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Numero

21 ottobre 2017

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Tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per cosĂŹ dire, due volte [...] la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa Karl Marx

Il treno dei desideri

Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti (apocrifo)

Maschietto Editore


NY City, 1969

La prima

immagine Questa è una visione abbastanza insolita, sempre ripresa nel quartiere abitato principalmente da “latinos” in un momento di poca frenesia. Fui molto colpito dal fatto che non ci fossero più persone per la strada ed anche le macchine e gli autobus si sarebbero potuti contare sulle dita di una mano. La trovai una visione quasi inquietante. Ricordo di essermi avventurato per curiosità in qualche via traversa, ma anche in queste strade sembrava di essere quasi piombati in una specie di deserto. A tutt’oggi non sono mai riuscito a farmene una ragione.

dall’archivio di Maurizio Berlincioni


Numero

21 ottobre 2017

302

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Riunione di famiglia L’ineffabile RM Le Sorelle Marx

La locomotiva di Staino Lo Zio di Trotzky

Bentornato Presidente I Cugini Engels  

In questo numero Pioggia d’oro di Ruggero Stanga

Gatto di canfora di Claudio Cosma

Il racconto impossibile di Paolo Albani di Laura Monaldi

Guerrieri e cavalli I sogni mitici di Paolo Staccioli di Antonio Natali

Contaminazioni polinesiane di Alessandro Michelucci

Carofiglio il marsigliese di Mariangela Arnavas

I “mai visti” di Santa Felicita: Giuliano da Sangallo di M. Cristina François

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR di Michele Morrocchi

Teatro totale in baracca di Gianni Biagi

Il multiforme ingegno di Morena Rossi di Monica Innocenti

Libido Il sesso attraverso gli occhi di Danilo Cecchi

Dumas e Maupassant non volevano la mostruosa torre di Simonetta Zanuccoli

Il Terzo Paradiso a Pistoia di Angela Rosi

Il mio incontro con Plinio Nomellini di Anna Lanzetta

e Simone Siliani, Andrea Caneschi...

Direttore Simone Siliani

Illustrazioni di Massimo Cavezzali, Lido Contemori

Redazione Gianni Biagi, Sara Chiarello, Aldo Frangioni, Vittoria Maschietto, Michele Morrocchi, Sara Nocentini, Barbara Setti

Editore Maschietto Editore via del Rosso Fiorentino, 2/D - 50142 Firenze tel/fax +39 055 701111

Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5894 del 2/10/2012

Progetto Grafico Emiliano Bacci

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di Ruggero Stanga E va bene, l’hanno detto quasi tutti i giornali, e molti in prima pagina. Abbiamo scoperto da dove viene l’oro, l’uranio, il platino. Per fabbricarli, occorrono un sacco di neutroni, e molta moltissima energia. I neutroni sono quelle particelle che insieme ai protoni compongono il nucleo degli atomi e costituiscono la massa del nucleo stesso. A differenza dei protoni, sono privi di carica elettrica; ad essi sono legati da una delle forze che governano il mondo, quella che si chiama forza forte, e sono fondamentali per dare stabilità agli atomi: i protoni da soli schizzerebbero lontani uno dall’altro per via della loro carica elettrica, e senza neutroni, avremmo solo atomi di idrogeno. Quale miglior posto di una stella di neutroni, fatta sostanzialmente di neutroni, tenuti insieme dalla gravità? Le stelle di neutroni sono il prodotto finale dell’evoluzione di stelle molto più grosse del Sole, quelle stelle che finiscono con una esplosione di supernova. Hanno una massa che è di solito una volta e mezzo quella del Sole, racchiusa in una sfera che ha una dozzina di chilometri di diametro. Per confronto, il Sole ha un diametro di circa un milione e mezzo di chilometri. Dodici, paragonato a un milione e mezzo. Quale miglior posto per trovare molta energia, di una collisione fra stelle? Ma perché due stelle, tra l’altro così piccole debbono mai scontrarsi? Non deve essere facile prendere bene la mira! Ecco, qui entrano in scena le onde gravitazionali. Le due stelle di neutroni orbitano una intorno all’altra. Ad esempio già nella nostra galassia si conoscono una decina di queste stelle di neutroni binarie. Due stelle che orbitano deformano lo spazio, lo stirano e lo comprimono: queste sono le onde gravitazionali. Lo spazio, molto rigido a queste sollecitazioni, richiede molta molta energia per una piccola deformazione. (Un momento. Lo spazio si deforma? Lo spazio è rigido? Nessuno lo direbbe, sulla base della nostra pura esperienza sensoriale, eppure questo è quello che succede, e che vediamo, ora che riusciamo a fare misure sensibili a sufficienza.). Una coppia di stelle normali (ce ne sono moltissime nell’Universo, di queste coppie) produce onde debolissime e di bassissima frequenza, tanto più bassa quanto più lungo è il periodo dell’orbita, che di norma è dell’ordine di anni. Le onde gravitazionali si portano

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Pioggia d’oro

via un po’ d’energia, e di conseguenza l’orbita rimpicciolisce, in maniera impercettibile ed ininfluente sul sistema di stelle normali, ma non per coppie di stelle di neutroni, che sono piccole e possono permettersi orbite molto strette, con periodi di qualche ora. Le due stelle di neutroni si avvicinano, e vanno sempre e più veloci: le onde emesse aumentano di frequenza e di ampiezza, la perdita di energia aumenta, e il processo si incrementa. Le onde si allontanano nello spazio. Arrivano da noi. Ad un certo punto, quando ormai

manca poco più di un minuto alla collisione, raggiungono una frequenza ed una ampiezza tali da essere rivelabili dalle nostre antenne, Virgo e LIGO. La frequenza e l’ampiezza del segnale gravitazionale continuano ad aumentare, fino alla collisione. Poi, silenzio. Nella collisione, parte della energia a disposizione viene usata per produrre atomi pesanti, e parte della massa viene dispersa nell’Universo, e va ad arricchire il mezzo interstellare. Neanche due secondi dopo la collisione (questa tempistica si è trovata quando si sono


confrontati i dati), due satelliti per raggi gamma, Fermi ed Integral rivelarono un lampo di raggi gamma di breve durata, meno di due secondi. Uno dei tanti lampi. I raggi gamma rappresentano la parte più energetica dello spettro delle onde luminose, e si pensava che questi lampi brevi fossero legati alla collisione di due stelle di neutroni, e venissero prodotti in due fasci collimati opposti, occasionalmente in direzione della Terra. Mancava la conferma di questa idea. La coincidenza temporale del segnale gravitazionale e di

quello gamma erano un ovvio indizio. Come si vede, c’è anche una dose di buona sorte: se i getti del lampo gamma non avessero investito la Terra, questa storia sarebbe stata molto più povera. Come sempre succede nel caso di lampi gamma, molti telescopi, da Terra e dallo spazio, interruppero il loro programma osservativo per scandagliare la regione da cui proveniva il segnale: questa volta, il segnale delle tre antenne gravitazionali poteva restringere il campo con più precisione dei soli segnali

gamma. In più, già dal solo segnale gravitazionale è possibile ricavare la distanza della collisione. In breve, si è identificata la sorgente, in una galassia che si chiama NGC 4993, lontana 130 milioni di anni luce. Riflessione aggiuntiva: quei raggi gamma si osservano dallo spazio, perché i 90 km di atmosfera che ci sovrastano li assorbono ed impediscono che arrivino a terra. Eppure sono riusciti ad attraversare 130 milioni di anni luce, cioè circa un miliardo di miliardi di km, indisturbati. Questo dà una idea di quanto vuoto sia l’Universo, e di quanto isolati e solitari siano i corpi celesti che lo abitano. La grande novità rispetto agli altri 3 segnali gravitazionali rilevati prima, sta proprio nell’avere connesso l’evento gravitazionale con una controparte ottica, che non esiste se la collisione avviene fra due buchi neri, che non possono eiettare materia energetica in giro, proprio perché dai buchi neri non scappa nulla. Le tessere del mosaico vanne tutte a posto. I lampi gamma, quelli brevi che durano al più un paio di secondi, sono stati definitivamente associati alla fusione di due stelle di neutroni. Le osservazioni dei giorni successivi con i grandi telescopi a terra hanno identificato la presenza di metalli pesanti nella materia dispersa: una massa in oro pari a 10 volte la massa della Terra. Eventi come questo, sebbene rari, si sono ripetuti più e più volte nella dozzina di miliardi di anni di vita della nostra Galassia. Per quanto isolati siano gli oggetti dell’Universo, pure sono intrecciati fra di loro da queste storie evolutive. Le onde gravitazionali non sono un dettaglio curioso della fisica: diventano un attore importante della storia dell’Universo, perché determinano l’evoluzione di sistemi stellari, e, in maniera indiretta, l’abbondanza degli elementi nell’Universo. Restano ancora da verificare, se mai ci si riuscirà, le idee sulla interazione fra le onde gravitazionali e la materia nelle fasi iniziali dell’Universo. Nasce una nuova astrofisica, la astrofisica con le onde gravitazionali. Un’ultima nota. Il nostro piccolo mondo di ricercatori italiani continua a dare un contributo importante e apprezzato. Da Virgo, alla strumentazione a bordo dei satelliti per raggi gamma, alle attrezzature a terra, alle osservazioni e alla loro analisi. Facciamo in modo che questa vetta di eccellenza scientifica non rimanga isolata, e, tanto meno, si affievolisca nel tempo.

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Le Sorelle Marx

L’ineffabile RM

L’ineffabile RM (prima il cognome e poi il nome com’era in uso nella emergente piccola borghesia della campagna toscana), ex Presidente del Consiglio dei Ministri, ex Sindaco di Firenze, ex Presidente della Provincia di Firenze e ex segretario provinciale della Margherita, ha ineffabilmente dichiarato ( Corriere della Sera di mercoledi 18 ottobre) che non ha avuto nessun ruolo nella inquietante vicenda dell’ordine del giorno, presentato dal PD partito di cui è segretario, approvato dalla Camera dei Deputati contro il Governatore della Banca

Nel migliore dei Lidi possibili disegno di Lido Contemori didascalia di Aldo Frangioni

Lo stolto guarda il dito invece del treno di Matteo Renzi

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d’Italia Ignazio Visco. Poniamo all’attenzione dei nostri affezionati lettori una semplice valutazione logica. Se assumiamo come vera l’affermazione del segretario del PD significa che egli non ha nessun controllo sull’operato dei gruppi parlamentari del suo partito e come tale la questione pone immediatamente un problema di leadership dentro il PD. Se invece l’affermazione non corrispondesse al vero il segretario del PD assumerebbe il ruolo di bugiardo. In entrambi i casi una posizione scomoda.

