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L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, [...] Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, [...]” La preside del Liceo Ennio Quirino Visconti di Roma

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

Classe di razza

Maschietto Editore


NY City, 1969

La prima

immagine Una famiglia di portoricani nella loro bella casetta nella cintura esterna della città. Persone decisamente squisite e gentili. Avevo conosciuto Yvonne, la ragazza seduta sul primo gradino a destra a Firenze dove abitava con altre viovani americane. Durante il suo soggiorno fiorentino è nata tra di noi una bella storia che è andata avanti per più di un anno. Si era trasferita nel mio appartamentino di allora e ad un certo punto abbiamo deciso di farci questo bel viaggio a New York dove sono stato ospite della sua famiglia. Il giovane della settimana scorsa, quello con l’aquilone, era il suo fratellastro ed era anche lui una persona moltoo carina e gentile. Le persone ritratte in questa immagine erano amici di famiglia che lei ha voluto farmi conoscere. Erano davvero delle persone molto dolci e simpatiche.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


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Figura da cioccolatai Le Sorelle Marx

Il festival della terza età vincente I Nipotini di Šostakovič

Coerenza teutonica I Cugini Engels

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Riunione di famiglia

In questo numero La spinta di Angelo e il principio di Archimede di Michele Morrocchi

Se vuoi la pace racconta la guerra di Cristina Acidini

Gonfienti e l’associazionismo pratese di Franco Focosi

Mappe di percezione: San Francisco di Andrea Ponsi

Angela delle meraviglie di Roberto Barzanti

Marian Schmidt fotografa polacca di Danilo Cecchi

Il Piano di Marketing nel No Profit di Roberto Giacinti

Tutto ciò che non sopporti di facebook di Paolo Marini

Quattro cavalieri che scrivono con la luce di Dino Castrovilli

Il porco si è fatto pig di Sandra Salvato

La Parigi di sotto di Simonetta Zanuccoli

Follia maggiore di Mariangela Arnavas

Le mani che semplificano di Francesca Merz

Viviamo in bolle-universi infiniti di Gianni Bechelli

e Remo Fattorini, Alessandro Michelucci, Laura Monaldi, Cristina Pucci, Valentino Moradei Gabbrielli...

Direttore Simone Siliani

Illustrazione di Lido Contemori

Redazione Progetto Grafico Mariangela Arnavas, Gianni Biagi, Sara Chiarello, Emiliano Bacci Susanna Cressati, Carlo Cuppini, Remo Fattorini, Aldo Frangioni, Francesca Merz, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Sandra Salvato, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

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di Michele Morrocchi Va in scena da giovedì 15 fino al 25 febbraio, al Teatro di Rifredi di Firenze, Il principio di Archimede, opera inedita in Italia del pluripremiato drammaturgo catalano Josep Maria Mirò. Un testo forte, potente, su come le paure di questo nostro tempo si scontrano col nostro bisogno di affettività, un testo messo in scena e tradotto da Angelo Savelli che ne parla con la stessa passione di cui parla delle sue “creature”, un’opera che ha fatto sua e che sta per regalare al suo pubblico. Il tema de “il principio di Archimede” ad una prima lettura sembra essere la pedofilia, invece, leggendo il testo si intuisce una profondità diversa, maggiore, intrecci e contraddizioni, anche punti oscuri che normalmente preferiamo dimenticare, cosa ti ha convinto a mettere in scena questo testo? L’averlo visto dal vivo, sulla scena, al suo debutto a Barcellona nel 2012 nella magistrale messa in scena dello stesso Miró, e la profonda emozione provata in quell’occasione. Un’emozione fulminante che mescolava insieme lo stupore per l’originalità del suo linguaggio narrativo - che esaspera il rapporto tra trama e intreccio in una sorta di straniante avanti ed indietro - e il malessere etico ed intellettuale per le sgradevoli questioni che getta sul tavolo attraverso una riflessione oggettiva ed impietosa, priva d’ideologismi o moralismi. Da allora non l’ho più mollato: me lo sono tradotto, l’ho fatto leggere a vari attori e colleghi, abbiamo cercato un coproduttore - che non abbiamo trovato – abbiamo conosciuto l’autore, apprezzato la sua umanità ed intelligenza, letto le altre sue opere, l’abbiamo invitato a Firenze per fargli conoscere il nostro lavoro e alla fine “Il principio di Archimede” va in scena a Rifredi in esclusiva per l’Italia. Nel frattempo il testo è stato rappresentato in mezzo mondo, sempre con grande successo. E giustamente, perché è un testo originale, moderno e che parla drammaticamente di noi e della nostra società. Viviamo in giorni in cui i mostri tornano a popolare le nostre strade e la paura è un elemento ormai, purtroppo centrale, delle nostre società. Sono elementi che si trovano in questo spettacolo, in questo senso possiamo parlare di teatro d’impegno, non tanto come si diceva una volta, in termini di militanza ma di bisogno di interrogarsi. Qui mi pare che l’interrogativo di fondo sia la nostra domanda di sicurezza (anche indotta) che diviene così pressante da annullare persino spazi di affettività. L’autore risponde nel testo e lo vedremo in scena ma qual è il tuo punto di vista? La perdita collettiva dell’innocenza, la scivolo-

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sa identificazione di omosessualità e pedofilia, la trasformazione fatale del dubbio in condanna, l’accettazione passiva e non verificata un tempo di un pettegolezzo e oggi di una fake virale, la rassicurante necessità di sbattere il mostro in prima pagina, l’ossessione della sicurezza che si trasforma in spirale di violenza e soprattutto la rinuncia all’affettività, all’empatia, in un clima di controllo e di sospetto generalizzato, sono i fantasmi che popolano questa opera che abilmente non prende posizioni definitive ma che vuole invece spingere lo spettatore a schierarsi facendogli sentire tutta la responsabilità e la difficoltà di una scelta, molto attuale, tra la sicurezza individuale e il rispetto del diverso, dello straniero, dello sconosciuto. Io personalmente, in quanto cittadino, non posso che rammaricarmi per la deriva egoistica e puritana della nostra convivenza civile e per l’isteria protezionistica che l’ha infettata; ma in quanto regista ho dovuto condividere con i miei attori la difficoltà di aderire senza pregiudizi a tutti i punti di vista dei vari personaggi che il testo ci propone in una sapientissima scansione. Lo spettacolo si colloca in un unico spazio scenico chiuso, unico, lo spogliatoio della piscina dove il protagonista fa l’istruttore di nuoto e

La spinta di Angelo e il principio di Archimede


Foto di Barbara Paveri

dove accade il fatto che dà vita alla vicenda. Nella tua regia come sfrutti questo elemento, come ne “esci” (se ne esci) da questo limite voluto dall’autore? Non ne esco affatto. Anzi, l’ho accettato e amplificato. Una scelta che mi ha imposto una prova di rigore quasi chirurgica, rinunciando agli effetti luci, agli interventi musicali, ai movimenti scenografici e a concentrarmi sulla presenza fisica degli attori. Da qui anche la decisione di portare gli spettatori sulla scena, sia per coinvolgerli direttamente ed emotivamente nello spazio chiuso del dramma sia per avvicinarli alla prestazione intensa e a volte minimalista degli attori. Spero ne sia uscito uno spettacolo nitido, lucido, tagliente. Il tempo della narrazione non è sincronico rispetto alla vicenda narrata, ma segue la visione dei quattro protagonisti, il loro punto di vista. Come hai lavorato con il cast rispetto a questo punto? Quanta libertà hai accordato agli attori visto che, dato il tema, le sfumature di senso possono essere determinanti rispetto al messaggio che intende far passare l’autore? Questo è un testo che richiede una verità assoluta. Anche perché uno dei temi dello spettacolo è proprio la percezione e l’ambiguità della verità. Il mio lavoro è stato dunque quello di accompagnare gli attori, mano nella mano, in questa ricerca della loro verità interiore rispet-

to al testo e ai personaggi, mantenendo larghi margini di ambiguità e muovendosi tra contraddizioni e depistamenti. Un lavoro certosino reso possibile non solo dalla totale adesione dell’intenso protagonista, Giulio Maria Corso, ma anche dalla bravura degli altri tre attori, Monica Bauco, Riccardo Naldini e Samuele Picchi, sempre puntuali e credibili, e sottoposti alla difficoltà di non poter svolgere cronologicamente il percorso dei loro personaggi e di essere costretti, ad ogni inizio di scena, a reinventarsi la loro condizione psicologica. In questa occasione sei anche il traduttore del testo, come ti sei approcciato al lavoro di traduzione? Il testo italiano è un testo asciutto, per nulla retorico, immagino che in questo tu sia stato assolutamente fedele. Fedele? Fedelissimo. Fino alla pignoleria. Ma una pignoleria di “scena”, fatta sul palcoscenico con gli attori. Io non mi arrogo la qualifica di traduttore. Non mi cimenterei mai con un testo letterario. Non ho studiato né lo spagnolo né il catalano (le due versioni del testo che ho avuto sotto gli occhi) ma capisco abbastanza bene queste due lingue neolatine per averle molto frequentate; ma soprattutto capisco, da teatrante, stando in scena, cosa un autore, che è anche lui un teatrante, vuole che si dica e, insieme, cosa serve linguisticamente ad un attore per esprimere agiatamente nella propria

lingua quel determinato stato d’animo. Logicamente, nel primo approccio al testo, mi sono avvalso della collaborazione di un catalano verace, Josep Anton Codina, regista e operatore culturale di Barcellona. E, lungo tutto il percorso di traduzione/messa in scena, ho cercato di mantenere l’asciuttezza tagliente e quotidiana del testo di Mirò. Ancora una volta portate a Firenze un autore innovativo e pluripremiato, come funziona il lavoro di ricerca? Un lavoro importante che il pubblico spesso ignora ma che credo sia determinante per il successo delle vostre stagioni? Il Teatro di Rifredi ama le novità e le proposte originali. E la compagnia Pupi e Fresedde non è certo famosa per i suoi Shakespeare, Goldoni o Pirandello quanto piuttosto per testi, teatrali o letterari, sempre ancorati al presente, scritti nel presente o riscritti per il presente. Per realizzare questo progetto occorre essere sempre curiosi e guardarsi continuamente intorno, anche oltre confine, cercando artisti e spettacoli fuori dai canali che vanno per la maggiore non solo nei circuiti commerciali ma anche tra le conventicole di tendenza. E senza mai dimenticarsi che, in questo presente, la cosa più “presente” è il pubblico, il quale non ci mette niente a diventare “assente” se lo prendi in o lo deludi con un’insignificante routine o un’astrusa fumisteria.

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Le Sorelle Marx

Figura da cioccolatai

Palazzo Vecchio, Sala di Clemente VII (ufficio del sindaco) “Pronto Dario, sono Francesco” “Grande, er Pupone! Francesco Totti??? Non ci posso credere. Vieni a giocare nella Viola?” “Oh tonto, sono Francesco Bonifazi! Ti chiamo perché Matteo vuole Piazza SS. Annunziata per fare la chiusura della campagna elettorale.” “Ma Francesco, temo che vi sia un problema: vedi, ehm… purtroppo la piazza… è occupata. Però ne ho altre bellissime… Guarda, ti mando il catalogo via email, e…” “No, forse non hai capito, la vuole ‘i Bomba, Renzi, il Segretario generale del partito a cui sei iscritto e al quale, per inciso, devi 35.000 euro di mancati versamenti… sicché, o liberi la piazza o ti metto sul lastrico! Capito???” “Vedrò cosa posso fare. Ma … posso parlare con Matteo?” “Sì, aspetta che te lo passo” “Pronto, Darietto, icché c’è? Guarda che è inutile che insisti: soldi per lo stadio non te

li do” “No, vedi Matteo, il problema è che piazza SS. Annunziata è occupata il 2 marzo…” “Va beh, che problema c’è? Sei il sindaco, no? Allora, fai come facevo io! Immagino che la piazza sia occupata da quel vecchio rottame di D’Alema. Allora, tu sbattilo in una piazzetta dell’Osmannoro; magari una di quelle inventate dal Giani per trovare un toponimo nuovo” “No, vedi Matteo, è occupato da una cosa molto, ma molto più importante…” “Eeeeeh che sarà mai? Se c’è Silvio, ci parlo io e ci si mette d’accordo… tanto lo dovremo

fare comunque dopo il 4 marzo…” “No, Matteo, non si tratta di Berlusconi … C’è … c’è il festial d ciocolat…” “Cosa??? Parla più forte, mezza calzetta!!! Cosa ti ci ho messo a fare in Palazzo Vecchio se non ti sai neanche esprimere con chiarezza??!” “Ecco, Matteo …c’è … c’è … il festival del cioccolato” “Cosa??? Francesco, cambia tutto: la chiusura non si fa venerdì 2 marzo. Si fa il 1° e venerdì tutti a strafogarci di cioccolato in piazza SS.Annunziata. W la cultura! W Nardella!!”

I Cugini Engels

Coerenza teutonica Il direttore pro-tempore delle Gallerie degli Uffizi (ma poi chissà perché questo plurale) è un uomo tutto d’un pezzo. E infatti non perdona il solito vezzo italiano di fare le cose a mezzo. All’apertura dei nuovi locali delle gallerie, nel settore di ponente compreso un nuovo spazio conferenze dedicato a Giorgio Vasari, ha ribadito che la loggia progettata da Isozaki si deve fare e ha dedicato una delle nuove sale proprio all’opera dell’architetto giapponese. E a chi gli ha fatto notare che potrebbe essere un’anomalia la dedica di una sala ad un’opera che non c’è ha ribadito: “L’anomalia non è la

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sala ma la mancanza della loggia. L’Italia è uno stato di diritto e ora non c’è nessuna ragione per non realizzare la loggia”. Tutto giusto Direttore ma allora sarebbe forse giusto spiegare perchè da quando è arrivato ha iniziato a smantellare quanto era stato fatto in precedenza per l’allestimento delle sale della galleria (pardon delle gallerie). Smantellate le sale blu degli stranieri che ora saranno dedicate alla collezione Contini Bonaccosi, smantellata la sala di Michelangelo dove l’Arianna dormiente introduceva al Tondo Doni rendendo evidente il colloquio fra la statuaria romana,

portata a Firenze dai Medici, e le opere michelangiolesche, smantellato il corridoio vasariano con i ritratti rimossi e in attesa di una soluzione che tarda a arrivare. Certo non c’era una sentenza del Consiglio di Stato a tutelare l’allestimento precedente. Ma c’era un pensiero che ha prodotto atti e costi di allestimento. E se il nuovo direttore nel 2020 cambiasse nuovamente idea? E se quello successivo cambiasse nuovamente idea? Smantellando smantellando che ne faremmo delle Gallerie degli Uffizi (forse qui si capisce il senso del plurale)? Beata coerenza tedesca.....


