Nel Parco c’è un grande prato recintato. Dentro vi pascolano i bisonti. Sembrano tori, più gobbosi, più pelosi ; tori coperti di pelliccia. Questa era terra degli Indiani e dei bisonti. Ora sono solo pochi capi: tutti gli altri sterminati, sia gli indiani che i bisonti. Stanno lì a pascolare su un prato recintato. Ormai hanno rinunciato alla voglia di fuggire. Linee di costa

Un esercizio: osservare una mappa di San Francisco e descrivere l’andamento della linea di confine tra la città e l’acqua.

Mappe di percezione

San Francisco

Iniziare dai docks presso il Bay Bridge: tutti quei pontili che si susseguono uno all’altro ed entrano nel mare come le dita aperte di una mano, non sembrano le proiezioni orizzontali di tutti i grattacieli lì vicini? E’ come se la skyline del downtown di San Francisco si fosse rovesciata con un movimento rotatorio di 90 gradi sull’acqua della baia. “Sky-line” degli alti highrises, “Sea-line” dei lunghi pontili I profili perpendicolari alla linea di costa dei pontili vanno ad inclinarsi man mano che ci si avvicina a Fisherman Wharf. Sulla mappa creano una specie di ventaglio architettonico. Sicuramente il cambio di direzione è dovuto alla necessità di disporsi nel modo più ottimale rispetto al moto ondoso della baia, assecondando la curva della penisola in quel punto per evitare che l’onde colpiscano di traverso le navi lì attraccate.

Dopo il porticciolo del Fisherman Wharf i pontili scompaiono per far posto ad un vero porto con un molo che si estende a semicerchio. E’ questo, dice la mappa, il Municipal Pier, eretto a protezione del piccolo golfo su cui si affaccia la spiaggetta di Acquatic Park. Proseguendo nel percorso, dopo un breve promontorio, tre nuovi pontili ben ordinati si allungano di nuovo nella baia: è il complesso di Fort Mason. Poi la costa assume un aspetto rettilineo seguendo i prati erbosi della Marina. Un altro porticciolo per gli yachts e infine una spiaggia anch’essa dritta e lunga, un tempo sede della base militare Crissy Field ed ora aperta al pubblico. La spiaggia va a svanire poco prima di incontrare i piloni del Golden Gate Bridge. Da qui in poi la costa cambia aspetto e direzione. La baia diventa oceano e la linea finora artificialmente lavorata , si trasforma in un precipizio roccioso e naturale che vira repentino verso sud. Un’altra spiaggia e poi, in uno zig zag di golfetti e promontori, si arriva a Point Lobos, il punto più a occidente dell’intero territorio. Li’ si staccano le isolette di Seal Rocks. Come a volersi riposare dopo tanto zigzagare, la linea di costa torna piatta e si distende nella spiaggia di Ocean Beach. Una spiaggia lunghissima, ampia, che prosegue per miglia fino a diventare una selvaggia duna. Qui finisce San Francisco. Ormai fuori della mappa, la linea di costa continua il suo corso verso sud disegnando il profilo dell’intera California.

23 10 FEBBRAIO 2018

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Cultura commestibile 249  

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