I Cugini Engels

Bentornato presidente Proletari di tutto il mondo... gioite! I bei vecchi tempi stanno tornando, anche in Italia. E non solo perché si profila il ritorno di Silvio Berlusconi nell’area di governo. Infatti, Matteo Renzi, che essendo del contado fiorentino rende omaggio al detto “contadino, scarpe grosse e cervello fino”, per evitare che “Articolo 1 – MDP” dell’odiato D’Alema facesse vincere il centrodestra sottraendo voti al Pd, ha pensato bene di allearsi direttamente con Berlusconi. Che per ricambiare la cortesia gli ha votato la legge elettorale, ottenendo peraltro in cambio dal governo Gentiloni un occhio di riguardo sulla spinosa vicenda Telecom. Ma non è tanto in questo scambio di favori e influenze fra Renzi e Berlusconi, quanto la resurrezione cabarettistica del Cavaliere. Non è senza un commosso senso di gratitudine che vogliamo mandare un pensiero a Silvio nostro che dal palco di Lacco Ameno (nomen omen) sull’isola di Ischia ad una convention di Forza Italia ha voluto darci prova che quanto a barzellette è due spanne sopra a Renzi. Ha infatti spiegato i retroscena della sua strategia sull’immigrazione messa in atto con un accordo con Gheddafi all’epoca: “Andai con Gheddafi e con i suoi architetti nei centri di accoglienza su cui avevo ottenuto che ci fossero i caschi blu dell’Onu a garantire che fossero rispettate le condizioni umanitarie. Guardo i bagni e mi accorgo che non c’era il bidet e quando Gheddafi mi chiese cosa fosse il bidet io risposi: “I bidet ce li metto io, avrò l’orgoglio di aver insegnato agli scopatori di africani che esistono i preliminari”». Così Silvio Berlusconi sul palco dell’auditorium di Lacco Ameno, sull’isola d’Ischia, parlando di immigrazione.” Insomma, in confronto a lui, Minniti è un ragazzo. Bentornato Presidente, con lei non saremo mai soli!


Lo Zio di Trotzky

La locomotiva di Staino

In virtù della nostra amicizia e dell’ammirazione che Sergio Staino aveva per il mio antenato Lev Trotzky, ho avuto il privilegio di accompagnarlo in una missione storica a Pavana, una sera, a casa di Francesco Guccini. Vi racconto la cronaca. Il segretario del PD Matteo Renzi ha tanto insistito (promettendo anche di riaprire per la decima volta l’Unità) affinché Staino lo accompagnasse da Guccini (che, come il condottiero rignanese ha confessato, è il suo cantante preferito) per chiedergli di poter usare alcune frasi de “La locomotiva” per la sua campagna elettorale ferroviaria. Così ha esordito Matteo: “Senti Francesco, si fa una ganzata: mentre vo in giro per l’Italia a raccattare voti per tornare al governo si mette a tutto spiano la tu’ canzone. Senti qua: “E sul binario stava la locomotiva, la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva, sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio, con forza cieca di baleno” E chi sarebbe questo giovane puledro? Mais je suis, bien sûr”. Guccini l’ha guardato incredulo e ha trangugiato il primo bicchiere di lambrusco. Ma Renzi era un fiume in piena: “Alla partenza tu vieni te e canti la canzone. Oppure preferisci che passi io con il treno da Bologna. Meglio, così quando arrivo, tu sei sul binario e canti ‘ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno’. Eh, che ne dici? Forte, vero?” E giù il secondo bicchiere di lambrusco,

mentre Guccini cerca di dissimulare il disgusto: “Ma, Matteo, io non canto più; lo dovresti sapere... Non so... mi sembra un po’ forte, in effetti...” Ma Renzi non demorde: “Guarda Francesco, io penso proprio che te, inconsciamente, quando hai scritto la canzone pensavi già a me: ‘sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite’. Sono io, no?” Terzo bicchiere e silenzio imbarazzato, mentre Guccini dava di gomito a Staino, sussurrandogli in un orecchio “Senti mo’ Sergio, ma quest’ chè l’è un babi! Va ben che l’è méi al vein svanì che l’aqua fràsca, ma qui s’esagera!”. Staino, mentre Renzi si alzava ad afferrare una chitarra nell’angolo, gli ha risposto “Oh Francesco, ‘un fare tanto lo schizzinoso: ‘i Bomba m’ha promesso che riapre l’Unità se si fa questa cosa. Magari ricordagli Eskimo, sai... ‘alcuni audaci in tasca l’Unità”. Guccini è passato rapidamente al quarto bicchiere di lambrusco. Intanto Renzi, imbracciata la chitarra, accenna a due accordi de “La locomotiva” ed ha esclamato: “Ideona!!! Si suona e si canta insieme un paio di strofe ‘Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura e prima di pensare a quel che stava a fare, il mostro divorava la pianura’. Nota la fine metafora: chi è il mostro dormiente? Ma la Sinistra, no? Arrivo io e gli do’ un calcio in culo e si parte!” Guccini, disperato, si attacca al collo della bottiglia e trangugia tutto il lambrusco,

Avanzi di Avanti Piccola rubrica per i distratti che raccoglie le migliori frasi di “Avanti”, il bestseller di Matteo Renzi.

sentenziando: “Cal vein chè l’è tante boun che a-m sa fadiga a pisèrel [trad. questo vino è tanto buono che faccio persino fatica a pisciarlo]. Caro Matteo, cogli tu questa fine metafora: Cu’t casches l’usel matera e u’t rimbalzes in the cul! [trad. che ti cascasse l’uccello per terra e ti rimbalzasse nel culo] E te, Sergio l’ha mustrè e cul pr’una zrìsa. [trad. hai mostrato il culo per una ciliegia]. Ma chi m’hai portato. Almeno quando mi portavi D’Alema si discuteva del mondo, e poi lui faceva come voleva. Ci propri un cucalon [trad. sei proprio un credulone]. Ma te, Matteo, lo sai come finisce la canzone? Che te ve’ a sbater contro a un mur! Perché ricordet: Quànd la mòrt la vîn, an gh’è brisa ùss c’al tîn.[trad. quando arriva la morte, non c’è porta che tenga.]”

Se invece c’è un’occasione in cui non ho avuto abbastanza coraggio è stata quando mi sono fermato davanti alla prima polemica su ruolo di Marco Carrai [...] curioso destino per un giovane che in tutte le assemblee non poteva finire un intervento senza citare Giorgio La Pira o Pierre Teilhard de Chardin”

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di Laura Monaldi Le opere di Paolo Albani esaltano lo sguardo del lettore per inventiva e originalità: ogni singola parte, studiata nel dettaglio, rappresenta l’esito di un processo creativo che dal personalissimo intuito, ironico e graffiante, si fa materialità concreta, dotata di uno statuto a se stante e di un impatto comunicativo forte e diretto. Quadri, lavori e libri d’artista esprimono da soli il proprio messaggio senza bisogno di alcuna spiegazione, poiché Paolo Albani gioca con il linguaggio poetico e con quello artistico attraverso particolari procedimenti ludici tesi a concretizzarsi in un soggettivo divertissement, capace di evolversi in soluzioni improbabili e inedite. I giochi di rimandi, associazioni, contrapposizioni e opposizioni concettuali e figurative animano le opere di un artista eclettico e incline a fare della propria prassi un’arte totale, dalle mie sfaccettature ed espedienti, ma sempre fedele a se stessa e alla propria ricerca sulle contraddizioni del mondo e della storia umana. Quella di Paolo Albani è un’arte capace di distruggere le barriere che dividono il possibile dall’impossibile, l’astratto dal concreto, il nulla dal tutto, facendo vertere sull’opera d’arte qualsiasi direttiva esistente. Allo stesso modo il suo Racconto impossibile. Omaggio a Tommaso Landolfi, - in esposizione a Fiesole da sabato 21 ottobre presso Quadro 0,96, la Galleria più piccola del mondo - un dattiloscritto illeggibile dalle dimensioni troppo piccole con una didascalia al contrario molto grande, è un chiaro e arguto richiamo all’importanza della significazione generale e all’impossibilità attuale di canonizzare l’espressione comunicativa e facendo dell’opera d’arte in sé una semantica sensoriale poetica e immaginifica, impossibile da decifrare ma concreta nella sua facile godibilità estetica. Chiaro “omaggio” alla seconda ristampa dei Racconti impossibili di Tommaso Landolfi a cura di Giovanni Maccari per Adelphi a distanza di circa sessant’anni dalla prima edizione (Vallecchi, 1966), il Racconto impossibile di Paolo Albani è un generatore molteplice di messaggi e significati, creato per essere contemplato proprio nell’intimo della sua non-possibile lettura, ma nella sua generale retorica e metaforica intensità.