Nel migliore dei Lidi possibili

I Nipotini di Šostakovič Il festival della terza età vincente

disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

E’ tornato rassicurante come un governo Rumor il festival di Sanremo. Festival elettorale ché come queste elezioni è tutto un’attesa. Attesa di ritorni più che di novità. Dunque palco infarcito di ultrasettantenni tenuti su da enormi gettate di Silicone che han fatto ricordare i beni tempi dell’Enimont e quando eravamo la quinta potenza industriale del mondo. La Vanoni si è spinta oltre, da craxiana è passata direttamente, tramite lifting, a somigliare a Craxi. Accuse poi anche dal centrosinistra sul fatto che l’evidente sovraesposizione di dentiere fosse uno spot per il Cavaliere che ne vuole regalare una ad ogni anziano. Poi siccome il festival è lo specchio del Paese quest’anno la competizione sarà decisa dal TAR del Lazio per il caso Meta, Moro. Infine vi chiederete e i giovani? Relegati in un angolo prima che i vecchi tornino a spartirsi la torta. C’avete provato ragazzi, ma la rottamazione non è un pranzo di gala. Ma state sereni è solo Sanremo. Per ora.

L’insostenibile peso della matita elettorale

Segnali di fumo di Remo Fattorini Questa campagna elettorale lascia perplessi. Dovrebbe servire a conquistare la fiducia degli elettori, a convincerli a tornare alle urne. Invece è aggressiva, noiosa e populista. E per di più concentrata solo sulle promesse di più soldi e meno tasse per tutti, oltre che sul tema immigrazione, allarme invasione, rimpatri e sicurezza. Insomma molta propaganda e poca informazione. Una gara a chi la spara più grossa. Da cui è del tutto assente il confronto sui programmi. Ognuno parla e si rivolge solo al

proprio elettorato, con l’obiettivo di motivarlo e rassicurarlo. Si punta a confermare piuttosto che a conquistare, a convincere gli incerti, a motivare al voto i tanti astensionisti. Si sa, l’elettorato d’opinione è esigente, difficile da conquistare, meglio allora concentrarsi su quello di appartenenza, più interessato e disponibile. Di fatto è una campagna elettorale anomala e malata. Giocata da tutti i partiti in difesa, veicolata attraverso i social, le piazze virtuali, i comunicati stampa, le presenze in tv, ma solo se concordate. Pochi gli incontri pubblici e comunque tutti protetti. C’è una fuga dalle piazze, quelle vere, e da tutto ciò che potrebbe favorire l’incontro con l’elettorato deluso e refrattario. Meglio evitarlo, visto che il rischio contestazione è sempre in agguato. Nessuno propone confronti pubblici, contraddittori. Tantomeno i famosi faccia a faccia. L’ultimo che io ricordi – ad eccezione di quello delle primarie Pd - risale a 12 anni fa, al confronto Berlusconi-Prodi del 2006. È una campagna

elettorale in controtendenza rispetto a quanto accade in giro per l’Europa e non solo. Lì non sono mancati i confronti diretti, in occasione del referendum sulla Brexit (Corbin-May), delle elezioni francesi con il confronto fra i 5 candidati e di quelle tedesche con il contraddittorio Merkel-Schultz. Proseguire così fino al 4 marzo equivale a consegnare il paese al centrodestra. È bene sapere che un’agenda politica incentrata sui temi della sicurezza, della paura e delle promesse roboanti significa banalizzare, dimenticarsi delle difficoltà vere di questo paese (povertà e disuguaglianze che crescono, i tanti giovani senza lavoro né speranza, gli anziani soli e abbandonati, i 12 milioni di italiani che non curano più, il debito pubblico che cresce nonostante i pesanti tagli alla spesa, ecc.), favorendo chi su questi temi è più allenato oltre che più attrezzato. Per capirlo basti dare un occhio, dopo i drammatici fatti di Macerata, alle tv di Mediaset. E non solo.

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Ancora una razione di Vitamine di Laura Monaldi Una raccolta singolare; un modo diverso, curioso e originale di fruire le molteplici espressioni artistiche contemporanee; una visione a trecentosessanta gradi sulla modernità comunicativa e interpretativa; un tableau vivant di prospettive che dalla prassi artistica si sposta sul piano culturale per rivalutare e far vivere la certezza che non esista fine alla creazione, all’intenzionalità demiurgica e alla responsabilità etica degli artisti di essere portatori di una verità paradigmatica: “Vitamine” non è stata solo una grande installazione di tavolette artistiche nel piccolo formato 10x15, ma è stato anche un evento itinerante che nel 2016 è entrato nei maggiori musei italiani e nei più importanti spazi espositivi per permettere a tutti di assaporare l’alta qualità dell’Arte contemporanea italiana e internazionale, con la partecipazione di molti performer e di un pubblico sempre vasto e appassionato. Quest’anno la raccolta è stata integrata da altre importanti collaborazioni provenienti dal mondo internazionale dell’architettura, del teatro e anche dello sport, riuscendo a raggiungere un corpus di cinquecentocinquantotto tavolette, presentate laddove la prima rassegna era stata chiusa con un finissage di tutto rispetto. Il CAMeC di La Spezia, me-

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more dell’iniziativa e del successo dello scorso anno, ha voluto riproporre un revival, inserendo la singolare raccolta all’interno della rassegna Small Size dedicata alle opere in piccolo formato della collezione permanente del museo. Per l’occasione l’Archivio Carlo Palli ha offerto al pubblico non un evento ma una vera e propria mostra: le “vitamine” sono state allestite in appositi pannelli per permettere una visione verticale delle opere in tutta la loro originalità e autenticità, passando così da evento a mostra, visitabile presso il terzo piano del CAMeC di La Spezia fino al 29 aprile di quest’anno. Al vernissage, avvenuto lo scorso 7 febbraio, è intervenuto un ricco pubblico, giunto per l’inedita esposizione e per partecipare alle performance di Murat Onol, Kiki Franceschi, Andrea Chiarantini, Jakob De Chirico, I Santini Del Prete, Antonino Bove e Massimo Mori. Un pomeriggio in armonia e in energia, come si confà alla ricca raccolta delle tavolette energetiche di Carlo Palli, grande catalizzatore di illustri personaggi e autore della prima performance della giornata: l’arrivo in autobus di una fiumana di artisti e performer, pronti ad animare il museo con tutta la loro “energia vitaminizzante”. «Vitamine vuole essere un’indagine sulle diverse modalità espressive della cultura contemporanea, inserite in una globalità collezionistica dall’alto slancio intellettuale e culturale: dal fi-

gurativo all’astratto, dalla fotografia all’assemblaggio scultoreo, dall’architettura alla musica, dalle tecniche multimediali alla scrittura vera e propria, la raccolta affianca artisti emergenti e artisti già storicizzati, auspicando la messa in rilievo delle tendenze internazionali in un insieme capace di qualificarsi come un fenomeno sovraordinato rispetto alla somma delle singole parti […]. All’interno della raccolta emerge la lucida personalità degli artisti e l’idea di diffondere l’Arte in ogni sua forma culturale, sollecitando l’unione e la collaborazione dei cultori di tutte le arti contemporanee, per procedere in un’azione comune e concordata. Il lavoro di ogni singolo artefice si interseca con quello degli altri, dando vita alla trama di una tela che feconda la consapevolezza di essere di fronte a un’apertura dei linguaggi espressivi, attraverso gli infiniti e differenti modi di osservare e interpretare il tempo presente. Dall’eclettismo e dalla libera tensione inventiva emerge un quadro generale di forme, colori, idee e aspirazioni che pone l’accento sull’originalità degli ingegni contemporanei: un’installazione multiforme e armonica, in cui quattrocentosessantasei frammenti, di artisti e personaggi contemporanei, si amalgamano e si intrecciano per raccontare la varietà del mondo e far vivere l’Arte e la Cultura in modo energico e passionale». [Dal testo critico del catalogo a colori edito da Polistampa, Firenze]


di Susanna Cressati Nelle hit parade musicali main stream del ‘68 di contestazione o rivoluzione ce n’è poca o niente: sui jukebox e nei mangiadischi degli italiani imperversavano canzoni come La bambola, Casa bianca, Deborah, Un uomo piange solo per amore, Mi va di cantare, oppure Luglio e Ho scritto t’amo sulla sabbia. Roba senza nerbo, soprattutto se paragonata a una vera canzone di lotta e di protesta, 44 gatti, trionfatrice quell’anno allo Zecchino d’oro. Ma ai bambini si lascia fare tutto. A Sanremo vinse Sergio Endrigo, maestro di eleganza e di non trascurabile impegno, con una Canzone per te che già nei primi versi annunciava la fine di un’epoca: “La festa appena cominciata/è già finita/il cielo non è più con noi”. L’anno prima Luigi Tenco, che nel ‘66 era stato duramente “processato” nel corso di un dibattito sulla canzone di protesta al “Beat 72” di Roma ( “Anche la canzone può servire a far pensare”, aveva risposto ai suoi contestatori), aveva deciso di farla finita con un colpo di pistola alla testa, in una camera d’albergo di Sanremo: ciao, amore, ciao. Nel suo libro Fare gli italiani a loro insaputa. Musica e politica dal Risorgimento al Sessantotto (Pacini Editore, Pisa 2017) presentato di recente al Gabinetto Viusseux di Firenze, Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, prova a costruire il percorso (tutt’altro che facile e lineare) attraverso cui la musica ha contribuito “a una identità nazionale assai spaesata, animata da accese e colorate passioni, da enfasi retoriche e da disperazioni altrettanto gridate che – conclude però – non hanno permesso, sotto molteplici aspetti, di trovare nelle note un tratto di consolidamento della nazione”. Per affrontare il ‘68, Volpi parte da una analisi della situazione degli anni precedenti, quando alcune iniziative editoriali scoprirono per la prima volta il pubblico giovanile. Sono gli anni di riviste come “Ciao amici”, “Big”, “Giovani”, testate che sotto un anticonformismo di maniera celavano, ma neanche troppo, un orientamento politico conservatore. I loro protagonisti erano per lo più italiani (fanno eccezione Beatles e Rolling Stones ovviamente), gruppi o singoli cantanti: l’Equipe 84, i Ribelli, Gianni Morandi, Rita Pavone. Fanno appena capolino tra gli stranieri Elvis e Bob Dylan, tra gli italiani Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè. Più tardi l’interesse dei giovani si sposta verso le esperienze straniere dei provos, beatnik e hippies: nel ‘67 nasce “Mondo beat”, primo giornale ciclostilato dell’underground, in stretto contatto con il mondo anar-

Così cantava maggio

chico e radicale, con forte carica politico-culturale segnata dal pacifismo (che però aveva trovato espressione anche nelle opere di De Andrè, Tenco e Guccini) dall’antiautoritarismo, dalla rivendicazione dei diritti civili, di partecipazione diretta e di vita comunitaria. E la canzone politica? Beh, certo, Contessa, Il Nuovo Canzoniere Italiano, le Edizioni del Gallo, i Dischi del Sole, con Giovanna Marini e tanti altri: Giovanna Daffini, Caterina Bueno, Michele Straniero, Gualtiero Bertelli, Fausto Amodei. “Un genere molto colto – chiosa Volpi – poco diffuso e assai arrabbiato”. Ma i temi dell’impegno e della politica alla fine prevalgono sulle spinte dell’immaginazione

al potere : “In questa ottica – prosegue – il ‘68 politico, una volta arrivato, ha per molti verso desertificato la fertile trama underground che si era, pur flebilmente, diffusa tra il 1965 e il 1967 attraverso riviste come “Mondo beat”, “S”, “Urlo beat”, nate con i ciclostilati, con i giradischi, le matite colorate”. Mentre i gusti musicali popolari non uscivano, come abbiamo visto, dalla corrente “sentimental-tradizionalista”. Quanto alle rivendicazioni della liberazione sessuale rispondono Mogol e Battisti con un sostanziale “maschilismo”. Più tardi, nel 1977, ricorda Volpi, arriverà il vero manifesto antifemminista in musica: Ti amo, di Bigazzi-Tozzi: “Nel letto comando io”.

