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di Cristina Pucci Le formiche che si arrampicano lungo la superficie squadrettata di un “nastro di Moebius”, simile al simbolo dell’infinito, e che infinitamente sembrano affaticarvisi senza mai uscire nè arrivare da nessuna parte, opera di Maurits Cornelius Escher, correda spesso articoli e pagine di Manuali di Psichiatria dedicati al Pensiero ossessivo. Simboleggia perfettamente infatti il carattere ripetitivo, senza soluzione nè libertà, di questo disturbo... i pensieri soliti, come inutili formiche, girano e girano e ritornano da capo e ancora girano e girano. Forse è da qui che ho approfondito conoscenza e passione per questo straordinario artista. A Pisa, Palazzo Blu, è in corso una mostra di 100 opere di Escher, bella, esauriente, ben organizzata, integrata con pannelli, audiovisivi e gradevoli narrazioni. La suddivisione in 9 sezioni, ognuna delle quali raggruppa incisioni, disegni, litografie di un tema specifico, risulta davvero indovinata. Nella prima, “Volti”, opere giovanili, spicca un ritratto della moglie Jetta, delicatamente attraversato da regolari e geometriche fasce. Significative del suo essere uomo, anima, mente ed artista, alcune sue frasi, dalla iniziale “il mio lavoro è un gioco , un gioco molto serio”, alla successiva, verissima, “io non cresco , dentro di me c’è sempre il bambino della mia infanzia” che prelude ed accompagna la sezione “Riflessi e specchiature” e quella “ Geometrie e ritmi” di sapore arabeggiante, ispirate da un viaggio a Granada. Io ho davvero ammirato le Metamorfosi I e II, quest’ultima è formata dall’assemblaggio di una sequenza di tavole che costituiscono una striscia lunghissima nella quale, disegni perfettissimi si susseguono in una continua trasformazione di geometrie in figure anche eccezionalmente realistiche e queste a loro volta in altre e diverse geometrie. Inizia con una serie di piastrelle in bianco e nero che evolvono in salamandre e poi in larghe ranocchie che si stirano in perfetti esagoni al cui interno prendono vita da un piccolo, inizialmente impercettibile punto, dei bruchi grassocci che si traformano in api, bellissime e dalle ali trasparenti, e queste poi in uccelli neri che volano, gli spazi bianchi fra loro rapidamente diventano pesci e poi ucceli, parallelepipedi, case con tetti rossi aggrappate ad un costone e via e via fino a ritornare agli iniziali scacchi. Molto possibile percepire, in tutte le sue numerose proposte di “trasformazioni”, un bambino che gioca e modifica, oltre il possibile

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Il mio lavoro è un gioco, un gioco molto serio

ed a suo piacimento, la realtà circostante ed anche una interiorità che può affermare che “mentre disegno mi sento come un medium controllato dalle creature che sto evocando... come se esse stesse scegliessero le forme in cui apparire”. Non conoscevo i suoi paesaggi, frutto dell’amore per l’Italia, dove visse per 12, molto felici, anni, del suo peregrinavi alla ricerca di borghi e scorci di mirabolante meraviglia. La Costiera Amalfitana e non solo, S. Gimignano che, dice,”mi appare come un miraggio miracoloso” e altri dirupi e gruppi di case abbarbicate su qualche vetta a strapiombo sul mare. La sua abilità di disegnatore è stratosferica e afferma “ credo che produrre immagini come faccio io sia quasi esclusivamente questione di volerlo fare veramente bene”! Fosse vero,

sai quanto mi sarebbe piaciuto! Omaggia due mani che disegnano “la mano è uno strumento miracolosamente raffinato, l’intermediario fra lo spirito e il soggetto”. I suoi capolavori raffiguranti architetture impossibili, fantastiche e relative, e geometrie, sono famosissimi. “Non una volta mi diedero la sufficienza in matematica...La cosa buffa è che, a quanto pare, io utilizzo teorie matematiche senza saperlo... adesso i matematici illustrano i loro libri con i miei quadri... Non riescono neppure a immaginarsi che io non ne capisco nulla!” Rifiutò sdegnato la richiesta di un disegno per la copertina di un disco fattagli da Mick Jagger. Concludo con l’occhio che ha, al fondo della pupilla, un teschio. “Chi sa cercare scopre che la meraviglia è dentro di sè”.

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Cultura commestibile 248  

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