Paolo Albani A Quadro 0,96 8 21 OTTOBRE 2017

Il racconto impossibile


Musica

Maestro

Contaminazioni polinesiane

di Alessandro Michelucci Quando si parla di contaminazione musicale, in genere, si fa riferimento a due o più musicisti che riescono a collaborare pur venendo da esperienze diverse. Gli esempi sono molti ed estrememente vari: Krzysztof Penderecki e Don Cherry (Actions, 1971), Toumani Diabaté e Damon Albarn (Mali Music, 2002), Sting e il liutista bosniaco Edin Karamazov (Songs from the Labyrinth, 2006). In genere si tratta di connubi occasionali che si coagulano in un disco, magari due, al di fuori dei quali ciascun artista prosegue il proprio cammino. Un caso diverso è quello dei musicisti che si immergono in una cultura diversa e fondano il proprio percorso su questa scelta. Quindi non hanno bisogno di collaborare con altri: la contaminazione fa parte di loro come i cinque sensi. Un caso emblematico è quello di Richard Nunns (vedi n. 84), neozelandese nato nel 1945, che suona gli strumenti tradizionali maori: fiati e percussioni costruiti con conchiglie, legno, ossa e pietra. È proprio grazie a lui che questi strumenti naturali sono tornati in uso negli anni Novanta dopo un lungo oblio. In questa preziosa opera di riscoperta Nunns ha trovato il sostegno dell’etichetta Rattle, fondata nel 1991 da Keith Hill, Tim Gummer e Steve Garden. Recentemente Nunns ha realizzato il CD Utterance (Rattle, 2017) insieme a Natalia Mann e David Long. La prima è un’arpista nata in Nuova Zelanda da padre scozzese e madre samoana. Come Nunns, anche lei è una “contaminata naturale”. I due si sono conosciuti a Istanbul, dove Natalia ha vissuto per vari anni. Musicista di estrazione classica, ma aperta alle musiche più diverse, nella metropoli turca ha collaborato a lungo con vari musicisti locali. Completa l’insolita fomazione David Long, che suona banjo, chitarra e theremin. Originariamente attivo nel rock, il musicista neozelandese si è poi orientato verso la composizione orchestrale e verso la sperimentazione, collaborando fra l’altro

col regista Peter Jackson (Beyond the Edge, Il signore degli anelli). Tornando a Utterance, che in inglese significa “espressione”, il titolo allude al fatto che questo è l’ultimo lavoro di Nunns. Poche settimane dopo la registrazione, infatti, il musicista ha dovuto cessare l’attività per motivi di salute. Gli undici brani non sono stati composti nel senso classico del termine, ma sono nati

SCavez zacollo

da libere improvvisazioni che poi sono state perfezionate collettivamente. Utterance è una sinfonia polinesiana screziata di colori europei, un magico intreccio di suoni antichi e moderni che si fondono dove la distesa confinata del Pacifico incontra il cielo. La confezione, sobria ed elegante, conferma la qualità dell’etichetta, nata dal connubio di passione e perizia tecnica.

disegno di Massimo Cavezzali

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Il Terzo Paradiso a Pistoia

di Angela Rosi Alla Galleria Vannucci di Pistoia si può ammirare la nuova opera di Michelangelo Pistoletto il “Terzo Paradiso” assieme ad altre opere, nella mostra “Michelangelo Pistoletto Presente” fino al 13 novembre. Il Terzo Paradiso è stato presentato a Palazzo dei Vescovi nella sala che ospita l’Arazzo Millefiori, opera medievale dall’ordito in seta e lana, popolata da animali selvatici e da una grande quantità di fiori. Il Terzo Paradiso racconta trame di vita esattamente come l’arazzo, poiché è di fattura artigianale e realizzato dalle donne

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della cooperativa sociale Manusa, che hanno tagliato, aggiustato e ricomposto i panni usati creando una grande opera collettiva. Che cos’è il terzo paradiso? “È la fusione tra il primo ed il secondo paradiso. Il primo è il paradiso in cui la vita sulla terra è totalmente regolata dalla natura. Il secondo è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Il progetto del terzo paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica restituire vita alla Terra. Il terzo paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Con il nuovo segno d’infinito si disegnano tre cerchi:quello centrale rappresenta il grembo generativo del terzo paradiso”. (M. Pistoletto). Il Terzo Paradiso è un passaggio evolutivo nel quale l’intelligenza umana trova i modi per convivere con l’intelligenza della natura. Nel tardo

pomeriggio di sabato 30 settembre una piccola folla ha accompagnato il viaggio del Terzo Paradiso dal Palazzo dei Vescovi alla Galleria Vannucci, l’opera con struttura in alluminio e ricoperta di abiti dismessi colorati sembrava pesante, alcuni uomini la portavano a spalla come un feretro. Il Terzo Paradiso è un’opera trasversale che può dialogare con epoche storiche diverse perché racchiude in se la storia dell’uomo e del suo ambiente. Il nuovo segno dell’infinito è bello e interessante, l’opera è stata riproposta in tante diverse realtà e creata con i materiali più vari. Le foto delle installazioni, in mostra alla galleria Vannucci, fanno da cornice al Terzo Paradiso collocato a terra. L’opera è work in progress, un lavoro che ogni volta ri-nasce, si rinnova continuamente e sempre nasce “in sito” e proprio come il simbolo dell’infinito al quale si ispira non ha e non avrà mai né inizio né fine. E’ un’opera collettiva, tante persone partecipano a crearla ed è l’ovvio evolversi del lavoro artistico di Michelangelo Pistoletto in quanto già con le sue opere specchianti il fruitore entrava dentro l’opera dialogando con essa e con l’artista nonché con il luogo espositivo. Con questa nuova poetica l’artista ci ri-chiama a un “noi” per creare non solo l’opera ma anche a essere, ciascuno di noi, responsabile della nuova era cioè del Terzo Paradiso.


di Marinagela Arnavas “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”; questa citazione da Francis Scott Fitzgerald è una delle chiavi di lettura dell’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio che appunto s’intitola “Le tre del mattino”; storia dell’incontro tra un padre e un figlio lontani e disamorati costretti dalle circostanze della vita a trascorrere due giorni e due notti completamente insonni a Marsiglia. L’enfasi sulla difficoltà nei rapporti tra padri e figli, sia maschi che femmine, è particolarmente enfatizzata nell’attuale vasta letteratura psico/ sociologica non sempre di alto livello; di fatto, la difficoltà nella comunicazione soprattutto emotiva tra padre e figli viene sicuramente da lontano. Impossibile non ricordare il grande Joseph Roth nella “Marcia di Radetsky” con la tragica narrazione del rapporto tra l’anziano funzionario asburgico, rigido e apparentemente impassibile e il giovane sotto ufficiale ,giocatore senza speranza in cammino ineluttabile verso l’autodistruzione. Nel romanzo di Carofiglio, la scrittura dalla musicalità piana,equilibrata, sottilmente malinconica, senza forti accelerazioni, ma anche senza smagliature, viene sicuramente in aiuto; una scrittura come una scultura , dove si punta a togliere, a scavare, a eliminare le parole inutili, come

Carofiglio il marsigliese

lo stesso autore dichiara in un’intervista alla Stampa. Contestualmente l’autore riesce a rendere nel testo la dinamica di una sottile tensione sempre presente che ruota intorno ad una città, Marsiglia, con i suoi misteri e le sue contraddizioni, aperta e cordiale e al tempo stesso pericolosa e inquietante, dove si incontrano con la stessa facilità la morte, la bellezza, la violenza, la tenerezza e nella quale padre e figlio dovranno affrontare insieme ,per ben due volte, come nelle prove imposte agli eroi delle fiabe, l’ora più difficile del giorno, quando la notte ancora è profonda e il mattino potrebbe non arrivare, l’ora in cui si verificano la maggior parte dei suicidi e in cui come sa bene chi soffre di emicrania, comincia nella testa quel dolore assurdo che ti sveglierà disperato un’ora o due dopo, l’ora delle crisi. Angst, la parola tedesca che, come spiega il padre al figlio nel romanzo, vuol dire sia ansia che paura è quel che percorre sotterraneamente questo spazio temporale; ma è un’ansia che si apre e illumina anche spesso e in particolare in una descrizione molto bella e quasi manzoniana della città che si risveglia: ”Gente che correva, operai con la faccia assonnata e piccole borse a tracolla con il pranzo, garzoni che consegnavano il pane, spazzini al lavoro, poliziotti e in-

fermiere; e superstiti della notte in fuga verso i propri rifugi, prima che la luce del giorno li incenerisse”. È uno di quei libri che, da una parte si ha voglia di leggere in un fiato, dall’alta impongono spesso di tornare indietro di qualche pagina per rileggere uno o due passaggi interessanti; una narrazione che somiglia al jazz, altro elemento centrale di questa vicenda, proprio perché , parafrasando le parole del padre al figlio nel romanzo, non c’è uno spartito già scritto, ma solo “l’intenzione”; lo spartito o meglio il tema è solo il punto di partenza, anche se l’autore sa dove e come vuole arrivare. Intenso e capace di emozionare “Le tre del mattino“ è un romanzo che dovrebbe suggerire a padri e figli di intraprendere nel corso della vita qualche breve viaggio insieme, in intimità, soprattutto alla vigilia dell’ingresso dei figli nell’età adulta ma anche dopo, senza aspettare la spinta del destino che potrebbe non arrivare mai, approfittando della globalizzazione e della facilità di viaggiare perché forse la libertà di esprimersi e comunicare non esiste al di fuori di una certa dimensione di rischio, di insicurezza che solo una navigazione senza rotta precisa può consentire. Come ci mostra Carofiglio, si possono aprire orizzonti inaspettati.

Una serata per Cultura Commestibile Una serata per Cultura Commestibile, con gli interventi di Francesco Gurrieri e di Antonio Natali nella ex Chiesa di Santa Verdiana. Una serata quasi allegra quella di mercoledi 18 ottobre nell’ambito delle manifestazioni del Chiostro delle Geometrie, organizzato da Giancarlo Cauteruccio, accompagnata dalle musiche dei “favolosi anni settanta” e dallo scorrere sul video di alcune delle nostre copertine. Una serata per parlare della nostra rivista, voce libera e indipendente nel panorama culturale toscano.