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di Roberto Barzanti È trionfalmente proseguito il viaggio di Angela nel Paese delle Meraviglie. Abbiamo continuato a vederlo, se non altro per dovere di completezza. Delle prime due tappe si è già scritto. La terza è cominciata da Pisa, ospite d’onore Andrea Bocelli. Questa volta ad esser visionato e smontato come un divertente modellino è stato il Campo dei Miracoli, secondo la celebre formula dannunziana. Non c’è una certa assonanza tra i Miracoli del Vate paroliere e le Meraviglie dell’inneggiante guida? In abbondanza Angela ha fatto ricorso ad un altro diffuso termine impiegato in chiave nazionalistica nel ventennio: “genio”. Ed ecco una serie di lodi senza contenuto al “genio italiano”, incarnato a Pisa da Galileo Galilei. Un’altra delle chiavi usate per stupire è stata leggere i monumenti in chiave di preludio a qualcosa che vien dopo. Così il pulpito del Pisano è stato presentato come anticipazione del Rinascimento, in barba ad un elementare senso della storicità. Soffermandosi sugli affreschi ormai assegnati a Buffalmacco avesse, il dotto accompagnatore, una parola di riconoscimento all’indirizzo di Luciano Bellosi, che sul ciclo ha scritto pagine ineludibili! La divulgazione deve essere sfrondata da qualsiasi citazione che faccia capire per quali ragionamenti e in virtù di quali ricerche si è giunti a plausibili e acquisite conclusioni. Ed eccoci a Matera, che si prepara a esibirsi nel 2019 come Capitale europea della cultura. Qui un piccolo lapsus (?) aprirebbe una quantità di considerazioni. Perché il simpatico figlio di Piero non ha esitato a parlare di “Capitale della cultura europea”: dizione errata, pestifera e sommamente indefinibile. Il tormentato dibattito che consentì per merito di pochi illuminati intellettuali di salvare l’immenso patrimonio dei Sassi, che il piccone demolitore democristiano si apprestava a distruggere degradandoli a ingombrante invadenza di un passato da dimenticare non è stato neppure evocato. Quindi le Dolomiti: e qui è sorto un vespaio. Era impossibile che un programma di successo della televisione pubblica non fosse bersagliato da qualche ricercatore (o inventore) di scandali. I veneti si sono ribellati per l’attenzione esclusiva riservata all’Alto Adige. E non sono mancate accuse pesanti: si son preferite le Dolomiti bolzanine perché un finanziamento furbescamente accordato dalle istituzioni locali ha generato un’ingiustificabile preferenza. Come risolvere la bagarre? Angela ha promesso di rimediare alla svista in futuro. C’è da aspettarsi un bis dolomitico o addirittura una serie di puntate distribuite negli anni che passino in rassegna

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Angela delle meraviglie

i 53 siti italiani individuati dall’Unesco. Dino Buzzati è rimasto un nome rammentato di sfuggita. Alla quarta e ultima tappa l’affannato Alberto si è aggirato attorno all’ottagono di Castel del Monte. Il comunicato aziendale emesso dalla Rai informa che il programma, nell’ultimo tratto, è stato visto da 5 milioni 492 mila spettatori pari al 22,8% di share. Insomma il numero di appassionati che ha seguito l’itinerario in quattro tempi si è mantenuto nella sostanza identico. Testimone di riguardo

in Puglia un funebre Riccardo Muti, che ha scandito un affettuoso elogio d’una civiltà tollerante, multietnica, spregiudicata, dominata dal mitico Federico II. Poi, risalendo la penisola, obbligatoria sosta “nel cuore dalle civiltà etrusca”, tra Cerveteri e Tarquinia. E qui si è troppo e troppo facilmente insistito su una visita “museale”. Che è quanto di meno televisivo si possa almanaccare. Infine il Veneto con le ville palladiane. Delle 24 sparse in Vicenza e dintorni si sono scelte solo 2: la Rotonda e Villa Caldogno. Grandi lodi, ancora, alla congiunzione di “bellezza e comodità”, di “utilità e bellezza”, o addirittura di una “bellezza assoluta” senza precisazioni: un vero “fiore all’occhiello del genio italiano”. Il vocabolario ha rimescolato all’infinito cinque/sei termini chiave. Che hanno il compito di suscitare entusiasmo e di levar di mezzo indugi su aspetti da illustrare con puntualità. Cicerone imprevedibile la cantante Gigliola Cinquetti che ha raggiunto l’età. Tra tante produzioni Rai le Meraviglie della Penisola dei Tesori merita apprezzamento soprattutto per soluzioni tecnologiche che potranno trovare larga e mirata applicazione. Ma occorre leggere anche in modo critico gli effetti raggiunti. Come interpretare le affermazione di un osservatore acuto della televisione come Aldo Grasso? Costui, a commento dell’exploit , se n’è uscito in una frase inaccettabile: “Angela non fa cultura – ha sentenziato –, fa, e la fa bene, divulgazione. Sono due cose molto differenti”. “Sulle Langhe – ha aggiunto –, per esempio, gli ho sentito dire cose molto superficiali. La parte finzionale è puro didattismo. Ma forse questa è la missione, la bravura di Angela figlio: è la migliore Guida del Turismo Culturale”. La divulgazione non è affatto altro dalla cultura. Anzi i più bravi divulgatori sono spesso coloro che hanno una conoscenza diretta e scientifica dei beni da far capire. Che vuol dire “puro didattismo”? Quando si fa semplice didattica sono vietate chiare amplificazioni esplicative ? Non sono le sole domande che il divagante Angela/Alice nel Paese delle Meraviglie ha indotto a porsi. Ed è stato il merito principale, senza dubbio, della sua eccitata scorribanda pel Bel Paese, tra pietre e fantasmi. Meriterebbe una lunga riflessione la categoria di “turismo culturale”, così propagandata dal Consiglio d’Europa. Sembra suonare sovente come uno spiacevole e minaccioso ossimoro.


Musica

Maestro

Galizia celtica

di Alessandro Michelucci Musica celta, si legge sul sito del gruppo galego Milesios. Come abbiamo visto qualche settimana fa (n. 240), le culture celtiche non si trovano soltanto nell’Europa settentrionale (Bretagna, Cornovaglia, Galles, Irlanda, Isola di Man e Scozia), ma anche in Galizia, la regione nordoccidentale della Spagna confinante col Portogallo. Il gruppo riafferma questo legame culturale fin dal nome, tratto dal Leabhar Gabhála na hÉireann (Il libro Il libro delle conquiste), una collezione perduta di testi mitologici irlandesi che risale all’undicesimo secolo. La nascita di Milesios avviene nel 2009 a Lugo, una delle principali città della regione. Il quintetto, orientato verso la tradizione galega e irlandese, si fa conoscere velocemente partecipando a numerosi festival folk. Alén mar (2013) segna il suo esordio disografico. Il disco, che propone brani tradizionali e originali, stimola ulteriormente l’interesse del pubblico. Il secondo CD, Indoevindo (2017), contiene ancora brani galeghi e irlandesi, ma anche qualche novità. A differenza di Alén mar, interamente strumentale, il nuovo disco propone quattro brani cantati. La confezione include un piccolo libro con le belle fotografie di Daniel Díaz: paesaggi brumosi, cieli, foreste. In altre parole, la Galizia celtica ricca di atmosfere magiche e misteriose. I sette musicisti suonano strumenti della tradizione celtica come la gaita (cornamusa galega) e il bodhran (tamburo irlandese), di quella mediterranea (il bouzouki greco) e altri più comuni, fra i quali chitarre, fisarmonica, flauti, mandolino e percussioni varie. La melodia suadente e ripetitiva di “O valado” si alterna a umori latini che si intrecciano con quelli celtici (“Se me amares”). “O castelo de Pambre” e “Lume novo” sono brani tipicamente irlandesi, con la gaita in bella evidenza. Lo strumento domina anche la spumeggiante “Polca da Fonsagrada”. Il testo della conclusiva “Anceio” è tratto dall’omonima poesia di Manuel María (1929-2004), uno dei maggiori letterati locali. Nazionalista galego e antifran-

chista convinto, María fu uno dei promotori della nova canción galega, la canzone di protesta che si sviluppò in Galizia fra il 1967 e il 1975. Indoevindo è un lavoro sincero, trascinante, fatto col cuore. La Galizia che emana dalle sue note è erede diretta di quella che mezzo secolo fa ha trovato nella musica la forza di reagire alla dittatura.

Foto di

Pasquale Comegna

Corpi di marmo Pio Fedi Ratto di Polissena, Loggia dei Lanzi, Firenze

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di Franco Focosi Erano gli anni ’70 del secolo scorso quando cominciai a sentire parlare di Etruschi nel territorio pratese e sui monti della Calvana di Prato grazie alle passeggiate che ogni anno al liceo organizzava il prof. Sergio Nannicini, studioso e conoscitore del territorio e tra i fondatori dell’allora Gruppo Archeologico Pratese (GAP), un vero pioniere delle ricerche sul campo. Quando nel 1997 arrivò la notizia dei primi rinvenimenti moderni presso Gonfienti e il probabile rinvenimento di una città Etrusca, fu “naturale” l’andare a curiosare in quei luoghi dove, a poca distanza, 150 anni prima si erano trovati numerosi idoletti e il kouros bronzeo dell’Offerente di Pizzidimonte. Seguii per molto tempo i saggi fatti dalla soprintendenza in tutta la zona e in quelle occasioni conobbi Silvio Biagini, grazie alla sua tenacia e conoscenza dei luoghi riuscì a segnalare e far partire, non senza difficoltà, quella che sarebbe diventata la scoperta della città Etrusca sul Bisenzio. Ricordo ancora la sua passione nell’indicarmi l’ubicazione esatta dei vari ritrovamenti e la sua cura nel documentare i vari siti. Sempre in quel periodo con il Gruppo Archeologico L’Offerente (GAO), nato dalle ceneri del precedente gruppo GAP, individuammo e segnalammo nell’immediate vicinanze di Gonfienti (all’apertura del cantiere della strada Mezzana-Perfetti Ricasoli) interessanti cocci, testimonianza dell’età del Bronzo che poi gli archeologi dimostrarono essere manufatti di straordinaria unicità e bellezza (civiltà delle Terramare ?). Dalla scoperta di Gonfienti partimmo alla ricerca di tracce anche sui poggi che si trovano sopra all’antico borgo: dal poggio Castiglioni a buona parte della Calvana, ricercando in quelle strutture che anche il Nannicini ci aveva indicato negli anni studenteschi. Poggio Mucchiale (fig. 1), da noi segnalato nella val di Marina, fu tra i primi siti visitati anche dalla soprintendenza di allora, posto sopra la conca di Travalle laddove i professori Guglielmo Maetzke prima e Francesco Nicosia poi avevano studiato in precedenza, per proseguire la ricerca in collaborazione con altre associazioni fino ai nostri giorni (si veda il sito www.gonfienti.it). Disegnammo anche un “Arkeo trekking” che si sviluppava sulla parte pratese dei monti della Calvana, quindi accessibile a tutti, e che collegava tutti i manufatti e tumuli rintracciati e resi di nuovo visibili in quegli anni di perlustrazioni (fig. 2). A sostenere le ricerche e soprattutto gli studi sulle fonti,

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Gonfienti e l’associazionismo pratese

Fig. 1 – Poggio Mucchiale (foto Focosi)

Fig. 2 – Un tumulo in Calvana (foto Focosi)

Fig. 3 -Il prof. Beck in visita ai tumuli in Calvana (2005, foto Centauro)

nonché a portare nuova linfa alla ricerca sul campo ci pensò l’Associazione Camars, fondata nel 2002 (confluirà, nel 2006, nella Via Etrusca del Ferro, oggi Ilva - Isola d’Elba), che con i propri soci Centauro, Gei, Liverani, Perazzoli, Pofferi, Simoncini, Tazioli ed altri organizzò una massiccia e capillare esplorazione sul territorio bisentino, segnalando siti d’altura e varie altre necropoli, pubblicando di volta in volta sulle pagine di Microstoria i risultati delle ricerche, accompagnati dagli argomentati editoriali di Fabrizio Nucci. In buona sostanza si può dire che, dopo la scoperta di Gonfienti, l’associativismo pratese abbia tenuta viva per anni, non solo in città, la questione archeologica, sopperendo in qualche alla penuria di informazioni da parte delle autorità istituzionali. Grazie a questi apporti, associazioni operanti a livello nazionale e internazionale, quali ArtWatch Italia, in prima persona col suo presidente, il compianto prof. James H. Beck, s’interessarono alle sorti della città etrusca sul Bisenzio reclamandone fortemente la valorizzazione (fig. 3).


Il porco si è fatto pig di Sandra Salvato Ora anche i cuochi. “Il primo ingrediente sia la lingua. Non di vitello: la lingua italiana” intitolava giorni fa un noto quotidiano (Il Foglio). Se la prendeva con certe italiche cucine super stellate dove sembra rivivere il mitico Nando Moriconi di Un americano a Roma (Steno, 1954), il Fred Astaire della Garbatella, dove non si mette in tavola se non in inglese, magari strozzato, comunque surreale e per lo più abusivo. Orrait. Vedasi Nino Rossi, guru della nouvelle cuisine calabrese, che in Aspromonte ammazza e prepara il maiale davanti ai commensali, ma non lo chiama autoctonamente porcu, bensì pig. E vedasi a Firenze la nuovissima Gucci Osteria by Massimo Bottura, rigorosamente by come il più banale dei negozi di barbiere, peraltro mestiere ormai scomparso soppiantato dagli hairstylist. Perché in sostanza, da noi, l’italiano va poco di moda. In principio furono stilisti e parrucchieri dell’Italia da bere. Poi, il tic, ci spiega il linguista e curatore dal 2004 del Devoto-Oli Luca Serianni, ha contaminato politici, giornali, infine gli chef. Proprio il giornalismo, in specie televisivo e sul web, è divenuto il principale untore dell’“itanglese”, come lo definiscono alcuni studiosi dando conto della nostra preferenza ad inglobare anglo-americanismi. Suonano benissimo spending review invece di tagli alla spesa pubblica, Jobs Act al posto di riforma del mercato del lavoro, stepchild adoption piuttosto che adozione del configlio e così via. Senza contare che molte parole inglesi possiedono una potente sinteticità – boom, scoop, staff – ideale per chi cerca titoli brevi e ad effetto. Sempre di più si tratta di attirare l’attenzione del lettore o dello spettatore a scapito della comprensione e della correttezza della lingua. L’inglese sa di futuro e non di vecchi cacciucchi dialettali. Lo parlano i divini di Hollywood, basta dunque uno shopping o un “Nespresso, what else?” per illudersi di condividerne vite e destini. Era chiaro dai giorni del D-Day e del Piano Marshall che la tendenza sarebbe stata questa. Fine della miseria, vivere è bello e da americani è meglio. Si capiva dal cinema, dalla musica, dalla letteratura degli anni Cinquanta: la bella invasione di jazz e rock, Kerouac e Beat Generation, Vacanze Romane, i kolossal come BenHur girati a Cinecittà, gli spaghetti western. Senza scomodare il Patto Atlantico, America

e inglese sono penetrati nel nostro DNA neanche troppo silenziosamente. Pregi e difetti compresi. A chi prova a far da scudo al paese di santi-artisti-scienziati-navigatori, soccorre la Corte Costituzionale che, nel 2016, sentenzia: “la lingua italiana, nella sua ufficialità, e quindi supremazia, è vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’articolo 9 della Costituzione”. Ricorrere dunque all’italiano non è peccato. Lo

dice anche il Gruppo Incipit, studiosi e specialisti della comunicazione attivi dal 2015 presso l’Accademia della Crusca con lo scopo di monitorare i forestierismi incipienti e suggerire alternative. Non si pretende pantosto per toast, ma sarebbe un obbligo morale rifuggire almeno gli abusi insopportabili, prodotti di snobismi deteriori o frutto di sciatterie e pigrizie alle quali facciamo spesso fatica a sottrarci. Non saremo mica tutti Nando Moriconi. Or not?