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Libido Il sesso attraverso gli occhi di Danilo Cecchi

“Libido” è un libro di fotografie concepito ed editato in proprio dal fotografo Francesco Vignozzi, realizzato in bianco e nero ed in un numero limitato di copie, personalizzate e firmate. Un vero e proprio libro d’arte, una narrazione per immagini, con uno svolgimento ed una successione, un percorso che può essere riletto anche a ritroso, trovando nelle immagini messaggi e significati sempre nuovi e diversi. Il tema è quello, poco trattato e poco conosciuto, delle fiere, kermesse o sagre del sesso, che attirano un buon numero di curiosi, affezionati o appassionati del genere, e che dal nord dell’Europa sono arrivate da tempo anche da noi. Hanno nomi come Erotica (Torino), ExSex (Bolzano), Milano Sex, Garda Sex e Bergamo Sex, ma anche Firenze Sex. Si tratta di manifestazioni, aperte ad un pubblico pagante, in cui i tatuaggi ed i gadget erotici sono la parte emergente, ed il corpo è la parte centrale. In queste fiere non si fa mistero né del corpo né dei diversi aspetti della sessualità, al centro di ogni edizione viene posto il godimento del corpo e la realizzazione delle proprie tendenze sessuali, qualunque esse siano. Il godimento avviene innanzi tutto attraverso l’organo della vista, sia l’occhio che l’obiettivo fotografico, ma anche attraverso organi di tipo diverso. Le fiere del sesso si basano sulla spettacolarizzazione dei comportamenti “intimi” e sulla esibizione delle “intimità” stesse, in tutto il ventaglio delle possibili variazioni, una volta definite “deviazioni” o “ossessioni”, se non addirittura “perversioni”. Le fiere del sesso offrono spunti ed occasioni per accedere a quella sconfinata galassia che comprende i diversi modelli di eccitazione e di soddisfacimento sessuale, dall’esibizionismo al feticismo, dal voyeurismo al frotteurismo, dal travestitismo alle varie forme di parafilia, con forme moderate di sadismo e di masochismo. Tutto quanto può avvenire fra adulti consenzienti sembra essere incluso e presente in queste sagre, negli spazi aperti al pubblico, su improvvisati palcoscenici, oppure in spazi un poco più decentrati e riservati. Al centro del lavoro di Francesco non vi è una catalogazione o una descrizione delle diverse forme di attività legate alla sfera sessuale, ma lo studio dei comportamenti e degli atteggiamenti del pubblico pagante, in un misto di curiosità e di protagonismo, esaltazione e delirio collettivo, auto eccitazione ed affermazione del proprio

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essere ed esserci. Il vero spettacolo non è lo spettacolo in quanto tale, ma quello della varia umanità che allo spettacolo partecipa e che nello spettacolo si rispecchia e si riconosce. Se la parola “Libido” o libidine, intesa come “desiderio sessuale incontrollabile che genera comportamenti smodati” ha dato il titolo al libro, questo comportamento non è presente nello sguardo del fotografo, ma nello sguardo degli spettatori. Il libro nasce dall’incrociarsi dello sguardo attento e disincantato del fotografo con quello “libidinoso” dei frequentatori delle fiere. L’idea è quella di raccontare un mondo un poco oscuro, quasi sconosciuto ai più, ricco di contrasti, esuberante ed intimo al tempo stesso, dove le inibizioni cadono ed i pensieri e le passioni nascoste si manifestano in maniera prepotente. Le immagini di Francesco mostrano un mondo abitato da personaggi che sembrano interpretare dei ruoli obbligati. Le ragazze, tutte professioniste, offrono il loro corpo agli sguardi ed ai contatti fisici in maniera svogliata e rassegnata, mentre il pubblico manifesta un entusiasmo eccessivamente gridato ed esibito, per essere reale. Il godimento della libertà sessuale è più immaginato e recitato che vissuto. Fra chi si mostra e chi guarda, fra chi si offre e chi tocca, c’è una barriera fatta di sostanziale indifferenza, di una partecipazione emotiva inesistente, di una complicità fondamentalmente forzata. Al di là di ogni giudizio o pregiudizio di tipo morale o perbenistico, la soddisfazione e l’insoddisfazione viaggiano accanto e si scambiano continuamente di ruolo. Il fotografo non si limita a documentare un fenomeno di costume, per quanto originale e diverso da tutti gli altri fenomeni di costume, ma lavora in profondità, smascherando i rispettivi ruoli dei personaggi coinvolti, rivela i meccanismi che muovono tutto il circo del sesso come spettacolo, smonta le strutture e le sovrastrutture di quel baraccone illuminato ed animato che si presenta in maniera apparentemente affascinante ed allettante, e traccia il perimetro di quel mondo definendone i limiti e l’inadeguatezza. Il lavoro non facile viene portato avanti con determinazione e convinzione, utilizzando come strumenti solamente lo sguardo e l’intelligenza. Uno sguardo critico ed analitico, ed una intelligenza capace di operare selezioni e sintesi. Lo sguardo accumula e restituisce le immagini. L’intelligenza le propone e formula le domande. Senza pretendere di fornire delle risposte.


di Anna Lanzetta La mostra dedicata a Plinio Nomellini, nel palazzo Mediceo di Seravezza, è un’immersione nella luce e nel colore. L’artista rappresenta nelle sue opere il cambiamento della realtà storico-sociale a artistico-culturale della società a lui contemporanea. Lungo il percorso si viene invasi da forti contrasti cromatici e dall’uso della luce e del colore che diventano protagonisti. La varietà dei paesaggi, la rappresentazione dei personaggi con forti connotazioni fisionomiche e psicologiche, sia di quelli impegnati nella fatica quotidiana sia di quelli evanescenti, i ritratti, l’attenzione ai particolari ci coinvolgono e ci dicono che l’artista non fu immune dall’influenza che ebbero su di lui le nuove correnti pittoriche, che proponevano una mutata visione della realtà e l’attenzione alle lotte politiche alle quali alcuni artisti parteciparono attivamente. Evidente è l’influsso dell’Impressionismo e dei Macchiaioli, di Giovanni Fattori in particolare, al quale Nomellini fu molto vicino anche come allievo, di Silvestro Lega e di Telemaco Signorini da cui il pittore prese l’uso della luce e le rappresentazioni degli ambienti. In ogni opera si nota qualcosa di diverso, elementi che guardano al Divisionismo e al Simbolismo nell’ambito del Decadentismo che in sinergia con la letteratura rinnovava gusti e correnti e al quale Nomellini non fu estraneo come dimostra il clima pascoliano o dannunziano che si coglie in ambienti e personaggi inseriti in atmosfere o carezzevoli quasi religiose o surreali, fantastiche, sognanti, in ambienti senza tempo. L’intenso cromatismo dei colori, l’uso della luce e le lunghe e corpose pennellate rendono ogni elemento vivo e palpabile come il movimento delle onde, il fuoco vibrante, i riflessi della luna o la luce accecante del sole, il profumo dei fiori e la fragranza di una campagna o semplice, agreste, amica o sognante quasi a celare un mistero. Sono stati d’animo che si susseguono e che incrociano il nostro pensiero, in una convergenza fra arte e poesia. Ogni quadro si legge e si decodifica come la pagina di un libro. La mostra riassume il cambiamento che caratterizzò la società tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento e di cui l’arte e la letteratura furono testimoni. Essa ci dice che con i mutamenti sociali, cambia, in sintonia, il modo di vedere e di rappresentare dell’intellettuale e dell’artista e avanza sempre più la necessità di rappresentare la storia dell’umanità così come è stato fin dai tempi remoti, in un’ evolu-

Il mio incontro con Plinio Nomellini

zione continua di gusti e di correnti. Il fine dell’arte è quello di rappresentare e di educare e di spingere lo spettatore ad andare oltre il visibile per leggervi il non detto e confrontarsi. Impossibile descrivere con parole il colore che inonda, la luce che si espande, gli elementi che fermano il passo, ma basta una visita per capire.La mostra lascia nel visitatore queste suggestioni, grazie alla scelta delle opere, molte delle quali appartenenti a collezioni private e non facilmente visibili, alla perizia della curatrice e di quanti hanno collaborato alla sua felice riuscita. Visitando una mostra ci si aspetta di riceverne un messaggio, in questo caso è stata per me la scoperta di un artista che ha avuto la capacità di raccontare la storia attraverso l’arte, secondo il proprio pensiero e di coglierne le novità, attraverso il “colore”, uno dei mezzi più sem-

plici, antichi ed efficaci. A fatica si lasciano le stanze, dove il colore e la luce, in ossequio al gusto, creano bellezza e armonia. È in corso una lezione ai bambini di una classe elementare. Una bimba stesa a terra mi trattiene… “Le piace?” Mi chiede contenta, porgendomi un foglio. La guardo commossa. “Sei bravissima”, le dico e aggiungo “i fiori che stai disegnando sono lo specchio della tua bellezza. L’artista ne sarebbe contento. L’arte è la nostra più grande ricchezza”. “Chi era Plinio Nomellini?”, mi chiede. Un pittore nato a Livorno nel 1866 e morto a Firenze nel 1943, che ha saputo riportare nelle sue opere l’Italia di un tempo e in particolare la Toscana. Il catalogo della mostra è edito da Maschietto Editore

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di Antonio Natali C’è una qualità che trascorre – come una linea ininterrotta – tutta la storia delle nostre terre. Da sempre infatti l’austerità – formale e intellettuale – impronta la cultura della gente che in Toscana vive. Succede dall’età più antiche; e tocca anche i giorni nostri, sebbene i venti attuali (che secondo il solito soffiano da ovest, venendo di là dall’oceano) siano latori d’immagini e messaggi capaci d’uniformare e appiattire menti e cuori, anche i più disparati. Degli etruschi è perfino inutile dire, giacché la severità dei loro manufatti e delle loro opere d’arte è a tal segno perspicua da non abbi-sognare d’alcuna chiosa. Chi poi conosca almeno un poco il romanico e il gotico toscani sa bene che si distinguono giustappunto per la loro sobrietà. Ma anche l’Umanesimo e il Rinascimento, che in Toscana peraltro toccano il picco assoluto, quasi s’alimentano della medesima austerità rigorosa; la quale, anzi, di quelle due stagioni si fa financo emblema. Senza parlare del Seicento e del Sette-cento, che da noi s’astengono dai voli barocchi e dai capricci rococò. Né altrove poteva nell’Ottocento nascere la pittura di ‘macchia’, con quelle parche visioni di natura, sovente dipinte su tavolette esigue. E finalmente gli artefici del Novecento; che alla grave e massiva lettura della realtà di primo Quattrocento addirittura rimontano (si rammenti lo studio dei toscani – Rosai in testa – nella cappella Brancacci, condotto alla stregua dei grandi d’inizio Cinquecento – da Miche-langelo al giovane Raffaello – che al Carmine andavano a copiarsi le storie affrescate da Masaccio). Ecco, le sculture di Paolo Staccioli s’inseriscono bene nel percorso che s’è appena disegnato. Le sue figure, veridiche eppure astratte, tornite e levigate, austere anche quando le ingentiliscono decori eleganti e colorati e perfino con qualche bagliore dorato, sono segnate dalla vena severa che dai primordi sotterranea traversa la cultura della nostra terra. I suoi guerrieri, di complessione solida, compatti come se la corazza si fosse incarnata nei loro cor-pi rendendoli invulnerabili, sono della stessa genìa dell’armigero di Capestrano; ma di lui – se pos-sibile – ancor più primitivi. Corazze senza snodi; quasi che gli arti ne possano spuntare come dal guscio d’una testuggine. Al loro cospetto ho spesso coltivato la fantasia di vederne decine, irreg-gimentati come l’esercito cinese di terracotta. E mi sono immaginato il loro schieramento, fitto di presenze tutte eguali, disposte in un lungo corteo silenzioso, non però a simboleggiare (come in oriente) la difesa strenua dell’imperatore