Meravigliosa primavera per tutti di Sergio Favilli Tutto il mal non vien per nuocere!! Vecchio e saggio detto che ci potrà tornar comodo immediatamente dopo le elezioni in quanto, senza una maggioranza, si provvederà ad una “grande ammucchiata” voluta e benedetta dal Presidente in attesa che in drago cattivo ( guarda il caso….) si liberi dai suoi impegni europei e torni nel nostro paese per metterci tutti a pane ed acqua. Il Governissimo del Presidente avrà esponenti di tutti i partiti e movimenti ed attuerà un programma che sicuramente piacerà alla stragrande maggioranza degli italiani. Il 5 marzo, senza avere impegni urgenti, ci alzeremo a metà mattinata per guardare gratis la TV (Renzi ci ha promesso di togliere il canone). Nel primo pomeriggio prenderemo l’auto ( ormai senza il bollo come promesso dal berlusca) e potremo andare a controllare se i nostri figli sono andati alla lezione universitaria (senza tasse universitarie rimosse dietro proposta di Grasso) e siccome per tutti ci sarà un reddito garantito di 750 euro mensili (promessi da De Meio), non ci sarà più l’urgenza di andare a lavorare.

Se poi, per combattere la noia, avremo intenzione di lavoricchiare, non ci sarà alcun problema perché, come da promessa unanime, ci sarà lavoro per tutti. Non parliamo poi delle tasse, saranno ridottissime, praticamente azzerate sia quelle dirette che quelle di successione e così qualcuno potrà ereditare le fortune paterne senza pagare uno sgheo!! Che bello!! Come richiesto da Salvini e da De Meio, la legge Fornero sarà abolita e si potrà andare in pensione a 60 anni con una pensione minima di 1000 euro promessa sempre dal berlusca insieme alla dentiera per la nonna!! Molti economisti hanno calcolato che tutto questo bendiddio abbia un costo ben superiore ai 200 miliardi di euro, cioè circa 50000 euro all’anno per ogni contribuente italiano cioè molto ma molto di più dei soldi che prenderò con il mio salario di cittadinanza unito ai risparmi che potrò fare senza i balzelli aboliti. Voi tutti a questo punto vi chiederete : - Ma chi sarà il prossimo Presidente del Consiglio di un siffatto governo???- Facile, il Mago Silvan!!

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di Mariangela Arnavas So, if you go when the snowflakes storm, When the rivers freeze and summer ends, Please see if she’s wearing a coat so warm, To keep her from the howlin’ winds. Sono questi versi di Bob Dylan a restituirci l’atmosfera dell’ultimo romanzo di Alessandro Robecchi “ Follia maggiore”, (Sellerio, 2018); in traduzione “Se vai lì quando infuria la bufera di neve / Quando gelano i fiumi e finisce l’estate / Ti prego, guarda che indossi una pelliccia così calda / Da proteggerla dall’ululare dei venti”. Un’atmosfera che ruota intorno al rimpianto e dove la musica è coprotagonista; del resto lo stesso titolo “Follia maggiore” è estratto dall’incipit della cavatina di Fiorilla del Turco in Italia di Rossini, libretto di Felice Romani “Non si dà Follia maggiore,/dell’amare un solo oggetto”, non a caso visto che buona parte della storia è ambientata nel mondo della lirica, anzi dei giovani cantanti e musicisti. Ed è un felice contrappunto la narrazione di Robecchi; due coppie di investigatori completamente diversi sullo stesso caso: Carlo Monterossi, “portatore sano di blues”, autore arruolato nella “Grande fabbrica della merda”, (alias “la tv del dolore”) con l’amico Oscar, laconico, misterioso, nonché indefinito ricercatore e gli altri due sbirri, Ghezzi e Carella, “cani da polpaccio”, poliziotti che indagano a piedi, con accanimento e pochi mezzi, senza avere la verità in tasca, stretti dalle necessità della vita quotidiana e dallo stipendio statale con cui non si arriva a fine mese; la storia, quella di Umberto Serrani, un elegante, anziano, ricco signore ma anche un genio capace di nascondere, recuperare, e seppellire miliardi, che viene colpito profondamente dalla morte di una donna, insegnante e traduttrice amata follemente 25 anni prima e morta ammazzata per un debito d’usura. Alessandro Robecchi, voce storica di Radiopopolare, scrittore satirico che fece Cuore insieme a Michele Serra, editorialista e autore TV di Maurizio Crozza non commette lo stesso errore di altri autori italiani di noir ovvero di pubblicare a scadenze programmate testi di qualità progressivamente inferiore; forse perché la sensibilità e le autentiche radici nei quartieri popolari milanesi, fondano le sue narrazioni, sempre ironiche e brillanti anche nella malinconia e nell’inevitabile cinismo, su uno sguardo diretto e senza infingimenti alle trasformazioni sociali nell’Italia contemporanea; in questo caso si tratta della classe media che arranca, “un semicerchio di gente impaurita sull’orlo della povertà“ che può finire tormentata e ammazzata dagli usurai. Così, mentre la storia viaggia con eleganza tra il mondo della lirica con le suite da Gran Hotel e le

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Follia maggiore

strade dismesse dove i commercianti cinesi non capiscono nemmeno chi è a chiedere il pizzo, la barra del timone è sempre dritta su uno spaccato della Milano che non è da bere, sul contrasto tra il grande riciclatore finanziario e la donna che ha amato, lui “che non può davvero sapere il bruciore di fare dei passi indietro sulla scala sociale, avere delle cose, anche piccole, anche minime, l’abbonamento a teatro, la pazzia di regalarsi un viaggio e poi non averle più. La famosa borghesia che manda avanti il paese, che non è quella a cui lui salvava il culo con le

finanziarie a Panama, ma madri e padri di famiglia in guerra quotidiana con il bilancio. Il ceto medio, parlandone da vivo”. Su tutto l’ansia sottile della vita che passa, del conto alla rovescia che, indicizzato in settimane, quattromila per la vita media di un uomo, sembra ancora più breve e sfuggente, con uno sguardo penetrante sulla realtà, nemmeno sulla banalità ma sulla sciatteria del male, senza mai però rinunciare ai sogni, “perché sono le schegge invisibili che ti feriscono per sempre, che rimangono nei tessuti, che fanno infezione”.

L’Arte non è per i musei di Valentino Moradei Gabbrielli L’arte contemporanea nasce con la collezione, nasce nel museo, nasce musealizzata. L’arte non è stata pensata per stare nei musei.L’arte antica. Quella sì. Quella può stare. L’arte, il prodotto artistico, nasce per essere “consumato” dove l’umanità che l’ha prodotto vive. Non nasce per i luoghi inventati e realizzati più tardi deputati alla sua conservazione, i musei. Chi ha prodotto arte fino alla seconda metà dell’Ottocento, non ha pensato che la sua collocazione finale fosse in un museo. Ogni prodotto ha seguito il suo iter “naturale” che non prevedeva a priori la sua musealizzazione né la poteva immaginare. Soltanto con la fine dell’Ottocento, si assiste a un’accelerazione di questo processo di attenzione alla conservazione dell’arte attraverso la sua musealizzazione con la nascita delle collezioni d’arte pubbliche le Gallerie d’Arte Moderna e, gli acquisti che ne derivano necessari e opportuni in occasione di mostre ed Esposizioni Nazionali e Internazionali per un arricchimento delle stesse. Da quel momento, si è ridotto di molto il tempo che passa tra la realizzazione dell’opera e

il suo accoglimento in un museo, fino ad arrivare ai tempi recenti, quando l’artista, pensa e opera in funzione di una prestabilita sistemazione della stessa in una collezione-museo privata o museo pubblico. Più recentemente l’opera nasce con il museo, “nasce in collezione”. Si può pensare che la cosa di per se sia positiva e sia frutto di una maggiore sensibilità della comunità per l’arte. A mio avviso la ragione è esclusivamente economica ed è da ricercare nel mercato dell’arte. Che ha bruciato il momento più importante che è quello del godimento libero e quotidiano dell’arte e, può esistere soltanto quando la stessa, respira in mezzo a noi, in quei luoghi in cui respiriamo e viviamo tutti i giorni tutto il giorno.


La Parigi di sotto di Simonetta Zanuccoli Fin dal XIII secolo, e poi sfruttati per secoli per estrarre la pietra utile alla costruzione di strade e edifici, furono scavati a 20 metri di profondità cunicoli per oltre 300 chilometri che hanno reso il 20% del sottosuolo di Parigi bucato come un groviera. Già nel 1777, a seguito del cedimento di 300 metri di strada in avenue Denfert-Rochereau e di altri eventi simili, Luigi XVI creò un Ispettorato Generale delle Cave (IGC) , che esiste tutt’oggi, per mappare il sottosuolo della capitale, soprattutto le gallerie di gesso a nord considerate più pericolose di quelle calcaree a sud per la presenza di falde acquifere. Ancora oggi il rischio di collasso, aggravato dalle linee sotterranee della metropolitana, è presente in alcune zone di Parigi, nonostante i costanti lavori di ricognizione e consolidamento. Eppure questa città invisibile, buia e silenziosa sotto il caos sfavillante della Ville Lumière, ha avuto e ha una sua vita molto particolare. Ho già raccontato in un precedente articolo delle Catacombe, immenso ossario creato nel 1800, e oggi visitabile, proprio nella zona di Denfert-Rochereau, quando furono trasportati e sistemati in un tratto dei cunicoli delle cavi gli oltre 6 milioni di scheletri sotterrati per secoli nel cimitero Des Innocentes a Les Halles chiuso per ragioni di igiene, ma pochi sanno che altre parti di questo immenso mondo sotterraneo sono stati usati per la coltivazione dei famosi champignons de Paris e addirittura per creare dei birrifici. Il consumo della birra era molto aumentato a Parigi nel XIX secolo grazie alle nuove tecniche e processi di fermentazione portati dagli alsaziani emigrati nella capitale. Nacquero così molti birrifici ma la forte concorrenza portò alla necessità di ridurre i costi di produzione e di sfruttare al massimo, in termine di spazio, i terreni acquistati per costruire le fabbriche. Per questo molti pensarono di utilizzare anche i cunicoli del suolo sottostante che tra l’altro non avendo né porte né finestre sulla strada non erano soggetti alla tassa fondiaria che gravava su di queste. Le cave erano poi, per la temperatura

e l’umidità naturale costante, l’ambiente ideale per le cantine di fermentazione e lo stoccaggio della birra. Alla fine dell’800, soprattutto nel 13° e 14° arrondissement c’erano ancora 30 fabbriche di birra nel sottosuolo di Parigi per poi chiudere gradualmente nei decenni successivi. Una curiosità: durante la prima guerra mondiale, nelle cantine della fabbrica sotterranea del birrificio Dumesnil veniva preparata la carne da inviare alle forze armate francesi. Ma il sottosuolo di Parigi riserva ancora delle sorprese, le famose égouts (fogne), un’enorme rete labirintica (la più grande e moderna del mondo) che si estende per circa 2.400 chilometri. Progettata nel 1860 per volere di Napoleone III dal solito Haussmann che ha letteralmente reinventato Parigi in tutti i suoi aspetti, venne fatta utilizzando in buona parte i cunicoli delle cave . Una città sotto la città dove

si trovano i segnali stradali agli angoli di ogni galleria e i numeri degli immobili corrispondenti in superfice così da permettere ai 274 ègoutier, gli addetti preposti alla manutenzione, di intervenire facilmente in caso di problemi. In queste vie sotterranee non passano solo le acque sporche delle abitazioni ma viene raccolta anche l’acqua piovana, che serve per pulire giornalmente a un’ora prestabilita le strade e a annaffiare i tanti e ben tenuti spazi verdi della capitale, e l’acqua gelata utilizzata per i climatizzatori degli edifici statali. Alcuni tratti delle fogne di Parigi, insieme al suo museo, sono visitabili (ingresso da Pont de Elma), fino alla metà del 900 romanticamente in barca, oggi a piedi. Un’istruttiva “passeggiata” (senza spiacevoli odori) di circa un’ora in compagnia di un ègoutier che spiega in parallelo la storia delle due Parigi, quella di sotto e quella di sopra.

Grandi maestri del XX secolo alla FAG a cura di Aldo Frangioni Sabato 10 febbraio alle ore 17.30 presso FLORENCE ART GALLERY, in Borgo Ognissanti 64r, all’altezza di Piazza Ognissanti, si inaugura una mostra dal titolo La Generazione del Venti. Dino Caponi, Enzo Faraoni, Silvio Loffredo, Sergio Scatizzi, Nino Tirinnanzi. Una generazione di artisti che con reciproca contaminazione hanno partecipato da protagonisti allo scenario artistico del XX secolo.