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Guerrieri e cavalli I sogni mitici di Staccioli

anche oltre la morte, ma piuttosto a evocare un’umanità che si schiera per proteggersi – stavolta – dall’omologazione imposta dal regime informatico, ulti-mo despota. Un’umanità che, forte d’una coscienza storica solida, non teme il nuovo, ma la violen-za invadente e prepotente d’un nuovo che fa terra bruciata dietro di sé. L’antico e la tradizione seguitano a proporsi come modelli; non già per via di sentimenti nostalgici, bensì in virtù della convinzione che il passato, quand’è lirico e cólto, pur sempre resta esemplare; indispensabile per vivere consapevolmente la stagione che c’è toccata. Vigili come sentinelle, i “guerrieri” (li chiamerò così) che Paolo ha plasmato non

Le foto sono di Riccadrdo Verdiani e Francesco Mauro del Gruppo fotografico Il Prisma

s’oppongono ai tempi nuovi; sorvegliano però che la nobiltà trascorsa non venga dimenticata o irrisa addirittura. La loro militanza sarà utile per le generazioni giovani, cui la memoria dell’antico dovrà suonare come un magistero amabile e non tedioso, come invece una formazione scolastica senza più passione glielo fa avvertire. Laddove poi la modernità s’arrocchi nell’intransigenza e si cinga di baluardi, a tutela arcigna d’una sua assoluta signoria, l’aulica tradizione avrà diritto d’espugnarne la roccaforte. Ed è – que-sta – una metafora che aggalla spontanea quando lo sguardo si distolga dai guerrieri ieratici e si volga al cavallo sulle ruote: icona a mezza via fra l’astrazione sintetica dell’austerità etrusca e la gravità elegante delle figure di Marino. L’immagine del cavallo sulle ruote evocherà infatti lo stra-tagemma architettato da Ulisse per vincere la resistenza troiana. Verrebbe, anzi, di dire che di quell’espediente astuto può assurgere financo a emblema. E sulla scia di questo sogno mitico ci si figurerà un manipolo di quell’esercito d’uomini d’arme, solidi e severi, che nella fortificata citta-della popolata di creature informatiche s’insinui celandosi nel ventre del simulacro monumentale d’un cavallo cui le ruote hanno consentito di varcar la soglia dell’arce; magari, anzi, spinto dentro – come nella vicenda omerica – da chi poi n’avrebbe patite le conseguenze. Rivalsa dell’antico sull’arroganza 2.0. Ogni attore delle teatrali messinscena di Paolo è una creatura silente, assorta in pensieri impossibili da comunicare; come fosse un kouros, oppure, una kore, quando un accenno di seno traspaia sotto le trame d’una ceramica d’eleganza sobria messe a fasciare il busto. Creatura solitaria anche quan-do sola non sia. Anche quando salga sul carro con altri personaggi; o, con altri ancora, cavalchi – in una giostra in miniatura – uno di quei cavallini ritti sulle zampe di dietro, che in circolo s’inseguono senza speranza di raggiungersi mai. Donne e uomini di fiaba che se ne stanno seduti su mondi a loro estranei, volgendosi – disinteressati l’uno dell’altro – le spalle. Figure raggelate nell’indifferenza; pronte, ora a partire per viaggi che l’esigue valigie lasciano presagire di piccolo tragitto, ora a farsi carico, come fossero della stessa schiatta d’un Atlante primordiale, del peso d’un globo. Dalla introduzione del catalogo della mostra di Paolo e Paola Staccioli a Scandicci., edito da Gli Ori, Paola e Paolo Staccioli. Passaggi, a cura di Marco Tonelli, Pistoia, Gli Ori, 2017


di Claudio Cosma Questa scultura in legno di canfora rappresenta un gatto bianco, con gli occhi gialli, che se ne va a passeggio, con una sua meta precisa e molto determinato, le zampe, infatti si muovono tanto veloci da sembrare dodici. L’artista, data questa velocità, non ha fatto in tempo a scolpire naturalisticamente le zampe, che ci appaiono geometriche e astratte nel movimento. Sembra quasi il fermo immagine di una sequenza fotografica di Muybrige o una cronofotografia di Etienne- Jules Marey resa solida da una ibernazione improvvisa. Naturalmente i gatti che per loro natura si distraggono con facilità, prima di arrivare in un posto devono fare moltissime cose: una dormitina, la leccata di una zampa, annusare in qua e in la, guardare un insettino, deviare dal percorso più breve, mangiare qualcosa se si trova, fare uno sbadiglio, arrotarsi le unghie, fare un dispetto ad un cane e chissà cos’altro. Dimenticavo che a volte, spesso, si fermano per riflettere. Il titolo è “The cat walking pattern” e la parola inglese ”pattern” indica la ripetizione di più

moduli identici, come in una carta da parati a schema ricorrente. L’esemplificazione solida o bidimensionale di un movimento fluido come può esserlo una corsa, impossibile da rendersi in pittura o in scultura, ha sempre interessato gli artisti e direi che il nostro gatto (mio) deriva direttamente da “Nude descendant un escalier” di Marcel Duchamp, realizzato nel 1912, proprio cento anni prima, del gatto veloce di Mitsunori Kimura del 2013. Entrambe le opere stanno compiendo una danza e la musica inudibile si riverbera nella geometria e nella ripetitività del ritmo. Anche i futuristi hanno cercato lo stesso risultato in scultura con “Forme uniche nella continuità dello spazio” di Boccioni e in pittura con “Dinamismo di un cane al guinzaglio” di Balla, anche queste opere sono del 1912/1913. Lui, il gatto, è probabilmente indifferente a chi in arte si sia mosso per primo, compreso della sua eleganza profumata di legno aromatico al quale l’artista giapponese a voluto imprimere il soffio della vita, con la grazia che lo contraddistingue, per sempre fermo eppur si muove in una impercettibile, fluida scomposizione e ricomposizione delle forme che lo compongono.

Gatto di canfora

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di Andrea Caneschi Credo fosse una pubblicità della Marina Militare Italiana: arruolati, girerai il mondo. Io mi sono arruolato nei Canottieri Comunali di Firenze, una marina piccola ma vitale, e ho preso a girare il mondo, impegnato a scendere fiumi e a partecipare a gare nazionali ed internazionali, delle quali ho fornito qualche resoconto su queste pagine. L’occasione più recente è questa di Venezia, ancora una volta teatro di emozionanti avventure, questa volta su scala mondiale, con la partecipazione al Campionato del Mondo di Dragon Boat per Club. Noi Canottieri siamo presenti con una quarantina di atleti, che si impegneranno nelle varie categorie e nelle tre distanze canoniche dei 200, 500 e 2000 metri. Ma più di sempre, non è l’emozione della gara che voglio raccontare, o la soddisfazione dei risultati, brillanti nelle nostre categorie, con diverse medaglie d’oro e con un titolo mondiale che ci portiamo a casa noi “over 60”, ma la rinnovata magia di Venezia espressa in un angolo speciale di questa antica città, generalmente poco visibile e chiuso alla frequentazione delle orde di turisti che si rincorrono per i canali. Sto parlando dell’Arsenale e del suo bacino interno, lontani dai circuiti del turismo distratto e non liberamente accessibili perché in uso alla Marina Militare, tuttavia visitabili in occasioni speciali, come per la Biennale, che ha collocato qui alcuni dei suoi percorsi d’arte, o, per quel che ci riguarda, per questo Campionato Mondiale che tiene qui la sua giornata conclusiva, con le gare sui duemila metri che occuperanno il bacino per tutta la giornata, fino al tramonto. Arriviamo la mattina presto; ancora la folla dei partecipanti non ha invaso le banchine che circondano la Darsena Grande, lo specchio d’acqua azzurra in cui oggi si conclude il Campionato: un quadrato di quattrocento metri di lato, cui si accede dall’ampio canale di Porta Nova, vigilato da due torri che chiudono la cinta muraria sulle sponde. Fuori da quelle, vaporetti del trasporto pubblico e mezzi commerciali e privati si intrecciano sulle rotte cittadine, sollevando creste d’acqua che renderanno difficoltosa la partenza delle gare appena all’inizio del canale, ma che non riescono a turbare la placida immobilità delle acque interne. Tutto intorno, sulle banchine che delimitano lo specchio d’acqua, le suggestive architetture proto industriali – enormi strutture in mattoni affiancate le une alle altre – e l’intero complesso di acque e di terre dell’Arsenale contenuto dalla cinta di mura merlate innalzate a protezione, testimoniano della passata potenza che la Repubblica di Venezia costruì proprio a partire da questi luoghi, allora affidati alla vigilanza di un corpo speciale

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Venezia L’Arsenale

di soldati e di magistrati per tutelare la sicurezza e la segretezza degli armamenti veneziani. Qui erano costruite e riparate le navi della Repubblica, e venivano sperimentate e prodotte le armi per le flotte della Serenissima, in uno spazio che ancora oggi occupa quasi il 15% dell’intero territorio veneziano. L’Arsenale è la storia di Venezia, del suo destino di mare, del suo scontro con Genova, l’altra potenza marittima dei primi secoli del mille, per il predominio nell’Adriatico e nel vicino oriente. Ed è la storia della sua lunga lotta sul mare contro i Turchi: guerra di conquista al tempo delle Crociate, quando Venezia affittava la sua flotta alle ar-

mate crucisegnate in cambio di rotte commerciali e di espansione territoriale, e poi lotta per la difesa dei confini continuamente minacciati dopo la caduta di Costantinopoli e nei secoli successivi. Con la disfatta della Repubblica ad opera delle truppe di Napoleone, l’Arsenale venne saccheggiato e gran parte del naviglio ricoverato venne distrutto. L’attività cantieristica riprese più tardi sotto il dominio austriaco e poi con il Regno d’Italia, fino alla fine della seconda Guerra Mondiale, quando l’Arsenale andò incontro ad un lento declino, che solo negli ultimi decenni si è cercato di contrastare con iniziative di restauro e di valorizzazione.