Silvio Loffredo

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Il Piano di Marketing nel No Profit di Roberto Giacinti Il settore non profit è formato all’80% da piccole e piccolissime organizzazioni che devono competere, per quanto riguarda il fund rising, con le organizzazioni di grandi dimensioni che dispongono normalmente di maggiore visibilità. In effetti, gli enti di piccole dimensioni hanno i propri punti di forza quali la relazione diretta con il donatore, il radicamento territoriale, il fund rising di comunità ed il lavoro volontario che valorizza la dimensione locale. Agli occhi di un potenziale donatore, ad una piccolissima organizzazione è riconosciuta la buona causa nella realtà in cui opera; essa è sempre più influenzata non tanto dalla forza retorica della comunicazione, quanto dalla qualità dei progetti e dagli impatti sociali che produce. Un’organizzazione che ha ben operato, per un periodo non breve, tende inevitabilmente a ritenere che la propria attività sia, per definizione, di alto valore e che quindi tutti debbano sostenerla. Quando si tratta di persone, la relazione con i donatori, si costruisce con il dialogo, la relazione diretta, ad esempio, che si crea tenendoli informati e ringraziandoli, cosa che costruisce una relazione duratura nel tempo. Ma occorre un piano di marketing per crescere e competere con le organizzazioni più grandi. Il primo passo nello sviluppo di una strategia mirata di marketing consiste nel decidere la direzione, ovvero l’orizzonte di pianificazione, verso il quale deve muoversi l’organizzazione in modo da influenzare il comportamento del donatore. Poi occorre identificare i potenziali finanziatori e sollecitare il loro interesse nei confronti della proposta. Cionondimeno un piano di marketing, anche nell’ambito del settore non profit, consente di godere di un ampio ventaglio di possibili applicazioni. Le organizzazioni che raccolgono fondi attraversano in generale tre stadi di evoluzione nel loro approccio ad una efficace attività di fund rising: - Lo stadio dell’orientamento al prodotto, ovvero: “Stiamo operando per una buona causa; la gente ci deve aiutare”. Lo stadio dell’orientamento alle vendite, ovvero “Vi sono molte persone che potrebbero dare un contributo e quindi il problema è di stabilire un contatto con loro e convincerle a dare un’offerta”. - Lo stadio dell’orienta-

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mento al cliente, ovvero: “Analizzare la posizione nella società, concentrarsi sugli interessi che si identificano maggiormente con i

nostri obiettivi e quindi definire le nostre richieste”. Questo approccio implica una segmentazione accurata del mercato dei donatori e delle potenzialità di offerta di ciascun segmento; l’assegnazione di responsabilità operative per lo sviluppo di ciascun segmento e la formulazione di piani e budget relativi, commisurati alle relative potenzialità. La formulazione del piano di marketing deve coinvolgere l’intera organizzazione nel processo di determinazione della missione, degli obiettivi e dei traguardi coerentemente alle caratteristiche dell’ambiente attuale o previsto. L’elaborazione necessita di uno specialista che potrebbe essere utilizzato in Rete in modo da dividerne il costo, ma sembrano insormontabili le barriere tra enti! a

Se vuoi la pace racconta la guerra di Cristina Acidini Se si dovesse esprimere in un’estrema sintesi il senso dell’attività artistica e dell’impegno civile di Flavio Bartolozzi, si potrebbe definirla un lungo, coerente, appassionato richiamo alla pace contro gli orrori e la brutalità della guerra. Questa militanza lunga una vita, Bartolozzi l’ha svolta e la svolge con gli strumenti propri dell’artista, ovvero in particolare con le espressioni che gli sono più congeniali, del disegno e della scultura. Non si contano le iniziative a suo nome, nelle quali ha lanciato e reiterato - con la voce forte e chiara delle opere d’arte - questo suo appello: ne sono esemplificazioni significative anche i soli titoli di certe mostre recenti, come I Disastri della Guerra. “Il sonno della Ragione genera Mostri” (2007), Un segno per la Pace (2011), Il Segno e la Parola. Non violenza e Pace tra Novecento e Contemporaneità (2012), presentata quest’ultima nel gennaio 2013 presso il Museo Marino Marini di Pistoia, dov’era anche una mostra di suoi disegni dal titolo Fosse comuni. Nel suo percorso artistico, fanno in un certo senso storia a sé i marmi monumentali, lavorati in forme snelle e rasserenanti che, nel tener conto della lezione di Henry Moore, trasmettono nel linguaggio aniconico dell’astrattismo quell’aspirazione alla pace universale che attraversa e contrassegna l’immaginario di Bartolozzi. Il

messaggio di pace di Bartolozzi passa dunque attraverso un reiterato racconto di guerra, che suona come un ammonimento senza tempo a deporre quell’istinto di sopraffazione, che già gli antichi autori espressero nella proverbiale e disincantata massima homo homini lupus. Bartolozzi conosce quell’istinto e ce ne mostra le declinazioni, non solo e non tanto ragionando del passato, ma osservando senza veli né paure il presente, affinché sia scongiurato il suo protrarsi nel futuro. Un grido utopico e tuttavia profondamente onesto, al quale l’arte presta il suo silenzioso strumento con immediata capacità comunicativa. Queste le motivazioni che hanno spinto l’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze a presentare nella sua storica sede nel palazzo dell’Arte dei Beccai l’attuale mostra di disegni del maestro Flavio Bartolozzi Immagini verso la Pace.


di Andrea Ponsi Con la sua ultima mostra alla galleria EffeZeta di Firenze, Mario Francesconi conferma di essere, per usare una metafora scontata ma che rende l’idea, un re Mida dell’arte. Non c’è materia , oggetto o soggetto, per quanto umile e bistrattato, che non subisca sotto le sue mani una incantata metamorfosi. Fogli accartocciati, fili di ferro, pezze di stoffa, scaglie di legno, e naturalmente i colori che sa manipolare con tanta maestria , diventano cose preziose che con apparente facilità si sono adagiate su supporti , carte e cartoni che sembrano segnati dalle rughe del tempo. In queste opere si percepisce l’urgenza di scavare nella realtà delle cose, le semplici e quotidiane “Cose” che danno il titolo all’ esposizione. Quadri , sculture, collage e oggetti di varia natura rivelano un artista segnato da una curiosità animata da un fare felice, a volte leggero, a volte inquieto, ma sempre impregnato di energia positiva. Ovunque aleggia la felicità del comporre coi materiali e i colori, di trasformare un vecchio tubo in un pregiato artefatto, di interpretare i lineamenti di un viso usando “cose” al posto dei segni. Le opere di Francesconi richiamano l’afflato poetico, trasgressivo e persino sfottente di altre anime di artisti a lui affini. Come Munari, Calder, Melotti egli costruisce oggetti e situazioni intrise di riflessioni, meditazioni, invenzioni giocose o segnate da un velo di malinconia. Ma anche tornano alla mente i colori e le campiture di Rothko, i segni cifrati di de Kooning, i collage dei cubisti, gli oggetti ibridi dei surrealisti. Il vortice di citazioni potrebbe continuare all’infinito proprio perché l’ opera è volutamente aperta all’interpretazione pur essendo espressione di una chiara e riconoscibile firma. Francesconi è infatti una spugna che assorbendo stimoli da tutte le cose del mondo deve continuamente svuotarsi per rigenerarsi, espellere le idee come se stesse respirando per continuare a vivere. L’ insaziabile curiosità che lo porta al continuo fare e rifare non trova sfogo come per altri artisti nel dilatare la dimensione dei quadri: ciò annullerebbe il loro carattere di umile semplicità. Francesconi preferisce semmai inventarsi i fogli di un robusto libro, per disegnarli e scolpirli con la stessa dedizione che uno scrittore dedicherebbe alla pagina di un romanzo. Questi libri, pesanti e un po’ sconnessi, si trasformano, a causa della materia frapposta, in scrigni di saperi nascosti e di audaci esperimenti tattili e visivi. Francesconi lavora per temi progettando per

Tutto quello che vedo mi serve ognuno una diversa organizzazione visiva. L’ allestimento della mostra, con le strutture espositive concepite da lui stesso, va di conseguenza considerata come un’opera in sé. All’entrata della galleria, su una parete bianca di calce, Francesconi ha scritto, con calligrafia approssimata ma che rivela la sicurezza di una mente viaggiante, una breve, laconica frase: ”Tutto quello che vedo mi serve”. Egli vede numerosissime cose, perché il suo sguardo è libero di infiltrarsi ovunque: nella discariche delle officine e nelle raffinatezze della letteratura, nelle immagini della riviste popolari e nelle intriganti fisionomie dei suoi amati amici scrittori; i ritratti di Sciascia, Luzi, Penna, Beckett sono ossessivamente reinterpretati in infinite variazioni di forme e materiali. Da ogni opera sembra sbucare una mano che ti agguanta, forzandoti a guardarla e riguardarla per scoprire sempre nuove meraviglie: un sorprendente contrasto di colori, un’ inusuale aggregazione di forme, un occhio che ti penetra con più forza che se fosse un occhio vero. I quadri di Francesconi, sono ipnotici perché ci trasportano in un mondo fluido e sognante fatto di linee, simboli, geometrie, materie, facce, colori, corpi, pudici e impudichi. Accanto alla scritta citata vi è un tavolo sul quale sono appoggiati dei tubolari verticali

di ferro . Materiale di resulta, i tubolari sono stati riverniciati con sapienti campiture colorate tanto da sembrare altro: una città di torri, il modellino architettonico di un memoriale o anche solo un semplice accostamento di elegantissimi vasi che al posto dei fiori hanno steli di metallo arrugginito. Francesconi è un bizzarro saltimbanco, un trasformista che forse troverebbe il suo milieu più adatto sotto la tenda di un circo. In tale contesto potrebbe impersonificare il domatore che si diverte a schioccare la frusta alle bestie più feroci; che ruggiscano pure le fiere, la frusta dell’artista è sempre pronta a smorzarne l’arroganza. Oppure il clown irriverente, che tra un lazzo e un rimbotto si volta a indicare, su in alto, un altro Francesconi trasformatosi in un trapezista capace di volteggi tanto audaci da lasciare tutti con il fiato e lo sguardo sospeso. Eccolo infine divenire un pittoresco manipolatore di piatti e cerchi volanti che maneggia con la dimestichezza di un prestigiatore. Quante altre analogie richiamano le opere di Francesconi! Non potrebbe essere, con quella sua barba rasa, un coraggioso capitano di mare che va ad esplorare isole tropicali ignote ai più, ma dense di voluttuosi tesori? O un autostoppista degli anni sessanta che concede lo stesso valore esistenziale alla contemplazione dei sassolini sull’asfalto come alla intelligente conversazione con chi gli ha concesso un passaggio in automobile? Ma meglio fermarsi qui con il gioco delle analogie e qui terminare questo breve resoconto sul lavoro di un’ artista e pensatore immaginifico e proficuo, capace di estrarre con sensibile e umana onestà la bellezza che si nasconde in tutte le cose del mondo.

Installazione di Mario Francesconi Foto Carlo Cantini

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di Paolo Marini Con oltre 2 miliardi di utenti, Facebook non è più un mare. E’ un oceano. Eppure, visto dal tuo angolo visuale, può sembrare angusto come un piccolo condominio nel cui cortile ti capita di intercettare, con una certa assiduità, condotte che ti appaiono stucchevoli, irritanti. Con e grazie a FB hai maturato autentiche intolleranze. La prima avversione si era già manifestata verso i compleanni. Che ogni giorno riempiono le bacheche degli utenti di decine e decine - a volte centinaia - di auguri, di auguri ‘vivissimi’ e – secondo un vezzo infestante – di ‘augurissimi’. Tu pensi da tempo che l’uso massivo/routinario abbia deprivato il gesto del minimo peso. Per non subire lenzuolate di vacuità, hai ‘dimenticato’ di inserire nel tuo profilo la data di nascita; non volendo infliggerle, quando qualcuno a te caro compie gli anni, persisti a telefonargli, per il piacere di compiere un gesto che vale ancora qualcosa. La ciliegina sulla torta è, tuttavia, il ringraziamento del ‘festeggiato’ il quale, dovendo distinguersi da tutti quelli che egli stesso ha a sua volta coperto di auguri, è angustiato dalla urgenza di trovare una espressione di ringraziamento che sia nuova, inclita, originale – insomma ‘più’ di tutte le altre. In tal modo, a causa del penoso travaglio, il ringraziamento finisce non di rado per sopraggiungere due/tre giorni dopo, anche se il tempo della macerazione è trascorso invano: non vi leggi che giri di parole, contorsioni logiche, elaboratissime supercazzole. E’ venuto poi il turno delle fotografie di piatti e pietanze. Decine, centinaia di utenti - già seduti al ristorante, in trattoria o alla casa del popolo - ‘postano’ con lo smartphone le immagini di ciò che viene loro servito. Confidano nel quotidiano minuto di gloria grazie ad un manufatto altrui, del quale – tu osservi - non hanno merito alcuno, se non di averlo prescelto. E’ capitato che la foga di esibire le immagini abbia lasciato in subordine la questione della fotogenicità del ‘soggetto’; talvolta più che dall’appetito sei stato colto dalla nausea e ti sei domandato: questo ha lasciato casa per un ristorante in cui cambiare 40 euro con tali schifezze? C’è poi la terza: in FB sguazzano senza rite-

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Tutto ciò che non sopporti di facebook

gno utenti specializzati nell’informarti minuto per minuto della loro giornata: quando si svegliano (tardi), dicono invariabilmente “buongiorno mondo” (il quale di norma si è già agevolmente portato avanti senza di loro), quando sollevano la tapparella confessano sarebbe meglio campare di rendita e non doversi neppure alzare; ormai in auto per andare al lavoro, imprecano al traffico e sembrano alla canna del gas; senonché, arrivati in ufficio sbruffando come sacrificati, tornano di nuovo lì, ogni 3x2 minuti, a scrivere su FB dei beati cazzi loro, con gli immancabili codazzi di cicisbei che spendono la giornata a commentare quel nulla. E’ quindi la volta di una specie di tragicommedia in cui il discorso si fa (scomodando Ennio Flaiano) grave, sì, ma non serio. Esso ha a che fare con una ‘tipologia-social’ non così numerosa ma neppure sparuta: quella di

chi un giorno, all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, con un lungo e lagrimevole ‘post’ annuncia al mondo la cancellazione da FB. Lo strazio si impadronisce all’unisono degli ‘amici’ più sensibili che replicano, in un ordine scandito da emoticon: “No”; “Non te ne andare”; “Come faremo senza di te?”. Poi, il giorno dopo, quando ti riconnetti, scopri immancabilmente che il già crudele dimissionario in realtà è di nuovo lì – anzi, non si è mai mosso di lì - e vi imperversa più massicciamente di prima. Che cos’era, allora, quella crisi: il poveretto aveva bisogno di attenzioni o stava turlupinando i quindici allocchi? E’ il caso di suggerirgli un bravo psichiatra? Infine, c’è una cosa che va oltre il buon gusto e ti lascia anche un po’ da schifo: hai scoperto che FB è un oceano infestato da squali-delatori, gente che non ha particolare familiarità con il libero pensiero ed è subdolamente impegnata a segnalare affermazioni/condotte asseritamente riprovevoli, che procurano ai malcapitati il bando (temporaneo) dal social. Zelanti apprendisti funzionari di una sorta di Stasi del web, che un Grande Fratello arruola per disporre di un Grande Occhio, articolato e diffuso. FB non è poi così diverso dal mondo materiale. E’ una finestra, un affaccio in un ambiente un po’ finto, un po’ reale, dove tutto può sembrare un gioco, più spesso incontri la noia e qualche volta puoi farti del male.