di Michele Morrocchi La polemica sul riemergere di un sentimento, se non di consenso, quantomeno di indulgenza verso il fascismo è sicuramente una polemica ben motivata nel nostro Paese in questo nostro tempo. Alcune settimane fa proprio su queste colonne ho affrontato il tema dell’occasione persa della cosiddetta legge Fiano , concentrandomi su un rimedio che non trovavo (e trovo) adeguato ma precisando che il fenomeno del risorgere di fascinazioni fasciste sempre più esplicite è ormai preoccupante. In tale filone di riflessione e polemica possiamo inserire anche l’articolo che la professoressa di studi italiani della New York University, Ruth Ben-Ghiat ha pubblicato sul New Yorker il 5 ottobre scorso . L’articolo prova a sostenere che nella rinascita del clima pro-fascista del Paese c’entri e non poco, la persistenza di monumenti e architetture apertamente fasciste. Gli esempi architettonici portati sono essenzialmente due: il quartiere dell’EUR con il palazzo della civiltà italiana e il foro italico. Già la scelta limitata dei monumenti dimostra una non piena conoscenza delle persistenze architettoniche fasciste e del dibattito, spesso importante e ricco, tenutosi su questi “monumenti”. Il caso più emblematico e meritevole di menzione è quello del bassorilievo del tribunale di Bolzano che è oggi l’unico edificio nel Paese in cui l’immagine del Duce campeggia ancora e non è stata “epurata” il 25 luglio 1943 o alla fine del conflitto mondiale. Proprio su quel bassorilievo si è tenuta, negli scorsi anni, una lunga discussione politica gestita dall’allora sindaco di Bolzano, Luigi Spagnolli (PD), che con molto coraggio e, a parere di chi parla, grande rispetto della storia e della memoria, propose di non rimuovere il capoccione della buonanima ma di velarlo da una frase di Hannah Arendt : “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Il senso di quel dibattito, di quella scelta, riguarda la persistenza dei simboli come memento e non come gloria. L’esatto opposto delle furie iconoclaste che hanno attraversato spesso la Francia, o paiono oggi muovere alcuni troppo politicamente corretti politici americani. Il tema della memoria attraverso i monumenti pubblici, in Italia, probabilmente è più familiare a studiosi e popolo vista la teorizzazione e narrazione del potere politico a partire dallo spazio pubblico che dall’impero romano arriva nel nostro rinascimento fino, per l’appunto, all’uso esplicito dell’architettura nel consolidamento del regime fascista; tema sul quale ha scritto e bene Paolo Nicoloso, in Mussolini l’architetto .

Se risorgono i fascisti non è certo colpa dell’EUR Il punto dunque parrebbe superato, almeno a livello storiografico, mentre sul piano della storia dell’architettura forse nemmeno è mai davvero sorto. Peraltro nemmeno la professoressa Ben-Ghiat arriva, come qualche commentatore nostrano invece propone, a chiedere la rimozione o l’abbattimento delle vestigie architettoniche del ventennio (anche se non pare del tutto contraria alla proposta della presidentessa Boldrini di rimuover la scritta DUX sull’obelisco del foro italico), quello che prova ad argomentare la studiosa è che l’uso pubblico di tale memoria sia di fatto uno sdoganamento delle idee politiche di quel periodo. In particolare la professoressa individua nella discesa in campo di Silvio Berlusconi e all’alleanza del suo partito con Alleanza Nazionale l’inizio di tale processo. Se è ormai indubbio che, a partire dal 1994, il tema ha acquisito una sua “dignità” pubblica è pur vero che l’accelerazione di un ritrovato orgoglio fascista è databile più in là con gli anni e anzi successivamente alla dissoluzione di AN che, paradossalmente forse a causa di un doversi “ripulire” da parte dei suoi membri per entrare a palazzo, aveva svolto un ruolo mimetico dell’identità missina e neofascista. Sono movimenti come Casa Pound o Forza Nuova a riportare pesantemente ed esplicitamente il tema al grande pubblico e, non a caso, lo fanno all’interno della grande crisi economi-

ca del 2008, segno che le pulsioni totalitarie si sposano, oggi come in origine, con le condizioni di povertà e marginalità delle crisi del capitalismo e da esse traggono linfa e consenso. Insomma la colpa, se vogliamo semplificare, non può essere imputata tutta a Berlusconi e a Fini. In questo senso anche nell’articolo viene citato l’uso dello sfondo del foro italico da parte di Renzi per la presentazione della candidatura di Roma alle olimpiadi e si fanno due esempi di nuove architetture votare al ricordo dell’epoca fascista: il realizzato monumento a Graziani ad Affile (voluto dalla giunta di centro destra) e il progetto di museo del fascismo a Predappio, voluto da una giunta a guida PD. D’altra parte come ormai da mesi nota il collettivo Nicoletta Bourbaki , i rapporti tra il partito democratico e l’estrema destra sono, a livello locale, molti. Chi scrive non arriva a sostenere, come invece ipotizza il collettivo, legami “ideali” tra PD ed estrema destra; tuttavia questi legami, quantomeno, denotano un lassismo e una disattenzione, nella dirigenza territoriale, colpevoli. Per concludere l’articolo pone indubbiamente attenzione ad un fenomeno che sta raggiungendo dimensioni e sostegni che rendono necessaria considerazione anche a livello internazionale, ma affrontato in questa maniera rischia di non trovare esiti positivi rimanendo legato alla “solita” critica antiberlusconiana o ai palazzi dell’EUR o del foro italico.

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di M. Cristina François “Si notino per l’Anno a venire 1811 le Spese d’Uscita pel Crocefisso di Juliano di Sangallo / Croce Cartello due Vasi Sacri e Ragiera di Zechino” (A.S.P.S.F., “Entrata e Uscita della Cassa del SS.mo Sagramento di S.ta Felicita” - a.1811). Il documento si riferisce a uno dei “mai visti” di S.Felicita: un Crocefisso appartenuto alla ‘Compagnia del SS.Sacramento’ di questa Chiesa, rimasto chiuso nella Stanza del Tesoro. L’opera ha lasciato questa sede (nullaosta n.14317) il 3-2-2017, grazie a una sponsorizzazione da parte dell’Ufficio Catechesi attraverso l’Arte della Curia fiorentina, sponsorizzazione che ha permesso primi saggi di pulitura. L’attribuzione a Giuliano da Sangallo (o bottega) è confortata anche dall’expertise di un noto storico dell’arte. Nel 1785, entro le mura di Firenze, si contavano circa 250 Compagnie che P. Leopoldo soppresse, ad eccezione di nove. Il 13 settembre 1811 un Decreto Napoleonico abolì in Firenze altri 67 Enti religiosi, ma la ‘Compagnia del SS.Sacramento di S.Felicita’ sopravvisse pure per questa volta in quanto prestava il suo servizio anche alla Corte. Gli Statuti dei Confratelli non ci sono pervenuti, però la documentazione relativa alla sua amministrazione, alle attività di tipo liturgico e assistenziale, agli ambienti occupati e agli arredi, è giunta fino a noi. Prima del 1566 la Compagnia esisteva già ed era detta ‘dei Battuti’. Non sappiamo dove si trovasse, ma certamente non distò molto né da S.Felicita, né da Palazzo Pitti che faceva anch’esso parte del ‘popolo’ di questa parrocchia dal 1550. La Compagnia ricevette dalla Badessa di S.Felicita la residenza presso “la Chiesa e le Case di S.Maria Maddalena” (Ms.728, p.137). Da questo momento si chiamò: ‘Compagnia del ‘SS.Sacramento di S.Felicita’ (Ms.729, p.11) o anche ‘Compagnia del fiasco’. Il 7 marzo 1710 la Compagnia dovette abbandonare S.Maria Maddalena e traslocò in Borgo S.Jacopo (Ms.728, pp.140-141). Cambiando nuovamente nome, divenne la ‘Compagnia del Ciottolo’. In Borgo S.Jacopo rimase anche durante l’occupazione francese (1808-1814), con la clausola che il Parroco di S.Felicita sarebbe rimasto suo Procuratore purché scelto fra il clero filo-napoleonico. Conclusa la parentesi napoleonica, la Compagnia riprese vigore e il nuovo Parroco la trasferì, intorno al 1840, nei locali a pianterreno del n.3 di Piazza S.Felicita (oggi occupati da due ristoranti). Nel 1909 l’intitolazione di questo Sodalizio fu mutata in ‘Carità della Parrocchia’ poiché tra i compiti dei confratelli si era aggiunta la

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I “mai visti” di Santa Felicita Giuliano da Sangallo formazione catechistica dei fanciulli, come già nel periodo lorenese. Il Crocefisso seguì traslochi e movimentazioni della Compagnia, accompagnò processioni, cortei penitenziali, esposizioni liturgiche, visite agli infermi e ai morenti di ‘Palazzo’ (per gli altri parrocchiani si usava un Crocefisso “manuale”). Nella Settimana Santa veniva distaccato dalla Croce per essere disteso (grazie alle braccia mobili) e offerto al compianto dei fedeli su di un simbolico catafalco. Dai recenti saggi, purtroppo limitati alla sola pulitura per ragioni finanziarie, risultano interessanti stratificazioni di colore: per es. il diverso colorito dell’incarnato e del perizoma, nonché sostituzioni e aggiunte plastiche come l’avambraccio destro con la mano e la ciocca cadente (in stoffa) sulla spalla destra. Questo Cristo in legno policromo non reca segni delle violenze subite, mostra

Crocefisso della Compagnia del SS.mo Sacramento di S. Felicita (attrib. a Giuliano da Sangallo). Dettagli dei saggi di pulitura eseguiti presso il Laboratorio fiorentino “Ardiglione”.

soltanto la ferita al costato da cui fuoriesce sangue e acqua, simbolo misterico delle Sue due Nature, umana e divina. La ferita ci rivela che questo Cristo è già morto, ma gli occhi semiaperti e le labbra socchiuse indicano che è appena spirato pronunciando l’ultima delle Sue ‘Sette parole’: “È compiuto” (Gv 19,30), espressione con la quale Gesù assolve all’incarico salvifico assegnatoGli dal Padre. Il capo leggermente reclino è appena piegato sulla destra poiché si è da poco rivolto al buon ladrone “Dismas” a cui dice: “In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in Paradiso” (Lc 23,43). La testa presenta i fori per una corona di spine oggi assente, ma l’“effusio sanguinis” dipinta tra i capelli ne conferma l’esistenza. I Vangeli non ci dicono se sulla Croce Cristo avesse conservato questo segno regio, ma è probabile che essendo accusato di essersi dichiarato “Re dei Giudei”, la portasse sino alla fine quale motivo della condanna. Quanto al nimbo - sicuramente crucifero perché si configura in esso una croce tra i quattro fori circolari - era piantato in un pernio al centro della testa. Il perizoma color blu scuro o ‘blu lutto’ è rifinito da una ‘clavis’ dorata per simboleggiare la regale divinità del Figlio di Dio. Nonostante i condannati alla croce vi fossero inchiodati nudi (“nudus erat in cruce”), anche qui l’iconografia preferisce - soprattutto post-tridentina - la tradizione degli “Acta Pilati” che vollero Cristo cinto alla vita da un lino. Quanto ai chiodi, è il Vangelo di Giovanni che vi allude descrivendo l’incontro di Tommaso col Risorto; in questo Crocefisso i chiodi sono tre, ma storicamente i piedi dovettero non essere soprammessi, per cui i chiodi furono quattro, come nelle raffigurazioni più antiche. A corredo dell’opera, una croce immissa e raggiata, e, ai due lati del “patibulum”, due vasi in legno dorato. Forse, uno raffigura il vaso per gli unguenti e l’altro il vaso del “vino mirrato” dato ai crocefissi per intorpidirne i sensi: per Cristo è figura dell’“amaro calice” essendo la mirra amara come il fiele (Mt 27, 34). Considerato il valore e l’interesse di quest’opera, ci auguriamo che un’ulteriore sponsorizzazione permetta di terminarne il restauro, di verificarne l’attribuzione e di renderne possibile la visione a fedeli e amanti dell’arte.


Dumas e Maupassant non volevano la mostruosa torre

di Simonetta Zanuccoli Il governo della Terza Repubblica cominciò a pensare, già dal 1884, di celebrare il centenario della Rivoluzione Francese (1789) con una grande Esposizione Universale a Parigi. Occorreva un simbolo che rappresentasse in tutto il mondo la manifestazione (alla quale poi parteciparono, nel 1889, 35 nazioni e 32 milioni di visitatori, un’enormità per l’epoca) e il governo francese, per colpire l’immaginario dell’opinione pubblica che avrebbe dovuto, con tasse e addirittura con una lotteria nazionale, in parte finanziare l’iniziativa, rispolverò un vecchio progetto da 50 anni accantonato: la Colonna del Sole. A questo fine, nel 1885, Jules Bourdais, architetto del Palais de Trocadéro, espose il suo progetto di una Colonna del Sole, una torre in muratura alta 300 metri, da costruire sull’Esplanade des Invalides, che oltre alla sua funzione di simbolo sarebbe stata anche utile in quanto avrebbe illuminato tutta Parigi attraverso un complicato sistema di specchi parabolici posti alla sommità. Sempre all’ultimo piano, sarebbe stato costruito un sanatorio dove i malati avrebbero potuto respirare un’aria pura come quella di montagna. Ma nel 1889, alla gara indetta alla quale parteciparono altri 700 progetti oltre quello di Bourdais, a sorpresa, vinse quello presentato da Gustave Eiffel, una specie di stele completamente in ferro, sempre alta 300 metri, che però sembrò al governo francese più consono a simboleggiare il mito di modernità dell’industria metallurgica nascente. L’opinione pubblica non approvò la scelta. La Torre, in un’epoca votata alla razionalità e all’empirismo, fu giudicata come uno scandalo per la sua inutilità. Lo stesso Eiffel dovette giustificare il suo progetto enumerando il suo utilizzo futuro: misurazioni aereodinamiche, studi sulla resistenza dei materiali, ricerche radioelettriche, osservazioni metereologiche....I più noti artisti e intellettuali, tra i quali Alexandre Dumas figlio e Guy de Maupassant, firmarono La Protestation des artistes, una lettera-petizione pubblicata su Le Temps a seguito di una feroce campagna di proteste portata avanti da quasi tutta la stampa. Noi, scrittori, pittori, scultori, architetti, amanti della bellezza di Parigi che è stata sin qui inviolata, intendiamo protestare con tutte le nostre forze, con tutto il nostro sdegno, in nome del misconosciuto buon gusto dei francesi, in nome dell’arte e della storia francesi minacciate, contro l’ere-

zione, nel cuore stesso della nostra capitale, dell’inutile e mostruosa Torre.....disonore di Parigi che neppure l’America dall’anima commerciale vorrebbe.....Noi rappresentiamo l’eco dell’opinione universale così legittimamente in allarme. E quando gli stranieri verranno a visitare la nostra Esposizione, esclameranno, colmi di stupore: “E’ dunque questo l’orrore che i francesi hanno concepito per dimostrarci il buon gusto di cui si fanno vanto?”. Molti all’epoca non capirono l’enorme funzione immaginifica che il monumento inutile avrebbe rappresentato per la città. In seguito Cocteau la definì la Notre-Dame della rive gauche e

Della Bella gente

insieme a questa oggi la Tour Eiffel è considerata una di quelle coppie simbolo con l’obbligo di visita che rappresenta per il turismo, sempre più distratto e frettoloso, una città (come per Firenze gli Uffizi e il David). Non vi è angolo di Parigi in cui non si veda svettare la sagoma semplice e lineare della Torre e non vi è angolo di Parigi che non si veda attraverso il merletto in ferro, composto di 18.038 elementi, salendo i suoi1665 scalini. Un arabesco che dona alle sue 7300 tonnellate un’immagine di leggerezza tale che sembra, a dispetto degli enormi piloni che l’ancorano, solo appoggiata sul prato.

di Paolo della Bella

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di Monica Innocenti Morena Rossi: copywriter, autrice radiofonica e scrittrice, ma non solo. Certo il suo libro “Che m’importa che tu faccia la brava” ha riscosso un meritato successo, ma la sensibilità artistica, la molteplicità di interessi, l’originalità del lavoro nella pubblicità, la capacità e la voglia di lanciarsi in nuovi progetti rendono riduttiva, per Morena, ogni definizione. Ci incontriamo al tavolo di un locale nel centro di Lucca, davanti ad una tazza di tè e, da subito, ho l’impressione di conversare amabilmente con un vulcano intellettuale in perenne attività. Qual è il motivo per cui ti sei trasferita a Lucca? Motivi di lavoro ...di mio marito. Per me, sotto questo punto di vista, una sede vale l’altra, dato che posso lavorare da casa. Per lui invece c’era l’esigenza di trasferirsi; eravamo titubanti, ma quando siamo venuti ...per una visita esplorativa, ci siamo innamorati a prima vista: Lucca era la città per noi, non c’erano dubbi! E ormai ti senti lucchese a tutti gli effetti! Ho vissuto 20 anni a Pavia dove ho frequentato l’Università, ma sono nata sul lago di Garda e trovo sorprendenti analogie tra l’atmosfera che ho respirato nell’infanzia e nella prima giovinezza e quella del centro storico di Lucca; per me le mura hanno un significato di unione e abbraccio, non certo di esclusione! E non a caso, proprio a Lucca ho trovato il modo di mettere insieme gli scritti che avevo accumulato nel corso del tempo e che hanno formato il libro. Dopo l’inevitabile periodo di rodaggio, mi sono sentita subito a mio agio al punto che mio marito mi ha detto: “Sembra che ci siamo trasferiti qui per te”!Anche perché ti sei circondata da un bel numero di donne davvero

Il multiforme ingegno di Morena Rossi

interessanti! Assolutamente sì! Ho avuto la fortuna di conoscere tante donne che ammiro, che mi piacciono e che, pur conservando ognuna la propria diversità e le proprie caratteristiche, sento particolarmente affini. Complicità femminile, coinvolgimento e

Il peso dell’anima 21 grammi è l’ipotetico peso dell’anima che il dottor Duncan MacDougail avrebbe calcolato misurando il corpo umano prima e dopo la morte. Quest’ineffabile e inafferrabile essenza è al centro delle opere di Andrea Pinchi. In esse spesso si assiste ad un dialogo di anime. Innanzitutto l’anima dell’artista che entra in contatto con l’anima delle cose. Proprio i piccoli, modesti frammenti degli organi - strumenti celesti per antonomasia -, quei frammenti di pelli,