di Danilo Cecchi Per un fotografo, come per uno scrittore o per un poeta, viaggiare significa conoscere il mondo, mentre tornare nei luoghi di origine, spesso significa riconoscere il mondo. Se i mondi lontani ed esotici hanno indubbiamente il fascino della scoperta, il mondo in cui si è nati ed in cui sono cresciuti i progenitori, ha quasi sempre il fascino della riscoperta di valori ed emozioni allontanate o romosse. L’esperienza della fotografa di strada Marian Schmidt sembra confermare questa affermazione. Nata nel 1945, appena un paio di settimane prima della fine della guerra, nella cittadina di Zyrardow, non lontana da Varsavia, da genitori sopravvissuti al ghetto, Marian segue la famiglia in fuga dalla Polonia, rifugiandosi prima a Parigi, e poi al di là dell’Atlantico, in Venezuela. A Caracas Mirian trascorre la propria infanzia, per spostarsi poi negli USA, laureandosi in matematica a Berkeley, ed ottenendo un dottorato presso la Brandeis University di Boston nel 1969. Anziché proseguire nella carriera accademica, Marian si lascia conquistare dalla fotografia e dal cinema, e si reca a Roma dove conosce Fellini ed Antonioni. L’incontro nel 1968 con il filosofo indiano, in realtà apolide, Jiddu Krishnamurti, le apre le strade della conoscenza e della spiritualità, influenzando le sue scelte di vita ed il suo modo di fotografare. Marian inizia quindi a viaggiare in diverse parti del mondo, raccogliendo immagini di personaggi del mondo scientifico così come di persone comuni, curando sempre il rapporto con la persona fotografata e con l’ambiente circostante, cercando di afferrare il significato di una realtà che continua a modificarsi davanti ai suoi occhi. Ogni fotografia è il risultato di un incontro, a volte cercato, a volte casuale, mai organizzato. Come altri fotografi di strada ed altri fotografi “umanisti”, Marian non sa quali immagini scatterà, non sa quali situazioni conoscerà, non sa con quale tipo di realtà dovrà confrontarsi, ma sa benissimo che ogni nuova esperienza sarà per lei una fonte di conoscenza, e che ogni fotografia da lei scattata sarà il risultato di questa esperienza. Nel 1974 torna in Polonia, dove rimane fino al 1978, lavorando come assistente alla regìa, e percorre il paese per raccontare con le sue immagini la vita quotidiana degli anni del “socialismo reale”, concentrando la sua attenzione sulle persone e sulle loro contraddizioni, piuttosto che sulla critica sociale o politica, rimanendo affascinata da quel paese e da quella cultura che aveva conosciuto solo attraverso il racconto dei genitori. Il lavoro sulla Polonia le apre le porte delle prestigiose agenzie fotografiche Black Star di New York e Rapho di Parigi, città in cui si trasferisce nel 1980 e dove

stringe rapporti di amicizia con i fotografi francesi della corrente “umanista”, come Édouard Boubat, Robert Doisneau e Willy Ronis, oltre che con Henri Cartier-Bresson. Dieci anni più tardi torna ancora in Polonia, una Polonia che inizia a cambiare, e questa volta vi rimane definitivamente, per fondare e dirigere la Scuola di Fotografia di Varsavia. La sua poetica ed il suo insegnamento si basano su pochi concetti chiari, come la necessità di mettere ordine visivo nel caos che ci circonda, la necessità di comporre seguendo le regole dettate dall’emozione del momento piuttosto che da sovrastrutture formali o idealistiche, e la necessità di trasmettere con le sue immagini lo spirito dei luoghi e delle

cose. “La migliore composizione è quella che crea in essa le esperienze più forti. Le regole esistono per attirare l’attenzione visiva nell’inquadratura su ciò che potrebbe interrompere o aiutare a comporre.” “Quando io fotografo, spengo la realtà quotidiana che mi circonda, ed entro in una dimensione diversa, in una realtà diversa. Sto cercando di catturare il momento in cui qualcosa sta accadendo all’interno di un uomo, sto cercando delle emozioni, e poi premo il pulsante di scatto. Sento il rapporto tra gli elementi dell’immagine, fra il personaggio e tutto ciò che lo circonda. Nelle mie immagini evito il disordine, perché voglio che le mie composizioni siano pittoriche.”

Marian Schmidt fotografa polacca

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di Silvia Lombardi e M.Cristina François Grazie alla collaborazione fra il gregorianista Giacomo Baroffio (già docente di Storia della Musica Medievale e di Storia delle Liturgie a Cremona), la musicologa Silvia Lombardi sua ex-allieva e la conservatrice dell’A.S.P.S.F. M.Cristina François, è stato possibile trarre un nuovo bilancio sul patrimonio degli antichi Codici musicali miniati di S.Felicita. Per i Codici più antichi, esiste una pubblicazione specifica di Silvia Lombardi: “I Codici musicali di Santa Felicita a Firenze”, in “Rivista Internazionale di Musica Sacra” (RIMS), Nuova Serie, n.XXXII, 2011, pp.85-124. All’elenco apparso in questo articolo siamo in grado, oggi, di aggiungere due Codici: il primo in Collezione privata e di tutti più antico, poiché risalente al XIIIXIV sec.; il secondo, il Codice “G” che presenteremo alla fine. Per i Codici del XIX sec., che non tratteremo in questa sede, si veda sempre di Silvia Lombardi: “Il silenzio napoleonico e la ripresa musicale liturgica durante la Restaurazione lorenese”, in “Rivista Internazionale di Musica Sacra” (RIMS), Nuova Serie, n.XXXV, I-II, 2014, pp.225248. I Codici più antichi conservati presso l’Archivio di S.Felicita appartenevano al Monastero Benedettino Vallombrosano di clausura annesso a questa Chiesa e documentato almeno dal 1055. La notevole importanza di questo Convento femminile è comprovata sia da un Placito datato 1072 della Marchesa Beatrice di Toscana - madre di Matilde di Canossa - il quale attesta che il Monastero era sotto la sua personale protezione, sia da un segno di benevolenza della Curia fiorentina, di dodici anni prima, cioè del 1060. All’origine, i Codici musicali miniati a notazione quadrata erano custoditi nella Sagrestia del “Coro antico delle Monache” (1361-1364), Coro da cui cantavano le religiose Corali accompagnate in alternatim o in forma responsoriale da due strumenti a canne, ora non più esistenti e precedenti quello attuale, costruito da G.B.Contini nel 1585. Abbiamo notizie documentarie solo relative all‘organo del 1395 che servì questa Chiesa fino al 1457 e del quale - dettaglio non trascurabile - alcune parti non furono vendute ma riutilizzate nel successivo organo cinquecentesco (cfr. S.Lombardi, “L’organo attribuito a Giovan Battista Contini nella Chiesa granducale di S. Felicita a Firenze (1583-1585)”, in “Arte organaria italiana Fonti, documenti e studi” - n.V - 2013, pp. 347-384). Con la Soppressione napoleonica del Monastero (1810) questi Codici di Can-

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Vicini e lontani

I codici miniati di Santa Felicita to gregoriano vennero usati e in parte trasformati - per il nuovo “uso regolare” - dai Cantori della “Schola de’ Cherici di S.Felicita”. Per ragioni che subito diremo, risultano significative le dimensioni del Coro antico, posto superiormente e “in cornu Epistolæ”, che si deducono da alcuni rilievi ottocenteschi eseguiti alla vigilia della trasformazione di quell’ambiente claustrale destinato al canto e alla preghiera nella Biblioteca e Guardaroba odierne, al primo piano della Canonica dei nostri giorni. Questo Coro gotico occupava inizialmente circa cinquanta metri quadri di superficie. Tale ampiezza, per sole dodici Monache, è giustificata dal fatto che una parte di questo spazio veniva impiegata, appunto, come “sagrestia delle Corali” con annessa una Cappellina della Madonna. Le religiose facevano udire il loro “Cantus firmus” da un affaccio centinato e munito di “gratichole” che dava dentro la Chiesa, in alto, dalla parte del transetto destro. Il Priore Santi Assettati lascerà in un suo “Repertorio” - redatto tra il 1608 e il 1610 - un primo Inventario [Ms.155g, “Liber Instrumentum”] di questi Libri liturgico-musicali che ci ha consentito di ricostruire ciò che ci è pervenuto (almeno fino a tutto il 1610) e ciò che è purtroppo scomparso. Quanto alle unità ancora conservate in situ, nell’elenco che segue ci serviremo dell’Inventario redatto e pubblicato. Per le unità scomparse e - fortunatamente - ritrovate, dobbiamo essere grati alle instancabili ricerche del professor Baroffio il quale ci ha cortesemente segnalato a tutt’oggi cinque pezzi da lui stesso individuati. Dunque, seguendo il manoscritto del “Repertorio” stilato tra il 1608 e il 1610 da Santi Assettati, possiamo determinare quali e quanti fossero a quell’altezza cronologica i “Libri del Canto fermo”

e cioè sette Libri corali segnati a quel tempo con le lettere “A”, “B”, “C”, “D”, “E”, “F”, “G”. Dei Codici liturgico-musicali da noi inventariati, uno solo è dichiaratamente autografo: il Codice “D” che fu scritto e miniato dal Presbitero Vittore di Santa Reparata di Firenze nell’anno 1538 (vedi Inventario pubblicato nel sopracitato “I Codici musicali di Santa Felicita a Firenze”). Per conoscere quali altri miniatori lavorassero per S.Felicita dobbiamo ricorrere a un documento dell’A.S.P.S.F. che reca la seguente notizia: “Donna Costanza di Fornaino De’ Rossi eletta Badessa 21. Gennajo. [...] dal 1350 al 1358 fece scrivere da Ser Monte un ‘Plurimorum [Sanctorum et Martyrum]’ e un Antifonario, da Don Zanobi Monaco della Badia un Breviario, e da Giovanni Rettore di S.Simone un Messale.” I Codici ancora presenti nell’Archivio Storico di S. Felicita sono i seguenti: “A” [Ms.155a], Graduale, primo Tomo Iemale, redatto da più mani tra il 1350 e il 1610, le miniature sono attribuibili a Gherardo o al fratello Ser Monte (figli di Giovanni di Miniato) operanti in Firenze nella seconda metà del XIV sec. e appartenenti allo Scriptorium della Badia; “C” [Ms.155c], Graduale, Tomo del Santorale, redatto dalla seconda metà del XV sec. al 1610, manoscritto musicale miniato a notazione quadrata e caratteri gotici; “D” [Ms.155d], Vesperale secolare con eccezioni, redatto e miniato dal Presbitero e Cappellano Vittore di S.Reparata nell’anno 1538 e poi continuato - a partire dal f.218v - fino all’anno 1610; “E” [Ms.155e], Antifonario a cursus secolare, risale al XVI secolo, rimaneggiato fino al primo decennio del XVII e forse oltre per aggiornarlo ai nuovi dettami tridentini, il miniatore potrebbe essere della Scuola di Attavante (Vanto di Ga-


briello di Vante Attavanti), comunque il Ms. non è di unica mano; “F” [Ms.155f], Kiriale, Sequenziario, Graduale, Antifonario, forse miniato e redatto da tre diversi “scriptores”: il primo potrebbe essere un copiatore, ma non artista, del XVI secolo, il secondo che ha restaurato le carte più antiche dovrebbe risalire ai primi del XVII secolo e sarebbe lo stesso Priore Assettati, infine il terzo “scriptor” è posteriore al 1839. Dopo avere descritto i

“Codici vicini”, passiamo ora a descrivere i “Codici lontani”: cinque Libri liturgici ritrovati, fuori della loro sede di pertinenza (cioè la Parrocchia di S.Felicita), da Giacomo Baroffio. Il Codice “B” [che dovrebbe figurare nell’ASPSF come Ms.155b] è un Graduale che risale alla metà del XV secolo, ora conservato per ragioni a noi ignote presso la Library Yale University (New Haven, Connecticut, USA, ivi segnato come Ms.42);

l’ignoto miniatore potrebbe essere identificato con Francesco di Lorenzo Rosselli. Del Ms.”G”, S.Lombardi ha reperito la puntuale descrizione nel succitato prezioso “Repertorio” [Ms.155g]. Inoltre, due Codici del Monastero di S.Felicita, ma non descritti in questo “Repertorio”, sono stati rintracciati in altri Archivi: il primo Codice è un “Libro per l’Ufficio del Capitolo”, risalente al primo quarto del XIV secolo, ora presso la Biblioteca dell’Accademia delle Scienze in San Pietroburgo e là inventariato come Ms.F.161; di esso non si conoscono né l’autore-copista né il miniatore che, a parer nostro, potrebbe essere Ser Monte (identificabile con Taddeo Gaddi secondo M.Boskovits). Questa nostra attribuzione è resa possibile a quella stessa altezza cronologica da un documento archivistico. Purtroppo non sono disponibili riproduzioni fotografiche del “Libro per l’Ufficio del Capitolo”. È stato possibile identificarlo unicamente tramite il “Catalogue des manuscrits médiévaux en écriture latine de la Bibliothèque de l’Académie des Sciences de Russie de Saint-Pétersbourg” (L. Kisseleva e P. Stirnemann, Paris, CNRS Editions, 2005). Questo Libro liturgico veniva molto probabilmente utilizzato dalle Monache all’interno dell’Ufficio del Capitolo durante l’Ora di Prima; è databile intorno al 1325ca. e dunque è da considerarsi un Testimone della “Regula Benedicti”. Il secondo Codice è un “Messale con Calendario” che risulta presso la Bodleian Library di Oxford [nell‘ASPSF sarebbe inventariabile come Ms.155h]: potrebbe essere uno di quei Messali su cui intervenne il Priore di S.Felicita Santi Assettati “per conformarsi al nuovo Messale, e Breviario Romano. Levando il superfluo, e aggiungendo quello [che] mancava per quanto fa di bisogno alla nostra Chiesa”. Presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze è conservato nella “Sezione Conventi Soppressi” n.233 un Sacramentario appartenuto al Monastero di S.Felicita, detto poi “Codex Florentinus Laurentianus”. Infine, in una Collezione privata a Stalden in Svizzera, si trova un Salterio, Innario, Calendario del XIII-XIV secolo, ivi catalogato n.8, 2006, 22. Ci auguriamo che questi “Codici lontani” possano ritornare ad essere qui visibili così da ricostituire con riproduzioni in fac-simile il Patrimonio musicale del Monastero. Lo stesso tipo di edizione fac-simile permetterebbe ai “Codici vicini” di essere esposti insieme a quelli “lontani” nel “Percorso Museale di S.Felicita” senza compromettere in nessun modo lo stato di conservazione degli originali.

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Bizzarria degli

oggetti

Dalla collezione di Rossano

Il Touring Club agli inizi del ‘900

a cura di Cristina Pucci E da oggi, ogni tanto, vi racconterò delle storielle di tempi che furono, documentate niente meno che dalla Rivista Mensile Touring Club Italiano. Rossano ha beccato, pare a prezzo non proprio modico, 5 intere annate, 1910, ‘11, ‘12, ‘13 e ‘18, complete dei 12 fascicoli mensili e della, rarissima, sovracoperta rigida per eventuale rilegatura. Tutti i fascicoli hanno le loro belle copertine illustrate, alcune con la sigla del grafico che le ha realizzate. Sfogliarle è una esperienza. Le foto, tutte in bianco e nero, non hanno particolare nitidezza nè bellezza, ma emozionano. Questo Touring è una Associazione, nata nel 1894, a Milano, ad opera di un gruppo di 57 “velocipedisti,” inizialmente si chiamava infatti Touring Club Ciclistico Italiano, assunse il nome che tuttora porta nel 1900. Lo scopo era quello di diffondere i valori ideali del ciclismo e di favorire la cultura del viaggio in genere. Ad essa si devono le prime proposte di “piste ciclabili”, realizzazione e diffusione è un lavoro tuttora in corso, la installazione di cassette di riparazione e primo soccorso lungo le strade, al tempo sterrate e sassose, e la prima ideazione e posa di Cartelli Turistici. I soci, in rapidissimo aumento, organizzano, oltre la prima Milano-Roma in bici (1895), una originale e patriottica iniziativa: i 102 superstiti della Spedizione dei Mille, imbarcati a Genova e sbarcati a Marsala ripercorrono, in bici ovvio, l’eroico itinerario della fatidica impresa. Ben presto l’interesse si rivolge all’ automobile e a realizzazione e miglioramento delle tratte stradali e del territorio, rimboschimenti e cura di monumenti compresi. Si pubblicano le prime guide turistiche, quelle che tutt’oggi usiamo, ovviamente aggiornate, e che chiamiamo Guide Rosse. Vengono poi costruiti i primi alberghi, l’opera di promozione turistica di itenerari meno noti e dimenticati sarà davvero benemerita. Orbene nel volume del 1910 di Rossanino compare, sulla copertina rigida, una bella faccia femminile, opera di Emilio Malerba, ad esso si devono anche 4 delle copertine dei singoli fascicoli. Appartiene costui all’infinito stuolo di illustratori più o meno bravi e più o meno famosi che si occuperanno delle copertine della rivista del Touring, sempre pubblici-

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tarie, di bici, auto, accessori, fucili, macchinari vari, materiali per costruzioni... Malerba, nato a Milano nel 1878, molto dotato, era all’inzio del ‘900 il grafico della Ditta di Biciclette Stucchi, grazie a questa collaborazione lo divenne anche del Touring. Famosi i suoi manifesti per i Magazzini Mele, due dei quali sono al Museo di Capodimonte. Inizialmente costruisce le immagini con tratti che si rifanno a precisione e profondità tradizionali, ma le trasforma piuttosto rapidamente in grafiche più semplici nei colori e piatte nella spazialità che dimostrano di aver risentito dei suoi soggiorni parigini e che sono perfettamente inserite nella iconografia pubblicitaria dell’inizio del ‘900. Le sue produzioni pittoriche, un po’ sottovalutate, perman-

gono indenni dal dominante futurismo, rappresentano per lo più mondi femminili, colti nella precisione di inquadrature quasi fotografiche, tratteggiati con attenzione alle sfumature psicologiche. Nel settembre del 1922, insieme a Bucci, Sironi, Oppi, Marussig costituisce il gruppo “Novecento”, subito adottato da Margherita Sarfatti, il cui salotto era frequetato da artisti, letterati e politici famosi. Era una pittura meticolosa, di volumetrico realismo e impaginazione geometrica, ispirata a principî estetici definiti così dall’artista stesso “...organizzazione, finezza rigorosa. Costruzione armoniosa, sobrietà lineare, ricchezza di espressione”... Prossimamente qualche bislacco contenuto dei singoli fascicoli...


di Andrea Ponsi Golden Gate Park

Anche gli alberi in un parco concorrono a definire l’identità di un luogo. Nel Golden Gate Park l’eucalipto, il pino e il redwood assurgono a simboli arborei della California del nord. L’eucalipto si contorce a spirale su stesso. E’un vecchio inquieto con la pelle frastagliata. La sua scorza è un sottile foglio bianco, grigio e beige, un foglio sfilacciato nei tormenti. Continuamente cambia pelle che accumula ai suoi piedi, aggrovigliandola alle foglie sparse sul suolo. Molti, con disprezzo, lo considerano un albero infestante, forse quelli stessi che considerano i piccioni ratti volanti. Per me è un albero sensibile ed inquieto, un amico delicato. Lì accanto si alza un pino, autoctono del luogo. Sempreverde, ha un tronco forte e contorto che va a dividersi in tanti rami aguzzi e un po’ disordinati. I rami sostengono ciuffi di aghi verdi, che come gli alberi di Oriente, stanno sospesi in aria come una pagoda. Crescendo sulla costa, ha i capelli scompigliati, i rami spesso secchi, anche spezzati. Non lo vedo, ma da qualche parte qui vicino certamente c’è un redwood. Il redwood è l’albero più tipico di questa parte dell’America; un essere misterioso, primitivo, sceso giù dai monti per arrivare fino al mare. C’è una foresta densa e scura chiusa in una valle umida, poche miglia oltre il Golden Gate Bridge: la foresta di Muir Woods. E’ come entrare in un un bosco di fiaba, un tempio verde con colonne altissime, scanalate dal tempo e dalla nebbia che lì è quasi perenne. Il redwood è un abete abnorme, il più alto albero al mondo. Le foreste di redwoods hanno procurato il legno con cui sono state costruite le case della California. Ora è un albero protetto e il suo legno caro e pregiato. Abbracciare un redwood era un atto d’amore negli anni 60 e 70 quando gli hippies trovarono tra i boschi di redwoods di Marin County e di Big Sur il loro humus perfetto. I bisonti

Nel Parco c’è un grande prato recintato. Dentro vi pascolano i bisonti. Sembrano tori, più gobbosi, più pelosi ; tori coperti di pelliccia. Questa era terra degli Indiani e dei bisonti. Ora sono solo pochi capi: tutti gli altri sterminati, sia gli indiani che i bisonti. Stanno lì a pascolare su un prato recintato. Ormai hanno rinunciato alla voglia di fuggire. Linee di costa

Un esercizio: osservare una mappa di San Francisco e descrivere l’andamento della linea di confine tra la città e l’acqua.

Mappe di percezione

San Francisco

Iniziare dai docks presso il Bay Bridge: tutti quei pontili che si susseguono uno all’altro ed entrano nel mare come le dita aperte di una mano, non sembrano le proiezioni orizzontali di tutti i grattacieli lì vicini? E’ come se la skyline del downtown di San Francisco si fosse rovesciata con un movimento rotatorio di 90 gradi sull’acqua della baia. “Sky-line” degli alti highrises, “Sea-line” dei lunghi pontili I profili perpendicolari alla linea di costa dei pontili vanno ad inclinarsi man mano che ci si avvicina a Fisherman Wharf. Sulla mappa creano una specie di ventaglio architettonico. Sicuramente il cambio di direzione è dovuto alla necessità di disporsi nel modo più ottimale rispetto al moto ondoso della baia, assecondando la curva della penisola in quel punto per evitare che l’onde colpiscano di traverso le navi lì attraccate.

Dopo il porticciolo del Fisherman Wharf i pontili scompaiono per far posto ad un vero porto con un molo che si estende a semicerchio. E’ questo, dice la mappa, il Municipal Pier, eretto a protezione del piccolo golfo su cui si affaccia la spiaggetta di Acquatic Park. Proseguendo nel percorso, dopo un breve promontorio, tre nuovi pontili ben ordinati si allungano di nuovo nella baia: è il complesso di Fort Mason. Poi la costa assume un aspetto rettilineo seguendo i prati erbosi della Marina. Un altro porticciolo per gli yachts e infine una spiaggia anch’essa dritta e lunga, un tempo sede della base militare Crissy Field ed ora aperta al pubblico. La spiaggia va a svanire poco prima di incontrare i piloni del Golden Gate Bridge. Da qui in poi la costa cambia aspetto e direzione. La baia diventa oceano e la linea finora artificialmente lavorata , si trasforma in un precipizio roccioso e naturale che vira repentino verso sud. Un’altra spiaggia e poi, in uno zig zag di golfetti e promontori, si arriva a Point Lobos, il punto più a occidente dell’intero territorio. Li’ si staccano le isolette di Seal Rocks. Come a volersi riposare dopo tanto zigzagare, la linea di costa torna piatta e si distende nella spiaggia di Ocean Beach. Una spiaggia lunghissima, ampia, che prosegue per miglia fino a diventare una selvaggia duna. Qui finisce San Francisco. Ormai fuori della mappa, la linea di costa continua il suo corso verso sud disegnando il profilo dell’intera California.

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di Gianni Bechelli Com’ è possibile che il cosmo, a seguito di una gigantesca esplosione iniziale, abbia potuto mantenere un’omogeneità di fondo con solo leggere increspature che hanno determinato ammassi di galassie e nebulose? E com’è possibile che moltissime forze e particelle abbiano proprio quello specifico valore tra gli infiniti possibili e che ha consentito all’universo, a questo universo di non collassare? il bosone di Higgs che “spalma” massa sulla materia ha un valore che, se solo avesse un’inferiore capacità di pochissimo diversa, il cosmo risulterebbe non in equilibrio e collasserebbe; e di numeri specificatamente e straordinariamente precisi per far funzionare il cosmo, ce ne sono tantissimi. Certo chi pensa ad un grande orologiaio che ha messo a punto tutti i meccanismi perché funzionassero secondo la finalità previste, grazie a formule matematiche molto precise ed elaborate con tutte le variabili possibili, ha una risposta più semplice. Il finalismo insito nel cosmo è la risposta: Dio e la sua gloria ne è la causa e il fine. Chi si affida solo alla scienza, ha un compito più complicato, qui non può esserci nessun finalismo predeterminato. Certo il big bang e la straordinaria coincidenza dei numeri ha ridato fiato all’idea della creazione e di un” universo intelligente”. Ma altre risposte sono possibili. Molti scienziati sembrano ormai aver accettato l’idea di un’“inflazione” iniziale al momento della creazione dell’universo, per dare un senso alla sua sostanziale omogeneità, un ‘esplosione spaventosa al momento della creazione che ha prodotto, in un tempo infinitamente breve, tra 10 alla trentesima secondi e trentacinquesima, un‘accelerazione di miliardi di volte dell’espansione superando la velocità della luce. Molte evidenze sembrano oggi dare ragione a questa teoria. Quindi un’energia infinitamente maggiore di quella fin qui prevista. Ma da dove? Creata dal Nulla? E qui cominciano alcune delle riflessioni più sorprendenti della fisica moderna. Il vuoto non è mai un vero vuoto, è potenzialmente il nulla ma da cui nascono e/ o muoiono particelle in tempi brevissimi e non prevedibili. Un Nulla che “vive”, un paradosso per noi. E’ stato detto che è un po’ come guardare da un aereo il mare che ci apparirà totalmente calmo dall’alto, ma mostrerà onde e increspature e schiuma e barche via via che ci avviciniamo. Il vuoto in dimensione piccolissime ci mostra dun-

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que particelle che appaiono e scompaiono da e nel nulla. Questo ribollire è soggetto a fluttuazioni quantistiche e all’energia del punto zero. Mentre dei quanti ne parleremo a parte, l’energia di punto zero è appunto l’energia che esiste potenzialmente oltre il vuoto in quantità impensabile. Ovviamente da tempo se ne parla e si parla se possibile sfruttarla in futuro. Per adesso si può solo pensare che da questa energia e dalle fluttuazioni quantistiche possa essere scaturito il big bang con tutta la sua impressionante energia. Ma, se questo forse risponde al primo dei quesiti da cui siamo partiti, lascia del tutto inevasa la seconda questione: perché tutto è organizzato in valori così specifici ed improbabili da tenere insieme il tutto? La risposta, in ambito scientifico, più razionale è che questo sia solo uno degli infiniti universi possibili e cioè il nostro è solo uno degli universi nati con infiniti altri che avevano anche diverse leggi fisiche, altri che sono collassati, altri quasi simili. Navighiamo cioè insieme ad una serie di universi a bolle come una schiuma di sapone sulla vasca? Il nostro

è solo quello che, nel calcolo dell’infinite possibilità, ha quelle caratteristiche che consentono a noi di esistere. E’ proprio questa la risposta? Quello che è certo che molti rami della fisica ragionano sul multiverso, che sembra un approdo possibile anche se ancora con vari scetticismi, soprattutto di ordine religioso, per le ovvie implicazioni. Cioè quello che ci sembra uno spazio immenso ed inimmaginabile (cento miliardi di galassie) non sarebbe che una bolla o una membrana (teoria della stringhe) o una delle dimensioni possibili della realtà, poca roba tutto sommato. Ci sono diversi indizi in teorie diverse che vanno in direzione del multiverso, non ancora però la prova regina ed inequivocabile. La deduzione logica appare quasi ovvia, sperimentalmente meno certa, ma si sa che molte volte la teoria e l’ipotesi matematica ha preceduto la conferma sperimentale o l’osservazione diretta; basti pensare ad Einstein alla sua relatività, alle onde gravitazionali, prima ipotizzate e poi trovate, o alle teorizzazioni sui buchi neri che sembravano, solo pochi decenni fa, bizzarrie teoriche e continuano ad apparirci strani e improbabili, ma sappiamo ora che riempiono l’universo più di quanto teorizzato.