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possibilità di mettere in piedi progetti comuni e ritrovarsi a fare esperienze che mai mi sarei sognata di affrontare come gli shooting fotografici (non avevo mai pensato a me stessa come modella di una stilista eppure è stato un divertimento assoluto) o ritrovarmi all’Orto Botanico di Lucca con una mostra insieme all’artista Emy Petrini. E per quanto riguarda il futuro? I buoni progetti nascono a settembre, ne ho molti in serbo e alcuni potrebbero essere sorprese anche per me. Insieme alla pittrice Sandra Rigali ad esempio, ispirandoci al libro “Il coraggio delle bambine ribelli” vogliamo, abbinando ogni volta un suo quadro pop a un mio racconto, rivalutare la parte umana e terrena di 12 figure di Sante dando, contemporaneamente, un messaggio di consapevolezza alle donne. La prima della serie sarà Santa Lucia (patrona della vista) e il messaggio sarà “Riappropriarsi dei nostri occhi”, nel senso di vedersi con i propri occhi, svincolate dal giudizio altrui. Inoltre ho cominciato un altro libro, che sarà un romanzo distopico e che mi appassiona moltissimo. Ci sono poi altri argomenti che mi stanno a cuore come lo spreco alimentare (e la possibilità di renderlo virtuoso abbinandolo all’arte contemporanea) o il riuso (si possono riadattare con pochi, sapienti ritocchi vecchi vestiti di pregio abbandonati negli armadi, rendendoli così alla portata di tutti). Insomma le cose che bollono in pentola sono parecchie! E noi Morena, aspettiamo con impazienza

di legni, di metalli che formano le opere di Pinchi costituiscono l’anima di quei dispositivi musicali in perenne dialogo eternante con le anime dei musici e dei compositori. E, come per la Bibbia, anche qui è il cuore ad essere sede dell’anima, un’anima fuggevole, impalpabile che si libra in volo creando insieme ad altre anime un illusorio corteggio di farfalle sospese in un cielo immaginario. Alla Galleria Tornabuoni, Borgo S.Jacopo, Firenze


di Valentino Moradei Gabbrielli Monumenti perduti! “E’ già un anno!”. Quasi fosse un tempo immemorabile. Così ha risposto una delle ragazze preposte alla vendita dei biglietti e accessori dietro un brutto e anonimo bancone agghindato di souvenir alla domanda di Monica: “Da quanto tempo è stato messo il biglietto d’ingresso alla chiesa?”. Stiamo visitando il Tempio di San Biagio a Montepulciano, quella pietra miliare dell’architettura cinquecentesca celebrata in tutti i manuali di storia dell’arte. Non nego che, passare dalla luce accecante di un caldo meriggio di Agosto, alla fresca penombra dell’ambiente sangalliano, era l’aspirazione che gustavamo dal momento in cui abbiamo parcheggiato la nostra auto al termine del viale di cipressi che anticipa il monumento lievitante sul grande prato balconato che circonda l’edificio. Per noi, che siamo abituati a visitare quei territori, quei luoghi quei monumenti dall’età della prima infanzia, considerati la cosa più normale che si possa trovare durante lo svolgersi della giornata, lo choc emotivo provato dalla sorpresa di trovare ad accoglierci al posto dell’enorme e maestoso volume interno, una parete di cartongesso tappezzata d’informazioni in combinazione con corde banconi ed espositori carichi di pieghevoli per turisti, su ristoranti, prodotti tradizionali, e agriturismi che tentava miseramente di tamponare l’enorme e incombente volume alle sue spalle, è stata la doccia fredda alla quale il caldo della giornata non ci aveva preparato. Non ci aspettavamo quell’accanimento bottegaio giustificato con: “Il biglietto è stato deciso per motivi di sicurezza dell’edificio e, insie-

La cultura delle distrazioni me al biglietto d’ingresso è fornita gratuitamente l’audioguida, altrimenti chi visita il monumento non capisce niente”, continua la ragazza nella spontanea e legittima anche se ingenua difesa del proprio posto di lavoro. Chiunque abbia visitato San Biagio, sa bene che l’edificio è così sobrio da apparire quasi spoglio di arredi, nel rispetto di quell’architettura “minimale” ridotta nelle decorazioni esterne e interne che pongono l’accento non sulla semplicità, ma la sua sintesi spaziale. Il che rende il luogo poco appetibile per i “predatori” e, la sua discreta distanza potremmo dire “Nobile” in omaggio al rinomato vino da rendere il luogo neanche tanto frequentato rispetto al centro cittadino di Montepulciano. Insomma la sensazione maturata è stata quella di aver perduto un altro pezzo della nostra storia? Civiltà? No! Un altro pezzo della nostra vita, che è fatta non solo di memorie, ma anche di atmosfere e luoghi che ci attendono durante la giornata e fanno vivere emozioni e passioni che non possono essere filtrate da code, biglietti, gadget, informazioni, in sintesi la cultura delle distrazioni. Concludendo, abbiamo deciso di conservare il nostro ricordo personale del luogo, fissato in fortunate e generose visite precedenti e abbiamo circumnavigato il complesso esternamente godendo della “semplicità” maestosa del Tempio e del paesaggio che lo contiene in una simbiosi di colori e forme mediate dal silenzio dell’armonia.

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Teatro totale in baracca di Gianni Biagi Sarà il luogo sperduto fra le campagne e le fabbriche della zona ovest di Prato. Sarà che il “teatro” è davvero una baracca. Sarà che alla fine dello spettacolo c’è una lunga e animata discussione con il pubblico presente (discussione annunciata fino dalla presentazione), come una chiaccherata fra amici - che infatti si chiamano per nome – nel salotto di casa, su un tema che appassiona. Sarà per tutte questo cose ma il Teatro La Baracca di Prato, anzi di Casale vicino a Vergaio (e anche questa sarà forse solo una coincidenza...) è davvero una piacevole scoperta. Sabato 14 ottobre è iniziata la stagione di questa esperienza di “teatro totale” (definizione dell’attrice Maila Ermini che è anche la sceneggiattrice e la regista della Compagnia del Teatro la Baracca) che ha

una lunga storia alle spalle e speriamo che abbia anche un importante futuro davanti, pur nella declamata disattenzione delle autorità pubbliche. Il “teatro” è una baracca con un piccolissimo palcoscenico e una piccola sala di platea (che all’occorrenza diventa anche galleria grazie a opportuni accorgimenti tecnici) che ospita non più di 50 persone. La prima rappresentazione della stagione teatrale è stata “Nel nome di Dio e del Quattrino (il mercante di Prato)” commedia impossibile con protagoni-

sta Francesco di Marco Datini. La commedia immagina un dialogo impossibile con il più noto figlio della città di Prato, commerciante nella Avignone dei Papi ai tempi di Bonifacio VIII, riprendendo uno schema drammaturgico già sperimentato con successo con “Io e Federico” dialogo impossibile con Federico II di Svevia. Lo spettacolo si svolge in una scena che invade lo spazio della platea e ha momenti di grande interesse alternati a momenti di stanca. Molto interessante e ben rappresentata la storia di Francesco di Marco Datini, delle sue capacità di mercante e le sue debolezze di uomo di e marito ma forse si potevano evitare alcune citazioni, troppo lunghe e numerose, di proverbi e di motti toscani, che nulla aggiungono alla bravura e alle emozioni che Maila Ermini e Gianfelice D’Accolti sono capaci di suscitare negli spettatori. Il Teatro la Baracca è noto a Prato per svolgere una funzione di attenzione critica verso alcune delle vicende più significative (e in alcuni casi scottanti come nella rappresentazione “L’infanzia negata dei Celestini” ) della città di Prato e del territorio pratese. Un teatro “scomodo” che svolge la sua funzione artistica in una delle innumerevoli periferie urbane dello sprawl urbano pratese.

Le vive figure di Brunelleschi di Simone Siliani Erano davvero vive le figure che si muovevano nel cielo della calda notte di ottobre nelle misure perfette dell’architettura brunelleschiana di piazza SS.Annunziata a Firenze, con la regia di Giancarlo Cauteruccio. Se, infatti, Cauteruccio ci ha abituati negli ultimi decenni alle sue architetture di luci, nel caso del recente spettacolo ispirato alle macchinerie teatrali di Filippo Brunelleschi, ciò che di più rilevante era la simmetria fra le architetture materiali rinascimentali, quelle impalpabili di luce e quelle corporee dei danzatori e delle pattinatrici che Cauteruccio ha mosso sul palcoscenico della SS.Annunziata. L’effetto è stato appunto quello di una complessa e misurata macchina teatrale, in cui le tecnologie di oggi (luci , laser, musiche) si sono sovrapposte a quelle del Rinascimento (le architetture del Brunelleschi), dimostrando come la città storica possa dialogare con il contemporaneo, senza che il secondo debba vivere di luce riflessa e trarre dalla prima

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fama e ritorni economici come avviene ormai da qualche tempo con l’apposizione di opere d’arte di autori contemporanei sull’Arengario di Palazzo Vecchio o nel bel mezzo di piazza della Signoria. Nel lavoro di Cauteruccio, anche al di là dell’esito artistico dello spettacolo, c’è una riflessione seria sul significato profondo del nostro Rinascimento. E’ questo il valore ultimo e permanente dell’opera messa in scena nella SS. Annunziata. Purtroppo, in questa città, non sono molti quelli in grado di maneggiare e riflettere sul Rinascimento senza scadere delle retorica vuota e stucchevole di un Rinascimento estetizzante, usato per far cassa, e della bellezza che (purtroppo

non) salverà il mondo. Non è un caso, dunque, che dopo questo lavoro, la rassegna “Nel chiostro delle geometrie”, ideata da Giancarlo Cauteruccio a S.Verdiana si concluderà il prossimo 26 ottobre alle ore 21 con Roberto Visconti che interpreterà la drammaturgia originale di Giancarlo Di Giovine, “Filippo Brunelleschi. Un uomo del futuro”, con regia di Giancarlo Cauteruccio.


Il Diverso Femminile

Negli anni 70’ il mondo femminile scese nelle piazze per reclamare il desiderio di cambiamento. In quella occasione realizzai questo lavoro fotografico per dare un significato a questi eventi per rafforzare l’evoluzione della donna.

di Carlo Cantini

….Nei suoi meravigliosi scatti ho scorto la forza, la bellezza e la fierezza che i secoli non hanno cancellato all’universo femminile…. Sui volti dei soggetti femminili ritratti, su cui si leggono sguardi di una delicatezza unica e di una forza dirompente, ho riconosciuto immediatamente l’energia della donna antica: ecco che in me è riaffiorato con vigore l’istinto, mai sopito, di avvicinare il con-

temporanea al passato... Negli scatti d’autore ho subito scorto la fierezza che rende la donna etrusca unica nella storia, sto parlando di una figura femminile che, in antico, suscitò scandalo al di la dei confini Toscani, perché “fuori dagli schemi”, cioè una figura che rivendicava la sua autonomia e identità, prendendo parte attiva alla società, una figura colta ed istruita, una figura forte e al tempo

stesso fragile, una donna unica nella sua antica contemporaneità ma estremamente moderna. Dalle figure femminili di Cantini si nota questa somiglianza con le figure dell’antichità Etruria… Estratto da un testo di presentazione della mostra “Diverso Femminile” presentata Alla Barbagianni, una casa per l’arte contemporanea, di Gemma Bechini 1974

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Cultura commestibile 235