Viviamo in bolle-universi infiniti


La roulotte della famiglia di Clairvoyant Kathleen Lee, 2016. © Mattia Zoppellaro/Contrasto

di Dino Castrovilli

Quattro cavalieri che scrivono con la luce Questo “promemoria” è volutamente breve, perché, trattandosi di fotografia, è giusto (e meglio per il lettore) che a “parlare” siano le immagini. E dunque. La libreria con cucina Brac, oltre a piatti prelibati, continua a servire anche eventi di raffinata e non necessariamente noiosa arte e cultura. Lo ri-prova il ciclo di incontri “Scritture di luce”, giunto quest’anno alla sua decima edizione. Ospiti quattro fotografi, tutti prestigiosi, versatili, che non disdegnano le riviste patinate e restano però rigorosi e soprattutto impegnati: a descrivere luoghi spesso sconosciuti, o, quando conosciuti, in risvolti spesso non colti, taciuti o addirittura rimossi, a presentarci popoli che hanno parecchio da dirci, a scandagliare inferni esistenziali. Vengono in libreria a mostrare ciascuno un volume frutto delle loro esperienze, della loro ricerca artistica, del loro approccio sociale e antropologico alla “realtà”. Sia essa paradisiaca e struggente, come l’Isolario Ellenico di Fulvio Magurno (Contrasto, l’agenzia-casa editrice fotografica per antonomasia di Roberto Koch, 2017), che infernale, come quella del paco, una micidiale droga dei poveri che sta distruggendo migliaia di giovani sudamericani, raccontata da Valerio Bispuri in Paco. A drug story (ancora Contrasto, 2017). Magurno, ispirato da un fulminante verso del poeta greco Odisseo Elitis - Spesso, quando

parlo del sole,/mi s’impiglia nella lingua una grande rosa tutta rossa./Eppure mi è impossibile tacere. - ha raccolto, in un volume di grande pregio anche graficamente, alcune decine di scatti realizzati nel decennio 1989-1999 in alcune isole greche: alcune arcinote, altre poco o per nulla conosciute, o comunque difficilmente “viste” con i suoi occhi. Fotografie distanti anni... luce dai panorami patinati che inondano riviste di viaggio o reportage all’insegna del “quanto è meravigliosa la Grecia”. L’autore, ospitato da Brac il 3 febbraio, ha scattato in rigoroso bianco e nero, con la messa a fuoco all’infinito (molte immagini sono così volutamente sgranate), l’inquadratura attentissima a cogliere un orizzonte, un dettaglio, un accostamento che ci restituisce un “paradiso” attuale ma allo stesso tempo classico. Dal paradiso greco si sprofonda in uno gironi infernali sudamericani, quello dove brucia corpi e coscienze il paco, una delle droghe più devastanti in circolazione, ottenuta dagli scarti di lavorazione della cocaina miscelati con cherosene, colla, veleno per topi e polvere di vetro. Un cocktail micidiale molto diffuso tra i giovani che dà immediata assuefazione e necessita di continue assunzioni, fino a venti dosi al giorno. Le cartoline da questo inferno le ha spedite Valerio Bispuri, che con molto coraggio e determinazione ha voluto seguire “la via del paco”:

partendo dai bassifondi di Buenos Aires - da dove, a partire dagli anni ‘90, questa droga è andata alla conquista delle favelas sudamericane -, attraversando il Brasile, il Perù, la Colombia e il Paraguay, finendo, naturalmente bendato, in una delle cosiddette “cucine della droga”, dove il paco viene preparato. Un viaggio drammatico che è anche un saggio antropologico, raccontato appunto in Paco. A drug story, che l’autore presenterà sabato 10 febbraio. Il 3 marzo sarà invece la volta di Pino Ninfa, molto conosciuto anche per i suoi libri fotografici sul jazz, e del suo Round About Township (Casadeilibri, 2012), il racconto per immagini, volutamente non sensazionale ma non per questo meno commovente e coinvolgente, delle periferie urbane e dei luoghi dell’apartheid sudafricano, soprattutto delle città di Capetown e Soweto. “Scritture di luce” si concluderà sabato 10 marzo con lo splendido volume di Mattia Zoppellaro Appleby, anch’esso saggio antropologico perché introduce, attraverso splendide immagini scattate in ben quattro edizioni dell’annuale fiera di cavalli di Appleby (GB), nel mondo per fortuna inestinto dei rom, synti e Irish Travellers (gruppo etnico nomade dalle radici antichissime) che si ritrovano a migliaia per vendere e comprare cavalli, ritrovare vecchi amici e parenti e celebrare la loro cultura. Un “rito” non da poco, in questi brutti tempi.

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di Francesca Merz Un pomeriggio di lezione e confronto su un tema che si è rivelato, per me, una fucina di spunti e riflessioni. Sono capitata quasi per caso alla masterclass organizzata da TheSign alla Fondazione Stensen, e in cui due mostri sacri del fumetto e dell’illustrazione, ZeroCalcare e Rita Petruccioli, erano chiamati ad un arduo compito: raccontare la nascita e il superamento dello stereotipo di genere nelle arti figurative, ed in particolare nel fumetto e nell’illustrazione. Iniziamo brevemente col dire chi sono questi due professionisti: ZeroCalcare, al secolo Michele Rech, arcinoto fumettista, ideatore delle storie dei suoi fumetti, decide, per onestà intellettuale e decisione artistica, di raccontare la realtà senza oggettivazione, ma facendo sempre capire, anche tramite il mitico armadillo, quale sia il punto di vista, ovvero il suo. Parrebbe una cosa scontata pensare che ognuno di noi non abbia altro strumento nell’oggettivare le cose che tramite la sua soggettività, ma così non è, e gli stereotipi sono proprio un modo per definire la realtà al di là della propria soggettività. Facciamo un esempio, evitando subito di finire nella rete che ci fa pensare che uno stereotipo sia per forza qualcosa di negativo: se un artista, un vignettista, un disegnatore vorranno farci capire che la scena si svolge in un luogo romantico, basterà inserire come sfondo la Tour Eiffel e un Bistrot, ed ecco che immediatamente sapremo di trovarci a Parigi, ma non solo, quelle poche immagini riporteranno alla nostra mente l’idea del romanticismo, dell’amore, della coppia. Si tratta certamente di uno stereotipo: Parigi è ben altro che una sola e semplice città romantica, ma quella semplificazione consentirà all’artista di usare uno stereotipo come ponte tra due complessità, una porta di accesso preferenziale per poter passare ad un concetto successivo. Devo dirvelo con sincerità, sono quindici anni che studio la storia dell’arte, sono trentaquattro anni che faccio della semplificazione un mantra, perché la trovo poetica, pragmatica e utile, eppure il palesarsi di questo concetto mi ha aperto un mondo: uno stereotipo dunque non ha alcuna accezione negativa, è uno strumento di comprensione della realtà, ciò che lo rende negativo non è la sua essenza ma il suo utilizzo e la finalità per la quale viene utilizzato. Quando uno stereotipo diventa improprio? Quando ne ribaltiamo il significato, quando, invece di usarlo come scatola di semplificazione pretendiamo, in quella scatola, di metterci tutta una realtà e rifiutiamo le realtà e le complessità che non rientrano in quella scatola; per

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ritornare all’esempio di Parigi, è come se nella scatola concettuale “Parigi” decidessimo di inserire solo il suo romanticismo, e ci rifiutassimo di inserire tutte le altre infinite sfaccettature che Parigi conserva in sé. Da qui nasce la dicotomia interna, e di conseguenza uno strumento nato per aiutarci nella comprensione, diviene una catena, una scatola stritolante di contenuti. Se è dunque vero che potremmo disegnare una donna musulmana con un velo e immediatamente il nostro interlocutore capirebbe in che luogo del mondo siamo e la matrice culturale della donna, allo stesso modo non possiamo pensare che nella scatola concettuale “donna musulmana” rientri solo il velo, poiché quella donna avrà un gusto di gelato preferito, un amore, un ricordo, un passato, avrà idee politiche, gusti, paure ed ossessioni che caratterizzeranno lei come essere umano, non stereotipato né stereotipabile, omettendo di far entrare tutte queste complessità nella scatola dello stereotipo “donna musulmana” ci troveremmo di fronte ad una narrazione tossica, tecnicamente una menzogna. A questo punto però è bene sottolineare un altro concetto molto interessante su cui troppo raramente ci si sofferma: la risposta ad uno stereotipo non può essere uno stereotipo di segno opposto, la risposta è la complessità. Se pubblicità e società ci ridanno una narrazione di una donna che deve essere madre, moglie, cuoca, servizievole, emotiva e comprensiva per essere “giusta” la risposta non potrà essere una wonderwoman d’acciaio senza macchia e senza paura, quel segno opposto non farà altro, nuovamente, che limitare la complessità e procedere ad una semplificazione non propedeutica ad una comprensione ma semplicemente e nuovamente limitante. Torniamo così al tema specifico dell’incontro: gli stereotipi di genere, ovvero come le immagini e le mani di disegnatori e vignettisti, le cui immagini spesso verranno viste dai bambini, possono e debbano impegnarsi per non costruire clichè che comunichino fotografie stereo-

tipate del genere “femmina” e “maschio”. In questo Rita Petruccioli ha dato una lezione di complessità e semplificazione di grandissimo interesse. Lei, diversamente da ZeroCalcare non è autrice dei libri che illustra, ma viene chiamata dagli autori ad illustrare testi già fi-

Lechemani semplificano


niti, ha dunque un art director che coordina il suo lavoro, ma che, intelligentemente, le lascia spazio per esprimere la sua individualità e soprattutto per scegliere quali momenti specifici della storia disegnare, poiché saranno quelli che i bambini individueranno come momenti salienti del racconto. Il potere dell’immagine è sempre straordinario, non so se vale per tutti, o solo per chi, come me, ha passato una vita a guardare immagini, ma la memoria fotografica sovrasta ogni altro senso; quello che ti si incastra negli occhi (come dice con poesia il Van Gogh interpretato da Preziosi con testo di Stefano Massini, andate a vederlo a teatro perché merita davvero) ti scorre poi per tutto il corpo e ti riporta una narrazione necessaria, a cui non si può sfuggire. Rita ha fatto alcuni esempi che mi hanno toccato il cuore, citando alcuni libri che ha recentemente illustrato e che riguardano le grandi

epopee classiche, in particolare, proprio entrando nel merito degli stereotipi di genere ha raccontato del suo approccio nell’illustrare “il ratto delle Sabine”e il famoso bacio tra Didone ed Enea, il primo narrato da Tito Livio, il secondo da Virgilio. La scelta di non stereotipare è stata quella, ad esempio, di non illustrare il momento della violenza ai danni delle Sabine, ma invece di mettere in risalto il loro ruolo politico all’interno della guerra tra Romani e Sabini; se infatti, spesso si parla di questo episodio come glorioso nonché come il sigillo della nascita di un impero, non bisogna dimenticare che si trattò di un atto di violenza, un atto di violenza a cui però le donne sabine seppero rispondere non come oggetti passivi, semplici passaggi di proprietà tra maschi, ma intervenendo con saggezza nella guerra tra quelli che erano diventati i loro mariti (i romani) e quelli che erano i loro padri

(i sabini) e portando tutte le doti diplomatiche e di mediazione che spesso le donne conservano con maggior cura rispetto all’altro sesso (ma non voglio rischiare anche io di cadere in uno stupido stereotipo di genere e dunque qui mi fermo). Il secondo riferimento è a Didone, personaggio stupendo dell’epopea virgiliana, donna volitiva, bella, intelligente, una imprenditrice ante litteram, una regina nell’animo ancor prima che per potere ricevuto. Dal testo di Virgilio ella traspare in tutta la sua gioiosa magnificenza e capacità, sino ad arrivare all’apice con la vera e propria presa in giro ai danni del povero re Iarba, reo di aver sottovalutato la sua intelligenza. Eppure, eh sì, diremmo proprio eppure…Didone si innamora di Enea, individuo in bilico tra incapacità decisionali e malattia di vivere, incapace di prendere qualsiasi tipo di decisione se non con il costante zampino degli dei, che ad un certo punto gli devono pure ricordare che avrebbe da fondare Roma. Ebbene, Didone, in preda alla più tipica sindrome della crocerossina, come ha detto stupendamente Marcela Serrano “si innamorò come si innamorano sempre tutte le donne intelligenti: come un’idiota”, e, come tutti sappiamo, a causa della fuga di Enea arriverà ad uccidersi per il dolore. Ora, come capirete, dare oggi un messaggio di questo tipo a dei bambini rischia di scavare un solco di genere di difficile comprensione. Rita dunque decide, proprio nel momento dell’innamoramento tra Didone e Enea, di non raffigurare il romantico bacio nella grotta, poiché sarà quel bacio, quella scelta (vabbè parlare di Enea e scelta nella stessa frase è un ossimoro) a condannare Didone, la scena dunque dell’innamoramento pone i due innamorati alla pari, a guardarsi un attimo prima del fatidico bacio, nulla si perde della narrazione, ma quel secondo prima del gesto imprime una immagine di romanticismo ma senza la successiva condanna. Ci si potrebbe dilungare ancora molto, e moltissimi sono stati gli spunti di dialogo ed approfondimento con due persone di straordinaria piacevolezza come Zero e Rita, la cosa forse più bella alla fine dell’incontro sono state le parole di ZeroCalcare che ha voluto precisare : “Questa non è una lezione, l’unica cosa che posso restituirvi oggi, nun so’ le certezze, ma so’ i dubbi che c’ho avuto”. Da questo parte credo ogni reale tentativo di semplificazione, la restituzione di una narrazione piena di dubbi e dunque per eccellenza aliena dagli stereotipi, ma allo stesso tempo capace di semplificare, poiché un artista, per antonomasia, deve avere, come direbbe Paolo Conte “mani che semplificano”.

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1982 Carlo Cantini a New York

di Carlo Cantini

Murales a New York

28 10 FEBBRAIO 2018

Cultura commestibile 249  
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